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V.S.GAUDIO

Le Bonheur Chambérien

[photo di Roy Stuart © 2000]


Chambonheur

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Dedicato ad Harry Mathews, che, a Chambéry, con Georges Perec, Danièle Sallenave e altri, fece, in una libreria, nel 1981, una lettura di Plaisirs Singuliers. I nomi dei personaggi sono fittizi; i nomi dei luoghi, degli spazi, delle vie, delle fiere,dei mercati,delle manifestazioni, i tempi(i samedi, les dimanches, i crepuscoli, l’Angelus meridiano e del vespro), gli equinozi, i solstizi, le stagioni, il Grand Carillon sono quelli di Chambéry. I personaggi in sé sono tutti di Chambéry o a Chambéry: difatti, i piaceri singolari che essi danno o fanno sono stati presi, o raggiunti, a Chambéry. La donna, che esplicò in quel reading del 1981, le modalità con cui si procurava l’orgasmo, è l’archetipo di ogni personaggio, ovvero è lei l’ Herkunft del Grand Carillon de Chambéry. A lei va, altresì, dedicato questo nostro Chambonheur. A Lei, Elle, del cui “piacere singolare” non v’è traccia né testimonianza, e che, per questa ragione, è ancor di più riconoscibile in ognuno dei corpi chambériens, individualità “differente, rifratta, senza privilegi”, l’anonima che, di corpo in corpo, si costituirà, al grado elevato del mou savoiardo, come l’assolutezza anonima,riconoscibile, sì, in ognuno dei personaggi femminili, ma riconoscibile, soprattutto, nella differenza, rifratta, senza privilegi, di tutti i personaggi femminili. V.S.GAUDIO│© 2004

©2015

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La Table della Morue Lyonnaise Alain Bonheur ha pranzato in un ristorante della periferia di Chambéry. Deliziato sia da un “Omble Chevalier aux écrevisses de lac” decisamente insuperabile quanto dalla allure di una cameriera lyonnaise, decisamente indescrivibile, si pente, tornando in albergo, di non aver assaggiato la più volte suggerita “Morue Lyonnaise” dalla cameriera stessa. In albergo, si masturberà pensando alla stupenda “morue lyonnaise”, a quella che, più che allietarlo con l’”Attrazione di Milano”, che è la numero 40 del “Foutre du Clergé de France”1, gli farà assaggiare 40 volte la “morue” lyonnaise stando in ginocchio a gambe aperte, come prescrive la posizione numero 40. Cosicché il ristorante “La Table Savoiarde” sarà ricordato come la “Table della Morue Lyonnaise”, l’autentica, vera, attrazione di Chambéry.

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Per “Foutre du Clergé”, qui, e “Foutre du Clergé”, avanti, il riferimento è a Les Quarante Manières de Foutre (dédiées au Clergé de France), Fayard 1986.

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Valérie Andesmas alla Grande Braderie fa 33 Valérie Andesmas, che non era mai stata alla “Grande Braderie de Printemps”, la prima volta compra una gonna molto corta e un paio di scarpe grigie con un tacco di 2 pollici. Li indossa in albergo dopo aver passeggiato a lungo per il mercato di brocantes. Tornata dalla Grande Braderie, come nella 33 del “Foutre du Clergé de France”, immaginerà di sedersi, con quella gonna e senza mutande, su un fottitore a cui impugna lo strumento e lo mette in posizione infilzandosi da sola con il suo stesso peso, rimanendo così inchiavardata dalla grossa mazza fin quando scivola fuori.

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Il poeta e la turinoise Silvia Crocetti Nel “Printemps Turinois”, a maggio, il poeta Alain Bonheur, che non era stato invitato al “Printemps des Poètes” a marzo, trascorrerà tutto il samedi mattino al marché de Place de Genève. A tratti gli parrà di incontrare Silvia Crocetti, la torinese ventinovenne che tanto bonheur dette alla sua libido per le tomates molles e per l’allure di una longilinea mesomorfa turinoise decisamente “môle”. Durante il concerto del Grand Carillon, vedrà il suo fallo esplodere più volte sulle chiappe della torinese al mercato della Crocetta. Infine, su una panchina al Jardin du Verney, godrà nei pantaloni immaginando che Silvia Crocetti sta facendosi fare nell’”Anatra che vola capovolta”. Si ritemprerà con un delizioso “Foje gras de canard poêlé”, ordinato con un piccolo lapsus: “Crevasse de la cane empalée”. 5


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Bridget Mare e il culcinturino della sfioratura Bridget Mare , una trentatreenne signora inglese, nell’ultima domenica di settembre, con i jeans allumare, il top rosa e il cinturino rosa, partecipa alla “Grande Braderie d’Automne” nel centre ville de Chambéry per tutta la durata della fiera. A quante bancarelle si ferma a rovistare tra i particuliers, tante toccate di mano e strusciate di pube ha sul suo “Bridge”. Quando esausta ritorna in albergo si abbandona sul letto, perdendosi nel suo nome, che, commutata la t in d per tanta “Braderie”, si fa e si sente così tanto “Bridged”, provvista di ponte, che, con un culo a ponte semplicemente assoluto, per l’irripetibilità dell’atto e del momento, la giovane signora Bridget Mare, cioè la “cavalla provvista di ponte”, si fa sodomizzare da tutti gli uomini che, alla “Grande Braderie d’Automne”, chi, con la “bridle-hande”, la mano della briglia, chi con la “gomena-bridle”, le avevano reso il servizio o l’omaggio. Tanto che la Briglia Rosa del suo cinturino, la “Rose-bride” che produsse la sfioritura in parecchi cavalieri, divenne il feticcio di Bridget, il culcinturino della sfioritura, la sfioritura assoluta della Grande Braderie d’Automne.

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La mano di S.Gervasio e il culo-protasio Come ogni 19 giugno, nel giorno di S.Gervasio, il “guerriero dalla lancia acuta”, all’ombra della monumentale Mole Antonelliana, da quel 19 giugno in cui il bonheur la raggiunse per/con la “mano di S.Gervasio” che più volte le carezzò il podice in un mercato torinese, quella longilinea al 20°grado mesomorfo, più alta di 1 metro e 70, per un peso superiore ai 60 chilogrammi, che ha, appunto, un Indice del Pondus attorno al 20 , tra il primo grado dell’indice Alto e l’ultimo di quello Medio-alto, sta ripetendo la messa in scena dei “pomodori molli”. Le mou de la caboche le delizia il Calibistrix teneramente e sfacciatamente, significante dell’impertinenza che ha la stessa elasticità della morbida sospensione delle sue natiche nel giorno di San Gervasio e San Protasio, paradigma del protensum, che è il “tentare prima”, o del protendere del guerriero dalla lancia acuta(Ger e was). Raggiunse l’orgasmo quando, come ogni 19 giugno, rivivendo nell’angolo più ottuso dell’ H in cui c’è l’ Heurt, il tocco della mano di S.Gervasio e l’Heurt, il tentare prima, la protensione tenera del culo-protasio, le carezze del novello lanciere che per tre volte, nella sequenza temporale dell’aubaine, del godimento inatteso, di quel 19 giugno, la toccò, è all’apice nell’ordinare al verduriere “pomodori…molli”!

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Sylvie Crozet Alla Foire de Savie du Printemps, Silvie Crozet, superba trentenne longilinea mesomorfa, con tacchi di due pollici, sta facendosi con il suo Carillon l’orchestrazione stereofonica du Bonheur. A casa, esausta, appoggiata al davanzale della finestra, continuerà a guardare la folla della Foire pensando a quello che sta prendendo sul suo “Foiron” fino a che, sull’ultimo rintocco del Grand Carillon, urlerà il suo Bonheur inondata dalla grossa minchia di un poeta italiano.

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Sylvie Crozet Stein Nel cuore della vecchia Chambéry, Silvie Crozet Stein, nella sequenza del concerto del Grand Carillon di 70 campane, inginocchiata su una poltrona accanto alla finestra che dà in rue Croix d’Or, sta preparando il tiramisù immergendo i savoiardi utili alla bisogna nella tazza della crema. Proprio in sincronia con la chiusura del concerto finisce di incremare il 70° savoiardo.


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Madame qui veut du mou, elle est à Chambéry: Silvia Crocetti è Silvie Crozet? A Chambéry, madame qui veut du mou, e non sa che elle demande du dur, all’ombra del Castello dei Duchi di Savoia, non essendo una città di mare ed essendo perciò senza “la môle” di Turin o “le môle” di Gênes, chiusa nella fantasiaaubaine in cui dal mou du dandinage au passage, con cui tentò il poeta, al dur du Bonheur de passage, cresciuta sulla richiesta dei pomodori – qu’elles soient du mou – se fait enfler le mou pensando che il Bonheur le stia pesantemente gonfiando il morbido per tutta la durata del concerto del Grand Carillon dalle 10 e 30 di ogni samedi successivo al 19 giugno di ogni anno. Quando Madame, che è stupenda come la Silvia Crocetti al mercato della Crocetta, e qui è Silvie Crozet Stein ed è al marché du samedi matin en Place de Genève, est comme une tomate, stupefatta, allora il Concerto delle 70 campane finisce e lei, che non ha fatto che demander des tomates molles, ha avuto 70 tomates molles, 70 tenere capocchie, le 70 tomates molles de Saint Gervais, che, anche in Savoie, con la lancia acuta tocca la protensione mou ( che è sotto l’ala di pertinenza di Saint Protais)2.

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E’ un po’ come nell’arte di vivere sadiana, in cui, secondo Barthes, “non si tratta tanto di moltiplicare i piaceri, di farli girare, di comporne un inebriante carosello(questa rapida successione definirebbe la Festa), quanto di sovrapporli( questa simultaneità definirebbe quello che si potrebbe chiamare il sibaritismo)”:Sade II, in R.B., Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi,Torino 1977:pag.144. La somma dei piaceri rende un piacere supplementare, quello stesso della somma:”Eccomi dunque amante, insieme, di Silvia Crocetti, Silvie Crozet e Silvie Crozet Stein, tra la Crocetta e la Rue Croix d’Or”:è l’omonimia che è voluttuosa, voluttuosamente godibile.

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La madre di Aurélia Steiner Durante la Fête Médiévale de Chambéry dal primo samedi di settembre, la madre di Aurélia Steiner, che sfila in costume medievale, si sta facendo mousser le créateur e ad ogni inchino, per tutto il tragitto percorso in corteo, sente un grosso fallo imperiale che le fa sul culo sulle mutande di seta lyonnaise. Quando, finalmente il corteo passa per Place Saint Léger, la madre di Aurélia Steiner viene perché sente tutto il mazzapicchio di un duca savoiardo piantato in culo. La signora, che ha un grosso naso e un sorriso da “morue lyonnaise”, sodomizzata ottiene il 70° orgasmo della parata. Il Grand Carillon inizia il concerto dell’Angelus.

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Claire Cavalcanti, la “claritate”del podice-heimlich e il carrozzino della 30 Il giorno prima della Fête Médiévale de Chambéry Claire Cavalcanti veniva da Sud e il poeta da Est, diciamo che lei era su Rue J.P.Veyrat e il poeta la incrociò all’angolo con Place de Genève: la vede subito da dietro “questa che va” che l’omo la mira, che fa tremar di claritate l’âre, con un podice iconico che tende il gonnellino verde-limone, e mena seco Amor, sta menando anche il carrozzino, per cui la tensione muscolare fa tremar di più la claritate , sì che parlar l’omo non pote, ma trattiene il sospiro. L’impensabile movimento “isterico”, fallico, e la forza natural-ponderante, straripante ma disciplinata, del culo della giovane signora: nel disciplinato contrasto del gonnellino la strategia potente delle chiappe, come se al Meridiano ci fosse Marte potente e solido, dimostrativo ed eccedente, come può esserlo nel segno di settembre, la Vergine, con un solco franco e generoso, largo; le gambe mercuriali e atletiche, longilinee ed ectomesomorfe. La struttura del passeggino da spingere definisce l’assetto di deambulazione del corpo, con un effetto ottuso e ampio, in sguardo quasi sotteso e da una obliquità semovente che carica ancor di più di senso il podice che tende, la fa “demone”, la “claritate” del gonnellino verde-limone, che, non ci crederete, afferisce alla Vergine con Marte, illuminato dal sole. Claire proseguì per N-O e il poeta andò a N verso la Place du Centenarie: la primarietà sentimentale, la dedizione potente, il sentimento esplosivo di quel culo sarà nei giorni della Foire de Savoie fantasma superbo e tollerante, infinito e tenero, podice-heimlich tranquillamente proteso ed esteso per il fallo del poeta. Quel kairos, in cui l’immane deretano tranquillamente proteso ed esteso all’angolo con Place de Genève, celebra l’iconicità spettacolare di Claire, la condensazione di questa tenerezza insolente e incontenibile la farà godere, poi, nel 30°modo del “Foutre du Clergé”: lei che fa la “brouette”, la carriola, e il poeta che la spinge, e spinge con vigore, sempre in piedi, va e viene come se spingesse un carrozzino. Poiché la strada è lunga, e da Rue J.P.Veyrat si andrà per Rue Waldeck-Rousseau fino al Jardin du Verney, Claire si fa spingere per gran tempo sapendo che il cavicchio è robusto ed è entrato a stento.

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Claire, l’Angelus au Tour du Monde au Manège In primavera, Claire, in occasione del Tour du Monde au Manège, col suo carrozzino va verso il Centre équestre, lei è vestita da cavallerizza o, meglio, da Cavalcanti che spinge il carrozzino si sente cavalcatura che tira il carrozzino, vera espressione della potenza devota, demone spettacolare che per quel kairos di settembre con il Poeta, adesso è abbagliante e spettacolare passaggio all’Angelus, come se, essendosi fatta fantasma della terra immutabile per il Poeta a cagione del Marte e del Sole di settembre, realizzasse l’enunciato di Max Jacob quando dice che la dama della Vergine è “le viscere di Maria in cui si è incarnato Cristo e le viscere di Iside in cui nacque Horus, il Sole nuovo”3. Lei è l’angelus, il momento-figura che realizza il demone meridiano, che concretizzò l’imago dell’Anima del Poeta. Così, cavalla savoiarda, che si sente derivare dal Trottatore francese., dal Cavallo francese da sella e dal Comtois, che è da tiro leggero, vivace e attivo, si fa fottere dal Poeta, seduto su una sedia, volgendogli le spalle: spingerà il carrozzino e il cavalier-poeta la inchiavarderà per tutto il Tour du Monde au Manège.

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Max Jacob, Claude Valence, Specchio d’astrologia, trad.it. Adelphi edizioni,Milano 1978:pag.94.

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L’inquietante kairos del crepuscolo in primavera Quando Claire Cavalcanti farà le Tour du Monde au Manège in primavera sarà verso Est che andrà cavalcando con il carrozzino e, sorgendo il Sole in Ariete, virtualmente Sole e Marte, che erano in Vergine nel kairos del 3 settembre, saranno ora nella zona del crepuscolo, da Ovest l’occhio del Poeta coglierà il segreto inquietante del suo podice-heimlich, così sentimentale, tenero, largo, tranquillamente proteso ed esteso, definito, determinato, iconico, con una dinamica tollerante o una superba tenerezza, tanto a lungo sarà guardato, fino a che il demone avrà la piena luce di Marte, il culo nella sua iconicità spettacolare nell’azione di routine di una giovane madre. Puntualmente alla chiusura del concerto del Grand Carillon, e sarà la stessa ora in cui ci fu l’incontro-kairos, il poeta abbacinato si sborrerà addosso già in Avenue de Lyon, quando il passaggio di Claire è al Castello dei Duchi di Savoia, davanti alla Cappella del Grand Carillon. 13


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Blanche Wienec, la fisicità bianca in Rue Juiverie Blanche Wienec è un’altra giovane donna che non era mai stata personaggio della Grande Braderie d’Automne quando, proprio in coincidenza con quella che al samedi è l’ora di inizio del concerto del Grand Carillon, apparve in Rue Ruiverie in pantaloni bianchi attaccati al deretano sodo e delineato, esemplare iconico-emotivo da stretta al meridiano. Il bianco dei pantaloni, e senza mutande sotto, e il bianco del nome proprio fanno esplodere il senso di “Wienec”, che, con “Slawa”, sarebbe “Venceslao” che contiene i due nomi nell’etimologia del suo essere “gloria della corona”: e Blanche Wienec è la gloria della corona. Del Meridiano, che in questo inizio d’autunno (2004) è protezione emotiva della potenza iconica[il punctum φ – che è la fisicità assoluta del corpo - in questo Η (heurt, heure, heur) del passaggio per la béance del Poeta spacca il Medio Cielo, come il suo meridiano del culo, teso, spaccatura plutonica, terribilmente heimlich] che si fa bianca per l’asse della sensorialità su cui tendono il senso ottuso i vettori, i significanti, più iconici: Giove e Marte. Blanche passa, ed è un culo strepitoso all’orizzonte che va per Rue Juiverie. La “gloria della corona” sarà fantasma, che, essendo in atto la Grande Braderie d’Automne, farà da passaggio, da trasmutazione, come se combinasse abito e maschera pur mantenendo il paradigma del suo esserci, da cui il Poeta godrà, impensabilmente, di un’altra Wienec, forse un po’ più Slawa ma, terribilmente heimlich e perciò proibita e proibitiva “corona” del Meridiano del Poeta.

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Lo Zâr di Jeanne Damien, la Jument du Solstice qui va à la Braderie d’Automne Jeanne Damien, in jeans scoloriti, che ha del selvatico-domestico ed è piena, lo muove convinta, è nello stato di Zâr, lo stato di posseduta omologo a quello di tentazione sessuale: “Lo Zâr, quando discende dal suo cavallo attraverso il gurri, è come un marito che si unisce alla moglie nell’atto carnale”4. Dal solstizio estivo, nell’angolo del glande del desiderio di S.Giovanni, alla Fiera della Perdonanza, al Fratel Glande, al Capocchione Benedetto dell’equinozio, il tempo della Grande Braderie d’Automne. Jeanne va alla Grande Braderie come se andasse alla Fiera della Perdonanza per la notte del Capocchione Benedetto. Jeanne, si raccomanda a Saint Côme perché “lo vuole così”, e nel giorno della Perdonanza il desiderio, che si era destato e che lei aveva destato, viene soddisfatto: il Poeta, difatti, nel giorno della Grande Braderie d’Automne, la “fantasmizza” celebrando spontaneamente come se fosse uscita da sé dall’inconscio che aveva chiuso l’heurt dell’incontro del solstizio, con il capocchione in culo e in figa, al modo del Maestro della Fiera della Perdonanza, il Capitolo, e Jeanne sente, nello stesso momento, il cazzone che la sconquassa, fantasma covato dal solstizio: il Gran Carillon in concerto con le 70 cloches suona il ringraziamento a Saint Cosme: ”Così lo vuole e così lo sta prendendo: il capocchione benedetto sia il godimento di Jeanne ad ogni suonata del desiderio”.

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Michel Leiris, La possession et ses aspects théâtraux chez les Ethiopiens de Gondar, Paris 1958 : pag.80.

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Lo Zâr l’ha presa. Dicendo “il Poeta è il mio cavallo”, si piega all’indietro e canta. Poi si mette in ginocchio, le cosce ben divaricate, il culo dolcemente poggiato sull’ombelico del Poeta, che entra tra le stanghe e vi si piazza in modo da aver le anche tra le cosce della donna; lei impugna lo strumento del bonheur, lo mette in funzione, e fa tutti i movimenti che le ispirano i suoi gusti, e il desiderio di fottere e di essere fottuta. Sono tanti i modi di lavorar di culo della Jument de Compère Jean, la Jument du Solstice qui va à la Braderie d’Automne. Le carilloner, questo suonar a festa, lo scampanellare, è anche “le carilloner du Con”, questo atto “chambert”, c’est-à.dire bavard et indiscret, con cui si annuncia al mondo che è in atto lo “chambardement du con”. Le poète chambré à Chambéry avec une dame aguichante qui le carillonne le cas; Madame chambrée à Chambéry avec, ou sans, un poète chambert qui le carillonne le con, son Calibistrix, le gros carillon de Chambéry qui au samedi chambarde 70 cloches par chacun des deux Angelus. Sylvie Crozet, Claire Cavalcanti, Jeanne Damien, Blanche Wienec,Silvia Crocetti, Valérie Andesmas, Bridget Mare, la Pigeonne lyonnaise, le Grand Carillon de Chambéry est pour elles qui sonne, il est le concert du con savoyard, le con du carilloné, la foire du Bonheur, la Grande Braderie de Printemps et d’Automne, ma anche le marché du Noël, les Estivales du Château des Ducs de Savoie au solstice de juin, c’est la Foire du Calibistrix.

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La Pigeonne turinoise e la Rocambole de Turin et de Chambéry Come Jeanne Damien dal solstizio estivo fece carilloner le con et le cas nell’equinozio autunnale, così Silvia Crocetti che, sempre nell’orbita del solstizio estivo, aveva tentato il poeta e aveva incubato il suo Bonheur a Torino tanto da doverlo far suonare 70 volte alla Grande Braderie d’Automne a Chambéry. La pigeonne turinoise, dans la foule qui renferme pour un temps l’univers, repose le bras sur le bras du poète, tandis que ils vont parcourir l’allée d’ahurissement qui divise en écho du même tapage les foires. Tra gli assalti d’un plus que médiocre dévergondage raggiungono una baracca apparentemente vuota. “Je voudrais des tomates qu’elles soit du mou”, proposa en allesse Madame la Pigeonne turinoise. E in sincronia con lo chambardement du Grand Carillon il Poeta alza il vestito alla signora e, senza abbassarle le mutande, glielo mette, lei inclinata in avanti con le mani appoggiate sul piano della bancarella. “Si Madame demande du mou, elle veut du dur”, chiosa il Poeta à la foire, celebrando le jumelage Turin-Chambéry: dalle « tomates molles » richieste alla Crocetta a Torino al mercato del sabato alla « tomate dure » presa al marché du samedi à Chambéry en Place de Genève5. 5

La connessione territoriale rimanda all’omonimia di cui alla nota in Madame qui veut du mou, elle est à Chambéry:Silvia Crocetti è Silvie Crozet?, sovrapponendo Place de Genève al mercato della Crocetta si ottiene un piacere supplementare, rientra nella simultaneità o nello spostamento fantasmatico che potremmo chiamare anche noi, come Barthes, “sibaritismo”.

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Dal mercato dei “particuliers” del solstizio torinese, dove fu suonata la libido de la tomate, al mercato dei “particuliers” dell’autunno chambérien, dove fu suonato avec la tomate le Carillon, le Grand Carillon, di Silvia Crocetti. Silvia Crocetti, che, a Torino, quando chiese pomodori morbidi e il poeta le toccò le morbide natiche, era di spalle ad ovest, verso Chambéry; adesso, en Place de Genève, quando il poeta avvia le Grand Carillon, ha il culo a est, verso Torino. In primavera, dunque, si va à la Foire pour les tomates mous pour le foiron all’Angelus del vespro; in autunno,à la Foire, la tomate dure sonne le Grand Carillon dans le foiron à l’aube, aubaine du bonheur. In entrambe le stagioni, au samedi du marché, le Grand Carillon de Chambéry chambarde all’Angelus du meridien : a Torino, quando il poeta toccò Silvia Crocetti, la longilinea mesomorfa, erano le 11, ovvero le 10 e 30 effettive di Torino ; a Chambéry, il concerto ha inizio alle 10 e 30. La differenza di longitudine e il cambio di stagione sposterà avanti o indietro, a seconda dei tempi, la cuspide dell’Heurt, la cuspide dell’Heimlich-bonheur,l’angolo dell’H. Particuliers importanti: nell’ordine del 70, il Poeta nelle sue fantasie procederà a rappresentare le Jumelage con applicazioni attuate sempre con questo limite di colpi, una scopata a 70 o a 140 o a 210 o a 280 o a 350 colpi; per le posizioni, si va dalla 35 du Foutre du Clergé, la cosiddetta “La Garde” alla “Rocambole de Torino ou de Chambéry”: che non è come quella descritta alla 40 du Foutre du Clergé, Madame non è in ginocchio ma è appoggiata al piano della bancarella e il poeta le scopre le chiappe per la foire e appoggiata la tomate sur le foiron, con 70 colpi di cavicchio accarezza il buco, entra piano, va avanti, si ferma, fino a che al 70° colpo col braquemart tutto in culo le Grand Carillon è all’apice del concerto e il Bonheur chambarde le cul de la turinoise.

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Lo haiku-Chambéry et le bonheur Chambéry, le centre de la ville, è come lo haiku, una emozione concentrata, l’ “annotazione sincera di un istante d’eccezione” e soprattutto di “silenzio”6, essendo poi il Grand Carillon la manifestazione di tutte le emozioni concentrate o di una sola che esplode al grado più elevato del Bonheur. Come per lo haiku, Chambéry, i piaceri particolari, les particuliers du Bonheur, di Chambéry, l’interpretazione è sempre impossibile. I tre tempi in cui si vuole comporre le terzine dello haiku possono solo esserci utili per contestualizzare il piacere dell’angolo H: la posizione, che sarà sia quella attinente ai due interagenti per i luoghi, i punti, le strade della città, sia quella attinente ai due interagenti nella fantasia dell’atto erotico; la sospensione, allo stesso modo, avrà questa duplice temporalità, nel tessuto urbano dove avviene l’incontro o l’heurt, e nel quadro dell’atto fantasmato o nella sequenza del desiderio, se vogliamo; la conclusione, va da sé, chiude il concerto del Grand Carillon e sia il con che il batacchio si affideranno al silenzio. Parlare, perciò, dello haiku,come ne scrive Barthes, o dei particuliers du Bonheur chambérien sarebbe semplicemente ed esattamente ripeterlo: le vie dell’interpretazione non possono dunque che sciupare lo haiku e il bonheur chambérien: “perché il lavoro di lettura che vi è connesso è quello di sospendere il linguaggio, non di provocarlo”7: impresa di cui per l’appunto il maestro del bonheur chambérien sembra conoscere la difficoltà e la necessità tanto che innocentemente non fa che semplicemente ed esattamente ripeterlo: 6 7

Cfr.Roland Barthes, L’impero dei segni, trad.it.Einaudi, Torino 1984:pag.82. Ivi.

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Sono già le dieci e mezzo Mi sono alzato nove volte Per ammirare Silvie Crozet. Ciò che si chiama satori, nello zen, e che gli occidentali non possono tradurre che con termini vagamente cristiani (illuminazione, rivelazione, intuizione) non è che una sospensione panica di linguaggio, che non vuol dire annientare il linguaggio sotto il silenzio mistico dell’ineffabile, ma misurarlo8, questo è il bonheur chambérien, una parsimonia di linguaggio che agisce sulle radici stesse del senso affinché questo senso non si diffonda, né si interiorizzi, né si faccia implicito, e non vaghi nell’infinito della metafora. La brevità du bonheur chambérien è questo evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta, senza bordi, senza sbavature o interstizi che frastaglino il rapporto semantico; questa esattezza che “ha evidentemente qualcosa di musicale (musica di significati, non necessariamente di suoni): lo haiku ha la purezza, la sfericità e il vuoto stesso di una nota musicale”9; il bonheur chambérien ha l’ottusità di una nota musicale da ripetere non una, due volte ma settanta volte, un’eco che non simula la profondità ma svela il piacere, l’ heure du bonheur è questa, la sorpresa, lo spunto, la repentinità della perfezione, quando suona il Grand Carillon tutto è accaduto, le Bonheur è stato suonato. A Chambéry, lo scompiglio del désir è annunciato, Angelus du samedi che si fa concerto, settanta campane che ogni sette giorni svelano, annunciano, con l’Angelus meridiano e crepuscolare, con l’indiscrezione di Chambert, i piaceri, il bonheur dello Chambrer: c’est-à-dire, in questi 7 giorni, queste 70 campane nei due Angelus du samedi dichiarano che, avec le chambrement [in una camera chiusa c’è il poeta, l’ospite, a cui viene sottratto denaro o averi ma a cui viene donato da dames aguichantes le bonheur], si è carilloné le con et le cas, si è fatto chambarder le con et le cas, l’immaginario e i sensi sono stati messi a soqquadro, e questo chambarder du Carillon chambertement, indiscretamente, carillonne, strilla. D’altronde solo a Chambéry, leggendo i suoi Piaceri Singolari, Harry Mathews ebbe la sorpresa che chi aveva ascoltato svelasse il suo particulier, un suo modo di darsi bonheur, e solo a Chambéry avvenne che la joyeuse combriccola andasse a festeggiare, a fare chambard e a carilloner, se non a chambrer, a chambarder le bonheur in un ristorante. Ricorda Harry Mathews che la stessa joliesse avuta in quella città tanto austera non fu più possibile trovarla nemmeno in California. Che sul bonheur chambérien ci sia l’ombra del Marquis de Sade, che fu imprigionato nel 1772 nel castello medioevale di Miolans a pochi chilometri da 8 9

Cfr.Ibidem:pag.87. Ibidem:pag.88.

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Chambéry, nella zona in cui si producono gran parte dei vini di Savoia tra cui la celebre Mondeuse10? O piuttosto non è che ci sia l’ombra di questo piacere singolare raccontato nel 1981 da una donna di Chambéry in una libreria alla base dell’installazione del Grand Carillon avenuta nel 1993? Alla “femme-carillon” risponde l’anima non solo amministrativa di Chambéry avec le Grand Carillon: 70 femmes che annunciano, ad ogni Angelus du samedi, che hanno avuto il Bonheur! La misura dell’avventura, il fantasma irreprimibile La misura del linguaggio per quell’ineffabile sfuggito al silenzio mistico della donna di Chambéry al reading dei “Piaceri Singolari” di Mathews ha l’esattezza della sua singolarità, nota musicale o semplicemente unica cloche che verrà risuonata una sola volta attribuendo così un senso alla sorpresa, a quella repentinità. Il Grand Carillon di Chambéry erige, fa ripetere più volte, l’ineffabile, dicendo che il senso deve essere svelato e la profondità resa pubblica, correlata alla simulazione. Di fronte all’evento, l’istante H, il Mu buddista, il satori zen, l’avventura accade, come dice Barthes, più al linguaggio che al soggetto. L’infinito del mondo, che è nella quantità, nella dispersione e nella brevità di haiku, sta nel tempo degli haiku che non ha mai un soggetto definito: quel reticolo di gemme che è il corpo collettivo degli haiku è questo reticolo di piaceri che è il corpo collettivo delle donne di Chambéry, in cui ciascuna gemma rispecchia tutte le altre senza mai che si possa afferrare un centro, un nucleo primario d’irradiazione, un archetipo, che, sì, è costituito dal vuoto speculare di quella donna che svelò le modalità o alcune modalità del suo désir o del suo quadro fantasmatico ma che, non avendo un’identità esplicita, come non lo ha il fantasma di chi scrive, pur avendolo costituito dallo specchio dei vari bonheur avuti, dei vari istanti H: sarà la totalità delle altre donne di cui questo soggetto che scrive non è mai altro che il luogo di lettura. Lassù, al mercato, in strada, in un bar, in un negozio, in un treno, in un autobus, avviene sempre qualcosa. Questo qualcosa è di ordine infinitesimale, sono avventure dell’anima, la cui accumulazione durante un tempo in determinati angoli stagionali provoca una sorta di ebbrezza erotica che non ha mai niente di pittoresco né di romanzesco. Ciò che queste avventure offrono alla lettura è la fermezza della traccia, senza sbavature né margini, scrittura alla prima di corpi in cui il Bonheur in qualche modo 10

Il marchese de Sade non denominò uno dei soldati del forte di Miolans “L’Allégresse”?

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ti ha urtato o che in qualche modo finirà con l’essere ripetuto un’altra volta e allora sarà il fantasma irreprimibile, che, senza abbandoni o rimpianti, tentativi di correzioni impossibili, si esprimerà semplicemente, e semplicemente sarà Bonheur. Lassù io non sono un visitatore, sono un lettore. Del piacere singolare che si sta facendo. O si sta facendo fare. O che si farà fare. Ogni samedi il Grand Carillon annuncia per i due Angelus che la disseminazione del Bonheur è stata fatta. Buona lettura!

Il Sonar di Simone Dauffe Simone Dauffe, la ventunenne ectomorfa, si fa mousser le créateur le dimanche standosene a letto, anche se abita a Chambéry-le-haut e il y a le marché du dimanche matin. Elle sonne son carillon a soixante-dix coups alla volta: pensa che la stia suonando il batacchio di un uomo adulto che alla Fête Médiévale le ha fatto carilloner le Calibistrix in un incontro pubblico in cui ha sentito l’enormità del suo désir, una sorta di 4° grado erettivo in un eretismo fantasmato durato almeno un paio d’ore. Avviene che in una domenica particolare gli stringe tanto il cazzo all’uomo fantasmato, le serre de près le cas, che gli fa siffler les oreilles, gli fa zufolare le orecchie: non fa che pensare all’emboîtage, all’emboîter, tanto che fa siffler, emboîter, les oreilles du désiré. Simone fa venire in mente il fatto che i delfini godano nell’essere chiamati “Simon” e i 32 segnali, i clics del delfino, il sonar. A Chambéry-le-haut, pertanto, le dimanche, quando le Grand Carillon tace, è il Sonar di Simone, il suo Calibistrix, che è sconquassato, chambardé a tutto spiano, con suonate calibrate sulla sequenza del 32, tanto che avviene che il Bonheurdouble faccia siffler les oreilles sia a Simone che al suo fantasmato che, in questa reciprocità delfinica, le sta sconquassando le Calibistrix con il battaglio.

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In argot, “Dauffe” è lo strumento di effrazione, le “coup de pouce”, che rinvia ai verbi proairetici “mettre”, “planter”, ”percher”, ”caser”, ”poster”, ”flaquer”, ”coller”, ”ficher”, ”fourrer”: i verbi dell’esquintement, du bris che le Dauphin de Simone sta usando: il “minchione magico ultrasonico” del Poeta e il Calibistrix di Simone: il concerto della domenica a Chambéry-le-haut, ma della domenica in cui nel bioritmo degli stati della libido di Simone ci sia le “jour critique”, le jour du coup de pouce, le jour du bris, le jour de l’esquintement, le jour du Sonar, le jour du Dauffe, le jour de Simone.

L’ectomorbido culo di Simone, l’oggetto flottante magico Nel campo delle cose heimlich, anamorfiche, la macchia così intrinseca che non ha segno precede la disubbidienza o comprende la disubbidienza, perché frustra spiegazione e comprensione. Una visione periferica, l’ ectomorbido culo di Simone Dauffe, nel momento in cui declina un saluto al mercato con un’amica o alla Fête Médiévale, è la “macchia umana” che è speculare a un altro semplice gesto, quasi anamorfico, insignificante. Questa “prossemica anamorfica”, o prossemica della macchia, in un determinato contesto, ma che abbia sempre un che di “conclusus” anche nell’apertura della Foire, contiene due campi di forza, quello che sente la fica e quello che sente la verga. L’anamorfismo dell’oggetto flottante magico è corrispondente allo stato amorfo del bioritmo, cioè sarà le jour de Simone, le jour critique del ciclo Fisico, Emotivo o Primario: allora, la percezione del culo ectomorbido nei pantaloni grigi prenderà al laccio la libido del percipiente. Il morbido culo ectomorfico di Simone Dauffe prende al laccio, è lì che guarda per prendere nel momento in cui, allontanandocene leggermente, poco a poco, a lato, e poi voltandoci, vediamo quel che significa l’ “oggetto flottante magico”11.

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Cfr.Jacques Lacan, Il seminario,Libro XI, trad.it.Einaudi, Torino 1979, in particolare: La linea e la luce:pag.94.

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Il culo ectomorbido è come se fosse guardato dallo sportello di Dürer nell’istante in cui la prospettiva geometrale non è stabile o ferma, e perciò è l’istante che diviene immobile, facendosi essenza del fantasma fallico: “preso” così il culetto ectomorfico, che, d’improvviso da quell’angolo di passaggio in un attimo, è lì che ti guarda dai pantaloni grigi, come se fosse in stato di riposo, o intrinseco, diciamo che è lì nella sua intrinsecità, non ha ancora la forma che potrebbe avere per così dire sviluppata, ed è allora che girandovi o con la visione periferica nell’andarvene, come se ve ne steste andando in un’altra stanza, cogliete sotto questa forma, che cosa? L’ oggetto flottante magico. Che, tra l’essere e l’apparire, è essenzialmente altrove. Non è nella linea retta, difatti ti guarda obliquo, è nel punto luminoso, irradiazione, sfavillio, fuoco, fonte zampillante di riflessi. Che si rifrange, si diffonde, inonda, riempie, trabocca anche. Apparire delicato e inatteso quasi flottante nel suo stato ectomorfico, ma che guardando prende al laccio il fantasma fallico, ed è allora che diffonde l’ ectomorbidezza del suo esserci (per il cazzo). Essenzialità fisica del desiderio, ectomorbidezza che riempiendo lo sguardo fa traboccare, fa zampillare il fantasma fallico che è lì nel suo punto luminoso, da cui rifrange. Momento della metafora, dono, regalo al posto del fallo che, avvenendo a livello della pulsione invocante, ratifica il riflesso del desiderio, la sua propagazione. Quando, nell’amore, si domanda uno sguardo, “quel che c’è di radicalmente insoddisfatto e di sempre mancato è che Tu non mi guardi mai là da dove ti vedo12”. Nell’attimo dello spostamento obliquo, ciò che ti guarda è,invece, là da dove ti vede e, inversamente, ciò che guardo è ciò che vuole vedermi. L’”oggetto flottante magico”, nel momento in cui prende al laccio il desiderio, è questo che dice: Vuoi vedermi da dove ti guardo? Ebbene, guarda, è questo! Dà qualcosa in pasto all’occhio, nella geometria del contesto nella prossemica morale che lo definisce, ma invita colui a cui il quadro è presentato a deporre là il suo sguardo. L’effetto pacificante della pittura è qui un effetto parzialmente gratificante. È dato qualcosa non tanto allo sguardo quanto all’occhio, qualcosa che comporta abbandono, deposito, dello sguardo. L’oggetto flottante magico, è questo, da dove ti guardo, ed è questo il luogo del desiderio che è colto al laccio, ed è là da dove ti vede, l’oggetto flottante magico irradia il fantasma fallico ed è là da dove vede il desiderio che guarda e che per 12

Jacques Lacan, trad.cit.:pag.104.

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essere così sfavillante è perché, essendo riempita del fantasma fallico, trabocca, sta traboccando. E’ questo, il mio culo ectomorbido fonte zampillante dei riflessi del fantasma fallico, che è lì nel punto luminoso irradiazione, sfavillio, fuoco, che si rifrange, si diffonde, inonda, riempie, trabocca.

Un tratto, è necessario fotterlo! Simone Dauffe che si fa prendere dal Bonheur cavalcandolo sulla sedia nella 33 del “Foutre du Clergé”, specie se è stata a passeggio o ha fatto la musardine al marché du samedi ou du jeudi à Chambéry-le-haut, o nella 38, l’inverso della bestia a due teste, le chevalier sul dorso, col cazzo teso e duro e lei, Simone, su di lui a rovescio, con la testa dalla parte dei piedi, facendo in modo di schiumare la fica sul piolo del fottitore, o nella 16, per quando, anche non la domenica mattina, si mette in ginocchio, il culo ectomorbido sui talloni e le Bonheur inginocchiato che l’infilza e spinge sconquassandole le combien, schiumandole il miele di giovane ectomorfa, inebriante kama-salila. Così come, essendo l’oggetto flottante magico, si è fatto fantasma essenziale per il Bonheur ha l’esenzione del senso attribuito allo haiku. L’ oggetto ectomorbido è leggibile, lo si ritiene semplice, prossimo, conosciuto, gustoso, delicato, “poetico”, in una parola offerto a un gioco di aggettivi rassicuranti; è una visione senza commento, interamente restrittiva, in cui è abolita qualsiasi idea di finalità13: come uno haiku non serve a nessuno, è necessario fotterlo “soltanto per fotterlo”. Ciò che sparisce nello haiku come nell’ oggetto ectomorbido che è Simone Dauffe sono le due funzioni fondamentali della nostra scrittura classica:da una parte, la descrizione; dall’altra, la definizione. La definizione di Simone si trasferisce al gesto, ma più che al gesto all’oggetto anamorfico, che come una sorta di efflorescenza inessenziale, eccentrica, è lasciata andare alla deriva nella (per la) libido del chiavatore, o dello scrittore. Non descrivendola, né definendola, come lo haiku, Simone si assottiglia sino alla pura e semplice enunciazione. E’ questa, è così, è tale. 13

Cfr.Roland Barthes,trad.cit.:pag.95.

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O meglio ancora: tale14! Dice, il suo culo ectomorbido, con un tocco così istantaneo e così breve, la brevità di Chambéry-le-haut, che non ha oscillazioni e riprese, è uno haiku, un tratto che riproduce il gesto indicatore che indica col dito qualsiasi cosa, dicendo soltanto: quello, l’oggetto ectomorbido, con un movimento così immediato, che ciò che viene indicato non ha, in apparenza, nulla di speciale, il culo ectomorbido di Simone è la pietra della parola gettata inutilmente: non ci sono né ombre né colate di senso, nulla è stato acquisito, come uno haiku che si arrotola su se stesso, una sborrata che appena fatta cancella il desiderio. Simone Dauffe,è questa, è così, Tale!

Valérie Andesmas nel solstizio d’inverno, il corpo-haiku che passa:Tale! Nel samedi del solstizio d’inverno, il concerto del Carillon delle 17:30 è quello del Sole in zona crepuscolare, sta sotto l’orizzonte di 7/8 gradi, dal lato di Torino, al Parc des Loisirs de Buisson Rond o al Centre équestre o sull’Avenue de Turin c’è una luce che ottunde il suono delle 70 campane. Dal Boulevard du Theatre, dove è allestito le marché de Noël, sembra che la luce si rifranga sulla fontana degli Elefanti. Valérie Andesmas, questo con longilineo ectomesomorfo, è sur la place du Palais de Justice che ripete il passaggio-haiku, quel suo passaggio che la moglie di Michel Arc contemplò a mezzogiorno in un’altra località quando Valérie aveva diciassette anni15. L’aria che esplode nel bagno di luce con tutta la forza della sua indifferenza, l’indifferenza di Valérie, che ora è qui tutta nella lentezza raccolta del crepuscolo che suona più densa, si è fatta donna e questa dolcezza ottusa contiene e amplifica quel suo passaggio esplosivo sulla piazza del paese di Michel Arc.

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“Il deittismo del corpo è rinforzato dal mezzo che lo trasmette: l’immagine. L’immagine è per natura deittica, designa, non definisce; in essa c’è sempre un residuo di contingenza, che può solo essere segnato a dito. Semiologicamente, l’immagine trasporta sempre al di là del significato, verso la pura materialità del referente”: Roland Barthes, Loyola, in: R. B.,Sade,Fourier,Loyola ,trad. it. Einaudi,Torino 1977: pag. 51. 15 Cfr.Marguerite Duras, Il pomeriggio del signor Andesmas, trad.it. Einaudi,Torino 1997: pag.43.

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Qui, Valérie ha perso più di un’ora di luce,ed è inverno, attraversa tutta la piazza lentamente con tutto il comodo degli altri che la guardano e del poeta come se le fosse dovuto da sempre senza che quelli, allora, e il poeta, adesso, lo sapessero. Il passaggio nell’immobilità del crepuscolo cammina nell’attesa dell’inverno, ma come se il passaggio-haiku –che non va definito né descritto- fosse attuato come una performance di azioni discontinue, di tratti, di accadimenti che si offrono così istantanei e brevi, con un tocco, alla lettura. Il Poeta mostra col dito dicendo soltanto: è questa, è così, Tale, è Valérie Andesmas16. Il concerto del Solstizio è questo corpo-haiku che passa, che è così, è questo, non può sottrarsi dal ricevere con tutto il suo peso gli umori passeggeri e duraturi, larghi, languidi, dolci, crudeli, combinati dalla sua libido femmina con la sua immagine.

Gli equinozi e il tempo terribilmente silenzioso di Brigitte Bridomble Nel samedi degli equinozi, sia a marzo che a settembre, il concerto del Grand Carillon delle 17:30 è invece quello del Sole, che taglia la cuspide dell’erotismo più ottuso, quello che sospende il linguaggio e tiene la sensorialità sul margine di una misura che non sta tenendo il linguaggio sotto il silenzio mistico dell’ineffabile, ma lo sta facendo esplodere di suono più che di luce. Il tempo è talmente pieno che sembra che sia il significante stesso di un’emozione profonda, senza che questa possa essere resa leggibile. E’ il concerto più terribile, quello più silenzioso perché più emotivo che si incastra in Rue de Boigne fino a Place de la Libération per cercare una via di fuga verso Avenue de Bassens, verso il centro commerciale “Carrefour”, che è come se fosse sulla cuspide del sole ottuso. In uno spogliatoio del centro commerciale, Brigitte Bridomble sta provando biancheria intima de “La Perla” mentre il Poeta, da uno spogliatoio contiguo e raggiungibile, si sta masturbando finché alla chiusura del concerto sborrerà addosso a Brigitte, sull’ultimo modello “La Perla” di seta avorio, teso come il tempo pieno e ottuso, terribilmente silenzioso, sulle chiappe della longilinea mesomorfa dall’indice del pondus pari a 17,30: il pondus del Grand Carillon dell’equinozio. 16

Cfr. nota 14.

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Silvia Crocetti all’Atelier pédagogique in primavera In un samedi dopo l’equinozio di primavera, il concerto del Grand Carillon delle 10:30, il Sole che taglia il vertice sud-est ha tutta l’estroversione che alla sua totale completezza cancella ogni prevaricazione del senso. Il funzionamento paradigmatico così sconvolto si porta verso il suo termine opposto: la sensorialità introversa. L’illuminazione, aussi, sembra che abbia la rotondità del suono, una sorta di iperestesia breve che ha l’esattezza, come se avesse la purezza, la sfericità, il vuoto di una sola nota musicale. E’ il concerto che da Rue du Château e Place Monge accessibile in tutta la sua semplice significanza nell’Esplanade de l’Europe, sia al Carré Curial che all’Espace Malraux o alla Galerie des Sciences et des Techniques, dove nell’Atelier pédagogique Eureka, à destination des scolaires, Silvia Crocetti, con l’abito che aveva nel giugno di Torino e il cinturino in vita e le stesse scarpe con tacco non più alto di due pollici, nell’intervallo della sua lezione, nella toilette sta vigorosamente suonandosi il Carillon avec un concombre di almeno mezzo chilo. Al culmine del piacere, invece di urlare “Eureka”, sospirerà “Bonheur! Oh,mon bonheur!”

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L’allure-tratto di Silvie Crozet, il qualcosa che il poeta sta ascoltando in Rue de Boigne Silvie Crozet, che sembra omonima della Silvia Crocetti torinese, è anche lei una longilinea mesomorfa dal pondus attorno a 17.30 , permette, con la sua allure, alla città di significare, di essere letta. Chambéry, la premiere ville de France pour la lecture publique nel 2001, ma che è la premiere ville du mond pour la lecture publique du Bonheur dal 1981, ha una sorta di punto significante nei portiques di Rue de Boigne. Che, in questa città resa immensa dal Grand Carillon, è il punto più conchiuso, raccolto e delimitato. Rue monumentale che con les portiques à la mode transalpine concentra l’instabilità, punto coperto e profondo che attraversa la città, in cui il suono del luogo – che è la campana del Grand Carillon dalla Torre Yolande – si propaga, passeggia,delizia del flâneur. Che è questa, è così, tale l’andatura di Silvie Crozet: autentico gran carillon che, per come suona dentro, sotto i portici, è come se fosse incorniciato, suono teso da una sorta di precisione che si mette nel delimitarsi, nell’arrestarsi, nel sospender il passo, nel concludersi. Netta, nella sua nitidezza, ma con un supplemento, una frattura del senso che toglie all’allure ogni aleatorietà, presenza che si staglia in questa cornice invisibile, con un contorno netto, in cui il colore, l’ombra, il tocco riempiono il nulla che c’è attorno; allure-tratto, oggi in jeans chiari che indossa come la pura percezione

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sensitiva alla Hume, così come fece a Torino Sandra Alexis17; un altro giorno, col vestito di Silvia Crocetti, delizioso corpo che sospendeva nel tratto dello haiku il suo deretano da 17.30, capolavoro di rarefatta corposità, pensiero-immagine, intenzione naturale del con che si squassa nel camminare, perfezione di una presenza che fa vedere il qualcosa che si sente, che lei, che cammina sotto i portici, sta sentendo e sta facendo sentire, che il poeta, che la segue sotto i portici, sta ascoltando quel qualcosa che sta vedendo. Il Grand Carillon delle 17:30, il pondus di Silvie Crozet che fa 17.30 e che camminando per i portici di Rue de Boigne va letto come allure-tratto che oscilla da 14 a 1618.

La marca della transustanza: qualcosa è enumerabile, il fantasma è colmo Elle sait qu’il la suit. Elle sait. Il l’a déjà fait. Il, Alain Bonheur, sait suivre la femme qu’il désire, d’assez loin afin qu’elle s’exaspère un peu plus qu’il ne faudrait. Il les préfère aussi, lui : à Turin , Silvia Crocetti, il 13 luglio dopo quel 19 giugno della “main-gervaise “, quando riapparve sotto i portici di via Cernaia e, poi, per il corso Siccardi, a lato del mercatino del martedì quasi chiuso e vuoto dell’estate, quasi alla stessa ora del 19 giugno, ma ora lui la segue da lontano, sa seguire la donna che ha toccato il 19 giugno, abbastanza lontano da farla esasperare un poco più del necessario, Silvia Crocetti quasi sul bordo del marciapiede centrale su cui ci sono le bancarelle, nella sua tesa precisione per come si delimita, si staglia, quasi si arresta o sospende il passo, au comble, comme il la veut, de l’exaspération venue de ce qu’il ne l’ait pas encore rejointe, perché il passo del poeta è rimasto calmo, uguale? Non arriverà a toccarmi, perché è questo che sta aspettando Silvia, quando mi toccherà mon corps? Quasi si ferma, svolta in via della Cittadella, eccola sulla scala dell’edificio a fianco della Biblioteca Civica, dove ogni giorno il poeta è di casa e dove mai aveva visto Silvia Crocetti, e Silvia Crocetti del 19 giugno al mercato della Crocetta, ora è lì che Cfr. V.S. Gaudio, La maneira de andar di Sandra Alexis,”Lunarionuovo”,anno XXVII, n.15, Catania aprile 2006. 18 Cfr. nota 2. 17

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entra, in una scuola, eccola sulla scala, illuminata, quasi ferma, sur le pas du désir, che Alain Bonheur sta ascoltando. Il poeta questo qualcosa sta ascoltando: le dernier pas du désir, la sospensione, o l’esasperazione,dell’ultima posa, l’ultima piega del passo, l’ultima luce dello splendido pondus della longilinea mesomorfa sabauda. L’allure-tratto che riempie il nulla che c’è attorno,il n’y a persone,là, la voici dans un escalier qui,lui, est dans le soleil. Verticale, au comble du désir. E’ questo che è venuta a fare Silvia Crocetti il 13 luglio successivo al tocco-kairos del mercato della Crocetta, a far vedere il corpo, e “per far vedere un corpo bisogna o spostarlo, rifrangerlo nella metonimia del suo vestire, o ridurlo a una delle sue parti”19: si è spostata, dalla Crocetta alla Cittadella, dal luogo in cui è avvenuto il kairos al luogo in cui - il poeta se ne avvedrà dopo, con l’esprit de l’escalier, quando lei, au comble della misura sull’escalier, entrando nella scuola, definirà la sua traccia – il kairos può avere una storia poiché è lì che l’identità di quel corpo può, potrà, essere definita. Il poeta si ritrova allora in tutta la felicità d’enunciazione, come il monaco Severin che trova a Justine “una decisa superiorità nel taglio delle natiche, un calore, una strettezza indicibile nell’ano”20, l’individualità immediata di linguaggio di Silvia Crocetti è questa decisa superiorità nel taglio del dorso, nella sua totalità, dall’apice delle spalle alle natiche, e delle gambe, una consistenza morbida che, in toto, fa vedere la transustanza del corpo longilineo-mesomorfo, illuminato dal désir e dal sole urbano meridiano, perciò “totalmente desiderabile e assolutamente inaccessibile” con quel po’ d’isteria, che c’è in ogni mostrarsi, che sta combattendo quel po’ di feticismo che è nel ritaglio stesso del désir, che sarà la frase scritta del poeta21. E’, quando Silvia Crocetti, all’ultimo gradino dell’escalier, un po’, un attimo prima che il portone della scuola non faccia più vedere il suo corpo22, che il sole è meno verticale, e che da una finestra il paesaggio si addolcisce, un fléchissement de la 19

Roland Barthes,Sade II, in: R.B.,Sade,Fourier,Loyola,trad.it.Einaudi,Torino 1997:pag.115. E’ quanto riferisce Roland Barthes,ibidem. Va da sé che nella transustanza del corpo longilineomesomorfo il poeta stia ascoltando proprio quella “strettezza indicibile dell’ano”, che è carattere essenziale e profondo in un corpo che mostra, espone in superficie, la morbidezza sabauda 21 Cfr.Roland Barthes,ibidem:pag.116. 22 Trattandosi, ormai è evidente, di una scala esterna, scoperta, essendo perciò “un escalier en horsd’oeuvre”, questo “di più”, che è là in alto, non può che, davvero, costituirsi come l’”anticipo”, hors, di un désir che sarà lassù, au haut, in cima, de l’escalier, alle scale. Il farsi vedere di Silvia Crocetti è davvero al culmine della saturazione, dalla Crocetta in cui tutto è orizzontale, al piano dell’interazione, mette il corpo in alto, culminazione del passaggio al meridiano, “hors-d’oeuvre” che si qualifica per ciò che è: opera di più, transustanza, morbidezza del dentro che è tanto colma che viene fuori. Silvia Crocetti: elle est le corps au gré plus haut de l’escalier, l’oeuvre che è fuori, œuvre-hors più che «hors-d’œuvre ».Opera fuori, al grado più alto, il corpo della morbidezza sabauda che è venuto a farsi vedere au gré plus haut perché le-colle le désir e entrando all’cole sarà le colle-désir, le fantasme qui se colle, il “fantasma irreprimibile”. 20

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chaleur se produit, che il désir était fait, il fantasma è colmo, la passione è netta, non è né deformabile, né trasformabile, né riducibile, né misurabile, né sostituibile: non è una forza, come in Fourier è un numero: questo corpo in Rue de Boigne o alla Cittadella sur l’escalier de l’école è questa monade felice, franca, naturale, che va solo combinata fino a raggiungere l’anima integrale del Poeta, corpo transustanziale di 1620 caratteri in Fourier ma corpo sabaudo di 170 centimetri e 138 libbre, con un indice del pondus di 17.5, che, in movimento, à Turin, o à Chambéry, lì Silvia Crocetti e qui Silvie Crozet, fa forse 1620 metri perché la passione del Poeta abbia il numero dei caratteri fourieriani? Non è l’immaginazione del particolare che definisce specificatamente il fantasma, almeno non è l’immaginazione del particolare somatico, per questa finezza fisica che passa e che è lì sospesa tra il tocco del 19 giugno e il farsi vedere del 13 luglio, c’è tutta la luce che ha fatto passare la pura venustà dell’anima integrale. Il suo esserci, l’esserci del corpo di Silvia Crocetti, è questo che ha fatto. Si è fatta saturazione stessa, riempiendosi come una frase d’espansioni, incisi, subordinate, determinanti, come nell’erotica sadiana, in cui “resta sempre un supplemento di richiesta, di desiderio, che si tenta illusoriamente di estinguere, sia ripetendo o permutando le figure (…), sia coronando l’operazione combinatoria (…), con un senso estatico di continuità, di copertura, di perfusione”23. Si è fatta inondazione, per l’ erotica sadiana, e numero, per l’ erotica fourieriana, è questo il corpo illuminato che c’è nel fantasma irreprimibile del Poeta: Silvia Crocetti enumerabile, per i suoi 170 centimetri, i tacchi da 2 pollici, il pondus da 17.5 , in ragione dei 35 pollici e ½ dei fianchi e dei 62 chili e ½ del peso; Sylvie Crozet enumerabile, per i suoi 167 centimetri e ½, i tacchi da 2 pollici, il pondus da 17.5 in ragione dei 35 pollici dei fianchi e dei 60 chili del peso. Il numero è esaltante, non perché ingrandisce, ma perché demoltiplica e combina, immediatamente si fa statura, peso, pondus, in movimento, del desiderio, che, perciò, va misurato in passi. Per questo, Silvia Crocetti e Silvie Crozet, questi nomi propri del desiderio hanno un numero, un numero che garantisca l’immoralità dei rapporti umani e la disponibilità del fantasma, ovvero il calcolo del Bonheur. Che non è come il “calcolo del piacere” fourierista, che si ritaglia, la cui cerimonia emblematica sarebbe, come scrive Barthes, l’orgia di museo24. 23

Roland Barthes,ibidem:pag.117. Cfr.Roland Barthes,Fourier, in: R.B.,trad.it.cit..pag.71. La cerimonia emblematica, per il calcolo del Bonheur( l’abbiamo già vista in: Silvia Crocetti all’Atelier pédagogique in primavera) è quella che potremmo chiamare le bonheur-école che, scampanellato col batail-cocombre all’Atelier Eureka, fa rintoccare il paradigma sociale della signora sabauda: T) qui, entra all’école e colma il fantasma del Poeta; C) lì, a Chambéry, all’atelier pédagogique fa all’école le bonheur, c’est-à-dire le bonheur « le-colle ». 24

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Silvia Crocetti e la sua omonima Silvie Crozet non ha da esprimere solo un ritaglio, un feticcio, né ha da soddisfare una determinata mania. Il calcolo del Bonheur, che è sempre dentro il desiderare troppo, a patto che questo sia in rapporto alla grammatica del désir del Poeta, riguarda l’anima integrale, cioè non si potrà mai contabilizzare, in merito a Silvia Crocetti e alla sua omonima di Chambéry, particolari, ritagli, rilievi, dettagli, curve da investire, ma si calcolerà la totalità della pratica fantasmata, perché i due oggetti saranno inondati totalmente e virtualmente in una totalità di posizioni senza particolari picchi o ritagli. L’assolutezza anonima della transustanza somatica savoiarda, fattasi corpo in Silvia Crocetti a Torino e in Silvie Crozet a Chambéry, richiede tutta la virtualità dei possibili, non ha bisogno di cercare una marca, che deliberi sulla binarità, essendo la marca in assoluto ha il paradigma dell’ebbrezza della mente, in cui il Bonheur supera le possibilità –singolari ed enumerabili per dettaglio- intraviste dal desiderio. La bellezza e il corpo chambérien, il grado elevato del mou Quando la si incontra la bellezza non rappresenta mai un’essenza, il vertice o il compimento di una ricerca, è semmai soltanto un accidente, un’eccezione dell’insulsaggine, uno scarto nella ripetizione che connesso con la fragilità, l’individualità, la voluttà dell’incontro e l’illuminazione di una tipologia rende possibile finalmente la classificazione del Bonheur25. Il Poeta fa questa scoperta miracolosa sfuggendo a quello che Barthes chiama la doppia insulsaggine della differenza assoluta: una tipologia s’impone, da cui, nel luogo pubblico che glielo mostra, afferra dei segni individuali ma conosciuti, come se fosse un corpo nuovo ma virtualmente ripetuto, si elude lo stereotipo preservando l’intellegibile. La tipologia che s’impone designando questo corpo nuovo reso intellegibile ha la stessa ritmica degli haiku, la ripetizione della stagione, il mercato, la Braderie, il samedi del Grand Carillon all’Angelus meridiano e all’Angelus del vespro, le strade, i parchi, la stazione.

Tanto che, voluttà du Jumelage, possiamo invertire le funzioni : T) qui, entra all’école perché le Bonheur “le-colle”(sente il piacere che s’incolla); C) lì, all’école sta ricolmando il fantasma turinois del Poeta che “le-colle”(l’incolla, la tromba). 25 Cfr.Roland Barthes, trad.cit.:pag. 112.

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La tipologia di questo corpo nuovo è così che diventa avvenimento irriducibile, con la semantica dell’istante solare connesso a quella stagione, a quel mercato, a quella Braderie, a quell’Angelus del Grand Carillon, a quella Foire. Il corpo chambérien, la femme chambérienne qui donne bonheur alla libido del poeta, è come se si spingesse sino all’estremo della propria individualità, che è come l’individualità giapponese di cui dice Barthes: ”semplicemente differente, rifratta, senza privilegi, di corpo in corpo”26. E’ per questo che la bellezza chambérienne non è una singolarità inaccessibile: essa, essendo ripresa qui e là, correndo di differenza in differenza, ha il sintagma longilineo mesomorfo di Silvie Crozet; quello più ectomorfo di Simone Dauffe, il sintagma normomesomorfo da indice costituzionale 56 di Brigitte Bridomble, il sintagma biondoleggero di Valérie Andesmas, la morbidezza della misura savoiarda di Silvia Crocetti, l’ allure-haiku che somatizza la pastosità ellittica della “tomate” e delle natiche, monumento chambérien e turinois che corporalizza il Grand Carillon, le Grand Con che tiene il desiderio morbidamente teso, sospeso, come il tiramisù che, anziché il pan di spagna, ha come base l’impareggiabile savoiardo che, a strati, si fa tessuto connettivo intriso di caffè e farcito con mascarpone mescolato a uova, zucchero e panna montata, ricoperto da un velo di cioccolato in polvere e servito freddo, ha il grado elevato del mou, quel “mou” delle “tomates” che à Turin Silvia Crocetti demandait. Tale, è questo, così, il cul-tale di Silvia Crocetti, ha la protensione mou de la tomate, pomodoro o capocchia che sia, dolce tiramisù che connette il dolce savoiardo intriso e farcito di panna di libido montata.

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Ibidem: pag.117.

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Il campo fantasmatico e l’heimlich dello haiku fattosi Tale, la sensualità introversa e la libido a sciamberga Questo campo fantasmatico largo che attiene alla libido chambérienne è tutto già annunciato nel nome di Chambéry. Che contiene “Chambrer”, “Chambarer”, “Chambarder” e che rinvia allo spagnolo “Chamberga”, ‘casa ancha que pasaba de las rodillas’, casacca larga che superava le ginocchia, “Chambergo”, ’sombrero ridondo y sin picos’, cappello rotond e senza sporgenze, e ai dialetti italiani, al corso “Sciamberga”, al benev. ”Sciammerga”, al cal. “Sciamberga”, “Giamberga”, al sic. “Giammeria”, “Giammerga”, al nap. ”Sciammeria”27, che, essendo sempre in ogni modo una specie di marsina in uso nella buona società o una casacca, è speculare sia alla “Braderie”, la foire de la braderie, che è quella degli abiti usati, smessi e quindi “larghi”, sia allo “Sciammerione” napoletano28, che è qualunque abito da uomo molto lungo e largo. Ma “Sciammeria” e “Sciammerga” a Napoli vale anche per coito, in modo specifico per “sonata” e “trombata”29, il che chiude di botto il campo paradigmatico di “Chambéry” con questo effetto-heimlich: dal nome proprio della città al vestito, alla casacca, che commuta la tipologia chambérienne e la distingue per la tipica Grande Braderie fino all’erezione del Grand Carillon nel 1993, affinché, da veri chamberts, si dica al mondo intero che è questo, il luogo della Sonata, è il luogo della Trombata, virtuale o effettiva di una libido a sciamberga, larga, usata, smessa, venduta, riusata, allargata, smessa, rivenduta, ricomprata, è ancora l’ineffabile, l’heimlich dello haiku fattosi tale: è così, si sciamberga, con il corpo e con lo spirito, nous chambrons, nous chambardons, nous sommes les cloches du Grand Carillon, nous carillonnons la sciamberga, la Sonata, la Trombata. E’ così. Tale. Chambéry! La libido a sciamberga comporta la larghezza della casacca e la rotondità del cappello, che, a sua volta, rinvia, questo chambergo, ridondo e senza sporgenze, alla campana, che, come vedete, o sentite, moltiplicata per 70 alla fine del secolo XX, c’era già tutta, come puro significante che, essendo così haiku dell’abbigliamento, avviene nell’ordine infinitesimale, che, appunto, essendo etimologicamente un’avventura, “può trattarsi – come scrive Barthes – di 27

Cfr. Bruno Migliorini, Dal nome proprio al nome comune,Casa editrice Olschki, Firenze-RomaGinevra, 1927: pagg.178-179. 28 Cfr:Raffaele Andreoli, Vocabolario napolitano-italiano, Torino 1887. 29 Cfr. Ibidem: Lemmi Sciammèria e Sciammerga. A “Sonata” e “Trombata”, ci sarebbe da aggiungere anche “Frullata”. Cfr. anche: Bruno Migliorini, op.cit.: “A Napoli anche ‘giovanotto di buona famiglia datosi alla mala vita’ e ‘amplesso’”: pag.179; cfr. anche: Alfredo Niceforo, Il gergo nei normali, nei degenerati e nei criminali,Torino 1897; Ernesto Ferrero, I gerghi della malavita dal ‘500 a oggi, Mondadori, Milano 1972.

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un’incongruenza d’abbigliamento, di un anacronismo di cultura, di una libertà di comportamento, di un’eccentricità di itinerario, eccetera”30. Nell’avventura c’è allora la sciamberga che è, sì, questa casacca peculiare, o questo cappello senza sporgenze a campana, ma che è questa ampiezza o questa braderie della libido, in cui il désir si legge come se fosse nella scrittura pubblica, vivente, della strada, del mercato, della foire, o nelle letture pubbliche dei piaceri, e che riconosciuta una ripetizione senza origine, un evento senza causa, una memoria senza persona, una storia senza che sia stata scritta, va appunto trasformata, elaborata, in haiku del samedi, cioè in linguaggio che ci è negato, questo scampanellare di queste avventure basse, questo chambarder che ha l’ebbrezza erotica di una lettura in cui la fermezza della traccia è talmente heimlich che non si può dire ma si può trasformare in suono, ma anche la sonata, la rombata, la “chamberia” del Grand Carillon avviene nell’ordine paradigmatico del nome proprio che, essendo aperto e avendo perciò elementi aggettivali, consente una classificazione semantica più ampia31. Il carattere “aperto” del paradigma di Chambéry, in virtù del fatto che i significanti particolari della polisemia producono più allolessemi, sarebbe basato, in un corpo, in una tipologia somatica, sulla opposizione tra l’ “avidità attiva” della parte inferiore del viso(labbra,mento) e la “tonalità facciale”: la correlazione caratterologica di tipo sanguigno-collerico, nEAP/EAP, in cui l’aria impudente, pur essendo visibile, ha un tratto di sazietà che fa pregustare una forte eccedenza implosiva. Di fronte al paradigma semantico aperto, a questa sciamberga paradigmatica dell’archetipo femminile savoiardo, il significante del desiderio del lettore, del visitatore, dell’ospite, del poeta reagisce con una gradualità più profonda che tende la polisemia che va dalla lusinga alla tentazione, e anziché sobillare le molestie e gli apprezzamenti immediati del paradigma “chiuso”, provoca i richiami, le suggestioni, e la larghezza ripetuta, il riuso dell’immagine nel campo fantasmatico del desiderio. La trombata, di suo, per essere attuata, non ha mai i caratteri monosemici del visibile e del flagrante, pur essendo così sonata non può essere né flagrante né plateale, necessita (altrimenti tutt’al più sarebbe una sveltina) dei caratteri polisemici del sottile e del coinvolgente, della sensualità che è ampiezza, uso, durata, ripetizione. Voi capite che, se nello chambertement, nell’indiscrezione, di questo Grand Carillon che suona 70 cloches per denotare che qui si sciamberga, c’è l’abitudine, l’uso, o l’usato che è la ripetizione, il fantasma della signora savoiarda che narrò in libreria in che modo venisse allietata per se coller une douce, è un po’ come quello della Signora sarda del Poetto, la cui particolarità genetica e quindi l’insularità 30

Roland Barthes,trad.cit.:pag.93. Cfr. V.S.Gaudio, La Bona monosemia e la Bona polisemia: il paradigma aggettivale, in: V.S.Gaudio, Miele,© 2002. 31

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geografica, con i suoi rami evolutivi lunghi, tende sempre a limitare la propria esogamia che, è in ragione di questa circoscrizione che, ottunde ancor di più il senso, tanto da rotondamente spingere la libido del poeta-straniero a spezzare i rami lunghi dell’”insularità savoiarda”32. Nel senso ottuso del visionatore, nell’ambito di Nostra Signora del Poetto, c’era la voluttà di poter entrare nel ballo tondo della signora sarda e nella sua insularità così indifferente e piena; la circolarità del ballo, l’aria solenne e lenta del flauto pastorale a tre canne, pretende, per un risultato più significativo, una rombata con un suonatore abituale, cioè endogamico. Anche se lo straniero entrando in questa virtualità potrebbe suonarle, sempre con un tempo ternario, la Gagliarda o un Ballo Tondo, più che una Sinfonia o una Ciaccona. La trombata chambérienne, la sonata a 70 campane, è questa tentazione savoiarda, questa rete simbolica gettata sullo straniero: le foutre a sciamberga è scampanellato: c’è questa insenatura inclusiva e introversa, questo “starsene per sé” della sensualità indifferente e introversa, questa assolutezza anonima, la morbidezza turgescente, anche se le lubriche fantasie della signora hanno la circolarità d’uso endogamico. Dalla Grande Braderie de Printemps alla Grande Braderie d’Automne, fantasmi usati,smessi, venduti, acquistati, riusati, rismessi, rivenduti, riacquistati, sempre più larghi e più ampli, con più senso e più storia, circolarità del desiderio in cui si legge l’histoire e in cui avviene le sens, in cui viene riconosciuta una ripetizione senza origine, un evento senza causa, una memoria senza persona, una parola senza ormeggi33.Avventure che 70 per volta, ogni samedi, al tocco antimeridiano e al tocco postmeridiano, senza sbavature, senza margini, vengono suonate, carillonnées, chambardées: l’io ha così un modo grafico di esistere, che è il modo essenziale del desiderio, in cui ogni volgarità è come decantata, non dipende mai da una teatralità e quindi da aggettivi monosemici del corpo ma dal tratto, lo haiku che semplicemente fa esistere il quadro fantasmatico, la fantasia, la voglia: “Quando tu chiavi accontentati di chiavare; quando tu desideri, accontentati di desiderare. Ma soprattutto non esitare!”

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Cfr. V.S.Gaudio, Nostra Signora del Poetto, Una base geodetica del senso ottuso, © 2004. Cfr.Roland Barthes,trad.cit.:pag.93.

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Le tiremoi dés-sus e l’esercizio della cucchiaiata, l’attraction de Chambéry Le tiremoi-dés sus, la cui base a pan di spagna è sostituita da tanti strati, tanti tratti, di savoiardi, è il dés-sert de Savoie , il désir-dessert che mi tira su, remente-moi, releve-moi, ce délice-ci che, come il “Délicieux” di cui dice Vásquez Montalbán, “può eccitare le immaginazioni più marmoree”, però se è la “Tentazione di Jansson”(che non è un dolce), “raccomandabile per pelli bianche e carni fredde”34, è la cosa da scrivere: su una morbidezza che è la transustanza mesotonica delle chiappe di Silvia Crocetti, la crema o il savoiardo incremato è teso come un puro significante, corpo femminile nella sua realtà tattile, misura di una donna che sa come sta sospendendo l’histoire, l’umore dell’histoire e il tocco délicieux del dés-sus, miscela di uova, cioccolato, panna montata, mascarpone, così raffinata nella sua precisione e indifferenza di mesomorfa, codice somatico di giovane donna che assorbe e deliba tutto il reale femminile nella diffrazione sottile del suo esserci, al mercato della Crocetta e alla Grande Braderie. Il suo esserci, questo dessert de Savie, che tira su le désir du poète dans le désert de la foire, è il gesto della femminilità, tale, è questo, così, non il suo plagio, un’idea che ha il tocco disteso, carezzante di un fremito di dolcezza, la doucer du Tiremoi dés-sus che per un pondus da 17.30 ha questo strato connettivo, questa struttura savoiarda, che, in una longilinea di 5 piedi e 7/8 pollici, rivela, illumina, sospende questa misura, questa delizia di culo, questo tiremoi dés-sus, o dés-sous da sotto, savoiardo che ha la stessa transustanza della carne di quel culo, la stessa morbidezza inzuppata,la stessa sospensione ottusa, che scuote il senso, semplicemente ed esattamente ripetendolo per non più di due volte, fino a farlo cadere. Nel silenzio, nell’istante in cui il significante, quel puro significante, si è confuso, délice du dos de Silvia Crocetti qui marche, délice du tiremoi dés-sus, de son dessous, che in crema il palato, délice sinestetico che riempie la libido fino a saziarla di leccate e rileccate, toccate e ritoccate, strusciate e ristrusciate, impiastrate e impiastrate nello spazio ottuso che sospende la transustanza morbida, savoiarda, di Silvia Crocetti.

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Cfr: Manuel Vasquez Montalban,Ricette immorali, trad.it. Feltrinelli, Milano 1995: pag.65.

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Così, le tiremoi dés-sus va delibato, dolce al cucchiaio, mon délice de la tomate, le bonheur de Savie qui donne bonheur au savoyard. Du poète. Da una terrasse de Rue de Boigne, in una pâtisserie in cui Silvia Crocetti ama questo délicieux dolce al cucchiaio, al mettersi inginocchiata su una sedia in cucina nella posizione che abbiamo chiamato l’ “attraction de Chambéry” e che ora andrebbe ridefinita come “le tiremoi dés-sus”35, Silvia Crocetti con i gesti larghi a sciamberga si delizia col dolce al cucchiaio e il poeta in piedi col savoiardo inzuppato sconvolge il funzionamento paradigmatico, riguardo al mondo, con l’esercizio della cucchiaiata, della domanda-risposta, per cui, per la completezza dello zen che non ha prevaricazioni del senso, qualora venga pregustato un termine vi si riporterà il suo termine opposto: dirà Silvia col cucchiaio di tiramisù: è questo? Risponderà il poeta col savoiardo sbattuto sul meridiano del culo: non è questo; la donna con un’altra cucchiaiata domanderà: è A? L’uomo con un’altra impiastrata del tiramisù tra le chiappe: non è A. Silvia domanderà del saggio. Le risponderà il poeta parlandole dell’uomo comune. Silvia domanderà: è non-A? Lui risponderà: non è non-A oppure né A né non-A. Il cucchiaio sarà nell’ordine del gusto e del tatto, quando il savoiardo lo sarà nell’ordine del tatto e del gusto ma con la raffinatezza che attiene ai due sensi: l’uno entrerà in bocca, morbido; l’altro toccherà, sarà trattenuto, sarà fatto tratto, haiku, nel meridiano del culo, mai e poi mai dovrà entrare perché altrimenti non sarebbe più tratto dovendo essere “estratto” per potersi rifare “tratto”, haiku. Ciò che viene colpito è il fondamento del segno:

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La doppia ridefinizione della 40 del “Foutre du Clergé”, che è “la Rocambole de Milan”, prima in “L’attraction de Chambéry” e, adesso, in “Le tiremoi dés-sus”, rinvia alla “crudezza” delle prodezze linguistiche di Sade, per il fatto che Barthes faccia notare che “c’è un’analogia di situazione fra la parola cruda e la parola nuova: il neologismo è un’oscenità e la parola sessuale, se è diretta, è sempre ricevuta come se non fosse mai stata letta”(in: La crudezza,in: SadeII, trad.cit.: pag.121). Se “attraverso la crudezza del linguaggio si stabilisce un discorso fuori-senso, che elude ogni ‘interpretazione’ e anche ogni simbolismo, un territorio fuori dogana, esterno allo scambio e alla penalità”(Barthes, ibidem: pag.121-122), se si vuole una sorta di lingua senza supplemento, la neodenominazione di una posizione e di un dolce al cucchiaio, che è, non lo si dimentichi, crudo, cioè si mantiene nella denotazione pura, come se fosse un linguaggio algoritmico della scienza, è come se questo hors-de-sens, che è speculare all’horsd’oeuvre, di cui alla nota 22, spostasse, morbidamente, voluttuosamente, dolcemente, il limite della lingua, un’audacia introversa che spinge il bonheur al limite della lingua, la cucchiaiata del “tirami il desiderio sopra”(o: “cavami il desiderio sopra”, “stampami il desiderio sopra”) è questa cruda “denotazione pura” del godimento, che ha un hors-de-sens che, cucchiaiata dopo cucchiaiata, fa del limite della lingua, in merito al Bonheur, un lessico senza soggetto, in merito al sintagma verbale del Bonheur. Per questo, “le tiremoi dés-sus”, posizione e dolce, è osceno,

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con la precisione, la pazienza, il raffinamento e la saggezza, il cucchiaio, il dolce, il savoiardo otterranno degli strati sovrapposti di senso, ciò che viene chiesto e ciò che viene risposto non deve svilupparsi né nel discorso né nell’assenza del discorso:il desiderio è opaco e tutto ciò che si può fare è ripeterlo, 70 cucchiaiate di tire-moi per Silvia, 70 savoiardate di dés-sus a Silvia, affinché il paradigma non venga chiuso, né risolto, ma sia riassaggiato, rileccato sino a che il dolce finisce. L’attraction de Chambéry è questa, questo Tire-moi dés-sus che rompe la radiofonia interiore che risuona continuamente in noi, fino a svuotare la coppa del dolce, quando finalmente il Bonheur, che arriverà puntuale all’ultima cucchiaiata e alla contemporanea ultima inzuppata del savoiardo, l’ineffabile avrà la sua misura, pura, sferica(ottusa) e vuota. Come una cucchiaiata di tiramisù. Che, per non dare un senso alla sorpresa e allo spunto, come la nota musicale, va ripetuto due volte, per non svelare il senso. Né singolare né profondo è allora il Bonheur, semplicemente, come uno haiku, è “un rigo sotto la nullità del senso”36, ovvero una cucchiaiata di tire-moi che da sotto, dessous, tende la transustanza del corpo o del tocco fino al dés-sus, al desiderio sopra.

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Cfr.Roland Barthes, L’impero dei segni, trad.it.cit.pag.88.


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Il determinismo dei 70 Batails e le goulage de la Chambérienn Nell’argot, la “Bataille des Jésuites” che è la masturbazione e che contiene il paradigma numerale di “cinq contre un” per “se coller une douce”, nella semantica eufemistica di Chambéry le “concert du Grand Carillon” sarà la masturbazione, la sonata, la trombata, la sciammeria napolitaine, che contiene il paradigma numerale di “soixante-dix”, c’est-à-dire soixante-dix batails, battants che suonano la campana pour se coller une douce, pour faire mousser le créateur. Dalla “Bataille des Jésuites” a “les Batails des Chambériens”, da cinque contro uno a settanta per una. E’ questa la sciammeria, la sciamberga, questi 70 battants che allargano, « sciammerîano” la campana, la cloche, de Madame la Chamberga. L’estensione del determinismo nella vita psichica, come fu analizzata e riconosciuta da Freud, oltre che spiegare questo paradigma numerale nell’inconscio collettivo degli chambériens, ci fa trovare altre corrispondenze, come ad esempio questa che attiene agli anni in cui fu eretto, e quando apparve nel quotidiano chambérien, il Grand Carillon: con una popolazione registrata, negli anni novanta, tra 54 e 56000 abitanti, rapportata alle 70 campane o, se vogliamo, ai 70 battants, i 70 batails che sono chiamati a comporre la Sonata, avremmo circa 800 suonatori virtuali per fare la Sciamberga37. 37

Il paradigma numerale, che è nell’inconscio collettivo del corpo chambérien, o, meglio, della femme chambérienne, è un po’ come l’immaginazione della Juliette di Sade che è, per Barthes, “eminentemente contabile (tanto che): a un dato momento mette a punto un progetto numerico, destinato a corrompere con certezza, con progressione geometrica, tutta la nazione francese”(Roland Barthes,Sade I, in:R.B., Sade, Fourier, Loyola, trad.cit.:pag.18). La stessa cosa che, essendo una formazione elementare, si ripete fatalmente tanto che se ne può tenere la contabilità: come Juliette che, all’uscita da un’orgia fatta presso i monaci, fa i suoi conti, ed è stata posseduta 128 volte in un modo, 128 volte in un altro, ossia 256 volte in tutto, così la femme chambérienne, ad esempio Jeanne Damien o Simone Dauffe, farà la contabilità di quante volte sarà presa in una posizione e di quante volte sarà presa in un’altra posizione: Simone Dauffe, la ventunenne ectomorfa, potrà ritrovarsi dopo dieci anni a fare i suoi conti per stabilire quante volte s’è fatta fare nella 33, quante volte nella 16 e quante volte nella 38; Silvia Crocetti, invece, potrà rapportare le 70 tomates alla numero 40 del “Foutre”, per fare la contabilità tra un 19 giugno e l’altro, oppure contare in quale mercato, se alla Crocetta o a Chambéry, gliel’hanno toccato di più. La contabilità ha sempre un vantaggio economico: in quanto linguaggio di un linguaggio, come dice Barthes, “essa si presta ad appoggiare una circolarità infinita delle colpe[dei piaceri] e del loro calcolo. Ha un altro vantaggio; vertendo sui peccati[sui piaceri] contribuisce a creare, fra il peccatore[ la peccatrice] e la somma numerabile delle sue colpe[suoi godimenti], un legame narcisistico di proprietà”(R.B.,Loyola, in R.B.,op.cit.:pag.59). Ma ha anche il vantaggio della sua pulsione ossessiva, che, in caso di errori, potrà far aggiungere altri godimenti: “La contabilità è ossessiva non solo perché è infinita, ma soprattutto perché genera le proprie colpe: trattandosi di contare i propri peccati(…), il fatto di contarli male diventerà a sua volta una colpa( e quindi un piacere) da aggiungere alla lista originaria; così questa lista è soggetta a infinità, il conto redentore delle colpe richiamando per contropartita le colpe stesse del conto”(Ibidem:pagg.58-59): se Simone Dauffe, nell’esame particolare della domenica in cui fa siffler les oreilles al fantasmato, destinato soprattutto a contabilizzare quanti colpi, di una certa potenza, l’uomo fantasmato le ha inferto, la

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Nell’arco del tempo in cui, virtualmente, una donna potrebbe permettersi l’uso di battants e batails per farsi la suonata del momento, potenzialmente a Chambéry ce ne sono a disposizione, per ogni signorina e, poi, signora, circa 800, ovvero è virtualmente possibile che, per tutto l’arco di tempo in cui una donna ha virtù somatiche atte alla Sonata, ne potrà far vibrare, rintoccare, scampanare, suonare(a distesa, a festa, a messa, a martello, a stormo), scampanellare, di batacchi, almeno 800; 800 cioè per quanti cittadini incontrerà nella vita quotidiana o cittadini che la vedranno in tutto questo arco di tempo, ce ne saranno almeno 800, chi la penserà un attimo, chi le dedicherà un rintocco, chi farà scampanare il battaglio più volte nel tempo, chi un dindon mattutino quasi inconsapevolmente, chi le farà scampanate a martello per più anni in cadenza regolare, come le stagioni o les foires o le braderies, chi ad ogni mercato al vespro o a mezzogiorno suonerà a distesa il batail pensando a quella tizia incrociata, o toccata, in place Léger le samedi di due anni prima o alla Grande Braderie dell’autunno del ’93. Come ci può essere corrispondenza sul fatto che, per realizzare la virtù chambérienne, il Bonheur assoluto del Grand Carillon, la donna chambérienne debba essere suonata, nell’arco di una settimana, dal samedi au vendredi, da almeno 70 batails, sia reali che fantasmati, insomma il gran carillon fa settanta: è quella la Sonata Chambérienne. La sinonimia del batail con il batacchio che, in francese, è “goule”, cioè il “bacchio”, che è una pertica sia per bacchiare, percuotere un albero d’alto fusto per farne cadere i frutti, che, a sua volta, rinvia al “bacchio” in quanto “bacchéo”, che attiene a Bacco sia come luogo ove si tiene il baccanale sia come piede metrico in uso nei canti in onore di Bacco, il “goulage”, che è la bacchiatura, l’abbacchiatura, sarà pure nell’ordine del paradigma della Sonata, che tra piedi metrici e percussioni con la pertica, si fa espressione perfetta di suoni e versi, scampanate e letture pubbliche, metrica baccanale della libido chambérienne. Tanto che il goulage potrà significare, nelle nostre allusioni, il concerto del Grand Carillon per come lo stesso, oltre che configurare la scampanellata festosa del bonheur raggiunto, sia, allo stesso modo, augurale per i frutti, cioè i “gaules” che la chambérienne farà cascare dall’alto fusto. “Le goulage de la Chambérienne” sarà dunque la bacchiatura baccanale fantasmata ordinariamente per trasformare una (banale) masturbazione in una pratica del Bonheur. mancanza commessa, nei confronti dell’altro buco, le farà rifare la domenica successiva la colpa da contabilizzare per aggiungerla alla lista originaria. Va da sé che, in ragione del jour critique del bioritmo e dei 32 segnali del “Delfino”, che è anche lo strumento d’effrazione, l’incastratura au sifflage si attuerà con determinismo assoluto in un jour de Simone veramente potente:la conta sarà sempre nell’ordine del 23, che è il ciclo fisico, x70 o di 33x70 o di 28x70, tenendo conto dell’effetto-critico che produce sempre un “coup de pouce”, tanto che ad ognuno dei numeri indicati va tolto, appunto, una unità: 22x69;27x69;32x69.

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L’anima integrale e l’unità di misura Il paradigma numerale chambérien non è come il numero fourierista, che non è arrotondato e che, da ciò, fa il suo delirio e la sua arbitrarietà. L’unità di misura, nel determinismo numerale, non ha, non deve avere, la giustificazione pomposa di Fourier. Ma ha la giustezza naturale e per questo non-ingrandimento è esaltante, più che un operatore di gloria è un demoltiplicatore fantasmatico che permette combinazioni e progressioni geometriche. L’espansione e la classificazione, da un lato; il numero e la classificazione, dall’altro, il flâneur o il bonheurista è così che, tassonomizzando l’oggetto, fa come Fourier, lo “sodomizza”. Sodomizza, cioè, la sua leggibilità, il particolare che innalza, la minuzia che dà la gioia. Perché la leggibilità di un corpo è immediatamente numerale, tanto che dai particolari fantasmati il numero mira ad afferrare delle medie, non delle probabilità, altrimenti il fantasma sarebbe reprimibile, cancellabile, progetta una statistica del desiderio e del bonheur. Al numero attengono le “carezze di percorso” o le ricognizioni territoriali che, su un corpo, sono commutate in ricognizioni sensoriali, che il bonheurista attua con quelli che potremmo chiamare i “baccanali delle sfumature”. La sfumatura, fatta di numero e di classificazione, “ha per campo totale l’anima integrale, spazio umano definito dalla sua ampiezza”38, che, per raggiungere la sufficienza in un quadro fantasmatico, ha bisogno di altre sfumature, altri numeri e altre classificazioni. All’anima integrale del bonheurista occorrono le sfumature infinitesimali di passione, non certo i 1620 caratteri dei due sessi di cui alla prescrizione di Fourier, ma, vuoi per l’omonimia, vuoi per il gemellaggio territoriale, vuoi per altri spostamenti metonimici e vuoi per altre condensazioni di particolari, la somma, la cui giustezza, leggibile di traverso al significante e leggibile nel senso della sua lunghezza per il significato, è immediatamente enumerabile, oppure immediatamente si enumera dal quadro della scena, della posa, della situazione, che, appunto, costituirà il quadro fantasmatico, l’anima integrale del Bonheur. L’ unità di misura, che potrà fare di un oggetto un “fantasma irreprimibile”, è quella di Silvia Crocetti, che, nel kairos di quel 19 giugno, all’ombra della Mole 38

Roland Barthes, Fourier,in : R.B., Sade,Fourier,Loyola,trad.it.cit.:pag.94.

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Antonelliana, è esattamente la demoltiplicazione dell’altezza della Mole per 1000, ma, attenzione, solo se riguarderà un oggetto “omonimo” in altro luogo sabaudo, cioè Silvie Crozet a Chambéry, che,ormai, lo sappiamo, è, appunto, alta 167 centimetri, 1 pollice in meno che a Torino dov’è Silvia Crocetti, in ragione della longitudine, vista la differenza di 7 minuti, o in ragione delle 70 campane, che se si fanno specchio sonoro del “+70” della torinese Silvia Crocetti,per farsi punctum, cioè “coup de pouce”, della chambérienne Silvie Crozet, questa dovrà essere alta 1 pollice in meno, cioè specchio visivo della Mole torinese. “L’anima integrale, arazzo in cui si enuncia ogni sfumatura, è la grande frase cantata dall’universo”39: il particolare di un oggetto, un oggetto, una sfumatura di una tipologia, una tipologia sono solo una parola. La statura di Silvia Crocetti, 5 piedi e 7 pollici, rinvia, per questo metro e settanta, alle 70 cloches del Grand Carillon; il suo indice del pondus( che è di grado alto) al grado 17.30 rinvia all’ora del concerto del samedi al vespro; l’omonima Silvie Crozet, specchio numerale di Silvia Crocetti, si fa metonimia territoriale della Mole di Torino, che riguarda Silvia Crocetti, che,rapportando i centimetri della sua altezza 170 ai 167 metri della Mole, demoltiplica l’espansione togliendo 1 solo pollice. Ecco qui una di quelle metonimie audaci che fanno l’ incanto di Fourier: ecco la Mole Antonelliana mescolata alla statura dell’oggetto fantasmato. 44

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Ibidem:pag.95.


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Yolande Beffroi, la misura della longitudine C’è una foto che l’Office de Tourisme de Chambéry pone a illustrazione delle “Journées Médiévales”, in cui, in primo piano, tra gli altri, c’è un personaggio femminile che in abito medioevale è colto nel momento dell’inchino. Questo personaggio in questa posa leggermente inclinata in avanti in una obliquità che taglia un sorriso aguichant per sé, ansa di un allettamento del senso, che, avendo il riflesso dell’alléchement couché, è come se, in questo haiku visivo, allogasse (dinnanzi a chi?) questa morbida piega del suo inchino, che è morbido nel velluto del mantello, messa in scena nel socius che per questa vetustà dell’abito allarga il corpo con la stessa larghezza morbida del tempo, e sotto questa douce signifiance du velours, le scurire aguichant pour soi e quel naso à batali, ou à gaule, pertica, de cloche, fa sentire le doux de la soie che Madame sta bagnando, mutanda tesa sur l’histoire che, precisa e immediata, connette Lyon, capitale della soie, a Chambéry, capitale du mou, du doux, che, in questa parata dell’histoire, ha le doux du velours médiévale. L’ inchino a 45°, tanti quanti sono quelli della latitudine di Chambéry, stando in piedi in corteo è fatto a chi?, saluta chi?, in questa forma che non è vuota ma è sospesa, curvatura del tempo e curvatura del senso, in un protocollo che, lasciando intendere che ci si stia piegando per un’altezza, con questa curva morbida del velluto e della carne, della seta e della sensorialità, non ha più che il sacro, o l’immobilità, dell’immanenza del corpo quando si piega al saluto di chi sta eretto. Nell’inchino a 45° in piedi, il quadro della posizione è quello in cui: davanti, il sorriso schiude la voglia di salutare l’altezza a cui si sta piegando; dietro, lo sposo o lo spasimante le alza le gonne medioevali40 e dopo aver battuto 70 volte le batail sullo/nello gnomone del culo inguainato in una postmoderna mutanda in soie de Lyon, la fotte a più non posso: 70 colpi qui e 70 colpi al prossimo inchino, altri 70 all’inchino successivo fino a che il Bonheur sancirà la fine della festa medioevale. Va da sé che, volendo in qualche modo virtualmente stabilire una base geodetica del senso ottuso, facendo di questo personaggio femminile l’archetipo della gnocca chambérienne moue de velours et douce de soie, si potrebbe commutare la longitudine in tempo, in modo che i 5°55’, ovvero i 23 minuti a 40 secondi, costituiscano la misura di questo haiku in cui, alzate le gonne a Yolande Beffroi, dopo averglielo sbattuto in mezzo al culo insetato 70 volte, la si tromberà

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Nel tempo risolutivo dello haiku e non in quello infinito, richiesto nell’antichità perché la donna fosse liberata dalle sue corazze(gonne,sottogonne,corpini,corsetti, crinoline, ecc.).

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(chambarderà) con 70 scampanellate ad ognuna delle fermate-inchino effettuate nel tempo limite di 23 minuti e 40 secondi. Essendo “Beffroi” il “Battifredo”, la “Torre Mobile”, ed essendo, Madame, dedita al saluto per incantare l’altezza, come si conveniva nella 33 del “Foutre du Clergé”, la Mysterieuse, che veniva consigliata in carrozza, tornando da teatro o da una passeggiata o da un ballo, nei 23 minuti e 40 secondi il battaglio sarà suonato a 70 colpi per volta da tanti fottitori quante saranno le fermate-inchino incantamento della verticalità. 46


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Monografia della base geodetica del senso ottuso di Chambéry, le goulage In tal modo, Yolande Beffroi sarà la denominazione della base geodetica del senso ottuso di Chambéry, che, appunto, curva il senso della sua libido endogamica, con questa elaborazione sociale del mistero: davanti,il tributo endogamico a Sua Altezza il Fallo Chambéren; dietro, gli omaggi esogamici, agli ospiti, ai poeti, che, per licenza del gulag (o per gauloiserie), potranno anche trombare Madame Beffroi, la “torre campanaria” di Chambéry, là dove il mistero o il godimento celebrano il gemellaggio (per la seta?) di Lyon e di Chambéry (per il velluto?). Per la monografia del Bonheur de Soie et de Velours ecco la Tavola sintetica: Nome del punto:Yolande Beffroi. Monografia descrittiva:medioevale corpo inclinato a 45° Coordinate:Lat.45°34’ Nord Long.5°55 ’Est Sfera celeste al 4.9.2004 ore 10 :30 : b===c 115° con t 117° - 295° a== 200° II===VIII 227° - 47° con r 47° III==IX 259°= p La cuspide della VIII a 47° con Luna è il punto chiave di questa Base Geodetica, tra il scurire en soie di Luna in Toro e la verticalità a cui è diretto, Marte, che è in aspetto di erigono a Nord-Ovest; cfr. inclinazione dell’inchino:45°~ 47°. Parti Arabe: φ Fascinum fisico = Asc.+u-z = 106° in IX, nel settore dell’ospite, dello straniero,e in aspetto di sestile con la Luna sull’VIII, l’erotismo più ottuso del sorriso en soie e il sestile con Marte che alloga questo sorriso fallico col naso a cloche. S Dispositivo di Sessualità = 164°.5 in congiunzione con Marte in XI: carica il senso ottuso del naso, rende pubblico il batail che si sta godendo. Notare come l’equidistanza tra U e Z e tra questo mezzopunto e T sia sempre di 47°, cioè i gradi della posizione della Luna/VIII, punctum effettivo della Base Geodetica, e della inclinazione-inchino.

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H Heimlich =Asc.+S-z = 87° in IX in sestile con Mercurio in congiunzione con XI: l’angolo dell’Heimlich offerto allo straniero(=IX) nel corteo della Festa Medioevale(S!XI).

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Simone Dauffe per “Uh Magazine”


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Bibliografia essenziale □ Harry Mathews, Singular Pleasures, P.O.L. éditeur, Paris 1983; trad.it.: Piaceri Singolari,Es, Milano 1993 □ Roland Barthes, L’empire des signes,Editino d’art A.Shira, Gèneve 1970; trad.it.:L’impero dei segni,Einaudi, Torino 1984. □ Roland Barthes, Sade, Fourier, Loyola, Editions du Seuil, Paris 1971; trad.it.: Sade, Fourier, Loyola, Einaudi,Torino 1977. □ Georges Delesalle, Dictionnaire Argot-Français & Français-Argot,Paul Ollendorff éditeur, Paris 1896. □ Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre XI(1964), Editions du Seuil, Paris 1973 ; trad.it. :Il Seminario. Libro XI, Einaudi,Torino 1979 : in particolare : Lo sguardo come oggetto a:pagg.67121. □ Les quarante manières de foutre,dédiées au Clergé de France, Librairie Arthèm Fayard, Paris 1986; trad.it.:I quaranta modi di fottere, Es, Milano 1993 ; Le quaranta maniere di fottere, in :Le Regole del Piacere, Romanzi e scritti erotici da l’Enfer de la Bibliothèque Nazionale, Mondadori, Milano 1991.

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Per saperne di più: 1) su Valérie Andesmas, leggi: • Marguerite Duras, Il pomeriggio del signor Andesmas,trad.it.Einaudi, Torino 1997; 2) sulla Madre di Aurélia Steiner, leggi: •Aurélia Judéia Pedregoso •Aurélia Jewess Stone •Aurélia Steiner de la Piedra in: •V.S.Gaudio, Aurélia Steiner.La langue toquade,© 2004;UH-Book on youblisher 2014

3) su Silvia Crocetti Bridget Mare e 4) sulle italiane Chiara Cavalcanti,omonima di Claire e Giovanna Damiani, omonima di Jeanne Damien, vedi: •V.S.Gaudio,L’angolo H, © 2004; 5) Alain Bonheur,eteronomo di Ludovico Gluck che curò negli anni ottanta la rubrica dei Test per i fotoromanzi della Lancio, è l’autore degli imperdibili Test, sempre degli anni ottanta, creati per “Blitz” (edito dalla Universo):”Tosto-Test: Sei fatto per cuccare…”.

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Indice

Dedicato ad Harry Mathews □ 2 La Table della Morue Lyonnaise □ 3 Valérie Andesmas alla Grande Braderie fa 33 □ 4 Il poeta e la turinoise Silvia Crocetti □ 5 Bridget Mare e il culcinturino della sfioratura □ 6 La mano di S.Gervasio e il culo-protasio □ 7 Sylvie Crozet □ 8 Sylvie Crozet Stein □ 8 Madame qui veut du mou, elle est à Chambéry: Silvia Crocetti è Silvie Crozet? □ 9 La madre di Aurélia Steiner □ 10 Claire Cavalcanti, la “claritate”del podice-heimlich e il carrozzino della 30 □ 11 Claire, l’Angelus au Tour du Monde au Manège □ 12 L’inquietante kairos del crepuscolo in primavera □ 13 Blanche Wienec, la fisicità bianca in Rue Juiverie □ 14 Lo Zâr di Jeanne Damien, la Jument du Solstice qui va à la Braderie d’Automne □ 15 La Pigeonne turinoise e la Rocambole de Turin et de Chambéry □ 17 Lo haiku-Chambéry et le bonheur □ 19 La misura dell’avventura, il fantasma irreprimibile □ 21 Il Sonar di Simone Dauffe □ 22 L’ectomorbido culo di Simone, l’oggetto flottante magico □ 23 Un tratto, è necessario fotterlo! □ 25 Valérie Andesmas nel solstizio d’inverno, il corpo-haiku che passa:Tale! □ 26 Gli equinozi e il tempo terribilmente silenzioso di Brigitte Bridomble □ 27 Silvia Crocetti all’Atelier pédagogique in primavera □ 28 L’allure-tratto di Silvie Crozet, il qualcosa che il poeta sta ascoltando in Rue de Boigne □ 29 La marca della transustanza: qualcosa è enumerabile, il fantasma è colmo □30 La bellezza e il corpo chambérien, il grado elevato del mou □33 Il campo fantasmatico e l’heimlich dello haiku fattosi Tale, la sensualità introversa e la libido a sciamberga □ 35 Le tiremoi dés-sus e l’esercizio della cucchiaiata, l’attraction de Chambéry □ 38 Il determinismo dei 70 Batails e le goulage de la Chambérienne □ 41 L’anima integrale e l’unità di misura □ 43 Yolande Beffroi, la misura della longitudine □ 45 Monografia della base geodetica del senso ottuso di Chambéry, le gulage □ 47 Bibliografia essenziale □ 49 Per saperne di più □ 50

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[[CChhaammbbéérryy ::PPlalaccee dduu PPaalalaisis ddee JJuusstticicee]]

Quando la si incontra la bellezza non rappresenta mai un’essenza, il vertice o il compimento di una ricerca, è semmai soltanto un accidente, un’eccezione dell’ insulsaggine, uno scarto nella ripetizione che connesso con la fragilità, l’individualità, la voluttà dell’ incontro e l’illuminazione di una tipologia, rende possibile finalmente la classificazione del Bonheur.

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VV..SS..G Gaauuddiioo

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V.S.Gaudio ⁞ CHAMBONHEUR |Le Bonheur Chambérien © 2004