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CHAOS AND CREATION ISSUE


O F F I CIA L -MF N .C O M


errearepublic.com


2018. Appunti per chi verrà (dopo, un giorno, chissà). (scriviamolo in caratteri grandi, grazie). - Non aver paura - Non esiste la paura - Esiste il coraggio (in rosso) - Il coraggio fa paura - La normalità non esiste - Se esistesse andrebbe: rinnegata / allontanata / evitata - Accetta chi vuoi essere - Il bene vincerà, sempre - Non esistono le regole - Esiste la volontà. (in bold) - Se dici: io non posso farlo, significa solo: io non voglio farlo. - Il bene vincerà, sempre - Non esistono le regole (tutto sottolineato) - Esiste la volontà - Le regole sono queste - Andrà come deve. - Tutto andrà bene. Chaos And Creation #LiveLikeYouLove (centrato) (più piccolo, se possibile proprio piccolo piccolo) Pensateli al contrario: ordine e distruzione. Basta pensarli al contrario per capire quanto siano importanti, decisivi, necessari, questi qua. Il Chaos. La creazione. Il caos ci appartiene. Fa parte di tutti noi, in questi tempi più che mai. Apri IG e hai già dimenticato cosa volevi guardare. Apri wapp e hai già dimenticato a chi volevi scrivere. Però ogni cosa è fonte di ispirazione. Con una stories siamo ad Amsterdam, in Sud Africa e viaggiamo per circa 15 secondi. E a proposito di ispirazioni sto numero è dedicato a Franca. Sì, lei. La Sozzani. Più di un anno fa (22 dicembre 2016) è mancata. Il documentario realizzato dal figlio porta proprio il titolo Chaos and Creation. Per questo abbiamo dieci talenti emergenti che hanno reinterpretato dieci storici shooting di Vogue Italia. Per questo in ogni pagina si parla di chi dentro di sé ha caos e se ne serve per creare. Per questo in cover c’è l’ultimo party di tutte le divinità della Storia, con lei al centro che rompe una pignatta messicana. Ecco, la pignatta. Riunitevi. Appendetela al centro della stanza. Bevete, ridete, scopate, svapate, godete, scopate, ballate, state bene, scopate, non pensate troppo a quel che volete dire, mettete amore in tutto questo. E poi il più bello di voi si alzi in piedi, prenda la mazza e... good luck everybody. And I mean: everybody. M .P.


FOTO: GIORGIO SERINELLI / STYLING: ELISA ANASTASINO + DILETTA ROSSI / POSTPRODUZIONE: ALESSANDRA

CHAOS

AND

MA COSA SIGNIFICA QUESTO DELIRIO? SONO LE DIVINITÀ CHE RAPPRESENTANO LE NOSTRE CULTURE, I NOSTRI SOGNI E LE NOSTRE PAURE. E CHE SI RIUNISCONO PER L’ULTIMO PARTY SULLA TERRA. ECCOLE RACCONTATE UNA PER UNA

Shiva Alessandra alecami.s VESTITO CALVIN KLEIN JEANS SCARPE BE POSITIVE Shiva, divinità indù dalle quattro braccia che assume forme diverse, benevoli e terrificanti. Simboleggia l’incessante dinamica della rigenerazione.

Viracocha Ravi Goswami @ I love ravi__goswami CAMICIA MITCHUMM INDUSTRIES PANTALONI BERWICH OCCHIALI SPEKTRE SCARPE BE POSITIVE Divinità Inca che crea l’umanità e poi la distrugge perché era venuta troppo bene...

Trickster Alina Adilova @ Wave alinaadilova COSTUME AMERICAN APPAREL CAMICIA WOLF TOTEM SCARPE BE POSITIVE Una divinità Inuit con testa di corvo, abile nell’imbroglio e caratterizzato da un comportamento amorale, al di fuori dalle regole.

Crono Simone Michetti @ Fashion simone_michetti GIACCA E PANTALONI CALVIN KLEIN JEANS CAPPELLO WOLF TOTEM SCARPE BE POSITIVE Personaggio della mitologia greca, titano della fertilità, del tempo e dell’agricoltura. È il padre di Zeus e dei primi Olimpi. Secondo signore del mondo.

SPECIAL THANKS TO FUTURDOME E MAURO MATTEI


A CANTERI / HAIR & MAKE UP: MATTEO BARTOLINI @ FREELANCER / CASTING: LAURA MOTTA @ SIMPLE AGENCY

D

CREATION Zeus Giacomo Rabbi @ Major @ jakeadandy GIACCA LARDINI SERAFINO ERMENEGILDO ZEGNA PANTALONI DOPPIAA Zeus è un uomo maturo ma non anziano, muscoloso e con una bella barba scolpita. Sovrano degli Dei, dio del cielo e del tuono, capo dell’Olimpo. Trump insomma.

Atum Ben MAGLIA, POLO E CAP MISSONI PANTALONI BERWICH SCARPE BE POSITIVE Divinità egizia che con il suo sperma crea l’universo. Visibilmente nerd.

Franca Giulia @ giuliavancozzi GIACCA RRD ABITO E CALZE RED VALENTINO SCARPE BE POSITIVE Franca è Franca Sozzani. Il nostro omaggio alla storica direttrice di Vogue Italia, mancata poco più di un anno fa. Anche lei una divinità.

Mbombo Sonny GIACCA E PANTALONI RRD SCARPE BE POSITIVE Divinità africana che vomita il mondo in seguito a un forte mal di pancia. È la creazione.

Atena Matilde C @ Urban @ mathimos GIACCA ERMANNO SCERVINO T-SHIRT MALIBU 1992 PANTALONI SANDRO SCARPE BE POSITIVE Dea della Sapienza, delle arti e della guerra.


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INT ER VI STA / 1

CHE BELLA

PIGNATTA... THE COOL COUPLE, MARCO CERONI E STEFANO SERRETTA. SONO GLI ARTISTI CHE HANNO IDEATO LA COPERTINA DI URBAN. CREANDO UNA COSMOGONIA PER FONDERE CAOS E CREAZIONE, DISTRUZIONE E RINASCITA. MA POTEVA MANCARE L’ELEMENTO DELLA FESTA, POTEVAMO RINUNCIARE ALL’IDEA DI UN PARTY? OVVIO CHE NO The Cool Couple è un duo veneto fondato nel 2012 da Niccolò Benetton e Simone Santilli la cui arte multimediale prende spunto dalla relazione quotidiana tra persone e immagini. Marco Ceroni, Forlì classe 1987, è appassionato di filosofia, hip hop e techno. Il suo lavoro ha un forte legame con l’architettura, ciò che lo distingue è rendere l’ordinario straordinario. Stefano Serretta nasce a Genova nel 1987, al liceo fa il writer e si appassiona a poesia, letteratura americana e storia, materie che mescola nel suo lavoro contaminandole con visioni personali. Cos'hanno in comune questi artisti? Lo scatto della nostra cover. Ecco com'è andata. The Cool Couple, Marco Ceroni e Stefano Serretta, possiamo dire che è nato un nuovo collettivo per la nostra cover? TCC: Sarebbe un sogno che si avvera. Abbiamo ragionato su una collaborazione tante volte e grazie a voi siamo finalmente passati all’azione. MC: Una banda sicuramente esisteva già. SS: Collettivo, crew, gang, squad, mob, posse, family… chi può dirlo.

2014 durante una residenza ed è scattata la scintilla! SS: In tempi / situazioni / città diverse a cavallo tra il 2012 e il 2014. Visioni ne abbiamo molte, spesso si intersecano. Lo scatto di cover è una sorta di Franca’s Big Bang, come è nata l'idea? TCC: Il Big Bang era stato menzionato subito in una riunione conoscitiva. Quando poi ci siamo trovati tra di noi, si è evoluto in una cosmogonia. La maggior parte delle cosmogonie antiche fonde perfettamente il caos e la creazione, la distruzione e la rinascita, con combinazioni assurde, a volte, o richiami ai lati più profondi della nostra cultura o delle nostre paure,

dei nostri sogni. L’idea di un party della fine dell’universo era nell’aria da un po’ di tempo e abbiamo colto l’occasione per provare a immaginarlo (alcune cose sono sfortunatamente e implacabilmente cadute sotto i colpi della censura). MC: Mescolando alcune nostre visioni. E poi avevamo voglia di fare festa! SS: Dal dialogo, mescolando a poco a poco insieme varie proposte e suggestioni, anche in base ai differenti backgrounds. L’idea di fondo è quella di un party selvaggio all’interno del quale sono riletti in chiave fortemente allegorica vari esempi mitologici di chaos and creation, come quello di Zeus, Crono e Atena, Mbombo la divinità che vomita

Dove vi siete conosciuti? Pensate di avere la stessa visione dell’arte? TCC: Per quel che ci riguarda, il momento in cui ci siamo davvero conosciuti è stato a Bari nel 2014, durante un’intensa e indelebile residenza d’artista. MC: Ci siamo conosciuti nel

DI MARCO CRESCI

il Mondo, Atum detto anche “lo sperma dell’Universo”, Shiva, la divinità andina Viracocha… e ovviamente Franca Sozzani. Franca Sozzani ha mai in qualche modo ispirato il vostro lavoro? TCC: No, ma ha ispirato questa cover. MC: Non in questa vita. SS: Prima che internet riempisse la mia vita di contenuti digitali, posso dire di aver imparato a disegnare figure femminili ricopiandole dalle pagine di Vogue. Qual è la caratteristica che ciascuno di voi, in quanto artista, ha portato al progetto? TCC: La nostra più grande qualità: essere veneti. MC: Io ho portato da bere. SS: Un’esplosione di gioia. Avendo sempre rimpianto di non aver mai potuto festeggiare la mia Quinceañera, ho deciso di esorcizzare questo trauma all’interno del progetto.


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A RT IS TA

«LA MOSTRA SEI TU». HANNES EGGER E LA NOIA PER LE OPERE CLASSICHE, FISSE, COMPLETE E FINITE DI LORENZO MONFREDI Singolare & Plurale Performance / installazione Museion, Bolzano 2017 Foto: Claudia Corrent / Museion

Perform Yourself 2017 Istallazione alla Galerie M, Berlino. Foto: Denis Laner

le idee chiare. Le impressioni e le idee spesso sono troppe e devo fare una cernita. Vado volentieri in montagna. Spesso sento proprio il bisogno di camminare, di andare in alto, per togliermi dei pensieri, per portarli in movimento. Quando l'essenza, il centro, il focus del pensiero è definito, posso poi modificarlo a mio piacimento. In un mondo artistico dove va molto di moda l’immediatezza, l’approccio da writer di quartiere o da street artist impegnato, Hannes Egger cambia le carte in gioco: perfomance interattive. Da un punto di vista fenomenologico una mostra non esiste senza lo spettatore. I visitatori sono il centro delle mostre e io gli vorrei dare un ruolo attivo. Mi interessa creare opere in movimento, mostre che cambiano. Io mi annoio con le opere fisse, classiche, perché sono già complete, finite, non si raggiunge niente se non l'ammirazione, che non è quello che mi interessa suscitare.

Bologna, più o meno 365 giorni fa. La Stazione degli autobus, regolarmente appannaggio di terroni in sfolla verso il sudditalia, è STRACOLMA di gente che un osservatore superficiale definirebbe hipster. È la SetUp Contemporary Art Fair, di cui su Urban parlammo con un report online, scritto sempre dall’idiota giullare che vi spilla queste medesime righe. Ho un ricordo da gangbang di colori, del SetUp 2017. Una voragine a imbuto di schizzi, spray, riferimenti pop, coniglietti sadomaso, tossici pittori… troppo. Quel che resta del SetUp 2017, nella mia memoria, è il lavoro di Hannes Egger. Nella miriade di rimandi banksyiani, di quadri similbasquiat, c’era questo rettangolo di nastro adesivo nero attaccato, pure un po’ storto, a un muro bianco. Be’? «Infilate le cuffie e partecipate!» ci fa questo ragazzo con la barba bionda, accento marcato tirolese, maglioncino dolcevita verde palude. Una bellissima esperienza. Dovevamo immaginarci di essere dentro un quadro di Matisse coadiuvati da musica elettronica. Poi ti dovevi sgranchire i muscoli ponendoti in modalità scultura di Rodin. Ora ce l’abbiamo qui, Hannes Egger, e ci facciamo due chiacchiere senza pietà. Sull’arte, sull’interattività, sulla routine di un artista, sui boschi. Presentati, dacci qualche info biografica: studi, autore preferito, influenze, perversioni, sport estremi praticati e insuccessi. Ho studiato filosofia all'Università di Vienna e La Sapienza di Roma, la mia tesi di laurea trattava il silenzio, un argomento che ancora oggi mi affascina. Le influenze sono tante. Viviamo in un mondo pieno di influenze, sopratutto inconsce, è difficile seguire il proprio libero arbitrio, è quasi impossibile creare un‘idea propria. Ci sono artisti, o meglio tendenze nella storia dell'arte che mi ispirano tanto, come il periodo spesso chiamato eroico della performance art, ma anche l'arte concettuale, il teatro assurdo, filosofi come Kirkegaard o Wittgenstein, ma la fonte più immediata è sicuramente la vita quotidiana e il mondo, reale e virtuale, che mi circonda. Il Chaos è per te imprescindibile, per creare? Per un artista in generale? Posso parlare solo di me stesso. Nel mio processo creativo non é importante il chaos ma piutosto la chiarezza e la quiete. Cerco di lavorare con calma e con Training Exhibition 2016 audio-performance Foto: Maria Gapp

Vedere l’invisibile Istallazione, Fondazione Barriera, Torino 2017 Foto: Stefano Fiorina

Qual è la routine produttiva per un artista? Qual è la tua giornata tipo? Mi alzo presto la mattina, faccio colazione, mi metto al computer, leggo, creo, scrivo, mangio, incontro delle persone, telefono, se possibile cammino con il cane, leggo e lavoro di nuovo al computer e presto vado a letto. Ovviamente viaggio e vedo tante cose diverse. Qualche volta ho le folgorazioni o illuminazioni che dir si voglia. Spesso mi arrabbio, perché delle cose non vanno come mi piacciono. Un vantaggio della vita d'artista è che si riesce a conoscere mondi diversissimi: un giorno dormo in una villa enorme palladiana di un collezionista, e magari una settimana dopo si sta in una tenda mongola o si dorme a casa di anarchisti. Hai mai desiderato mandare a quel paese uno spettatore che, superficialmente, liquidava una tua opera/installazione con un «ma che è quella roba, la sa fare anche mio fratello di 4 anni»? Se voglio prendere sul serio gli spettatori, devo prendere sul serio anche queste reazioni, che non mi innervosiscono. Qualche volta da reazioni del genere sono scaturite discussioni interessanti, dibattiti, nuove idee. E pure può darsi che ho sbagliato io a concepire un lavoro, può darsi che non funziona, che non comunica. Osservo spesso il pubblico, anche per vedere le reazioni, in generale preferisco le reazioni (anche stupide) alle non reazioni. Inoltre puó darsi che il fratello di 4 anni sarà un Mozart, un genio, chi sa? In un mondo in totale sovrapproduzione creativa, come ci si riesce a ritagliare una nicchia per vivere d’arte? È ancora possibile oggi vivere d’arte? Senz'altro è possibile vivere d'arte. Lo fanno in tanti, e il mondo ha bisogno di arte, di artisti, di creatività, di idee. La societá e il mercato aspettano sempre il nuovo. Trovare una nicchia di sicuro aiuta, il mare aperto è molto grande con tanti pescecani dentro. In generale è da dire che il mercato dell'arte funziona come tutti gli altri mercati, il neoliberlismo contemporaneo concentra tanto capitale in poche mani. Il divario tra ricchi e poveri cresce, la classe media si riduce; e di conseguenza i muri delle case vengono abbelliti con opere o molto costose o con stampe dell'Ikea. Vedere l’invisbile Istallazione, Fondazione Barriera, Torino 2017 Foto: Stefano Fiorina


www.canadianclassics.it


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INT ER VI STA / 2

U N I A T I N D O E C I U D TTO D FA LEI CHE LO INTERVISTA È UNA CHE VOLEVA NASCERE WINONA RYDER MA CHE POI È DIVENTATA @DUEDITANELCUORE SU INSTAGRAM. LUI È UNO CHE INSEGNAVA STORIA INDOSSANDO UN MAGLIONE CON I PALLINI PERCHÉ SBAGLIAVA PROGRAMMA DELLA LAVATRICE. COSMO, SÌ, IL CANTANTE DEL MOMENTO. PARLANO DI MORTE, CONTRADDIZIONI E DI GIGI D’AGOSTINO: «QUANDO L’HO ASCOLTATO HO PENSATO: CHE FACCIO ADESSO? MENO O NON MENO». E CON COSMOTRONIC, CHE ESCE IL 12 GENNAIO, HA SCELTO DI MENARE. DI BRUTTO Di Cosmo ho sempre avuto un’idea ben precisa: uno sperimentatore amante dei contrasti. Uno che non riesce a stare fermo, che non viene mai toccato dall’idea di restare sempre uguale. E perché dovrebbe, in fondo, sai che noia mortale. Ai suoi studenti non diceva di avere una vita parallela come musicista, ma poi l’hanno scoperto. Ai concerti non ci vanno mica, mi dice, «stanno tutti nel loro mondo», però gli scrivono su Instagram. Ah, ‘sti millennials. Ascolto Cosmotronic, l’ultimo disco di Cosmo in uscita l’11 gennaio per 42 records, poco prima di pranzo, con l’impianto audio giusto di un negozio milanese, e capisco che l’idea che mi ero fatta di lui era molto giusta, e che forse avrei dovuto davvero studiare psicologia. Cosmotronic è un disco techno-poetico, definizione che vorrei aver inventato io, e Cosmo stesso lo definisce così. La parte di scrittura c’è, è sempre importante nel suo lavoro, ma la cassa pompa sempre di più. Contrasti, dicevo prima, parola che sarà la chiave di tutta la nostra chiacchierata. IL DISCO SI APRE CON UN BRANO CHIAMATO BENTORNATO, E LA BATTUTA È FIN TROPPO SEMPLICE. BENTORNATO, COSMO. MI CONFERMI CHE L’IDEA CHE MI SONO FATTA SU DI TE È GIUSTA? CHE SEI UN ARTISTA IN CONTINUA EVOLUZIONE? CHE LA TUA MENTE FRULLA CONTINUAMENTE? CHE NON SAREBBE COSÌ STRANO SE IL PROSSIMO DISCO FOSSE UN DISCO DI MUSICA CLASSICA?

Ambient, il prossimo disco lo faccio tutto di musica ambient. Sì, tutto vero, però se noti non salto di palo in frasca, è un’evoluzione lenta. A me non piacciono gli artisti che cambiano in base alle mode, questo (di Cosmotronic) non è per niente il suono del momento. Per me è improbabile fare dischi uno uguale all’altro, c’è gente che lo fa, non riesco a capire come. FORSE SAREBBE STATO PIÙ SEMPLICE CONTINUARE


O M S O C N U ASTI R T N

’ D E S ENI

DI D

I

ILL L E G AN

FAMIGLIA, POLITICA) TRASPARE SEMPRE LA TUA VISIONE PERSONALE DELLE COSE. TRISTANZARRA È LA TUA VISIONE DELLA POLITICA? POSSIAMO DEFINIRLO UN PEZZO POLITICO?

SUL FILONE DE L’ULTIMA FESTA, MA HO COME L’IMPRESSIONE CHE QUANDO DECIDI DI METTERE IL TURBO (SÌ LO SO, SONO PRONTA PER ZELIG) NON È FACILE FERMARTI.

Cambio spesso, mi rendo conto, ma perché cambio io. Ascolto un sacco di musica, sviluppo il mio linguaggio a seconda di dove mi porta l’istinto. PRIMA, MENTRE CI PRESENTAVI TUTTI I PEZZI DEL DISCO, HAI NOMINATO GIGI D’AGOSTINO E HO AVUTO UN SUSSULTO. ORA USERÒ UNA PAROLA CHE NON MI PIACE MA DEVO DIRLA: BALLABILE. LA TUA MUSICA È STATA SEMPRE BALLABILE MA IN EFFETTI, IN QUESTO DISCO, SEI ANDATO PARECCHIO OLTRE. DAVVERO LA PRIMA ISPIRAZIONE È ARRIVATA DALLA SUA MUSICA?

Ma ballabile non è una parola brutta, questo è un pregiudizio! NO ASPETTA: IO VADO A BALLARE, È CHE HO SEMPRE AVUTO L’IDEA CHE LA PERCEZIONE FOSSE: VAI A BALLARE ERGO SEI UNO ZARRO, ANCORA OGGI, NONOSTANTE UN’EVOLUZIONE DEL GENERE E DEL FRUITORE MEDIO INNEGABILE, E CITO COME ESEMPIO IL CLUB TO CLUB.

No ma in effetti hai detto una roba giusta: in Italia ballare e il clubbing sono sempre state robe da tamarri. Comunque: avrei potuto usare qualsiasi produzione clubbing ma una sera, a un dj set dopo un mio concerto, è partito un pezzo di D’Agostino e ha spiccato su tutti, anche perché non ho mai sopportato i dj set rock. L’ho sentito suonare molto diverso rispetto ai miei pezzi e ho pensato: cazzo, e io che faccio? Meno o non meno?. E ho deciso di menare. CONTINUANDO A PARLARE DI CONTRASTI, C’È UN PEZZO IN PARTICOLARE, TUTTO BENE, CHE PARLA DI UN LUTTO CHE HAI SUBITO. SOLITAMENTE, I PEZZI CHE PARLANO DELLA MORTE, HANNO UN SOUND COMPLETAMENTE DIVERSO, MOLTO MOLTO PIÙ TRISTE.

L’episodio è successo mentre stavo registrando il disco e usciva Sei la mia città. Ci ho pensato un po’, mi chiedevo: lo metto? non lo metto? Ma sì, dai, lo metto, perché da qualche parte dovevo metterla ‘sta roba, comunque ci ha colpiti parecchio. Per me la morte è sempre anche una spinta a vivere ancora più intensamente, la mia frase preferita del brano è: andiamo avanti così, fino alla truffa più grande che ti lascia in mutande, che è la morte, quella, comunque ti fotte, sempre. Però alla fine è tutto così dolce. IL TITOLO TUTTO BENE SI ALTERNA A UN RITORNELLO PARECCHIO URLATO. CANTI: «MIA ZIA LOTTAVA IN UN LETTO D’OSPEDALE E ADESSO NON C’È PIÙ», E QUEL PIÙ È UN GRIDO CHE QUASI NON SI CAPISCE NEMMENO CHE STAI CANTANDO QUELLA PAROLA.

La morte, secondo me, è parecchio uno spunto di libertà. Un monito per ricordarmi che non devo pentirmi di niente, è l’invito a vivere, lo dico anche nel testo: tutto quello che mi fa incazzare non conta niente. In quei giorni mi ripetevo: ma chi c’ha voglia di litigare, ma a che cazzo serve. Molte cose bisogna farsele passare addosso, cambiare prospettiva. CONTINUANDO A PARLARE DI SCRITTURA: I TUOI TESTI SEMBRANO TUTTI AUTOBIOGRAFICI, TUTTI ISPIRATI A QUALCOSA CHE TI È SUCCESSO DAVVERO, TUTTI PERSONALI. HO SEMPRE L’IMPRESSIONE DI AVERE NELLE CUFFIE LA VITA QUOTIDIANA DI COSMO. QUALUNQUE ARGOMENTO TU AFFRONTI (E IN COSMOTRONIC CE NE SONO PARECCHI: LUTTO, AMORE,

Parlare di politica per me è strano. Non ho mai sopportato il combat rock, mi è sempre sembrato un po’ peccare di presunzione che la musica possa cambiare qualcosa, che l’artista debba essere impegnato, lo trovo un po’ un retaggio culturale anni 60/70. Si è consumata quella roba, oggi non puoi più fare canzone politica in quel modo lì, e infatti è scomparsa. Io non sono un poeta o un politicante, io sono un musicista. INFATTI TU LO FAI CON UN LINGUAGGIO ASSOLUTAMENTE ATTUALE, ANCHE SE LA PAROLA ZECCA, CHE CITI NEL TESTO, NON LA SENTIVO DA ANNI, DA QUANDO MI CI CHIAMAVANO DA ADOLESCENTE. ERI UNA ZECCA PURE TU?

Certo: zecca, punkabbestia, ma nel testo dico cose molto peggiori. Sei una zecca, barbone, mostro, puttana, ladro, ma Ci ho messo sopra un riverbero che cresce e quelle parole non si sentono più, perché mi piaceva il fatto di averlo detto ma non volevo che finisse nel disco una frase del genere, tanto non l’ avrebbe capita nessuno. Questo pezzo ha una struttura assurda: a un certo punto arriva una voce femminile che ti dice: stai calmo, va tutto bene. E POI, QUANDO TI SEI TRANQUILLIZZATO, RIPARTE LA CASSA DRITTA. E ANCORA, CONTRASTI.

Quando io ascolto Tristanzarra, immagino un video con la polizia che picchia la gente, ma non so come o se lo faremo. Spesso viene capita un’altra cosa rispetto a quello che intendi. Immagino quel pezzo con questo tipo di contrasto, ma la mia testa è una cosa, la percezione esterna è un’altra. A MARZO PARTE IL TOUR E OGNI SHOW NON SARÀ UN SEMPLICE CONCERTO. DOPO LA TUA PARTE, INFATTI, CI SARANNO DJ SET FINO ALLE 5 DEL MATTINO. CREDO CHE SIA LA PRIMA VOLTA CHE UN ARTISTA ITALIANO PROPONE UN EVENTO DEL GENERE: PENSI DAVVERO CHE IL PUBBLICO ITALIANO SIA PRONTO?

Sarà un contenitore di musica da ballare in cui dentro c’è il mio concerto. Non tutto il pubblico lo capirà, non me lo aspetto nemmeno, ma insisterò molto perché potrebbe anche succedere che si divertano. I dj set saranno tutti di qualità, suonerò qualcosa anche io. Non dico che voglio aprire la loro mente, però spero che il pubblico si ponga in modo positivo. Potrebbe venire una gran festa. ECCO: A PROPOSITO DI FESTA E ANZI, DI ULTIMA FESTA: CHE FINE FARANNO I PEZZI DEI DISCHI PRECEDENTI? VERRANNO RIARRANGIATI E PRESENTATI À LA COSMOTRONIC?

Non farò molti pezzi dei dischi vecchi. Ancora non lo so, alcuni sì, oddio, chissà. Darò sicuramente più spazio al suono nuovo, troppi pezzi vecchi sarebbero davvero fuori contesto. ANCHE SE SAREBBE VISIVAMENTE BELLISSIMO VEDERE LE BALLERINE DEL TOUR DI DISORDINE SCATENARSI CON LA CASSA DRITTA…

Già faticavo a inserire alcune canzoni di Disordine nel tour de L’Ultima Festa. Io dico: segui, fidati e stai con me. Non posso suonare dei pezzi solo per accontentare le persone. Adesso sono questo, quei pezzi li ho già suonati. Dov’erano tutti quando suonavo davanti a 50 persone? AH, NON LO SO. IO C’ERO CARO COSMO, E CI SARÒ ANCORA.

Ci vediamo lì allora...


CHAOS AND CREATION ISSUE

INT ER VI STA / 3

DORIAN STEFANO TARANTINI E M1992: 90’S NEVER DIES DI ALEX VACCANI TANTA RICERCA, RISPETTO PER IL PASSATO, OSSESSIONE PER IL FUTURO. E POI GIRLS, BOYS, ART AND PLEASURE: ECCO IL BRAND DI CUI SENTIRETE PARLARE SEMPRE DI PIÙ

Prima Malibu 1992 ora M1992. Una transizione che rappresenta la consapevole e matura presa di posizione artistica di un brand nato nel 2013 come manifesto, che ha usato il lusso e tutte le sue degenerazioni per rispondere a una esigenza d’espressione artistica contemporanea. M1992 con la sua identità d’immagine ben definita ha attirato l'attenzione della stampa e di tutti quei cool kids attenti alle evoluzioni dello stile avanguardista e dello street style internazionale. Estimatori come Brooke Candy, Rihanna, Jessie J e Iggy Azalea tanto per nominarne alcuni, hanno fortificato l’hype e il seguito attorno al brand. La mente dietro il marchio è quella di Dorian Stefano Tarantini, da sempre una delle personalità più interessanti della scena underground milanese, che si è sempre distinta grazie alla sua personalità al suo immaginario dai tempi dei suoi dj set al Londonloves al Plastic, quello old-school però, e oggi attraverso le sue collezioni di M1992. La prossima tappa è la première di M1992 con una sfilata al prossimo Pitti Uomo 93, abbiamo incontrato Dorian pochi giorni prima dell’evento. Dove sei cresciuto? Quale posto ha maggiormente influenzato la tua visione creativa e come? Sono Cresciuto in Luguria, precisamente a Sanremo, città nota per i fiori e il suo festival musicale che negli anni 80/90 è stato senza dubbio un palcoscenico importante e internazionale. Ero piccolo eppure ci ho visto i Blur, Placebo, Madonna, Suede. La Riviera e il fatto che fosse a pochissima distanza dalla Costa Azzurra ha sicuramente innescato in me una visione estetica molto decadente, legata a un lusso estinto. La mia zona è piena di vecchi hotel fin de siecle abbandonati, ex casinó fatiscenti, ville disabitate. Ci ho vissuto fino ai 18 e dopo la maturità classica mi sono trasferito a Milano. Cosa pensi di questa nostalgia degli anni Novanta? Penso che sia legittima e penso che se non fosse per gli anni 90 non esisterebbe internet e non esisterebbero i social. Sembra che stia parlando di una vera entità anche se si tratta di un decennio, però in quegli anni si sono instaurate le fondamenta per l’arte del 2018: moda, musica, bellezza, attitudine. Mi pare di essere tornato indietro di 25 anni. Noto che anche chi è nato nel 2000 ha una forte curiosità per i cambiamenti e i personaggj di quel periodo. Se parliamo di moda poi i 90 non hanno rivali. Come giovane designer cosa pensi di questa passione per la cultura dell’est degli ultimi anni? Credo che l’est abbia sempre attratto con la sua estetica e la sua lontananza, una nicchia di pensatori e artisti, per cui non trovo sconvolgente che appena i social lo hanno permesso sia venuta a galla tutta quell’energia sopita sotto una

Come mai hai deciso di cambiare il nome da Malibu 1992 in M1992? Malibu 1992 è nato inizialmente come un progetto di video arte nel 2013 per poi evolversi in un brand. L’essenza stessa del progetto concede spazio al cambiamento quindi il cambio in M1992 è avvenuto in vista della collezione fall-winter 2018 perché necessitavo di un nuovo codice neutro che non geolocalizzasse il progetto solo in California. M può essere Malibu, Milano, Manchester e molto altro.

coltre di neve e radioattività. Si potrebbe parlare di esotismo freddo e del fascino che emana sull’occidente, pur essendo esso stesso occidentalizzato. Io ad esempio su Instagram seguo un gruppo di ragazzi russi che ogni giorno in casa organizzano delle feste assurde e vi consiglio di dargli un’occhiata @chaosnavygule. Mi spieghi il tuo punto di vista sullo sportswear? Dello sportswear mi piace particolarmente il suo lato più tecnico. Materiali tecnologici, finiture futuristiche, design estremo. L’effetto che si ottiene quando qualcosa di così specifico e strettamente legato a attività sportive o climi particolari contamina il dailywear, può essere molto interessante. Non sono invece un fruitore della tuta ma venero lo sportswear di Polo Ralph Lauren, Tommy Hilfiger e Burberry quando lo faceva. Ci conosciamo da anni prima che questa tua nuova esperienza come designer iniziasse, grazie alla musica e alle tue serate Londonloves al Plastic. Quanto è cambiata la tua immagine estetica da quegli anni? Penso che la mia estetica si sia semplicemente evoluta creando dei substrati di immagini e ricordi che riemergono ciclicamente. Quando la mia occupazione principale era la musica il mio processo creativo era lo stesso che utilizzo ora per fare moda. Tanta ricerca, rispetto per il passato e ossessione per il futuro. Se dovessi definire l’estetica di M1992 cosa diresti? Malibu 1992 è un non-luogo dove accadono dei cambiamenti epocali e dove il passato riemerge interferendo senza pietà con il quotidiano proiettandolo in una dimensione performativa densa di linguaggi e modalità differenti: produzione musicale, branding, fashion design, videoclip, marketing, luxury. La sua estetica è quindi fluida, variabile e segue le evoluzioni di tutto ciò.

Che cosa ci dobbiamo aspettare per la tua presenza al Pitti 2018? Cosa si prova a presentare la propria collezione dove hanno sfilato poco prima di te Raf e Gosha? È un grande privilegio per me avere la possibilità di presentare al Pitti dopo solo due stagioni dal mio debutto. Di questo devo ringraziare l’incredibile organizzazione che c’è dietro questo evento e la loro volontà di ricercare e sperimentare. È sicuramente gratificante essere fra i pochi nomi che hanno la possibilità di sfilare qui e oltre a Raf o Gosha che ammiro vorrei ricordare anche Gianni Versace che sfilò nella sala bianca di Palazzo Pitti. Trovo che ci sia anche una certa ironia nei tuoi capi come il riportare su una tshirt il nome di Crystal Waters o il logo del Cocoricò, pensi che le nuove generazioni possano cogliere questi simboli? Penso proprio di sì perché utilizzo spesso simboli universali che non sono obsoleti ma conservano un significato che va oltre le mode. Sembra che il tuo lavoro sia incentrato sulle generazioni emergenti, molto giovani. Sono loro i tuoi nuovi eroi?

Grazie ai miei interessi, alla musica e a M1992 ho la fortuna di essere a contatto principalmente con persone molto giovani, per cui vivendo nel loro stesso mondo è inevitabile che spesso il mio lavoro sia riferito a loro. I miei eroi rimangono altri e legati alla mia adolescenza ma presto potrei averne di nuovi. Pensi ancora che esista una cultura estetica underground? Penso di sì, solo che è difficile nasca nell’underground e che quindi sia comunemente intesa come underground, un termine ormai legato

al secolo scorso. Al momento esistono delle micro fratture estetiche di un enorme piattaforma fruibile a chiunque. Quando inizi a lavorare a una nuova collezione, come compili le references e le ispirazioni? Per questa nuova collezione dove hai rivolto lo sguardo? Per creare una collezione seguo molto la mia ossessione del momento, che molto spesso coincide anche con l’arrivo di un nuovo trend o il ritorno di uno del passato. Viaggio molto per lavoro e ció mi dà la possibilità di sovrapporre ai miei ideali estetici delle nuove sfumature, direzioni. M1992 è un codice volatile che nella collezione fall-winter 2018 identifica gli Youppies post-internet e che li raggruppa in un futuristico circolo di edonisti nostalgici di quella leggerezza «reaganiana» infusa da Yale e Princeton ma spinta agli estremi nella sua versione milanese. «Girls, Boys, Art, Pleasure» cantavano nel 1986 i Pet Shop Boys nell’inno della gioventù di Milano dedicato al Paninaro, la street-culture italiana che guardava all’ America, ma esportata all’estero. San Babila, Montenapo, Emporio Armani, Versace, Basile, Genny, Erreuno. Viene riscoperto il lato dimenticato della moda milanese, elevato a nuovo media per comunicare status-symbol interiori, lussi digitali e tormenti giovanili. Che musica hai ascoltato creando la nuova collezione? Praticamente solo Lil Pump e Pet Shop Boys. In un mondo dove Gosha, Demna e Virgil sembrano dominare il mercato insieme a Palace e Supreme, dove vedi M1992 in questo contesto? Il mercato è molto simile a quello di questi nomi anche se prevedo che M1992 verrà sempre meno accostato a ció che in molti definiscono street-style, un concetto troppo vago e obsoleto.


10 10 FOTOGRAFI reinterpretano

SHOOTING

che hanno fatto la storia di Vogue Italia

Selected by Aurora Fotografi Styling Diletta Rossi


vogue italia, grazie al genio di f r a n c a sozzani, con i suoi servizi ha colpito la realtĂ sempre nel momento giusto e spesso anticipandola. Con un linguaggio diretto ed esteticamente rivoluzionario. Il Black Issue, le modelle in rehab, il numero dedicato alle curvy quando la magrezza veniva esasperata, lo Stato di emergenza che adesso coinvolge tutto e tutti. Ne abbiamo scelti dieci, iconici, forti, potenti. E li abbiamo fatti riscattare da dieci talenti emergenti della fotografia italiana. Rischiando. Come piaceva a lei. Come piace a noi


INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 LUGLIO 2008


BLA CK

FOTO DI ALESSANDRO RUGGIERI @ use.less.useless.words MAURILIO @ kobramulato INDOSSA T-SHIRT, FELPA E JEANS WRANGLER


INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 LUGLIO 2007

REHAB ABITI ERREÀ REPUBLIC

FOTO DI MARCO CASINO @ MARCOCASINOPH

SUPERMODS ENTER


*QUESTA FOTO È STATA ELABORATA CON LA TECNICA DEL DEEP DREAM, UN PROGRAMMA DI VISIONE ARTIFICIALE CREATO DA GOOGLE*


FOT

OD gui I GUID dob OB ors ORS o O

0 APRILE 2014

INSPIRATION: VOGUE ITALIA

T- S H E J I RT, EAN FEL P SL EVI A, GI ACC ’S A


C I N E M A T I C


MAKE LOVE NOT

INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 SETTEMBRE 2007


FOTO DI MAURIZIO ANNESE @ maurizioannese GIACCA TIMBERLAND


MAKEOVER MADNESS

FOTO DI MARIELLA AMABILI @ marilebones ABITO VICTORVICTORIA

INSPIRATION: VOGUE ITALIA LUGLIO 2005

0


NEOUNISEX FOTO DI GERMANA STELLA @ je_suis_bordeaux INSPIRATION: VOGUE ITALIA

0 FEBBRAIO 1997

SCARPE ALDO


FOTO DI LILIA CARLONE @ liliaistalkative

INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 GIUGNO 2011

BELLE


VERE

ESTER ester_pantano INDOSSA BODY DIMENSIONE DANZA


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FOTO DI CHIARA CAPPETTA @ folur_ FRANCESCA @ francescag70 INDOSSA ABITO YAS VISTO SU ZALANDO.IT E STIVALETTO RIVER ISLAND VISTO SU ZALANDO.IT

INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 AGOSTO 2011

PIERPAOLO @ triptammina INDOSSA POLO FRED PERRY


CLARA INDOSSA IMPERMEABILE MOOSE KNUCKLES

THE LATEST WAVE

FOTO VIOLA DI SANTE violadisante INSPIRATION: VOGUE ITALIA 0 AGOSTO 2010


STATE OF

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FOTO DI TONI BRUGNOLI @ toni_brugnoli BOMBER, FELPA E SHORTS MFN INSPIRATION: VOGUE ITALIA SETTEMBRE 2006 0


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CHAOS AND CREATION ISSUE

PO RT F O L I O

I C C I R

S IN O FATTO MALE

TESTO DI ENRICO DAL BUONO

N L N A L H E O H C C E RAY EVENTI

O T R E R OB

È NORMALE: SENZA ERRORI NON C’È EVOLUZIONE. ED È PER QUESTO CHE UN IMPRENDITORE PARTITO DAL SURF E UN FOTOGRAFO USCITO DALLE MINIERE AUSTRALIANE HANNO DECISO DI FARE UN PEZZO DI STRADA INSIEME. UNA STRADA CHE SI INCROCIA A FIRENZE, DURANTE IL PITTI UOMO, DOVE GLI SCATTI DI COLLINS (CHE POTETE VEDERE ANCHE NELLE PAGINE SUCCESSIVE) SARANNO IN MOSTRA NELLO STAND DI RRD - ROBERTO RICCI DESIGNS: «ENTRAMBI VIVIAMO NEL MARE E PER IL MARE. E SIAMO RIUSCITI A TRASFORMARE UNA SFORTUNA IN UN SUCCESSO»

VITE NATE DA

Dentro al frammento 116 di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche, per il designer Roberto Ricci, ci sono almeno tre storie. Quella del fotografo Ray Collins (in mostra a Firenze durante Pitti Immagine Uomo dal 9 al 12 gennaio nello stand di RRD), quella dell’Uomo, e quella dello stesso Ricci, che con la sua Roberto Ricci Designs produce abbigliamento e strumenti da surf, kite, windsurf e stand up paddle. «Due gravi incidenti mi hanno portato a essere quello che sono oggi. Uno che vive dove vuole vivere, cioè sul mare, tra Castiglione della Pescaia e il Sud Africa, e fa quel che vorrebbe fare, cioè creare». QUALI INCIDENTI? Qualche decennio fa il mare me lo godevo più che altro in profondità, da sub. Poi in Grecia mi è presa una sincope. Ho smesso di fare immersioni e mi sono dedicato solo alla superficie. CIOÈ AL SURF? Più che altro al windsurf. Quando ho iniziato io, negli anni 80, per gli europei il surf era quello da vento. Se volevi vedere le onde, quelle vere, dovevi mettere su una cassetta VHS di una spiaggia californiana. Oggi, nel mondo, il 90% di chi pratica sport da glisse (scivolata, in francese) fa surf da onda, il capostipite, o lo skateboard, che è una specie di surf metropolitano. Da queste due discipline è saltato fuori tutto l’universo della glisse, una cultura, una musica, uno stile di vita. Kite e windsurf restano nicchie. In particolare chi va a caccia di vento con la tavola è una cosa strana, una creatura mitologica con le gambe da surfista e il busto da velista. Ma è la nostra nicchia privilegiata. E IL SECONDO INCIDENTE? Fino al 93 non avevo preso questa cosa di RRD davvero sul serio. Avevo shapato, come si dice, la mia prima tavola a mano, con metro e carta vetrata, nel 1986. Avevo fondato il marchio nel 1989. Gironzolavo tra l’Italia e le Hawaii, facevo le tavole su commissione, per amici o per atleti, non in serie. E andavo anche io in windsurf, ero bravino, sono stato nella top 25 mondiale, ma non ero bravissimo. Poi nel 93 m’ha preso fuoco il laboratorio di Grosseto e c’ha rimesso pure la casa dei miei genitori al piano di sopra. Anche quel forno a temperatura elevata per l’essiccazione lo avevamo tirato su a mano… Dopo una notte insonne decisi che avrei fatto sul serio. Ho acceso un mutuo per comprare le nuove strumentazioni e ho cominciato a produrre tavole in serie.

E T’È ANDATA BENE, VISTO CHE ATTREZZATE CAMPIONI MONDIALI E AVETE APPENA INAUGURATO UN MONOMARCA PURE A CAPE TOWN… Credo che il motivo del nostro successo dell’inizio sia stato il ponte che abbiamo costruito tra Maui e la Toscana. Cioè, prodotti con prestazioni tecniche da campioni del mondo ma in stile italiano. Per prima cosa, certo, una tavola deve andare veloce sulle onde e nel vento e vincere le gare. Però dev’essere bella, nella forma, nelle linee e nei colori. Da qui nasce il nostro concetto, mio e del mio socio Roberto Bardini, della perf-romance. Per dire, quando compri un nostro capo noi non ti regaliamo un catalogo, ma un romanzo, un classico del mare. Libri di Melville, di Conrad, di Verne. Li stampiamo noi, tre ogni inverno e tre ogni estate. E abbiamo sempre esposto i nostri prodotti davanti a pannelli luminosi a tema marino. Una medusa, una burrasca. Vogliamo che sia un contesto da opere d’arte, non da negozio di soli prodotti. PERCHÉ SIETE ANDATI OLTRE ALLE TAVOLE… Per prima cosa, circa sette anni fa, abbiamo creato una nostra linea di beachwear. Prodotti per l’estate come boardshorts e t-shirts. Poi mi sono detto: te indossi la muta da quando c’hai sette anni, è il tuo abito da lavoro e da divertimento… perché non provi a farne una? Così, in collaborazione con Rip Curl, azienda australiana sacra per i surfisti di tutto il mondo, abbiamo iniziato a confezionare pure le mute. Una volta io e il mio socio guardavamo un manichino con addosso una delle nostre mute e ho detto: ma lì dentro c’è già una giacca. Quella che usi per andare al mare negli acquazzoni di fine estate, nei temporaloni d’inizio autunno. È nata Summer Storm, ed è stato il primo passo sui capi spalla. Quindi ci siamo spostati ancora più avanti con le stagioni, ed è nata Winter Storm, il vero successo. Per le giacche volevamo qualcosa che ricordasse le muta in neoprene, opache ed elastiche. Abbiamo rivestito perfino i capispalla invernali con la lycra, che normalmente si usa per costumi da bagno. Una follia.

ANCHE RAY COLLINS, CHE SARÀ IN MOSTRA CON RRD AL PITTI, SEMBRA STRANO FORTE… Infatti ci siamo intesi subito, dalla prima email che gli ho scritto. Anche lui vive in mare e per il mare. Con i suoi scatti cattura quei momenti in cui l’acqua s’impenna, si contorce e si fonde con la luce. Sembrano montagne innevate, sculture di un qualche metallo liquido, materia aliena stracarica di energia potenziale, mostri meravigliosi, non semplici onde. PERCHÉ DICEVI CHE SIETE ACCOMUNATI DA QUELL’AFORISMA DI NIETZSCHE? Anche lui è riuscito a trasformare una sfortuna in un successo. In Australia lavorava in miniera, stava sottoterra tutto il giorno, in mezzo alla polvere nera e con poca aria. Quando finiva scappava a surfare a cielo aperto. Un giorno sì e fatto male al ginocchio, e dopo al mare ci andava per la riabilitazione. Per passarsi il tempo s’è comprato una di quelle macchine fotografiche gommose e impermeabili. Era il 2007. In questi dieci anni i suoi paesaggi marini sono diventati soggetti per progetti e campagne di Apple, National Geographic, American Airlines, Nikon, Redbull, le sue foto sono comparse su decine di riviste in giro per il Pianeta, ha vinto innumerevoli premi. E a proposito del male e del bene dell’Uomo? Mia nonno, nato e morto contadino, mi diceva: ma che vai a fare in Sud Africa che qui a Follonica c’è la terra fertile? Ecco, io credo che un giorno torneremo a essere tutti contadini, ma consapevoli. Coltiveremo la terra con prodotti organici, attorno alle nostre case con pannelli fotovoltaici. Torneremo ad essere semplici. Ma questo mondo è davanti, non indietro. Passa per la tecnologia, non la combatte. L’essere umano è un essere naturale e anche ciò che produce, tecnologia compresa, non può non esserlo. Una mia tavola ipertecnica non è meno naturale di un’onda. Ora lo stesso uomo della strada s’è reso conto che le risorse del pianeta stanno finendo, che aumentano inquinamento, fame e siccità. È normale, dobbiamo sbagliare prima di capire. Senza errori, senza male, non c’è consapevolezza, non c’è evoluzione.

ROBERTO RICCI, RITRATTO DA PAOLO CIRIELLO. IN ALTO, LA TRASFORMAZIONE DI RRD - ROBERTO RICCI DESIGNS DA MUTA DI SURF A GIACCA. ILLUSTRAZIONE DI PAOLO GUARNACCIA

«LE GRANDI EPOCHE DELLA NOSTRA VITA SI HANNO QUANDO NOI ABBIAMO IL CORAGGIO DI RIBATTEZZARE IL NOSTRO MALE COME QUEL CHE ABBIAMO DI MEGLIO».


Snow Mountain Ray Collins cattura l’Oceano con una macchina fotografica. Lo fa in Australia, dove le onde ti costringono ad alzare la testa verso l’alto. Quel momento in cui l’acqua e la luce si fondono e la forza irrompe, spaventosa e dolcissima insieme.


CHAOS AND CREATION ISSUE

PO RT FO L I O


CHAOS AND CREATION ISSUE

PO RT FO L I O

The Wall Le foto di Ray Collins sono state scelte come soggetti per le loro campagne internazionali da Apple, Nikon, United Airlines, Isuzu, Qantas, Patagonia, National Geographic e Red Bull. Oltre a finire sui media più prestigiosi (Vogue, Wired, New York Post, Yahoo, CNN, ABC USA, ESPN, The Australian, Huffington Post e BuzzFeed). I suoi Seascapes sono stati esposti in gallerie e musei negli Stati Uniti, in Europa, nel Regno Unito e in Australia. Ray ha vinto svariati premi tra cui l’Australian Surf Photo of the Year e l’American Aperture Awards. È stato nominato fotografo sportivo emergente da Capture Professional Photography Magazine nel 2013, si è classificato al primo posto nella California Academy Of Sciences Big Picture Awards.


RRD

RRD winter 2018*19 MAN

ROBERTO RICCI DESIGNS AL PITTI UOMO IMMAGINE 93 La mostra di Ray Collins, Jerrie van de Kop come ospite speciale e la nuova collezione. Qui abbiamo scelto i capi più iconici

WINTER ESKIMO FUR N

WINTER PARKA CAMO FUR N

Perfetto per contrastare il freddo intenso, protegge il corpo grazie alla classica lunghezza tre quarti. Progettato secondo l’Holistic Technology®, che garantisce sinergia tra i diversi materiali che lo compongono, si traduce nella somma di uno strato esterno di Lycra super matt avvolgente che lo rende aderente al corpo, protegge e scolpisce la figura, uno strato di membrana traspirante e uno in pile. Al suo interno, l’imbottito è in piuma d’anatra 90/10 racchiuso da uno strato in nylon 20 denari. Il suo aspetto “pulito” e senza pieghe è accentuato da zips e cuciture invisibili a prova di pioggia. Il cappuccio è bordato in pelliccia di raccoon in tinta con il capo.

Giaccone nato per contrastare le basse temperature fornito di cappuccio, abbottonato e incernierato fino al collo. Vestibilità e confort sono garantite dal design che segue la linea del corpo. La zip centrale è a catena grossa con doppio cursore e le cuciture sono termo saldate. Progettato secondo l’Holistic Technology®, che garantisce sinergia tra i diversi materiali che lo compongono, si traduce nella somma di uno strato esterno di Lycra super matt avvolgente che lo rende aderente al corpo, protegge e scolpisce la figura, uno strato di membrana traspirante e uno in pile. Al suo interno, l’imbottito è in piuma d’anatra 90/10 racchiuso da uno strato in nylon 20 denari. Esternamente, la Lycra è stampata all over con disegni camouflage. Il cappuccio è bordato in pelliccia di raccoon in tinta con il capo.

BRITISH TRENCH MONO

WINTER PANT MICROARM

DOWN UNDER STORM

Giaccone tecno doppio strato, nato per contrastare le basse temperature con collo a camicia, abbottonato esternamente ed incernierato internamente. Vestibilità e confort sono garantite dal design che segue la linea del corpo. Progettato secondo l’Holistic Technology®, che garantisce sinergia tra i diversi materiali che lo compongono, si traduce nella somma di uno strato esterno in cotone trattato ed impermeabilizzato con cera d’api foderato con una rete accoppiata ad una membrana anti acqua e anti vento traspirante. L’interno, in nylon imbottito di ovatta, è staccatile e può essere indossato anche separatamente.

Pantalone tecno sartoriale realizzato su classico modello a sigaretta. Il suo tessuto esterno Ë in Lycra stampato all over con disegno micro armatura accoppiato al jersey in micro modal, un tessuto naturale di origine vegetale, che rimane a diretto contatto con la pelle.

È un blazer che nasce dal design delle mute ed è l’evoluzione del piumino da città. Progettato secondo l’Holistic Technology®, che garantisce sinergia tra i diversi materiali che lo compongono si traduce, nella sua parte esterna, nella somma di due starti in Lycra tra i quali viene posizionata una membrana traspirante anti acqua e anti vento. Il suo aspetto “pulito” e senza pieghe è dato dalla tecnica di assemblaggio dello strato esterno: ogni sua parte è incollata in assenza totale di cuciture. Internamente, un piumino in nylon 20 denari imbottito con piume d’anatra 90/10 assicura calore. Questo capo è dotato di cappuccio e di una chiusura anteriore con zip esterna.


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come COSA II DOVE II QUANDO II come Traguardare, l’uragano Brexit, i WOO Napolipop-urban-rap-rock (città che merita, godetevi il portfolio CHAOS AND CREATION ISSUE Mavi Phoenix e il di mischiuglio (che chaos!), gli Yombe

eda la maternità unaitribù congolese creation!),di i fratelli Gallagher (chaos!), partnership e musica paginaper 55), locali in cui(che riflettere avanguardia e la lamostra di moda David Bowie tra BePositive e Tommy Vee (creation!), il delirio che va avanti da 18 anni del Glitter Club (chaos!), The Travel più che mostra è unstando racconto della diversità ognuno Almanac e iluna concetto del viaggio seduti (creation!). E poi localiin salutisti, green,di danoi volemosi bene. Che quando arriverà la fine almeno saremo tutti belli sani, asciutti e con una pelle splendida

che


CDQC I MUSICA «I ain’t changing my ways. Lo siento, I don’t give a shit what they say» parola di Mavi Phoenix Di Marco Cresci / Foto Alex Vaccani Mavi Phoenix sta attirando l’attenzione sulla scena musicale austriaca con il singolo Aventura, un miscuglio pop-urban-rap-rock che sposa perfettamente la sua estetica da ribelle gentile Dopo aver ricevuto un vecchio Macbook in regalo da suo padre all’età di 11 anni, Mavi comincia a comporre canzoni in cameretta, a suonare la chitarra e persino a imparare l’inglese per poter scrivere i suoi rap e far breccia nel mondo sconosciuto dell’hip-hop austriaco. L’energia della sua musica è infusa dall’esuberanza di artisti come David Bowie e Kanye West, che ha ascoltato mentre cresceva, come ci ha raccontato. Un successo inaspettato con il singolo Aventura - merito anche dello spot Desigual - qual è la storia del pezzo e come ci hai infilato un verso di Kanye West dentro? Sì, davvero non me lo aspettavo, è stato tutto così veloce! Kanye eh eh… Sono una sua grande fan e mentre facevo freestyle mi è uscito il suo verso, all’inizio mi son fatta qualche scrupolo ma poi mi sono detta: Kanye lo avrebbe rubato senza scrupoli! E quindi fanculo, l’ho usato. Hai da poco pubblicato il tuo secondo e.p. Young Prophets, che in realtà è una reissue, cos’ha di diverso rispetto alla sua stesura originale e come mai hai scelto un titolo che può suonare presuntuoso? L’e.p. contiene due brani in più rispetto alla sua pubblicazione originale, ovvero White Polo e Janet Jackson, mentre per quanto riguarda il titolo volevo qualcosa di maestoso, se infastidirò qualcuno tanto meglio! La tua musica mescola molti generi, mi sembra riduttivo chiamarti rapper, tu come ti definiresti? Non mi definirei, e grazie per non avermi dato della rapper, odio quando succede. Se proprio devo collocarmi in un genere allora ti dico che faccio musica pop, che oggi vuol

dire tutto e niente, mi piace farmi contaminare da quel che sento e vedo senza pregiudizi e vorrei che anche chi ascolta la mia musica si sentisse libero. Smettetela di pensare troppo e ballate! Com’è la scena musicale austriaca? Mettiamola così: non amo essere associata alla scena musicale

- by N.E.R.D (Columbia / I am Other / Sony Music)

NO_ONE EVER REALLY DIES

SCUDETTO - Galeffi

Dopo sette lunghi anni i N*E*R*D* si presentano sul mercato con un nuovo album che svela cosa c’è dietro il loro acronimo. La traduzione quasi letterale è: Nessuno muore realmente… e questo è assolutamente vero! Sopratutto se sei una band con un proprio sound come questa formata da Pharrell Williams, Shay Haley e Chad Hugo. Se Douglas Adams ha inventato il Pan-Galactic Gargle Blaster nel romanzo Guida Galattica Per gli Autostoppisti come il cocktail più figo dell’universo, anche i N*e*r*d* a ogni disco hanno inventano il singolo che descrive alla perfezione la consumazione di quel cocktail, infatti, sono la reincarnazione dell’espressione: «Come avere il cervello rotto da una fetta di limone avvolto intorno a un grosso mattone d’oro». Lapdance, Everyone Nose, She Wants to Move e quest’ultimo Lemon con Rihanna hanno lo stesso piacere viscerale profondamente radicato nelle provocazioni ritmiche e nella semplicità dei ritornelli. Nelle vene del disco scorrono le voci di: Future, Gucci Mane, Wale, Kendrick Lamar (due volte!), André 3000 , MIA e persino Ed Sheeran. Nessun altro progetto nella loro carriera contiene così tanti ospiti. Una cosa che differenzia quest’ultimo dagli altri è il troppo Pharrell nelle produzioni, infatti la sua influenza è omogenea in ogni traccia e lascia un bel punto interrogativo su Chad Hugo, che era ed è la sfumatura più bella dei loro lavori quando venivano firmati sotto il nome The Neptunes. Nei loro progetti c’è sempre stata quella scintilla eccitante che rompeva il pedigree del pop con suoni frastagliati tra fusioni rock e rap mentre in questo disco non compare molto, a fine ascolto resta solo il profumo di un album accattivante con le sue tracce costruite su ogni ospite che lo compone. STEFANO NAPPA

Questo è il suo vero e proprio primo disco dopo l’esperienza a The Voice of Italy. Piero Pelù ci aveva visto lungo sul suo talento e lui sicuramente per ora non ha mai deluso. Dal titolo si capisce che Marco Cantagalli abbia una passione molto forte per il calcio, ma questo album per lui è anche un traguardo importante. Dieci tracce piene d’amore che abbracciano un suono indie e spesso anche lo-fi che ha infiammato il web fin dal suo primo singolo Occhiaie. La scia sonora è quella della classica scena indie e se vi piace questo filone allora il disco non vi deluderà affatto anzi entrerà nella vostra bacheca accanto a quello di Calcutta o di Gazzelle. Se invece non avete mai seguito la massa dei social di quest’album non ve ne fregherà nulla però non vi stupite se vedrete Galeffi sul palco del prossimo San Remo. Probabilmente è l’artista di cui il festival ne ha più bisogno, sopratutto in questi anni, e in queste edizioni dove la creatività e l’originalità è più frivola che mai. Burattino è forse il brano più struggente del disco dove gli effetti che avvolgono la ritmica leggera della batteria finiscono in un tornado espressivo fatto dalla pronuncia dei testi proprio di Galeffi: la vita quotidiana con i suo amori totali e i rimedi quasi surreali governata da tazze di té, occhiaie, orologi, caffettiere, baci rubati, polistirolo e calciatori. Questo è un esordio molto bello che. Occhio al secondo ascolto di tutte le tracce perché se vi entra in testa non va’ più via. STEFANO NAPPA

Maciste Dischi (Digital Media)

austriaca! Non saprei cosa risponderti, non c’è nulla che mi piace, rischio di sembrare presuntuosa ma è la verità. Sembri una persona che non teme di dire qual che pensa… So quello che voglio e non mi piace che mi venga detto cosa devo fare. Sì, sono una ragazza con le palle se è quel che intendi!

As You Were - Liam Gallagher (Warner Bros. Records) vs

Who Built The Moon? - Noel Gallagher’s High Flying Birds (Sour Mash)

Altro giro, altro disco, altra puntata e altro regalo del reality show preferito dagli appassionati del Britpop prodotto dalla famiglia Gallagher, entrambi ex frontman della storica band chiamata Oasis. A distanza di una settimana l’uno dall’altro hanno pubblicato entrambi un disco solista, il primo per Liam dopo l’esperienza con i Beady Eye. In precedenza i due figli della migliore Manchester City musicale si sono affrontati più volte sui social con insulti e battute piccanti degne del vostro miglior chili che avete in dispensa. La situazione era più o meno questa: Liam chiama «patata» Noel e Noel gli risponde «dovresti andare in terapia». Si sono punzecchiati fino al punto giusto per attirare l’attenzione su entrambi i lavori in uscita anche se probabilmente non ne avevano bisogno ma tutto fa brodo, no? Al primo ascolto quello di Noel sembra un tentativo di riscrivere la sua storia post Morning Glory degli Oasis mentre quello di Liam conferma il suo fascino ineguagliabile da rockstar virale, con brani dalle vistose influenze sonore from Radiohead e Blur. Il disco di Noel invece è fatto di contrasti fin dalla prima traccia, un finto blues con strilli di violoncello, percussioni, canti gospel, backbeat hip-hop, un inesorabile trapano sonoro accompagnato da un canto femminile. Entrambi i dischi sono un Kāma Sūtra in the Bushes, ossia un kāma sūtra tra i cespugli, quindi, se ti piace il rock, sopratutto quello British, applicare l’antico testo indiano a questa musica grazie ti verrà facile dall’inizio alla fine. STEFANO NAPPA


CDQC I MUSICA sublimare sensazioni in musica / intervIsta aGli Yombe

DI STEFANO NAPPA

Sono in due ma suonano come una sola anima e da poco hanno pubblicato, per Carosello Records, il loro primo album L’elettronica si mescola al soul su ritmi molto più che tribali. Infatti, il loro nome è stato preso in prestito da una particolare statua d’ebano, che raffigura la maternità secondo la tribù congolese. Il tutto in realtà ha un richiamo esotico, primitivo, e questo crea un legame diretto con la musica che fanno. Abbiamo improvvisato una chat con loro mentre erano in viaggio per l’ultima data live dell’anno. Com’è iniziata l’avventura di GOOOD? Be’, con GOOOD volevamo approfondire alcuni aspetti accennati nel primo EP. Non nascondo che la scrittura di questo disco ci ha stressati abbastanza, avevamo tempi stretti, motivo per cui il titolo dell’ album rimanda proprio al concetto di essere bravi in qualcosa, capaci di rispettare i tempi senza tradire le aspettative o peggio, se stessi. Con questo progetto avete chiuso il cerchio che avevate aperto con il primo singolo, pubblicando un video che ha scosso il web fin da subito. Cos’è cambiato da quel video a oggi che avete aperto concerti sold out come quello in Santeria a Milano di Ghemon? Sono cambiate moltissime cose. Di certo abbiamo lavorato molto sulla nostra capacità espressiva cercando il minimalismo in ogni canzone. Pochissimi suoni e poche parole capaci di restituire grandi significati, almeno per noi. Inoltre è stato fatto anche un grosso lavoro per implementare il nostro show, perché sentivamo che era arrivato il momento di avere dei supporti visivi che dessero più forza alla nostra musica e alla nostra presenza; sai com’è, reggere il palco in due a volte può essere complicato. Ecco perché Alfredo ha ideato un light show molto suggestivo che rimanda proprio al nostro ultimo videoclip della canzone Tonight. Nei video, e anche ora nel live, ci sono molte coreografie. Da cosa derivano? Forse da un tuo passato come ballerina? Guarda, io ho studiato danza per vari anni. Tuttavia, la mia scelta di coreografare il live è molto più spontanea che altro, semplicemente non posso farne a meno di muovermi :) Nei video mi piace coinvolgere coreografe per farmi suggestionare, di solito lavoriamo insieme a delle vere e proprie performance più che a dei balletti. Forse Tonight è l’unico video in cui c’è una vera coreografia pop. Un episodio bello e brutto legato a Goood che ti porterai sempre dietro? Un episodio fantastico è stato essere contattati per fare un’intervista con

performance live per Boiler Room Tv. A volte ancora non ci crediamo :) Non ricordo invece episodi così brutti da rimanere impressi, magari sono stati molti i giorni no, ma di certo sono stati anche i più irrilevanti. Secondo voi il caos quanto regola la creatività di un musicista? Ti dirò, il nostro processo creativo non è quasi per niente caotico. L’unico caos di cui possiamo parlare nel nostro caso è banalmente quello emotivoche da sempre è alla base di molte creazioni artistiche anche non musicali, pensa a J.Pollock! Noi proviamo a sublimare le nostre sensazioni nella musica, e nel farlo preferiamo essere da soli. Per fartela breve lavoriamo sempre separatamente ai pezzi per poi finalizzarli insieme in studio. Tra voi due oltre ad avere la musica si dice che ci sia qualcos’altro. Come vivete il vostro quotidiano quando non siete in studio di registrazione? Sì, siamo anche una coppia. A essere sinceri la viviamo bene; c’è rispetto reciproco e questo è alla base di tutto. Come tutte le coppie del mondo litighiamo e a volte il fatto di condividere successi e fallimenti lavorativi può essere difficile da gestire perché sei portato a sfogarti con il tuo compagno che però è anche il tuo partner di lavoro. Insomma, a volte facciamo un po’ di confusione, però tutto sommato la gestiamo benissimo. Siamo molto bravi a ritagliarci i nostri spazi personali. Non c’è mai stato un momento d’imbarazzo? Che ne so, qualche fan che si sia buttato addosso a lei o viceversa? Si,a volte assistiamo a tentativi di seduzione da parte di altre persone, però troviamo che la cosa sia molto divertente :D Anzi, preferiamo che la nostra carica erotica non venga annullata dal fatto che lavoriamo insieme. Che qualcuno ci provi è solo un buon segno ;) Cosa dobbiamo aspettarci da questo 2018? Magari un tour europeo? Di certo della nuova musica. Sul tour invece non saprei cosa risponderti, ci auguriamo che dei festival europei ci ospitino. Non ci abbiamo mai provato perché volevamo arrivarci più preparati su palchi del genere. Chissà che non accada nel 2018! :) Come vi vedete tra 5 anni, senza limiti di budget con chi collaborereste? Oddio, di certo entrambi con i capelli mooolto più lunghi! E poi ...vorremmo passare una giornata in studio con Mura Masa o F. Ocean.


CDQC I CLUBBING il glitter comincia adesso / di Luca Fontò foto Alex Vaccani i diciotto anni del glitter club, il sabato sera più delirante di milano, raccontato dai suoi fondatori

«Oh Deborah» canta Jarvis Cocker, «ti ricordi? Casa tua era davvero piccola, col truciolato sulle pareti». Una voce dal microfono sentenzia: «Il Glitter comincia adesso», le luci stroboscopiche s’interrompono, i faretti cambiano colore, cambia la musica; e su un piccolo palco al lato del dj compare Lalla Bittch: ora è Jessica Rabbit, ora Jessica Fletcher; è Lady Gaga, Patty Pravo, Emma Marrone. La seguono le Glitz Girlz: tre, quattro, cinque ragazze «interpreti di un ruolo o semplicemente corpi su cui appoggiare parrucche e lustrini». Certe volte la spuntano uno o due maschi, (i Glitz Boyz), mettono in scena incontri di wrestling femminile, cantano Senza Fine in abito da sera o ballano fedelmente Madonna. Reinterpretano video pop, che sia pop del 76 o del 2016, a metà strada tra il lip-syncing di Gloria Viagra e le performance figlie della fan-fiction in Super 8 e di MySpace, tra il cabaret e la discotheque - un po’ glam un po’ camp. Le Glitz Girlz sono un’arte basata sull’inesattezza della rappresentazione; «un progetto serio, anche se viene percepito molto diversamente. Sono pochi quelli che le apprezzano». Eppure per scorgere il palco bisogna sgomitare tra gli avambracci che reggono i cellulari. Due spettacoli a notte, ogni sabato notte; prima, dopo e durante: la musica di Marco Cresci/dj412: dance-pop che si scopre solo facendo Shazam. E ecco che le luci ritornano stroboscopiche e in una casa davvero piccola, con le pareti senza trucioli ma pieni di moquette, «il Glitter comincia adesso»: fatto di berretti al contrario, infiniti bicchieri, molte barbe e qualche canottiera. Nato nel 1999 in quel che era il Cafè Dalì, dopo un tour geografico e anagrafico è ora approdato in Via Torino 64, sempre a Milano, col nome di Moana by Glitter: il più possibile vicino al Duomo, come quando, vent’anni fa, «i CD si andava a comprarli a Londra e le foto venivano scattate in pellicola». Fabrizio Ferrini e Giuseppe Magistro, creatori di Hunter Magazine e fondatori del Glitter, sono tutt’oggi le menti dietro e davanti a quel palco: «Direttori artistici? Preferisco che si parli di un collettivo» risponde Fabrizio. In questi diciotto anni si sono susseguiti altrettanti nomi, cinque location, qualche performer – ma la formula è rimasta la stessa, e anche il team dietro alle quinte. Siamo un gruppo di amici prima di essere «delle persone che organizzano feste»,

l’autenticità del nostro rapporto è il motivo per cui la squadra non cambia. Tutto ciò che si stacca dall’albero o è pronto per essere mangiato oppure è marcio, quindi… Cosa trovi nel Glitter del 2017 di diverso da quello del 99? Sono passati quasi vent’anni, e il Glitter è uno specchio dei tempi, quindi direi: tutto. Qual è la difficoltà del mantenere vivo un club per così tanto tempo, e in mezzo ad altre serate? Nessuna, non è un business. Finché non ci costa troppa fatica e ci divertiamo, la festa va avanti; quando diventerà complicato o noioso la lasceremo andare. Alla fine degli anni Novanta avete inventato una nuova serata per il sabato di Milano: era la discoteca che mancava oppure quella che avreste frequentato voi per primi? Creare la propria discoteca ha come primo vantaggio quello del bere gratis. Il Glitter nasce da questa esigenza. Da subito sono state Glitz Girlz: sono serviti più di dieci anni per arrivare ai Boyz. Eppure vi rivolgete a un target maschile… Il Glitter non ha una connotazione di genere, la scelta delle ragazze è semplicemente più funzionale alla messa in scena. Quando abbiamo trovato una chiave di lettura dello stesso immaginario anche al maschile abbiamo aggiunto qualche uomo, ma di base chi lavora al Glitter potrebbe essere come quei manga senza capezzoli e senza genitali: il sesso, come tutto il resto, viene semplicemente citato, non approfondito. Un giorno tutto questo finirà? Abbiamo tutti un lavoro di giorno e seguiamo altri progetti paralleli altrettanto stimolanti; al momento viviamo la giornata completa, dalla mattina alla notte. Se il Glitter dovesse finire andremo semplicemente a letto prima il sabato.


CDQC I SHOPPING I INTERVISTA di francesca ortu I FOTO DI GIORGIO SERINELLI BePositive e dj Tommy Vee / essere avanti al punto giusto unire moda e musica. per molti brand questo è un motto, una speranza. per loro è una realtà. loro sono fabrizio ferraro, proprietario di bepositive, e il dj tommy vee. hanno cominciato facendo ballare folle di gente al pitti uomo (e lo faranno pure in questa 93°edizione), e hanno continuato realizzando insieme delle sneaker (BePositive per Veeshoes). noi li abbiamo fatti sedere sullo stesso divano tartassandoli di domande: «condividiamo una filosofia, un approccio alla vita adolescenziale in termini di entusiasmo che, abbinata alla nostra professionalità, diventa travolgente» Che il proprietario del brand di calzature BePositive, Fabrizio Ferraro, abbia stretto un’importante collaborazione con il dj Tommy Vee, non è più una novità. Hanno prima fatto saltare folle di gente ai party di Pitti Uomo a Firenze (stessa cosa succederà in questa edizione il 10 gennaio, al Complesso di Santo Stefano al Ponte Vecchio, sempre con Urban come media partner) e ora hanno realizzato insieme una nuova capsule collection di sneaker BePositive. Oltre ai successi professionali, abbiamo deciso di raccontarvi il dietro le quinte di questa collaborazione e li abbiamo intervistati, entrambi, la stessa sera, mettendoli uno di fronte all’altro nella stessa poltrona. Quella de labrutepoque, studio fotografico a Milano. Chi è Tomaso Vianello? T: Tommaso è un uomo che cerca di esprimere un’interiorità che forse è più complessa di quello che si possa vedere o intuire. Sono molto analitico e mi trovo spesso faccia a faccia con il mio io per ascoltare le rotture del mio essere, che mi hanno portato a prendere spesso strade scomode. Diciamo che oggi sono un uomo che oltre a guardarsi dentro, si sa anche ascoltare. Chi è Fabrizio Ferraro? F: Una persona fortunata, cresciuta in una famiglia di sani principi e che ha potuto fare del suo lavoro ciò che più gli piaceva, proseguendo un percorso preciso e seguendo il sogno di diventare il proprietario del brand BePositive. In cosa ti rappresenta BePositive Fabrizio? T: Rispondo io. Rappresenta l’approccio adolescenziale alla vita che ha Fabrizio, inteso in termini di entusiasmo che, abbinato alla sua professionalità, diventa travolgente e che viene espresso da una semplicità altrettanto adolescenziale e fondamentale. Quali aspettative avevate l’uno dell’altro considerata la forte immagine per entrambi? T: La mia assistente mi dà solitamente dei feedback sulle persone. Mi aveva detto che era una persona molto carina. Di solito cerco di predispormi in base a chi ho davanti. F: Nessuna, ma l’entusiasmo che ha avuto quando ha visto e provato le scarpe mi ha acceso una lampadina. Ho pensato che potessimo subito fare qualcosa di più insieme e che potessimo fondere moda e musica. Strategie e comunicazione? F: Internet ha cambiato il modo di fare comunicazione. Oggi con i social abbiamo una “informazione” globale dal momento in cui premiamo il tasto Condividi, ma il nostro obiettivo finale rimane sempre quello di parlare direttamente al consumatore e di customizzare all’estremo, per plasmare ogni modello sulla personalità di chi ci sceglie. Stiamo facendo dei piani molto strutturati su come portare avanti questo progetto tutto made in Veneto. Sicuramente la visibilità che Tommy ha a livello internazionale è importante, ma lo è di più la sua credibilità. T: Non ho mai ‘smarchettato’, nemmeno quando era facile farlo, economicamente parlando. Ho sempre preferito scegliere brand che erano nella mia comfort zone, che mi appartenevano. È la stessa motivazione che ti ha fatto dire sì a questo progetto? T: C’era una competenza tecnica, un progetto che non era commerciale ma era una filosofia, un mood, una storia e un mondo che conosco bene, che ha delle matrici venete che mi appartengono, che nascono in un territorio che mi rispecchia molto. In più mi è piaciuta la collezione e ho pensato che anche io avrei potuto dire qualcosa grazie a BePositive. Quando hai visto le BePositive per la prima volta? T: Le ho toccate. Mi sono piaciute perché erano semplici ma avevano brio, mi piace l’incontro del nuovo con il vintage, l’essere avanti ma mai troppo avanti. Il buon gusto sta nell’equilibrio delle cose, che è difficilissimo avere. È complicato essere avanti al punto giusto. La grossa responsabilità di chi lavora con l’arte credo sia che l’artista deve sempre essere 10 passi avanti al pubblico ma dimostrarne 5, perché senno si perde l’aspetto comunicativo, che poi è lo stesso per il quale ci vestiamo o suoniamo. T: È una sensazione, un istinto, forse anche una predisposizione e il suo rischio è di non essere capiti.

solo per citarne alcuni) ‘non perché fa figo’, ma perché c’è uno standard qualitativo dell’offerta e una competenza nella vendita, che onora quello che è il prodotto e l’azienda.

Come si comunica la qualità oggi di BePositive? F: Oggi la qualità di BePositive si comunica attraverso un prodotto artigianale non industrializzabile e un customer care molto accurato.

Da una collaborazione è arrivata l’amicizia... Che tipo di confidenza avete? T: Lui è tra i mei confidenti più importanti. Con lui ho deciso di abbassare la guardia. F: È entrato nella famiglia.

L’utenza distingue il prodotto artigianale e quello industriale? Quanti vi scrivono perché conoscono il lavoro e il prodotto e quanti perché sono attirati dalla facciata? F: Vince il percepito. Il consumatore viene attirato chiaramente dal prodotto e fa un acquisto emozionale. È importantissima la qualità della distribuzione. BePositive è presente nei migliori negozi nel mondo (Guji di Kyoto - La Rinascente, Milano Antonioli - Lazzari Treviso - Flow Run Firenze - Hot Stuff Jesolo - Leclaireur Parigi,

Da bambini chi eravate? T: Da bambino ero un ciccione occhialuto, escluso da qualsiasi attività ludica e sportiva, mio padre era un commerciante e e sono sempre stato attratto dalla moda. Mi seduceva l’esposizione delle vetrine e ne cercavo la logica. F: Ero anche io un bambino abbondante. La musica è stata sempre stata la mia passione principale e per un periodo ho suonato nelle discoteche. Quando mio padre mi chiese


FABRIZIO FERRARO, A SINISTRA, E TOMMY VEE SUL DIVANO DE LABRUTEPOQUE, STUDIO FOTOGRAFICO MILANESE. WWW.LABRUTEPOQUE.COM

Una città nella quale vi identificate? F: New York. T: New York, anch’io.

riporto nelle scarpe BePositive. Il mio messaggio è quello di un Tommy Vee maturo che deve trovare una dimensione che rappresenti tutto il mio background musicale e professionale. Mi rifaccio a Kant e al concetto di sintesi tra tesi e antitesi. I più bei pezzi della musica sono sintetici, con pochi elementi che ne racchiudono tanti altri. Quello che a me manca è raggiungere questa sintesi partendo da tutto quello che io ho passato artisticamente fino ad oggi, mettendo tutte queste mie contaminazioni di generi musicali in un unico sound.

Una che ricordate con affetto? F: Londra. T: Ahahaha, anch’io Londra. Vedi che siamo in sintonia?

Una parola per descrivere Tommy? T: Next, che rappresenta la mia proiezione oggi.

Cosa pensi di dire con BePositive, Tommy? T: Con la musica sono in un momento di passaggio e sto cercando disperatamente quella cosa che metta insieme la mia maturità artistica e il mio profilo. Questo lo

E una per descrivere Fabrizio? F: Ne ho due: ottimista e istintivo. Lavorativamente e personalmente mi baso sempre sull’istinto e quando l’istinto mi tradisce l’ottimismo e l’attitudine positiva compensano.

di scegliere tra la moto e il mixer io scelsi il mixer. Il mio legame con la musica è sempre forte e non mancano occasioni, durante i momenti di festa con gli amici, per fare il DJ. Ancora oggi suono e quando facciamo le serate con Tommy inizio io (Thanks Tommy!!!).


CDQC I SHOPPING I a cura di francesca ortu Alessandro Enriquez / diventare grande con la facciA DI UN RAGAZZINO «Tutto ebbe inizio da un libro. La versione narrata delle mie passioni e il punto di vista globale di professionisti nel settore moda, food, lifestyle, musica e architettura. Il numero 10 era sempre stato centrale nei testi e quando per gioco ho creato la mia prima collezione ho ripreso il nome stesso del libro che avevo realizzato e ho giocato con l’italianità che raccontavo, rivestendo capi e accessori con stampe all over». Alessandro Enriquez, siciliano con origini tunisine, francesi e spagnole, è un designer e un influencer tra i più conosciuti a Milano (e sicuramente tra i più ironici e simpatici). Prima del libro? Disegnavo per Costume National che non è stato il mio primo lavoro nel settore, ma è stato poi quello che mi ha formato. Minimalismo e cultura pop Ho da sempre sviluppato un’attitude al pop e una voglia di esprimermi in maniera più ironica e colorata, facendo, anche per lo stesso Costume National, brand minimalista, delle ricerche d’ispirazione forti, lavorando con riferimenti molto importanti quali Franco Moschino, Elio Fiorucci e Gianni Versace, che poi rappresentavano anche il mio stesso stile, centrato sui colori, sul vintage che hanno poi plasmato la mia creatività e il mio dna. La tua formazione prima di Costume? Lavoravo come freelance. Mi sono laureato in Lettere o fatto degli studi in Spagna nella facoltà di Storia dell’Arte. Successivamente ho seguito un master di fashion design alla Saint Martins e poi a Milano, alla Marangoni. La prestigiosità degli istituti chiaramente ha acceso la lampadina su di me. Quindi avevi già un’idea di quello che volevi fare? Ho scelto Lettere perché era la facoltà più vicina ai miei interessi ma non avevo idea di cosa volessi fare. Mi piaceva la moda ed essa aveva delle materie più consone legate alla storia del costume. La tua popolarità è dovuta a quale tua collezione? Merito della collezione con la pasta. Con quella ho fatto bingo, presentandola prima del tema dell’Expo sul cibo, con un’attenzione importante da parte dei buyer e un ottimo riscontro all’estero. Quale racconto più bello se non quello dell’Italia nella sua semplicità e nei glam più facili e riconoscibili? Tu hai due facce, lavorativamente parlando. Ho sempre lavorato sulla creatività e sulla mia parte stilistica, ma ho anche sempre lavorato nell’editoria, collaborando con giornali, scrivendo libri e svolgendo shooting. L’una ha fatto da supporto all’altra. Infatti ogni collezione era come se fosse un capitolo di un libro in chiave customizzata e ironica. Vita da blogger? È un mio neo. È piacevole fare quel tipo di vita, meno stancante della mia di oggi, ma troppo distante da me. Mi sarei pentito se avessi rinunciato a fare la vita che faccio tra chiusure di giornali e progettazioni delle collezioni, mi sarebbero mancate. Non ho mai avuto un blog e non ho mai lavorato come blogger. Ho sempre avuto delle collaborazioni iniziate quando i blogger erano ancora molto pacati e calmi e la loro professione era molto tranquilla. Lavorare con i giornali a cavallo con la loro digitalizzazione mi ha portato del traffico e dell’interesse. Vita da giornalista? Ho sempre saputo che potevo portare ai giornali argomenti molto interessanti che poi hanno fatto si che si creasse un mio profilo al loro interno che avesse un dna ben preciso. Cosa pensi che comunichi la tua immagine all’esterno? Penso che le persone da un lato mi vedano come un’esplosione di creatività e dall’altro si chiedano perché non abbia mai preso una direzione precisa, o solo quella del design o quella dei giornali. E tu? Sono strafottente, ne faccio a meno di intraprendere una strada unica. Perché hai mantenuto aperte le due strade? Per non annoiarmi. Da sempre mi annoio, ho bisogno di stare a contatto con diversi mondi, se da un lato quella del designer è la professione numero 1, a cascata arrivano poi tutte le altre. Sono impegni e soddisfazioni differenti.

Felix The Cat / l’omaggio di enriquez al Pitti Uomo 93 Felix, il gatto protagonista del primo cartoon della storia, astro del cinema dell’animazione del 1919, diventa oggi, merito del designer Alessandro Enriquez, un omaggio non solo alla tematica scelta per il Pitti Uomo 93, ma per tutti i cartoon. Felix The Cat, riproposto nella sua versione più ironica e italianissima alla quale Alessandro è fedele dalla sua prima collezione, invade così felpe, t-shirt e camicie, per una capsule collection fall winter 2018/2019 firmata 10x10 Anitaliantheory in collaborazione con CPLG ITALIA. Un’altra collezione manifesto quindi, segnata dalla nostalgia degli anni 90 e affiancata dalle icone Bellissimo e Bellissima, riproposti in versione Arlecchino e Colombina, disegnati da Studio Fantasma nonché tributo al carnevale in cui il protagonista è sempre il colore, ormai simbolo riconoscibile della moda firmata Alessandro Enriquez.

Il dna di Alessandro? Sono Peter Pan ed è una cosa reale. Ho la fortuna di diventare grande ma di mantenere la faccia da ragazzino, che mi agevola in questa mia sindrome. Oggi direi che ho l’allegria di un ragazzino e le responsabilità dettate dall’età che avanza. Forse un Peter Pan che vola più basso. E personalmente cos’è maturato in te? La mia vita privata è abbastanza semplice. Ho un’adorazione per la mia famiglia che viene al primo posto e che si manifesta con la mia presenza anche a distanza. Sfioro anche le 10 chiamate al giorno. Cosa pensi che ti manchi? Il tempo. Perché quando lavori per te stesso il tempo non basta mai. Dovrei spegnere l’interruttore ogni tanto. Nei momenti off? Le serie tv di Netflix mi tengono compagnia. La collezione alla quale ti senti più vicino personalmente? Quella della pasta ha segnato l’Alessandro di ora, ma c’è stata anche quella centrata sull’amore inteso come racconto, dal primo bacio fino al tradimento, una storia comunissima. Perché? Era molto completa e io ero molto sereno in quel periodo nonostante facessi molte più cose. Le tue radici? Mi sento un italiano a metà. Sono nato in Italia e sono italiano, ma sento fortemente l’influenza della cultura di mio padre, divisa tra Tunisia, Francia e Spagna. Quando vado in Tunisia e in Spagna amo respirare quelle culture e le sento mie, fanno parte dei miei ricordi da bambino. La Tunisia è esattamente lo specchio che ricordi di mio padre. Nelle collezioni però racconti l’Italia Racconto la mia Italia, fatta di riferimenti misti e di una crescita avvenuta per merito di tante colonizzazioni. È un Italia cosmopolita. Credi alla fortuna? Ci credo e credo che ognuno sia artefice del proprio destino. Ma non credo alla sfortuna. Cosa ti augureresti personalmente? Tanta salute e amore. Sono un eterno innamorato dell’amore e vorrei che non finisse mai. E professionalmente? Tanta crescita, come quella che con le stagioni sto tentando di avere e un partner che, un domani, possa affiancarmi anche economicamente, per poter andare sempre più oltre.


L’UNICO BRAND CHE SUONA DI SUBCULTURE QUANDO LO INDOSSI

CHE COS’HANNO IN COMUNE I MOD E GLI SKINHEAD, GLI AMANTI DELLO SKA E QUELLI DEL NORTHERN SOUL? Da tempo la Fred Perry è il simbolo di molti movimenti giovanili che hanno fatto la storia della musica. Alcuni esempi sono il filone del britpop o quello dei mod che sta per modernism, capitanati all’epoca dalla band The Who. Avevano la Fred Perry shirt come punto forte del proprio significato: «Mod è vivere pulito in circostanze difficili». Il suo design elegante e asciutto divenne un po’ un simbolo di appartenenza nazionale, basta guardare i primi dieci minuti del film Quadrophenia per crederci. La Fred Perry Shirt rigorosamente tutta abbottonata ha creato un legame insolito tra un brand che aveva un target alto e un pubblico underground. Negli anni il marchio è cresciuto sempre di più inglobando tutte le sottoculture musicali inglesi. Infatti il documentario del musicista, dj e filmmaker Don Letts sono la prova del legame tra Fred Perry e tutta la cultura giovanile britannica fino a oggi. Tutto questo ogni anno viene rappresentato da un evento itinerante oramai diventato un appuntamento fisso, il Fred Perry Subculture Live, con musicisti e personaggi inerenti allo spirito del brand. Per esempio, oltre a Damon Albarn dei Blur, hanno partecipato anche Pete Doherty e Amy Winehouse che ha disegnato una capsule collection per il brand e la cui collaborazione continua nonostante la sua scomparsa, grazie alla Amy Winehouse Foundation a cui vanno in donazione parti del ricavato delle vendite. La collab tra il brand e la musica si rinnova anche durante Pitti Uomo, con il Chaos And

Creation Party by Urban Magazine (9 gennaio al Club 21 di Firenze), dove Fred Perry vestirà i dj Ricardo Baez, Perel e Gommage Dj Team. Inoltre sono diverse le collaborazioni tra Fred Perry e altri brand che sposano la cultura del marchio: Fred Perry x Raf Simons, Fred Perry x Bella Freud, Fred Perry x Mint Design, protagoniste della prossima primavera estate. Sempre per la spring/ summer 2018 Fred Perry propone la sua iconica Fred Perry Shirt che dagli anni 50 è protagonista generazionale con la sua corona d’alloro e l’iconico twin-tipping proposta sia per uomo che per donna. La collezione Authentic rivisita invece lo stile sportivo nella chiave dello street style: Tipping invisibile, patch colorati e mix di varie texture sono i dettagli che contraddistinguono i capi sport della linea maschile, mentre la donna con la linea Authentic Tailored Tennis ispirata alle collezioni sportive, reinventa ogni capo giocando tra proporzioni e texture. I pezzi iconici di Fred Perry sono il cuore di qualsiasi collezione del brand, per questo la linea Reissues ha una forte personalità che si concentra sull’autenticità con dettagli che rivisitano i classici nelle forme e nei colori. Per concludere la collezione Sports Authentic, per lui e per lei, reinventa gli originali pezzi Fred Perry di questa inconfondibile era, proponendo il meglio dell’abbigliamento sportivo retrò. Della serie: se non vi piace la Fred Perry Shirt, non avete un problema solo con la moda o con la musica ma con la cultura in generale.


CDQC I SHOPPING I a cura di francesca ortu ESSENTIEL ‘M, la nuova capsule dell’artista jean - marie massaud per RUCO LINE

Ispirazioni sporty a suggestioni interior design per il ritorno a un'architettura archetipa della scarpa, segnata da una nuova collaborazione e personale visione, quella dell’artista Jean - Marie Massaud che, per la spring summer 2018, reinterprea l'inconfondibile dna RUCO LINE. L’iconico marchio di calzature, che dal 2013 porta avanti il prestigioso progetto di collab creative, decide oggi, in un universo saturo di segni e modi volti a caratterizzare ed identificare brand e prodotti, di fare un passo indietro e di guardare alla semplicità e al design, mirando a un raffinato radicalismo ed eleganza senza tempo, che assieme alla percentuale comfort, che da sempre caratterizza

il brand, diventano gli attori protagonisti. Ed ecco che RUCO LINE e il polimorfico creatore e designer francese noto per la visione olistica del mondo mediante progetti di vita e di consumo alternativi, portano alla luce ESSENTIEL 'M, una mini collezione di due pezzi unisex e complementari pensata per i globetrotter di oggi, esigenti, attivi e colti. «È così che io vivo ed è pensando a questi requisiti che ho creato la collezione ESSENTIEL 'M. L'unico paio di scarpe da inserire nel bagaglio a mano che può accompagnarci ovunque». Jean Marie Massaud. M-01 e M-02 sono i loro codici, declinati poi in più versioni e tonalità, per chi, anche in viaggio, ama il colore.

generated / la potenza divina della terra ai vostri piedi Quinto Ego / il solitario è per lui

E se vi dicessi che esistono delle sneaker ispirate alla mitologia greca, ci credereste? Perché il giovanissimo brand Generated, nato grazie all’azienda Ebe Group che opera nei beni di consumo, prende il nome dalla dea primordiale Gea, potenza divina della Terra, nonché madre e forza generatrice di tutte le altre divinità simboleggianti gli elementi naturali. Nome proprio anche di una delle sue fondatrici, Gaia, che, assieme a Federica Di Donato, hanno tratto da esso il suo significato più conservatore e nostalgico. Attraverso semplici linee viene generato un prodotto unico. Basiche, essenziali, unisex. Le sneaker Generated, nel modello basso o a stivaletto, con lacci elastici o meno, diventano così non solo una scarpa dal forte impatto underground e streetwear, ma un messaggio, quello del cambiamento e dell’amore posseduto con essa e per essa, spronando chiunque le indossi a fare qualsiasi cosa possa rappresentarci appieno, o, com’è meglio dire, a generare ciò che siamo.

Androginia sembrerebbe essere la parola chiave di quel mondo, o meglio, di quelle tendenze moda che, per il nuovo anno, mirano a cancellare le distanze e le differenze di genere tra uomo e donna, spesso andando contro il criterio comune di chi invece grida NO e preferisce mantenere ben salde le differenze. Non si possono però non fare i conti con un mondo che cambia e con lui, con un guardaroba sempre più mirato a far diventare l’abbigliamento di lei, anche per lui, spesso anche intaccando dei confini segnati da una linea sottilissima ed evidenziati dall’eccesso. Lo stesso eccesso che porta il marchio di gioielleria Quinto Ego a pensare a una variante del gioiello che miri ad accomunare lei a lui, tramite un accessorio che da sempre segna il mondo femminile e che non ne conosce un’alternativa maschile: il solitario. Simbolo di fidanzamento per eccellenza, oggi il luminoso anello diventa anche per lui, assumendo il nome di Ottovolante, che, invece di scivolare al suo anulare sinistro, scivola all’interno di una catena binario in argento ossidato, virando verso uno spazio più vicino al suo cuore. Un solitario da portare al collo insomma, di cui Quinto Ego ne riduce le dimensioni, creandone una versione micro dove delle piccole foglie si arrampicano sulla base dell’anello fino ad arrivare alla pietra centrale. Ed ecco che anche la gioielleria si evolve, seguendo un percorso tracciato e mirando a quell’idea di spirito libero che forse giustifica quanto espresso finora, evidenziato dalle giuste dosi di animo anticonformista e metropolitano.


CDQC I SHOPPING North Sails e la sua battaglia per salvare gli oceani

Il brand, icona nel mondo della vela, a partire dalla collezione primavera/estate 2018 destinerà l’1% del proprio giro d’affari alla salvaguardia degli oceani North Sails, brand fondato a San Diego nel 1957 dal velista americano Lowell North, ha deciso di destinare, dal 2018, l’1% del proprio giro d’affari mondiale al sostegno delle iniziative per la conservazione dell’ambiente. Come? Facendo squadra con l’Ocean Family Foundation (Off), istituzione che promuove la tutela della biodiversità marina e la protezione degli oceani dagli effetti dell’inquinamento globale. In prima linea tra le iniziative promosse c’è A Plastic Planet, un piano di supporto che si batte per l’eliminazione dell’uso della plastica su prodotti e alimenti in vendita nei supermercati, con l’ambizioso obiettivo di sviluppare corsie di vendita di prodotti plastic-free. Ambassador d’eccezione la celebre biologa marina Ocean Ramsey nota a livello internazionale per i suoi studi sugli squali e per le immersioni senza gabbia

con gli squali bianchi e il fotografo subacqueo Juan Oliphant, entrambi residenti alle Hawaii e fondatori dell’associazione One Ocean Research & Diving. L’iniziativa è stata presentata lo scorso dicembre nel flagship store North Sails in via Durini a Milano, dove abbiamo avuto modo non solo di conoscere gli ambassador, ma di fare due chiacchiere con Ben Mears, global creative director del brand: «Lavorare con North Sails per me è una costante sfida, entrambe abbiamo una filosofia di pensiero che ci spinge a guardare lontano, mi piace l’attenzione che il brand pone ai materiali e il dna dell’azienda che è da sempre legato al mare. Oggi l’obiettivo è diventare più sostenibili, e grazie alle nuove tecnologie è possibile farlo senza rinunciare al comfort e ai materiali che da sempre contraddistinguono il brand, continuando anche il discorso della North Sails Crew Collection, una linea di prodotti caratterizzata da elementi altamente tecnici e design su misura creata non dolo per il mondo della vela ma per tutti i giorni e con un occhio di riguardo alla sostenibilità».

MFN / Mother Fuckin’ : quando essere millennials fa la differenza Mother Fuckin’ nasce nel 2017 grazie al giovane imprenditore Vittorio Ammaturo, classe 1996 ed appartenente dunque alla dirompente generazione dei Millennials. L’obiettivo del brand è creare una collezione di forti contenuti creativi, democratica sia nello stile che nell’accesso all’acquisto. Mother Fuckin’ è uno slang americano esplicito e che non ammette censure, una dichiarazione forte, trasgressiva, che simboleggia la ribellione delle nuove generazioni e la loro grande esigenza di libertà. Il brand si ispira alla street culture internazionale, senza dubbio a quella hip hop e punk rock, alla cultura giovanile in generale. La collezione è caratterizzata da lettering e grafiche prese in prestito dai testi musicali degli anni 90, da stampe All Over e da volumi oversize; alla main collection si affianca una selezione di pezzi unici in edizione limitata. Mother Fuckin’ comunica ai suoi appassionati attraverso i media della cultura street ed utilizza i social network come canale privilegiato per comunicare alla sua fan base. Il brand è in vendita in selezionati multibrand store e su www. official-mfn.com @official_mfn


CDQC I CINEMA I A CURA DI Luca Fontò

Napoli Velata di Ferzan Ozpetek

L’Atalante di Jean Vigo

Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino

A un morto ammazzato, all’inizio del film, vengono strappati i bulbi oculari; alla fine un gruppo di ciechi attraversa la strada. Nel mezzo c’è un velo trasparente, tra Giovanna Mezzogiorno e la finestra di fronte in cui si svolge «la figliata», il parto maschile dei «femminielli» tipico della tradizione napoletana. Perchè se La Grande Bellezza fosse stata Napoli, il morto sarebbe stato ammazzato, il funerale si sarebbe svolto in acqua, il Cristo sarebbe stato velato, ma intatta sarebbe rimasta e rimane la caccia ai fantasmi: magnifiche presenze nascoste dentro e fuori casa: nascoste e esposte, a seconda del numero che le fate ignoranti Isabella Ferrari e Lina Sastri estraggono dalla tombola, che cambia l’interpretazione agli eventi precedenti. Il dodicesimo film di Ferzan Özpetek è una complessa metafora sullo sguardo, velata e poi ostentata, talmente complessa da barcollare nell’androne di Palazzo Mannajuolo, incipit mistery che cita Vertigo ma lascia lo spazio alla filmografia intera del regista turco. Al cuore sacro di Beppe Barra, Özpetek preferisce l’ugola d’oro di Arisa per la canzone dei titoli; per l’uomo defunto da cui sventrare il passato, dopo Accorsi Argentero e Arca, sceglie la mina vagante Alessandro Borghi, nudo prono e supino già al minuto 15: allacciate le cinture.

Avrei potuto parlare della débâcle di Kevin Spacey, rimasto sulla locandina di Tutti i soldi del mondo ma non dentro al film - o de L’ora più buia, dissepoltura di un regista interrato da vivo (Joe Wright) e della reputazione di un attore (Gary Oldman) che pagava l’affitto tra Batman e Harry Potter - o dei tre manifesti fuori da Ebbing, in Missouri - o di The greatest showman, montato da sei miracolati che hanno reso incredibile una sceneggiatura talmente approssimativa da meritare la denuncia - o dell’ennesimo corto da Frozen, 22 minuti di lamenti suicidi e diabete famigliare - o di Ferdinand, basato su un cortometraggio Disney e prodotto dalla Fox, ma tanto la Fox adesso è della Disney - e invece succede che arriva in sala l’ultimo film di Jean Vigo, morto di tubercolosi a 29 anni nel 34, quasi per la prima volta: parzialmente censurato dopo il 1940, L’Atalante, perse il suo titolo e 20 minuti di finale; fu dimenticato fino alla Seconda Guerra e riesumato in Italia dalla sigla di Fuori Orario. Affidandosi alle sei copie anteriori al 40 e a Le chaland qui passe, Bernard Eisenschitz e Gaumont hanno restaurato in 4K la copia del British Film Institute - la più vicina al vero Atalante proiettato a Londra nel 34 - che Vigo non riuscì mai a vedere e noi invece, adesso, sì.

Poco prima del primo bacio (non è spoiler se non dico tra chi) c’è un pianosequenza in una piazza, «da qualche parte nel nord d’Italia», nell’estate del 1983, e quel pianosequenza è il cinema. Dopo l’adolescenza erotizzata di Melissa P., la bassa aristocrazia (o l’alta borghesia?) di Io sono l’amore e la piscina assolata di A bigger splash, Luca Guadagnino svolge il compito dei suoi maestri ma ricalca i temi che sono solo suoi - partendo da un libro, vendutissimo e imperfetto, adattato per lo schermo da sua maestà James Ivory, che ne toglie i difetti. Fino ai dolorosi titoli di coda il film sfiora il capolavoro, fra trovate originalissime e classicismi, leggerezza di sentimenti e squilibri psicologici, tra il Dottorato di un ragazzo di ventiquattr’anni che piace a tutti e l’adolescenza di un diciassettenne di trenta chili bagnato. Quest’ultimo, Timothée Chalamet, fa in 130 minuti quello che Meryl Streep ha fatto in una carriera: fuma, vomita, suona il piano e la chitarra, si masturba con una pesca, parla fluentemente inglese, francese, italiano e ascolta il tedesco, tira quel pugnetto nervoso sulla schiena di Armie Hammer per riempire lo spazio tra di loro, gli si avvicina, lo guarda immobile, non sa dove mettere le mani (e ora però si capisce tra chi è il bacio): è nata una stella.

al cinema dal 15 gennaio

al cinema dal 25 gennaio

in sala per Warner Bros

LA STRONCATURA

Il ragazzo invisibile: seconda generazione Gabriele Salvatores CON Ksenia Rappoport Grazie a Dio l’edizione in 2 DVD de La Sconosciuta costa euro 10 e è ancora di facilissimo reperimento: unica testimonianza rimasta della bravura di Ksenia Rappoport nel suo mestiere. Strappata da quel Premio Oscar (Tornatore) e data a tradimento a un altro (Salvatores), con la differenza che il primo agli Oscar c’è tornato mentre l’altro vive di rendita da quel 1992, con gli assegni staccati a ogni stampa sul manifesto «dal Premio Oscar Gabriele Salvatores». Dopo qualche recente film dimenticato (Happy family, Educazione siberiana) la spunta un’operazione crossmediale (a quindici anni da Matrix) di libro + film + fumetto + addirittura un contest musicale che aveva avuto notevoli risultati. E uno European Film Award. Il sequel era d’obbligo – e riccamente finanziato: basti notare l’impennata (e la frequenza) degli effetti speciali: ma Valeria Golino evidentemente aveva preso altri impegni, e resta confinata in tre flashback; Ludovico Girardello in soli tre anni deve essersi dimenticato gli insegnamenti dell’Accademia Lorenzo da Ponte – non meno Assil Kandil – e gli sceneggiatori Fabbri Rampoldi e Sardo, che consultano i dizionari di francese inglese e russo, devono aver dimenticato come si scrive – mentre Peter Griffin si ricorda perfettamente come ci si siede. in sala per 01 Distribution


CDQC I CINEMA IN ARRIVO AL CINEMA IL DOCUMENTARIO DEDICATO A GRACE JONES, ICONICA DIVA DEGLI ANNI 80 Dopo aver girato numerosi festival cinematografici internazionali, arriva in Italia come uscita evento al cinema solo il 30 e 31 gennaio 2018, distribuito da Officine UBU, il documentario GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI, diretto da Sophie Fiennes e dedicato all’iconica protagonista della musica e della cultura degli anni 80. Fuori dal comune, selvaggia, trasgressiva e androgina, Grace Jones è stata protagonista indiscussa degli anni 80 con i suoi eccessi, il make up estremo, i scenografici costumi di scena e il suo talento poliedrico che l’ha portata a essere tra le protagoniste più note dello showbiz di quei rivoluzionari anni nel molteplice ruolo di modella, cantante, attrice, testimonial di maison e brand di lusso, diva dell’eccesso, icona androgina, elegante e aggressiva, sensuale e punk. Grace Jones è tutto questo e molto altro, e il documentario di Sophie Fiennes tratteggia un profilo inedito e personale dell’artista giamaicana: amante, figlia, madre, sorella e nonna, senza filtri, alla ricerca di chi si cela davvero dietro la maschera da diva. Nel corso della sua carriera la Pantera del pop, ha collaborato con i più grandi artisti di sempre - da Andy Warhol a Keith Haring, da Helmut Newton a Luciano Pavarotti - spaziando dall’arte, alla fotografia e al cinema. Ma è senza dubbio il palcoscenico il luogo dove emerge la Grace più vera e dove riesce a realizzare in libertà le sue fantasie più estreme: è sul palco che viene messo in scena il musical della vita di Grace Jones. Il documentario GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI include ovviamente frammenti di performance inedite tratte dalle sue canzoni più famose come Slave To The Rhythm e Pull Up To The Bumper, ma anche brani autobiografici e più recenti come Williams’ Blood, This Is e Hurricane. Questi brani molto personali accompagnano lo spettatore anche nel racconto del viaggio che Grace Jones intraprende attraverso la natia Giamaica, in un ritorno alle radici famigliari assieme al figlio Paulo e alla nipote Chantal. Il documentario GRACE JONES: BLOODLIGHT AND BAMI, è un viaggio elettrizzante attraverso la carriera pubblica e la vita privata della vulcanica Grace Jones, un’esperienza cinematografica di grande potenza, in cui vengono accostate sequenze musicali, riprese più intime e materiale personale per ritrarre la persona che si nasconde dietro la maschera indossata dall’artista sul palco.

THE TRAVEL ALMANAC Per chi non va in vacanza solo a Cortina. Di ALEX VACCANI Questo piccolo gioiello dell’editoria, piccolo solo nel formato per intenderci, è stato fondato nel 2010. Non facciamoci ingannare dal nome, non parla solo della nozione del viaggio tradizionale quella che implica uno spostamento fisico, ma anche di tutti quegli aspetti in cui il movimento e i luoghi sono permeati di quelle sfumature che rappresentano la vita quotidiana e che si hanno viaggiando. Fin dal suo primo numero, con David Lynch in copertina, questa rivista di 178 pagine ha ridefinito i generi delle pubblicazioni di viaggio, mostrando le opinioni di un certo mondo creativo riguardo al viaggiare e ai suoi incontri. Il magazine è semestrale e la sua caratteristica è quella di avere una visibilità immediata come una rivista, ma la longevità e l’eleganza di un libro. A oggi sono usciti tredici numeri, alcuni dei quali includono un’edizione del The Travel Diary, un art booklet che mostra nuovi lavori di artisti selezionati ripensando al concetto del viaggio e offrendo una sensibilità unica di ciò che ci circonda. La struttura è suddivisa in Guests, Excursions e Souvenirs con interviste, reportage di viaggi in testi, immagini e accessori moda. La scelta dei personaggi che sono in copertina non sono altro che un manifesto politico bello e buono, alla fine qui il lettore non ha la necessità di vedere foto patinate di posti incredibili o di spa a cinque stelle, qui il viaggiatore è evoluto, ha un’altra sensibilità e ne cerca conferma. Ecco perché sulle copertine ci sono personaggi trasversali del mondo dell’arte, cultura e moda di un certo rilievo, ma sempre indie, come Harmony Korine, Matthew Barney, Gia Coppola, Charlotte Gainsbourg o Isabelle Huppert. The Travel Almanac ha una visione estetica e un’identità molto chiare, un ottimo esempio di editoria contemporanea che in otto anni ha avuto la capacità di trascendere il mondo dei giornali indipendenti da edicola, è, infatti, presente in concept stores e librerie, diventando in silenzio un magazine vitale e influente per molti. In copertina dell’ultimo numero troviamo la modella Hari Nef in allegato il booklet fotografico «Blaine Blaine Blaine» di Juergen Teller, che documenta un tour on the road con il noto illusionista americano David Blaine. travel-almanac.com


Milano Fashion Library presents

ENTERTAINMENT APARTMENT da venerdì 26 a domenica 28 gennaio dalle 10 alle 19 IL FINE SETTIMANA DEDICATO A GAMES E E-SPORT via Alessadria, 8 Milano media partner

per info| info@milanofashionlibrary.it - 0258153211


CDQC I LOCALI I A CURA DI MARCO TORCAsio 403030 / per chi si vuole bene

Macha cafÈ/ green passion a tutte le ore

Un luogo pensato per chi desidera volersi bene e prendersi cura di sé, sempre, dalla colazione del mattino al pranzo, dalla merenda all’aperitivo, dal brunch della domenica fino alla cena serale. È Il nuovo Concept Bistrot 403030 Healthy Kitchen, una cucina sana che propone menù accuratamente studiati e bilanciati, pensati per il benessere del corpo, della mente e il piacere dei sensi. Partendo dal concetto di Zone Diet ideato dal Dottor Barry Sears più di 25 anni fa che consiste nel bilanciamento dei 3 macronutrienti principali (40% carboidrati, 30% proteine, 30% grassi delle calorie di ciascun pasto), la carta delle proposte 403030 evolve in un’idea più ampia e attuale di cucina gourmet bilanciata, in cui l’arte culinaria e la perfezione della biochimica declinata in ambito alimentare si fondono grazie all’idea della Dottoressa Daniela Morandi, concretizzatasi nel suo libro Il bello della Zona che vede lo stesso Dott. Sears coautore. L’offerta gastronomica del ristorante è più che mai varia e diversificata: dessert monoporzione al cucchiaio e non, croissant per la colazione, estratti, piadine arrotolate, pizza, insalate, piatti freddi e componibili per taglia e gusto, omelette dolci o salate, piatti à la carte e zuppe che variano costantemente sulla base della stagionalità e della disponibilità delle migliori materie prime e ancora, per la sera, piatti d’ispirazione internazionale. Che sia dolce o salata, a base di carne, pesce o vegan ogni proposta del menù 403030 Healthy Kitchen segue un unico denominatore: il costante bilanciamento dei tre macronutrienti.

Avocado, centrifughe, cheesecake, sushi, té verde. Sono questi gli ingredienti star attorno ai quali è andato via via consolidandosi il fenomeno milanese chiamato Macha Café. Dopo l’affollato locale di via Francesco Crispi there’s a new Macha in town e si trova in Corso di Porta Vittoria. Con oltre 22mila follower su instagram ci troviamo di fronte al successo di un’idea di ristorazione che in città mancava. La formula molto attenta alle tendenze social con tanto di hashtag ad hoc (#inmachawetrust #portavittoriaisthenewblack #machaisthenewbalck) punta molto sull’amore per il Giappone, su una certa passione addictive per il tè macha e su una dichiarata attenzione al benessere. Il suo menù si ispira a un’idea di cucina sana e bilanciata che riesce a essere gustosa, piacevole e divertente nella sua capacità di contaminare preparazioni della tradizione giapponese con altre suggestioni. Sebbene l’elemento principe, infatti, sia il macha in tutte le versioni - macha latte, birra al macha, centrifugati, cocktail - e come ingrediente di torte, muffin, biscotti e gelato, non manca il sushi, proposto tanto nella versione tradizionale (con il pesce) quanto in quella vegetariana e vegana, con alghe e con insoliti abbinamenti con frutta esotica e di stagione. Un menù eclettico pensato per un locale aperto tutti i giorni dalle 9 alle 23, dove chiunque entri in qualunque momento della giornata - dalla colazione alla tarda sera - può pranzare o cenare, fare uno spuntino dolce o salato, bere un cappuccino o un drink. Avocado Burger + Macha Mule sono già un must.

403030 | Via fiori Chiari 32 | BRERA | Milano

macha cafÈ | Viale Francesco Crispi 15 | porta volta | MILANO

I Love Poké / le hawaii alla milanese

Via emilia Bottega Gastronomica / tradizione emiliana

La giovane ricercatrice newyorkese Rana Edwards, trasferitasi a Milano per un importante progetto farmaceutico internazionale legato alla lotta contro il cancro, è sempre stata interessata al benessere in ogni sua forma e quando viveva oltreoceano ha pensato che il raw food fosse un’ottima scelta, in termini di un’alimentazione corretta. Del poké non sapeva ancora nulla quando, in luna di miele nell’assolata California, poté scoprire un piatto dalle sfumature asiatiche, fresco, sano, leggero, proteico e bilanciato. Un amore immediato da cui deriva oggi il nome del suo nuovo locale a pochi passi dal Duomo, I Love Poké. Ma portare in Italia il poké hawaiano, nella sua ricetta originale a base di pesce fresco tagliato grossolanamente a cubetti, con gli ingredienti tipici delle isole del Pacifico, non era abbastanza. L’idea di Rana si è sviluppata fino a voler adattare il poké al gusto e alla tradizione italiana, fatta di ingredienti locali. I Love Poké propone quindi una bowl da comporre con una base a scelta fra riso bianco, integrale o insalata (o un mix fra due), da abbinare a due o tre proteine (a 9.90 € o 12.90 €) a scelta tra salmone, tonno, branzino, polpo, pollo, angus beef e tofu, a cui si aggiungono toppings come la polpa di granchio, i pomodorini, i cetrioli, le carote, la cipolla rossa di Tropea, il mais, il cavolo, lo zenzero, il sesamo, le mandorle, l’edamame e altri più esotici con un sovrapprezzo di 50 centesimi cadauno come le alghe wakame, le alghe nori, il tobiko. Un pasto completo capace di soddisfare nelle sue infinite varianti dagli sportivi a chi è a dieta, dai vegetariani ai celiaci e a chi soffre di allergie e intolleranze alimentari, oltre a essere un’alternativa leggera e soddisfacente per chi dopo aver pranzato deve rimettersi a lavorare.

In via della Moscova 27, nel quartiere Brera, nasce Via Emilia Bottega Gastronomica: un nuovo concept che punta a reinterpretare in chiave moderna il ruolo della vecchia gastronomia, proponendo l’eccellenza della cucina emiliano-romagnola sia da asporto, che da gustare in loco. In un ambiente curato e contemporaneo è possibile acquistare le tipicità gastronomiche che fanno dell’Emilia una delle pietre miliari della tradizione culinaria italiana. Spazio quindi alla pasta fresca come lasagne (anche vegetariane), tortellini, tagliatelle ma anche secondi piatti come la cotoletta petroniana, sfiziose piadine romagnole e tigelle. E se al bancone è possibile trovare una selezione di affettati, come la mortadella artigianale Villani, i formaggi del Caseificio Olmi e Centomo di Anzola Emilia, pasta fresca all’uovo e piatti di pasta pronti del Pastificio La Laterna San Giovanni in Persiceto (BO), preparati secondo antiche ricette per ritrovare sulla propria tavola i sapori di una volta, dagli scaffali è possibile acquistare diverse prelibatezze: biscotti, marmellate, olio, aceto, salumi, sempre con una grande attenzione alla qualità e al giusto prezzo. Inoltre, con l’obiettivo di portare avanti la grande tradizione della pasta fatta a mano e tirata al mattarello, Via Emilia Bottega Gastronomica accoglie al proprio interno corsi di cucina tenuti dalla maestra sfoglina Rina Poletti, un’istituzione nella preparazione della pasta all’uovo, docente presso la scuola internazionale di cucina italiana Alma di Parma e direttrice didattica dell’Accademia della Sfoglia, il primo centro culturale riconosciuto per l’insegnamento dell’Arte della Sfoglia.

I Love Poké | Piazza Mercanti 2 | duomo |MILANO

via emilia Bottega Gastronomica | Via della Moscova 27 | MILANO


SOMMARIO SOMMARIO

URBAN 143 URBAN 134 ANNO XVI / NUMERO 143 BIMESTRALE BIMESTRALE ANNO XV / NUMERO 134

EDITORIALE 07

CHE BELLA PIGNATTA 10

COSMO 14

MODA 18

CHAOS AND CREATION 08 EDITORIALE 3

HANNES EGGER 12 MODA 14

M1992 16 ANDREA 24

RAY COLLINS 37 DAIANA LOU 30

CATERINA 36

LOOMY 42

BEAUTY 4

SPECIALE X FACTOR 21

SILVA FORTES 26

SOUL SYSTEM 32

ROSHELLE 38

FEM 44

STAFF POPTIMISM 7

SPECIAL EVA 22 GUEST:

LES ENFANTS 28

GAIA 34

DIEGO 40

CDQC 47

Editor in Chief MORENO PISTO m.pisto@urbanmagazine.it

Marco Ceroni Ray Collins The Cool Couple Stefano Serretta TEXT

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Art Direction segretaria ARCHIMEDE6.COM LAURA MANDELLI ELEONORA PASSONI Special Guest Segretaria NICOLA FAVARON LAURA MANDELLI LORENZO ZAVATTA

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Urban 143 - Chaos & Creation issue  

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