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I MIGLIORI CLUB DEL 2017 / HARRIET CLARE / DENNIS LLOYD / CALI THORNHILL DEWITT / RKOMI

THE

FU

(TURE)

UD ISSUE


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13/09/2017 10:01:30


Quando fuori la bruttezza ti sconvolge e i momenti di bellezza devi andarteli a cercare con

una fatica che difficilmente può avere fine, finisce che ti guardi dentro. Se poi pensi che il marketing volente o nolente ti arriva, ti cambia, ti crea desideri, allora tutto si rimischia. Dentro e fuori. Bene e male.

Pensare a ciò che mangi denota maturità. Intima, sociale. Ma poi ti giri e tutto diventa

cibo. Piatti sui social, piatti nelle stories, programmi televisivi che non conoscono crisi. In Inghilterra chiude X Factor ma Masterchef manco per niente. La Clerici è la vera big mama del popolo italico, la Parodi sì che è famosa, mica i trappisti di cui tanto parliamo.

Tutto si mangia, tutto si mastica, tutto è cibo. Però tutto si può anche sputare. E

Come dice Roberto Calasso (leggetelo, capre!):

bisogna stare attenti a restare attivi. Altrimenti sei tu quello che vieni mangiato masticato sputato.

scegliere cosa sapere, oggi dove tutto è opinione, status, gossip, fake news, è il vero potere. Master(chef)izzando questo pensiero si potrebbe anche dire: scegliere cosa mangiare è il vero potere.

MANGIATE LIBRI PIUTTOSTO. MANGIATE ROBE INTELLIGENTI. MANGIATE CIÒ CHE VI FA PENSARE. MANGIATE CIÒ A CUI AMBITE. MANGIATE CIÒ CHE VI FA STARE BENE. MANGIATE QUELLO CHE RITENETE ALL’ALTEZZA DI CIÒ CHE PRETENDETE. E SE UN CAFFÈ, UN VINO, UNA CARBONARA, UN HAMBURGER VEGANO NON VI CONVINCONO RIMANDATELI INDIETRO, CHIEDETELI FATTI MEGLIO, CON PIÙ QUALITÀ. CON PIÙ AMORE. C’È TROPPA POCA GENTE CHE RIGETTA LA MEDIOCRITÀ. E QUESTO È UN PROBLEMA. Il cibo è una metafora. Ma è la metafora definitiva di questi anni. The fu(ture)ud Issue. The food (de)generation. Buon 2018. Scegliete (meglio) cosa mangiare, mi raccomando

M.P.


LO SAI FARE IL SUSHI, TU? IO NO, MA YUJIA HU NE HA FATTO UN’ARTE

DI STEFANO NAPPA

SE VAI AL SAKANA SUSHI MILANO RISCHI DI ESSERE RIPRODOTTO NON OLIO SU TELA, MA SU PIATTO CON RISO, SALMONE E ALGHE. SE POI AL PIEDE HAI ANCHE DELLE SNEAKERS FIGHE RISCHI UN RITRATTO TOTALE. HA LASCIATO LA SCUOLA D’ARTE A 18 ANNI PER ENTRARE NELL’AZIENDA DI FAMIGLIA MA DOPO QUALCHE ANNO, L’ARTE, È RIAPPARSA NEL SUO LAVORO DA CHEF Mentre ascoltavo il nuovo disco di Talib Kweli passeggiando lungo Via Giambellino, mi sono imbattuto in una vetrina dove sono stato attratto dall’esposizione di alcune foto che ritraevano delle sneakers. Quando mi sono avvicinato, mi sono accorto che le sneakers erano fatte di riso, salmone e alghe. Sono entrato subito nel ristorante per saperne di più e ho conosciuto proprio l’autore di tutto ciò: Yujia Hu, l’inventore della onigiri -art.

diverse. Oggi ho unito il lavoro alla mia passione primordiale.

Come ti è venuta questa genialata, eri annoiato dalla routine da chef? Guarda, per me creare il sushi, impiattare, creare nuovi piatti è già un’arte perché lavori con le mani e devi fare delle composizioni. Tutto è partito quasi un anno fa, un po’ per noia, un po’ per fare pubblicità al locale creando qualcosa di particolare. Così mi sono messo a fare i ritratti degli italiani nella NBA, Partiamo dal principio, come sei il campionato di basket americano. arrivato in questo ristorante? Questo è un ristorante di famiglia Ah! E poi sono arrivate le sneakers? aperto ormai 4-5 anni fa ma sono 10 Sì, ma prima ho iniziato a creare anni che faccio il sushi, prima lavoravo Datome, Belinelli, Gallinari e Bargnani, in un piccolo take-away sempre qui a poi ESPN ha visto la creazione del Milano. giocatore DeMarcus Cousins che avevo postato su Instagram e mi Sei nato Milano? hanno chiesto il permesso di poter In Cina a dire il vero, ma sono arrivato fare un articolo su di me. qui a 8 anni e a 18 ho lasciato il liceo artistico al quarto anno per far parte E tu che hai risposto? dell’attività di famiglia e così ho Ho risposto: «Ma sì… perché no.» imparato a fare il sushi. Poi l’Nba stessa ha postato la notizia Ma grazie a tutte queste tue creazioni, forse l’arte, non l’hai mai abbandonata… Ummm... Quando ho iniziato il liceo, volevo fare qualcosa di artistico, poi la vita mi ha portato su strade

e ho creato il ritratto di Michael Jordan chiedendomi: «Se provassi a fare le scarpe di Michael?». Così ho provato a fare le prime Nike Jordan, quelle arancioni, bianche e nere… le Shuttered Backboard. Michael le indossò nel 1985 in una partita di


ART IS TA

esibizione per la Nike proprio qui in Italia, dove con una schiacciata ruppe il tabellone del canestro. Senza i social forse non avresti mai avuto questo successo, cosa pensi di questo fenomeno? Per esperienza personale Istagram è il canale che mi ha aperto un mondo. Vogue o il Times non mi avrebbero mai trovato senza i social considerando che sono un puntino nell’oceano. Ma se volessi mangiare una sneaker-sushi come funziona qui al ristorante? Basta inviare una richiesta con la foto e io preparo tutto per quando sarà il momento. Paradossalmente questa mia arte, ha riscosso molto più successo all’estero, su Istagram ho più di 35mila folowers di cui oltre il 30% sono americani, gli italiani il 14%. A mangiare le mie sneakers sono arrivati ragazzi dal Canada, dall’Australia, dalla Germania, dalla Francia mentre dall’Italia solo 4/5 persone. Usi degli strumenti particolari? Un paio di forbici, uno stuzzichino e le mani. Come sei passato dalle sneakers ai ritratti dei rapper? Beh, i due mondi sono molto vicini poi io ascolto musica black e hip-hop. Tutto nacque perché un ragazzo di una casa discografica americana mi ha contattato dicendomi: «perché non provi a fare Action Bronson?». L’ho fatto e c’ho preso gusto. Un sogno che vorresti realizzare e come ti vedi tra 5 anni? Beh, io vorrei essere sempre più artista e meno chef, vorrei creare qualcosa di permanente. Un sogno che vorrei realizzare è andare magari in America edesser riconosciuto come artista grazie al mio lavoro.


I NTE RV I S TA

nquillitra, RKOMI è rnatoto llasu rrate (traduzione: tranquilli Mirko aka Rkomi è ancora sulla terra, in zona 4 per la precisione) DI STEFANO NAPPA


LA SUA MUSICA È COME UN TRENO CHE NON SI FERMA, IN GIRO PER MILANO C’ERA GIÀ LA SUA FACCIA PRIMA ANCORA DI PUBBLICARE UN ALBUM O UNA DEMO. Non ha mai fatto freestyle ma le parole di certo non gli mancano. Non ha mai seguito ciò che la vecchia scuola dell’hip-hop impone ma questo suono è alla base della sua originalità. L’album Io In Terra è un ferro caldo con cui si fa strada nel business musicale. Abbiamo improvvisato una videochiamata nel suo giorno di pausa tra una data e l’altra del tour. Come sta andando questo tour? Molto bene, ho trovato un grandissimo riscontro sia nel pubblico che nelle persone che mi circondano. Ora come puoi vedere siamo già in studio di registrazione, non ho un giorno off per la musica. Stai già lavorando a un nuovo progetto? Sì ma in maniera ancora un po’ segreta, non posso svelarti ancora nulla perché c’è poco di concreto.

suonate sono nate live a Perugia con Dj Shablo. Tutte le altre basi invece le chiudevo in cartelle sul computer che poi aprivo solo in queste quattro mura, non ho mai ascoltato una base a casa prima di scriverci sopra.

un momento umano… dove mi sono domandato tante cose, mi sono anche perso in cazzate fatte per strada, però ho avuto sempre una parte della mia coscienza ancorata a quella cosa che poi è diventata la mia realtà, la musica.

Quindi è accaduto tutto in maniera naturale? Ascoltavo tutto per la prima volta in studio conservando l’emozione che provavo per poi scriverci di getto subito, senza ascoltare la strumentale 20 volte prima di mettermi davanti al microfono.

C’è un pezzo che tu hai scritto a cui sei veramente legato, che ti fa stare bene ogni volta che lo riascolti? Nel vecchio progetto sicuramente 180 e anche Oh Mama, però sai va a momenti. Tipo per Aereoplanini Di Carta ho avuto un odio assurdo dopo che è uscito, però poi certe volte ho piacere ad ascoltarlo. 180 è quella più gettonata per me a livello emotivo.

Prima di trovare il tuo microfono e salire su di un palco, chi eri e come ti senti adesso? Guarda io mi sento… per quanto le mie esperienze finora siano state tante, la mia integrità è intatta, non sono cambiato. Sicuramente ho maturato molti aspetti di me, per esempio io sono una persona timida, una persona che deve tastare l’eventuale terreno prima di poggiarci un piede o di fare qualcosa. All’inizio pensavo di non poter reggere o essere adatto a questo tipo di vita, invece no, è solo una questione di abitudine. Io poi non mi sono mai mosso dal mio quartiere e sono abituato alla mia zona di comfort.

L’uscita del tuo ultimo disco come l’hai vissuta? È andato tutto liscio come te l’aspettavi? Sono molto contento della sua uscita, c’era una bellissima attesa, un bel po’ di hype e molta pressione, ma fortunatamente l’ho vissuta bene. Non so in che modo, ma sono riuscito a stare nella mia bolla e lavorare senza troppi pensieri negativi. Io in primis non mi aspettavo quest’attitudine.

A proposito di zone, quando io mi sono trasferito a Milano, sono finito nella tua zona: 4 GANG, Calvairate. Come mai hai voluto chiamare il tuo mixtape d’esordio con il nome del tuo quartiere? Ho un fortissimo legame col mio quartiere, sono stato sempre legato alle mie radici. Come puoi vedere io sono molto scuola Marracash piuttosto che Noise Narcos, quindi diciamo che sono stato un po’ educato da loro in modo indiretto ad avere questo valore della provenienza.

I brani come sono nati? Hai un metodo particolare nel comporli? Molte cose sono bozze che io provavo a fare in studio di registrazione, sopratutto i testi, mentre le strumentali

C’è mai stato del caos nella tua vita, dove e quando hai perso la bussola? Prima del progetto Io in terra c’è stato un un momento proprio mio,

Si narra che la nuova generazione rap, cioè tu, Ghali e gli altri abbiate inventato l’etichetta trap perché non potevate competere con gli artisti che già facevano parte dell’Hip-Hop italiano. Quindi vi siete creati un filone a parte, tu che ne pensi? Le voci che girano e i viaggi nella testa delle persone a volte non hanno senso. Io non mi reputo così trap come magari Ghali, però se posso permettermi, le vecchie leve sono state fortissime, ma oggi noto molta più sperimentazione da parte nostra, più voglia di mischiare e non legarsi ai soliti flow o suoni. Oggi c’è più particolarità e io personalmente ci metto tempo a trovarla e farla mia. Che musica gira nelle tue cuffie mentre gli altri non ascoltano? Io ho sempre ascoltato solo rap, nell’ultimo anno invece sto aprendo la mia mente a vari generi, per dirti quello dei Gorillaz lo ascolto spessissimo come anche il disco dei The XX. Tre anni fa non avrei mai pensato di ascoltare una cosa del genere. Infatti il disco arriva da ascolti meno rap. I social network e la musica… Che ne pensi della scena romana come la Dark Polo Gang? Hanno fatto il loro percorso più consono a quello che sono, il loro viaggio è vero per quanto possa sembrare falso, io personalmente non ne vado pazzo ma apprezzo chi si mette in gioco e riesca a capire qual è la sua strada migliore. Apprezzo il lavoro di chiunque poi, se non ascolto i loro pezzi è solo una questione di gusto, ma loro li reputo belli e precisi per quello che stanno facendo. Come ti vedi tra 5 anni? Non mi voglio vedere tra 5 anni, voglio solo vivermi quello che accade.


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Maruego e le rime d’arte da esporre al Guggenheim Museum GUE’ PEQUENO DEI CLUB DOGO LO HA SCOPERTO CON IL PEZZO «CRIMINALE», MA MARUEGO IL SUO SUCCESSO L’HA COSTRUITO CON LE PROPRIE FORZE. La sua strada solista vera e propria è appena iniziata con una scrittura molto particolare, caratterizzata dalla ricerca di un lessico innovativo che contribuisce alla costruzione di un flow immediatamente riconoscibile. Fumo? Droga? Donne? Mah, chi può dirlo! Abbiamo cercato di scoprire qualcosa su di lui mentre provava le sue Reebok preferite e gli abbiamo chiesto del suo nuovo disco, con qualche curiosità sul fenomeno della trap. Finalmente è arrivato l’album d’esordio dopo tanti progetti e tante collaborazioni. L’hai chiamato Tra Zenith e Nadir cosa significa la sua uscita per te e perché ha questo titolo? Significa tanto perché è il primo album che faccio in vita mia. Ho voluto quindi dare un titolo che rispecchi i miei contrasti. Tra Zenith e Nadir sono i due poli opposti e io racconto di me, proprio tra di loro. Qual è il pezzo che più ti rispecchia in questo disco? Forse Kaos, perché sto sempre a correre in questo mondo di pazzi. Trap, rap, hip-hop… il grande divario del sound black tra puristi e non, tu che ne pensi? Per me è tutto hip-hop. Cos’è sta trap?! Com’è nata la tua amicizia con Ghali e perché non collaborate più, in passato ci sono state anche un po’ di scintille no? È nata al Toqueville (un locale di Milano) nel pomeriggio. Entrambi eravamo dei PR. Ci siamo conosciuti lì e poi sì, abbiamo discusso. Ormai lo sanno tutti. Perché hai scelto come featuring proprio Fabri Fibra, Guè Pequeno, Jake La Furia e Emis Killa? Perché li ascoltavo da ragazzino e per me è un onore averli nel mio primo album. Le tue liriche sono forse le più particolari del momento, infatti ti destreggi tra varie lingue, perché? Come nasce un tuo pezzo a livello creativo? Parlo italiano, arabo e francese, quindi mi viene spontaneo comporre con queste lingue. Conosco molti vocaboli e mi viene naturale usarli. Urban Magazine è anche moda ma cos’è la moda per te? La moda per me è tutto ciò che ho addosso e mi fa sentire bello quando mi Flexo allo specchio. Ne sono fedele ma non schiavo. Va molto anche in base al mio umore, passo da una camicia a una tuta in mezza giornata, mantenendo sempre una certa coerenza. Moda per me è anche arte e mi piace molto combinare look e colori tra loro, anche se i migliori outfit sono sempre quelli che hanno molta immaginazione e considerando quello che faccio, mi reputo un buon indossatore. Come integri Reebok Classic nei tuoi look? Riesco a integrare le mie Reebok con qualsiasi cosa, da una pelliccia a una tuta sportiva, a un look un pó piu da fighetto. Diciamo che calzano bene con qualsiasi cosa metti. Dipende da quanta fantasia hai. Qual è la tua città del cuore e come contamina la tua musica? La mia città del cuore è Milano. Perchè Milan le è un gran Milan, caotica rumorosa ma pur sempre la mia casa. Con il suo stile urban metropolitan ha sempre contaminato un po quello che faccio. Ho iniziato con lo skate a 13/14 anni in Stazione Centrale per poi andare sempre in skate a teggare per le vie di Milano. Ma più cresevo e piu avevo bisogno di nuovi stimoli, quindi ho iniziato a cavalcare il tempo con i primi contest di freestyle caserecci organizzati nei diversi parchetti della city. Qual è il tuo modello Reebok Classic preferito ? Sicuramente le mie Insta Pump con gli angioletti sopra. Ma posso dirti che le classic bianche stanno sempre bene con tutto quindi non saprei… pareggio. Cosa accade nei backstage di un tuo concerto e come ti prepari al tuo show? Dietro al backstage faccio un po’ da papà agli altri, controllando che non si ubriachino prima dello show! Quando ti sei innamorato per la prima volta della musica? Forse in grembo. Se tu non avessi limiti di budget, con quale artista vorresti collaborare? Con Paulo Coelho.


Sono lei, lui e quell’altro. Ma insieme si fanno chiamare Moseek GIRA VOCE CHE CANTINO SOLO IN INGLESE MA FORSE QUESTO NON È DEL TUTTO VERO. GIRA VOCE CHE ABBIANO FATTO INNAMORARE SKIN DEGLI SKUNK ANANSIE. I Moseek non sono partiti dalla nona edizione di X Factor ma dall’amore per la musica crescendo in un paese di poche anime. Tre dischi e interminabili tour dietro il pentagramma più interessante degli ultimi anni. Siete appena tornati dal vostro tour, com’è andata, è stato provante? Elisa: In realtà siamo in giro da due anni quindi è provante proprio stare in tour, punto! Noi poi ci facciamo proprio del male perché siamo insieme 24h su 24h anche quando non suoniamo. Poi la verità è che stiamo bene insieme quindi grosso modo non ci pesano più di tanto i viaggi. C’è un rituale che fate prima di salire sul palco? Fabio: Ci abbracciamo e ci tocchiamo le chiappe. E: (ahah) Ci diamo dei bacetti, ci diamo la mano tipo padre nostro. Loro si prendono le Red Bull e io vado a cagare milioni di volte. L’esperienza live più orrenda che avete vissuto e quella più bella? Davide: Quando Elisa si è ammucchiata sulla batteria. (ahaha) E: Ah! È vero! Tendenzialmente io non bevo però quella volta ho bevuto una crema di whisky che non mi ha fatto un bell’effetto. Mentre stavamo suonando sono indietreggiata e sono cascata sulla batteria, stavamo facendo una cover di Come Together dei Beatles e io avevo dimenticato pure le parole, infatti a un certo punto seguendo il motivetto ho detto: N-O-N SO C-H-E CAZZO DI-RE (ahahha) D: La gente s’è spaccata! non riuscivamo ad andare avanti (ahah). Come mai la scelta di cantare in inglese? E: Io canto così perché ho sempre ascoltato musica inglese. Papà ascolta i Genesis e gli Yes quindi odio il prog proprio con il cuore! Ecco diciamo che sono stata sempre abituata a ascoltare musica che non è il solito Battisti,

di conseguenza l’emulazione ti porta a rifare cose in quella lingua, con un approccio diverso da quello italiano. Un disco che vi ha fatto innamorare della musica? E: Post Orgasmic Chill dei Skunk Anansie con la cantante della mia vita. D: Il mio disco non c’entra assolutamente niente con quello che faccio ed è Master of Puppets dei Metallica. Quando l’ho scoperto sono andato in fissa! Poi ovviamente nel tempo ho amato altri dischi, cioè è come dire che ti piace solo una ragazza, non puoi (ahah). E: Scusa lo puoi ripetere che lo registro e lo invio a chi so io?? F: Io non ho un disco, ho un Dvd live dei Guns N’ Roses che ho visto quando ero veramente piccolo e vedere quella bomba d’esplosione sul palco mi colpii molto e capii che quella era la mia dimensione. Ma Skin l'avte conosicuta a X Factor giusto? E: Si era nell’anno nostro, ci ho cantato anche insieme in un after party dove lei m’indicò per accompagnarla sul palco e alla domanda cosa vuoi cantare? io risposi «I love You», poi mi chiese «weak» va bene? e io risposi di nuovo «I love You». Credo che lei abbia pensato: «questa è rincoglionita». Urban Magazine è anche moda ma cos’è la moda per voi? La moda è guardarsi intorno e non notare le differenze, ma solo le unicità. Vi piaccio le Reebok Classic? Come le indossate nei vostri look e qual’è il vostro modello preferito? Le iconiche Classic Leather, sono un classico senza tempo. Dinamicità e stile vanno di pari passo, è bello abbinare le sneakers con jeans e maglietta per le nostre giornate in studio, ma ci piace matcharle anche con qualcosa di più elegante. Qual è la vostra città del cuore e come influenza il vostro lavoro? Potremmo dire Milano o Roma, ma casa é la culla del nostro lavoro, dove

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abbiamo lo studio di registrazione e dove nascono le nostre canzoni. Abbiamo viaggiato tanto per i concerti e ogni posto che ci accoglie ci regala ogni volta mille idee per la nostra musica. Come vi siete conosciuti? E: Io cercavo un batterista per suonare i miei pezzi e un mio ex-coinquilino mi diede il numero di Davide per spiegargli il progetto prima a voce e in una mail più dettagliata… D: Che ancora ho! E: E il 28 Febbraio del 2008 abbiamo fatto la prima prova insieme. D: In realtà sono stato la sua rovina perché se non fossi andato bene lei sarebbe andata a Edimburgo e avrebbe già sposato un biondo con piscina e due cani. Quindi all’inizio eravate solo in due? D: Sì, dopo abbiamo incontrato Fabio che aveva la nostra stessa ambizione. Io e lui abitiamo a 200 metri di distanza e ti giuro che non ci eravamo mai cagati. Frequentavamo anche la stessa accademia di musica e c’incontravamo anche alla stazione ma tra di noi proprio zero! D: Mio padre disse: ma perché non provate Fabio? Ecco, ancora sta qua il cojone! (ahaha) E: Pure tuo padre nun se poteva fa li cazzi sua? Davide perché su Instagram ti chiami “quellaltrodeimoseek” ? D: In realtà prima mi chiamavo Fastum Gel perché pensavo che Instagram non fosse tutta questa cosa, la sera che mi sono iscritto avevo l’antinfiammatorio vicino al comodino. Poi dopo X-Factor dovevo cambiarlo e ho pensato come mi posso chiamare? Elisa è la rossa, Fabio è quello che scopa le milf e io ero quell’altro insomma. Ma scopa le milf lo scrivo? (ahah risata generale) F: Magari trova una chiave interpretativa (ahha)

TESTI STEFANO NAPPA FOTO SIMON GROOMING MARCELLA RAMUNDO @PRO*LAB ACADEMY


LA LUCE IN FONDO AL MARE (PUNTATA NUMERO 4) PRENDERE UN UOMO VERO, IN CARNE, OSSA E CICATRICI. PRENDERE UN UOMO SENZA FISSA DIMORA, SEGNATO DA ASCESE E CADUTE, CHE HA PERSO IL LAVORO PER AVER PESTATO UN COLLEGA CHE AVEVA OFFESO SUA MOGLIE. PRENDERE QUEST’UOMO, ANTONINO, DETTO BALLERINO, E FARNE IL TESTIMONIAL DI UN PROFUMO. DI PIÙ, FARNE LA MUSA DI UN PROFUMO. È L’ULTIMA SFIDA DI ANGELO ORAZIO PREGONI, FONDATORE DELLA FIRMA DI PROFUMI O’DRIÙ, ARTISTA E PERFOMER. «Volevo accendere la luce. Mostrare l’abisso che separa il commercio dall’arte» dice Pregoni. Di solito si crea un profumo e poi si cerca un testimonial per pubblicizzarlo. Un testimonial di successo, ovvio. Qualcuno che trasmetta al consumatore, con la propria sola immagine, l’incrollabile certezza che un po’ di quel successo verrà nebulizzato sulla sua pelle insieme a note di rosa o di tabacco. «La gente non vuole più leggere libri che fanno soffrire. Anche perché è difficile pubblicizzarli. La sofferenza non è sexy. Ancor meno lo è la complessità. Fabio Volo invece in una faccia è già tutto il libro». Il suo sorriso è uno spoiler. «Mentre creare qualcosa di vivo significa creare qualcosa di vero. E la verità è complessa, a volte contorta, sedimentata. Come Ballerino». Il profumo che ne verrà fuori non sarà un prodotto sartoriale, ricalcato su Ballerino dopo avergli preso le misure dell’anima. «Piuttosto Ballerino è l’ispirazione, una musa brizzolata e tutta nervi, per qualcosa che potrà adattarsi a tanti altri». Per sublimare la personalità del soggetto, Pregoni ci ha passato del tempo, ci ha passeggiato per strade e stazioni, ci ha conversato sulle panchine dei parchi pubblici. «Antonino mi ha raccontato che grazie al suo kung fu può saltare, da fermo, sopra un muro di tre metri. Che prima di entrare in carcere ha seppellito milioni sotto terra, ma quando è uscito su quella terra c’avevano costruito sopra un benzinaio. Che ha 42 figli sparsi per il mondo. Che durante una manifestazione, lui e gli altri scioperanti hanno caricato la polizia ma quando, dopo qualche metro di corsa, si è voltato indietro, s’è accorto di essere rimasto solo lui, e allora è andato avanti a testa bassa ancora più veloce. Che ha partecipato a coreografie di Tony Renis e Sandy Barbot. Che per sfuggire al servizio militare ha chiesto l’intercessione di un boss, che il boss gliel’avrebbe fatto saltare davvero, ma poi lui, Ballerino, ha deciso di arruolarsi comunque, perché in fondo era giusto così». I nomi proposti per il profumo dallo stesso Antonino sono: Indomabile, Implacabile, Impazzisco, Dottor Toni, Ballerino. «Il nome definitivo non l’abbiamo ancora scelto. In ogni caso, vorrei che fosse soprattutto l’odore a parlare». Certo, Pregoni è un sinesteta, cioè trasforma automaticamente suoni e immagini in profumi, e viceversa. Ma per chi non è dotato dei suoi superpoteri olfattivi? «Ballerino tiene la schiena dritta, ha movimenti composti:

ha una sua elegante rigidità. Questa simmetria dovrà esserci nel profumo». L’elemento più vicino alla sua personalità è il mare, dal moto perenne e ossessivo, con i suoi pericoli e i suoi piaceri. «Con le sue continue ondate di ricordi, con la sua memoria implacabile, con la sua violenza ancestrale. Nel profumo ci saranno sentori di alghe, ma non sarà una fragranza marina. Sarà callosa come le mani di Antonino. Odori ruvidi, che non siamo più abituati a sentire». Così come non siamo più abituati a quel tipo di virilità novecentesca. La seduzione compulsiva, i trofei sessuali, le botte in strada, chi ce l’ha più grosso. «In un’epoca in cui si siglano dei contratti prima di andare a letto insieme, la società non è più disposta, per molti versi giustamente, ad accettare un certo tipo di mascolinità. Non parlo di quella degli addominali scolpiti e delle barbe hipster. No, dico quella della periferia, della lotta per la sopravvivenza, dell’ignoranza». Una virilità che però non sarà solo maschile, perché mai come oggi sono le donne a essere davvero cazzute. «Basti pensare all’ultima campagna del #metoo, all’orgoglio femminista, alla coerenza rispetto ai propri principi». Pregoni dice che in genere l’industria tratta le donne come barbie da vezzeggiare in profumeria. «La mia creazione sarà unisex, adatta alle donne che non accettano più questo schema». Ballerino ha un suo codice etico al di là del bene e del male, è inflessibile, si sente a casa nello stereotipo di se stesso. «E forse proprio questa inflessibilità riguardo ai propri principi, per quanto discutibili, è tra le cause delle sue sconfitte. Ma è un’inflessibilità calda. In fondo è di Trani. Sarà un profumo con sfumature gialle e rosse, senza azzurro e bianco. Forse ci sarà un sottofondo nero. Per intenderci, la tavolozza dei colori sarà quella di Sin City». Ora Pregoni queste tinte le mescolerà, poi dovrà attendere il periodo di decantazione in alcol di un paio di mesi. Dopodiché il tutto sarà filtrato a mano e in altri quindici giorni il profumo sarà pronto. «Il processo è artigianale dall’inizio alla fine, l’edizione sarà limitata e il prodotto il più vero e naturale possibile, anche nel colore».

* Leggi le altre puntate su urbanmagazine.it

testo ENRICO DAL BUONO


S T ORIA

IN QUESTE FOTO TONI BALLERINO (CHE QUI MOSTRA UNA SUA FOTO D’ARCHIVIO) E ANGELO ORAZIO PREGONI DI O’DRIÙ.

photo DIEGO MAYON


THE

FO OD (DE) GENER ATION

IL TEMPO DEI

POPCORN

Lei - Blusa

Lui - T-shir t

Foto Style Grooming

Weili Zheng Eden Park

Silvia Badalotti Elisa Anastasino Luciano Chiarello @Atomo Management

Casting

Laura Motta @Simple Agency

Models

Isa Schulting @Special Mgmt Estian @Nologo Mgmt

Hann o col laborato

Diletta Rossi Davide Scappini

MODA


S OT T O V U OT O (è)

Body

Dimensione Danza

Tutù

Lardini


POL-H-A-M-ROID Dolcevita

Ermenegildo Zegna Couture


M O N TAT I L A T E S TA Maglia

Homme PlissĂŠ by Issey Miyake

H O L E M I E S M A RT I E S Abito

Dondup


N OT ALL YOU CAN EAT Kimono

John Richmond

Collant

Wolford

Ciabatte

PS by Paul Smith


TI PREGO FILAMI Lei - Maglia - Gonna Lui - Maglia

RED Valentino Diesel Black Gold


S TAY SANO Giacca

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T-shir t

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FEDE SALATA Lei - Bomber Lui - Felpa

Love Moschino PS by Paul Smith


S A NTA

MARIA DI

BREZEL Felpa

Glimmed


PEN SA , P E N SA QUA NTO VUOI.

M A POI, AL DUNQUE, NON PENSARE.

M ANG I A E poi lavora consuma chiagni fotti prega e poi mangia lavora consuma chiagni fotti prega e poi mangia lavora consuma chiagni fotti prega e poi...

Zitto e mangia. Perché anche adesso, su questa pagina, stiamo facendo una cosa che non andrebbe fatta. Stiamo mettendo in fila parole su una cosa che di parole ne avrebbe poche, essendo la bocca impegnata a masticare. Parlare di cibo «alla fin fine» è un po’ come danzare di architettura, per rubare la metafora a ZappaFrank. E altro che kiss and tell, anche baciare non viene bene se non si fa zitti. Forse ci dovremmo rassegnare noi tutti nella bolla del cibo, del food, dello storytelling alimentare, delle fotine degli hamburger triplo formaggio e salsa di cipolle rosse aceto e zucchero, al detto della nonna: «Non parlare a bocca piena», che poi è sovrana quiescenza della lingua rispetto a un piacere diverso. Più basico, potente, muto. I denti che afferrano la focaccia calda con olio di oliva. Il primo sorso di birra alle due di pomeriggio, d’estate. Il brodo - ahi - bollente e l’anolino morbido. Il vino che sale su, in quel punto preciso del cervello che sta sopra al naso. E sbam. Tutto il resto: la seduzione del cibo, la narrazione del cibo, la cultura del cibo, la civiltà del cibo, i libri di Brillat Savarin, Pellegrino Artusi, Ada Boni, i saggi antropologici colti di Vito Teti e Marino Niola e quanto è archetipico il Negroni di Luca Picchi a Firenze e lo Sbagliato del Bar Basso a Milano con un iceberg nel bicchiere, e le storie (tante storie) di Masterchef e le ricette cuoci & ammolla delle sorelle Parodi; è tutto proprio tutto letteratura secondaria, derivativa. Tutto bello (le ricette del Gattopardo, magnifiche) e tutto che viene dopo. Perché

il primo atto è muto: annusare, leccare, ciucciare, deglutire, leccarsi le labbra. Cose un po’ porche e un po’ mute e di base è quello il refrain: zitto e mangia. O ti mordi la lingua. Non pensare e mangia. Perché se è vero che il destino del cibo è esprimere (cioè capire e costruire) una civiltà, un modo di pensare, perfino un’etica, è anche vero che l’etica (siamo tra noi e possimo dircelo) ammazza il piacere. E mangiare è prima di tutto un piacere. Pensiamo al suono terribile della parola ortoressia = la sindrome ossessiva per un’alimentazione sana, che è solo l’epifania di una tendenza più generale: giudicare la moralità mia e del prossimo a partire da come mangia. Con punte in cui la convinzione civile sfocia in magia. Sei vegano. Ci sta. Ma se non usi la padella contaminata da chi ci ha fatto un hamburger prima credi in una purezza alimentare religiosa. Pensiero magico. E assicurarsi che tutta la filiera del pollo agli champignon che hai in tavola stasera sia bio, eco, sostenibile ci sta. Ci sta tutto. Ma non c’entra niente col mangiare. È una faccenda di politica e un pensiero che alla fine deve sottostare a un atto crudele. Gli incisivi incidono, i molari masticano, la ptialina inizia la digestione dei caboidrati già in bocca. Le funzioni cognitive più alte a un certo punto devono soccombere alla fisiologia. Pensa, pensa quanto vuoi, ma al dunque non pensare. Mangia. E non guardare, mangia. Già il suono terribile della parola anoressia dovrebbe farti stare tranquillo. Cos’è l’anoressia? Non mangiare in nome di quello che si vede da fuori. La magrezza. L’estetica come ascetismo. Il gusto mangiato via dalla vista. O pensa al food porn, non c’è niente di più porno del food porn. Perché ‘essenza del porno è coltivare un desiderio infinito per un’assenza, che ti spinge sempre più avanti verso qualcosa che non puoi raggiungere. E allora se vuoi ti apri dieci finestre di xHamster cercando non sai bene cosa ma quella cosa: cuckold, mature, cumshot, e in realtà insegui un desiderio infinito. O guardi impiattamenti grandiosi, o cibo spazzatura leccato lucidato, infinite sachertorte dell’anima mentre poi a casa spremi il tubetto di maionese sul cracker. Porn e foodporn è la stessa cosa. Gli occhi guidano il desiderio per qualcosa che puoi solo guardare, non avere. E quindi falla risolutiva, per una volta o per una volta ogni tanto. Non guardare, mangia. Non pensare mangia. Zitto. E Mangia.

DI BRUNO GIURATO


NEW ISSUE 9 GENNAIO 2018

EVENTO “ENTERTAINMENT APARTMENT”

Il mondo dei videogames e delle console incontra il pubblico: sfide, novità e intrattenimento Moda: mostra fotografica “Denim - Cinema e Spettacolo”

26- 27 - 28 GENNAIO Milano Fashion Library - Via Alessandria, 8 entertainmentillustrated.it


come COSA II DOVE II QUANDO II come Traguardare, l’uragano Brexit, i WOO Napoli che merita, godetevi DURANTE ‘STO NATALE fuggi in Thailandia come di Dennis Lloyd, (città vai a uno dei 4 party essenziali di

il portfolio capodanno, goditi la nostra chart migliori club italiani del 2017, guardatiel'arte punk di Cali da pagina 55), i locali indeicui riflettere di avanguardia la mostra diThornhill DavidDeWitt Bowie che e il futurismo artistico di Jean-Charles de Castelbajac per Rossignol, scopri il presente/futuro di Re-edition più chequali unasono mostra un racconto della diversità ognuno di noiti basta leggere qua magazine, i film daèvedere adesso e spiega a tuo figlio chi èin Kobe Bryant. Pensa,


CDQC I MUSICA LA TO-DO LIST di Dennis Lloyd DI MARCO CRESCI La sua Nevermid è diventata un caso virale con oltre 3 milioni di streaming su Spotify, e pensare che stava per mollare tutto un secondo prima del successo Fuggito dalla sua Tel Aviv a Bangkok in cerca d'ispirazione Dennis Lloyd - all'anagrafe Nir Tibor - la notte di capodanno 2016 scrive tre obiettivi su un foglietto con l'intento di lasciare il mondo della musica, nel caso non fosse riuscito a concretizzarli. Fortunatamente non è andata così. Oggi, a 23 anni è tornato nella sua città ma è sempre in giro per il mondo a suonare. Trombettista, produttore e cantautore, lo abbiamo incontrato a Milano per saperne un po’ di più. So che la tua avventura inizia a 9 anni quando ti regalano una tromba, non è uno strumento usuale per un bambino, me ne parli? È uno strumento stranissimo per un bambino, ma il suono è così unico e dominante che mi ha affascinato subito. Solo cinque anni dopo ho cominciato a suonare la chitarra e scrivere canzoni ma sono un autodidatta, non ho mai studiato, ho solo imparato dai miei errori. Hai scelto di vivere un anno in Thailandia per ritrovare te stesso e scrivere musica, è stato il tuo anno sabbatico? Sì, volevo un posto isolato e cheap, avevo risparmiato un po’ di soldi lavorando come cameriere e facendo il dj nei bar e la Thailandia mi sembrava la meta giusta per vivere bene con poco, e così è stato. La notte di capodanno 2016 ero a Bangkok, una delle città con la nightlife più folle al mondo, ma avevo bisogno di fare qualcosa di differente dal fare festa, così mi sono fatto un tè, mi sono seduto in terrazza e ho scritto su un foglio una lista di obiettivi da raggiungere entro la fine del nuovo anno, molto specifici, inerenti la mia carriera di musicista altrimenti avrei lasciato perdere. E la cosa incredibile è che uno dopo l'altro si sono avverati. Puoi dirmeli? Scrissi: «Voglio suonare a un festival. Voglio raggiungere il mio primo milione di ascolti streaming. Voglio un articolo su un giornale». Il fatto è che nel 2016 non ho raggiunto nessuno di essi, ma poi a inizio 2017 quando stavo perdendo le speranze tutto mi è esploso tra le mani.

Cosa ha ispirato la tua hit Nevermind? La gelosia. Mentre vivevo in Thailandia ero fidanzato ma volevo stare solo, così la mia ragazza nel mentre viaggiava per conto suo. Quando viaggi fai festa e incontri persone, ero preoccupato trovasse qualcun altro lungo il suo cammino. Era un periodo in cui mi sentivo pronto a legarmi seriamente e la gelosia mi tormentava, questo dualismo ha caratterizzato il testo di Nevermind. Deduco che oggi tu non sia più fidanzato con quella ragazza, allora avevi ragione... Man… le cose cambiano, fa parte della vita.

– QTY (Dirty Hit)

QTY

Charlotte Gainsbourg – Rest (Because Music)

(42 Records)

Entrambi newyorkesi, si sono conosciuti dopo le high school, e ognuno dei due aveva appena mollato la propria band. Hanno trovato piuttosto facile scrivere canzoni insieme, con Dan che principalmente buttava giù i testi e Alex che per prima metteva mano alle melodie più adatte. L’anno scorso poi, la svolta: una ragazza alla quale Dan subaffittava il ripostiglio per dormire ha fatto sentire un loro demo a Jamie Oborne, e in pochi giorni i QTY hanno firmato con l’inglesissima Dirty Hit Records (Wolf Alice, The 1995). Da quel momento il duo ha cominciato a lavorare a questo primo album, per il quale tra l’altro hanno potuto contare sulla produzione di Bernard Butler (ex- Suede). Difficile non sentirne l’influenza, in particolare nel rendere il suono dei QTY patinato e glam quanto basta, senza sbavature. Al resto ci pensa una base già consistente: tanto per cominciare la voce di Dan somiglia in maniera impressionante a quella di un giovane Lou Reed, il che funziona alla perfezione su canzoni che allo stesso Reed e alla scena indie-rock newyorkese, (Strokes e Television su tutti), deve la maggior parte delle influenze. Il disco fila che è un piacere, ascolto dopo ascolto, non ci sono punti deboli o pezzi tappabuchi. I QTY non portano novità, ma sono una di quelle band in grado di piacere all’istante e di mettere subito a proprio agio chi ha avuto i loro stessi riferimenti, con la Grande Mela per scenario e le care vecchie chitarre che il loro sporco lavoro lo fanno sempre.

Voleva un disco elettronico. Quindi deve esserle sembrato naturale rivolgersi a Dj SebastiAn, uno che collabora già, tra gli altri, con gente tipo Frank Ocean e Daft Punk. Poi, per tagliare la testa al toro, ha pensato di arruolare anche Guy-Manuel de Homem-Christo, proprio dei Daft Punk, Danger Mouse e l’amico Connan Mockasin. E’ un’artista a tutto tondo Charlotte Gainsbourg, attrice e musicista affermata e apprezzata a livello internazionale, che anche grazie all’albero genealogico, può vantare una rubrica telefonica di tutto rispetto. Rest è il suo quarto disco, e se i precedenti avevano visto tra i principali nomi coinvolti Jarvis Cocker dei Pulp, Beck e i connazionali Air, significa che lei, figlia del più grande musicista francese del secolo scorso e dell’icona di stile Jane Birkin, abbia un discreto gusto in fatto di featuring. E infatti suoni, beat e strutture delle canzoni sono pressoché impeccabili, un elettropop elegantemente perfetto. La particolarità di questo album però viene proprio da Charlotte in persona e da un suo approccio diverso rispetto al passato: i testi ora sono per lo più opera sua (eccetto Songbird in A Cage, composta per lei da tale Sir Paul McCartney), e derivano da un’esigenza espressiva nuova, dovuta in parte anche alla perdita prematura - nel 2013 - della sorella Katy Berry. Non sempre le scelte compositive sono perfettamente riuscite, ma trasmettono un’intimità che sa di liberazione, come anche la scelta di cantare sia in inglese, che in francese.

Sono pochi. Sono veramente pochi gli artisti che riescono da un disco all’altro a essere insieme riconoscibili e sperimentali, senza mai tralasciare la cosa più importante: le canzoni. Sono pochi e si riconoscono al volo: richiamano i grandi del passato quanto basta, senza però darti il tempo per un «somiglia a..», perché immediatamente ti incantano con trovate geniali, estremamente caratterizzanti, al tempo stesso complesse e facili da amare. Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, è fra questi e Infedele ne è l’ennesima prova, di sicuro la più evidente. In questi otto brani mette in mostra un bagaglio conoscitivo che è tutto fuorché comune, in cui il cantautorato più raffinato apre i battenti all’elettronica e ai synth senza porsi limiti di genere, e senza nemmeno togliere peso ne importanza ai testi. I temi trattati sono vari così come le ambientazioni geografiche e la sensazione è quella che Lorenzo abbia concepito Infedele come un viaggio, fatto di tutte le esperienze che ha vissuto in prima persona, prima e durante la fase di scrittura. Sono parecchie le persone coinvolte in questo lavoro, a partire da Mario Conte, che ha curato ancora una volta la produzione, stavolta insieme a Iacopo Incani (la mente dietro Iosonouncane), mentre tra le voci e i cori si riconoscono vari contributi, come quelli di Clod (aka Christaux) e di Anna Viganò (Verano). C’è spazio per tutto, c’è spazio per tutti, se un artista è completo e ha quello che serve: una visione e un grande talento.

Ettore dell’orto

Ettore dell’orto

Ettore dell’orto

COLAPESCE – Infedele


CDQC I TECHNO Wiko / L’invasione degli ultracorpi di maX SCHENETTI Un grande classico, del 56. Mi viene in mente perchè non so più da che parte girarmi senza avere la netta sensazione che stia succedendo qualcosa di... sotterraneo. Fino a qualche tempo fa se volevi comprare uno smartphone che avesse prestazioni decenti dovevi spendere almeno 500 euro. Oggi no. Siamo letteralmente invasi da dispositivi di estrema qualità costruttiva e con una eccellente usabilità: lasciando da parte i marchi più blasonati, anche quelli cosiddetti “minori” riescono a dare grandi soddisfazioni. L’asticella si è spostata verso l’alto e noi consumatori godiamo. Si, godiamo perchè è finita l’era delle cinesate a basso costo con display inguardabili, touchscreen laggati e avvio delle app lenti come un Commodore 64 quando caricava i giochi dalla cassetta. E tutto è successo solo in questi ultimi due anni. E il vecchio continente che fa? Alza la testa, fortunatamente. Prima col gigante finlandese NOKIA (si, va bene, è mezza cinese, della Foxconn, quella che costruisce gli iPhone...) che si è risvegliato e ora da oltralpe arriva uno smartphone talmente aggressivo in termini prestazionali, qualitativi ed economici che quando ho aperto la scatola non volevo crederci. E’ vero che l’azienda porta con sé il claim Game Changer da sempre ma ora la cosa ha un senso, finalmente. Da quando sono arrivati nel 2013 di strada ne hanno fatta parecchia. A parte la musichetta WIKO all’accensione, sembra di avere in mano un (OMISSIS), con il suo schermo da 18:9, fascinoso e oramai moda affermata. Ora, io sono un dannato nerd e se non ho il top del top di gamma sento un vuoto dentro ma questo robo ha uno schermo notevole (si, va bene, non è un Quad HD), 4 giga di RAM e 64 di memoria, l’ultima release di Android di mamma Google (o quasi, visto che da poco è uscito OREO e speriamo che da Marsiglia decidano di aggiornarlo) praticamente stock, salvo qualche utility qua e là. La fotocamera da 16Mpx (e una frontale da 20) e una batteria da 3000Mah che lo mantiene vivo per un sacco di tempo completano il quadretto.

Re-Edition Magazine Di striP-project.com Abbiamo deciso di dedicare la rubrica di questo numero a Re-edition magazine convinti di farvi un regalo. A tradurre letteralmente Re-Edition si fa quasi un torto al magazine. Ri-edizione sembra qualcosa di già visto, di poco fantasioso, di scontato. Invece non è niente di tutto questo. Siamo abituati a parlare di moda, di fotografia, di provocazioni, ma qui siamo in un territorio totalmente diverso. Raramente un magazine di moda si può rivelare tanto intimo, poetico e essenziale. Il nome lo si deve soltanto al fatto che in pagina vengono combinati insieme servizi di archivio e nuovi lavori di giovani autori emergenti. Ci sono peculiarità raggiungibili solo quando si maneggiano grandi temi e ci si affida a grandi maestri e Re-Edition sa bene di cosa si tratta. Nelle sue pagine scorrono vecchi shooting di Vivienne Vestwood che agli occhi di chi guarda risulteranno attuali e carichi di significato, oppure i lavori di Jim Goldberg celebre fotografo Magnum: il suo libro Raised by Wolfes sui ragazzini che vivono in strada a Los Angeles ormai è un oggetto di culto,introvabile, non ne esistono quasi più copie in circolazione, ma alcuni suoi scatti sono stati ripubblicati sul magazine. Dentro a Re-Edition ci sono pochi testi e lo spazio è lasciato alle immagini, ma le poche volte che incontrerete delle parti scritte, saranno inarrivabili e definitive. Per rendere l'idea si spazia dal poeta russo Vladimir Mayakovsky, a Charles Bukowski, per cui non servono introduzioni. Se sono queste le voci con cui la rivista ha deciso di parlare al mondo potete immaginare la vastità dei temi che toccherà il suo messaggio. Ma se ci fosse un vero tema identificativo per accomunare questi autori alla rivista sarebbe forse la visceralità. I servizi fotografici raccontano storie, sono intimi, velati, melanconici e potenti. Più che fotografi di moda, troverete artisti. Ma non vi spaventate, non vi sarà difficile scorgere il messaggio dietro le immagini di Lucas Foglia o Alec Soth, due nomi abituati nell'attirare folle di persone nelle gallerie d’arte contemporanea più importanti nel mondo; due artisti il cui lavoro è quasi una summa antropologica sulla provincia americana. Eddie Eldrige, co-fondatore del magazine, spiega bene questa scelta quando afferma: «Vogliamo che le immagini siano protagoniste, che non si perdano in quel tipico caos dei magazine pieni di brand che ormai sono diventati la norma nel mondo della comunicazione». Spazio alle immagini quindi, al silenzio, alla contemplazione. Tutte pratiche sempre più in disuso, soppiantate. Ecco il regalo che volevamo farvi parlando di questa rivista unica.

Insomma, un dispositivo che con queste caratteristiche solo un anno e mezzo fa sarebbe costato uno sproposito. Ma come va? Da dio. Se si è un pò sgamati e si evita l’installazione di alcune apps di dubbia utilità che vengono proposte al primo avvio (e si possono anche disinstallare quelle presenti sulla ROM) alla fine si attiva un telefono super fluido, molto bello e di piacevole utilizzo. Anche la fotocamera, che soffre un pochino nei momenti bui, nonostante la partnershio con DxOMark (la società che analizza la parte fotografica di TUTTI gli smartphones sul mercato e non) è capace di regalare grandi soddisfazioni. Il sensore di impronte, poi, è veloce come un razzo e comodissimo da usare. E non tutti lo sono, purtroppo… Insomma, un regalo di Natale top e… Benvenuti, ultracorpi!


CDQC I SHOPPING I A CURA DI francesca ortu La libertÁ, lo stile, il modo di cambiare le cose per Cali Thornhill DeWitt ARTISTA, DESIGNER, FOTOGRAFO, REGISTA, E BLOGGER. VIVE A LOS ANGELES DOVE HA FONDATO L'ETICHETTA INDIPENDENTE Teenage Teardrops E DA RAGAZZINO ERA IL BABY SITTER DI FRACES BEAN COBAIN, FIGLIA DI KURT. CONVERSE LO HA SCELTO PER CREARE UNA CAPSULE DI 17 PEZZI E LUI CI HA DETTO CHE: «Quando diventi chi tu vuoi essere e mantieni la tua identità automaticamente puoi avere un’espressione creativa che ti rappresenti e con lei un pensiero provocatorio» «Lo stile è un concetto di ampia applicazione. Utilizzato nel campo delle arti e delle lettere, oltre che nella moda, nell'architettura, nel disegno industriale e nei fenomeni sociali» Questa la definizione secondo Wikipedia. Ma esiste un concetto che possa darne un’unica applicazione? Si, quello espresso tramite la nuova collezione di Converse, in collaborazione con Cali Thornhill DeWitt, il tutto fare dell’arte, come lo definirei per i suoi molteplici ruoli assunti, al fine di fornire in modo significativo e decisivo utilità, creatività e libertà di espressione. Un nuovo posizionamento quindi per Converse, che segna anche il mondo dell’abbigliamento per una capsule di 17 pezzi e un nuovo posizionamento del Noi, a sostegno delle convinzioni e dei valori degli altri. Il nome della collezione? Your Silence Gets You Nothing. Abbiamo intervistato Cali per capire la sua verità a riguardo. Come ti definisci professionalmente? Un’artista. Cali DeWitt in una parola? Maleducato. Davvero? Probabilmente. Perché Converse? Perché è una potenza mondiale. Fa parte della mia vita da quando ero bambino, ho indossato le mie prime Converse a 10 anni. È moda, società, cultura, rivoluzione. Un classico, e ci si sente sempre a casa a lavorare con un pezzo di storia. Secondo te, come possono i ragazzi di oggi rompere il silenzio? Facendo la differenza e cercando di portare positività nelle nostre vite invece della negatività. Bisognerebbe cercare di cambiare le cose, comportandosi bene e circondandosi di persone che ci migliorino le giornate. O magari migliorandole noi agli altri. Contano i modi con i quali ognuno si rapporta con il mondo. Facendo questo si può rompere il silenzio e cambiare un sistema. Se ti dico libertà? Rispondo sicurezza. Per me le persone libere sono quelle che sanno chi sono, chi vogliono essere e hanno il coraggio di esserlo davvero all’interno della loro vita. Mi ispirano molto le persone così. Io personalmente sono sempre alla ricerca di nuovi modi per essere più libero. Lo sono già, ma ne voglio sempre di più, anche per poterla condividere con gli altri. Purtroppo però il mondo è facilmente influenzabile, si preoccupa troppo del pensiero che potrebbero avere gli altri. Cosa rappresentano provocazione e espressione creativa? Rappresentano anch’esse sicurezza e libertà. Sono le sfide più grandi della vita. Quando diventi chi tu vuoi essere e mantieni la tua identità automaticamente puoi avere un’espressione creativa che ti rappresenti e con lei un pensiero provocatorio. In che cosa questa collaborazione fa la differenza? Questa collaborazione è più un’amicizia, una comunicazione tra due realtà. Non c’è stata nessuna pressione nella realizzazione, non ci sono stati conflitti ne da parte mia e ne da parte di Converse. Le cose devono proseguire sempre spontaneamente, altrimenti non vale la pena che esistano.


CDQC I SHOPPING beatrice venezi La kamikaze della musica classica L'Opera lirica È agÉ? rifatevi gli occhi, vA’. e pure le orecchie. Beatrice Venezi, l’unico direttore d’orchestra donna under-30 d’Italia, è stata scelta da Aldo come brand ambassador: «Abbiamo gli stessi obiettivi: vogliamo rendere accessibile qualcosa di alto» Cos’è il caso? È relativo.

quello di renderla accessibile a un pubblico più giovane e non esperto.

Quando hai stretto il primo rapporto con la musica? A 7 anni. Si svolgevano delle lezioni private di pianoforte nella mia scuola. Chiesi a mia madre di poter partecipare e a 9 anni entrai in conservatorio. Il pianoforte era la strada giusta ma non mi bastava per esprimermi appieno. Così in seguito ho iniziato a studiare composizione e poi direttore d’orchestra. Nel frattempo ho fatto esperienze come maestro collaboratore per imparare il mestiere. E’ stato in Germania che ho avuto la prima e vera possibilità di relazionarmi con l’orchestra, quando il mio insegnante mi chiese di dirigerla, da un giorno a l’altro, durante un momento di scherzo.

Perché vuoi conquistare i giovani? Credo sia importante per il nostro paese riappropriarsi dell'orgoglio nazionale. E’ importante conoscere quello che ha prodotto l’Italia nel passato e la musica ne rappresenta un’ampia fetta. L’opera lirica è italiana.

Un gioco quindi? No, spirito di sopravvivenza. Mi sono sentita un kamikaze e l’ho vissuta come una sfida. Era difficile, questo mi ha attratto.

Come ti sei sentita quando Aldo ti ha proposto di diventare brand ambassador? Ho pensato che fosse un riconoscimento per il lavoro sociale e culturale che sto affrontando con il mio lavoro. Ho pensato che il mio messaggio stesse arrivando.

Cos’è la musica classica? Il linguaggio musicale per eccellenza.

Credi di riuscire in questo intento? In realtà ho notato che da parte dei ragazzi c’è dell’interesse. Bisogna solamente trovare il modo di far scattare la scintilla, affascinarli, incuriosirli. Portarli nei backstage, farglieli vivere e fargli capire cosa succede dietro le quinte è un ottima soluzione, i ragazzi ne vengono attratti. Sembra un mondo magico, incantato.

Hai avuto paura di non essere all’altezza? Che lati caratteriali esprime la musica di te? Il mio carattere da kamikaze non mi ha permesso di spaventarmi. Riesce a esprimere l’assoluto, sono io in tutto. Rappresenta il mio essere che filtra Che cosa ti augureresti? attraverso la musica che faccio. Di poter arrivare ai maggiori palcoscenici del mondo, in primis al Teatro alla Scala di Qual è una tua qualità? Milano. E di poter svecchiare il mondo della L'onestà intellettuale. musica classica, sovvertire un po’ gli schemi continuando a mandare un messaggio incisivo Che cosa ti accomuna al marchio di a livello culturale. calzature Aldo? La comunione d’intenti, lo stesso amore per il Quale? pop, inteso come popolare. Con Aldo la moda, intesa nella sua concezione Che essere un direttore d’orchestra donna non deve destare stupore o pregiudizi in nessun più alta, diventa accessibile. È lo stesso Paese al mondo. obiettivo che io ho con la musica classica,

Timberland sostiene la rigenerazione urbana con My Playgreen Lo abbiamo nominato e rinominato eppure continua a darci motivazioni valide per parlare di lui. L’outdoor lifestyle brand Timberland ha premiato i 16 progetti vincitori del bando My Playgreen Milano Ma facciamo un passo indietro. Che cos’è My Playgreen? Un progetto di rigenerazione urbana nato nel 2016 al fine di proteggere e migliorare gli spazi esterni in 5 città europee: Londra, Milano, Berlino, Parigi e Barcellona, tramite progetti di urban greening dedicati a bambini e ragazzi. Un progetto a lungo termine iniziato in Inghilterra l’anno scorso e che ha come scopo quello di volgere un’attenzione speciale verso aspetti ambientali e sociali del mondo. Abbiamo intervistato Anna Maria Rugarli, Senior Director Sustainability & Responsibility VF EMEA. Qual è stato il ragionamento base che ha portato voi e Timberland a strutturare il progetto My Playgreen? Volevamo innanzitutto sensibilizzare i cittadini e le organizzazioni locali per far sì che potessero, tramite i loro progetti, essere parte attiva di questa iniziativa, impegnandosi e facendo la differenza per la loro comunità di riferimento. Ci siamo chiesti quale sarebbe stato il modo più opportuno per sfruttare il fondo

stanziato da Timberland di 80.000 euro e intercettare le necessità locali nelle differenti aree della città, dividendolo in parti da 5.000 euro da donare a quei piccoli progetti che possono fare la differenza. Perché? Perché Timberland ha una lunga tradizione nei processi ambientali e sociali, inoltre sta attuando un grosso cambiamento all’interno del brand, spostando l’attenzione dalle foreste alle città, centri ai quali le popolazioni si stanno sempre più avvicinando, con collezioni streetswear più underground e vicine ai ragazzi. Timberland oltre a fornire un aiuto economico come è stata coinvolta? Ha ideato un meccanismo per mezzo del bando e dei suoi protagonisti che ha permesso di arrivare e di coinvolgere gli stessi cittadini, dando conferma di quanto anche loro fossero in grado di attivarsi e di generare cambiamento.


CDQC I SHOPPING Pop is the word DI MARCO CRESCI Il mondo cartoon-pop di Jean-Charles de Castelbajac convive nella nuova collezione Createur che l'artista francese firma per Rossignol. BRAND CHE LUI HA VOLUTO RIBATTEZZARE ROS-SIGNAL, PERCHé ENTRAMBI VOGLIONO TRASMETTERE DEI SEGNALI COME UNA VOLTA FACEVANO LE TRIBù L’heritage di Rossignol del galletto fa match con lo stile eccentrico del visionario artista francese JeanCharles de Castelbajac in cui rosso bianco e blu, colori iconici del brand francese, abbracciano l’argento colore di riferimento nella moda di monsieur JC. È stato questo lo spunto per fare due chiacchiere con un uomo che cavalca il mondo della moda, del design e dell’arte da 50 anni e che ha lavorato al fianco di figure iconiche quali Basquiat, Keith Haring, Malcolm Mclaren e Lady Gaga. Cosa accomuna la sua visione della moda al mondo Rossignol? L’idea di spingersi sempre oltre guardando lontano, entrambe non pensiamo di fare moda ma del beautech, ovvero bellezza e tecnologia. La sfida di realizzare un capo funzionale e bello è qualcosa di poetico. Inoltre siamo due identità legate alla montagna: loro arrivano dalle Alpi e

io dai Pirenei. Tradizione mescolata al desiderio di futuro, questo ci accomuna. Qual è stato il punto di partenza della collezione? Ogni collezione con Rossignol è come un lungo filo di lana che si srotola, è in divenire, ogni collezione mi porta dentro la successiva, io non mi sento di dire che lavoro sulla moda, ma sull’innovazione, sulla creatività che è affascinante e misteriosa. Io guardo sempre avanti, non mi sentirai mai dire «ieri era meglio di oggi», quando in un concept store nuovo trovo riferimenti al vintage mi affliggo, siamo in un epoca dove tutto è possibile a livello di tecnologia, materiali, stampe, è estremamente eccitante. Per questa collezione Rossignol ho voluto fare dei capi diversi ma molto identificabili. Ho letto che la collezione è ispirata alla tribù Hopi che vive in Arizona, me ne parla?

Sì perché i loro vestiti tradizionali fatti di colori molto forti e linee geometriche mi hanno ricordato un mondo al quale sono molto affezionato che è quello araldico, così ho sviluppato questi capi che io ho definito Ros-signal perché vogliono trasmettere dei segnali come facevano una volta le tribù. Come si immagina la donna che veste questa collezione? Ultimamente abbiamo perso Azzedine Alaïa, lui aveva una relazione con le donne speciale, le amava, creava delle armature per loro in cui potevano sentirsi protette. Io ero molto suo amico, anche a me, come a lui, piace proteggere le donne seppur se con uno stile differente, io faccio una moda ispirata allo sport che porta con se un’allegoria alla bellezza, i miei capi sono funzionali e tecnologici ma allo stesso tempo molto femminili. Ha nominato Azzedine Alaïa, lei nella sua vita ha lavorato con molte icone oggi scomparse come Basquiat, Malcolm McLaren, Moschino, Gianni Versace, quali ricordi conserva nel suo cuore? Quando penso a tutti questi grandi persone che ho incontrato nella mia vita penso che erano tutti uomini portatori di un manifesto, persone di carattere che non scendevano mai a compromessi. Chi la ispira oggi? Ettore Sotzas, Cocteau, il couturier Charles James, la pittrice Sonia Delaunay, la musica dei Led Zeppelin, i Kraftwerk, il calciatore George Best ma anche figure contemporanee come Virgil Abloh designer di Off White o la band Crystal Castle. Con tutte le cose meravigliose che ha fatto e che continua a fare nella sua vita, sembra quasi che per lei creare sia un’esigenza, è così? L'ispirazione per me è la vita. Sono un creatore e lo sarò fino alla fine, e più vado avanti più trovo cose che devo fare e che fanno parte di un piano prestabilito di cui non conosco il creatore ma lo percepisco. Ha vestito moltissime celebrità da Lady Gaga a Papa Giovanni Paolo II, chi le ha dato più soddisfazioni? La soddisfazione più grande è stata quando il mondo hip-hop ha sposato la mia collezione di Iceberg con le stampe di Topolino e Snoopy, io non ho mai seguito questo genere, e vedere queste figure che indossavano i miei capi come armature del medioevo mi ha reso orgoglioso e mi ha fatto anche capire la filosofia rap. E poi il Papa, sono l’unico ad aver vestito personalmente un santo con un vestito che celebrava la bandiera arcobaleno gay, quando gliel’ho proposto non ci crederai ma ne fu entusiasta e mi disse: «Con il tuo colore hai cementato la fede».


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DESIGNED BY CARLOTTA CONCAS & TOMMASO TINO

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RIDERS


CDQC I CLUBBING I a cura di roberta bettanin CAPODANNO AROUND THE WORLD / quattro capitali europee per iniziare il nuovo anno senza imbarazzanti trenini

RICARDO VILLALOBOS

A PRIVAT ODISSEY #11 - NYE IN DUDE CLUB w/ ROBERT HOOD

AMORE Festival NYE 2018

Se a Capodanno volete giocare in casa, allora la vostra meta è il Dude club. In una sera di festa che potremmo definire quasi obbligata, quando tutti mettono in campo la squadra dei propri resident - resident di qualità, quando si parla di Milano, ovunque si guardi, su questo non c’è da discutere - perché tanto a San Silvestro, si sa, la gente esce lo stesso, Dude club si schiera controcorrente e propone come al solito un ospite di classe e qualità. Quel che si fa a capodanno, si fa tutto l’anno. Non vorrete pertanto perdere l’occasione di un kick off del 2018 in grande, assieme a una leggenda della techno come Robert Hood. Un artista che non ha bisogno di presentazioni, creatore e fondatore di Underground Resistance (insieme a Jeff Mills e Mike Banks), pioniere della techno di Detroit dalla carriera ultra-ventennale. Una leggenda che ha continuato e continua a far parlare di sé grazie ad ambiziosi progetti tra cui Floorplan. Il tuo compagno per l’ingresso nel nuovo anno.

Roma di certo non fa della scena del clubbing uno dei suoi migliori punti di forza, ma è senza dubbio una delle mete più suggestive per una piccola fuga di qualche giorno. E dove andare quindi a fare quattro salti per digerire la gricia e la coda alla vaccinara del cenone di San Silvestro, se non a uno dei suoi più longevi e controversi party di Capodanno come Amore Festival? Con nomi in cartellone comet Derrick May, Ø [Phase] o Danny Tenaglia la coattitudine è dietro l’angolo, ma capodanno non è appunto la festa più amarra dell’anno? Dalle 18 del 31 dicembre alle 8 della mattina successiva, offre una 14 ore di musica ininterrotta a Roma Cinecittà e mette a disposizione del pubblico attrazioni da luna park gratuite. Per chi non ne avesse abbastanza, c’è pure l’aster, che si protrae fino alle 20 della sera di Capodanno. DJ set e non solo: nel programma anche un live di Sfera Ebbasta. Cosa c’entra, direte voi? Il dubbio è lecito, la risposta la potrete trovare solo partecipando.

HYTE NYE Berlin 2017

E1 London Launch

Cosa c’è di più classico di un Capodanno a Berlino, la meta per eccellenza di tutti i clubber d’Europa, se non del mondo? Lo sa bene l’organizzazione di HYTE, una 24 ore techno che mette in campo i nomi più hype della scena e che ha deciso di fare le cose in grande. Nella cornice della Funkhaus, sede della Rundfunk der DDR, ovvero la radio pubblica della Repubblica Democratica Tedesca (la Germania dell’Est, per intenderci), enorme location dal sapore vintage anni ’60, mette in atto un’enorme circo elettronico con Adam Beyer, Chris Liebing, Loco Dice, Nina Kraviz, Pan-Pot, Ricardo Villalobos e Tale Of Us come headliner. L’evento è accompagnato da un’enorme bombardamento mediatico, ed è già cominciata la vendita dei ticket e addirittura delle consumazioni a prezzo scontato se acquistate con largo anticipo. Berlino è tappezzata di artwork con il faccione di Nina: HYTE sembra proprio the place to be del Ryanair raver. Non fa per voi? Infilatevi in un qualsiasi locale tra Kreuzberg e Neukölln, la festa sicuro non manca.

Se avete scelto Londra come meta delle vostre festività post-natalizie, ecco, forse non è stata proprio la migliore delle idee, tra Brexit, attentati e falsi allarmi. E di certo non l’avrete selezionata per il clima o la proposta enogastronimica. Ma non tutto è perduto: la capitale d’Albione non perde nonostante tutto il suo fascino, e per di più la notte di San Silvestro si arricchisce di un nuovo club che inaugurerà proprio il 31 dicembre con una partynight lunga 27 ore che vede susseguirsi, tra gli altri, Ame, Mano le Tough, Recondite live, Blawan, Matrixxman, Kiasmos e Avalon Emerson. Niente male per il lancio dell’E1, situato nell’area super-centrale di Wapping, che prende vita all’interno degli Studio Spaces, ex fabbrica riadattata a studi fotografici, spazio polivalente poi tramutatosi in club, dove negli anni passati ha preso posto anche The Hydra. C’è chi dice che a Londra il clubbing è moribondo, ma il lancio dell’E1 e la sua line up ci lancia una possibilità di sperare proprio il contrario.

Dude Club - Via Carlo Boncompagni, 44 - Milano

Funkhaus Berlin - Nalepastraße 18, 12459 - Berlino, Germania

Cinecittà World - Via di Castel Romano, 200 - Roma

E1 London - 110 Pennington Street Wapping - E1W 2BB Londra


CDQC I CLUBBING Le migliori realtà del Clubbing italiano secondo Urban e 3 esperti deLla noche Quando parliamo o analizziamo il Clubbing, cerchiamo di farlo nella maniera più fedele e meritevole possibile, spiegandovi questa antica arte che da anni regala emozioni indimenticabili a tutti coloro che per un periodo ben preciso si sono sentiti parte di un movimento. Un movimento e una continuità che non può assolutamente essere considerata, all'interno degli eventi one shot/ one-night che sono molto di moda negli ultimi anni. Assolutamente rispettabili per la proposta artistica, ma ovviamente poveri di contenuti e atmosfere di aggregazione, in relazione alla breve durata dell'evento in se stesso. Per questo motivo le scelte che sono state fatte qui, sono dettate da 3 componenti essenziali, che sottolineano la reale appartenenza al contesto clubbing. Continuità: Questo è un elemento fondamentale.

Dare un appuntamento settimanale, dove i clubbers possono sentirsi protagonisti diretti dell'evoluzione musicale della serata e far parte della "storia".

Club: Il punto di riferimento. Senza una fissa dimora, le atmosfere non si creano, si perdono e il pubblico ha bisogno di sentirsi sempre a casa. Ricerca: la ricerca musicale, proporre sempre qualcosa di nuovo, sconosciuto ai molti e fresco (che non sia solo il nome con ottimi feedback sulle riviste di settore), porta quell'appeal in più e quella importanza di proposta che solo in pochi possono detenere.

Oltre ai nomi delle serate che mantengono ben saldi questi elementi, sottolineeremo l'importanza dei loro DJ resident. Perle di rara bellezza, capitani di una causa che con coraggio, costanza e coerenza portano avanti con la loro meravigliosa attitudine. Quest’anno non ci siamo occupati direttamente noi della classifica, ma abbiamo scelto i giornalisti più influenti del panorama italiano, che hanno espresso le loro preferenze in totale libertà e spesso dando più importanza ad uno dei tre punti fondamentali (continuità, club, ricerca), rispetto agli altri due. Eccola a voi:

#01

Goa - “Nozoo” (Roma)

#01

Dude Club - Milano Il club in Italia con la line up più prestigiosa, già da anni. E la qualità si sente. Un’istituzione, ormai.

Best resident: Abstract

#02

Serendipity - Foligno Un miracolo (Dancity, il festival) ha dato vita ad un altro miracolo: un club di portata assolutamente europea a Foligno.

Best resident: Giesse

#03

Sound Department - Taranto Posto di atmosfere infuocate e nomi di peso, in una zona decisamente poco fashionista e non troppo semplice per il clubbing “all’europea".

Otto anni e una crescita sempre costante: se a Roma il sabato c’è sempre qualcosa di divertente da fare, buona parte del merito va certamente ai ragazzi di Nozoo.

Best resident : Giammarco Orsini

#02

Dude - “Bessie Smith” (Milano) All’esordio quest’anno in Osservatorio Astronomico, Bessie Smith nasce dall’idea di uno dei digger più rispettati d’Italia: DCDJ Soulmind. L’ex colonna portante di Disco Volante verrà via via affiancato da vecchie volpi della consolle, quelle Lakuti e Tama Sumo da cui c’è da attendersi solo zucchero filato.

Best resident : DCDJ Soulmind

#03

Club 21 - “Tropical Animals” (Firenze) Realtà di riferimento per chi a Firenze cerca ottima musica e belle vibrazioni: quando al Tropical Animals passa l’ospite giusto il Carnevale di Rio è garantito.

Best Resident : Ricardo Baez

Best resident: Luciano Esse

#04

Nero - Bologna Un posto bislacco. Ma anche: un vero e proprio club, dal jazz alle bische clandestine (no, dai, quelle no) passando per i quattro quarti di qualità.

Best resident: Marco Unzip

#01

Dude - "I'll be your friend" (Milano) Se negli ultimi anni c'è stato un club che ha segnato la scena nazionale quello è senza ombra di dubbio il Dude. La varietà di artisti, la volontà di prendersi dei rischi e la qualità trasmessa hanno garantito a questo locale e a questa serata un posto speciale in questa piccola classifica. Ora però si vive un momento di svolta importante e sarà interessante capire se la direzione da seguire sarà quella disco/funky che ha saturato il mercato o se ancora una volta ci sarà il colpo di scena. La speranza è che il Dude non diventi, come temo, un semplice contenitore ad uso e consumo dei vari promoter milanesi e non, ma che mantenga una sua identità.

Best resident: Abstract

#02

Goa Club - "Goa Ultrabeat" (Roma) MATTEO CAVICCHIA (Soundwall)

DAMIR IVIC (Redbull Music Academy)

MATTEO ROMA (Dj Mag)

#04

Masada - “Soundproof” (Milano) Da quando il Masada ha aperto i battenti il sabato pomeriggio a Milano ha tutto un altro sapore. Coi ragazzi di Soundproof, poi…

Best resident : Aka.so

Il giovedì già di per sé non è la più classica delle serate, se poi un club come il Goa lo trasforma nel suo party di punta con successo c'è da riflettere. Moodymann, Dj Stingray, Omar S e Roy Davis Jr. sono solo alcuni dei nomi che saranno in consolle nelle prossime settimane giusto per ribadire che a volte ci si può anche imporre senza per forza subire ogni capriccio del pubblico in termini artistici e di abitudini.

Best Resident: Marcolino

#03

Tenax - "Nobody's Perfect" (Firenze) Capita di rado in tempi come questi che una serata riesca a spegnere anche poche candeline. Diversi progetti nascono e muoiono talvolta nel giro di un paio di anni e nessuno riesce a garantire continuità e crescita. La serata "Nobody's Perfect" rappresenta l'eccezione che conferma la regola e resta uno dei sabati indubbiamente più importanti in Italia. Se dovessimo cercare il pelo nell'uovo potremmo dire che di tanto in tanto sarebbe opportuno rischiare maggiormente in termini artistici ma un club che in tempi non sospetti fece esibire tra gli altri icone come Daft Punk e Radiohead probabilmente ha poco da dover dimostrare.

Best resident : Cole

#04

Volt (Milano) Il format milanese sfida i cambiamenti del clubbing contemporaneo offrendo una continuità che spesso si spalma su addirittura tre giorni a settimana, partendo già dal giovedì. Gli artisti coinvolti rappresentano un ottimo mix tra nomi affermati e chicche difficilmente ammirabili altrove in Italia. Solo questo mese avremo guest come Bjarki, Cassy e Kolsch, di sicuro impatto sul pubblico, alternati a nomi di profilo quali Joey Anderson, Locked Groove e Marvin & Guy.

Best resident: /

#05

Qloom (Mantova)

Il Masada è un gioiello assoluto anche quando si cimenta col jazz, ma la techno sopraffina di Acquario dispensa buone vibrazioni vere e profonde.

Dominatore incontrastato della scena underground italiana per anni, Ultrabeat sembra aver iniziato la nuova stagione con l’intenzione di riprendersi il ruolo che gli è sempre spettato. Aspettative alte, ma con resident e un club così come potrebbe essere altrimenti?

Una delle realtà che nel corso degli anni ha più combattuto nella dimensione provinciale per dare continuità ai propri progetti. Dal format Mosquito agli eventi Blaq Ship, sino alla residency al compianto Moxa, oggi Qloom offre appuntamenti estivi con il format "In Da Wood", la consueta clubnight del sabato e la cornice del Paladarq per eventi di più ampia portata in cui sono stati coinvolti artisti affermati di sicura presa sul pubblico ma anche esperimenti e azzardi importanti. Il tutto in un contesto come quello di Mantova che non è storicamente avezzo ma che nel corso degli anni ha dimostrato, grazie anche a questa crew, straordinaria tenacia.

Best resident: Münch

Best resident : Adiel

Best Resident: Matteo WNB

#05

05 Masada - “Acquario” (Milano)

#05

Goa - “Ultrabeat” (Roma)


CDQC I LOCALI I A CURA DI MARCO TORCAsio Nishiki / la cucina cinese di quartiere diventa cool

Gialle&Co. / devoti alla patata

Milano continua a cambiare volto e alcuni quartieri in particolare interpretano più degli altri lo spirito dinamico di questa metamorfosi: i Navigli, Porta Genova, Garibaldi e Porta Nuova. A sud-est della città, nel neo-ribattezzato Scalo Romana, sorgerà presto il nuovo quartiere generale di Fastweb (parte del progetto di riqualificazione Symbiosis). Ma ci pensano già la Fondazione Filarete, incubatore di strat up tecnologiche, e la ben nota Fondazione Prada, con i colori alla Wes Anderson del Bar Luce, a farsi portavoce di un fermento ancora in divenire. Nella zona però si fatica a trovare buoni ristoranti in cui ritrovarsi dopo una mostra o un appuntamento di lavoro. Eccezion fatta per il giapponese Nishiki, che ambisce a distinguersi dopo 12 anni di attività grazie a un attento restyling. Da ristorante orientale di quartiere adesso si evolve a luogo contemporaneo d’ispirazione internazionale. Chiave del progetto la scelta di un colore dalla memoria, quello del Lago delle Fate, un piccolo lago ai piedi del Monte Rosa le cui acque smeraldine ritroviamo oggi sulle superfici dei tavoli. Il Pantone 19-4524 Shaded Spruce diventa il protagonista delle 5 sale in cui oggi si suddivide Nishiki, viaggiando poi dalle tonalità più calde del verde petrolio a quelle più fredde del turchese e del blu pavone. Il menu è caratterizzato dai diversi Nishiki Spoons, assaggi presentati su cucchiai di ceramica perfetti per essere mangiati in un sol boccone: salmone che avvolge uovo di quaglia e tartufo o ostrica abbracciata da salmone e da una foglia sottile di zenzero e rapanello. Ci sono poi i Nishiki Rolls, che spaziano nel gusto e nel colore, dal delicato Soft Roll con branzino e granola di pistacchi, all’Angus Roll, con carne di Angus e foie gras, asparago in tempura e avocado all’interno.

Qui si parla di patata italiana ragazzi, mettiamo da parte per un istante della facile ironia. Lo so che non è facile ma vi chiedo di provarci. Tutto nasce dall’idea di cinque amici, durante un viaggio a Londra. Cercando qualcosa di tipico e poco distante dall’albergo la compagnia approda in un pub dove la proprietaria acclama a gran voce che qui si possono trovare le migliori baked potatoes della città. Ne ordinano diverse, dalla classica burro, panna acida e bacon alla variante con pollo e salse, ma il tasting non è soddisfacente: pesantezza e gusto sciapo. Uno di loro decide quindi di sfidare la proprietaria a cucinare una baked potato all’italiana, in cambio di carpire i segreti della ricetta tradizionale. È nata così la prima ricetta della baked potato di Gialle&Co., la Threecolore con stracciatella, songino e pomodorini. Oggi in zona Moscova troviamo il primo ristorante meneghino interamente dedicato alla patata cotta al forno e declinata in 15 ricette (oltre alle stagionali) dallo chef Andra Vigna. Dai 7 agli 11 euro le proposte di Gialle&Co. Hanno nomi divertenti e ironici. Tra le signature la Controstream (con salmone, crème fraîche allo zenzero, aneto e anacardi); la Mortacci Yours (con guanciale croccante, salsa carbonara e pecorino); la Ratatoma (con ratatouille di verdure al forno, toma, origano fresco) e la Molto Well (olio al basilico, crema di melanzane, origano fresco e pomodorini confit). Non manca inoltre una proposta per l’aperitivo: le mini baked. Patate più piccole dai 3 ai 14 euro, farcite e servite come finger food, per una degustazione completa, adatta ai più curiosi. Dalle 19 alle 20:30 potrete accompagnarle a un buon vino o a una birra artigianale (Canediguerra di Alessandria). Italians Bake It Better.

Nishiki I CORSO LODI 70 I Milano I PORTA ROMANA

GIALLE&CO. I Via A. Volta 12 I MILANO I MOSCOVA

L’Ov Milano / il ristorante a base d'uova raddoppia

SEMPLICEMENTE / materie prime e tradizione

Strapazzato, in camicia, al tegamino ma comunque protagonista. È l’uovo l’alimento star caro al bistrot che ha deciso di concentrarsi su un unico prodotto, investire sull’innovazione e sulla qualità della materia prima: L’Ov Milano. Dopo il successo in Viale Premuda ha da poco aperto le porte al pubblico il gemello di Via Solari. Il mix è quello già collaudato: mattoni a vista originali, pareti grigio-verde tipiche della New York anni 30 e arredi in stile vecchia Milano si fondono perfettamente dando vita ancora una volta a un luogo accogliente, retrò e dall’atmosfera internazionale. Anche qui la proposta food inizia a colazione e continua senza interruzione fino alla cena, con pranzo, merenda, aperitivo e l’apprezzatissimo brunch del fine settimana, come di consueto sulle note jazz e swing di sottofondo. Quando i tempi frenetici lo consentono, quello della colazione è il momento che preferiamo. Fino alle 11.30 del mattino è possibile scegliere tra molteplici alternative. L’Italian Breakfast prevede il grande classico caffè/cappuccio/americano accompagnato da spremuta e pane burro e marmellata. Nella Traditional American, nella Salmon e nella Energy Breakfast ritroviamo finalmente le uova che ci consentono di parlare di cucina genuina e comfort food. Quelle di gallina, ad esempio, sono di selva, provenienti da animali cresciuti in libertà nei boschi di Morbegno, in Valtellina, con un’alimentazione sana. Nel momento della colazione posso essere accompagnate a scelta da salmone affumicato e avocado, pudding di quinoa, salsa olandese e pancakes alla banana. E a Milano, si sa, una buona colazione è un lusso che possono concedersi in pochi.

«Basta ricordarci di mangiare solo quello che la nostra bisnonna avrebbe riconosciuto come cibo. Il resto non ci arricchisce. Il resto non ci appartiene». Guardare indietro per andare avanti: questa è la filosofia di semplicemente, ristorante e pizzeria e da poco anche pasticceria in zona Porta Genova. Ideato dall’autore televisivo e showman Vittorio Gucci, SempliceMente rappresenta il progetto pilota di una catena destinata a espandersi in Italia e all’estero. Funzionare bene a due passi dalla giungla dei Navigli e di via Vigevano non è semplice. Ci sta provando questa insegna che parte dalla semplicità per costruire un format ambizioso. Da fuori si nota la cucina a vista davanti alla quale capita di scorgere il pizzaiolo Marco Famularo, all’opera con alle spalle il cuoco Vincenzo Boccuni. La pizza qui vuole essere un viaggio gastronomico in giro per l’Italia, che tocca soprattutto il Sud. I prezzi oscillano tra gli 8 e i 14 euro, gli ingredienti sono Dop e Igp e la lievitazione dura non menio di 72 ore. Le farine scelte sono macinate a pietra e variano tra la 00, 5 cereali, 9 cereali, farro e kamut e sostengono l’attività dell’airc, associazione italiana per la lotta contro il cancro. Nel menu è suggerito l’abbinamento pizza-vino, inaspettatamente ideale per il palato e per una buona digestione. La tradizione meridionale si ritrova anche in una serie di piatti di pasta e continua nei secondi, con ricette a base di pesce come il baccalà cotto al forno. Il look non tradisce l’identità della cucina: colorato, ricco di oggettistica e di elementi architettonici che ricreano l’atmosfera di una moderna locanda mediterranea.

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CDQC I CINEMA I A CURA DI Luca Fontò

Assassinio sull’Orient Express DI Kenneth Branagh

La ruota delle meraviglie DI Woody Allen

Dickens: l’uomo che inventò il Natale DI Bharat Nalluri

Alla fine del 2015 Cenerentola batte 544 milioni d’incasso, Thor è il 15esimo film più visto del 2011: i soldi vanno alla Disney ma gli onori a un attore di teatro che, pensavamo, deve aver battuto la testa: dopo l’ubriacatura di Shakespeare (con budget di 10 milioni) come può, Kenneth Branagh, spendere tutto questo cash? Nuova sbronza per Agatha Christie (il finale lascia intendere che seguirà Poirot sul Nilo): niente digitale ma pellicola 65 mm, il doppio della “tradizionale”, l’esperienza più simile all’occhio umano. Lunga 7 km e pesante un quintale, in Italia la proiettano solo due cinema. In UK non c’è nemmeno chi la sviluppa, e il produttore ha aperto un laboratorio apposta. Una pellicola del genere ha doppia profondità: e giù d’illuminazione, a costruire la stazione di Istanbul per intero più grande di quella vera, due repliche dell’Orient Express (un Dolly non sarebbe entrato nei corridoi del treno reale) e una locomotiva da 30 tonnellate in scala 1:1, una montagna alta un decametro con estensioni digitali e fino a 300 metri di neve. La megalomania di Kenneth si intravede non tanto qui o nel pianosequenza-monstre della salita al treno, bensì nel protagonismo che comincia dalla prima scena “aggiunta”. Ha chiamato a sé due Oscar, due Globes e un Grammy e a malapena li fa parlare.

Pure mio nonno, contadino e analfabeta, sa che ogni anno ci sono il canone da pagare, l’ora da cambiare e il film di Woody Allen che se non apre Cannes esce a dicembre. Fece eccezione il 1981, e mio nonno c’era. Meno ferrato, in quanto analfabeta, è sui titoli di testa: scritti in Windsor Light Condensed su fondo nero, sempre gli stessi dal ‘77 di Io e Annie e poi, da Vicky Cristina Barcelona, pure sulla locandina. Meno costante è il successo: «nella quantità», disse il regista cinque anni fa, «prima o poi una cosa buona la azzecco». Sono state singhiozzanti pure le muse: Scarlett Johansson è durata tre film, la Cruz e Emma Stone due. «Ho realizzato soprattutto commedie, ma ogni volta che faccio un film drammatico quasi sempre parlo di donne in momenti difficili». Drammi o commedie, ormai i film non riescono a prescindere dalla vita privata di dominio pubblico. In questo 47esimo lungometraggio una cameriera, attrice fallita, moglie lasciata, si consola non col rozzo giostraio da cui ha avuto un figlio ma col giovane bagnino aitante e aspirante scrittore che le fa da amante. Finché arriva a Coney Island, sotto alla ruota del titolo, la giovane figlia del giostraio inseguita dai gangster: e lo scrittore bagnino sposta gli occhi dalla matrigna su di lei. Si è ispirato alla sua storia d’amore con Soon-Yi?

Se la Coca Cola ha il merito di aver colorato di rosso il vestito di Santa Claus, non esisterebbe il cliché per cui «a Natale sono tutti più buoni» senza Charles Dickens. Nel 1843, a 31 anni, Dickens era una rockstar della narrativa, celebrato come un calciatore della nazionale; eppure, con quattro figli e mezzo e una delusione di padre (interpretato da Jonathan Pryce, che se il Signore ci accompagna vedremo nei panni di Don Chisciotte), era in bancarotta, schiacciato dai debiti, orfano dell’editore dopo tre fallimenti, incapace di rinunciare al suo stile di vita e sfiancato dal blocco dello scrittore. A sei settimane dalle festività balena l’idea: ambientare un racconto durante il periodo per cui la Londra Vittoriana aveva perso interesse. Alla corsa contro i tempi (di scrittura, di illustrazione e di stampa) si aggiungeva quello che oggi chiameremmo self-publishing: il Canto di Natale era molto vicino al restare inedito. Il blocco dello scrittore diventa un andirivieni frenetico: Dan Stevens, tolto il mascherone della Bestia, corre perseguitato dall’archetipo di Scrooge e Christopher Plummer che lo interpreta gli sta appresso. L’attore quasi novantenne è fresco di nomination al Golden Globe: ha sostituito, in Tutti i soldi del mondo, un altro fantasma del Natale presente: Kevin Spacey.

AL CINEMA

AL CINEMA

IN SALA DAL 23 DICEMBRE

LA STRONCATURA

Suburbicon| George Clooney CON Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac Basta una sceneggiatura dei-fratelli-Coen per fare un film dei-fratelli-Coen? Ci aveva(no) provato con Gambit nel 2012 e s’è visto com’è andata. Forse allora basta aggiungere alla sceneggiatura un attore dei-fratelli-Coen? Nemmeno: soprattutto se l’attore – regista a chiamata – aggiunge un fatto di cronaca non recente (il trasloco della prima coppia afroamericana in Pennsylvania) a una sceneggiatura scritta trent’anni fa. Che miracolosamente risulta attualissima, come ogni opera ambientata negli statunitensi anni 50 tutta razzismo, omologazione e capelli tinti biondo-Trump. Il risultato è più vicino al Fargo di Noah Hawley che non a quello dei-fratelli-Coen: Matt Damon riesuma il Mr. Ripley di Minghella, diciotto chili e anni fa, e inscena una rapina in cui scappa, morta, la moglie - interpretata da Julianne Moore che si aggiunge a Bette Davis e Renato Pozzetto nell’almanacco degli attori che interpretano due gemelli. L’obiettivo di Matt è infatti ricominciare a vivere (cit.) con la cognata, ma il figlio si accorge dell’inghippo e lo frega, e questo è il film dei-fratelli-Coen. Per il fatto aggiunto da Mr. Decaffeinato si veda Detroit, non certo vincitore del confronto perché battuto sul tempo. Riecheggia il commento agli Oscar del 2006: «E così non vincerò il premio alla regia».

Al cinema


CDQC I BEAUTY IL TALENTO DI MR. HEELEY di ALEX VACCANI James Heeley è un noto profumiere che si è fatto conoscere con la sua omonima linea di profumi. Lo abbiamo incontrato per l’occasione del lancio di Note De Yuzu la prima acqua profumata unisex nata dalla collaborazione con Maison Kitsuné, duo franco-giapponese composto da Gildas Loaec, ex manager dei Daft Punk e dalla designer Masaya Kuroki. La prima caratteristica che si coglie parlando con Heeley è il suo essere molto riflessivo, pondera quello che dice, ci tiene che il suo messaggio arrivi preciso. I suoi occhi sono curiosi come il suo approccio alla profumeria, ambito in cui ama sperimentare giocando con le materie prime, alla ricerca di nuovi profumi, così come è accaduto con Note de Yuzu, dove la collaborazione multiculturale del trio, partendo dalla tradizione giapponese dello yuzu - agrume che durante il solstizio d’inverno, Toji, viene immerso nei bagli caldi diffondendo i suoi aromi benefici e rilassanti - ha generato un profumo irresistibile per quest’inverno. Lei è un profumiere che si è formato da solo, poiché originariamente nasce come designer. Che cosa l’ha portato alla profumeria? Ho scoperto il mondo della profumeria quando sono arrivato a Parigi, più di dieci anni fa. Parigi è il posto migliore per creare e produrre profumi. Non ho mai immaginato che sarei diventato un profumiere. Come molte cose che faccio, ho iniziato questa professione con un progetto piccolo, che era la mia prima fragranza “Menthe Fraîche”, e da lì è cresciuto tutto. Il design e la profumeria sono spesso connessi, come riesce a far vivere queste due realtà simultaneamente? Le due discipline, infatti, hanno dietro le stesse idee e funzioni. Natura, eleganza e senso di benessere che migliori la qualità della vita di tutti i giorni, essenzialità valida sia per il design sia per la profumeria. La sua collezione è composta di diciassette profumi, da dove prender ispirazione quando ne deve creare uno nuovo? Certamente molti dei miei profumi sono stralci della mia vita quotidiana, come i ricordi o le emozioni tradotte in un profumo, ma molto spesso, le idee vengono dalle idee. Questo per dire che è lavorando a un profumo e a degli ingredienti che nascono nuove idee. Lei ha recentemente collaborato alla prima fragranza di Maison Kitsuné, può raccontate la storia dietro a questo profumo? Mi piacciono molto l’universo e l’energia di Kitsuné, che è un ottimo brand, di abbigliamento, musica e negozi. Quando mi hanno detto che avrebbero voluto creare un profumo, ho subito abbracciato la sfida. Note De Yuzu contiene l’energia e la buccia del giapponese Yuzu. Quest’approccio esprime in pieno il mood e l’universo di Maison Kitsuné: creativo, colorato e energetico. Mi piace molto l’idea della tradizione giapponese di farsi un bagno con lo Yuzu durante il solstizio invernale. Questo profumo è collegato a quest’idea, ci sono note di acqua e note salate che pongono l’accento alla freschezza delle note dell’agrume. Ho un’amicizia di lunga data con Gildas e Masaya è stato un piacere per me lavorare con loro a questo progetto. Come mai la scelta di usare note esperidate per una fragranza invernale? Questo profumo ha un’immediata freschezza fruttata che crea un feeling di energia positiva. Questa è anche l’idea che sta dietro al bagno

tradizionale giapponese con lo Yuzu, che per me rappresenta il giallo sole brillante contro il grigio invernale. Effettivamente la sensazione che si ha provandolo sulla pelle è irresistibile come un bagno caldo che però è energizzante. Credo che la foto della campagna sia semplicemente perfetta a descrivere questa sensazione. Me ne parlerebbe? La foto di campagna è stata scattata dal fotografo Purienne, in un appartamento parigino durante un weekend. Immortala una scena domestica tra una ragazza che tiene in mano la camicia del suo ragazzo, mentre prepara un bagno con lo Yuzu. Quanto per lei il packaging e la presentazione di un profumo sono importanti? Credo siano le prime cose che colgono l’attenzione, ma devono essere coerenti con il prodotto finale in termini di qualità e di stile. Qual è per lei la sfida più grande nel collaborare con un altro brand? Il tempo. L’idea di possesso è interessante a proposito dei profumi. Lei crede che sia davvero possibile possedere un profumo? Un profumo non può mai essere davvero posseduto. La bellezza di un profumo risiede in questa perenne ricerca di fuga. Come i ricordi. Ricorda la sua prima memoria olfattiva? Non ne ho una in particolare, ma molte. La maggior parte riguardanti i giardini inglesi che circondavano la mia infanzia. C’è una nota particolare o materia prima con cui le piace iniziare la creazione di una fragranza? Amo molte note e materie prime questo è il motivo per cui mi piace creare profumi. Secondo lei crede sia ancora necessario parlare di generi in profumeria o una persona dovrebbe indossare ciò che la faccia stare bene? Assolutamente no e definitivamente sì. Come fa una persona a entrare in una profumeria, annusare diversi profumi e trovare la propria fragranza? Seguendo l’istinto e prendendosi del tempo. Come termina una fragranza e poi la lascia andare? A dichiarare la verità, non sento mai che una fragranza sia veramente completa o perfetta, ma a un certo punto si deve semplicemente lasciarle andare. Tornando in dietro a quando lei ha iniziato come profumiere, che cosa conosce ora che avrebbe voluto sapere prima? Con più esperienza, non credo sia più semplice creare profumi, probabilmente diventa più complesso. Quale profumo le scalda l’anima ed è quello cui è emotivamente più collegato? È una catarsi. Infatti, sono attaccato ai profumi nel momento in cui li sto creando, ma al momento in cui sono finiti, li sento poco vicini perché analizzandoli e pensandoli per così tanto tempo li vedo differentemente, come se gli fossero state lavate via tutte le emozioni. I miei veri sentimenti sono collegati alle materie prime che creeranno i profumi futuri. Se dovesse sintetizzare il suo approccio alla bellezza come lo definirebbe? Naturale ed elegante.


CDQC I LIBRI Francesco Poroli / Like Kobe: Il Mamba spiegato ai miei figli / ed. baldini & castoldi DI STEFANO NAPPA

Francesco Poroli e Kobe Bryant hanno solo un termine in comune: ossessione. Significa amare quello che stai facendo, significa farlo con uno spirito di dedizione diverso da tutti quanti gli altri in modo sano e attraente. Il primo da ragazzo doveva essere distratto in mille modi per far sì che non disegnasse su qualsiasi cosa bianca che girasse per la casa. Il secondo doveva essere tirato via dal campo da basket durante le partite del padre qui in Italia. Questo libro è un omaggio a Kobe, giocatore che è diventato una leggenda superando difficoltà, infortuni, vincendo e perdendo le sfide a tiro con i suoi obbiettivi, mettendosi in discussione senza mai tirarsi indietro. Stiamo parlando forse della storia sportiva più bella dell’ultimo secolo. Poroli in questo libro lo illustra in modo impeccabile, letteralmente come se dovesse spiegare ai suoi figli

tutta la determinazione nel voler realizzare i propri sogni. Un progetto che racchiude anche tutte le sue esperienze per il The New York Times Magazine, Wired, GQ, Il Sole24 Ore, La Repubblica e Style Corriere della Sera. Ha inoltre lavorato per clienti come Google, adidas, NBA, Red Bull, McDonald’s, Unicredit e molti altri. Qui c’è molto di più di 70 pagine d’illustrazioni e testi brevi. Se negli anni 90 lo slogan di ogni ragazzino che giocava a basket era Be Like Mike, per quelli che sono cresciuti con il mito di Michael Jordan, dagli anni 2000 in su è solo: Be Kobe. Questo forse è l’omaggio italiano più bello fatto a un giocatore che ha cambiato una parte della storia sportiva. Se io dovessi diventare padre per me sarebbe Be Like Poroli, ma come direbbe lo scrittore Honoré de Balzac: «…Questa!?! Altra storia da romanzo!».

IL FUMETTO / Nyarlathotep DI FABIO FAGNANI

LA LIBRERIA / LIBROSTERIA DI Federica colantoni

Forse non ci rendiamo conto di quanto sia importante la libertà. Non ci rendiamo conto di quanto in un modo o nell’altro il libero arbitrio sia la base su cui si basa la nostra quotidianità. Dovremmo mostrare più rispetto per chi ha lottato per regalarci questa vita. Che alla fine basta poco per buttare via tutto, per tornare nell’oblio delle restrizioni, delle regole ingiuste, delle imposizioni coatte di un tiranno e nel caos animale che l’idiozia umana sa tirare fuori. Basta troppo poco. O forse alla fine aspettiamo solo questo, che il male dentro di noi esca fuori e prenda il sopravvento. Perché alla fine nasciamo malvagi, si sa. Lottiamo una vita per non esserlo, per non farci lasciare prendere dall’istinto, cercando che la ragione eil buon senso prendano il largo e ci guidino verso una strada luminosa e felice. È un po’ la metafora che troviamo in Nyarlathotep, un racconto originale di Lovecraft messo sulle tavole di Julien Noirel e adattato da Rotomago. Non ci sono dialoghi ma solo didascalie con il testo originale dello scrittore americano. La funzione delle immagini di Noirel non fa altro che alimentare e sottolineare la morte della civiltà, della speranza e la nascita del caos, lo sviluppo della follia e la convinzione di essere dominato da qualcosa di più grande dell’umanità, Nyarlathotep, appunto. Se tutto sta crollando, crollerai anche tu se non hai abbastanza coraggio per non omologarti, per non costringerti a essere uno dei tanti. Ci vuole coraggio per avere la forza di non pensare come i tuoi simili. A costo della vita abbiamo conquistato la libertà. Nessuno può portarcela via, dobbiamo combattere per non farcela togliere. Dobbiamo mostrare più rispetto per questa vita perché il male non vede l’ora di togliertela.

Qualche lettore forse ricorderà che la Libreria del Mondo Offeso lasciò la via Cesariano per andare a dispensare cultura tra le strade di Brera. Ma quello spazio vuoto lasciato dal Mondo Offeso non è destinato a rimanere vuoto a lungo: si trovano pronte la libreria Baravaj e l’osteria Balandran, determinate a non far rimpiangere a chicchessia la mancanza di un luogo di ritrovo, fonte di ristoro per il corpo e per la mente. Una libreria che nasce oggi sembra avere un elemento imprescindibile: la presenza di un bar, più o meno invadente. Qualche anno fa, questo abbinamento ha portato una ventata di freschezza nel mondo librario di cui, si sa, ne avevamo un gran bisogno, ma come accade a ogni buona idea, questa perde il carattere della novità non appena diventa sistematica. E allora ne serve una nuova, in grado di stuzzicare il lato di noi che cerca nel più puro intrattenimento quel gusto dolce del passare il tempo in compagnia. Alla LibrOsteria la convivialità del buon cibo autentico e senza pretese si unisce a un obiettivo che invece di pretese ne deve avere molte: fornire a te, lettore che passi di lì con la curiosità nel cuore, un catalogo in continua espansione di libri usati, dal sapore un po’ vintage, ma dal fascino senza tempo. Aggirati tra quegli scaffali e sfoglia una pagina dopo l’altra di ciò che pensavi introvabile e, come sempre ti capita, perdi la cognizione del tempo mentre passi da un libro all’altro e ti accorgi che il tuo corpo reclama nutrimento. Guardacaso ti trovi nel posto giusto: prendi quel libro che ti ha stuzzicato la fame e leggilo al tavolo mentre attendi la tua cena. O, perché no, organizza una serata in compagnia lontano dal solito pub, dove i libri svolgono un ruolo di cornice suggestiva e invitante. Perché quanto spazio è riservato alla libreria e quanto all’osteria lo decidi proprio tu, vivendo ora l’una ora l’altra sembianza di questo locale, senza dimenticare che le porte sono sempre aperte per farti vivere un’esperienza completa.

DI lovecraft H.P. e Noirel Julien / EDITO DA nicola pesce editore

Via Cesariano, 7 |chinatown |Milano


SOMMARIO SOMMARIO

URBAN 142 URBAN 134 ANNO XV / NUMERO 142 BIMESTRALE BIMESTRALE ANNO XV / NUMERO 134

EDITORIALE 05 EDITORIALE 3 SHOE-SHI 06 BEAUTY 4

RKOMI 08 MODA 14 REEBOK 10 SPECIALE X FACTOR 21

LA LUCE ALLA FINE DEL MARE 12 ANDREA 24 THE FOOD (DE)GENERATION 15 SILVA FORTES 26

CDQC 27 DAIANA LOU 30 STAFF 42 SOUL SYSTEM 32

HARRIET CLARE 44 CATERINA 36

LOOMY 42

ROSHELLE 38

FEM 44

POPTIMISM 7

EVA 22

LES ENFANTS 28

GAIA 34

DIEGO 40

CDQC 47

STAFF

SPECIAL GUEST:

STAFF Editor in Chief MORENO PISTO Editor in Chief m.pisto@urbanmagazine.it MORENO PISTO m.pisto@urbanmagazine.it Fashion Director ELISA ANASTASINO Fashion Editor FRANCESCO CASAROTTO Fashion Editor

TEXT Harriet Clare

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DILETTA ROSSI Coordinatore MARCO CRESCI Coordinatore mag redazione@urbanmagazine.it MARCO CRESCI

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Mette te d e i f ior i nel l e vo st re b o cche by Harriet Clare

S PI E S SE ( R )S TR AU SS

Nata nel 1980 a Sydney, in Australia. Si è laureata in fotografia al College of Fine Arts, University of New South Wales nel 2002. Il suo lavoro è un contrasto tra stupore e malinconia, le sue fotografie prendono spunto dal quotidiano, dettagli che abbiamo sott’occhio ma che non siamo in grado di notare, reinterpretati per raccontare storie contemporanee.

Fleischpflanzen, letteralmente Fiori di Carne - è un gioco di parole con la parola bavarese fleischpflanzerl che significa polpetta. In questa serie di fotografie l’artista Harriet Clare unisce due oggetti di uso quotidiano che ci piacciono

e che ingeriamo, i fiori e la carne: uno bello da osservare, l'altro meno, ma entrambi sottoposti a un processo di produzione industrializzato. La combinazione tra questi elementi genera forme geometriche organiche e l’accostamento tra fiori


PORT FOLIO

F ior i e p e z z i di c ar ne. Me at f l owe rs . Gu ard ate b e ne que ste foto, p arl ano di qu el l o che mang i amo e di quel l o che am mi r i amo. Si amo qu e ste du e co s e, i n fondo.

CA M E LLIA P O R K ICA

G EMEI NE OCH SENZUNG E

R O SE B E E F

LIE BE R W U R S T

ED ELWEI SSWURST

L I L AC L AM B - SPR I N G SPE C I AL

* S E R V ING S U G G E S T IO N

D A I SY CH A I N

D I E R O C K W UR ST

e qualità delle carni crea un feeling grottesco che attira e respinge l’occhio allo stesso tempo. Il lavoro è composto da una serie di still life presentati come se fossero estrapolati da un catalogo del supermercato: acquistabili, sterili e lontani dalla

loro provenienza animale. Gli accostamenti di Claire hanno anche un aspetto giocoso che vuole mettere in discussione l’insaziabile appetito carnivoro dell’uomo e l’atteggiamento conflittuale che la società ha nei suoi confronti.


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