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Facoltà di lingua e cultura italiana

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN RELAZIONI INTERNAZIONALI E COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

L’Evoluzione delle Strategie per la Prevenzione e Trasformazione dei Conflitti Internazionali nell’Ambito del Sistema ONU

Laureando Dr. Stefano De Cupis

Relatore

Correlatore

Prof. Carlo Simon Belli

Prof. Roberto Giuffrida

A.A. 2012-2013


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A tutte le persone che mi hanno sempre sostenuto, incoraggiato e accompagnato persino in questo percorso

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Indice

Prefazione ............................................................................................ 7 PARTE I

PACE E SICUREZZA INTERNAZIONALE................................................... 9 1. Un concetto profondo e senza tempo: la pace ...................................... 11 2. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite ............................. 13 PARTE II

APPROCCI ALLA RISOLUZIONE DEI CONFLITTI: JOHAN GALTUNG ............................................................................... 21 3. Il precursore degli studi sulla pace e i conflitti internazionali: Johan Galtung ............................................................................................................. 23 4. La risoluzione dei conflitti e la violenza culturale .................................. 25 4.1 Il conflitto .............................................................................................. 25 4.2 Brevi cenni sulla risoluzione dei conflitti ........................................... 26 4.3 Le tipologie di strategie argomentative ............................................ 29 4.4 I vari tipi di violenza ............................................................................ 35 4.5 La risoluzione dei conflitti ................................................................... 39 4.6 Approcci alla risoluzione dei conflitti: Ghandi .................................. 41 4.7 Approcci alla trasformazione dei conflitti: Galtung ......................... 54 PARTE III

JOHAN GALTUNG & LE NAZIONI UNITE ............................................... 65 5. Le teorie di J. Galtung applicate dall’ONU .............................................. 67 5.1 Peacemaking, Peacebuilding & Peacekeeping: il ruolo delle Nazioni Unite.............................................................................................................. 67 5.2 Le Peace Support Operations (PSO) ................................................. 72 5.3 L’apparato dello UN Peacebuilding & Peacekeeping....................... 74 5.4 L’ONU in Africa, Europa, Medio Oriente, Americhe, Asia e Pacifico ....................................................................................................................... 78 5.5 Interviste presso il Segretariato delle Nazioni Unite ....................... 84

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5.6 Il TRANSCEND Method – Trasformazione dei Conflitti attraverso strumenti pacifici ......................................................................................... 94 5.7 L’arte del negoziato e della mediazione ........................................... 97 5.8 La figura del mediatore secondo Galtung ...................................... 104 PARTE IV

COME COSTRUIRE UNA PACE SOSTENIBILE ....................................... 113 6. Le future generazioni e gli insegnamenti di Ghandi, King, Capitini e altri sostenitori della nonviolenza ............................................................... 115 Bibliografia ..................................................................................................... 119 Siti web consultati ......................................................................................... 121 Annesso I Peacekeeping Operations: Past & Present ................................................ 123

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Prefazione Questa tesi compilativa abbraccia un tema vasto e delicato quale la prevenzione e trasformazione dei conflitti internazionali, pertanto tutto ciò riportato in queste pagine proviene da materiale raccolto, interviste presso il Department of Peacekeeping Operations (DPKO) e il Department of Field Support (DFS) direttamente al Segretariato Generale delle Nazioni Unite a New York (USA) - realizzati dall’autore su tale argomento. Ad ogni modo per alleggerire la lettura saranno presenti soltanto poche note, richiami a dossier, manuali e autori per ulteriori approfondimenti, per il resto sarà sufficiente consultare la bibliografia. Oggigiorno purtroppo ci troviamo ancora a essere testimoni di uno ―scontro di civiltà‖ per utilizzare un’espressione che è divenuta un celebre titolo di un libro di Samuel Huntington. Società e Organismi Internazionali quali uno su tutti le Nazioni Unite, si trovano sempre più spesso coinvolti in un modo o nell’altro a dover trovare soluzioni pacifiche per conflitti internazionali, guerre civili e tribali. Povertà, scarsità di risorse e disuguaglianze sono un terreno fertile per i conflitti. Le guerre tra stati sono meno frequenti, ma sono aumentate quelle interne ai singoli stati, le quali sono diventate molto brutali perché oltre a togliere la vita a persone innocenti, hanno anche costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Le armi di distruzione di massa continuano a gettare ombre di paura, perciò quando parliamo di sicurezza dobbiamo pensare ad essa non come difesa del territorio ma bensì come protezione delle persone. Filo conduttore di questa tesi sono le strategie per la prevenzione e trasformazione dei conflitti internazionali nell’ambito del sistema ONU, ovviamente passando per il Prof. Johan Galtung, il più grande esperto in questo campo, colui che più di 30 anni fa coniò attraverso il suo lavoro inerente la promozione sostenibile della pace, il termine ―peacekeeping‖.

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La prima parte delle tesi abbraccia tre concisi ma chiari capitoli sulla pace e la sicurezza internazionale con brevi cenni inerenti il concetto e i promotori, il sistema di sicurezza delle Nazioni Unite e la costruzione della pace mediante lo sviluppo. La seconda e la terza parte rappresentano il nodo centrale di tutta l’opera e si concentrano sulle strategie per la prevenzioni e trasformazione dei conflitti internazionali partendo dagli albori fino ad arrivare al giorno d’oggi e alle strategie che concretamente le Nazioni Unite implementano quando si verificano questi devastanti scenari. Naturalmente verranno trattati anche approcci passati e verrà analizzato il fenomeno della violenza culturale e di tutte le sue sfumature, soffermandoci sulle teorie di Johan Galtung. Infine sarà esaminata in dettaglio la figura del mediatore durante il processo negoziale e i relativi approcci da adottare. La quarta e ultima parte invece concerne la creazione di una pace sostenibile e i vari pensieri di note personalità implicate da anni in questo arduo ma affascinate impegno per salvaguardare le future generazioni. Vorrei concludere prendendo spunto da un foreword redatto dall’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi A. Annan nel manuale Basic

Facts about the United Nations del 2001, il quale ci rammenta che quando parliamo di prevenzione dei conflitti e mantenimento della pace, dobbiamo essere sicuri che nel momento in cui l’ONU è chiamato ad agire, gli vengano dati l’autorità e le giuste risorse per espletare il proprio lavoro. L’ONU non ha un potenziale militare indipendente e la sua influenza risiede nella forza dei valori che rappresenta, nella sua capacità di esortare azioni globali e nella fiducia ispirata dal suo lavoro concreto sul campo. Tuttavia l’efficacia delle Nazioni Unite dipendono da due fattori cruciali: l’appoggio dei governi e della società civile informata. Spetta soprattutto a tutti noi cooperare insieme per diffondere la pace ovunque senza mai arrendersi. Concludo con una citazione davvero profonda apparsa su un manuale dell’ UNESCO: ―Since wars begin in the minds of men, it is in the minds of men that the defenses of peace must be constructed‖.

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“There never was a good war or a bad peace” - Benjamin Franklin

PARTE I PACE E SICUREZZA INTERNAZIONALE

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1. Un concetto profondo e senza tempo: la pace Se aprissimo un qualsiasi libro di storia, potremmo verificare che il binomio guerra e pace è presente sin dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Abbiamo avuto in ogni secolo influenti e brillanti menti, pensatori, politici, religiosi e altre figure di spicco che si sono schierati dal lato della pace, della nonviolenza e della tolleranza come ad esempio Erasmo da Rotterdam, Locke, Kant, Ghandi, Luther King per citarne solo alcuni, ma la storia ci mostra che ci sono stati anche alcuni pensatori che hanno persino elogiato la guerra come Hegel, Lutero, Calvino ed altri. Parlando di pace vorrei analizzare brevemente due punti di vista davvero singolari su tale argomento, ovvero quello di Kant e quello di Hegel. 1Il primo fu categorico nel dichiarare che ―la guerra è il male peggiore che affligge la società umana ed è fonte di ogni male e di corruzione morale‖. Alla fine del Settecento il filosofo Kant riprese il concetto di pace e scrisse "Per la pace perpetua" (1795). In essa affermò: "La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo". In ―Per la pace perpetua‖ il filosofo tedesco teorizzava la pace perpetua della comunità concependo il mondo come un'associazione di liberi stati nella quale la libertà, l'indipendenza e l'eguaglianza nei rapporti reciproci fra gli stati trovavano un corrispondente e una garanzia nella forma repubblicana e nella libertà interna di ogni singolo stato. Kant aveva elaborato un piano organico per giungere alla pace fra tutti i popoli in cui si prevedeva un'autorità indipendente e superiore alle parti in conflitto. Fu un'intuizione fondamentale che ha guidato più tardi alla costituzione nel 1919 della Società delle Nazioni e infine nel 1945 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

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Alessandro e Daniele Marescotti (2005), Storia della Pace (free download: http://italy.peacelink.org/storia).

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Lasciando Kant e analizzando il pensiero di un altro illustre filosofo quale Hegel, possiamo constatare subito una divergenza di vedute. Quest’ultimo tra il 1802 e il 1803 scrisse addirittura un elogio della guerra; essa preserverebbe il genere umano dalla fissità e dalla sclerosi così come il moto dei venti evita alle acque di ristagnare e di imputridire. Testualmente affermò: "E' la salute etica dei popoli (...) è come il movimento dei venti per le acque del mare: evita che queste si putrefacciano". La guerra sarebbe dunque una "salute etica" dei popoli, la pace un pantano. Hegel ritiene che, nel caso gli stati non trovino un accordo, una controversia internazionale non possa che "venir decisa soltanto dalla guerra". Essa costituisce il motore stesso della storia e per questo non può essere eliminata. Il filosofo, quindi, non elabora alcun progetto di pace, ma anzi critica duramente le proposte fino ad allora elaborate definendole "mere chimere". Ci sarebbero centinaia e centinaia di punti di vista affini o divergenti su tale argomento ma a mio avviso questi due celebri filosofi riassumono concretamente la continua ma immutata scelta che ha da sempre opposto pacifisti e guerrafondai fino ai nostri giorni. Tuttavia ancora oggi una domanda continua a echeggiare: che cos’è la pace? La pace come affermava Omraam Mikhaël Aïvanhov un celebre filosofo bulgaro dei nostri tempi, sebbene evochi la possibilità di vivere tranquillamente al riparo da ogni aggressione, è prima di tutto uno stato interiore, poiché anche in tempo di pace gli esseri umani continuano a essere in guerra. Purtroppo assistiamo ogni giorno a scontri su diversi campi di battaglia: politica, economia, religione, sociale, famiglia, ecc. Pertanto non possiamo stupirci che dei conflitti armati scoppino un po’ ovunque. Pace e nonviolenza sono la risposta ai cruciali problemi politici e morali del nostro tempo senza ricorrere all’oppressione e ai vari tipi di violenza.

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L’uomo come dichiarava il Dr. Martin Luther King, deve elaborare per ogni conflitto umano un metodo che rifiuti la vendetta, l’aggressione e la rappresaglia. Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l’odio. La violenza aumenta l’odio e nient’altro. Questo metodo dovrà avere come pilastri fondamentali la pace, l’amore e la tolleranza. Tuttavia prima di poter insegnare la pace, dobbiamo trovare quest’ultima in noi stessi.

2. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite Il precursore delle Nazioni Unite fu la Lega delle Nazioni, concepita durante la Prima Guerra Mondiale e fondata nel 1919 secondo il trattato di Versailles ―al fine di promuovere la cooperazione, la pace e la sicurezza internazionale‖. Il nome Nazioni Unite fu coniato dal Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt e fu utilizzato per la prima volta nella ―Dichiarazione delle Nazioni Unite‖ del 1 gennaio 1942, durante la seconda guerra mondiale, quando i rappresentanti di 26 nazioni promisero che i loro Governi si sarebbero impegnati a continuare a combattere insieme contro le Forze dell’Asse. L’ONU nacque ufficialmente2 il 24 ottobre 1945, quando

la

Carta

delle

Nazioni

Unite

strumento

costitutivo

dell’Organizzazione – fu ratificata da Cina, Francia, Regno Unito, Unione Sovietica e Stati Uniti e da una maggioranza di altri firmatari. La Carta detta i diritti e i doveri degli Stati membri e stabilisce gli organi e le procedure delle Nazioni Unite. Essendo quest’ultima un trattato internazionale, essa sancisce i principi cardine delle relazioni internazionali, partendo dall’uguaglianza nella sovranità degli stati alla proibizione dell’uso della forza.

2

Da allora, ogni anno il 24 ottobre si celebra: “La giornata delle Nazioni Unite”.

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Uno dei principali scopi delle Nazioni Unite è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Sin dalla sua creazione nel 1945, l’ONU è spesso stato sollecitato a risolvere dispute affinché non si tramutassero in guerre, a persuadere parti in conflitto a trovare soluzioni pacifiche a tavolino invece di abbracciare armi, o ad aiutare a restaurare la pace laddove il conflitto fosse già scoppiato. Nel corso dei decenni le Nazioni Unite hanno posto fine a numerosi conflitti internazionali, spesso attraverso azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza – organo di primaria importanza nell’affrontare questioni spinose inerenti pace e sicurezza internazionali. Il Consiglio di Sicurezza (CdS), l’Assemblea Generale (AG) e il Segretario Generale (SG), oltre ad avere ruoli complementari, rappresentano i principali attori nella promozione della pace e della sicurezza. Le attività dell’ONU coprono le principali aree riguardanti la prevenzione dei conflitti, peacemaking, peacekeeping,

peace-enforcement e peacebuilding, ma queste saranno trattate nella Parte II di questa tesi, per adesso mi limiterò a trattare soltanto il CdS e la Carta delle Nazioni Unite. L’art. 11 della Carta delle Nazioni Unite autorizza l’assemblea Generale

a

prendere

in

considerazione

i

principi

generali

della

cooperazione nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e formulare raccomandazioni ai Membri o al CdS o ad entrambi. L’AG rappresenta un ottimo strumento per trovare consensi a questioni difficili, rappresentando un forum di scambi diplomatici. Al fine di promuovere la pace, l’AG ha tenuto sessioni speciali su questioni quali il disarmo, la questione palestinese e la situazione in Afghanistan. Questo organo davvero significativo delle Nazioni Unite valuta tutte le questioni inerenti la pace e la sicurezza nel suo Primo Comitato (Disarmo e Sicurezza Internazionale)

e

nel

Quarto

Comitato

(Politiche

speciali

e

Decolonizzazione). Nel corso degli anni l’Assemblea ha contribuito a promuovere relazioni pacifiche tra le nazioni attraverso dichiarazioni di

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pace, conciliazione pacifica di dispute e la cooperazione internazionale. Nel 1980 l’AG approvò la creazione a San José (Costa Rica) dell’University for

Peace, un istituto internazionale per gli studi, la ricerca e la diffusione di conoscenze legate a questioni sulla pace. Inoltre l’Assemblea ha designato il 21 settembre di ogni anno come l’International Day of Peace. Tornando a parlare del Consiglio di Sicurezza3 delle Nazioni Unite, quest’ultimo ha competenza esclusiva in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Le sue delibere possono consistere in raccomandazioni, che non hanno natura giuridicamente vincolante, e in decisioni, che sono invece obbligatorie. Non avendo natura procedurale, esse sono adottate con il voto favorevole dei 15 componenti del Consiglio, compresi i voti4 dei 5 membri permanenti (Cina, Federazione Russa, Francia, Regno Unito, Stati Uniti). Ma i membri permanenti possono con il voto negativo (c.d. diritto di veto) bloccare una delibera del Consiglio. Di regola, l’assenza di un membro permanente nella seduta del Consiglio equivale a veto, ma non la sua astensione. Misure coercitive per il mantenimento della sicurezza internazionale possono essere prese dal Consiglio di Sicurezza dopo che sia stata accertata, ai termini dell’art. 39 della Carta, l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione. Una minaccia alla pace può derivare dalle ostilità tra due Stati, ma anche da una situazione all’interno di uno Stato, dove è ad es. in corso una guerra civile. Una massiccia violazione dei diritti umani è ormai considerata dal CdS una minaccia alla pace. Una violazione della pace (breach of the

peace) è generalmente costituita dallo scoppio di ostilità tra i due Stati. Quanto all’aggressione, la sua definizione è contenuta nella risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea Generale. La risoluzione tuttavia può solo rappresentare una ―guida‖ per il CdS.

3

Natalino Ronzitti (2006), Diritto Internazionale dei Conflitti Armati (Terza edizione), Torino, Giappichelli editore. 4 Art. 27, par. 3, della Carta delle Nazioni Unite.

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Il Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta può raccomandare o decidere l’adozione di misure coercitive sia comportanti che non, l’uso della forza armata. L’art. 41 detta in proposito un elenco non tassativo, comprendendo, tra le misure in questione, l’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radiofoniche ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche. Tali misure dovranno essere obbligatoriamente eseguite dagli Stati membri, solo se siano comminate mediante ―decisione‖. Altra tipica azione del Consiglio in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale è l’adozione di ―misure provvisorie‖. Si tratta di misure che il CdS adotta a termini dell’art. 40 quali ad es., il cessate il fuoco, allo scopo di prevenire un aggravarsi della situazione. Tuttavia è necessario ricordare che la chiave di volta dell’attuale disciplina dell’uso della forza nel diritto internazionale, è rappresentata dall’art. 2 par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. L’articolo infatti vieta espressamente non soltanto l’uso della forza armata nelle relazioni internazionali, ma anche la semplice minaccia, es. l’ultimatum, pertanto pone un divieto a carattere assoluto5. Ci sono tuttavia delle eccezioni all’art. 2 par. 4 della carta delle Nazioni Unite come ad esempio l’art. 51 della Carta. Quest’ultimo attribuisce agli stati non solo un diritto di legittima difesa individuale, ma anche collettiva, in altre parole uno Stato, benché non sia oggetto di un attacco armato, può intervenire a favore di uno Stato che abbia subito tale attacco. Ciò è dovuto all’iniziativa degli stati americani che nel 1941 avevano sottoscritto l’Atto di Chapultepec il quale prevedeva che un’aggressione contro uno Stato membro sarebbe stata considerata un’aggressione contro tutti gli Sti parti6. La legittima difesa può essere esercitata solo dopo che un attacco armato sia stato sferrato o che sia 5

Un caso particolare concerne la detenzione delle armi nucleari. Il semplice possesso infatti non costituisce minaccia. La dissuasione nucleare invece si fonda sulla minaccia dell’uso dell’arma nucleare, tuttavia bisogna valutare la liceità della dissuasione, es. legittima difesa. 6 Stesso principio, casus foederis previsto nell’art. 5 del Trattato istitutivo nella NATO.

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imminente, naturalmente non è ammessa la legittima difesa preventiva. Per concludere la reazione in legittima difesa, deve essere esercitata nei limiti posti dai tre criteri della necessità, proporzionalità e immediatezza. Tali condizioni non sono espressamente menzionate nell’art. 51, ma appartengono al diritto consuetudinario. Abbiamo altre eccezioni all’art. 2 par. 4 e queste sono le seguenti: misure contro Stati ex nemici, il consenso dell’avente diritto, cause di esclusione del fatto illecito, l’intervento d’umanità e il c.d. dovere d’ingerenza umanitaria, e per terminare l’elenco i patti militari per l’organizzazione di difesa collettiva. Gli artt. 107 e 53 della Carta prevedono le c.d. misure contro gli Stati ex nemici. Si tratta di un’ulteriore eccezione al principio del divieto della forza armata di cui godono i membri bell’ONU, individualmente (art. 107) o associati in un’organizzazione regionale (art. 53). Gli Stati contro cui può essere intrapresa - senza l’autorizzazione del CdS – sono quelli che furono nemici dei firmatari della Carta durante la II guerra mondiale, ovvero l’Italia e la Germania. Tuttavia con l’ingresso di questi due Stati ex nemici nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le due disposizioni sono cadute in desuetudine. Il consenso dell’avente diritto opera come una causa di esclusione dell’illiceità, se uno Stato entra in territorio altrui con il consenso del sovrano territoriale, non viene commesso alcun illecito, tale consenso può venire prestato oralmente (es. si debba entrate in territorio altrui per salvare i proprio cittadini detenuti da un’organizzazione terrorista che abbia dirottato un aereo dello Stato interveniente) oppure cristallizzato da un accordo internazionale in forma scritta. Il consenso deve provenire da un ―ente‖, la cui manifestazione di volontà sia imputabile allo Stato in cui l’intervento ha luogo. La manifestazione della volontà del sovrano territoriale deve essere una manifestazione ―valida‖, pertanto il consenso non deve essere dato per errore, carpito con dolo o estorto con violenza. Lo Stato interveniente non deve

violare

norme

che

l’obbligano

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a

tenere

un

determinato


comportamento ed infine il consenso non deve essere contrario ad una norma imperativa di diritto internazionale (es. uso della forza volto a commettere aggressione o stabilimento / ristabilimento di una situazione di tipo coloniale). L’art. 2 par. 4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate. Tale divieto è però sancito in strumenti posteriori es, la Dichiarazione sulle relazioni amichevoli o l’Atto finale di Helsinki sulla Sicurezza Europea. Tuttavia in realtà non è sempre possibile distinguere nettamente legittima difesa da rappresaglia armata, pertanto Dinstein ha elaborato la categoria delle rappresaglie armate difensive, che egli qualifica come misure di legittima difesa prese dopo che l’attacco armato si sia consumato. Altra causa di esclusione del fatto illecito spesso invocata prima dell’entrata in vigore della Carta è lo stato di necessità, che consente di agire in territorio altrui per far fronte ad un pericolo grave ed imminente per un ―interesse essenziale dello Stato‖, nonostante che lo stato i cui diritti vengono lesi sia innocente, non gli sia cioè imputabile alcun illecito internazionale. Oltre allo stato di necessità, sono da annoverare altre tradizionali cause di esclusione del fatto illecito che possono giustificare la violazione dell’altrui sovranità territoriale: la forza maggiore (un evento esterno induce l’individuo-organo a violare una norma giuridica; es. un sommergibile in avaria che viene trascinato in acque interne di un altro Stato), il caso fortuito (un fattore esterno induce l’individuo-organo nell’impossibilità di rendersi conto che la sua condotta non è conforme ad un obbligo internazionale; es. pilota militare tratto in inganno dal vento che fa deviare il suo aeromobile in uno spazio aereo non autorizzato), distress o situazione di estremo pericolo (l’individuo-organo è costretto a commettere una violazione di una norma giuridica allo scopo di salvare sé o altri a lui affidati da un pericolo grave; es. atterraggio di emergenza causa pessime condizioni atmosferiche). Infine terminerei prestando alcune righe sull’intervento d’umanità, il dovere d’ingerenza umanitaria e i patti militari per l’organizzazione di

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difesa collettiva. Viene definito ―intervento d’umanità‖ l’uso della forza per proteggere i cittadini dello Stato territoriale da trattamenti inumani e degradanti. Tale tipo di intervento era illecito anche prima dell’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite, a meno che lo Stato interveniente avesse un titolo giuridico per intervenire. Oggi l’intervento d’umanità attuato mediante l’uso della forza è da considerarsi illecito. Recentemente è stata prospettata la tesi di un ―dovere d’ingerenza umanitaria‖

come

sorta

di

obbligo

facente

capo

alla

comunità

internazionale per far fronte alle situazioni di grave violazione dei diritti dell’uomo, tuttavia ciò non ha alcuna base giuridica nell’ordinamento internazionale e pertanto l’ingerenza umanitaria per essere giuridicamente ammissibile deve essere fondata sulle tradizionali cause di esclusione del fatto illecito. La risoluzione A/45/587 (1990) dell’Assemblea Generale dell’ONU, relativa al ―Nuovo Ordine Internazionale Umanitario‖, precisa come lo stabilimento di corridoi umanitari debba essere negoziato con gli Stati interessati ―prendendo in considerazione le esigenze delle rispettive sovranità‖.

Vari

documenti

specificano

che

gli

Stati

hanno

una

responsabilità per la protezione dei diritti umani e per impedire catastrofi umanitarie quali il genocidio, tuttavia stabiliscono chiaramente che l’intervento umanitario deve essere autorizzato dal CdS. Per quanto riguarda i patti militari mi limito a segnalare che questi ultimi organizzano preventivamente

la

legittima

difesa

collettiva

e

sono

perfettamente legittimi, purché conformi all’art. 51 della Carta.

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peraltro


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"We must build dikes of courage to hold back the flood of fear... That old law about an eye for an eye leaves everybody blind... The time is always right to do the right thing... Peace is not merely a distant goal that we seek, but a mean by which we arrive at that goal‖ - Dr. Martin Luther King, Jr.

PARTE II APPROCCI ALLA RISOLUZIONE DEI CONFLITTI: JOHAN GALTUNG

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3. Il precursore degli studi sulla pace e i conflitti internazionali: Johan Galtung

Johan Galtung nato a Oslo il 24 ottobre 1930 è un sociologo e matematico norvegese affermatosi per essere il fondatore delle discipline inerenti, gli studi sulla pace e i conflitti. Nel 1959 fondò a Oslo il Peace

Research Institute, nel 1964 il Journal of Peace Research e inoltre nel 1987 ha ricevuto l’Alternative Nobel Prize. Ha collaborato e insegnato in innumerevoli prestigiosissime università in tutto il mondo e ciò gli ha permesso di diffondere ampiamente le sue idee. Nel corso degli anni, Galtung ha sviluppato influenti teorie su diversi ambiti quali la distinzione tra pace positiva e pace negativa, il concetto di violenza strutturale e culturale, teorie sulla risoluzione e trasformazione dei conflitti, e altro ancora. Tutto ciò ha condotto Galtung a occupare diverse posizioni significative all’interno di organismi internazionali, quali uno su tutti l’ONU. Galtung è un fervido promotore della pace costruttiva e a tal proposito nel 1993 è sto cofondatore di TRANSCEND, una rete per lo sviluppo della pace, o meglio un’organizzazione per la trasformazione dei conflitti attraverso mezzi pacifici. Esistono due modi tradizionali ma insoddisfacenti in cui vengono gestiti i conflitti tra due parti: A vince e B perde; B vince e A perde; quando A e B si sentono pronti a terminare il conflitto, si raggiunge posticipatamente un confuso compromesso che non soddisfa pienamente

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entrambi. Galtung ha tentato di rompere radicalmente con questi due modi di gestire un conflitto, introducendo un terzo modo dove sia A che B hanno la percezione di aver vinto. Questo metodo esige anche che i diritti principali quali vita, salute, libertà e identità siano rispettati. Per quanto riguarda le sue idee principali bisogna subito dire che il termine Peacekeeping è emerso più di 30 anni fa proprio attraverso il lavoro di Johan Galtung il quale sollecitò la creazione di strutture per la costruzione della pace (peacebuilding) al fine di promuovere la pace sostenibile occupandosi delle ―cause di fondo‖ dei conflitti violenti e sostenendo le capacità locali per la gestione della pace e la risoluzione dei conflitti. Un’analisi più approfondita delle strategie di Galtung in ambito Nazioni Unite sarà affrontata nella Parte III. La figura di Galtung è fortemente associata a concetti che egli stesso ha formulato quali: Violenza strutturale – ampiamente definita come un modo sistemico per la quale un regime impedisce agli individui di sviluppare il loro potenziale. Razzismo e sessismo istituzionalizzato ne sono chiari esempi. Pace negativa e pace positiva – Galtung introdusse il concetto secondo il quale la pace può essere molto più che la sola assenza di conflitti (pace negativa), ma si dovrebbe includere anche una gamma di relazioni supportate dal fatto che nazioni o gruppi in conflitto possano avere relazioni collaborative e di aiuto reciproco (pace positiva). Galtung ha inoltre anche criticato gli USA per comportarsi in politica estera più da ―US Empire‖ che da ―US Republic‖. Inoltre per aver dichiarato di amare di più quest’ultima ha ricevuto moltissimi feedback positivi e ringraziamenti per tale affermazione. Galtung ha ricevuto centinaia di onorificenze e diverse lauree ad honorem, ma ciò che lo ha reso davvero famoso sono le sue teorie sulla pace, la risoluzione e trasformazione dei conflitti, dei campi dove ha veramente rivoluzionato il

modus operandi degli attori coinvolti.

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4. La risoluzione dei conflitti e la violenza culturale 4.1 Il conflitto Parliamo di conflitto quando l’agire di un soggetto è orientato al proposito di affermare il proprio volere contro la resistenza di uno o più soggetti antagonisti. È una situazione in cui la naturale competizione tra le unità si radicalizza. I conflitti possono essere caratterizzati dalla presenza di un livello significativo di violenza, la quale può manifestarsi secondo diverse modalità. I conflitti violenti assumono natura bellica quando la violenza è strutturata ed organizzata; generalmente, le guerre prevedono che i protagonisti siano due o più attori-statuali, i quali impiegano la violenza in maniera appunto organizzata e seguendo regole e vincoli generalmente condivisi dalla Comunità Internazionale. Gli sviluppi del sistema internazionale portano però ad estendere il concetto di guerra anche a situazioni in cui i protagonisti del confronto siano attori non statuali, dandosi ad esempio il caso in cui vi sia un attore statuale contro uno o più attori che statuali appunto non sono. Viceversa, il termine «conflitto» viene da sempre utilizzato in un'accezione più ampia, e fa riferimento ad azioni – potenzialmente senza limiti o vincoli nell'uso della forza e della violenza - che insorgono in nome di un interesse da difendere, o da far valere.

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4.2 Brevi cenni sulla risoluzione dei conflitti Nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso il concetto di risoluzione dei conflitti7 ha subito mutamenti di significato anche sostanziali, che cercherò di riassumere di seguito:

Conflict resolution (risoluzione del conflitto): è il termine originario, introdotto negli anni Sessanta per indicare quel processo attraverso il quale è possibile raggiungere l'obiettivo di terminare, ovvero interrompere, in maniera relativamente duratura, un confronto più o meno violento.

Conflict management (gestione del conflitto): espressione introdotta negli anni Settanta che riconosce i conflitti come una componente naturale dei contesti sociali, interni e internazionali, la quale necessita di essere gestita in maniera ottimale, da personale professionalmente addestrato a tal fine. Di fatto, questo nuovo modo di concepire il conflitto riconosce che, nella gran parte dei casi, è illusoria oltre che forviante l'idea secondo cui i conflitti siano, in qualche modo, risolvibili in via definitiva. Le relazioni intersoggettive, per loro natura, tendono ad essere conflittuali, e ciò che varia è tutt'al più il livello e la qualità del conflitto.

Conflict settlement (composizione del conflitto): durante la fase finale della guerra fredda, con l'approssimarsi della fine dell'Unione sovietica e l'emergere di un numero considerevole di attori locali e regionali, prima tenuti a freno dalle due superpotenze, nel sistema internazionale si assisteva ad un sostanziale riacuirsi delle tensioni. Di fronte all'emergenza creata dalla proliferazione di così tanti micro-conflitti – per la gestione dei quali non si è attrezzati, né si ha tempo per progettarne la risoluzione - si fa allora strada un nuovo approccio, finalizzato alla composizione del conflitto, attuata mediante la strenua ricerca di compromessi, dove l'obiettivo non è né la soddisfazione

7

Si consideri che è tuttavia normale impiegare l'espressione «conflict resolutiom quando riferita in senso generico all'atto di interagire con un conflitto ai fini di ridurlo, sedarlo, controllarlo, ecc.

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reciproca, né il raggiungimento di una definizione stabile del conflitto, bensì il conseguimento di un risultato che almeno eviti fenomeni escalativi (in questo senso ci si avvicina al concetto di crisis management, che tratteremo più avanti). Nel settlement di un conflitto le parti perseguono consciamente un obiettivo di basso profilo, il compromesso appunto e ciò li porta ad essere soddisfatti anche con risultati oggettivamente poco stabili; l'aspetto positivo di questa forma di approccio ai conflitti consiste nel fatto che, anche a causa della scarsità della risorsa temporale, incomincia a farsi strada l'idea che sia necessario, per le parti, concentrarsi sulle questioni oggettive all'origine del conflitto, tralasciando tutti i fattori idiosincrasici, come anche tutte le questioni accessorie usate ad arte proprio per fomentare conflitto. Generalmente queste soluzioni di compromesso non vanno a intaccare gli interessi fondamentali dei contendenti e consentono loro di ottenere una tregua in cambio di concessioni reciproche e sostanzialmente poco impegnative sia dal unto di vista oggettivo sia dal punto di vista dell'immagine. La gestione del settlement, spesso protratta nel tempo, diventa di fatto un aspetto nodale del confronto, da affidare ad una parte terza che fa da garante e talvolta, con il beneplacito di tutti contendenti, si frappone anche fisicamente tra le parti in causa, garantendo il rispetto degli accordi di compromesso ed evitando interazioni fisiche che, visto il permanere della tensione, rischierebbero inevitabilmente di far riemergere il problema: in questo senso le varie forme di peacekeeping costituiscono lo strumento operativo delle operazioni di settlement.

Conflict trasformation (trasformazione del conflitto): negli anni Novanta, superando la prospettiva troppo drastica e semplificatrice (sorta in ambito realista) che si celava dietro al concetto di conflict resolution, ma anche quella troppo efficientista e superficiale del conflict management, si arriva a comprendere che, di fronte all'ineluttabilità del permanere della competizione nei rapporti intersoggettivi, è necessario porsi l'obiettivo non

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già di eliminare qualcosa che eliminabile non è, bensì di trasformarlo e, in tal modo, da un lato, evitare fenomeni escalativi, complessificazione ed approfondimento dei conflitti, dall'altro favorirne una definizione più duratura e sostanziale. Riecheggiando la prospettiva di C. G. Jung - secondo cui i conflitti non possono mai essere veramente eliminati, ma possono essere tutt'al più superati, trasformandoli, nasce un approccio più ragionevole al problema dei conflitti, che è appunto quello della trasformazione dei conflitti, fondato sui principi che è necessario: 1. cercare soluzioni durature; 2. evitare di distruggere in maniera irreversibile l'avversario; 3. individuare e soddisfare i bisogni fondamentali di tutte le parti in causa; 4. evitare la tentazione di approfittare in maniera eccessiva di occasioni che, pur essendo in grado di condurre verso un parziale

settlement

del conflitto, lasciano fortemente insoddisfatti alcuni degli

attori coinvolti (il riferimento va a quegli attori esterni al conflitto che trovano utile incrementare, magari solo temporaneamente, le capabilities coercitive di una delle parti); 5. sforzarsi di trovare soluzioni alternative, diverse da quelle più ovvie e scontate (sulle quali solitamente si arroccano le parti), individuando soluzioni che, invece, forniscano vie di uscita creative e originali all'impasse conflittuale, ricordando che il vero nemico non è il proprio interlocutore, bensì il problema che entrambi si trovano a dover affrontare, il quale deve essere risolto con soluzioni che soddisfino entrambi, ovvero che non penalizzino nessuno; 6. tenere presente che per questioni complesse raramente esistono soluzioni semplici: queste ultime sono piuttosto legate ad approcci drastici, allettanti perché si presentano come efficaci scorciatoie, ma non in grado di risolvere i problemi alla radice.

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4.3 Le tipologie di strategie argomentative Le crisi internazionali sono l'oggetto principale delle attività di negoziato e risoluzione dei conflitti. Tra i primi a fornire una definizione rigorosa del concetto di crisi internazionale troviamo senz'altro Brecher (1990). Egli osserva che una crisi internazionale può essere genericamente definita dalle due seguenti condizioni: A) le interazioni tra due o più Stati mutano nella tipologia e presentano un aumento della carica disgregante, con un incremento della probabilità che si verifichino ostilità militari; B) simili evenienze finiscono per destabilizzare le relazioni tra Stati e minacciano la struttura e l'organizzazione del sistema internazionale nel suo complesso8. Ciò detto, uno Stato può esser considerato protagonista di una crisi internazionale quando i suoi leader percepiscono le seguenti tre condizioni: 1) una minaccia ai valori nazionali fondamentali; 2) la necessità di assumere decisioni entro periodi di tempo limitati; 3) un aumento considerevole della possibilità di essere coinvolti in ostilità militari. Nell’ambito della gestione degli eventi di politica internazionale e della risoluzione dei conflitti, si attribuisce un’importanza cruciale ai fattori i quali, a loro volta, sono definiti da vari aspetti: è cultura la visione epistemologica dominante su cui si fonda la struttura organizzativa di una società; sono un fatto culturale i ruoli precostituiti, le norme e le consuetudini, prima di essere eventualmente anche dato giuridico; esiste infine una cultura del comunicare e dell’interagire. La scarsa attenzione 8

Dopo 1'11 settembre è diventato evidente come tra gli attori in grado di promuovere ostilità militari e minacce all'ordine mondiale, innescando forme di crisi internazionale, vi siano anche attori non statuali, quali le organizzazioni criminali internazionali e terroristiche, oppure i cosiddetti "superindividui" (es. Bin Laden), che stanno introducendo nell'arena internazionale logiche e strategie sostanzialmente nuove.

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attribuita a una componente oggettivamente così importante come la cultura è riconducibile al fatto che si tratta di un elemento particolarmente difficile da condizionare, fortemente inerziale soprattutto a livello collettivo: modificare credenze, idee, valori, prospettive diventa sempre più difficile man mano che, da un contesto che vede coinvolti un numero limitato di individui, si passa a considerare intere collettività. Peraltro, è solo negli ultimi decenni che si stanno sviluppando capacità di condizionamento culturale - sia a livello collettivo che individuale - davvero efficaci e relativamente stabili nel tempo. Se riportiamo queste considerazioni all'ambito di nostro interesse, quello della risoluzione dei conflitti, risulta evidente che oggi disponiamo di una conoscenza in ambito comunicativo-culturale abbastanza sofisticata per quanto concerne sia il condizionamento di singoli individui, sia di intere collettività in competizione (anche se in questo caso gli effetti pratici sono più labili e instabili). In questa sede ci concentreremo sulle strategie comunicative che è possibile impiegare nella gestione delle attività negoziali vere e proprie e ci limiteremo a mostrare la stretta correlazione che esiste tra le diverse tipologie di conflitti da un lato e le strategie argomentative dall'altro. Gli schemi che mostreremo hanno lo scopo di mostrare la correlazione tra andamento ed evoluzione di un conflitto, da un lato, ed il modo in cui gli attori comunicano tra di loro difendendo le reciproche posizioni, dall'altro. Ciò facendo non saremo quindi tanto interessati a definire la strategia migliore per garantire un'efficace definizione di un conflitto, ma ci limiteremo a stabilire delle correlazioni tra modalità comunicative e qualità dei conflitti. Partiamo quindi descrivendo le quattro tipologie fondamentali di strategie argomentative che è possibile concepire nella comunicazione competitiva, sottolineando subito come la prima, la strategia ad rem, sia quella meno suscettibile di generare tensioni tra gli attori; le altre tre, per loro natura tendono invece ad esacerbare le posizioni in un crescendo,

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fino alla strategia ad personam, capace di tracciare dei veri e propri solchi di

incomunicabilità

tra

le

parti,

anche

quando

utilizzate

solo

unilateralmente. Tipologia

Definizione Quando si fa riferimento unicamente all'oggetto

Ad rem

dell'argomentazione (è la forma "onesta" del confronto). quando si mettono in evidenza eventuali contraddizioni

Ad hominem

nelle

affermazioni

dell'interlocutore

(enfatizzare

la

contraddittorietà delle sue asserzioni serve a dichiararlo incapace di argomentare razionalmente). quando, avendo interpretato opinioni, preferenze e interessi

Ad auditores

di

un

eventuale

uditorio

(es.:

opinione

pubblica), si cerca di ottenerne il sostegno ponendo in buona o cattiva luce il proprio interlocutore, convinti che tale

sostegno possa

indebolire

sostanzialmente

la

posizione dell'avversario. quando, senza che ciò abbia alcun legame con gli

Ad personam

argomenti discussi, si accusa il proprio interlocutore di infamia o comportamenti disdicevoli (l'obiettivo è di screditarlo radicalmente).

Queste quattro tipologie argomentative possono essere messe in relazione con altrettante tipologie di conflitto, meglio definite nella colonna di sinistra della figura9 sotto (il ruolo della comunicazione e delle terze parti). Dall'intersezione delle strategie argomentative con le quattro tipologie potenziali di conflitto otteniamo una matrice che contiene tutta

9

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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una serie di possibili varianti ideali di conflitti, ciascuna con una specifica caratteristica qualitativa, vale a dire piĂš o meno difficili da gestire da un punto di vista negoziale.

Figura 1: il ruolo della comunicazione e delle parti terze

Ad esempio, nello schema vediamo che esistono delle tipologie di conflitto, come anche delle strategie argomentative che determinano condizioni di tendenziale irreversibilitĂ dei conflitti, ovvero di escalation: come quando le parti in gioco sono implicate in tipologie di conflitto nelle quale si pongono come obiettivo quello di ostacolarsi reciprocamente, cosicchĂŠ essi definiscono involontariamente anche le condizioni che

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rendono tale conflitto fortemente predisposto ad una rapida insorgenza dell'escalation; più o meno lo stesso può dirsi quando una o più parti in conflitto decide di coinvolgere con opportune strategie argomentative terze parti nel conflitto stesso: anche in questo caso si preparano le condizioni per un'eventuale escalation, seppur in maniera più graduale e quindi più controllabile. Fermo restando che è difficile definire o condizionare la tipologie di conflitto che gli attori si trovano a dover vivere, è evidente che è possibile, invece, intervenire sulle strategie argomentative che essi progettano di utilizzare, suggerendo loro la strategia argomentativa più ragionevole verso cui dirigersi (che è sempre quella ad rem), in modo tale da favorire una rapida riduzione del conflitto stesso. Intervenire sulle parti in conflitto, suggerendo loro quali strategie argomentative impiegare, significa evitare che le rispettive posizioni risultino

presto

esacerbate,

che

l'uno

percepisca

l'altro

come

irrimediabilmente nemico. Per questo, il buon mediatore deve saper "guidare" le parti verso l'utilizzo di strategie ar omentative ad rem, assumendo lui stesso, a tal fine, un atteggiamento comportamentale ispirato alla strategia orientale del wei wu wei, ovverosia dell'agire senza agire o dello "sforzo inverso". In concreto, si tratta di saper gestire gli incontri tra le parti a) ignorando scientemente tutte le strategie argomentative basate su considerazioni non oggettive, quindi potenzialmente escalative, sia al fine di non lasciarsi coinvolgere emotivamente - con il rischio di non essere più in grado di controllare la situazione -, sia allo scopo di dare l'esempio alle parti interessate sull'atteggiamento da assumere nei confronti di approcci provocatori o tendenzialmente aggressivi; b) intervenendo apertamente nei dialoghi e nelle dinamiche comunicative delle parti, per obbligarli ad ignorare tutte le strategie argomentative che non siano ad rem e inducendole, al contempo, ad affrontare le varie problematiche in maniera strettamente oggettiva.

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Tabella10 riassuntiva:

10

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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4.4 I vari tipi di violenza Per comprendere e qualificare in maniera coerente una qualsiasi competizione, sia essa conflittuale o cooperativa, è possibile analizzare uso, forme e modalità di manifestazione della violenza impiegata in tale occasione. In questo senso, studiare la violenza ed il modo in cui viene adoperata in un determinato contesto aiuta a comprendere la natura della competizione in atto e pertanto aiuta anche ad escogitare eventuali possibili forme di intervento per interagire con il conflitto. Pertanto, è studiando le forme in cui si manifesta la violenza durante un conflitto che si è in grado di penetrare la sostanza del conflitto stesso. In generale, il fenomeno della violenza, manifestandosi, può creare disagio a livello fisico, mentale e spirituale, prima negli individui, poi nelle collettività. Per questo possiamo osservare come le componenti di una società che possa dirsi civile tendono a competere in maniera cooperativa, cioè riducendo al minimo l'uso di qualsiasi forma di violenza, materiale o immateriale che sia, quindi evitando di impiegare tali forme sia a livello intersoggettivo, sia nei confronti del contesto sistemico elo ambientale. Ma perché ciò accada, cioè affinché venga attuata la scelta di rinunciare al facile uso della violenza, è necessario che la collettività prenda coscienza delle varie dimensioni della violenza stessa, e di come questa possa insinuarsi a vari livelli nel tessuto sociale, danneggiandolo. A tal proposito, Johan Galtung compie un'interessante operazione definitoria, che appunto facilità la comprensione del fenomeno in questione, individuando tre diversi tipi di violenza ovvero la violenza diretta, quella strutturale e quella culturale: in particolare, egli osserva che la violenza diretta pur determinando, in apparenza, gli effetti più distruttivi e deleteri, di fatto è solamente la forma più visibile delle varie tipologie di violenza, ma certo non la più deleteria, soprattutto se valutata nel medio e lungo periodo. Si manifesta in conseguenza dell'azione di individui violenti, il cui scopo è quello di colpire o ferire in

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maniera più o meno deliberata. Per arginare questa forma di violenza è necessario far comprendere agli attori quanto essa sia controproducente e quanto, al contrario, mutare atteggiamento nella gestione della competizione, puntando a comportamenti più evoluti, sia in fin dei conti più utile a tutti. La violenza strutturale è, invece, frutto di azioni collettive involontarie ripetute nel tempo, che in tal modo si radicano nel tessuto sociale diventando consuetudine e determinando, appunto, assuefazione nelle varie componenti del tessuto sociale stesso. In questo senso, la continua reiterazione della violenza diretta - cui si assiste in occasione del protrarsi di guerre, nelle forme di sopraffazione coloniale, sfruttamento economico ed oppressione socio culturale determina una sorta di cristallizzazione della violenza che diventa, pertanto, strutturale. Tale forma di violenza può essere soppressa solo eliminando alla radice quei meccanismi profondi che generano le ingiustizie sociali quindi, ad esempio cambiando l'organizzazione socioeconomica della società. La violenza culturale è, infine, quella forma di violenza che serve a legittimare le altre due, di modo che tanto i singoli individui, quanto le collettività, considerino non solo inevitabile, ma anche preferibile e giusto l'impiego della violenza nelle relazioni intersoggettive. Questa forma di violenza è quindi invisibile e indiretta, e viene posta in essere e rafforzata soprattutto da specifiche categorie sociali, quelle maggiormente capaci di incidere sugli aspetti culturali e comunicativi di una società, come ad esempio gli intellettuali, i religiosi, i militari, ma anche coloro che, al pari ad esempio degli economisti, teorizzano, promuovendole, forme di gestione delle risorse e della ricchezza sociale che finiscono per generare sfruttamento ed oppressione. La violenza culturale viene meno solo mutando la mentalità a livello individuale e collettivo, cioè generando nuove prospettive, nuovi modelli di interazione sociale. La violenza diretta determina effetti visibili e invisibili, materiali ed immateriali nei diversi

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contesti che vedono lo svolgersi dell'esistenza umana, come evidenziato nella tabella sotto, elaborata da Johan Galtung.

Contesto

ambientale

umano

societario modiale temporale

culturale

Effetti invisibili e immateriali della violenza Esaurimento e Meno rispetto per le inquinamento; creature diverse dall’uomo; danneggiamento delle rafforzamento del principio diversità e dei processi di del dominio dell’uomo sulla simbiosi natura Effetti somatici (uccisioni, Effetti sullo spirito ferimenti, stupri, (privazioni, traumi, odio, deportazioni) vendetta, bisogno compulsivo di vincere) danni materiali a costruzioni Danni alla struttura sociale e e infrastrutture alla cultura sociale Danni infrastrutturali Danni alla struttura del mondo e alle strutture sociali del globo Potrarsi della violenza; mine Trasferimento della tensione antiuomo; trasmissione della a livello strutturale e violenza; effetti genetici culturale; punti Kairos (di svolta) che possono costituire un trauma o un’esaltazione Danni irreversibili al Dominio di una cultura della patrimonio culturale violenza, del trauma e dell’umanità dell’esalttazione; deterioramento della capacità di risolvere i conflitti Effetti visibili e materiali della violenza

A sua volta, la violenza strutturale può essere verticale oppure orizzontale: è verticale quella violenza strutturale che colpisce esigenze fondamentali degli individui come la libertà, il benessere, l’identità e si manifesta con forme di repressione (esercitate dal potere politico), espropriazione(potere economico) e alienazione (potere culturale). È invece orizzontale quella violenza strutturale che impedisce agli individui di scegliere come vivere nel contesto sociale, oppure a quale collettività

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appartenere (Galtung osserva che in questo caso essa colpisce l'identità, «obbligando le persone che vogliono vivere insieme ad essere separate, oppure tenendo insieme le persone che voglio vivere separate»): in un simile contesto strutturale vi saranno coloro i quali traggono beneficio, in termini di potere, dall'indebolimento di quanti, vedendo compromessa la definizione della propria identità, risultano incapaci di reagire a volontà oppressive. La violenza culturale infine, trae ispirazione e si sostanzia in considerazioni che giustificano l'uso della violenza per la sua presunta utilità (le guerre come fonte di ordine internazionale), sacralità (la guerra santa), bellezza (come fatto estetico), generando così un insieme di proposizioni e "discorsi" che fanno nascere una vera e propria "cultura della violenza", che riproduce se stessa11.

11

Sulla base di queste osservazioni è possibile distinguere tra pace negativa e pace positiva, dove la prima è caratterizzata solo dall'assenza di violenza diretta, mentre con la seconda vi è anche il superamento della violenza strutturale e di quella culturale.

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4.5 La risoluzione dei conflitti Durante la seconda metà del XX secolo la conflict resolution era di fatto, legata alla prospettiva realista ortodossa, e si sviluppava a partire dal presupposto che i protagonisti di riferimento dell'arena internazionale fossero essenzialmente gli Stati, attori razionali mossi dall’esigenza prioritaria di tutelare l'interesse nazionale, in un contesto anarchico dove la sicurezza di ciascuno è mutuamente esclusiva. Visto così, quello internazionale è un ambiente dove non trovano spazio effettivo né gli individui, né gli attori sovranazionali mentre, al contrario, quelli statuali sono liberi di ragionare seguendo schemi competitivi prede finiti ed elementari, fondati ad esempio sull'idea che:

a) l'antagonista è un nemico, con il quale non è possibile né trovare accordi sostanziali o duraturi, né condividere beni fondamentali quali sicurezza e sviluppo; b) gli approcci rapidi e drastici sono preferibili a quelli riflessivi, perché l'avversario va "bruciato" sui tempi; c) la competizione tende in maniera ineluttabile ad essere sostanzialmente conflittuale piuttosto che cooperativa. Nei fatti, la durezza di simili approcci non lascia margine alcuno ai tentativi di smussare ed ammorbidire le reciproche posizioni. Neanche quelli proposti in varie forme sia dalle prospettive realiste eterodosse, sia da quelle liberaliste possono effettivamente cambiare la situazione, poiché anche in quei casi la prospettiva dominante non cambia in maniera significativa: lo Stato resta il punto di riferimento, la pietra angolare. In effetti, se osserviamo la pratica della gestione dei conflitti prima, durante dopo la guerra fredda, con il sostanziale dominio del paradigma realista la protagonista resta sempre e comunque la logica della prevaricazione, in uno scenario dove vince lo Stato (e l’idea di Stato) con i suoi in interessi precostituiti e predefiniti, mentre le vittime sono gli individui e le collettività, con le loro aspirazioni.

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Gli approcci alla risoluzione dei conflitti che definiamo eterodossi hanno, al contrario, la caratteristica di rinnegare proprio la logica statocentrica, con tutte le sue possibile varianti, anche quelle più edulcorate, come appunto quelle di scuola liberalista che, di fatto, costituiscono solo operazioni di maquillage teorico-strategico. In sostanza, le prospettive eterodosse condividono almeno tre importanti aspetti distintivi:1) al centro dell'attenzione è nessario porre gli individui, perché il contesto sistemico è definito dall'insieme dei loro comportamenti e, pertanto,

assume

caratteristiche

tanto

più

conflittuali

quanto

maggiormente è diffusa, tra i singoli individui, la violenza, l'aggressività e l'intolleranza; 2) vero nemico è il problema che genera la tensione, non già le persone o le collettività; 3) la violenza deve essere sempre e comunque evitata perché genera immancabilinente altra violenza. Tutto ciò a sua volta comporta che 1. sia necessario conoscere e saper gestire le dinamiche intersoggettive, in tutti i loro aspetti, riconoscendo come, a prescindere dalle condizioni sistemiche, è agli individui che spetta una responsabilità oggettiva nella definizione della qualità e della direzione assunta dal conflitto; 2. la soluzione del problema deve essere cercata attraverso l'uso di approcci creativi, per evitare di essere trascinati nelle dinamiche del problema; 3. la violenza deve essere conosciuta in tutti i suoi aspetti ed in tutte le sue manifestazioni, al fine di essere prontamente riconosciuta e, conseguentemente, boicottata. La ragione per cui questi tre semplici elementi allontanano così tanto gli approcci eterodossi da quelli ortodossi è abbastanza facile da comprendere: se gli individui sono al centro dell'attenzione viene meno tutto il sistema di gestione dei rapporti internazionali fondato sul sacrificio degli individui rispetto all'interesse degli Stati; se i propri interlocutori non sono percepiti come nemici e il vero nemico viene considerato il problema da risolvere, si eviteranno quei meccanismi a spirale (come, ad esempio, il dilemma della sicurezza), che nascono da un'eccessiva concentrazione sull'altro piuttosto che sul problema, e che vedono i contendenti avvitarsi

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sulle rispettive posizioni e percepire quelle degli altri come sempre più distanti dalle proprie; se la violenza viene bandita e diventa un "tabù", i contendenti dovranno o potranno inventare nuove modalità interattive, che appunto impediranno di cadere nella spirale della violenza.

4.6 Approcci alla risoluzione dei conflitti: Ghandi Per comprendere a fondo tutta la dottrina elaborata dal Mahatma è necessario, nell'ordine, approfondire la sua concezione del conflitto, comprendere il valore del suo radicale relativismo, nonché la sua idea di nonviolenza12; da questi tre elementi deriva infatti il metodo gandhiano vero e proprio, quello del Satyagraha. Per Gandhi il conflitto può essere e deve essere visto addirittura più come opportunità che come un problema; problematiche possono invece essere le sue manifestazioni quando i protagonisti del conflitto, non consapevoli dell'inutilità di tali atteggiamenti, si lasciano trascinare passivamente ad assumere comportamenti negativi, improntati all'odio ed alla violenza. Questi prendono il sopravvento anche per la convinzione reciproca delle parti che il conflitto sia, in quanto tale, fonte potenziale di estremo pericolo, da affrontare quindi in tempi rapidi, con strumenti drastici e radicali, vale a dire soprattutto violenti: si tratta di un circolo vizioso dove il profondo timore per il conflitto induce ad utilizzare modalità interattive che possono rendere veramente tremendi i conflitti stessi.

12

Questa espressione corrisponde alla traduzione del vocabolo sanscrito Ahimsa, che fa riferimento ai precetti induisti che impongono il rispetto di tutte le forme di vita, rifiutando di uccidere, di nuocere, di danneggiare, quindi la condanna di qualsiasi forma di violenza, diretta o indiretta, materiale o immateriale. Il lettore noterà che questo termine viene scritto senza spazi e senza trattino di unione, cioè considerandolo come una parola a tutti gli effetti, in questo seguendo l'idea del pacifista perugino Aldo Capitini (1958), che in tal modo voleva porre in evidenza gli aspetti positivi e propositivi dell'idea di nonviolenza, piuttosto che quelli di semplice negazione della violenza.

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Gandhi, invece, ritiene che i conflitti siano, per l'appunto, prima di tutto un'occasione per il tessuto sociale di evolversi e cambiare in meglio, poiché nascono da disagi oggettivi in riferimento al modo in cui vengono utilizzate le limitate risorse che le collettività hanno a disposizione. L'elemento, per così dire, "legittimante" dei conflitti è dato dall'obiettivo di superare le reali e concrete inefficienze che si hanno nell'interazione con l'ambiente che ci circonda al fine di rendere le società più umane; tuttavia, questa meta di per sé positiva rischia di essere persa di vista quando, anziché combattere il male si finisce per combattere coloro che lo fanno o, addirittura, coloro che si pensa potrebbero fare il male. Il suggerimento del Mahatma è pertanto di considerare il conflitto come un occasione ineliminabile di crescita, che peraltro non cessa praticamente mai di presentarsi, per cui è necessario imparare a conviverci positivamente. Nei rari casi in cui non si presenta, indica una sostanziale preoccupante mancanza di relazione tra i soggetti sociali, pericoloso segno di stasi, che va comunque evitato e che può essere la conseguenza di un passato conflittuale violento. Affinché prevalga un modo costruttivo di vedere il conflitto è necessario che, nei suoi vari aspetti, esso venga gestito in maniera cosciente e consapevole, non lasciando mai che fattori soggettivi negativi o situazioni strutturali altrettanto negative, prendano il sopravvento. Ingredienti fondamentali affinché ciò non accada sono rispettivamente il relativismo e la nonviolenza. Con riferimento al primo, possiamo ricordare come, per Gandhi, non esistano verità assolute, in quanto la comprensione umana è imperfetta e determina inevitabilmente limiti e fallibilità dell'agire umano. Non esistendo una verità assoluta esistono ovviamente tante verità, e ciascuna di esse ha dunque una sua ragion d'essere e può, in certi suoi aspetti, rivelarsi fonte di ispirazione per il miglioramento dei rapporti sociali. Paradossalmente, il valore aggiunto di ciascuna verità deriva dal

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fatto di essere il prodotto di una prospettiva soggettiva: gli uomini, non potendo comunque conoscere la verità in modo oggettivo e assoluto, possono sperare di avvicinarvisi solo o proprio mettendo in relazione quante più possibili prospettive soggettive, quindi tante più possibili verità; si scoprirà così che ogni verità parziale favorisce l'avvicinamento tendenziale alla inarrivabile verità vera. I conflitti sono allora un confronto di verità che deve e può avere come obiettivo l'individuazione di prospettive sempre più ampie, quindi sempre più utili per l'evoluzione delle società umane, le quali per evolversi ed allontanarsi dalla violenza hanno bisogno di interagire reciprocamente per forgiare verità sempre più "utili". Il confronto tra verità che si attua in occasione di un conflitto costituisce appunto l'occasione per fare emergere quanto c'è di utile in ciascuna verità, attraverso un processo di selezione e raffinamento di ciascuna di esse. Ma tale obiettivo non viene raggiunto proprio quando il confronto è violento, eroe mutuamente esclusivo, ovvero finalizzato alla distruzione piuttosto che all'integrazione delle verità e delle prospettive altrui. Gandhi osserva inoltre che il riconoscimento del valore del relativismo determina anche un altro effetto positivo, vale a dire la tendenziale e progressiva rinuncia alla violenza: l'uso della violenza si giustifica, infatti, proprio in relazione alla presunzione di dover difendere verità assolute; viceversa, in nome di una verità che è solo parziale, in nome di una delle tante verità possibili, l'uso della violenza diventa automaticamente illegittimo e inconcepibile, ingiustificabile in tutti i sensi, sia sul piano giuridico che su quello politico e socioculturale, ma anche sul piano della scelta individuale, vale dire nell'intimo di ogni singolo individuo. In definitiva, il relativismo insegna, allo stesso tempo, a leggere in una prospettiva nuova e costruttiva il ruolo del conflitto, e ad allontanarsi dall'uso sconsiderato della violenza. Da

queste

considerazioni

scaturisce

evidentemente

il

terzo

elemento costitutivo della dottrina di Gandhi, il principio della nonviolenza.

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Questo concetto è più articolato di quanto si possa pensare e va ben oltre la semplice e incondizionata rinuncia alla violenza, assumendo diversi aspetti tra loro interconnessi: in primo luogo, la nonviolenza può essere vista come una scelta di principio individuale e soggettiva, che scaturisce da e si rafforza in un costante esercizio personale nel relazionarsi agli altri e ai problemi che quotidianamente devono essere affrontati. Può anche essere

una

scelta

collettiva,

frutto

prezioso

dei

condizionamenti

socioculturali dominanti in una società che ha raggiunto un livello di evoluzione tale da riconoscere l'oggettiva utilità di espungere la violenza dalle relazioni intersoggettive, creando a tal fine tutta una serie di costruzioni sociali che facilitano le dinamiche societarie nonviolente. Può essere vista come una scelta strategica, fatta cioè per ottimizzare il rapporto tra mezzi e fini, ma anche per condizionare la qualità dei fini, nella misura in cui il modo in cui si opera sulla realtà finisce per condizionare la qualità della realtà stessa; in questo caso si è profondamente convinti che esistano valide alternative alla violenza, al punto che vi è poi un rifiuto morale ed etico della violenza. Infine, può essere semplicemente una scelta tattica, cui si può essere obbligati in rapporto alle proprie effettive capacità e, in questo caso, ci si riduce alla forma più semplice di nonviolenza, la resistenza passiva; questa ultima è anche definibile come la "nonviolenza del debole", di colui il quale è costretto, per ragioni appunto tattiche, a rinunciare alla violenza, anche se - come invece accade nel caso precedente, in cui si può parlare di "nonviolenza del forte" - non necessariamente il soggetto è mosso da un rifiuto morale della violenza stessa, e quindi non ha interiorizzato le ragioni e la logica della nonviolenza. Ciò detto, è importante sottolineare come la distanza che esiste tra la nonviolenza gandhiana e certe forme di pacifismo integralista sia veramente sostanziale: quest'ultimo costituisce una rinuncia radicalmente incondizionata all'uso della violenza, anche al costo di accettare più o meno passivamente lo status quo - nel contesto occidentale ciò assume,

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per lo più, le forme di una visione estremizzata e vittimistica del cristianesimo - ma, al contempo, si rivela spesso capace di osteggiare con tale inflessibile acrimonia coloro che invece propongono l'uso della violenza, o anche solo della forza, da finire per assumere atteggiamenti di intransigenza di per sé violenti (ovvero contrari allo spirito della nonviolenza), segno che tali individui arrivano ad identificarsi a tal punto nella questione da acquisirne le caratteristiche, dando spazio a forme di violenza interiore, come l'ostilità e la collera. La

dottrina

della

nonviolenza

è,

invece,

in

tale

profondo

antagonismo alla violenza da contrapporsi sì ad ogni forma di violenza, ma in modo più consapevole ed attivo, fino a porsi - in maniera apparentemente paradossale - in perenne contrasto a tutte le sue manifestazioni, anche a costo di generare conflitti: nella misura in cui non vi è alcuna differenza tra uccidere e lasciare uccidere, può quindi essere un imperativo morale anche quello di innescare un conflitto finalizzato alla riduzione della violenza stessa purché - e qui sta la differenza con le forme oltranziste di certo pacifismo - la gestione di tale conflitto sia poi attuata, anche se solo unilateralmente, seguendo appunto i principi dell'azione nonviolenta. Tali principi ovviamente negano l'utilità della violenza persino quando si tratta di ostacolare la violenza, anche se ammettono l'uso della forza, seppur come estrema ratio. Il punto è abbastanza delicato, e si presta evidentemente a critiche, soprattutto se visto in una prospettiva e con una mentalità occidentale che, rispetto a quella orientale, cerca una definizione esclusiva degli opposti, piuttosto che una loro integrazione; tuttavia la regola aurea da seguire è semplice: in concreto si tratta di agire sempre rinunciando alla tentazione di usare la violenza, quasi come se non esistesse come opzione strategica percorribile e, quando non fosse possibile eludere né l'uso della forza, né il coinvolgimento in dinamiche violente, si vedrà di agire evitando di identificarsi con la violenza, ma utilizzando la logica della nonviolenza, quindi costantemente autolimitandosi, cercando di non lasciarsi sopraffare

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dagli istinti, dalle pulsioni e dalla logica della violenza, che alimenta se stessa. In simili casi la preoccupazione principale deve essere quella di restare aderenti ai principi nonviolenti: mentre il pacifista integralista è disposto a divenire anche interiormente intransigente, il pacifista nonviolento sa che per poter davvero sconfiggere la violenza, egli deve, in prima persona e prima di tutto, avere a cuore il mantenimento di una corretta posizione interiore. A tal fine è fondamentale riuscire a tenere costantemente quello che noi occidentali chiamiamo il "controllo della situazione" e che gli orientali chiamano invece, più correttamente, la "consapevolezza" o, più poeticamente, la "capacità di porsi in ascolto". Nel caso del pacifismo integralista può accadere che ci si lasci trascinare inconsapevolmente nelle dinamiche dei conflitti violenti, guidati dal prevalere di sentimenti di sostanziale intolleranza ed aggressività; nel caso della nonviolenza l'obiettivo primario è quello di ostacolare il conflitto, anche entrando nei meccanismi che le governano, ma mantenendo sempre un consapevole distacco dai metodi violenti e dalle loro logiche, quindi rinnegando ogni forma di aggressività ed intolleranza. Nel primo caso il rischio è quello di diventare involontariamente un ingrediente del conflitto violento; nel secondo caso ci si pone come "variabile impazzita" capace di alterare la natura stessa del conflitto. Da una prospettiva occidentale simili ragionamenti possono sembrare oscuri e poco definiti, ma non è un caso che le riflessioni sulla nonviolenza nascano in ambiti culturali orientali, dove niente è veramente definito e definibile, e la bontà di una scelta è assicurata dalla sensibilità e dall'intuito del decisore, e viene valutata in rapporto alla sua utilità per l'intera collettività. Ad ogni buon conto, Gandhi rifiuta la violenza anche per almeno altri quattro diversi motivi, senza dubbio più "razionali": 1. la violenza, anche se o proprio quando è organizzata, non determina soluzioni stabili e durature dei conflitti, tutt'al più li comprime, lasciandoli irrisolti, ma anche generando ragioni di future tensioni e attriti;

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2. l’impiego della violenza rende brutale l'uomo, lo induce ad assuefarsi ad essa, a giustificarla, a considerarla come una modalità interattiva utile in quanto capace di risolvere rapidamente le contese; 3. la violenza tende a far emergere altra violenza, sia portando alla ribalta uomini aggressivi e autoritari, sia facendo proliferare istituzioni e strutture organizzative che facilitano o promuovono l'esercizio della violenza stessa; 4. la violenza determina conseguenze irreparabili a carico dell'effettivo esercizio e della fruizione dei valori fondamenrali della democrazia e dei diritti umani, in quanto incompatibile con i principi dell'uguaglianza, della dignità e della libertà degli uomini, nella misura in cui chi è più forte è immancabilmente in condizione di prevaricare i più deboli. Tutti gli elementi fin qui ricordati costituiscono il fondamento del Satyagraha13, termine traducibile con "fermezza nella verità‖ concetto che riassume l'atteggiamento dell'individuo nonviolento il quale, in occasione di una qualsiasi competizione, si mostra fortemente motivato a difendere con tranquilla fermezza le proprie ragioni, senza mai prevaricare gli altri, cousapevole del relativismo della propria verità e convinto del fatto che il confronto

con

altri

portatori

di

verità

costituirà

l'occasione

per

ridimensionare e ad un tempo arricchire la propria verità. Egli è peraltro consapevole che chi difende le proprie ragioni con la violenza piuttosto che con la nonviolenza, rende palese la debolezza della propria verità, perdendo così un'occasione per migliorarla. Peraltro, così come l'uso della violenza svela la debolezza intrinseca di una verità che non sa "difendersi" da sola, un comportamento nonviolento, ma fermo, impressiona positivamente, rendendo autorevole la verità e anche il suo portatore: questo è in sintesi il senso del Satyagraha. Sulla scorta di queste riflessioni Gandhi ha ipotizzato diverse forme di lotta nel Satyagraha, che sono principalmente pensate per un contesto 13

Gandhi ha coniato il termine unendo i vocaboli sanscriti satya (verità) e graba (forza). Il Satyagraha conferisce, a chi lo sa attuare, un potere reale, oggettivo, «che nasce dall'amore e dalla nonviolenza». Rispetto a tutte le altre forme di lotta pacifista «il Satyagraha è gentile e non ferisce mai; non deve scaturire dalla collera o dalla malevolenza».

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politico interno, ma che possono, in parte, essere estese anche a contesti diversi, come a quello internazionale, ispirando forme di contrasto nonviolento a strategie che hanno invece carattere bellico. Esse si fondano, a loro volta, su una serie di regole e principi che verranno qui di seguito esposti: in primo luogo, le azioni ispirate al Satyagraha sono ovviamente nonviolente e quindi tendono ad astenersi da qualsiasi tipo di violenza fisica, verbale, o psicologica. Anche se, di fatto, provocano comunque un disagio e una sofferenza nell'antagonista bersaglio di questa forma di protesta, in linea di principio si tratta di una conseguenza indiretta - e, entro certi limiti, involontaria - di un obiettivo che in sostanza considera come prioritario riuscire a privare qualcuno della possibilità di esercitare uno sfruttamento ingiusto e indebito verso chi è più debole, vuoi perché lo è oggettivamente, vuoi perché non è disposto ad impiegare la violenza. Tali azioni hanno quindi lo scopo di evitare uno sfruttamento attuato con la coscienza di ledere diritti e interessi di individui obbligati a subire ingiustizie e violenze contro la propria volontà. Il secondo principio fondante è la coerenza delle forme di lotta con il fine: l'impegno di chi pratica il Satyagraha deve essere commisurato ed equilibrato rispetto al problema, mentre l'azione deve essere finalizzata a costruire

una soluzione

piuttosto

che

a distruggere

o

eliminare

l'interlocutore. Il terzo principio vuole che chi pratica il Satyagraha non cooperi mai con il male o con chi lo propaga; e non solo non si deve collaborare con chi opera seguendo obiettivi distruttivi ed ingiusti, ma non si deve neanche danneggiare colui che fa il male, poiché così facendo ci si collocherebbe al suo stesso livello. Il quarto principio parla della necessità di sapersi sacrificare per la propria causa, anche se il sacrificio e le sofferenze che ne conseguono non debbono essere accettate passivamente o, peggio ancora, cercate per spirito di puro vittimismo; anzi, nel limite del possibile la violenza contro se

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stessi deve essere evitata, così come vanno evitate le sofferenze che la propria lotta può far subire alla controparte; piuttosto, mostrando di saper accettare la sofferenza, chi opera il Satyagraha comunica sia alla controparte, sia agli auditores, l'effettivo valore della propria causa, come anche la gravità della situazione che si cerca di contrastare, al punto che spesso lo spirito di sacrificio impressiona l'avversario fino a indurlo a trattare. Il quinto principio suggerisce che è sempre necessario evitare l'insorgenza di divergenze profonde tra le parti, abituandosi a distinguere tra il male, da un lato, e gli individui che lo compiono, dall'altro; quindi si tratta di distinguere tra persone e ruoli che essi ricoprono, e si tratta di riuscire ad immedesimarsi nei fini dell'avversario e nelle ragioni che lo muovono o lo condizionano, anche allo scopo di evitare atteggiamenti rigide ed inflessibili nei suoi confronti: all'avversario deve essere sempre concessa la possibilità di cambiare posizione, evitando che egli diventi trappola dei nostri stessi pregiudizi. Il sesto principio ricorda che è necessario far sì che il conflitto, nei limiti del possibile, si mantenga ad un livello di tensione il più basso possibile; a tal fine, le varie forme in cui si può manifestare il Satyagraha, che corrispondono a diversi livelli di intensità della lotta (vedi paragrafo seguente), debbono essere esercitate in maniera completa e articolata, prima di passare a livelli di tensione più elevati. Infine, chi opera nel Satyagraha deve sempre riconoscere che la propria azione può essere viziata, sbagliata e imperfetta: in tal modo, da un lato ci si rende conto che è necessario esercitare una costante comprensione nei confronti della parte avversa; dall'altro c'è la possibilità che la controparte faccia la stessa cosa nei nostri confronti, venendo indotta a riflettere sulle proprie posizioni e sul fatto che esse siano opinabili. Dopo aver esaminato ragioni, regole e principi del Satyagraha, vediamo ora in quali forme concrete esso può manifestarsi, partendo da

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quella meno intensa, fino a considerare le azioni di lotta nonviolenta più impegnative: l. il negoziato: è la prima delle possibili modalità ed considerato anch'esso una forma atta, in quanto si confrontano posizioni diverse, che debbono essere sostenute in maniera nonviolenta, ma che possono anche dover essere difese in maniera dura, vale a dire con l'uso della violenza psicologica o verbale, anche se solo in casi estremi. In ogni caso si tratta di

un'occasione

per

il

confronto

delle

reciproche

posizioni,

per

l'esplicitazione degli obiettivi e per la ridefinizione dei rapporti tra le parti in causa. II. L’arbitrato: costituisce l'occasione per far sì che una parte, terza rispetto ai contendenti, ma profondamente coinvolta (quindi equidistante o, meglio, equivicina), si adoperi per mutare atteggiamenti e prospettive, in senso nonviolento, naturalmente. III. Agitazioni e dimostrazioni: a questo livello del Satyagraha l'obiettivo è quello di comunicare nella maniera più ampia possibile con la controparte e con tutti coloro i quali possono svolgere il ruolo di auditores, sfruttando tutte le modalità comunicative possibili, dirette e indirette, esplicite e simboliche, impiegando mezzi quali la stampa, la radiotelevisione, conferenze e raduni, anche clandestinamente quando non è possibile fare altrimenti. Regola fondamentale è che il messaggio deve essere costruttivo e non critico: piuttosto che aggredire verbalmente accusando la controparte di errori e misfatti, è necessario comunicare positivamente le proprie posizioni, i propri desideri e le proprie esigenze; lo scopo è quello di non aumentare la tensione con la controparte, rendere non ambigue le proprie ragioni ed influenzare positivamente l'opinione pubblica e coloro che mantengono atteggiamenti neutrali o non si schierano, al fine di aumentare la pressione, fino a che ciò possa scardinare posizioni negative. IV. L’'Hartal: questa forma di lotta è un'evoluzione della precedente nella misura in cui, permanendo le medesime logiche, si mira ad aumentarne

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significativamente la visibilità e l'intensità, individuando uno spazio ed un tempo limitato in cui produrre una manifestazione concreta del proprio dissenso; in concreto l'Hartal si resenta come una generale sospensione delle attività sociali e lavorative e, rispetto allo sciopero generale, si manifesta solo in uno specifico paese o regione, e non prevede particolari forme di mobilitazione. V. Sciopero e sciopero generale: gli scioperi, per poter avere efficacia ed essere coerenti con a logica del Satyagraha, devono essere chiaramente diretti contro l'interlocutore che si intende influenzare (il datare di lavoro, i soggetti istituzionali, ecc.), di modo che non vi siano equivoci e strumentalizzazioni possibili; deve inoltre essere proclamato solo a condizione che il consenso tra i membri della categoria scioperante sia pressoché unanime, altrimenti vuol dire che le ragioni della protesta non sono sufficientemente condivise (è mancata un'adeguata opera di convincimento), o non sono sufficientemente condivisibili. VI. Picchettaggio: questa forma di lotta può integrare quella precedente, nel senso che ha a funzione di mantenere l'unità nel gruppo degli scioperanti, dando l'esempio di forte impegno personale; lungi dall'essere una forma di protesta che impedisce agli altri di promuovere le proprie ragioni, o li obbliga ad aderire a quelle di chi protesta (poiché si avrebbe un impiego di violenza fisica o verbale), il picchettaggio deve costituire una sorta di "faro", di punto informativo a disposizione di quanti hanno bisogno di veder rafforzate le ragioni della protesta, o di quanti, essendo scarsamente informati, non vi hanno ancora aderito; si tratta in definitiva di una forma di comunicazione diretta. VII. Boicottaggio economico: con questa forma di lotta il Satyagraha passa ad un livello più incisivo e concreto, mirando ad erodere le capabilities economiche della controparte; in particolare, l'idea è di sfruttare le leggi del mercato mettendo anche a disposizione del mercato stesso merci alternative a quelle della controparte, di modo che il sacrificio per coloro che attuano o aderiscono al boicottaggio venga ridotto.

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VIII. Boicottaggio sociale: mira ad isolare la controparte negandole la possibilità di interazione e di comunicazione sociale; al fine di evitare che l'indisponibilità a comunicare con la controparte violi il principio del Satyagraha in virtù del quale bisogna sempre dare la possibilità alla controparte

di

interagire,

tale

boicottaggio

deve

essere

limitato

all'interazione non tanto con gli individui appartenenti alla controparte, ma solo con ciò che essi rappresentano: l'interazione informale dovrà quindi essere sempre possibile, oltre che favorita. IX. Dharma o sit-in: costituisce una antica forma di protesta indiana che consiste nell'occupazione di un'area possibilmente simbolica, da parte di singole persone o gruppi, che desiderano che le ragioni della loro protesta trovino una risposta da parte di coloro che sono all'origine del disagio; tale protesta deve essere però attuata senza che costituisca un impedimento, quindi una forma di violenza, nei confronti dell'antagonista; il sit-in deve essere accompagnato dall'enunciazione delle ragioni per cui la protesta viene messa in atto. X. Digiuno: la finalità del digiuno è duplice e, da un lato serve per purificare e rafforzare chi lo attua, dall'altro ha lo scopo di comunicare alla controparte, in maniera efficace e impressionante, le proprie ragioni e la propria determinatezza. XI. Boicottaggio fiscale: questa è la forma che in maniera più chiara ed esplicita colpisce l'istituzione e o Stato moderno e trova origine nel ragionevole desiderio di non essere complice di ingiustizie messe in atto dal governo di un Stato che, di fatto, finanzia ogni suo atto con le tasse dei contribuenti; affinché non si traduca in un escamotage per evadere il fisco, chi aderisce al Satyagraha dovrà alternativamente decidere di devolvere la somma che avrebbe dovuto destinare allo Stato ad un fondo di utilità sociale, eppure di pagare regolarmente quanto dovuto una volta che le istituzioni avranno cessato di praticare l'ingiustizia che viene contestata.

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XII. Non-collaborazione: chi partecipa al Satyagraha può decidere di non collaborare alle ingiustizie commesse dalla controparte anche evitando di violare la legge o di incorrere in sanzioni punitive, quindi semplicemente rallentando

o

rendendo

difficile

l'applicazione

della

volontà

della

controparte. XIII. Disobbedienza civile: in questo caso si tratta di infrangere le leggi che si ritengono ingiuste ma, affinché la "disobbedienza civile" non si trasformi in "disobbedienza criminale‖, chi la pratica deve essere disposto a farlo alla luce del sole e ad accettarne le conseguenze in termini di punizione, fino a sottomettersi volontariamente alla pena, onde dare un messaggio ben preciso in virtù del quale, nel denunciare una norma specifica, si riconosca comunque la legittimità dell'ordinamento che l'ha prodotta, si eviti che dal proprio esempio scaturiscano forme di anarchia sociale in cui tutti violano la legge e, infine, si ammetta che è possibile che il dimostrante stesso sia in errore. La disobbedienza civile, oltre ad essere individuale può essere collettiva, nel qual caso è importante che venga poi organizzata e gestita in maniera ordinata, affinché venga attuata in un'atmosfera di calma e consapevolezza. La disubbidienza civile può essere difensiva, quando è volta a tutelare chi protesta dall'abuso di potere attuato mediante leggi particolarmente autoritarie; oppure può essere offensiva, quando mira ad indebolire il potere delle istituzioni, dichiarando con questo gesto che non ci si sente subordinati ad un insieme di norme e regole che vengono usate in maniera ingiusta ed illegittima. XIV. Governo parallelo: al fine di evitare l'abbandono del sistema sociale all'anarchia innescata e forme di protesta più estreme sin qui descritte, ma anche al fine di rafforzare l'efficacia della protesta nel suo complesso, il Satyagraha prevede il progetto di creare un sistema in grado di sostituire con un governo parallelo le istituzioni o gli interlocutori antagonisti al movimento nonviolento.

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4.7 Approcci alla trasformazione dei conflitti: Galtung Del concetto di trasformazione del conflitto abbiamo giĂ avuto modo di parlare in diverse occasioni, in quanto costituisce un punto di arrivo importante nell'ambito delle tecniche negoziali e di mediazione.

Figura 2: i vari livelli delle possibili trasformazioni dei conflitti internazionali

In questo capitolo, dedicato all’ ideatore di questo approccio innovativo, che va diffondendosi in maniera significativa anche grazie al convinto sostegno di grandi organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, entreremo nel dettaglio del sistema. Per le definizioni generali del concetto rimandiamo a quanto già detto in precedenza, mentre qui riteniamo appunto utile precisare i diversi livelli che possono essere implicati nella trasformazione di un conflitto (cfr. figura14 sopra). Vedremo cosÏ che esiste un livello sistemico che riguarda gli elementi profondi che condizionano il conflitto, un livello strutturale che fa 14

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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riferimento al modo in cui sono organizzati i rapporti tra gli attori internazionali, ed uno intersoggettivo, che concerne l'evoluzione dei processi decisionali messi in atto da individui che rappresentano Stati, collettività o, in senso più generale, interessi. In dettaglio, quelli che seguono sono i cinque livelli nei quali può manifestarsi la trasformazione di un conflitto: I. Trasformazione del contesto (o del sistema): mutamenti che concernono la sovrastruttura cioè quei fattori esogeni rispetto alle dinamiche conflittuali - la quale condiziona in maniera sostanziale tutti gli elementi da essa inglobati (es.: cambiamenti che determinano modifiche nella natura degli attori, con l’insorgenza di nuove tipologie di interlocutori; la scoperta di nuove tecnologie, di nuove fonti energetiche o di nuovi armamenti; evoluzione dei principi ordinatori del sistema, ... ); II. Trasformazioni strutturali: mutamenti che riguardano la struttura del conflitto, cioè il modo in cui è organizzato, tenuto conto di tutte le possibili relazioni tra obiettivi, tra questi ed il resto del sistema (es.: mutamenti riguardanti le simmetrie di potere tra le parti in causa, l'organizzazione delle alleaze, mutamenti globali come la fine della guerra fredda, le guerre costitutive, ...) III. Trasformazioni degli attori: mutamenti che concernono numero e tipologie degli attori coinvolti, che si concretizzano in mutamenti di leadership che, a loro volta, possono determinare cambiamenti nella IV e V determinante. IV Trasformazioni individuali e di gruppo: mutamenti negli individui o all'interno dei gruppi, per cui cambia il loro modo di vedere di percepire o di affrontare il conflitto; questo tipo di cambiamenti può essere indotto da cambiamenti nelle determinanti del III tipo (attori) e può, a sua volta, indurre mutamenti nelle determinanti del V tipo (obiettivi). V. Trasformazioni degli obiettivi: quando gli attori mutano o stravolgono le priorità dei propri obiettivi, ponendo in primo piano obiettivi prima considerati non perseguibili o irrilevanti, oppure introducendo

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obiettivi nuovi in sostituzione di quelli vecchi, ritenuti obsoleti o inarrivabili; questa determinante può mutare in dipendenza di variazioni direttamente o indirettamente indotte da tutte le tipologie precedenti. In teoria, è su questi cinque livelli che sarebbe necessario intervenire per costruire la pace ma, evidentemente, sui primi due livelli non è possibile intervenire (modifiche e trasformazioni sono possibili, ma non sono alla portata di singoli individui; piuttosto sono il frutto dell'evoluzione sociale del sistema internazionale), mentre sul terzo, quarto e quinto livello è possibile progettare e costruire soluzioni comuni a problemi comuni, innescando in tal modo, dal basso, un processo di trasformazione dei singoli conflitti che, col tempo, si può ipotizzare finisca per impattare positivamente prima sul contesto strutturale, poi su quello sistemico. Tale progettazione si fonda evidentemente sull'approccio del problem solving e su tutto quell'insieme di strategie conciliatorie – di stampo costruttivista, piuttosto che realista - finalizzate alla reciproca comprensione e condivisione dei problemi, di cui abbiamo già avuto modo di parlare. L'approccio alla trasformazione dei conflitti sviluppato da Galtung e che lui chiama «metodo trascendente» - è particolarmente interessante anche da un punto di vista teorico e, nel prosieguo del capitolo, verrà descritto prima il ciclo di formazione dei conflitti da lui ipotizzato, poi il ciclo

antitetico

di

trasformazione

dei

conflitti.

Entrambi

sono

particolarmente complessi e articolati e suggeriscono quanto, al fine di trasformare effettivamente un conflitto, sia necessario riconoscere la complessità delle dinamiche che si instaurano in presenza di competizioni conflittuali. Il politologo norvegese è in effetti particolarmente attento a riconoscere e definire i vari elementi che intervengono nei processi che determinano l'insorgenza di un conflitto, nella convinzione che i conflitti siano dei "nemici" che vanno adeguatamente conosciuti per poter essere affrontati con successo.

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Non è un caso poi che, confrontando il ciclo di formazione di un conflitto con quello di trasformazione, si possa osservare come quest'ultimo, in molti aspetti, si sovrapponga letteralmente al primo, quasi a sottolineare come la possibilità di costruire la pace dipenda dalla capacità di trasformare nel loro opposto complementare i singoli elementi che normalmente contribuiscono all'insorgenza di un conflitto; in altri termini, alla base del modello di Galtung vi e la convinzione che quelle stesse funzioni che assicurano una competizione cooperativa, nel caso in cui si manifestino in maniera distorta e malata, possono determinare forme di competizione conflittuale. Gli elementi che alimentano il ciclo conflittuale15 sono nove e possono essere suddivisi in tre gruppi di tre, conosciuti come il triangolo del conflitto, il triangolo della violenza, il triangolo delle prospettive errate (vd. figura 3).

Figura 3: il ciclo conflittuale nella teoria di Galtung

15

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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Così come questi tre gruppi determinano il mantenimento della tensione conflittuale, al loro interno i tre elementi che li definiscono tendono a rinforzarsi reciprocamente, assicurando forza propulsiva all'intero ciclo e minacciando, conseguentemente, le quattro esigenze fondamentali

delle

collettività

e

degli

individui,

vale

a

dire

la

sopravvivenza, il mantenimento delle proprie identità, il bisogno di libertà, il desiderio di benessere. In particolare, nel caso del primo gruppo di tre elementi, quello definito "triangolo del conflitto", i fattori che determinano la permanenza degli attori nel conflitto sono a) comportamenti o atteggiamenti esteriori errati (che cioè prediligono l'uso di forme dirette di violenza), b) atteggiamenti interiori errati (che determinano sentimenti negativi), c) mancata volontà o incapacità di affrontare e risolvere le contraddizioni (predominio della percezione secondo cui le posizioni siano inconciliabili). All'interno del gruppo di cui stiamo trattando, ciascuno dei tre fattori alimenta negativamente l'altro: l'idea che le posizioni siano inconciliabili induce ad assumere atteggiamenti interiori ed esteriori errati; questi ultimi, a loro volta, rendono più profonde le contraddizioni e rafforzano sentimenti interiori negativi; e anche questi non mancano di confermare la convinzione che le contraddizioni siano effettivamente insanabili e che sia giusto preferire l'uso della violenza nelle interazioni intersoggettive. Il triangolo del conflitto alimenta ed è alimentato sia dal triangolo della violenza che dal triangolo delle prospettive errate: quest'ultimo mostra come vi siano tre diversi modi negativi di concepire le interazioni sociali che, inevitabilmente, creano i presupposti per l'insorgenza dei conflitti. La prima prospettiva errata è quella militare che preferisce ipotizzare soluzioni forzose e violente dei problemi; la seconda è quella che concepisce le relazioni unicamente in una prospettiva commerciale, secondo cui le soluzioni possano essere mercanteggiate; la terza è quella politica, che considera passibile trovare soluzioni ragionevoli soltanto nelle sfere alte, avulse dalle dinamiche conflittuali vere e proprie, che così

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scelgano di imporre le proprie soluzioni dall'alta. Queste tre prospettive non necessariamente si influenzano a vicenda come nel casa precedente, ma ciascuna è presente, con diversa intensità, ogni qual volta insorge un conflitto. L'ultimo gruppo di elementi, che completano il quadro, appartiene al triangolo della violenza, che può essere di tipo diretta, strutturale, oppure culturale. Queste tre forme di violenza rafforzano e sono rafforzate dai fattori presenti negli altri due triangoli; tuttavia, in questo gruppo di elementi ve ne sono due particolarmente difficili da gestire essendo, ad un tempo, il motore inerziale dei cicli conflittuali e gli elementi più difficili da sradicare. In effetti, la violenza strutturale incide sull'organizzazione profonda del tessuto sociale stessa determinando, da un lato, assuefazione alla repressione politica, all'espropriazione economica e all'alienazione culturale (è la manifestazione verticale della violenza strutturale) e, dall'altra, l'impossibilità di scegliere con chi stabilire legami sociali, determinando una

sostanziale

crisi

di

identità

individuale

alla

collettiva

la

manifestazione orizzontale della violenza strutturale). A sua volta, la violenza culturale avvelena in maniera diffusa e persistente la produzione di idee e memorie collettive, giustificando le altre due forme di violenza, tra cui quella diretta. Quest'ultima è semplicemente quella più visibile, quella più evidente, e cresce sul terreno della violenza strutturale, nutrita dalla violenza culturale; le sue diverse manifestazioni (visibili ed invisibili) irrobustiscono le altre due.

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Ma veniamo ora a definire la struttura del ciclo di trasformazione dei conflitti16 (vd. figura 4).

Figura 4: il ciclo delle trasformazioni dei conflitti nella teoria di Galtung

Quando si opera per trasformare in senso pacifico i conflitti è necessaria intervenire al fine di ribaltare la valenza dei tre triangoli appena esaminati, facendo trascendere la violenza nel sua contraria (cioè nella nonviolenza),

modificando

le

prospettive

e,

infine,

trasformando

radicalmente il rapporto con il conflitto e con ciò che esso rappresenta. Per quanta concerne il triangolo della nonviolenza, alla violenza diretta verrà sostituita la determinazione dell'utilizza di strumenti morbidi al fine di condizionare i propri interlocutori; dal canto sua la diffusione capillare di idee positive e costruttive, che eliminino dai singoli individui le pulsioni

16

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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distruttive, può contribuire all'eliminazione della violenza strutturale, nella misura in cui l'organizzazione del tessuto sociale può essere positivamente ridefinita dalla più ampia diffusione passibile di opportune forme di pensiero tra i membri delle collettività; infine, l'uso propositivo della parola, vale a dire la capacità di dialogare positivamente, sono in grado di ridefinire la memoria sociale ed i modelli culturali di una società. Con il triangolo delle prospettive corrette per prima cosa si osserva che viene meno l'idea che le interazioni sociali a intersoggettive debbano preferibilmente essere guidate dall'alto, e si consolida invece la convinzione che le prospettive veramente capaci di garantire la convivenza civile tra le parti sono quelle che si formano dentro il contesto sociale, grazie alle dinamiche di apprendimento sociale che si sviluppano in senso orizzontale, e non già secondo modalità verticali. Pertanto, la prospettiva errata della politica imposta dall'alto viene sostituita da una corretta prospettiva partecipativa, che garantisce un'individuazione e una gestione consapevole di soluzioni democratiche; l'errata prospettiva militare, ossessionata dal bisogno di prevaricare gli altri al fine di bruciare i tempi, viene sostituita dalla capacità di saper attendere il momento opportuno per

agire;

l'errata

prospettiva

commerciale

viene

sostituita

dalla

convinzione che una partecipazione ampia di tutti alla soluzione dei problemi induce gli attori a ragionare in termini di condivisione piuttosto che di mercificazione delle soluzioni. È a questo punto che iniziano a concretizzarsi le possibilità di trasformare il conflitto, perché gli attori capiranno l'importanza di assumere comportamenti corretti, cioè nonviolenti; saranno poi portati a sviluppare sentimenti di empatia al posto di atteggiamenti interiori negativi; riusciranno a concepire approcci creativi ai problemi, imparando che le contraddizioni appaiono insanabili solo a chi accetta di subirle. Ma affinché il circolo virtuoso che definisce il ciclo di trasformazione dei conflitti possa effettivamente essere innescato è indispensabile aggiungere un ingrediente fondamentale, quello che consente l'interruzione del corto

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circuito

conflittuale

che

intrappola

gli

attori

nel

meccanismo

precedentemente descritto. Questo ingrediente, pur facendo parte integrante del ciclo di trasformazione del conflitto, costituisce almeno in parte un fattore esogeno; può essere visto come un elemento che deve essere chirurgicamente innestato nel ciclo conflittuale al fine di dar luogo alla trasformazione del conflitto stesso. Stiamo parlando del triangolo della progettazione, definito da un insieme di tre elementi che sono tutti riconducibili ad una vera e propria attività professionale, quella del mediatore. È lui che deve stilare una diagnosi, per conoscere in dettaglio le cause che hanno scatenato il conflitto, deve fare una prognosi, per prevedere rebus sic stantibus la direzione tendenziale della situazione, deve proporre una terapia che sia in grado di riprogettare il futuro agendo,

simultaneamente,

su

quegli

elementi

che

troviamo,

rispettivamente, nel triangolo della nonviolenza, nel triangolo delle prospettive corrette, e nel triangolo della trasformazione dei conflitti. Prima di concludere questo capitolo riteniamo cosa utile proporre alcune considerazioni concrete riguardo alla questione in oggetto. Quelli che seguono sono quindi suggerimenti pragmatici su cosa non fare quando, avendo a cuore l'obiettivo di trasformare il conflitto, si comunica in un contesto conflittuale (Galtung): 1. Non manipolare, quindi dire apertamente cosa si intende raggiungere, ma chiarire anche la disponibilità a mettere in questione i propri stessi assunti. 2. Non attribuire rimproveri e colpe, ma enfatizzare il ruolo negativo dell'ambito sistemico-strutturale (nei suoi aspetti politici, economici e socioculturali), piuttosto che incolpare singoli individui o protagonisti. 3. Non assumere il ruolo di giudice o prete: il mediatore non è in nessun caso autorizzato o qualificato per giudicare al di sopra delle parti. 4. Non preoccuparsi troppo di ottenere un consenso ampio in tempi ristretti: l'obiettivo è arrivare a sviluppare idee adeguate; se e quando

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sono buone, probabilmente sono nuove, almeno dal punto di vista delle parti in causa; e se sono nuove può essere necessario del tempo perché si crei consenso intorno ad esse. 5. Non chiedere impegni da parte degli attori in conflitto, né orali né scritti: le idee funzionano e trovano la loro strada se i tempi sono maturi. 6. Non chiedere alle parti di cooperare sempre e comunque: se non si piacciono reciprocamente e preferiscono lavorare a soluzioni separate, può andare bene lo stesso; la comunanza non è l'obiettivo e può comunque essere raggiunta in un secondo tempo. 7. Non violare alcuna promessa. 8. Non cercare pubblicità: i media possono costituire un ausilio nella ricerca di strade per uscire dalla spirale del conflitto e della violenza, nient'altro. 9. Non cercare espressioni di gratitudine: la ricompensa consiste nei semi gettati che crescono; la punizione se ciò non accade. 10. Non accettare istruzioni dettagliate da chicchessia: altrimenti le parti perdono la sensazione di poter interloquire con un mediatore neutrale o che pensa con la sua testa. 11. Non voler programmare troppo gli altri: l'obiettivo è di consentire alle parti di imparare a procedere da sole. 12. Non deformare il conflitto: evitare, ad esempio, di definire agende ed obiettivi troppo lontani dalle preoccupazioni immediate delle parti.

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If you want to make peace, you don't talk to your friends‌ You talk to your enemies - Moshe Dayan

PARTE III JOHAN GALTUNG & LE NAZIONI UNITE

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5. Le teorie di J. Galtung applicate dall’ONU 5.1 Peacemaking, Peacebuilding & Peacekeeping: il ruolo delle Nazioni Unite

Il principale obiettivo delle Nazioni Unite consiste nel mantenere la pace e la sicurezza mondiale. Secondo quanto previsto dallo Statuto, gli Stati Membri convengono di risolvere le proprie controversie con mezzi pacifici e di evitare di minacciare altri Stati o di usare la forza contro di loro. Nel corso degli anni, l’ONU ha giocato un ruolo di primo piano nel contribuire a raffreddare le crisi internazionali e nel porre termine a conflitti di lunga durata. Le Nazioni Unite hanno organizzato e diretto complesse operazioni volte a creare le condizioni per il mantenimento della pace ed a gestire l’assistenza umanitaria. Hanno lavorato per evitare che i conflitti sfociassero in guerre aperte. E nelle situazioni post-belliche hanno sempre più frequentemente assunto iniziative coordinate per affrontare le cause che sono alle origini della violenza e gettare le fondamenta di una pace duratura. In

questo,

gli

sforzi

dell’ONU

hanno

prodotto

risultati

impressionanti. Le Nazioni Unite hanno contribuito a risolvere la crisi dei missili cubani del 1962 e la crisi mediorientale del 1973. Nel 1988, un accordo di pace patrocinato dall’ONU ha posto fine alla guerra fra Iran e Iraq, mentre l’anno successivo trattative patrocinate dall’ONU hanno portato al ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan. Negli anni ’90 le Nazioni Unite sono state protagoniste nel ristabilire la sovranità del Kuwait; esse hanno svolto un ruolo importante nel far cessare le guerre civili in Cambogia, El Salvador, Guatemala e Mozambico e risolvendo o riducendo

la

portata

dei

conflitti

in

numerose

altre

nazioni.

Quando, nel settembre 1999, una campagna di violenza costrinse 200.000 abitanti di Timor Est ad abbandonare le proprie abitazioni a seguito di un

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voto per l’autodeterminazione del Paese, l’ONU autorizzò l’invio di una forza di sicurezza internazionale, che contribuì al ristabilimento dell’ordine. Successivamente, un’Amministrazione Transitoria delle Nazioni Unite ha monitorato la transizione del territorio all’indipendenza, avvenuta il 20 maggio 2002 a Timor Est. E quando, l’11 settembre, i terroristi attaccarono gli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza agì rapidamente – adottando una risoluzione a largo raggio che obbligava gli Stati a garantire che qualsiasi persona che avesse partecipato al finanziamento, alla pianificazione, alla preparazione, all’attuazione o avesse sostenuto gli atti terroristici, venisse assicurata alla giustizia.

Peacemaking - Pacificazione L’attività di realizzazione della pace dell’ONU conduce parti ostili all’accordo utilizzando i mezzi della diplomazia. Il Consiglio di Sicurezza, nei suoi sforzi per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, può raccomandare strade per evitare il conflitto, o ristabilire o garantire la pace —mediante trattative, per esempio, o facendo ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia. Il Segretario Generale riveste a propria volta un ruolo importante nello stabilire la pace. Il Segretario Generale può sottoporre all’attenzione del Consiglio di Sicurezza qualunque questione che sembri minacciare la pace e la sicurezza internazionale, può usare i suoi "buoni uffici" per svolgere una mediazione, o esercitare una "diplomazia nascosta", dietro le quinte, operando di persona o tramite inviati speciali. Il Segretario Generale intraprende inoltre azioni di "diplomazia preventiva", volte a risolvere le dispute prima che queste peggiorino.

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Peacebuilding - Costruzione della Pace Nel tentativo di riuscire a costruire la pace dopo la guerra, l’ONU sta sempre più spesso intraprendendo attività che si concentrano sulle cause che sono all’origine del conflitto. A tale proposito, l’assistenza allo sviluppo rappresenta un elemento chiave. Lavorando in collaborazione con il sistema ONU, con la partecipazione dei Paesi donatori, dei Governi ospitanti e delle ONG, le Nazioni Unite cercano quindi di favorire il buon governo, di ripristinare legge e ordine, indire elezioni e favorire il rispetto dei diritti umani in nazioni che si battono per superare le conseguenze del conflitto. Al tempo stesso, così facendo, aiutano queste nazioni nella ricostruzione del sistema amministrativo, sanitario, educativo e degli altri servizi collassati a causa dei conflitti. Alcune di queste attività, come ad esempio la supervisione che nel 1989 l’ONU ha prestato alle elezioni in Namibia, i programmi di sminamento in Mozambico e l’addestramento delle forze di polizia ad Haiti, si svolgono nella cornice di un’operazione ONU per il mantenimento della pace e possono proseguire anche dopo la fine dell’operazione stessa. Altre vengono richieste dai Governi - come in Guinea-Bissau, dove l’Onu mantiene un ufficio di supporto per la costruzione della pace. Peacekeeping - Mantenimento della Pace Il Consiglio di Sicurezza decide le operazioni ONU per il mantenimento della pace e definisce loro estensione e mandato negli sforzi per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. La maggior parte delle operazioni comportano degli obblighi militari: verificare il rispetto di un cessate il fuoco, ad esempio, o creare una zona cuscinetto mentre i negoziatori cercano di trovare una soluzione a lungo termine. Altre operazioni possono invece richiedere l’impiego di forze di polizia o il coinvolgimento di civili che aiutino a organizzare le elezioni o a controllare

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il rispetto dei diritti umani. Altre ancora sono state predisposte per verificare gli accordi di pace, in collaborazione con le forze di mantenimento della pace di organizzazioni regionali. Le operazioni per il mantenimento della pace possono avere una durata che va da pochi mesi a molti decenni. L’operazione dell’ONU sulla linea del cessate il fuoco fra India e Pakistan nello Stato del Jammu e del Cashmire, ad esempio, ha avuto inizio nel 1949. Per contro, nel 1994 l’ONU ha potuto concludere la sua missione nella striscia di Aouzou, fra Libia e Ciad, in poco più di un mese. Dal primo dispiegamento degli operatori di pace dell’ONU avvenuto nel 1948, circa 130 Paesi hanno contribuito volontariamente con più di 1 milione di soldati, ufficiali di polizia e civili. Essi hanno prestato servizio, assieme a migliaia di civili, in circa 60 operazioni di mantenimento della pace. Dal febbraio del 2005, 103 Paesi hanno contribuito con circa 67.000 operatori in divisa – una cifra record. Disarmo Fermare

la

proliferazione

degli

armamenti

e

ridurre

ed

eventualmente eliminare tutte le armi di distruzione di massa costituisce uno dei principali obiettivi delle Nazioni Unite. L’ONU ha costituito un forum

permanente

per

le

trattative

sul

disarmo,

avanzando

raccomandazioni in proposito e iniziando degli studi sull’argomento. È a favore, tra l’altro, delle trattative multilaterali nella Conferenza sul Disarmo e in altri organismi internazionali. Queste trattative hanno prodotto accordi quali il Trattato per la Non Proliferazione Nucleare (1968), il Trattato per il Bando Totale dei Test Nucleari (1966) e i trattati che istituiscono le zone denuclearizzate. Altri trattati ratificati grazie al supporto dell’ONU sono quelli che proibiscono lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche (1992) e batteriologiche (1972), bandiscono le armi nucleari dai mari e

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dagli oceani (1971) e dallo spazio (1967); vietano o limitano altre tipologie di armamenti. Nel febbraio del 2005, erano 144 i Paesi aderenti alla Convenzione di Ottawa del 1997 che bandiva le mine antiuomo. A tale proposito, l’ONU incoraggia tutte le nazioni ad aderire a questo e ad altri trattati che mettono al bando gli armamenti. Le Nazioni Unite stanno inoltre sostenendo gli sforzi per prevenire, combattere e sradicare il commercio illecito delle armi di piccolo calibro e delle armi leggere - le armi utilizzate nella maggior parte dei conflitti nel mondo. Il Registro delle Nazioni

Unite

sugli

Armamenti

Convenzionali

ed

il

sistema

per

standardizzare i rapporti sulle spese militari contribuiranno a promuovere una maggior trasparenza nelle questioni militari. L’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica, con sede a Vienna, grazie a un sistema di accordi cautelativi, garantisce che materiali nucleari ed attrezzature originariamente destinati a usi civili non vengano riconvertiti a scopi militari. E all’Aia, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche raccoglie informazioni sugli impianti chimici del mondo intero e conduce ispezioni periodiche per garantire il rispetto della convenzione sugli armamenti chimici.

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5.2 Le Peace Support Operations (PSO) Alle varie forme di ―operazioni per il sostegno alla pace‖ meglio note con l’acronimo inglese PSO sono riconducibili tutte le operazioni finalizzate al ristabilimento della pace, che evitino, nei limiti del possibile, l’impiego di un approccio bellico. Infatti le PSO sono una border line tra l’attività diplomatica e gli interventi bellici classici. A tal fine, la Comunità Internazionale raggruppa nelle PSO le seguenti operazioni: 

Conflict prevention – prevenzione dei conflitti: azione politicodiplomatica di vasto respiro che, attraverso strumenti diplomatici, alleanze, politica dell’equilibrio, controllo egemonico, controllo sulle politiche interne ed estere degli Stati interessati, mira ad evitare l’insorgenza di conflitti locali o regionali più o meno allargati;

Controllo delle armi e della loro proliferazione: l’insieme delle attività che coadiuvano la conflict prevention, sia agendo a livello delle organizzazioni governative e del diritto internazionale, sia intervenendo con pressioni bilaterali o multilaterali, politicoeconomiche e diplomatiche, su determinati paesi;

Preventive diplomacy (diplomazia preventiva): azione mirante a risolvere le dispute mediante lo strumento diplomatico prima che scoppi una crisi o un conflitto;

Peace-making (pacificazione): azione a carattere essenzialmente politico-diplomatico, che impiega soprattutto strumenti pacifici per ridurre tensioni internazionali ormai già apertamente manifestatesi;

Peace-keeping (mantenimento della pace): azione intrapresa necessariamente con l’accordo preventivo delle parti, finalizzata a mantenere o ristabilire la pace mediante l’interposizione di forze neutrali, le quali hanno mandato di rispondere alla violenza solo per legittima difesa (con queste operazioni le parte terze raggiungono e eventualmente superano la soglia critica dell’uso della forza);

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Peace-enforcement (imposizione della pace): intervento con forze

militari

vere

e

proprie,

con

mandato

di

intervenire

coattivamente sulle parti in conflitto, anche in assenza dell’accordo delle parti in causa; 

Peace-building (costruzione della pace): azione che si sviluppa al termine di un conflitto ed è finalizzata a costruire le condizioni per una pace duratura, anche mediante interventi economici e di monitoraggio

socio-politico

sul

territorio.

Questa

operazione

prevede spesso l’organizzazione e la supervisione dei processi elettorali; 

Operazioni umanitarie e operazioni di evacuazione non militare: tutte le attività finalizzate a soccorrere popolazioni che hanno subito o stanno subendo le conseguenze dirette o indirette di una guerra.

Schema17 riassuntivo:

Figura 5: l’evolversi di un conflitto come una patologia 17

Carlo Simon Belli (2005), La risoluzione dei conflitti internazionali, Perugia, Guerra Edizioni.

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5.3 L’apparato dello UN Peacebuilding & Peacekeeping In questo paragrafo vorrei soltanto spiegare brevemente al fine di una maggior comprensione, i due motori principali a disposizione delle Nazioni Unite nell’ambito della creazione e del mantenimento della pace. Anche qui come ben si può notare in questa tesi, è possibile intravedere lo zampino di Galtung il quale ha anche coniato il termine Peacekeeping. L’architettura dello UN Peacebuilding18 comprende tre organi principali: la Peacebuilding Commission, il Peacebuilding Fund e infine

il

Peacebuilding Support Office. Queste tre organismi

collaborano insieme nel: 

Progettare e coordinare le strategie per la costruzione della pace;

Perseguire e promuovere la pace in paesi colpiti da conflitti raccogliendo

sostegno

e

sforzi

internazionali

per

il

peacebuilding; 

Fornire un efficace aiuto ai paesi in transizione da un stato di guerra ad una pace duratura. La Peacebuilding Commission, che divenne operativa nel

2006, è un organo intergovernativo di consulenza delle Nazioni Unite con il compito di sostenere i paesi in transizione dalla guerra a una pace duratura. Questa si compone di 31 membri provenienti dal CdS, Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC), AG, istituzioni finanziarie internazionali, donatori, governi, personale militare e rappresentanti della società civile. Il suo compito principale è quello di promuovere strategie post-conflitto per la creazione della pace e la ripresa sotto tutti gli aspetti del paese in questione.

18

United Nations – Department of Public Information DPI (2011), Basic Facts about the United Nations, New York, UN publications.

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Il Peacebuilding Fund, un fondo permanente pluriennale per il post-conflict peacebuilding, finanziato da contributi volontari. Questo organo ha come funzione principale quella di assicurare risorse immediate per avviare attività di peacebuilding quando necessarie e la disponibilità di finanziamenti appropriati per la ripresa. Il Peacebuilding Support Office, ha il compito invece di assistere

e

sostenere

la

Peacebuilding

Commission,

gli

amministratori del Peacebuilding Fund ed essere al servizio del Segretario Generale per quanto concerne la coordinazione delle Agenzie ONU nei loro sforzi per la creazione della pace. Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, ―UN peacekeeping operations‖ per restare nel mondo anglossassone, rappresentano uno strumento centrale utilizzato dalla comunità internazionale per promuovere la pace e la sicurezza. Il ruolo del peacekeeping è stato riconosciuto nel 1998, quando le forze dell’ONU per il mantenimento della pace hanno ricevuto il Premio Nobel per la Pace appunto. Sebbene non specificatamente previsto nella Carta delle Nazioni Unite, l’ONU introdusse per la prima volta in assoluto il peacekeeping nel 1948 con l’istituzione dell’ United Nations Truce

Supervision Organization (organizzazione delle Nazioni Unite per la supervisione della tregua) nel Medio Oriente. Da quella data a oggi sono state istituite 67 operazioni di peacekeeping di cui 15 ancora attive più 1 missione politica speciale (vd. Annesso I).

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Per quanto riguarda l’apparato del Peacekeeping19, questo è formato da ben tre dipartimenti che naturalmente si trovano presso il Segretariato delle Nazioni Unite a New York, o se più vi aggrada per usare un linguaggio giornalistico, presso il ―Palazzo di Vetro‖: Il

Department of Peacekeeping Operations, il Department of Political Affairs e il Department of Field Support. Il Department of Peacekeeping Operations (DPKO) – dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace è responsabile nell’assistere gli stati membri e il SG nel loro sforzi per mantenere, raggiungere e sostenere la pace e la sicurezza internazionale. ed è stato creato nel 1992 allorquando assunse le funzioni fino ad allora svolte dal Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari speciali. Entrando in maniera più approfondita nelle competenze, il DPKO si interessa delle attività di peacekeeping, con una struttura organizzata prevalentemente per materia in cui la parte

politica, la componente

militare, quella di sostegno,

unitamente alla Divisione di Polizia ed al Mine Action Centre, si incontrano periodicamente (almeno tre volte la settimana) per l’esame della situazione generale e per discutere i provvedimenti che

richiedono

maggiore

coordinazione.

Il

Direttore

del

Dipartimento dirige le operazioni di peacekeeping per conto del SG e formula politiche e linee guida per le varie operazioni oltre a fornire i propri pareri al SG su qualsiasi materia collegata al peacekeeping e alle mine. L’attuale Direttore o meglio Under-

Secretary General è Mr. Hervé Ladsous (Francia).

19

United Nations – Department of Public Information DPI (2011), Basic Facts about the United Nations, New York, UN publications.

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Il Department of Field Support (DFS) – Dipartimento per il sostegno sul campo ha come compito principale quello di gestire questioni

concernenti

budget,

logistica,

information

and

communication technology (ICT), risorse umane e amministrazione al fine di aiutare le missioni sul campo a promuovere la pace e la sicurezza. A capo di questo Dipartimento vi è l’Under-Secretary

General, Ms. Ameerah Haq (Bangladesh). Naturalmente per garantire unità di comando nelle varie operazioni, il Capo del DFS riceve direzioni ed è agli ordini dell’Under-Secretary General del DPKO. Il Department of Political Affairs (DPA) – Dipartimento per gli affari politici, riveste un ruolo chiave nelle iniziative dell’ONU atte a prevenire e risolvere i conflitti nel mondo e a consolidare la pace in seguito a guerre. Compito centrale del Dipartimento è di monitorare, analizzare e valutare potenziali o attuali conflitti in cui le Nazioni Unite possono giocare un ruolo utile nel controllo e nella risoluzione di questi ultimi. Ovviamente il DPA consiglia, assiste e fornisce suggerimenti e raccomandazioni al Segretario Generale e ad altri organi del sistema Nazioni Unite, lavorando a stretto contatto con il DPKO e il DFS. L’attuale Under-Secretary General è Mr. Jeffrey Feltman (USA).

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5.4 L’ONU in Africa, Europa, Medio Oriente, Americhe, Asia e Pacifico

…in Africa Nel corso degli anni gli sforzi dell’ONU20 in favore della pace sono stati di diverso genere. Tra gli altri ricordiamo la lunga campagna contro l’apartheid in Sud Africa, l’attivo sostegno in favore dell’indipendenza della Namibia, 23 operazioni per il mantenimento della pace e una quantità di missioni in favore delle elezioni. Le operazioni più recenti sono state quelle istituite in Liberia (2003), in Costa d’Avorio e in Burundi (2004) e la Missione delle Nazioni Unite recentemente autorizzata in Sudan (marzo 2005). L’ONU era già presente sul territorio del Sudan per affrontare quella che il Coordinatore ONU dell’Assistenza di Emergenza aveva definito la peggiore crisi umanitaria non naturale al mondo. La comunità umanitaria globale – comprese le Nazioni Unite, le Organizzative non-governative, la famiglia della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa – aveva già messo in campo 9.000 operatori umanitari, dei quali circa 1.000 a livello internazionale. Nel marzo 2005, sulla base della scoperta di numerose violazioni dei diritti umani, il Consiglio di Sicurezza deferì la situazione nella regione del Darfur in Sudan, a partire dal 1 luglio 2002, al Pubblico Ministero della Corte Criminale Internazionale.

20

Fonte: United Nations Regional Information Center (UNRIC - http://www.unric.org)

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Le Nazioni Unite hanno intrapreso ampi sforzi diplomatici per ripristinare la pace nella regione dei Grandi Laghi e collaborano alla preparazione di un referendum sul futuro del Sahara Occidentale. In Africa, le Missioni sul campo delle Nazioni Unite portano avanti le attività di costruzione della pace (peacebuilding) nella Repubblica Centrale Africana, in Guinea-Bissau, in Somalia e nella regione dell’Africa Occidentale.

… in Europa La forza delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace a Cipro continua a controllare le linee di cessate il fuoco, a mantenere la zona cuscinetto e a svolgere attività umanitarie sull’isola divisa. La sua presenza rappresenta un elemento positivo per gli sforzi diplomatici del Segretario Generale e dei suoi Consiglieri Speciali, sforzi volti a promuovere i negoziati e a raggiungere un ampio compromesso. L’ONU ha lavorato strenuamente per risolvere il conflitto nella ex Jugoslavia e fornire assistenza umanitaria a circa 4 milioni di persone. Dal 1992 al 1995, gli operatori di pace delle Nazioni Unite hanno aiutato a portare la pace e la sicurezza in Croazia, a proteggere i civili in BosniaErzegovina e ad assicurare che l’ex Repubblica di Macedonia non venisse coinvolta nel conflitto. A seguito degli accordi di pace di Dayton-Parigi del 1995, quattro Missioni delle Nazioni Unite hanno contribuito ad assicurare la pace. Oggi, la Missione di amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) continua a collaborare con la popolazione del Kosovo per la creazione di una società democratica, funzionante e con una effettiva

autonomia.

Creata

nel

1999

a

seguito

della

fine

dei

bombardamenti aerei della NATO e del ritiro delle forze jugoslave, l’UNMIK riunisce forze dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la Sicurezza e

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la Cooperazione in Europa e le Nazioni Unite sotto la protezione del sistema ONU. In Abkhazia, in Georgia, mentre la missione degli osservatori militari dell’ONU svolge il proprio mandato per il mantenimento della pace, gli sforzi diplomatici hanno continuato a cercare una soluzione di vasta portata al conflitto fra georgiani e abkhazi.

… nel Medio Oriente Il coinvolgimento delle Nazioni Unite nel conflitto Arabo-Israeliano dura ormai da 60 anni durante i quali si sono svolte cinque guerre. A tale riguardo, l’ONU ha definito i principi per una pace giusta e duratura, contenuti in due fondamentali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza— la 242 del 1967 e la 338 del 1973 — che rimangono la base per un accordo complessivo. L’ONU ha sostenuto altre iniziative tese a risolvere i problemi politici di fondo e ha inviato nella regione una quantità di operazioni per il mantenimento della pace. Il primo gruppo di osservatori militari delle Nazioni Unite venne istituito nel 1948 e mantiene la sua presenza nell’area ancora oggi. Poi, nel 1956, durante la crisi di Suez, l’ONU costituì la sua prima forza per il mantenimento della pace. Attualmente nella regione stazionano due forze per il mantenimento della pace. Una, creata nel 1974, serve a mantenere un’area di separazione fra le truppe israeliane e quelle siriane sulle Alture del Golan. L’altra, formata nel 1978, contribuisce alla stabilità nel Sud del Libano; nel 2000 ha verificato il ritiro delle forze israeliane dall’area. Sul fronte diplomatico, le Nazioni Unite partecipano attivamente ai tentativi di raggiungere una soluzione negoziata in qualità di membro del ―Quartetto‖ – che comprende le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Federazione Russa. Nel 2003, una ―Road Map‖ con una soluzione permanente dei due Stati, presentata dal Quartetto è stata accettata da entrambe le parti ma non è stata ancora attuata. Nel

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frattempo, attraverso le azioni del Consiglio di Sicurezza e di altri organismi, così come del Segretario Generale e del Suo Coordinatore Speciale per il Processo di Pace in Medio Oriente, le Nazioni Unite continuano a promuovere una risoluzione pacifica della situazione. In Iraq, a seguito della fase più attiva della guerra, il Consiglio di Sicurezza, il 14 agosto del 2003, ha creato la Missione di assistenza ONU per l’Iraq (UNAMI). Il suo obiettivo era quello di coordinare l’assistenza umanitaria e di ricostruzione e di assistere durante i processi politici volti a creare un governo di sovranità riconosciuta a livello internazionale in Iraq. Alcuni giorni più tardi, il 19 agosto, il quartiere generale delle Nazioni Unite a Bagdad è stato obiettivo di un attacco terrorista causa della morte di 22 persone, compreso il capo della Missione Sergio Vieira de Mello, e di oltre 150 feriti. A seguito dell’attacco, il Segretario Generale decise di ritirare la maggior parte del personale internazionale dell’ONU basato a Bagdad, mantenendo

solo

un

piccolo

team

per

l’assistenza

umanitaria

indispensabile. Tuttavia, le Nazioni Unite continuano a fornire assistenza sia dall’interno sia dall’esterno dell’Iraq, compresa la fornitura di cibo, acqua e servizi sanitari in tutto il paese – facendo affidamento soprattutto sul proprio staff iracheno. La fine dell’occupazione e il ripristino formale della sovranità irachena il 28 giugno 2004 hanno segnato una nuova fase nel processo di transizione in Iraq, portando alle elezioni dirette il 30 giugno 2005. Con il sostegno dell’UNAMI, del Rappresentante Speciale del Segretario Generale e della divisione di assistenza elettorale delle Nazioni Unite e nonostante la continua minaccia di violenza, gli iracheni affluirono per esercitare i propri diritti politici. L’Assemblea di Transizione Nazionale, risultato di tali elezioni, redigerà una costituzione permanente che verrà in seguito presentata alla popolazione tramite un referendum nazionale durante il corso dell’anno.

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… nelle Americhe Gli operatori di pace dell’ONU hanno avuto un ruolo fondamentale nel risolvere i prolungati conflitti dell’America Centrale. Nel 1989, in Nicaragua, lo sforzo di pace ha portato alla volontaria smobilitazione del movimento di resistenza, i cui membri hanno consegnato le proprie armi all’ONU. Nel 1990 una missione delle Nazioni Unite ha controllato lo svolgimento delle elezioni in Nicaragua — le prime elezioni svolte sotto il controllo ONU in una nazione indipendente. In El Salvador, i colloqui di pace svolti con la mediazione del Segretario Generale hanno posto fine a un conflitto che durava da 12 anni e una missione ONU per il mantenimento della pace sta verificando l’attuazione di tutti gli accordi. In Guatemala, trattative assistite dalle Nazioni Unite hanno posto la parola fine a una guerra civile che continuava ormai da 35 anni. A seguito della partenza del Presidente Jean-Bertrand Aristide da Haiti il 29 febbraio 2004, il Consiglio di Sicurezza, rispondendo ad una richiesta del Presidente ad interim di Haiti, autorizzò il dispiego immediato di una forza multinazionale per sostenere il processo pacifico e costituzionale del paese garantendo condizioni stabili e sicure. Il Consiglio creò di conseguenza una Missione di stabilizzazione ONU ad Haiti, che sostituì nell’incarico la forza multinazionale nel giugno 2004. La Missione ONU ha lavorato per permettere lo svolgimento delle elezioni nel 2005 e il trasferimento di potere al Presidente eletto il 7 febbraio 2006.

… in Asia e nel Pacifico A partire dal 2002, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha lavorato per promuovere una riconciliazione nazionale e per adempiere ai compiti affidati alle Nazioni Unite con l’Accordo di Bonn del 2001 – compresi i settori dei diritti umani, dello stato di diritto e delle pari opportunità - così come l’amministrazione di tutte le attività

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umanitarie, di assistenza, di ripresa e di ricostruzione delle Nazioni Unite in Afghanistan, in coordinazione con il governo afgano. L’UNAMA incorpora tutte le attività delle Nazioni Unite in Afghanistan, comprese quelle delle 16 Agenzie dell’ONU, collaborando con gli omologhi del governo afgano e con le ONG nazionali e internazionali. Quando la missione di pace in Tagikistan completò il suo lavoro nel 2000, venne aperto un ufficio ONU incaricato di occuparsi del quadro politico e della leadership per le diverse attività di costruzione della pace (peacebuilding). Gli osservatori militari delle Nazioni Unite continuano a monitorare la linea di cessate il fuoco tra India e Pakistan nello stato di Jammu e Kashmir. A Timor Est, i colloqui mediati dall’ONU fra Indonesia e Portogallo sono culminati in un accordo nel maggio 1999 che ha aperto la strada ad una consultazione popolare sullo status del territorio. In base all’accordo, una missione delle Nazioni Unite ha verificato la registrazione dei votanti e il referendum dell’agosto 1999, in occasione del quale il 78 per cento degli abitanti di Timor Est ha votato a favore dell’indipendenza - portando alla creazione dello stato indipendente di Timor Est il 20 maggio 2002. Una Missione di Supporto delle Nazioni Unite a Timor Est (UNMISET) è rimasta nel paese nel maggio 2005 per coadiuvare nella creazione delle strutture amministrative centrali, compreso il sistema giudiziario e l’applicazione della legge, contribuendo allo stesso tempo al mantenimento della stabilità e della sicurezza. Le Nazioni Unite hanno inoltre aiutato il governo delle Papua Nuova Guinea e Bougainville a raggiungere un accordo di vasta portata relativo alle questioni dell’autonomia, del referendum e del disarmo.

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5.5 Interviste presso il Segretariato delle Nazioni Unite Questo paragrafo racchiude una serie di domande e risposte che l’autore di questa tesi ha avuto modo di rivolgere e raccogliere personalmente durante vari colloqui presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, USA. A tutti gli intervistati sono state poste le stesse domande o alcune di esse (per motivi di tempo) e poiché tutte le risposte erano molto simili, l’autore ha preferito al fine di facilitare la lettura, riportare per ogni singola domanda un’unica risposta chiara, breve, comune e aggregata. Grazie ad una precedente esperienza lavorativa dell’autore di questa tesi presso il Segretariato dell’ONU a New York e precisamente nel Department of Public Information, Strategic Communications Division, Development Section, è stato possibile avere l’opportunità di incontrare personalmente vari funzionari21 ONU di alto livello come ad esempio: il Chief of Public Affairs Section e portavoce del Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace (DPKO), l’Associate Spokesperson for the Secretary-General e parecchi Public Information & Affairs Officers non soltanto del DPKO ma anche di altri dipartimenti. Ovviamente i colloqui si sono tenuti in lingua inglese, pertanto sia le domande che le risposte sono state tradotte dall’autore.

21

Per motivi di privacy sono state riportate in questa tesi soltanto le loro posizioni all’interno del Segretariato delle Nazioni Unite.

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1) Il termine Peacekeeping è emerso per la prima volta più di 30 anni fa grazie al lavoro del Prof. Johan Galtung che esortò per la creazione di strutture di peacebuilding al fine di promuovere una pace sostenibile, combattere le cause alla radice dei conflitti violenti e sostenere le capacità locali per la gestione della pace e della risoluzione dei conflitti. Come possono le Nazioni Unite seguendo gli approcci di Galtung

promuovere

strumenti

di

pace

durante

un

conflitto? Se diamo uno sguardo al peacekeeping negli anni ’90 periodo di forti tensioni dovute a conflitti come in Ruanda e Bosnia, possiamo comprendere che ci fosse bisogno di un cambiamento. Il Segretario Generale Kofi Annan (1997-2006), nominò nel marzo del 2000 una Commissione sulle operazioni di pace delle Nazioni Unite (Panel on United Nations Peace Operations) al fine di valutare e fornire suggerimenti e raccomandazioni su tale sistema tenendo presente cosa si era appreso dai precedenti conflitti. La Commissione era formata da professionisti con lunga esperienza nel campo della prevenzione conflitti, peacekeeping e peacebuild. Il risultato che ne conseguì fu il Rapporto Brahimi, che prese il nome per l’appunto dal Presidente della suddetta Commissione, Lakhdar Brahimi. Il Rapporto esortava tre principali raccomandazioni: 

Un rinnovo dell’impegno politico da parte degli Stati Membri;

Un profondo cambiamento istituzionale; e

Un incremento nel sostegno finanziario. Come dichiarò al Consiglio di Sicurezza il Presidente della

Commissione sulle operazioni di pace, è importante capire che non si possono avviare operazioni di peacekeeping dove non vi sia pace

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da mantenere. I peacekeeper non sono un esercito e non sono autorizzati a combattere una guerra. Pertanto è stato rilevante far emergere ciò al CdS perché spesso quest’ultimo si trova con paesi che non sanno come agire di fronte ad una crisi e inoltre spedire peacekeeper con poche risorse e che non sanno cosa fare, non è per niente una soluzione. A tal fine tutte le operazioni di peacekeeping per essere efficaci,

devono

possedere

le

giuste

risorse

finanziarie,

equipaggiamenti adeguati, e cosa fondamentale operare in base a mandati chiari, credibili e realizzabili. Tutto ciò portò a diverse riforme significative all’interno delle Nazioni Unite per quanto riguardava il peacekeeping e il peacebuilding, soprattutto con le riforme del DPKO contenute nel Peace Operation 2010. L’importanza di promuovere strumenti di pace diceva Galtung, è uno degli obiettivi principali in una missione di peacekeeping. Infatti riuscire a trovare un punto di incontro tra le parti,

tramite

negoziati

ovviamente

dopo

un

―cease-fire‖

rappresenta un passo in avanti verso la conciliazione e risoluzione del conflitto. Ciò che sempre di più il peacekeeping sta attuando è il fatto di evolversi dal non essere più soltanto ―Boots on the ground‖ ma di provare a rafforzare le relazioni e ―build capacity‖. Tuttavia spetta poi al paese uscito da un conflitto riuscire ad investire nelle giuste aree (tra cui anche la Conflict Prevention) e solo ciò potrà portarlo ad una pace sostenibile e a ritrovare la sua leadership invece di accettare un controllo esterno.

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2) Quali sono le principali sfide che le Nazioni Unite devono affrontare durante un conflitto internazionale? Durante un conflitto internazionale ci sono moltissime sfide da affrontare da parte nostra. Per il peacekeeping la sfida maggiore risiede nell’ottenere il sostegno politico e finanziario da parte del Consiglio di Sicurezza e degli Stati Membri. Avere il sostegno politico del CdS è vitale per consegnare il mandato e ci occorre un forte mandato, e ovviamente abbiamo bisogno di risorse proprio come sta accadendo ora con l’enorme crisi scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo, dove benché siamo sul posto non abbiamo risorse, personale ed elicotteri a sufficienza per attuare il mandato e proteggere la popolazione civile. La più grande sfida da affrontare per l’appunto durante un conflitto è proprio questa, il fatto di trovarsi sul campo ma con sostegno

e

strumenti

non

adeguati.

Ovviamente

un’altra

fondamentale è quella di riuscire ad arrivare ad un cessate il fuoco (art. 40 Cap.VII della Carta delle Nazioni Unite – misure provvisorie) nel più presto possibile e arrestare i combattimenti, tutto ciò comporta anche arrivare ad un accordo tra le parti.

3) La

prassi

dell’invocare

l’applicazione

della

clausola

descritta nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, cambia

qualcosa

nelle

tradizionali

operazioni

di

peacekeeping? Certamente.

Il

peacekeeping

si

distingue

per

tre

caratteristiche: consenso dello Stato territoriale, imparzialità tra le forze in campo e il non uso della forza, tranne che in legittima difesa e per proteggere i civili.

~ 87 ~


Quando una minaccia alla pace viene portata all’attenzione del Consiglio di sicurezza, questo generalmente chiede alle parti di trovare una soluzione pacifica. Se la situazione di conflitto persiste, il Consiglio cerca di ottenere un cessate il fuoco. In base al capito VII della Carta, il Consiglio di Sicurezza può adottare misure di esecuzione (enforcement measures) al fine di mantenere e instaurare nuovamente la pace e la sicurezza internazionale. Tali misure oscillano da sanzioni economiche (es. embargo, interruzione delle comunicazioni ferroviarie, aeree, marittime, radiofoniche ed altre) alla rottura delle relazioni diplomatiche, come disposto dall’art.41 del Cap.VII riguardanti le misure coercitive non comportanti l’uso della forza. Questo tipo di sanzioni sono state imposte negli ultimi anni a diversi paesi quali: Afghanistan, Eritrea, Etiopia, Iran, Iraq, Somalia, ecc. Tuttavia quando gli sforzi inerenti la creazione della pace falliscono, azioni più dure possono essere autorizzate in base al Cap. VII della Carta. Il Consiglio di Sicurezza autorizzò una coalizione di stati membriad usare ―tutti i mezzi necessari‖ (all

necessary means), come successe con l’operazione ―Desert Storm‖ per ottenere il ritiro dell’Iraq dal Kuwait incluso l’uso della forza armata per far fronte ad un conflitto allo scopo di riportare o stabilire la pace e la sicurezza internazionale come avvenne ad esempio in Libia (2011), a Timor Est (1999 – 2006), in Albania (1997), ad Haiti (1994), in Ruanda (1994), in Somalia (1992) e in Iraq (1991). Queste

azioni,

sebbene

autorizzate

dal

CdS,

furono

interamente sotto il controllo degli stati partecipanti alla coalizione. Non si trattava di operazioni di peacekeeping istituite dal CdS e dirette dal Segretario Generale.

~ 88 ~


4) L’ONU non ha una propria forza militare e gli stati membri forniscono il personale militare e di polizia richiesto per ogni operazione. A tal proposito, contingenti militari rispondono alle proprie autorità nazionali per la difesa anche se le operazioni di Peacekeeping sono dirette dal Segretario Generale (solitamente da un rappresentante speciale) mentre un Comandante delle Forze è responsabile per gli aspetti tattico-militari delle operazioni. Può questa mancanza

di

controllo

influenzare

un’operazione

di

Peacekeeping? Sarebbe meglio predisporre di una specie di esercito delle Nazioni Unite? Non effettivamente. Il Segretario Generale è colui che costituisce la forza militare e spetta a lui individuare gli Stati che vogliono fornire volontariamente i contingenti per tale forza. Tuttavia al fine di rendere più continua la partecipazione alle operazioni di peacekeeping sono stati istituiti due meccanismi ovvero gli Stand-by Arrangements (dove gli Stati membri mettono a disposizione dell’ONU dei contingenti addestrati per le operazioni di mantenimento della pace) e la Shirbrig acronimo per Stand-by Forces High Readiness Brigade (forza di intervento rapido). Mentre i peacekeepers mantengono la pace sul campo, i mediatori delle Nazioni Unite si incontrano con i leader delle fazioni o degli Stati in lotta e cercano di raggiungere una soluzione pacifica. Esistono due tipi di operazioni di peacekeeping: le missioni degli osservatori e le forze di peacekeeping. Gli osservatori non sono armati. I soldati impiegati nelle operazioni di pacekeeping portano con sé armi leggere, da utilizzare soltanto in caso di autodifesa. I soldati dell’ONU sono facilmente identificabili grazie allo stemma delle Nazioni Unite e ai berretti blu che indossano

~ 89 ~


quando sono in servizio. Il casco blu, che è diventato il simbolo dei soldati ONU, viene portato con sè dai soldati durante ogni operazione e utilizzato in caso di pericolo. I peacekeeper indossano le proprie uniformi nazionali. Il fatto che le Nazioni Unite sono composte da tanti e diversi paesi, una volta che ci troviamo in paesi in conflitto ciò assicura legittimità, perché non abbiamo nessun interesse, siamo neutrali e pluralisti e ciò e a nostro favore. Di contro vi è che abbiamo così tante persone differenti per via delle loro culture, equipaggiamenti e richieste che a volte non è sempre così facile gestire e coordinare così tanti operatori.

5) Il decennio terminato nel 2010 ha testimoniato l’avvio o l’ampliamento di 11 operazioni di Peacekeeping e di alcune missioni politiche speciali, incluse Afghanistan e Iraq. Cosa rende così difficile la diffusione della pace nel mondo? Cosa o chi rallenta le operazioni di Peacekeeping? Le nazioni devono comprendere prima di tutto che ormai non è più possibile andare avanti così, conflitti etnici, religiosi, economici ecc. Non è minimamente accettabile sprecare risorse per i finanziare conflitti invece di investire in programmi di sviluppo. Quando le nazioni capiranno ciò allora saremo sul sentiero giusto. Un fattore che rallenta molto la diffusione della pace è la mancanza di attenzione nella prevenzione dei conflitti e pertanto nella diplomazia preventiva e nel disarmo preventivo. Oggi molti Stati sono interessati da guerre intestine. A causa di guerre civili e di conflitti di carattere etnico, alcuni governi non sono in grado di esercitare la propria autorità su tutto il territorio, causando gravi sofferenze alla popolazione. In tali situazioni viene

~ 90 ~


spesso chiesto alle Nazioni Unite di negoziare una tregua da un lato, e dall’altro di fornire gli aiuti umanitari necessari alle persone colpite dal conflitto. Lavorando in condizioni difficili, l’ONU associa gli aiuti umanitari agli sforzi per risolvere la crisi. Molte

persone

ritengono

che

l’ONU

dovrebbe

essere

rafforzato per essere in grado di arrestare le guerre di minore intensità e dare piena attuazione alle proprie decisioni. Ma l’efficacia delle azioni dell’ONU dipende dalla volontà politica degli Stati membri, e dalla loro prontezza a rispettare le decisioni da essi stessi prese. Le operazioni di pace sono inoltre molto costose. A causa della mancanza di fondi, l’ONU spesso non è in grado di giocare un ruolo di maggior importanza. La forza dell’ONU viene dal suo rifiuto di arrendersi, persino di fronte alla sfida più dura. Quando i paesi in guerra non hanno la volontà politica di cessare le ostilità, talvolta l’ONU è costretto a ritirare le proprie truppe di peacekeeping. Tuttavia continua il suo lavoro attraverso la diplomazia e i negoziati, costantemente in contatto con le parti interessate. Una volta ristabilite condizioni migliori, le truppe di pace possono fare ritorno nel Paese interessato. Per quanto riguarda invece ciò che rallenta le operazioni di peacekeeping, il fattore principale sono l’insufficienza di contributi. Ci possono essere tutte le complicazioni che vogliamo per quanto concerne la diffusione della pace, es. burocrazia, lavoro degli stati membri e dei governi locali, corruzione e altro, ma ancora una volta nel momento in cui ci accorgiamo che questo non è il modo giusto di risolvere le cose e che ciò non ci porterà a nulla, è proprio questo cambio nelle nostre mentalità che ci porterà verso il sentiero della pace sostenibile.

~ 91 ~


6) Il Prof. Johan Galtun, è conosciuto a livello internazionale per essere considerato “il padre degli studi sulla pace” e aver istituito TRANSCEND International – forum globale per la pace, lo sviluppo e l’ambiente – con l’obiettivo di creare un mondo più giusto e con meno violenza attraverso strumenti

quali

la

trasformazione

dei

conflitti

e

la

mediazione. Il Professore inoltre è noto non soltanto per le sue consulenze per autorità governative e organismi internazionali ma anche per aver scritto “The Transcend Method – Conflict Transformation by Peaceful Means”, un significativo manuale per l’ONU e tutti gli operatori di pace, inerente la trasformazione dei conflitti attraverso l’uso di strumenti pacifici. Detto ciò, quanto e come le strategie e teorie di Galtung hanno contribuito e continuano a contribuire all’operato delle Nazioni Unite? Prima di tutto dobbiamo sottolineare che il Prof. Galtung è stato ed è ancora oggi chiamato in causa da istituzioni o governi quando si verificano situazioni di conflitto ad ogni livello e ovunque nel mondo. Questo ci porta a comprendere che ci troviamo di fronte ad una persona con un ―background‖ e una capacità di analisi e mediazione fuori dalla norma. Inoltre dobbiamo aggiungere che Galtung ha contribuito anche sotto un punto di vista linguistico, con l’elaborazione di nuovi termini come peacekeeping, peacebuilding e molti altri ancora ormai parte del gergo internazionale. Il Transcend Method utilizzato dallo United Nations Disaster Management Programme (UNDMP) è un manuale che spiana la strada al punto centrale del suo approccio che è il dialogo pacifico tra le parti e la non violenza. Il manuale di per se è utilissimo per qualunque

operatore

Internazionale,

di

Istituzione,

pace, ONG,

~ 92 ~

siano o

il

essi singolo

un

Organismo

interessati

a


comprendere

come

agire

per

prevenire

una

escalation

e

trasformare un conflitto. Galtung ha dedicato tutta la sua carriera alla pace e questo metodo infatti raccoglie tutta la sua esperienza. Stiamo parlando di un manuale che raccoglie in se decenni e decenni di ricerca e soprattutto molta pratica sul campo. Tornando alla domanda, come molti altri manuali dell’ONU anch’esso riveste un ruolo fondamentale prima, durante e dopo il verificarsi di un conflitto, anche se ovviamente sarebbe auspicabile prevenire invece di curare, proprio come si dice per le malattie. Transcend è infine una chiave di volta per la mediazione e negoziazione, elencando in dettaglio cosa dire o fare e non dire o non fare al tavolo dei negoziati. Naturalmente queste sono ormai tecniche e strategie che si sono consolidate negli anni e che ormai vengono utilizzate quotidianamente durante le trattative tra le parti, anche se non sempre purtroppo tutto fila liscio come l’olio. Questo manuale ha sicuramente portato una ventata di aria nuova e si spera pertanto anche grazie a quest’ultimo di aver seguire le lezioni apprese e non commettere più gli stessi errori del passato.

~ 93 ~


5.6 Il TRANSCEND Method – Trasformazione dei Conflitti attraverso strumenti pacifici Come abbiamo avuto modo di leggere nella domanda n.6 del paragrafo 5.4 di questa tesi, il Transcend Method del Prof. Johan Galtun e adottato dallo United Nations Disaster Management Programme è uno se non il manuale con la lettera maiuscola per quanto riguarda la trasformazione dei conflitti mediante l’uso di strumenti pacifici. Di seguito mi limiterò ad un breve excursus riassuntivo su di esso, poiché le teorie elaborate sono state disseminate lungo tutta questa tesi. Prima di tutto sarebbe indicato per facilitare la comprensione aprire una breve parentesi sul Transcend International, insomma partendo proprio da ciò che ha originato tutto questo lungo ma eccezionale lavoro intrapreso dal Prof. Galtung. I contributi, le teorie, i modelli e le ricerche di quest’ultimo sulle dinamiche inerenti la formazione, la prevenzione e la trasformazione dei conflitti hanno condotto alla creazione di Transcend International – una rete globale per la pace, lo sviluppo e l’ambiente – avente come scopo quello di promuovere un mondo più equo e con meno violenza attraverso la trasformazione dei conflitti e la mediazione. Transcend International venne fondato dal Prof. Johan Galtung e sua moglie Fumiko Nishimura nel 1993 e attualmente connette più di 500 invitati tra mediatori e operatori di pace, ricercatori, giornalisti, docenti, autori, professori e studenti residenti in oltre 80 paesi. Transcend International si fonda su quattro pilastri: disseminazione (giornalismo della pace), azione (mediazione nei conflitti), ricerca e istruzione. Johan Galtung è stato invitato a mediare per Transcend International approssimativamente 150 conflitti in tutto il mondo. Per quanto concerne invece il TRANSCEND Method, il manuale tanto per essere chiari, che è stato sviluppato dal Prof. Galtung in oltre 50 anni di ricerca e pratica, consiste di tre principali linee di azione:

~ 94 ~


1. Dialogare con tutte le parti in conflitto (sia dirette che indirette) separatamente, esplorare i loro obiettivi / paure e guadagnare la loro fiducia; 2. Distinguere tra obiettivi legittimi, che sostengono i bisogni dell’uomo e obiettivi illegittimi che violano invece i bisogni dell’uomo. 3. Ridurre le distanze tra tutti gli obiettivi legittimi ma apparentemente contraddittori attraverso soluzioni che includono creatività, empatia e nonviolenza, al fine di costruire una nuova realtà. Galtung viene ancora oggi invitato in qualità di esperto, come ho segnalato in precedenza, per trovare soluzioni pacifiche ai numerosi conflitti22 che purtroppo continuano a scoppiare. Alcuni casi degni di nota includono l’accordo di pace tra Ecuador e Perù, dove il Professore ha collaborato nel far cessare una serie di guerre inerenti una disputa di confini territoriali, suggerendo la creazione di un’area (un parco naturale) sotto controllo di entrambe le parti. Un altro recente caso nel quale Galtung ha fornito un importante contributo nel risolvere la disputa che vedeva contrapporsi la Danimarca e il mondo mussulmano su delle vignette raffiguranti e denigranti Maometto e il rifiuto del primo ministro danese di aprire un dialogo sul come bilanciare il diritto di libera espressione e quello di non essere offesi. Esattamente

diciotto

anni

dopo

la

creazione

di

Transcend

International, venne istituito il Galtung Institute avente come missione quella di continuare a contribuire allo sviluppo di teorie per la pace e di trasferire tutte le conoscenze teoriche, metodologiche e pratiche che Galtung ha sviluppato in tutti questi anni per metterle al servizio della riduzione della sofferenza sia umana che ambientale.

22

Johan Galtung (2008), 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives, Transcend University Press

~ 95 ~


Tornando a parlare del Transcend Method, chiunque abbia avuto l’opportunità di leggerlo potrà chiaramente intuire che tutto il manuale gira intorno al metodo dell’analisi del conflitto, sviluppato da Galtung riguardante Diagnosi-Prognosi-Terapia, proprio come se il conflitto fosse paragonato ad un paziente in cura. Il manuale ha una doppia valenza perché è indirizzato sia al ―trainer‖ che hai ―partecipanti‖ se lo si vuole adottare in un corso, oppure al singolo interessato a tali tematiche. Transcend Method quindi rappresenta una chiave aggiornata per comprendere quali comportamenti evitare e quali utilizzare per trasformare un conflitto, attraverso l’ausilio di teorie, esempi pratici e concreti di conflitti e situazioni reali, esercizi e altro ancora, ovviamente tutto formulato da Galtung.

~ 96 ~


5.7 L’arte del negoziato e della mediazione Nel Transcend Method del Prof. Galtung, la comunicazione e pertanto il dialogo al tavolo delle trattative costituisce le fondamenta del negoziato e della mediazione. Nell’evoluzione di un conflitto vi è sempre un momento in di svolta, riconducibile ad una crisi recente o all’esigenza di evitare una crisi imminente, che fa insorgere nelle parti l’idea che l’opzione negoziale debba essere presa in seria considerazione tra le varie opzioni possibili di gestione del conflitto. Una simile evenienza innesca la fase prenegoziale dei processi di risoluzione dei conflitti, durante la quale vengono stabilite le condizioni che permetteranno l’inizio del negoziato vero e proprio. La possibilità che la fase prenegoziale conduca effettivamente al momento in cui le parti si incontrano è influenzata in maniera sostanziale dalla reciproca percezione delle parti di trovarsi in una fase di stallo, a ridosso di una crisi recente o imminente, ed è caratterizzata dalla presenza di due ―tentazioni‖ mutuamente esclusive, ovvero quella di attaccare e quella di fuggire. Iniziamo con il dire che per i leader politici il prenegoziato, può risultare allettante per un'ampia serie di motivi; in particolare, grazie al prenegoziato: 1) le parti possono iniziare a considerare anticipatamente i vantaggi dei benefici

di

una

soluzione

comune

(benefici

dell'immaginazione

prefigurativa); 2) il prenegoziato, di per sé, offre ai contendenti tutti i benefici che derivano da una tendenziale sospensione del conflitto (benefici del

profilarsi di una tregua); 3) tale vantaggio esiste, al limite, anche se l'obiettivo di una delle parti non è quello di giungere al negoziato, ma di prendere tempo senza

~ 97 ~


interrompere le relazioni con i contendenti, dando l'impressione di voler negoziare senza doverlo fare (benefici del mantenimento dello status

quo); 4) consente di sondare preliminarmente le intenzioni della controparte, a costi politici ridotti rispetto alla normale fase negoziale (sia sul piano politico internazionale che su quello interno), dato il coinvolgimento mediatico sensibilmente inferiore (benefici della riduzione dell'incertezze

sugli esiti); 5) consente di ridurre la complessità delle interazioni negoziali in presenza di una molteplicità di interessi, attori e ruoli, quando spesso non è chiaro chi siederà al tavolo negoziale, con quale ruolo, come saranno strutturate

le interazioni, e quali saranno i punti all'ordine del giorno, tutti elementi che, se non considerati preliminarmente, possono compromettere del tutto l'avvio del negoziato vero e proprio (benefici della migliore gestione della

complessità e delle informazioni inerenti all'avvio del processo negoziale); 6) consente di ridurre sensibilmente i costi di uscita rispetto a negoziati formali, in quanto i leader si impegnano a valutare la possibilità di avvio di un negoziato e non già a negoziare (benefici dell'abbassamento degli exit

costs). Il prenegoziato può essere considerato come un processo di analisi e diagnosi critica circa l'ipotesi di aprire un negoziato vero e proprio; durante tale processo le parti, definendo opportunamente i problemi, possono arrivare a concludere che per tutti può essere conveniente sedersi ad un tavolo negoziale. Di fatto, possono essere identificate cinque fasi fondamentali del prenegoziato, durante le quali l'eventuale sostegno di parti terze può essere decisivo, anche se deve risultare particolarmente discreto:

~ 98 ~


1. nella prima fase accade che almeno una delle parti inizia considerare come valida l'opzione negoziale; 2. durante la seconda fase le parti in causa considerano l'opzione negoziale come quella preferibile, sic rebus stantibus; 3. nella terza fase almeno una delle parti si impegna a negoziare (si inizia a considerare l'Agenda degli eventuali negoziati); 4. con la quarta fase tra le diverse parti in causa viene reciprocamente espressa l'esplicita ed inequivocabile intenzione di negoziare; 5. nella quinta fase, pressoché decise a negoziare, le parti iniziano ad accordarsi circa la concreta definizione dei parametri dell'Agenda del futuro negoziato. Le principali funzioni dell’attività di prenegoziato sono almeno quattro: I.

Fissare i confini: il prenegoziato serve per definire confini, limiti e principi guida dell’attività negoziale, in una fase meno "compromettente" dal punto di vista politico per tutte le parti coinvolte nell'ipotetico futuro negoziato (ad esempio, viene deciso se privilegiare incontri bilaterali o multilaterali, quali argomenti non verranno affrontati, su quali invece le parti concordano sia fondamentale trovare accordi, ecc...);

II.

Individuare i partecipanti : normalmente la questione di chi debba partecipare ad un eventuale negoziato non sembrerebbe dover essere controversa; ma in casi come, ad esempio, il conflitto arabo-israeliano ci possono essere attori cruciali che vogliono imporre il loro punto di vista su questo aspetto (a Camp David Egitto ed Israele si scontrarono sulla lista dei partecipanti nella fase prenegoziale);

~ 99 ~


III.

Definire l’Agenda: definire e delimitare l'Agenda del negoziato che seguirà è essenziale per la

buona riuscita del negoziato

stesso, soprattutto in quanto riduce l'incertezza e il rischio a carico dei partecipanti; di fatto l'Agenda setting consente di: a) inserire un numero sufficientemente ampio di punti all'ordine del giorno, in modo da garantire che il negoziato stesso possa assolvere alla funzione di riduzione del conflitto; b) eliminare o postporre questioni troppo spinose, che potrebbero allontanare al tavolo negoziale protagonisti importanti, poiché può essere prioritario almeno iniziare una fase di confronto aperto tra i contendenti; c) operare una selezione negativa, nei confronti delle questioni non fondamentali ma particolarmente time

consuming, ed una selezione positiva, nei confronti di quelle issues (anche non cruciali) che sono essenziali per la corretta evoluzione del processo di risoluzione del conflitto; IV.

Creare condizioni ideali sul piano politico interno: come suggerito da Putnam23 (1976) la definizione della politica estera di un paese è un gioco che si svolge in contemporanea su due livelli: si tratta del cosiddetto two level games durante il quale chi ha la responsabilità di determinare le scelte di politica estera deve preoccuparsi non solo di ottimizzare le proprie strategie in riferimento alle sfide ed alle richieste che provengono dal piano politico internazionale, ma deve altresì preoccuparsi di trovare il più ampio consenso possibile alle proprie scelte sul piano politico interno. Questo doppio impegno politico richiede naturalmente una significativa disponibilità di tempo, necessario

23

Robert D. Putnam (1998), Diplomacy and Domestic Politics: The Logic of Two-Level Games, International Organization pp. 427-460

~ 100 ~


per elaborare risposte alle sollecitazioni esterne e per farle accettare sul piano politico interno, ma anche per strutturare in maniera compiuta proposte da presentare ai propri interlocutori internazionali,

a

partire

dalle

istanze

politiche

interne

eventualmente formulate dai propri sostenitori. Il prenegoziato è in grado di fornire la necessaria risorsa temporale al fine di ottimizzare il two level games. Abbiamo notato che il prenegoziato riveste un ruolo fondamentale per la buona riuscita delle trattative tra le parti. Tuttavia è nel negoziato vero e proprio che si decideranno le sorti e l’esito delle trattative ed è qui che si deciderà se il mediatore abbia fallito o meno. Il negoziato è un processo attraverso il quale due o più soggetti, partendo da posizioni differenti, cercano di arrivare ad una soluzione di comune gradimento, a mezzo di discussione. Un processo fra due o più parti durante il quale vengono avanzate proposte per giungere ad un accordo su un’area di interessi contrapposti, complementari (cioè diversi, ma appartenenti alla stessa sfera), o identici. Ponendo in risalto più strettamente legato alla comunicazione, possiamo anche definire il negoziato come un processo mediante il quale gli Stati ed altri attori comunicano e si scambiano proposte, nel tentativo di trovare un accordo in merito alla definizione di un conflitto e per definire le loro future relazioni. Esistono tre approcci fondamentali al negoziato: l’approccio del

distributive bargaining (―win-loose‖), l’approccio dell’integrative bargaining (―win-win‖) e l’approccio di problem solving. Nel caso del distributive

bargaining ovvero approccio distributivo o a somma zero, le parti si confrontano trincerandosi sulle posizioni iniziali ed evitando compromessi, anche a costo di non ottenere un accordo, perché il vero scopo è quello di vincere tutta la posta in gioco, non lasciando nulla all’avversario. La

~ 101 ~


sconfitta dell’avversario costituisce la condizione necessaria e sufficiente per la propria vittoria. L’integrative bargaining, approccio integrativo o a somma diversa da zero, ha l’obiettivo prioritario di trovare un accordo anche a condizione di sacrificare qualcosa unilateralmente, rinunciando quindi all’ipotesi di fissarsi rigidamente sulle posizioni iniziali. La logica dominante è quella del tipo win-win o del mutuo beneficio comportando un mutuo beneficio e garantendo un settlement del conflitto più duraturo e profondo. Tuttavia il miglior approccio nella risoluzione dei conflitti lo si ha con il problem solving, poiché nei due precedenti casi le parti restano comunque legati al bargaining (contrattazione), dove l’interlocutore viene inevitabilmente visto come parte concorrente, se non addirittura avversa, nemica e pertanto il problema tende a restare identificato nella persona dell’interlocutore anche quando si cerca di comprendere le ragioni dell’altro. Con il problem solving le parti in causa compiono, invece, un primo utile sforzo ―culturale‖ decidendo di porsi, reciprocamente, in una prospettiva tale per cui ―nemico‖ non è l’altro bensì il problema. Tra l’approccio integrativo e quello del problem solving, si può collocare l’approccio dei principi o di Harvard nel quale invece di concentrarsi sulle posizioni reciproche, si prendono in considerazione gli interessi e i bisogni reali piuttosto che le rivendicazioni, cercando di individuare soluzioni e criteri oggettivi e condivisibili in modo tale da essere vantaggiosi per entrambe le parti. In sintesi, la differenza più importante tra l’approccio contrattuale distributivo, da un lato, e l’approccio integrativo e quello ancora più evoluto del problem solving, è così sintetizzabile: con l’integrative

bargaining ed il problem solving le parti si sforzano di considerare come nemico non la controparte, ma il problema in sé; in tal modo, la soluzione cercata ed accettata riesce a soddisfare in ugual modo tutti; in caso contrario, sono le parti stesse a scartare la soluzione, per cercarne altre, sempre fondate su questo presupposto; in aggiunta con il problem solving

~ 102 ~


assistiamo ad un cambiamento non solo di tipo razionale, ma anche psicologico. La figura sotto ci mostra in modo sintetico ma chiaro e comprensibile i tre approcci e i risultati che ne conseguono:

Figura 6: I tre approcci al negoziato

~ 103 ~


5.8 La figura del mediatore secondo Galtung L’arte del saper ascoltare è una componente fondamentale nella risoluzione dei conflitti proprio come lo è la corretta comunicazione. Partendo appunto dalla questione che la maggior parte se non la totalità dei conflitti (personali, tra stati e altro ancora) avviene per un errato bilanciamento tra parlare, ascoltare e agire, sarebbe il caso di iniziare a distribuire la giusta percentuale per ciascuna delle tre sopracitate voci. Inoltre di vitale importanza è l’apprendere come agire in queste situazioni alle quali moltissime personalità quali Galtung, Ghandi, Carnegie e Kissinger per citarne solo alcuni, hanno contribuito con numerosi libri e manuali. La figura comune che ritroviamo nei loro scritti è proprio quella del ―buon mediatore‖, che ci permette di cogliere il senso e la posizione da adottare in qualsiasi situazione di conflitto. Di seguito prenderò in considerazione questa figura dal punto di vista delle relazioni politiche e internazionali. Il mediatore, per poter assumere il proprio ruolo in un conflitto, deve avere delle caratteristiche personali che lo rendano utile, nella percezione delle parti, alla composizione del conflitto: quindi deve avere una buona conoscenza della situazione, comprendere le posizioni degli antagonisti, saper avere una capacità di "ascolto attivo" e abilità comunicative, tempismo, abilità di gestione delle procedure, capacità di gestione logistica; inoltre, deve avere resistenza, energia, pazienza. Sono caratteristiche generiche, meglio definite da:

1) Grado di imparzialità: tradizionalmente questa è considerata la dot più importante di un buon mediatore, anche se va diffondendosi l'idea che essa debba essere opportunamente temperata: deve presentarsi come «partecipante imparziale agli occhi delle parti, controllando qualsiasi sentimento di favoritismo»; per il quale il

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mediatore deve essere a) neutrale, per non avere preferenze personali che favoriscano una soluzione piuttosto che un'altra b)

imparziale, per trattare le parti equamente, c) obiettivo, per impedire che le emozioni influiscano sulla capacità di discernimento razionale delle questioni; Alla verifica dei fatti è però necessario considerare almeno tre distinte questioni: I) chi media è sempre mosso da un interesse; II) spesso è un normale dato di fatto che il mediatore sia legato più ad uno dei contendenti che agli altri, III) l'imparzialità eccessiva impedisce il coinvolgimento empatico, indispensabile per mobilitare tutte le proprie risorse. Non a caso Dulabaum (1998) parla di multiparzialità, cioè la capacità del mediatore di avvicinarsi ai bisogni, alle ragioni ed alle prospettive di tutti: più che equidistante esso dovrà essere empaticamente

equivicino ad ognuna delle parti. 2) Autorità e potere: mentre è evidente che un mediatore, per non ridursi ad uno strumento in balia delle parti, deve essere sempre dotato di autorevolezza, autorità e, quindi, potere; non esiste una regola su come il mediatore debba esercitare tale potere ma, in ogni caso, il mediatore deve saper distinguere tra un'ampia serie di tipologie di strumenti (che possono essere materiali - come la minaccia di negare, o la promessa di concedere aiuti economici - o immateriali, quali possibilità di operare pressioni psicologiche e morali; inoltre, il mediatore eserciterà al meglio tale potere se saprà usare il principio "del bastone e della carota"). Tutti concordano nel dire che un mediatore troppo potente comporta dei rischi perché le parti a) diventano troppo dipendenti dalle sue promesse; b) possono bloccare il negoziato per strappare incentivi sempre più sostanziali; c) possono essere indotti ad accettare accordi non risolutivi, che lasciano sul tavolo le vere cause dei conflitti. Pertanto, «l'utilizzo del potere coercitivo può essere efficace se

~ 105 ~


utilizzato come mezzo per rimuovere gli effetti del conflitto, ma ha validità minima se usato per raggiungere una risoluzione del conflitto che miri a rimuoverne le cause».

3) Posizione e status: è importante la posizione che il mediatore occupa

nell'arena

internazionale,

quindi

nell’eventualità

che

rappresenti uno Stato, una Organizzazione Internazionale o una Ong. Gli appartenenti a piccole Ong o ad organizzazioni regionali sembrano conseguire maggiori successi, ma non è chiaro se ciò sia perché questi affrontino conflitti meno complessi o perché invece più capaci di dedicarsi empaticamente alla questione. Il Prof. Galtung nel suo manuale Transcend Method, ha elencato dodici punti da seguire e dodici da evitare per un buon mediatore al fine di trasformare un conflitto sul tavolo dei negoziati.

Dodici cose da fare (Twelve Do’s): 1. Provate a identificare elementi positivi in ognuna delle parti in conflitto; 2. Provate a identificare elementi positivi nel conflitto; 3. Siate creativi e seguite le vostre esperienze; 4. Trovate insieme, una formula di riuscita breve ma facile da ricordare (es. Sviluppo sostenibile, sicurezza comune, ecc.); 5. Siate onesti con voi stessi e con gli altri; 6. Permettete

ai

vostri

sentimenti

di

mostrarsi

durante

la

conversazione, sia se siete felici sia se non lo siete MA senza interrompere la relazione; 7. Ascoltate e comprendete bene le domande delle parti e le loro richieste anche se per sfidare voi, il vostro paese e altro;

~ 106 ~


8. Suggerite sempre alternative, mai un rimedio solo; 9. Rendetevi superflui ma non rendete gli altri dipendenti da voi; 10. Seguite l’idealismo del vostro cuore e il realismo del vostro cervello; 11. Siate ottimisti e positivi; 12. Lavorare sui conflitti è l’arte dell’impossibile.

Dodici cose da evitare (Twelve don’ts): 1. Non manipolate; 2. Non biasimate e non accusate; 3. Non agite da giudice; 4. Non preoccupatevi troppo dei consensi; 5. Non chiedete impegni alle parti, date tempo al tempo; 6. Non chiedete di cooperare se vogliono seguire percorsi separati, probabilmente si arriverà a ciò in futuro; 7. Non rompete nessuna promessa di riservatezza; 8. Non cercate pubblicità; 9. Non cercate espressioni di gratitudine per il vostro operato; 10. Non accettate istruzioni dettagliate da chiunque; 11. Non provate a far dipendere le parti da voi stessi cercando di programmarle; 12. Non deformate il conflitto rimuovendolo e spingendo l’agenda lontano dalle questioni immediate. Infine vorrei inserire in questo paragrafo anche il Decalogo del celebre diplomatico americano Henry Kissinger, più assertivo e sintetico nei suoi consigli, quindi anche meno preoccupato di incidere sulla mentalità caratteristica della controparte che, da buon realista quale egli è, viene aprioristicamente considerata capace di approcciarsi in senso ragionevole e razionale al problema.

~ 107 ~


Come possiamo notare ci sono molti punti in comune con quei codici di condotta formulati da Galtung e seguiti da negoziatori dell’ONU, ONG, Governi e altro. 1. Sii sempre preparato a negoziare, e non negoziare quando non lo sei; 2. Non essere mai bellicoso, ma sii fermo; 3. Negozia in segreto, firma i patti in pubblico; 4. Non cercare una pubblicità che possa distruggere i risultati conseguiti; 5. Non concedere unilateralmente ciò che puoi usare come merce di scambio; 6. Non dire o promettere mai ciò che non faresti; 7. Lascia sempre all’altro la possibilità di salvare la faccia; 8. Distingui sempre tra chi rispetta i diritti umani e chi no; 9. Fa per i tuoi alleati almeno quello che fanno i tuoi avversari per i loro alleati; 10. Non perdere mai la fiducia.

Potremmo elencare moltissime altre sommarie indicazioni nella conduzione di un negoziato ma poiché tutte si assomigliano moltissimo ho preferito per non annoiare il lettore elencarne soltanto le versioni forse più famose in ambito dei negoziati internazionali ovvero quella di Galtung e quella di Kissinger.

~ 108 ~


Per concludere questo paragrafo sul ruolo del mediatore bisogna ricordare che quest’ultimo dovrà adattare il suo tipo di mediazione in base al contesto conflittuale in cui opera e in rapporto al contesto culturale (omogeneo – modello T) o (condizionato – modello C). Di seguito sono per l’appunto riportati alcuni schemi:

Figura 7: Ruolo del mediatore in rapporto al contesto conflittuale in cui opera

~ 109 ~


Figura 8: Tipologie di mediazione in contesti tradizionali e in riferimento all’obiettivo (Modello T)

~ 110 ~


Figura 9: Tipologie di mediazione in contesti culturalmente condizionati (Modello C)

Come abbiamo potuto costatare grazie a questi tre schemi inerenti le diverse tipologie di mediazione in contesti tradizionali (Modello T) quindi culturalmente omogenei e quelli culturalmente condizionati (Modello C) il ruolo della comunicazione e soprattutto la funzione del mediatore, dovranno adattarsi durante il negoziato al tipo di conflitto in corso.

~ 111 ~


~ 112 ~


"Every religion contains, in varying degrees, elements of the soft and the hard. For the sake of world peace, dialogue within religions and among them must strengthen the softer aspects." - Johan Galtung

PARTE IV COME COSTRUIRE UNA PACE SOSTENIBILE - conclusione -

~ 113 ~


~ 114 ~


6. Le future generazioni e gli insegnamenti di Ghandi, King, Capitini e altri sostenitori della nonviolenza Proprio come abbiamo avuto modo di leggere nella Parte I di questa tesi, la pace è realmente uno stato non molto facile da raggiungere e soprattutto da mantenere, sia a livello prettamente personale sia tra paesi, gruppi, etnie, ecc. Non è sufficiente inscrivere questa parola nelle costituzioni, nei trattati e negli accordi. È tempo di agire concretamente partendo da noi stessi, salvaguardando questo bene comune trasformando non solo i conflitti, ma attuando un cambiamento nelle nostre menti ormai assuefatte e indifferenti a guerre e conflitti, povertà, malattie e tutti i relativi fenomeni derivanti da queste tre piaghe ormai quotidiane. Ma qual è la chiave per attuare tutto ciò? La risposta per quanto possa sembrare banale è semplice e al contempo geniale ovvero basta seguire la strategia che hanno adottato tantissime persone prima di noi (Ghandi, King, Capitini, ecc.), alcune perdendo anche la vita, ovvero, la strategia della nonviolenza. A proposito della parola nonviolenza, occorre notare che, secondo il Dizionario Sabatini Coletti, essa appare per la prima volta in Italia nel 1930. Il merito va ad Aldo Capitini. Egli scriveva "nonviolenza" senza spazi per indicare una concezione filosofica che proponeva in positivo un'intera strategia di lotta e non una semplice negazione della violenza. La ―non violenza‖ invece è intesa come semplice astensione dall'uso della forza per causare un danno all'avversario. Entrando nell’ambito linguistico tanto per aprire una parentesi in vari testi abbiamo visto che il termine "guerrafondaio" appare per la prima volta

nel

1896.

Ma

Contemporaneamente

è si

nel impose

1905

che

anche

la

parola

"pacifista"

si

(1905)

diffuse. come

derivazione del termine francese "pacifiste". Nel 1908 in Italia si diffuse anche il termine "pacifismo" (era stato consegnato da appena un anno il premio Nobel per la Pace ad un italiano) mentre bisognerà aspettare fino

~ 115 ~


al 1930 per veder comparire il termine "nonviolenza". La locuzione "non collaborazione" (intesa come "politica di protesta adottata dai lavoratori

consistente nel limitarsi a svolgere esclusivamente i compiti previsti dal contratto, senza fornire ulteriori prestazioni di lavoro") apparirà, nel vocabolario usato dagli italiani, solo nel 1948, mentre il verbo "boicottare" era apparso in Italia già nel 1881. Da ciò possiamo notare che le tecniche della nonviolenza vennero ideate, praticate e definite linguisticamente un po’ per volta. E solo nel 1965 apparirà il termine nonviolento, ossia colui che adotta i metodi gandhiani di lotta (come il boicottaggio, la non collaborazione, ecc.); sarà quindi a metà degli anni Sessanta che le novità culturali e linguistiche introdotte da Aldo Capitini entreranno nel vocabolario degli italiani. Da menzionare è infine Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918), l'unico italiano ad aver ricevuto - nel 1907 - il Premio Nobel per la pace. Un altro simbolo destinato a diffondersi è quello della bandiera con i colori dell'arcobaleno. Ad inventare la bandiera, nel 1956, sarebbe stato Bertrand Russell, ma fu merito di Aldo Capitini portare questa bandiera in Italia e farne il simbolo della marcia Perugia-Assisi. L'insieme dei colori dell'iride indica la convivialità delle differenze e Capitini voleva che nelle marce per la pace non dominassero le bandiere rosse; inoltre l'arcobaleno è il simbolo del ritorno della luce dopo la tempesta. Come abbiamo visto nei precedenti capitoli con Galtung, la comunicazione e il saper mediare sono capacità che incidono moltissimo nel nostro tempo: in politica, negli affari internazionali o nella vita privata. Se c’è un conflitto c’è anche la possibilità di arrivare ad un accordo. Succede nei vertici internazionali, negli scontri tra sindacati e aziende o nelle trattative per liberare gli ostaggi. La chiave è sempre la stessa la negoziazione. È fondamentale per le nuove generazioni imparare dalle lezioni del passato e non commettere gli stessi errori, bensì utilizzare o addirittura migliorare ottime soluzioni già adottate con successo.

~ 116 ~


Potremmo riassumere le 7 regole d’arte24 da seguire per una negoziazione efficace: 1. Ascolto attivo – in qualsiasi negoziazione è importante saper ascoltare l’altro; 2. Non aggredire; 3. Approccio win-win – bisogna sempre puntare ad una soluzione vantaggiosa per entrambi; 4. Vedere più opzioni; 5. Avere più di una alternativa; 6. Ruolo delle emozioni – passare dal cosa vogliamo al perché lo vogliamo; 7. Creare una rapporto di fiducia con la controparte focalizzandosi sul problema. La comunicazione è alla base di un accordo pertanto esperti in questo settore ci suggeriscono di utilizzare durante una trattativa espressioni del tipo: correggimi se sbaglio (ci si dimostra aperti al confronto); posso spiegarti cosa non riesco a capire? (è sempre meglio spiegare i motivi di un disaccordo); perché intendi procedere in questo modo? (ci si focalizza sugli interessi delle persone); la proposta più giusta forse potrebbe essere…(si presenta una proposta come degna di considerazione reciproca). Di seguito invece ecco alcune delle mosse che gli esperti25 suggeriscono caldamente di non utilizzare mai: dimenticarsi dei problemi dell’altro (non si crea fiducia); minacciare o aggredire verbalmente (mai umiliare o dare ultimatum); far prevalere solo il fattore economico (valutare il rapporto con la controparte); rimanere rigidi sulle proprie opinioni (ciò non favorisce un dialogo).

24 25

R.Fisher, W. Ury e B. Patton (2007), L’Arte del negoziato,Corbaccio Ed. Dale Carnegie (1936), How to win friends and influence people, New York, Simon & Schuster

~ 117 ~


In conclusione in ogni trattativa bisogna agire da buon negoziatore. Quest’ultimo in ambiente internazionale – che è quello che ci preme di più in questa tesi – deve saper porre in evidenza la componente passiva (i costi della guerra), ma deve anche saper sollecitare quella attiva (favorendo l’idea che una soluzione pacifica è prioritaria e segna la qualità delle future relazioni). Se la guerra è considerata come normale opzione strategica (prospettiva realista), e non è vista invece come ultima ratio o percepita come un tabù (prospettiva normativa), l’insorgenza dei conflitti resterà la norma. Per questa ragione è urgente e indispensabile che la comunità internazionale e le future generazioni siano necessariamente ―intrese culturalmente di valori di pace‖ e vedere quest’ultima come migliore opzione strategica possibile. La pace può essere raggiunta solo se entrambi gli approcci si incontrano, quindi: a) se vi è la necessità di doverla fare; b) se c’è il desiderio di volerla fare. Chi non ha necessità, non ha bisogno di dover fare la pace e pertanto trova più conveniente la guerra. Chi non vuole la pace, non sa fare la pace, poiché manca di una ―cultura della pace‖. Mentre la guerra si autoalimenta (―è come un fuoco che brucia se stesso‖), la pace è deperibile, è un fatto culturale, la cui memoria va costantemente ricostruita. Le guerre e i conflitti ai quali abbiamo assistito e continuiamo ad assistere si basano su due armi, idee e pensieri distorti e ottime capacità di propaganda. Tuttavia saranno sempre le idee e la giusta comunicazione a disinnescare i conflitti. Come afferma Kofi Annan nel suo libro ―A life in

War & Peace‖, raggiungere un pace sostenibile è un processo arduo ma fattibile, che passa dalla prevenzione e trasformazione dei conflitti allo sviluppo economico, ai diritti umani e ai cambiamenti climatici. Tutto ciò è oggi più che mai nelle mani di ognuno di noi.

~ 118 ~


Bibliografia - AA.VV. a cura di P. Grasselli e C. Montesi (2008); L’interpretazione dello spirito del dono, Franco Angeli Ed.; - Aïvanhov, Omraam Mikhaël (1993); La conquista interiore della pace, ed. Prosveta; - Aïvanhov, Omraam Mikhaël (2003); L'uomo alla conquista del suo destino, ed. Prosveta; - Aïvanhov, Omraam Mikhaël (2007); I semi della felicità, ed. Prosveta; - Annan, Kofi A. (2012);Interventions: A Life in War and Peace, New York, Penguin (USA); - Bechelloni

e

Cheli

(2004);

Comunicazione

e

nonviolenza,

Ed.

Mediascape); - Belli, Carlo Simon (2005); La risoluzione dei conflitti internazionali, Guerra ed.; - Belli, Carlo Simon (2005); Teoria della previsione per le relazioni internazionali, Guerra ed. - Capitini, Aldo (1989); Le tecniche della nonviolenza, Milano, Linea d’Ombra; - Carnegie, Dale (1936); How to win friends and influence people, New York, Simon and Schuster; - Christopher A. Miller (2006); Strategic nonviolent struggle: a training manual, University for Peace; - Conforti, B. (2010); Diritto internazionale, Editoriale Scientifica; - De Cupis, Stefano (2006); Il Continuo evolversi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Roma, Tesi di Laurea, SSML Gregorio VII; - De Cupis, Stefano (2008); IFAD, FAO, WFP & Their Strategies on Sustainable Development in West Africa, Rome, Thesis, LUMSA University; - Di Nolfo, Ennio (2008); Storia delle relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Laterza;

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- Diodato,

Emidio

(2010);

Il

paradigma

geopolitico:

le

relazioni

internazionali nell’età globale, Roma, Meltemi; - Galtung, Johan (1987); Ghandi oggi: per un’alternativa politica nonviolenta, Torino, Gruppo Abele; - Galtung, Johan (2000); Conflict Transformation by Peaceful Means (The Transcend Method), New York, United Nations Disaster Management Training Programme (DMTP), UN; - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI); Atlante Geopolitico Mondiale, Milano, Touring Editore, 2004; - Marescotti, Alessandro e Daniele (2005), Storia della Pace - Mary E. King & Christopher A. Miller (2006); Teaching Model: Nonviolent Transformation of Conflict, University for Peace; - Moyo, Dambisa (2010); Dead Aid, London, Penguin (UK); - Papini, R.; Globalizzazione: conflitto o dialogo di civiltà?, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002; - Pastor Ridruejo, J. A.; Collected Courses of The Hague Academy of International Law Vol. n° 274, The Hague, Martinus Nijhoff Publishers, 1999; - Putnam, Robert D. (1998), Diplomacy and Domestic Politics: The Logic

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Nations

Peacebuilding

Support

Office

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UN


Siti web consultati

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-

University for Peace http://www.upeace.org

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~ 122 ~


Annesso I Peacekeeping Operations: Past & Present26 Acronym

Mission Name

Start date

End date

UNTSO*

United Nations Truce Supervision

May 1948

Present

United Nations Military Observer Group

January

Present

in India and Pakistan

1949

First united Nations Emergency Force

November

(Gaza)

1956

United Nations Observation Group in

June 1958

Organization (Jerusalem)

UNMOGIP*

UNEF I

UNOGIL

Lebanon

June 1967

December 1958

ONUC

United Nations Operation in the Congo

July 1960

June 1964

UNSF

United Nations Security Force in West

October

April 1963

New Guinea (West Irian)

1962

United Nations Yemen Observation

July 1963

UNYOM

Mission

UNFICYP*

September 1964

United Nations Peacekeeping Force in

March 1964

Present

May 1965

October

Cyprus

DOMREP

Mission of the Special Representative of the Secretary-General in the

1966

Dominican Republic

UNIPOM

26

United Nations India-Pakistan

September

March

Observation Mission

1965

1966

United Nations Peacekeeping Operations: http://www.un.org/en/peacekeeping

~ 123 ~


UNEF II

Second United Nations Emergency

October

Force (Suez Canal and later Sinai

1973

July 1979

Peninsula)

UNDOF*

United Nations Desengagement

May 1974

Present

March 1978

Present

May 1988

March

Observer Force (Syrian Golan Heights)

UNIFIL*

United Nations Interim Force in Lebanon

UNGOMAP

United Nations Good Offices Mission in Afghanistan and Pakistan

UNIIMOG

United Nations Iran-Iraq Military

1990 August 1988 February

Observer Group

UNAVEM I

UNTAG

1991

United Nations Angola Verification

December

Mission I

1988

United Nations Transition Assistance

April 1989

Group

ONUCA

MINURSO*

June 1991

March 1990

United Nations Observer Group in

November

January

Central America

1989

1992

United Nations Mission for the

April 1991

Present

April 1991

October

Referendum in Western Sahara

UNIKOM

United Nations Iraq-Kuwait Observation Mission

UNAVEM II

2003

United Nations Angola Verification

May 1991

Mission II

ONUSAL

February 1995

United Nations Observer Mission in El Salvador

~ 124 ~

July 1991

April 1995


UNAMIC

UNPROFOR

UNTAC

United Nations Advance Mission in

October

March

Cambodia

1991

1992

United Nations Protection Force

February

December

(Former Jugoslavia)

1992

1995

United Nations Transitional Authority in

March 1992

September

Cambodia

UNOSOM I

1993

United Nations Operation in Somalia I

April 1992

March 1993

ONUMOZ

UNOSOM II

United Nations Operation in

December

December

Mozambique

1992

1994

United Nations Operation in Somalia II

March 1993

March 1995

UNOMUR

United Nations Observer Mission

June 1993

Uganda-Rwanda

UNOMIG

September 1994

United Nations Observer Mission in

August 1993 June 2009

Georgia

UNOMIL

UNMIH

United Nations Observer Mission in

September

September

Liberia

1993

1997

United Nations Mission in Haiti

September

June 1996

1993 UNAMIR

UNASOG

United Nations Assistance Mission for

October

March

Rwanda

1993

1996

United Nations Aouzou Strip Observer

May 1994

June 1994

Group

~ 125 ~


UNMOT

UNAVEM III

UNCRO

United Nations Mission of Observers in

December

Tajikistan

1994

United Nations Angola Verification

February

Mission III

1995

United Nations Confidence Restoration

March 1995

Operation in Croatia

UNPREDEP

May 2000

June 1997

January 1996

United Nations Preventive Deployment

March 1995

Force (The Former Yugoslav Republic

February 1999

of Macedonia)

UNMIBH

United Nations Mission in Bosnia and

December

December

Herzegovina

1995

2002

United Nations Transitional

January

January

Administration for Eastern Slavonia,

1996

1998

United Nations Mission of Observers in

February

December

Prevlaka

1996

2002

UNSMIH

United Nations Support Mission in Haiti

July 1996

June 1997

MINUGUA

United Nations Verification Mission in

January

May 1997

Guatemala

1997

United Nations Observer Mission in

June 1997

UNTAES

Baranja and Western Sirmium

UNMOP

MONUA

Angola

UNTMIH

February 1999

United Nations Transition Mission in Haiti

August 1997 November 1997

~ 126 ~


MIPONUH

UNPSG

MINURCA

United Nations Civilian Police Mission

December

March

in Haiti

1997

2000

UN Civilian Police Support Group

January

October

(Croatia)

1998

1998

United Nations Mission in the Central

April 1998

February

African Republic

UNOMSIL

2000

United Nations Observer Mission in

July 1998

Sierra Leone

UNMIK*

October 1999

June 1999

Present

October

December

1999

2005

United Nations Transitional

October

May 2002

Administration in East Timor

1999

United Nations Organization Mission in

December

the Democratic Republic of the Congo

1999

United Nations Mission in Ethiopia and

July 2000

July 2008

March 2002

Present

May 2002

May 2005

May 2003

April 2004

United Nations Interim Administration Mission in Kosovo

UNAMSIL

UNTAET

MONUC

UNMEE

United Nations Mission in Sierra Leone

June 2010

Eritrea

UNAMA**

United Nations Assistance Mission in Afghanistan

UNMISET

United Nations Mission of Support in East Timor

MINUCI

United Nations Mission in Cote D’Ivoire

~ 127 ~


UNMIL*

United Nations Mission in Liberia

September

Present

2003 UNOCI*

United Nations Operation in Côte

April 2004

Present

April 2004

Present

d’Ivoire

MINUSTAH* United Nations Stabilization Mission in Haiti

UNMIS*

United Nations Mission in the Sudan

March 2005

July 2011

ONUB

United Nations Operation in Burundi

May 2004

December 2006

UNMIT*

United Nations Integrated Mission in

August 2006 Present

Timor-Leste

BINUB**

UNAMID*

United Nations Integrated Office in

January

Present

Burundi

2007

African Union-United Nations Hybrid

July 2007

Present

September

December

African Republic and Chad

2007

2010

United Nations Stabilization Mission in

July 2010

Present

June 2011

Present

July 2011

Present

April 2012

August

Operation in Darfur

MINURCAT* United Nations Mission in the Central

MONUSCO*

the Democratic Republic of the Congo

UNISFA

United Nations Organization Interim Security Force for Abyei

UNMISS

United Nations Mission in the Republic of South Sudan

UNSMIS

United Nations Supervision Mission in Syria

2012

~ 128 ~


_____________________________________ Notes *Current operation. **Current political mission directed and supported by DPKO.

~ 129 ~

Tesi lm rics dr stefano de cupis vers completa  

https://www.unric.org/it/images/Tesi_LM_RICS_-_Dr._Stefano_De_Cupis_-_Vers._Completa.pdf

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