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AMANITA PHALLOIDES “Amanita phalloides” GENERE: Electronica ETICHETTA: VOTO: 70/100 RECENSORE: DroB

Oscillazioni costanti per questo calibratissimo disco di elettronica del duo toscano a nome Amanita Phalloides. Come da suggerimento nel nome, la loro musica può insinuarsi nel fragile sistema linfatico nervoso dell’ascoltatore rilasciando le sue tossine ed avvelenandolo, inesorabilmente perso nelle cinque tracce strumentali di cui il lavoro è composto. Uzca Remington in apertura ci pone melodie semplici quasi infantili contrapposte ad inviluppi sintetici molto suggestivi, il bass synth struttura il brano con un’ossatura davvero imponente, anche se pecca forse in variabilità. Ottima invece la soluzione per Sodomia, a memoria di formazioni come Boards of Canada. Delay ed atmosfere pienamente nordiche, la malinconia ci avvolge e travolge senza tregua e probabilmente ci rende dipendenti. Da tempo una tale semplicità non rendeva così in bellezza e fascino. Il beat è diretto, gongolante e cadenzato, i synth si susseguono morbidi. Grattacagio rende (forse) nella sua malata scomposizione un tributo a band più coraggiose non inseribili nelle produzioni ambient -Autechre ad esempio-. Il beat inizia in maniera graduale a distrarsi e contaminarsi, viene scomposto in parti e suoni fino a perdersi per poi ritrovarsi verso la seconda parte del brano. La quarta traccia dall’indecifrabile titolo è un’altra ballata di ammaliante attitudine. Anche in questo caso i sintetizzatori tessono melodie e “riff” calibrati al punto giusto tanto da rendere pop una suite che pop non è, le percussioni elettroniche si stratificano inseguendo il lead ed il basso che lega il tutto con il suo sapore acido. Con Fung’O’Troll si chiude il ciclo e l’intossicazione è ormai a livelli altissimi, siamo a sperare che questa musica possa riempire la nostra stanza senza pause, gli sweep di sottofondo alzano ed abbassano le nostre difese immunitarie mentre la melodia principale ci culla sereni e totalmente sazi. Quasi ringraziando di non aver preso parte a quel workshop sul riconoscimento dei funghi.

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FUORISKEMA “Per uscirne fuori” GENERE: Pop/rock ETICHETTA: VOTO: 55/100 RECENSORE: DroB

Rock italiano nella più ampia e moderna accezione del termine, questo lavoro dei Fuoriskema. Ragazzi umbri giovanissimi e pieni di entusiasmo, come è giusto che sia, lanciano un album che non tradisce le aspettative del genere: canzoni orecchiabili e molto radiofoniche, pop quanto basta per poter emergere ma con la giusta dose di rock in alcuni episodi più distorti o dinamicamente più potenti. La presenza di sintetizzatori rende il tutto anche un po’ “danzereccio”, a tratti ricordando i Negramaro che non stupirebbe trovare tra le loro influenze. Gli arrangiamenti sono ben curati, ma l’impressione è che nel primo album siano confluite tutte le canzoni senza consecutio logica ed alcune siano state penalizzate da una registrazione/missaggio molto moderni e quindi troppo digitali, freddi. La voce è fuori, un registro alto rispetto ai pezzi più rock almeno, anche se rende il disco ancora più spendibile sul mercato nostrano. Gli episodi più riusciti sono però, all’avviso di chi scrive, quelli più acustici che forniscono un po’ di più l’essenza romantico-giovanile della band (Cinque), senza escludere brani come Prima del diluvio o La lettera che hanno del potenziale soprattutto per dei buoni stacchi e delle buone soluzioni di tastiere e chitarre. Un giorno forse troveremo questa band nelle classifiche e, anche se non ci suonerà totalmente nuova, ci sembrerà sincera e molto attuale, tanto da (forse) giustificare ancora l’uso della K nel nome come se ch fosse triste e un po’ matusa.

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HECATE

“Ultima Specie” GENERE: Deathmetal/grindcore ETICHETTA: Revalve Records VOTO: 79/100 RECENSORE: DroB

Proviamo a mettere un po’ d’ordine, prima del caos. Ecate è, secondo la mitologia greca, la dea dell’ambiguità. Triplice nel tempo, triplice nello spazio, bi-sessuata, triplice nella forma. Dea degli incantesimi e degli spettri, protettrice del viaggio. Una figura completa e complessa dunque, affascinante e spaventosa, oscura e limpida. Questo per tentare timidamente di addentrarsi nell’immaginario della band che ne prende il nome, una formazione laziale che suona grindcore sanguigno e brutale. 8 brani in 20 minuti per questo nuovo lavoro,in cui i quattro musicisti radono al suolo ogni barriera possano trovarsi davanti, soprattutto se psicologica. La lingua è quella italiana che ben si fonde stavolta con l’orchestrazione dei pezzi, probabilmente aiutata dal growl profondo di Christian che lega perfettamente i suoni emessi con il muro degli altri strumenti. Il booklet ha permesso a chi scrive di decifrare interessanti spunti sulla società contemporanea, riflessioni a caldo sulla condizione umana e disumana con la quale ci confrontiamo ogni giorno. Da qui scaturisce questa violenza e l’urlo primordiale per non restare sopìti o nascosti e vomitare ciò che si ha dentro, quello in cui si crede e (forse) distruggere quello in cui non si crede. L’album si apre con un intervento industrial, Anneliese, evocativo intro di pochi secondi che ci lascia cadere nelle braccia poco accoglienti della titletrack, una saltellante litania in cui i fraseggi di chitarra fungono da risposta e contrappunto alla ritmica fondendo perfettamente i dettami della scuola brutal con il grind. Senza pietà, nel titolo e nei fatti, è una raffica di mitra nel silenzio, un tank su un campo di margherite: l’attitudine è thrash, dritta, ogni colpo di rullante una fucilata ed i riff delle vere e proprie rasoiate. La franchezza totale di Raza Odiada porta al cuore un tema pesante come quello della pedofilia in tonaca nera, e la musica anche in questo caso commenta perfettamente lo stato d’animo di rabbia senza freni che ne scaturisce.

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Bestia quieta è il momento più cadenzato dell’album, pesante e più lento, basso e chitarra emergono prepotenti in frasi memorabili finché la deflagrazione arriva al minuto 2e15, dove la batteria stacca completamente ed inizia un inseguimento senza fiato che non lascia superstiti. Segue il momento della discesa agli inferi, Ecate sta per guidarci con la torcia nel mondo dell’oscurità in Il Buio, altra sferzata inferiore ai due minuti a ritmi serratissimi, la voce gorgheggia accentando la batteria ed il riff di chitarra chiude il cerchio melodico in maniera memorabile. Se siete riemersi dall’oscurità, vi ritroverete sicuramente rinnovati e rinvigoriti, con qualche buon motivo in più per sfogarvi e non subire.

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MARCO GALLI “Tema del fiume” GENERE: Rock ETICHETTA: VOTO: 66/100

alternativo italiano

RECENSORE: DroB

Piace la freschezza delle composizioni in questo EP del cantautore rock Marco Galli. Cinque brani variopinti che giustamente partono da Il grande inizio, pop rock veloce e scanzonato. Una progressione di accordi interessante che rende insieme alla sezione ritmica il brano molto orecchiabile e perché no, ballabile. Veloso colpisce per l’approccio etno-rock imbastito su una melodia accattivante ed inserti di flauto che non nascondono l’attitudine più alternative del ritornello, davvero azzeccato. La pronuncia della R diventa in questo caso motivo estetico e quasi effetto nell’economia del brano. Reggae del fiore azzurro tradisce il titolo subito dopo l’inizio, tramutandosi in maniera impercettibile da un classic reggae beat ad una struttura solida di pop rock, in cui colpiscono gustosi controcanti ed uno stacco improvviso nel finale con una virata ska alla Madness. Una bilanciata follia. I testi risultano interessanti, mai scontati, nella narrazione di esperienze dirette e personalissime impressioni sulla vita non sempre rose e fiori, molto di più di una continua domanda. Timbuctù continua il viaggio dell’esistenza, attraverso sensazioni tropicali (la ritmica della melodia ricorda vagamente il Brasile) date dalle scelte stilistiche e gli interventi degli strumenti sempre ben diretti. Chiude il lavoro Tema del fiume, unica ballad dell’ EP. Riferimenti letterari ed orchestrazione molto elegante, dove elegante sta per fraseggi di piano e piano elettrico ed un bridge di beatlesiana memoria. Attendiamo nuovi estratti dal suo diario.

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NICOLA SARTORI “Il cantattore”

GENERE: Cantautore ETICHETTA: Cabezonrecords VOTO: 65/100 RECENSORE: DroB

Nicola Sartori è un cantautore veronese, in uscita in questi giorni il suo nuovo lavoro dal titolo appropriato di “Cantattore”. Perché ci rende partecipi delle scene della vita quotidiana con tutte le sue difficoltà, i turbamenti e le osservazioni che possiamo farne, e ci canta o parla come un bravo narratore sa fare. Un album pop di impatto, in cui la voce gioca il ruolo di attaccante, con le sue variazioni e cambi di registro, da flebile quasi strozzata a calda e avvolgente o sussurrata. Brani di spessore, arrangiamenti molto maturi come maturi sono i testi che ci parlano dei nostri tempi e dei nostri amori. L’intensità di S.Bersani e la delicatezza di Concato -o Tenco e Fossati se si preferisce-, per averne un’idea di massima. Possiamo trovarci davanti ballad con atmosfere rarefatte (Confusa), canzoni pop classiche (Cantattore) o più jazz (Il vicolo dei ciechi) ma i momenti più intensi e memorabili rimangono forse ballate come Tessi, davvero un tocco da maestro nel raccontare così tanto e così intensamente con un arrangiamento minimale di pianoforte e violoncello. Allo stesso modo efficaci sono i suoni e la scelta ritmica di Vai piano, brano in cui la melodia si fa forte anche grazie alla semplicità delle frasi del piano elettrico. Disco complesso a suo modo, ma piacevole proprio per questo suo intrufolarsi nei pensieri e suggerirne degli altri, o almeno punti di vista e spunti ulteriori. L’impressione è quella di un dialogo costante con un vecchio amico, bravo osservatore che ci dirà la sua e avremo conferma del fatto che la vita va vissuta, così com’è, e giocata al meglio. Non è poi questo il contratto dell’uomo col mondo?

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TIME ZERO

“Silenzio/assenso” GENERE: Electro-rock ETICHETTA: CinicoDisincanto VOTO: 70/100 RECENSORE: DroB

Interessante nuova uscita per CinicoDisincanto. Questa band a nome Time Zero propone un rock elettronico d’effetto che speriamo abbia un buon impatto su chi cerca sonorità dal sapore più estero. L’album è ben confezionato e ben suonato, l’elettronica suona padrona nella tessitura degli 8 brani proposti. Ottimo missaggio, ogni ambiente rende il giusto tributo alla stratificazione dei suoni (Prurito) e si possono cogliere in maniera limpida tutte le sfumature delle canzoni. Un lavoro vario che passa da atmosfere industrial (Cane) a tracce più metalliche (Soluzione) in cui l’approccio ricorda quello di Rob Zombie tanto per fare un famoso esempio. La batteria pestona e dritta viaggia tesa e gli arrangiamenti di basso e chitarra tessono trame accattivanti, ottimi peraltro i suoni di sintetizzatori di tutto l’album, a volte forse un po’ troppo digitali e freddi ma è nel genere stesso che ne troviamo la ragione e la non dovuta spiegazione. Silenzio/Assenso gioca bene con le drum machine, con hihat saltellanti e classici beat ‘80, conditi però da chitarre e lead dal gusto NIN piuttosto che mansoniani (Varietà), alcuni riverberi sono poi delle vere chicche nel contesto orchestrale (il solo di Pillole). Episodi come Cellula e Satellite ci riportano per un po’ alla realtà nostrana con un tenore più dance rock alla Subsonica (sempre in chiave dark però) ma non emergono rispetto ad altri brani. Il cantato in italiano è valore aggiunto, i testi risultano interessanti e mai ridondanti nella metrica, anche se la voce stessa a volte risulta strumento avulso dal contesto, sia per scelta di mix (Cellula) che per timbrica (Satellite), come se un impastato Alberto Ferrari si desse improvvisamente al metallo elettrico, mantenendo però fascinose immagini e stimolanti pensieri sulla realtà attuale. Per chi odia il silenzio della ragione, un album da urlare in 8 asciutte sintetiche tracce, titoli bruschi in una parola, ritmi serrati e denti stretti. Un mondo frenetico il nostro.

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USHIRO MAWASHI “Vesper”

GENERE: Ambient ETICHETTA: CinicoDisincanto VOTO: 69/100 RECENSORE: DroB

Ushiro Mawashi aka Giovanni Mallamaci è un compositore ambient calabrese e con questo lavoro ci introduce al suo viaggio trascendentale. Vesper è un album dove psichedelica e ambient si mescolano in una strana alternanza di forza malinconica e desolazione, pienezza romantica e rarefazione. Un disco-viaggio in cui non è possibile skippare le tracce senza perderne il senso ma anche un lavoro di ricerca compositiva dove ogni brano rappresenta in sè un modo di percepire l’acustico o l’elettronico, il suonato ed il suonabile. Suggestioni sonore di valore, che spaziano liberamente tra Eno e le atmosfere più cinematografiche, Aphex e le più intricate soluzioni digitali. Alcune tracce di questo EP possono suonare in effetti troppo rarefatte, molto fredde per via di suoni digitali che non trovano il giusto spessore all’interno dell’orchestrazione pur risultando gradevolissimi nelle melodie (Elephant) ma nel complesso le riuscite aperture - quasi - pop donano al disco un calore notevole (Heisenberg) e colori appena suggeriti (Tons of water over us). Un respiro che si allontana e avvicina continuamente, passando per l’oriente (Touch) il continente americano (Hooker with a penis) ed i nostri più evocativi luoghi. Dal tramonto all’alba, una guida per rischiarare - ad intermittenza - il viaggio.

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373°K

“Lontano” GENERE: Rock ETICHETTA: VOTO: 70/100

italiano

RECENSORE: Lidel

I 373°K sono una band di rock italiano bolognese che sembra una viadi mezzo tra Ligabue ed i Negrita piu’ grintosi. L’album “lontano” contiene 12 pezzi. La mia recensione potrebbe anche dirsi conclusa qui, anche perchè non c’è altro da dire che non si possa intuire a cosa si va incontro. La band sa suonare bene, è ben quadrata, agli amanti del genere consiglio questa band. Canzoni da segnalare: l’opening “lontano”, “intera” che è una signora ballata, “mia dolce metà” che ricorda i negrita dei bei tempi, la rockettara “luce bianca”.

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LENZ

“De Fault” GENERE: Post punk, industrial ETICHETTA: Lafamedischi VOTO: 80/100 RECENSORE: Lidel

Lenz è il progetto solista del cantautore Damiano Lanzi. L’album di 11 pezzi, edito da -La Fame Dischi-, si chiama “De Fault” ed è influenzato da post punk, industrial ed anche un pò dai joy division (i testi sono in inglese). Le canzoni hanno un’anima molto intimista, decisamente cantautoriale. La particolarità è che in sede live c’è solo Damiani con un basso elettrico a 8 corde ed una batteria elettronica, piu’ diversi effetti homemade. Tutte le canzoni seguono una loro logica e mi sembra di avere davanti un concept, per questo vi consiglio di ascoltarlo per intero, altrimenti si corre il rischio di perdere il filo dell’album. E’ abbastanza particolare e necessita di piu’ di un ascolto.

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PUSH BUTTON GENTLY “Fuzzy blue balloon”

GENERE: rock, noise, stoner, alternative ETICHETTA: Moquette records VOTO: 70/100 RECENSORE: Lidel

I Push Button Gently (abbreviati in pbg) sono una band molto Foo Fighters nell’attitudine e QueensOf The Stone Age nell’attitudine (nonchè nella voce, una via di mezzo tra Grohl e Homme), con in piu’ qualcosa di noise usato in modo intelligente. L’album dal titolo “ Fuzzy blue balloon” e pubblicato da “Moquette Records”, contiene 10 pezzi piu’ intro ed outro. Passiamo subito al secondo pezzo (che poi sarebbe anche la prima e vera canzone dell’album) “The bottle” nella quale si sente benissimo quanto scritto prima, “Tarpit cock and the bazoukie” è davvero geniale (la dovete ascoltare!), andando avanti c’è “Kilgore trout” che ha il suo fascino per come è stata costruita e non sfigurerebbe in un album dei qotsa. Il resto dell’album procede su quanto già detto. L’unica cosa che non ho capito riguarda la scelta di inserire tracce che variano dai 24 secondi di “Incoming” al 1:12 di (Eyes closed and speed). Per me questa scelta ha penalizzato un pò l’esperienza nell’ascolto. A parte questo, una band molto brava.

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THE INSTIGATION “No way out e.p.”

GENERE: Punk, garage, hardcore, rock‘n’roll ETICHETTA: VOTO: 90/100 RECENSORE: Lidel

I The Instigation sono una band giapponese di tokyo amante dell’hardcore prima maniera alla black flag, del garage, punk e rock’n’roll. L’ep si chiama “No way out e.p.” ed è composto da 3 canzoni inedite piene di testosterone, classe e talento piu’ una cover “Degenerated” dei Reagan Youth. Sui 3 pezzi (The instigation, No way out, No rules) posso dire che ne vorrei ancora di più, quando si ha a che fare con una band così capace, sentire solo 3 pezzi mette abbastanza voglia di sentire subito un album intero e di vederli live. Sulla cover non ho niente da segnalare, ben fatta ma avrei preferito un pezzo degli Instigation. Ampiamente promossi e resta in spasmodica attesa di avere un album completo. Go The Instigation, go!

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DURACEL “L’ora d’aria”

GENERE: Punk rock ETICHETTA: Indie Box VOTO: 80/100 RECENSORE: Milo

Quale miglior modo di festeggiare il decimo anno di attività se non quello di regalarsi e regalarci un nuovo album con cui procurarci danni irreversibili all’apparato uditivo causati da un uso smisurato del volume del nostro lettore? Ed è proprio quello che hanno deciso di fare i veneti DURACEL regalandoci “L’ORA D’ARIA” il loro quarto album uscito per la INDIEBOX l’11 febbraio. Le sonorità di queste 13 canzoni sono le classiche che li hanno resi famosi, il tempo passa, loro diventano grandi, ma non dimenticano e soprattutto non rinnegano ciò che li ha resi quello che sono. Sono maturati e lo si percepisce nei suoni , più ricercati e più elaborati, pur mantendo la loro semplicità del punk rock, ma soprattutto nei testi, in cui, ci raccontano, a volte con un pizzico di nostalgia, le loro vite quotidiane. Ottimo lavoro ragazzi..Tanti auguri e altri 100 di questi decenni!!!

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GAB DE LA VEGA “Song of existence”

GENERE: Acustico ETICHETTA: Epidemic records VOTO: 85/100 RECENSORE: Milo

“SONG OF EXISTENCE” è il primo album solista di GAB DE LA VEGA, che dopo anni di militanza nella scena punk hardcore con gli SMASHROOMS, decide di dare vita a questo side project totalmente in acustico. Le canzoni,nella loro semplicità,risultano piene e ben strutturate e non si sente minimamente la mancanza delle distorsioni o di una sezione ritmica. I suoni e le melodie ,minimali e dirette, non nascondono certamente il background di GAB, le sonorità punk si sentono,sono vive e vegete ma allo stesso tempo si percepisce un retrogusto di sonorità folk e oldschool dovute anche grazie al calore che solo il suono di una acustica sa dare. Il risultato di questa miscela sono 10 canzoni profonde in cui l’autore racconta la sua visione personale sulla vita di tutti i giorni.

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NO FRONTIERS

“Blowing the dust away” GENERE: Pop ETICHETTA: VOTO: 65/100

punk

RECENSORE: Milo

Nati tra i banchi di scuola nei primi anni del nuovo millennio i NO FRONTIERS ci presentano questo EP, “BLOWING THE DUST AWAY” caratterizzato da sonorità che ricordano molto alcuni gruppi che proprio in quegli anni la fecero da padrona. E sono proprio i primi album dei BLINK 182 che mi vengono in mente ascoltando questi 5 pezzi che possiamo tranquillamente inserire nel filone POP / PUNK. Le canzoni risultano essere molto orecchiabili, sia quelle più pesantine come SKY ON ASHES sia la “strappa lacrime” ASK THE 8-BALL..tutte e 5 godono di una buona struttura e buona tecnica strumentale. Purtroppo molto meno curata risulta essere la voce, ed è un peccato, perché le linee melodiche sarebbe anche carine, ma vengono “rovinate” da una poca cura ai dettagli.. sono presenti infatti alcune stonature che non passano inosservate e la pronuncia a volte è abbastanza brutta.. e tutto questo è davvero un peccato perché fa perdere punti nel complesso del lavoro.. Forse si doveva perdere un po’ più tempo nel curare i dettagli vocali, come sarà stato fatto di sicuro a livello strumentale.

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NOISTURE “Daily war”

GENERE: Punk hc ETICHETTA: Mega zombi self productions VOTO: 85/100 RECENSORE: Milo

I NOISTURE sono un trio proveniente dalla provincia di Brindisi e ci presentano il loro ultimo lavoro uscito verso la fine del 2013. DAILY WAR , appunto, è un cd di 9 pezzi con sonorità che spaziano dall’hardcore punk al metalcore, ma sinceramente se qualcuno mi dovesse chiedere “che genere fanno i NOISTURE?” mi troverei davvero in difficoltà nel dover dare una risposta… e la cosa a mio avviso è molto positiva, in quanto sono riusciti a creare un sound personale. Le canzoni sono ben eseguite, e non cadono mai nel banale, basso e batteria fanno davvero un bel lavoro (da paura su TAKE A LOOK TO THE SKY) creando una base ,senza sbavature e senza cadere nell’eccessivo, su cui vengono appoggiati riff di chitarre e linee vocali graffianti al punto giusto( DAILY WAR). Potrei continuare a scrivere innumerevoli parole su “DAILY WAR” ma credo che la cosa migliore da fare sia andare sul sito dei NOISTURE e ascoltare con le proprie orecchie quello che questo gruppo ha da proporci.. Concludo usando una loro frase ,con la speranza sia da insegnamento a tutti quei gruppi che danno più importanza alle parole rispetto alla musica suonata. “Ci piace suonare e fare rumore, del resto non ce ne frega un cazzo!”

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VARIOUS ARTIST “Oi! Ain’t dead 2”

GENERE: Punk oi! ETICHETTA: Rebellion records / longshot music VOTO: 80/100 RECENSORE: Milo

E’ uscita il 18 febbraio il secondo capitolo della compilation “OI! AIN’T DEAD” nata da una idea e collaborazione tra REBELLION RECORDS,LONGSHOT MUSIC e CONTRA RECORDS. Dopo l’enorme successo della prima compilation che ha unito in un unico disco artisti come OLD FIRM CASUALS,RAZORBLADE,THE CORPS e BOOZE AND GLORY ecco quindi la seconda puntata in cui troviamo BISHOPS GREEN , RAZORBLADES, LION’S LAW e RAZORCUT . 8 canzoni tiratissime che provano quanto che la scena OI non sia per niente morta.. anzi!!! La compilation verrà stampata con una tiratura di 1000 copie con colorazioni personalizzate e così suddivise: 250 black 250 white (Longshot colour) 250 white with black splatter 150 black with white splatter (Contra colour) 100 gold with black splatter (Rebellion colour)

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The second chapter of the compilation “OI! AIN’T DEAD”, born from an idea and collaboration between REBELLION RECORDS,LONGSHOT MUSIC and CONTRA RECORDS, it was released on 18 February. After the huge success of the first compilation that united into a single disc artists like OLD FIRM CASUALS,RAZORBLADE,THE CORPS and BOOZE AND GLORY here is the second episode in wich we can find BISHOPS GREEN , RAZORBLADES, LION’S LAW and RAZORCUT. 8 great songs that prove us how the scene OI! Is not DEAD at all...indeed!!! The compilation will be printed in an edition of 1000 copies with customized colours and so divided: 250 black 250 white (Longshot colour) 250 white with black splatter 150 black with white splatter (Contra colour) 100 gold with black splatter (Rebellion colour)

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SONIC DAZE “First coming”

GENERE: Garage punk / punk ETICHETTA: autoprodotto VOTO: 78/100

rock

RECENSORE: Milo

I SONIC DAZE sono un gruppo pugliese e ci presentano il loro EP “FIRST COMING” uscito a novembre scorso e totalmente autoprodotto. 6 pezzi di garage punk con influenze sonore che spaziano dal surf rock degli anni 60 al rock revival degli anni 80 senza dimenticare però le sonorità old school del punk inglese e americano. Le canzoni hanno tutte un bel tiro ed è impossibile rimanere immobili durante l’ascolto. Degna di nota è la copertina ideata dal noto fumettista californiano SHAWN DICKINSON, che dà al cd quel tocco di classe in più che non guasta mai… Da premiare anche l’uso dell’analogico in fase di registrazione, peccato però poi non sia stato stampato in vinile per mantenere fede al non uso del digitale…. A parte questo ultimo dettaglio trovo che FIRST COMING sia perfetto!!! Complimenti davvero.

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BIOSCRAPE “Exp. ZeroOne”

GENERE: Harcore/metal crossover ETICHETTA: OverDubRecording VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Combinata eccellente quella dei Bioscrape, mixano senza colpo ferire due band importantissime del panorama metal. Una i Pantera e l’altra Rob Zombie. Ma andiamo per gradi. La band si forma nel 2006 (a giugno per la precisione), e la loro proposta è da subito energica, forte e solida. Nel 2007 registrano il loro demo, omonimo, con le loro prime canzoni composte e ricevono immediatamente un buon riscontro in Italia e in Europa. Due anni dopo si ripresentano al pubblico con un promo, dal titolo “AlienHate” con quattro tracce per dimostrare l’evoluzione della band e dando al pubblico, e non solo, la dimostrazione delle loro capacità ed attitudini. Nel 2011 comincia la registrazione del loro primo album completo presso i Real Sound studio di Parma e nel 2012 firmano per OverDub Recordings e ci presentano questo Exp. ZeroOne. “Exp. ZeroOne” si presenta particolarmente bene in ambito tecnico, tutto studiato nei minimi dettagli e con le giuste influenze e “infezioni”; di fatto abbiamo non solo dei rimandi palesi alle due band di cui sopra, ma c’è un certo retrogusto anche di “crossover” (il “nu metal” non riesco a concepirlo come termine, sarò arretrato mentalmente ma non me la faccio andare bene). Le parti sono state calibrate in modo assolutamente ottimale, per dare il giusto feeling e la giusta carica all’ascoltatore. Chitarre granitiche supportate da una sezione ritmica inarrestabile, se pur non particolarmente votata alla super velocità, ed un growl corposo e “deep in your face”. Non mancano certo le “badilate in faccia”, ovviamente il tutto viene poi mixato e post prodotto in modo egregio. Empaticamente le canzoni migliori a mio avviso restano: “Ages Of Leeches”, “Drop In Loop”, “Rew punch”, “Half man” e “Chemical heresy” . Peccato che il cd duri poco (forse unica pecca). In chiusura, un plauso ai Bioscrape che hanno saputo in poco più di trenta minuti concentrare un nucleo di energia esplosiva non da tutti, complimenti alla OverDubRecording per averli scovati e resi disponibili al grande pubblico e un plauso andrà a tutti voi che acquisterete il cd e supporterete la band, se lo merita. Per il futuro auspico che possano continuare così, perché credo che sia una formula ottimale per la band.

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BLINDING SUNRISE “Cold like winter”

GENERE: Metalcore ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 68/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

I Blinding Sunrise arrivano dalla Sicilia con un metalcore tipicamente americano e si presentano ai blocchi di partenza con un EP da cinque tracce dal titolo “Cold Like Winter”. La band si forma nel 2011 e porta subito all’orecchio del mercato musicale questa loro proposta, che se pur ricalcante le formule di band quali Bullet for my valentine (principalmente) e Poison the well, arricchiscono la parte vocale in un trittico di voci. Abbiamo la voce cristallina e pulita di Francesca, accompagnata da quella di Mattia, che passa dallo scream al pulito e quindi c’è Valerio che fa il growl per completare. Diciamo che oltre ad esser metalcore la loro proposta musicale, va e sborda a tratti anche nell’emocore. Il lavoro delle chitarre è svolto egregiamente, e non si fossilizza su un singolo dettame. Oltre alle classiche linee metalcore troviamo infatti riff vagamente thrash e un timido tentativo di andare oltre, verso lidi death melodici con qualche scala veloce. Interessante e valida anche la parte ritmica, con il basso che si sente distintamente, e una batteria mediamente buona, escludendo però uno scivolone nella opener. Capisco il fatto di fare le correzioni o le modifiche in studio, ma sentire un passaggio sulle pelli così sintetico non è accettabile; non essendo i blinding sunriseun gruppo electrodark questa è una pecca grossa, ma scusabile dato che è il loro primo lavoro. La voce femminile, pur non spaziando su di un carnet di tonalità, si propone tutto sommato discreto. Si potrebbe, a mio avviso, però provare alcune tonalità un pelino più basse, per provare a variare e a dare corposità al cantato. La voce sporca maschile invece ha bisogno di un “valore aggiunto in più” che ora manca. Forse perché troppo piatta sul lungo periodo e senza un minimo di variante, se non fosse per il growl che a volte fa da “compagno di viaggio”.

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“Cold Like Winter” ha delle tracce molto interessanti come “Left alone” e “Smashed heart”, ma risente troppo a mio avviso della mancata esasperazione delle capacità della band. Ovvero, sono certo che la band sarebbe stata in grado di proporre e di dare alle stampe un lavoro superiore rispetto a quello proposto, ma che per paura di esagerare hanno preferito restare un passo indietro rispetto a ciò che sanno fare. In ogni caso il loro EP è un buon prodotto, che sarebbe potuto uscire da qualsiasi studio del “mondo” oltreoceano. Auspico che la band faccia un paio di limature sulle asperità indicate e che possa proporre un nuovo lavoro più maturo. Come sempre nei lavori di prima uscita un pochino di manica larga bisogna essere, sia per dare supporto che per capire gli errori derivanti dalla voglia di uscire con il proprio cd. Più che sufficiente, ma in futuro ci deve essere una variante se no la band rischia di finire nell’oblio dei “già sentito”.

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CHAOS CONSPIRACY “Who the fuck is Elvis?”

GENERE: Strumentale ETICHETTA: OverDubRecording VOTO: 70/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

La nuova release dei Chaos Conspiracy si presenta in modo caustico già dal titolo “Who the fuck is elvis?” un modo per dare già una prima idea di che cosa vogliono fare i Chaos cospiracy ovvero destabilizzare l’ordine costituito musicale e lo fanno bene. La loro proposta è un album di musica “concettuale”, nel senso che il loro cd è uno strumentale che spazia dal rock al metal passando per jazz e di fatto inserendo molte altre contaminazioni di diversi generi. Non è la prima volta che mi capita, ma come spesso mi succede è come se fosse la prima volta. Vengo spiazzato e riesco poco a comprenderne il filo conduttore. Ecco perché dico che sono più simili ad arte concettuale. Andiamo per gradi, la band nasce nel 2003 e si radicano come influenze in quel sottobosco agitato che è l’hardcore, il noise e sotto un certo aspetto il rock alternative. Nel 2004 ottengono un buon riscontro dalla critica con il loro EP di esordio e questo permetterà loro di potersi presentare nella compilation “Rock e contaminazioni vol. 3”. Nel 2005 escono con il loro primo lavoro “Out of place” per la copro-casket records. Tra 2007 e 2008 decidono di fare un cambio radicale, togliendo la voce e dandosi una nuova dimensione artistica. Nel 2010, dopo oltre 50 date in giro per il mondo, escono con il nuovo lavoro “Indie rock make me sick” per andromeda/warner chappel e si arriva quindi al 2013 con l’uscita di questo “Who the fuck is Elvis?” uscito per la OverDubRecording. Il cd raccoglie otto tracce e musicalmente hanno un approccio strano, sono tutt’altro che prevedibili e/o inquadrabili, per quello che riguarda la mera tecnica di registrazione e la mera post produzione hanno fatto un lavoro di alta qualità, strumenti registrati in modo ottimo e regolate le “combinazioni” in modo egregio, del resto non mi esprimo dato che è una forma d’arte che è altro dal semplice comporre musica.

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Riesco a fatica a dare delle indicazioni su quali possano essere le canzoni migliori del album, a conti fatti sono ottime a se stanti tutte e con buona probabilità i più affezionati al genere riuscirebbero tranquillamente a trovare un filo conduttore che parte dalla prima traccia “I don’t wanna be your Ipod” passando per “Calogero theory” e “Stanislav give me the semtex” arrivando alla titletrack del cd “Who the fuck is Elvis?” In conclusione, questo è un cd per chi ha intenzione di vivere la musica in modo concettuale e quasi destrutturata. Un album strumentale con mille facce e mille sfumature, un album ostico se vogliamo e non di immediata assimilazione, specie se si è troppo “quadrati” su come e su cosa deve far la musica.

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DARK LUNACY “Live in Mexico city”

GENERE: Greatest hits live ETICHETTA: Fuel records VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Dunque quello che andrò a recensire è un greatest hits live di una delle band più importanti degli ultimi 10 anni sulla scena death italiana: i Dark lunacy. Per quello che riguarda la parte tecnica anticipo che non vi è nulla da dire, dato che si sta parlando di un prodotto di alta qualità fatto da una band di alta qualità. Quindi punterei a darvi un minimo di storia della band e a ragionare poi su quello che è la parte empatica che questo album trasmette. Il gruppo si forma agli inizi del 1999 dall’incontro tra il cantante Mike Lunacy e il chitarrista Enomys. In quell’anno la band registra l’Ep “Silent Storm”, anche se autoprodotto risultò essere di alta qualità e di forte impatto sugli addetti ai lavori. L’anno dopo la band pubblicò un demo intitolato “Serenity”, composto da 4 brani, all’interno dei brani trova spazio un quartetto di archi, che diventerà parte integrante del sound dei Dark Lunacy. Nel 2001 la band firma per Fuel Records e pubblicano il loro primo album dal titolo “Devoid”. Il loro secondo album esce nel 2003 intitolato “Forget Me Not”. Tra il 2004 e il 2006 la band attraversa un periodo particolarmente fortunato: partecipa a grandi concerti nazionali e internazionali ed a festival di grande calibro (giusto due esempi: Gods of metal ed Evolution festival). Inoltre nel 2006 i Dark Lunacy escono con “The diarist”, album molto importante per la loro carriera e per le loro esperienze, da molti considerato come la punta di diamante della loro produzione. Tra la fine del 2008 e la fine del 2009 la band ha una serie di problemi che portano ad una decisione drastica da parte di Mike Lunacy. Mike dispensa tutti i componenti della band e chiama in suo aiuto altri musicisti, mantenendo comunque il nome originario della band. A fine 2011 i Dark Lunacy portano a termine le registrazioni del quarto album “Weaver of forgotten”. Il disco esce sempre per Fuel Records, disco che permette alla band di avere risultati mai visti: nel giro di 15 giorni “Weaver of forgotten” risulta essere il disco più venduto nella storia della band.

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Ed arriviamo alla primavera del 2012, quando la band va a Città del Messico per la registrazione del primo Gratest hits e decidono di farlo in forma di live. Il cd e il DVD, immortalano la band eseguire i grandi cavalli di battaglia davanti a 3.000 persone, album uscito a settembre del 2013 al titolo “Live in Mexico city”. (da tenere in considerazione che i due “estremi” del globo Messico, per l’appunto, e Russia hanno dato particolari soddisfazioni alla band creando un folto numero di seguaci) Detto questo, un minimo di ragionamento sui brani presentati va fatto, non solo per evitar di fare la “lezione di storia” ma per dar riscontro empatico ed emozionale delle dodici tracce che questo live ha. Personalmente essendo io a conoscenza della band da parecchio ed avendoli visti da live con la prima formazione devo dire che i musicisti che ora sono nei Dark Lunacy dimostrano grandi capacità e grandi abilità oltre che a mantenere il pathos dei vecchi brani, passiamo dalla famosissima “Dolls” a “Heart of leningrad” per poi farci travolgere da “Motherland” , “Varen’ka” , “Forgotten” e tutti gli altri brani del cd. Ovviamente le tracce che ho nominato sono, come sempre, in rigoroso ordine sparso, per sapere la scaletta vi esorto a prendere l’album e a godervelo. Di fatto i Lunacy fanno veramente un volo pindarico su tutta la loro produzione e le persone vengono travolte dalla loro ondata di energia, sia quelle sotto al palco che chi ascolterà il cd. Consiglio questo cd per chi volesse avere un’infarinata sulla band, e per l’energia e per la tecnica, e come punto di partenza per tutta la produzione dei Dark Lunacy.

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ESPERIA “Mosè”

GENERE: Rock italiano ETICHETTA: autoprodotto VOTO: 65/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Gli Esperia nascono nel 1995 da un idea del cantante Andrea Rossi e del batterista Mirko Lucarelli, a cui si aggiungerà il chitarrista Andrea Marchetti , al basso Francesco Ripanti e Stefano Guidi alla chitarra ritmica e cori. Il loro primo demo-CD autoprodotto da titolo “Buster” è uscito a dicembre 2004 contenente 6 brani inediti in italiano. Farà seguito nel gennaio 2010 il disco “L’odore di vita” contenente 11 tracce inedite e infine nel 2013 l’ EP “MOSE’” contenente 4 brani sempre in Italiano, o per meglio dire tre brani ed una versione alternativa di uno di essi. Al loro primo demo-CD, ha fatto seguito il loro primo video del brano “Tutto in un attimo” (2005) girato da un grafico emergente, il video è stato già passato da Rai3 (iang pipol) Magic Tv (underground) Cinquestelle (Non solo Mtv) Italia 1 (Talent 1). Da poco più di un anno è poi uscito il video del brano “L’odore di vita” per la regista dell’emergente Andrea Pigrucci (Anch’esso passato in un anteprima su Rai 3) e sta riscuotendo dei pareri molto positivi. Inoltre la band è arrivata alle fasi finali di SANREMO ROCK nel 2003, si sono esibiti inoltre al ROXY BAR di Red Ronnie nel 2004, hanno suonato per ABIO (trenta ore per la vita al teatro sperimentale di Pesaro) ad aprile 2010 assieme a Matteo Becucci (vincitore X Factor). I quattro ragazzi hanno suonato alle finali regionale di Rock Targato Italia nel 2002 e finali regionali di AREZZO VAWE nel 2006 oltre ad aver partecipato a tutti i festival più importanti del centro Italia. Nel 2010 raggiungono le finali al contest Anime Di Carta al Jailbreak di Roma. Classificati nei primi posti nel format televisivo del programma “Emèrgenti” della televisione DITv.

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Sulla parte tecnica non mi sento di muovere alcuna critica dato che il lavoro è fatto bene per la parte compositiva, per gli arrangiamenti e per la post produzione. Mi sarei aspettato qualche cosa di più per quanto riguarda i testi, a mio parere la parte claudicante di questo EP. Capisco la rima baciata, serve per far rimanere più facilmente impresso il testo, ma caspita neppure finita, o quasi, la frase del verso che subito “spunta” la rima baciata nelle due parole successive… Emotivamente non sono male, sia chiaro, solo che sono troppo legati ai grossi gruppi, sia nostrani che esteri, del rock leggero e non si sente fino in fondo le capacità, che hanno indiscutibilmente, e si limitano a poco più che al “compitino a casa”. Certo una traccia come “niente si fermerà” e “Tutto in un attimo” sono molto interessanti, “luci riflesse” subisce, più delle altre, il problema del testo. In chiusura, confido che la band faccia due cose per se, principalmente, e per il pubblico: Provare ad osare di più, evitando magari di rimanere troppo legati all’ombra di band quali Negrita e del Boss, dando libero sfogo alle capacità intrinseche che hanno e provare a lavorare un pochino di più con la poetica dei testi, ancor più che essendo certamente intimistici e personali, evitare la “lezioncina” delle elementari sulla poesia tipo “cuore-amore”o “gioia-noia”. Fatto questo sono convinto che la band avrà uno slancio ulteriore ed un visibile riscontro.

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FANKAZ

“Burning leaves of empty fawns” GENERE: Metalcore ETICHETTA: OverDubRecording VOTO: 85/100 RECENSORE: Alessandro

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I ferraresi Fankaz hanno scelto un nome assolutamente chiaro, quantomeno per noi italiani. Di certo che la copertina non vi tragga in inganno. Non fanno black, non fanno folk, non fanno viking e non fanno neppure ambient, ma fanno un mix tra il metalcore, di quello tecnico, con un filino di punk (più nell’attitudine però). C’è chi direbbe “Skate-core” ma sono di vecchia scuola e di vecchio stampo, quindi i nuovi nomi ai generi quando ci sono termini utili già esistenti non son per me. Ma facciamo un minimo di storia della band. I Fankaz si formano circa 4 anni fa come band squisitamente hadrcore, ma si fanno “influenzare” da altri generi quali il rock, al punk e da li in poi il passo è breve per il metalcore. Il loro primo “vagito” sonoro è del 2006 con “Don’t try this at home”, quindi “Slow victims for fast predators” per la Roadrunner belgio e Quickflow records nel 2009 ed arriviamo quindi a questo “Burning leale of empty fawns” per la Overdub recording e Worm hole death del 2013. Quest’ultimo album è piuttosto corposo visto che la band presenta al pubblico la bellezza di quattordici brani ben composti, ben eseguiti, tutt’altro che scontati o troppo in linea con il genere. Notevoli le performans di tutti i membri della band sia come strumentisti che come cantanti. Interessante anche l’occhio clinico e curato alla post produzione, in modo da dare un lavoro di alta qualità. Forse un paio di lezioni in più di inglese non sarebbero male, dato che si sente troppo l’inglese stentato e da “banchi di scuola”; ma se escludiamo questo neo il lavoro è ottimo.

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Sui brani ho parecchio da dire, in ambito emotivo, dato che tutto il cd mi è piaciuto parecchio ed è una degna colonna sonora per un viaggio lungo, devo dire che ho faticato a trovare le canzoni migliori proprio perché quello che la band presenta non è “classico” metalcore, ma è una giusta miscela di influenze e di attitudini che i quattro ragazzi ferraresi riescono ad imprimere nei loro componimenti e nelle loro canzoni dando a mio avviso una sferzata notevole e slegandosi dagli stilemi già visti e rodati, con tanto di chicca “ovina” in una traccia che vi invito a cercare. In ogni caso come si dice in questi casi “stando sul pezzo” direi “A world on fire”, “Breath out, breathin”, Calcall it boredom”, “The commedia”, “Now, think” e “lost memories”. In conclusione, se volete un album che sia differente dagli altri, avete certamente di che godere. Se volete un album che vi faccia muovere, avete il vostro album. Se cercate il “già visto e il già sentito”, per poter stare in “tranquillità” avete sbagliato.

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FENIX TALES

“Confutatis maledictis” GENERE: Symphonic ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 73/100 RECENSORE: Alessandro

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I “Fenix Tales” sono un gruppo che si definisce: “Symphonic Gothic Metal” (molto symphonic direi), fondato nel 2008 a Firenze dal tastierista Marco. Nato inizialmente come gruppo dalla fortissima personalità Gothic ( armonie e linee melodiche che si ispirano alla tradizione musicale classica, singer dalla vocalità potente e incisiva ma dal timbro chiaro, border-line tra musica classica e contemporanea, testi di grande modernità ma dai contenuti dark ed esistenziali), si evolve verso il Symphonic di impatto cinematografico grazie ad una ritmica Metal sempre più marcata e definita, e alla presenza di cori ed arrangiamenti orchestrali nonché da una marcata sudditanza nei confronti dei Nightwish del periodo di Tarja. Sono di fatto usciti con il loro primo vagito musicale in questi giorni, presentando al mondo questo “Confutatis maledictis” EP di tre tracce ma di minutaggio molto alto. Abbiamo una traccia da poco meno di nove minuti, una da oltre nove minuti e l’ultima da quattro. Quindi abbiamo parecchio di cui deliziare l’apparato uditivo. Di primo acchito, devo dire che le abilità dei vari membri è molto alta; riuscire a creare sensazioni e tenere in “allerta” l’ascoltatore con brani così lunghi non è da tutti. Ottime sia gli arrangiamenti e le composizioni, più per le parti classico-liriche che non per la parte prettamente metal. A mio avviso le chitarre ed il basso rimangono piuttosto sacrificate e fungono più da “cornice” dei brani che non ad esserne parte integrante. Ovviamente la cosa vale solo per i primi due brani, dato che il terzo brano ha una sua dimensione a se stante ed un suo mood specifico e le chitarre distorte, specialmente, sarebbero state oltremodo fuori luogo. Delle tre tracce la più intensa per me è certamente “Friendly darkness”, tenendo comunque a sottolineare che sia “LCI” che la titletrack “Confutatis maledictis” sono entrambe brani di un certo spessore e una certa poeticità. L’unica pecca in tutto il loro lavoro è la marcata indole a riprendere gli atteggiamenti vocali di Tarja e di fatto in parte il power dei Nightwish (perché i Nightwish NON fanno gothic).

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Sia chiaro, capisco il cantato lirico, non lo ripudio e non lo criminalizzo, anzi in molte occasioni rende ancora più evocativa la canzone; ma troppo spesso si associa il cantato lirico usato nel metal al gothic e la cosa non funziona, cosa già affrontata in molte altre recensioni. A chiusura della recensione, un plauso alla band fiorentina perché ha dato prova delle loro capacità e del loro sentimento. Ottima prova con il loro EP e credo che potrebbe essere il loro trampolino di lancio per un contratto discografico. Alla band consiglio di prendere una loro personale strada in modo da dimostrare oltre ogni dubbio le loro intenzioni e le loro attitudini. Più che promossi.

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HAGEL STONE

“Where is your god now?” GENERE: Epic metal ETICHETTA: Sweet poison VOTO: 59/100 RECENSORE: Alessandro

records

Schumperlin

Gli Hagel Stone arrivano dalla provincia di Ferrara e questo “Where is your God now?” è il loro debut album, uscito poco dopo la metà di dicembre 2013 per la “Sweet Poison Records”. Il genere suonato dalla band emiliana è un classico epic metal alquanto old-style influenzato, palesemente, da Manowar, Grave digger, Rosae Crucis, Wotan e in parte dai Blind guardian. Rispetto alla media del genere (e delle band indicate poco sopra) il minutaggio dei brani supera i 5 minuti, il che di per se sarebbe una buona cosa, peccato non esserci la classica serie di “cavalcate” di batteria e di chitarre che ci si aspetterebbe e che potrebbe aumentare l’interesse dei brani così lunghi. Il loro metodo di composizione resta molto nei midtempo e nelle parti molto, forse un pochino troppo aggiungerei, cadenzate e non particolarmente veloci. Inoltre manca in un paio di casi di un minimo di “logorrea sonora” in meno. Alcuni brani, mi spiego meglio, troppo lunghi e potevano esser gestiti meglio e risultare molto più interessanti (un esempio su tutti “apocalypse”). Devo dire che avrei preferito anche una gestione differente delle sonorità sia delle chitarre, benché precise e granitiche, in un paio di casi le ho sentite poco incisive per la distorsione utilizzata. Stessa cosa avviene per le orchestrazioni, che aiutano molto nel rendere il pathos voluto dalla band, ma anche in questo caso (come per le chitarre) mi sarei aspettato altri suoni in più parti del cd. Buona invece la prova del basso che piacevolmente mi colpisce per potersi sentire in modo così chiaro e non finire nascosto dalla batteria o dalle chitarre, come spesso accade. Per la batteria nulla da dire se non che forse è sacrificata; come ho detto poco sopra qualche “pedalata” in più di doppio pedale, qualche bella accelerata avrebbe dato parecchio ai brani e avrebbe alleggerito l’ascolto. La voce mi è piaciuta molto, dato che non esagera con gli acuti e gli “strilli” che nel epic e nel power vanno di “moda”, anzi pur restando in ambito molto melodico riesce a dare le giuste direttive sonore al brano e che colpire l’ascoltatore usando toni bassi. A chiusura della parte “tecnica” il lavoro nel complesso è stato seguito abbastanza bene, se poi consideriamo che è un esordio è stato più che dignitoso.

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Canzoni interessanti nei dieci brani presentati dalla band ci sono e personalmente ho apprezzato “Hunting ground”, “Under the ice” e “Hagel stone”. In chiusura di questa mia recensione, pur tenendo conto delle attenuanti dovute al loro esordio, va detto che obiettivamente alcuni errori, o forse meglio dire imprecisioni, ci sono indipendentemente dal essere o meno fans del genere; comunque come esordio siamo livelli più che discreti; il gruppo ha margini di miglioramento (consiglierei un occhio più attento nel songwriting, per evitare brani troppo cadenzati e particolarmente lunghi quindi caustici per l’ascoltatore), anche perché capisco che per fare epic ci vadano certi stilemi e certi temi da trattare, ma questo non vuol dire “rimanere nella media”, il risultato sulla media e lunga distanza potrebbe essere quello di rischiare di esser “fagocitati” da band o più scafate e con molta più esperienza alle spalle, o più indirizzate alle novità. Credo che con il prossimo album gli Hagel Stone, se faranno le variazioni indicate, riusciranno a strappare più della mera sufficienza. Ora come ora mi sento di consigliarlo ai soli fans dell’epic metal.

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MADWORK “Obsolete”

GENERE: Industrial-electro metal ETICHETTA: Underground Symphony VOTO: 95/100 RECENSORE: Alessandro

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Il progetto Madwork ha origine in Piemonte nel 1999 con lo scopo di proporre musica propria, mischiando i gusti musicali dei vari componenti del gruppo. Dopo alcuni demo molto debitori al genere prog-metal, il gruppo inizia un percorso di sperimentazione che porta a distaccarsi dalle precedenti sonorità, producendo nel 2003 un demo “Leaving All Behind. Il demo ottiene l’effetto desiderato, e nel 2005, viene pubblicato per la Le Parc Music il primo full-length: “Overflow”. Il lavoro contiene 11 canzoni che rappresentano al meglio tutte le sonorità che compongono la musica dei Madwork. Esordio che ottiene buoni risultati di critica sia in Italia che all’estero. Tra il 2005 e il 2006 i Madwork suonano dal vivo, facendo più di 40 date tra concerti e contest per la promozione per “Overflow”; terminato questo periodo iniziano i lavori per un secondo album, ma purtroppo nel 2008 il chitarrista e co-fondatore del gruppo Jork lascia, la band. Nel 2011 Madwork trova in Nicolò Greppi come sostituto e arrivano nuove canzoni, brani più aggressivi ed elettronici, ma pur sempre nello stile della band. Verso la fine del 2012 rilasciano il videoclip del brano “Hide & Seek” (che può essere visto all’indirizzo http://youtu.be/UWwf_LesavM ) e nello stesso periodo incominciano la collaborazione con Marzio ‘Mr. Z’ Francone, che si unisce al progetto per la produzione artistica del nuovo disco, dando inoltre alla band un impatto sonoro innovativo e più forte. All’inizio del 2013 firmano un contratto con la storica etichetta italiana UNDERGROUND SYMPHONY per l’edizione del nuovo full lenght album. Nuovo cambio di lineup con l’uscità di Nicolò e l’ingresso di Chris ‘Red Oni’ Rosso, (chitarrista noto per la sua militanza nella power metal band Desdemona), la band entra a luglio 2013 in studio per il secondo album, intitolato “Obsolete”, che viene pubblicato il 15 settembre 2013; album di tredici canzoni energiche e con un groove intenso. Nell’autunno dello stesso anno incominciano un live tour promozionale in Europa a supporto di band del calibro di Hypocrisy ed HateSphere.

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Tecnicamente questo è un album molto maturo, con una cura certosina per le sonorità, gli arrangiamenti e le composizioni. Buoni i risultati di “intromissione” di samples elettronici con le bordate classiche del metal, con vaghi riferimenti chitarristici a Rammstein (principalmente per alcuni passaggi particolarmente “quadrati” e corposi tipici del combo teutonico). Una sezione ritmica di tutto rispetto e di incrollabile energia. Interessante la scelta di una voce molto variegata e melodica. Mi sarei aspettato delle risoluzioni di altro tipo, ma vi giuro che riascoltando più volte le tracce questa “aspettativa” si è spenta con i successivi ascolti e non sarebbe potuto aspettar di meglio. Restando sulla voce in un paio di passaggi l’ho trovata un filino alta rispetto agli altri strumenti, ma questione di poca cosa rispetto all’ottimo lavoro presentato dalla band. Personalmente sono rimasto colpito dall’enfasi di una traccia come “Redemption”, dall’energia di “Hide & seek” (che come ho scritto sopra è anche singolo di questo album), “The lucky hand” che parte come una traccia particolarmente easy listening e poi ti punisce in meno di un secondo con una bordata di energia. Quindi “Butterfly blade” e “lullaby” sono altre tracce che vi possono dare il metro di misura che i Madwork usano per esprimere il loro sentimento musicale. In conclusione ottimo lavoro questo “Obsolete”, album maturo di una band che ha i numeri e le capacità per potervi stupire ed emozionare. Pollici in alto per questa band, ve la consiglio vivamente e senza un “limite” di ascolto band che può essere apprezzata da tutti coloro che sono appassionati di musica fatta bene e fatta con il cuore e con la mente. Promossi con lode.

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NICOLA PISU

“Abacrasta e dintorni” GENERE: Cantautore italiano ETICHETTA: La locomotiva VOTO: 90/100 RECENSORE: Alessandro

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Nicola Pisu è nato in Sardegna nel 1973. Ingegnere per necessità e volontario di Emergency per passione, ha cominciato fin da giovanissimo a scrivere e suonare canzoni. Dopo un iniziale periodo rock nella formazione “Lesbicah Hiroshima”, si avvicina alla canzone d’autore italiana; con il gruppo “Suoni E Rumori Popolari” porta in giro per l’isola lo spettacolo intitolato Viaggio nella canzone d’autore, dove insieme ai brani di alcuni famosi cantautori italiani (De Andrè, Guccini, De Gregori) propone le sue composizioni inedite; l’esperienza con i “SRP” si conclude con l’autoproduzione di una demo che riscuote numerosi consensi in ambito studentesco. Dopo una breve parentesi nel Canzoniere Del ‘900, guidato da Clara Murtas (ex Canzoniere Del Lazio), con il quale reinterpreta alcune canzoni popolari che hanno fatto da colonna sonora alla storia d’Italia, Nicola ha modo di approfondire la conoscenza della canzone d’autore di scuola francese. Comunque il suo modello resta sempre Fabrizio De Andrè, indiscusso maestro di musica e di pensiero: seguendo il solco tracciato dall’artista genovese, Nicola affronta le più importanti tematiche legate all’esistenza umana, quali le paure, le passioni, la politica, la solitudine, l’amore, l’odio e le guerre; spesso i personaggi delle canzoni sono coloro che per propria volontà o per costrizione vivono ai margini della società. Questa ricerca musicale si concretizza nel 2008 con la pubblicazione di Abacrasta e dintorni, un concept album liberamente tratto da La leggenda di Redenta Tiria e Il viaggio degli inganni, opere dello scrittore sardo Salvatore Niffoi: i testi delle canzoni raccontano le esistenze di alcuni personaggi che vivono tra Abacrasta e Oropische, due paesi immaginari. Nicola Pisu ha inoltre partecipato allo spettacolo Angelicamente anarchico di e con Don Andrea Gallo. Tecnicamente nulla da dire un lavoro composto da voce, chitarra, basso, batteria e strumenti tradizionali come la fisarmonica, i sonagli, la zampogna e suppongo anche i Launeddas (almeno così mi par di percepire). Il lavoro che viene fatto in questo album in studio è assolutamente ottimo, nulla è lasciato al caso e tutto è curato come si deve.

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Direi, però, che la ricercatezza di Nicola per una particolare “alchimia” vocale va oltre la passione per De André, dato che in più punti si sente la voce che ricorda vagamente il grande Faber e a sprazzi anche Fossati. Sia chiaro non è un copia incolla, anche perché è tutt’altro che semplice scimmiottare la voce volendo dare una propria dimensione ai brani personali; di certo la passione per la musica di alto ed altissimo livello c’è in Nicola Pisu e si sente e si percepisce. Emotivamente le canzoni sono quasi tutte degne di nota, dato che Pisu non fa altro che riproporre quelle che sono le avventure e le disavventure dei popolani di due paesi immaginari, Abacrasta appunto e Oropische, sia chiaro che queste canzoni possono esser tranquillamente rapportate a qualsiasi territorio e non solo alla Sardegna dato che la paura, gli amori e i dispiaceri sono universali e ravvisabili in ogni dove. Certo impossibili da vedere in ambienti patinati e in pvc, ma di certo sono visibili e tangibili in realtà meno ricercate e più intime. Ma, in ogni caso, dandovi un’idea vi direi: “Le donne di Oropische”, “Tzellina”, “Abacrasta”, “Tanche brulle II- Chentu canes” e “Servo pastore” Concludendo questa mia recensione, direi che “Abacrasta e dintorni” è sia un viaggio introspettivo di Pisu sia nell’animo umano che nella musica. Veramente una bella sorpresa ed un bellissimo esempio di musica Italiana come la I maiuscola.

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SCARECROWN “No time to Retreat”

GENERE: Heavy/Thrash ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 88/100 RECENSORE: Alessandro

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Secondo disco in studio per i friulani Scarecrown, a differenza di quello che si può credere vedendo LA cantante è che possano essere simili a gruppi power come i Nightwish o vagamente gothic come i Within Temptation; ma errore non fu mai più grossolano. Direi senza colpo ferire che la loro proposta musicale è allettante e distante millenni dai cliché soliti della band con la “Female voice”. Il loro sound è piuttosto carico con venatura thrash, pur non disdegnando melodie e parti più soft. A mio avviso direi molto più vicini a band quali Guano Apes, gli Italiani Exilia e volendo (più per i vocalizzi) i primissimi No doubt. Ma facciamo un minimo di storia per chi non conoscesse i passati della band. La band nasce nel 2004 per volere di Andrea e Antonella (rispettivamente chitarra e voce), cercano membri con cui completare la band e ci riescono con Simone e Federico. Aprono per i Lacuna coil nello stesso periodo di nascita e l’anno dopo registrano il demo “Till the last breath” distribuito dalla Copro records. Nel 2008 escono con il primo album completo, e con la formazione a cinque con l’ingresso di Blackie, “Letters from the darkness”. Solo che dopo la registrazione dell’album avvengono diversi cambi di lineup; prima Federico lascia la batteria appena terminate le registrazioni del primo album, quindi l’anno dopo Simone e Blackie lasciano la band. Quindi la decisione di inserire Ale al basso e Grave alla batteria. La band non si ferma e fa comunque due comparsate di tutto rispetto al Female metal fest a Londra e al Stygia rock Festival in Austria. Nel 2011 escono con l’EP “Welcome the dragon” e l’anno dopo entrano in studio per la registrazione di questo nuovo album aiutati dal Staffan Karlsson (Arch Enemy e Spiritual beggars giusto per dire due nomi) per il mastering finale. Musicalmente interessanti, precisi e innovativi, pur restando in ambiti conosciuti e già esplorati.

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Ottima la batteria che trasporta il ritmo e la cadenza di ogni singolo brano, il basso che oltre a “seguire” la batteria crea del groove personale ed arricchisce parecchio le chitarre granitiche e di grande effetto e la voce, che come ho già scritto poco sopra, ha una sua dimensione; una sua capacità ed una sua anima e di certo non ha bisogno di stereotipi di basso profilo o di dover scimmiottare questo o quello stile. “Welcome The Dragon”, “The March”, “My Empty Lightness”, “Last piece of this path”, la titletrack “No Time To Retreat” e“Bite The Bullet” sono a mio avviso la cartina tornasole di questo album e di come si rapport il gruppo alla musica in questo momento. In conclusione buona la prova della band, magari appesantendo un pelino di più il suono potrebbero trovare delle nuove vie e delle nuove strade sonore, ma anche restando con questa formula compositiva la band saprà difendersi molto bene e dar del filo da torcere alle nuove leve come ai “mostri sacri”. Ottimo lavoro.

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PARRYS HYDE

“I kill my wife with a knife” GENERE: Heavy metal ETICHETTA: Temple of music VOTO: 70/100 RECENSORE: Alessandro

production

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Parris Hyde è un chitarrista che sovente si occupa di tutti gli aspetti delle sue canzoni, un po’ alla Devin Townsend se vogliamo. Ovviamente non negli stessi ambiti di Townsend dato che Parrys Hyde è un progetto tipicamente hard and Heavy stile anni 80 e primissimi 90. Lo ricordiamo già presente in band quali i Waywarson, con la quale a suo tempo partecipò alla compilation “Nightpieces IV” per la torinese Dracma Records (ora presente anche su Facebook),marchio che attualmente si occupa della produzione discografica per gruppi e musicisti e prima ancora militò nei Bonecrusher (band thrash degli anni 80). La band di cui sopra ha al suo attivo due album, uno registrato nel 1997 e il secondo nel 2003, pubblicato in digitale nel 2008 da Studio Lead. La band si scioglie nel 2009. Contemporaneamente al progetto dei Waywarson vi è la reunion dei Bonecrusher, con i quali registra due album “inferno” e “paradise” per la Roal Sound Gallery. Nel 2013 Parris decide di fare una band a suo nome ed esce un singolo dal titolo “One World”, inoltre sotto il nome “The razor revenge” esce I kill my wife with a knife” anche questo come singolo. Quindi Parris decide di fondere i due singoli in un unico EP, mentre è alle prese con la registrazione di un album completo. Di fatto le quattro tracce, tre inediti ed una alternative version della title track sono un buon lavoro di hard and heavy classico, con rimandi più o meno marcati a band sia AOR che heavy metal classico (vedi Mercyful fate e Def Leppard). Buono il lavoro da studio, preciso, curato ed interessante. Di certo se volete la novità a tutti i costi non è questo il caso, perché la band affonda mani e piedi nel più intenso heavy classico, con stilemi ed archetipi conosciuti, funzionali e funzionanti sia chiaro, ma non fuori da schemi o da rivoluzioni del genere. A chiusura che dire di questo EP? Che di fatto ve lo consiglio se siete amanti della buona musica e del metal old school. A me sinceramente mi è piace dalla prima canzone “I killed my wife with a knife” alla sua versione alternativa, e canzone di chiusura, passando per “Alone” e “One world”. Buonissimo risultato, attendiamo ora di veder la genesi del nuovo lavoro di Parris Hyde.

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RECENSIONI

HYDRAHEAD “H(e)art”

GENERE: Pop-Punk-Rock ETICHETTA: VOTO: 75/100 RECENSORE: Zanko

Gli Hydrahead sono una band di Ravenna, il loro primo EP H(e)art è uscito a Dicembre 2013. Il lavoro è fatto molto bene, autoprodotto, ben curato nei particolari, e la mano professionale di Daniele (Vanilla Sky) si sente, e quento è sicuramente un vantaggio. Loro si definiscono Pop-Punk-Rock, e diciamo che le ritmiche sono così, se poi ci mettiamo una linea vocale molto ricercata, che si affianca benissimo alle melodie coinvolgenti, e a delle ottime seconde voci, potremmo dire che le tante e  varie sfumature dell’alternative rock, sono nelle loro corde. La prima traccia “Follow This Sound” è tutta nel titolo, una ritmica punkrock vecchia scuola, di quelle che non ti permettono di ascoltarla facendo altro, ma che ti obbligano a tenere il tempo, energica, è sicuramente il pezzo migliore dell’EP. Le tracce seguenti, cercano di mantenere la stessa energia, inserendo nelle ritmiche e nelle melodie sfumature di un rock più complesso ma ben gestito. L’ultima traccia “No Regrets” mi ha sorpreso, una ballata semiacustica, scelta coraggiosa per un Ep di 5 tracce, il pezzo è comunque molto bello e cantato molto bene, anche se in certi momenti mi ricorda “Wherever You Will Go” dei The Calling. Il sound è potente e pieno, a voler trovare un difetto posso dire, che gli Hydrahead sembrano qualcosa di già sentito altrove, ma stiamo parlando del primo lavoro di una band giovane, sicuramente influenzato dai gusti dei componenti, spero che col tempo comincino a sperimentare qualcosa di personale per uscire dall’anonimato di quei prodotti che si somigliano tutti, ma che vanno molto di moda.

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UndergroundZine Marzo 2014