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RECENSIONI

AFTERWORK

“Work, spend and die” GENERE: Grunge ETICHETTA: autoprodotto VOTO: 69/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

La Band nasce nel novembre 2011 a Caserta, da un’idea di Luca Ruzza, fondatore e chitarrista del gruppo. Un sound proveniente da varie miscele musicali ed esperienze dei singoli componenti della band, dal rock più alternative passando per alcuni passaggi metal. Devo dire che però la componente grunge alla Smashing pumpkins si sente in modo marcato ed è di fatto il loro “litemotif” in questo EP. La loro proposta è piuttosto carina, il mix di rock, metal e grunge è , pur restando in ambito non nuovo, ha comunque una particolare intensità ed un certo appeal nell’ascoltatore. “Work, Spend and Die” si presenta come un lavoro lineare, nel senso che abbiamo un filo conduttore coerente che ci porta dalla prima nota della openere e titletrack “Work, spend and die” sino all’ultima traccia “Electric flowers” (che è una bonus track). Devo dire che ad esclusione di alcuni punti che avrei curato un pochino di più, il loro EP è fatto in modo dignitoso. Ci sono delle parti che avrei preferito sentire meglio, nel senso che avrei preferito avere la voce meno alta come volume e gli strumenti un pelino più alti. Capisco il voler mettere in primo piano la voce, ma non è sempre un ottimo meccanismo, specie se non è un cd solista del cantante. Per il futuro auspicherei che la band facesse un paio di ore in più in fase di mastering in modo da ottimizzare i volumi ed avere un lavoro di più alta qualità, peraltro già di un certo livello già in questa “versione”, in modo da poter andare “oltre” la prima fase ed il primo gradino nella presenza del materiale al pubblico ed al mercato musicale in genere. Altra cosa che avrei rivisto in fase di mastering è la parte finale delle strofe cantate perché le note portate in alto alte vengono strascicate sulla “lunga distanza” come intonazione e sono calanti nella durevolezza, dando un risultato inferiore alle aspettative. Emozionalmente mi sono piaciute sia la opener di cui sopra “Work, spend and die” e “The choise”. Come sempre vi esorto ad ascoltare il lavoro che ho preso in esame e fatevi la vostra personale top songs. In chiusura consiglierei alla band un accortezza in più per quell oche riguarda i volumi ed il mastering in generale, a voi se siete appassionati di grunge vecchio stile con delle aggiunte dio novità, ascoltate questo EP degli Afterwork ne sarete colpiti.

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SKYDANCER

“Land of the grim” GENERE: Death metal ETICHETTA: Susperia records VOTO: 90/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Gli Skydancer arrivano dalla Galizia, terra conosciuta da molti per le Gaite e non solo, e propongono una miscela esplosiva di death metal con influenze melodiche. Sono una band che ha un passato interessante, nati circa sei anni fa, nel 2008 escono con “Pozo de Làgrimas” ricevendo molti riscontri positivi dalla stampa (“una boccata d’aria fresca per la scena metal spagnolo .” Kerrang !). L’anno successivo puntando a testi in inglese la band uscì con “Endorsed by Self-Destruction” ricevendo anche in questo caso complimenti (“L’evoluzione di questa band è semplicemente incredibile” Metal Hammer). Non paghi di tutto questo, nel 2010 uscirono con il terzo album o per meglio dire un EP, da notare che è sempre più raro vedere band con questa prolificità, dal titolo “Way of Departed”. Sempre nel 2010 la band comincia a girare per la penisola Iberica come headliner di molti concerti e persino riuscendo a risultare headliner anche all’estero. Durante uno di questi concerti che venne registrato (novembre 2011) il live “Underground Alive”. Coem se non bastasse nel 2012 uscirono con “Winterkiller” nuovo album. La band, giusto per non perdere scadenza, è uscita a fine novembre con questo nuovo album “Lando f grim” che andremo a valutare. La parte tecnica è molto buona, strumenti registrati quasi alla perfezione, composizioni complesse ma non intricate, arrangiamenti molto azzeccati e post produzione eccelsa. Le otto tracce che compongono “Land of grim” si lasciano ascoltare in modo assolutamente fluido e devastante allo stesso tempo. Il mix di death metal, con passaggi melodici di piano e chitarre e assolutamente una bordata di emozioni intense ed è quasi impossibile restarne indifferenti. Unica cosa è forse il suono della cassa che in un paio di tracce ha qualche cosa che non mi torna, e dopo diversi ascolti non riesco ancora a decifrare, nel senso che ha una dinamica sonora leggermente differente dal resto della batteria; forse un filino troppo sintetica come suono. A me personalmente sono piaciute “O peso do tempo”, “Swamp tomb”, “Ancestral land”, “Galician exile” e “Lembranza”. Come sempre fatevi la vostra personale “top playlist” di questo album, di certo l’ascolto è d’obbligo non solo per gli amanti del death metal, ma di tutti coloro che hanno piacere ad ascoltare metal fatto bene e di grande qualità. In conclusione, la Susperia records ci porta ad ascoltare un nuovo capolavoro che arriva dalle terre Iberiche, dimostrandoci nei fatti che dalla Spagna arrivano sempre più sepsso band di grande capacità e di qualità alta. Alla band auguro di continuare così sia per le composizioni sia per la prolificità che hanno. Complimenti.

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SINEZAMIA

“Senza fiato” (singolo) GENERE: Rock-dark wave ETICHETTA: Atomic stuff Records VOTO: S.V. RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Gli Sinezamia, sono già passati per le nostre pagine con la recensione di “La fuga” e con piacere che vi voglio far presente l’uscita del loro nuovo singolo “Senza fiato” uscito a fine Ottobre 2013. A differenza di quanto accade con gli EP o gli album, in questo caso non ci sarà voto, per il semplice fatto che siamo di fronte ad un 45 giri (per i “diversamente giovani” come me) e quindi due canzoni sono poche per poter dare un voto, senza nulla togliere alla band che dimostra nuovamente con questo singolo di avere capacità, attitudine e voglia di dire e di fare nel mercato musicale italiano. “Senza fiato” oltre ad essere il titolo del singolo è anche il “lato A” di questo singolo, molto interessante e carico di atmosfere a cavallo tra il dark wave fine anni ottanta e primissimi novanta e il rock di quel periodo “Made in Italy”. Ovviamente il “Lato B” è della stessa qualità e della stessa attitudine ed il titolo è “Cenere”. Il lavoro in studio è stato fatto in modo più che curato, buone sensazioni, grande composizione e post produzione azzeccatissima. La band ci fa sapere che il singolo è recuperabile in formato digitale su qualsiasi piattaforma e che per il cd fisico è a tiratura limitata di 200 copie numerate a mano in digipack (per chi non sapesse è la versione cartonata dei cd), quindi se volete il cd fisico fate in fretta ad ordinarlo o resterete a bocca asciutta. A conclusione, ripeto, il voto non c’è solo per il quantitativo esiguo che un singolo ha di canzoni, ma siamo di fronte ad un ottimo prodotto, suonato e vissuto in modo concreto e intenso, ve lo consiglio.

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REAL CHAOS

“Incredulo mi guardo intorno” GENERE: Death metal ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 72/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

I foggiani Real Chaos presentano il loro album ”Incredulo Mi Guardo Intorno” che è composto da dodici pezzi incentrato sul mix tra i generi ma tenendo sempre una base thrash/death e cantando in italiano. Scelta coraggiosa, dato che do base ho notato che il cantare in italiano riduce formalmente la platea a cui la/ le band si affacciano. Ma facciamo un minimo di storia: La band nasce a Foggia, come ho scritto poco sopra, nel 2010 e la loro intenzione è fare un mix tra thrash death e grind. Poco dopo la loro nascita esce il loro primo lavoro dal titolo “Effetto farfalla”, album di dieci brani più “Blasphemer” cover dei Sodom. Come spesso accade, ci sono dei cambi di line up ed arriviamo al 2013 con l’uscita ad ottobre scorso, appunto, di questo nuovo lavoro. Tecnicamente i brani sono inquadrati benissimo in un periodo storico del metal estremo: fine anni ottanta e primi anni novanta; il periodo di uscita di band quali Obituary, Carcass, Sodom e molte altre. Si sentono le chitarre affilate e la batteria in costante massacro in combinata con il basso e la voce veramente profonda e caustica. Gli effetti e la post produzione sono, ripeto, tipici del periodo del primo death metal, devo dire che a livello di empatia, li apprezzo moltissimo perché mi da l’opportunità di tornare indietro con la memoria, ma allo stesso tempo mi chiedo se avessero provato ad osare di più, sia con gli arrangiamenti, con le composizioni che con alcune risoluzioni di postproduzione. Direichelecanzonichepiùmisonopiaciutedipiùsono;“Marcia”,“Decretodimorte”,“Regressoqualità”,“Soldi”e“Parassita”. A chiusura di recensione, va ammesso che questo album non è particolarmente innovativo, ma se l’intento della band era, e credo che sia anche per il futuro, di ripercorrere le stesse sonorità sicuramente posso dire che questo ‘Incredulo Mi Guardo Intorno’ sia stato fatto bene; diverso sarà se la band vorrà, in un futuro prossimo, di poter puntare a sonorità future. La scelta del cantato in italiano può servire per stare al di fuori delle normali scelte stilistiche generali; come ho detto sarà da valutarsi in lungo termine se la scelta sarà ottimale per la band oppure se limiterà la conoscenza della band al mercato internazionale. Concludo, questa volta sul serio, promuovendo la band ma consigliando loro di ragionare anche di evoluzione stilistica, per evitare di restare imbrigliati nei cliché di genere.

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PRIMA DONNA “Like hell” (singolo)

GENERE: Rock’n’roll-psichobilly ETICHETTA: Acetate Records/ rocketman records VOTO: S.V. RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

I Prima donna sono un quintetto americano composto da: Kevin Preston, Aaron Milton, David S. Field, Erik Arcane e “Light out” Levine. La band propone un rockabilly che sfocia nel punk rock e nello psichobilly, con ovvi rimandi al garage. La band negli USA si è già resa visibile condividendo il palco con personaggi del calibro di Green day, Iggy Pop and the stooges, Turbonegro, The dollyrots, U.S. bombs, Zeros e Weirdos. Inoltre hanno concluso da alcune settimane il tour americano, come openers, di Adam Ant. Questo loro singolo è disponibile in versione 7 pollici in vinile e contiene la title track “Like hell” e sul lato b c’è “Rock’ n’ rolli s dead”. Come attitudine vuole le due canzoni sono cariche di energia, obbligano anche al più rilassato di agitarsi al suono delle loro note. Veramente interessante l’insieme delle due tracce, capaci di far capire l’attitudine e le abilità della band già in meno di 7 minuti. Interessanti le parti di fiato che si innestano in modo assolutamente perfetto con le parti classiche di una band R’N’R. Se siete appassionati del rock primordiale e grezzo questo è il singolo che fa per voi. A conclusione, ripeto come ho già scritto altre volte, il voto non c’è in questo caso solo per il quantitativo esiguo che un singolo/7” ha di canzoni, ma siamo di fronte ad un ottimo prodotto, suonato e vissuto in modo concreto e intenso, ve lo consiglio specie se siete appassionati di garage, rockabilly e psichobilly.

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NEROPULSAR

“In the shadow of the cross” GENERE: Black metal ETICHETTA: Atoprodotto/ No remorse records VOTO: 60/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Il primo ep dei Neropulsar, band appena nata dalle ceneri dei “Gruesome splendour”, uscito come autoproduzione nell’agosto scorso e propone sei brani dalle molteplici sfaccettature. Inoltre la band ci fa sapere esser già in previsione l’uscita un nuovo EP dal titolo “The winter” e che nel 2014 uscirà il loro primo Full lenght. Detto questo entriamo nello specifico delle canzoni e della fattura di questo EP. C’è una dicotomia devastante all’interno dei pezzi, idee interessantissime ed errori madornali. Abbiamo delle buone idee per quanto riguarda la composizione dei brani, interessante anche certe scelte per gli arrangiamenti, ma ci sono degli sbalzi nei volumi di voce e chitarre che lasciano veramente perplessi. Troppo spesso gli strumenti sono percepibili solo per le frequenze (e volumi) basse, tranne alcuni punti in cui la chitarra che fa un piccolo solo/riff ha uno sbalzo di volume (a volte coprendo tutto il resto) e poi sprofonda di nuovo nell’anonimato, ma se escludiamo questo “momento” di sovraesposizione delle chitarre il resto del EP è caratterizzato per la sei corde ad essere particolarmente nascosta. Inoltre capisco il fatto di avvicinarsi a quello che ora è chiamato “depressive black metal” e/o “depressive suicide black metal” ma credo che alcuni brani fossero stati leggermente più corti, o più semplicemente divisi in due distinte tracce avrebbe potuto esser d’aiuto alla band per poter fare una post produzione ed un mastering migliore, oltre che a non far perdere l’attenzione dell’ascoltatore sulla composizione stessa. Ho poi un dubbio amletico che mi assale, non capisco fino in fondo la scelta della “No remorse records” di ristampare questo EP e non attendere “The winter” e/o il loro cd completo. Anyway sappiate che potrete recuperare una copia di questo EP sia dalla band che dalla “No remorse records”. Emotivamente parlando ho apprezzato moltissimo “The sun no longer shine” e “Follow the rain” per l’attitudine e le idee che vi sono all’interno, date un ascolto anche voi e trovate le vostre canzoni preferite. Un consiglio, forse avrei usato una di queste due tracce come opener del EP (escludendo ovviamente l’intro) e non “The eiaculation of the goatgod” perché risulta molto poco convincente come canzone “biglietto da visita” della band. Trattandosi di un’opera prima, con tutti gli annessi e connessi, direi che è abbastanza acerba ma che contiene, ripeto, al suo interno diversi spunti ottimi per il futuro prossimo. Certo aspetto di ascoltare sia “The winter” che il loro primo album completo per poter avere una visione completa della band; spero quantomeno che nel frattempo vi siano state delle migliorie per quanto riguarda la parte “in studio”, perché se alcuni degli errori presentati in questo EP si dovessero ripresentare credo che la strada per la band risulterà oltremodo in salita e scomoda. Promossi, ma con “un debito formativo”.

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NECRUTERO “Necrutero”

GENERE: Death/Thrash ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 50/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Il progetto NecrUterO prende vita a Brescia nel 2004, durante una serata in quel posto che a tutti noi metallari di Brescia manca: “La Sfinge Metal Pub”. La prima formazione vede coinvolti membri degli ex Anesthesia (Gabba, Ste e Steve), Alexi (Scarlet Cross) e NecroBosco, che decidono di avviare questa nuova band di stampo thrash/ death, prendendo ispirazione dai differenti generi metal che ognuno di loro ascoltava. Le prime prove mostrano subito affiatamento, i pezzi nascono di getto, un mix di thrash ,death e black ultragrezzo che a volte sconfina nel Grind. Come spesso accade ci sono dei cambi di lineup e la formazione resta quindi con una sola chitarra e con mezzi di fortuna vengono registrate le prima canzoni composte. Nel novembre 2005 viene registrato il primo demo , “Negritude Domine” che però non ha una distribuzione e resta in mao a pochi. Dal 2005 a 2010 stop della band dovuto ad un nuovo cambio di lineup, non ha comunque tolto la voglia di fare alla band tanto che nel 2011 registrano l’inno della squadra di rugby degli OLD di Ospitaletto “I veci de ospi”. Da questa prima ripresa arriviamo a questo EP uscito a settembre 2013, EP omonimo che contiene sia vecchi pezzi che nuovi brani. Entrando nello specifico, devo dire che questo EP mi ha colpito ma non sempre in senso positivo. Le idee ci sono, ma purtroppo non sono state messe in modo ottimale su cd. La voce è troppo impastata, ok il growl, ok il death, ok discorso del metal estremo ma così sembra una registrazione fatta veramente male. Il problema delle registrazioni non solo tocca la voce ma anche il resto della strumentazione. La batteria che in alcuni punti è ritoccata e si sente troppo, i piatti entrano completamente con tutta la dinamica creando del rumore di fondo, le chitarre sono piuttosto piatte e parzialmente coperte dalla batteria. Alla band sarebbe servito una sessione di mastering più incisiva, in modo da far risaltare meglio gli strumenti e far rendere di più la voce. Dispiace dover in parte bocciare questo lavoro, perché ripeto si sente che c’è attitudine e c’è voglia, ma è particolarmente fuori tempo storico come gestione della registrazione e della post produzione, se ve ne è stata, registrazioni così sarebbero state buone a fine anni 80 e primi anni 90, ma ora sono oggettivamente carenti nella cura degli strumenti e della voce. In chiusura confido che i prossimi lavori vengano seguiti meglio per quello che riguarda la post produzione e il mastering delle tracce, perché ripeto si sentono delle idee che per ora sono rimaste troppo grezze e troppo acerbe.

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MICHAEL MONROE “Horns and Halos”

GENERE: Hard rock-glam rock ETICHETTA: Spinefarm/Universal VOTO: 95/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Direi che c’è poco da dire su Michael Monroe, nel senso che se si ha un minimo di cultura musicale che vada oltre Ligabue, i Nomadi e Vasco Rossi (con tutto il rispetto per i Nomadi), sappia chi è Michael Monroe e cosa abbia fatto in questi anni. Ok facciamo che qualche informazione la metto ugualmente dato che magari molti lettori sono nato un pelino dopo il periodo d’oro per il glam rock e metal. Michael Monroe, conosciuto dall’anagrafe come Matti Antero Kristian Fagerholm classe 1962, è il frontman degli Hanoi Rocks (band defunta, anche a causa di alcuni lutti nella band nel lontano 1984, e poi risorta dalle ceneri come un’araba fenice nel 2002), dei Demolition 23 (band defunta), dei Jerusalem slim (anche questa band defunta) e fece un sacco di apparizioni con band quali: Guns N’roses, Backyard babies, Jhonny Thunder, London Cowboys, Warrior soul etc… Uno dei baluardi del Glam rock e metal anni 80 e 90 europeo, perché a differenza di quello che si potrebbe pensare Mr Monroe è Finlandese (direi che nome e cognome lo dimostrano). Comunque due anni dopo “Sensory Overdrive” del 2011, Mr. Monroe ci propone un nuovo lavoro di rock di grande qualità e di energia sopraffina. La band che lo aiuta in questo (e in alcuni dei precendenti) lavoro sono: Dregen dei Backyard Babies, Steve Conte dei New York Dolls, Sami Yaffa degli Hanoi Rocks e Karl Roqvist di Danzig. Quindi abbiamo una ricetta ad hoc per un’esplosione di musica grezza polverosa e diretta, senza mezze misure. Direi che non c’è nulla da dire sulla parte tecnica, perché il lavoro di Monroe e soci è curato al micron, non è un caso che sia in giro da metà degli anni 80, con le classiche incursioni di Monroe col sax (si oltre ad essere cantante è anche sassofonista e sia negli Hanoi che nei suoi album solisti fa delle parti col sax). Difficilissimo decidere quali possano essere le canzoni che più di altre diano un’idea di cosa possa essere questo cd, di cosa possa essere il Mr. Monroe style e di cosa sia il vero hard rock sfrontato e glam targato anni 80 e 90; ci provo ugualmente e dico “TNT Diet”, “Eighteen angels”, la titletrack “Horns and Halos”, “Soul surrender”, “Half the way”, “Happy never after”(bonus track per la versione speciale) e “Child of the devolution”. Informazione aggiuntiva: come ho accennato poco sopra esiste una “special edition” del cd, che di fatto è interessante perché aggiunge non una ma due bonus tracks: “Happy never after” (appunto indicata prima) e “Don’t block the sun”. Probabilmente qualcuno potrebbe pensare che ho fatto “la solita recensione esagerata e pompata per una sorta di sudditanza nei confronti del “nomone”, o peggio per paura di non poter recensire materiale di questo calibro o di questa casa discografica ho esagerato ed esasperato i concetti”, tolto che di base il sottoscritto ha già dato voti bassi anche a “mostri sacri” del metal (basta andare a leggere le mie recensioni pregresse) in questo cd trovate quello che decine, se non centinaia, di nuove band cercano di scimmiottare da anni e non riescono, con il loro scimmiottamento, neppure vagamente a raggiungere un tale groove ed una tale energia. Michael Monroe è in grado di trasformare (quasi sempre) sette note in pura dinamite e in puro rock’ n’ roll senza fronzoli e senza compromessi. Aggiungo solo una cosa: In Finlandia, dopo una sola settimana “Horns And Halos” ha ottenuto il disco d’oro, devo aggiungere altro?

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L’ULTIMO ATTO “Buried alive”

GENERE: Metalcore-deathcore ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Gli “l’ Ultimo Atto” sono nati ufficialmente soltanto nel 2012 in Basilicata e si presentano a noi con un lavoro veramente devastante. Peccato per le poche notizie date la scarna nota biografica inviata, come spesso dico più info fate avere e più semplice sarà il lavoro di informazione; detto questo quello che manca nelle notizie sulla band lo riempiono con una mazzata di energia aggressiva di prima qualità.Come band hanno già all’attivo un EP omonimo e adesso con questo primo CD fanno un grande passo nel mercato del music biz, anche in questo caso in totale autoproduzione. Interessante la presenza di una special guest dietro al mixer per il mixaggio, appunto, spunta il nome di Zack Ohren, (giusto per dare l’idea vi metto due nomi con cui ha collaborato: Machine Head, Carnifex e Suffocation). Musicalmente “l’Ultimo Atto” si definiscono metalcore, personalmente li inquadrerei molto più in ambito di crossover alla Machine Head e per alcuni passaggi ai Biohazard di “State of the World Address” con una spruzzata di death metal. Personalmente questo “Buried alive” è un buonissimo lavoro a livello tecnico, suoni massicci, arrangiamenti azzeccati e post produzione ottima. Forse un piccolo neo in questo album è la poca originalità delle canzoni presentate; nel senso che la band propone brani propri sia chiaro, ma manca di “freschezza” nel senso che non hanno osato e la cosa in questo frangente li ha penalizzati. Credo fermamente che se avessero osato, dato che posso sentire le capacità e le abilità della band, di più in fase compositiva avrebbero fatto il botto. Personalmente ho apprezzato moltissimo “Lucania HC”, “Amniotic”, “Square of blood”, “Prophet of myself” e “The forgotten”. Tutto l’album ha comunque un groove intenso e dubito fortemente che riuscirete a stare fermi ascoltando questo album. Come sempre fatevi la vostra personale top playlist di questo cd. A chiusura di questa mia, complimenti a “L’ultimo atto” per la loro prima prova con un cd completo. Vi esorto fortemente ad acquistare il loro cd e a supportare la band, ennesima dimostrazioni che i numeri e le capacità le abbiamo anche qui senza dover andare all’estero a cercare artisti abili. Faccio un grosso “in culo alla balena” alla band, con l’aggiunta di un consiglio: provate ad osare di più nelle composizioni e sono cert oche a breve potrebbero farsi vive delle etichette discografiche.

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INTROSPECTION “Human Emancipation”

GENERE: Death-Thrash metal ETICHETTA: autoprodotto VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Gli Introspection sono una death metal band proveniente dal Brasile, sono nati nel 2006 per mano di Virginio Gouveia che voleva, e vuole, riportare in auge la vecchia scuola del Death metal con un occhio di riguardo alle derive primeve tra thrash e death. Questo per permettere di comporre in modo atipico, ma senza “tradire” gli stilemi del Death classico. Infatti la band tiene a farci sapere che le tematiche proposte in questo loro “Human emancipation”, che uscirà entro fine anno (ci fa sapere la band) muovono una critica ai valori conservatori e reazionari, che hanno portato nella storia ad un suicidio assistito dell’umanità stessa. Ecco quindi il perché del nome “Introspection” ovvero la presa di coscienza di questo e della loro filosofia riversata nella loro personale “Emancipazione umana” . La band precedentemente a questo lavoro ha stampato “SUICIDAL PSYCHOLOGY” (2007), “THE BEAST WITH RETURN THE PEST” (2008) e DOMINATION OF DEATH “(2009/2010). Inoltre hanno partecipato a diverse compilations sempre in terra brasiliana. Strutturalmente il lavoro è un bellissimo esempio di death-thrash old school, sento dei rimandi a Morbid Angel, in certi frangenti ai Death e ai Sodom. Le registrazioni sono buone, ma c’è il rullante della batteria che risulta troppo presente e asciutto, estremamente asciutto e la cassa troppo differente dal resto delle pelli della batteria, ma è più un ragionamento, quest’ultimo, legato a piaceri personali. Basso e chitarre sono ottime, sia per sonorità che per risoluzione compositiva e la voce è incredibilmente caustica e violenta al punto giusta. Senza scordarci che il timing medio delle canzoni è di oltre quattro minuti, a dimostrazione che le idee della band vengono articolate nel tempo e non lanciate come attacco lampo. Personalmente ho apprezzato moltissimo tracce come “Lords of fate”, “Domination of death”, “Ideological decay”, “Human emancipation II” e “Eternal return”. Interessante questa proposta proveniente dal Brasile, a dimostrazione che anche in Nazioni rimaste “nell’ombra”, se non per alcuni particolari esempi, ci sono musicisti e gruppi di grande caratura e con molto da dire. Album consigliato sia per gli amanti del old school che di chi ha piacere di ascoltare della musica fatta come si deve.

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HATE INC

“Bipolar Spectrum Disorder” GENERE: Industrial ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 97/100 RECENSORE: Alessandro

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Hate Inc. è un progetto nato nei primi anni del 2000 da un progetto di Vincent Vega. Alla fine del 2007 “Hate Inc.” da solo project è diventata una band a tutti gli effetti con Vincent Vega a chitarra e voce, Will Mars a sintetizzatori e campionatori, Stuart Slate al basso e Dave Bundy alle batterie. La band inizia in quel periodo a provare le canzoni composte da Vincent Vega negli anni precedenti fino al primo concerto nel dicembre 2008. All’inizio del 2009 Roxy NARKO ‘$ si unì alla band come secondo chitarrista e la band cominciò a registrare il loro primo album. Alla fine del 2009, Hate Inc. ha pubblicato “Fragments “, un EP contenente quattro canzoni estratte dall’album che venne stampato nel giugno 2011 dal titolo “Art of suffering” (Club Inferno/Audioglobe) , prodotto e mixato da Victor Love (Dope Stars Inc.). Il loro primo album è seguito, nel dicembre 2011, con il loro primo video del singolo “Art of suffering” , per la regia di Treenet Studio, con Selenia Orzella e Andrea Brancone. Dopo l’uscita del video la band inizia a suonare in molti concerti condividendo il palco con grandi artisti come VNV Nation, Dope Stars Inc., Extrema, Diaframma, Pino Scotto, White Pulp e molti altri. Nel 2012 hanno la loro “prima” internazionale al Festival Cyberfront a Kiev, apertura per VNV Nation. Nel dicembre rilasciano un nuovo video del singolo “Antichrisis”, che anticipa l’uscita del loro nuovo album di prossima uscita “Bipolar Spectrum Disorder” nel 2013. Anche il nuovo album è prodotto e mixato da Victor Love, che ha definito come “un album di più alto livello “ per la sua completezza e maturità. Questo è il motivo per cui solo 12 brani sono stati selezionati da tutto il materiale registrato. Questo è un album con molte influenze provenienti da ogni membro della band, in modo da poter trovare canzoni aggressive, quelle ballabili e persino una new wave oriented cantata in italiano, realizzato in collaborazione con Salvatore Piccione (Karma In Auge). Fatta questa premessa storico-stilistica della band entriamo di fatto a parlare di quello che è il lavoro in se. Album veramente intenso e carico di energia e poliedrica capacità interpretativa. Sonorità che spaziano in più generi e con articolata abilità compositiva e non solo. NIENTE è stato lasciato al caso, tutto è registrato, prodotto e mixato al top. Batterie demolitive, chitarre affilatissime, basso vibrante e samples e tastiere disturbanti, il tutto incorniciato da una voce che riesce a dare il senso e il feeling di ogni singola canzone. Tecnicamente questa è l’ennesima dimostrazione che sapendo cosa si vuole dalla propria musica la si ottiene con cura e lavoro certosino. Emozionalmente questo album è TOTALE. Le dodici tracce portano l’ascoltatore nei turbini vorticosi delle vari stadi di quello che è indicato nel titolo del cd “disturbo dello spettro bipolare” o più facilmente “bipolarismo”, disturbo mentale che sempre più spesso colpisce le persone (forse perché ora è molto più “semplice” riscontrare una serie di sintomi e di atteggiamenti che fino a qualche anno fa non erano minimamente presi in considerazione). In ogni caso cercando a tutti i costi di fare una scrematura direi “L’odio di Caesar”, “Hangover army”, “Extra-ordinary life”, “Eternal return”, “Heresy”, “Antichrisis” e “Bipolare spectrum disorder”. A chiusura di questa mia, direi che ad inizio anno (per voi che mi state leggendo) avere questo album tra le mani è veramente un “must”. Band italiana che propone musica internazionale, nel senso che se non sapeste che fosse band italica forse la potreste tranquillamente collocare o in Scandinavia o nella parte alta della Germania oppure negli USA; eppure come da tanto scrivo:”Abbiamo delle perle favolose anche nel nostro stivale”. Da avere a tutti i costi e non solo per gli appassionati di industrial.

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EDOARDO NAPOLI “Eternal bleeding”

GENERE: Strumentale ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 75/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Nato a Santa Margherita Ligure il 22-10-1991, Edoardo Napoli si definisce come un “artista Metal indipendente”. Ha iniziato a suonare la chitarra all’età di 6 anni in autonomia, poi si è avvicinato al mondo del MIDI a 8 anni, con Giuliano Palmieri della Soundcage. All’età di 15 anni, ha seguito studi individuali su batteria e basso, frequentando le lezioni di Pier Gonella (Labyrinth, Necrodeath e Mastercastle). In quegli anni ha fondato la sua prima band, gli “Autopsia”, noti poi come “Chorea Funebris”. Successivamente ha dato vita a un progetto strumentale a due chitarre, chiamato “Honourblast”, insieme al chitarrista Emanuele J. Onore. Questo progetto è durato diversi anni e ha visto alla luce un ep in studio. Dopo lo split del progetto, si è unito alla band “Most Wanted”; in un primo momento come batterista, successivamente come chitarrista, dando vita alla più lunga militanza in una band. Due anni dopo entra a far parte della band spezzina Death Metal “Fog”, con la quale hanno fatto un live di fronte a 350 persone paganti al Dialma Ruggiero, nell’ambito di un festival di quattro bands tenuto nel Giugno 2011. A causa di problemi economici, ha dovuto chiudere tale militanza e iniziato a suonare in una band crossover, i “Soundwave”, con i quali si è dato vita ad un album inedito, chiamato “No Generation”. Al momento si sta dedicando al suo progetto solista, dato che sta per pubblicare il suo nuovo album “Roads to Nowhere”, preceduto dal debut album “Eternal Bleeding” (che andremo a recensire). Detto questo entriamo più nello specifico tecnicamente non ho molto da dire se non che il lavoro fatto da Edoardo è stato massiccio in tutti i sensi. Avendo di fatto: composto tutte le tracce, suonato tutti gli strumenti, pensato gli arrangiamenti e fatta la post produzione ed il mastering. Unica cosa che non mi torna molto è la scelta stilistica di voler spaziare in così tanti generi differenti da far sembrare più una compilation di una casa discografica che non un album strumentale di un polistrumentista. Anche perché in più occasioni abbiamo o degli spoken words quasi hardcore, o delle parti cantate in growl tipiche da death metal anni ‘80 e ‘90, poi passiamo a canzoni che potrebbero stare tranquillamente in un album dei Dream Theatre e di Stratovarius, passando per canzoni a cavallo tra Fear Factory, Ex Deo e Morbid Angel (alcune solo strumentali ed alcune con un cantato molto aggressivo); poi trovando la formula per avere tracce degne di Mötley Crüe, altri brani che sono molto simili a canzoni dei Sodom (con tanto di cantato che ricorda Agelripper) e brani alla Europe; inoltre Edoardo ha persino inserito composizioni di gothic metal vecchio stampo. Visto che non vuole fari mancar nulla, ha persino composto una piccola suite divisa in 3 parti per un totale di quasi venti minuti. Aggiungendo a fine di tutto due bonus tracks: una è il reprise di “Fog” e una è una ballad molto interessante con un pianoforte che fa da padrone. Pur non essendo io un amante degli album strumentali, devo ammettere che molte delle tracce proposte da Edoardo mi hanno colpito in modo molto positivo, le capacità di poter trasformare situazioni e sentimenti del momento in note intense lo si può certamente notare e definire come un ottimo lavoro da parte di Edoardo con questo suo esordio discografico. Di fatto questo “Ethernal bleeding” è un bellissimo campionario delle abilità e delle capacità che Edoardo ha come compositore, polistrumentista e come produttore in tutti i fronti del metal e nella musica in generale. Va detto che questo album lo si può trovare solo in formato digitale, magari nel prossimo futuro anche come cd fisico ma per ora non è prioritaria come scelta per Edoardo, e che certamente riuscirà ad esser apprezzato non solo dai puristi della chitarra e delle composizioni strumentali.

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DER NOIR

“Numeri e figure” GENERE: Dark ETICHETTA: RBL/Bloodrock VOTO: 85/100 RECENSORE: Alessandro

Records

Schumperlin

Il secondo Lp dei romani Der Noir arriva dopo appena un anno da quel debutto, “A dead summer” (2012), che li aveva rivelati al music biz come interessante prova di revival dark wave italiana anni ottanta ma con rivisitazioni leggermente synthpop. “Numeri & Figure” riprende, di fatto, da dove avevano lasciato gli ascoltatori, questa serie di immagini sfocate e rigorosamente in bianco e nero, con intrusioni di passato e futuro che si accavallano, si confrontano, si mischiano e rendono il tutto un fiume in piena di sonorità e di emozioni. Interessante il doppio uso linguistico: Italiano e Inglese tutto per dare un senso più profondo alle loro liriche e per poter dare un feeling più intenso alle loro emozioni. A livello tecnico nulla da dire, tutto è fatto al meglio del meglio. Suoni, arrangiamenti, composizioni, voci ed effetti assolutamente azzeccati ed oltre che tecnicamente perfetti anche emotivamente interessanti. Diciamo che le parti più classiche di una band qui si sentono ma sono articolate in altro modo, rendendo la parte “sintetica” ed onirica più preponderante, lasciano spazio alle visioni dell’ascoltatore. La scelta di cantare in più di una lingua, passando agevolmente dall’inglese al italiano è una mossa artistica molto interessante e a mio avviso azzeccatissima, per far in modo di poter abbracciare più ascoltatori e avvicinando anche persone che non conoscono la nostra lingua e le nostre capacità artistiche (escludendo i soliti noti) e far si che più persone si accorgano delle abilità sonore che abbiano nel nostro bel Paese; di certo non credo minimamente che questa scelta si legata a mire particolari o a calcoli di freddo marketing, ma penso che sia solo un voler esprimere in più idiomi le loro sensazioni. Personalmente ho apprezzato tutto questo album “Numeri e Figure” , molto difficile trovare una quadra per i brani migliori, ma volendo a tutti i costi darvi alcune delle cartine tornasole del cd, direi “Carry on” che tra le altre è anche singolo, “L’inganno” altro singolo, la title track “Numeri e figure”, “Kali yuga” e “The forms”. Come sempre ripeto e vi esorto anche in questo caso, fatevi una vostra personale idea ed ascoltate. I Der Noir a mio avviso hanno centrato l’obbiettivo, hanno creato un album maturo, completo e interessante sotto mille sfumature. Il cd è disponibile in molte formule: cd, vinile e scaricabile in digitale dal 4 ottobre scorso, a dimostrazione di voler cogliere le opportunità in più ambiti, da quello digitale a quelli classici. Faccio i miei più vivi complimenti alla band e li esorto a continuare su questa strada.

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BREATH TO DIE “In your face”

GENERE: Metalcore-death ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 68/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

I Breath To Die nascono il 14 Marzo 2013 sotto il nome “Hidden Alive”, il giorno dopo il nome viene cambiato in Black Eagle Reborn. In Aprile 2013 la formazione viene completata con l’ingresso di Marco Poletto (Scream e Chitarra) e Gabriele Urbani (Basso) e la band decide di cambiare nuovamente moniker in Breath To Die. Tra maggio e giugno Gabriele e Marco decidono di lasciare la band e Matteo, il batterista, diviene anche il cantante in growl. Il 7 Giugno entrano a far parte della band Kevin Rudatis (Chitarra Solista) e Carlo Guadalupi (Chitarra Ritmica), mentre Patrick passerà al basso e voce. Anche se la loro nascita pare sia sotto “una cattiva stella”, la band riesce a sfatare questi pensieri e quasi un mese dopo sono al loro debutto live come gruppo di apertura ai Koma Killer. Nel Novembre dello stesso anno pubblicano il loro primo EP, “In Your Face”, contenente 4 tracce. Tecnicamente hanno fatto un buon lavoro, le registrazioni sono ottime, le voci sia pulite che growl si riescono benissimo a percepire e a gustare senza stranezze. Basso e batteria sono ottimizzate come una macchia schiacciasassi ben oliata prevedrebbe; sono solo le chitarre mi lasciano per plesso per i suoni usati in alcuni tratti ricordano molto le chitarre degli Amon amarth e in altri le classiche chitarre hardrock anni ottanta. Le tastiere che ogni tanto fanno capolino, sono curate in modo tale da non sembrare invasive (consiglio per la band: magari nel futuro cercate alcuni banchi sonori per gli archi, che rendano un risultato più reale). Unico mio dubbio è che le atmosfere presentate dalla band ed il groove che ne deriva è tutto fuorché metalcore. Nel senso che personalmente sento molto di più le tracce vicine a sonorità death-viking (e non solo per le chitarre alla Amon amarth) che non metalcore. Emotivamente mi sono piaciute molto la opener “Time to shine”, la canzone che da il nome alla band “Breath to die” e parzialmente anche “Never sleep again”. Come spesso dico, con così poche tracce non posso dare dei voti molto alti, ma va ammesso che il lavoro dei quattro ragazzi va premiato, con un’autoproduzione sono arrivati ad un buonissimo livello. Unico consiglio definire meglio il percorso da intraprendere, dato che il death, il viking, il metalcore ed il power hanno percorsi differenti pur essendo tutti della grande famiglia del metal. Questo per poter creare un seguito “coerente” e non finire nella serie delle band “si bravine ma non è chiaro il genere”.

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BLESS THIS MESS

“Underdog an the quarter pounder” GENERE: Crossover/nu metal ETICHETTA: autoprodotto VOTO: 65/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Bless this mess crossover band 100% ma troppo dipendenti dai Limp Bizkit, ma di questo ne parlerò meglio dopo, ora facciamo un minimo di storia della band: nata come una skate-punk band, la band trova la sua completa alchimia spostandosi nella frangia del crossover, che a metà anni ’90 vene ribattezzato “nu metal”, la band è composta daPj, Toby, Eddy, Melles e Travis rispettivamente: voce, chitarra, basso, effettistica/percussioni, batteria. L’ep che ci propongono si intitola: “The underdog and the quarter pounder”, devo dire che più di un EP è praticamente un album completo composto da nove tracce, di cui la prima è l’intro da pochi secondi. Le parti tecniche sono state curate in modo ottimale, tutti gli strumenti si sentono in modo eccelso, le chitarre fanno la loro parte in modo devastante, il basso ben in primo piano e le batteria pur avendo un aiuto dalle percussioni e dagli effetti hanno il loro groove, buona la proposta anche vocale. Unica pecca è il dover/voler tributare così tanto la dipendenza dai L.B. in più di una traccia si sentono dei rimandi così forti da far quasi sembrare che la band avesse brutalmente preso parte di questo o quel riff dei Bizkit (persino in una delle prime frasi di “My best spit”), di certo la mossa di imitare la cadenza, i toni e accenti di Fred Durst nelle parti pulite e rappate non aiuta. Altra cosa che risulta piuttosto critica è il fatto di voler apparir “cattivi” con l’insulto facile… Capisco tutto, ma ogni due per tre c’è “motherfucker” nel testo e mi lascia un pelino perplesso come cosa; ok capisco, ripeto, il voler essere “cattivi” ed avere l’attitudine da rap metaller-nu metaller e quindi il “motherfucker” usato quasi come sostitutivo della punteggiatura potrebbe aiutare, ma forse fa perder di incisività alla parola ed al concetto a cui l’insulto è collegato. Magari più “tempo” in fase compositiva (sia di testi che di musiche) e meno in fase “motherfucker” avrebbe permesso di apprezzare di più le abilità della band, che a parer mio troppo concentrate a suonare come i LB e meno a suonare come i Bless this mess ed hanno perso parecchie opportunità. Emoptivamente mi ha fatto ridere l’intro “Our name is” che scimmiotta Eminem degli inizi, quindi “4 AM” dato che si discosta dal LB style e propone le capacità della band in quanto tali, quindi “Say it!” e “Fall” A chiusura di questa recensione, consiglio prima di tutto alla band di levarsi di dosso questa sudditanza verso la band di Durst, perché ho percepito che sono musicisti con capacità e con abilità proprie e quindi vorrei sentire il loro suono e non una band che è quasi una costola di Durst &Co. Il mio consiglio è quello di prendersi più tempo per la prossima opera evitando fretta ed evitando “cut and paste” con i loro idoli, perché renderebbero così vani i loro sforzi. Per chi mi sta leggendo direi che se avete dipendenza da Limp Bizkit questo e un cd che fa per voi, se volete ascoltare la novità in ambito crossover vi avviso che non è questo il caso, magari in futuro ma ora no.

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AUSTRALASIA “Vertebra”

GENERE: Rock-metal- strumentale ETICHETTA: Immortal frost production VOTO: 90/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

Dietro a questo nome ci sta il poliedrico musicista che è conosciuto come Gian Spalluto. Questo “Vertebra” arriva dopo l’EP “Sin4tr4” uscito nel 2012. Gian Spalluto si fa comunque aiutare in alcuni passaggi da guest star di tutto rispetto; troviamo Mina Carlucci e Giuseppe Argentiero dei “Vostok” (per i vocalizzi di lei e alcune parti di chitarra acustica per mano di lui) e per il video “Antenna” si è fatto coadiuvare dalle idee dell’ artista olandese Tim Van Helsdingen. Le capacità degli Australasia non sono passate inosservate infatti la Immortal frost production ha deciso di supportare e produrre questo album. Ma facciamo un minimo di “presentazioni”, quello che Australasia fa non è null’altro che imprimere in musica le sensazioni e le emozioni del momento passando da un estremo all’altro come potrebbe essere l’approccio dei vecchi “At the gates” con le emozioni di “Morricone”, oppure di quello che potrebbe scaturire tra il connubio di “Joy Division” con i “Cult of Luna” e le assonanze e le similitudini potrebbero continuare a lungo; ci aggiungiamo la passione per i sintetizzatori vintage ed abbiamo definito a grandi linee il “cosa” sono gli Australasia e cosa è “Vertebra”. Di fatto “Vertebra” è un dieci brani strumentali (perché di fatto i vocalizzi di Mina a mio avviso sono uno strumento in più e non voce a se stante, sia per l’abilità della cantante sia per la mancanza di parole, ma di soli vocalizzi) che sta a cavallo di parecchie branche della musica, come già accennato precedentemente, e sono goduriosamente ascoltabili da più persone senza dare noia o appesantire. La parte tecnica, ovvero il ragionamento su come il platter è stato registrato, dimostra maturità e affinità con lo studio, con la post produzione e con le composizioni. Il feeling portato dallo spartito al cd è veramente intenso e condivisibile con l’ascoltatore percependo di fatto sia la capacità tecnica che le abilità derivanti dal saper equilibrare il tutto. Nessuna nota, nessun arrangiamento e nessun livello è stato fatto in modo casuale, tutto scorre in modo assolutamente perfetto e fluido. Personalmente ho apprezzato moltissimo le note di “Aorta”, “Vostok”, “Antenna” che come ho scritto è anche un video, “Vertebra” che fa da tracklist dell’album, “Deficit” e “Aura”. Sinceramente questo cd lo vedrei bene anche come colonna sonora di un film d’azione, perché ha i momenti di calma, riflessivi e punti di grande energia e pathos intenso. A chiudere questa mia recensione, devo dire che è stata una bellissima scoperta questo gruppo e questo album, mi compimento con Australasia per esser stato capace di creare in poco più di trenta minuti delle emozioni e delle immagini sonore di grande impatto, vi consigli vivamente questo cd. Promossi con lode.

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VIRGO

“L’appuntamento” GENERE: Rock ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 85/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

La formazione nasce nel 2008 con il nome Papataci il cui obbiettivo è quello di creare musica inedita che miri a far emergere la massima espressività diogni componente amalgamandole in una forma artistica differente dal solito. I Papataci vincono il premio “Rock targato Italia” nel 2010 facendosi notare sul mercato musicale e dai critici; aggiudicandosi così un importante traguardo per la loro crescita professionale. Come sovente accade la band sostiene un cambio di line-up nel 2012, questo trasforma non solo la lineup ma anche il nome della band, passando quindi da Papataci a Virgo. La musicalità perforante dei brani d’impianto rock blues d’oltreoceano prende forma assieme alla nuova e intrigante sonorità di Daniele Perrino, voce emergente già nota nel panorama nazionale in veste di solista,  che vanta collaborazioni con il celebre cantante Mario Biondi (“Lullaby”, brano presente all’interno dell’album “Due”). Ma entriamo nello specifico de“L’appuntamento” album di dieci brani che presentano al pubblico emozioni e sensazioni della band. In prima battuta volevo sottolineare, una volta in più, che l’autoproduzione non vuol dire scarsa qualità o scarsa cura. I Virgo dimostrano, con il loro album completamente autoprodotto, di saperne veramente tanto e di avere parecchia cura delle loro composizioni, nessuno degli strumenti si perde o resta in ombra; hanno tutti la propria dimensione e la propria importanza senza prevaricare o sparire. Interessante anche la voce con timbro particolare e versatilità non comune. La loro proposta sonora è un mix tra rock, blues e alternative rock. Molto curioso il loro cammino in bilico “continuato e ostinato”, nel senso che non sono prettamente rock classico, ma neppure blues e nemmeno rock alternative, ma sono tutte e tre quelle anime insieme, rendendo di fatto, all’ascoltatore una nuova declinazione nel verbo “Rock”. Certo questa forma di espressione “altra” del rock potrebbe far storcere il naso ai puristi dei tre generi (e sottogeneri), ma l’evoluzione sonora passa anche per queste scelte. Personalmente le canzoni che più mi hanno colpito sono “Una storia vivente”, la title track “L’appuntamento”, “Tre”, “La stanza dei colori”, “If it’s love” e “Porto franco”. Sinceramente non è stato semplice scegliere, tutte e dieci le canzoni sarebbero meritevoli di menzione, quindi fate una bella cosa ascoltate il cd e poi valutate anche voi. Album assolutamente consono sia per un lungo viaggio sia per un momento di riflessione ed introspezione. A conclusione, confido in voi, cari lettori, che saprete cogliere l’occasione di supportare una band di grande calibro come i vicentini Virgo, acquistando il cd e seguendoli durante i loro live; alla band auguro un fulgido futuro, sempre se rimarranno fedeli a questa forma di composizione e cura nella post produzione, inoltre auspico loro di trovare a breve una casa discografica e/o un distributore idoneo per il loro album. Promossi con lode.

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RAZORCUT

“Gone are those Days” GENERE: street punk ETICHETTA: Rebellion Records VOTO: 85/100 RECENSORE: MILO

GONE ARE THOSE DAYS è l’ultimo lavoro dei RAZORCUT, gruppo street punk australiano. Recentemente i RAZORCUT hanno avuto un cambio di line up infatti alla voce e’ subentrato AL (MARCHING ORDERS) e questo mini album è il primo lavoro in studio della nuova formazione. Le sonorita’ sono quelle classiche street che ricordano gruppi come COCK SPARRER, EVIL CONDUCT, ma mantengono una linea originale grazie alla voce di AL, ed al background vocal femminile di DOZ (BASS) e FELICITY (CHITARRA) quest’ultima però sostituita dopo la registrazione dell’album da BROD (MARCHING ORDERS). Le canzoni (purtroppo solo 6) sono tutte una meglio dell’altra e mantengono davvero alto il livello di rabbia e grinta dell’album che, durata a parte, non presenta alcun aspetto negativo. Personalmente non riesco a smettere di ascoltare “NO LOYALTY” e “SAVING GRACE” e le reputo le migliori dell’album, che presto sarà disponibile in versione 10” e mini cd. Gruppo che merita sicuramente di essere preso in considerazione , e che non può non essere ascoltato dagli amanti del genere. GONE ARE THOSE DAYS is the last work of RAZORCUT, an australian streetpunk band. RAZORCUT has lately changed lineup : AL from MARCHING ORDERS is the new lead singer,and this mini album is their first studio record,registered all together. The sounds are classic street’s style, remembering band like COCK SPARRER;EVIL CONDUCT, but keep their originality thanks to AL’s voice and to DOZ(BASS) and FELICITY (GUITAR)’s vocal background, altough the guitarist was replaced by BROD (MARCHING ORDERS) soon after the recording of the album. The songs (sadly only 6) are one better than the other one, and mantain the highest standard of anger and moxie of the album...I can’t highlight any flaw except for the lenght... Personally i can’t stop listening to “NO LOYALTY” and “SAVING GRACE” , the best songs of the album in my opinion. You’ll soon be able to buy it in 10” and mini Cd version. This band deserve all your consideration and respect if you are a street punk lover.

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BIFFERS “Whoa!”

GENERE: punk rock / pop punk ETICHETTA: inconsapevole records VOTO: 80/100 RECENSORE: MILO

I BIFFERS sono un gruppo punk rock di Livorno e “WHOA!” e’ il loro ultimo lavoro uscito,per la INCONSAPEVOLE RECORDS, il 23 Agosto. Quello che ci propongono questi ragazzi sono 10 pezzi belli carichi,con sonorità che si rifanno moltissimo ai GREEN DAY dei primi anni, senza però disdegnare incursioni in sonorità “RAMONSIANE”. Ed è proprio la open track , la quale prende il nome dal gruppo, che più ricorda le sonorità madri dei 4 NEWYORKESI. Il CD si ascolta tranquillamente, non ci sono punti bui o cadute di stile da parte di questi ragazzi, che hanno davvero svolto un lavoro degno di nota, l’unica pecca forse è a livello di sonorità, troppo uguale ai gruppi da cui prendono spunto, ma dobbiamo tenere conto che questo è il loro primo LENGHT-ALBUM e che quindi la maturità musicale del gruppo stesso è ancora in fase di sviluppo. Un gruppo sicuramente da tenere d’occhio per i nostalgici e per gli amanti del genere.

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MASS CRYSIS

“Die totale, the early thrashin’ days” GENERE: Thrash metal ETICHETTA: VOTO: 85/100 RECENSORE: Lidel

I perugini Mass Crysis sono una band di thrash metal onesto e sincero. l’ep di 4 pezzi si chiama “Die totale, the early thrashin’ days” e sin dall’opening “Sentence to damned” ci si ritrova catapultati nei gloriosi anni 80 tra batteria incazzata, chitarroni ignorantissimi e testosterone buttato a secchiate senza ritegno, “Thrash is nothing without beer” mi ha portato in automatico a pensare ai teutonici Tankard, la canzone è ben fatta tra stop n go, rallentamenti, chitarre ispirate ed un ottimo lavoro della sezione ritmica, bene in evidenza verso metà canzone con tanto di  assolo efficace da parte della chitarra, “False justice” dopo un iniziale tempo lento, prende il decollo e chi si è visto, si è visto, intervallato da cambiamenti tra mid e up tempo, chiude il pezzo “(We Are) Mass Crysis”, un pezzo lungo 6 minuti che rappresenta una sorta di summa di quanto la band è capace, molto bello. L’unico difetto di questo lavoro è rappresentato dalle poche canzoni contenute: ascoltare band come i Mass Crysis non stufa. i ragazzi ci sanno fare, non ho trovato punti da farmi lasciare perplesso, maiuscola prestazione di ogni componente, bravissimi!

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KENNEL

“Sesso, soldi, successo” GENERE: hc, Grind, Thrash metal, Metal black ETICHETTA: VOTO: 85/100 RECENSORE: Lidel

Ritorno dei bergamaschi kennel con l’album di ben 14 pezzi dal titolo “Sesso, soldi, successo”. Il primo pezzo “benvenuta all’inferno” parte già a 1000 all’ora tanto per far capire a cosa si andrà incontro. “In nome patris” sputa fuori l’hardcore anni 80 in tutta la sua imponenza, idem in “Quella stanza nera”, su “Cenere” invece è da segnalare la pregevole prestazione del batterista ed un sound molto vicino ai cripple bastards in alcuni frangenti, “Lontano da te” parte con simil blast beat per una canzone anche in questo caso degna dei bastards, “L’alba di un nuovo giorno” è maledettamente post e mi ricorda una band del calibro dei fluxus, “buio” è un’altra mazzata hardcore, “L’uomo di polvere” inizia con una bella chitarrona metal per poi andare nel thrash e prosegue nel grind, tutte le restanti si mantengono su questo stampo. I Kennel sono oramai una realtà consolidata nel panorama hc (e non solo) italiano. live devono essere devastanti!

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GALERA

“Roma isterica” GENERE: Metalcore-death ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 68/100 RECENSORE: Lidel

I Galera sono un quartetto hardcore con testi cantati in italiano e come influenze troviamo i converge, concrete. L’ ep di 5 pezzi si intitola “roma isterica” e sprizza cattiveria ragionata da tutti i pori. La band pur essendo formata solo nel 2012 vanta tra le sue file componenti con parecchia esperienza alle spalle. Si sente chiaramente che non si ha a che fare con ragazzini in piena tempesta ormonale. “Serena la fan” parte subito come una sberla senza preavviso e mette subito in chiaro l’atmosfera presente in questo lavoro: urla belluine, batteria lanciata a rotta di collo, chitarre molto metal. “Ronette pulaski” parte come una sorta di canzone post hardcore di stampo “vintage” e poi via con la violenza con un bel rallentamento e doppia cassa a condire il tutto, “sanguine” inizia con una chitarra lenta che ricorda molto gli slayer prima della tempesta che puntualmente incombe sull’ascoltatore, “roma isterica” mi ricorda abbastanza alcune produzioni svedesi in ambito hardcore-metal (da non confondere con il metalcore), chiude “Notturno mannaro” che segue quanto tracciato nel pezzo “Ronette pulaski” con però molta piu’ cattiveria, una batteria con accelerazioni in ambiente crust, un bel rallentamento pesante e claustrofobico nel mezzo della canzone che la accompagna sino alla fine. 5 pezzi belli incazzati, ben fatto!

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MOOTH “Slow sun”

GENERE: Noisy sludge spaghetti in math sauce ETICHETTA: VOTO: 80/100 RECENSORE: DroB

Imprime qualcosa già dalla copertina, questo lavoro dei Mooth. Intrigano i due fenicotteri spiumati che inneggiano al sole lento. Lento come non è l’ album, una declinazione del metal postmodernista. Ciò che i puristi del settore definirebbero come heavy metal troppo degenerato, contaminato, e gli invidiosi invece smonterebbero perché nemmeno i Tool hanno inventato nulla, sono troppi i riferimenti, il crossover ha esaurito la sua linfa vitale, Mike Patton ha ormai detto la sua ecc ecc.. La verità è che questa band ha delle idee, tante, e potenti oltre che prepotenti. “Debra DeSanto was a heartbreaker” introduce ad un universo oscuro e pesante, una chitarra corrotta induce le palpitazioni e la sezione ritmica coopera nella costruzione di un brano malato ed urlante. Pause riflessive che appena concedono di respirare. Debra doveva davvero essere una rubacuori nel senso letterale del termine. “Mdma” produce l’effetto voluto e risaputo. La voce ci grida vibrante un disagio sentito, e sentiamo vacillare il nostro equilibrio, ammesso che approcciando ai Mooth ne avessimo uno. I brani trafiggono con dei riff e fraseggi metallici, si susseguono incessanti in pieno stile math rock, calibrati, mai casuali, perfettamente dosati nei suoni e così anche la follia viene incasellata in un mosaico perfetto di distorsioni e fill che mai subiscono cedimento. Le parti vocali poi, strumento demoniaco che cattura le attenzioni come uno squarcio nella tela, accompagnano con rabbia e fermezza ogni struttura senza sviare mai l’ascoltatore dal pezzo. Cinieri è sul pezzo, è anche il pezzo. “Skeletons” e “Bloodrop” sono altri esempi di perfetto equilibrio tra ritmica e melodia, mente e corpo scivolano attraverso la deframmentazione del muro sonoro creato da questi quattro carrarmati strumento-dotati. Macchine da guerra si, ma con una sensibilità notevole nella composizione e nello sviluppo dei brani. “Red carpet on the hillside”, con una potenza iniziale faithnomoreiana, incastra una macchina ritmica spettacolare con accordi e distorsioni di matrice stoner. Ogni accento e pausa rendono i poco più di 3 minuti un esempio compositivo davvero memorabile. “Viscera” regala uno special a metà durata che eleva il progressive a genere non tramontato, per chi sa suonarlo senza scadere in sterili virtuosismi. Una batteria impressionante con soluzioni coinvolgenti, il cantato imprime il suo spessore all’inizio lasciando che siano gli altri strumenti a chiudere il cerchio. “Black Host” prosegue con cura chirurgica questo mood disarmante e nel tempo cadenzato quasi epico ci urla in faccia ‘We are so young’ allo sfinimento, chiudendo una preghiera ad un dio forse un po’ avverso. Ultimo brano “Fletcher McGee” non delude di certo, conferma il medesimo approccio progressivo ma incide con gusto tooliano (all’inizio soprattutto) lasciando chi ascolta nel totale senso di smarrimento di chi un album dovrà suonarlo di nuovo per capirlo meglio, per entrare in questa atmosfera così complessa e così intrigante. Nella biografia della pagina fb dei Mooth si legge <tra il serio e il faceto, un approccio ironico, un cinico commento ai nostri tempi caratterizzati dal mash-up di informazioni contraddittorie>, ed ha senso pensare a questo disco come alla colonna sonora del caos e della scena apocalittica a cui tutti ci siamo, ironicamente, abituati.

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GENTLEMENS “Less said,the better” GENERE: Garage ETICHETTA: VOTO: 65/100

rock

RECENSORE: DroB

Garage rock senza punteggiatura. Sporco e rude quanto basta, l’album di questo trio ci proietta facilmente in un locale fumoso, che puzza di alcohol e tabacco e sudore. Il suono è totalmente live. Non si capisce - e non importa - se sia stato ottenuto in studio volutamente o sia stata una take nel suddetto locale, importa che arrivi dritto e nudo come deve essere. “Less said,the better” è un disco veloce, fatto di canzoni orecchiabili con dei riff memorabili che faranno muovere un sacco di culi in giro. Essenziale nella composizione, essenziale nel suono, essenziale nelle melodie. I Gentlemens sono bravi nel miscelare questi ingredienti, non sono certo una ventata di novità per una scena così ben consolidata ma che piace proprio per la sua immediatezza e semplicità. Adrenalinici quanto basta, riescono a divertire come ci si aspetta da una garage rock band che si rispetti. Dunque senza esitare, alzate il volume ed il colletto della camicia e lanciatevi nella mischia.

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ELISA GENGHINI “Catturarti è inutile” GENERE: Canzone ETICHETTA: VOTO: 85/100

d’autore

RECENSORE: DroB

‘Il giorno prima dell’amore’ almeno sapremmo cosa fare. Ascoltare questo album delicato e avvolgente potrebbe essere una buona idea. Rischiara le idee Elisa Genghini, nella sua purezza mentre parla il linguaggio saputo del sentimento e della musica. Ottimi suoni, veri, puliti, ben definiti nello sviluppo di queste tracce folkeggianti. Chitarre che tessono percorsi regolari ad accompagnare linee vocali mature ed interessanti. “L’amore è un uccello ribelle”, ci fa trovare davanti una ballata ispirata e matura. La voce ha un timbro irresistibile, ci racconta e ci fa vivere l’esperienza in prima persona, ma è l’arrangiamento sognante a fortificare la canzone, che ha l’intensità di un brano alla Cristina Donà. La tromba in background è un tocco da maestro. Si parla d’amore in questo album, di viaggi, del tempo che scorre, di calendari dimenticati e di donne e uomini e..di quanto cazzo può fregargliene, a volte. Una donna che staremmo ad ascoltare per ore davanti ad un bicchiere di vino con la sigaretta che si consuma tra le dita ma nessuno se ne accorge. I musicisti Trevisan e Gnudi accompagnano sapientemente questa cantautrice/scrittrice della quale di certo, vorremo sapere di più e vorremo chiederle come guarda all’amore di sbieco o se alla fine si è fidanzata con Manuel Agnelli. Ottime scelte ritmiche, colpiscono i controcanti di chitarre a mandolino o le percussioni sempre ben bilanciate (ascoltare “Il demolitore” o “Canzone nella Buchetta” al proposito). I brani si susseguono senza scivolate, maturi, saldi, ci si può sentire più sicuri ad ascoltare queste storie così vere da non lasciarci mai soli. Come leggere un romanzo che ci piacerebbe riprendere ogni tanto per ritrovarne gli spunti più efficaci, quelli che ci hanno cambiato o quelli che non mentono mai nemmeno nei momenti più bui.

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SUBBY J

“Oops... We’re Late!” GENERE: Alternative ETICHETTA: VOTO: 60/100 RECENSORE: Max

& Punk

“doctor rock” Ugolini

Band anglo trevigiana al suo esordio in attività dal 2008 e giunti finalmente al loro primo lavoro. Punk estremamente funk un gioco di parole per comprendere l’approccio del gruppo al genere! Nelle tre tracce del loro esordio striature di ska punk e dub step….. le canzoni scivolano via leggere ma gradevoli e divertenti. Forse una maggior cura delle voci per il combo anglo-trevigiano ne farebbe risaltare meglio e con maggior definizione la loro cifra stilistica.una menzione per bat box che risulta essere il pezzo più convincente dei tre anche se non ho nulla da eccepire sugli altri due ma in sintesi ritengo il lavoro attraente ma per alcuni aspetti ancora immaturo.

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UNDERGROUNDZINE Gennaio 2014