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P Periodico eriodico di Ateneo

Ricchezza e povertà L’economia civile Serge Latouche

IN EQUILIBRIO

PROVE DI DECRESCITA REPORTAGE.

Anno XIV, n. 2 - 2012


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Sommario Editoriale

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Primo Piano Ricchezza e povertà Uno sguardo storico ai cicli delle società umane di Francesca Cantù

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L’economia civile Perché la decrescita non è la soluzione di Stefano Zamagni

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Eventi estremi Decrescere per salvarci dalle tempeste climatiche e finanziarie di Tonino Perna

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Istantanee sulla diversità culturale I valori della decrescita nella produzione cinematografica internazionale di Giorgio De Vincenti

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Le vie della crescita Non solo ponti e strade per conciliare sviluppo e coesione di Riccardo Crescenzi

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Decrescita e senso dei luoghi Esperienze didattiche internazionali per una possibile valorizzazione del patrimonio culturale di Laura Pujia

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Pentole comuni Risposte creative alla fame: organizzazioni popolari in America Latina di Benedetta Calandra

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Transition towns Come la decrescita può trasformarsi in realtà di Valentina Cavalletti

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Occupy Wall Street Se il sogno americano non è più una possibilità di Michela Monferrini

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L’anello mancante del capitalismo Muhammad Yunus e la rivoluzione del microcredito di Elisabetta Tosini

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Earth Summit 2012 L’insuccesso di Rio + 20: un obiettivo insostenibile di Francesco Mauro

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Rubriche Popscene Ultim’ora da Laziodisu Non tutti sanno che…

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Recensioni Tutta la realtà è relazione Una giornata di studio su Raimon Panikkar di Giulia Pietralunga Cosentino

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Città dell’altra economia Memorie del territorio e ricerca di un futuro ecosostenibile di Francesca Gisotti

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Il guardiano della foresta Lorax alla ricerca di un vero albero che ci ricordi chi siamo di Matteo Spanò

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Rwanda: 18 anni dopo Ciò che l’occhio ha visto il cuore non dimentica di Gaia Bottino

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Storia e memoria nel prisma del diritto Ricostruire il passato per costruire il futuro di Claudia Morgana Cascione e Margherita Colangelo

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Ischia Film Festival Quando lo spettacolo è il territorio di Francesca Gisotti

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Periodico dell’Università degli Studi Roma Tre Anno XIV, numero 2/2012

I figli di un uomo sono i figli di tutti 35 Il manifesto per l’economia umana compie quarant’anni: gli ammonimenti di Nicholas Georgescu-Roegen di Michela Monferrini Il gioco vitale della decrescita serena di Bia Simonassi

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La terra vista dal cielo L’arte come strumento di salvaguardia del pianeta di Francesca Gisotti

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La donna che piantava gli alberi Wangari Maathai e il Green Belt Movement di Gaia Bottino

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Fare pace con la terra L’attivista indiana Vandana Shiva racconta l’unico vero conflitto attuale: la guerra di tutti contro il pianeta di Michela Monferrini

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L’economia della sopravvivenza La proposta di Ernst Friedrich Schumacher di Danilo Campanella

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Incontri Serge Latouche. La sfida della decrescita di Federica Martellini

Reportage Tutta la piazza gridò: «Non voglio morire!» Il Mercuzio della Compagnia della Fortezza di Massimo Marino

Direttore responsabile Anna Lisa Tota (Professore straordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi) Caporedattore Alessandra Ciarletti Vicecaporedattore e segreteria di redazione Federica Martellini romatre.news@uniroma3.it Redazione Ugo Attisani, Gaia Bottino, Valentina Cavalletti, Gessica Cuscunà, Paolo Di Paolo, Irene D’Intino, Indra Galbo, Francesca Gisotti, Elisabetta Garuccio Norrito, Michela Monferrini, Monica Pepe Hanno collaborato a questo numero Benedetta Calandra (ricercatrice in Storia e istituzioni delle Americhe, Università degli Studi di Bergamo), Danilo Campanella (laureato CdL in Filosofia), Francesca Cantù (professore ordinario di Storia moderna - Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia), Claudia Morgana Cascione (assegnista di ricerca in Diritto privato comparato), Margherita Colangelo (ricercatrice in Diritto privato comparato), Riccardo Crescenzi (Università degli Studi Roma Tre e London School of Economics), Giorgio De Vincenti (professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione - Direttore del Dipartimento di Comunicazione e spettacolo), Gianpiero Gamaleri (presidente Adisu Roma Tre), Massimo Marino (professore a contratto di Promozione e informazione teatrale presso il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università degli Studi di Bologna - autore del blog Controscene, Corriere della Sera Bologna), Francesco Mauro (L’Astrolabio - Amici della Terra), Luca Passi (studente CdL in Ingegneria civile), Tonino Perna (ordinario di Sociologia economica, Dipartimento DESMaS, Univeristà di Messina), Giulia Pietralunga Cosentino (CdL In Informazione, editoria e giornalismo), Laura Pujia (tutor Master ASP e PhD candidate), Matteo Spanò (studente CdL in Informazione, editoria e giornalismo), Elisabetta Tosini (laureata CdL Teorie della comunicazione), Stefano Zamagni (professore ordinario di Economia politica, Università degli Studi di Bologna) Immagini e foto Francesca Gisotti, Green Belt Movement©, Leticia Marrone©, Andrea Martiradonna©, Martin Rowe©, Stefano Vaja©, Andrea Vanni, www.windoweb.it, www.ecobaleno.wordpress.com Un ringraziamento speciale a Bia Simonassi che ha ideato e disegnato per noi il Gioco della decrescita, pp. 36-37(www.freeyourideas.net - http://treebookgallery.blogspot.it - http://theprojectlabshow.blogspot.it/)

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Olivier Malcor. De - crescere con il Teatro dell’Oppresso di Valentina Cavalletti

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Dipak Raj Pant. Se la crisi è un’opportunità di Federica Martellini

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Progetto grafico Magda Paolillo Conmedia s.r.l. - Via Ippolito Nievo, 62 - Roma www.conmedia.it Il progetto grafico della copertina è di Tommaso D’Errico Impaginazione e stampa Tipografia Gimax di Medei Massimiliano Via Valdambrini, 22 - 00058 Santa Marinella (RM) - tel. 0766 511644 In copertina Funambolo a Concarneau. Foto di Andrea Vanni Finito di stampare ottobre 2012 ISSN: 2279-9192 Registrazione Tribunale di Roma - n. 51/98 del 17/02/1998


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La rivoluzione dell’abbondanza Appunti per una filosofia della decrescita di Anna Lisa Tota Nella F i l o s o f i a del denaro (1900) Georg Simmel ci ricorda che la scarsità di un determinato bene contribuisce a fondarne il valore economico. In altri termini, secondo il sociologo tedesco, non sarebbe vero che ciò che ha più valore è scarso, ma sarebbe Anna Lisa Tota vero il contrario, cioè che ciò che è scarso ha più valore. Questa prospettiva – offerta dalla riflessione sociologica – mette, almeno in parte, in discussione il fatto che i beni abbiano un valore in sé e riconosce le dinamiche sociali che rendono possibile la formazione del valore economico. La lezione simmeliana può essere un utile punto di partenza per ragionare insieme sulle sfide poste dalla filosofia della decrescita. Questo numero di Roma Tre News, infatti, è interamente dedicato alla filosofia della degrowth, alle “altre economie” e ai cambiamenti di paradigma che esse auspicano.

Nelle società contemporanee il concetto di scarsità sembra essere intimamente connesso sia con il concetto di valore (se tutto ciò che è scarso ha valore, ne deriva che tutto ciò che ha valore debba essere necessariamente scarso), sia con quello di sviluppo illimitato Nelle società contemporanee il concetto di scarsità sembra essere intimamente connesso sia con il concetto di valore (se tutto ciò che è scarso ha valore, ne deriva che tutto ciò che ha valore debba essere necessariamente scarso), sia con quello di sviluppo illimitato. Infatti, il paradigma di uno sviluppo progressivo delle risorse implica il riconoscimento di un’insufficienza di sviluppo nella situazione presente, cioè il riconoscimento di una situazione di scarsità nel “qui ed ora” che diviene la molla in grado di giustificare la necessità di un maggiore sviluppo nel prossimo futuro. La scarsità si rivelerebbe dunque essere il lato nascosto ma necessario dello sviluppo continuo. Nell’equazione “sviluppo = benessere” occorrerebbe integrare anche questo aspetto. Nella contemporaneità il modello di sviluppo cre-

scente comporta come conseguenza consumi crescenti. Se continuiamo a produrre automobili, telefonini, computer, oggetti d’arredo, abiti, scarpe, etc., è necessario poi che qualcuno acquisti tutti questi oggetti che ci vengono offerti per le strade, nelle vetrine dei negozi, nelle immagini pubblicitarie, nei discorsi quotidiani. Ma quante paia di scarpe, borse e vestiti potremo in una vita mai indossare? Quante automobili per famiglia avremo bisogno di possedere e quanti cellulari ci servono per comunicare con il resto del mondo? Non vi è mai capitato di guardare tutta questa merce che ci viene continuamente offerta e di provare un’ondata di sazietà e di disgusto, come dopo un pranzo “troppo” abbondante? Con tutte le paia di scarpe che possediamo dove mai potremo andare? La crisi economica che attraversiamo ha prodotto la quadratura del cerchio, perché improvvisamente non ci sono più le risorse economiche per acquistare tutti questi beni, da cui è sembrato per un attimo lungo decenni che dovesse – o almeno potesse – dipendere la nostra felicità. E allora che fare? Per la prima volta la macchina della felicità si è inceppata, il consumismo non è più una strada praticabile. Ce lo dicevano in molti, già da decenni, parlando dei danni ambientali che lo sviluppo crescente implicava. Lo spettro dell’insostenibilità di questo sviluppo già aleggiava fra noi, ma si trattava di un’insostenibilità ambientale e quindi potevano continuare a ignorarla. Ora all’insostenibilità ambientale si è aggiunta una insostenibilità di tipo economico e questo cambia tutto. Il dato più interessante di questo modello riguarda proprio il concetto di scarsità, di cui parla Simmel. Infatti, nella prospettiva dello sviluppo illimitato (ed anche insostenibile) il focus della nostra attenzione riguarda ciò che non c’è. È il riconoscimento della scarsità ad alimentare la macchina dei consumi. Paradossalmente pur avendo così tanto, addirittura troppo, continuiamo a soffermare la nostra attenzione su ciò che non abbiamo ancora, ma che forse potremmo avere e che quindi potremmo acquistare. Che cosa succede se, seguendo i suggerimenti

La scarsità si rivelerebbe dunque essere il lato nascosto ma necessario dello sviluppo continuo di alcuni antropologi, filosofi, psicologi e sociologi come Nicholas Georgescu-Roegen, Serge Latouche o Ernst Friedrich Schumacher proviamo a sovvertire questa prospettiva? Succede un fatto alquanto singolare: usciamo dalla logica dello sviluppo illimitato, ma al contempo anche dalla logica della necessità di


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Quando la moneta diventa coriandolo: l’opera è stata realizzata in piazza XXIV Maggio a Milano il giorno 23 giugno 2012. Ringraziamo l’artista Silvia Makita e il fotografo Andrea Martiradonna per aver concesso a Roma Tre News la pubblicazione delle foto.

un consumo illimitato. Usciamo così miracolosamente anche dalla logica della scarsità e ci troviamo magicamente in una prospettiva di abbondanza. In altri termini potremmo scoprire che ciò che abbiamo già, è moltissimo e che non ci servono altre scarpe, altri vestiti, altre case, altri soldi, altre automobili, altri telefonini. Ne abbiamo già tantissimi e, ancora meglio, la qualità della nostra vita può essere indipendente dalla quantità di beni che possiamo consumare.

La crisi economica che attraversiamo ha prodotto la quadratura del cerchio, perché improvvisamente non ci sono più le risorse economiche per acquistare tutti i beni, da cui è sembrato per un attimo lungo decenni che dovesse – o almeno potesse – dipendere la nostra felicità In un bel libro intitolato Limite (2012) Serge Latouche richiama l’utilità sociale e la necessità morale di riconoscere il limite. Il filosofo della decrescita per eccellenza ci rammenta come il concetto di hybris nell’antica Grecia si riferisse proprio a coloro che non possono riconoscere il limite e accettarlo. Il limite è morale, economico, sociale e politico ad un tempo. Una società che non si confronta con i limiti è destinata all’autodistruzione. Cornelius Castoriadis (2008) afferma significativamente a questo proposito: «Abbiamo bisogno di eliminare questa follia di espansione senza limite, abbiamo bisogno di un ideale di vita frugale, di una gestione da buon padre di famiglia delle risorse di questo pianeta».

Abbiamo bisogno anche di ripensare al nostro concetto di benessere economico e a quello di denaro.

Paradossalmente pur avendo così tanto continuiamo a soffermare la nostra attenzione su ciò che non abbiamo ancora. Ma che cosa succede se proviamo a sovvertire questa prospettiva? Succede un fatto alquanto singolare: usciamo dalla logica dello sviluppo e del consumo illimitati. Usciamo così miracolosamente anche dalla logica della scarsità e ci troviamo in una prospettiva di abbondanza Che cosa rappresenta per noi il denaro? Possiamo provare a pensarlo in modo diverso? Il denaro può essere visto come una forza, come una forma di energia circolante nel mondo che può portare benessere a molti, se ben impiegato? Il denaro che abbiamo in mente è un fattore di esclusione o di inclusione sociale? In altri termini, unisce o divide? Genera felicità oppure sofferenza? In questo quadro di riflessione sulla decrescita felice penso sia utile aggiungervi una riflessione sul potere del denaro come forza benefica e “normale”. Quest’opera dell’artista-architetto Silvia Makita, che si ispira alla Regola di San Francesco, si intitola Quando la moneta diventa coriandolo e ci rammenta che gioiose e leggere come i coriandoli le monete possono circolare nel mondo e persino diventare pezzi di arredo urbano …


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Ricchezza e povertà Uno sguardo storico ai cicli delle società umane

Ricchezza e povertà sono due termini, concettuali e fattuali, che indicano due realtà e due condizioni di vita assolutamente antinomiche, antiche quanto la comparsa dell’uomo sulla terra, considerato quest’ultimo nella sua singolarità personale e nelle sue organizzazioni sociali, dalle più ruFrancesca Cantù dimentali alle più evolute. Nella percezione diffusa e intuitiva del mondo europeo-occidentale moderno, che si esprime nel linguaggio corrente, ognuno dei due termini si accompagna ad altri, che tendono a qualificarlo e a renderlo esplicito: così la ricchezza si certifica anche come possesso, potere, abbondanza e benessere; la povertà, invece, come spoliazione, marginalità, penuria e deprivazione. Entrate a far parte dell’apparato concettuale delle scienze sociali, nate con l’Età moderna (XVI sec.) e fiorite dall’Illuminismo ai nostri giorni, le due parole – ricchezza e povertà – pur nella loro semplicità e immediatezza non godono di una definizione univoca e condivisa da economisti, sociologi, filosofi e moralisti. Le diverse accezioni dei due termini sono tributarie dei contesti psicologici, ideologici, culturali e religiosi,

perta dell’America, l’impoverimento di grandi masse della popolazione e l’aggravarsi dei conflitti sociali, che accompagnavano i primi stadi del capitalismo, posero filosofi e uomini politici di fronte al problema della povertà come al maggior problema sociale dell’Età moderna. Ci si chiedeva come la società avrebbe potuto eliminare l’accattonaggio, combattere la disoccupazione, arrestare il vagabondaggio, contenere i comportamenti criminali, che venivano naturaliter attribuiti ai poveri ed erano considerati diretta conseguenza della miseria e della povertà oziosa. Nella nuova società urbana, che nasce e s’incrementa in questo periodo storico, arginare e combattere la povertà diventa uno dei primi compiti dei governanti, anche perché – considerata una colpa, un vizio, e condannata dallo “spirito” del capitalismo che fiorisce nei paesi protestanti del nord Europa – la povertà suscita disprezzo e paura, viene vissuta dagli abbienti come una continua minaccia all’ordine sociale. Mentre si comincia ad interrogarsi sulle cause che la generano e sui meccanismi che la alimentano, la necessità di fornire i mezzi di sussistenza ai diseredati è all’origine delle politiche assistenziali, che lo Stato moderno, accanto alle istituzioni ecclesiastiche, ma progressivamente anche in loro sostituzione, tenta di mettere in opera. Le Leggi sui Poveri, che l’Inghilterra ha conosciuto dalla regina Elisabetta I fino alla Rivoluzione industriale, rappresentano un quadro normativo esemplare (ancorché discusso) nell’evoluzione

primo piano

di Francesca Cantù

I tre stati: clero, nobiltà e borghesia. Le tre classi privilegiate che opprimono il popolo in una caricatura anonima del 1789

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Nel Medioevo, sulla scia di una radicalità evangelica che ha avuto in Francesco d’Assisi il suo più alto esempio, la povertà fu considerata anche un valore morale e spirituale, un mezzo di liberazione dall’assoggettamento all’avidità, alla passione del possesso, che ottenebrano l’animo umano e lo rendono insensibile all’ingiustizia sociale politici e istituzionali, che hanno caratterizzano nel tempo le diverse società dell’Europa e dell’Occidente. Nel Medioevo, sulla scia di una radicalità evangelica che ha avuto in Francesco d’Assisi il suo più alto esempio, la povertà fu considerata anche un valore morale e spirituale, un mezzo di liberazione dall’assoggettamento all’avidità, alla passione del possesso, che ottenebrano l’animo umano e lo rendono insensibile all’ingiustizia sociale. Fin dalla rivoluzione dei prezzi conseguente alla sco-


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la peste, un magistrato mantovano scrive che in città c’è una popolazione di 9000 bocche «de la quale senza dubio glie sono quattromila de poveri senza modo de viver». Alla fine del Medioevo le città contano spesso non meno del 20% di poveri nei tempi normali, che salgono fino al 45% in tempi di crisi; strutture caritative e assistenziali cercano di arginare il problema. Nell’Europa preindustriale, dove la terra costituisce il principale fattore di produzione, i contadini sono circa l’80% della popolazione. Vivono di un’economia di sussistenza; nelle campagne – a differenza delle città dove operano con crescente successo le società dei mercanti e le banche appena costituite per supplire alla mancanza di moneta circolante e ospitare le nuove ricchezze che nascono dall’accumulazione capitalistica – lo scambio dei beni è ai livelli minimi e la moneta scarsa. Le servitù feudali sono gravose, la produttività della terra è sospesa alle vicende climatiche e il reddito agricolo dei piccoli proprietari terrieri e dei salariati agricoli è

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Dal XVIII al XIX secolo la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale cambiano il volto economico-sociale e culturale dell’Europa e dell’Occidente, mutando anche l’aspetto tradizionale con cui ricchezza e povertà si erano manifestate fino a quel momento

Due scatti del fotografo e giornalista Jacob August Riis: le sue inchieste fotogiornalistiche denunciavano le condizioni di indigenza dei ceti popolari, soprattutto immigrati, nella New York di fine Ottocento

sociale dell’Europa moderna. La polarizzazione fra ricchi e poveri è ben visibile anche a livello architettonico: nelle città come nelle campagne, si affiancano e si contrastano i palazzi e i castelli nobiliari da un lato, le casupole e le capanne della plebe urbana e rurale dall’altro. Nel 1478, di fronte all’incalzare del-

Nella nuova società urbana arginare e combattere la povertà diventa uno dei primi compiti dei governanti, anche perché, considerata una colpa e condannata dallo “spirito” del capitalismo che fiorisce nei paesi protestanti del nord Europa, la povertà suscita disprezzo e paura, viene vissuta dagli abbienti come una continua minaccia all’ordine sociale

continuamente minacciato da tre eventi catastrofici: le guerre, le epidemie, le carestie, che incidono drammaticamente sulla povertà strutturale di larghe masse, come mostrano le ricorrenti crisi economiche e demografiche che attraversano gran parte del XVII secolo. Nella società cetuale dell’Antico Regime, la grande nobiltà e l’alto clero rappresentano i maggiori detentori della ricchezza, in prevalenza proveniente dalla rendita agraria prodotta dalla grande proprietà terriera. Impersonano il mondo della ricchezza e del privilegio, cui si avvicinavano artisti e intellettuali in cerca della fama poiché le grandi opere si realizzano in virtù del mecenatismo dei signori laici ed ecclesiastici. Partecipano al mondo del potere e del lusso, manifestando la preminenza del loro ruolo sociale mediante consumi suntuari e improduttivi, sia gli uomini di governo e gli alti funzionari che vivono la vita delle corti reali e principesche, sia la nascente borghesia (professionisti, imprenditori, mercanti) che mira a sancire la propria ascesa sociale adottando i valori, i comportamenti e i consumi del ceto aristocratico. La povertà, che devasta le campagne e si annida nei ghetti urbani dei diseredati, suscita tumulti e rivolte lungo tutta l’età moderna e alimenta una delle anime della Rivoluzione francese, che si esprime nell’assalto dei contadini ai castelli feudali e nelle insurrezioni cittadine contro l’insopportabile aumento del prezzo del pane. Dal XVIII al XIX secolo, però, la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale cambiano il volto economico-sociale e culturale dell’Europa e dell’Occidente, mutando anche l’aspetto tradi-


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si rende evidente la polarizzazionale con cui ricchezza e pozione tra i possessori del capivertà si erano manifestate ed tale industriale e la forza-lavoerano state vissute fino a quel ro costituita dal mondo operaio, momento. Molti sono i fattori fatto anche di donne e bambini: che innescano e rendono possisfruttati e sfruttatori, secondo i bile questo cambiamento eponuovi termini che vengono cocale: la straordinaria crescita niati per esprimere il conflitto demografica, già delineata nella sociale sottostante. Nonostante seconda metà del XVIII secolo; le poderose contraddizioni e il progredire delle conoscenze disuguaglianze comportate dalscientifiche, che rende disponila distruzione della società bili nuove fonti di energia con agraria tradizionale e dal basso l’applicazione di nuove tecnilivello dei salari, che accresce che ai processi produttivi, l’aula rendita capitalistica, nella somento del reddito che ne conseAmartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998 cietà industriale della seconda gue. Le fabbriche modificano metà dell’Ottocento e del Novecento si assiste a una Oggi, la crescita economica, che pure progressiva presa di coscienza che la disuguaglianza dei diritti effettivi, testimoniata da ricchi sempre più era riuscita a rilanciarsi superando crisi ricchi e da poveri sempre più poveri, non soltanto è gigantesche del sistema-mondo come causa di un indebolimento delle istituzioni e di un quelle del 1929 e delle due terribili blocco della loro evoluzione in senso democratico, guerre mondiali del XX secolo, si ma non consente a una parte importante della popolazione di partecipare agli effetti dello sviluppo, coscontra con una drammatica inversione stituendone anzi un freno. A partire dalla metà del di tendenza, che pone l’Europa e tutto XIX secolo la tendenza al miglioramento delle conl’Occidente di fronte alla necessità dizioni di vita delle masse operaie appare evidente, d’interrogarsi profondamente sui limiti anche come risultato delle lotte sociali, dei progressi nell’organizzazione sindacale e, insieme, dello svidello sviluppo e di quell’ideologia del luppo economico generale. Oggi, però, la crescita progresso, che tanta parte ha avuto nel economica, che pure era riuscita a rilanciarsi supedisegno e nelle dinamiche della rando crisi gigantesche del sistema-mondo come moderna società industriale quelle del 1929 e delle due terribili guerre mondiali del XX secolo, si scontra con una drammatica inversione di tendenza, che pone l’Europa e tutto l’Occil’aspetto e le condizioni di vita delle città, che conodente di fronte alla drammatica necessità d’interroscono nuove forme di ricchezza e di povertà, là dove Attraverso un’ampia e documentatissima panoramica storica, La ricchezza e la povertà delle nazioni affronta il problema più grave e urgente del pianeta: il divario crescente tra i ricchi e i poveri. Nel corso degli ultimi 600 anni, i paesi più ricchi del pianeta sono stati quasi tutti europei. Alla fine del XX secolo la bilancia ha iniziato a inclinarsi verso l’Asia, dove paesi come il Giappone si sono sviluppati con inedita rapidità. Ma perché alcune nazioni sono state privilegiate mentre altre sembrano destinate a restare per sempre nella miseria? Riprendendo la riflessione di Adam Smith, David S. Landes ricostruisce la lunga e affascinante storia della ricchezza e della potenza nel mondo. Studia le origini della prosperità, segue i percorsi dei vincitori e degli sconfitti, accompagna l’ascesa e la caduta delle nazioni. Discute le varie innovazioni, in particolare nei settori degli armamenti, dei trasporti, dell’energia e della metallurgia. Soprattutto, esamina i processi storici per capire in quale misura le diverse culture accelerano – o rallentano – il successo economico e militare, e influiscono sul tenore di vita. Secondo Landes, i paesi dell’Occidente hanno potuto svilupparsi assai presto grazie a una società aperta in grado di valorizzare e favorire il lavoro e la conoscenza, e dunque l’aumento della produttività e la creazione di nuove tecnologie. Oggi i vincitori sul ring dell’economia mondiale stanno seguendo proprio questo percorso, mentre chi resta indietro non è stato in grado di replicare questa formula. La condizione necessaria per aiutare le nazioni arretrate, sostiene Landes, è comprendere la lezione della storia: ed è proprio questa la lezione che ci offre La ricchezza e la povertà delle nazioni. David S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni. Perché alcune sono così ricche ed altre così povere, Milano, Garzanti, 2002 da www.garzantilibri.it

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garsi profondamente sui limiti dello sviluppo e di quell’ideologia del progresso, che tanta parte ha avuto nel disegno e nelle dinamiche della moderna società industriale. La problematica ricchezza/povertà non investe soltanto gli individui, le famiglie, i gruppi sociali, ma anche le nazioni e interi gruppi di paesi, che condividono difficili situazioni geografiche e condizioni di radicale arretratezza economica e sociale. Nel nostro tempo il divario tra la ricchezza e la povertà dei diversi paesi si analizza e si misura in termini di sviluppo e sottosviluppo, dando origine a una pluralità di termini (più o meno “politicamente corretti”: Primo e Terzo Mondo, paesi in via di sviluppo, paesi ad alto o basso reddito, paesi emergenti. I parametri e gli indicatori in base ai quali formulare la questione del divario tra paesi ricchi e paesi poveri sono stati analizzati per la prima volta in modo sistematico nel famoso trattato di Adam Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations (1776), al punto da far considerare il suo autore come il fondatore dell’economia classica e del liberismo economico. Qui possiamo solo constatare la persistenza storica di tale questione, che ha fatto versare fiumi d’inchiostro a sociologi, storici ed economisti, come sintetizza e rilancia il saggio dello storico economico statunitense David Landes, pubblicato a New York nel 1999 e in traduzione italiana nel 2002, che porta l’esplicito titolo La ricchezza e la povertà delle nazioni. Perché alcune sono così ricche e altre così povere. Con un’impostazione di studio incentrata sul lunghissimo periodo e in aperta polemica con una recente letteratura indirizzata a mettere in causa il primato europeo nel grande teatro della storia mondiale, Landes afferma che nell’ultimo millennio è stata proprio l’Europa – e l’Europa della rivoluzione industriale – il principale propulsore dello sviluppo. Ciò, soprattutto per ragioni di ordine culturale (la tutela dei diritti di proprietà, la precoce separazione tra il potere religioso e il potere politico, il decentramento dell’autorità, la predisposizione all’innovazione). Il saggio di Landes ha suscitato grande interesse, ma anche una serie di riserve, tra cui quella relativa al fatto che oggi la dimensione economica dello sviluppo (o della sua mancanza) è prevalente per definire e classificare i paesi come “ricchi” o “poveri”. Gli indicatori assunti sono molteplici: il Prodotto Interno Lordo, la distribuzione della ricchezza, il reddito pro capite, il potere d’acquisto, il tasso di crescita economica. Le società umane hanno sempre conosciuto delle disparità nelle condizio-

ni di vita e nel ritmo di sviluppo, ma soltanto nell’epoca contemporanea queste disparità hanno assunto una dimensione elevatissima e si presentano alla coscienza come un’ingiustizia sociale insopportabile. Nell’epoca preindustriale le differenze tra i ricchi e i poveri non superavano mediamente il rapporto di 1:3 o di 1:5, mentre nell’epoca industriale aumentarono fino al rapporto di 1:25. Due secoli e mezzo fa il divario tra l’Europa e, per esempio, l’Asia orientale o meridionale (la Cina o l’India) era di 1,5-2:1. Oggi, i dati parlano un linguaggio più impressionante: la differenza di reddito pro-capite tra una delle più ricche nazioni industriali europee, la Svizzera, e il più povero dei paesi non industrializzati, il Mozambico, è di circa 400:1. Alcuni paesi non solo non recuperano terreno, ma diventano sempre più poveri, sia in termini relativi (reddito e consumi al di sotto del valore medio) sia in termini assoluti (problematicità della sussistenza quotidiana fino al limite della sopravvivenza). America Latina, Asia e Africa, specialmente dopo la decolonizzazione che hanno conosciuto con tempi e modalità differenti, sembrano ripercorrere le contraddizioni dei processi di modernizzazione vissuti dalle società europee, per di più in condizioni di straordinaria accelerazione temporale. Il problema della fame nel mondo è l’aspetto più tragico e il discrimine più radicale ed eticamente insopportabile della polarizzazione della ricchezza nelle fasce privilegiate della popolazione (numericamente sempre più ristrette) e della povertà in quelle più diseredate e abbandonate (immensamente prevalenti nel numero). Occorre combattere la periferizzazione di una gran parte del mondo rispetto al sistema economico mondiale governato da un centro dominante, occupato dai paesi ad alto reddito, a forte industrializzazione e sviluppo tecnologico, che dominano il mercato globale e dettano le leggi della globalizzazione. Ad Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, si deve la maggior consapevolezza odierna nell’ampliare la definizione di sviluppo al di fuori della sola sfera economica inserendo nella nozione di sviluppo – e quindi anche di ricchezza – elementi nuovi come la salute e l’alimentazione, l’istruzione e la cultura, le condizioni dignitose della vita quotidiana, la parità di genere, le diverse libertà di espressione di ogni persona umana. Il rapporto ricchezza/povertà continua a essere un terreno di riflessione e di assunzione di responsabilità da cui nessun cittadino del mondo globale può chiamarsi fuori, anche perché prefigura la giustizia e la vivibilità del nostro mondo futuro.

Un Premio Nobel per l’economia spiega, con analisi rigorose ed esempi tratti dalla storia e dall’attualità, come un vero sviluppo economico sia inseparabile dalla lotta per la libertà, e la democrazia sia il presupposto fondamentale per combattere la fame, la miseria, l’analfabetismo e l’intolleranza. Un punto di riferimento costante nella storia del pensiero economico. Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Milano, Mondadori, 2001, da www.librimondadori.it


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L’economia civile Perché la decrescita non è la soluzione di Stefano Zamagni La proposta della “decrescita felice” vanta precedenti illustri: la teoria dello stato stazionario per primo, elaborata dal grande filosofo ed economista inglese John Stuart Mill a metà Ottocento. Mill – riprendendo alcune considerazioni di Malthus – parlava di stato stazionario per signifiStefano Zamagni care una situazione in cui il tasso di crescita netto dell’economia è uguale a zero. Nel capitolo “Sullo stato stazionario” dei suoi Principles (1848), Mill criticava la scienza economica del suo tempo per aver identificato il benessere economico e sociale con l’andamento senza sosta della crescita dei profitti. Bloccare la logica

John Stuart Mill criticava la scienza economica del suo tempo per aver identificato il benessere economico e sociale con l’andamento senza sosta della crescita dei profitti egemonica dei “piaceri quantitativi” voleva dire per Mill mettere in discussione la capacità di autoregolazione del capitalismo e riportare in primo piano il ruolo della politica. In seguito, altri economisti e pensatori hanno formulato ipotesi analoghe. Ricordo, tra questi, Paul Lafargue, genero di Marx, con il suo saggio Diritto all’ozio in cui è avanzata la proposta di lavorare tre ore al giorno (sic!); Bertrand Russell con il suo Elogio dell’oziosità che esplicitamente tratta di decrescita (propone un orario di lavoro di quattro ore giornaliere); Ernst Friedrich Schumacher con il celebre Piccolo è bello. Un’economia come se gli esseri umani contassero; ed ancora Nicholas Georgescu Roegen con il suo programma di “bioeconomia” avanzato negli anni Settanta del secolo scorso. Non

ci si deve dunque meravigliare se, di tanto in tanto, la preoccupazione per la sostenibilità e le preoccupazioni per il futuro spingono studiosi di diversa matrice culturale (ad esempio John Stuart Mill era un grande liberale) ad avanzare proposte del tipo decrescita felice, come in tempi recenti va facendo, con grande impegno, Serge Latouche. Pur comprendendo le ragioni che rendono di grande attualità il movimento della decrescita e pur condividendo la diagnosi e l’eziologia dei “mali” della nostra società svolte dagli studiosi del movimento, non ritengo che la terapia suggerita e la via di uscita prospettata vadano nella direzione desiderata. Vediamo perché.

Il concetto di sviluppo ha ben poco da spartire con quello di crescita In primo luogo, va precisato che il concetto di sviluppo ha ben poco da spartire con quello di crescita. Etimologicamente, sviluppo significa “liberazione dai viluppi, dai vincoli” che limitano la libertà della persona e delle aggregazioni sociali in cui essa si esprime. Questa nozione di sviluppo viene pienamente formulata all’epoca dell’Umanesimo civile (XV secolo). Decisivo, a tale riguardo, è stato il contributo della Scuola di pensiero francescana: ricercare le vie dello sviluppo significa amare la libertà. Tre sono le dimensioni dello sviluppo autenticamente umano, tante quante sono le dimensioni della libertà: la dimensione quantitativomateriale, cui corrisponde la libertà da; quella socio-relazionale, cui corrisponde la libertà di; quella spirituale, cui corrisponde la libertà per. Nelle condizioni storiche attuali, è bensì vero che la dimensione quantitativo-materiale fa aggio – e tanto – sulle altre due, ma ciò non legittima affatto la conclusione che riducendo (o annullando) la crescita – che rinvia alla sola dimensione quantitativo-materiale – si favorisca l’avanzamento delle altre due dimensioni. Anzi, si può dimostrare – ma non è questa la sede – che è vero proprio il contrario. Ecco perché preferisco parlare di sviluppo umano integrale,

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di uno sviluppo, cioè, che deve tenere in armonico e mutuo bilanciamento le tre dimensioni di cui sopra. Un tale obiettivo si realizza attraverso un mutamento della composizione – e non già del livello – del paniere dei beni di consumo: meno beni materiali, più beni relazionali e immateriali e soprattutto più beni comuni (da non confondersi con i beni pubblici o con i beni collettivi). È possibile ciò? Certo che lo è, come il filone di studi dell’economia civile da Antonio Genovesi (1753) in John Stuart Mill avanti ha indicato e come talune esperienze – per la verità ancora modeste – vanno dimostrando. L’antidoto dunque all’attuale modello consumistico non è la decrescita, quanto piuttosto l’economia civile – un programma di ricerca e uno stile di pensiero, tipicamente italiani, ben noti in Europa fino alla metà del Settecento, ma che da allora sono stati obnubilati dal paradigma dell’economia politica. Si notino le differenze: mentre l’economia civile è finalizzata al bene comune, l’economia politica mira piuttosto al bene totale. Laddove quest’ultima ritiene di poter risolvere i problemi della sfera economico-sociale appoggiandosi sui soli principi dello scambio di equivalenti e di redistribuzione, l’economia civile aggiunge a questi due principi quello di reciprocità, che è il precipitato pratico della fraternità. La novità della economia civile è nell’avere restituito alla fraternità quel ruolo centrale nelle sfere dell’economico e del sociale che la Rivoluzione francese e l’utilitarismo di Bentham avevano completamente cancellato. In secondo luogo, per paradossale che ciò possa apparire, la tesi della decrescita rischia di eludere la natura vera del problema e ciò nella misura in cui essa si limita a porre il segno meno al paradigma dell’economia politica, non costituendone il superamento. Il fatto è che la crescita è una dimensione fondamentale di ogni essere vivente. Come dice F. Capra, non c’è vita senza crescita. Certo, va sempre tenuto a mente che quello della crescita non è un processo lineare, come Steven Gould ha persuasivamente mostrato con la sua teoria degli equilibri punteggiati. Continuare allora a parlare di decrescita (meno industria, meno consumi etc.) vale a distogliere l’attenzione (e lo sforzo) dal vero problema, che è duplice. Per un verso, quello di trovare il consenso necessario su quale crescita si vuole puntare;

per l’altro verso, quello di individuare come passare da un sistema che, come l’attuale, è centrato su un’idea di crescita illimitata ad un altro che invece accolga al proprio interno la nozione di limite (delle risorse, ambientale, energetico, alle disuguaglianze sociali). A questo scopo, ci occorre un’analisi di traversa (nel senso di J. Hicks) e non già un’analisi di dinamica comparata, come invece si continua a fare. Ricordo sempre, in argomenti del genere, la celebre frase di F. Kafka: «Esiste un punto di arrivo, ma nessuna via». (Il Castello). A poco serve sapere che c’è la possibilità di arrivare ad un equilibrio superiore se non si indica il sentiero (di traversa) per raggiungerlo.

Il nodo sta nell’individuare come passare da un sistema che, come l’attuale, è centrato su un’idea di crescita illimitata ad un altro che invece accolga al proprio interno la nozione di limite (delle risorse, ambientale, energetico, alle disuguaglianze sociali) Se la crisi è anche e soprattutto spirituale (ha cioè a che vedere con lo spirito che ha animato in Occidente la stagione storica che è ormai alle nostre spalle) allora non basta ridurre o addirittura annullare l’espansione quantitativa. È la direzione che va mutata e per far questo ci vuole un pensiero forte che mai prescinda dalla nostra condizione di esseri liberi. Su questo il movimento della decrescita mi pare silente. La nuova stagione di crescita che dobbiamo auspicare non può essere una mera espansione quantitativa, ma una eccedenza qualitativa in grado di valorizzare la vera ricchezza di cui disponiamo, che solo una comunità di uomini liberi può sprigionare. Se invece si continua a demonizzare il mercato, questo diventerà davvero un luogo infernale. La sfida da vincere è piuttosto quella della sua umanizzazione, ovvero della sua civilizzazione. Un’ultima annotazione. L’idea di Latouche e degli altri studiosi che si riconoscono nel programma di ricerca della decrescita è che sia ormai indilazionabile il salto cosiddetto di


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paradigma. Poiché è la stessa società dei consumi e della crescita senza limiti a costituire il problema, è urgente “uscire dall’economia”. Per quanto evocativa, tale espressione è fuorviante perché ambigua. Infatti, se economia sta qui a significare il problema economico in quanto tale, una tale proposta è priva di senso. Perché, come la letteratura di antropologia economica da tempo ha documentato, quello economico è il primo (in senso temporale) problema degli umani, un problema che si pone sia prima di quello politico – che principia quando Caino, dopo l’uccisione di Abele, fonda la prima città – sia prima di quello giuridico – che nasce quando Romolo uccide Remo. Uscire dall’economia, in quel senso, sarebbe allora come uscire dalla “casa” dell’uomo. Se invece l’espressione richiamata viene presa a significare la fuoriuscita da un certo discorso economico e da un certo paradigma teorico, ciò è certamente necessario. Il mainstream economico, al pari

Il mainstream economico, al pari di tutte le forme di pensiero egemone, ha finito col far credere che l’economia è solo scambio di equivalenti e che il mercato può essere popolato solo da homines oeconomici, il che è attualmente falso di tutte le forme di pensiero egemone, ha finito col far credere che l’economia è solo scambio di equivalenti e che il mercato può essere popolato solo da homines oeconomici – il che è attualmente falso. Fuoriuscire da questa economia vuol dire allora fuoriuscire dall’economia? Crederlo sarebbe cadere in un grave errore di ingenuità epistemologica; ma soprattutto sarebbe cadere nella trappola tesa dal

paradigma che si vuole abbattere. Sarebbe come concludere che, poiché il modello della scelta razionale (rational choice) è aporetico e incapace di dare conto di grossi ambiti della realtà, si deve rinunciare alla nozione stessa di razionalità del comportamento umano. E invece basta cambiare il modello di razionalità. La risposta alla crisi non è come porre rimedio alle condizioni di eccesso che hanno reso la nostra una “società obesa”, in senso figurato, ma non è neppure la decrescita che si ferma al solo piano quantitativo, del più e del meno. L’alternativa all’obesità non è infatti la denutrizione, ma il discernimento. A meno che con l’espressione decrescita felice si intenda far riferimento ad un progetto globale come quello, ad esempio, dell’economia civile. (Può darsi che sia questo l’approdo del lungo itinerario intellettuale di Latouche). Ma allora perché continuare a usare termini equivoci che finiscono col confonde-

L’antidoto all’attuale modello consumistico non è la decrescita, quanto piuttosto l’economia civile, un programma di ricerca e uno stile di pensiero, tipicamente italiani, ben noti in Europa fino alla metà del Settecento, ma che da allora sono stati obnubilati dal paradigma dell’economia politica. Ma mentre l’economia civile è finalizzata al bene comune, l’economia politica mira piuttosto al bene totale re le idee e perché non voler utilizzare quanto è già a nostra disposizione da tempo e che ha tutto il potenziale per realizzare l’invocato e auspicato salto di paradigma?

Per lungo tempo la scienza economica si è fondata su una visione antropologica ristretta: l’uomo è homo oeconomicus. Oggi, con il complicarsi della dinamica sociale, politica ed economica, tale prospettiva appare superata. Tra i nuovi paradigmi, l’Economia civile offre un modello di pensiero e di prassi economica che coniuga individuo e comunità, libertà e fraternità, mercati e vita civile, spirituale, gratuità e contratto. Economia cooperativa e non-profit, dono, gratuità, beni relazionali: l’Autore ripercorre i temi chiave dell’Economia civile, centrata sul soggetto agente non visto unicamente come individuo, ma come persona. Stefano Zamagni, Per un’economia a misura di persona, Roma, Città Nuova Editrice, 2012

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Eventi estremi Decrescere per salvarci dalle tempeste climatiche e finanziarie di Tonino Perna Diciamolo subito per chiarire i termini della questione: la “crescita infinita” non esiste in natura. Nessuno di noi ha mai visto un albero crescere all’infinito, né un animale per quanto alto come la giraffa salire verso il cielo. D’altra parte, come sostiene Giorgio Ruffolo nel suo recente saggio Tonino Perna Testa e croce. Breve storia della moneta (Torino, Einaudi, 2011), la categoria della “crescita infinita” è un’ideologia recente: nel pensiero degli economisti classici era chiaro che il modo di produzione capitalistico, pur avendo comportato una forte crescita iniziale del PIL, sarebbe finito nel tempo in una situazione di crescita zero (Sismondi) o di lunga e definitiva stagnazione (Ricardo, Stuart Mill). Detto questo, è anche vero che la “decrescita”, categoria introdotta in Italia da Serge Latouche, non esiste in natura: qualunque essere vivente attraversa un ciclo vitale che è fatto di crescita, stabilità, declino, morte. In altri termini, anziché parlare di “decrescita” dovremmo parlare di declino, di invecchiamento, di fine di un ciclo vitale. Come lo stesso Latouche ha recentemente affermato, sarebbe più corretto parlare di società della “acrescita” o meglio di una società dell’abbondanza nella frugalità (Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale, Torino, Bollati Boringhieri, 2011). Il valore della categoria della “decrescita” è stato soprattutto di carattere pedagogico, di aver messo in discussione quello che fino a qualche decennio fa era assolutamente vissuto come un dogma, un mito incrollabile. D’altra parte, ancora oggi di fronte alla crisi finanziaria ed economica dell’Occidente, e segnatamente in Italia, quasi tutte le forze politiche e sociali continuano a parlare di “crescita” come terapia per uscire dalla crisi. Nessuno poi spiega in quali settori produttivi, con quali mezzi finanziari, dovrebbe avvenire questa famosa “crescita” tenendo conto della nuova Divisione Internazionale del Lavoro che ha ridotto gli spazi per le nostre merci sul

mercato mondiale. Ed è questo un punto centrale. Le potenze occidentali – Usa, Giappone, UE – erano già arrivate al capolinea della crescita economica alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. In quel periodo si è registrata, infatti, una profonda crisi da “sovraproduzione” che è stata affrontata e risolta attraverso un poderoso processo di indebitamento: dello Stato, delle famiglie, delle imprese. Contemporaneamente, le grandi imprese occidentali cominciavano a delocalizzare le produzioni nei paesi emergenti, a partire dai paesi asiatici, per contrastare le richieste e le rigidità dei sindacati dei lavoratori

La categoria della “crescita infinita” è un’ideologia recente: nel pensiero degli economisti classici era chiaro che il modo di produzione capitalistico, pur avendo comportato una forte crescita iniziale del PIL, sarebbe finito nel tempo in una situazione di crescita zero o di lunga e definitiva stagnazione che in quella fase storica avevano una rilevante forza contrattuale. Dopo trent’anni, il risultato di questo processo è sotto i nostri occhi: non solo nella Vecchia Europa, ma in tutto l’Occidente, è cresciuto il Debito – pubblico e privato – in maniera insostenibile, mentre si è ridotta drasticamente la quota occidentale di merci esportate sul mercato mondiale. Detto in altro modo: l’Occidente ha accumulato un debito globale (Stato, famiglie, imprese) insostenibile – pari negli Usa a quattro volte il PIL, nella UE a due volte e mezzo, in Giappone a tre volte e mezzo – ed allo stesso tempo ha fortemente ridotto il suo apparato produttivo e le sue quote nel mercato globale. Di contro, è cresciuta solo la parte finanziaria, in maniera abnorme e patologica, che sta provocando guasti e disastri crescenti in tutto il mondo. Ma i limiti della crescita non si pongono solo sul piano della sfera economica (Ricardo, Stuart Mill etc) o sociale (Marx, Schumpeter), oggi si pongono sul piano dell’ecosistema. È la “questione ambientale” quella che oggi impone una profonda riflessione sul nostro modello di crescita “infinita”. Non solo perché le risorse sono finite, il che è una ov-


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vietà, ma soprattutto per l’impatto delle nostre produzioni industriali sugli equilibri ambientali. Come ho avuto modo di dimostrare in un saggio recente (Eventi estremi. Come sopravvivere alle tempeste climatiche e finanziarie, Milano, Altreconomia, 2011), gli “eventi estremi” si presentano – tanto nel mondo finanziario che in quello climatico – con una preoccupante crescita della frequenza. Vale a dire: abbiamo sempre avuto a che fare con “eventi estremi” ma oggi si presentano con una frequenza inedita e preoccupante. Per questo è necessario pensare ad una “decrescita” selettiva : a) deve “decrescere” in maniera rilevante il peso della finanza e la stessa massa finanziaria (pari a circa un milione di miliardi di dollari a fronte dei settantamila dollari del PIL mondiale); b) devono “decrescere” gli impianti inquinanti, le catene lunghe della distribuzione delle merci, il prelievo degli stock ittici, forestali, minerali; c) devono “decrescere” tutte le produzioni che hanno un impatto ambientale e sociale negativo, vale a dire le merci con valore d’uso “negativo”, a partire dalle armi.

D’altro canto la “decrescita” non esiste in natura: qualunque essere vivente attraversa un ciclo vitale che è fatto di crescita, stabilità, declino, morte. In altri termini, anziché parlare di “decrescita” dovremmo parlare di declino, di invecchiamento, di fine di un ciclo vitale

Viceversa, devono “crescere”: a) gli investimenti in tutte le espressioni della cultura e dell’arte; b) gli investimenti nel recupero ambientale e nella manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio per resistere agli “eventi estremi”; c) le risorse finanziarie per la “ricerca finalizzata” ad una migliore qualità della vita, al risparmio energetico, all’equilibrio dell’ecosistema.

È la “questione ambientale” quella che oggi impone una profonda riflessione sul nostro modello di crescita “infinita” Naturalmente, questo è un programma di massima che vale soprattutto per i paesi occidentali, e soprattutto per noi europei. Se prendiamo coscienza che una fase della storia economica e sociale è ormai finita, che questo modello di sviluppo non ha più futuro, allora possiamo ripensare a come dosare “crescita” e “decrescita” in un quadro con altre coordinate. Detto in una battuta: l’Europa deve imparare ad invecchiare sul piano economico, ed a rinascere sul piano sociale e culturale. Il che significa saper trovare un nuovo modello sociale che non sia più drogato dalla finanza o dalla rincorsa a consumi senza fine, ma punti sulla qualità della vita, delle produzioni, del risparmio finalizzato a lasciare alle nuove generazioni un mondo migliore. Se l’Unione Europea sarà capace di reinventare un modello di economia e società all’altezza di questa sfida allora ritroverà un posto importante nel mondo, come lo trovò la Grecia quando venne conquistata da Roma con le armi, ma vinse e s’impose sul piano culturale.

Il crollo di Wall Street del settembre 2008 è stato definito una “tempesta perfetta”. Ma le analogie tra la Borsa e il meteo non si limitano al linguaggio. Che cosa c’entrano dunque il denaro e la finanza con il clima e la CO2? Gli “eventi estremi” climatici e finanziari, in crescita negli anni recenti, si caratterizzano per il medesimo meccanismo: “fluttuazioni giganti” provocate da una fortissima accelerazione dei processi. Ad esempio quelli indotti dall’immissione nell’atmosfera di grandissime quantità di CO2 e - sul mercato - di un’enorme massa di denaro. Disastri che colpiscono per primi i poveri del mondo, poi l’ambiente e noi stessi. Ma come si può salvare Gaia e i suoi abitanti? La risposta in queste pagine. Tonino Perna, Eventi Estremi. Come salvare il pianeta e noi stessi dalle tempeste climatiche e finanziarie, Milano, Altreconomia, 2011, da www.altreconomia.it

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Istantanee sulla diversità culturale I valori della decrescita nella produzione cinematografica internazionale di Giorgio De Vincenti Il cinema si è sempre occupato della decrescita. L’arte in generale si è sempre occupata della decrescita. Intendo: dei valori della decrescita. Che non è necessariamente depressione. Non parlo qui del tema – politico – della redistribuzione delle ricchezze nel periodo di ristrutturazioGiorgio De Vincenti ne del capitalismo internazionale che stiamo vivendo. Sarà il grande tema dei prossimi decenni e delle generazioni più giovani: il tema della giustizia sociale nel mondo globalizzato. Mi compete come cittadino ma non come studioso di cinema, e altri più competenti di me possono parlarne. Io parlo di cinema. Ma di quale cinema? Di quello che si vede e, ancor di più purtroppo, di quello che non si vede. E poi: di quello che gira su pellicola, ma anche di quello che viaggia in elettronica o nelle forme del digitale. E ancora: di quello che nasce per le sale e per l’home video, ma anche di quello che nasce per la televisione o per le esposizioni d’arte o per i musei o per internet. Il cinema – oggi – è tutto questo: ogni forma dell’audiovisione, a cominciare da quella che troviamo quotidianamente sui televisori domestici, è territorio degli studi che tradizionalmente indichiamo come studi di cinema. Ovunque andiamo (da qualche anno anche nella metropolitana) ci incontriamo con questo cinema “espanso” che è l’audiovisivo, che accompagna la nostra vita e contribuisce a formare le nostre coscienze e a orientare i nostri desideri.

Ovunque andiamo (da qualche anno anche nella metropolitana) ci incontriamo con questo cinema “espanso” che è l’audiovisivo, che accompagna la nostra vita e contribuisce a formare le nostre coscienze e a orientare i nostri desideri Se in questo flusso di immagini audiovisive isoliamo anche soltanto quelle più “lavorate”, quelle il cui senso è (o ambisce a essere) più “denso”, vediamo che vi appaiono frequentemente, e in posizione

centrale, i valori della decrescita. Che sono quelli del cosiddetto sviluppo sostenibile (termine da alcuni a torto criticato) e delle diversità culturali. Valori che sono a ben vedere strettamente connessi tra loro. Sviluppo sostenibile significa azzerare ogni nostalgia di società edeniche alla Shangri-La e pensare operativamente a rendere produttiva la possibile saldatura di sviluppo e progresso sollecitata quarant’anni fa da Pier Paolo Pasolini (per fare il nome di un poeta cineasta). Significa porre al centro dello sviluppo il tema della felicità (garantito in diverse Costituzioni e collegato alla privacy, alla dignità e alla irripetibilità di ciascun essere umano), il tema del valore dell’interiorità e quello del valore dell’ambiente e del rispetto della Natura. La “diversità culturale”, riconosciuta nel 2011 come patrimonio dell’umanità (al pari della biodiversità) dall’art. 1 della Dichiarazione universale della diversità culturale dell’Unesco, mette in gioco il confronto produttivo tra le diverse forme umane di esistenza e di socializzazione. Se questi sono i valori della decrescita, non è difficile osservare quanto il cinema e l’audiovisivo (e si dovrebbe parlare delle arti in generale) ne siano stati e ne siano portatori intelligenti e testardi, a livello planetario. Una parte consistente delle produzioni del miglior cinema internazionale è portatrice di riflessioni profonde sulle tante culture in cui il genere umano si riconosce oggi, dalla Groenlandia (Parlare con le orecchie, documentario di A. Sciamplicotti sulla cultura Inuit minacciata di estinzione; e quanto sia oggi di attualità il tema della Groenlandia – e dell’immensa quantità di petrolio che giace sotto le sue nevi e i suoi ghiacci – è mostrato dal padiglione danese alla Biennale Architettura di Venezia di quest’anno, che alle problematiche di sviluppo di quel territorio è interamente dedicato, con una notevole presenza di materiali audiovisivi) a Samoa (The Orator, di Tusi Tamasese, film di finzione con una forte valenza antropologica presentato al festival di Venezia 2011), dal Centro e Sud America (per esempio, le due docu-fiction del 2010 Verano de Goliat di Nicolas Pereda, che ci porta nel cuore del Messico rurale, e Jean Gentil di Laura Amelia Guzman e Israel Cardenas, in cui seguiamo un insegnante che ha perso il lavoro nel suo peregrinare all’interno di Haiti; e la docu-fiction Girimunho, girata nel 2011 da Clarissa Campolina e Helvécio Marins Jr, onirica e fascinosa esplorazione di vite quotidiane nel sertão brasiliano, raccontate attraverso gli stessi protagonisti delle vicende reali) all’Asia (Still Life, 2006, e Useless, 2007, del cinese Jia Zhangke; Lola, 2009, e Thy Womb, 2012, del


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filippino Brillante Mendoza; Three Sisters, 2012, del cinese Wang Bing). Per non parlare dei documentari girati viaggiando intorno al mondo, come Guest di José Luis Guerin, Vivan las Antipodas! di Victor Kossakovsky (entrambi del 2011) o The Forgotten Space, documentario sulla globalizzazione girato sulle navi cargo nei mari del mondo da Noël Burch (noto studioso di cinema) e Allan Sekula (2010), per fare solo qualche esempio delle opere più note ai critici e ai cinefili.

La “diversità culturale”, riconosciuta nel 2011 come patrimonio dell’umanità (al pari della biodiversità) dall’art. 1 della Dichiarazione universale della diversità culturale dell’Unesco, mette in gioco il confronto produttivo tra le diverse forme umane di esistenza e di socializzazione A una manciata di titoli farò riferimento anche per quanto riguarda i film italiani recenti che lavorano su temi legati a quello della ricerca di un diverso modello di sviluppo e a quello delle istanze umanitarie che provengono da Paesi diversi dal nostro: Il mio paese (2006, David di Donatello 2007 come miglior documentario) e La nave dolce (2012) di Daniele Vicari; Far East (2009) di Paolo Serbantini e Giovanna Massimetti, Medici con l’Africa (2012) di Carlo Mazzacurati.

Concludo questo scarnissimo elenco con il più noto Una scomoda verità (2006) di Davis Guggenheim: con protagonista l’ex-vicepresidente Usa Al Gore, tratta il tema del surriscaldamento terrestre e ha vinto il premio Oscar nel 2007. I film che ho citato sono tutti nati per la normale distribuzione (in sala e/o sulle reti televisive) e quasi tutti hanno vinto importanti premi a festival internazionali. Ma sono quasi tutti sconosciuti a un pubblico che non sia di esperti. Poiché si tratta di opere tra le più interessanti del panorama cinematografico internazionale degli ultimissimi anni, la domanda che ci si deve porre è la seguente: perché la censura del mercato – oggi più dura che mai nella storia del cinema, proprio per l’ampliamento delle possibilità che le nuove tecnologie hanno offerto alla Settima arte in ordine all’accesso che ad essa è oggi consentito, in tutte le sue forme, ampliamento che ha per conseguenza la meravigliosa moltiplicazione di sguardi, di voci, di informazione e riflessione critica che è possibile ricavare anche soltanto dai titoli che abbiamo citato – priva i cittadini (non soltanto italiani) di una possibilità così estesa e “facile” di conoscenza e confronto critico sull’esistente, su una parte così decisiva delle problematiche del mondo contemporaneo? Una possibilità che ci viene offerta dalla generosità di un incredibile numero di cineasti che nel mondo si confrontano attraverso la cinepresa o la videocamera con gli aspetti più veri e attuali delle vite di noi tutti. Decrescita può significare anche – e forse soprattutto – questo: il recupero della profondità rispetto alla superficie di cui si sono fatti promotori proprio i

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mezzi della comunicazione e tra loro quelli, decisivi, dell’audiovisione.

Una parte consistente delle produzioni del miglior cinema internazionale è portatrice di riflessioni profonde sulle tante culture in cui il genere umano si riconosce oggi Aggiungo – in conclusione di questo articolo che non ambisce ad altro se non a mostrare l’esistenza di una realtà tanto grande quanto ai più sconosciuta – che il nostro Ateneo si è da vari anni inscritto in questa comunità virtuale (e virtuosa) degli operatori culturali audiovisivi coscienti della posta in gioco nello sviluppo planetario contemporaneo: lo ha fatto dotandosi di un Centro Produzione Audiovisivi presso il Di.Co.Spe.-Dipartimento Comunicazione e Spettacolo Università Roma Tre, che agisce sul mercato avvalendosi di professionisti e che ha prodotto, nei dieci anni della sua esistenza, più di cento documentari, molti dei quali lavorano sui temi che qui sono stati trattati. Numerosi tra questi film del Di.Co.Spe. sono stati selezionati in festival internazionali (tra i quali Cannes, Venezia e Roma), dove hanno vinto numerosi premi, ricevendo sempre un’accoglienza più che lusinghiera da parte della critica e del pubblico. Ricordo solo alcuni titoli: Tarda estate, lungometraggio di finzione, girato in Giappone e in lingua giapponese da Marco De Angelis e Antonio Di Trapani, selezionato al Festival

di Venezia 2010 e a quello di Bergen dello stesso anno e Premio del pubblico al Festival di Tirana 2010; I fuochi e la montagna (2002) di Luca Bellino, Paolo Buccieri, Ella Pugliese, sulla comunità curda dell’ex-Mattatoio di Roma, selezionato in cinque festival internazionali; Mate y moneda (2005) di Luca Bellino, sull’immigrazione di ritorno di italiani dall’Argentina in crisi economica; la serie “Roma e le sue città”, sei documentari sulle comunità di immigrati che si sono stabilite nella capitale, girati in collaborazione con gli stessi protagonisti; L’ora d’amore (2008) di Andrea Appetito e Christian Carmosino, sul tema della sessualità e dell’amore nelle carceri, selezionato in otto festival internazionali e vincitore di sette tra premi e menzioni speciali. Altri esempi si potrebbero aggiungere, ne facciamo uno solo: diverse ore di materiali sul tema del cambio climatico, girati per lo più in

Decrescita può significare anche questo: il recupero della profondità rispetto alla superficie di cui si sono fatti promotori proprio i mezzi della comunicazione e tra loro quelli, decisivi, dell’audiovisione America Centrale e Meridionale; materiali preziosi e per ora censurati dal mercato italiano, che di questo tema non vuole parlare. Decrescita significherà anche questo: un recupero di attenzione e di fattiva vigilanza sulle questioni vitali del pianeta. Un recupero di democrazia.


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Le vie della crescita Non solo ponti e strade per conciliare sviluppo e coesione di Riccardo Crescenzi Il generalizzato rallentamento delle principali economie avanzate associato ai notevoli vincoli sia interni che sovra-nazionali all’utilizzo di interventi di politica monetaria o fiscale ha sollecitato la (ri)valutazione di altri strumenti ritenuti idonei a rilanciare la crescita e a garantire una Riccardo Crescenzi distribuzione bilanciata – anche in termini territoriali – dei suoi benefici. In questo contesto lo strumento dello sviluppo infrastrutturale ha riscosso un particolare successo sia in Europa che negli Stati Uniti. Una parte consistente dello “Stimulus Package” varato dal Presidente Obama nel 2009 è relativa proprio allo sviluppo di nuove infrastrutture. Il consenso fortemente bi-partisan su questo specifico aspetto della manovra, il supporto delle lobbies di costruttori e l’appoggio di governatori e sindaci sono tutte manifestazioni del successo delle politiche infrastrutturali sul ‘mercato politico’. Successo che ha portato al varo di un piano pluriennale di spesa per l’accrescimento della dotazione infrastrutturale del paese: questo piano è finalizzato, tra le altre cose, a «ricostruire 150.000 miglia di strade, costruire e mantenere 4.000 miglia di linee ferroviarie passeggeri, riabilitare e ricostruire 150 miglia di piste aeroportuali» (U.S. White House, 2010). Nel lanciare questo piano la Casa Bianca fa esplicitamente riferimento sia a «benefici economici di lungo periodo» che a vantaggi per la classe media (inclusi nuovi posti di lavoro a supporto degli investimenti in infrastrutture e riduzione nei costi di viaggio e trasporto) nonchè a un miglior impiego delle risorse sotto-utilizzate e a un aumento generalizzato delle capacità di far fronte alla domanda di migliori infrastrutture da parte dei cittadini americani.

Una parte consistente dello “Stimulus Package” varato dal Presidente Obama nel 2009 è relativa proprio allo sviluppo di nuove infrastrutture Anche l’Unione Europea nella sua strategia “Europa 2020” finalizzata al superamento della crisi e al-

la crescita di lungo periodo ha posto una notevole enfasi sul tema delle infrastrutture – di trasporto ed energetiche – come precondizione non solo per la crescita ma anche per la piena partecipazione al Mercato comune. L’idea che le infrastrutture possano simultaneamente sostenere la crescita economica e favorire la coesione sociale ed economica è profondamente radicata nella storia delle politiche di sviluppo comunitarie. Per il periodo di programmazione 2000-06, circa due terzi dei 195 miliardi di euro (a prezzi 1999) assegnati ai Fondi strutturali sono stati attribuiti alle regioni Obiettivo 1 (ovvero regioni con PIL pro capite inferiore al 75 per cento della media UE) e si stima che circa la metà di questa assegnazione all’Obiettivo 1 è stata destinata allo sviluppo di nuove infrastrutture. Inoltre, circa la metà dei 18 miliardi di euro del Fondo di coesione per lo stesso arco di tempo sono stati destinati alle infrastrutture mentre le erogazioni della Banca Europea per gli investimenti (BEI) con la medesima finalità hanno raggiunto i 37,9 miliardi. Anche nel quadro finanziario 2007-2013, circa 8 miliardi di euro sono stati stanziati direttamente per le reti di trasporto trans-europee oltre al supporto dei Fondi Strutturali e del Fondo di coesione continueranno.

L’investimento pubblico difficilmente può essere considerato come un elemento trainante per una crescita strutturale di lungo periodo Alla preferenza dei policy makers per lo sviluppo infrastrutturale quale strumento di politica economica ha fatto riscontro una vasta letteratura accademica che ha fornito la giustificazione concettuale per il rilevante ammontare di risorse finanziarie destinate a questo obiettivo. Nei contributi che adottano una prospettiva ‘macroeconomica’ il contributo delle infrastrutture alla crescita economica viene tradizionalmente concettualizzato in tre diverse prospettive spesso convergenti. In primo luogo, le infrastrutture producono i loro benefici nella loro qualità di “fattore di produzione non remunerato”, che genera direttamente incrementi nell’output; secondo, come un fattore di accrescimento, che rafforza la produttività del capitale e del lavoro; e, terzo, come un incentivo per la rilocalizzazione di attività economiche. In questo contesto, a parità di altre condizioni, a un più elevato stock di infrastruttura pubblica si accompagna una maggiore produttività del capitale nel settore privato. Questo

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approccio ha prodotto un vasto filone di letteratura empirica che ha fornito materiale decisivo a supporto dell’impatto positivo sulla crescita economica dell’investimento infrastrutturale: il tasso di rendimento dell’investimento in capitale pubblico arriva a essere stimato superiore al 100 per cento annuo. Le conclusioni raggiunte da questo vasto e influente filone di letteratura accademica sull’impatto macroeconomico delle infrastrutture sono state messe in discussione da studi teorici ed empirici diversi che ne hanno posto in luce i limiti da punti di vista differenti. In una prospettiva ‘macro’, è stata messa in dubbio la direzione di causalità della relazione tra crescita economica e infrastrutture e sottolineato come la mancanza di una definizione ‘standard’ del concetto di infrastruttura possa aver condotto a significative incongruenze di misurazione. La causalità non opera dall’investimento pubblico alla crescita, ma piuttosto in direzione opposta: l’investimento pubblico difficilmente può essere considerato come un elemento trainante per una crescita strutturale di lungo periodo. Inoltre il modo nel quale l’infrastruttura è gestita e ‘prezzata’ è di fondamentale importanza per valutarne l’impatto economico. In una prospettiva di tipo ‘micro’, la relazione tra investimento infrastrutturale, miglioramento nel livello generale di accessibilità e performance economica diviene molto più complessa dal

punto di vista analitico quando considerazioni di carattere puramente macroeconomico vengono inserite in modelli capaci di includere una qualche dimensione spaziale. La potenziale ambiguità dell’impatto dell’infrastruttura di trasporto sullo sviluppo economico è stata esplicitamente affrontata in modelli analitici via via più sofisticati (New Economic Geography). Questo approccio consente di affrontare la specifica natura dell’infrastruttura di trasporto quando viene messa a confronto con altre forme di capitale dato il suo ruolo nel facilitare il commercio e nel rendere possibile agli individui, alle società, alle regioni e agli stati nazionali di sfruttare il loro diverso vantaggio competitivo. Lo sviluppo dell’infrastruttura di trasporto, accrescendo l’accessibilità delle regioni economicamente più deboli, non solo consente alle imprese nelle regioni meno sviluppate un migliore accesso agli input e ai mercati delle regioni più sviluppate ma rende anche più facile per le aziende nelle regioni più ricche rifornire le regioni più povere da lontano, e può così danneggiare le prospettive di industrializzazione delle aree meno sviluppate. Questi modelli offrono una spiegazione solidamente microfondata per l’effetto potenzialmente ambiguo di cambiamenti nel livello di accessibilità. Inoltre, hanno sottolineato l’effetto differenziale di connessioni inter e intra regionali e l’effetto “hub-and-spoke” genera-


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to da condizioni d’accesso non uniformi alle maggiori infrastrutture. Di conseguenza è importante interrogarsi su quali direzioni stia prendendo il dibattito economico per una più accurata valutazione dell’impatto delle infrastutture sui processi di crescita e sviluppo economico a supporto di più efficaci politiche pubbliche. Qualsiasi apparato concettuale che cerchi di valutare le piu’ efficaci opzioni di politica pubblica per il rilancio della crescita deve prendere in considerazione la serie complessiva di condizioni che influenzano le dinamiche di crescita economica. Una varietà di forze influenzano i canali e le modalità attraverso cui i cambiamenti nella dotazione infrastrutturale possono influenzare la performance dell’economia. Una vasta letteratura ha suggerito come la crescita economica sia un processo multiforme, dove non solo la dotazione infrastrutturale, ma anche attività innovative nella forma di attività di R&S e accumulazione di capitale umano, economie di agglomerazione, processi di specializzazione, migrazione e localizzazione geografica e strutture socio-istituzionali (economia delle istituzioni e sistemi d’innovazione), esercitano una diretta influenza e interagiscono reciprocamente al fine di determinare il dinamismo economico di ogni spazio. Questi fattori si combinano in modo differente in contesti diversi determinando la capacità di reazione delle diverse economie regionali ai cambiamenti esterni. Mentre alcuni fattori economici (come per esempio il capitale e la tecnologia) hanno una maggiore capacità di adattarsi in risposta a shock esterni (come per esempio l’integrazione economica o il cambiamento nel grado di accessibilità dovuto a nuove infrastrutture di trasporto) in virtù della loro mobilità relativamente più elevata, le strutture sociali e istituzionali tendono – ad esempio – a essere molto meno flessibili. Alla luce delle diverse condizioni contestuali e della loro differenziata capacità di aggiustamento, il medesimo investimento in infrastrutture in due aree distinte può condurre a risultati differenti come conseguenza dell’interazione con condizioni economiche locali differenziate. Inoltre, poiché lo sviluppo d’infrastrutture riguarda anche la connettività tra aree diverse qualunque intervento deve essere collocato in una prospettiva spaziale che tenga conto sia del ruolo delle condizioni endogene che di quelle delle aree limitrofe. L’impatto delle infrastrutture (soprattutto di trasporto) si propaga da una regione all’altra, influendo significativamente sulla performance economica: talvolta il progetto in una singola regione può avere un forte effetto di welfare che si propaga a numerose altre regioni. In questa prospettiva, è necessario non solo cogliere l’effetto Keynesiano di più breve periodo della spesa in infrastrutture o l’effetto di rilocalizzazione di attività economiche in risposta al mutamento nei costi di trasporto, ma fornire anche una completa valutazione dell’incidenza dei benefici di network che emergono quan-

do l’infrastruttura rende possibili più strette interazioni con gli agenti economici delle regioni vicine, incrementando così le loro interazioni e diffondendo possibilmente i benefici di agglomerazione. Una comprensione più approfondita dell’impatto economico delle politiche per le infrastrutture passa dunque per lo sviluppo di modelli analitici e apparati concettuali capaci di ‘integrare’ sia il ruolo dei diversi fattori che condizionano l’impatto delle infrastrutture sull’economia (con i relativi meccanismi di azione e retroazione) che le loro dinami-

Lo sviluppo dell’infrastruttura di trasporto, accrescendo l’accessibilità delle regioni economicamente più deboli, non solo consente alle imprese nelle regioni meno sviluppate un migliore accesso agli input e ai mercati delle regioni più sviluppate ma rende anche più facile per le aziende nelle regioni più ricche rifornire le regioni più povere da lontano, e può così danneggiare le prospettive di industrializzazione delle aree meno sviluppate che spaziali (attraverso gli effetti di spillover). Un approccio ‘integrato’ all’analisi dell’impatto delle infrastrutture getta le basi per ricondurre lo sviluppo infrastrutturale all’interno di un mix bilanciato di politiche di sviluppo. In questa prospettiva è possibile valutare se e come lo sviluppo delle infrastrutture debba essere coordinato con politiche finalizzate a rafforzare altri fattori ‘condizionanti’ la crescita e lo sviluppo (come il capitale umano e l’innovazione). La considerazione dei meccanismi di trasmissione spaziale degli effetti economici delle infrastrutture fa inoltre emergere il potenziale ‘costo del non-coordinamento’ tra amministrazioni e livelli di governance differenti. Solamente prestando attenzione alla complessa relazione nel tempo e nello spazio dell’insieme dei fattori che influenzano la crescita è possibile sviluppare politiche pubbliche capaci di massimizzare gli effetti positivi dell’investimento in infrastrutture, minimizzando nel contempo i rischi economici e di welfare per le aree più deboli spesso impreparate a competere in mercati più integrati. *Un approfondimento su questi temi è contenuto nel Numero Speciale 1/2012 di QA/Rivista dell’Associazione Rossi-Doria “Economia e Politica delle Infrastrutture in Italia” a cura di Fabrizio Balassone e Riccardo Crescenzi. Il volume è stato presentato in un’iniziativa congiunta del Dipartimento di Economia e della Banca d’Italia nel mese di aprile 2012

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Decrescita e senso dei luoghi Esperienze didattiche internazionali per una possibile valorizzazione del patrimonio culturale di Laura Pujia Oggi tutto ciò che appartiene al passato sembra a prima vista rimanere invulnerabile al cambiamento. Difatti, tuttavia, di fronte ad un territorio in continua antropizzazione è impensabile che il processo trasformativo non investa anche il passato e la sua storia. L’antico, oggi, si confronta con le vaste trasformazioni territoriali Laura Pujia dettate dalla struttura e dall’articolazione socio-economica contemporanea e dai diversi processi di sviluppo e crescita del territorio. Così in questo costante ciclo consumistico dove si rinuncia a tutto tranne che al superfluo, come diceva Oscar Wilde, l’uomo diviene incapace di gestire l’antropizzazione da lui stesso generata. Di qui l’invito del professore francese Serge Latouche a ritrovare il senso dei limiti e abbandonare l’obiettivo della crescita illimitata interessa tutti i campi. Tra questi l’architettura, da sempre artefice di trasformazioni territoriali e sociali, gioca un ruolo importante nel ristabilire i parametri di un ritorno cosciente a una vita più semplice. Parafrasando Latouche, una crescita infinita è impossibile in un paese finito. Con questa premessa la capacità dell’ingegnosità umana diviene l’unico strumento per progettare la decrescita ed evidenziare il senso dei luoghi. In una logica contemporanea di sviluppo per lo svi-

Vista dell’ingresso al foro romano di Tongobriga, 2011

luppo, di globalizzazione e consumo dove i concetti di tempo e memoria hanno perso la loro connotazione, costruire meno e ripensare il patrimonio esistente per riabitarlo, riterritorializzarlo e viverlo in modo nuovo potrebbe risultare un esempio efficace di architettura consapevole, atta al recupero del senso dei luoghi. Un’architettura dove bastano pochi gesti per

In questo costante ciclo consumistico dove si rinuncia a tutto tranne che al superfluo, come diceva Oscar Wilde, l’uomo diviene incapace di gestire l’antropizzazione da lui stesso generata stabilire ciò che orienta e ordina la lettura e la comprensione di un luogo. Il progetto attraverso il recupero di antichi percorsi e nuove accessibilità può rimettere in rete una serie di risorse altrimenti disseminate nel territorio e destinate a rimanere latenti. Un’architettura della decrescita è possibile e necessaria di questi tempi, e rileggere il territorio attraverso la sua storia e i suoi usi contemporanei rappresenta la possibilità di un futuro sviluppo sostenibile dell’ambiente. Nei confronti dell’antico l’architettura contemporanea ha il compito di ripristinare ciò che non è più visibile, svelare la verità del luogo e valorizzare il significato in rapporto alla nostra cultura. Esperienze didattiche significative in questo campo sono state portate avanti nell’ambito del finanziamento europeo Erasmus Intensive Program “Architecture, Archaeology and Landscape” grazie alla collaborazione delle Facoltà di Architettura di Roma Tre, Val-


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Sopra e accanto: Museo Diffuso di Cavallino (LE), 2012

ladolid (Spagna) e Oporto (Potogallo). La ricerca mira ad indagare il rapporto tra il progetto archeologico e quello urbano, oggi altrimenti scarsamente comunicato. Quest’area d’indagine richiede in sé una collaborazione tra diverse figure e saperi disciplinari differenti sia nella didattica e nella ricerca che nella pratica professionale. La Facoltà di Architettura di Roma Tre porta avanti da più di dieci anni indirizzi di ricerca orientati verso un’attenta e consapevole collaborazione tra architettura e archeologia. Il programma (Erasmus Intensive Program) ha visto l’organizzazione di due workshop internazionali per la durata di dodici giorni consecutivi che hanno coinvolto studenti italiani, spagnoli e portoghesi provenienti dalle tre Facoltà ed ognuno con una diversa formazione (architetti, archeologi, conservatori, storici dell’arte, ingegneri etc.) pronti a confrontarsi tra loro lavorando in gruppo. Durante il workshop sono stati previsti dei seminari e delle lezioni da parte dei docenti ed esperti, lavoro in gruppo con la presenza dei tutor, mentre i weekend sono stati impegnati in escursioni e visite per conoscere il patrimonio presente nel territorio. Obiettivo dei workshop è stato il mettere a punto proprio una metodologia progettuale per la comprensione ed interpretazione dei resti archeologici nel loro contesto culturale, sociale e paesaggistico; partecipare, da un’ottica ampia e integrata, al dibattito contemporaneo incentrato sul paesaggio culturale; confrontare esperienze internazionali riguardanti l’intervento in siti archeologici e contribuire fattivamente allo sviluppo degli stessi. Entrambe le esperienze si sono concluse con una esposizione pubblica dei lavori e la presentazione dei progetti davanti alle autorità locali. Tutto ciò è esempio di come l’architettura possa far leggere il territorio esistente nel suo complesso intervenendo con pratiche poco dispendiose su uno spazio nel suo divenire storico. La seconda edizione del workshop si confronta per

l’appunto con una scala paesaggistica dove il frammento fa i conti con il suo contesto e l’archeologia invade una scala territoriale. Il workshop si è svolto lo scorso ottobre presso il Museo Diffuso di Cavallino (parte del SESA, Sistema ecomuseale del Salento), a pochi chilometri da Lecce in Puglia. Si tratta di un sistema storicamente pluristratificato, in cui le tracce archeologiche (neolitiche, messapiche, romane, bizantine, medievali etc.) sono numerosissime, talora non particolarmente rilevanti in se stesse, ma disseminate in un territorio ricco di ulteriori potenziali risorse economiche ed ambientali, spesso sottoutilizzate e talora inattive. Un sistema quindi che permette di constatare direttamente come la valorizzazione dei beni culturali non vada ricercata per singoli casi, ma

In una logica contemporanea di globalizzazione e consumo dove i concetti di tempo e memoria hanno perso la loro connotazione, costruire meno e ripensare il patrimonio esistente per riabitarlo, riterritorializzarlo e viverlo in modo nuovo potrebbe risultare un esempio efficace di architettura consapevole, atta al recupero del senso dei luoghi nella loro interrelazione in progetti più ampi: che siano per il recupero naturalistico e paesaggistico, o per la riattivazione di percorsi alternativi, o che coinvolgano la promozione di attività economiche, ricettive e turistiche evolute etc. Queste esperienze progettuali dal respiro internazionale mirano a far comprendere la ricchezza del nostro territorio, sempre in crescita e in trasformazione, e che solo un uso razionale, meno distruttivo, più pragmatico, più adeguato delle risorse reali può valorizzare il patrimonio esistente.

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Pentole comuni Risposte creative alla fame: organizzazioni popolari in America Latina di Benedetta Calandra Gli anni Settanta e Ottanta del Novecento vedono, in diversi paesi del Sudamerica, un momento di forte crisi per quanto riguarda la situazione socio-economica di gran parte dei settori popolari. In molti casi all’autoritarismo dei golpe militari (Brasile, 1964; Uruguay e Cile, 1973; Benedetta Calandra Argentina, 1976) si sommano politiche economiche che approfondiscono ancor più il divario tra le varie classi sociali. Il Cile del generale Augusto Pinochet (1973-1989) costituisce in questo senso un caso esemplare. Le politiche redistributive del precedente governo socialista (1970-73) vengono bruscamente interrotte. Si riduce la spesa pubblica con drastici tagli a servizi sociali prima garantiti dallo Stato, si aumenta la pressione tributaria, si riducono i salari e si sopprime qualsiasi forma di negoziazione collettiva. I cosiddetti Chicago Boys (gruppo di economisti cileni specializzati negli Stati Uniti all’insegna di dottrine neoliberiste) promuovono per il Cile una totale apertura al mercato internazionale. Vengono liberalizzati i prezzi, anche di beni di prima necessità come il riso o il grano, e i terreni prima destinati alle colture di tali prodotti vengono ora dedicati alla produzione di beni appetibili all’estero, come vino e mele. La commercializzazione degli alimenti si fa sempre più esclusiva, rinchiusa nei circuiti ristretti dei grandi centri delle zone alte. I costi sociali di queste misure sono altissimi: disoccupazione oltre il 20 %, denutrizione infantile, sistema assistenziale e sanitario pubblico allo sfascio, licenziamenti arbitrari di soggetti ritenuti “scomodi” per il regime. La popolazione della capitale, Santiago, elabora in questa congiuntura drammatica strategie di sopravvivenza, dando origine, spesso in forma clandestina, a una pluralità di organizzazioni economiche popolari (OEP). Per comodità espositiva le dividiamo in quattro tipologie. 1. Organizzazioni di consumo. La socializzazione del problema sentito con vergogna presso molte famiglie, la fame, trova diverse soluzioni, come a) orti familiari e comunitari in cui, oltre ad orticoltura e frutticoltura di prodotti freschi o secchi, si coltivano erbe medicinali b) comprando juntos, una sorta di gruppi d’acquisto collettivi che acquistano insie-

me all’ingrosso per ovviare i problemi di rifornimento e per abbassare i costi dei prodotti e del trasporto c) ollas comunes, pentoloni comuni che forniscono razioni di cibo, cucinato insieme e consumato privatamente nelle case. 2. Organizzazioni produttive di lavoratori, in cui si producono beni e servizi in cambio di denaro. In una prima fase appoggiate da settori progressisti della Chiesa cattolica, poi sempre più laiche, si suddividono in diversi laboratori, come a) talleres solidarios, centrati sulla produzione di tessuti, artigianato, calzature, costruzioni e riparazioni. Vista l’altissima partecipazione femminile (95%) hanno orari molto flessibili, per consentire il regolare svolgimento delle attività domestiche. Ci sono poi le b) Amasanderias, panetterie, e c) Talleres laborales por rama, gruppi di lavoratori disoccupati, soprattutto uomini, riuniti per categorie (metallurgici, costruttori, calzolai).

Gli anni Settanta e Ottanta del Novecento vedono, in diversi paesi del Sudamerica, un momento di forte crisi per quanto riguarda la situazione socio-economica di gran parte dei settori popolari. In molti casi all’autoritarismo dei golpe militari si sommano politiche economiche che approfondiscono ancor più il divario tra le varie classi sociali: in questo contesto prendono forma le organizzazioni economiche popolari (OEP) 3. Organizzazioni di servizi sociali. Rispondono a esigenze molto varie, soprattutto in campo sanitario e abitativo, come i Grupos de salud, incaricati di condurre inchieste sulle situazioni igienico-sanitarie dei vari nuclei familiari, della distribuzione di alimenti, del recupero di alcolisti e tossicodipendenti. 4. Organizzazioni rivendicative di lavoratori. Hanno origine con i licenziamenti di massa fin dai primi mesi successivi al golpe del 1973. Centrati sulla difesa del diritto al lavoro, iniziative di sussistenza, aiuto mutuo, lavoro in proprio, si dividono fondamentalmente in a) sindacati territoriali di lavoratori indipendenti, responsabili di progetti sull’occupazione da sottoporre alla pubblica amministrazione; b) sindacati di lavoratori vincolati a federazioni di portuali, commercianti, calzolai, lavoratori del vetro e altre categorie particolarmente colpite dalla disoccupazione.


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Una GratiFeria è una fiera gratuita basata sullo scambio, nella quale si può portare e portarsi via ciò che si desidera senza che vi sia nessuno tipo di pagamento in denaro. A Buenos Aires c’è una GratiFeria tutte le seconde domeniche del mese. Il motto è: «Porta quello che vuoi (o niente) e portati via quello che vuoi (o niente)». Questo va al di là del trueque, del semplice baratto, dal momento che viene meno anche il concetto di reciprocità

Per dare un’indicazione quantitativa, un censimento sulle OEP condotto a Santiago da un centro studi privato fotografa, ai primi anni Ottanta, una realtà di 46759 individui direttamente coinvolti nelle attività e 187237 beneficiari complessivi. Queste organizzazioni costituiscono una risposta attiva di fronte alla povertà e all’esclusione sociale, forniscono uno spazio cruciale di aggregazione, nascono come risposta contingente alla crisi ma rappresentano, al tempo stesso, un microcosmo che trascende l’esigenza immediata, favorendo anche consapevolezza e, soprattutto per le donne, empowerment e percezione delle proprie capacità. Le ollas comunes (pentoloni comuni), ad esempio, racchiudono una pluralità di significati. Da un lato, infatti, non sono realtà nuove per il continente latinoamericano, ma s’inseriscono in un percorso storico già consolidato. Precedenti di questo tipo – cucinare collettivamente il pasto – sono ricorrenti in tutta la regione andina e non solo, sebbene con diverse specificità. In Cile, in particolare, attorno ai primi anni Trenta del Novecento il governo e la Chiesa cattolica mettono numerose ollas del pobre a disposizione di lavoratori immigrati dalle miniere di salnitro e ridotti in miseria da una drammatica congiuntura economica; altre ollas, sempre a partire dagli anni Trenta, accompagnano con regolarità gli scioperi operai. Tuttavia le ollas nate a partire dal golpe del 1973, come risposta organizzata dagli stessi settori popolari in una fase in cui allo Stato non si può chiedere niente e diffusa per anni su tutto il territorio metropolitano, sono allo stesso tempo qualcosa di profondamente originale. E non è un caso che vadano progressivamente a sostituire i comedores popolares che le associazioni cattoliche mettono a servizio

dei quartieri più disagiati. Giocano un ruolo predominante fattori psicologici, cioè la vergogna di mangiare in dei luoghi comuni, inaccettabile per molti, e soprattutto per gli uomini. La olla viene organizzata in modo da consumare il pasto direttamente a casa propria, rappresentando così una modalità collettiva ma allo stesso tempo “privata” di risolvere il problema della fame. Inoltre, non si tratta solamente di un luogo dove prelevare quotidianamente del cibo, bensì di una vera e propria organizzazione. Si comincia infatti con l’iscrizione in una lista di tutte le famiglie che intendono partecipare, in modo da calcolare quante porzioni di cibo è necessario cucinare. È un’organizzazione a carattere strettamente territoriale, coinvolge persone che hanno condiviso per anni la quotidianità di uno stesso quartiere, e una realtà in cui il fattore umano, inteso come forza lavoro e spirito di coesione, è centrale. La olla ha bisogno di una infrastruttura in cui funzionare, di risorse finanziarie (denaro), alimentari (viveri) e umane (lavoro). Per ottenere tali risorse i membri si organizzano in attività periodiche di raccolta, come visite ai mercati per reperire eventuali avanzi, organizzazione di lotterie o vendita di vestiti usati. Il funzionamento delle attività viene regolato da riunioni periodiche, che hanno luogo ogni due-tre settimane, in cui si decidono collettivamente la divisione dei compiti, i turni di lavoro, le iniziative per ottenere gli alimenti.

Un censimento sulle OEP condotto a Santiago del Cile da un centro studi privato fotografa, ai primi anni Ottanta, una realtà di 46.759 individui direttamente coinvolti nelle attività e 187.237 beneficiari complessivi Il ruolo delle donne è preponderante, e anche un’attività banale e privata come quella della cucina diviene grazie al loro lavoro un importante veicolo di socializzazione, oltre che un rimedio alla fame. Nella olla le donne lavorano, discutono, si confrontano, operano delle scelte collettive, allontanandosi autonomamente e con una certa regolarità dallo spazio domestico. Come tutte le OEP, anche la olla rappresenta infatti uno spazio aggregante che risponde a esigenze profonde di reciprocità e aiuto mutuo. Ai primi anni Novanta, con il lento ritorno alla democrazia e lo stabilizzarsi di politiche sociali maggiormente includenti, le OEP vedono una lenta e progressiva dissoluzione. Il continente latinoamericano, tuttavia, presenterà molte altre forme di risposte creative alle crisi. Basti solo pensare all’adozione del trueque, forma di baratto tra beni e servizi senza intermediazione monetaria, che animerà le strade di Buenos Aires dopo la terribile congiuntura economica del 2001.

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Transition Towns Come la decrescita può trasformarsi in realtà di Valentina Cavalletti Totnes, in Inghilterra, all’apparenza non è una cittadina diversa dalle altre cittadine inglesi: case in pietra locale, prati curati per ogni giardino, vasi di fiori ad ogni finestra. Lungo la strada principale negozietti molto caratteristici ti invitano ad acquistare i prodotti tipici, dalle pastries a ogni Valentina Cavalletti specie di organic food; in una piazzetta l’immancabile mercato delle pulci vende qualsiasi tipo di chincaglieria. Percorrendo una via laterale ti puoi imbattere in una di quelle librerie d’altri tempi, che vende tutta la letteratura (usata) per migliorare il tuo inglese. Tutto sembra perfettamente in linea con l’english style: una sintonia tra tradizione e innovazione, un equilibrio tra città e campagna, un’armonia tra cultura e natura che si

Qui e nella pagina a fianco: due scorci di Totnes

sviluppa in questa terra con una spontaneità rincuorante.

Ogni forma dell’agire, del pensare e del vivere della comunità di Totnes dal 2006 ad oggi è stata in qualche modo ripensata e rimodellata sotto l’impulso di un’idea, quella di svincolarsi dall’utilizzo del petrolio e dei combustibili fossili e ritrovare la forza e la capacità di resilienza tipica dei sistemi naturali Tuttavia a Totnes c’è di più. La persona che passeggia in bicicletta per la via probabilmente fa parte del cycling group, che ha come scopo «la promozione dell’uso della bicicletta come una forma realistica di trasporto quotidiano e non come semplice attività per il tempo libero», come si legge sul sito della città; i cottage con giardino lungo il fiume sono frutto probabilmente del progetto delle transition home o del


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gruppo di cohousing, che promuovono un’idea di casa a basso impatto ambientale e a basso costo per la gente del posto, un’idea di abitazione che integri la possibilità di produrre cibo biologico, l’autosufficienza energetica, le energie rinnovabili e l’utilizzo di materiali locali e naturali: «una risposta pratica alle serie sfide che ci stiamo ponendo come comunità e come società»; il cibo biologico sulla tavola del tuo B&B potrebbe essere frutto di un gardenshare, che permette di mangiare la frutta e la verdure dell’orto del vicino di casa, dopo aver condiviso la fatica della coltivazione; oppure non è improbabile raccogliere, passeggiando per strada, una verdura cresciuta all’interno di un’aiuola pubblica, grazie al progetto Incredible Edible Totnes. Ogni forma dell’agire, del pensare e del vivere della comunità di Totnes dal 2006 ad oggi è stata in qualche modo ripensata e rimodellata sotto l’impulso di un’idea, quella di svincolarsi dall’utilizzo del petrolio e dei combustibili fossili e ritrovare la forza e la capacità di resilienza tipica dei sistemi naturali. Questa capacità è applicabile anche alle comunità locali, che possono trovare delle strategie per riorganizzarsi di fronte a quegli eventi traumatici che arrivano dall’esterno, al di fuori del controllo degli abitanti di quella stessa comunità. Rob Hopkins, nativo di Totnes, è stato l’ideatore e il cofondatore di questo movimento che ha reso possibile la trasformazione della sua città, primo esempio di transition town nel mondo. Nel suo The Transition Handbook: from oil dependence to local resilience, Hopkins illustra in modo pragmatico e scientifico come avviare una transi-

Dall’esperienza di Totnes si è rapidamente sviluppato un network internazionale di Transition Towns, che ad oggi conta più di 400 comunità. In Italia la prima città di transizione è stata Monteveglio in provincia di Bologna zione nella propria comunità grazie alla sua lunga esperienza di insegnamento e di ricerca nell’ambito della permacultura e della progettazione sostenibile. Dall’esperienza di Totnes si è rapidamente sviluppato un network internazionale di Transition Towns, che ad oggi conta più di 400 comunità. In Italia la prima città di transizione è stata Monteveglio in pro-

vincia di Bologna ma le iniziative sono molte e sparse lungo tutta la penisola, grazie all’impegno di Transition Italia, il network italiano nato per facilitare e supportare la diffusione di questo processo collettivo sul territorio nazionale. Una rivoluzione dal basso che punta soprattutto al coinvolgimento e alla partecipazione attiva dei cittadini, che sono chiamati ad essere protagonisti del processo di transizione attraverso l’ideazione di progetti specifici, da attuare in collaborazione con altri cittadini, sfruttando le specifiche competenze. I temi cari alle città in transizione sono perfettamente in sintonia con i concetti legati alla decrescita: non a caso Rob Hopkins è stato invitato alla 3a Conferenza internazionale sulla decrescita per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale (Venezia, 19-23 settembre 2012).

Rob Hopkins, cofondatore di Transition Town Totnes

Per saperne di più http://www.transitiontowntotnes.org/ http://transitionitalia.wordpress.com/ http://www.transitionnetwork.org/ http://transitionculture.org/ http://www.venezia2012.it/

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Occupy Wall Street Se il sogno americano non è più una possibilità di Michela Monferrini Recentemente Roberto Saviano è tornato a Wall Street, un anno dopo la nascita di Occupy e il primo invito a tenere un intervento pubblico ricevuto da parte degli organizzatori del movimento. Era il settembre 2011, Zuccotti Park era stato occupato in reazione alla crisi scoppiata nel Michela Monferrini 2008 e agli sconfortanti dati statistici sulla distribuzione economica, secondo i quali l’1% della popolazione controllava (e controlla) il 40% della ricchezza, schiacciando il restante 99% (“Noi siamo il 99%” è stata – non a caso – la frase scelta come motto del movimento). In quell’occasione, Saviano – così come molti altri intellettuali da ogni parte del mondo – era stato invitato a parlare del rapporto tra mafia e crisi economica. Presto, OWS si sarebbe allargato a macchia d’olio, arrivando a coinvolgere novecento città in tutto il mondo e vedendo la nascita di oltre duemila comunità di manifestanti, tra loro collegate grazie al lavoro svolto dal sito Occupy Together. Il movimento, che sin da subito ha fatto del progressismo e dell’egualitarismo la sua bandiera, cominciava a offrire argomenti di dibattito e alternative alle logiche di mercato che avevano portato alla crisi mondiale, con lo scopo di riavvicinare i temi della finanza alla vita individuale delle persone. A poco a poco, gli si creava attorno una costellazione di gruppi dalle diverse esigenze: ci sono state le rimostranze degli studenti, le proteste contro gli affitti e i pignoramenti a Sunset Park e a Brooklyn (“Occupy Our Homes”), le richieste di miglioramento del sistema sanitario.

«Sono qui perché il sogno americano è diventato proprio quello: un sogno, non più una possibilità» A far conoscere il movimento in Italia ci ha pensato l’“infiltrato” Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica che ha poi pubblicato Occupy Wall Street. Il reportage dentro la protesta (Chiarelettere, 2012). Staglianò ha conosciuto i diretti protagonisti dell’esperienza di OWS, li ha fatti parlare, ha raccolto le loro richieste e le loro ragioni, ha seguito dibattiti e riunioni, ha mangiato e dormito con

loro, raccontandoli poi con ironia, senso critico e una sorta di “distanza positiva”. Uno studente gli ha confidato: «Sono qui perché il sogno americano è diventato proprio quello: un sogno, non più una possibilità», così sintetizzando meglio di chiunque altro il pensiero dei partecipanti attivi di OWS, americani o stranieri che fossero. Staglianò è arrivato a porre una fondamentale domanda (irrimediabilmente senza risposta) a sé stesso («Sono loro, con la convinzione che tutto si possa ancora cambiare, o piuttosto noi, imbolsiti da tonnellate di ragionevolezza, a vivere una pericolosa illusione?»), ma era partito, soprattutto, con molte domande per loro, per i manifestanti; prima tra tutte: dove volete arrivare, dove potete arrivare? Un anno dopo, OWS non è ancora “arrivato”, forse


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non “arriverà” mai, forse non vuole arrivare da nessuna parte, ma gli organizzatori si stupiscono di come possano essere riusciti a riunire e far manifestare assieme così tante persone così tanto diverse tra loro. «Non c’era – ha scritto ora Saviano – una sola visione del mondo condivisa, ma potevi scorgere il punto di contatto di diverse visioni del mondo». Diverso il loro credo politico, l’ambito lavorativo di provenienza (i disoccupati stavano accanto ai lavoratori, e anche tra questi ultimi erano rappresentati diversi livelli sociali), diverse le loro richieste, i loro problemi; uguali, solo nella voglia di cambiamento di quel sistema sociale, di quel capitalismo finanziario che li stava schiacciando, oltreché nel desiderio di poter manifestare le proprie ragioni pacificamente, tanto da impegnarsi all’interno dello stesso movimento per evitare che frange estremiste potessero formarsi e rendere vano ogni tentativo di dialogo: «Non siate violenti – è stata la raccomandazione –, o eccessivamente aggressivi. Qualsiasi accenno di violenza sarebbe una scusa per bloccare la protesta e arrestare tutti. Stiamo usando la tattica della Primavera Araba per raggiungere i nostri obiettivi e incoraggiare l’uso della

non-violenza per garantire la sicurezza di tutti i partecipanti». A questo proposito, anche se nel novembre 2011 gli scontri e gli arresti si sarebbero poi effettivamente verificati, mai prima di OWS, erano nate regole simili all’interno di uno stesso movimento manifestante: dalle liste di comportamenti corretti da adottare – spuntate su internet all’inizio dell’esperienza –, si è velocemente passa-

«Sono loro, con la convinzione che tutto si possa ancora cambiare, o piuttosto noi, imbolsiti da tonnellate di ragionevolezza, a vivere una pericolosa illusione?» ti ai corsi di “comunicazione non-violenta” tenuti direttamente a Zuccotti Park. E forse è proprio grazie a tutto questo che OWS, nonostante i momenti di tensione, i cambi di programma, le richieste spesso inascoltate, è riuscito – ancora secondo Saviano – a «sopravvivere all’uragano», senza neanche avere un proprio leader (non poteva averne uno, viste le diverse posizioni rappresentate dal movimento, completamente “orizzontale”), senza – sembra un paradosso – avere un microfono. A New York, per parlare con un microfono, la manifestazione deve essere regolarmente registrata e autorizzata, il che non poteva dirsi per OWS. È nato così quello che è stato definito il “microfono umano”: qualcuno parla, e la folla intorno ripete le sue frasi all’unisono, per alzare il tono, per arrivare a tutti. E comunque, anche senza microfono, OWS ha avuto i suoi mezzi: ha avuto i tweet, i commenti, i video da caricare su Youtube, perché è da subito stato giovane, e tecnologico, e ha saputo fare politica reale (qualcuno ha parlato di “antipolitica”, ma significa non aver capito il senso di quest’esperienza) servendosi della comunicazione virtuale, proprio come aveva fatto Obama durante la sua prima campagna elettorale: solo che le speranze riposte in lui e nel suo operato sono state mal ripagate, disilluse.

Anche senza microfono, OWS ha avuto i suoi mezzi: ha avuto i tweet, i commenti, i video da caricare su Youtube. Perché è da subito stato giovane e tecnologico, e ha saputo fare politica reale (qualcuno ha parlato di “antipolitica”, ma significa non aver capito il senso di quest'esperienza) servendosi della comunicazione virtuale Oggi, di fronte alle imminenti elezioni americane, OWS fa un passo indietro, segno che i suoi propositi, nel corso di quest’anno, non sono mutati: si

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vuole ancora creare dialogo, si vogliono sollevare questioni, si vuole far riflettere, anziché entrare in un dibattito che solo apparentemente riguarda il movimento e chi ha scelto di farne parte: «La nostra posizione – ha dichiarato Mark Bray, addetto stampa di Occupy – è che sia il Partito Democratico sia il

Partito Repubblicano abbiano sentimenti di gratitudine verso banche e corporazioni, e che la democrazia non ha senso in questa società stratificata. Ciascuno di noi voterà o non voterà per chi vuole, ma insieme siamo un movimento sociale indipendente che prende le distanze dalla politica elettorale».

Di certo gli indignati di Occupy Wall Street sanno cosa non vogliono. Ovvero il perdurare di questa insostenibile diseguaglianza economica dove l’1 per cento della popolazione controlla il 40 per cento della ricchezza. Loro sono il restante 99 per cento. Quelli lasciati cadere nel tritacarne del capitalismo finanziario. Che si sono stancati di veder privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. Riccardo Staglianò è entrato dentro al movimento. Nel libro ne racconta in presa diretta la genesi. Le storie dei protagonisti e la loro visione del mondo. Ha partecipato ai loro gruppi di lavoro. Prove tecniche di democrazia diretta, dove ogni decisione si prende all’unanimità. Niente leader («Il potere corrompe»). Niente richieste specifiche («Non chiediamo permesso al sistema; ci riprendiamo ciò che ci appartiene»). Con i riferimenti culturali più diversi, da Gandhi a Gene Sharp. Una cocente delusione per Obama. E il sostegno di intellettuali da tutto il mondo, dal premio Nobel Stiglitz a Naomi Klein, Slavoj Zizek e Roberto Saviano. Alla domanda «Quanto resisterete?» rispondono: «Anche tutta la vita. Non avendo un futuro, siamo qui per inventarcelo». Li hanno chiamati ingenui, ma nella dittatura del cinismo potrebbero essere un antidoto. Se anche otterranno poco, sarà comunque tutto guadagnato. Con la passione che ci mettono, poi, nessun esito è da escludere. Come dicono in America, only the sky is the limit, non c’è limite a dove potrebbero arrivare. «Noi paghiamo il prezzo dei loro misfatti. Viviamo in un sistema che socializza le perdite e privatizza i guadagni. Questo non è capitalismo. È economia distorta» Joseph Stiglitz, a Zuccotti Park Riccardo Staglianò, Occupy Wall Street. Il reportage dentro la protesta, Milano Chiarelettere, 2012 da www.chiarelettere.it


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L’anello mancante del capitalismo Muhammad Yunus e la rivoluzione del microcredito di Elisabetta Tosini Lui è Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e premio Nobel per la Pace, ha rivestito un ruolo chiave nel condurre, a livello globale, una battaglia contro la povertà. Parlare del professor Yunus non è solo raccontare la storia di come vent’anni fa abbia scoperto che accordando Elisabetta Tosini minuscoli prestiti ai diseredati della terra si poteva fare di più di quanto avessero fatto miliardi di dollari degli aiuti stranieri. Non è solo la storia di una banca che è cresciuta fino a essere in grado di fornire a dodici milioni di persone – vale a dire il 10% della popolazione del Bangladesh – gli strumenti di autonomia per uscire dalla miseria. Non è solo la storia di come la rivoluzione del microcredito si sia espansa, aiutando i poveri di cinquantatré paesi tra la Cina, il Sudafrica, la Francia, la Norvegia, il Canada e gli Stati Uniti, ad assumersi la responsabilità e il controllo della propria vita. Parlare di Muhammad Yunus significa parlare di una differente visione del mondo.

È il pioniere del microcredito, ha potenziato attività generanti un guadagno tramite piccoli prestiti senza garanzie collaterali, ha dimostrato che i poveri (soprattutto le donne povere) fanno del credito un uso infinitamente migliore di quello che ne fanno i ricchi. Nato a Chittagong, terzo di quattordici figli, a ventinove anni diventa professore di Economia presso la Middle Tennessee State University e in seguito direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong.

Parlare di Muhammad Yunus significa parlare di una differente visione del mondo Yunus e i suoi collaboratori hanno cominciato battendo a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bengala, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per avviare progetti imprenditoriali, ma tutto ciò non soltanto è cresciuto fino a diventare la struttura Grameen Bank, che significa Banca del Villaggio, ma ha dato il via anche a un circolo virtuoso con ricadute sull’emancipazione femminile. Grazie al professor Yunus, le donne hanno conquistato la propria indipendenza trasformandosi in reali imprenditrici, proprietarie di un conto corrente da poter gestire autonomamente e capaci di creare coope-

L’economista e banchiere Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank è considerato l’ideatore e realizzatore del microcredito moderno. Nel 2006 gli è stato assegnato il premio Nobel per la pace

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rative, promuovendo il coinvolgimento di ampi strati della popolazione. Ad oggi la Grameen Bank concede prestiti a 7,93 milioni di persone, il 97% delle quali sono donne, per un totale di oltre 8,26 miliardi di dollari con un tasso di restituzione prossimo al 100%. Yunus ha fondato anche la Grameen Trust, che diffonde il sistema di microcredito di Grameen in tutto il mondo. Più recentemente ha cominciato a promuovere l’idea

Yunus ha dimostrato che i poveri (soprattutto le donne povere) fanno del credito un uso infinitamente migliore di quello che ne fanno i ricchi di “social business”, impresa senza dividendi né perdite con un obiettivo sociale, che rappresenta l’anello mancante del capitalismo. Ci sono notizie che spiazzano per la loro stucchevolezza, altre che disorientano perché non se ne riesce a definire il costrutto logico. Nel 2006 Oslo ha assegnato a Yunus il Nobel per la Pace, poiché l’economista visionario si misura, per alleviarli, con i problemi reali di persone reali. Di sbagliato c’è che i poveri, le madri indigenti di Chittagong, non fanno mai la guerra ma la subiscono, infatti, Yunus ha migliorato la loro vita economica esattamente come deve fare un premio Nobel per l’economia. Avergli dato il Nobel per la Pace sa di riparazione, se non di beffa, in un sistema economico mondiale che solo le periferie, il Bangladesh e il sud del mondo, sembrano capaci di riformare.

Del resto, però, nel 2011, lo stesso sistema economico ha obbligato il professore ad abbandonare la carica che ricopriva nella banca che lui stesso aveva fondato. La decisione è stata presa in seguito alle imponenti pressioni fatte dalla Banca centrale del Bangladesh che ha contestato i metodi con i quali Yunus era stato nominato direttore della Grameen.

I poveri, le madri indigenti di Chittagong, non fanno mai la guerra ma la subiscono, infatti, Yunus ha migliorato la loro vita economica esattamente come deve fare un premio Nobel per l’economia. Avergli dato il Nobel per la Pace sa di riparazione Le onorificenze che il professore ha ricevuto spaziano dal Premio Ramon Magsaysay, al World Food Prize al Sydney Peace Prize; ha inoltre ritirato l’Indipendence Day award, il più importante premio nazionale del Bengala. Recentemente il presidente USA Barack Obama lo ha onorato conferendogli la Medaglia presidenziale della Libertà, il più grande premio civile degli Stati Uniti d’America. In definitiva Muhammad Yunus ci ha dimostrato la sua certezza, solida e profonda, che, se lo vogliamo, possiamo realizzare un mondo senza povertà, poiché ciascuno di noi ha un potenziale illimitato, e può influenzare la vita degli altri all’interno delle comunità e delle nazioni, nei limiti e oltre i limiti della propria esistenza.


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Earth Summit 2012 L’insuccesso di Rio +20: un obiettivo insostenibile di Francesco Mauro Da Rio a Rio +20. Questa volta il consenso è stato raggiunto e il giudizio è praticamente unanime; anzi, è stato un giudizio già emesso prima della conferenza: Rio +20 – la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, tenutasi anche questa volta a Rio de Janeiro, il 20-22 giugno Francesco Mauro 2012, nel ventennale della famosa Conferenza di Rio, detta il Summit della Terra – è stata un insuccesso. Si sono trovati tutti d’accordo: funzionari delle Nazioni Unite, membri delle delegazioni governative, ecologisti e rappresentanti dei popoli indigeni, esperti di tutti i tipi: è stato un insuccesso, anzi di più, un fallimento annunciato. Eppure, la storia era cominciata in modo apparentemente soddisfacente. Dopo una lunga preparazione, dagli inizi degli anni Settanta (la pubblicazione del Rapporto sui Limiti dello Sviluppo da parte del Club di Roma è del 1972), si era arrivati alla prima Conferenza di Rio (UNCED) nel 1992. L’analisi contenuta nel rapporto era stata rafforzata dagli effetti della crisi petrolifera del 1973, e nel ventennio successivo la questione ambientale si era andata aggravando: alcuni incidenti disastrosi e un costante deterioramento dell’ambiente si erano legati a problemi economici, sociali, e di disparità tra nord e sud, tra sviluppo e sottosviluppo, facendo emergere una contraddizione sempre più forte tra sviluppo e ambiente. L’impressione che si ebbe a Rio nel 1992 fu che i leader mondiali si fossero accorti di tutto ciò e che intendessero veramente porvi rimedio, in modo consensuale, a parte un atteggiamento da “cattivi” degli Stati Uniti (solo nel 1993 si sarebbe insediata l’amministrazione democratica di Bill Clinton, più simpatetica ai dettami di Rio ma comunque lontana da ogni ratifica, segno di una diffidenza americana molto radicata). In ogni modo, pur tra compromessi ed azioni di lobby, e con gli Stati Uniti che frenavano direttamen-

te o tramite delegazioni amiche (il Regno Unito, ad esempio), le decisioni prese a Rio sembravano robuste: tre convenzioni internazionali, dette informalmente “globali”, legalmente vincolanti (due firmate a Rio, la Convenzione quadro sul cambiamento climatico e la Convenzione sulla diversità biologica; la terza, sulla lotta alla desertificazione e siccità soprattutto ma non esclusivamente in Africa, firmata dopo un paio d’anni), e l’Agenda 21, un documento non vincolante, ma corposo e dettagliato nel tentativo di dare indicazioni complete su come conseguire una sviluppo sostenibile nei diversi casi e ai vari livelli. La definizione di questo obiettivo/paradigma era stato il concetto ispiratore degli impegni intrapresi e del quadro generale; ma proprio in questo risiedeva forse uno degli ostacoli.

Dopo venti anni, in maniera un po’ liturgica, le scadenze di Rio +5, +10 e +15 si sono susseguite, prendendo atto che i risultati sul campo, laddove esistenti, sono stati scarsi oppure chiaramente non collegati agli strumenti di Rio ma dovuti ad altri fattori. Le peripezie dei dettami di Kyoto sono note a tutti, messi in crisi non solo dalla posizione degli USA ma anche da quella dei grandi paesi emergenti Si credeva allora che l’implementazione di questi strumenti, dopo la loro approvazione e ratifica, sarebbe seguita, e che altri strumenti successivamente concordati avrebbero rafforzato il quadro generale (strumenti sulle foreste, sulle risorse idriche, sul mare, collegamenti con altri “fori” come la FAO, l’UNESCO, il WMO etc.). In effetti, l’implementazione c’è stata, ma limitata essenzialmente al piano ecodiplomatico e formale, scandito da strumenti inesigibili: il Protocollo di Kyoto sul controllo delle emissioni di gas a effetto serra, il Protocollo di Cartagena sul trasferimento transfrontaliero di “organismi viventi modificati” preparati grazie alle moderne biotecnologie etc.

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La presidente del Brasile Dilma Rousseff all’Earth Summit 2012

Sono passati da allora venti anni e, in maniera un po’ liturgica, le scadenze di Rio +5, +10 e +15 si sono susseguite, prendendo atto che i risultati sul campo, laddove esistenti, sono stati scarsi oppure chiaramente non collegati agli strumenti di Rio ma dovuti ad altri fattori. Le peripezie dei dettami di Kyoto sono note a tutti, messi in crisi non solo dalla posizione degli USA ma anche da quella dei grandi paesi emergenti. Anche sulla biodiversità le note positive non ci sono state (tranne che, paradossalmente, nei paesi del nord grazie all’abbandono dei terreni marginali per l’agricoltura ed il ritorno, spontaneo o per riforestazione, dell’espansione della foresta boreale e temperata). I successi registrati sono stati semmai comunicativi, formativi e culturali, per la presa di coscienza di alcune problematiche, anche superando un certo conservatorismo accademico; ma pagando lo scotto di un verbalismo “politically correct”.

Non si è capito che la crisi ambientale in certe regioni sta peggiorando, anche a causa di fenomeni finora trascurati o inattesi: la grande nube scura di inquinamento associata con i monsoni invernali sopra India e Asia del sudest, la deforestazione nelle regioni tropicali, lo spostamento latitudinale delle zone siccitose e aridificate, la catastrofe nucleare di Fukushima, il ruolo sempre maggiore degli incendi Le possibili ragioni di un insuccesso. Come accennato, il deludente esito di Rio +20, e soprattutto il fallimento di ogni tentativo credibile di introdurre nuovi strumenti vincolanti e rendere realmente vincolanti (“enforcement”) quelli esistenti, specialmente nei riguardi degli aspetti finanziari a carico dei paesi industrializzati, era ormai largamente atteso, ma veniva interpretato come dovuto ad una carenza di volontà da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Germania, Giappone e qualche altro, soprattutto nei riguardi del Protocollo di Kyoto, in un quadro più generale di diminuzione di tensione. La posizione politico-culturale dominante negli organi delle Nazioni Unite e nelle Convenzioni – una sorta di mix di “neoliberismo” controllato dallo stato, impegno “ver-

de”, multilateralismo terzomondista – comunque riteneva che a Rio +20 la situazione potesse essere recuperata e rilanciata in termini didascalici, fornendo nuovo impeto, grazie a un cerimoniale accuratamente preparato, alla pressione delle ONG, e alla messa in mora dei “cattivi”. Ma così non è stato: la mediazione dell’ONU e del Brasile ospitante non ha accontentato quasi nessuno, l’insuccesso è stato riconosciuto e denunciato dal “nord” e dal ”sud”. L’errore commesso dalla burocrazia ONU – ossia dalla CSD (Commission on Sustainable Development) e dall’UNEP (United Nations Environmental Programme), in prima fila e dai “burocrati dell’ambiente” è stato evidente: quello di interpretare le difficoltà come dovute a cattiva volontà politica ed alla difesa di interessi nazionali ed aziendali – cosa in parte vera ma non sufficiente – senza sottoporre ad analisi critica l’impostazione generale del processo di Rio. Per prima cosa, non si è capito che la crisi ambientale in certe regioni sta peggiorando, anche a causa di fenomeni finora trascurati o inattesi (la grande nube scura di inquinamento associata con i monsoni invernali sopra India e Asia del sud-est, la deforestazione nelle regioni tropicali, lo spostamento latitudinale delle zone siccitose e aridificate, la catastrofe nucleare di Fukushima a seguito di uno tsunami, il ruolo sempre maggiore degli incendi), anche se altrove (ad esempio, in Nuova Zelanda, Canada, Australia) lo stato dell’ambiente migliora (riduzione dell’inquinamento atmosferico e marino da parte dei paesi industrializzati). Comunque sembra non ancora acquisito da parte dei decisori il concetto che i fenomeni del degrado ambientale sono di origine multifattoriale e

In soli cinquant’anni, dal 1960 al 2010, il numero degli abitanti dell’area della foresta amazzonica è passato da 6 a 25 milioni e la superficie della foresta si è ridotta notevolmente


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L’inquinamento sale sul tetto del mondo: dal 2006 al 2010 nella regione dell’Everest la quantità delle particelle prodotte dalla combustione (il cosiddetto black carbon) è aumentata del 300% e l’ozono del 30%. Gli abitanti di alcuni villaggi della zona si dichiarano ormai “rifugiati ambientali’’

le iniziative spesso continuano ad essere frammentate secondo un approccio a matrice in uno spazio non correttamente definito. Eppure, negli ultimi anni, critiche motivate hanno cominciato ad emergere e diversi possibili errori di impostazione sono stati segnalati. Un primo errore può riguardare la scelta di porre da sola al centro dell’attenzione la questione energetica, pur importantissima dal punto di vista dello sviluppo umano, ma molto governata da fattori geopolitici e speculativi. Questa scelta è stata aggravata dall’interpretazione della questione energetica essenzialmente come questione climatica (Protocollo di Kyoto), su basi scientifiche che non si sono mai completamente

affermate e che tuttora sono contestate da diverse parti. A leggere bene il dibattito, si può rilevare che non è tanto il cambiamento climatico ad essere messo in discussione, rivendicata una giusta considerazione per i cambiamenti climatici del passato e la esistenza di numerosi fattori, naturali ed antropici, capaci di co-indurre e influenzare il cambiamento climatico; quanto l’importanza relativa della relazione CO2-clima e quindi della responsabilità antropiche. I critici ritengono che sarebbe stato più semplice affrontare il problema del cambiamento climatico separatamente da quello energetico, e comunque in termini di mitigazione e adattamento e non di prevenzione. In tal caso, il problema energetico verrebbe ricondotto ai suoi termini geopolitici e, sul piano dei consumi, all’innovazione, al risparmio e all’efficienza energetica.

I critici ritengono che sarebbe stato più semplice affrontare il problema del cambiamento climatico separatamente da quello energetico, e comunque in termini di mitigazione e adattamento e non di prevenzione. In tal caso, il problema energetico verrebbe ricondotto ai suoi termini geopolitici e, sul piano dei consumi, all’innovazione, al risparmio e all’efficienza energetica In questa visione critica, anche la questione della biodiversità non è stata posta correttamente. Per prima cosa, la conservazione e l’uso sostenibile avrebbero dovuto riguardare primariamente la biodiversità ecosistemica, paesaggistica e nei suoi aspetti territoriali. Una contraddizione questa che passa anche all’interno di una ONG di “conservazionismo scientifico” come l’IUCN (International Union for Conservation of Nature), che oscilla tra l’impegno sulla “lista rossa delle specie in pericolo” ed il cosiddetto approccio ecosistemico. Una visione riduttiva della questione della biodiversità ha peraltro concorso al far sì che la relativa convenzione non fosse quella centrale al processo di Rio. Questa convenzione, invece di affrontare il problema chiave della gestione degli ecosistemi, ha preferito dedicarsi al Protocollo di Cartagena, concessione ai timori verso le biotecnologie espressi da alcune ONG nelle nazioni industrializzate. Di converso, un impegno sulla biodiversità indirizzato verso gli ecosistemi sarebbe stato interessante in quanto avrebbe sottolineato gli aspetti territoriali della crisi ambientale. In tal modo, si sarebbe potuta comprendere la differenza operativa profonda tra la devastazione dell’ambiente causata da un intervento antropico sregolato e la modificazione dell’ambiente perseguita in modo sostenibile. Questa scelta di porre la questione territoriale al centro dell’attenzione avrebbe potuto essere portata avanti sia dando maggior centralità alla Convenzione sulla Biodiversità, sia utilizzando la terza convenzio-

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contesto di un camne, sostituendo alla biamento globale in lotta contro la desercorso ma dai confini tificazione una più e dettagli incerti. generale lotta contro Alcuni approcci di il degrado del territoanalisi sono stati rio. Quest’ultima messi a disposizione scelta sarebbe però di ricercatori e decistata politicamente sori. Uno di questi è improponibile in la visione dei procesquanto si sarebbe si della biosfera (anscontrata con le riche) in termini di chieste degli stati flussi di capitale: alafricani e dei paesi in cune multinazionali via di sviluppo. si sono dimostrate inDopo questi errori di Un’immagine satellitare dei reattori dell’impianto nucleare di Fukushima dopo teressate a questo apimpostazione, vanno l’incidente del marzo 2011 proccio. E ancora: riconosciuti diversi molti governi, gli stessi che si sono rifiutati di prendere problemi operativi che hanno concorso agli esiti inimpegni di cooperazione onerosa, stanno prendendo in soddisfacenti. Errori di comunicazione prima di tutto: considerazione l’indicazione di attribuire un maggior un catastrofismo che ha finito per irritare l’opinione valore alla natura ed eventualmente di modificare il pubblica e per essere smentito da molti autori scientiPIL in modo da includervi i fattori di “valore” ambienfici. Un uso a sproposito di alcuni termini, come ”sotale e sociale, i costi dei servizi ambientali e delle esterstenibilità”, “desertificazione”, e “impronta ecologinalità. Questo approccio non è certamente nuovo, ma ca”, ha avuto impatti negativi. Si è infine notata una ha il pregio di superare alcune posizioni ideologiche presenza sempre minore degli scienziati, sostituiti gra“verdi” affermatesi a Rio, o meglio di rendere possibile dualmente, nel sistema delle Nazioni Unite e in sedi l’utilizzazione sia di concetti di mercato, sia di concetti istituzionali come la Commissione europea, da “tecni“radicali verdi”, sia di approcci scientifici relativamenci”, distinti dai cultori delle scienze naturali. te nuovi (come l’approccio ecosistemico). L’esperienza I costi del sistema delle Nazioni Unite e il mancato codegli ultimi decenni sembra mostrare che, davanti a Un impegno sulla biodiversità problemi così complessi ed articolati, le grandi conferenze planetarie non costituiscano l’approccio migliore indirizzato verso gli ecosistemi sarebbe per trovare un accordo, se non altro per la presenza di stato interessante in quanto avrebbe diversi e ben radicati interessi nazionali, e quindi per la sottolineato gli aspetti territoriali della difficoltà di raggiungere una unanimità consensuale. In crisi ambientale. In tal modo, si altre parole, si sta affermando la strada basata sull’affrontare i singoli casi uno per uno, con approcci più sarebbe potuta comprendere la pragmatici e locali, con la partecipazione non solo dei differenza profonda tra la devastazione governi, ma delle imprese e degli scienziati – alla ricerdell’ambiente causata da un intervento ca di tecnologie che possano aiutare a trovare le soluantropico sregolato e la modificazione zioni opportune – e degli altri “stakeholders”. Peraltro, superare le incrostazioni ideologiche e gli indell’ambiente perseguita in modo teressi lobbystici di alcune industrie come degli attivisostenibile sti di professione non sarà facile. Vi è poi un caveat grande come un macigno: il futuro dell’ambiente e ordinamento fra le agenzie dell’ONU e fra le convendella sostenibilità come potrà essere disegnato dalla zioni, più volte ma invano richiesto, hanno anche infuoriuscita dalla grande crisi economico-finanziaria di crementato il tono e il numero delle critiche. La crisi questi tempi? La sostenibilità ambientale del futuro difinanziario-economica sta facendo la sua parte e, in penderà da come si ricostituirà il rapporto fra svilupmodo paradossale, sta producendo una diminuzione po, mercato e democrazia; ma è opportuno fin da degli impatti sull’ambiente a seguito del calo della adesso, in modo empirico e utilitaristico, impegnarsi produzione e dell’espansione industriale e urbana. per far sì che, questa volta, la conservazione, l’uso soQualche prospettiva per il futuro. Non è chiaro, a stenibile e l’equa condivisione dei benefici (e dei coquesto punto, quale possa essere l’avvenire del prosti) – o, se si vuole cambiare terminologia, un uso ascesso di Rio. L’impressione generale è che esso non sennato, giustificato e conservativo delle risorse natupossa essere riformato ma neanche del tutto abbandorali biotiche e abiotiche – siano fin da subito degli nato. Se da un lato si riconosce da più parti che il conobiettivi dovuti e concreti. senso globale che era stato raggiunto non è più esistente, dall’altra appare evidente che una rete è stata *Articolo già apparso su L’Astrolabio. Newsletter creata e che, accanto ad una gestione burocratica cendegli Amici della Terra, n. 11 del 9 ottobre 2012, tralizzata, si è affermata la formazione di un sistema astrolabio.amicidellaterra.it flessibile e potenzialmente in grado di evolversi nel


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I figli di un uomo sono i figli di tutti Il manifesto per l'economia umana compie quarant'anni: gli ammonimenti di Nicholas Georgescu-Roegen di Michela Monferrini Nell’ottobre 1973, a Nyach, nello Stato di New York, circa duecento economisti firmavano il manifesto per una “economia umana” redatto da Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly. Georgescu-Roegen aveva sessantasette anni, si era laureato a Bucarest, aveva proseMichela Monferrini guito gli studi accademici a Parigi ed era poi emigrato negli Stati Uniti, dove sarebbe rimasto sempre. Nel momento in cui redigeva il manifesto, raccogliendo la proposta dell’associazione ambientalista e pacifista “Dai Dong” (un’espressione cinese con cui si vuole indicare che i figli di un uomo sono i figli di tutti e l’intero mondo è la sua famiglia), l’economista metteva a punto la sua teoria della “bioeconomia”, che si sarebbe poi accompagnata alla formulazione del sistema economico indicato con il nome di “decrescita”. Georgescu-Roegen – spesso additato semplicisticamente come un pessimista e un provocatore – metteva in guardia dalla limitata disponibilità di risorse energetiche del pianeta, e proponeva un modello bioeconomico per il quale non era assolutamente sufficiente rispondere all’esaurimento di certa materia con la sua trasformazione in una nuova risorsa: nell’ottica di Georgescu-Roegen (ottica in cui l’economia si saldava strettamente alle leggi della fisica e diveniva ecologia), anche la materia – come già l’energia – va incontro al proprio degrado, per cui semmai l’uomo dovrà investire le proprie risorse economiche per provvedere allo smaltimento, oltre che alla trasformazione. La prospettiva di Georgescu-Roegen sembrava, considerata sulla lunga distanza temporale, non riuscire a fornire risposte ottimistiche o quantomeno propositive.

Nell'ottobre 1973, a Nyach, nello Stato di New York, circa duecento economisti firmavano il manifesto per una “economia umana” redatto da Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly Il manifesto per l’economia umana si inseriva in tale momento di dibattito – nel mezzo inoltre di una grave crisi energetica che investiva il settore petrolifero e mandava alle stelle il prezzo della benzina –, arrivan-

do a porre una serie di domande («Che fare? Quali sono gli effettivi costi – si legge nel testo –, a lungo termine, della produzione di merci e chi finirà per pagarli? Che cosa è veramente nell’interesse non solo attuale dell’uomo, ma nell’interesse dell’uomo come specie vivente destinata a continuare?») e individuando una prima soluzione nel tentativo di smettere di considerare astrattamente il mondo e le leggi del denaro, e

La teoria della “bioeconomia” si sarebbe poi accompagnata alla formulazione del sistema economico indicato con il nome di “decrescita” nel guardare piuttosto alle abitudini di vita sociale dell’uomo, che avrebbe dovuto in primo luogo diminuire il consumo (dunque la produzione delle merci), e quindi portare su scala più vasta il suo senso della giustizia e le sue regole economiche senza conoscere confini, arrivando a un «sistema globale» che rappresentasse una «economia della sopravvivenza, anzi della speranza» contro la vecchia «economia del potere». Si era, inoltre, nel pieno della guerra del Vietnam (si combatteva da tredici anni, si sarebbe combattuto per un altro biennio) e non è secondario il fatto che tra le linee del manifesto vi fosse un evidente antimilitarismo, essendo le spese di guerra, secondo i firmatari, le prime da eliminare in uno stato che puntasse a una condotta economica “umana”: «Le nazioni – si legge ancora – che sono tanto sviluppate da essere i principali produttori di armamenti dovrebbero essere capaci di raggiungere un ampio consenso su questo divieto senza alcuna difficoltà se, come affermano, possiedono anche la saggezza per guidare l’umanità. Interrompere per sempre la produzione di questi strumenti di guerra non solo la farà finita con gli assassini di massa per mezzo di armi ingegnose ma libererà anche grandissime forze produttive che potranno essere impiegate per l’aiuto internazionale senza pregiudizio del livello di vita nei rispettivi paesi». Nell’autunno 2013 queste parole compiranno quarant’anni: sembra allora auspicabile, in un periodo di crisi davvero “globale” e di fronte a stati che, mentre corrono ad armarsi per poter fare la guerra sono sul punto di dichiararsi guerra per evitare di armarsi, una nuova riflessione sulle teorie proposte dal testo di Nyach, sul loro grado di riscontrabilità o di utopia nella realtà di oggi, dove una decrescita controllata – era il pensiero di Georgescu-Roegen, forse mai davvero preso sul serio – potrebbe rappresentare un nuovo modello di crescita; o anche soltanto come invito a prendere in considerazione una nuova strada, un nuovo percorso, fuori dalla vacillante economia tradizionale.

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La Terra vista dal cielo L’arte come strumento di salvaguardia del Pianeta di Francesca Gisotti cora subito gli effetti distruttivi di una “modernizzazioSono passati moltissimi ne” senza rispetto per gli equilibri del sistema. La forza anni da quando la Terra, di una cascata, la corsa di un animale selvaggio, i coloterritorio ancora tutto da ri e le forme di una vegetazione ai più sconosciuta. scoprire, spingeva navigatori e avventurieri a compiere imprese estreNel 1994 Yann Arthus Bertrand, grazie me e spesso senza ritoranche al patrocinio dell’Unesco, inizia no. Intraprendere un l’avventura più importante della viaggio poteva allora significare rischiare la propria vita: fotografare il mondo propria vita, ma il desidall’alto. Da allora ha realizzato più di derio di scoperta e la vo300.000 fotografie e moltissime riprese, lontà di conoscere nuove Francesca Gisotti girando in lungo e largo, per un totale di realtà erano più forti di ogni paura. Oggi si può dire che restino ben pochi lemben 150 paesi visitati bi di mondo a non essere stati scandagliati da cima a La Terra ci appare come un misterioso organismo pulfondo. Spesso l’azione dell’uomo non si è limitata ad sante di vita, di fronte alla quale l’individuo è solo la una semplice osservazione, traducendosi purtroppo in piccolissima parte di un meccanismo in equilibrio perun’opera di radicale trasformazione dei luoghi e delle fetto con se stesso. Eppure questo stupore, che ancora popolazioni che vi abitavano. C’è però un uomo che ha ci coglie di fronte a tanta bellezza, nei secoli sembra voluto gettare uno sguardo “nuovo” su questo nostro essere stato sostituito da un senso di “inadeguatezza”, Pianeta, convinto che ci fosse ancora tanto da scoprire; una sorta di “complesso di inferiorità” che l’uomo ha bastava semplicemente “cambiare il punto di vista”. Si cercato di superare con le armi di un presunto “protratta del regista e fotografo Yann Arthus-Bertrand che, gresso”. Nel tentativo di recidere il cordone ombelicadal 1994, ha intrapreso un ambizioso progetto: fotograle che lo teneva legato alla grande Madre, egli ha mesfare e riprendere “la Terra vista dal cielo”. so in atto azioni di totale stravolgimento degli assetti La storia di quest’artista e naturalista francese è un’apecologici, cercando di ribadire il suo essere “indipenpassionante testimonianza d’amore per la natura. Dopo dente” rispetto ad una genitrice ritenuta “troppo inaver diretto una riserva naturale nel cuore del suo Paegombrante”. A giustificare tale azione sono state avanse, Bertrand va a vivere in Kenia per approfondire lo zate diverse motivazioni: miglioramento degli stili di studio dei leoni di quella zona. È proprio lì, durante un vita, aumento della produttività, creazione di un sisteviaggio a bordo di una mongolfiera, che scopre un ma di sviluppo molto più accelerato rispetto a quello nuovo modo di osservare la Terra e se ne innamora. Da lasciatoci in eredità dai nostri antenati. Civiltà contro allora tante le attività portate avanti: dai reportage del natura. Se non si possono negare i tanti effetti positivi Rally Paris – Dakar all’iniziativa, nel 1989, di riunire i derivati dalle scoperte della tecnologia e della scienza, più grandi fotografi francesi per una tre giorni di “scatneanche si può evitare di riflettere sulle disastrose ti”. La sua specializzazione in fotografia aerea lo rende conseguenze di una loro applicazione esasperata e sul uno dei più apprezzati maestri del genere, un merito loro essere vantaggiose solo per una picche lo porta a pubblicare le sue opere su cola parte della popolazione mondiale. alcune riviste molto prestigiose come Le Ecco allora che Bertrand ci getta davanti Figaro ed il National Geographic. agli occhi un’altra realtà, molto meno rasNel 1991 fonda l’agenzia Altitude, che sicurante di quella offerta dalla visione di raccoglie immagini aeree scattate in varie scenari “mitici”, sempre più in via di parti del globo e, tre anni dopo, grazie anestinzione. È l’azione umana a diventare che al patrocinio dell’Unesco, inizia l’avqui protagonista: discariche a cielo aperventura più importante della propria vita: to, disastri ambientali, deturpanti realtà fotografare il mondo dall’alto. Da allora ha architettoniche. Sono immagini che ferirealizzato più di 300.000 fotografie e molscono, che ci ricordano quanto la preoctissime riprese, girando in lungo e largo, cupazione principale non possa più essere per un totale di ben 150 paesi visitati. La il livello di produttività economica, perrealtà immortalata sembra quasi appartenere ad un passato lontano, dimenticato, in Il fotografo e giornalista francese ché ad essere in pericolo è la nostra stessa esistenza. Considerare la Terra come un cui la natura incontaminata non aveva an- Yann Arthus Bertrand


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“corpo estraneo”, da plasmare, sta facendo sì che essa venga gradualmente privata del suo ossigeno, che è la stessa aria che ci permette di vivere. Manifestazioni della sua ribellione sono costantemente davanti i nostri occhi sotto forma di disastri ambientali di vario genere, eventi che spesso non riusciamo, o vogliamo, interpretare. Invece, come sottolinea lo stesso Bertrand, dovrebbero essere letti come occasioni di riflessione su un modello di “evoluzione” alternativo, mirato al risparmio energetico, alla riforestazione, al riciclaggio totale dei rifiuti, alla diminuzione dei consumi. L’azione individuale e quella globale diventerebbero così “complici” di una nuova e diversa “modernizzazione”, in sintonia e non in contrasto con gli equilibri del Pianeta. Solo così la Terra tornerebbe ad essere l’unica vera Home, titolo emblematico del documentario girato dal fotografo francese e prodotto dal noto regista Luc Besson nel 2009. We all have a date with the planet, è il sottotitolo del lungometraggio, un appuntamento, appunto, che non possiamo mancare e a cui dovremmo arrivare con una nuova consapevolezza, sia rispetto allo scenario in cui siamo inseriti sia rispetto a come potremmo cambiarlo. Oltre a questo film e a diverse altre opere per il cinema e la televisione (recentissimo è il documentario La soif du monde), dall’esperienza di Bertrand è nato anche un libro (costantemente aggiornato) ed un evento internazionale: una mostra itinerante che, proprio come il suo autore, sta facendo il giro del mondo, svolgendosi, in linea con la filosofia che la anima, sempre all’aperto e gratuitamente. Sul suo esempio sono molti gli artisti che hanno preso a cuore il problema ecologico e la necessità di rendere note alcune situazioni gravissime e per troppo tempo taciute. Una dimostrazione dell’importante lavoro

compiuto dai cineasti di tutto il mondo è rappresentato dalla rassegna Il Festival delle Terre, giunto quest’anno alla sua nona edizione e realizzato a Roma all’interno della “Mediateca delle Terre”, l’archivio multimediale del Centro Internazionale Crocevia. Questa Organizzazione Non Governativa da tempo si occupa della valorizzazione dell’identità culturale e delle tradizioni dei popoli, con particolare attenzione a quelli che hanno maggiormente subito le drammatiche conseguenze di modelli di sviluppo imposti dall’esterno. Fra i documentari presentati quest’anno, presso il Nuovo Cinema Palazzo – Sala Vittorio Arrigoni a San Lorenzo, particolarmente significativi sono stati When the Water Ends dell’americano Evan Abramson e Desire of Changhu del cinese Huaqing Jin. Il primo documenta la drammatica situazione in cui vivono le popolazioni al confine fra Kenya ed Etiopia, dove il riscaldamento della Terra ha provocato il prosciugamento delle acque, causando sanguinosi conflitti per l’accesso ai bacini idrici. Il secondo racconta, attraverso la quotidianità di un bambino e della sua famiglia, i problemi derivanti dalla graduale sparizione dell’oasi di Mingin, nel deserto del nordest della Cina. Fortunatamente però arrivano anche testimonianze che rincuorano e proprio dall’Italia. La giovane regista Raffaella Bullo ha infatti documentato il bell’esempio di agricoltura ecosostenibile promosso dalle Cooperative “Valle dei Casali” e “Il Trattore” e portato avanti a pochi passi da Roma. Qui la coltivazione della terra si lega al reinserimento di persone in difficoltà e vede svolgersi quotidianamente anche servizi di ristorazione, di giardinaggio, di educazione ambientale per i bambini e riabilitazione psico-sociale. Un bell’esempio insomma di come il legame fra la Terra e l’uomo possa ancora dare i “suoi frutti”.

Quando nel 1999 venne pubblicato La terra vista dal cielo nessuno avrebbe mai immaginato che 10 anni più tardi quel libro sarebbe diventato un monumento, realistico e veritiero, sullo stato del pianeta. E che un lavoro così importante e unanimemente riconosciuto avrebbe portato il suo autore a divenire uno dei personaggi più accreditati - a livello mondiale - in materia di difesa dell’ambiente. A dieci anni di distanza il grande successo di Yann Arthus-Bertrand ritorna in un’edizione ampliata con una serie di nuove e spettacolari fotografie. In questi anni, Yann Arthus-Bertrand non ha mai smesso di viaggiare e documentare, fotografando aree della terra dove prima non si era spinto. Così alcune destinazioni si sono aggiunte a completare un ritratto unico del nostro Pianeta: dall’Isola di Pasqua, alla Siria, dal Gabon alla Groenlandia. Un centinaio di nuove immagini, corredate da didascalie, arricchiscono in questo modo il precedente lavoro. Oltre ad essere un volume fotografico di valore artistico per l’alta qualità degli scatti, La terra vista dal cielo è anche un libro che permette di scoprire, comprendere e agire insieme per assicurare un avvenire alle generazioni future. All’interno del volume i grandi temi relativi all’ecologia (agricoltura, biodiversità e clima) sono analizzati da specialisti di fama internazionale, in un momento critico per l’ambiente, in cui è necessaria la conoscenza e la consapevolezza da parte di tutti. Yann Arthus Bertrand, La terra vista dal cielo, Milano, Monandori Electa, 2010

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La donna che piantava gli alberi Wangari Maathai e il Green Belt Movement di Gaia Bottino «Piantare alberi è come seminare idee. Con il semplice gesto di piantare un albero diamo speranza a noi stessi e alle future generazioni». Così il premio Nobel per la Pace Wangari Maathai sintetizzò l’essenza del Green Belt Movement, associazione non governativa da lei fondata nel 1977, di Gaia Bottino con lo scopo di difendere i diritti umani e di sostenere una corretta amministrazione democratica delle nazioni attraverso la protezione dell’ambiente. La Maathai era consapevole del fatto che la preservazione e il ripristino delle risorse naturali rappresentassero il primo passo per la realizzazione della democrazia e della pace.

Nel 1976 Wangari Maathai si iscrisse al Consiglio nazionale delle donne del Kenya: durante la giornata mondiale dell’ambiente nel 1977, con altre attiviste del Consiglio nazionale, piantò sette alberi in un parco appena fuori città. «Un simbolo di pace» dichiarò. Ebbe così inizio il movimento femminile Green Belt contro il degrado ambientale ma anche contro la cor-

Negli ultimi venti anni molti degli obiettivi del Green Belt Movement e di Wangari Maathai sono stati raggiunti: oltre 40 milioni di alberi sono stati piantati lungo il continente africano contro la desertificazione e oltre 30 mila donne sono state addestrate in silvicoltura, in lavorazione dei generi alimentari e in apicoltura

ruzione del partito unico di Daniel Arap Moi, presidente dal 1978 al 2002. Nel 1988 la professoressa «Piantare alberi è come seminare idee. Maathai si scontrò con il dittatore Moi per impedire Con il semplice gesto di piantare un la costruzione di un grattacielo di 62 piani con allogalbero diamo speranza a noi stessi e giamenti di lusso nell’Uhururu Park che avrebbe eliminato centinaia di acri di foreste; la biologa riuscì alle future generazioni» ad attirare l’attenzione della stampa internazionale bloccando lo scempio ma fu più volte picchiata, inNata nel 1940 in una comunità poligamica di etnia carcerata e minacciata di morte dal regime di Moi. kikuyu stanziata in una zona rurale del Kenya, WanLa repressione di Moi contro Wangari Maathai e le gari Maathai fu la prima donna centrafricana a laualtre attiviste fu così brutale da scatenare le proteste rearsi in biologia nel 1964 al Mount St. Scolastica dei governi stranieri e di Amnesty College del Kansas e nel 1966 ottenInternational. ne un master in scienze all’Università Negli anni Ottanta, il marito di di Pittsburgh. Più tardi conseguì il Wangari Maathai chiese il divorzio dottorato in anatomia all’Università dalla moglie con la seguente motidi Nairobi dove nel 1976 ottenne la vazione: «Troppo istruita, troppo cattedra di veterinaria. forte, troppo riuscita, troppo difficiL’attività del Green Belt Movement le da controllare». Wangari Maathai iniziò quasi per caso quando la bioloaccettò con serenità il prezzo della ga applicò le sue competenze a fini solitudine che dovette pagare a cauecologisti: piantare degli alberi per sa delle sue battaglie: «A volte mi combattere la desertificazione, stimodomando come sarei diventata se lare la biodiversità alternando specie Mwangi non mi avesse lasciata – diverse di piante, valorizzare le zone verdi già esistenti. Wangari Maathai La biologa e ambientalista keniota scrisse in un passo della sua autoebbe l’idea di coinvolgere nel suo Wangari Maathai è stata la prima don- biografia – se lui fosse rimasto, forprogetto persone povere e non alfabe- na africana ad aver ricevuto il Premio se le cose sarebbero andate molto tizzate, in prevalenza donne, prove- Nobel per la Pace per «il suo contribu- diversamente. La via che avrei senienti dalle zone rurali del Kenya. In- to alle cause dello sviluppo sostenibile, guito sarebbe stata la nostra, ma dividuò nel Movimento Green Belt, della democrazia e della pace». È stata non la mia. La vita ci offre delle membro del parlamento keniota e assil’opportunità per le donne dei villaggi stente ministro per l'ambiente e le ri- opportunità anche nei momenti di far sentire la propria voce e trovare sorse naturali dal 2003 al 2005. peggiori». Foto Martin Rowe© Nel 2002, con l’insediamento del finalmente il coraggio di agire.


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Il Green Belt Movement (GBM) è un’organizzazione ambientalista che sostiene le comunità, e in particolar modo le donne, nella conservazione dell'ambiente promuovendone al contempo il miglioramento delle condizioni di vita. GBM è stata fondata da Wangari Maathai nel 1977 sotto gli auspici del Consiglio nazionale delle donne del Kenya (NCWK) per rispondere alle esigenze di molte donne delle zone rurali del paese. Inizialmente era un programma per la piantagione di alberi, contro la deforestazione, l’erosione del terreno e la siccità. Oggi è diventato lo strumento per dare la possibilità alle donne del Kenya e ai loro familiari di proteggere l’ambiente e così combattere anche per una gestione eco-sostenibile, uno sviluppo economico equo, una buona politica governativa. Grazie all’azione di GBM decine di milioni di alberi sono stati piantati in Kenya, si è ridotta l’erosione del terreno negli spartiacque, migliaia di ettari di foreste indigene ricche di biodiversità sono state risanate e protette e centinaia di migliaia di donne e le loro famiglie possono far valere i propri diritti per una vita più sana e produttiva. Tante comunità nel mondo si sono ispirate a questa iniziativa, iniziando progetti simili. Per saperne di più: www.greenbeltmovement.org governo Mbaki e la sua politica incentrata sulla lotta alla corruzione, Wangari Maathai ricoprì l’incarico di sottosegretario al Ministero dell’ambiente e nel 2004 fu la prima donna africana nella storia a ricevere il Premio Nobel per la Pace per «il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace». Nel 2006 fondò insieme ad altre illustri “sorelle” Nobel la Nobel’s Women Initiative per una pace incentrata sull’uguaglianza di genere e sulla giustizia sociale. Negli ultimi venti anni molti degli obiettivi del Green Belt e di Wangari sono stati raggiunti: oltre

40 milioni di alberi sono stati piantati lungo il continente africano contro la desertificazione e oltre 30 mila donne sono state addestrate in silvicoltura, in lavorazione dei generi alimentari e in apicoltura. Il 25 settembre 2011 Wangari Maathai si è spenta all’età di 71 anni a Nairobi, dove era in cura per un tumore. Gli alberi sono stati una parte essenziale della sua esistenza e oltre a difenderli, la donna ha vissuto proprio come loro: non ha mai dimenticato le sue radici, fonte di sostentamento necessaria per svettare in alto nel cielo e sfidare con coraggio le tempeste della vita.

Il Green Belt Movement incoraggia le donne ad unirsi in gruppi e ad avviare delle “nurseries” degli alberi, promuovendo così non solo la cura per l’ambiente ma anche la capacità di organizzarsi intorno a una causa comune

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Fare pace con la Terra L'attivista indiana Vandana Shiva racconta l'unico vero conflitto attuale: la guerra di tutti contro il pianeta di Michela Monferrini Propone di fare pace con la Terra. Scrive un libro nel 2009 – Ritorno alla terra – in cui risponde alla crisi nascente avanzando un nuovo modello di economia e poco dopo riceve la lettera di un giovane disoccupato che le racconta di essere diventato agricoltore e di badare a Michela Monferrini un’intera comunità semplicemente curando un orto. Va a spargere semi nel Punjab, una regione tra Pakistan e India nota anche per i molti suicidi tra i contadini (nel 2011 ne ha raccontato le storie il documentario italiano di Sebastiano Tecchio e Cecilia Mastrantonio Behind the Label, Dietro l’Etichetta), e la sua associazione – Navdanya, costituita venticinque anni fa – riceve richieste di semi per oltre tremila orti. Ora, l’attivista indiana Vandana Shiva, scrive un nuovo libro – Fare pace con la Terra, appunto – e lo fa, di nuovo, con lo spirito della semina, come con la convinzione che ogni pagina possa dare il suo raccolto, che ogni storia positiva possa essere d’esempio e crearne di nuove, come dai rami si originano rami. Il colore delle sue opere è sempre

il verde, al di là della copertina: verde come secondo lei dovrebbe essere verde la vita, come dovrebbe esserlo la biosfera, ma verde anche come è verde il denaro, come sono verdi il mercato e un’economia falsamente ambientalista, la «forma suprema di mercificazione del pianeta» (ne fa parte l’agricoltura OGM, «una falsa soluzione alla fame»), che Shiva tenta di smascherare. Il suo “me-

Le guerre che accendono il pianeta di fuochi inutili, e di cui si crede di conoscere le cause, nasconderebbero sempre, per Vandana Shiva, la motivazione più vera, l'unica reale e costante: il possesso della terra, la lotta per la gestione dell'ambiente, il crimine organizzato dalle multinazionali per il controllo delle materie prime e delle fonti energetiche todo” è, a ogni passo, quello di trattare argomenti apparentemente noti e mostrarne il risvolto, le pieghe inesplorate; avviene soprattutto con un altro elemento davvero “verde”: la militarizzazione. Le guerre che accendono il pianeta di fuochi inutili, e

Vandana Shiva è diventata una delle più importanti testimonial delle lotte per la difesa dell’ecosistema, contro il saccheggio delle risorse naturali che le grandi corporation da tempo perseguono, senza alcun rispetto per le popolazioni né per i luoghi. È una logica drammatica che sta facendo precipitare il nostro pianeta verso una situazione di non ritorno, contro cui si oppone il sapere antico, connesso con la natura e il suo ciclo, delle popolazioni indigene. L’aggressiva politica delle corporation negli ultimi anni ha fatto un salto di qualità. Le multinazionali sempre più ricorrono all’uso strutturato della forza, trasformando in senso regressivo i paesi in veri e propri stati militarizzati corporativi – come testimoniano quanto sta accadendo nelle zone tribali indiane e l’arresto di numerosi ambientalisti e difensori dei diritti umani. Contro questo, in tutto il mondo si sta formando un’altra consapevolezza che pone al centro i diritti di Madre Terra. In pieno caos, con coraggio e tanto amore, la gente comune, dal basso, sta costruendo una nuova visione del pianeta. Questo libro fa il punto proprio sullo scontro in atto tra le due opposte concezioni del mondo. “Questo libro documenta la guerra in atto contro la Terra e i suoi abitanti, ma anche la lotta in sua difesa, per il diritto dei popoli a godere del suolo e dell’acqua, delle foreste, delle sementi e della biodiversità. Spiega come le nostre residue speranze di sopravvivenza dipendano dal passaggio a un paradigma basato su un’economia, una politica e una cultura della Terra. Fare pace con la Terra è un imperativo per la sopravvivenza e per la libertà.” Vandana Shiva Vandana Shiva, Fare pace con la Terra, ilano, Feltrinelli, 2012 da www.feltrinellieditore.it


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di cui si crede di conoscere le cause, nasconderebbero sempre, per Shiva, la motivazione più vera, l’unica reale e costante: il possesso della terra, la lotta per la gestione dell’ambiente, il crimine organizzato dalle multinazionali per il controllo delle materie prime e delle fonti energetiche. Così tutte le guerre, in ogni luogo del globo, non so- Vandana Shiva no altro che variazioni a distanza e su scala più o meno grande, della guerra unica che viene mossa al pianeta, mascherata subdolamente e tragicamente da una costellazione di «guerre alle persone». In Afghanistan, in Iraq, ovunque si versi «“sangue per il petrolio”, con il passare del tempo si vedrà che sono guerre per la terra, per il cibo, per il patrimonio genetico e la biodiversità». Questi conflitti alimentari, climatici, verdi, combattuti per le foreste o per l’acqua, vengono portati avanti issando la bandiera di una più aggressiva economia, e distruggendo una certa, consolidata idea di ecologia: il paradosso è che i due termini, economia ed ecologia, hanno la stessa provenienza: oikos, casa. Ed è naturalmente quello di casa, l’esempio che sta più a cuore all’autrice: l’“antimodello” indiano; è il più macroscopico, il più evidente. L’India – avverte Vandana Shiva – sta economicamente crescendo, ma a quale, altissimo prezzo? In nome di un misterioso miracolo economico si è consumata e si consuma quella che potremmo definire una guerra dell’India all’India stessa, con le conseguenze di una più profonda disuguaglianza sociale (laddove già si partiva da una situazione

complessa), una scomparsa quasi totale dell’idea di democrazia e del patrimonio, un tempo ricchissimo, della biodiversità del paese, una polarizzazione di ricchezza e povertà, per la quale «un pugno di corporation e di miliardari» riesce a controllare l’intera società. Mentre si parla di un’India come terza potenza mondiale dopo Cina e Stati Uniti, Vandana Shiva sembra gettare una luce inquietante sul futuro del suo paese, e prospettarne addirittura, dopo il boom dell’economia, un collasso totale che partirebbe dal livello sociale per poi abbattersi sul-

In Afghanistan, in Iraq, ovunque si versi «“sangue per il petrolio”, con il passare del tempo si vedrà che sono guerre per la terra, per il cibo, per il patrimonio genetico e la biodiversità» le stesse strutture economiche. Queste tesi le sono valse accuse di infondatezza e persino studi specifici atti a dimostrarne la mancanza di veridicità (come nel caso delle sue proteste contro le modificazioni OGM dei terreni, a cui l’International Food Policy Research Institute ha contrapposto una puntuale analisi dagli esiti contrari), e tuttavia Vandana Shiva continua la sua capillare protesta, per i cui frutti – deve esserne convinta – arriverà un tempo di raccolta.

In un mondo dove ognuno scambia continuamente informazioni - foto, video, parole - ogni istante della realtà documentata lascia una traccia. Quello che non si vede invece, sembra non esistere. Eppure c’è. Behind the Label è un viaggio in India alla scoperta del mondo nascosto fra le pieghe del cotone, il tessuto più indossato al mondo. Ma è anche il pretesto per raccontare il processo di globalizzazione dal punto di vista di chi non ha accesso a informazioni e privilegi. L’India è un paese in forte crescita economica, dove l’agricoltura resta la principale attività per il 70% della popolazione. Il secondo settore rilevante per l’occupazione nazionale è l’industria tessile. L’India quindi è il suo cotone. Ma quale? Dal 2002 l’India ha sostituito il suo cotone nativo con piante geneticamente modificate ed oggi cresce il 90 per cento della sua produzione con semi nati in laboratorio. Qual è l’impatto della coltivazione di questo cotone in termini di qualità della vita per milioni di uomini, donne e bambini che lo producono? Qual è l’impatto sull’ambiente? Quali sono i reali interessi delle multinazionale della globalizzazione che governano il mondo del cotone? Il cotone biologico, di cui l’India detiene già il primato mondiale (anche se si tratta del 4% della produzione globale), può entrare nelle etichette dei tessuti che usiamo ogni giorno? Avrà la forza per essere diffuso in tutto il mondo? Alla fine, spetta ad ognuno di noi scegliere cosa indossare, consapevoli che se i consumi cambiano, la vita di milioni di contadini potrà cambiare. Behind the Label. The double face of indian cotton, di Cecilia Mastrantonio e Sebastiano Tecchio, Italia (2011) da www.behindthelabel.it

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L’economia della sopravvivenza La proposta di Ernst Friedrich Schumacher di Danilo Campanella «Un giorno un architetto, un astronomo e un economista erano seduti insieme discutendo su quale delle loro professioni fosse la più antica. L’architetto diceva che era la sua perché era stato un architetto a pianificare e costruire il Giardino dell’Eden, la prima casa dell’umanità. No, diceva l’astroDanilo Campanella nomo, prima del Giardino c’è stata la creazione del cielo e della terra, e ci deve essere stato un astronomo a studiare quel cielo. Bene, disse l’economista, hai ragione, ma Dio ha creato il cielo e la terra dal caos e, disse, chi credi abbia creato quest’ultimo? ». Questa apologo era spesso raccontato da Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), un filosofo ed economista tedesco, consulente economico del National Coal Board, in Gran Bretagna. Da buon filosofo, in seno a questa istituzione, cominciò a covare molte domande, che culminarono in una convinta e aspra critica nei confronti delle economie occidentali, alle quali opponeva, in alternativa, l’adozione di tecnologie umane e decentralizzate. Nel suo libro Small is Beautiful parla di sistemi locali, basati su risorse e consumi locali per combattere la crisi innescata dal gigantismo economico-finanziario di matrice capitalista. Schumacher scrive di risparmio energetico, tematiche ambientali e della crisi del sistema capitalistico. L’impianto teoretico di Schumacher lo portò al rifiuto del materialismo, del capitalismo e, in seguito, dell’agnosticismo. Si avvicinò infatti prima al buddhismo («cos’è il caos se non l’economia senza buddhismo?») e poi alla filosofia scolastica, in particolare all’opera di Tommaso d’Aquino, fino alla sua totale adesione alla religione cristiana e, dagli anni Cinquanta, alla confessione cattolica. In effetti notò le Ernst Friedrich Schumacher

somiglianze tra la sua visione economica e gli insegnamenti contenuti nelle encicliche papali (Rerum Novarum, 1891, papa Leone XIII) e nella dottrina sociale della Chiesa. L’attrattiva che, in campo ambientalista, il filosofo ebbe per l’ecologia e per l’equilibrio con la natura (si veda l’ecosofia sostenuta da Raimon Panikkar e l’ecologia profonda di Arne Naess) la ritroviamo nel libro Per una società a misura d’uomo. La visione di E.F. Schumacher. Il progetto del filosofo prevede che tutta la produzione di beni e servizi si fondi sul rispetto per la vita (biocentrismo) in cui uomini, animali, piante, tutti facenti parte dell’ecosistema vivente, devono essere messi al centro dell’agire economico. La terra, come anche la galassia e l’intero universo, è già concepita come sistema autosufficiente, autoregolato. Ogni sistema ha un limite, e così anche quello economico. È perciò fondamentale tener conto delle sovrautilizzazioni, per non danneggiare la comunità, concepita come l’insieme delle persone, che, con il loro lavoro, producono i beni, ma solo quelli strettamente necessari, per non correre il rischio di creare false mode, false dottrine, false divinità (una di queste, probabilmnete, è l’economicismo). Quello che appare fondante in Schumacher non è tanto che egli si richiami a questa o a quella dottrina ecologista, ma che fondi il suo ragionare all’interno di un sistema economico basato su valori cristiani, senza l’illusione che sia possibile riformare le istituzioni e i sistemi del capitalismo industriale avanzato. Il punto non è vedere cosa c’è in questi governi o sistemi, ma cosa essi sono: strumenti dell’attuale economia, irremovibile, dannosa, privatizzata e privatizzante. Il primo momento di questa rivoluzione è interiore, nella propria autocoscienza, e poi nella propria presa di posizione. Citando le parole del filosofo: «Non posso io stesso alzare i venti che ci spingerebbero verso un mondo migliore. Ma posso almeno issare la vela, in modo da catturare il vento quando viene».


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La sfida della decrescita Intervista a Serge Latouche di Federica Martellini

Decrescita: una parola oggi sulla bocca di molti. Uno slogan, una bandiera. Lei, che l’ha tenuta in qualche modo a battesimo, potrebbe declinare per noi i valori sui quali si incardina e le pratiche in cui si articola? La decrescita è un circolo virtuoso che si articola in otto obiettivi, in un processo che possiamo chiamare delle otto “R”. Le prime due delle quali sono certamente “Rivalutare” e “Riconcettualizzare” e questo comporta un rovesciamento del modo di pensare e di apprendere la realtà. È necessario decolonizzare l’immaginario dai valori della società della crescita, che sono la concorrenza, l’appropriazione e la mercificazione dell’ambiente, la velocità, e ritrovare un modo di vivere in armonia con la natura, recuperando il senso del limite. Questo comporta ovviamente di cambiare i rapporti di produzione: quindi “Ristrutturare” ovvero adattare, in funzione del cambiamento dei valori, le strutture economiche e produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita. Cambiare i rapporti di distribuzione: quindi “Ridistribuire”, combattendo le diseguaglianze, garantendo a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose a tutti. È necessario poi “Rilocalizzare” ovvero consumare prodotti locali, sostenendo così l’economia locale. Ogni decisione di natura economica andrebbe presa su scala locale, per bisogni locali. “Ridurre”: l’impronta ecologica, lo spreco, gli orari di lavoro, la tossicodipendenza dalla moda. “Riutilizzare” superando l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, della continua tensione al nuovo; “Riciclare”, recuperando tutti gli scarti non decompo-

nibili derivanti dalle nostre attività. «Il “modello di sviluppo” è quello voluto dalla società capitalistica che sta per giungere alla massima maturità. Proporre altri modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. No, non bisogna accettare tale “modello di sviluppo”. E non basta neanche rifiutare tale “modello di sviluppo”. Bisogna rifiutare lo “sviluppo (…) (…) E poiché si dovrà ricominciare da capo con uno “sviluppo”, questo “sviluppo” dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato». Come in altri casi le parole di Pier Paolo Pasolini, parlano incredibilmente del e al nostro presente. Perché a suo avviso lo sviluppo non può essere sostenibile?

incontri

Serge Latouche, economista e filosofo francese. È uno degli animatori de La Revue du MAUSS, presidente dell’associazione «La ligne d’horizon», è professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e all’ Institut d’études du devoloppement économique et social (IEDS) di Parigi. Specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell’epistemologia delle scienze sociali, è considerato il principale promotore dell’idea della decrescita. È uno dei critici più acuti della ideologia universalista dalle connotazioni utilitariste, rifacendosi anche alle concezioni di Marcel Mauss e di Ivan Illich, rivendica la liberazione della società occidentale dalla dimensione universale economicista. Fra i sui lavori editi in Italia ricordiamo: L’occidentalizzazione del mondo (Bollati Boringhieri, 1992); La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso (Bollati Boringhieri, 1995); Decolonizzare l’immaginario. Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo (EMI, 2004); Altri mondi, altre menti, altrimenti. Oikonomia vernacolare e società conviviale (Rubbettino, 2004); La scommessa della decrescita (Feltrinelli, 2007); Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri, 2008); La fine del sogno occidentale. Saggio sull’americanizzazione del mondo (Eleuthera, 2010); Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri, 2012); Limite (Bollati Boringhieri, 2012).

È necessario decolonizzare l’immaginario dai valori della società della crescita, che sono la concorrenza, l’appropriazione e la mercificazione dell’ambiente, la velocità, e ritrovare un modo di vivere in armonia con la natura, recuperando il senso del limite Conosco bene gli Scritti corsari, in cui Pier Paolo Pasolini parla della crescita e dello sviluppo. Io credo che anche lo sviluppo sia una parola tossica e che non possa esistere uno sviluppo senza crescita. Lo sviluppo è una trasformazione qualitativa della crescita che è un fenomeno quantitativo. Dobbiamo uscire dalla crescita perché lo sviluppo non è, non è mai stato e non sarà mai sostenibile. È un progetto economico basato sulla crescita infinita e soprattutto è negato dalla realtà

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naturale della limitatezza del pianeta. Basti pensare che, ad esempio, con un tasso di crescita molto basso, del 3,5 per cento annuo (che è quello della Francia tra il 1949 e il 1959) si ha una moltiplicazione di 31 volte in un secolo, di 961 volte in due secoli e di più di 16.000 volte in tre secoli! E facendo una proiezione di lunga durata, si ottengono cifre inverosimili. Questo dà il senso di quanto siamo fuori dalla misura. Per un’abbondanza frugale (Bollati Boringhieri, 2012) è uno dei suoi ultimi lavori tradotti in Italia. Come si esce dal circolo vizioso della produzione di beni, bisogni e consumi?

Dobbiamo ridurre la creazione dei bisogni artificiali e per questo bisogna lottare in primo luogo contro la pubblicità che ci rende insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo Naturalmente per uscire da un circolo vizioso si deve innescare un circolo virtuoso. E qui torniamo alla proposta delle otto “R”, di cui parlavo prima. È necessario innanzitutto ridurre la creazione dei bisogni artificiali e per questo dobbiamo lottare in primo luogo contro la pubblicità e contro la colonizzazione dell’immaginario che questa ha prodotto e produce. Il fine della pubblicità è renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo. E poi è necessario ridurre il consumo, soprattutto il consumo artificialmente creato e dovuto all’obsolescenza programmata dei beni e degli oggetti. Siamo continuamente indotti a rimpiazzare il computer o il telefono perché non funzionano più, mentre potrebbero al contrario essere riparati, potrebbero essere progettati degli

oggetti programmati per durare più a lungo. Bisogna muoversi nella direzione della riduzione della produzione di beni, senza ridurre il benessere. Potremmo avere delle lavatrici che invece che durare due anni, durino venti o trent’anni. Se quella del progresso e della crescita infinita, che assicura il benessere per tutti, è un’ideologia, la filosofia della decrescita felice non rischia di esserne il paradigma speculare? Non sarebbe più opportuno dire che la decrescita è necessaria, che ci attende una fase di impoverimento materiale ma che questo cambiamento non va inteso come un arretramento ma al contrario come una temporanea perdita di equilibrio che può condurci a un approdo più armonico, con le altre culture e con l’ecosistema? Io penso che non si tratti in realtà di un impoverimento, ancorché materiale. Si tratta piuttosto di arricchirsi diversamente. Si tratta di fare meglio e, se possibile, di fare tutti tutto, ma tutto di meno. Questo si lega ad esempio al problema dell’obsolescenza programmata e soprattutto al tema del risparmio, in primo luogo del risparmio energetico. Bisogna ripensare il modo di vivere e di risparmiare l’energia che è una risorsa limitata e preziosa. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 Kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, anche in Italia c’è un grandissimo spreco di energia, mentre un terzo dell’umanità resta ben al di sotto di questa soglia. Questo spreco va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Che cos’è mai l’abbondanza frugale, oltre a un ossimoro che lega provocatoriamente due opposti, a un’ennesima parola d’ordine suggestiva e impraticabile? Se qualcuno replicasse così alla prospettiva di una convivenza capace di sobrietà non punitiva, verrebbe preso sul serio da Serge Latouche, e contraddetto con ottime ragioni. Agli argomenti di chi dissente da lui e dagli altri, sempre più numerosi, «obiettori di crescita», il maggior teorico della decrescita dedica questo libro, ormai necessario dopo anni di malintesi, resistenze, travisamenti strumentali, accese controversie. Gli sviluppisti incrollabili, o gli scettici poco inclini a dar credito alle logiche antieconomiche, troveranno qui il repertorio delle loro tesi e delle loro perplessità, smontate una a una. Sarà difficile continuare a sostenere con qualche fondatezza che la decrescita è retrograda, utopica, tecnofoba, patriarcale, pauperista. La crisi devastante che stiamo vivendo la indica invece come l’uscita laterale dalla falsa alternativa tra austerità e rilancio scriteriato dei consumi. Un’abbondanza virtuosa, ci avverte Latouche, è forse l’unica compatibile con una società davvero solidale. da www.bollatiboringhieri.it


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La decrescita è una dimensione che non seduce tutti. Alcuni sono liberi di interpretarla mollando tutto, rallentando, dedicandosi ad altri doveri e altri piaceri, altri sono (o si sentono) invischiati nelle pastoie di una quotidianità angusta che non lascia intravedere orizzonti diversi. Per chi ha perso il lavoro il tempo libero non ha molto fascino… È solo una questione di prospettiva? Decrescita è certamente una parola che può non essere seducente. Ciò a cui dobbiamo pensare è una prospet-

La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque tiva di prosperità senza crescita. Quello della disoccupazione è certamente un problema drammatico ma non si può combattere la disoccupazione senza uscire dalla dimensione della crescita. È escluso il rilancio dell’occupazione attraverso il rilancio dei consumi, è necessario piuttosto ridurre drasticamente gli orari di lavoro: lavorare meno per lavorare tutti e questa certamente per gli operai rappresenta una decolonizzazione dell’immaginario molto forte. Non è una cosa facile, ma il progetto di decrescita può creare la speranza che è necessaria per andare verso una società di prosperità senza crescita, una società di abbondanza frugale.

In qualche modo è come se fossimo alla fine di una “belle époque”. Il tempo è circolare e i processi storici e biologici sono fatti di cicli. Abbiamo, a suo avviso, la consapevolezza storica e gli strumenti culturali per essere, come società e come individui, protagonisti e non vittime della decrescita? Mi piace questa definizione di “belle époque”. Io parlo spesso dei “trent’anni gloriosi”: le decadi dal 1945 al 1975. Questo periodo è stato una parentesi nella storia umana, un evento eccezionale che ha coinciso con l’apoteosi della società dei consumi. Poi il sistema ha esaurito la sua possibilità di funzionare. In realtà già da alcuni decenni non è più la “belle époque” e siamo in una condizione di forte precarietà. La crisi avrebbe potuto prodursi dagli anni Ottanta ma il sistema ha trovato un modo per salvarsi. Oggi siamo a un bivio e non è più possibile continuare così: tutti cercano di far ripartire, ancora una volta, la stessa logica, ma è un ciclo che si è esaurito. Io non uso mai la parola decrescita per parlare di recessione, che è, semmai, una decrescita forzata e che ci rende quindi vittime e non protagonisti. Penso che noi abbiamo le risorse e gli strumenti per affrontare questa fase: il difficile è rompere con la colonizzazione dell’immaginario in cui siamo immersi. La decrescita è certamente una sfida. È una scommessa, che però vale la pena di fare e che può essere vinta Dal 19 al 23 settembre scorsi si è svolta a Venezia la terza conferenza internazionale sulla decrescita, cui lei ha partecipato. Che impressione ne ha avuto? La conferenza di Venezia dà molta speranza. C’era molta gente e soprattutto molti giovani, non solo italiani ma provenienti da tutti i paesi del mondo: spagnoli, francesi, latinoamericani e il fatto che soprattutto i giovani si mobilitino e si sentano coinvolti su questi temi rafforza la nostra fiducia nel futuro.

Il sp v c

La condizione umana è inscritta dentro dei limiti. Alcuni riguardano la nostra situazione nel mondo, altri sono inerenti alla nostra natura. Siamo prigionieri di un piccolo pianeta la cui situazione eccezionale nel cosmo ha permesso la nostra comparsa. D’altra parte la nostra intelligenza, non meno eccezionale, ci permette di adattarci a una grande varietà di situazioni, ma non ci autorizza a fare tutto né a conoscere tutto. La nostra sopravvivenza presuppone dunque un buon funzionamento delle nostre organizzazioni sociali, in armonia con il nostro ambiente: in altri termini, la sottomissione a norme che ci impediscono di cadere nella dismisura e nell’illimitatezza. Il problema è che ogni limite e ogni norma sono arbitrari, e che le frontiere sono sempre incerte. Ci sono limiti che non devono essere superati, ma bisogna conoscerli. Perché se si scavalca il limite, addio limiti. Questa arbitrarietà è uno scandalo per la ragione. La riflessione filosofica, fin dai suoi albori, ha avuto gioco facile nel denunciarne i paradossi. da www.bollatiboringhieri.it

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De - crescere con il Teatro dell’Oppresso Intervista a Olivier Malcor di Valentina Cavalletti

Olivier Malcor si è laureato con una tesi sul teatro invisibile a La Sorbonne, Parigi (2002) e ha imparato il Teatro dell’oppresso e il Teatro di Strada in America Latina e Stati Uniti (1999-2003). L’ha praticato diversi anni a Marsiglia in Francia (2003-2005) e in Africa (2005-2007) per affrontare la violenza sulle donne e i bambini. Ora vive a Roma dove utilizza il TDO in diversi ambiti, particolarmente nella lotta per i diritti dei rifugiati, delle donne e dei lavoratori. Collabora con diverse associazioni e ONG, scuole e università. Nel 2008 hai fondato Parteciparte, un gruppo che fa parte della rete internazionale del Teatro dell’Oppresso (TdO), che nasce negli anni Sessanta in Brasile, in un contesto decisamente differente dal nostro. Chi sono gli oppressi di oggi? Mi viene voglia di rigirarti la domanda: per te chi sono gli oppressi? Lo spirito del lavoro che faccio con il teatro è quello di trovare insieme le risposte e spesso anche le domande. Ma visto che questa è un’intervista… proviamo a rispondere. Il Teatro dell’Oppresso ha identificato tre tipi di oppressione che emergono costantemente in tutto il mondo, anche con tecniche silenziose, subdole, in cui è solo il corpo a manifestare una situazione problematica: contro le donne, contro gli stranieri, contro i lavoratori. Più in generale l’oppressione per noi si determina quando il potere subito da qualcuno si appoggia a un sistema talmente forte da poter essere imposto anche con un piccolo gesto. Per rendere tutto più semplice: gli oppressi sono coloro i quali subiscono un sistema. Immaginiamo delle scene, come se fossimo a teatro. Io ho due figli che piangono di notte mentre sto dormendo. Uno dei due genitori si deve alzare per andare a tranquillizzarli. È sufficiente che io faccia un sospiro, per far alzare la mia compagna. Non devo giustificare niente: è un regime che mi permette di avere accanto una persona che si occupa dei lavori di cura al posto mio. Un altro esempio. Recentemente sono stato in Slovenia e le persone con cui abbiamo lavorato ritenevano che nel loro paese non esiste un sistema di oppressione nei confronti degli stranieri. Attraverso alcuni esercizi, abbiamo scoperto che la persona di origine ucraina di cui aveva-

mo messo in scena la storia aveva serie difficoltà a trovare un lavoro accettabile, decoroso, rispettoso del percorso di studi che aveva svolto. Parallelamente non riusciva a svincolarsi da una storia difficile con il suo compagno, una persona molto violenta con lei. La ragazza pertanto era stretta tra due fuochi: la difficoltà di lasciare il compagno che le dava in ogni modo un sostentamento e l’impossibilità di trovare un lavoro, che non fosse quello di prostituirsi. La gente non capiva perché la ragazza non scegliesse di andarsene, lasciando il suo compagno ma, vista l’alternativa, non era evidentemente una scelta facile. Quello che è emerso è stato un sistema di oppressione molto ben strutturato contro gli stranieri, di cui non si aveva la minima consapevolezza, e parallelamente un sistema di oppressione legato al genere. Credo che la peculiarità del teatro sia quella di lavorare sull’individualità: ogni storia è una storia a sé. Non si corre il rischio di non interpretare bene la realtà lavorando con delle categorie di oppressione preconfezionate? Sì, quando la realtà si legge in maniera ideologica, quando le persone hanno già deciso in quale sistema ci muoviamo, quando hanno già deciso la risposta allora il TdO diventa esso stesso opprimente. La questione dell’oppressione è la questione più delicata di questo metodo, perciò la tua prima domanda è totalmente rilevante: si pone che c’è un sistema ma ogni volta siamo disposti a riscoprire, a ripartire, cerchiamo di trovare sempre uno sguardo vergine, che non è facile. All’inizio io stesso non volevo usare i sistemi, infatti non lo chiamavo Teatro dell’oppresso ma teatro aperto. Ma sono gli oppressi che ci hanno inse-


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gnato questo modo di fare teatro e alla fine ho voluto evidenziare questo aspetto. Augusto Boal, il fondatore del TdO, ha saputo intuire che bisognava liberare le loro energie, permettendo agli spettatori di partecipare attivamente al processo. In Perù una donna che non riusciva a farsi capire dagli attori è salita sul palco per picchiare il marito senza chiedere alcun permesso. Allo stesso modo in cui il pubblico romano di Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini si arrabbia e non permette a Otello di uccidere Desdemona.

Il Teatro dell’oppresso ha identificato tre tipi di oppressione che emergono costantemente in tutto il mondo, anche con tecniche silenziose, subdole, in cui è solo il corpo a manifestare una situazione problematica: contro le donne, contro gli stranieri, contro i lavoratori Il passaggio dal contesto latino americano a quello europeo è possibile se si rovescia l’idea di un’oppressione fisica dovuta alla presenza reale dei poliziotti con la mitraglietta per le strade. La scommessa è che in Europa spesso abbiamo gli oppressori dentro la testa, li abbiamo introiettati, perciò c’è una tecnica del TdO che si chiama I poliziotti nella testa il cui unico scopo è svelare gli oppressori che abbiamo dentro di noi. Ma ovviamente è importante tenere conto della complessità delle situazioni. Nelle relazioni di coppia ci sono casi difficili anche per gli uomini, come la questione dei padri separati che spesso non sono tutelati. In altri casi, l’uomo è penalizzato nei lavori di cura verso i bambini pur volendo e cercando di vivere momenti di intimità con i propri figli. Ma non possiamo negare che ogni due giorni una donna muore di violenza subita da uomini e questo avviene perché molti uomini si appoggiano a un sistema che arriva a paralizzare la propria compagna psicologicamente o fisicamente. Come il teatro può aiutare le persone a riscattarsi? In due modi. Per prima cosa permette di vedere più chiaramente quello che spesso non si vede, rende visibile i sistemi, tutte le forze che stanno dietro a un atteggiamento, a una situazione, tutti i giochi di potere. In una scena di un nostro spettacolo un uomo tornava a casa dicendo: «Ti ho fatto la spesa». È una battuta classica: a tutti gli uomini almeno una

volta nella vita è sfuggita ma quando questa battuta è uscita sulla scena, ed è stata in qualche modo analizzata e capita, penso sia difficile ripeterla nel quotidiano. Secondariamente permette di allenarsi a cambiare. Nell’ultimo spettacolo che abbiamo realizzato qui in Italia Figli di donne, abbiamo messo in scena la madrificazione delle donne e la gente poteva intervenire per proporre il cambiamento. Fare in modo che la propria compagna possa andare al cinema quando c’è un figlio piccolo non è facile. Il compagno comincia a dire che quando resta solo con il bambino entra nel panico, che se si sveglia non sa cosa fare e la donna solitamente rinuncia. Hanno visto questo spettacolo tante femministe di lunga esperienza che hanno trovato difficoltà, di fronte a situazioni concrete, a trovare delle strategie significative di cambiamento. Questo per sottolineare che trasformare la realtà concretamente, senza discorsi, non è assolutamente semplice e che il teatro può divenire una palestra per allenarsi a cambiare. La vostra metodologia è applicata in tutto il mondo su vari fronti e permette di mettere in scena le situazioni di conflitto della vita quotidiana, dai conflitti interpersonali a quelli sociali ma anche politici. Il TdO assomiglia a una sorta di terapia di gruppo, che ha lo scopo di liberare certe emozioni anche attraverso l’utilizzo della propria corporeità. No, è qualcosa di diverso da una terapia. Il teatro dell’oppresso identifica certamente una problematica, ma partendo da quel problema si cerca di capire se c’è un sistema dietro, collettivizzandolo, creando una rete con le altre persone e mettendo questa energia a contributo di tutti. Quindi non si tratta di togliere la rabbia, ad esempio, o una qualsiasi emozione negativa ma, al contrario, di impedire che si perda, prendendola come un punto di forza per permetterci di cambiare il sistema e di trasformarlo.

Augusto Boal, il fondatore del TdO, ha saputo intuire che bisognava liberare le loro energie, permettendo agli spettatori di partecipare attivamente al processo Diciamo che capovolgete la prospettiva, non bisogna puntare alla catarsi ma sfruttare quella eventuale oppressione per un cambiamento positivo. La catarsi è cruciale dal teatro greco al cinema americano, ma è il concetto che Augusto Boal ha com-

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battuto di più perché a suo avviso ci rende passivi, purificandoci dalle tendenze negative. Invece il TdO cerca di riattivare tutte quelle energie che danno la possibilità alle persone di affermare i propri diritti e la propria dignità. Cos’è il teatro forum? Il teatro forum è una delle tecniche che utilizziamo. Con il teatro forum si vede chiaramente una scena con delle problematiche, che solitamente finisce male. La seconda volta che si ripete la scena il pubblico potrà intervenire per cambiare la storia: facciamo sostituire uno dei personaggi, ma non lasciamo mai togliere l’oppressore perché sarebbe troppo facile, sarebbe come togliere il problema.

Il passaggio dal contesto latino-americano a quello europeo è possibile se si rovescia l’idea di un’oppressione fisica dovuta alla presenza reale dei poliziotti con la mitraglietta per le strade: in Europa spesso abbiamo gli oppressori dentro la testa, li abbiamo introiettati, perciò c’è una tecnica del TdO che si chiama I poliziotti nella testa il cui unico scopo è svelare gli oppressori che abbiamo dentro di noi Se è vero che è importante il coinvolgimento della collettività per attivare o riattivare i processi di partecipazione di ciascuno, è anche vero che non tutti i punti di vista riescono a illuminare la realtà. Nel gioco delle parti, è necessario l’intervento di un mediatore, di una sorta di filosofo dell’antica Grecia con la sua tipica funzione maieutica… qual è il ruolo del jolly? Il jolly è colui che pone le domande, di cui non sa la risposta nel migliore dei casi. Egli conosce l’arte della domanda più insolente. In questo senso, penso che sia molto vicino al ruolo del filosofo, che sicuramente ha un bagaglio culturale adatto per questo ruolo. Il jolly è un facilitatore ma anche un “difficilitatore”, uno che pone le domande che permettono di problematizzare sempre di più la situazione, di capire le conseguenze di ogni strategia, di capire i risvolti di ogni parola; che permette di stimolare la ragione e anche di far capire che certe situazioni sono intollerabili. Il jolly facilita anche la creazione dello spettacolo e quando è davvero bravo non c’è una sua parola nel testo: anche questo processo creativo è molto libero e le sue domande sono fondamentali per stimolare sia una riflessione che una presa di coscienza collettiva. In questo numero dedicato alla decrescita parliamo sotto vari profili di come si può umanizzare la crescita economica, rendendo più umani quegli indicatori che a parole dicono che siamo in crescita ma che nei fatti non ci raccontano cosa

stiamo perdendo, in termini di felicità ad esempio. Il teatro dell’oppresso potrebbe agire per accelerare questo processo di consapevolezza. In che modo? Il teatro mostra le conseguenze di ogni azione. Cerca di mostrare la conseguenza del consumismo per esempio. C’è una tecnica che si chiama zoom out che permette di vedere quello che avviene dietro a una situazione. Pensiamo ad esempio a tutte le persone che sono dietro all’acquisto di un vestito che pago 2 euro: dai capitalisti che speculano in Cina, ai lavoratori che non hanno diritti. Si cerca di mostrare tutta la catena degli eventi: da un lato permette di avere più consapevolezza del problema e dall’altro cerca di affrontarlo per trasformare la realtà. Il problema è che siamo stati educati ad avere piuttosto che ad essere, ma il teatro ci insegna di nuovo ad essere perché la vita è teatro. Quando facciamo teatro diventiamo teatro, siamo teatro. C’è una capacità naturale sulla quale noi del TdO scommettiamo: noi non facciamo teatro, come gli attori, noi siamo teatro, cerchiamo di ritrovare l’essere teatro che una persona oppressa ha naturalmente. Una persona vittima di violenza è la più brava a recitare la violenza. Una volta che ritroviamo questo essere essenziale che per noi è teatro ci si allontana dall’avere e capiamo la follia che si cela dietro il consumismo, o dietro altri sistemi come il maschilismo. Il TdO si propone di proporre una cultura alternativa attraverso una riflessione collettiva. Nella partecipazione del vostro gruppo alle assemblee di bilancio partecipato di alcuni municipi romani si può rintracciare una certa sintonia con la prospettiva di questo numero. Puoi parlarci di questa esperienza, nata peraltro da una collaborazione con il Dipartimento di studi urbani di Roma Tre? Si è trattato di un progetto molto particolare, solo alla fine del percorso posso dire di aver capito che aveva a che fare con la decrescita. Nel Municipio IX volevano trovare un modo per favorire la partecipazione popolare nelle decisioni pubbliche, in particolare sulle questioni di bilancio. È stato incredibile notare come si sia velocizzato il processo: con gli esercizi tipici del teatro riuscivamo a raccogliere cinque proposte al minuto laddove in assemblea si può impiegare un’ora per arrivare a totalizzare quel numero di soluzioni. Alla fine sono state fatte 101 proposte e 48 sono state considerate fattibili. Questo ancora una volta ci fa capire come il corpo sa molto prima dell’intelletto quali sono i problemi, quali sono le situazioni da cambiare. Anche la qualità delle proposte fatte è risultata migliore, perché la gente visualizzava i problemi attraverso delle scene, delle statue umane, rimettendo l’uomo e il suo corpo al centro delle decisioni pubbliche. Inoltre si improvvisavano le conseguenze di determinate proposte mettendone immediatamente in luce le eventuali criticità. Il tema della sicurezza è un tema molto di moda, che spesso viene risolto schierando eserciti di polizia sulle strade. In alcune


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città dell’America Latina hanno sostituito i poliziotti con dei mimi. Invece di punire, imitano chi si comporta male. Danno molta visibilità alle azioni incivili, imitando ad esempio chi butta un pezzo di carta per terra. Il mimo viene poi reso ancora più visibile da una banda musicale che incornicia lo spettacolo improvvisato su quell’atteggiamento. Il tutto viene filmato e trasmesso in tv con delle belle campagne per dare risonanza alla cosa. Questo per dire che a volte con delle scelte diverse si possono raggiungere gli stessi obiettivi anche con maggiore successo. La grande scoperta nell’esperienza del bilancio partecipativo del Municipio IX, che è stata la prima istituzione pubblica ad aver votato un bilancio con il teatro, è stata che le decisioni umane costano poco, anzi a volte sono gratuite.

Il teatro dell’oppresso identifica una problematica e partendo da quel problema si cerca di capire se c’è un sistema dietro, collettivizzandolo, creando una rete con le altre persone e mettendo questa energia a contributo di tutti: non si tratta di togliere la rabbia, o una qualsiasi emozione negativa ma, al contrario, di impedire che si perda, prendendola come un punto di forza per permetterci di trasformare il sistema Di pochi mesi fa è il progetto di Parteciparte con gli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia. Che tipo di lavoro avete fatto insieme? È stato un intervento per decostruire gli stereotipi di genere, sia maschili che femminili, e abbiamo lavorato anche con Elisa Giomi, una ricercatrice dell’U-

niversità di Siena, che è intervenuta proprio in qualità di esperta in questo campo. Il primo obiettivo è stato quello di mostrare come, con un metodo come il teatro, si può fare ricerca in modo splendido e veloce perché si può avere accesso a delle informazioni preziosissime, vere, vissute, spontanee, in un tempo molto breve. Laddove ci vogliono mesi per la compilazione e l’elaborazione di questionari, che spesso non danno le risposte che si cercano, la recitazione permette di confermare dei dati e provare nuove ipotesi in tempo reale. Che tipo di risultati e di riscontro hai utilizzando questo metodo? Prima ero insegnante di filosofia ed era tutto molto più facile: avevo il mio stipendio, una bella casa, 100 alunni l’anno con cui lavorare. Ora sono un precario, ma vedo dei risultati talmente interessanti, che mi danno la forza di andare avanti. Lo vedo sia quando lavoro sulla decostruzione degli stereotipi di genere, a cui ho dato molta rilevanza in questa intervista visto che è stata la tematica su cui abbiamo costruito l’ultimo spettacolo; ma lo vedo anche e soprattutto quando mi immergo in situazioni più al limite, nelle comunità di tossicodipendenti, nei quartieri periferici delle grandi città (da Marsiglia a Roma), dove si sviluppano sacche di forte emarginazione e di violenza, quando lavoro in contesti di estrema povertà e indigenza anche nei paesi diversamente sviluppati. Credo che il TdO dia concretamente dei risultati e questo lo constatano direttamente i finanziatori, che continuano a stanziare i propri soldi nei nostri progetti anche quando sarebbe facile investirli altrove, in particolare in un momento di crisi come quello attuale. È anche compito degli intellettuali dimostrare che i soldi che si danno alla cultura possono aprire nuove e più ampie prospettive, possono avere una ricaduta nella società civile, senza correre il rischio di diventare autoreferenzali, chiusi nei salotti a fare soltanto grandi discorsi.

TdO – Il Teatro dell’Oppresso Il TdO è pensato per chi non fa teatro. Per partecipare ai seminari di formazione o essere aggiornati sulle diverse iniziative ci si iscrive alla mailing list parteciparte@gmail.com. La formazione che si svolge ad ottobre è l’appuntamento annuale di maggiore rilievo, durante la quale di solito nascono gli spettacoli, i progetti, le nuove storie da cui partire.

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Se la crisi è un’opportunità Intervista a Dipak Raj Pant di Federica Martellini

Dipak Raj Pant è il fondatore e coordinatore scientifico dell’Unità di studi interdisciplinari per l’economia sostenibile presso l’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (VA), dove insegna Antropologia applicata e Sistemi economici comparati dal 1995. Senior Fellow della Society for Applied Anthropology (SfAA), USA, è stato Visiting Professor in varie università estere (USA, Svezia, Cina, Perù, Brasile, Regno Unito, Germania, West Indies). Inoltre, è stato International Research Associate dell’Environmental Health & Social Policy Center a Seattle (USA) e Visiting Scientist (studi di biodiversità, conservazione e sostenibilità) presso l’American Museum of Natural History di New York e presso il Field Museum di Chicago (USA). È coordinatore scientifico di vari progetti per lo sviluppo sostenibile in diversi paesi (Armenia, Brasile, Cambogia, Mongolia, Nepal, Perù, Sierra Leone, Venezuela). È stato consulente per la ricostruzione dei consorzi di irrigazione e delle infrastrutture rurali e per lo sviluppo rurale sostenibile nel bacino del Mekong, Cambogia. Tra il 1987 e il 1991 è stato professore di Ecologia umana ed Etnologia presso la Tribhuvan University, Kathmandu (Nepal) e consulente del governo nepalese per lo sviluppo rurale nelle aree impervie. È autore di pubblicazioni scientifiche e divulgative in inglese, italiano e nepalese ed ha collaborato a varie riviste e antologie.

Prof. Pant, lei è fra i pochi – credo – a parlare, di questi tempi, di “Rinascimento italiano”: dove risiede secondo lei la radice di un possibile Rinascimento nel nostro Paese? Le radici del nuovo “Rinascimento italiano” risiedono in due elementi: sostenibilità e multi-localismo. Il nuovo rinascimento potrebbe partire da molti focolai, dai piccoli luoghi, magari fuori dalle grandi città, che contengono alcuni ingredienti preziosi, la cui importanza è destinata a crescere. I preziosi ingredienti sono: - la qualità e la quantità delle risorse ambientali: l’acqua, l’aria, il suolo, lo spazio, la vegetazione, etc.; - la rilevanza estetica del paesaggio naturale e del paesaggio storicamente modellato, soprattutto quello preindustriale e rurale, e le risorse culturali, sia quelli materiali, sia quelli immateriali (arti, maestranze, saperi, sapori…); - l’assetto identitario (le caratteristiche degli abitanti, dei loro prodotti tipici, del loro stile architettonico e artistico) ed il micro-sistema affettivo (comunità faccia-a-faccia, dove il confronto umano e la solidarietà sono più diretti e genuini); - gli orizzonti di nuovi affari basati sulle risorse agro-alimentari, culturali, paesaggistiche, sui prodotti artigianali ed industriali di altissima qualità e sui servizi per le comunità dislocate, anche negli angoli più sperduti: i servizi tecnologici, socio-assistenziali e sanitari, servizi di formazione/in-

formazione, mobile community banking (servizi bancari nuovi e flessibili, a misura di individui, famiglie, imprese e comunità), tele-lavoro, e-commerce etc. Viste le situazioni e le proiezioni dell’ambiente globale e delle incertezze climatiche, viste le tendenze demografiche (longevità, invecchiamento) in Italia ed altrove, vista la domanda di naturalezza e salubrità delle risorse agro-alimentari e la voglia di vivere in luoghi senza stress, con una cornice paesaggistica gradevole, vista la domanda di sicurezza e viste le possibilità infinite di essere collegati con il resto del mondo da ovunque (e quindi non più marginalizzati), grazie alle tecnologie info-telematiche (ICT), i piccoli luoghi saranno territori strategici per l’economia sostenibile del futuro. I governi locali (comuni) dovrebbero riuscire a creare un asse istituzionale collaborativo con gli altri organismi: province, regioni, governo centrale e, all’interno, con imprenditori, associazioni civiche e con la cittadinanza in generale, per tendere verso una progettualità condivisa per il loro luogo-sistema, per la loro ‘terra di cuore’. I governanti dei piccoli luoghi-sistema dovrebbero fare una ricerca concreta (non accademica) per trovare una “bussola” (scenari e strategie) per il proprio luogo-sistema e per la propria comunità. Solo dopo questo passo, dovrebbero essere formulati i vari piani tecnici (spesso accade il


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contrario! Spesso si confonde la tattica con la strategia). Il governo nazionale ha il ruolo di orientare (con la “bussola”) la comunità ed i mercati, creare le condizioni logistiche e normative, racimolare le risorse e utilizzarle per il massimo bene comune di lunga durata, correggere le distorsioni in corso di sviluppo. Il ruolo delle imprese, che sono i protagonisti dello sviluppo sostenibile locale, invece è quello di fruire le opportunità createsi, sia localmente sia globalmente, avvalendosi della coesione sociale interna e delle relazioni esterne.

È necessario orientare l’opinione pubblica, le politiche, le risorse e le tecnologie verso la migliore gestione del territorio, dei rifiuti e dell’energia. Il nuovo orizzonte di operosità (cantieri, investimenti, lavoro, occupazione…) è nella sicurezza territoriale, nella salubrità ambientale, nella valorizzazione del paesaggio, nel controllo e diminuzione dell’inquinamento e nel miglioramento delle infrastrutture basilari Nulla sostituisce l’azione governativa a livello locale (anzi, multi-locale, in tutte le località del territorio nazionale nel contempo) di cui, la più urgente, la priorità tra le priorità, è la sicurezza ambientale e la stabilità dell’assetto idrogeologico. La maggioranza dei comuni d’Italia è a rischio idrogeologico, a rischio devastazioni nei casi di eventi catastrofici come il terremoto, e di inquinamento. È urgente orientare l’opinione pubblica, le politiche, le risorse e le tecnologie verso la migliore gestione del territorio, dei rifiuti e dell’energia, in sinergia con la ri-qualificazione delle infrastrutture esistenti (non nuove infrastrutture, visti i tempi di vacche magre!). Il nuovo orizzonte di operosità (cantieri, investimenti, lavoro, occupazione…) è nella sicurezza territoriale, nella salubrità ambientale, nella valorizzazione del paesaggio, nel controllo e diminuzione dell’inquinamento e nel miglioramento delle infrastrutture basilari. L’altro compito urgente per l’azione locale in tutto il territorio nazionale è varare ed implementare il piano di mobilità multi-forme inter-modale: la fruibilità di locomozione in tutto il territorio con mezzi ciclo/pedonali oltre che con i mezzi motorizzati, con la medesima sicurezza e facilità, in sinergia con il sistema di trasporto pubblico e con i punti di approdo/terminali di strade, ferrovie, porti ed aeroporti. La mobilità multi-forme inter-modale aumenta la fruibilità/godibilità delle risorse locali, la sicurezza ambientale ed umana, la coesione sociale e la valorizzazione del territorio; oltre a favorire il risparmio energetico e la diminuzione dell’inquinamento. L’Italia è povera nel sotto-suolo (risorse minerarie), ma è ricchissima nel sovra-suolo (risorse paesaggistiche, culturali, umane, agro-alimen-

tari, artigianali ed industriali); per l’ottimo rendimento delle risorse sovra-suolo (overground resources) la mobilità multi-forme inter-modale è cruciale. Un altro urgente compito per l’azione è l’infrastrutturazione di base e facilitazioni fiscali per le tecnologie info-telematiche; è una questione di competitività del luogo-sistema. Il divario digitale (digital divide) oggi è come la questione dell’alfabetizzazione o dell’immunizzazione (vaccinazione) di una volta. Va affrontata con la massima serietà. Le persone devono essere in grado di scegliere il tipo di rete di cui vogliono far parte, oppure restare fuori da qualsiasi rete. Però la possibilità deve esserci, altrimenti si perdono opportunità di reddito, occupazione e cultura. Il nuovo rinascimento italiano è possibile per i nuovi orizzonti di affari creatisi dai limiti eco-sistemici e dalla crisi dei consumi (erosione del potere d’acquisto); gli stessi limiti e crisi diventano stimoli per un riordino ambientale-infrastrutturale e per un’innovazione dei prodotti e dei processi; in altre parole, l’ottimizzazione ecologica. Il nuovo rinascimento italiano sarà possibile grazie alle infinite opportunità di sapere, di saper vivere, di saper fare e di far sapere su scala planetaria - grazie alle reti info-telematiche, partendo proprio dalle piccole dimore felici e dai piccoli luoghi sani e sereni che sono le terre di cuore di tanti cittadini, imprenditori e lavoratori, che saranno i nuovi distretti del ben-essere sostanziale umano (zone of wellness) non solo il ben-avere. Κρίσις in greco antico significa “scelta”, “capacità di scelta, di discernimento”. In cinese l’ideogramma che indica la parola crisi è composto di due segni: il primo indica il pericolo, il secondo l’opportunità. Perché nel nostro tempo e alle nostre latitudini abbiamo perso la capacità di vedere questo risvolto della medaglia? La capacità di vedere la “crisi” come il momento di scelte strategiche di lungo respiro oppure come opportunità in mezzo ai rischi e pericoli fa parte integrante della qualità di guida (leadership). La caratteristica della leadership è di diffondere la consapevolezza della realtà di crisi (trasparenza e comunicazione), di disegnare uno scenario di riferimento (la prospettiva del superamento della crisi e della nuova realtà desiderabile e plausibile) e di tracciare un percorso strategico (road-map) per tendere verso lo scenario di riferimento (la mobilitazione di risorse e coscienze). In proposito, mi sembra che manchi la qualità di leadership anche nell’attuale governo, che pure è decente e presentabile da tutti i punti di vista e credibile (sembrerebbe) agli occhi degli investitori internazionali e dei vertici delle istituzioni europee (sono davvero saggi questi investitori e gli alti burocrati di Bruxelles?) ma che non mi pare abbia uno scenario di riferimento né un tracciato strategico di lungo respiro. Il governo attuale ed i suoi sostenitori sembrano bravi ed onesti prigionieri del passato, intrappolati nello stesso paradigma economico basato sull’imperativo della ‘crescita’ (sviluppo quantitativo materiale/monetario) che ci ha portato a questa maturazione (e saturazione); puntano tutto sull’Italia pa-

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Tre immagini della spedizione scientifica in Mongolia per il progetto delle scuole-carovana

gante e pagabile, ma non sembrano avere idee chiare sull’Italia serena e sostenibile. A mio modesto parere, il governo attuale sembra quanto di meglio sia disponibile in Italia in questo momento, ma non mi sembra che sia all’altezza della situazione, che è di svolta epocale per l’Italia e per l’Europa. La leadership è ancora assente in Italia. Già da diversi decenni l’Italia soffre della mancanza di leadership al suo interno per tre ragioni. Prima ragione: il cattivo sistema politico-elettorale, che è un pasticcio unico nel mondo delle democrazie, che non favorisce una buona alternanza tra gli schieramenti politici, che impedisce il ricambio all’interno degli schieramenti (i partiti), e che alimenta il potere dei politicanti cronici al vertice dei partiti (compresi quelli anagraficamente più “giovani”, cresciuti nello stesso humus politico-culturale, che però scalciano a destra e a manca per arrivare al vertice nel nome del “nuovo”). I politicanti cronici arrivano al vertice dopo lunghi periodi di attività (non-produttive) di retorica, presenzialismi mediatici e di tessitura delle relazioni clientelari. Naturalmente, questi non hanno tempo (e vocazione) per studiare a fondo la realtà, né hanno viaggiato in maniera seria per avere i termini di confronto/paragone con altre realtà del pianeta (sono come le rane di pozzanghera che credono che tutto il mondo sia come la loro piccola dimora). Questi soggetti non sono capaci di pensare strategicamente né lasciano spazio ai nuovi genuini soggetti (non necessariamente “giovani” dal punto di vista anagrafico, però freschi in politica) che potrebbero avere il pensiero strategico e la capacità di leadership. La seconda ragione: l’assenza di meritocrazia e trasparenza in (quasi) tutte le organizzazioni pubbliche e private di medie e grandi dimensioni. Persone di qualità non riescono ad arrivare ai comandi sia per il sistema dei concorsi (totalmente screditati) sia per le nomine/cooptazioni (clientelismo, nepotismo). Alla fine regna la mediocrità nelle organizzazioni (tranne che nelle piccole imprese radicate sul territorio); e le potenziali guide (leaders) rimangono demotivati, sotto-utilizzati, defilati o dispersi. La terza ragione: la carenza/scarsità di esempi virtuosi anche fuori dalla politica e dalle amministrazioni pubbliche; ad esempio, nel mondo di impresa ed affari. Tranne pochissime eccezioni, la maggior parte dei grandi (visibili) esponenti del mondo imprenditoriale italiano sembrano cultori della mondanità e dell’effimero (sport, lusso, tendenze di moda, regate, barche, gala…), e non sembrano impegnati per i beni

comuni supremi (ambiente, paesaggio, arte, letteratura, educazione, scienza, fiducia e coesione sociale, riduzione della vulnerabilità umana, assetti identitari del loro territorio, cooperazione tra popoli, dialogo inter-culturale, pace…). Per queste ragioni scarseggia la leadership in Italia, e la scarsità di leadership produce sfiducia, rassegnazione fatalista, depressione sociale e, di conseguenza, inibisce lo sprigionamento della creatività imprenditoriale e favorisce la fuga di cervelli. La società ne risente negativamente; perciò la crisi si acuisce.

Il divario digitale (digital divide) oggi è come la questione dell’alfabetizzazione o dell’immunizzazione (vaccinazione) di una volta. Va affrontata con la massima serietà. Le persone devono essere in grado di scegliere il tipo di rete di cui vogliono far parte, oppure restare fuori da qualsiasi rete. Però la possibilità deve esserci, altrimenti si perdono opportunità di reddito, occupazione e cultura «Il mercato libero non rende gli uomini liberi ma gli uomini liberi creano un mercato ragionevolmente libero. Quindi bisogna puntare sulla libertà dell’uomo non sulla libertà del mercato». Quali sono, concretamente, le azioni e le scelte da mettere in pratica per puntare sulla libertà dell’uomo? La libertà dell’essere umano dipende dalla sua capacità di fare libere scelte (giuste o sbagliate) senza ricatti, pressioni o condizionamenti. Solo un essere umano istruito, informato, sano e sicuro nel suo habitat può compiere scelte libere. Perciò certe sfere pubbliche che garantiscono libera scelta dei cittadini e delle comunità - la sicurezza, la salute, l’istruzione, l’informazione, le infrastrutture e l’ambiente non possono essere lasciati alla mercé del mercato. È una questione di civiltà/inciviltà. Il compito principale di uno Stato democratico è di proteggere, promuovere e proiettare la comunità dei cittadini (esseri umani) nel fare le loro libere scelte a prescindere dagli andamenti congiunturali del mercato. Il mercato, più libero possibile, è una grande ed utilissima sfera dell’attività e di interscambio all’interno della società; il mercato è racchiuso nella comunità (i cittadini


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sono anche operatori economici); non è la comunità che è racchiusa dentro il mercato (i cittadini sono, soprattutto, esseri umani). Lei collabora con numerose imprese e imprenditori. Come la prendono quando lei sostiene che non è così importante se le imprese falliscono, l’importante è che non muoia l’imprenditorialità? Si divertono, e sono d’accordo con me. Grazie ai miei amici imprenditori ho potuto capire meglio il mondo dell’impresa e degli affari. E alcuni di loro hanno anche chiesto (e seguito) i miei consigli nelle faccende prettamente aziendali. Spero di essere stato utile nel migliorare i loro affari e far marciare le loro organizzazioni verso una mediazione ottimale tra il profitto e la sostenibilità. A giudicare dal loro generoso sostegno ai miei progetti e missioni scientifiche (Extreme Lands Program) sembrerebbe che i miei amici imprenditori sono contenti dei risultati del mio supporto intellettuale alle loro organizzazioni. Che cos’è il “Programma delle terre estreme” (Extreme Lands Program)? La Mongolia, le Ande, certe zone delle Alpi: da cosa sono accomunati questi luoghi? Di quali valori e di quali pratiche sono interpreti e che cosa ci possono insegnare? Extreme Lands Program (Programma Terre Estreme) è uno dei principali filoni delle mie ricerche da tanti anni. Extreme Lands Program parte nel 1988 dalla Tribhuvan University di Kathmandu (Nepal), con le ricerche applicate alla pianificazione economica nell’Himalaya centrale, in collaborazione con gli organi governativi preposti allo sviluppo rurale. In seguito, dal 1995, dalla mia base italiana, questo programma si è esteso in molte altre aree estreme del mondo: le Alpi e gli Appennini (Italia); le Ande (Perù, Bolivia, Venezuela); il Caucaso (Armenia); il deserto costiero sudamericano (Perù-Cile); le Montagne Rocciose (USA); la tundra e la taiga siberiana (Russia, Mongolia); le steppe ed i deserti di Mongolia e di Mongolia Interna (Cina) e l’altopiano tibetano (Nepal, Cina); la savana tropicale (Sierra Leone). L’Extreme Lands Program consiste in missioni di ricognizione approfondita dei luoghi-campione delle terre estreme, i luoghi più remoti e marginali del pianeta, però storicamente abitate dagli esseri umani, fruite come bacino di risorse economiche e vissute come cornice paesaggistico-ambientale (habitat) delle tradizioni arcaiche. Le terre estreme sono contesti dai quali è possibile trarre alcune indicazioni per l’economia sostenibile. Le tradizioni culturali e materiali dei popoli delle terre estreme, per quanto erose e disarticolate oggi, sono comunque una buona fonte di ipotesi scientifiche per le pratiche di sostenibilità. Sono luoghi di attuazione delle strategie adattive dei nativi e della gestione sostenibile di scarse risorse. Le terre estreme sono un concentrato di rarità, biodiversità e residui di arcaicità. Sono spesso abitate da minoranze etniche, ai margini della vita politica e culturale delle loro rispettive nazioni e spesso ai confini tra stati-nazioni. Nella nostra epoca i popoli, insieme con gli e(s)quilibri economici ed ambientali del loro habitat, sono vulnerabili. Se non valorizzate e ben gestite, queste

terre tendono a spopolarsi, e viene meno il presidio umano del territorio (e la continuità delle tradizioni) che causa ulteriori pressioni migratorie sulle aree urbane che sono già molto malsane ed invivibili in tanti paesi in via di sviluppo.

Il mercato è racchiuso nella comunità (i cittadini sono anche operatori economici); non è la comunità che è racchiusa dentro il mercato (i cittadini sono, soprattutto, esseri umani) Uno dei progetti cui si è dedicato è quello delle scuole-carovana. Di cosa si tratta? Si tratta di sviluppo del capitale umano nelle steppe e nella taiga della Mongolia centro-settentrionale, terre estreme da tutti i punti di vista. I contenuti della missione “scuola-carovana” (Mobile Community Training Project – Extreme Lands Program) sono: - la quantificazione dei fabbisogni formativi degli operatori locali per uno sviluppo sostenibile localmente gestito, basandosi sulla valutazione della vulnerabilità delle comunità locali e della sostenibilità/insostenibilità del loro sistema economico. È uno studio interdisciplinare all’incrocio tra l’ecologia umana e l’economia territoriale, contestualizzato in un progressivamente più ampio quadro delle dinamiche nazionali (Mongolia), regionali (l’Asia settentrionale-orientale), internazionali (la globalizzazione) e planetarie (i cambiamenti ambientali e le incertezze climatiche); - la formazione dei formatori locali (tecnici ed amministratori mongoli) sulla ‘sostenibilità’ in termini teorici e pratici, incorporando la ‘sostenibilità’ come il filone unificante per la formazione degli operatori economici locali (pastori nomadi) su cinque aspetti: la gestione dei pascoli, la gestione delle risorse idriche, la gestione del commercio dei prodotti locali, la manutenzione e la riparazione degli apparecchi localmente usati (i pannelli solari e periferiche, le batterie, la radio ecc.), e la gestione dei rifiuti a livello locale; - l’implementazione sperimentale di un sistema di formazione itinerante (formato nomade) delle famiglie di pastori nomadi delle steppe e della taiga, ultimi baluardi di una civiltà in rischio d’estinzione, andando nei loro accampamenti tradizionali e non portandoli nei centri distrettuali ed urbani; - la dimostrazione pratica alle istituzioni locali e nazionali che vi è la possibile di una via di sviluppo verticale (upliftment) basato sul valore/preziosità delle cose anche senza lo sviluppo orizzontale (development) basato sul volume/quantità delle cose; che vi è la possibilità di organizzare ed erogare i servizi basilari per le popolazioni delle aree marginali a basso costo ed in maniera compatibile con il loro eco-sistema e tradizione culturale; e che non vi è nessuna inevitabilità di sedentarizzazione od urbanizzazione per una sana e serena prosperità delle comunità nomadiche.

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Tutta la piazza gridò: «Non voglio morire!» Il Mercuzio della Compagnia della Fortezza

reportage

di Massimo Marino Attraversare l’ombra me medaglie o proclami, in quelle voci, nei suoni, nei versi, nei colori, la coscienza che dal buio si esce atnel sole a picco traversando la morte con la disperazione di chi non Si resta smarriti di fronvuole accettare la realtà per come è. Con l’immaginate alla quantità di facce, zione, la capacità poetica (artigianale, creaturale) di di corpi, di immagini formulare nuove immagini. Con la fantasia, capacità della memoria, di parole di vedere i fantasmi, dar loro corpo, figurarli e farli poetiche e di parole agire per trasformare. Con l’arte come capacità di riquotidiane, di fotografie costruire il mondo partendo dalla profondità della noche raccontano Mercustra palude, dall’altezza della necessità di straordinazio non vuole morire, lo ria (extra-ordinaria) visione e meraviglia. spettacolo dell’estate, l’invenzione di ArmanTutti quei colori, nel cortile del carcere do Punzo che fora i siMassimo Marino mulacri luccicanti dello di Volterra, sotto un sole che picchia spettacolo per rivelare un lavoro lungo, di ascolto, di impietoso, quei volti, la gioia, le grida attenzione, di dialogo con una città, con i tempi che strazianti e combattive dei detenuti viviamo, col Paese e con i suoi grigi fantasmi. attori – «Non voglio morire!», «Non Quando nel cortile del carcere di Volterra, alla fine di un’ora e mezza di teatro puro, che parte da Romeo e voglio morire!» – ci riportano fuori Giulietta di Shakespeare per gridare la voglia di ridalle sbarre, alla crisi, ai tempi grigi scrivere le storie e le vite, di spostarsi fuori dai ranghi che viviamo previsti, apparentemente senza scampo; quando Mercuzio, i bambini vestiti di bianco, i clown che lo hanDimenticare la realtà no accompagnato nel suo viaggio contro la morte, i Punzo ce lo ha insegnato in più di vent’anni di lavoro macchinisti vestiti di nero, la marionettista con la sua in carcere: dal fondo orribile del mondo, dalla pena e marionetta spogliata, come aggredita da una malattia dall’espiazione senza salvezza, è possibile ricostruire devastante e dolcemente sopravvissuta, pesci multivite, riaprire speranze. Dimenticare la realtà avvilencolori, pannelli della “bella Verona” Volterra con le te, lo stato delle cose, le sbarre, le colpe, per riformucase schizzate in figurazioni espressioniste, le riprolare giocando sulle forze umane, sulla capacità di veduzioni di grandi quadri di scontri, uccisioni e sodere oltre che tutti abbiamo, per quanto nascosta posgnanti fantasie surreali che alla fine, alla morte, si opsa sembrare. Quando senti recitare gli attori della pongono, Picasso e Caravaggio e Goya e altri, e tutto Compagnia della Fortezza, vieni precipitato in un il pubblico, con in mano un libro, esibendolo come mondo antico, dove c’è gioia, dolore, teatro popolauno schiaffo a questi tempi in cui ci insegnano la rasre, alta poesia: tutto insieme, come quando durante segnazione; quando tutti si schierano sotto la musica un intenso canto d’amore cinese di una Giulietta muscandita dai versi di Majakovskij, poeta della rivolurata nel suo balcone un inserviente uomo di marmo zione dell’immaginazione, della rivoluzione tradita, raccoglie le spade come al circo. Shakespeare, viliallora sembra di essere ritornati a Avignone, nel 1968, peso tutti i giorni sui nostri palcoscenici, se la gode quando il Living Theatre marciava fuori dai teatri con questi eretici che prima, con Hamlice rendono contro la realtà, chiedendo “Paradise Now”, il Paradil’Amleto parole scritte a so ora. Tutti quei colori, nel mano da tappezzare pareti, cortile del carcere di Voltersoffitti, pavimenti, e racra, sotto un sole che picchia contano lo smarrimento impietoso, quei volti, la dell’impotenza e la necesgioia, le grida strazianti e sità di formulare nuovi alcombattive dei detenuti atfabeti; ora con Mercuzio, tori – «Non voglio moriseguendo le suggestioni re!», «Non voglio morire!» sulla leggerezza di Italo – ci riportano fuori dalle Calvino, fanno di Romeo e sbarre, alla crisi, ai tempi Giulietta un copione sbagrigi che viviamo. Ma lo gliato, vile, in cui il padre fanno senza ideologismi: Bardo non ha avuto il coc’è in quei libri esibiti co- Marat-Sade (1993, Casa di reclusione di Volterra)


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Alice nel paese delle meraviglie - Saggio sulla fine di una civiltà (luglio 2009, Casa di reclusione di Volterra). Foto di Stefano Vaja©

Hamlice - Saggio sulla fine di una civiltà (luglio 2010, Casa di reclusione di Volterra). Foto di Stefano Vaja©

raggio di salvare il figlio personaggio che incarnava la poesia funambolica e poteva scongiurare la tragedia con la sua volontà di rovesciare un mondo in cui i padri si disputano e i figli muoiono, come suggerisce una delle numerose didascalie affidate a striscioni bianchi sull’asfalto del cortile del carcere. Mercuzio è il poeta che parla di fate, lo spadaccino in sintonia col nulla (il vuoto che bisogna fare), l’intellettuale, l’uomo di cultura che rovescia le apparenze, lo spirito mercuriale che Shakespeare sacrifica e che Punzo non vuole fare morire. Scorrono davanti allo spettatore, sotto una delle musiche circensi di Andrea Salvadori, le pagine della tragedia dei due amanti, su pannelli giganti, riscritta come se Mercuzio non fosse morto, con le parole che Shakespeare attribuisce a altri personaggi che avrebbe potuto pronunciare lui, sottolineate: i testi non sono la Legge, e la Norma si può, si deve cambiare, perché la cosa più difficile non è morire, è vivere, in questo mondo in cui «hanno di nuovo decapitato le stelle!», perché «bisogna strappare la gioia ai giorni venturi», come scrive il fratello «bello, ventiduenne», il poeta Majakovskij, simbolo, portavoce di tutti gli spiriti sacrificati da un’orribile, tetra Realtà. La città ideale Mercuzio e Tebaldo precipitano nel sangue, dopo che lo spettatore per un attimo, entrato nel carcere, ha visto un quadro gigante dell’uomo vitruviano di Leonardo e un’immagine di una di quelle città ideali che furono i teatri del Rinascimento, non so se dell’Olimpico di Vicenza, del Farnese di Parma o di qualche altro di quegli edifici, monumenti di un’impossibile, irreale, non data nella realtà effettuale, proporzione d’utopia. Dal sogno dell’uomo perfetto si passa in un baleno alle sbarre che chiudono la parte centrale del cortile della Fortezza, del Carcere, al duello, alla “bella” Verona incombente, alle mani dei suoi cittadini lordate di rosso, esibite in un veloce corteo di spettatori guidato da una Lady Macbeth di bianco vestita, ai cadaveri di Giuliette, in sagoma cartacea o scelte tra le giovani spettatrici del pubblico, all’incalzare, avanzare, schiacciare della città, di uomini con abiti pietrosi di colonne e mattoni, sagome che nascondono spade, a un’apparizione del Prologo delle divisioni intestine di due famiglie e a una di Riccardo III che come belva di rapina in agguato precipita

la furia dei campi di battaglia nel chiuso delle alcove, delle case, delle vite quotidiane… Le immagini, l’ascolto Dalì e Picasso, Chagall e Fellini, clown, angeli, città, sberleffi e eroi seri e circensi governano il sogno di Mercuzio, lo stesso Punzo ferito a morte da un Tebaldo (Aniello Arena) che, compiuto l’assassinio e ucciso a sua volta da Romeo, si trasforma in fantoccio un po’ Totò, un po’ Fortunello, e non ricorda più cos’ha fatto, perché si ritrova su quella piazza mentre un Angelo della Morte liberty danza in fotografia gigante a rapinare la vita di Mercuzio. L’utopia svanisce nell’ombra oscura, per bloccarsi in un limbo che genera sogni, immagini che accompagnano l’infinito rimandato trapasso, in una notte scura sotto il sole abbagliante. Clown, bianchi e rossi, con corpi d’albero, con pance scrigni, con cappelli basso tuba (bellissimi i costumi di Emanuela Dall’Aglio e le scene di Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni e dello stesso Punzo) si animano come da un’antica immagine, mentre un uomo in grigio (Maurizio Rippa), con la valigia delle lacrime versate e degli orizzonti da scoprire intona un barocco, lancinante canto, chiedendo la consolazione del ricordo e la scena è attraversata da Otello e dai suoi incantamenti, da Prospero, da elfi, fate, artigiani del Sogno di una notte di mezza estate.

Mercuzio è il poeta che parla di fate, lo spadaccino in sintonia col nulla (il vuoto che bisogna fare), l’intellettuale, l’uomo di cultura che rovescia le apparenze, lo spirito mercuriale che Shakespeare sacrifica e che Punzo non vuole fare morire Mercuzio si tramuta in farsesco, circense Cyrano in frac, viaggiatore della Luna e spadaccino che sfida solo i giganti (non i troppi anni esistenti), in cerca di imprese così grandi da non avere tetti che le racchiudano, specchiandosi in una testa con nasone, riflettendosi in uno specchio che gli rivela a volte i visi del pubblico. Si agitano marionette sotto le musiche dolci o incombenti di Andrea Salvadori, l’uomo basso-tuba riporta in scena il niente, il nulla di Pessoa, mentre si narra di vita, vissuta, svanita, travagliata, e sul letto giallo dei

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Mercuzio non vuole morire - La vera tragedia in Romeo e Giulietta (luglio 2012, Casa di reclusione di Volterra). Foto di Stefano Vaja©

sogni di van Gogh si leva una vela che grida contro tutto ciò che ammazza l’anima, tutti i giorni, con l’anarchica follia di Artaud. Le immagini diventano incalzanti, comiche, rarefatte, in un “sogno”, in una “poesia” che è rovesciamento continuo delle cose assodate, delle viltà quotidiane, ricerca di strade per uscire dal buio, dal limbo, dall’apparente luce verso l’illuminazione della necessità di cambiare la vita e, una volta cambiata, cambiarla ancora. Di non accettare. Di trovare in fondo al precipizio la salvezza, perché non si può più cadere ancora di più, più in giù. Bruciante lavoro di tempi di crisi, che nessuna immagine può rendere vivido come la memoria. Che sfida la rappresentabilità offrendosi smagliante in pasto a fotografi, cineoperatori, giornalisti ciarlieri, che si lasciano ingannare e sedurre dalle belle immagini. Con questo immenso fuoco d’artificio di figurazioni Punzo mi sembra abbia ottenuto, ancora una volta, un altro effetto: concentrare sulle parole, scandite, composte per associazioni, per confessioni monologanti, per sbalzi da attori inarrivabili, mirabolanti, perfetti nei tempi, densi nei ritmi, nei timbri, nella capacità di aprire mondi nei quali sprofondare per salvarci, noi spettatori, deponendo la vanità della superficie riflettente, delle trappole lusinghiere, per la-

Mercuzio non vuole morire. Foto di Leticia Marrone©

sciarci penetrare fin nel fondo e arrivare a gridare, non per militanza, né per disperazione, ma come necessità e promessa: «Non voglio morire!» (da ricordare, oltre a Aniello Arena, almeno Francesco Felici, Giovanni Langella, Massimiliano Mazzoni, Rosario Campana, Abderrahim El Boustani, Ibrahima Kandij, Gianluca Matera, Rosario Saiello, Massimo Terracciano, Giuseppe Venuto).

E tutto il pubblico con in mano un libro, esibendolo come uno schiaffo a questi tempi in cui ci insegnano la rassegnazione Migliaia di immagini di Mercuzio non vuole morire si possono ritrovare su Flickr, alla pagina della Compagnia della Fortezza, su vari media, in rete, nei social network. Ma l’immagine di questo lavoro dice troppo e niente. È uno spettacolo questo, paradossalmente, da ascoltare a occhi chiusi, da farsi entrare fin nel fondo. Riecheggia quel grido, «Non voglio morire!», l’urlo di ribellione al testo, ai “testi” che ci regolano le vite. Ci prende per mano con l’invito a superare la nebbia per rifiutare di scomparire. Per tornare a vivere.


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Mercuzio è la piazza Mercuzio è il lavoro di un anno, di Punzo e della Compagnia, con il fondamentale, intelligente coordinamento organizzativo di Cinzia De Felice e dei preziosi Domenico Netti e Isabella Brogi (ma da ricordare sarebbero molti altri, da Laura Cleri a Carlo Gattai a Pier Nello Manoni, a tutti quelli che hanno diffuso Mercuzio nei paesi, nelle botteghe, presso le associazioni). Perché lo spettacolo non muore in carcere, quest’anno. Si fa festival, assorbe quasi tutto il festival Volterrateatro, diventa laboratorio sul corpo poetico, sull’immagine, sulla scrittura, con artisti di varia provenienza (Teatro delle Ariette, Teatrino Giullare, Pietro Floridia, Centro Teatrale Umbro, Officine Papage, Manovalanza Teatro, Isole Comprese Teatro) trasportandosi nelle piazze e nelle strade di tre paesi, dopo due prime giornate con brevi intensi incontri sulla poesia come lingua da mettere nei corpi e nei luoghi (con la serie Rime per Incanto di Lidia Riviello e Erika Manoni, nove bellissimi videoclip interpretati dai detenuti della Fortezza) e mostre e creazioni ospiti che entrano nel grande spettacolo finale (Generale o l’azione di un fucile di CasArsa Teatro / Balletto Civile e Il Minotauro di Antonio Viganò / Teatro La Ribalta). Mercuzio porta il suo grido a Montecatini Val di Cecina, a Pomarance e a Volterra. Gli spettatori diventano attori di qualche scena, rimanendo pubblico, comunità in azione che alla fine, per piccole accelerazioni, per paziente costruzione, trasformano le piazze in luoghi della rivolta dell’immaginazione, luoghi di incontro, di scoperta dell’altro e della forza di un corpo collettivo. È apparso Dioniso a Pomarance, al tramonto; è ritornato in piazza con la corsa vorticosa con le valigie dopo cortei di mani insanguinate, dopo morti di Giuliette e sbandieratori e teatrini di carta itineranti e duelli e ostensioni di libri come bandiere di chi non accetta di delegare, di morire, a Volterra (e c’erano spettacoli preparati per un anno intero da cittadini, sbandieratori, bambine in tutù, acrobati…). Tutta la piazza, alla fine, grida: «Non voglio morire!». Quest’estate si è discusso molto, nei festival, di realtà, di ritorno alla realtà e di lavoro sui margini della

realtà. Ma anche di spazi pubblici, di teatro o di performance che tornano nelle piazze e aprono luoghi nuovi di relazione. Molte volte abbiamo assistito a belle intenzioni senza corpo. Qui, dopo un lavoro in profondità che ha unito gruppi diversi di cittadini per

Le immagini diventano incalzanti, comiche, rarefatte, in un “sogno”, in una “poesia” che è rovesciamento continuo delle cose assodate, delle viltà quotidiane, ricerca di strade per uscire dal buio, dal limbo, dall’apparente luce verso l’illuminazione della necessità di cambiare la vita e, una volta cambiata, cambiarla ancora. Di non accettare. Di trovare in fondo al precipizio la salvezza, perché non si può più cadere ancora di più, più in giù un anno, pazientemente, senza paura di sporcarsi col “popolare”, perfino con la cultura di massa grazie alla lucidità del progetto; qui, alla ricerca di una lingua efficace e condivisa per parlare alla parte più profonda (e spesso nascosta) di tutti (ma anche a quella più leggera); qui, a Pomarance e a Volterra, è apparsa una comunità, una possibilità. Assemblea temporanea, rapimento, presenza totale, progetto. Il metodo carcere sperimentato da Punzo in questi anni, trasbordare, trasfigurare, portare contro la realtà per inventarne una più umana, è diventato emozione e pensiero condivisi. Al teatro non si può chiedere di più. La responsabilità oggi diventa di ognuno di noi. Ad Armando Punzo e alla Compagnia ora spetta il teatro stabile in carcere, che da tanto tempo ormai chiedono senza risposta, per rendere questo metodo di ascolto, di provocazione e di creazione con, solido, duraturo. Siamo sicuri che, se verrà, non sarà simile ai teatri stabili che già conosciamo, di tradizione o innovazione che siano: sarà un’altra avventura della mente, del corpo, della poesia.

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Popscene Mecenatismo 2.0. Il fenomeno Kickstarter e le nuove forme di finanziamento della cultura nell’epoca di internet

rubriche

di Ugo Attisani proprio sito di crowfunding musicale, Artistshare, Il 9 febbraio del 2012 il partendo dall’idea che rivolgendosi direttamente alla progetto per la realizzabase degli ascoltatori e appassionati di musica gli arzione di una docking tisti avrebbero potuto sviluppare le proprie idee e i station per Iphone è stapropri progetti con una libertà che i normali canali di to il primo a raggiungefinanziamento e produzione non erano più in grado re la cifra di un milione di offrire. Artistshare, attraverso il suo creatore, è addi dollari raccolti attradirittura riuscito a codificare questa nuova forma di verso la piattaforma di raccolta di investimenti per la produzione culturale finanziamento on line in una patent, più o meno corrispondente ad un noKickstarter, uno tra i stro brevetto. Da quel giorno numerose altre iniziatipiù noti siti di crowdve in questo senso hanno fatto la loro comparsa sulla funding, ovvero di firete, fino, appunto, a Kickstarter, che nel giro di soli nanziamento condiviso Ugo Attisani tre anni, grazie al numero di progetti sviluppati e soattraverso la rete, e siprattutto all’importanza e alla fama degli artisti e curamente il più rilevante in ambito di supporto allo creatori coinvolti, è riuscito a destare l’attenzione dei sviluppo di progetti di carattere creativo o artistico. media più importanti. La rapida ascesa di questo sito, Nello stesso giorno, soltanto poche ore dopo, la casa come quella di molti altri simili operanti anche in di produzione di videogame Double Fine Producambiti diversi da quello culturale, ha ovviamente antions, dietro la quale si cela il team di programmazioche evidenziato alcuni punti di fragilità di un sistema ne di alcuni classici dei videogiochi degli anni Ottandi finanziamento condiviso, per lo più da individuare ta e Novanta come Maniac Mansion e Monkey Isnel rischio di frodi per i finanziatori da un lato e nelland, è riuscita a infrangere un altro record, raggiunla poca garanzia della proprietà intellettuale per i gendo la cifra di un milione di dollari meno di 24 ore promotori dei progetti. Questo ha fatto sì che gli stesdopo aver pubblicato sul sito la propria proposta di si imprenditori dietro a queste piattaforme abbiano finanziamento per la realizzazione di un’avventura esercitato una forte pressione nei confronti della pografica, arrivando poi a raccogliere la ragguardevole litica americana, pressione che è sfociata nell’approsomma complessiva di oltre tre milioni. Questi due vazione bipartisan da parte del Congresso degli Stati eventi, curiosamente avvenuti a distanza di tempo Uniti del JOBS Act (Jumpstart Our Business Startups ravvicinata, rappresentano però soltanto il vertice di Act), una legge che si occupa di regolare in modo orun fenomeno nato tre anni fa, quando Perry Chen, ganico la materia del crowdfunding. Quest’ultimo Yancey Strickler e Charles Adler hanno dato vita a fatto, unito anche all’interessante definizione data a questo sito che, pur non essendo il primo né nella orKickstarter da parte del New York Times, che lo ha mai già piuttosto larga galassia delle piattaforme di paragonato alla moderna e popolare versione della crowdfunding, né tantomeno nel più specifico ambiNEA (National Endowment for the Arts), l’agenzia to di quelle dedicate al finanziamento di progetti culindipendente del governo americano che si occupa di turali, ha saputo attirare le attenzioni dell’opinione supportare e finanziare i progetti di eccellenza artistipubblica su un fenomeno in origine relegato soltanto ca, dovrebbe probabilmente far riflettere chi, a tutti i agli addetti ai lavori. In realtà, infatti, l’idea di sfrutlivelli, sia produttivi che tare le potenzialità di comuamministrativi, si occupa nicazione e partecipazione di arte e cultura nel nostro condivisa della rete per repaese, dato che, nonostanperire i fondi necessari a fite tutto, qui in Italia semnanziare iniziative artistibrano essere ancora al che o creative, altrimenti centro del dibattito tematiescluse dai canali economiche quali il finanziamento ci tradizionali, risale ai pripubblico della cultura, mi anni del decennio scorl’entità dell’Iva da appliso, addirittura prima che si care da parte del Governo diffondessero gli attuali sosugli ebook o l’opportunicial network. Nel 2000 intà o meno di regolamentafatti Brian Camelio, musicire gli sconti da parte delle sta jazz indipendente, deci- I creatori di Kickstarter, da destra Charles Adler, Perry Chen e librerie. se di creare il primo vero e Yancey Strickler


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Ultim’ora da Laziodisu Il campus: luogo di studio, luogo di vita. Il diritto allo studio al centro di un incontro internazionale di Gianpiero Gamaleri

Gianpiero Gamaleri

fronto di grande utilità. L’occasione è stata data dal IX Simposio internazionale dei docenti universitari, che ha dedicato un’apposita sessione al tema “Il campus: luogo di studio, luogo di vita” a sottolineare che il percorso dello studente non si esaurisce con la frequenza alle lezioni e nei contatti con i docenti in occasione degli esami e la preparazione e discussione della tesi, ma si arricchisce di tanti altri momenti di socializzazione. In pratica, grazie anche all’utilizzo di collegamenti in rete via skype, si è potuto in tale occasione valutare i servizi offerti agli studenti universitari da diversi paesi sia europei come Francia, Germania e Spa-

gna sia del Mediterraneo che anche d’oltreoceano come nel caso del Brasile. L’Italia era rappresentata da molti responsabili di diversi enti regionali tra cui Laziodisu nonché dalla loro associazione nazionale - Andisu – attraverso la presenza del suo presidente Marco Moretti. Sebbene dal raffronto della realtà italiana con quella degli altri paesi sia emerso che ancora si deve lavorare in Italia per raggiungere alcuni standard europei e per far sì che i nostri studenti universitari possano godere delle stesse prerogative dei loro coetanei europei, sono venuti alla luce dati significativi che lasciano ben sperare in politiche per il diritto allo studio sempre più efficaci. Lo scorso anno sono state date in Italia 181.312 borse di studio dagli enti regionali su un totale di 937.077 studenti regolarmente iscritti in tutte le università, in pratica una borsa ogni sei studenti. Inoltre ci sono 43.066 posti letto, gratuiti per i detentori di borsa. L’incontro ha visto anche la partecipazione di rappresentanti delle Fondazioni C.E.U.R. e RUI e ha stabilito un proficuo raffronIntervento di Achim Meyer auf der Heyde, presidente dell’ente per il diritto allo studio tedesco to tra iniziative pubbliche e private. Si è parlato in chiave storica della realtà dei collegi universitari in cui si sono formati molti esponenti della classe dirigente passata e attuale. Le residenze universitarie si sono dimostrate non solo luoghi di permanenza ma anche crogiuoli di dibattiti culturali capaci di selezionare i miTra i partecipanti al Simposio il presidente dell’ANDISU Marco Moretti e il presiden- gliori talenti delle diverse nazioni. te Laziodisu Roberto Pecorario Dal 21 al 23 giugno 2012 i maggiori responsabili ed esperti in tema di borse di studio, di residenze universitarie, di luoghi di ristorazione, di servizi ai diversamente abili, di iniziative culturali, di attività sportive e altri servizi che arricchiscono l’esperienza universitaria, si sono ritrovati a Roma per un con-

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Non tutti sanno che... Palazzo Massimo in Lingua dei Segni. Un progetto della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma, della Facoltà di Ingegneria di Roma Tre e dell’Istituto Statale Sordi di Roma di Luca Passi gegneria e la Soprintendenza Speciale per i Beni ArIl 20 aprile scorso, prescheologici di Roma. so Palazzo Massimo a La seconda fase invece, è stata di natura prettamente Roma, è stata presentata tecnica. Ci si è soffermati, ad esempio, per i sordi l’applicazione per tablet sulla qualità dei video e sulla dimensione del suppore smartphone, in Lingua to (Ipad e Tablet), si è tenuto conto della loro necesdei Segni Italiana (LIS) sità di visualizzare i video su supporti di dimensioni e American Sign Lanmaggiori ai 7 pollici; mentre per i beni culturali sul guage (ASL), per il layout e sulla valorizzazione del percorso museale e Museo Nazionale Rodelle opere. mano-Palazzo MassiSulla base delle esigenze esposte è stato definito il mo. Tale applicazione o codice di sviluppo (Lua, Javascript, Css) e scelto il guida che dir si voglia, formato video più adatto e il font da utilizzare al fine ha l’intento di fornire di Luca Passi di garantire la fruibilità dell’applicazione su più supuna piena accessibilità a porti. L’applicazione è stata sviluppata per essere tutti i cittadini che vogliono riconquistare gli spazi supportata sui principali software di utilizzo comune dell’arte e dell’archeologia. come IOS e Android. L’iniziativa ha avuto come ente promotore la SoprinL’applicazione si avvia con la schermata di presentatendenza per i Beni Archeologici di Roma e ha coinzione con il logo di Palazzo Massimo e la dicitura volto la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Lingua Italiana dei Segni. Successivamente si acceStudi di Roma Tre e l’Istituto Statale Sordi di Roma de ad un menù di secondo livello che indica i piani (ISSR). del museo e presenta sullo sfondo immagini alternaIl progetto, sviluppato nell’arco di otto mesi, ha viste. In basso, sulla destra, trovano posto due ulteriori suto sostanzialmente due fasi. voci: “Mappe”, che permette al visitatore di orientarLa prima fase, che potremmo definire conoscitiva e si all’interno del museo e “Menù”, che rimanda alla di ricerca, ha visto la collaborazione tra un gruppo di pagina principale. lavoro dell’Università degli Studi di Roma Tre e un L’applicazione sarà resa disponibile, gratuitamente, altro della Soprintendenza Speciale per i Beni Arsia sullo store Android che su quello Apple attraverso cheologici di Roma. gli account istituzionali di tutti gli enti coinvolti. Il team di Roma Tre era formato da Paolo Mele, PreInoltre, tale applicazione rappresenta una novità side della Facoltà di Ingegneria, dall’ing. Franco Minell’ambito museale italiano. Non esistono infatti aplicchio, responsabile del progetto per la Facoltà di plicazioni, dedicate ad utenti sordomuti, sviluppate Ingegneria e da Guglielmo Mizzoni; quello della Soper un museo pubblico. printendenza da Tiziana Ceccarini, Silvia d’Offizi e L’altro elemento da non sottovalutare sono stati i Mara Pontisso. tempi di realizzazione ed i costi di Durante gli incontri, che hanno avutale progetto. to una cadenza mensile, sono stati In tempi di austerity e ristrettezze valutati la tecnologia e i supporti da il conseguimento di tale risultato è usare per lo sviluppo dell’applicastato senza mezzi termini un suczione ed è stata effettuata un’ analisi cesso per tutti. del budget a disposizione. In conInfine il confronto e l’intesa con temporanea si è proceduto dal punto la Soprintendenza ha aperto le di vista amministrativo a stipulare porte a nuovi spunti di collaborauna convenzione tra l’Università degli Studi Roma Tre, la Facoltà di In- Museo Nazionale Romano-Palazzo Massimo zione futura. Sabato 10 novembre 2012 la Pastorale Universitaria ha programmato il X pellegrinaggio dei giovani universitari ad Assisi. L’iniziativa è rivolta a tutti gli studenti degli Atenei romani. Si parte alle 7.00 davanti ai luoghi stabiliti dalle Cappellanie. La quota di partecipazione è di 10 euro. Per informazioni: padre Angel Alba: aalba@adsis.org oppure don Pino Fanelli: giuseppe.fanelli@stpauls.it.


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Tutta la realtà è relazione Una giornata di studio su Raimon Panikkar

Il dipartimento di Filosofia in collaborazione con il Cirpit (Centro Interculturale dedicato a Raimon Panikkar) ha organizzato, il 14 maggio scorso, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, una giornata interamente dedicata al filosofo spagnolo. Un’occasione per conoscere e approfondire il suo pensiero e la sua Giulia Pietralunga Cosentino dottrina che offrono non pochi spunti di riflessione per leggere e provare a comprendere la realtà che ci circonda. A guidare i presenti si sono susseguiti numerosi interventi coordinati da Maria Roberta Cappellini, presidente del Cirpit e da Giuseppe Cognetti, docente dell’Università di Siena, intervallati da proiezioni audiovideo con significativi contributi tratti da interviste e conferenze che Panikkar ha tenuto durante tutta la sua intensa attività. Raimon Panikkar è nato il 3 novembre 1918 a Barcellona da padre indiano e hindù e da madre catalana e cattolica. Fin da bambino, dunque, poté adottare, coltivare e parlare di tradizioni diverse nelle quali non si è mai sentito estraneo. È vissuto in India, a Roma (dove è stato libero docente dell’Università), e negli Stati Uniti. Nel 1987 è tornato in Catalogna e ha stabilito la sua residenza a Tavertet dove ha continuato a tenere corsi, seminari e incontri su temi filosofici, religiosi, culturali e di approfondimento delle diverse tradizioni dell’umanità. L’enorme attività di Raimon Panikkar, qui appena accennata, deriva il suo significato profondo dalle idee e dalle esperienze che l’hanno ispirata. Nel corso della sua vita ha mantenuto un intenso contatto con l’India dove si recò per la prima volta nel 1954. La sua formazione intellettuale, fra Occidente e Oriente, gli ha consentito di riflettere nella sua opera un dialogo filosofico costante tra tradizioni, ideologie e credenze diverse, assolutamente non convenzionale. Il nucleo del pensiero di Panikkar può essere racchiuso nella sua concezione della realtà. La realtà non ha struttura, ma si esprime nell’interconnessione di tutto con il tutto. La filosofia è cogitare e colligere, pensare e raccogliere. Il suo pensiero, ispirato dal Raimon Panikkar

principio advaita (né monista, né panteista, né dualista), propone una visione dell’armonia, della concordia, che vuole scoprire “l’invariante umano” senza distruggere le diversità culturali che mirano tutte alla realizzazione della persona in un continuo processo di creazione. Il dialogo non è per gli uomini un lusso, ma qualcosa di strettamente necessario. E il dialogo, soprattutto interreligioso, ha un ruolo importante. Panikkar non ha mai inteso questo dialogo come un dialogo astratto, teorico, un dialogo basato esclusivamente sulle credenze, ma come un dialogo umano che scende in profondità, nel quale si cerca la collaborazione dell’altro per la mutua realizzazione, dal momento che la saggezza consiste nel sapere ascoltare. E la creazione avviene ogni giorno, è un fatto pratico, concreto. Attraverso il suo pensiero è possibile leggere la realtà e immaginarla in maniera diversa, cercando un modo di vivere nuovo, forse più umano. Negli anni Ottanta Panikkar utilizzò il termine terricidio, stigmatizzando lo sfruttamento intensivo della terra che ci sostiene, per descrivere l’epoca in cui viviamo. Con una visione concreta e anche globale dell’esistenza, Panikkar ha, quindi, inteso difendere non solo l’armonia tra gli uni e gli altri e con noi stessi, ma anche e soprattutto la nostra armonia con la natura; nei suoi scritti ha difeso la sacralità della vita e la sua inviolabilità, denunciando come si sia perduta la sensibilità per la sacralità della materia. L’ecosofia, altro concetto cardine della dottrina del filosofo, è la nuova saggezza della terra. Ciò che è umano, ciò che è infinito o divino e ciò che è materiale, non sono tre realtà separate ma i tre aspetti di un’unica realtà. E questa è stata la sua intuizione cosmoteandrica o teandropocosmica che invita a vivere in maniera armonica con il tutto. Nelle sue riflessioni trapela la lucida consapevolezza dell’impossibilità di una crescita economica infinita e la contraddittorietà che caratterizza il concetto occidentale di sviluppo. É necessario un cambiamento, un’inversione di rotta rispetto al modello dominante di crescita e di accumulazione illimitata. Una decrescita felice, citando Serge Latouche, che possa far immaginare non solo un nuovo tipo di economia, ma anche una nuova e più equilibrata società nella quale ciascuno è protagonista della propria vita ed è partecipe della comune avventura umana dell’aver cura della realtà intera.

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di Giulia Pietralunga Cosentino

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Città dell’altra economia Memorie del territorio e ricerca di un futuro ecosostenibile

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di Francesca Gisotti Tre giorni per riflettere su un sistema “alternativo” di sviluppo produttivo. Tre giorni dedicati al confronto fra le diverse realtà culturali e sociali del nostro territorio. Dal 30 marzo al 1° aprile scorsi, la Città dell’Altra Economia è stata lo scenario di un susseguirsi ininterrotto di performance artistiFrancesca Gisotti che, esposizioni, dibattiti, aventi come filo conduttore la necessità di ripensare le politiche organizzative della città di Roma, in vista di percorsi collettivi mirati alla salvaguardia dell’equilibrio ambientale e alla sperimentazione di nuove progettualità ecosostenibili. Tutto questo in uno spazio fortemente inscritto nella memoria storica dei romani, l’ex mattatoio di Testaccio, un luogo che negli ultimi anni è diventato un vero e proprio cantiere culturale, con la presenza, al suo interno, oltre che del CAE, anche dell’Università Roma Tre, del MACRO, dell’Accademia di Belle Arti. Una fervente rete di attività artistiche in grado di restituire un’immagine diversa ad un complesso edilizio, per molto tempo, considerato come parte “aliena” rispetto al contesto urbano di riferimento. Nuove preoccupazioni sono ora legate alla volontà dell’amministrazione comunale di affidare a nuovi soggetti lo spazio così sapientemente gestito dal Consorzio Città dell’Altra Economia. I tre giorni hanno così voluto rappresentare una sorta di summa delle tante iniziative portate avanti fino ad ora. Durante l’evento, è stato possibile visitare un’esposizione dedicata all’Eco Arte e all’Eco Design. La mostra, curata da Sonia Mazzoli dell’Associazione Nuova Bauhaus, ha visto la partecipazione di alcuni importanti artisti del nostro territorio che, attraverso il riciclo dei materiali più svariati, hanno proposto un nuovo modo di concepire l’Arte, vissuta sia come un “percorso di ricerca interiore”, sia come un’occasione per dare nuova forma a oggetti del vivere quotidiano. Ecco allora che a farla da protagonisti sulle tele c’erano scarpe, scarti di travi, buste di plastica, cd rom, pellicole, addirittura camere d’aria di ruote di biciclette; spesso “scarti” altamente inquinanti che sono stati invece scelti come strumenti di congiunzione fra l’io e lo spazio circostante. Altrettanto suggestive alcune installazioni: un vecchio tronco d’albero trasformato in una “creatura” fiabesca, con una fonte di luce invisibile al suo interno, una sedia “intrappolata” in un intreccio di

corde, canne di bambù “impreziosite” da nastri adesivi su cui sono state trascritte le poesie di Alda Merini. Occasioni uniche per educare lo sguardo ad un’osservazione libera dalla gabbia dei vecchi schemi consolidati. Stessa logica di apertura ha animato l’iniziativa del baratto, promossa dall’Associazione Airbnb. Vecchi oggetti, destinati ad essere buttati dai propri proprietari, sono invece stati riqualificati attraverso una targhetta descrittiva della propria storia personale, diventando così strumento di condivisione fra i vari partecipanti all’evento. E hanno rappresentato un’occasione di “scambio”, in questo caso di idee e proposte, anche i diversi dibattiti tenutisi nella Sala Conferenze Renato Biagetti e incentrati sulla necessità di un ripensamento del modello urbanistico e culturale della Capitale. Fra gli interventi particolarmente significativi quello di Andrea Baranes che ha raccontato l’esperienza del Teatro Valle come esempio importante di gestione “dal basso” di uno spazio artistico, un possibile punto di partenza per ripensare il rapporto fra pubblico e luoghi della cultura. Spazi e luoghi reali ma anche spazi e luoghi virtuali come quelli di cui si occupa da diverso tempo Binario Etico, una società Cooperativa che opera all’interno della Città dell’Altra Economia e che, da alcuni anni, è impegnata a sostenere un uso più consapevole delle nuove tecnologie. Attraverso la promozione del software Libero e di un utilizzo dei mezzi informatici che rifiuti la logica dell’usa e getta, Binario Etico propone alternative di recupero dei computer ormai in disuso, evitando così la dispersione dei suoi componenti estremamente nocivi. Fra i momenti più significativi dei tre giorni va menzionata la proiezione del documentario di Ilaria Jovine In Piazza. La giovane regista e sceneggiatrice ha voluto “raccontare” una storia: quella di Piazza Testaccio, un luogo simbolo per i romani che, dopo quasi cento anni, sta per perdere la propria funzione di mercato rionale per tornare ad essere luogo di passaggio. Di fronte alle testimonianze di coloro che quella piazza l’hanno abitata, la macchina da presa quasi scompare, registrando, senza interferire, un universo di volti e parole in preda ad un groviglio di emozioni. Confusione, disorientamento e rabbia, ma soprattutto la nostalgia di un tempo che non tornerà e di cui ora non restano che istantanee in bianco e nero custodite nei cassetti della memoria. Ed è questa stessa “paura di perdita” che ha alimentato e continua ad alimentare i progetti del CAE. La paura di perdere la nostra identità culturale e territoriale, riducendoci ad essere “passanti distratti” di uno spazio in cui transitiamo… senza viverlo.


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Il guardiano della foresta Lorax alla ricerca di un vero albero che ci ricordi chi siamo di Matteo Spanò

C’era una volta… È

così che iniziano tutte le grandi favole. E Lorax, il guardiano della foresta, possiede tutte le carte in regola per annoverarsi tra queste, affrontando, o meglio ancora scontrandosi, con la realtà di un ambiente eternamente conteso tra sviluppo e ritorno alle origini. Matteo Spanò Basato su Il Lorax, un libro per bambini pubblicato nel 1971, il film si fa portavoce della fantasia visionaria e della creatività linguistica proprie della poetica dell’autore. Theodor Seuss Geisel, più conosciuto con lo pseudonimo di Dr. Seuss, è stato uno degli scrittori americani per l’infanzia più stimati di tutti i tempi, è dalla sua penna che è uscito il forse più celebre Grinch. Il contenuto “didattico” delle sue opere non risiede solo nella morale delle storie, ma anche nel fascino conferito alla parola, sapientemente proposta in rime o teneramente cullata nell’apparente veste di musical. Sullo sfondo di una città sintetica priva di qualsiasi forma di natura, il giovane Ted è alla ricerca di un vero albero per riuscire a far colpo su Audrey, una ragazza il cui sogno sembra utopico ed irraggiungibile in un contesto in cui l’aria pura è a pagamento e i fiori dei giardini sono fatti di cartone. L’amore porta Ted a spingersi oltre i confini della piccola Thneedville, al di fuori dei quali scopre il mondo reale, lo stesso mondo in cui conoscerà Once-Ler, un anziano e bisbetico eremita che attraverso il racconto della sua storia riuscirà a fornire al giovane la conoscenza e con essa l’ultimo seme dell’albero di truffola, simbolica speranza di una inattesa rinascita. «Perché a meno che uno come te non ci tenga molto, niente andrà meglio, o sarà risolto». Con queste parole Once si rivolge a Ted. A meno che noi per primi, non avremmo il coraggio di prendere parte attiva nella lotta per l’ambiente, lo sviluppo e la tecnologia ci porteranno brevemente di fronte a scelte drastiche, là dove una direzione esclude definitivamente l’altra. Un arcobaleno di co-

lori, figure animate e testi musicati, un esercito bizzarro per fronteggiare una guerra che si rinnova di giorno in giorno coinvolgendo gli attori più disparati. Un esercito che arruola ambientalisti, sognatori, bambini e soprattutto gente comune, tra loro chi, come noi, immagina come sarebbe triste sdraiarsi su prati di cemento giocando a strappare i petali di margherite made in China. Intrappolati in una modernità che altera e gioca con la scala dei valori necessitiamo spesso di ancore d’umiltà che proprio come le radici di un albero o le fondamenta di una casa ci tengono radicati a quello che siamo realmente, ricordandoci da dove veniamo. Ed allora è bene che Lorax parli il linguaggio della natura ed è bene che ne sia la voce, avanguardistico promemoria collettivo, caleidoscopico messaggio di riflessione dai molteplici destinatari. Noi che siamo soliti accettare l’idea che esista solo il bianco e il nero, perché in fondo è più facile schierarsi che faticare alla ricerca delle vie di mezzo. Noi che diamo per scontata l’alba e il tramonto, persino del sole non riusciamo più a ricordare il tragitto, tanto che il nostro sguardo raramente si alza al cielo, preso come il resto del nostro corpo da quella routine che tutto soffoca e rapisce, pensiero incluso. Noi che in fondo lo sappiamo bene, sappiamo che c’è bisogno di un cambio di paradigma, di una svolta decisiva, ogni qual volta ci si presenta l’occasione di scegliere, perché in fondo è solo questione di volontà. Crescere non significa necessariamente seguire una direzione, quanto piuttosto percorrere un passo con la consapevolezza di non dover tornare indietro di due. Arriverà il giorno in cui i fiumi saranno privi di pesci, come la terra priva di petrolio, il giorno in cui dovremo passare alla cassa e pagare il conto, in esso saranno elencate le nostre scelte politiche, sociali, economiche ed etiche. Non è un caso che negli ultimi decenni siano nati movimenti come il Venus Project, o Zetgeist, o gruppi dediti ad uno sviluppo sostenibile con l’obiettivo di stabilire una nuova relazione di equilibrio biologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità tra gli stessi esseri umani. Per quanto sia insito nella nostra stessa natura cercare di agguantare il futuro con la mano del presente, dobbiamo tenere conto che esso stesso ha un animo antico e dal passato più remoto trae origine. Cos’è quindi il futuro, se non la somma delle nostre scelte?

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Rwanda: 18 anni dopo Ciò che l'occhio ha visto il cuore non dimentica di Gaia Bottino Sono trascorsi 18 anni dal 6 aprile 1994, data d’inizio del genocidio in Rwanda che causò lo sterminio di 800000 persone di etnia Tutsi ad opera della maggioranza Hutu. In memoria di quei tragici avvenimenti che hanno segnato per sempre la storia del Rwanda, l’OsservatoGaia Bottino rio sul razzismo e le diversità dell’Università Roma Tre insieme alla “Famiglia Igihozo” (www.igihozo.it), appartenente all’associazione degli studenti ruandesi sopravvissuti al genocidio (GAERG), ha organizzato il 7 aprile scorso una giornata di studio presso l’Ospizio Salesiano Sacro Cuore. L’incontro ha visto l’intervento di Michela Fusaschi, antropologa ed autrice del volume vincitore del premio Iglesias Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio ruandese e delle studentesse ruandesi Grâce Umuhire, Honorine Mujyambere, Yvonne Ingabire, Béata Uwase della “Famiglia Igihozo”, scampate al genocidio. La giornata ha avuto inizio con un momento di raccoglimento e di preghiera in ricordo delle vittime. Pochi minuti dopo la proiezione di un video ha ripercorso alcuni episodi del massacro dell’etnia Tutsi, facendo riaffiorare dolori incancellabili nelle menti e nei cuori di alcuni dei presenti, i rescapés, coloro che hanno vissuto in prima persona l’orrore di quei giorni. Nella sala sono risuonate come un incomprensibile grido di gioia le parole di uno speaker di Radio Televisione Libera Mille Colline, emittente radiofonica indipendente fondata nel 1993 dalla Coalizione per la Difesa della Repubblica con l’obiettivo di diffondere l’odio etnico contro i Tutsi: «Ral-

legriamoci, amici miei. Gli scarafaggi sono stati sterminati. Rallegriamoci, amici miei. Dio non è mai ingiusto. Se sterminiamo definitivamente gli scarafaggi nessuno al mondo ci verrà a giudicare». Così è stato. I Tutsi sono stati abbandonati al loro destino sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale che, in alcune circostanze, si è rivelata complice dello sterminio di migliaia di innocenti, ostacolando addirittura la cattura degli assassini. Michela Fusaschi ha sottolineato come soltanto nel XX secolo, i genocidi abbiano mietuto vittime più di tutte le guerre del globo. I rescapés, i sopravvissuti, oltre a portare sempre con loro il dolore per la perdita dei loro cari, vengono minacciati ancora oggi per evitare che la loro testimonianza venga ascoltata dall’opinione pubblica. I rescapés sono coloro che sono passati dall’inferno e ne sono usciti miracolosamente vivi, per questo provano un sentimento di senso di colpa e vergogna: «Quella vergogna che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri», come scriveva Primo Levi nel suo saggio I sommersi e i salvati. I rescapés vogliono non solo ricordare ciò che è successo ma impegnarsi in prima persona perché fatti del genere non avvengano mai più nella storia. «È necessario guardare al futuro con un occhio al passato» ha detto Honorine Mujyambere, in Italia da quattro anni per un dottorato di ricerca in ingegneria all’Università di Ferrara «Avevo 13 anni quando è iniziato l’incubo del genocidio. Sono rimasta orfana. All’inizio pensavo che il dolore si sarebbe attenuato con il passare degli anni ma ora mi rendo conto che è cresciuto insieme a me. Abbiamo deciso di creare l’associazione GAERG con l’obiettivo di ricreare delle famiglie artificiali composte da un padre e da una madre che spesso hanno la stessa età dei loro “figli”; questi neo-nuclei familiari sostituiscono le vecchie famiglie biologiche decimate durante il geno-


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cidio e i componenti si sostengono a vicenda moralmente ed economicamente». Non è un caso che il termine IGIHOZO in ruandese significhi «coloro che portano la consolazione». Yvonne Ingabire, in Italia da dodici anni e studentessa in relazioni internazionali, si è soffermata in particolare sulle difficoltà delle donne sopravvissute al genocidio: «Le donne rimaste vedove che vivono nelle aree rurali hanno dovuto sobbarcarsi del lavoro agricolo, perlopiù pesantissimo. Per quanto riguarda l’ambito urbano la disparità uomo-donna si sta progressivamente riducendo anche se c’è ancora molto da fare – ha spiegato Yvonne – si tratta di una società ancora prettamente maschile, dove i lavori dirigenziali sono occupati per l’81% da uomini, mentre le donne ricoprono oltre il 70% degli incarichi nelle segreterie e nell’amministrazione. È il cosiddetto “tetto di cristallo”: oltre un certo livello dirigenziale la donna non arriva». Béata Uwase ha 22 anni e frequenta la Facoltà di

Medicina all’Università La Sapienza di Roma. Durante il genocidio ha perso ventidue familiari: «Ho pianto molto per la mia famiglia. Ma il momento del pianto è finito e sono diventata una donna che lotta». Béata ha parlato delle centinaia di donne Tutsi vittime di abusi sessuali che, a seguito della violenza, hanno contratto il virus dell’HIV: «Molti bimbi nati dalla violenza sono stati abbandonati, o peggio, le madri si sono suicidate. Gli stupratori, poi, spesso erano vicini di casa, persone con cui il giorno prima prendevi il tè o con cui lavoravi nei campi. E anche se si sono fatti passi avanti ci sono tutt’oggi molte verità che è ancora difficile far emergere». Béata, Grâce, Honorine e Yvonne non hanno odio o rancore negli occhi per quello che hanno subito: sono riuscite a dare un significato al loro dolore e a lottare perché il Rwanda possa ricostruire dalle macerie di un passato tormentato, un presente e un futuro diversi per le nuove generazioni.

Il lavoro propone una ricerca delle ragioni profonde del conflitto che ha sconvolto il piccolo paese africano, analizzandone le premesse storico-antropologiche. L’autrice intraprende una completa rilettura della vasta letteratura etnografica e sociologica sul Rwanda, affrontando in particolare la revisione critica dei concetti di etnia e conflitto etnico impiegati indiscriminatamente quali categorie. Michela Fusaschi, Hutu-tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 da www.bollatiboringhieri.it

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Storia e memoria nel prisma del diritto Ricostruire il passato per costruire il futuro di Claudia Morgana Cascione e Margherita Colangelo Nelle giornate del 31 maggio e 1° giugno scorsi, si è tenuto presso l’Aula del consiglio dell’Università di Roma Tre, il convegno Ricostruire il passato per costruire il futuro: storia e memoria nel prisma del diritto, organizzato nell’ambito del progetto di ricerca PRIN 2008 Le ferite della storia e il diritto riparatore: un’indagine storico - comparatistica. Il convegno, coordinato dal responsabile scientifico nazionale del progetto, prof. Vincenzo Zeno Zencovich, coadiuvato dai responsabili delle unità locali di ricerca, prof. Giorgio Resta (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”), prof. Aldo Mazzacane (Università degli Studi di Napoli “Federico II”) e prof. Luigi Nuzzo (Università del Salento), ha rappresentato lo sbocco conclusivo di una ricerca biennale che ha visto coinvolti comparatisti e storici del diritto nell’analisi delle problematiche concernenti le intersezioni tra storia - memoria - diritto e, in particolare, quelle riguardanti la cosiddetta “giuridificazione della storia”. Il problema dell’interazione tra diritto e memoria si è imposto negli ultimi anni all’attenzione della cultura giuridica europea. Ne sono testimonianza i numerosi studi dottrinari, la casistica giurisprudenziale e il proliferare delle cosiddette “leggi sulla memoria”, ossia testi normativi volti a prefissare una lettura ufficiale determinati eventi storici, proteggerne il ricordo e diffonderne la conoscenza presso la generalità dei consociati. Il tema del confronto con il passato pone innumerevoli e complessi interrogativi. Un primo ordine di interrogativi concerne il profilo della “riparazione dei pregiudizi della storia” (questo è il titolo di un celebre convegno organizzato nel 2007 dalla Cour de Cassation francese): la responsabilità civile rappresenta uno strumento adeguato per riparare le ferite della storia? È utile introdurre nell’ordinamento giuridico apposite “leggi sulla memoria”? Quali sono le risposte emergenti nei diversi ordinamenti rispetto al fenomeno del negazionismo? Esiste un “diritto alla memoria” e, se sì, chi può rivendicarlo e con quali strumenti di tutela? Non solo. Lo studio della dialettica tra diritto e memoria, nell’ottica di definire un’identità condivisa e di contrastare il fenomeno del negazionismo (oggi come mai al centro del dibattito pubblico), non può tralasciare ulteriori quesiti: fino a che punto possono legittimamente limitarsi, in un sistema costituzionale, la libertà di espressione e la libertà della ricerca storica? Come selezionare gli eventi della storia meritevoli di una “memoria protetta” senza cadere nel rischio dell’arbitrarietà o persino nella reverse discrimination? Per la molteplicità e varietà dei profili problematici

connessi alla tematica, uno studio esaustivo del tema non può prescindere dal lavoro congiunto di giuristi e storici. Tuttavia estremamente rare sono le indagini condotte in maniera interdisciplinare. In questa prospettiva, il progetto di ricerca PRIN 2008 Le ferite della storia e il diritto riparatore: un’indagine storico - comparatistica si è proposto di contribuire a colmare tale lacuna, coniugando la sensibilità del comparatista con quella dello storico del diritto per realizzare un’analisi ad ampio raggio circa il problema dei rapporti tra diritto e memoria. I risultati delle ricerche condotte sono stati presentati e discussi nel sopra citato convegno conclusivo, organizzato in occasione della scadenza temporale del progetto. Già nel gennaio 2011, i primi risultati del gruppo di ricerca erano rifluiti nel primo convegno Le ferite della storia e il diritto riparatore; in quella sede, giuristi e storici, italiani e stranieri, si erano confrontati sulle modalità in cui il diritto, nelle esperienze giuridiche contemporanee, è intervenuto a riparare le ingiustizie della storia, individuali e collettive (si veda, ad esempio, il caso dell’Holocaust litigation), valutandosi, parimenti - in una prospettiva sovranazionale e comparata - quali rimedi il diritto offre a tale scopo. L’attenzione si era altresì appuntata sull’utilità dell’introduzione di apposite “leggi sulla memoria”, vagliandosi il problema del rapporto tra tali leggi e libertà di espressione, al fine di valutare presupposti e limiti di ammissibilità della regolamentazione pubblica dei discorsi sul passato. In questa prospettiva, era stata approfondita la questione del negazionismo, comparando le soluzioni emergenti a livello internazionale e discutendo le prospettive di riforma del diritto interno. Il convegno della primavera 2012 si è collocato nella medesima prospettiva, approfondendo talune delle questioni già messe sul tappeto e tentando di rafforzare il dialogo interdisciplinare avviato, con l’obiettivo di muovere dalla storia del diritto al “diritto della storia”. In tale ottica, i relatori intervenuti hanno approfondito, sia pur nella diversità degli approcci e degli specifici settori di indagine, la questione se la ricerca storica stia subendo un processo di “giuridificazione” e con quali modalità ed esiti. Il successo delle iniziative intraprese e della ricerca svolta hanno indotto gli organizzatori a raccogliere l’insieme delle relazioni tenutesi nei due convegni in un’unica pubblicazione che sarà disponibile nei prossimi mesi. Tutti i materiali sono comunque consultabili sul sito https://www.sites.google.com/site/storiaediritto/home.


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Ischia Film Festival Quando lo spettacolo è il territorio di Francesca Gisotti Si è tenuta dal 30 giugno al 7 luglio l’ultima edizione dell’Ischia Film Festival. Nata nel 2003 per iniziativa di Michelangelo Messina, questa manifestazione non rappresenta soltanto una semplice rassegna cinematografica, bensì un’occasione unica per valorizzare due delle risorse principali del noFrancesca Gisotti stro Paese: arte e territorio. Il Festival è infatti dedicato a tutte quelle opere cinematografiche in cui l’ambientazione, lungi dall’essere un mero scenario, è invece protagonista della vicenda. Del resto quante pellicole sarebbero totalmente inimmaginabili in una location diversa rispetto a quella scelta dal regista. Se il cinema è l’arte dell’immaginario per eccellenza, vien da sé che esso si nutra essenzialmente di atmosfere, veli sottili ed impalpabili in grado di avvolgere contemporaneamente il mondo fuori e dentro lo schermo. Ecco quindi che allo spettatore viene offerta l’occasione di intraprendere un viaggio che non è solo immersione in una storia, bensì lo spostamento in un contesto altro, fatto di spazi, cultu-

re, colori e chissà forse un giorno anche odori e sapori. L’Ischia Film Festival si pone proprio l’obiettivo di riflettere su questo stretto legame fra realtà territoriale e sua trasposizione cinematografica, con particolare riguardo verso quei lavori incentrati su alcune problematiche specifiche legate al contesto ambientale e sociale. Lo fa all’interno di uno scenario che è già di per sé un set, quello del Castello Aragonese, un’imponente fortezza a picco sul mare, in grado di regalare emozioni quasi di straniamento ai suoi visitatori. Come ogni anno, l’evento ha visto la partecipazione di importanti protagonisti del settore cinematografico, come i registi Francesco Patierno (presente con il film Cose dell’altro mondo) e Paolo Genovese (vincitore del “Premio Castello Aragonese”, per la migliore regia, con il film Immaturi), ma anche di esponenti delle amministrazioni locali, giornalisti, rappresentanti delle Film Commission. Accanto alle proiezioni e al concorso vero e proprio infatti, il Festival è stato soprattutto luogo di dibattiti e riflessioni, costruiti intorno alla constatazione che il cineturismo rappresenta oggi un’importante risorsa economica per l’Italia. Il desiderio di visitare la location di un film si accompagna infatti all’attivazione di una macchina produttiva che, se ben incentivata, può essere estremamente proficua. Inoltre, esso stimola la conoscenza di località spesso poco note, la cui identità storica rischierebbe costante-

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mente di precipitare in un oblio da evitare a tutti i costi. A tal proposito, ha impressionato particolarmente il film Oroverde, che si è aggiudicato il premio per il miglior cortometraggio. Girato dal regista pugliese Pierluigi Ferrandini, questa intensa pellicola racconta, in pochi minuti, una vicenda realmente avvenuta nel 1935 a Tricase, un piccolo paesino della Puglia. Qui, una giovane ragazza, impiegata in un tabacchificio, si ritrovò testimone dell’uccisione del fratello durante una manifestazione operaia. A rendere l’opera particolarmente preziosa contribuisce il fatto che gli eventi trasposti sullo schermo siano stati narrati al regista proprio da colei che li visse direttamente. Realizzato all’interno del progetto “Memorie” della Puglia Film Commission, questo lavoro costituisce il tassello fondamentale di un più ampio piano di salvaguardia della memoria storica, chiave d’interpretazione di un presente tanto complicato quanto di difficile decodificazione. A tal proposito non si può negare il fatto che le amministrazioni locali giochino un ruolo fondamentale per la realizzazione di opere sul territorio, sia per quanto riguarda la promozione delle possibili location, sia per l’abbattimento dei muri burocratici. A riflettere su queste problematiche è intervenuta, fra gli altri, anche la rappresentante delle Marche Film Commission Anna Olivucci che, in occasione del seminario “Realizzare un prodotto cine-televisivo: il ruolo della Film Commission nel sostegno dell’Industria cinematografica locale”, organizzato dall’OSA (Istituto Europeo di Orientamento allo Spettacolo e Arti Visive), ha proprio sottolineato la necessità di una sinergia fra i diversi soggetti coinvolti nella valorizzazione territoriale. Alla base del problema c’è la visione dell’arte co-

me qualcosa di poco redditizio e perciò spesso trascurabile. In realtà, il cinema offre una pubblicizzazione delle località interessate che nessun altro mezzo di comunicazione sarebbe in grado di eguagliare, indirizzandosi ad un pubblico ampio e colto in un momento di grande coinvolgimento emotivo qual è quello della visione di un film. Per questo rappresenta uno strumento efficace per combattere la crisi sia economica che culturale del territorio, non solo favorendo il turismo, ma garantendo anche lavoro a tutte quelle professionalità tecniche indispensabili per la realizzazione di un’opera cinematografica. Inoltre, elemento non trascurabile, anche se spesso ritenuto “scomodo”, il cinema può servire a far luce su situazioni drammatiche presenti in alcuni contesti, favorendo l’attivazione di una risoluzione immediata. È quanto ci si augura avvenga grazie all’ottimo e coraggioso documentario La crociera delle bucce di banane di Salvo Manzone. Il film dà testimonianza della lotta portata avanti nell’isola di Stromboli da un’agguerrita anziana francese che, da quarant’anni, vive in Sicilia. Il suo obiettivo è quello di incentivare la raccolta differenziata dei rifiuti, in contrapposizione alla scelta dell’amministrazione locale di trasportare le scorie via mare, con conseguenti aumenti delle spese a carico degli abitanti. L’opera fa parte di una più ampia iniziativa, che mira alla sensibilizzazione della regione Sicilia verso la problematica dello smaltimento. La speranza è che manifestazioni come l’Ischia Film Festival non restino casi isolati ma siano portatrici di un nuovo modo di considerare la cultura; non più un bagaglio nozionistico fine a se stesso bensì strumento dinamico di sviluppo.


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