Trame News - 22 Giugno 2017

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Quotidiano del Festival Trame n°2 - 22 Giugno 2017


Trame news | 22 Giugno 2017

La scelta di questo titolo, “Io non ho paura”, per la settima edizione di Trame Festival, non è solo un riferimento letterario. È anche un invito, un appello, un monito. Non avere paura è nostro dovere civile. Non avere paura è l’imperativo categorico di chi, nelle istituzioni democratiche, deve avere la coerenza e la forza di non scendere a patti e non accettare compromessi. Non avere paura è soprattutto una testimonianza da lasciare alle future generazioni, nella consapevolezza che questa è l’unica strada che possiamo seguire per sconfiggere le mafie. La paura si nutre di silenzi, ignoranza e omertà. Per vincerla, occorre parlare, studiare e denunciare. Occasioni come questa, entrata a pieno titolo nel novero dei più importanti festival culturali in materia di legalità e contrasto alla criminalità organizzata, rappresentano uno strumento prezioso per perseguire gli obiettivi che la parte sana della società deve prefiggersi. È per questo , con convinzione, che il Consiglio regionale ha patrocinato Trame Festival. Nel rivolgere a tutti voi il mio saluto personale e quello dell’intera Assemblea legislativa regionale, vi auguro di cuore buon lavoro. Nicola Irto www.tramefestival.it

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Trame news | 22 Giugno 2017

Io non ho paura di fare impresa. Al via gli incontri di Trame 7 con Carlo Loforti, Roberto Tagliavia, Giuseppe De Luca, Anna Lapini Ad aprire le porte alla settima edizione del Trame Festival, illustri nomi della politica locale, dell’economia e della cultura nazionale. «Il nostro dovere civile è quello di non avere paura», dichiara Gaetano Savatteri - direttore artistico della manifestazione –, alludendo al celebre titolo del romanzo di Niccolò Ammaniti, Io non ho paura. Citazione adottata per l’attuale edizione del Festival, così come per il tema dell’incontro, Io non ho paura di fare impresa.

possano cambiare tante cose»: l’Istituto Treccani collabora con il festival da un paio d’anni, in particolar modo attraverso i racconti condotti nelle scuole all’interno del progetto #TiLeggo, che hanno permesso di aprire scenari formativi sul festival. «Essere imprenditori è un’impresa etica», conclude l’autore del romanzo Appalermo, Appalermo!, sulle

disavventure di un aspirante imprenditore. Carlo Loforti attratto dal coraggio di chi, a fare l’imprenditore in questa terra, ci ha provato. Proprio per questo qui, come altrove, vale la frase di Anna Lupini: «il nostro sogno è quello che ogni imprenditore possa dire Io non ho paura di fare impresa». Francesca Gatti

Le imprese, di cui parla Francesco Rivolta, Presidente della Confcommercio, sono un «bene sociale che va tutelato e incentivato» attraverso la creazione di «un territorio economico sano». Il lavoro di Confcommercio - da un paio d’anni partner di Trame Festival– è proprio quello di creare un «ambiente favorevole al mondo delle imprese». «Fare imprenditoria è un grande privilegio» – aggiunge Anna Lapini – incaricata alla legalità per Confcommercio, nonostante le estorsioni sottraggano «oltre 27 miliardi di euro l’anno, e 260.000 posti di lavoro regolari». Anche Loredana Lucchetti – responsabile Libri di Pregio della Treccani.it – è convinta che «dalla cultura si www.tramefestival.it

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Trame news | 22 Giugno 2017

L’informazione cartacea “scomoda” contro “il web, male del mondo”. Incontro con i redattori di Scomodo. SCOMODO, un prodotto editoriale di giovani romani che nasce dal basso per la dilagante assenza di conoscenza, che, secondo i fondatori, è addebitabile alla “catastrofe dell’informazione” veloce, fluida, immediata a discapito dell’approfondimento della notizia. Il web, infatti, viene definito al workshop tenuto nella sala di Palazzo Nicotera, al Trame 7. Festival

dei libri sulle mafie a Lamezia Terme, come «il male del mondo per

l’informazione lenta contro i ritmi frenetici moderni». Lavoro cartaceo quasi utopico che cerca di fermare e far soffermare l’attenzione sulla lettura di un argomento per stimolare la capacità critica. Oggi, infatti, secondo la redazione, parla Edoardo Bucci, «siamo abituati a esaurire la conoscenza di una notizia dalla lettura del solo titolo» e, aggiunge, «senza tendere al qualunquismo, questo determina l’assenza di cultura di una generazione che tacciata di immobilismo è assuefatta da internet». L’obietto di Scomodo non è arrivare primi sulla notizia, quanto piuttosto decidere di approfondire un tema, fare un’inchiesta e far crescere gli stessi redattori, circa 200, con un lavoro costante e tanto impegno. Il fondatore definisce il mensile una riscoperta collettiva, frutto di un progetto sociale che mira a esser comprensibile anche a un diciottenne. Il progetto sociale coniuga l’informazione a proposte concrete www.tramefestival.it

per la realtà della città, Roma in particolare. Gli obiettivi di Scomodo si traducono nella stessa scelta della location, occupando beni edificati di proprietà dello Stato, patrimonio indisponibile, che per inettitudine della classe politica sono abbandonati e inutilizzati. In questo quadro controversa è la questione, secondo i fondatori, degli editori per l’assenza di una legge chiara e rispondente alle vere esigenze di informazione e tutela del giornalismo, per cui molto spesso «il giornale costituisce un artefatto prodotto di chi lo finanzia». Partire da un compromesso economico, infatti, significa partire da un compromesso culturale, e proprio per evitare questo, la redazione romana attinge dal crowdfunding, o da donazioni libere in costanza di eventi culturali organizzati dagli stessi collaboratori. La matrice di Scomodo, sottolinea Bucci, è proprio quella di «riportare cultura e informazione della mia città». I redattori “scomodi” sono consapevoli di aver dato vita a un esperimento con coraggio e con amore sul territorio, non rappresentando una risposta asettica, ma l’avvio di un processo educativo per abituarsi a un nuovo modello di informazione, come forma trasversale di fiducia per chi crede nel progetto. Non è, invero, un’opposizione a priori, ma cerca di dar voce a ciò che la nuova generazione vuole. Maria Rosaria Cardenuto

Il futuro è un giornale di carta. A Trame 7 Peter Gomez ed Edoardo Bucci ne parlano con Roberto Paolo

21 Giugno 2017 – Piazzetta San Domenico «Il mondo è complesso e ha bisogno di pensare», afferma Peter Gomez direttore del ilFattoQuotidiano.it all’apertura dell’incontro Il futuro è un giornale di carta, in Piazzetta San Domenico a Lamezia Terme. All’alba di una società sempre più digitale, dove la velocità di notizia tende ad essere sinonimo di superficialità, è necessario salvaguardare la capacità di riflessione attraverso il cartaceo. Questo, con la sua “lentezza”, permette al lettore di acquisire un senso critico, capace di sviluppare pensieri sempre più completi e approfonditi. «Cartaceo, però significa anche qualità della notizia, ma questo implica anche ingenti costi, causati dall’impegno maggiore da parte dei giornalisti, oltre a quelli della carta e della stampa» afferma Gomez. Ciò nonostante, rimane la scelta più lucrosa, grazie agli introiti garantiti dalla sua pubblicità. Questa, a differenza di quella del web, ha spazi ridotti, e viene pagata a peso d’oro. Perciò, quasi la totalità delle redazioni sostiene oltre l’80% delle proprie spese attraverso la vendita di giornali di carta. Le nuove generazioni rimangono comunque restie al supporto cartaceo, in quanto native digitali e legate all’utilizzo di internet. Proprio per questo, in Italia iniziano a nascere “movimenti” di educazione alla lettura. Ne è esempio la redazione di “Scomodo”. Questa, distribuendo giornali gratuitamente agli studenti, riesce ad abbattere l’ostacolo del costo, che spesso porta i ragazzi alla diminuzione della lettura. Ciò li spinge inesorabilmente a uno sviluppo d’interesse nei confronti dell’informazione inducendoli ad acquistare giornali e a informarsi. Il futuro del giornale è quindi di carta perché il digitale non è ancora capace di autosostenersi e di garantire un’informazione omogenea e approfondita. di Mario Bucaneve, Margherita Esposito, Sonia Forlimbergi


Trame news | 22 Giugno 2017

“Voce del verbo corrompere”, la declinazione temporale del fenomeno criminoso. Angela Iantosca ne parla con Paolo Trombin ( giornalista TG5) Al Chiostro di San Domenico il 21 giugno 2017, al Trame.7 Festival dei libri sulle mafie, la giornalista Angela Iantosca presenta il suo libro “Voce del verbo corrompere”, all’interno del quale sintetizza la genesi della corruzione dal mondo greco ai tempi moderni, da Machiavelli a Oriana Fallaci, la declinazione del verbo corrompere nel tempo e le sue capacità di soggiogamento dei deboli. L’autrice esordisce con la frase letta sul muro delle vele di Scampia: «La cultura è l’unica arma disponibile» di Davide Cerullo, che uscito dal carcere ha aperto una biblioteca per bambini per dare a sé stesso e agli altri l’infanzia negata in un ambiente di camorra. Cultura è la parola chiave da cui bisogna partire per sconfiggere la mafia, infatti, l’autrice pone l’accento su quei ragazzi che spesso tristemente non conoscono le basi della letteratura, come strumento conoscitivo per opporsi ai potenti.

posto a confronto con quelli scandinavi si registrano meno condanne, vivendo così il paradosso di un sistema travagliato dall’illegalità che non riesce ad arginare questo dramma con l’attuazione delle leggi. «Corrompere, -continua Iantosca-, probabilmente conviene», in una logica di inquinamento di valori e ideali. La corruzione, infatti, è tangibile ma vi è paura nel denunciare. Il libro chiude il suo percorso con l’“Uomo” di Oriana Fallaci, scelta perché riesce, con il suo stile, a render il lettore partecipe delle sue fragilità. Con il suo libro ha raccontato l’amore e la storia del suo “Uomo”, Alekos Panagulis, il ribelle greco che si oppose alla tirannìa dei generali, con l’intento di uccidere il dittatore Papadopoulos. Panagulis rappresenta l’esempio di

una coscienza critica tradotta in azione contro la violenta militarizzazione. La sua forza, infatti, non è messa a tacere nemmeno dalla morte, l’orologio senza lancette segna il cammino della memoria di un cittadino che si è opposto, a costo della propria vita. Proprio per questo, solo la rivoluzione prelude alla possibilità di cambiamento, leit motiv dell’esistenza di ognuno per abbattere il mondo parallelo della corruzione. La giornalista chiude il suo intervento con una frase di Papa Francesco: «l’uomo è corrotto perché ha dimenticato che siamo tutti fratelli», monito per riabilitare la condotta di ognuno agli occhi disincantati di chi non crede più. Maria Rosaria Cardenuto e Angela De Sensi

La corruzione, chiarisce la scrittrice pontina, è un problema non contemporaneo ma connaturato nell’uomo e proprio per questa ragione vi è una grande difficoltà nel trovare soluzioni per sconfiggerlo. Secondo lo studio condotto dalla Transparency International, l’Italia risulta essere uno dei Paese più corrotti e www.tramefestival.it

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Trame news | 22 Giugno 2017

I ragazzi della guerra santa.

L’Italia del malaffare.

Anna Migotto, Stefania Miretti ne parlano con Francesco D’Ayala

21 giugno 2017 - Piazzetta San Domenico

Piercamillo Davigo ne parla con Gaetano Savatteri

21 Giugno 2017- Palazzo Nicotera Musicisti, calciatori e ballerini. Ragazzi uguali a tutti i loro coetanei, con sogni, speranze e desiderio di affermarsi. Ragazzi che però cambiano da un giorno all’altro, sorprendendo amici e familiari. Ragazzi che si distinguono semplicemente per la loro religione e la loro provenienza: jihadisti tunisini. «Una delle ragioni più comuni che causa questo cambiamento è sentire il bisogno di appartenere ad un gruppo sottolineandone così loro esistenza. Ma questo loro desiderio li porta alla morte, una morte che invoca il paradiso» Questo è quanto emerge dal racconto appassionato delle due autrici, Anna Migotto e Stefania Miretti nel loro libro Non aspettarmi vivo, edito da Einauidi. «Questi giovani, fermamente fedeli ai loro credi, condizionano anche le loro compagne e figlie». In evidenza il caso di una ragazza che ha perduto il figlio in mare per recuperare il velo caduto, imposto dalla fede religiosa che si fa legge. Non tutti però assecondano queste imposizioni e queste violenze. Tante le storie. Da una ragazza che decide di togliersi il velo in pubblico perché “faceva caldo”, al ragazzo che dopo essersi unito al salafismo, ha deciso di abbandonare i suoi compagni per tornare alla vita precedente. Forse c’è una luce in fondo al tunnel dell’orrore, e questi ragazzi ne danno un grande esempio. Gabriele Ripandelli, Vanessa Coricello, Anna Zizzo www.tramefestival.it

Il monito del Presidente della seconda sezione penale presso la Corte Suprema di Cassazione , Piercamillo Davigo: «Forse questo paese guarirà dal ‘malaffare’». In piazzetta San Domenico al festival dei libri sulle mafie è la volta del «manettaro»così soprannominato Piercamillo Davigo – presidente della II sezione penale presso la Corte Suprema di Cassazione ed ex leader dell’Associazione nazionale magistrati – che si discosta da questo appellativo poiché coniato a suo avviso da “chi ruba”, preferendo al suo posto l’espressione ‘’cane da guardia’’ metafora del mestiere dei magistrati e delle forze di polizia che ʺabbaianoʺ in presenza dei ladri a difesa del popolo. Il punto focale della presentazione del libro “L’Italia del malaffare” è stata una breve e lucida riflessione sul fenomeno criminale della corruzione che ha condotto il dibattito all’amara riflessione sull’efficacia dell’attuale attività legislativa in merito. Un esempio lampante riguarda le sentenze di condanna per i reati di corruzione nel distretto di Reggio Calabria, che negli ultimi 20 anni sono state soltanto 2. A tal proposito afferma Davigo: «il fatto che non ci siano condanne non vuol dire che non ci sia corruzione, in Italia, infatti, vengono promulgate leggi ad hoc per arrivare facilmente all’assoluzione». La stasi del Paese è da ricondurre, secondo il presidente, anche al fatto che “con la corruzione non si riesca a costruire… le mafie uccidono, la corruzione sembra una “cosa più blanda” ma uccide ugualmente”.

Dal punto di vista giuridico la corruzione è un reato difficile da scoprire, secondo il magistrato Davigo, in primo luogo perché è un’attività seriale: chi si corrompe una volta facilmente lo farà una seconda. Inoltre può manifestarsi attraverso varie forme, ad esempio con l’uso o lo scambio illecito di denaro oppure con il clientelismo. Per Davigo «C’è uno strumento per accertare questo reato. E sono le intercettazioni. La Cassazione ha detto che si possono fare solo per la criminalità organizzata e solo se rientrano nell’attività criminale. Ma il crimine organizzato non sono soltanto le mafie» ha concluso Davigo in una presentazione che ha incasellato ogni termine ogni vocabolo nella sua casella. Incastonate le parole come delle pietre preziose in ogni frase. Il magistrato, in chiusura, asserisce che i giovani hanno il solo compito ‘’di fare al meglio delle loro possibilità quello che gli è toccato in sorte di fare’’ e, quindi, di sfruttare le potenzialità senza essere mediocri, cercando di dare il massimo in tutto e “forse questo paese guarirà”. Alessia Sauro e Giorgia Rausa

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Trame news | 22 Giugno 2017

Il boss in TV.

L’effetto seduttivo delle immagini del male in tv.

Cirino Cristaldi ne parla con Anna Migotto Cirino Cristaldi, trentaduenne rabbioso, racconta nel suo libro “La mafia e i suoi stereotipi televisivi, a Trame. 7 Festival dei libri sulle mafie, una verità sociale con l’amara consapevolezza che, ormai, esiste una mitizzazione dei personaggi a nomea mafiosa. Lo fa complimentandosi, ma in maniera critica, con i registi per la riuscita di una produzione ad hoc, perché il racconto non divulga più una memoria storica: la narrazione del fenomeno mafioso diventa spettacolarizzazione fino all’eccesso. Un eccesso che in virtù del fascino e della carica seduttiva del “male”, trasmoda in mitizzazione e idealizzazione di personaggi negativi. Dove ha portato o porterà questa immagine scomoda, estenuante e

massacrante, di una Sicilia inscindibilmente legata al fenomeno mafioso? L’isola più grande del Mediterraneo narrata e raffigurata nello stereotipo del malavitoso, che imbraccia una lupara sistemandosi la coppola in testa. Dopotutto sono oltre 130 le pellicole che narrano la Sicilia come ed esclusivamente terra di mafia. Non è un caso, infatti, se in un sondaggio realizzato in vari paesi extraeuropei l’autore ha riscontrato che la parola “Sicilia” è associata al termine “mafia”, con una percentuale del 64%. Due su tre, un dato che fa riflettere e allarma. «Io provo rabbia, ma cerco la verità. E la verità è che il sangue e la morte fanno notizia. E così anche la mafia», risponde alla domanda sul perché del

suo turbamento nella rappresentazione filmografica di taluni personaggi. La raffigurazione di una vicenda distorta non fa che alimentare un male sociale già abbastanza diffuso. Lo dimostra anche il desiderio dei bambini di immedesimarsi in quelli che per loro rappresentano la forza e il potere. A differenza dei poliziotti che costituiscono solo un intralcio al corretto svolgimento degli affari altrui. «Se esiste una qualche via d’uscita» continua «è la corretta informazione» , quella sana, utile. La Sicilia è anche la Baarìa di Tornatore, la storia secolare di una città siciliana raccontata senza la macchia del crimine organizzato; è la Sicilia dei giovani registi emergenti, quali Cosentino o Mele Marius, che ambientano nella terra meravigliosa del sole e dei “ficupali” altre storie. Perché di altre storie ha bisogno la Sicilia! Valeria Mastroianni e Germana Termine

L’internazionalità criminale e l’inefficace risposta La ‘ndrangheta non ha confini fisiologici. Non è per definizione circoscrivibile. “La mafia controlla le menti e le menti son controllabili anche in Germania.” Una presa di consapevolezza che confligge con la diversità degli orientamenti di reazione al fenomeno mafioso. Sulla base di questa conflittualità si struttura la disarmante descrizione di un contesto in cui la sfida al fenomeno criminale appare ardua e disillusa. “Il quadro che ne esce è soffocante”, è la cesura lanciata al termine del focus sul post-Duisburg. Un quadro in cui ad essere descritto è un contesto in cui inibite sono le azioni peculiari di contrasto del fenomeno: ad esser persa è l’ammonizione sociale dietro il fenomeno stesso, percepito in qualità di fenomeno passeggero, lontawww.tramefestival.it no dal riconoscimento dei connotati che

lo contraddistinguono. “La mafia è un fenomeno di intrattenimento”. E la vicinanza culturale dei profili ‘ndranghetisti (anche loro occidentali, cattolici, anche loro immessi nel medesimo sistema culturale) finisce con il ledere la sanzione sociale verso un fenomeno che assume ancora percezioni folkloristiche. In tutto questo, lo “squarcio di Duisburg” pare essersi rivelato uno squarcio non tanto ampio da generare l’avvio di una fase di presa di consapevolezza sulla drammaticità dell’azione criminale. “Ci vorrebbero dieci Duisburg”, è il commento di Sandro Mattioli, giornalista freelance e presidente dell’associazione “Mafia, No Grazie!” nel suo equivalente tedesco. E anche normativamente, l’inibizione è presto detta: troppe le incongruenze normative contro un fenomeno verso cui non è posta adeguata soglia di at-

tenzione politica. In un piano legislativo vacante di “reato di associazione mafiosa”, inibitorio dei più efficaci strumenti di indagine, in cui non è posta alcuna tutela nei confronti dell’azione di inchiesta giornalistica: flebile è l’azione governativa osteggiata dalla consapevolezza che sull’azione criminale si muove la vitalità economica tedesca. Uno scenario in cui silente è la stata la risposta sociale, ma prima di tutto giornalista e politica. Un dibattito che ha ribadito come unica alternativa soddisfacente la funzione di un’azione Europea, verso un fenomeno che non può esser trattato secondo dinamiche nazionali. Un fenomeno internazionale, che necessità di esser contrastato al medesimo livello: internazionalmente. 7

Giovanni Nicolazzo e Alessia Nicolazzo


Trame news | 22 Giugno 2017

In scena. Trame.7

Il signor di Porceaugnac ispirato a Moliére al Teatro Grandinetti 21 giugno 2017 – Teatro Grandinetti Capusutta. Con la testa rivolta in giù, verso il basso. A scardinare un mondo fin troppo ordinato e circostanziato ai suoi organismi, alle sue dinamiche. Capusutta, il terremoto del Sud. La rivoluzione dal basso, il riscatto di chi - a queste meccaniche - non riesce ad accostarsi. Un cambiamento, un’evoluzione, un’irruzione nel mondo reale. Non importa che ieri sera sul palco vi fossero ragazzi rom, migranti ed italiani. Sul palco del Teatro Grandinetti, c’erano tutti: Nord, Sud, Italia, Mondo. Quello che colpisce dello spettacolo - inserito nel cartellone degli eventi di Trame 7 - ispirato all’opera di Moliére, Il signor di Pourceaugnac - in collaborazione con l’Associazione La Strada, la Comunità di accoglienza per minori migranti, Luna Rossa e il Teatro delle Albe, creato a Ravenna da Marco Martinelli - è proprio la capacità dei suoi autori ed ideatori di scardinare le regole di un mondo fin troppo regolato, nelle sue dinamiche negative. Come non citare la dedica dello spettacolo a Rosy De Sensi, che, tra le prime, coinvolse - attraverso l’Associazione La Strada - i ragazzi rom di Lamezia Terme nei progetti di Libera e accompagnandoli nelle scuole, oltre venticinque anni fa, portando lo stesso Tano Grasso nel campo lametino di Scordovillo. Una rivisitazione questa, in chiave moderna e satirica dell’opera del commediografo francese. Un pezzetto di mondo. Una storia che ieri sera ha preso vita attraverso le parole e il racconto di chi, diverso, si sente. Perché Il signor di Pourceaugnac di questo parla, della paura del diverso. Un argomento particolarmente sentito a Trame, quest’anno. E il teatro tende proprio ad abbattere disuguaglianze e pregiudizi. Non vuole fungere da vetrina, becera esposizione del proprio ego e narcisismo, ma racconto di storie individuali, ognuna attraverso la propria lingua, il proprio dialetto. Perché quello che cerca di fare la Non Scuola, è proprio questo: adottare dei testi classici e fagocitarli, “metterli in vita”, secondo le parole del suo fondatore, Marco Martinelli. La Non Scuola nasce a Ravenna, e prima di convogliare a Lamezia, fa breccia su Scampia, dove ragazzi del quartiere, rom e ragazzi provenienti dal centro di Napoli, si scambiano emozioni ed esperienze sul palco, un terreno “altro”. Quello che emerge dalla Non Scuola è la mancanza di un copione e di un percorso preciso, ma la presenza di guide, che - sulla base dello scheletro del testo - fungono da ‘volanti’ per i loro attori. «Capusutta mi ha restituito qualcosa che avevo dimenticato», rivela una delle guide, Achille Iera: «ha cominciato a nutrirmi». Un progetto comune, quindi, quello del teatro, che crea bellezza. Una bellezza che rimarrà inviolata dalla mafia.

Francesca Gatti Trame News. Il giornale del Trame Festival edito a scopo promozionale. Hanno collaborato: Mario Bucaneve Maria Rosaria Cardenuto Maria Colistra Vanessa Coricello Alessandra Corrado Tommaso De Pace Angela De Sensi Francesca Gatti Marcello Giannotti Sensi Margherita Esposito Sonia Forlimbergi Ilaria Mastroianni Valeria Mastroianni Francesco Molinaro Vincenzo Morello Alessia Nicolazzo Giovanni Nicolazzo Giorgia Rausa Gabriele Ripandelli Gaetano Savatteri Mario Spada Alessia Sauro Germana Termine Anna Zizzo Sito internet: www.tramefestival.it Pagina FaceBook: @tramefestival Profilo Twitter: @tramefestival

www.tramefestival.it

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