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Il Papa dice: ogni giorno il male è raccontato dai media abituandoci all’orrore. Ma l’orrore è nei media o nella realtà? y(7HC0D7*KSTKKQ(

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€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Mercoledì 9 dicembre 2009 – Anno 1 – n° 67 Redazione: via Orazio n° 10 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

ALTRO CHE SPATUZZA BERLUSCONI INCONTRAVA I BOSS S

Balla a Balla

di Marco Travaglio

Nella sentenza Dell’Utri le riunioni con Bontate La galera di Ponte Galeria di Furio Colombo

dc

iniziativa è dei Radicali, visitare tutti i centri detti di “identificazione e di espulsione” che sono i lager degli immigrati. Quando vi partecipi, come è capitato a me l’8 dicembre, insieme con Staderini, nuovo segretario dei Radicali italiani e al deputato Pd Ferrante, ti domandi di cos’altro dovrebbe occuparsi la politica. Questo è un primo, breve resoconto. Per prima cosa il freddo. Entri in una delle camerate del reparto donne, a Ponte Galeria, il centro di detenzione degli immigrati di Roma, e senti il freddo umido di un luogo che non è stato mai riscaldato. Voglio dire più freddo dentro che fuori. Le donne infatti, ucraine, russe, georgiane, nigeriane, rom qui sono a letto vestite, tentando di scaldarsi con le coperte che, se le tiri su, scoprono i piedi. Da prima non parlano, fingono di dormire. Poi rompe il ghiaccio (si può dire così) una donna ucraina, forse una badante, ed è un fiume di storie, di racconti, di mamme giovani sorprese per strada a Napoli e portate chissà perché a Roma per la “identificazione” mentre cinque bambini sotto i 10 anni aspettano a casa. Russe e ucraine si traducono a vicenda. Ma prima di raccontare ti spiegano che nei bagni c’è solo acqua fredda e che, nel luogo assurdo in cui sono state portate, non c’è niente da fare, mai. Solo aspettare, senza sapere cosa o chi o fino a quando. Ponte Galeria è come uno zoo quando era permesso essere crudeli con gli animali: tante gabbie di media grandezza con le sbarre altissime. Sul fondo delle gabbie si aprono le stanze gelide, alcune senza luce elettrica. Il personale è di due tipi, entrambi professionali e corretti: la polizia e la Croce Rossa. Alla polizia tocca soprattutto il compito impossibile delle identificazioni. E’ come mettere ordine nel mondo, dal Senegal alla Moldavia, dal Marocco all’Ucraina alla Cina. La Croce Rossa, senza mezzi, come in un abbandonato fronte di guerra, si affida al volontariato di due medici e un infermiere che, come in guerra, fanno il possibile per trovare da soli le medicine. La Regione Lazio, infatti, ha tagliato ogni convenzione sanitaria. Gli uomini reclusi sono tutti giovani. E appena li ascolti, ansiosi e concitati ti rendi conto del fatto più grave, che poi la direzione conferma: l’80 per cento dei detenuti in queste gabbie non ha commesso alcun reato. Sono qui, comprese le giovani donne rom, perché dichiarati “clandestini”. Verso le 5 la voce del muezzin chiama gli uomini del lager alla preghiera in una stanza fredda e vuota in fondo alla gabbia detta “la moschea”. Naturalmente non c’è il minareto. E così nelle gabbie gelide in cui un muratore marocchino che ha lavorato per 10 anni a Modena mi racconta che non rivedrà mai più i suoi bambini emiliani, la civiltà è salva. Ma un uomo molto giovane che mi dice di essere laureato si china per sussurrare “Ma non si accorgono che qui preparano il terrorismo”?

L’

I rapporti tra il Cavaliere e Cosa Nostra: nella condanna di primo grado del senatore co-fondatore di Forza Italia la radiografia dei vertici in famiglia, scambi, patti economici e politici con i “mammasantissima” pag. 2,3,4,5 z

Udi Marco Politi

Udi Enrico Fierro

GLI STATI GENERALI SU DIO

PD, BANDERUOLA SICILIANA

indietro ai suoi 25 anell’orata sono rimaste solo R2008,niiandando di episcopato nel giugno D le spine. Quelle del “patto” il cardinal Ruini fece autocri- che Massimo D’Alema e Salvatica. Confessò di avere pregato poco. Un rammarico per essersi lasciato travolgere dagli impegni di guida dell’episcopato e dalla sua divorante passione politica. pag. 14 z

tore Lombardo hanno sottoscritto all’inizio di novembre a “La scuderia”, il ristorante più chic di Palermo, nel cuore del Parco della Favorita. pag. 5 z

LEGA x Attaccano l’arcivescovo, una volta celebravano nozze celtiche

Calderoli, il rito pagano e Tettamanzi Borromeo pag. 6 z

20 settembre 1998, le nozze di Calderoli e Sabina Negri celebrate dall’allora sindaco di Milano Formentini (FOTO ANSA)

LONTANO DALLA TV x Storie che raccontano il paese reale

PRECARI SUI TETTI, AMIANTO TERREMOTATI: L’ITALIA DIMENTICATA È IN EDICOLA , bimestrale di cultura politica. Nel nuovo numero: "FACCIA AL MURO", cosa si immagina vent’anni dopo la fine del comunismo? Interventi, tra gli altri, di: Michail S. Gorbaciov, Franco Beradi Bifo, Lothar Bisky, Eduardo Galeano, Alex Foti, Andrea Hernandez Delgadillo. Fotoreportage di Stefano Scialotti. , il miglior investimento dentro l'apocalisse, a soli 5 euro in edicola e nelle migliori librerie.

Dalla fattoria nel senese che rischia di essere riacquistata dalla Piovra, agli operai costretti a fare video per denunciare la crisi Amurri, Calapà e Caselli pag. 2-3 z

CATTIVERIE

Dopo aver bucato il NoB.Day, Bersani promette un “crescendo di opposizione”: no! noo! noooo! noooooooooo! (Bandanax)

i potrebbe organizzare un concorso a premi: vince chi riesce a scovare qualcosa di vero in una puntata di “Porta a Porta”. L’altra sera avrebbero perso tutti: infatti era tutto falso, dalla prima all’ultima parola, sequenza, inquadratura (a parte purtroppo il contratto bimilionario di Vespa). E pure il titolo: “Appesi a un killer pentito”. In realtà nessuno sarebbe “appeso” a Spatuzza se conoscesse la sentenza Dell’Utri (la pubblichiamo nell’inserto centrale). Ma l’insetto affida a Dell’Utri, l’imputato, il compito di raccontarla: “Di che cosa la accusano? Che ha fatto in concreto?”. E quello, sorpreso persino lui: “Ma niente, a parte Mangano non c’è altro”. Completano il presepe il compagno Sansonetti, che scavalca financo Dell’Utri sparando contro il 41-bis, la legge sui pentiti e il concorso esterno; un certo Andrea Orlando, “responsabile giustizia del Pd”, che non dice mai nulla e chiede pure scusa; il confratello Cicchitto, molto ferrato sulla materia (infatti parla dei “Gravano” e di tal “Scarlantino”, memore della scarlattina presidenziale, volendo forse intendere Scarantino); e l’ottimo Belpietro, che confonde il pentito Cancemi con Scandura e rivela che la mafia “già nel ‘91 voleva far abolire il 41-bis” (introdotto nell’agosto ‘92). L’insetto, con l’aria di chi la sa lunga, spiega perché le stragi del maggio-luglio ’93 non c’entrano con Forza Italia: a suo dire Berlusconi cominciò a pensare al partito solo nel “giugno-luglio ‘93”, mentre per Dell’Utri la datazione va spostata a “settembre-ottobre ‘93” e per Cicchitto “nel gennaio ’94 era ancora tutto per aria”. Sta’ a vedere che Forza Italia è nata dopo la discesa in campo di Berlusconi. In realtà il Cavaliere informò Montanelli fin dal giugno ’93. E il consulente di Publitalia Ezio Cartotto racconta che Dell’Utri, subito dopo Capaci (23 maggio ‘92), l’incaricò di “studiare un’iniziativa politica della Fininvest”. Il pretino pidino Orlando, appena atterrato sulla Terra dopo una lunga permanenza su Marte, si beve tutto e non smentisce nulla. Nemmeno le balle spaziali di Polito El Drito che, non bastando i ballisti in studio, racconta in un servizio “la storia dei pentiti” e sostiene che “quanti accusano Andreotti vengono smentiti dalle sentenze che assolvono il senatore”. Peccato che nessuno dei 30 pentiti che accusano il senatore sia mai stato smentito, infatti il Divo fu giudicato colpevole di mafia fino al 1980. Segue servizietto di Caldarola, secondo cui “non c’è importante delitto di mafia che non porti la firma di Spatuzza” (testuale), compresa la strage di via D’Amelio, dunque non è credibile. Dimentica di aggiungere che, a svelare il coinvolgimento di Spatuzza in via D’Amelio, è stato Spatuzza. A questo punto il pretino pidino piazza il colpo da maestro che gli elettori attendevano ansiosi da due ore: “Da italiano, spero che i giudici smentiscano subito Spatuzza”. Entusiasmo nei circoli del Pd. Ma l’Oscar della Balla, nonostante la concorrenza, se l’aggiudica Vespa: “In America i pentiti devono parlare subito dopo l’arresto, non dopo anni”. Se conoscesse il processo Andreotti, saprebbe quel che disse Richard Martin, il prosecutor di Manhattan che collaborò con Falcone nell’inchiesta “Pizza Connection”: “Da noi non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità. Come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di chi è stato in Cosa Nostra per 30 anni, come Buscetta, non è cosa che si fa in una settimana o in un mese. Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento. Questo è il metodo Falcone. Se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza”. Queste cose i giornalisti le sanno. Dunque, non Vespa.


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1928: nascono i tubi in fibrocemento poi considerati illegali

L’

Eternit “nasce” nel 1901 dall’austriaco Ludwig Hatschek. In breve diventa molto utilizzato grazie alla sua estrema leggerezza, adattabilità e costi ridotti. Così nel 1928 parte la produzione di tubi in fibrocemento, che fino agli anni Settanta rappresentano lo standard nella costruzione di acquedotti. Nel 1933

ITALIA DIMENTICATA fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti e capannoni. A partire dal 1984 le fibre di amianto vengono via via sostituite da altre fibre non cancerogene fin quando, nel 1994 l’ultimo tubo contenente asbesto lascia la fabbrica. Benché sin dagli anni Sessanta si sapesse che le fibre di amianto provocano una forma di cancro, il mesotelioma

pleurico (oltre che alla classica asbestosi), a Casale Monferrato (Alessandria) e Broni (Pavia) Eternit e Fibronit continuarono a produrre manufatti. Per ammalarsi non è importante né il tempo né la quantità di fibra assorbita: basta un solo ago per contrarre forme tumorali maligne e quasi sempre incurabili.

ABBANDONATI, DERISI E ARRABBIATI: Casale Monferrato e l’Eternit

aspirazione, i lavoratori non erano dotati di mascherine e le tute da lavoro venivano sistematicamente portate a casa e lavate dalle mogli. Nell’ottobre 2008, subito dopo il rinvio a giudizio, Schmidheiny, aveva offerto due milioni di euro a titolo di risarcimento come “espressione di un sentimento di solidarietà, in linea con lo spirito filantropico e la sensibilità sociale di Stephan Schmidheiny”, specificando però di “contestare decisamente l’esistenza di qualsivoglia responsabilità in capo ai manager del Gruppo Eternit”. Offerta rifiutata. Imponente, infine, il numero delle parti civili. All’udienza preliminare dello scorso aprile se ne costituirono 765: “Ma il grosso arriverà domani – garantisce Pesce –: alla fine potrebbero essere oltre duemila”. Come già in occasione dell’udienza preliminare, il Palazzo di Giustizia di Torino allestirà le due maxi aule del piano interrato, l’aula magna del primo piano (1.200 posti) e un presidio medico all’esterno. In prima fila, ancora una volta, la signora Romana Blasotti, presidente dell’Associazione vittime dell’Eternit: dal 1983 al 2004 l’amianto le ha portato via il marito, la sorella, una nipote, una cugina e la figlia cinquantenne. La mannaia del “processo breve”, casomai entrasse in vigore, non dovrebbe mettere a rischio questo procedimento: “Da quanto risulta – spiega Raffaele Guariniello – sembrano esclusi i delitti relativi agli infortuni sul lavoro”. Tuttavia la preoccupazione non manca: “Sollecitiamo particolare attenzione – ancora Pesce – perché questo disegno di legge, già di per sé dannoso se approvato, almeno non incida su processi di questo tipo”. Nessun rischio prescrizione, perché l’amianto continua a mietere vittime: “Se negli anni scorsi a Casale la probabilità di ammalarsi di tumore ai polmoni era sedici volte superiore alla media nazionale, oggi va anche peggio. Nell’ultimo anno – conclude Pesce – abbiamo superato le cinquanta diagnosi di mesotelioma, che in tutta Italia sono meno di mille. È il record negativo di sempre e il picco potrebbe arrivare intorno al 2015. Insomma, esistono già centinaia di casi per un possibile Eternit bis”.

Due fermo-immagine tratte dal sito Crisi.tv dove gli operai raccontano la crisi economica

Qui amianto fa rima con cancro di Stefano Caselli

difficile trovare un palazzo che non ne esponga almeno un paio: semplici tricolori con la scritta “Eternit Giustizia!”. A Casale Monferrato sventolano un po’ dappertutto e domenica scorsa si sono visti su ogni campo sportivo, di ogni disciplina e grado. Domani, a Torino, le bandiere saranno centinaia e centinaia. Si apre infatti, di fronte alla Corte d’Assise, il processo per i morti causati dall’amianto dell’Eternit, fabbrica attiva a Casale dal 1906 al 1986: “Si tratta del più grande processo per ‘morti bianche’ mai celebrato in Europa – dichiara Bruno Pesce, coordinatore dell’Associazione vittime dell’amianto di Casale – forse nel mondo. L’unico precedente simile è quello per il disastro indiano di Bhopal”. I numeri sono impressionanti: la fredda contabilità del Tribunale parla di 2.856 parti lese, di cui appena 665 viventi. Nella sola Casale Monferrato (35 mila abitanti) i morti sono stati oltre 1.600; 384 a Bagnoli, 118 a Cavagnolo in provincia di Torino e due a Rubiera, in Emilia. Casale ha visto morire ex lavoratori dell’Eternit, ma anche semplici cittadini (almeno 252) ammalati per aver respirato amianto, fibre microscopiche 1300 volte più sottili di un capello capaci di provocare – anche a distanza di decenni – tumori polmonari, mesoteliomi pleurici, asbestosi. A Torino si apre un processo storico sotto molti punti di vista. Innanzitutto (a differenza dell’altro celebrato nel 1993) considera la cittadinanza parte lesa; in secondo luogo chiama in causa (16 anni fa gli imputati erano soltanto dirigenti per omicidio colposo) direttamente la proprietà della multinazionale. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello contesta al miliardario svizzero Stephan Schmidheiny (assistito da una squadra di 23 avvocati) e all’ottantunenne barone belga Louis de Cartier de Marchienne il reato di disastro ambientale doloso permanente. Nelle loro vesti di presidente e maggiore azionista del Gruppo Eternit avrebbero deliberatamente omesso le necessarie precauzioni, nonostante i rischi connessi alla lavorazione dell’amianto fossero noti da tempo. Negli stabilimenti non esistevano impianti di

È

I tetti dello stabilimento di Casale Monferrato della Eternit (FOTO ANSA)

Un paese distrutto dalle sue microfibre cancerogene E domani riparte il processo a Torino

Voci dal nord-est

Con “Crisi.tv” l’operaio mette la faccia A

nche gli operai della Innse, la crisi aziendale più spettacolare della recessione (con i lavoratori arrampicati su una gru per una settimana) hanno sentito il bisogno di trasformare la loro storia in un’agenda e in un dvd. Gli altri, quelli che non hanno mai visto le telecamere dei tg in fabbrica, ora cercano di raccontare una situazione poco comprensibile tramite “Crisi tv”. Un sito Internet che raccoglie storie, video, aggiornamenti e sfoghi degli operai italiani. Soprattutto, mette on line (su crisitv.wordpress.com) le inchieste che

raccontano lo stato delle fabbriche. “Siamo un gruppo di giovani – racconta Matteo Gaddi, che lavora al sito – che ha deciso di darsi voce da solo, visto che i giornali ci ignorano. Con la scusa della crisi globale, che ovviamente c’è, vengono licenziate più persone di quanto non serva”. Partono da questa tesi gli operai, soprattutto del nord-est, nel raccontare le loro aziende: mostrando numeri e bilanci. E sostengono che, spesso, la recessione viene usata come una giustificazione per rendere accettabile qualunque taglio. In Trentino c’è la base operativa

Roma

ISPRA: NATALE SUL TETTO Ancora sul tetto i ricercatori dell’Ispra di Roma (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) contro il licenziamento di 200 dipendenti. Ieri i ricercatori hanno addobbato l’albero di Natale con al vertice una maschera, simbolo della protesta. Il ministro Prestigiacomo aveva promesso risposte in tempi brevi ma dopo sedici giorni non è arrivata nessuna c.pe. notizia.

del sito, ma arrivano contenuti (testimonianze, lettere e video) dai lavoratori di molte aziende in crisi nel resto d’Italia : “I metalmeccanici – spiega Paolo, che gestisce il server – si rendono conto, con i nostri reportage, che non sono soli, che siamo in tanti a subire le stesse ingiustizie. E si mettono all’opera per fotografare la loro realtà”. Circa 400 contatti al giorno – ancora pochi – per un blog nato a inizio settembre dal lavoro di una decina di militanti di Rifondazione comunista. Ma “Crisi tv” per essere più trasversale evita ogni riferimento evidente alle forze politiche che lo hanno ispirato. “Andiamo nelle fabbriche presidiate – dice Mauro, uno dei ragazzi che gira i video – e facciamo il punto sui sacrifici da affrontare. Noi operai dell’Agc di Cuneo siamo uguali a quelli della Tenaris di Dalmini, o della Fiat di Termini Imerese. Facciamo cose diverse ma siamo uniti dalle stesse storie”. Tra i temi più trattati da “Crisi tv” ci sono le delocalizzazioni: verso il basso (cioè alla ricerca di costi fissi minori in Cina, India, Romania), e verso l’alto (dove si può sfruttare un’innovazione tecnologica che in Italia manca, come in Germania e nel resto del Nord Europa). “La Eaton di Monfalcone – racconta un reportage di “Crisi tv” – sta chiudendo i battenti per andare in Germania. La Toyota si trasferisce completamente in Francia. Con un impoverimento occupazionale e industriale”. E questo i lavoratori che raccontano le loro storie sul sito non vogliono accettarlo. Hanno tutti tra i 20 e i 40 anni e non si limitano a denunciare. Usano la rete per fare proposte: per esempio vogliono una legge contro la delocalizzazione, che presenteranno in tutti i consigli regionali del Nord Italia, per imporre alle aziende che abbandonano il territorio di rimborsare tutti i contributi che hanno ricevuto dallo Stato nei 10 anni precedenti. Oppure chiedono all’industria che si trasferisce all’estero di prendersi cura della trasformazione dell’impianto che abbandona. Nel sito, oltre alle storie, si segnalano incontri, manifestazioni, la mappa della crisi (anche in Europa), e le battaglie degli operai. Bea. Bor.


Mercoledì 9 dicembre 2009

Veltroni e Granata: appello bipartisan contro il maxiemendamento

L

ITALIA DIMENTICATA

a vendita dei beni confiscati, all’asta e a trattativa privata per quelli di valore fino a 400 milioni (quindi quasi tutto ciò che è stato tolto a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) diventa legge con il maxiemendamento del governo alla legge finanziaria. I beni vendibili – l’85 per cento dei quali si trova in Campania, Calabria, Puglia e soprattutto

in Sicilia (47 per cento), ma non solo – potranno essere acquistati da società quotate in Borsa che commercializzano immobili o anche da società a partecipazione pubblica che, in un secondo momento, potranno metterli in vendita, senza nessun controllo su chi alla fine li riacquisterà. “Questa misura, che riconsegnerebbe alla mafia ciò che le è stato sottratto grazie alla legge

Rognoni-La Torre, è minoritaria in Parlamento vista la posizione che contro di essa hanno assunto anche tanti parlamentari della maggioranza”. Lo afferma Walter Veltroni, membro della commissione Antimafia: “Il presidente della commissione Giuseppe Pisanu ha il dovere di intervenire sul governo perché, nel caso di fiducia sulla Finanziaria, questa norma venga stralciata”.

QUEGLI ITALIANI DIMENTICATI DAI TG Monteroni d’Arbia e i beni sequestrati

Ora la Piovra può riprendere la Fattoria di Giampiero

Calapà

preoccupato Jacopo Armini, il giovane sindaco di Monteroni d’Arbia, comune del senese che ospita nei suoi confini la cosiddetta “Fattoria della legalità” di Suvignano, il più grande bene confiscato alle mafie tra centro e nord d’Italia: “Non accetteremo che Suvignano, confiscata solo un anno fa, possa ritornare nelle mani della criminalità organizzata, siamo pronti alla battaglia”. Si tratta di una tenuta appartenuta all’immobiliarista principe di Totò Riina e Bernardo Provenzano: 780 ettari, con tredici coloniche, una villa padronale, tre centri zootecnici, una chiesa e una casa canonica. Ma non solo, su quelle terre c’è un allevamento di 1800 ovini di razza sarda, 200 suini della pregiatissima cinta senese; e poi l’azienda agricola sotto amministrazione finanziaria demaniale, con nove dipendenti, per produzio-

È

ne di cereali, cinque ettari di oliveto, due agriturismi con 38 posti letto e due piscine. Un patrimonio valutato tra i 25 e i 30 milioni di euro, che già negli anni Ottanta aveva attirato l’attenzione di Giovanni Falcone, il quale ne chiese il sequestro, poi annullato. Prima di esser sequestrato nuovamente quando Falcone era ormai morto, nel 1994, dopo l’arresto di Vincenzo Piazza, immobiliarista e tesoriere di Cosa Nostra, appartenente al clan del rione “Uditore”, condannato a sei anni per associazione mafiosa (con sentenza definitiva della Cassazione nel 1998) e “padrone” di Suvignano. Il tesoro di Piazza – che ha cominciato da garzone

in un’officina meccanica prima di costruire la sua fortuna con i mattoni – consisteva a Palermo e dintorni anche in 64 palazzi, 2500 vani, 13 ville, 131 appartamenti, 122 magazzini, 10 scuole, 8 capannoni industriali, migliaia di ettari in campagna, 7 ville a Cinisi, e venti aziende facenti capo alle due holding immobiliari “Caravaggio” e “Leonardo Da Vinci”; oltre a 250 mila azioni della Banca Popolare di Trapani, l’8% dell’intero capitale sociale. I consulenti della Procura di Palermo stimarono il patrimonio totale di Vincenzo Piazza, morto lo scorso aprile a 78 anni, in una cifra superiore al miliar-

do di euro. Riciclava denaro, come rivelò Tommaso Buscetta, e lo facevano per lui due prestanome: gli Zummo, Ignazio e suo figlio Francesco, genero di Piazza. Gli Zummo sono stati arrestati nel maggio 2008, accusati di aver “occultato denaro proveniente da attività illecite riconducibili a attività di Cosa Nostra, su conti correnti bancari custoditi in paradisi fiscali”. Suvignano era la residenza estiva di Vincenzo Piazza, indicato dai pentiti Francesco Marino Mannoia e Nino Calderone come “un imprenditore a disposizione degli amici”. A Monteroni, però, c’è an-

che chi ne conserva il buon ricordo di un uomo distinto e cortese, come afferma uno dei dipendenti dell’azienda agricola, Giovanna Bonomi: “La vita è troppo complicata, qui il signor Piazza si è sempre comportato bene, in modo irreprensibile nei nostri confronti”. Il sindaco Armini, invece, è su tutte le furie per la possibilità, introdotta dalla Finanziaria, di vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie: “Un anno fa abbiamo presentato il progetto di gestione dell’azienda agricola, in collaborazione con Arci e Libera. Purtroppo – spiega Armini – la norma contenuta nella Finanziaria per i beni confiscati alla mafia complica tutto e agevola la criminalità organizzata nell’acquisto, viste le ingenti somme richieste (più di 25 milioni per Suvignano, ndr) e vista la possibilità di ricorrere a capitali esteri grazie a un altro “capolavoro” del governo, lo scudo fiscale”. E’ esterrefatto il vicegovernatore della Toscana, Federico Gelli, che aveva candida-

to la regione all’assegnazione definitiva di Suvignano, assieme al comune di Monteroni e alla provincia di Siena: “In questo modo vengono aboliti i vincoli di uso sociale dei beni confiscati, un danno ulteriore per chi ha già subìto la presenza di attività e interessi della mafia”. Dal Pdl arriva l’appello di Fabio Granata, vicepresidente della commissione Antimafia: “Dobbiamo eliminare quella norma dalla Finanziaria, non ci deve esser possibilità per i privati di acquistare beni confiscati alle mafie”.

Con la loro vendita all’asta “c’è il rischio che Suvignano possa tornare nelle mani della criminalità”

Una veduta delle colline senesi dove sorge anche l’azienda sequestrata alla mafia

L’Abruzzo e i terremotati

Noi aquilani in attesa dell’abitazione promessa di Sandra Amurri

e persone che a L’Aquila potranno trascorrere il Natale nelle nuove case, quelle presentate all’Italia in diretta dal presidente del Consiglio a “Porta a Porta” saranno poco più di 5 mila. Ventimila sono ancora ospiti degli alberghi sulla costa e delle caserme. 18 mila hanno optato per case in affitto. All’appello, per arrivare a 70 mila cittadini, ne mancano 27 mila che non fanno parte del censimento e verosimilmente hanno trovato ospitalità da pa-

L

In 5 mila hanno una casa, 20 mila sono ospiti in albergo, 18 mila in affitto, 27 mila sono da parenti e amici

renti e amici. Il governo non ha finora dato una sola lira agli albergatori, che giustamente reclamano di essere pagati. Non ha finanziato il comune che a sua volta, da 8 mesi non versa più ai cittadini che hanno scelto l’autonoma sistemazione, l’incentivo di 200 euro a testa per ogni persona del nucleo familiare con canoni d’affitto che sono quadruplicati. Le scuole hanno riaperto ma nessuno dice che i bambini delle famiglie alloggiate negli alberghi sulla costa, circa 14 mila, ogni giorno si fanno dai 150 ai 200 km per andare a lezione. Il governo non ha elargito alcun incentivo alle attività produttive e commerciali, risultato: chi ha potuto affittare locali per ricominciare lo ha fatto. Gli altri, circa il 60% da nove mesi sono senza lavoro. E se la promessa arrivata in extremis da Bertolaso di un decreto per ripristinare la proroga per il pagamento delle tasse resterà vana i cittadini che giovedì manifesteranno davanti Palazzo Chigi inizieranno lo sciopero fiscale. Mancano soldi per rimuovere le macerie dal centro storico che

risulta ancora sommerso e il puntellamento degli edifici colpiti dal sisma è stato sospeso. Guido Bertolaso che, come si sa, il 31 dicembre andrà in pensione ha già fatto il passaggio delle consegne al presidente della regione Chiodi del Pdl che ricoprirà il ruolo di commissario e vicecommissario per la ricostruzione, mentre il sindaco della città, Cialente sarà commissario per il solo centro storico. Sul terreno restano molti interrogativi inquietanti. Come l’assegnazione delle case costruite prima del sisma, rimaste invendute, che i comitati dei cittadini chiedevano che venissero requisite dal comune mentre sono state acquistate a buon prezzo dalle banche che le ha poi affittate alla Protezione civile. Si tratta di villette su tre piani. Il metodo di assegnazione è del tutto oscuro. E c’è chi è pronto a giurare che sarà un buon modo per fare dell’ottimo clientelismo affidandole ai notabili della città, ai raccomandati. “Avevo appreso che il costruttore Valentini, uno dei tanti, aveva venduto delle villette alla Cassa di

Risparmio de L’Aquila che le aveva affittate alla Protezione civile. Sono andata allo sportello per i cittadini, ora sostituito da Linea Amica gestito dal call center e ho presentato domanda” racconta Anna Colasacco dell’associazione Cittadini per i Cittadini “Non ho ricevuto alcuna risposta. Sono tornata e mi sono nuovamente messa in lista chiedendo il rilascio di una ricevuta. Risposta: non diamo alcuna ricevuta. Non sono mai stata contattata e come me molte altre persone”. Lo stesso metodo è stato adottato per le case già assegnate. Nessuno sa, in assenza di una graduatoria pubblica, con quale criterio siano state scelte le famiglie. Alla domanda di spiegazione hanno risposto che non erano tenuti a farlo. In questo modo la Protezione civile ha

La piazza del Palazzo del Governo de L’Aquila distrutta dal sisma (FOTO FABIO BUCCIARELLI)

conquistato l’approvazione di parte della città che ora risulta spaccata in due: i buoni, quelli rassegnati al volere di una ricostruzione carente di trasparenza e i cattivi quelli che rivendicano il diritto di cittadini e non sudditi. Una città che non esiste più se si escludono le 19 aree su cui hanno costruito i quartieri dormitori, due dei quali Assergi e Camarga, si trovano praticamente nel Parco Nazionale del Gran Sasso. L’emergenza ha le-

gittimato tutto, anche l’illegalità. La legge dice che le ditte che vincono l’appalto non possono subappaltare più del 30% mentre a L’Aquila i lavori sono stati subappaltati per oltre il 50% senza alcuna approvazione dell’ente appaltante, cioè la Protezione civile, tanto che cinque ditte erano in odore di mafia. Non sarà un buon Natale per gli aquilani, al di là della propaganda a reti unificate, ma almeno Gesù nascerà anche per loro.


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Mercoledì 9 dicembre 2009

Terrorismo e mafia nell’abbrevia-processi: la smentita

I

INGIUSTIZIA

l processo breve anche per la mafia e per il terrorismo. Esteso a tutti i reati, da quelli minori ai più gravi. Così ieri titolava Repubblica ipotizzando manovre dei due principali avvocati del premier, Nicolò Ghedini e Piero Longo, per fare tabula rasa di gran parte dei processi in corso con la scusa di rendere il processo breve costituzionale e rispettoso del

principio di uguaglianza del diritto. Per questo motivo, i due avvocati avrebbero sostanzialmente riscritto il ddl, facendo emergere alcune clamorose novità, tra le quali l’estensione del processo breve appunto anche per i processi sulla mafia e sul terrorismo, i cui giudici avrebbero dovuto rispettare una scadenza diversa per ogni fase dibattimentale. Ma Ghedini e Longo hanno

smentito seccamente di avere in mente di modificare in qualche modo l’ossatura del processo breve oggi in commissione al Senato: “La notizia è falsa – ha detto Ghedini - nessuna ipotesi in tal senso è stata da noi proposta né è stata discussa o posta all'ordine del giorno nell'ambito della consulta giustizia del Pdl”. Non hanno smentito di averci pensato, però. (S.N)

A NATALE 2 REGALI PER B.

Processo breve e legittimo impedimento saranno approvati parzialmente da Camera e Senato di Sara

Nicoli

i hanno provato. O meglio: per venire incontro ai desiderata del Cavaliere, ancora traumatizzato dalla bocciatura della Corte costituzionale sul lodo Alfano, Niccolò Ghedini e Pietro Longo (quest’ultimo vera mente giuridica del Pdl, con la sponda di Giulia Bongiorno) avevano studiato una serie di mosse per mettere al riparo il processo breve da possibili censure costituzionali. Una di queste prevedeva di recepire, attraverso un emendamento ad hoc da presentare in commissione, il testo sul processo breve presentato nel 2006 a firma della presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro. “Quel testo – racconta al Fatto il presidente della commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli del Pdl – non prevedeva esclusioni oggettive di alcune fattispecie di reato, ma scandiva solo quanto tempo doveva durare al massimo un processo. E questo includeva, ovviamente, anche i reati più efferati, come quelli di mafia”. Poi, però, l’avvocato Longo, in accordo con Ghedini, ha rimesso la pistola fumante nella fondina e ha preferito non presentare l’emendamento che avrebbe spalmato i tempi del processo breve, seppur con differenti declinazioni temporali, praticamente su tutti i reati codificati. Non “possiamo permetterci – avrebbe spiegato Longo a Ghedini, che lo avrebbe poi riferito al premier – di avere problemi sia dal Quirinale sia da altri”. E con altri, Longo ha inteso parlare espressamente di Fini: questioni di tenuta della maggioranza, meglio

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non sollecitare strappi. Fini, infatti, ieri mattina, adocchiate le pagine di alcuni giornali che riferivano dell’idea della maggioranza di infilare nel processo breve anche i reati di mafia e terrorismo, si è prima arrabbiato per l’ennesima questione che sembrava essergli passata sopra la testa, poi si è sentito con alcuni collaboratori. Alla fine Berselli l’ha rassicurato. Pochi minuti dopo, infatti, è arrivata la smentita secca di Ghedini. “A quanto ne so io – conferma infatti sempre Berselli – non è nell’aria che si possa modificare sostanzialmente quanto abbiamo già discusso da settimane, anche perché i tempi stringono”. Ecco, appunto, perché quel che preme al Cavaliere sono i tempi, visto che nel processo breve ora in commissione si parla di reati compiuti fino al maggio 2006, cioè quelli già inseriti nell’indulto, tra i quali ci sono anche i processi di Berlusconi che quindi andranno prescritti in un battito d’ali. Questa mattina, intanto, la commissione Giustizia del Senato si riunirà per dare il proprio definitivo placet alla sola modifica concordata, quella profondamen-

I reati di immigrazione clandestina verranno inseriti nel ddl come voleva Fini

te voluta da Fini, per far sì che si prevedano anche i reati di immigrazione. “Poi – dice sempre Berselli – ci saranno una serie di piccoli ritocchi da fare attraverso degli emendamenti che voteremo in commissione e che io stesso ho preparato, quindi alle 20 riuniremo la consulta per la giustizia del Pdl dove faremo il punto sulla situazione, ma ormai la tempistica è concordata: martedì 15 si comincia a votare in commissione e contiamo di varare la legge entro le prime ore di giovedì 17. Oltre non possiamo andare, arriva la Finanziaria e siamo bloccati”. Se questi tempi verranno rispettati, il processo breve andrà in aula in Senato il 12 gennaio. Nel frattempo, però, Berlusconi avrà già incassato il legittimo impedimento, con il voto della Costa-Brigandì alla Camera, quella leggina che sospende i processi fino a sei mesi per presidente del Consiglio, ministri, sottosegretari, parlamentari, tanto per scrollarsi di dosso l’obbligo di parteci-

pare alle udienze anche nel caso in cui l’impedimento sia politico e non solo istituzionale. Se ne comincia a parlare oggi in commissione, ma nel Pdl c’è la ragionevole certezza di arrivare ad un voto dell’aula sulla leggina già il 15 dicembre. In buona sostanza, con il panettone il premier potrebbe portarsi a casa due provvedimenti sulla giustizia che lo riguardano personalmente, già approvati in modo parziale dai due diversi rami del Parlamento. “Fatti due conti sui tempi – commenta il for-

si sarà già stato presentato il Lodo Alfano bis”. Insomma, possiamo stare sereni: ancora per qualche mese il Parlamento resterà inchiodato a sfornare provvedimenti per salvare Silvio dalle spire della Giustizia.

DIETRO LE QUINTE

LONGO, L’AVVOCATO CHE PRESERVA IL CAVALIERE DAI PROCESSI di Antonella Mascali

ritto e procedura penale. Figlio di un direttore delle poste di Ve’avvocato Piero Longo è entrato su- nezia, alla morte dell’avvocato Giusepbito a far parte dei falchi del Pdl, non pe Ghedini, nel 1973, gli subentra nello a caso è difensore di Silvio Berlusconi studio insieme alle figlie Nicoletta e Ipinsieme a Niccolò Ghedini, di cui è il polita Ghedini, ( avvocato di Berluscomaestro. Veneto di Alano di Piave, clas- ni nella causa di divorzio dalla moglie se 1944, è padovano di adozione. Lì ha Veronica). Molti anni dopo, arriva il filo studio e lì insegna all’università di- glio minore, Niccolò Ghedini, che è 15 anni più giovane di Longo. Anche il professore, codi Carlo Tecce LEGITTIMI IMPEDIMENTI me Ghedini, ha un passato di simpatizzante dell’estrema destra e nel 1975 ha

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Giorno di festa menu con i fiocchi

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zista Giorgio Stracquadanio – possiamo ragionevolmente prevedere che per l’inizio della campagna elettorale (fine febbraio, ndr) sarà già in vigore definitivo sia il processo breve che, ovviamente, il legittimo impedimento. E forse

comparso. Per un giorno, calma. Silvio Berlusconi è in vacanza in una delle sue magioni, ciascuna con uno stalliere di professione. Riconosciuto dall’accisa: non un tassa, bensì l’associazione cavalli e cavalle italiane, siciliani e autonomi. Una giornata intera trascorsa a sfogliare il menu del pranzo: processo breve, lodo Alfano bis, legittimo impedimento stagionale, semestrale, biennale. Per imbavagliare il silenzio dell’Immacolata, ieri Sandro Bondi ha vergato un poesia. Dal titolo “La baldanza del ciambellano di corte”. Leggete in terzine sciolte: “La

riforma della giustizia non serve al presidente del Consiglio/ è necessaria per garantire i diritti/ di tutti i cittadini italiani/ e per tutelare gli interessi generali/ del paese”. Anche la signora Maria possiede tre emittenti televisive, una concessionaria pubblicitaria, un giornale con la frusta, una casa editrice, una squadra di calcio e via cantando. Anche il signor Mario ha moltiplicato i pani della prescrizione e diviso il falso in bilancio. Troppo di opposizione? Dobbiamo difenderci nella satira e dalla satira. Come insegna Enrico Letta junior.

difeso alcuni imputati di Avanguardia Nazionale, nel processo per ricostituzione del partito fascista. Nel 1986, affiancato dal “figlioccio “, ha difeso Marco Furlan, del duo di stampo nazista “Ludwig”, che ha ucciso almeno 15 persone “ per ripulire il mondo da barboni, omosessuali, prostitute e tossicodipendenti”. Longo viene candidato in Parlamento, come tutti i legali di Berlusconi, per adempiere alla funzione strategica di difensore ed estensore delle leggi ad personam. Alle ultime elezioni è il primo dei non eletti al Senato, circoscrizione del Veneto. Subentra a Giancarlo Galan, che resta governatore. E’ segretario della Commissione giustizia e membro della L’avvocato Piero Longo Commissione lavoro. Ama stare dietro le quinte, detesta le televisioni. E alla ripresa del processo Mediaset-diritti tv, post lodo Alfano, vieta alle telecamere di riprenderlo in aula, con una battuta: “Vengo male in televisione”. Forbito, ha con giudici e pm toni ossequiosi, ma il suo compito in Parlamento di preservare Berlusconi dai processi, lo segue con spregiudicatezza. Se il 13 marzo 2007, in una pausa della prima udienza al processo Mediaset, aveva detto: “Non abbiamo intenzione di fare un processo in attesa che si prescriva. Non facciamo iniziative

dilatorie e vorremmo che il processo si risolvesse nel merito”, nell’autunno 2009 è, insieme con Ghedini, la mente del ddl “ processo breve”, che farà morire decine di migliaia di procedimenti. Ed è il professor Longo che auspica la cancellazione del concorso esterno in associazione mafiosa, per la gioia del senatore Marcello Dell’Utri, condannato a Palermo in primo grado a 9 anni di carcere proprio per quel reato, e adesso sotto processo d’appello. Alla fine di novembre, Longo ha detto che bisogna dare “ un’interpretazione autentica del 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso, ndr ), in cui si precisa che non è possibile il concorso esterno perché già esiste il reato di assistenza agli associati, il 418 del codice penale”. Se poi il concorso non è proprio possibile abolirlo, secondo Longo bisogna regolamentarlo perché adesso non c’è nel codice penale e “vive grazie alle sentenze della Cassazione”... alcuni hanno pensato, poiché si tratta ormai di diritto vivente, che sia giunto il momento di tipicizzarne i contenuti, ponendo dei vincoli propri della tipicità. Al processo Berlusconi-Mills, il 19 settembre 2008 (prima di essere stralciato, causa lodo Alfano), Longo e Ghedini si sono avvalsi del legittimo impedimento, che si appresta a diventare assoluto per esponenti di governo e parlamentari. I giudici in quell’occasione riconobbero l’impegno degli avvocati nelle rispettive commissioni giustizia. Loro, invece, non si preoccuparono di inviare uno delle decine di sostituti e il Tribunale fu costretto a nominare per Berlusconi un difensore d’ufficio.


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Vendola non molla e annuncia: mi candido alle Regionali

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POLITICA

ichi Vendola si candida alle regionali del 2010, malgrado gli inviti a fare un passo indietro che gli giungono da più parti, primo tra tutti dal maggiore alleato. Il sindaco di Bari e presidente regionale del Pd, Michele Emiliano, chiede a Vendola “una mano a sbloccare una situazione che sta facendo ridere l’Italia”, dice

che “potrebbe scegliere il suo successore”, ma va anche oltre: ammette che se fosse D’Alema a chiedergli di candidarsi per il centrosinistra lui direbbe di no, ma se fosse lo stesso Vendola “la cosa sarebbe molto diversa”. Per poter vincere le elezioni in Puglia il centrosinistra dovrebbe presentarsi

all’appuntamento unito e, soprattutto, dovrebbe allargare la coalizione a Udc e Idv, per “non restituire alla destra la regione”: questa l’analisi fatta nell’ultima assemblea regionale del Pd pugliese. In realtà quello che sta accadendo in Puglia è esattamente il contrario: il centrosinistra si sta spaccando in mille pezzi.

IL PD E IL RIBALTONE SICILIANO LOMBARDO PUNTA A UN GOVERNO DI RIBELLI PDL, MPA E UDC di Enrico Fierro

ell’orata sono rimaste solo le spine. Quelle del “patto” che Massimo D’Alema e Salvatore Lombardo hanno sottoscritto all’inizio di novembre a “La scuderia”, il ristorante più chic di Palermo, nel cuore del Parco della Favorita. Il governo siciliano è in crisi, dilaniato da una guerra termonucleare tutta interna al sistema di potere del centrodestra. Da una parte Gianfranco Micciché, forzista della prima ora, e il suo gruppo di palermitani, dall’altra i “catanesi” del potentissimo senatore Giuseppe Firrarello e gli agrigentini dell’astro nascente, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, alleati con l’Udc di Totò-vasa vasa-Cuffaro. In attesa di sviluppi, e alle prese con le piaghe ancora aperte della elezione per il segretario regionale, il Pd. Ma attenti: la Sicilia politica porta attaccata sulla pelle le chiazze del gattopardo, per cui è difficile capire aggrappandosi agli schemi classici. Destra da una parte, sinistra dall’altra. No, qui il potere è da sempre bipartisan, interpartitico, plurale. I confini non sono mai netti, e nel grande teatro ogni pupo può dare il meglio di sé agitando una innocua durlindana che macina solo aria. Solo scena, poi la commedia finisce e ci si accorda. Il governo di Raffaele Lombardo è in crisi, in Parlamento il leader del Mpa non ha più la maggioranza. La sta cercando. Domani, alle cinque della sera come nelle migliori tradizioni, si riunisce l’Assemblea regionale. Tutto è in gioco. “L’unica cosa certa – ha scritto ieri Micciché sul suo blog – è che non ci sarà una maggioranza fatta da Pdl, Mpa e

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Udc”. L’ex pupillo del Cavaliere punta '”a un governo di minoranza, composto da Mpa e Pdl-Sicilia, con l’appoggio esterno del Pd: un esecutivo per le riforme, di connotato più tecnico che politico”. Un ribaltone? Affatto, “qui se si va alle urne Lombardo diventa il candidato del centrosinistra e questo Berlusconi non lo vuole”. Sta di fatto che al momento Lombardo (vincitore delle scorse elezioni regionali col 65%), può contare sull’appoggio dei 15 deputati del Pdl-siciliano di Micciché, sui 28 del Pd (erano 29, ma l'onorevole Mario Bonomi, ex Udeur, poi Idv ha deciso di passare con Rutelli) e su altri 15 eletti nelle liste del suo Mpa. Ieri Lombardo ha sentito per telefono il coordinatore del Pdl Giuseppe Castiglione. “Telefonata cordiale”, è il laconico commento, il che lascia presagire spiragli di ricomposizione. E il Pd ora rischia di rimanere col cerino acceso in mano. “Lombardo dica chiaramente se intende chiudere

Il partito di Bersani col segretario regionale Lupo darebbe l’appoggio esterno Il governatore della Sicilia, Lombardo (FOTO ANSA)

l’esperienza del centrodestra”, dice il segretario regionale del Pd Giuseppe Lupo. Il quale Lupo alle primarie si è dovuto battere contro Beppe Lumia e Bernardo Mattarella. Il no secco ad ogni ipotesi di alleanza con Lombardo era la sua bandiera, ora ha cambiato idea. Ma nel Pd altre sorprese non mancano, perché se Lumia si mostra possibilista assieme al capogruppo all’Ars, Antonello Cracolici, Mattarella esprime un

secco no assieme al suo big-sponsor Mirello Crisafulli. Il “barone rosso” di Enna in questi giorni è attivissimo. Sciogliere il Parlamento e tornare al voto, questa è la sua parola d'ordine. Lo stesso obiettivo di Totò Cuffaro. L'ex governatore odia, gentilmente ricambiato, Lombardo reo di aver “decuffarizzato” gli apparati regionali, la sanità e il business rifiuti. Con L’Arra (l’agenzia regionale) che rischia lo scioglimento

se il governo non cade. E’ il regno di Cuffaro e di un suo fedelissimo, Felice Crosta, il manager più pagato d'Italia: 500 mila euro l’anno, 1500 al giorno. “Crisafulli – dice Beppe Lumia – è l’altra faccia del cuffarismo, un sistema di potere che si vuole autopreservare riportando al governo la destra. La verità è che anche per Lombardo vale la vecchia regola siciliana: chi tocca certi fili muore”. Nell’opera dei pupi siciliana

a Lombardo sembra ora toccare il ruolo dell’Orlando furioso, nuovo eroe di un Pd allo sbando? “Ma quando mai? Noi aspettiamo riforme nei settori chiave della vita regionale. Se Lombardo sarà in grado di fare proposte in grado di rompere con i vecchi schemi, vedremo”. La Sicilia aspetta. Alla Fiat di Termini Imerese, nella Giampileri devastata dall’alluvione, nei quartieri di Palermo ridotti a discarica, aspettano.

TRASMISSIONI ITALIANE

LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE di Loris Mazzetti

il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non Èmasolo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, soprattutto per le apparizioni in tv, dove difen-

dersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio BerCRIMINI E RELIGIONE lusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono atale è vicino, tradizionalmente tempo di detto, “il vestitino su mibontà. E a far leva su questo sentimento sono sura”, va visto. i religiosi di terre di criminalità, ripetendo l’invito Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissioalla conversione che Wojtyla fece ad Agrigento, in ne? Travaglio, Bolzoni, Sicilia, nel 1993 (“assassini, convertitevi”) e i Gomez, Lodato, La Licavescovi guidati dal successore Ratzinger hanno ta, Abbate? No, loro se ripetuto a novembre di quest’anno (“chi segue la ne occupano quotidiamafia è fuori dalla Chiesa”). Ieri sono stati prima il namente e qualche dovicario episcopale della diocesi di Oppido-Palmi e manda inopportuna referente di Libera in Calabria, don Pino Demasi, a avrebbero potuto farla, invitare i mafiosi alla conversione e ai giovani meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista esponenti delle cosche a lasciare la strada della Sansonetti. Poi, in difesa “mor te”, nel corso dell’omelia durante i funerali a Fabrizio Cicchitto, in atRizziconi di Francesco Maria Inzitari, il giovane di tacco Andrea Orlando 18 anni ucciso con dieci colpi di pistola a (responsabile Giustizia Taurianova; poi l’arcivescovo di Napoli Crescenzo del Pd), troppo perbeSepe ha invitato i camorristi a convertirsi, i ne, non in grado di pranapoletani a dire no alla camorra che “ruba la ticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stasperanza” e che “toglie ai giovani la fiducia”, ti toccati: l’attendibilità durante le celebrazioni dell’Immacolata. dei pentiti; la necessità di modificare la legge

CONVERSIONI DI MORTE N

che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale, se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.

I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari, mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa?

Per l’ultima puntata della Piovra ci fu uno speciale in cui vennero intervistati i soci del circolo sportivo Lauria


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Mercoledì 9 dicembre 2009

LA LEGA E LA FEDE

Dal druido all’imam

La polemica

IL VATICANO DIFENDE TETTAMANZI i sono polemiche che fanCvergogna no rumore, ma portano e imbarazzo solo

I PADANI PAGANI di Beatrice Borromeo

Pontida Roberto annunciò che ci saremmo sposati con rito celtico. E’ stata una sua idea, per me una sorpresa – ricorda la moglie del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, Sabina Negri – e Formentini, che doveva celebrare, venne da me e mi chiese: ma come si sposano i celti?”. Le prime vere nozze padane – e pagane – le ha celebrate il 20 settembre del 1998 l’ex sindaco di Milano Marco Formentini, druido per l’occasione, nel nordico castello di Gianluca Vialli a Cremona. Sulle note verdiane di “Va pensiero”, suonata al pianoforte dal senatur (e ospite d’onore) Umberto Bossi, sfilava col suo abito bianco dai contorni rigorosamente verdi la Negri, diventando la bionda consorte dell’allora segretario nazionale della Lega lombarda, Calderoli. Ci tenevano a rispettare le tradizioni, ma gli ostacoli, racconta Sabina, erano tanti. Perché quelle tradizioni nessuno le conosceva: “I

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Celti non hanno lasciato nulla di scritto. Sapevamo solo che dovevamo scambiarci i bracciali al posto degli anelli e che dovevamo avere tanti testimoni. Io e Roberto ne avevamo quattro ciascuno, tra i miei c’era anche un ex fidanzato. Poi Formentini si è arrampicato sull’albero per raccogliere il sacro vischio”. Non è mancato il sidro, offerto dal druido agli sposi, ma per Sabina “non era affatto buono, un saporaccio. Pensavo non avessero lucidato bene il calice, Roberto credeva che ci fosse rimasto dentro il disinfettante”. Poi il “giuramento davanti al fuoco che purifica” e il tentativo, fallito, di fondere due monete in segno d’unione. Tutti commossi, a partire da Bossi che annuncia: “Non siamo latini, fummo sconfitti dai Latini”. Nei giorni dell’attacco della Lega al cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, risalta l’evoluzione leghista, dal neopaganesimo alla difesa dei valori cristiani. Perfino contro chi, come il prelato, è considerato troppo morbido con il multiculturalismo che as-

sedia la cristianità padana. Quello del Carroccio è il partito timorato di Dio, legato alle tradizioni della Chiesa tanto da dare lezioni agli stessi cardinali oppure è un movimento che inneggia ai Celti e che celebra matrimoni al cospetto del druido? “Quando ci siamo sposati – ricorda Sabina – era il periodo in cui Bossi urlava contro i ‘vescovoni traditori’ e i rapporti col Vaticano non erano ottimi”. Stessi toni, oggi, con obiettivi diversi. Calderoli si chiede se Tettamanzi sia “un vescovo o un imam”, e dice che “con il suo territorio Tettamanzi non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia”. Se Tettamanzi porge l’altra guancia, non manca chi lo difende: un attacco “rozzo e volgare – commenta il presidente della commissione Antimafia, ed ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu – impartito da un esperto di matrimoni celtici che dà lezioni di pastorale cristiana”. La Negri ripercorre gli anni di matrimonio, prima della separazione: “Noi in chiesa non

Il matrimonio celtico del ministro leghista Roberto Calderoli (FOTO ANSA)

Dopo l’attacco all’Arcivescovo di Milano, la moglie di Calderoli ricorda il matrimonio celtico, quando la Lega non difendeva le radici cristiane ci siamo mai andati – ammette – poi di colpo questi della Lega sono diventati cattolici e osservanti, anche se in molti erano divorziati e con figli a carico. Hai idea di quante prediche mi sono dovuta sorbire su casa e famiglia, all’improvviso, da un giorno all’altro?”. Un giorno che ha una data precisa, l’11 settembre 2001, quando “la gente chiede-

va un partito cattolico da votare”, racconta Sabina, contro l’islam che faceva paura. Sempre nel 1998, sempre con rito celtico, si è sposato il viceministro Roberto Castelli. Nozze poi “regolarizzate” in comune, come quelle di Calderoli, poi celebrate anche in Chiesa. Per rispettare le nuove origini ancestrali del partito.

su chi le scatena, non certo su chi le subisce”: parte da un editoriale dell’Avvenire la crociata in difesa del cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, attaccato sulla Padania dal ministro Calderoli. In difesa dell’arcivescovo, ieri è intervenuto direttamente il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone: “Raccomando rispetto e verità per un grande pastore della Chiesa, che dà la vita per il suo popolo”. “Non sono ancora martire”, ha replicato divertito lo stesso Tettamanzi, in sostegno del quale è giunta anche la voce del capo dello Stato Napolitano: “L’impegno della Chiesa nella vita sociale è essenziale per la società italiana”, ha detto a margine di una visita all’Ambrosiana. Eppure l’attacco della Padania pare non fermarsi: in un editoriale sul numero di ieri, “Come un gregge senza pastore”, si constata che la tradizione cattolica “è invisa alle menti aperte della Curia milanese” e che “la libertà religiosa non può essere confusa con il relativismo e nemmeno con l’incoraggiamento di altre fedi da parte di chi ha l’autorità pastorale di guidare una comunità ecclesiale”. Parola di Giuseppe Reguzzoni.


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CRONACHE

CIE: STORIE DI GOCCE E DI PSICOFARMACI PER NON DIVENTARE PAZZI I medicinali vengono somministrati per tenere tranquilli gli stranieri. Ma a volte si esagera di Chiara Paolin

imì è di nuovo per la strada. La sera del 13 settembre due alpini l’hanno portato in infermeria per la dose, le solite trenta gocce. Lui non voleva, ha camminato appena più lento del solito, loro l’avrebbero picchiato a sangue. Un dente spezzato. E il doppio di psicofarmaci da buttare giù. Ha avuto il coraggio di denunciare tutto alla procura, ma è stato più veloce il decreto di espulsione: Mimì Hisham, 25 anni, immigrato clandestino, non può più stare nel Centro di indentificazione ed espulsione di Torino. Deve tornare in Marocco, oppure nell’inferno della vita illegale, e trovare un modo per disintossicarsi. Sempre meglio di quel che è successo un anno fa nello stesso centro ad Hassam Nejl, trovato morto nella sua cella: nel sangue un mix micidiale di metadone e calmanti, una “concausa” del decesso per arresto cardiaco, disse il referto. Nessun responsabile per la sua morte, fino a oggi. Spiega Simone Ragno, operatore del Garante dei detenuti al Cie di Roma: “La metà dei detenuti è sotto psicofarmaci. Chi arriva dal carcere li chiede in

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automatico. Ma stare lì un anno e mezzo con l’unica prospettiva di essere cacciati come delinquenti spingerebbe chiunque all’abuso: nessuna attività sociale, spazi spogli e angusti, situazioni personali che non trovano attenzione. Noi come organismo di vigilanza teniamo gli occhi aperti e denunciamo i casi più gravi, però se volessimo rivolgerci alla procura per segnalare un abuso faremmo solo un buco nell’acqua: coi tempi della giustizia, parti lese e testimoni diventano regolarmente irreperibili. E gli eventuali colpevoli impunibili”. Gli episodi violenti sono all’ordine del giorno nei 13 Cie italiani: rivolte, repressioni, autolesionismo, suicidi. Un vero inferno. Dove gli psicofarmaci rischiano di diventare lo strumento più pacifico di controllo e convivenza. Gianluca Ensoli, medico coordinatore di Ponte Galeria, ha ammesso l’utilizzo seriale dei medicinali: “La somministrazione è organizzata in tre turni, diversi per uomini e donne. Di giorno Diazepam (Valium) e Lorazepam (Tavor), alla sera Lormetazepam (Minias). Per evitare che i prodotti possano essere rivenduti sul mercato nero, sedativi e ipnotici vengono dati in gocce”. La

sera le code dei disperati sono più lunghe di quelle per la cena. I detenuti ammettono: “Non riusciamo a dormire, diventiamo pazzi, abbiamo bisogno di questa roba”. E firmano un modulo di consenso alla somministrazione, per sopravvivere una notte di più. Nessuno psichiatra a fare diagnosi e stabilire cure, nessun programma di disintossicazione. Neppure a Roma e negli altri Cie gestiti dalla Croce Rossa. Una situazione talmente grave da richiamare l’attenzione del governo svizzero. A ottobre il presidente della commissione per la Politica estera, senatore Dick Marty, ha visitato i centri di Caltanissetta e Roma anche per valutare “i temi più scottanti come l’utilizzo degli psicofarmaci”, recita un comunicato ufficiale. Come se ne esce? L’avvocato Paolo Cognini di Psichiatria democratica, gruppo sensibile ai temi del disagio nelle carceri, è scettico: “Difendiamo ogni giorno i migranti da questo meccanismo micidiale, ma siamo in enorme difficoltà. Mancano gli strumenti. Un migrante da me assistito segnalò che al Cie di Bologna gli psicofarmaci venivano messi direttamente

è un uomo che potrebbe racconC’ tare molto su uno dei carabinieri della compagnia Trionfale arrestati dal Ros di Roma nel caso Marrazzo. E chissà che, nel buio pesto di via Gradoli, dove ogni due notti si inciampa in un morto o in un video hard, non illumini finalmente la zona grigia che avvolge i rapporti tra quei militari e l’ambiente delle trans e dei pusher. Perché l’ambiente lo conosce bene. E ha pure conosciuto bene Carlo Tagliente, il carabiniere del blitz rimasto in carcere, su cui ora piovono denunce per rapina da parte delle trans. L’uomo si chiama Francesco Esposito, pregiudicato per spaccio di coca, noto nel giro come Franco il napoletano. Il suo nome emerge dal “più grande scandalo della Repubblica”, Berlusconi dixit - e cioè dall’archivio di Gioacchino Genchi, vicequestore e consulente telematico delle procure. Due anni fa l’ex sostituto procuratore

Neonata morta 11 indagati

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ndici sanitari dell’ospedale di Canicattì (Agrigento) e dell’ospedale dei Bambini di Palermo sono stati iscritti nel registro degli indagati dopo la morte di una neonata lo scorso 3 dicembre. La madre della piccola, di origine romena, aveva partorito su una sedia del nosocomio il 27 novembre e la bambina era stata trasferita a Palermo dopo l’aggravarsi di una setticemia partita dal cordone ombelicare. I genitori sostengono che l’infezione sia stata determinata dalle condizioni in cui è avvenuto il parto e da una serie di negligenze. Sull’accaduto indaga anche la Commissione parlamentare sugli errori sanitari.

Di precario in precario

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lemanno in campagna elettorale attaccava Rutelli alludendo agli incarichi senza concorso assegnati ai suoi amici architetti. Ora, mentre 1500 precari aspettano di essere regolarizzati, il 29 aprile una delibera di giunta approva un regolamento che facilita l’assunzione di nuovi consulenti, mediante la stipula di contratti a tempo determinato o co.co.co. Le strutture comunali si sono letteralmente scatenate. Il dipartimento delle Politiche del lavoro, che dal 2006 tiene bloccato il concorso pubblico per 64 funzionari e istruttori per l’orientamento al lavoro, sente il bisogno di reclutare proprio 64 persone mediante collaborazioni “occasionali”. Il Museo Macro chiede consulenti, il Museo Civico di Zoologia cerca un paleontologo e richieste di personale arrivano anche dalla Protezione civile. (Val.Fab.)

nel cibo e che i detenuti accusavano forti sonnolenze dopo aver mangiato. Ma organizzare verifiche e riscontri è impossibile, restano chiacchiere di fan-

tasmi. Anche il mio assistito ha avuto il suo bel foglio di espulsione. In realtà adesso è per la strada, clandestino, senza diritti”. Come tutti gli altri.

I CONTATTI TRA UN PREGIUDICATO E UNO DEI QUATTRO MILITARI ARRESTATI NELLA VICENDA MARRAZZO della DDA di Roma, Giovanni Di Leo, gli chiese infatti di analizzare tabulati e cellulari in un processo per associazione a delinquere: spaccio di coca e hashish, che filavano nelle arterie della Trionfale e nelle discoteche frequentate dai vip. L’organizzazione sapeva cosa pretendesse una modella, ex fidanzata di un colonnello dei carabinieri, sapeva se uno ne comprasse molta per spacciarla o “perché ha il vizio dei transessuali”, come raccontò un imputato. E forse sapeva di più. In un’intercettazione del 29 marzo 2007, un pusher sibilò ad un cliente impaurito da una perquisizione: “Se sono carabinieri lo so io chi è ...chi sono”. Cosa intendesse non è chiaro, ma lo spacciatore, tale Antonio Vicini, snocciolò poi nomi al pm. Di Leo gli chiese conto di un detenuto di Rebibbia, certo Francesco Esposito, che definì “fallito genio dell’economia criminale perché non solo deteneva e spacciava cocaina ma la teneva anche a bordo di macchine rigorosamente rubate.” E che con Vicini vantava infinite telefonate. E l’impu-

CANICATTÌ

CAMPIDOGLIO

Pusher, carabinieri, trans: quelle inchieste su via Gradoli di Edoardo Montolli

N

tato rispose: era un suo fornitore di coca. Da 10-20 grammi per volta. Genchi analizzò allora i tabulati di Esposito. Ed emersero le chiamate con Tagliente nel 2006, l’anno in cui, ha raccontato Giorgio T., ex fidanzato del trans Brenda, la sua compagna sarebbe stata già confidente sia di Tagliente che di Nicola Testini, altro carabiniere del caso Marrazzo: li avrebbe aiutati a incastrare i pusher. Accuse tutte da dimostrare, visto che, secondo l’ avvocato che li difende, Marina Lo Faro, furono proprio Tagliente e Testini ad arrestare Giorgio T.. Ma a maggior ragione la voce di Esposito

Il nome spuntò in un’indagine della Dda di Roma su spaccio di droga e hashish

potrebbe chiarire molti degli intrecci nella zona grigia carabinieri-trans-pusher in quell’anno. Perché tra maggio e il 20 giugno del 2006 Genchi scovò, nelle chiamate via cellulare, addirittura 254 “ricorrenze” tra Tagliente ed Esposito: telefonate e sms che cominciavano a mezzogiorno e terminavano a notte fonda. Segno che si conoscevano bene. Tanto che Tagliente aveva due numeri del pusher. Durò due mesi. Venti giorni dopo, il 12 luglio, Esposito fu arrestato in flagranza di reato, e dai carabinieri della Trionfale: pescato in macchina insieme a trans. E coca. Così sintetizzò Vicini all’interrogatorio con Di Leo: “Eh, c’aveva a che fa… il travestito l’ha fatto arrestare.” Per questo episodio Esposito sarà assolto. Ma la curiosa coincidenza ha sorpreso il suo avvocato, Nunzia De Ceglia: “Non mi risulta che il mio assistito fosse un confidente. Se così fosse stato, non credo che lo avrebbero arrestato e poi proprio lì. E si sarebbe almeno giocato la carta per non restare in carcere” .

NUCLEARE

I Verdi: ecco i siti individuati

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ontalto di Castro, (Vt), Borgo Sabotino (Lt), Garigliano (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma (Agrigento), Monfalcone (Gorizia): sarebbero questi i siti individuati dall’Enel per la costruzione di quattro centrali nucleari. Lo hanno annunciato ieri i Verdi, che avrebbero individuato un rapporto riservato dell’azienda al governo. Notizia smentita dall’Enel, secondo cui i siti saranno individuati solo dopo la definizione dei criteri per la localizzazione.

ROMA

Detenuti spazzini per un giorno

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scire dal carcere e rendersi utili agli altri attraverso il lavoro: questo l’intento dell’iniziativa del Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia che ieri ha portato 45 detenuti delle carceri romane, tra cui 11 donne, a lasciare per quattro ore le celle e a ripulire i parchi archeologici della Caffarella e dei Fori Imperiali. Un’iniziativa analoga era stata realizzata a Ferragosto. Soddisfatto il sindaco Alemanno, che ha mostrato l’intenzione di rendere strutturale l’appuntamento dei detenuti col lavoro. Il 15 dicembre a Milano verrà siglato un protocollo d’intesa con l’Expo, per la creazione di lavori di pubblica utilità fino al 2015.


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Mercoledì 9 dicembre 2009

ECONOMIA

I TASSI SCENDONO MA IL MUTUO RESTA IMPOSSIBILE Nella crisi il credito costa meno ma ottenere prezzi più bassi è molto difficile di Paola Zanca

ice la Banca d’Italia nell’ultimo bollettino mensile che i mutui sono diventati più economici. Nell’ultimo anno, grazie alla crisi, il Taeg (cioè il parametro che indica il vero tasso di interesse applicato) è sceso in media dal 5,89 al 3,10 per cento. Eppure, per la struttura del sistema creditizio italiano e per i rapporti che ci sono tra banche e clienti, gli italiani che pagano le rate quasi non se ne sono accorti.

D

DEBITORI ECCELLENTI. Federico, genovese, 44 anni, ha stipulato un mutuo nel 2001. Tutto regolare: due stipendi a garanzia, “mai andati in rosso, mai bucato un pagamento”. Nel 2007 lui e sua moglie decidono di cambiare casa: estinguono il vecchio mutuo e ne accendono un altro, per comprare la nuova abitazione. È lì che qualcosa comincia a non quadrare. “Il vecchio mutuo – racconta Federico – è stato “venduto” dalla banca che ha quindi addotto questa scusa per farci pagare tutte le spese di spegnimento del vecchio e accensione del nuovo”. Si chiama cartolarizzazione: la banca vende i crediti che ha nei confronti dei clienti a un’altra società in cambio di titoli obbligazionari: in pratica il cliente continua a pagare le rate del mutuo alla sua banca, che a sua volta le versa alla nuova società creditrice. Ovviamente i mutui che fanno più gola sono “quelli dei clienti affidabili che – si rammarica Federico – paradossalmente finiscono per essere i più penalizzati”. Federico manda giù, nonostante ritenga questa opera-

zione “al limite della legalità e, per me, immorale”. SCONTI FANTASMA. “Arriviamo al mese scorso – prosegue Federico – e mia moglie per caso decide di controllare i tassi attuali dei mutui. Noi avevamo stipulato un tasso fisso con l’assicurazione spergiurata dal direttore che figuriamoci, è impossibile che i tassi scendano più di così “e ci siamo fidati”. Nel frattempo, i tassi invece sono scesi eccome. La coppia va in banca, “pronti a litigare o perlomeno a combattere. Invece, come se nulla fosse, ci dicono: “Firmi qui” e come per magia 186 euro al mese in meno”. La buona notizia non cambia l’umore di Federico: “Noi siamo davvero delusi – racconta – Se non ce ne fossimo accorti noi, avremmo pagato inutilmente quella cifra. A che serve essere clienti solventi, che non rompono mai le scatole, pagano e non vanno mai in filiale? Nulla a quanto pare. Se non ci fossimo accorti di nulla, dove andavano a finire quei soldi in più? Chi li avrebbe intascati? E chi è nella nostra situazione e non se ne occupa?”. Interrogativi complicati a cui dare risposta.

no dei garanti, i suoi genitori. Il primo anno e mezzo, fila tutto liscio, nonostante la rata sia parecchio alta visto che la banca non le ha concesso un mutuo più lungo di vent’anni. Poi, succede il patatrac: agli inizi del 2009, a Stefania non viene rinnovato il contratto. Senza uno stipendio fisso sa che non potrà più onorare il suo debito. “Ho sentito un annuncio del ministro Tremonti in tv in cui spiegava che chi aveva perso il lavoro avrebbe potuto sospendere la rata del mu-

PRESTITI PRECARI. Perché i cavilli sono tanti. Stefania, ad esempio, ha 30 anni, un lavoro precario ma, stanca degli affitti vertiginosi, nel 2007 ha deciso di fare il grande passo: comprarsi una casa a Roma, dove lavora. Ha una busta paga, ma il contratto a tempo determinato non le consente di fare da sé: servo-

Se la Bce si muove per l’Italia sarà un problema di Stefano Feltri

l presidente della Federal Reserve, la banca Igiorni americana, Ben Bernanke è stato chiaro nei scorsi: “I tassi di interesse resteranno bassi ancora per un lungo periodo”. Almeno fino alle elezioni di medio termine, per tirare la volata a Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, che l’ha riconfermato, malignano i conservatori. E altrettanto esplicito è stato il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet: la fase più acuta dell’emergenza è passata, ha detto due giorni fa all’Europarlamento, e quindi la Bce inizierà gradualmente a ritirare le misure straordinarie adottate a sostegno del sistema creditizio. Non è tempo di alzare i tassi di interesse (ora all’uno per cento), perché l’inflazione si prevede bassa ancora a lungo. Anche nel 2010, stima la Bce, sarà intorno allo 0,5 per cento, lontana dal tasso giudicato auspicabile, cioè il 2 per cento. Ma se il dollaro resterà debolissimo e gli Stati Uniti continueranno a esportare inflazione, sommando le pressioni al rialzo sui prezzi a quelle che arriveranno dalla ripresa economica dentro la Zona euro (se ripartono i consumi torna anche l’inf lazione), Trichet potrebbe trovarsi costretto a un aumento del costo del denaro. Per capire quali effetti potrebbe avere sull’Italia servono due premesse. Primo: anche prima della crisi l’Italia cresceva meno degli altri, quindi rischia di essere più penalizzata quando la Bce cercherà di stringere i cordoni e raffreddare la ripresa per evitare un surriscaldamento dell’economia e un’inflazione eccessiva. Secondo: l’Italia appartiene all’elenco di paesi che per usare le parole di Trichet, “sono in una situazione che vede i loro bilanci fortemente squilibrati, non sostenibile nel lungo

termine”. Secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, il debito delle amministrazioni pubbliche è passato dai 1.650 miliardi di euro a maggio 2008 (quando si è insediato il governo Berlusconi) ai 1.790 miliardi attuali. Un aumento dei tassi di interesse sul debito anche minimo rischia di sottoporre il bilancio dello Stato a uno stress difficile da sostenere: basterebbe alzare il tasso di interesse di un punto percentuale (ipotesi per ora lontana nel tempo) per richiedere alle casse dello Stato uno sforzo aggiuntivo da 18 miliardi, il doppio di quanto vale la Finanziaria in discussione alla Camera. Effetto collaterale: appena i tassi torneranno a salire, anche i mutui si adegueranno al rialzo, penalizzando tutti quelli che in tempo di crisi e di basso costo del denaro si sono lasciati tentare dal tasso variabile. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, ha ricordato ieri: “Se per qualsiasi ragione i tassi di interesse dovessero tornare a salire prima che i bilanci delle banche siano a posto vedremo il rischio per i debiti degli Stati che si materializzera”. Visto che la situazione dei conti italiani è così delicata non stupisce quindi che i mercati siano poco ottimisti, nonostante il giudizio favorevole di Standard&Poor’s, che martedì ha confermato un rating positivo sul debito italiano. Ma nei mercati over the counter, cioè non regolati, i CDS raccontano un’altra percezione. I credit default swap, strumenti derivati per assicurarsi contro il fallimento di uno Stato, indicano come l’Italia sia considerata quasi tre volte più in pericolo degli Stai Uniti e meno affidabile anche del Giappone, che ha un debito pubblico superiore. Ma la valutazione del rischio (85,5 punti base) resta pur sempre circa la metà di quella della Grecia (181,3) ora sull’orlo del crac finanziario.

tuo per un anno. Sono corsa in banca ma purtroppo è arrivata la doccia fredda: mi hanno spiegato che mancavano i decreti attuativi di quella legge e quindi non potevo chiedere la so-

spensione”. Alcuni istituti di credito, però, avevano avviato singole iniziative a sostegno dei clienti in difficoltà. Anche la banca di Stefania l’ha fatto e sulla carta lei i requisiti ce li ha tutti: paga rate da almeno 24 mesi e ha perso il lavoro. Ma quando ha chiesto una mano, ha trovato un altro muro: “Il mio caso non rientrava tra quelli previsti, perché io avevo perso il lavoro, ma i miei garanti no”. Stefania non demorde, tenta la seconda chance: rinegoziarlo. All’epoca della stipula, nel 2007, i tassi di interesse erano molto alti: ora che sono scesi la rata potrebbe essere almeno un po’ più bassa. Niente da fare, nemmeno a questo c’è soluzione. “La banca – racconta Stefania – mi ha risposto che non potevo farlo perché non avendo più un contratto, non potevo rinegoziare il mutuo”. In pratica, i garanti sono un impedimento quando si chiede la sospensione, ma non contano quando si chiede il rinegoziamento. A Stefania non resta che stringere i denti: l’Abi promette che da gennaio gli stessi istituti di credito

PRIMA ALLA SCALA

metteranno a punto nuovi strumenti per la sospensione del debito ma in questi giorni sembra che bisognerà aspettare almeno febbraio. “Speriamo che sia la volta buona”, si augura Stefania. Ma non ci crede troppo. D’altronde, il Testo unico sul credito fondiario parla chiaro: l’unico diritto riconosciuto al creditore dalle banche è quello di estinguere il mutuo in anticipo. Per tutto il resto bisogna lottare. LA CONCORRENZA. Andrea, 35enne brianzolo, la sua battaglia l’ha vinta, ma solo perché ha cambiato istituto. Aveva chiesto alla sua banca una rinegoziazione: dal 2001, quando aveva stipulato il mutuo per la prima casa, i tassi erano scesi parecchio, e valeva la pena provare a cambiare. “Ho chiamato in filiale – racconta – e mi hanno detto che avrei dovuto compilare un modulo con la mia richiesta e inviarlo. Sembrava tutto a posto, invece qualche settimana dopo mi è arrivata una lettera in cui mi dicevano che non erano interessati alla rinegoziazione”. Andrea – lavoro stabile e mai una rata saltata – aveva fatto le cose per bene: assieme al modulo alla banca aveva inviato anche la proposta di un altro istituto: “Avrebbero potuto propormi anche qualcosa di leggermente peggio e avrei accettato: il mio era un modo per far capire che non era un bluff, ma che sul mercato esistevano condizioni più vantaggiose”. Invece, la banca ha preferito perdere un cliente. Tra pochi giorni Andrea ha appuntamento con il notaio per la nuova stipula. Per risparmiare, comunque, deve ancora pagare.

L’accordo tra le banche e i consumatori per sospendere le rate è slittato ancora a febbraio di Marco Atella

PARTERRE ENI n smoking e farfallino c'erano anche loro. Alla prima della Scala, si è presentata una nutrita delegazione di presidenti, faccendieri ed ex dittatori africani. Invitati dall’Eni. C’era Ali-Ben Bongo, presidente del Gabon, dove Eni ha ottenuto sei nuove licenze esplorative. Figlio del “compianto” Omar Bongo (41 anni alla guida del paese), Ali-Ben ha ereditato conti correnti milionari e 33 proprietà in Francia, acquistate con l’aiuto di Elf-Aquitaine (oggi Total) in cambio di concessioni petrolifere. Tra gli invitati Jerry Rawlings, ex dittatore del Ghana – dove Eni ha acquisito due blocchi esplorativi due mesi fa – e i nigeriani Henry Ajumogobia, ministro dell’Energia, e Jackson Obaseki, ex direttore generale dell’ente petrolifero governativo NNPC. Proprio Obaseki avrebbe avuto un ruolo chiave nello smistamento dei 180 milioni di dollari di tangenti per gli impianti di liquefazione del gas di Bonny Island. Uno scandalo che vede coinvolta anche l’Eni, attualmente sott’inchiesta a Milano.

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Analisi dc

Soffocare le authority di Carlo Stagnaro*

sare gli attivi di bilancio Uindipendente di un’autorità per ripianare i buchi di un’altra. La settimana scorsa i corridoi di Montecitorio hanno visto pullulare gli emissari di enti di regolazione e controllo, preoccupati dall’emendamento alla Finanziaria che voleva creare un fondo unico dove far confluire tutte le loro entrate, in modo che il Tesoro potesse redistribuirle secondo le rispettive necessità. Il progetto è tramontato, anche perché – minando l’indipendenza finanziaria delle autorità e mettendo le redini in mano a via XX Settembre – avrebbe probabilmente suscitato una procedura di infrazione comunitaria. Si è così arrivati al compromesso attuale, già approvato dalla Commissione Bilancio della Camera. n pratica, le authority in Iprestiti attivo dovranno erogare forzosi a favore di quelle in difficoltà (Antitrust, Privacy e commissione scioperi, che non hanno entrate proprie o non ne hanno abbastanza). Secondo i calcoli della “Staffetta Quotidiana”, si tratta di un tesoretto da 26 milioni di euro nel 2010 e 38 milioni in ciascuno dei due anni successivi. Due sole autorità, Energia e telecomunicazioni, dovranno versare 8,7 milioni nel 2010 e 11,9 milioni nel 2011 e 2012: in questa maniera, verranno drenati quasi tutti gli avanzi esistenti (nel 2008, 10,17 milioni di euro per l’Autorità per l’energia e 3,47 milioni per l’Agcom). Il paradosso è che alcuni di questi organismi, anche se dotati di bilanci floridi, lamentano da tempo l’insufficienza degli organici, che però – pur avendo le disponibilità finanziarie – non possono rimpolpare, per legge. L’aspetto più discutibile consiste nelle modalità di restituzione del prestito, che – “senza maggiori oneri per la finanza pubblica” – saranno stabilite dopo dieci anni, “sentite le autorità interessate”, “su proposta del ministro dell’Economia”, ma solo se le “autorità indipendenti percipienti” presenteranno “un avanzo di amministrazione”. Cioè: i soldi, subito. Il saldo, si vedrà. n simile meccanismo è Ucontroindicazioni. denso di Per esempio: se un’autorità vede i suoi passivi prontamente ripianati, che incentivo ha ad adottare una corretta disciplina di bilancio? E se un’altra vede i suoi attivi dissipati, perché mai dovrebbe gestire oculatamente le risorse a sua disposizione? Inoltre, le entrate proprie delle autorità derivano da contributi delle imprese: se vengono utilizzati a scopi diversi dalla regolazione del mercato di riferimento, fatalmente ne cambia la natura. Diventano tasse belle e buone. Anzi: brutte e cattive. *direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni


Mercoledì 9 dicembre 2009

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DAL MONDO

Un clima alternativo

N STATI UNITI

1,4 miliardi agli indiani

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Amministrazione Obama ha deciso di versare 1,4 miliardi di dollari alle tribù degli indiani d’America per chiudere l’azione legale avviata nel 1996 sulla cattiva gestione dei loro territori fatta dalle autorità di Washington. L’accordo dovrà essere approvato dal Congresso.

IL CONTROVERTICE DI COPENAGHEN Un’immagine delle manifestazioni per il summit del clima a Copenaghen (FOTO ANSA) di Diletta Varlese Copenaghen

a prima cosa che colpisce entrando al Klimaforum09 sono i colori. A differenza della serietà in giacca e cravatta del vertice ufficiale Cop15, questo forum parallelo – denominato “il summit della gente” – è pieno di persone vestite di tutti i colori. Colorate sono le pareti del centro Dgi-Byen, colorate foto e poster che richiamano alle principali problematiche ambientali, colorati sono tavoli, sedie, aule dove si tengono i dibattiti. Aula arancio, verde, viola, blu, grigia, marrone, rossa e gialla, quasi a dire che della Terra, della sua impressionante bellezza, la prima cosa che colpisce sono i colori, la delicata biodiversità da preservare. Il forum, voluto dalla società civile, da associazioni e da Ong di tutto il mondo è stato inaugurato ieri da Naomi Klein, la scrittrice canadese che da 10 anni è una tra le portavoci del movimento mondiale e autrice di No Logo e Shock Capitalism. La Klein ha infuocato il pubblico con parole dirette alla conferenza ufficiale che si tiene nel Bella Centre: “Quello che si sta svolgendo a Cop15 è il più grande caso di disastro del capitalismo. L’accordo di cui abbiamo bisogno non è neppure messo sul tavolo”. E prosegue: “Klimaforum non ha niente a che vedere con il fare la carità ai paesi in via di sviluppo, ma riguarda il prendersi le responsabilità come paesi industrializzati e fare pulizia nel casino che noi stessi abbiamo creato”. Il Klimaforum09 ospiterà 200 dibattiti, 70 eventi tra mostre fotografiche, film e teatro. Si aspettano 10.000 visitatori al

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giorno e “super star” come Vandana Shiva. Un via vai di gente riempie le gradi aule, sfoglia il programma del forum, sorseggia caffè ecologico, si perde nel labirinto di corridoi del centro e approfitta per fare una pausa nella piscina comunale inglobata nella struttura. I temi che verranno trattati danno l’imbarazzo della scelta. Dalla distruzione della foresta Amazzonica, al riciclaggio, al consumo sostenibile al legame tra clima e commercio da una prospettiva femminile. Basta dare rapida lettura ai titoli delle conferenze per capire che qui l’ago della bilancia lo marcano gli interessi della gente, non quelli economici. E soprattutto che qui parlano direttamente i soggetti che subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici, e coloro che da anni agiscono per cambiare la rotta. “La situazione è già disastrosa”, dice Henry Saragih, coordinatore generale di Via Campesina, la più grande organizzazione di contadini al mondo. “È stato detto e ridetto e fa male ripeterlo, ma chi già sta subendo le conseguenze sono le popolazioni più povere che non hanno modo di far fronte a inondazioni, siccità, epidemie e perdite dei raccolti”. Se si resta al Klimaforum fino alla sera, si è travolti da proposte di teatro, musica e proiezioni di film. Perché il coinvolgimento emotivo che porta l’arte è un perfetto complemento alle riflessioni della giornata. Perché, per evitare che non si riduca tutto ad aridi numeri e percentuali di Co2, ci vuole qualcosa che tocchi il cuore e l’immaginazione della gente, che ognuno, in prima persona, si senta coinvolto come parte integrante della causa, ma anche della cura.

CITTADINI-MODELLO

LA GIORNATA PERFETTA DELL’ECOLOGISTA Copenaghen

nna Katrin si alza alle 8 quando fuori Copenaghen è ancora al buio, il sole è pigro la mattina al nord. Il calore delle finestre del vicinato ancora con le luci accese riscalda il gelido clima e l'aria tersa. Karls è già uscito con i bambini Kalle e Emma, di 2 e 4 anni. Li porta all’asilo imbottiti nella tuta da sci, rigorosamente a piedi o con una speciale bicicletta: davanti, al posto del cestino, è applicata una carrozzina a due posti e due ruote laterali. Ottimo anche come porta spesa. Anna Katrin si dirige in cucina, accende la luce a basso consumo e gli interruttori che danno elettricità alla prese di corrente: nelle case danesi non si spengono solo gli elettrodomestici. Per non consumare, occorre staccare la spina dall’elettricità e interrompere il circuito elettrico o, più semplice, spegnere l’interruttore posto sopra la presa. Accende il bollitore dell’acqua per preparare un te o un caffè annacquato, biologico e di commercio equo e solidale, che ha meno impatto ambientale rispetto all’uso del gas. E se proprio si usano i fornelli, anche questi sono elettrici o ad induzione. Il 50% del fabbisogno energetico della Danimarca è prodotto da impianti eolici, per cui è “pulito”. Il cibo che consuma la sua famiglia è per la maggior parte biologico e il più vicino casa possibile, meno trasporti, zero pesticidi e zero imballaggi. L’efficienza energetica delle case danesi fa si che l’acqua calda della doccia arrivi subito, senza aspettare litri perchè si riscaldi. Spegne tutto, esce di casa e prende la bicicletta, in quell'ammasso di due ruote che è il cortile del suo condominio, dove nessuno la chiude, e nessuno la ruba. Prima passa dal seminterrato, per prenotare il giorno del bucato. In molti palazzi il seminterrato non è usato come garage ma come area comune in cui si trovano varie lavatrici e un calendario dove ogni fami-

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Autobombe elettorali 130 morti a Baghdad ha fatto ieri un passo in avanti, L’unoIraq verso le elezioni parlamentari, e drammaticamente indietro, verso una guerra civile senza freni: centotrenta persone sono state uccise e quasi 450 ferite da 5 esplosioni, avvenute in successione, all’indomani dell’accordo in Parlamento sulla controversa e cruciale legge elettorale. Si tratta di un massacro che non giunge inatteso, visto che più volte le autorità irachene e i comandanti militari americani avevano detto che i terroristi avrebbero lanciato un’ennesima offensiva con l’approssimarsi della data delle elezioni, che proprio ieri, mentre ancora divampavano le fiamme innescate dalle esplosioni, il Consiglio presidenziale aveva fissato al 6 marzo. Puntuale, quindi, la prima autobomba, condotta da un kamikaze, è esplosa poco dopo le 10 e 30, nella parte meridionale della città. Poi, nell’arco di alcuni minuti ne sono esplose altre

4, in altrettante zone. Obiettivo degli attacchi ancora una volta le sedi di istituzioni pubbliche, ovvero uffici giudiziari, il ministero degli Interni e la sede provvisoria del ministero delle Finanze, il cui edificio principale era stato pressoché distrutto ad agosto con un camionbomba. E anche la storica università al Mustansiriya è stata per l’ennesima volta presa di mira, con un’autobomba che ha ucciso almeno una quindicina di studenti e ne ha feriti decine di altri. Nel corso della giornata il bollettino sul numero delle vittime è stato ripetutamente aggiornato, di 20-25 morti in più alla volta. In serata, le autorità di sicurezza hanno infine fissato il totale a 127 persone uccise e 448 ferite. Si tratta di uno dei bilanci più pesanti dall’inizio del 2009, in cui tuttavia, secondo il governo iracheno, il numero dei civili uccisi in attentati è stato la metà dell’anno scorso, mentre il mese di novembre è stato, con circa 120

glia, in modo gratuito e prenotando per tempo, più usare le macchine. Getta la spazzatura nei contenitori differenziati fuori casa e pedala spedita verso il suo lavoro, su piste ciclabili larghe come vie principali. Oggi non piove, ma anche se piovesse, basta mettere un lungo impermeabile, coprirsi bene e il gioco è fatto. Anche la carrozzina ciclabile dei suoi bambini ha l’impermeabile, per non farsi cogliere impreparati dal bizzarro tempo scandinavo. In caso il tempo sia proprio proibitivo, c'è un’ottima rete di autobus ibridi e una metro a impatto zero che la porta in ufficio. Sul lavoro, l’attenzione per le basse emissioni è costante: dalle luci, alla raccolta dei rifiuti, dall’arredamento alle posate, i bicchieri e le posate della mensa totalmente riciclati e riciclabili, al cibo biologico. Così è anche all’asilo pubblico. Al ritorno verso casa passa a prendere i bambini. Fanno uno stop al supermercato dove a Kalle piace fare il gioco delle bottiglie: fuori dall’entrata ci sono due grandi contenitori che “mangiano” le bottiglie di plastica e vetro e danno in cambio monetine. Comprano i ricambi per i pannolini in cotone di Emma, due quaderni di carta riciclata, e il detersivo senza tensioattivi per i piatti e infilano tutto nelle borse di cotone portate da casa. Con la spesa, i bimbi e la bici preferisce prendere un bus, sul quale all’entrata c’è ampio spazio per passeggini e altro, e i bambini fino ai 12 anni viaggiano gratis. (D.V.)

AFGHANISTAN

“Autonomi tra 20 anni”

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l presidente Hamid Karzai (nella foto) ha sostenuto che l’Afghanistan avrà bisogno di risorse finanziarie per “almeno altri 15 o 20 anni” prima di poter garantire da solo la sicurezza interna.

STATI UNITI

Le 7 amanti di Tiger Woods

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ono finora 7 le donne che hanno affermato di avere relazioni con il campione di golf americano Tiger Woods. Nel frattempo la moglie ha lasciato la casa in Florida da dove ieri notte è stata portata via in barella la suocera di Woods in preda a forti dolori di stomaco, per un breve ricovero in ospedale.

VANUATU

Le scuse dei cannibali

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Il luogo di uno degli attentati di ieri a Baghdad (FOTO ANSA)

morti, il meno sanguinoso dall’inizio della guerra, nel 2003. Nel conto totale delle vittime del conflitto iracheno iniziato con l’invasione delle forze alleate oltre sei anni fa, sarebbero circa centomila i civili rimasti uccisi. I dati più recenti sembrano segnalare un cambio di strategia dei terroristi, piuttosto che un loro indebolimento. Negli ultimi mesi sono diminuiti i cosiddetti attentati “minori”, ma sono tornati quelli più spettacolari, multipli. Il 19 agosto, con due camion-bomba sono state uccise almeno 95 persone, mentre il 25 ottobre ne sono state uccise altre 150. Il premier Nuri al Maliki, che si gioca il suo futuro politico proprio sul rafforzamento della sicurezza, ha puntato il dito contro al Qaeda, affermando che “le bande di terroristi sostenuti dall’estero e i rimasugli del partito Baath (al potere con Saddam, ndr) e dei suoi sostenitori hanno compiuto un altro massacro su cui ci sono le stesse impronte digitali

di altri attentati che da molto tempo continuano a spargere il sangue dei nostri innocenti”. Ha anche sottolineato “il tempismo” degli attacchi “dopo che il Parlamento ha superato l’ultimo ostacolo sulla strada delle elezioni”. Un ostacolo posto in particolare dal vice presidente sunnita Tareq al Hashimi, ponendo il veto alla prima versione della legge, che a suo dire non garantiva sufficiente rappresentanza agli iracheni all’estero, che sono soprattutto sunniti. Il compromesso raggiunto infine domenica notte non ha cambiato di molto il testo, ma ha di certo aumentato il prestigio di al Hashimi all’interno della comunità sunnita, che questa volta, contrariamente alle elezioni del 2005, non intende boicottare la consultazione, suscitando evidentemente le ire di al Qaeda e dei nostalgici del regime di Saddam che, per l’appunto, sono soprattutto sunniti.

Erromago, una delle 83 isole che compongono l’arcipelago Vanuatu nel Pacifico, si è tenuta la cerimonia in cui gli abitanti – discendenti di una tribù di cannibali – hanno voluto scusarsi con un pensionato britannico 65enne per aver ucciso e mangiato quasi 170 anni fa il suo bis bis nonno, il reverendo missionario John Williams.

FRANCIA

“Libertà di culto: no ostentazione”

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l presidente francese Nicolas Sarkozy ha sostenuto che in un paese laico come la Francia, i credenti – siano essi cristiani, ebrei o musulmani – devono “saper evitare qualsiasi ostentazione e ogni provocazione” nella pratica della loro fede; affermazioni legate al referendum con cui gli svizzeri hanno bocciato la possibilità di costruire nuovi minareti.


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QUEL CHE C’È DA SAPERE PRIMA DI SPATUZZA hi si scandalizza per le dichiarazioni di Spatuzza, chi attende col fiato sospeso quelle eventuali dei fratelli Graviano, chi si domanda “perché proprio ora?”, chi invoca “i riscontri” ad accuse tanto “inverosimili”, non sa che da 15 anni decine di mafiosi pentiti e di semplici testimoni hanno parlato dei rapporti fra Dell’Utri, Berlusconi e Cosa Nostra. E che le loro parole sono già state riscontrate da indagini accurate e documenti inoppugnabili. Di più: le parole scritte dal Tribunale di Palermo che nel 2004 ha condannato Marcello Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa fanno impallidire quelle dell’ultimo pentito. Il quale si limita ad aggiungere un paio di tasselli a un mosaico già più che completo. Purtroppo quel processo, diversamente da quelli di Cogne, Erba, Perugia e Garlasco, nessuno l’ha mai raccontato in tv e nemmeno i mafiologi dei giornali che oggi si svegliano con 15 anni di ritardo. Ci provarono Luttazzi, Biagi e Santoro nel 2001, infatti furono epurati dalla Rai proprio per evitare che informassero i cittadini elettori del processo più importante d’Italia e più oscurato del mondo. Oggi le parole di Spatuzza cadono in quel vuoto informativo accuratamente studiato a tavolino e appaiono come funghi cresciuti nel deserto, calunnie di un pazzo o di un pentito prezzolato che ha deciso di infangare l’immacolata reputazione del premier e del suo braccio destro. “Il Fatto” ha deciso di riempire quel vuoto pubblicando in due puntate ampi stralci della sentenza Dell’Utri. Nella prima di oggi si raccontano i rapporti fra i fondatori di Forza Italia e Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta. Domani sarà la volta degli anni Novanta: la “stagione politica”, dominata anche secondo i giudici dai fratelli Graviano. p.g. e m.t.

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11 DICEMBRE 2004, dopo sette anni di processo, il Tribunale di Palermo condanna il senatore Marcello Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa assieme all’amico Gaetano Cinà (6 anni per associazione mafiosa). La sentenza è emessa dalla Seconda sezione: presidente Leonardo Guarnotta, giudici estensori Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari. Il 5 luglio 2005, i giudici depositano le motivazioni: la sentenza più pesante mai pronunciata da un tribunale su un parlamentare in carica. Vertice Berlusconi-Bontate Silvio Berlusconi, milanese, classe 1936, e Marcello Dell’Utri, palermitano, classe 1941, dicono di essersi conosciuti alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Milano nel 1961. Dell’Utri diventa il segretario di Berlusconi. Ma nel 1965 si trasferisce a Roma, dove dirige un centro sportivo dell’Opus Dei. E nel 1967 torna a Palermo, dove dirige l’Athletic Club Bacigalupo, squadra di calcio della borghesia palermitana, dove dice di aver conosciuto il giovane mafioso Vittorio Mangano, nonché Gaetano Cinà detto Tanino, titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi nel quartiere Malaspina, considerato dai giudici un mafioso anche lui (è imparentato tramite la moglie con i capi della mafia dell’epoca: Stefano Bontate e Mimmo Teresi). Il tribunale descrive Mangano come un uomo di “particolare caratura criminale”, con una “fitta trama di rapporti con personaggi di spicco di Cosa Nostra operanti nel milanese”. E spiega che Mangano arriva ad Arcore per proteggere la famiglia Berlusconi dai sequestri di persona, allora frequentissimi. Lo raccontano decine di pentiti e lo conferma persino un testimone oculare: l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, molto conosciuto negli ambienti

IL DOSSIER

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Non c’è soltanto l’ultimo super-pentito: nella sentenza di primo grado che condanna il cofondatore di Forza Italia, il sistema di relazioni tra il Cavaliere e Cosa Nostra pagine a cura di Peter

Gomez e Marco Travaglio

B. E DELL’UTRI: QUEI della Palermo bene perché proprietario di celebri locali notturni: “Di Carlo ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. [...] Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni ‘70 in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà [...] A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi era in compagnia di Stefano Bontate e di Mimmo Teresi. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello aveva in via Larga, nei pressi del Duomo di Milano. Dopo avere pranzato insieme in un ristorante, a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi, e con Dell’Utri. [...]”. Ecco il racconto di quell’incontro dalla viva voce di Di Carlo: “A venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati. Una stretta di mano, con Tanino si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no [...]. Con il Grado (il mafioso Nino Grado, ndr) che si conosceva bene hanno avuto battute di scherzo. Si è baciato anche con Stefano Bontate [...]. Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti... Certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans, sportivo era comunque. [...] Tant’è che alla fine Cinà dice: “Stamattina... hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi... Bontate e Teresi sembrava a chi dovevano incontrare, e quello è venuto in jeans e maglioncino!” [...]. Ci hanno offerto il caffè e quando arriva Berlusconi cominciano a parlare di cose più serie. Lavoro, ognuno che attività faceva. Teresi stava facendo due palazzi a Palermo: “Lei dottore sta facendo una città intera”. E lui: “Non c’è molta differenza... organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne 20 [...]”. Berlusconi ha fatto 10-20 minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa, perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”. I giudici proseguono: “Durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della ‘garanzia’ e Bontate rassicurò il suo interlocutore valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di ‘qualcuno’ ”. Di Carlo spiega:“A Milano succedevano un sacco di rapimenti, perché quando c’era Liggio fuori quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone [...]. Aveva ragione Berlusconi di essere preoccupato [...]. Hanno detto che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, avrebbe voluto una garanzia [...]. Berlusconi ha detto a Stefano: “Marcello m’ha detto che lei può garantirmi questo e altro”. Allora Stefano ha detto: “Lei può stare tranquillo: se dico io può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei [...] rassicurandolo. Poi c’ha un Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello […] perché Marcello è molto vicino a noialtri” [...]. Noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavamo a fare la garanzia, era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere? Dunque ci fu – scrivono i giudici – “una richiesta di protezione al Bontate”. Ma Bontate fece una “proposta a Berlusconi, a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”. Di Carlo: “Bontate ci ha detto (a Berlusconi, ndr): “Ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”.

Pm: Che cosa venne risposto? Di Carlo: Con una battuta, un sorriso sornione: “Ma come, debbo venire proprio in Sicilia? Ma come, qua i meridionali e i siciliani ho problemi qua, e debbo venire...?”. E Stefano ci ha detto: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Berlusconi anche lui alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: lo dicevano a Marcello [...]. Bontate ebbe una buonissima impressione”. Nelle mani della mafia Quel che accade subito dopo lo ricostruisce il Tribunale, definendo il racconto di Di Carlo “nitido, preciso e pienamente compatibile col resto delle emergenze processuali”: Una volta usciti dagli uffici, [...] Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata ad Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto da Di Carlo come uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni aggregata al mandamento di Stefano Bontate. [...] Di Carlo ha riferito che il Cinà, rispondendo a una sua domanda, “mi ha detto che c’era Vittorio Mangano […] Mangano a Milano trafficava e nello stesso tempo si faceva la figura che Berlusconi aveva qualcuno vicino di Cosa Nostra e Stefano l’aveva vicino” [...]. Di Carlo ha riferito che, in seguito e in relazione a questo incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo imbarazzo perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni (a Berlusconi, ndr). [...] Intorno al 1977-78 Cinà aveva chiesto il suo interessamento in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a lui per il problema relativo all’installazione delle antenne per la diffusione del segnale televisivo [...]. Anche in quel caso le somme corrisposte a Cosa Nostra erano a titolo di garanzia. Che Di Carlo dica la verità “in merito all’incontro

L’ex boss Di Carlo riferisce dell’incontro tra Bontate e un industriale, Berlusconi, avvenuto a Milano nei primi anni Settanta milanese tra Bontate e Berlusconi”, per i giudici lo dimostrano le dichiarazioni di altri collaboratori: Antonino Galliano, Salvatore Cucuzza, Francesco Scrima e Francesco La Marca. E poi il misterioso finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda, legato a mafiosi dell’entourage di Bontate e di Ciancimino, amico, futuro datore di lavoro e socio di Dell’Utri, salvo poi diventarne – a corrente alternata – il grande accusatore sul riciclaggio del denaro dei siciliani. Un “rapporto di amore-odio”, il loro, per dirla con Dell’Utri. Le conclusioni dei giudici sul “patto con il diavolo” stipulato fra i vertici di Cosa Nostra e il duo Berlusconi-Dell’Utri nel 1974 sono lapidarie: “Tutte le con-

siderazioni che precedono non lasciano residuare alcun dubbio circa la ‘mediazione’ concretamente svolta dagli odierni imputati i quali, costituendo uno specifico canale di collegamento tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra (nella persona del suo più importante esponente dell’epoca, Stefano Bontate) e l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi (in evidente e rapida ascesa sulla scena economica di quella ricca regione) hanno con ciò posto in essere una condotta idonea a costituire un consapevole e valido apporto al consolidamento e rafforzamento del sodalizio mafioso, sempre pronto a cercare nuovi canali attraverso i quali riciclare gli (già allora) imponenti introiti ricavati dalle attività illecite gestite ma anche, e piú semplicemente, nuove fonti di guadagno attraverso la imposizione di indebite esazioni, con la conseguente configurabilità a carico di entrambi gli imputati del reato associativo”. Il sequestro D’Angerio Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 1974, al termine di una cena nella villa di Arcore con Berlusconi, Dell’Utri, Confalonieri, Mangano e altri invitati, Luigi d’Angerio sedicente “principe di Sant’Agata” viene sequestrato da un gruppo di delinquenti. Ma la loro auto, a causa della nebbia, ha un incidente e l’ostaggio riesce a fuggire. Sul luogo dello scontro i carabinieri ritrovano la carta d’identità del boss Pietro Vernengo. Scrivono i giudici: “L’episodio [...] offre uno spaccato autentico della vita all’interno della villa di Arcore nel periodo in cui vi risiedeva il Mangano. In particolare viene confermata la presenza a tavola dello stesso Mangano, ammesso tra gli invitati di rango della villa (viene ricordata più volte la presenza di Marcello Dell’Utri e di Fedele Confalonieri, entrambi amici e collaboratori del padrone di casa, di un industriale nel campo delle piastrelle e anche di una nobildonna imparentata con i Savoia). L’accertata presenza del Mangano a quella cena consente di qualificare, una volta per tutte, il particolare rapporto che si era venuto a instaurare tra Dell’Utri e Berlusconi e il Mangano e di individuare il ruolo che allo stesso era stato riconosciuto, non già quello di un semplice dipendente, addetto ai cavalli, ma di una persona di rispetto, trattata al-


Mercoledì 9 dicembre 2009

DUE VENERDÌ DI PASSIONE Ora è il turno dei fratelli Graviano l Tribunale di Palermo, l’11 dicembre IMarcello 2004, ha condannato in primo grado Dell’Utri a nove anni con l’accusa

Accanto, la tenda nel Tribunale di Torino che ha coperto il pentito Spatuzza durante la deposizione; sopra Giuseppe e Filippo Graviano. A sinistra Berlusconi negli anni Settanta (FOTO ANSA)

di concorso esterno in associazione mafiosa. A quasi cinque anni di distanza, nel maggio di quest’anno, si riapre il processo d’Appello. Dopo la pausa estiva, il dibattimento riprende in settembre, ma i giochi si riaprono con la deposizione in aula, a Torino, del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex capomandamento del quartiere Brancaccio, braccio destro dei fratelli Graviano, che si è incolpato delle stragi di via D’Amelio e delle bombe del 1993 a Milano, Firenze e Roma (oltre ad aver partecipato all’omicidio di don Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo) il 4 dicembre scorso racconta al procuratore di Torino dell’incontro con i Graviano al Bar Doney di via Veneto, avvenuto nel gennaio 1994. In

quell’occasione i due vertici di Cosa Nostra, secondo le parole di Spatuzza, gli riferiscono di aver ottenuto quello che cercavano. Ovvero di aver trovato i nuovi referenti politici per la mafia. “Mi vengono fatti – ha detto Spatuzza il 4 dicembre – i nomi di due soggetti: di Berlusconi, e io chiesi a Graviano se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse che era quello di Canale 5, aggiungendo che c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri”. Venerdì 11, Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia con vari ergastoli sulle spalle, saranno ascoltati in videoconferenza a Palermo. I boss, che non si sono pentiti, saranno il primo possibile riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza su mafia e politica e sul rapporto stabilito da Cosa Nostra, tra il 1993 e il 1994 con i fondatori del partito che prenderà il nome di Forza Italia.

SUMMIT CON I CAPIMAFIA la pari degli altri invitati, quale non poteva non essere ‘il rappresentante di Cosa Nostra’ ad Arcore”. Secondo i giudici, Mangano ebbe “inequivocamente un ruolo attivo nell’organizzazione del sequestro”, insieme con Pietro Vernengo, Pietro Mafara, Nino Grado. Infatti aveva confidato a Salvatore Cucuzza che “l’incarico di ‘fattore’ a lui attribuito era solo apparente (un paravento) e […] in seguito a questo episodio i rapporti con Berlusconi si erano incrinati perché quest’ultimo aveva capito che il regista del sequestro era Mangano. Nonostante ciò, Berlusconi non aveva denunciato Mangano agli inquirenti: si era limitato a fargli intendere che aveva compreso il ruolo da lui avuto ed era stato poi lo stesso Mangano a decidere di andarsene [...]. A un volontario allontanamento del Mangano da Arcore ha fatto riferimento lo stesso Mangano, nel periodo immediatamente successivo alla sua scarcerazione del gennaio ‘75 e alla sua decisione di andare via da Arcore, seguita alla diffusione delle notizie di stampa secondo cui era stato assunto in quanto mafioso per fare da guardaspalle a Berlusconi: “E allora, Confalonieri mi chiama e dice: ‘Che, Vittorio?’. Ci ho detto: ‘Ho pensato di ritornarmene a Palermo, sa forse l’aria non ci giova ai miei figli, li vedo un po’ palliducci’. Dice: ’Ma lei si preoccupa dei giornali che attaccano?... Se ne fotte, per noi non ci sono problemi’. Ci dissi: ‘Dottore, io lo ringrazio delle sue bontà e di quello che mi sta dicendo, però io per guardarci la faccia, l’immagine e la dignità a Berlusconi, che lo voglio bene finora, fino a oggi, io me ne vado. Cosí i giornali ci danno un taglio’ [...] Nessuno mi ha mandato via. Questa è la verità, a livello Vangelo, quel che ho detto ora...”. Confalonieri conferma: “Mangano andò in prigione, credo durante l’inverno fra il ’74 e il ’75, e poi se ne andò perché non voleva mettere in difficoltà la famiglia”. Berlusconi invece è più vago: “Non ricordo come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per il prelevamento delle forze dell’ordine o per suo spontaneo al-

lontanamento”. Perché Mangano ha fatto sequestrare D’Angerio? I giudici non hanno dubbi:“E’ facile immaginare come il Mangano sarebbe ‘cresciuto’ di importanza agli occhi di Silvio Berlusconi e quali vantaggi avrebbe potuto trarne (e, con lui, l’intera organizzazione criminale Cosa Nostra) nel caso in cui il sequestro fosse andato a buon fine e lo stesso Mangano avesse potuto gestirlo garantendo in prima persona la salvezza dell’ostaggio e il buon esito delle trattative per il riscatto. [...] Questo episodio era destinato a inserirsi in una più complessa strategia destinata ad avvicinare e legare maggiormente l’imprenditore Berlusconi all’organizzazione criminale, secondo un disegno al quale non appaiono affatto estranei i vertici di quel sodalizio, e in particolare lo stesso Bontate”. Non è chiaro quando Mangano se ne vada davvero dalla villa di Arcore. Sicuramente fa le valigie molto tempo dopo il sequestro anche se: “È certo che l’allontanamento avvenne in modo indolore per decisione (autonoma o suggerita da Dell’Utri) presa da Berlusconi, il quale continuò a ospitare presso la propria villa la famiglia del Mangano e non risulta che abbia in alcun modo indirizzato i sospetti degli investigatori sul suo “fattore”, conservando ancora a distanza di molti anni le grate parole del Mangano. [...] Dell’Utri non ha mai interrotto i rapporti con il Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce delle sue stesse ammissioni, della caratura criminale del personaggio”. Prima bomba in via Rovani Il 26 maggio 1975 esplode una bomba nella villa berlusconiana di via Rovani 2, nel centro di Milano, provocando gravi danni. La denuncia la presenta un prestanome del Cavaliere, Walter Donati. Nessuno, sul momento, collega la villa al vero proprietario

Vittorio Mangano, l’uomo dei clan ad Arcore, resta nella villa anche dopo il tentato sequestro D’Angerio della Fininvest: Silvio Berlusconi, che pure in quel periodo – scrivono i giudici – aveva ricevuto “una richiesta estorsiva accompagnata dalla minaccia di sequestro del figlio, collegata all’attentato”, ma non l’aveva denunciata. Così le indagini non approdano a nulla, almeno fino al 28 novembre 1986, quando gli inquirenti milanesi intercettano per caso (nell’ambito di un processo per bancarotta a carico di Dell’Utri) una telefonata fra Berlusconi, Confalonieri da un capo del telefono, e Dell’Utri dall’altro: quella sera il palazzotto di via Rovani ha subìto un altro attentato. I tre interlocutori, parlandone a caldo, rievocano la bomba del 1975, attribuendo anche quella a Mangano. Insomma, già nel 1975, “malgrado non si nutrissero dubbi in merito al responsabile (Mangano, ndr), nessuna utile indicazione all’epoca era stata offerta agli investigatori; ma, al contrario, si era deciso addirittura di non denunciare direttamente l’attentato. In questa sede, il teste Confalonieri, pur confermando le minacce di sequestro ricevute non più tardi del 1976 (“...Io ricordo una lettera con... delle lettere dei ritagli di giornale e una croce in fondo...”) e malgrado il tenore letterale della conversazione intercettata, ha negato che fossero state

fatte ipotesi sui possibili responsabili (“...venne fatta qualche ipotesi? Si fece l’ipotesi di scappare”), giungendo finanche a negare un precedente attentato dinamitardo. Secondo il teste Confalonieri, sarà proprio in concomitanza con queste minacce, subito dopo l’allontanamento di Mangano, che Berlusconi, dopo essersi rifugiato all’estero per alcuni mesi con la sua famiglia, si era premunito con un adeguato sistema di difesa privata. Quanto sopra dimostra, ancora una volta, che, prima di quel momento, Silvio Berlusconi aveva ritenuto che la protezione della sua famiglia potesse essere adeguatamente garantita e assicurata dalla sola presenza di Mangano a villa Arcore”. Il compleanno del boss Dell’Utri continua a frequentare Mangano “anche dopo l’allontanamento di questi da Arcore”. Il boss catanese pentito Antonino Calderone racconta che il 24 ottobre 1976, giorno del suo 41° compleanno, pranzò al ristorante milanese “Le colline pistoiesi” con Nino Grado, Mangano e Dell’Utri: “Dell’Utri Marcello, me l’hanno presentato, lui (Mangano) mi diceva che era il suo principale. [...] Io e Nino Grado eravamo lì al ristorante e sono entrati Mangano e questo signore, era vestito molto elegante, con ricercatezza, e Nino Grado si è alzato per andarlo a salutare, a ossequiare [...] con molta deferenza”. Dichiarazioni riscontrate da varie prove, comprese le ammissioni dello stesso Dell’Utri: “L’episodio riferito dal Calderone è vero. [...] Io frequentavo abitualmente questo ristorante, e ho avuto talvolta occasione di pranzare con il Mangano inperiodo successivo all’allontanamento di quest’ultimo dalla villa di Arcore. Invero, come ho già spiegato, proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano, pur dopo il suo allontanamento da Arcore, avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. È chiaro che nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli come al solito mi avrà presentato come amici, senza farmene i nomi”. Ma, per il Tribunale di Palermo, “appare smentita dallo stesso comportamento dell’imputato la tesi difensiva che vorrebbe attribuire solo a un atteggiamento di timore la prosecuzione dei suoi rapporti con Mangano”. Anche perché il braccio destro del Cavaliere si è autosmentito in un’intervista del 1° luglio 1996 sul Tgr Sicilia: “Non vedo niente di strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano, e lo frequenterei ancora adesso...”: “Appare evidente che le motivazioni (timore di eventuali ritorsioni) addotte dall’imputato per giustificare il mantenimento dei rapporti con il Mangano costituiscono un mero espediente difensivo da addurre solo all’interno delle aule giudiziarie, ma non da manifestare all’esterno. Dal canto suo, sentito in dibattimento sul pranzo al ristorante ‘Le Colline Pistoiesi’, Mangano ha decisamente negato l’episodio”. Il fattore di Arcore Secondo Dell’Utri, Berlusconi & C, quando fu assunto ad Arcore, Mangano era uno stinco di santo e solo dopo si guastò. In realtà, già prima di arrivare ad Arcore nel 1974, era un delinquente doc: “Per quanto riguarda il periodo precedente, il 16 agosto 1972 Mangano Vittorio era stato fermato in compagnia di Mafara Gioacchino e, il successivo 23 agosto 1972, era stato sorpreso, all’ingresso dell’autostrada PA-CT, in compagnia di La Rosa Antonino e Vernengo Antonino, quest’ultimo imputato nel procedimento penale “maxi-uno” e indicato da Contorno Salvatore come esperto nella trasformazione

della morfina base in eroina [...]. L’ispettore Piu ha fatto riferimento anche all’arresto del Mangano, il 15 febbraio 1972, a seguito di un ordine di cattura della Procura di Milano per tentata estorsione, a ulteriore dimostrazione della presenza di Mangano in quella città ben prima del suo trasferimento nella villa di Arcore, registrato all’anagrafe di quel comune il 1° luglio 1974. Il 27 dicembre1974, l’arresto di Mangano da parte dei carabinieri [...] per truffa, pochi giorni dopo il sequestro D’Angerio. Dopo soli 26 giorni, il 22 gennaio 1975, a causa di un difetto di notifica, Mangano veniva scarcerato dalla Casa Circondarialedi Termini Imerese e faceva rientro ad Arcore. Il 1° dicembre ’75 veniva nuovamente arrestato per porto di coltello proibito in compagnia della moglie, ed entrambi dichiaravano di risiedere ad Arcore, presso la villa San Martino. Il 6/12/1975 Mangano veniva scarcerato per fine pena e dichiarava di eleggere domicilio in Arcore, via Villa San Martino n. 42. La carriera criminale di Mangano, “testa di ponte di Cosa Nostra a Milano”, prosegue dopo l’uscita da villa Berlusconi: “Nel periodo successivo, Mangano veniva raggiunto da una serie di provvedimenti giudiziari e misure restrittive fino a che, nel maggio 1980, veniva tratto in arresto ad Arcore, su segnalazione della Questura di Palermo, nell’ambito di una vasta operazione che vedeva coinvolti numerosi importanti personaggi inseriti in Cosa Nostra palermitana; da questa indagine scaturiva il processo a carico di Spatola Rosario più altri, [...] istruito dal dr. Giovanni Falcone, avente a oggetto un vastissimo traffico internazionale di eroina e morfina base [...]. Importanti elementi di prova erano emersi dalle intercettazioni telefoniche sulle utenze intestate ad alcuni esercizi commerciali riconducibili agli Inzerillo e su quelle dell’hotel “Duca di York” di Milano, ove alloggiava a quel tempo il Mangano.

Il braccio destro del premier continuò a frequentare lo “stalliere”: ai giudici disse che ne aveva timore, al Tgr spiegò “Lo farei ancora” [...] Mangano aveva ritenuto di poter camuffare i traffici illeciti usando espressioni riferibili al commercio di cavalli [...]. Mangano, nell’ambito di quel gruppo, svolgeva il compito di curare la compravendita di sostanze stupefacenti nella piazza di Milano [...]. Nel corso della disposta intercettazione dell’utenza telefonica in uso al Mangano presso l’Hotel Duca di York, emergeva una serie di contatti con talune società ubicate nella via Larga n. 13 di Milano, i cui amministratori risultavano a loro volta avere rapporti con tale “Tanino” (il noto latitante Martello Ugo), e la indicazione di quell’indirizzo come luogo di abituale incontro tra esponenti di Cosa Nostra”. Ne parla anche Paolo Borsellino (che il processo maxi-uno istruì insieme con Falcone) nell’intervista rilasciata poco prima di morire ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo. E i collaboratori di giustizia sono unanimi nel datare l’affiliazione di Mangano a Cosa Nostra “fin dagli anni Settanta”: come ricordano i giudici, “in un periodo quantomeno contemporaneo alla sua permanenza ad Arcore”. continua a pag 12–13


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IL DOSSIER

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I PROTAGONISTIì Antonino Calderone Un compleanno tra amici a Milano

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entito storico della mafia catanese. Sostiene di aver festeggiato il 24 ottobre del ‘76 il proprio compleanno a Milano con Dell’Utri, Mangano e i fratelli Grado. Dell’Utri ammette l’incontro, ma spiega che Mangano non gli presentò i commensali.

Calogero Ganci Filippo Alberto Rapisarda “Il gruppo e i soldi ai “Bontate disse: ‘Sarò Corleonesi” socio tv del Cavaliere’”

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iglio di Raffaele, il capomandamento della Noce, la famiglia palermitana più vicina a Riina. È tra gli assassini di Giovanni Falcone. Ganci spiega che a partire dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro (che ha visto) ai corleonesi.

Mangano, Fininvest e il forziere dei boss segue da pag 10-11

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L 14 FEBBRAIO 1980 la Criminalpol di Milano intercetta una telefonata di Mangano a Dell'Utri. Mangano propone a Dell’Utri “il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. Dell’Utri risponde che non ha i “piccioli”, i soldi. Mangano suggerisce di farseli dare “dal suo principale Silvio”, cioè Berlusconi (per il quale formalmente Dell’Utri non lavora più dal 1977, essendo passato gruppo Rapisarda). Su questo colloquio – scrivono i giudici – Dell’Utri “ha fornito una sua chiave di lettura non coincidente affatto con il significato letterale delle frasi utilizzate dai due interlocutori [...]. Appare chiaro che l’ ”affare” di cui si trattava, in relazione al quale non veniva chiesto alcun chiarimento, segno evidente che entrambi ben sapevano di cosa si trattasse, era proposto direttamente da Mangano a Dell’Utri, il quale, infatti, pur dimostrandosi ben disponibile, dichiarava di non potere accettare per mancanza di denaro e rispondeva immediatamente “per questo dobbiamo trovare i soldi”, “sono veramente in condizioni di estremo bisogno”. Quindi, il riferimento alla persona del «principale» di Dell’Utri, cioè Silvio Berlusconi (malgrado in quel periodo l’imputato non avesse con lo stesso rapporti di tipo lavorativo e malgrado non abitasse più ad Arcore), è fatto solo per indicare una persona che avrebbe potuto favorirlo”. E l’«affare» del presunto «cavallo»? “Il significato da attribuire alle espressioni utilizzate dai due interlocutori rende ininfluente la produzione documentale offerta dalla difesa dell’imputato, costituita da una scrittura privata, apparentemente risalente al 1974 (priva, però, di qualsiasi data certa) e asseritamente ritrovata solo di recente nella biblioteca di villa Casati, concernente l’acquisto da parte del Mangano di una cavalla purosangue di tal Pepito Garcia. Ma tale circostanza non è stata riferita né da quest’ultimo, né tanto meno dallo stesso Mangano, il quale fornisce una ulteriore versione affermando che la cavalla in questione, pur trovandosi ad Arcore, non era custodita in una stalla della villa di Berlusconi, bensí nel vicino maneggio del Pepito Garcia”. Le nozze del boss a Londra Il 19 aprile 1980 il narcotrafficante Girolamo Maria Fauci detto “Jimmy”, siciliano trapiantato in Inghilterra, si sposa a Londra con una ragazza inglese. Fra gli invitati che partecipano alla messa e al ricevimento ci sono Dell’Utri, Cinà e i boss Teresi e Di Carlo (in quel periodo latitante a Londra, dove lavora come copertura alla “Fauci Continental Imports”). Bontate, pur invitato, non ha potuto intervenire. Di Carlo racconta ai giudici che Fauci era socio occulto dei mafiosi Bontate, Teresi, Cinà e Santo Inzerillo, fratello di Salvatore, capoclan dell’Uditore; e che Dell’Utri e Teresi, seduti al suo tavolo, erano stati invitati dallo sposo. Dell’Utri fornisce la sua versione in un’intervista a Giampiero Mughini per Panorama, il 12 dicembre 1996: “Cinà mi aveva detto che un tal giorno sarebbe stato a Londra dove un amico siciliano avrebbe sposato una giovane lon-

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ell’Utri ha lavorato per lui nel ‘77-‘79. Dice che fosse amico di Bontate e altri boss. Dell’Utri ha ammesso di aver parlato di loro con Rapisarda per vantarsi. Rapisarda spiega che nel ‘78 Bontate gli ha detto che sarebbe stato socio di B. in una tv.

dinese. Il caso voleva che anch’io, quel giorno, sarei stato a Londra, dove volevo visitare una grande mostra dedicata ai Vichinghi. Perciò andai al matrimonio, che si svolse in un grande locale a Piccadilly Circus, e dov’era quella strana mescolanza di facce siciliane e buona società londinese”. Concludono i giudici: “Casuale o concordata che fosse stata la sua presenza a Londra il giorno delle nozze, è rimasto incontrovertibilmente accertato che Marcello Dell’Utri ha accettato l’invito rivoltogli dal coimputato, sodale ed amico di sempre, Cinà Gaetano, il quale, pur essendo necessariamente a conoscenza della “personalità” di alcuni degli invitati palermitani e dello stesso sposo, non si fece scrupolo alcuno di fare intervenire Dell’Utri alla cerimonia in chiesa ed al trattenimento successivo perché, evidentemente, era ben consapevole che alcune di quelle facce, «che non erano proprio quanto di piú... come posso dire...» (espressione che, secondo il giornalista Mughini, aveva usato Dell’Utri per descrivere negativamente alcuni degli invitati siciliani), erano le facce di Di Carlo e Teresi soggetti ben conosciuti dallo stesso Dell’Utri perché incontrati in precedenti occasioni [...]. Si ricorderà, infatti, che il Cinà è stato l’organizzatore dell’incontro a Milano, avvenuto nel 1974, tra Dell’Utri e Silvio Berlusconi con il Bontate, il Teresi e lo stesso Cinà, al quale aveva partecipato anche il Di Carlo. [...] Di Carlo ha dichiarato di avere preso informazioni dal Fauci sul conto delle persone invitate al matrimonio al fine di non correre rischi in ordine alla sua condizione di latitante. Orbene, la presenza di Dell’Utri, non solo non gli creò alcuna preoccupazione, ma fu occasione per intrattenersi con Dell’Utri prima della cerimonia religiosa e, poi, sedersi al suo stesso tavolo durante il banchetto”. Rapisarda, il nemico-amico Alla fine del 1977, poco dopo la partenza di Mangano da Arcore, anche Dell’Utri lascia Berlusconi e va a lavorare nel gruppo “Inim” di Rapisarda, il terzo gruppo immobiliare d’Italia, che controlla a Milano varie società. Diventa presidente e consigliere delegato della Bresciano costruzioni Spa (con sede in via Chiaravalle 9); consigliere della Cofire (Compagnia Fiduciaria di Consulenze e Revisione Spa) e, insieme al fratello gemello Alberto, della Internazionale Immobiliare (Inim Spa). Di quest’ultima Rapisarda era socio al 60 per cento insieme a Francesco Paolo Alamia e Angelo Caristi. Rapisarda rac-

Nel 1977 Dell’Utri va a lavorare nel gruppo Inim di Rapisarda che ha “intrecci con personaggi vicini alla criminalità”, scrivono i giudici conta che era stato Cinà a raccomandargli caldamente l’assunzione di Dell’Utri. Il quale dichiara al Tribunale di Palermo: “Rapisarda mi ha fatto una corte spietata, lo ripeto, altro che assumermi perché la mafia gliel’aveva chiesto! Ma quale mafia! [...] Di Cinà, Rapisarda non mi ha detto nulla. Mi diceva soltanto, quando poi siamo entrati in confidenza eccetera, non so per quale motivo, che lui conosceva a Palermo pezzi grossi della mafia: «Io conosco Tizio, Caio e Sempronio». E io ho detto, visto che lui millantava, per non sentirmi meno importante di lui, dicevo: “Anch’io conosco Tizio, Caio e Sempronio”. Ma questo è vero che io l’ho detto, ma ripeto solo per questa esclusiva ragione..”. Poi aggiunge: “Il discorso di Rapisarda mafioso fa ridere, perché se c’è uno che non può essere mafioso è Rapisarda, in quanto proprio è uno che parla in maniera sconsiderata di tutto e di tutti e credo che sia anche una persona che non ha nessun senso dell’amicizia, nessun rispetto dell’amicizia, cioè secondo me è completamente fuori da ogni logica diciamo cosí di carattere semplicemente da questo punto di vista mafioso”. «Parole queste – osserva il Tribunale – che si commentano da sole». Ma perché è cosí importante l’as-

Vittorio Mangano Il “fattore” re di Porta Nuova

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o “stalliere” di Arcore è stato il capo mandamento di Porta Nuova a Milano durante gli anni delle stragi del ‘92 e ‘93. Il nome di Mangano viene citato per la prima volta da Borsellino: “Era uno delle teste di ponte della mafia al Nord”.

Gaspare Mutolo Il piano-sequestro e il primo contatto

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metà anni ’70 ha pedinato Berlusconi quando la mafia aveva deciso di rapirlo. Secondo Mutolo il sequestro andò a monte per un intervento di Pippo Bono, il boss più importante di Milano. Da qui l’inizio dei rapporti tra B. e Cosa Nostra.

sunzione di Dell’Utri nel gruppo Rapisarda? Perché – spiegano i giudici – Rapisarda aveva «complessi intrecci con personaggi certamente vicini alla criminalità organizzata». Per esempio il suo socio Alamia, «soggetto notoriamente in rapporti con Vito Ciancimino, già sindaco di Palermo, condannato in via definitiva per la sua partecipazione a Cosa nostra». Per non dire degli «accertati contatti con mafiosi del gruppo Cuntrera-Caruana nel periodo di latitanza del Rapisarda seguito all’emissione dei provvedimenti restrittivi per il fallimento della Venchi Unica». Berlusconi e i calabresi In questo ambientino Berlusconi finisce per avere problemi pure con la ‘ndragheta. Scrive il tribunale: “Angelo Siino [ un importante collaboratore di giustizia ndr ]ha riferito di un viaggio [fra il 1977 e il ’79, ndr] effettuato a Milano con Stefano Bontate in occasione del quale ebbe ad incontrare Marcello Dell’Utri (già conosciuto a Palermo, dove avevano frequentato la stessa scuola, e Siino era stato compagno di classe del fratello, Giorgio Dell’Utri), proprio mentre l’imputato scendeva le scale dell’ufficio di via Larga insieme allo stesso Bontate e a Martello Ugo [...]. Siino ha riferito che, in quello stesso periodo (quando, cioè, Dell’Utri non era piú vicino a Berlusconi), ebbe ad accompagnare a Milano Stefano Bontate il quale, in quella città, doveva «intervenire» presso alcuni «calabresi» che volevano rapire Silvio Berlusconi. [...]. E fu proprio nel corso di questo viaggio che Bontate, parlando con Siino, ebbe a commentare il fatto che i Pullarà (autorevoli esponenti della sua stessa famiglia mafiosa i quali, dopo la uccisione di Bontate, ebbero a subentrargli nella stessa posizione di vertice, essendo vicini ai corleonesi di Salvatore Riina) stavano vessando Berlusconi con esose richieste di denaro (gli stavano «tirando il radicone»), indirettamente confermando le difficoltà incontrate dall’imprenditore milanese nel periodo in cui Dell’Utri non era al suo fianco”. Siino dice, tra l'altro: “ Ho saputo che Bontate e Mimmo Teresi soprattutto, si erano occupati... per fargli acquistare una televisione a Palermo. [...] Il rapporto tra il Bontate e il Berlusconi era un po’ sbandierato [...] soprattutto da Teresi. Teresi ogni tre parole diceva «Berlusconi è amico mio...», dice che si dava addirittura del tu con Paolo Berlusconi. […] Lo portavano piú come un fatto di amicizia, forse iniziata... con problemi di ordine estorsivo, ma sicuramente dopo non fu piú cosí, perché io, per esempio quando è stato il fatto delle televisioni, ho visto che si interessavano in maniera assidua. Le holding del Biscione Come nacquero le tv Fininvest? E con quali capitali? A queste domande ha cercato di rispondere la Procura di Palermo, a caccia di riscontri alle numerose accuse dei collaboratori di giustizia sul riciclaggio del denaro di Cosa nostra (in particolare del «tesoro di Bontate»). Indagati fin dal 1994 nel procedimento penale 6031/94 per «concorso in riciclaggio continuato con Bontate, Teresi e altri ignoti, commesso in Palermo, Milano ed altrove dal 1980-1981 in poi», Berlusconi e Dell’Utri sono stati poi archiviati per decorrenza dei termini. I giudici spiegano: “Il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato, nel 1978 in Piazza Castello a Milano, il Bontate ed il Teresi e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in una azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi. Al riguardo, gli aveva chiesto, tra il serio ed il faceto, il suo parere sulla «bontà» dell’affare. Lo stesso Rapisarda era tornato sull’argomento, il 7 novembre ed il 12 dicembre 1997, nel corso di spontanee dichiarazioni rese alla Procura della Repubblica, riferendo che, nel 1980-1981, Marcello dell’Utri aveva chiesto ed ottenuto dal Bontate e dal Teresi un finanziamento di 20 miliardi da utilizzare per l’acquisto di «pacchetti-film»”. Dichiarazioni poi arricchite dalle rivelazioni dei pentiti Francesco Di Carlo, Gioacchino Pennino e Tullio Cannella, oltreché dello stesso Rapisarda. Ma anche e soprattutto da alcune note informative della Dia, da cui risulta che “ – nella costituzione della società televisiva Trinacria Tv era intervenuta la società

Totò Cancemi “Arcore? Una tana di mafiosi”

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apo della famiglia di Porta Nuova prima di Mangano, ha raccontato che ad Arcore si nascondevano mafiosi come i Grado e che Dell’Utri era amico dei boss Bontate e Teresi. Ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne.

Par.Ma.Fid, indicata come società in rapporti con Monti Luigi e Virgilio Antonio, coinvolti nel processo penale susseguente alla Operazione San Valentino a cagione dei loro rapporto con esponenti mafiosi; – la stessa Par.Ma.Fid aveva interessi nella Realtyfin Spa, società cardine del gruppo facente capo a Virgilio Antonio; – alle suddette società del gruppo televisivo Fininvest erano interessati soggetti vicini all’associazione mafiosa”. Le indagini vengono per questo allargate all’acquisizione di altre tv siciliane da parte del gruppo Berlusconi. Si scopre che una di esse era di proprietà di Antonio Inzaranto, un parente acquisito del boss, Tommaso Buscetta, che sino alla fine degli anni 80 lavorerà per il gruppo. Gli acquisti delle varie reti, inoltre, avvenivano attraverso le innumerevoli «Holding Italiana» (numerate dalla 1 alla 37) che stavano dietro la Fininvest e che, secondo il consulente dei pm Francesco Giuffrida, dirigente della Banca d’Italia di Palermo, ricevettero ingenti finanziamenti fra il 1975 e il 1983 di provenienza allo stato misteriosa. Ma durante il processo, sia Cannella sia Pennino innescano la retromarcia e minimizzano le accuse lanciate in precedenza. Cannella però non può «fare a meno di confermare che Vitale, cognato di Bontate Stefano, gli aveva confidato che Dell’Utri “si era fottuto i piccioli di Bontate”». Così, «seppure non vi sia stata prova diretta di un passaggio di denaro fresco da ambienti per cosí dire “mafiosi” alla Fininvest», il tribunale ricorda che “le conclusioni alle quali è pervenuto il consulente del pm, il quale ha evidenziato tra l’altro la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte delle operazioni effettuate dal gruppo Fininvest negli anni 1975-1984, non hanno trovato smentita in quelle alle quali è pervenuto il consulente della difesa Dell’Utri; non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire, in termini di assoluta certezza e chiarezza, all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holdings del gruppo Fininvest. Ed allora le «indicazioni» dei collaboranti e del Rapisarda non possono ritenersi del tutto «incompatibili» con l’esito degli accertamenti svolti, i quali non hanno evidenziato elementi di insuperabile contrasto con le dichiarazioni accusatorie, ma neppure riscontri specifici ed individualizzanti alle stesse. La consulenza redatta dal prof. Iovenitti (consulente di Dell’Utri, ndr) non ha fatto chia-

I capitali del Biscione: nel 1980, il senatore avrebbe ottenuto da Bontate e da Teresi un finanziamento da 20 miliardi rezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest”. Chiarezza che avrebbe potuto fare Silvio Berlusconi, il quale però, il 26 novembre 2002, si avvale si della facoltà di non rispondere. I soldi per le «antenne» Il boss dei boss Stefano Bontate viene assassinato dai «corleonesi», nella guerra di mafia, il 23 aprile 1981. Anche Mimmo Teresi poco tempo dopo scompare, vittima della «lupara bianca». L’uomo forte dell’organizzazione, eliminati fisicamente quasi tutti i rivali, è dal 1983 Totò Riina, che impone a Cosa nostra non solo una «gestione dittatoriale violenta», ma anche una «diversità di atteggiamento e di mentalità», con «effetti rilevanti sia nei rapporti interni all’organizzazione mafiosa che nei rapporti tra gli uomini d’onore e soggetti “esterni” o contigui». Che fine fanno, dopo il «ribaltone», le relazioni di Cosa nostra con Berlusconi e Dell’Utri, gestite da Cinà, da Mangano e dai Pullarà? Vari pentiti hanno spiegato che attraverso di loro giungevano a Palermo prima 100 e poi 200 milioni


Mercoledì 9 dicembre 2009

LE DICHIARAZIONI DEL SOTTOSEGRETARIO MICCICHÉ SUL PENTITO

“SPATUZZA? NON ESCLUDO SIA PAGATO DAI PM”

Gianfranco Micciché

di lire l’anno regalati dal Cavaliere alla mafia anche per proteggere i suoi ripetitori televisivi da eventuali attentati. Quando però va al potere Riina, che non sa nulla di quel denaro inizialmente destinato a Bontade, la situazione cambia. Il capomafia corleonese prima s’infuria per non essere stato avvertito, poi fa chiedere spiegazioni a Pippo Di Napoli, il nuovo capo della famiglia di Malaspina (quella in cui milita Cinà). Siamo nel 1986 e alla fine dell’indagine interna, raccontano i collaboratori di giustizia, si arriva a una riunone in cui Cinà fa presente ai propri superiori che Dell’Utri lo sta trascurando. Cinà dice che Dell’Utri è sempre in ritardo con i pagamenti e che oltretutto lui non capisce come mai quei soldi finiscono ancora alla famiglia mafiosa di Villagrazia, un tempo capeggiata da Bontade, quando adesso a comandare sono i corleonesi. L’accaduto è ricostruito dai pentiti Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Antonino Galliano, tutti del mandamento palermitano della Noce (che comprendeva anche la famiglia di Malaspina e aveva a capo il boss Raffaele Ganci, fedelissimo di Riina). I tre raccontano, pur con qualche diversa sfumatura, la stessa storia. Si sono messi d’accordo? No, «non è emersa alcuna dolosa preordinazione nelle dichiarazioni rese al dibattimento dai tre collaboratori di giustizia», dunque «non può che trarsene un positivo convincimento in ordine alla loro attendibilità specifica». Cosí bastò «una lamentela del Cinà» per giustificare agli occhi dei mafiosi «un intervento che servisse a “rafforzare” detto imputato agli occhi dello stesso Dell’Utri. Da qui l’iniziativa di Mimmo Ganci, su ordine di Riina, di effettuare da Catania le anonime intimidazioni telefoniche e per lettera all’on. Berlusconi». Seconda bomba in via Rovani Anche di queste minacce esiste la prova: una telefonata intercettata fra Berlusconi e Dell’Utri nella notte del 28-29 novembre 1986 dopo un secondo attentato dinamitardo contro la villa di via Rovani: “Dalla conversazione risulta evidente come Berlusconi e, prima di lui, gli investigatori con i quali si era consultato, fossero convinti che il responsabile dell’attentato dovesse essere Vittorio Mangano, il quale, secondo una segnalazione poi rivelatasi inesatta, essi ritenevano essere stato scarcerato. Dell’Utri aveva acceduto alla tesi che gli era stata prospettata con vigore dal suo interlocutore non senza perplessità, fugata solo dall’aver appreso, per l’appunto, che Mangano era libero, circostanza della quale non era a conoscenza [...]. Aveva ragione Dell’Utri a mostrarsi perplesso: infatti Mangano non era «fuori» e l’attentato di che trattasi non era opera sua (al contrario dei precedenti noti). È interessante [...] il segnalato motivo di perplessità manifestato dall’imputato nell’apprendere la notizia (in effetti non vera), relativa alla libertà di Mangano in quel preciso momento, quasi che egli, sull’argomento, si sentisse legittimato a pensare che, se effettivamente fosse stato cosí, l’avrebbe subito dovuto sapere. [...] Altro interessante elemento si coglie nel resoconto di Berlusconi al suo braccio destro, a proposito della chiacchierata avuta con i carabinieri di Monza sull’argomento, laddove l’imprenditore, ridendo, aveva riferito a Dell’Utri di aver detto che, se gli anonimi danneggiatori gli avessero chiesto 30 milioni, anziché fargli l’attentato, egli non avrebbe avuto difficoltà a pagare. È sintomatico, anche se chiaramente ironico, l’atteggiamento mentale dell’imprenditore Silvio Berlusconi, disponibile a soddisfare, ma non a denunciare, le richieste estorsive rivoltegli, pur di stare tranquillo”. Ironico, poi, fino a un certo punto: “Caratterizzato da seria preoccupazione, è l’identico punto di vista espresso in occasione di altre intimidazioni, di ignota e mai da alcuno chiarita matrice, subite dal medesimo Berlusconi nel 1988, come emerge da una frase della conversazione telefonica del 17 febbraio di quell’anno intercorsa tra l’imprenditore e l’amico Della Valle, intercettata ed acquisita agli atti: «Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle pagherei tranquillo». Due giorni dopo l’attentato del 1986, il 30 novem-

“Non escludo che Spatuzza sia pagato, magari da magistrati. O da terzi”. Lo ha detto Gianfranco Micciché, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista a Il Riformista. L’unico a rispondergli è un compagno di partito, il finiano Fabio Granata, vicepresidente della commissione Antimafia: “Quello di Micciché è un passo falso. Dobbiamo avere la capacità di affrontare con estrema serietà queste vicende”. Granata consiglia al leader del Pdl siciliano (che non scarta un’intesa con il Pd isolano) di non amplificare ulteriormente la vicenda Spatuzza “Con considerazioni che possono colpire mediaticamente, ma che non aiutano la ricerca della verità”. Nell’intervista al quotidiano di Polito, Micciché afferma di non intravvedere l’ombra del complotto né di credere che la mafia “voglia far cadere il governo. Però non mi sento di escludere che Spatuzza voglia rifarsi un’immagine: non più un killer, bensì un

bre alle ore 14,01, Dell’Utri e Berlusconi si risentono. Dice Dell’Utri: “Dunque, io stamattina ho parlato con quello lí [Eleuterio Rea, funzionario di polizia, ndr]... e poi ho visto Tanino, che è qui a Milano. Ed invece è da escludere quella ipotesi, perché [Mangano] è ancora dentro. Non è fuori. E Tanino mi ha detto che assolutamente è proprio da escludere, ma proprio categoricamente. Comunque, poi ti parlerò... perché... di persona. E quindi, non c’è proprio...guarda, veramente, nessuna, da stare tranquillissimi, eh!” Tanino è Cinà ed è presente a Milano accanto a Dell’Utri durante la telefonata. Il che conferma il racconto dei tre pentiti della Noce, secondo i quali «Cinà si sarebbe effettivamente recato nel capoluogo lombardo per incassare dal suo coimputato la famosa somma di danaro per Cosa nostra»: .“Ma quel che piú rileva è che Tanino Cinà, nella specifica occasione di fine novembre 1986, era salito a Milano per comunicare, evidentemente perché richiestone, il fatto che Vittorio Mangano fosse ancora detenuto e che, pertanto, non potesse essere l’autore dell’attentato di appena due giorni prima. Dunque, un Cinà che – ad onta del fatto di essere un semplice amico palermitano di Dell’Utri, culturalmente e socialmente modesto – viene informato (da chi, se non dallo stesso Dell’Utri?) di un attentato dinamitardo subíto dall’imprenditore Berlusconi a Milano e, immediatamente, si era premurato non solo a fornire una corretta indicazione (piú corretta di quella dei carabinieri di Monza) sullo stato di detenzione del mafioso, oramai conclamato, Mangano Vittorio [...], ma anche sul fatto che Berlusconi potesse stare tranquillo, anzi «tranquillissimo». [...] Ci si chiede come, se non facendo riferimento al suo spessore mafioso, Cinà potesse arrogarsi l’autorità di discettare su un siffatto argomento e di rassicurare gli animi dei due interlocutori (uno diretto e l’altro mediato). E perché, se non per il fatto che fosse nota al Dell’Utri la sua mafiosità, immediatamente ritenere di «compulsare» proprio Cinà su un argomento di quel genere, fidandosi delle risposte fornite nell’immediatezza dell’episodio, di segno contrario rispetto alle conoscenze degli investigatori lombardi? Ma, per il Tribunale, è molto interessante anche l’atteggiamento del Cavaliere: “Accanto alle significative parole di Dell’Utri, sono altrettanto illuminanti i silenzi di Berlusconi, che ad esse fanno da contraltare. L’impren-

Inizia l’era di Riina, i rapporti vanno rinegoziati e arriva un segnale: una nuova bomba nella villa del Cavaliere in via Rovani ditore, avendo sentito le rassicurazioni del suo manager – provenienti dalla conversazione avuta con «Tanino», piú che da quella con il dottor Rea – aveva interloquito, soltanto, prima con un «Ah!», poi con un «Uh!», dopo con un «Ah sí, eh?», poi, ancora, con un triplo «Uh, Uh, Uh!» e, finalmente, dopo la precisazione di Dell’Utri che bisognava parlarne «di persona», con un «perfetto, ho capito». E Berlusconi aveva effettivamente compreso che vi era dell’altro, perché l’argomento della conversazione era stato immediatamente cambiato. I silenzi sono illuminanti perché Berlusconi palesa, attraverso essi, di sapere chi era «Tanino» e che «voce» aveva in siffatto contesto” Chi è il vero autore dell’attentato? Come ha svelato il pentito Galliano, la bomba era stata piazzata dalla mafia catanese, anche se – osservano i giudici – “Riina l’aveva voluta furbescamente sfruttare per le ulteriori intimidazioni telefoniche all’imprenditore [Berlusconi] ordinate a Mimmo Ganci e da costuieffettuate poco tempo dopo da Catania. Una volta raccordatosi con il suo sodale Santapaola di Catania, il capo di Cosa nostra aveva, come si suol dire, «preso in mano la situazione» relativa a Berlusconi e Dell’Utri [...], non soltanto per fini prettamente estorsivi, ma anche per potere «agganciare» politica-

salvatore della patria”. La tesi sul pentito sostenuta da Dell’Utri – ovvero che se Spatuzza dicesse la verità avrebbe dovuto parlare subito e non dopo 16 anni – viene sostanzialmente ripresa da Micciché. Cosa che non sorprende, visto che l’esponente pidiellino deve la sua fortuna politica proprio al braccio destro di Berlusconi. Micciché provocatoriamente dice anche che se Raffaele Sollecito e Amanda Knox si fossero pentiti e avessero raccontato di una trama “berlusconiana” dietro al delitto di Perugia “oggi sarebbero liberi e godrebbero pure di un vitalizio”. Sotto attacco, insomma, la credibilità dei collaboratori di giustizia, per arrivare a dire che non ci si può fidare di un ex criminale che ha partecipato all’uccisione di un bambino di 11 anni. L’insinuazione di Spatuzza pagato dai giudici è però la frase più pesante. Ma Micciché non è nuovo a certe sparate. Nell’ottobre 2007, l’allora presidente dell’Assemblea regionale aveva detto che l’intitolazione dell’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino trasmetteva “un’immagine negativa della Sicilia”. La frase aveva suscitato proteste veementi e sconcertata indignazione. Tanto che Micciché si era scusato e aveva “ritirato” ciò che aveva detto. Questa volta le reazioni in difesa dei magistrati non si sono proprio sprecate. Certamente è molto ecumenico (oltre che sacrosanto) scandalizzarsi quando viene offesa la memoria di due giudici uccisi dalla mafia. Ma difendere, oggi, l’autonomia del (El. Ba.) potere giudiziario ha di sicuro un valore politico.

mente Craxi. Sicché, da una parte, rispondeva effettivamente a verità l’estraneità di Mangano all’attentato di via Rovani (opera dei «catanesi»); dall’altra, vi era ragione [per Cinà, ndr] di rassicurare Berlusconi sul fronte delle intimidazioni, stante il controllo di Salvatore Riina mirante ad altri scopi.Due importanti notizie delle quali «Tanino» si era fatto latore a Marcello Dell’Utri,riscontrate «dall’interno» dell’organizzazione mafiosa (quella di riferimentodel Cinà), attraverso le dichiarazioni di Galliano”. Una cassata per il Cavaliere L’attentato a Berlusconi, infatti, non era mai finito su alcun giornale: Galliano doveva per forza conoscerlo di suo. “La persona dell’imprenditore Silvio Berlusconi veniva vista da Riina sia come soggetto che doveva pagare (alla stregua di tanti altri imprenditori), sia, anche, come soggetto che avrebbe potuto aiutare l’organizzazione mafiosa sul piano politico. Quindi, una persona che andava «coltivata», e non semplicemente estorta, nella speranza di ottenerne favori (non dimostrati al processo) […].A cavallo delle festività natalizie del 1986, una fitta serie di contatti tra Gaetano Cinà, Marcello Dell’Utri, la moglie ed il fratello Alberto, fa riferimento alla spedizione a Milano ed a Roma, da parte di Cinà, di alcune cassate siciliane. I destinatari erano gli stessi fratelli Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri. L’incombenza è gestita dal Cinà con estrema cura [...] dimostrativa di quanto egli ci tenesse a fare bella figura con tutti i destinatari del regalo [...]. Del tutto privo di senso, senza la premessa ricostruttiva di cui sopra, il dono di Cinà a Berlusconi [...]. In primo luogo Cinà, personalmente (e non tramite Dell’Utri), spedisce a Berlusconi, con il mezzo aereo, una, anzi due cassate siciliane [...]: la prima, delle stesse dimensioni di quelle destinate all’amico Marcello ed a Confalonieri, l’altra – con su stampato lo stemma di Canale 5 (il «biscione»), come suggerito dallo stesso Dell’Utri – di enormi, si direbbe spropositate dimensioni, deducibili dal peso di 11 chili e 800 grammi[...] e dalla confezione, che Cinà aveva appositamente fatto predisporre”. Che senso ha quel dolce regalo al Cavaliere? “Un significato simbolico: per Cinà, quello era un regalo «importante». [...]Cinà sentiva di dover omaggiare Berlusconi con un bel pensiero di Natale. [...] Ma Cinà era quella persona alla quale Berlusconi avrebbe dovuto essere riconoscente per il suo interessamento in occasione dell’attentato di via Rovani, [...] Invece, nonostante Berlusconi fosse in debito con Cinà, è quest’ultimo che aveva omaggiato l’imprenditore di un’enorme cassata, curandone la confezione ed il trasporto nei minimi particolari in modo da ingraziarsi il destinatario del suo «pensiero»” La conclusione dei giudici non può essere che una: “Dell’Utri era in condizione di comprendere – conoscendo Cinà nel suo reale spessore mafioso, come sempre piú risulta provato [...] – che, nel plateale ed esagerato omaggio natalizio di Cinà a Berlusconi, passato attraverso la sua diretta osservazione, era facilmente ravvisabile l’interesse del medesimo Cinà, non di natura personale (perché di scambi di favori tra Cinà e Berlusconi, di qualsiasi natura, non è stata mai acquisita prova), a «coltivare» l’imprenditore milanese, al di là del fatto estorsivo, poiché (e qui ha ragione l’accusa), non si è mai visto un imprenditore estorto che riceve regali da un emissario dei suoi aguzzini (anche se amico del suo manager). Dunque il tema, cosí interpretato, dà riscontro ai collaboranti anche sul punto della dimensione politica attribuita da Riina alla vicenda, altrimenti di carattere esclusivamente estorsivo, relativa ai rapporti tra Cinà, Dell’Utri e l’imprenditore Berlusconi”. Il libro mastro di San Lorenzo Berlusconi, dunque, secondo i giudici pagava la mafia. I collaboratori di giustizia ripercorrono infatti con precisione il percorso del denaro. E spiegano che a partire dalla fine degli anni 80 i soldi vengono divisi tra tre diverse famiglie tra cui quella di San Lorenzo, capeggiata dall’autista di Riina, Salvatore Biondino. Per loro però quello non era un

semplice pizzo. C’era qualcosa di più: era una strada intrapresa nella speranza di arrivare a Craxi. Esistono riscontri a questo racconto? Sì, secondo il Tribunale, che ricorda come grazie al pentito Giovan Battista Ferrante sia stato scoperto il libro mastro del pizzo della famiglia di San Lorenzo, composto da due diverse agende: “Per quel che qui interessa, l’attenzione si era concentrata su una delle indicazioni («Can 5 numero 8», da una parte e, dall’altra, al numero 8, «regalo 990, 5000») che il Ferrante ha decodificato riferendo che trattavasi di una dazione di 5 milioni di lire da parte di Canale 5, nell’anno 1990, a titolo di «regalo» e cioè, come si diceva piú sopra, non ricollegata a una estorsione posta in essere dalla «famiglia» di San Lorenzo”. Insomma, anche dopo l’avvento dei corleonesi, “deve ritenersi raggiunta la prova che sia Dell’Utri che Cinà hanno continuato ad avere rapporti con il sodalizio criminale. Tali rapporti, almeno fino agli inizi degli anni 90, si sono strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, con il contributo consapevolmente fornito, hanno fatto sí che il gruppo imprenditoriale milanese facente capo a Silvio Berlusconi pagasse somme di danaro alla mafia. Relativamente a quest’arco temporale [...], si è evidenziato l’inizio di una aspettativa di natura politica coltivata dal Riina nei confronti di Berlusconi (atteso il suo risaputo rapporto di amicizia con Craxi), la quale, come si vedrà, solo in anni successivi verrà accompagnata da concreti comportamenti posti in essere da Dell’Utri. [...] Deve ritenersi provata, da parte dell’imputato Cinà, la commissione di una condotta agevolatrice nei confronti del sodalizio mafioso, consistente nell’essersi personalmenteattivato per far conseguire a tale organizzazione illecita ingenti somme di danaro quale compendio estorsivo. ”.Tutto questo chiarisce anche la posizione di Dell’Utri. I suoi difensori sostengono che anche lui era una vittima. Ma il Tribunale scrive: Dell’Utri non è mai stato l’estorto. Non vi è dubbio, infatti, che le somme incassate dalla mafia provenissero dalla Fininvest e non dal patrimonio personale dell’imputato. Egli «rappresentava» presso i mafiosi gli interessi del gruppo, per conto di Silvio Berlusconi. Era un manager dotato di altissima autonomia e di capacità decisionali, non un qualunque sottoposto al quale non restava altro che eseguire le decisioni del proprietario dell’azienda, in ipotesi impostegli. È significativo che egli,

I giudici parlano di “un’aspettativa di natura politica nei confronti di Berlusconi, accompagnata da comportamenti di Dell’Utri” anziché astenersi dal trattare con la mafia [...] ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo). Dunque Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a Cosa nostra di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui. [...]. Conclusivamente, ad avviso del Collegio, Marcello Dell’Utri ha consapevolmente assunto [...] lo stesso ruolo del coimputato Cinà; è stato, come quest’ultimo, un anello, il piú importante, di una catena che ha consolidato e rafforzato Cosa nostra, consentendole di «agganciare» una delle piú importanti realtà imprenditoriali italiane e di percepire dal rapporto estorsivo, posto in essere grazie alla intermediazione del Dell’Utri e del Cinà, un lauto guadagno economico. L’ulteriore e decisivo tramite, al fianco dell’amico palermitano portatore diretto di interessi mafiosi. Cosí operando, Marcello Dell’Utri (come Cinà), ha favorito Cosa nostra reiterando le condotte, tenute in precedenza [...]. Una condotta ripetitiva, quella di tramite tra gli interessi della mafia e quelli di Berlusconi, posta in essere da Dell’Utri anche in tempi successivi.


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Mercoledì 9 dicembre 2009

SECONDOTEMPO SPETTACOLI,SPORT,IDEE in & out

PR OVOCAZIONI

Stati generali su Dio Con lui o senza?

Al Bano Emarginato perché divorziato, ma io sono credente

Lady Gaga Spettacolo morigerato in onore della Regina Elisabetta

Mourinho Non temo il Rubin e domani l’Inter vincerà

Mihajlovic È il nuovo allenatore del Catania Sostituisce Atzori

Da domani a Roma una tre giorni internazionale organizzata da Ruini con Cacciari, Severino, Brague, Spaemann e i cardinali Bagnasco a Scola di Marco

Politi

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iandando indietro ai suoi venticinque anni di episcopato nel giugno 2008, il cardinal Ruini fece autocritica. Confessò di avere pregato poco. Quasi un rammarico per essersi lasciato travolgere dagli impegni di guida dell’episcopato italiano e in ultima analisi dalla sua divorante passione politica. Libero da responsabilità di leadership, Ruini torna alla ribalta con una forte provocazione intellettuale. Riportare il discorso su Dio nella scena contemporanea. Per il porporato l’era attuale sta vivendo un singolare contrasto: “Dio è sempre meno presente nella cultura dell’occidente, ma sempre più presente a livello mondiale”. Dunque è il momento di tornare a discutere della realtà fondamentale senza la quale la Chiesa non ha senso: il Dio “salvatore e personale”. Così Ruini, che dirige il comitato Cei per il Progetto culturale, ha organizzato per domani a Roma (Auditorium di via della Conciliazione) una tre-giorni inedita con una schiera di nomi nazionali e internazionali, dai cardinali Bagnasco e Scola, a Massimo Cacciari e Emanuele Severino, da Rèmi

Belardinelli: “Il clima culturale odierno permette una discussione libera tra atei e credenti”

Brague a Robert Spaemann. Sotto il titolo-sfida “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”. Spiega lo storico Andrea Riccardi, leader di Sant’Egidio, che un’iniziativa del genere sarebbe stata impensabile negli anni Settanta, ma oggi “è finita la stagione dell’ateismo e dell’indifferentismo ottimisti e animati da forza vitale”. Invece nel generale vuoto di orientamenti si avverte la mancanza di quell’energia vitale, che è la speranza, e allora ha senso che “credenti e non credenti perplessi” si mettano alla ricerca del senso della vita e dello stare insieme. E’ anche l’opinione di Sergio Belardinelli: “La società contemporanea è prontissima a un discorso serio su Dio”. Per il sociologo, che coordina il comitato per il Progetto culturale, c’è un bisogno straordinario di un “Dio che interpella me”, un Dio che favorisce negli uomini la realizzazione di sé e garantisce amicizia. Il clima culturale odierno, dice, permette una discussione senza paraocchi tra atei e credenti, agnostici e diversamente credenti anche su temi forti come l’onnipotenza di Dio e il suo amore. Eppure la scarna realtà delle inchieste dimostra che l’idea di un Dio personale (così com’è delineato dalla tradizione ebraico-cristiana e anche musulmana) sta svanendo nelle nuove generazioni. In Spagna un sondaggio di qualche anno fa rivelò che metà della gioventù semplicemente non crede più in Dio. In Italia una recente indagine condotta in pieno accordo con le autorità ecclesiastiche dall’Osservatorio socio-religioso Triveneto, guidato da Alessandro Castegnaro, ha mostrato che oltre la metà dei giovani di Trieste, Venezia e Pordenone non crede al Dio cristiano ma piuttosto a una non meglio definita Realtà superiore. Altrettanto vacillante è la fede in Gesù Cristo figlio di Dio: ne sono veramente convinti un terzo a Trieste e Venezia e appena il 46 per cento a Pordenone. Il che rende debole la roboante retorica di quegli espo-

nenti politici di centrodestra, che di giorno in giorno si riempiono la bocca delle imprescindibili “radici cristiane”. Molti uomini di Chiesa sanno, d’altronde, che l’eclissi del Sacro nella società contemporanea non deriva da supposti veti culturali quanto dall’esperienza che le realtà del mondo appaiono come opera dell’uomo e non come risultato di una Natura, che rimandi al Creatore. In effetti nella letteratura del Novecento “Dio come personaggio non c’è”, afferma lo scrittore Ferruccio Parazzoli, protagonista al convegno di Ruini. Sarebbe un errore cercare di “mettercelo dentro” nell’opera di scrittori come Baudelaire o Gide, che manifestano semmai una ricerca dell’assoluto, o di Mauriac e Bernanos, che esprimono un tormento dell’anima. Se Dio non è più personaggio della narrazione, cos’è rimasto? “La nostalgia di Dio”, replica Parazzoli. Vale allora la pena porre la questione al teologo Giacomo Canobbio, già presidente dell’Associazione teologi italiani e uno dei relatori del convegno. E’ anzitutto possibile presentare il concetto di Dio all’uomo contemporaneo? Canobbio, che ha appena pubblicato con la Morcelliana un libro sull’anima, respinge la pretesa di definire con il nostro linguaggio una realtà che eccede le possibilità umane. Anche la tradizione, sostiene, ha usato in fondo metafore (padre, madre, compagno di viaggio, roccia, rifugio). Ma, pressato, Canobbio precisa: “Direi che Dio è principio e fondamento e condizione di

Dio non è più personaggio della narrazione Parazzoli : “E’ rimasta la nostalgia di Dio”

possibilità di tutta la realtà”. Non è un concetto troppo astratto per i contemporanei? Ribatte: “L’uomo contemporaneo deve anche riabituarsi a pensare in astrazioni. Portare l’idea di Dio a dimensioni troppo reali conduce all’ovvietà”. E tuttavia Canobbio ritiene che il discorso vada affrontato senza affidarsi a voli metafisici o raffinate disquisizioni teologiche. Si tratta di porre all’uomo e alla donna contemporanei due domande basilari: “Come si spiega la tua stessa esistenza? E dove trovi un sostegno

Il cardinal Camillo Ruini dirige il comitato Cei per il Progetto culturale

Canobbio: “L’uomo contemporaneo deve riabituarsi a pensare in astrazione”

nell’esperienza dei tuoi limiti?”. Poiché alla fine tutti hanno il problema di non sentirsi disperati e di fare fronte alla minaccia di non essere più, spiega il teologo, il “vero problema delle persone umane è Dio”. In questo senso si colloca la linea guida dell’attuale pontificato: Benedetto XVI ama sottolineare che “compito della Chiesa è rendere Dio visibile agli uomini”. Non a caso il cardinale Ruini rimarca che riportare il Dio di Gesù Cristo nel contesto culturale odierno significa salvare la società dalla deriva nichilista, irrazionalista e individualista. Il filosofo Emanuele Severino, anche lui tra i partecipanti, conferma che gli ultimi due secoli (lo rimarcava amareggiato lo stesso Giovanni Paolo II) siano stati una grande lotta della scienza e della cultura moderna contro la Chiesa. Non soltanto ci si è allontanati dalla tradizione per cui Dio era al centro della società, ma “il pensiero filosofico moderno è in grado di smontare le pretese della tradizione”. E qui cita Nietzsche e Bergson, Leopardi e Gentile. Considerare la disperazione dell’uomo come un ritorno alla situazione in cui Dio conta, sarebbe sbagliato. Nella loro vita quotidiana le masse cristiane sono ormai lontane dal Divino nella concezione dei rapporti sessuali e familiari, nella politica, nell’arte. Non vale la controprova del revival religioso, che pure c’è. Severino è scettico: “Il recupero di Dio ha chance apparenti, la modernità è vincente”. Poi il filosofo approfondisce la riflessione: “Amici e nemici di Dio fondamentalmente sono più vicini di quanto appaia. Perché entrambi ispirati alla stessa Anima Nera: il nichilismo, per il quale le cose di per sé non sono niente”. Fra chi sostiene l’atto creativo di Dio oppure cita Monod secondo cui gli eventi sono casuali – insiste Severino – non c’è antagonismo irriducibile. “In un caso o nell’altro le cose sono niente: prima non c’erano, domani esistono un po’, e poi svaniscono”.


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DAN BR OWN

I MASSONI? FILANTROPI

Lo scrittore a Milano presenta “Il simbolo perduto” Dan Brown ieri a Milano (FOTO ANSA) di Michele de Gennaro

ntanto: non è un po’ bizzarro che per presentare il suo ultimo thriller alla stampa italiana Dan Brown abbia scelto l’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata? Proprio lui che con i suoi lavori si è attirato feroci critiche dal mondo cattolico? Ma i simboli stavolta non c’entrano, solo una fitta agenda dettata dal marketing, che l’ha portato per la prima volta a Milano anche in concomitanza dell’apertura della stagione scaligera con la Carmen. Dalla quale è uscito entusiasta. Così come lo è del capoluogo lombardo: “Per le sue ricchezze culturali, architettoniche e storiche è uno scenario ideale dove ambientare una delle mie storie”. Uscito in settembre, Il simbolo perduto, distribuito in Italia da Mondadori, ha già venduto 15 milioni

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di copie nel mondo, un milione solo in Italia in poco più di un mese. Insomma, la nuova avventura del professor Langdon sembra destinata a ricalcare il successo planetario dei precedenti “Codice da Vinci” e “Angeli e Demoni”, 120 milioni di copie in tutto il mondo. Una popolarità accompagnata e sostenuta da polemiche e critiche: dalle accuse di plagio a quelle di incongruenze e gravi strafalcioni storici di cui i suoi libri sarebbero zeppi. Critiche che esaltano le virtù da equilibrista di Brown. Se da una parte dichiara di affidarsi esclusivamente a fonti documentate e reali per la stesura delle intricate trame dei suoi bestseller, dall’altra smorza con un sorrisetto sornione le critiche degli studiosi ricordando che “i miei sono solo romanzi, frutto di fantasia”. Gli ingredienti alla base della sua ulti-

ma fatica sono sempre gli stessi: misteri millenari, ritmo serrato, enigmi artistici, organizzazioni segrete. Il professore di simbologia di Harvard Robert Langdon interpretato nella versione cinematografica da Tom Hanks, perfetto nel ruolo dell’antieroe che tra mille avventure non vedremo mai fare uso di arti marziali o armi, se non quelle della conoscenza – corre a Washington invitato dal suo amico Peter Salomon, scienziato, storico nonché affiliato di primo piano alla massoneria, per tenere una conferenza sulle origini esoteriche della capitale statunitense. I Padri fondatori, insomma, prima che cristiani erano soprattutto dei massoni. Ma dello studioso Salomon al suo arrivo Langdon trova solo la mano mozzata sul pavimento della rotonda del Campidoglio. All’anulare un anello con simboli

massonici, e indice rivolto verso un quadro del 1865 raffigurante il presidente George Washington. Sarà il primo di una lunga serie di indizi e messaggi in codice che il professore di Harvard dovrà scovare e interpretare tra le architetture di Washington per riuscire, nell’arco di dodici ore, a salvare il suo compagno di studi, sventare un complotto massonico e svelare sorprendenti segreti millenari, con obbligato colpo di scena finale. Se con il Codice da Vinci e Angeli e Demoni pestava i piedi alla Chiesa di Roma e all’Opus Dei, in questo ultimo libro, Brown, esplora il legame con il potere della massoneria, alla quale sembra strizzare l’occhio, con accondiscendenza. “In un mondo in cui gli uomini continuano a uccidere altri uomini – dice Brown – le organizzazioni massoniche, per come le ho conosciute, sono realtà

Le organizzazioni massoniche sono centri di aggregazione che accettano i nuovi affiliati come fratelli positive, centri di aggregazione aperti, che accettano nuovi affiliati, accolti come fratelli, di qualsiasi razza o religione. È una forma di apertura mentale molto interessante. Quello della massoneria mi sembra un atteggiamento filosofico condivisibile e da seguire”. E in tanti, tra il mondo cat-

tolico, negli ultimi anni lo hanno criticato proprio additandolo come massone. “Mi hanno fatto capire che le loro porte sono sempre aperte per me. Ma non sarei mai un buon affiliato, proprio per il giuramento di segretezza che bisogna mantenere. Mentre a me i segreti piace divulgarli. Comunque credo che attorno a queste organizzazioni e i loro riti negli anni si sia creata una cortina di pregiudizi che ne danno un’immagine errata. Nelle mie ricerche sulla massoneria non ho mai trovato alcun documento che attestasse, anche in minima parte, la pericolosità di questa organizzazione e dei suoi affiliati. Quello che ci tenevo a spiegare è che la massoneria, così come la Chiesa, è un organismo creato e composto da umani, e quindi in quanto tale fallace”. Però con la Chiesa ci è sicuramente andato più pesante. “Sono cresciuto a Exter, un piccolo centro del New Hampshire. Ho vissuto infanzia e adolescenza dentro una comunità quanto mai cosmopolita, con persone di tutte le razze e credi religiosi. Solo all’università ho incontrato il razzismo e ho iniziato a comprendere quanto le religioni spesso portino le masse verso l’intolleranza invece che alla fratellanza”. Romanzo fantasticamente storico, negli intenti dell’autore Il simbolo perduto dovrebbe suscitare l’interesse del pubblico verso scaffali della storia rimasti nell’ombra. “Non importa quale opinione si abbia, conta averne una. L’apatia è la vera minaccia per l’uomo. Se leggendo i miei libri nasce nelle persone un’esigenza di ricerca, se iniziano a volerne sapere un po’ di più di arte, storia e religione, ecco, quella è la mia più grande gratificazione”. Oltre ai diritti d’autore, s’intende.


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SECONDO TEMPO

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IL PEGGIO DELLA DIRETTA

TELE COMANDO TG PAPI

Finanziaria, che opera pia di Paolo

Ojetti

g1 T Dopo averla presa alla larga (Baghdad, una bomba nel Punjab, una bombola che esplode e un delitto passionale subito risolto), ecco che il Tg1 arriva alla guerra di Sant’Ambrogio fra Chiesa e Stato Padano. Ma non si sofferma più di tanto: venti secondi al cardinal Bertone, altrettanti a Napolitano e qualcosa di meno per Calderoli. E qui si poteva anche azzardare qualche parola in più per l’esponente di una Lega che vuole il crocifisso dappertutto, ma lo vuole padano, magari col Cristo dipinto di verde e che chiede vengano ricordati i “suoi santi”. E chi saranno mai, san Liutprando, Santa Cunegonda, i santi Sigfrido e Brunilde? Un altro passetto ed ecco la famigerata Fi-

nanziaria che viene spacciata per opera buona, devoluta dalla maggioranza e che l’opposizione vuole silurare. La finale è una chicca. Paolo Di Giannantonio legge: “Gli avvocati Ghedini e Longo smentiscono che il processo breve verrà esteso ai reati di mafia e terrorismo”. Punto, passiamo ad altro, prendi su e porta a casa. g2 T Il Tg2 brancola nel buio finché arriva Benedetto XVI: i media “amplificano il male”. E qui si apre un capitolo che ci interessa da vicino: i media, televisioni in testa, intossicano i cuori e le menti? Si potrebbe chiudere subito, dicendo al pontefice: a ognuno il suo mestiere. Ma sarebbe troppo facile e allora si può (anche il direttore Orfeo avrebbe potuto

dire due parole) distinguere: le notizie si danno tutte, conseguenze e sviluppi compresi. Sguazzare nella famosa trilogia sangue-sesso-soldi solo per fare cassa, questo è già discutibile. E si potrebbe concludere che le devianze informative sono monopolio di certa stampa di destra (cfr, il caso Boffo) e di certa televisione commerciale, che rincorre audience spargendo in giro rifiuti non differenziati. g3 T Politica politicata in secondo piano, il Tg3 punta sul clima con due servizi, la cronaca di Oliviero Bergamini e un reportage di Lucia Goracci (brava) dal Leshoto: sarà l’Africa a pagare per il pianeta che si scalda. Il secondo capitolo riguarda le future centrali nucleari italiane. Eh sì, è facile dire: evviva il nucleare, così la finiamo col petrolio. Poi, dove si costruiscono? E tornano in ballo (un documento dei Verdi, smentito dall’Enel) Caorso, Trino Vercellese, Montalto di Castro, Palma in Sicilia, Borgo Sabotino. Nessuno le vuole: 13 regioni hanno già detto di no. L’era atomica già inciampa.

Parola di Patrizia di Luigi

Galella

ussuria, lussuria, sempre Lnient’altro guerra e lussuria, non c’è che rimanga di moda. Patrizia D’Addario è un personaggio tragico. Somiglia alla Cressida di Shakespeare, se non altro per l’ambivalenza dei sentimenti che suscita, oscillanti fra il desiderio e il disprezzo. L’abbiamo vista all’ “Infedele” di Lerner (lunedì, La 7, 21.10) commuoversi alla vista delle immagini di suo padre, nel bel servizio di Paola Mordiglia, aperto dalle immagini felliniane della “Gradisca” di “Amarcord”. Con la voce chiara, ma come incurvata a tratti e resa sottile da una vena dolente; sospesa e lacerata fra l’ambizione da eroina che la sostiene, col bisogno di riscatto per la morte del padre suicida, e il malcelato biasimo di chi, alla voce inglese “escort” – letteralmente guida, scorta - preferisce la nostrana “prostituta”. Come ad esempio il ministro La Russa – rivisto in un filmato di un “Porta a Porta” – che dichiara, professorale: “Escort in italiano si dice prostituta”, non certo per scrupolo linguistico, peraltro impreciso, ma forse per-

ché la parola è già di per sé un’offesa, e mentre finge di denotare con spirito neutrale, connota col sorrisetto allusivo e le intenzioni che da dietro fanno capolino: chiare, sempre più chiare. Prostituta? Ma no, diciamolo: troia, zoccola, grandissima bottana! Perché le parole non sembrano bastare mai, in quanto ad esattezza, quando si tratta di mescolare la libido e l’insulto, la volontà di possesso e la riprovazione morale. eanche lo stesso Lerner Ndellarinuncia alla tentazione profanazione semantica, chiarendo appunto che di questo si tratta, che è questo il mestiere appunto, perché siamo in tv e tutti devono capire. E mentre pindarico Pietrangelo Buttafuoco vola leggero e “dionisiaco”, con inconscia volontà assolutoria, azzardando che “nemmeno a pagamento il sesso diventa mai merce”, e la professoressa Lucetta Scaraffia ripete la sua teoria dell’origine prima di ogni male, ovvero la rivoluzione sessuale del Patrizia D’Addario, ospite di Gad Lerner all’Infedele su La7

’68, che oggi contagia i potenti, è Ida Dominijanni del Manifesto che riconduce l’analisi ai suoi termini concreti e razionali: è la parola di una prostituta che non vale quanto quella di un uomo, anzi, la parola di una donna vale poco, nemmeno della stessa Veronica Lario, che in quanto moglie è agli “antipodi della prostituta”. Il dionisiaco non c’entra niente, e nemmeno la rivoluzione sessuale del ’68, “perché ai tempi della rivoluzione sessuale il sesso non si comprava”. Il problema di Patrizia D’Addario è la parola, quella che ne definisce funzione e ruolo. E quella che le viene confutata, perché “se la parola di una prostituta vale quanto quella di un premier…” (Bruno Vespa, “Porta a Porta”); “portando come bocca della verità una ragazza che di professione fa la prostituta…” (Ignazio La Russa, “Porta a Porta”). Non concessa a priori. Taccia, quindi, e stia al suo posto. E soprattutto, si presenti per ciò che è. A lei, negato ogni camuffamento verbale. Ad altri, invece, “utilizzatori finali”, consentito ogni grottesco eufemismo.


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SECONDO TEMPO

MONDO

WEB

a cura di Federico

Mello

Internet contro Zapatero di Alessandro Oppes Madrid

egna la confusione nel governo Zapatero. Per combattere la pirateria su Internet, anziché affrontare il problema di petto con una decisione chiara, l’esecutivo socialista di Madrid ha scelto la via del sotterfugio, con un paragrafo seminascosto all’interno della nuova legge sull’“economia sostenibile”. La nuova norma prevederebbe la possibilità di chiudere per via amministrativa, anziché ricorrere a una decisione della magistratura, le pagine Web che permettono download illegali di musica, film e videogiochi. Appena se n’è accorto il popolo della Rete, è scoppiata la rivolta. Un “Manifesto in difesa dei diritti fondamentali di Internet” ha raccolto in pochi giorni più di 120 mila adesioni su Facebook. E a Madrid, nei giorni scorsi, si è assistito a un evento senza precedenti. Un ministro – anzi, in questo caso, la “ministra” della Cultura, Ángeles González-Sinde – costretta a convocare d’urgenza una riunione con una controparte va-

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riegata e difficile da definire. I “rappresentanti di Internet”, come sono stati subito etichettati in un comunicato governativo. Loro, naturalmente, si ribellano, giacché la Rete è qualcosa di molto più complesso, e non prevede cariche elettive. Però si sono presentati al ministero in gran numero, chiamati soprattutto per la loro notorietà di blogger o curatori di pagine Web di successo, decisi a difendere un diritto collettivo minacciato. Armati di palmari, iPhone e cel-

lulari, hanno riversato in tempo reale via Twitter sui loro siti le notizie sull’andamento della riunione. Ascoltavano, parlavano, e al tempo stesso trasmettevano. Alla fine, i commenti sono stati pressoché unanimi: un “fracaso”, un fiasco completo. Anche perché l’interlocutore che avevano di fronte, la ministra Sinde, era proprio l’artefice principale del grande pasticcio, al quale il premier Zapatero sta cercando affannosamente di porre rimedio. Smentita prima dal ministro della Giustizia Francisco Caamaño, secondo il quale la chiusura di pagine Web è controllata dalla magistratura, la proposta della titolare della Cultura è stata poi affossata dal capo del governo, che ha dichiarato senza mezzi

feedback$

GRILLO DOCET

LA GRECIA È VICINA

1) Mestizia Moratti, sindaco di Milano per censo, ha avuto oggi la sua giornata di gloria. Ha santificato il giorno di Sant’Ambrogio con l’assegnazione dalle sue proprie mani dell’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza milanese. Per l’informazione ha premiato Maurizio Belpietro di Libero, per l’imprenditoria Marina Berlusconi, la presidente della Mondadori, azienda acquisita con la corruzione di giudici. Poi, tutti insieme, alla prima della Scala a mostrare la toilette da gran signora sotto il peso dei flash, dimentica dell’avviso di garanzia per l’inquinamento dell’aria di Milano. “Milan l’è un gran Milan”. 2) Quanto manca alla mezzanotte del debito pubblico italiano? Non possiamo svalutare perché siamo agganciati all’euro. Entro l’anno avremo superato i 1.800 miliardi di debito. Siamo un treno in corsa verso il default. La Grecia è vicina. “Il default si avvicina e i mafio-leghisti ne sono i responsabili”. La Grecia ha un rapporto debito/Pil del 110 per cento quest’anno e 120 per cento il prossimo, l’Italia ha un rapporto del 115 per cento e 117,3 per cento il prossimo anno. E’ vero che la Grecia spende di più dell’Italia, ma quando gli investitori hanno iniziato a vendere i titoli greci contemporaneamente hanno venduto anche quelli italiani”. V’ pensiero, scorzè ve.

termini: “Non chiuderemo nessun sito Internet”. Troppo tardi, però, per evitare una gigantesca polemica. Voci critiche verso il governo si sono levate dall’interno dello stesso Partito socialista. E, cavalcando la protesta, è scesa in campo anche l’opposizione del Partito popolare, che accusa l’esecutivo di voler “restaurare la censura”. Zapatero promette una “soluzione dialogata” in tempi brevi. Ma trovare una ricetta che non scontenti nessuno

è praticamente impossibile. L’Associazione utenti di Internet sostiene che “i diritti d’autore non sono diritti fondamentali, come possono essere l’infanzia o la sicurezza”. Ma un gruppo di 2500 artisti ha presentato un manifesto al ministro dell’Industria chiedendo che venga garantito il loro lavoro con una lotta efficace alla pirateria. E l’organismo più importante dell’industria musicale, Promusicae, ricorda che la chiusura di pagine Web non è sufficiente, perché il 70 per cento dei download illegali si ottengono attraverso le reti di scambio P2P.

DAGOSPIA

L’EVEREST DELLA MARKETTA

1) Sabato sera la Rai e Brunello Vespa hanno scalato la vetta più alta dell’Everest della marketta. Come Dago-annunciato, dopo il calvario delle anticipazioni servite per settimane riga per riga a stampa e tv, ora il nuovo libro del conduttore di “Porta a Porta” sbuca come da tradizione in tutte le trasmissioni Rai e non solo, con rischio di assalto anche per il segnale orario di RadioRai. Ebbene, il Golgota della marketta è stato toccato dal telecomando delle case degli italiani sabato all’ora di cena, quando Bru-neo è spuntato niente meno che durante “Affari Tuoi Speciale per due” su Raiuno. La Rai ha voluto essere coerente fino in fondo col format della trasmissione, e ai due sposini (come ai telespettatori) il “pacco” lo ha fatto per davvero. Nel corso della puntata, infatti, direttamente dal salottino azzurro di via Teulada è arrivato proprio Bru-neo, che si è messo a duettare con Max Giusti, ha saltellato da una parte all’altra dello studio, ha scherzato con i concorrenti, ha aperto pacchi. Una super telepromozione da un quarto d’ora in prime time di fronte a quasi 5 milioni di telespettatori. 2) Chissà chi è il politico di lungo corso, ex Zapatero, il ministro spagnolo Ángeles parlamentare e sottosegretario Dc, a lungo in Forza González-Sinde, la pagina Fb della Catturandi, Italia e ora l’esultanza di due agenti dopo un arresto nell’Udc in quanto è TUTTI CON LA “CATTURANDI” non ricandidato nel BOOM DI ISCRITTI NELLA PAGINA FB Pdl, che vive a Roma La squadra “Catturandi” della Polizia ha è NETANYAHU: TWITTER in una lussuosa villa giocato un ruolo decisivo nei recenti CONTRO L’IRAN intestata a una arresti di boss mafiosi: gli agenti in APPELLO ALL’OCCIDENTE società anonima del incognito, coperti dal mephisto, sono Internet come arma di dialogo Liechtenstein... ormai un simbolo della lotta alla e di lotta politica. E’ una doppia criminalità organizzata. Anche su offensiva online quella lanciata Facebook i cittadini esprimono il loro dal presidente israeliano, entusiasmo per gli arresti e il coraggio Shimon Peres, e dal premier, degli agenti: la pagina della squadra Benyamin Netanyahu. Il primo sta promuovendo un Catturandi, nata solo da qualche giorno, proprio canale YouTube; il secondo pronto a ha oltre 5000 fan. Fino a qualche anno fa, sfruttare l’occasione della nuova ondata di proteste quando qualche boss veniva arrestato, degli oppositori interni a Teheran per invocare sotto la questura si radunavano partenti un’azione coordinata dell’occidente. ll primo inferociti. Ora ci sono i ragazzi di Addio ministro ha accusato Teheran di continuare a tacitare Pizzo a festeggiare, simbolo di una Sicilia “tutte le fonti d’informazione” e le fonti di dissenso, che si schiera a viso aperto contro la e si è detto convinto della capacità di penetrazione di mafia e anche il gruppo Facebook, è un “Internet e di Twitter”, invitando apertamente gli modo, seppure virtuale, per esprimere la Stati Uniti e gli altri paesi democratici a cavalcare propria vicinanza e la propria solidarietà questi strumenti per bucare la censura di agli uomini dello Stato che rischiano la Ahmadinejad. vita contro la mafia: “Grazie per tutto quello che state facendo... La Sicilia vera onesta è con voi!!!!! La mafia fa schifo” scrive ai Catturandi uno dei tanti utenti.

antefatto.it Commenti al post: “La parola ‘fine’ alle battaglie di Pio La Torre e Libera” di Nando Dalla Chiesa.

Vorrei fuggire dall’Italia. Ho una tristezza immonda che mi sovrasta, comunque che fare? Bè non c’è alternativa...!! Andare avanti anche perché non potremmo fare altrimenti e soprattutto perché questo “bip bip” di S.B. ha 73 anni e le macerie che lascerà le dobbiamo spostare noi (Michele) Come recita il proverbio: “Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare”. Così la Lega ha imparato a convivere con la mafia e a barattare i diritti dei cittadini con i pizzini dei mafiosi. È ora che qui al nord la gente si dia una seria svegliata! (Giulio Giulio) Scriveva lo storico C.M. Cipolla: in un paese in declino, la percentuale di individui stupidi è sempre uguale a k; tuttavia, nella restante popolazione, si nota, specialmente tra gli individui al potere, un’allarmante proliferazione di banditi con un’alta percentuale di stupidità e, fra quelli non al potere, una ugualmente allarmante crescita del numero degli sprovveduti (M.G. in Progress) Mantovano (sottosegretario agli Interni) che dice a don Ciotti... “siete quelli del dire e non del fare” e sentite che fine fanno i beni... questo essere vergognoso parla di incremento dei beni sequestrati ma non del punto sostanziale indicato da don Ciotti... i beni sono bloccati! Vergogna... (Emma) Buttarla in rissa politica è ormai diventata una squallida abitudine. E dire che ordine, legalità, lotta alla mafia erano per la destra parole che avevano un senso. Non riuscire a capire che a quelle aste parteciperà solo la mafia, pensare di poter, quasi fosse un gioco di prestigio, sequestrare e confiscare i beni mafiosi a ripetizione e sempre gli stessi, non voler sapere la verità sulle pagine più buie della nostra storia recente è davvero una follia (Francesco M) Vorrei ricordare a Nando che questa non è la prima legge ma la seconda dopo lo scudo!!! Perché è con quei soldi che la mafia e associati vari parteciperanno alle aste!! (Simone) Come diceva qualcuno "l'importante è avere gli anticorpi". Con questi ci si può permettere di guardare e ascoltare qualsiasi campana, ma avendo ben chiaro qualè la realtà dei fatti. Consiglio di leggere "La scomparsa dei fatti" di Travaglio, Illuminante sul perché molti la pensano in un certo modo. Io ribadisco la mia, con la Mafia non si tratta, non si scende a compromessi e non si convive. (Claudio)


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il badante

PIAZZA GRANDE

É

Corruzione, cortocircuito europeo di Luigi

De Magistris

veramente paradossale – o forse no – quello che si sta verificando nelle ultime settimane tra l’Italia e l’Europa. In queste ore è entrato in vigore il Trattato di Lisbona che, per quanto riguarda la cooperazione giudiziaria penale, prevede tra le materie di competenza legislativa del Parlamento europeo le forme più gravi di criminalità: tra queste, assieme alle mafie, al riciclaggio, al traffico di esseri umani, di armi e di droga, anche la corruzione. Per sconfiggere queste gravi forme di criminalità transazionali si intende istituire la Procura europea. La Greco – ossia il Gruppo di Stati contro la corruzione – del Consiglio d’Europa ha adottato la relazione di valutazione sull’Italia. In questo elaborato emerge come, in Italia, la corruzione sia profondamente radicata in vari ambiti della Pubblica amministrazione, in pezzi della società civile e aree del privato; si parla di legami tra la corruzione e la criminalità organizzata: tra i settori più a rischio sono evidenziati l’urbanistica, l’ambiente, gli appalti pubblici, la sanità. Viene stigmatizzata la circostanza che l’Italia non possiede programmi di lotta contro la corruzione. La relazione annuale di Transparency International inserisce l’Italia al 63esimo posto su 180 Stati e la colloca tra le maglie nere in Europa (meglio di noi Barbados, Qatar, Cile, Botswana, Mauritius, Namibia, solo per citare qualche esempio).

È

novembre, il ParlamenIunalto25risoluzione Europeo ha approvato avente a oggetto lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia al servizio dei cittadini (cd. Programma di Stoccolma) ove si stabiliscono le modalità per rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata, alle frodi e alla corruzione al fine di proteggere anche gli interessi finanziari dell’Unione, auspicando una politica organica anticorruzione. La Corte dei Conti europea ha presentato la relazione sull’esercizio finanziario dell’anno appena trascorso dalla quale si evincono dati significativi con riferimento agli illeciti commessi con riguardo ai fondi strutturali europei, nella quale si esortano le istituzioni dell’Unione a migliorare la lotta alle frodi relative ai fondi pubblici. In Europa, quindi, si può dire che sia alta la sensibilità per tentare di contrastare efficacemente la corruzione, i legami tra la politica e la criminalità organizzata, per sradicare le frodi quale luogo in cui si realizza l’infiltrazione del crimine nelle Istituzioni. In Italia, invece, la maggioranza e il governo – per salvare il presidente del Consiglio dal processo Mills – varano la legge-impunità sulla cd. prescrizione breve. In questa legge, corruzioni e truffe all’Unione europea vengono considerati – ovviamente – reati che non sono di allarme sociale. Al

Nella valutazione sull’Italia del Consiglio d’Europa emerge come la corruzione sia profondamente radicata in vari ambiti della Pubblica amministrazione, in pezzi della società civile e aree del privato contrario, reato grave e allarmante – per il quale i leghisti introdurrebbero anche la tortura mediante fustigazione – è quello di essere immigrato clandestino, persona fisica che viene punita non perché commette un fatto-reato, ma perché immigrato (in poche parole, la colpa d’autore di Hitler adattata al Terzo millennio). Il messaggio del governo è devastante anche sul piano morale. La stessa carica criminogena si rinviene, del resto, nella legge sulle intercettazioni che le rende praticamente impossibili o inutili anche per i reati contro la Pubblica amministrazione. La ciliegina sulla torta – tanto per accontentare l’anziano, ma quanto mai contemporaneo, Licio Gelli – è la sottrazione al pubblico ministero del diritto-dovere di svolgere indagini di propria iniziativa (modalità d’attuazione dei principi costituzionali di indipendenza della magistratura, obbligatorietà dell’azione penale e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge) subordinando, invece, la sua

azione alle segnalazioni di reato da parte della polizia giudiziaria che, come noto, dipende dal potere esecutivo: i lettori de Il Fatto Quotidiano sono troppo attenti per intuire quanto numerose saranno le direttive del governo per il contrasto delle corruzioni, delle borghesie mafiose e dei predatori di risorse pubbliche. E’ veramente deprimente l’immagine dell’Italia che questo governo consegna all’Europa: provvedimenti e leggi in favore di corrotti, corruttori, mafiosi, riciclatori ed evasori (anche attraverso lo scudo fiscale); mentre tolleranza zero verso i residui sociali di una società opulenta in violazione – come ci ha ricordato la Commissione europea – del diritto d’asilo anche attraverso l’uso indiscriminato dei respingimenti di massa. La lotta è dura, ma la fine della decadenza è vicina; il re è quasi nudo e il suo impero sta crollando corroso dalla corruzione e dal malaffare; la ricostruzione sarà dura, ma avvincente e appassionante, con l’Europa che ci osserva.

LA STECCA di INDRO

l

“Ho conosciuto due volti di Berlusconi. Il Berlusconi editore del Giornale che non ha mai influenzato o condizionato la mia linea; e il Berlusconi politico che avrebbe voluto subito un Giornale al suo servizio. (...) In quel momento è venuto fuori il volto che non mi piace, il volto di un prepotente pronto a qualsiasi sopruso, come ha fatto con me. (...) Nel ’94 bisognava lasciare Berlusconi a Palazzo Chigi e vedere che cosa avrebbe saputo fare. Credo che oggi ci saremmo liberati di lui definitivamente, anzi ne sono convinto. (...) Io voterò centrosinistra, ma Berlusconi vincerà le elezioni. Anzi sarà la sinistra – che ha commesso errori madornali – a perderle. Quali errori? Uno per tutti: andare al governo con un ribaltone. Più che un imbroglio, è stata una sciocchezza Telemontecarlo, 24 marzo 2001

Il consiglio d’Europa a Strasburgo (FOTO ANSA)

di Oliviero Beha

COSE DI COSA NOSTRA È

tutto un troiaio”, esclamava spesso toscaneggiando Rodolfo Siviero, nominato da De Gasperi per i suoi meriti nella Resistenza ministro plenipotenziario per il Recupero delle opere d’arte trafugate durante la guerra, operazione che lo rese famoso e insieme disperatamente impotente di fronte alle nequizie di uno Stato in cattivo stato. Ci pensavo ieri guardando la prima pagina di questo giornale, che oltre alla Lega truce anti-Tettamanzi e al summit di Copenaghen sul clima aveva in evidenza tre cose collegabili. I “day after” del popolo viola di San Giovanni, le nefandezze della Finanziaria specificamente orientate sul via libera all’asta per i beni confiscati ai mafiosi, e l’anticipazione di un libro importante, “Il caso Genchi”, il consulente di vent’anni di indagini sulla delinquenza organizzata, da Falcone a De Magistris. Perché collegabili, al di là di un’evidenza solare? Intanto perché il sottofondo del NoB.Day era la protesta contro gli arrangiamenti legislativi del premier, che accelerano e si infittiscono mentre leggete. A questo proposito non sono d’accordo sulla richiesta della Piazza di dimissioni da parte di Berlusconi, che mi pare un passo successivo. Piuttosto, si faccia processare, e in attesa degli sviluppi di Spatuzza e company risponda in aula del caso Mills, invece di scappare a colpi di convocazioni di Cdm e di impegni ad hoc: per rispettare la legge “deve” farsi interrogare, e se ci riesce ovviamente assolvere. L’ha fatto Andreotti, di essere in aula, lo faccia lui. Evitare il giudizio scardina la Costituzione e si pone di fronte all’opinione pubblica italiana e internazionale come un “contumace istituzionale”. Come direbbe Siviero, diventa “tutto un troiaio”. Quale sembra diventare una Finanziaria che lascia correre le aste per i beni confiscati alla mafia, questa sì iniziativa della maggioranza berlusconiana che può far gridare ai favori ai mafiosi, come questo e altri giornali da tempo ripetono. Senonché qualche giorno fa in un incontro a Padova ero proprio a fianco di Genchi. Il quale, tra le tante cose giuste sosteneva anche che non fosse affatto una cattiva idea quella di mettere all’asta i beni mafiosi. Perché? Intanto, perché nel frattempo essi deperiscono e costano comunque molto denaro conservativo allo Stato. Poi perché se i mafiosi si ricomprano i loro beni, “noi glieli risequestriamo”, diceva Genchi. Così li pagano due volte, e nel frattempo il denaro contante riscosso va a finire a Libera di Don Ciotti, alle altre associazioni previste, a tutte le iniziative le cui finalità siano in linea con questo utilizzo dei beni sequestrati e posti all’incanto. Ovviamente in assoluto questo sarebbe a parer mio un ragionamento nient’affatto sbagliato, così come è evidente che la mafia dei colletti bianchi partecipa in carrozza a qualunque asta vuole, in Italia e altrove, e si compra con la liquidità che possiede ciò che le serve. In assoluto, però. Relativamente a questo paese ,il deperimento dei beni confiscati dipende dall’inefficienza del medesimo Stato che poi dovrebbe garantire la ri-confisca dei beni agli eventuali mafiosi che li avessero ricomprati all’asta. Si pensi poi alle lungaggini giudiziarie e amministrative per simili procedure: da diventar matti, oppure da rendere servigi a Cosa Nostra e ai suoi interlocutori politici di qualunque stampo. Per non parlare delle sezioni “deviate” delle forze dell’ordine eventualmente coinvolte. Dunque Genchi ha ragione, quindi ha torto. E Berlusconi va dritto come la locomotiva dell’Alta velocità attraverso quel “troiaio” di cui parlava quel galantuomo di Siviero.

Mr.B, alle origini della “Guerra civile” di Giovanni Ghiselli

ochi giorni fa Berlusconi ha evocato la guerra civile. Questa nei classici significa confusione, crudeltà e inversione di valori. Da tempo assistiamo a caotici contrasti che oppongono governo a magistratura, gestori o attori del potere a personaggi rivali dentro lo stesso governo, e deputati dell’opposizione ad altri onorevoli della medesima parte. C’è perfino chi contrasta se stesso, smentendo oggi quello che ha detto ieri. Nel frattempo guardie pagate per custodire, e addirittura medici il cui compito è quello di curare, contribuiscono a rovinare giovani vite in difficoltà. Né mancano maestre sadiche che invece di allevare i bambini educandoli, li straziano terrorizzandoli. A proposito Tutto va alla rovescia e il caos ci divora. La della lotta confusione generale molti è una scaptra fazioni seguita per patoia dal rendimento di conti. Nelle Anime al consolato morte di Gogol un faradi Pompeo e Crasso butto suggerisce di confondere le idee per Sallustio annota: rendere impossibile il compito di fare giusti“Mentre zia: “Confondere, confondere e nient’altro: simulavano il bene introdurre nel caso nuovi elementi estrapubblico, ciascuno nei, complicare. E che lottava per la ci si raccapezzi pure il funzionario pietropropria potenza” burghese incarica-

P

to… l’importante è trovare delle circostanze capaci di gettar fumo negli occhi”. È il metodo per ingannare che già Aristofane nei Cavalieri attribuiva al mestafango Cleone, del resto beniamino del popolo quando, nel 424 a. C., venne rappresentata la commedia. Secondo l’autore, egli si comportava come i pescatori di anguille i quali nell’acqua pulita non prendono nulla, ma, se smuovono il fondo limaccioso del pantano, fanno buona pesca. Così il demagogo sconvolgeva la città. Tucidide scrive due capitoli cruciali (III, 82-83) sulla guerra civile di Corcira durante la quale (427-425 a. C.) capitarono molte gravi sciagure che avverranno sempre “finché la natura umana rimarrà la stessa”. Il succo delle riflessioni è che la guerra è “maestra di violenza” e adegua alle circostanze i caratteri dei più. In quella situazione gli uomini “cambiarono arbitrariamente l'usuale valore delle parole in rapporto ai fatti”. Alcuni esempi di questo slittamento linguistico: “L'audacia sconsiderata fu ritenuta coraggio leale al partito, l’indugio prudente invece, viltà speciosa, la moderazione poi, schermo della viltà”. Ecco dunque che, attraverso un ribaltamento delle parole, avviene un capovolgimento dei valori, una de-moralizzazione generale, e così, durante l’imperversare della violenza e della demagogia, diventa un disvalore quel senso della misura, che caratterizza l’uomo greco beneducato. L’elenco della degenerazione semantica e morale continua: “l’intelligenza divenne infingardaggine, chi si adirava era considerato affidabile, chi gli si opponeva, sospetto. Il successo giustificava le insidie, chi le tendeva, se gli riuscivano, era intelligente. Chi induceva a fare il male era lodato”. Sallustio riprende alcune di queste espressioni nel Bellum Catilinae a proposito della lotta tra fazioni seguita al

consolato di Pompeo e Crasso del 70 a. C.: “Mentre simulavano il bene pubblico, ciascuno lottava per la propria potenza” (38),. La storiografia di Sallustio tende a spiegare i fatti della storia attraverso i vizi e le virtù umane: per questo può esserle avvicinato il libro di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. L’autore indaga su passioni, sentimenti, motivazioni culturali degli uomini. La guerra civile è il più crudele e il più politico dei conflitti: negli anni 1943-1945 conteneva elementi di guerra di classe e di guerra patriottica, tesa alla “riconquista dell’identità nazionale” e di liberazione del territorio dallo straniero. Questa guerra civile fu dunque una guerra totale che impose la propria forma alle altre due e decise chi doveva essere considerato civis. In essa, come nelle lotte intestine tra Ateniesi di cui parla Solone, era necessario schierarsi. La “scelta fondante”, nello sfascio o nel vuoto delle istituzioni dopo l’8 settembre, fu una necessità dettata in primo luogo dalla coscienza: una “responsabilità totale nella solitudine totale”, soprattutto per i partigiani. Scegliere di opporsi ai nazifascisti fu: “Una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”. La scelta dei fascisti per la Repubblica sociale invece non ebbe questo carattere di disobbedienza. Violenza ci fu da entrambe le parti ma nei repubblichini era insita la cultura e l’estetica della morte: il loro simbolo era il fascio littorio “che aveva come elemento costitutivo la scure delle esecuzioni capitali”. I resistenti guardavano al futuro e vedevano la morte come l’extrema ratio di una guerra terribile, mentre i fascisti erano legati cupamente al passato. “Abbiamo troppo futuro davanti a noi per sporcarci le mani” dice una partigiana nell’opporsi a una fucilazione. g.ghiselli@tin.it


Mercoledì 9 dicembre 2009

pagina 19

SECONDO TEMPO

MAIL Le toghe rosse arrestano i mafiosi Anche in questi giorni le beneamate toghe rosse hanno lavorato bene, acciuffando altri due super latitanti mafiosi. Mi chiedo perché i giornali di B. non sparino in prima pagina titoloni come: “Nuovo successo delle toghe rosse”, “le toghe rosse incastrano due boss”. Le toghe chiudono il sacco prima delle nuove leggi sulla magistratura e delle riforme giusto per impadronirsi degli slogan di Silvio.

Il No B. Day contro il processo breve La piazza del 5 dicembre si è schierata contro la peggiore vergogna di questo governo, il processo breve. Lo sappiamo che gli avvocati parlamentari, al doppio soldo di B., stanno studiando le modalità di applicazione del “processo morto” per salvare il premier dai suoi processi e, di conseguenza, bloccheranno tutti gli altri tribunali che non potranno più fare il loro lavoro! Tra l’altro si vuole stabilire una durata certa solo per certi tipi di reato, inclusi gli omicidi, che potranno essere cancellati con la prescrizione, ma non ne usufruiranno criminali ben peggiori degli assassini, gente che ha come onta quella di essere nata in un altro paese: gli immigratri. Sono veramente indignato dall’atteggiamento di questo esecutivo che per salvaguardare il proprio esclusivo interesse piega supinamente tutto il Paese. Speriamo che la piazza viola possa cambiare le cose. Maurizio Marco Milano

I manifestanti e gli amici di Feltri Sulla prima pagina dell’edizione del 6 dicembre 2009, de il Giornale, diretto da Feltri, è stata scritta la seguente frase: “In piazza gli amici di Spatuzza”. Ecco, oggi io pretendo che il direttore di quella testata chieda pubblicamente scusa a tutte le persone che hanno pacificamente manifestato per le vie di Roma. E vorrei anche che il fido Feltri smettesse di essere ipocrita su una questione che conosce alla perfezione, ma che ora è il momento di esplicitare: non solo non siamo amici di Spatuzza ma il senso della nostra manifestazione è che noi tutti crediamo che “Amici di Spatuzza” siano gli amici di Feltri. Grazie a tutta la redazione, buon lavoro!

BOX A DOMANDA RISPONDO O LA FAME O IL PIANETA

Furio Colombo

7

aro Colombo, resto con una strana impressione. Per il pianeta inquinato in questi giorni assistiamo a un grande evento mondiale, per tentare di trovare una soluzione, a Copenaghen. E’ già qualcosa, ma sappiamo che il summit aggiungerà l’inquinamento delle parole inutili all’inquinamento dei gas. Seguiranno impegni inadeguati, ma almeno un segnale, seppur insufficiente, c’è. Ma c’è un’altra questione, sinceramente non meno importante, che viene sistematicamente trascurata: la mancanza di cibo nel mondo. Per il miliardo di esseri umani che muoiono di fame (in gran parte donne e bambini) non si organizza niente. Le sembra giusto? C’è una spiegazione per questo fatto che mi sembra onestamente ingiustificabile? Grazie e buon lavoro a tutta la redazione. Valerio

C

NON CREDO si possa fare una

contrapposizione, una sorta di drammatica alternativa, fra chi muore di fame e chi muore, come a Bhopal, di inquinamento. Credo che la situazione sia grande e tragica e sia una sola. Coloro che hanno più ricchezza hanno il dovere urgente di condividerla. Perché sarebbe una folle illusione pensare che si possano alzare ponti levatoi intorno al mondo agiato, isolando i morenti. La vendetta dei poveri abbandonati

al loro destino non sarà una vendetta progettata e realizzata da qualcuno. Sarà una inevitabile sequenza di fatti. Come per tutte le infezioni, anche per l’infezione dell’estrema povertà, che ormai tormenta metà del mondo, non ci sono frontiere. Si riversa e continuerà a riversarsi sul mondo agiato, in modi sempre diversi e senza alcun vero strumento di controllo, nonostante la faccia feroce di chi si illude di creare un mondo a compartimenti stagni. Tutto ciò è vero in tanti sensi. Perché il mondo dei poveri è il più inquinato, ma i più inquinanti sono, per forza i più agiati, perché le scorie del mondo arrivano fra i più poveri che muoiono sia di fame sia di scorie. Poiché i poveri non possono cambiare il loro destino, le chiavi di questo cambiamento sono nelle mani dei ricchi. Detto ciò, il passaggio fra il dire e il fare, anche dei leader più volonterosi, più avvertiti, moralmente più nobili, come Barack Obama, è di immensa difficoltà anche a causa del continuo rovesciarsi e alternarsi delle spinte isolazioniste ora da destra, ora da sinistra, in tutti i paesi più avanzati. Dunque il problema è politico. E questa risposta ovvia e semplice è invece pericolosa e complicata. Finora la buona politica non ha trovato la forza necessaria, vedi gli Stati Uniti di Obama. Ma è inutile negare la realtà. Nella maggior parte delle democrazie domina un opportunismo che non promette niente di buono. Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

IL FATTO di ieri9 Dicembre 1980 Prete, “sovversivo” e gay. Bersagliato per le sue lotte al fianco dei braccianti lucani e per le sue denunce dal pulpito contro la corruzione democristiana in Basilicata. Attaccato e sospeso a divinis per il suo coming out pubblico a Rimini, durante un convegno di cattolici del dissenso. E’ lui, don Marco Bisceglia, il sacerdote eretico che darà il via a Palermo, il 9 dicembre ‘80, al primo circolo ARCI Gay, nucleo per la difesa dei diritti omosex, nato sull’onda del “fattaccio di Giar re”, brutta storia di pregiudizi e sangue, in una Sicilia bigotta e omofobica. La storia di Giorgio e Toni, due adolescenti gay innamorati, travolti dal disprezzo della gente e finiti ammazzati sotto un albero di limoni, forse suicidi, forse assassinati a freddo. Una coppia di “puppi”, come ancor oggi, in terra catanese, vengono chiamati con scherno gli omosessuali, sulla quale a Giarre, il paese che temeva di essere bollato come “il paese dei finocchi”, venne imbastito un giallo giudiziario, con tanto di fantomatico baby-killer, accusato senza prove, di aver premuto il grilletto su ordine delle stesse vittime. Un omicidio-suicidio, non lo sapremo mai, frutto di un odio antigay ostinato e incontenibile allora come oggi. Giovanna Gabrielli

Roberto Conte

Il popolo viola, coscienza civile A proposito delle dichiarazioni di Feltri, che trovo incivili e inadatte a una persona che vuole farsi passare per giornalista, ora anche noi, giovani che abbiamo riempito la piazza romana il 5 dicembre scor-

era con noi quando abbiamo urlato assieme a Salvatore Borsellino “fuori la mafia dallo Stato”. Forse, direttore, ci confonde con qualche partito politico, che lei è solito attaccare e diffamare. Noi, però, non siamo né un partito né la voce di qualche politico. Il popolo viola è coscienza civile pura, direttore, noi siamo anche la sua coscienza civile. Lei ha offeso anche se stesso. La coscienza civile non può e non deve essere in nessun modo strumentalizzata, né da lei né da nessun altro. Il popolo viola, oggi più che mai si sta facendo sempre più vigile, consapevole, attento, informato su tutto ciò che riguarda la scena politica. Noi siamo oggi coscienza civile che si fa garante e sentinella del rispetto della Costituzione e della democrazia. Grazie a tutta la redazione e buon lavoro, in piazza avevamo tutti il Fatto Quotidiano!

so, diciamo la nostra. Il popolo viola risponde al Giornale pubblicamente e chiede al direttore di porgerci le sue pubbliche scuse a nome di tutte le persone che hanno pacificamente manifestato il 5 dicembre. Siamo ben certi che lei sia a conoscenza di chi sia Spatuzza, egregio direttore, e che sappia benissimo che dichiara-

re che un “imprecisato” numero di persone di cui non conosce nemmeno l’identità sia amico di un mafioso, è un’affermazione gravissima, soggetta volendo anche a una querela per diffamazione. Forse a lei sfugge il senso della nostra manifestazione, forse era un tantino distratto, egregio direttore, lei di sicuro non

Paolo Cela

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Diritto di Replica Casa Pound e le coincidenze In merito al contenuto dell’articolo “Il Che fascista” pubblicato il 24 novembre 2009, a pagina 18, si precisa che Casa

Abbonamenti Queste sono le forme di abbonamento previste per il Fatto Quotidiano. Il giornale sarà in edicola 6 numeri alla settimana (da martedì alla domenica). • Abbonamento postale sostenitore (Italia) Prezzo 400,00 € - annuale • Abbonamento postale base (Italia) Prezzo290,00 € - annuale E' possibile pagare l'abbonamento annuale postale ordinario anche con soluzione rateale: 1ª rata alla sottoscrizione, 2ª rata

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L’abbonato del giorno

quanto fuori moda, a essere stata bandita proprio al fine di impedire la conferenza di Casa Pound. Gianluca Iannone

MASSIMILIANO DI BACCO “Sono Massimiliano, romano di 23 anni. A novembre mi laureerò in Psicologia alla Sapienza, suono la batteria e sono un appassionato di musica. Sono fidanzato con Melania con la quale, oltre a leggere il vostro giornale, condivido la passione per gli Stati Uniti. Mi sono abbonato al Fatto Quotidiano perché ha un taglio da vero giornalismo anglosassone. Vi mando un saluto super”! Raccontati e manda una foto a: abbonatodelgiorno@ ilfattoquotidiano.it

Pound condanna da sempre qualsiasi idea o pretesa ideologica fondata sul razzismo, come sulla discriminazione razziale, religiosa, sessuale. Si precisa inoltre che l’associazione o i suoi aderenti non hanno indetto a Parma l’incontro “L’altro Che” in concomitanza con la manifestazione antifascista, ma sia stata quest’ultima e oscena rappresentazione del conformismo ideologico, per fortuna al-

Anche io devo precisare. Iannone ha fatto sapere ai giornalisti di Parma: quando mi sono reso conto della coincidenza della data con il corteo antifascista era impossibile cambiare giorno. Il nostro raduno era ormai organizzato. Non ha voluto parlarmi quando ha saputo che scrivo sul “Fatto Quotidiano”, soprattutto perché autore dell’intervista alla signora Pound. La signora accusa Casa Pound di aver rubato il nome del padre (del quale è erede universale) senza una telefonata o un biglietto. (Mau. Chie.)

La sfiducia di Beha per il potere federale La Federcalcio mi informa con cortese sollecitudine che il presidente Abete ha ringraziato ufficialmente il tecnico Pillon per il suo gesto di sabato invece che castigarlo. Con piacere dunque in questa occasione rettifico la mia sfiducia nei confronti del potere federale, peraltro motivata da tutto il pentolone di Calciopoli da cui ogni tanto esso ancora... sbuca tra un fagiolo e una verza. o.b

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Il Fatto Quotidiano (9 Dicembre 2009)  

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