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ISSN 2035-0724

Poste It. Spa. Sped. in abb. post. DL 353/03 (conv. in L n° 46 27/02/2004) art.1 comma1 aut.171/2008 Rm. Anno 2 - numero 15 - Dicembre 2009

Mensile Anno 2, Numero 15 Direttore politico

Massimo Fini Direttore responsabile

Valerio Lo Monaco

Chiave di lettura: IL CROCEFISSO NEGATO Fini: IMMIGRAZIONE: LA MISERIA CI SOMMERGERA’ Informazione: COSA È IMPORTANTE. E COSA NO Intervista: FRANCO RIZZI: L’ISLAM GIUDICA L’OCCIDENTE Il film: BRAVEHEART: LIBERTÀ DI POPOLO

€5


Anno 2, numero 15, Dicembre 2009 Direttore Politico Massimo Fini Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco (valeriolomonaco@ilribelle.com) Redazione: Ferdinando Menconi, Federico Zamboni (redazione@ilribelle.com)

Immigrati e globalizzazione

Art director: Alessio Di Mauro

di Massimo Fini

Hanno collaborato a questo numero: Andrea Marcon, Germana Leoni, Davide Stasi, Lorenzo Castelli, Fulvio Lo Monaco, Francesca Gatto, Francesca Roveda

Schifo sì, reati forse

Segreteria: Sara Santolini (sarasantolini@ilribelle.com) 340/1731602

Almeno Padri

Progetto Grafico: Antal Nagy Mauro Tancredi

Inchiesta: La verità giù negli abissi

La Voce del Ribelle è un mensile della MaxAngelo S.r.l. Via Trionfale 8489 00135 Roma P.Iva 06061431000 Redazione: Via Trionfale 6415 00135 Roma tel. 06/97274699 fax 06/97274700 email: info@ilribelle.com Agenzie di Stampa: Adn Kronos Il Velino Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°316 del 18 Settembre 2008

di Federico Zamboni

di Andrea Marcon

di Germana Leoni

La tua “info”. Dove trovarla? di Valerio Lo Monaco

La UE decide, l’Italia se ne infischia di Davide Stasi

Moleskine L’intervista: Islam e Occidente

Prezzo di una copia: 5 euro

di Lorenzo Castelli

Abbonamento annuale (11 numeri): 50 euro comprese spese postali

Il Crocefisso negato

Modalità di pagamento: vedi modulo allegato alla rivista

di Fulvio Lo Monaco

Stampa: Grafica Animobono sas. via dell’Imbrecciato, 71/a - 00149 Roma

Borderline: Marguerite Duras, cuore di tenebra

Pubblicità di settore: adv@ilribelle.com Email: redazione@ilribelle.com www. http://www.ilribelle.com

di Francesca Gatto

Musica: Alive. Ieri, oggi e sempre di Francesca Roveda

Il film: Scots wha hae Tutti i materiali inviati alla redazione, senza precedente accordo, non vengono restituiti. Chiuso in redazione il 26/11/2009

di Ferdinando Menconi

Idratati a pagamento

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Leggo al minimo. Il Tempo divora gli occhi e il resto. Ma “La Voce del Ribelle” merita di vivere. Qualcuno... chissà... Guido Ceronetti


FINI

Immigrati

MASSIMO

e globalizzazione

C

di Massimo Fini

he le ondate migratorie delle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo verso il cosiddetto Occidente provochino problemi colossali sia nei Paesi verso cui si dirigono, sia in quelli da cui provengono (ma questo interessa meno, anzi nulla) è fuori discussione. Lasciando pur perdere l'Italia dove il dibattito ha raggiunto livelli altissimi con una terminologia ("stronzo") che è perfettamente adeguata alla nostra società, anche negli altri Paesi occidentali ci si guarda bene dall'affrontare, almeno concettualmente, le radici profonde del fenomeno migratorio. L'immigrazione è figlia della globalizzazione. Questo è evidente anche a un bambino anencefalo. Ciò che non viene mai chiarito a fondo è la natura della globalizzazione. Si tratta dell'espansione del modello di sviluppo occidentale che, partita dall'Inghilterra a metà del XVIII secolo, ha via via invaso l'intero pianeta fino a raggiungere, nell'ultimo mezzo secolo, anche i Paesi di quello che chiamiamo Terzo Mondo. È la nuova forma che ha assunto il colonialismo occidentale, non più militare, (salvo casi estremi di Paesi particolarmente riottosi e maleducati come l'Afghanistan) ma economico. Con conseguenze molto più devastanti di quelle che aveva provocato il coloniali-

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MASSIMO FINI

smo classico. Fra queste due forme di colonialismo c'è infatti una differenza sostanziale, di qualità. Il colonialismo classico, senza per questo volerlo minimamente giustificare, si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui spesso gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le comunità dei colonizzatori e dei colonizzati rimanevano separate e divise poco cambiava per questi ultimi che continuavano a vivere secondo la propria storia, tradizioni, costumi, socialità, economia. Il colonialismo economico, invece, non conquista territori ma mercati - di cui, anche se poveri, ha estremo bisogno perché, per quanto il mondo industrializzato continui a produrre sempre nuove e meravigliose inutilità, i suoi sono sostanzialmente saturi- e per farlo deve omologare le popolazioni del Terzo Mondo alla nostra "way of life", ai nostri costumi, possibilmente anche alle nostre istituzioni, per piegarle ai nostri consumi. Gli abitanti del Terzo Mondo diventano degli sdradicati, eccentrici rispetto alla propria stessa cultura che è finita nell'angolo e scontano una pesantissima perdita di identità. Alcune minoranze, specialmente nel mondo islamico, si oppongono, per così dire, alla talebana a questa violenza con tutte le loro forze. Altri si rassegnano a vivere nella miseria con i materiali di risulta del mondo industrializzato, oppure migrano verso il centro dell'Impero cercandovi una vita migliore. O semplicemente una vita. Perché il colonialismo di nuovo conio non scardina solo la loro identità ma anche le economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni. Privati di quel tessuto di solidarietà, familiare, comunitaria, clanica, che aveva tenuto in equilibrio il loro mondo e costituito la loro rete di protezione (così com'era stato per gli agricoltori europei prima della Rivoluzione industriale), costretti ad integrarsi nel mercato economico mondiale, quei popoli ora esportano qualcosa, ma le esportazioni non sono sufficienti a compensare il deficit alimentare che si è così venuto a creare. E quindi la fame. Un esempio classico è l'Africa nera. Ai primi del Novecento l'Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dall'integrazione economica - prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante - le cose sono precipitate. L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie statistiche: basta guardare le immagini che ci vengono dal Continente Nero. E tutti gli "aiuti" non solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame, in Africa e altrove, come è emerso dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma lo hanno aggravato. Perché gli "aiuti" alle popolazioni del Terzo Mondo tendono ad integrarle maggiormente nel mercato economico mondiale. Ed è proprio questa integrazione, come dimostra la storia dell'ultimo mezzo secolo, che le fa ammalare ed esplodere. Alcuni Paesi ed intellettuali del Terzo Mondo lo avevano capito per tempo. Una ventina di anni


frega niente di...:  Battisti ***  Meredith ***  delitto di Garlasco ***  D’Alema bocciato *  le polemiche su Fini (quello sbagliato) **  Pannella und Bonino *****

Massimo Fini

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Non ce ne

fa, all'epoca del G7 e delle sue periodiche riunioni, i sette Paesi più poveri del mondo, con alla testa l'africano Benin, organizzarono un controsummit al grido di: £Per favore, non aiutateci più!. Oggi per i Paesi del Terzo Mondo è ormai tardi per opporsi. Sono troppo deboli, politicamente e militarmente, sfiancati, dilaniati da guerre intestine che noi abbiamo provocato. La globalizzazione ha continuato a marciare, inesorabile. E poco importa che attualmente sia la Cina, entrata a pieno titolo nel modello di sviluppo occidentale, a menare la danza e a comprare terre grandi come province, come regioni, in Africa o in altri Paesi terzomondisti. Il risultato non cambia. Anzi peggiora. Se l'attuale modello di sviluppo non si arresta e continuerà a penetrare sempre più profondamente nelle realtà del Terzo Mondo lo scenario che si delinea è il seguente. Un pugno di Paesi (o di aree geografiche) ricchissimi, ma con sperequazioni enormi al loro interno (come gli Stati Uniti) circondati da un mare di miseria e da masse sempre più imponenti di disperati che premeranno alle loro frontiere. E verrà l'ora in cui non ci sarà legge, guardiacoste, fregate, cannoniere che potranno respingerli. Il mare di miseria ci sommergerà.


Schifo sì C reati forse

i sono articoli che si possono scrivere solo in prima persona. Perché non sono articoli, in effetti. Non si concentrano su una singola vicenda e non hanno notizie da comunicare, se non per aggiungere qualche esempio qua e là. Il loro obiettivo – che di questi tempi è più che mai ambizioso, ora che qualsiasi discorso è tanto più gradito quanto più è breve e concreto, o in alternativa lungo quanto si vuole ma all’insegna delle chiacchiere che si limitano a intrattenere e non costringono nessuno a fare i conti con se stesso – è centrare un problema di carattere generale, che si pone al di qua di ogni conseguenza successiva. Che costituisce, che dovrebbe costituire, una sorta di premessa a ogni giudizio e a ogni comportamento. Uno degli errori più comuni, infatti, è cominciare a ragionare solo da un certo punto in poi, dando per scontata tutta una serie di elementi. Si seguono gli sviluppi e ci si appassiona agli esiti, ma non ci si domanda mai se le regole del gioco siano limpide e condivisibili. E se, quindi, quella che si sta svolgendo sia oppure no una partita corretta, alla quale vale la pena di partecipare – anche soltanto nelle vesti di spettatori. Accade continuamente, nella società in cui viviamo. Specie in politica, ma anche in tanti altri ambiti della vita collettiva.

C’era una volta la morale. Che a volte esagerava in rigidità, però fissava alcuni valori ben precisi. Oggi c’è sì e no il codice penale 5 - WWW.ILRIBELLE.COM

Zamboni

di Federico Zamboni


Zamboni

Abbiamo un tale bisogno di sentirci partecipi, sottraendoci alla fastidiosa impressione di non contare nulla e di vivere in un modo che è di per sé innaturale ed ingiusto, che ci lasciamo risucchiare in ogni maledetta diatriba che ci mettano sotto il naso. Siccome ci hanno insegnato che il cittadino consapevole è il cittadino bene informato, noi ci adeguiamo di buon grado. Se non addirittura con entusiasmo. L’hai visto Ballarò? L’hai visto Porta a porta? L’hai visto Anno zero? Ha ragione Di Pietro. No, ha ragione Ghedini. Macché (mavalà), ha ragione quell’altro. Passano le settimane, i mesi, gli anni, gli stramaledetti decenni che ormai sono diventati più di sei, dalla fine della Seconda guerra mondiale e dall’edificazione di questa bella “repubblica democratica fondata sul lavoro”, e la maggior parte di noi ha abboccato. Si è tenuta informata su tutto. Si è accalorata a questo e a quello. È stata così contenta di dire la sua, al bar in famiglia in ufficio, e magari una o due volte pure in diretta radiofonica o televisiva, che non si è accorta di quel piccolo dettaglio da cui, sfortunatamente, dipende tutto il resto: la libertà di parola non equivale affatto alla libertà di scelta. La gente discute e qualcun altro decide. La gente parla delle parole altrui, parla delle parole dei potenti, e i potenti utilizzano quelle parole come una cortina fumogena, dietro la quale fanno quello che vogliono. Il trucco c’è, ma non si vede. Oppure si vede benissimo, ma nessuno ci fa caso. Come alla roulette: 36 numeri per tutti e uno riservato solo al banco. Esce il nero e vincono quelli che hanno puntato sul nero. Esce il rosso e vincono quelli che hanno puntato sul rosso. Esce lo zero e vince solo il casinò. Di tanto in tanto, ma quanto basta a fare la differenza.

Game Over La pazienza è un pregio, l’inerzia è un difetto. La perseveranza è un pregio, la testardaggine è un difetto. Dialogare con qualcuno che non si conosce, e che si suppone in buona fede, è segno di apertura; ostinarsi a farlo dopo aver avuto innumerevoli prove della sua scorrettezza (e del suo cinismo) è segno di imbecillità. Se non li possiamo arrestare, questi truffatori di professione che ci assediano con le loro chiacchiere e cercano di abbindolarci con le loro pantomime, possiamo almeno isolarli. C’è Porta a porta? Clic: non lo guardiamo. C’è Matrix? Clic: non lo guardiamo. La stessa quantità di tempo che avremmo perso ad ascoltare le disquisizioni più o meno scombinate e inattendibili del tizio o del caio (nonché del sempronio che li presenta e, per il semplice fatto di presentarli, li legittima e li ossequia) lo usiamo per documentarci sull’argomento di cui si dibatte, ammesso che ne valga la pena e non si tratti dell’ennesima questione di nessun conto. O di lana caprina. Quello che dobbiamo fare, in altri termini, è prendere le distanze da questo inganno colossale che vuole farci credere che la chiave di

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Primum bonificare La parola d’ordine è “incompatibilità”. Che non è affatto un pregiudizio, ma il punto di arrivo di una valutazione prolungata, e accurata, di ciò che alla fine si va a discriminare. Illudersi di poter convincere coloro i quali sono totalmente diversi da noi – diversi nella loro natura profonda e definitiva, non nei singoli pareri su determinate questioni, quand’anche importanti – non è solo un abbaglio. È una colpa verso se stessi e una responsabilità verso la comunità alla quale si appartiene. Cosa dovremmo mai dire, a quelli che ancora oggi, dopo il disastro finanziario dei subprime e dei derivati di Borsa, difendono l’indifendibile e hanno già ripreso a darsi da fare per riprendere le loro speculazioni finanziarie come se nulla fosse? E a quelli che si ergono in difesa dei valori cristiani al solo scopo di accaparrarsi il favore della Chiesa, senza però attenersi in nulla ai relativi precetti? E che cosa, mille miglia (altre mille miglia...) più in basso, al Fabrizio Corona che pretende di convincerci che non ci sia nulla di illegale nello scattare foto compromettenti e poi offrirle ai diretti interessati in cambio di un sacco di soldi (ricatto? Ma quando mai: giusto una normale, normalissima transazione commerciale); oppure alla tipa che annuncia ai quattro venti la propria intenzione di sposare Angelo Izzo, lo stupratore e pluriomicida del Circeo, avendone colto quei pregi che purtroppo, tra un delitto e l’altro, sono rimasti un tantino, come dire, offuscati? Non c’è discussione. Non ci può essere. Non ci deve essere. E l’unico modo per ristabilire questa semplice verità, che a molti di noi è sfuggita per ragioni che in teoria sembravano ottime ma che alla prova dei fatti si sono rivelate pessime, è recuperare il senso dell’abissale differenza che separa l’elucubrazione intellettuale dalla riflessione etica. Nella prima tutto è possibile, via via che l’esperienza cede il posto alle parole e la vera ponderazione si disperde in astrazioni dialettiche; nella seconda lo scambio di idee avviene a partire da valori precisi e consapevoli, che corrispondono alla propria essenza e che, in quanto tali, possono essere oggetto di confronto, ma non di dimostrazione.

E allora? Questa “prima persona”? Siamo al punto. Nella società contemporanea sta avvenendo, e in larga misura è già avvenuta, una vera e propria rimozione dell’idea

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volta della democrazia stia nel seguire, e nel commentare, e nel rilanciare nelle nostre conversazioni private, le infinite performance dei politici e degli altri saltimbanchi del circo mediatico. Il punto non è sapere cosa dice il governo sul processo breve e cosa replica l’opposizione. Il punto è sapere cosa dice il disegno di legge. E se proprio si vuole avere contezza del modo in cui i rispettivi avvocaticchi lo difendono o lo attaccano, basta e avanza una rapida occhiata ai riassuntini a posteriori. Il resto è solo fumo. E il fumo intossica, quando non uccide.


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di morale. Alla quale si sta sostituendo, in nome di una libertà individuale tanto estremizzata in alcuni ambiti quanto conculcata in altri, la mera osservanza delle leggi. L’idea che si vuole far passare è che l’unica cosa che conti, ai fini della valutazione di una persona, e in particolare di una persona che rivesta una carica pubblica, è che non commetta dei reati. O meglio: che non venga condannata in via definitiva per quegli stessi reati, dopo i canonici tre gradi di giudizio e sempre ammesso che si arrivi a sentenza, tra un’immunità parlamentare da restaurare e una prescrizione sopravvenuta per le lungaggini del processo. O addirittura, come negli ultimi tempi si è iniziato a sostenere apertamente, a condizione che l’elettorato si mostri d’accordo con l’azione penale intrapresa dalla magistratura, secondo il bizzarro teorema per cui, essendo la sovranità popolare la fonte suprema dell’ordinamento statale, nulla può essere considerato illegittimo fintanto che i cittadini non se ne convincano e non traducano questa loro presa d’atto in espressione di voto. Il politico mente? Lo fa in maniera spudorata e insistita, o addirittura compiaciuta? In una comunità sana la sua sorte dovrebbe essere segnata. Fuori dalle palle, illustrissimo onorevole. Quand’anche le menzogne non siano tali da condurre a un’incriminazione, si dà il caso che i mentitori non godano del nostro apprezzamento. E, men che meno, della nostra fiducia. Il politico è un somaro matricolato, o un arruffone di prim’ordine, o un buzzurro che ha scambiato il Parlamento con l’osteria? Benissimo. Il Codice penale non fa menzione di nessuna di queste fattispecie, pur tuttavia si direbbe che ce ne sia quanto basta per concludere che non si tratta esattamente della persona più adatta a rappresentare la Nazione e a godere dei relativi privilegi. Potrei continuare in lungo e in largo. Ma mi piace pensare che non ce ne sia bisogno. Quello di cui c’è bisogno, invece, è che ci si guardi bene in faccia e, se non si è già contaminati in modo irreversibile dai virus dell’indifferenza e dell’autoassoluzione generalizzata per sé e per gli altri, ci si dica reciprocamente a cosa si attribuisce valore e a cosa no. E come si intende vivere e rapportarsi con gli altri. E se si crede nella lealtà, nell’altruismo, nel coraggio. E se, quando non ci si dimostri all’altezza delle proprie convinzioni, si ritiene doveroso avere almeno la sincerità di prenderne atto e la determinazione a impegnarsi per fare meglio, in futuro. Dirlo in maniera diretta. Dirlo come un’affermazione vincolante. Non come un auspicio generico. Io (io!) credo in questo e in quest’altro. E mi comporterò di conseguenza. Sono impegni che si possono prendere solo in prima persona. Perché sono impegni, appunto. Non blande preferenze che se si realizzano bene e se non si realizzano amen, ché la carne è debole e la morale è solo l’ingombrante eredità di un passato oscuro. Così poco aggiornato. Così poco liberale. Federico Zamboni

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ANALISI

Almeno padri

Perduto quasi ogni contatto con il mondo naturale, la “migliore società possibile” legifera su ogni aspetto della vita dell’uomo. Anche quella più intima. Dalle sordide aule dei tribunali sino a poter vedere i figli solo grazie a una sentenza.

“I

di Andrea Marcon figli sono affidati alla madre. Il padre potrà visitare i figli e tenerli con sé due week end al mese. Durante il periodo delle festività, i figli trascorreranno le feste con uno dei due genitori a rotazione, secondo turni prestabiliti”.

Vi invito a leggere più volte le righe che precedono. Non perché penso che possano suonare come formule desuete o sconosciute: più o meno tutti - direttamente o indirettamente – sappiamo come funziona la realtà delle separazioni e dei divorzi e come in questi casi sia regolato giudiziariamente il destino dei figli nati dal matrimonio. Ma, proprio perché siamo assuefatti a certi orrori, è bene che impariamo ad osservarli con un’ottica diversa. Cambiare prospettiva è sempre un esercizio salutare per la nostra mente. Magari potremmo paragonare la nostra supina accettazione se non razionale condivisione di simili creazioni dell’uomo moderno con lo sguardo con il quale le osserverebbe – che so – un Apache del XIX secolo. Un “selvaggio”, sì. Uno di quelli che i propri figli li educava con durezza, li abituava alle sofferenze, fisiche e morali, fin dalla più giovane età, e spesso li vedeva cadere in battaglia o per malattia. Chissà con quali occhi assisteva alla perdita del proprio figlio in simili situazioni: sicuramente gonfi di dolore, ma probabilmente anche con l’orgoglio e l’intima serenità di chi sapeva di averlo

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cresciuto e fatto vivere secondo natura. E la natura non è solo quella delle nostre cartoline, può anche essere spietata e crudele. Di certo molto diversi sarebbero stati gli occhi di quel guerriero Apache se gli avessero detto che, in caso di litigio irreparabile con la propria moglie, avrebbe dovuto vedere i propri figli a Natali alternati. Certo, gli Apaches il Natale non sapevano neppure cosa fosse, ma in compenso sapevano cosa significava essere genitori. Non conoscevano i codici, i tribunali, il potere delle leggi di penetrare fin nelle pieghe più intime dell’esistenza di un uomo. Ma non è degli Apaches che voglio parlare. E neppu-

“...La smania tipicamente moderna di legiferare su ogni aspetto della nostra vita è arrivata al punto di privarci della possibilità di essere genitori dei nostri figli...” re delle infinite concessioni che l’uomo moderno ha fatto per avere in cambio il benessere materiale o anche solo la sua chimera. Si potrebbero spendere fiumi di parole sulla perdita di ogni nostro ruolo sociale, sul nostro stato di servi di un meccanismo politico ed economico che non comprendiamo e tantomeno controlliamo, sull’inebetimento di automi votati solo al lavoro e al consumo. Tutto questo è tristissimo e gravissimo, ma siamo riusciti ad andare anche più in là. Si dice spesso che oggi l’uomo riesce a trovare soddisfazione e senso soltanto nella propria sfera personale: gli amici, gli affetti, la famiglia. Invece è incredibile come anche in quest’ultimi ambiti lo sradicamento della nostra natura si sia inesorabilmente compiuto. La smania tipicamente moderna di legiferare su ogni aspetto della nostra vita è arrivata al punto di privarci della possibilità di essere genitori dei nostri figli. Rileggiamole, quelle parole. E poi pensiamo alla carne e al sangue dei quali siamo fatti, a cosa significhi per noi ritrovare a casa i nostri bambini e cosa invece salutarli la domenica sera sapendo che li rivedremo, per sentenza, solo il week end successivo.Tocchiamoci, annusiamoci, vediamo di capire se esistiamo ancora. Non come marionette, come servi, come individui razionali che soppesano i vantaggi sociali della normativa divorzista. Vediamo se siamo ancora non dico guerrieri, neppure uomini, ma almeno padri.



Andrea Marcon

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A Natale regala cultura! In un mare di oggetti e di merce, se devi fare un regalo, che sia un regalo utile davvero. Che sia un regalo che ti distingua. Che possa davvero regalare, a chi lo riceve, un bene che nessun mercato, nessun Bond, Swap, Hedge Fund o finanza creativa possa mai portargli via: la cultura.

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INCHIESTA

Lagiùverità negli abissi È partita la corsa a ridimensionare le rivelazioni dei pentiti a proposito del traffico di rifiuti tossici. Mossa numero uno: negare che il relitto trovato nelle acque di Cetraro sia quello dei veleni

L

di Germana Leoni

o scorso settembre, nel contesto dell'inchiesta della procura di Paola sulle 'navi a perdere', un piccolo robot sottomarino individuava un relitto adagiato a 480 metri di profondità sul fondale marino antistante il centro calabrese di Cetraro. Uno squarcio nello scafo evidenziava anche la presenza di alcuni fusti al suo interno: particolare che permetteva di ipotizzare trattarsi di una delle decine di navi misteriosamente sparite nel Mediterraneo col loro carico di veleni. Nel caso specifico la Cunsky. Le coordinate del suo naufragio erano state fornite ai magistrati da Giuseppe Fonti, un pentito della 'ndrangheta che si era assunto la responsabilità di aver affondato tre navi nel 1992. Dopo anni e anni di indagini sembrava insomma che per la prima volta una nave fantasma avesse un corpo: o meglio un corpo di reato! Ma a fine ottobre iniziava il balletto delle smentite: non era la Cunsky. Era la Cagliari, per il procuratore antimafia Piero Grasso, prontamente smentito dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, che ufficializzava trattarsi invece del Catania, piroscafo affondato da un sommergibile tedesco nel 1917. Caso chiuso! E la notizia scompariva dalle pagine dei giornali, quasi che a una dichiarazione ufficiale dovesse corrispondere un atto di fede. Ma il caso Cunsky, e ciò che rappresenta, non è affatto chiuso! Così come non è necessariamente stato discreditato Giuseppe Fonti.

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Le manifestazioni di protesta si fanno di tanto in tanto. Il racket dei rifiuti non si ferma mai.

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E questo essenzialmente perché mancanza di corpo di reato non implica assenza di reato. E poi perché non tornano i conti. Pare non corrispondano le coordinate geografiche dell'affondamento delle due navi, le caratteristiche tecniche delle stesse e nemmeno le immagini. E pare che, alle coordinate fornite, gli abissi marini nascondano almeno tre relitti. E poi altri particolari che alla fine non contano comunque. E non contano perché il problema resta anche nel caso in cui il relitto sommerso sia quello del Catania. Così come restano le decine di navi misteriosamente affondate, per una sola delle quali, la Rigel, si è arrivati a sentenza: una sentenza del novembre 1992 che parla inequivocabilmente di 'naufragio doloso' anche in assenza di corpo del reato1. Ma parla di naufragio finalizzato alla riscossione del premio assicurativo: un misfatto minore, probabilmente di copertura e come tale mirato a depistare gli inquirenti in caso di inchiesta. Scoprire un primo reato infatti non incentiva a cercarne un altro. Non fosse così, avrebbe destato maggior sospetto la composizione del carico della Rigel, così descritto in un passaggio della sentenza: “Il... omissis... spedisce sulla Rigel ben 61 containers dichiaratamente pieni di materiale ferroso del valore di 3 miliardi e mezzo, in realtà contenenti blocchi di cemento per un valore, da lui stesso dichiarato, non superiore ai dieci milioni.” E il cemento è materiale solitamente usato per schermare le radiazioni. È solo un ipotesi, naturalmente. Forse, il signor 'omissis' in questione, voleva solo spendere una fortuna per spedire cemento a Cipro, dove non ne esiste notoriamente... Per quel viaggio la Rigel era stata noleggiata alla Fjord Tankers Shipping2, già armatrice della famigerata Lynx, la 'nave dei veleni' che nel gennaio 1987 aveva scaricato in Venezuela rifiuti tossici di provenienza italiana. Stesso armatore dunque sia per l'inabissamento doloso di un mercantile che per il contemporaneo trasporto di sostanze pericolose in paesi terzi. E infatti lo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi non avveniva solo tramite l'affondamento di 'navi a perdere', ma anche spedendo gli stessi all'estero via mare: non ipotesi investigative, ma fatti documentalmente provati. Gli inquirenti hanno messo tanto l'affondamento

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della Rigel quanto i viaggi delle navi dei veleni in stretta relazione all'attività della Oceanic Disposal Management (Odm), società che faceva capo a Giorgio Comerio, ingegnere italiano il cui progetto prevedeva l'incapsulazione di scorie nucleari in contenitori a forma di siluri, da sparare nei fondali marini a una profondità di circa 4000 metri. L'ingegnere era sospettato dal nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria di essere il Deus ex machina di tutta l'attività di smaltimento illecito di materiale nucleare, sia a livello nazionale che internazionale. Un po' troppo per un uomo solo... Comerio, dal canto suo, ha dichiarato di aver agito solo a livelli governativi e ha sostenuto che il suo progetto era finanziato dalla Cee. Recita al riguardo il rapporto del nucleo operativo dei carabinieri:“Per l'attuazione del suo programma Comerio ha dovuto investire ingenti capitali, reperiti in parte dal traffico d'armi e in parte da finanziamenti pubblici da parte di organi elettivi europei e internazionali.” Nel suo memoriale3 Francesco Fonti ha raccontato di aver incontrato personalmente Giorgio Comerio e ha rivelato, forse senza rendersene conto, altri particolari che riconducono alla sua rete. Ha dichiarato, ad esempio, che nel 1987 un boss della 'ndrangheta era stato contattato da un dirigente dell'Enea di Rotondella, che aveva necessità di disfarsi di 600 fusti di sostanze presumibilmente radioattive: materiale che, secondo il suo racconto, sarebbe stato trasportato in Somalia con la nave Lynx. Quanto al compenso pattuito per l'operazione:“Proveniva dal conto Whisky della Banca della Svizzera italiana di Lugano. Il faccendiere Marino Ganzerla mi diede appuntamento nella stessa Lugano e mi pagò in contanti per conto del dirigente dell'Enea...” Nel memoriale il nome di Marino Ganzerla sarebbe riaffiorato, sempre nel ruolo di ufficiale pagatore, nel contesto di una successiva analoga operazione del 1993. All'epoca si trattava di smaltire, sempre per conto dell'Enea, mille bidoni di sostanze radioattive, poi trasportate in Somalia con due pescherecci della Shifco, la società che gestiva la flotta sulla quale stava indagando Ilaria Alpi all'epoca della sua morte. Curioso... nel 1993 Marino Ganzerla era azionista

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della Odm, per quanto personaggio poco noto che aveva oltretutto agito per contro terzi. In una sua spontanea deposizione resa alla Procura di Reggio Calabria il 14 luglio 1995 aveva dichiarato:“Dieci anni fa venni a conoscenza del progetto di affondamento di navi cariche di rifiuti.... Ricordo che si diceva che le coste dello Ionio erano preferite non solo perché gestite dalla 'ndrangheta, ma anche perché i marinai, una volta arrivati a terra con le scialuppe, affidavano detti mezzi di salvataggio a soggetti del luogo che provvedevano a occultarle....” Con dieci anni di anticipo Ganzerla avvalorava dunque la dichiarazioni di Francesco Fonti. Ci auguriamo comunque che il pentito abbia mentito o si sia sbagliato, perché in caso

Dalle indagini di Greenpeace è emersa un’organizzazione internazionale ben collaudata: dotata di basi operative e con una struttura finanziaria che si articola tra la Svizzera e l’Inghilterra. contrario un azionista della Odm avrebbe pagato la 'ndrangheta per conto dell'Enea, e quindi per conto dello Stato, per commettere atti delittuosi. E in discussione sarebbero eventuali collusioni istituzionali con la criminalità organizzata. Interessante al riguardo è la dichiarazione rilasciata il 27 luglio 2004, in risposta a un'interpellanza parlamentare, da Carlo Giovanardi, all'epoca ministro per i Rapporti col Parlamento: “Numerosi elementi indicano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio...” Dalle indagini di Greenpeace è emerso che l'ingegnere agiva con la collaborazione di una rete di personaggi collocati all'interno di un’organizzazione internazionale ben collaudata: un’organizzazione dotata di basi operative e di una struttura finanziaria articolata fra la Svizzera e l'Inghilterra. Ma vediamo allora in che mari pesca la rete Odm, seguendo solo uno dei suoi molteplici filoni investigativi. Dalla documentazione sequestrata dagli inquirenti era emerso il ruolo di Filippo Dollfus, azionista Odm e amministratore della Fitrade Ltd, società londinese costituita nel 1993. Il suo nome originario era Piergate Investments Ltd, e come tale era stata registrata l'anno precedente dall'avvocato inglese David Mills per conto di Cmm Secretaries ltd4. Oltre a Dollfus, nel consiglio di amministrazione di Fitrade sedevano Tanya Manyard, il braccio destro di David Mills, e Margaret

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Carrington, consigliera a sua volta della Technological Research and Developmnet Ltd (Trd) con l'avvocato luganese Marco Gambazzi, che ne era anche azionista, sia pure con una sola azione5. Incorporata nel 1981 da David Mills presso Cmm6, nel 1988 la Trd aveva spedito a diverse società italiane una lettera con la quale reclamizzava la propria disponibilità a smaltire rifiuti in Africa, descrivendo la capacità di deposito delle scorie nell'ordine di milioni di tonnellate7. Marco Gambazzi era stato il gestore del conto Whisky acceso presso la Banca della Svizzera Italiana (Bsi) di Lugano, conto sul quale nel 1993 era transitata la maxi tangente Enimont. Vale la pena di ricordare che, secondo Francesco Fonti, il suo compenso proveniva proprio dal conto Whisky della Bsi, banca con la quale il finanziere luganese Tito Tettamanti aveva un filo diretto, oltre a detenerne il 10% di capitale8. Ed è la sua Fidinam la finanziaria che nel 1988 aveva spedito a ditte svizzere e tedesche lettere con le quali proponeva l'esportazione di rifiuti industriali in Africa9, lettere del tutto analoghe a quelle spedite dalla Trd: una combinazione quantomeno curiosa.... Uomo di fiducia del barone Elie de Rotschild, fino al 1995 Gambazzi era stato presidente della Geam Sa, società di Lugano azionista della messinese Cantieri Navali Rodriquez, uno dei cui managers era Gaetano Mobilia, peraltro genero del fondatore Leopoldo Rodriquez. Mobilia era membro del consiglio di amministrazione della Sistemi Ambientali di La Spezia, la società che aveva gestito la discarica di Pitelli, dove si sospetta sia finita parte della diossina prodotta dall'incidente della Icmesa di Seveso. La società faceva capo a Orazio Duvia, quel 'Re Mida' dei traffico dei rifiuti che aveva trasformato il 'golfo dei poeti' in 'golfo dei veleni'. Azionista della Sistemi Ambientali era Romano Tronci, già direttore generale fino al luglio 1996 della De Bartolomeis, società di ingegneria impiantistica di Milano10. Ed ecco cosa emerge dalle dichiarazioni rese alla Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti il 22 luglio 1998 da Biagio Insacco, sostituto procuratore antimafia di Palermo: “Abbiamo verificato che una grossa società come la De Bartolomeis ha intrattenuto rapporti, costituendo società, con soggetti riconducibili a Cosa Nostra... In passato la De Bartolomeis ha avuto rapporti con la Termomeccanica...” E, secondo Greenpeace, la Termomeccanica aveva avuto rapporti con Celtica Ambiente, società centrale alla rete Odm. Altra società del Duvia era la Contenitori Trasporti, a sua volta azionista al 50% della Transfermar di Ferdinando Cannavale11, imprenditore iscritto, come peraltro Duvia, alla loggia massonica Mozart: un nome non nuovo agli inquiren-

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ti. Era già emerso dalle denunce di Nunzio Perrella, il primo camorrista pentito che all'inizio degli anni novanta aveva segnalato ai magistrati le connivenze istituzionali con il clan dei casalesi nella spartizione degli utili derivanti dallo smaltimento illecito dei rifiuti. Uno scandalo all'epoca archiviato con l'assoluzione in appello degli imputati e quasi vent'anni dopo riesploso nella vicenda giudiziaria di Nicola Cosentino, il sottosegretario all'Economia oggi imputato di presunto concorso esterno in associazione mafiosa, e sempre con il clan dei Casalesi. Ora i magistrati dovranno riesaminare una storia già ricostruita nel 1993 dal nucleo operativo dei carabinieri di Napoli nel contesto di un'inchiesta denominata Adelphi. E tutto questo mentre un altro pentito, Giuseppe Fonti, denuncia le collusioni di apparati istituzionali con la calabrese 'ndrangheta sempre nel campo dello smaltimento illecito dei rifiuti. È forse questa la storia che deve restare insabbiata nei fondali marini con le navi dei veleni, quale che sia il loro nome?



Germana Leoni

Note: 1 Dalla sentenza del Tribunale di La Spezia. 2 Proprietaria era la May Fair Shipping di Malta, che l'aveva noleggiata alla Fjord Tankers Shipping di Cipro, che a sua volta l'aveva sub-noleggiata. Ma nella sentenza la complicità della Fjord Tankers è accertata, anche a causa di un versamento effettuato sul suo conto presso la First National Bank of Chicago di Ginevra. 3 Il memoriale è stato pubblicato dal settimanale l'Espresso già nel 2005 4 La Rete – rapporto di Greenpeace – settembre 1997 5 Ibid 6 Ibid 7 Copia della lettera acquisita 8 Il Mondo – 'Banca delle mie brame' – di Massimo Novelli – 8 febbraio 1988 9 La Rete – Rapporto di Greenpeace – settembre 1997 10 Dal resoconto della Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti – seduta del 6 ottobre 1999 11 Relazione della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti approvata il 2 luglio 1998.

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CHIAVE DI LETTURA

La tua “Info” Dove trovarla?

Il panorama è povero. Desolante. Media di massa non servono allo scopo. Quando non sono proprio dannosi. Eppure, per cercare ciò che serve, bisogna partire dal capire “cosa” serve sapere.

N

di Valerio Lo Monaco

el numero speciale agosto-settembre abbiamo parlato di informazione e agenda setting, ovvero dello stato dei media del nostro paese e, in un certo senso, anche a livello mondiale. Sopra ogni altra cosa, l'argomento voleva sollevare la riflessione su un tema principe che è alla base di tutto il concetto di informazione. Ovvero l'utilità di informarsi. Obiettivo centrato, a quanto pare dalla mole di lettere ed email che abbiamo ricevuto in redazione in seguito a quel fortunato numero della rivista. La domanda principale che volevamo sottendere da quei servizi - e che è stata colta e rilanciata dai lettori - è dunque questa: dove informarsi? E ancora: su cosa informarsi? Queste domande hanno il pregio di centrare il punto. Su cosa è che si dovrebbe cercare di essere informati e quali media scegliere per trovare l'informazione di cui si ha bisogno. Tutto parte, evidentemente, dal mettere a fuoco quali sono le cose veramente rilevanti da cercare di conoscere. E per capire quali sono le notizie e gli argomenti da cercare si deve mettere a fuoco la rilevanza di ciò che si cerca. Che è del resto quella altrimenti imposta, appunto, dall'agenda setting che ci propinano i media di massa. Bisogna insomma impostare un cosmo di valori, ordinato per importanza, per identificare i temi veramente rilevanti sui quali porre attenzione. E in seguito andare a cercare i mezzi di informazione che permettono una conoscenza di tali temi. In parole molto semplici: bisogna sfuggire all'agenda setting imposta dai media di massa e dalle lobbies politiche ed econo-

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miche che le controllano. E bisogna farsene una personale. Andando a cercare i propri media che la soddisfino. Compito arduo. Eppure indispensabile, se si vuole cercare di capire le cose, evitare di farsi rimbecillire e avvicinarsi per quanto è possibile alla comprensione del mondo. Dunque torniamo a ragionare partendo dall'agenda setting. Dalla propria agenda setting, stavolta. Il discorso (fortunatamente) è in realtà molto più semplice di quanto si creda. Tanto per iniziare, per capire cosa accade si devono andare a cercare informazioni attinenti ai temi che sono veramente rilevanti. Il che implica un primo taglio netto con tutto quello che sui nostri media tradizionali viene fatto passare per informazione mentre è in realtà, nella migliore delle ipotesi, intrattenimento. Sterile e inutile, quando non proprio dannoso visto che porta via in ogni caso attenzione e tempo. Quindi, se si è interessati a capire la nostra realtà si deve capire la necessità di guardare il tutto a livello globale. Ovvero mondiale. Ridicolo parlare di politica interna sino allo sfinimento quando per capire come vanno le cose nel mondo è invece indispensabile andare a capire la geopolitica e la politica estera. Inutile, o quasi, parlare di economia interna nel momento in cui a dominare la scena economica sono fenomeni che constano di una rilevanza a livello globale, e non locale. Anche, anzi soprattutto, per un motivo molto importante: sapendo e capendo ciò che avviene a livello globale, è molto più semplice capire, e molto spesso anche anticipare, quanto avviene e quanto avverrà a livello locale, cioè nel nostro paese. Allora, il cosmo di valori al quale dobbiamo fare riferimento prevede l'ordinamento in base ad alcuni temi principali e ad altri che vi sono correlati.

Economia in testa (sic) Capire la politica attuale significa capire cosa succede nel mondo a livello economico e finanziario. La cosa è inaccettabile per chi è convinto che al principio delle cose debba esserci "IL" politico, e quindi semmai, in conseguenza, l'economico. Ma oggi, nel mondo a rovescio che abbiamo, sono i processi economici e finanziari a determinare quelli politici. Purtroppo. Dunque per capire che direzione prendono gli eventi c'è bisogno di capire quali sono

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gli ambiti nei quali alcuni grandi gruppi di interesse, e i governi che li rappresentano, agiscono. E perché lo fanno. Ci sono poche cose, in fin dei conti, che c'è bisogno di monitorare, comprendere e analizzare. Sono gli interessi, i luoghi in cui si svolgono e i meccanismi nei quali si svolgono. Il tutto, ribadiamo, a livello globale. Al momento attuale, momento di perdita della sovranità democratica e di perdita della proprietà della moneta, ciò che guida gli interessi e la maggior parte dei fatti nel mondo sono i gruppi di pressione politica ed economica, a natura sovranazionale, che di fatto hanno in mano le leve per poter controllare e dirigere la storia di governi nazionali privati della loro vera funzione di governo degli stati. E ovviamente dei cittadini che di tali stati fanno parte. Può non piacere - anzi deve non piacere - ma è così. Vale dunque la pena seguire cosa accade a livello economico e soprattutto finanziario, come si comportano gli organismi che possono battere moneta e quali sono gli interessi degli stati più influenti in questi due livelli. Quasi tutto quanto accade nel mondo di rilevante deriva direttamente o indirettamente da questo: dall'interesse economico e strategico di chi può manovrare i fili. Va da sé che l'informazione di massa - come abbiamo visto collegata, quando non proprio posseduta, dagli stessi gruppi - si focalizzi nell'enfatizzare o mistificare alcuni accadimenti, mentre tenti di distorcere o di eclissarne altri. Ecco, in questo caso, bisogna innanzitutto andare a cercare chi parla di avvenimenti che i più tentano invece di tenere nascosti. In secondo luogo, e soprattutto, di andare a capire perché tali cose accadono. In quale ottica si inseriscano e, cosa ancora più decisiva, quale sia la chiave di lettura di ciò che accade. Il media in grado di spiegare i fatti è, in questo senso, quello da preferire. Il grimaldello generale con il quale cercare di entrare nelle notizie è quello che abbiamo più volte ripetuto: chiedersi a chi giova e perché. Molte cose che accadono a livello economico e geostrategico globale possono sembrare distanti da noi, eppure hanno, nel breve, e soprattutto nel medio e nel lungo periodo, effetti molto importanti e prossimi a noi.

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Aspetti che determinano effetti sociali. Esistenziali. Che sono molto più importanti di quanto possa sembrare a prima riflessione. Su questi aspetti vale la pena porre attenzione. I grandi cambiamenti li vedono tutti. E soprattutto li vedono tutti nel momento in cui sono già accaduti. È nelle piccole cose, nelle tendenze, che si riesce a cogliere quelli che stanno per diventare cambiamenti epocali. Dunque è lì che si deve andare a cercare per capire il mondo. Bisogna insomma fiutare ciò che accade, cercare di capire perché e quindi provare a vedere oltre il proprio naso. Da liberalizzazioni ventilate, dunque da concessioni a privati di ciò che prima era pubblico, non può che derivarne la perdita di possesso da parte di tutti noi a fronte di uno spostamento in mano a privati. Che vorranno guadagnare sulla cosa. Pagheremo ciò che prima potevamo avere senza pagare. E chi non potrà permetterselo resterà senza. Non c'è molto altro da capire, in merito. C'è da opporsi, nel caso, ma ancora prima si deve sapere e fare propria la cosa, altrimenti non si sarà mai suscitati a opporsi. Ed è esattamente ciò che la maggior parte delle persone non fa. Altro esempio: inutile entrare nei particolari di una guerra se non si capiscono i reali motivi per i quali la si sta combattendo. Ancora: inutile pendere dalle labbra di dichiarazioni ufficiali di politici ed "economisti" se non si capisce da dove deriva la realtà che si sta vivendo, per esempio la crisi economica attuale. A livello culturale e sociale, inoltre, vale la pena prestare attenzione ad alcuni fenomeni sintomatici della società nella quale viviamo. Difficilmente, se non in qualche raro caso, i media di massa si occupano di notizie del genere. Più spesso si dedicano a gossip e spettacolo, o a interminabili dispute sul nulla. Eppure, invece, è proprio nelle tendenze dei fatti sociali e culturali di ogni giorno che si annidano i prodromi di ciò che accadrà a breve. Questi fenomeni, e chi li coglie e li racconta, vanno invece considerati, perché offrono un termometro pratico della situazione e della società. È utile seguire cosa accade in economia cercando di trovare media che spieghino perché realmente sono accadute alcune cose. È utile seguire le politiche estere degli stati più influenti cercando di leggere tra le righe delle loro dichiarazioni per capire il reale motivo di alcune scelte. È utile inoltre sapere cosa accade

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nei paesi e negli stati che per un verso o un altro cercano di resistere al sistema dominante. Ed è utile anche leggere i fatti più prossimi a noi, se si riesce a seguirli in modo da metterli nella prospettiva globale. Ora, a fronte di quanto ci sarebbe bisogno, fate un esperimento. Seguite un telegiornale serale per una settimana. Uno a caso delle reti nazionali. Basta prendere in considerazione i titoli di testa per rendersi conto che all'interno di uno show - che di questo si tratta - il quale dura circa mezz'ora, generalmente passa un reportage su qualche inutile incontro "mondiale" (per esempio quello recente sulla fame nel mondo), un - di fatto - comunicato stampa di qualche esponente politico del nostro paese, oggi come oggi qualche aggiornamento sull'ultimo scoop della vita privata di qualche politico, un fatto di cronaca più o meno inutile, una notizia sportiva e forse una notizia relativa al mondo dello spettacolo.

E dunque? Il vertice Fao è del tutto inutile: cercare di destinare aiuti senza capire, e rimuovere, la causa che tali aiuti rende necessari, è come parlare del sesso degli angeli. Figuriamoci stare a sentire le barzellette di Berlusconi o le dichiarazioni di Gheddafi con il codazzo di amazzoni intorno. Ascoltare le dichiarazioni di governo, opposizione e maggioranza - rigorosamente nell'ordine - sulla svolta del volto nuovo della politica italiana, ovvero Rutelli, senza interessarsi della non democraticità del nostro sistema elettorale è, oltre che inutile, del tutto privo di senso. Così come irrilevante, per la propria comprensione, è vedere un servizio dove una telecamera insegue Noemi Letizia mentre entra a scuola e un giornalista, fuori campo, ci racconta l'evento. Sulla importanza della notizia relativa all'amichevole degli Azzurri a L'Aquila, e di quella relativa al prossimo film di Scamarcio è inutile insistere, mentre è interessante mettere a fuoco un aspetto ulteriore, ovvero le notizie di cronaca nera. Beninteso, che si possa provare compassione o sdegno per un anziano di Foggia che eroso dalla gelosia raggiunge la ex convivente e la fa fuori, e qualche giorno dopo si toglie la vita, è forse lecito. Che si debbano dedicare anche soli cinque minuti della propria vita (e il 15% del tempo di un telegiornale) a vedere una notiziona del genere è invece desolante. Ma siamo già ai titoli di coda con il lancio del prossimo programma della rete, naturalmente preceduto da

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quattro minuti di pubblicità per indurci a cambiare automobile, a sostenere rate per comperare un nuovo televisore con il quale continuare a vedere il telegiornale appena visto, a scegliere cioccolata italiana e a sentirci sicuri con i nuovi assorbenti con le barriere protettive. Ora spegniamo il televisore e domandiamoci quanto sappiamo in più di quanto accade nel mondo, relativamente al nostro interesse personale, di quanto sia accresciuta la nostra conoscenza e più in generale diamo un valore al tempo della nostra unica vita che abbiamo appena trascorso davanti al Tg. In merito a esempi, è inutile aggiungere altro. Anche nel caso ci riferissimo a quotidiani cartacei e non a telegiornali. Riepilogando. Potrebbe sembrare un paradosso, ma la prima cosa da fare è rimuovere il rumore. Dunque tutte le notizie e le fonti di informazione che producono rumore inutile. Che ci stordiscono e distolgono tempo, energia e lucidità da ciò che veramente conta. La seconda cosa da fare è porre attenzione ai cambiamenti sovranazionali. Che prima o poi, direttamente o indirettamente, avranno effetti nel nostro quotidiano. La terza cosa da fare è cercare di sapere cosa accade nei paesi, nelle organizzazioni, nei movimenti e nei gruppi che sono, per un verso o per un altro, ostili e resistenti al sistema dominante dell'interesse. E quindi silenzio. E riflessione secondo le chiavi di lettura che abbiamo indicato. E dunque, con una nuova, diversa, più profonda e soprattutto cosciente consapevolezza, leggere tra le righe, decifrare, smascherare e rifiutare con sdegno e forza la maggior parte delle cose che ci vengono dette dai cialtroni che frequentano televisioni e giornali di regime.

Dove informarsi, dunque? Non sui grandi media di massa, posseduti dai gruppi di potere economico e politico. Ovviamente. A meno di non sapere leggere molto tra le righe, rigettare ciò che non serve e unire a questo la fruizione di altri media che: primo, raccontino cose che sui media tradizionali non passano; secondo: cerchino di mettere i fatti in una prospettiva differente. È inutile fare una lista pedissequa di giornali, siti, radio e tv (ammesso che ce ne siano) che rispondono a queste caratteristiche. Media di questo tipo, al momento, a nostro avviso non esistono. Semmai esiste qualche isola, qualche oasi. Qualche editorialista o conduttore che qui o là riesce a fare un po' di vera informazione. Bisogna dunque cercare negli interstizi. E prendere un poco da molti. Oppure aspettare che qualcuno abbia la forza, i mezzi, la volontà e il supporto di creare un mezzo con più estensioni (scritti, audio e video) in grado di riunire il tutto, o buona parte del necessario, allo scopo. In tal caso si potrebbe risparmiare tempo, energie e lucidità, oltre che preservare la propria sanità mentale, eliminando tutto l'inutile e il dannoso, per informarsi su un mezzo al quale si può concedere fiducia. Ma si dovrebbe essere certi dei principi che lo animano e lo guidano. Oltre che farli propri. Valerio Lo Monaco

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Post Scriptum Non è affatto un mistero che Massimo Fini e tutta la redazione de La Voce del Ribelle stiano pensando, da qualche mese, a una serie di attività quotidiane, naturalmente secondo il nostro metro di giudizio, con le quali sopperire alla mancanza di una informazione veramente utile, con alcune trasmissioni e rubriche quotidiane impostate proprio secondo una nuova idea, più "nostra", di agenda setting. Gli interventi che ci piacerebbe poter fare, e che reputiamo decisamente utili a tutto quanto abbiamo scritto (anche nei mesi passati) sono soprattutto di tre tipi. Il primo è quello di un quotidiano on-line che cerchi di spiegare, con cadenza giornaliera, alcune cose che accadono, oltre a fornire notizie che altrove difficilmente sono reperibili. Il secondo è quello di una tramissione radiofonica quotidiana, un contenitore il quale includa, oltre a interventi in diretta di studiosi e giornalisti che altrove (naturalmente...) non trovano spazio, anche un filo logico e una messa a punto delle notizie veramente importanti del giorno. Il terzo, probabilmente il più presuntuoso ma affatto irrealizzabile, è quello di realizzare un videogiornale quotidiano, da fruire via internet, con dei servizi e dei commenti finalmente in grado di riuscire a offrire una alternativa valida, e utile, a quella dei grandi media di massa. Sia chiaro, non si tratta di pie illusioni. Ma di cose che realmente saremmo in grado di fare sin da ora. Avremmo possibilità sia di carattere umano che tecnico per poter iniziare in pochissimi giorni a fare una delle tre o anche tutte e tre le iniziative. A mancare, per ora, in tal senso, sono i fondi. Nulla a che vedere con i grandiosi fondi a disposizione dei grandi media "offerti" da pubblicità, canoni e contributi pubblici. Ci basterebbe un centesimo di quello che costa una rete regionale e un millesimo di quello che costa una rete nazionale. Siamo convinti che il pubblico interessato a questi tre supporti editoriali esista. Il punto è che, sempre per mancanza di fondi, ci è anche difficile raggiungerlo, questo pubblico, per fargli conoscere la nostra realtà. Questo è il motivo per il quale abbiamo lanciato l'appello ai lettori interessati alla cosa. Con 1500 abbonati a un servizio del genere, che si possano auto-tassare con 10 euro al mese (che di questo si tratta: non di un mero abbonamento, ma di una autotassazione per contribuire alla realizzazione di qualcosa di utile) potremmo fare tutti e tre gli interventi. A vantaggio della propria informazione, comprensione e formazione. Per ora siamo lontani da tale cifra. Siamo a circa un terzo. Ma naturalmente, non perdiamo le speranze. Chiunque fosse interessato a saperne di più si metta in contatto con la redazione oppure invii una email a questo indirizzo: info@ribellequotidiano.it. Terremo tutti aggiornati sullo stato avanzamento lavori.



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ANALISI

La UE decide,

l’Italia se ne infischia

Paghiamo sanzioni per un motivo semplice: i nostri politici non sanno cosa stanno facendo. Oppure lo sanno benissimo, e fanno finta di nulla, a nostre spese, per mantenere i loro privilegi.

T

di Davide Stasi

rattando di Unione Europea, si sente talvolta parlare di “procedura d’infrazione”. Ma cos’è precisamente? La procedura d’infrazione è l’arma della Commissione Europea contro quegli stati che assumono decisioni o promulgano leggi in contrasto con la normativa comunitaria, o che omettono di adeguare la propria legislazione a quella emanata dell’Unione Europea. La Commissione giunge alla procedura d’infrazione dopo un lungo iter, pensato per lasciare sempre allo Stato messo “sotto accusa” il tempo per riallineare la propria legislazione. Se, dopo tutti i passaggi previsti, lo Stato si ostina a non allinearsi, allora la Commissione può richiedere e ottenere dalla Corte Europea di Giustizia l’apertura di una procedura d’infrazione. L’esito della procedura può sfociare in forti sanzioni pecuniarie ai danni dello Stato inadempiente, a cui può aggiungersi anche quel meccanismo che la stessa Commissione definisce di name and shame (“chiama per nome e incolpa”), con il quale sostanzialmente viene messo pubblicamente alla berlina lo Stato oggetto di procedure d’infrazione. Uno studio mai pubblicato1, elaborato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali della Facoltà di Scienze Politiche, Università di Genova, ha raccolto e messo a confronto tutti i dati relativi alle procedure d’infrazione subite dagli stati UE dal 1952 ad oggi. E quale sarà il paese con il maggior numero di infrazioni? Ma l’Italia, ça va sans dire. Dai primi anni ’50 all’anno scorso il nostro paese ha totalizzato ben 599 procedure d’infrazione, una media di dieci all’anno, posizionandosi al primo posto dopo, ben distanziati, Francia (381), Grecia (353) e Belgio (340). I paesi più virtuosi (esclusi quelli di nuovo ingresso, per ovvi motivi) sono la Danimarca, la Finlandia e la Svezia.

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Le rilevazioni sulle procedure d’infrazione si può dire che misurino l’euro-entusiasmo dei governanti, e in quanto tali è significativo constatare quanto siano in contrasto con i dati rilevati dall’Eurobarometro, l’indice che misura l’eurofilia dei governati verso le istituzioni europee. Secondo quest’ultimo, infatti, l’Italia è sempre ai primi posti e i paesi nordici nelle posizioni più critiche. Nei paesi nordici, dunque, i cittadini vedono con fastidio l’ingerenza dell’Europa in tematiche di rilevanza nazionale, mentre i loro governanti sono coscienti dei benefici reali che l’integrazione europea può portare sul lungo periodo. In Italia va all’inverso: l’entusiasmo è tutto nei cittadini, e il fastidio nei governanti, consci che integrazione europea significa anzitutto meno potere. La dimostrazione è a portata di mano. Il 25 settembre scorso, il Presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato: “Il Parlamento europeo non può essere cassa di risonanza di polemiche e conflitti che si svolgono nei singoli Paesi e nei Parlamenti nazionali. L’Assemblea di Strasburgo non può nemmeno diventare un’istanza d’appello rispetto a quanto deciso nei Parlamenti o negli esecutivi nazionali”. La prima parte è evidentemente un richiamo a lavare in casa i panni sporchi, e ci sarebbe molto da dire in merito, ma quello che interessa qui è il meccanismo sotteso alla seconda parte del suo monito, laddove chiede agli eurodeputati di non cercare gradi ulteriori di sovranità rispetto ai luoghi istituzionali nazionali della decisione, che il Presidente individua “nei parlamenti e negli esecutivi” di ogni Stato. Napolitano ha 84 anni, tre quarti dei quali vissuti in una cornice politica caratterizzata dallo scontro frontale tra blocchi ideologici, e dalla prevalenza dell’elemento nazionale su qualsiasi altro livello. Una cornice, insomma, che nulla ha a che fare con quella attuale. Oggi è palese per chiunque che il processo di integrazione priva sempre più le cancellerie e i parlamenti nazionali di sovranità e attribuzioni, devoluti a istituzioni e soggetti sovranazionali. Nel corso del tempo, quasi tutte le politiche sono state devolute all’UE: l’agricoltura, l’energia, gli aspetti e 0conomici e monetari, quelli igienico-sanitari, i trasporti, l’ambiente, in parte il fisco, è tutto governato a livello europeo. Restano di competenza interna ancora l’ordine pubblico, in parte l’istruzione, la difesa e la politica estera (queste ultime soggette però a forti spinte di moral suasion comunitaria). Stanti così le cose, cosa resta del sistema istituzionale nazionale tradizionalmente inteso? Nulla, o quasi nulla. E questo è un fatto ormai assodato che tutti i paesi aderenti all’Unione Europea hanno finito per accettare, anche se talvolta con qualche resistenza, superata però dagli evidenti benefici del sistema europeo integrato. Alla fine è entrato nel concetto comune che le istituzioni nazionali servono essenzialmente a

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dare esecuzione a leggi elaborate e approvate altrove, in un consesso sovranazionale governato dalla trattativa e dalla ricerca di un equilibrio tra interessi territoriali spesso concorrenti. In questo senso, i diversi stati finiscono per essere semplicemente dei “super-municipi”. I vari presidenti, primi ministri, premier e presidenti del consiglio altro non sono che dei super-sindaci, e i loro parlamenti dei super-consigli municipali, con margini di reale decisione autonoma molto prossimi allo zero. C’è però chi fa finta di nulla, e continua a governare e legiferare come se così non fosse. Anche in questo caso, ahimè, si tratta sempre dell’Italia, sopra gli altri paesi europei. Che sia governata da destra o da sinistra, poco cambia: nel nostro paese i leader recitano e agiscono come se si trovassero a gestire uno Stato dotato di piena sovranità nazionale, ossia riconoscendo a se stessi cerimoniali, emolumenti, autorevolezza e autorità che non hanno più da tempo, non solo per la scarsa credibilità personale, ma perché quella stessa sovranità è stata quasi totalmente spostata altrove, appunto alle istituzioni comunitarie. Chiaro che è faticoso lasciare il potere, e peggio ancora perdere la dimestichezza con esso e la legittimità a usarlo. Dunque, meglio far finta di niente, come se le istituzioni europee non esistessero e non fossero ormai del tutto sovraordinate a quelle nazionali. Gli esiti concreti di questa finzione sono due: da un lato le classi dirigenti falsificano la realtà a proprio vantaggio, continuando a mantenere i privilegi e il potere di un tempo e lasciandosi rappresentare come i veri deus ex machina della vita del paese. Dall’altro, coerentemente con l’approccio appena descritto, si perseguono politiche puramente nazionali, ossia non integrate nel sistema europeo. E proprio sotto questo aspetto, con il confronto tra numero e gravità di procedure d’infrazione ricevute dall’Italia e quelle ricevute dagli altri paesi UE è possibile misurare quanto (troppo) le classi politiche dirigenti siano arpionate alle proprie liturgie, al potere concepito in modo tradizionale, da cui una corretta concezione e azione dell’integrazione europea le sradicherebbe in modo definitivo. Fingere che l’Europa e i suoi vincoli non esistano, forzare ad avere a riferimento le sole istituzioni nazionali, rappresentandole ai cittadini come unico degno punto di riferimento, serve alle classi dirigenti incancrenite del nostro paese essenzialmente per mantenere privilegi e posizioni acquisiti per sé e per le proprie clientele. Il “lusso” di questa finzione ha un costo aggiuntivo oltre a quello già alto dell’inamovibile casta italiana: quello delle sanzioni. Un esempio calzante con la realtà odierna: dal primo gennaio 2006, con effetto retroattivo, l’Italia deve pagare all’UE una multa di 350 mila euro al giorno (circa 130 milioni di euro all’anno) per l’occupazione abusiva da parte dell’emittente Rete4 di frequen-

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ze assegnate per bando a un’altra emittente televisiva (Europa 7). Secondo la Corte Europea di Giustizia, l’assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta la libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi, e per questo è stata sanzionata. Quei 350 mila euro giornalieri presi dai contribuenti è il prezzo da pagare per consentire ai nostri leader di continuare a far finta che le norme e le istituzioni europee non contino nulla, e che sia la sovranità nazionale a prevalere. E in questo entra tanto in gioco anche la cultura giuridica italiana e la sua rigidità (che spesso diviene ottusità). È ancora diffusissima negli atenei e nei circoli italiani la convinzione che la fonte primaria del diritto sia la Costituzione, considerata la “legge suprema”. Pochi sanno o ammettono che i “semplici” Regolamenti UE sono vincolanti per gli stati anche al di sopra della Costituzione, sono cioè fonti sovraordinate di diritto. Ma è anche un fatto di cultura politica e istituzionale. Come suggerisce il paper dell’Università di Genova, i dati sulle infrazioni comminate all’Italia andrebbero letti a confronto con i dati sulle presenze dei parlamentari europei italiani: essendo meno presenti degli altri, è difficile che gli interessi nazionali possano affermarsi e che si possano indirizzare le scelte e le decisioni dell’Unione Europea verso politiche più vicine agli interessi e alle esigenze del paese. Per come stanno le cose, quindi, il nostro destino è di subire leggi fatte da altri stati a favore dei propri interessi, per di più subendo le infrazioni e pagando le sanzioni. A riprova, vi è un ulteriore segnale: il livello delle candidature che l’Italia esprime per le periodiche elezioni del Parlamento di Strasburgo. All’ultima tornata, tra riciclati, trombati, pregiudicati, rifiuti tossici della prima repubblica, magnaccia, veline e mignotte, tutto il peggio (con qualche rara eccezione) è stato candidato a rappresentarci là dove si assumono, piaccia o no, tutte le vere decisioni che contano, quelle vincolanti. Vincolanti anche per una classe dirigente disposta a far pagare sanzioni salatissime ai cittadini pur di non adeguarsi e di non perdere quella fetta di potere e di enormi privilegi da cui dipende in modo ormai patologico. E così l’Europa ci punisce, e guarda con compassione i nostri politici, piccoli sindaci di provincia rispetto alle istituzioni europee, che giocano a fare i “leader nazionali”, e raccontano se stessi, cappello di Napoleone in testa e mano sotto il bavero, come grandi statisti, magari “i migliori da 150 anni”. Davide Stasi



Note: 1) paper sulle infrazioni italiane alla normativa comunitaria (1952-2008), nel gruppo di lavoro “L’Italia in Europa?”: diretta dal Prof. Massimo Bonanni, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Genova.

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Mdicembre OLESKINE 2009 Cosa aspettarsi? Tre parole chiave. Più un altro aspetto da considerare. Inflazione. Forte pressione fiscale. Cessazione dei pagamenti. Fenomeni da non aspettarsi tutti e tre insieme. Ma uno dei tre, di sicuro, i governi più indebitati dovranno metterlo in pratica. E i cittadini dovranno subirlo. Quando? Tra non molto. Nel 2010, per la precisione. Il discorso è semplice: è stata stampata troppa moneta priva di valore, ovvero carta straccia, a fronte di indebitamento pubblico. Dal che se ne deduce che tale moneta deve - deve - essere drenata. Con aumento dell'inflazione e con aumento delle tasse. Oppure ci sarà default degli stati. A suffragio di ciò - infatti... - l'altro fenomeno che va "letto" è il seguente: l'oro arriva alle stelle. Quando è che si compra oro? Quando non ci si fida più della moneta corrente. Ovvero quando c'è il sospetto che la moneta corrente non valga più molto. Per esempio quando la si "stampa" senza ritegno e copertura... Quando le Banche Centrali stampano moneta a rotta di collo, molto semplicemente, quel denaro perde valore. Come stanno facendo soprattutto con i dollari. Se a questo aggiungiamo che il dollaro è (per ora) la valuta di riserva internazionale, che il petrolio, bene sul quale si basa praticamente tutto il mondo è (per ora) venduto in dollari, che il rallentamento della economia americana spinge (per ora) verso la deflazione, ecco spiegato perché - per ora - non è scoppiata l'iperinflazione. Per ora, appunto. Ma gli altri stati stanno correndo ai ripari. E stanno comprando oro. Appunto.

Altro che crisi finita... Nella medesima pagina dell'edizione on-line de La Repubblica del 3 novembre, campeggiano due notizie che è necessario mettere in relazione (naturalmente affogate tra le notizie sui compensi ai trans, la vacanza a tre stelle nell'Hotel Galactic e quella sul maltempo al Sud). La prima si riferisce alla stima della Unione Europea in merito allo stato della crisi e al probabile andamento del Pil italiano per i prossimi anni. La seconda a un presunto rilancio della Borsa e a un nuovo pericolo "bolla" per Wall Street.

Andiamo con ordine. Rapidamente. Dunque, il commissario agli Affari Economici e Monetari a Bruxelles, ovvero Almunia, dichiara che la Ue sta "uscendo dalla recessione", anzi, prosegue "è partita la ripresa". Le previsioni per l'Italia sono al rialzo, e in particolare, sempre secondo previsioni, nel 2009 il nostro paese si attesterà su 4.7% ma già nel 2010 si prevede un +0,7% e addirittura nel 2011 un +1,4%. Ultima considerazione, sempre per mezzo di Almunia, il fatto che a gravare sul nostro paese è il forte indebitamento pubblico: se nel 2008 era del 105,8%, nel 2009 saliremo al 114.7% e addirittura al 117.8% nel 2011. Con un debito di questo tipo, conclude, "l'Italia non può finanziare investimenti in formazione e in infrastrutture".


difficoltà: la disoccupazione cresce, le famiglie tirano la cinghia, le imprese tagliano o chiudono. I conti, come si vede, non tornano. A meno che - ed ecco il punto - non si incrociano altri due dati. Primo: le famose regole invocate per regolamentare i mercati del dopo crac non sono arrivate (mentre i denari pubblici per salvare le banche invece sì). Secondo: la "finanza" creativa ha di nuovo preso vigore. Con una creatività ulteriore, seduta sulla nuova bolla. Eccola: mentre prima la finanza creava e scommetteva su bolle accessorie, come i subprime, i derivati, la casa,

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Resta, sopra a tutto, l'incognita (incognita?) disoccupazione, che in Europa nel 2010 dovrebbe essere del 10.7% e nel 2011 del 10.9%. Dall'altro lato, e siamo alla seconda notizia, i banchieri di Wall Street hanno iniziato nuovamente a spartirsi maxi bonus (naturalmente con il denaro pubblico, ovvero dei cittadini, elargito loro dai governi, N.d.R.). Per dirne una: Goldman Sachs a fine anno farà un piccolo regalo ai propri circa 30 mila dipendenti, qualcosa meno, in media, di 800 mila dollari a testa. Ufficialmente i mercati - tutti: borse, petrolio, oro, materie prime, valute - stanno andando molto forte. Allo stesso tempo, però, l'economia reale è in

il credito, il petrolio, adesso tutto si basa sulla ultima bolla possibile. Ovvero, sull'"Ultima Bolla" della quale parlammo mesi addietro proprio su La Voce del Ribelle: quella del debito pubblico, del denaro immesso in circolazione. Attenzione: capire cosa sta succedendo, se ci tappiamo le orecchie e ragioniamo solo un minuto, è di una semplicità disarmante. Cosa è che sta gonfiando i mercati oltre misura? L'enorme massa di liquidità pompata nelle banche. Ovvero, carta stampata (come Totò e Peppino de Filippo nel celebre La Banda degli Onesti) e immessa nelle casse senza alcuna copertura correlata. In sostanza: fogli di carta igienica con sopra scritto 100 Dollari, o 100 Euro, stampati dalle Banche Centrali e immessi nelle casse di Banche e Finanziarie. In più c'è la (ovvia, visti i prodromi) discesa del valore del Dollaro (cosa può valere una moneta stampata senza alcun controvalore?). Fenomeno che si incrocia pericolosamente con la politica "tipografica" della Fed, la Banca Centrale americana. Oggi le banche si indebitano (in Dollari) a tasso zero per investire nei mercati internazionali, e grazie alla svalutazione contemporanea della moneta americana, godono di tassi negativi del 10-20 per cento (visto che poi dovranno restituire Dollari che varranno sempre meno). Ma c'è un grosso "ma". Prima o poi, la Fed dovrà stringere i cordoni di liquidità (e dunque alzare i tassi di interesse per "rientrare" della moneta in circolazione) e allo stesso tempo il Dollaro non potrà scendere all'infinito (a meno di una molto probabile caduta totale, e dunque eliminazione complessiva del problema, ma questo è un altro discorso). A questo punto, le Banche dovranno liquidare rapidamente i propri investimenti fatti. E sarà uno scoppio tanto forte che, in confronto, quello che abbiamo avuto nel corso dell'ultimo anno sarà solo ricordato come un petardo. Il motivo è evidente: a scoppiare arà l'ultima e la più grande bolla possibile, ovvero quella sulla moneta. Ora torniamo su qualche riga e rileggiamo quanto ha dichiarato Almunia....




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Obama: il bluff annunciato I media cosa dicono? Che tutto è normale. Anzi dovuto. Anzi, a leggere bene, che tutto va bene. Ci riferiamo a due aspetti, strettamente collegati tra loro, sebbene a prima vista possa non apparire, accaduti nel mese appena passato. Il primo riguarda il "clamoroso", secondo i media, accordo sul clima raggiunto dall'incontro tra Obama e Hu Jintao. Il secondo la volontà di inviare altri 40 mila uomini in Afghanistan da parte dell'amministrazione statunitense. L'attore è lo stesso, ovvero Obama e tutto l'alone di rivoluzione che si porta dietro da quando è stato eletto. E il minimo comune denominatore risiede nel fatto che - come avevamo scritto e come i più attenti e riflessivi avevano colto da tempo - nella realtà delle cose, non cambia nulla. Ma proprio nulla. Vediamo. Innanzitutto, il clamoroso incontro e accordo Usa-Cina sul clima non è clamoroso per nulla. Il risultato è, invece, di una delusione assoluta. L'accordo prevede, infatti, che in merito a piani sulla riduzione dell'emissione di sostanze nocive, non cambi nulla. Ma che ci si aggiorni al prossimo anno. Clamoroso, non c'è che dire. In merito all'Afghanistan, invece, la clamorosa (bis) svolta di Obama, di clamoroso non ha nulla: si prosegue sulla stessa strada e anzi si corre di più: migliaia di nuovi soldati andranno a infoltire l'esercito che ha invaso quel paese. Il motivo, come sempre, è economico. Cambiamenti sul clima non si possono fare perché altrimenti le imprese, già barcollanti, non potrebbero reggere. Cambiamenti militari neppure, per lo stesso motivo più un bonus. Il motivo è che se si blocca la macchina da guerra Usa le tante aziende che vi prosperano lascerebbero a casa milioni di disoccupati (per non parlare del Pil correlato). Oltre al fatto che, in Afghanistan, la partita per controllare quella zona strategica, per le risorse e per la droga, non può essere abbandonata. Costi quel che costi. Con buona pace di quanti hanno creduto e continuano a credere alla svolta del presidente più cool della storia d'America.

Occidente vs Europa "Europa Occidente Americhe", raccolta di saggi di Massimo Finzi, edita da Settimo Sigillo per la collana Anamerica, è un agile testo che ricorda alcuni fatti fondamentali, ma sistematicamente dimenticati o occultati sui concetti di Europa e Occidente che oggi, invece, si vogliono far coincidere. Finzi ci ricorda che non sempre è stato così, che, anzi, il concetto di Occidente nasce nel Nord America anglofono proprio in opposizione a quello di Europa nell'ambito dell'integralismo religioso puritano, che vedeva nelle nuove terre vergini una sorta di nuova Gerusalemme da opporre ai mali della vecchio continente. Eppure adesso i termini vengono considerati equivalenti e il Finzi, dotato di una capacità di sintesi rara fra i nostri saggisti, con pochi essenziali tratti svela ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma non si vuol vedere: cioè l'avvenuta colonizzazione culturale, oltre che politica, del nostro continente e dei modi di pensare tradizionali. Così non fosse, sarebbe difficile inquadrare, come oggi avviene, il Giappone stesso all'interno dei paesi Occidentali. Occidente è espressione del puritanesimo Statunitense profondamente antitradizionale che porta valori, o disvalori, nuovi e contrapposti a quelli europei, contrariamente a quanto sostiene la propaganda del pensiero unico dominante. Il testo, nelle sue agili esaurienti pagine, riesce anche ad andare oltre e offre un'analisi di base dei tre diversi tipi di colonialismo che hanno colpito i nativi americani, i quali hanno dovuto cedere le loro terre alle orde di migranti. La visione non è certo positiva né verso quella anglosassone, che ha portato alla scomparsa dei nativi nel Nord America, né verso quella spagnola, che ha distrutto le civiltà precolombiane, però evidenzia una fondamentale differenza: gli spagnoli, come


i puritani, si sentivano in diritto di colonizzare, ma al contrario di questi, consideravano i sovrani degli stati del nuovo mondo come legittimi, e vennero messe in atto legislazioni a tutela dei nativi, per buona parte disattese, ma il principio, almeno, fu fissato. Molto interessante, e basterebbe questo a giustificare la lettura del testo, è l'analisi del troppo spesso dimenticato colonialismo francese, forse l'unico che avrebbe potuto essere sostenibile e non devastante per i nativi. Per il francese signore delle nuove terre non c'era differenza fra il suo suddito “indiano” o “francese”, erano per lui uguali e meritavano lo stesso rispetto. Sudditi certo, ma degli sconvolgimenti politici che avrebbero toccato la Francia alla fine del XVIII secolo ne avrebbero beneficiato in ugual misura. Forse le tribù che aiutarono la Francia nella Guerra dei Sette Anni lo avevano già capito. Fu invano, ma almeno si opposero all'Occidente preferendogli l'Europa. Loro.



Vaccino? No,grazie Primo dato. Fino ad oggi, venerdì 6 novembre, le morti legate al virus A/H1N1 sono state in Italia ventisei. 26 su quattrocentomila casi stimati, dice la fonte ufficiale ossia il Dipartimento alla Salute per bocca del viceministro Ferruccio Fazio. Lo scorso anno, dice sempre Fazio, la normale febbre stagionale ha fatto 4 mila morti su 8 milioni di malati. Secondo dato. Secondo un’indagine periodica del Monitor Biomedico del Censis fatta prima della psicosi scoppiata negli ultimi giorni, il 61,4% degli italiani non aveva paura dell’influenza A. Più del 37% di chi non ha paura dell’influenza A riteneva che, in realtà, i rischi siano gonfiati dai media, mentre oltre il 24% era convinto che le nostre tutele sanitarie siano adeguate. Terzo dato, questo purtroppo più nebuloso. Il Dipartimento della Salute ha commissionato 24 milioni di dosi di vaccino Focetria (uno dei tre approvati dall’Unione Europea)

alla multinazionale svizzera Novartis. L’esatta cifra sborsata dallo Stato è avvolta nella nebbia, tanto che neppure la Corte dei Conti è riuscita a venirne a conoscenza.Tuttavia, la Corte ha dovuto dare via libera alla decisione del governo sull’onda dell’«eccezionalità» e dell’«urgenza» del problema. Le indiscrezioni circolate sulla stampa parlano di 200 milioni di euro. La Corte però scrive che, dato che il contratto con la Novartis è stato stipulato prima ancora che il vaccino esistesse e fosse autorizzato dall’Ue, esso include «la possibilità di mancato rispetto delle date di consegna del prodotto senza l’applicazione di alcuna penalità» e sarebbe «carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la congruità dei prezzi». Un pandemia non più grave della normalissima influenza che ogni anno fa stare a casa qualche milione di italiani, e che miete vittime fra chi è già affetto da gravi patologie. Una campagna di terrore che sta seminando il panico fra la gente, che fino ad ora, giustamente, nutriva una sana e scettica tranquillità. E un colosso dei farmaci che sta facendo montagne di soldi nella più sfacciata irresponsabilità, complice un governo pronto a regalarglieli.Altro che vaccinarsi: se me la becco, questa benedetta febbre suina, sarò felice di rigirarmi nel letto come un maiale nel suo fango.


Ecco la Biblioteca Ribelle Niente di strano dal punto di vista logistico: sul nostro sito web è da ora possibile acquistare dei libri. I metodi di pagamento sono i soliti, via carta di credito o sistema paypal, in modo sicuro, naturalmente. Oppure inviandoci una email con i titoli scelti e dunque operare via conto corrente postale, bonifico o bollettino. Sin qui, come detto, nulla di strano rispetto a tanti altri sistemi di vendita on-line di libri. Non fosse che per due ulteriori motivi, uno più importante dell'altro. Il primo è che praticheremo uno sconto del 10 per cento su ogni titolo e addirittura del 15 per cento per gli abbonati all'edizione web del mensile. Oltre a ulteriori offerte speciali di volta in volta: ad esempio, ce ne è una, di lancio, per tutti e sei i volumi della fondamentale collana Anamerica (della quale, sul sito, pubblichiamo una recensione dettagliata) a un prezzo veramente imbattibile. L'altra è il fatto che acquistando libri sul nostro sito - così come acquistando abbonamenti aiuterete la nostra rivista a vivere. Il che è in primo luogo un atto morale ed etico ancora prima che prettamente economico. Eppure la cosa più importante è un'altra. È il fatto che all'interno di Biblioteca Ribelle non venderemo libri a caso. E non venderemo tutti i libri. Non sarà dunque una mera libreria on-line. Ma metteremo in vendita solo ed esclusivamente i libri che, per un verso o per un altro - e spiegheremo ogni volta il perché, titolo per titolo - reputiamo indispensabile avere nella propria biblioteca personale per una crescita culturale e una formazione indispensabile a chi voglia capire il mondo e l'attualità. E attenzione, c'è un ulteriore particolare: siccome il servizio che iniziamo a offrire è in collaborazione con una libreria di quelle vere, dunque non con un

supermercato del libro, ma con un operatore che oltre a vendere fa cultura in senso lato, molti, moltissimi dei libri che proponiamo e che proporremo sono difficilmente trovabili nei megastore diffusi nel nostro paese. O altri lo sono, nel senso che si possono anche trovare in questi supermarket della cultura (si fa per dire) ma molto spesso si devono ordinare, richiedere... Insomma, la Biblioteca Ribelle è invece tale in tutto e per tutto. I libri sono divisi per autore, per categoria di interesse e per parole chiave. Basta sceglierli, metterli "nel carrello" e passare alla fase di pagamento. Poi vi verranno spediti comodamente a casa (senza spese di spedizione per ordini complessivi oltre i 70 euro, altrimenti con soli 4 euro di spese per la spedizione). Attualmente abbiamo inserito sul sito già diversi titoli. Ma l'aggiornamento è continuo. Ultima cosa: a breve illustreremo alcuni "percorsi di studio", spiegando perché e come e quali titoli acquistare (se già non li si possiede) per completare, argomento per argomento, i titoli più interessanti e che reputiamo indispensabili da avere e consultare. Insomma, oltre che una libreria on-line, contiamo di offrire anche una sorta di servizio di suggerimento, già dalla scelta dei titoli che mettiamo in catalogo, per rendere la lettura ancora più utile e gratificante. E, ribadiamo, per aiutare la nostra iniziativa a vivere. L'indirizzo al quale andare, sul nostro sito, è www.ilribelle.com/biblioteca




Il fumo nuoce alla salute, siamo tutti d'accordo è scritto anche sui pacchetti, nonostante nessuno lo ignori, giusto così. Meno pacifico è che un'alimentazione sbagliata, specie quella legata ai prodotti maggiormente pubblicizzati in televisione, può fare altrettanto male ed avere un costo sociale probabilmente superiore. Di questo, però, nessuna avvertenza sulle confezioni o nelle pubblicità. Nessuna in Italia. In Francia, invece, un “warning” è presente sullo schermo durante ogni pubblicità. Naturalmente non dirà che “il cibo uccide”, a certi assurdi ancora non siamo arrivati, ma si limiterà a far notare, per esempio, che “per la propria salute occorre praticare un regolare esercizio fisico”, che, presente durante tutto lo spot, magari farà riflettere sul fatto che la “magica barretta ai cereali” probabilmente non basta a far diventare strafiche come la modella, specie se mangiate in eccesso. Così come la Marlboro non bastava a far diventare fichi come il Cow Boy della pubblicità, ora vietata come tutte le pubblicità del tabacco. Ora, vietare le pubblicità alimentari sarebbe eccessivo, anche se per tante merendine, specie se fanno leva sui sensi di colpa delle madri lavoratrici, verrebbe quasi voglia di chiederlo. Far, però, notare, durante ogni spot, che “per la salute” è meglio evitare “di mangiare fra i pasti” o “mangiare troppo grasso, zuccherato o salato”, sarebbe opportuno: magari la mamma messa in colpa perché il suo bimbo non è felice perché lei lavora, come reazione potrebbe avere non già di renderlo felice con una insensata merendina, ma di sentirsi madre migliore se non lo lascia ingozzare di robaccia. Certo una piccola striscia sotto uno spot ideato da creativi, geni della persuasione, è piccola cosa, ma è, comunque, qualcosa, che spinge almeno ad un attimo di riflessione. Un attimo che può forse, in qualche caso, salvare un bimbo dall'obesità e un adulto dal sostituire un po' di sano movimento con abbuffate di cibi sedicenti ipocalorici che, in eccesso, fanno ingrassare come ogni altro cibo che, magari, è più sano perché meno “innovativo”. In Italia questo momento di riflessione non viene indotto nella vittima del messaggio pubblicitario e, duole dirlo, la Francia si dimostra ancora una volta - su punti come questo - almeno un passo avanti a noi. Non resta quindi che consigliare il sito web francese che viene proposto al termine di ogni spot: www.mangerbouger.fr

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INTERVISTA

Islam e Occidente

Stavolta loro giudicano noi. Attraverso un libro del prof. Franco Rizzi, Segretario Generale di Unimed - Unione delle Università del Mediterraneo. A metà tra saggio e racconto. Per sfatare luoghi comuni.

I

di Lorenzo Castelli

l libro - “L’Islam giudica l’Occidente”, Argo editrice - non può essere definito né di narrativa né un saggio vero e proprio. Come lo definirebbe?

Ho scartato l'ipotesi di fare un libro secondo criteri accademici consolidati perché credo che sia praticamente impossibile, o quanto meno molto difficile, poter sintetizzare il rapporto tra Islam e Occidente. La letteratura in proposito è molto vasta e nello scrivere questo libro ho evidentemente fatto ricorso a tale letteratura in maniera consistente. Mi occorreva un angolo di attacco per scrivere un libro che fosse fondato scientificamente e che fosse allo stesso tempo coinvolgente per il lettore. Ho fatto quindi ricorso ad uno schema letterario già collaudato che è quello del dialogo tra diversi protagonisti. In questo caso i personaggi sono dei mussulmani colti e chi conduce il dialogo è un europeo che ha avuto incarico di redigere un rapporto su Islam e Occidente a cinquant'anni dal famoso convegno, organizzato dalla Fondazione Cini e da prestigiosi intellettuali italiani come Carnelutti, Piovene, Saraceno, Bausani e altri, che decisero di invitare altrettanti intellettuali mussulmani sul tema: "Processo dell'Islam alla società occidentale".

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Nel sottotitolo del suo libro si può leggere: "conversazioni su alcuni luoghi comuni". Mi può precisare meglio il significato di questo sottotitolo? È importante sottolineare che questo mio libro non mette a confronto i principi fondamentali dell'Occidente e dell'Islam, ma si sofferma soprattutto su quello che l'Occidente dice dell'Islam. I media, le televisioni, le conversazioni comuni. Per me era un'occasione per esprimere il disagio che provavo nei confronti di tante generalizzazioni che vengono diffuse a proposito di quello che è l'Islam, col pericolo quindi di immaginare che l'Islam, di cui si parla, sia quello a cui si assiste nei talk show televisivi o nella polemica dei giornali a proposito di alcuni aspetti a mio avviso secondari. Io credo che tale modo di affrontare la questione non dipenda soltanto da una sciatteria intellettuale. Quella certo esiste. Ma la cosa più grave è che in tal modo si vuole a tutti i costi costruire un nemico senza avere la capacità di capire anche le ragioni del suo discorso. Le voglio fare un'esempio: in questi giorni si sta discutendo in Italia della possibilità di introdurre nella nostra legislazione il cosiddetto processo breve. Non voglio soffermarmi sulle implicazioni di carattere tecnico-giuridico di questa proposta ma solo sottolineare che gli esclusi dalla possibilità di usufruire di tale processo breve sono, tra gli altri e giustamente i mafiosi, ma anche gli immigrati clandestini che sono trattati a livello della pericolosità di coloro che commettono gravissimi reati. Tutti sappiamo che molti immigrati clandestini provengono da paesi mussulmani. Se passasse questa proposta è evidente che nell'immaginario collettivo gli immigrati clandestini sarebbero considerati dei delinquenti pericolosi alla stregua dei mafiosi. Quindi sento la necessità di sottolineare che bisogna fare grande attenzione a non veicolare dannosi pregiudizi nei confronti di una comunità come quella dei mussulmani con cui dobbiamo avere a che fare. In realtà è una colpa dell'Occidente non riuscire a capire bene l'Islam o forse l'incomprensione deriva dal modo in cui ci viene descritto dai media? Anzitutto va sottolineato il fatto che, ma questa è una banalità, non esiste un solo Islam e che quindi bisogna avere l'accortezza di identificare l'Islam a

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cui ci si riferisce. In secondo luogo va detto che l'Islam che è presentato al grande pubblico molto spesso appare una caricatura della grandezza di questa civiltà. Certo, sarebbe ingiusto dare la colpa solo ai comunicatori dell'occidente, molto spesso sono gli stessi mussulmani che accreditano un'immagine distorta dell'Islam. Prendete il caso degli attentatori suicidi o di altre manifestazioni che sono contrarie e diverse dal nostro modo di pensare, ma nonostante tutto ciò il nostro sforzo di dialogo deve andare al di là degli stereotipi. Nel libro sottolineo più volte come molti mussulmani non sono d'accordo su questo modo di intendere la loro religione da parte degli integralisti islamici. Anche su questo punto specifico bisogna recuperare la memoria storica e rendersi conto che atteggiamenti come questi, che vanno severamente combattuti, si sono presentati più volte nel corso dei secoli. Insomma bisogna acquistare un'atteggiamento di normalità nei rapporti con i mussulmani avendo la capacità di analizzare ciò che è sbagliato e ciò che invece può diventare oggetto di un dialogo. Ma allora qual'è la portata oggi dello scontro di civiltà a cui fa riferimento il libro di Huntington? Possiamo effettivamente parlare di uno scontro di civiltà in atto? Anzitutto desidero chiarire un'aspetto terminologico. A mio parere non sono le civiltà che si scontrano ma gli uomini. La formula di Huntington, per quanto affascinante ad una prima lettura, è priva di un fondamento scientifico. Ma è una formula che ha avuto successo, a cui molti commentatori hanno fatto riferimento senza, probabilmente, aver nemmeno letto il libro. Sembra una buona scorciatoia poter inserire nella formula "scontro delle civiltà" i problemi che Occidente e Islam devono tutt'oggi risolvere. Inoltre sono convinto che è in atto nella nostra politica culturale il tentativo di screditare in tutti i modi la portata di tale civiltà. Che significa "nella nostra politica culturale"? Potrei fare molti esempi, Huntington è uno di questi, ma potrei parlare anche di Bernard Lewis o di altri, che formulando ipotesi scientifiche su tale argomento determinano, a livello dell'opinione pubblica,

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delle generalizzazioni molto pericolose sul ruolo che l'Islam ha avuto nella costruzione della nostra civiltà. Vorrei fare un esempio concreto e cioè voglio riferirmi al lavoro di uno storico medioevista francese, Sylvain Gouguenheim, che ha scritto un libro, tradotto in italiano, dal titolo Aristotele contro Averroè nel quale mette in dubbio l'apporto degli arabi nel passaggio della cultura greca al nostro Medioevo e Rinascimento. Apparentemente questo libro, criticato da molti studiosi, sembrerebbe destinato a rimanere circoscritto nel dibattito universitario ma io mi chiedo quando questa tesi, considerata erronea da molti specialisti, diventasse opinione comune, quale sarebbe il risultato? Potremmo dire, come direbbe Mahmud Darwish, che ancora una volta l'Occidente spinge i mussulmani fuori dalla storia. C'è un libro molto bello di Sigrid Hunke, il cui titolo è Il sole di Allah in Occidente nel quale, a differenza di quello che dice Gouguenheim, mostra l'apporto alla matematica, alla medicina, all'astronomia, alla fisica del pensiero islamico. Questo dovrebbe farci riflettere sulla compenetrazione di queste due grandi civiltà: quella Occidentale e quella Islamica. Torniamo ai problemi generali. Danilo Zolo, un suo collega, ha scritto un libro dove fa una proposta "mediterranea", diciamo così, per riuscire a coalizzare un'Europa che al momento è solo burocratica, ma di fatto non ha nulla di diverso rispetto ad una unione burocratica ed economica. Questa proposta che fa Zolo naturalmente consta della rivalutazione sotto un altro senso, che credo sia anche il suo, per quanto riguarda tutto il mondo islamico. Quindi lei concorda che un'Europa potrà essere fatta solo e unicamente nel momento in cui riuscirà a riscoprire la parte mediterranea? Questo è indubbio. Per quanto mi riguarda l'Organizzazione che ho fondato 20 anni fa, l'UNIMED, l'Unione delle Università del Mediterraneo, cerca di contribuire a tale riscoperta mettendo in atto pratiche di incontro tra giovani, ricercatori e accademici delle due rive del Mediterraneo per mostrare che l'esaltazione di queste radici comuni sono il fondamento anche della nostra civiltà Occidentale. Certo, molto spesso la politica degli Stati tende a banalizzare questo concetto in un discorso ideologico senza fondamento. L'Europa non può permettersi di delegare la politica mediterranea all'America e accontentarsi di vuoti proclami sull'integrazione tra le due rive del Mediterraneo. Ma lei si riferisce al processo di pace israelo - palestinese e alla politica di Obama?

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Nel mio libro affronto evidentemente questo problema che a mio avviso è "il problema dei problemi" nello scontro tra Occidente e Islam. E' difficile evidentemente articolare compiutamente una risposta a questa sua domanda. Desidero però esprimere il mio punto di vista ricorrendo ad una intuizione che si può leggere nel libro di Amos Oz Contro il fanatismo quando, a proposito dello scontro tra Israele e Palestina, egli sottolinea in maniera laica che si tratta di un problema condominiale. Con questo voglio mettere da parte tutta un'altra serie di problemi che esistono e che non posso trattare qui e riaffermare che lo scontro non può essere interpretato come uno scontro tra religioni. Per quanto riguarda Obama forse è presto dare un giudizio definitivo. Se dovessi giudicare, così come fanno i mussulmani, le ricadute dell'intervento di Obama al Cairo non posso che essere d'accordo con loro nell'esprimere un senso di delusione. Molti problemi devono essere sicuramente risolti ma tra questi uno dei più urgenti è quello di fermare la colonizzazione dei Territori Palestinesi. Nel nostro piccolo, attraverso il portale MedArabNews, a cui collaborano molti giovani ricercatori, tra cui voglio citare Roberto Iannuzzi, Cladia De Martino ed Enzo Le Fevre, cerchiamo attraverso la lettura costante dei quotidiani del mondo arabo di aprire una finestra di comprensione di ciò che pensa su tali problemi il mondo mussulmano. Tornando indietro, a proposito degli attentatori suicidi, in che modo condizionano la politica che l'Occidente deve avere nei confronti dell'Islam? Non si può certo negare che tale pratica faccia parte di un'ideologia ricorrente nell'Islam come strumento della Guerra Santa. Anche su questo problema credo che nessuno possa negare che un'Islam integralista e fondamentalista interpreti in maniera così distorta il Corano. Se noi non ci rendiamo conto che si tratta di un'interpretazione e di una pratica legata ad una concezione dell'islam politico rischiamo di compiere una generalizzazione inopportuna. Vorrei ricordare che nell'ideologia di questo Islam politico non c'è solamente il ricorso ai dettami religiosi per giustificare questo comportamento. Vi sono anche, e soprattutto, una serie di riferimenti che chiamano in causa il concetto di "guerra di liberazione" nei confronti di un'Occidente che ha invaso e dominato le terre dell'Islam. Ad esempio, nel libro di Robert Pape Morire per vincere vi è un riferimento esplicito, secondo una vecchia metodologia storica che si basa sulla misurazione della quantità, alle Tigri del Tamil che per un certo periodo, pur non essendo mussulmani, hanno avuto il monopolio degli attacchi suicidi.

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Quando lei parla dell'invasione delle Terre dell'Islam a cosa si riferisce? Mi riferisco certamente ad un modo malsano di concepire i rapporti internazionali. Gli storici avranno modo di ritornare con più pacatezza sulle ragioni che hanno determinato l'invasione dell'Afganistan o l'esportazione della democrazia negli "stati canaglia" e verificheranno con l'adeguatezza della documentazione se tutto ciò, come io credo, faccia parte di uno schema culturale occidentale che considera il mondo sulla base dei propri criteri e valori. Sono convinto che, e su questo mi soffermo nel mio libro, l'esperienza coloniale non sia stata adeguatamente superata e che molti popoli vivono il rapporto con l'Occidente senza essere ancora riusciti a fare il lutto di tale esperienza. Citando appunto al suo libro, mi ha colpito il fatto che lei sembra non arrivare ad alcuna conclusione. Le pagine scorrono velocemente, con una grande piacevolezza nella lettura, ma alla fine ci si può chiedere perché non vi è una conclusione? La risposta che le posso dare è anch'essa senza una conclusione come secondo me è la vita stessa. Posso aggiungere che la scelta è derivata anzitutto dalla necessità di mettere in evidenza l'esistenza di un processo che a mio parere non ci porterà lontano se non saremmo capaci di ascoltare di più gli altri prima ancora di giudicarli. In questo, secondo me, si può riassumere il dialogo che, per la portata e l'importanza dei temi, non possiamo considerare concluso.



Lorenzo Castelli

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CHIAVE DI LETTURA

Il Crocefisso

S

negato

Il punto non è tanto “croce sì o croce no”. È che debba essere l’Europa a decidere in materia. Difendiamo dunque il nostro diritto a scegliere se mantenere la croce o meno. Il diritto di essere liberi, critici, agnostici, atei se non eretici. di Fulvio Lo Monaco

e la sentenza della Corte di Bruxelles - in merito al ricorso di una sola persona avverso il crocefisso ostentato nelle scuole italiane - meritasse un titolo come si usa nel giornalismo, quel titolo potrebbe essere “Il crocefisso negato”. Di questo infatti si tratta, anche se una più o meno capziosa interpretazione del pronunciamento di quella Corte dovrebbe intendersi non nel senso di una materiale rimozione del crocefisso dalle scuole italiane, ma come un avviso di ordine giuridico intorno alle buone ragioni della ricorrente. In sostanza a Bruxelles si pensa che il crocefisso non è opportuno in un’aula scolastica, perché può offendere chi, per varie ragioni possibili, non condivide il simbolo e, naturalmente, i suoi significati. Una prima considerazione su questa vicenda riguarda la liceità di un organismo europeo di influire su una scelta di uno Stato membro, mettendo in predicato la sua sovranità quantomeno in materia religiosa. E su questo si può affermare che bene ha fatto il governo italiano a muovere appello contro la sentenza in parola. Ovvie invece – e le si cita solo per dovere di cronaca – le rimostranze avanzate dalla Chiesa cattolica. Ma su questo argomento interessa maggiormente non l’animo di un cattolico praticante, il quale si vede logicamente offeso nel simulacro della propria fede. Piuttosto riveste importanza lo spirito agnostico, diffusamente disincantato, e su queste pagine più o meno ribelle di molte persone, sulle quali ha comunque influito la sentenza della Corte di Bruxelles. Di quello spirito, e della volontà di fare autocritica da cittadini italiani, senza aspettare le pressioni di una entità meteca, ci facciamo interpreti passando a una

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serie di note tra le quali la prima è questa. Il crocefisso non figura soltanto nelle scuole, ma nelle aule dei tribunali, negli ospedali e nelle cliniche private, in molti uffici pubblici e in altri edifici che appare inutile elencare. Figura inoltre all’esterno, nelle icone lungo le strade, negli ex voto appesi alle antiche mura, nelle edicole approntate ai crocevia di montagna, nei cimiteri. Il crocefisso è insomma – nel bene e nel male, se vogliamo - un simbolo cattolico e per quello che ci riguarda italiano, come lo è la bandiera con i tre colori. È, finché dura, il riconoscimento di una (certa) identità. A nessuno va pertanto riconosciuto il diritto di influire su queste scelte che, iniziando dalla sentenza sulle aule scolastiche, potrebbe estendersi ad altre prese di posizione negative sulla ostentazione totale del crocefisso

“...non per niente il grande regista Almodovar si è espresso recentemente sul crocefisso – si può ben leggere la croce – affermando che si tratta di un simbolo pop...” al di fuori delle chiese. Il crocefisso è cosa nostra e la sua eventuale rimozione – trasformazione, transumanza, elaborazione, superamento – non ci può essere imposta dall’esterno. La autodeterminazione dei popoli deve funzionare anche in fatto di religione e di costume. Lungo questa strada va pertanto premesso un motivato sospetto. Chi si azzarda a negare il crocefisso potrebbe non aver soddisfatto l’appetito, al punto di negare in un tempo ulteriore anche la croce. Esiste infatti una profonda differenza tra il simbolo nudo e quello animato. Con l’aggravante che molto spesso, e da persone autorevoli - vengono confusi l’uno con l’altro. La croce cristiana è un segno antico, dapprima dissimulato con l’albero della nave, l’aratro o il fuso dell’ancora, per via delle persecuzioni, poi impostosi con Costantino e la leggenda dello stendardo sventolante nella battaglia contro Massenzio a Ponte Milvio, infine impostosi con Teodosio che innalzò il cristianesimo – sempre per motivi politici - a religione di Stato.

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Il crocefisso è invece una scelta relativamente più vicina a noi e segna il passaggio da simbolo a figurazione, inchioda “ad patibulum” un profeta ebreo che sarebbe anche divino, contravvenendo brutalmente a un dettato perentorio di Dio, contenuto nell’Antico Testamento: “Non ti farai di me alcuna immagine…” con quel che segue. Va inoltre osservato che l’immagine del Cristo appeso alla croce, dal basso medioevo al Rinascimento, dal barocco a Salvator Dalì, appare allarmante e a volte minacciosa, come sarà poi inquietante la figura del cuore di Gesù, voluta da un patologo mistico, che sembra obiettivamente prelevata da una tavola operatoria. Il crocefisso non appare pertanto una decisione indovinata, sia da un punto di vista dottrinario perché contraddittoria in ordine alla volontà di Dio, sia sotto un profilo estetico, che è anche sostanziale, perché si esalta troppo una sofferenza a danno della figura del Cristo nella gloria, raramente e senza altrettanta enfasi rappresentata. Diciamolo in termini più elementari. Il crocefisso fa paura. E si può ipotizzare che il ricorso alla Corte di Bruxelles forse non sarebbe stato avanzato, se al posto del crocefisso ci fosse stata la mera croce. Con la croce si resta in tema semantico, come avviene con la mezzaluna islamica e con la menorah o con la stella di Davide ebraiche. Come avviene con la croce celtica iscritta nel cerchio o con la croce uncinata che al di là del nazismo figura tra gli Etruschi e in alcuni popoli orientali. La croce in senso lato, con le sue varie rappresentazioni, è simbolo arcano e segna a volte la fede, altre la speranza, e ancora il sogno che può appartenere – perché no - al rivoluzionario e al ribelle. Francesco di Assisi che fu entrambe le cose – sia pure espresse con grande dolcezza - dopo che due Papi gli avevano manipolato la Regola e i frati gli erano sfuggiti di mano, strinse tra le dita la sua croce di legno, una croce a Tau, morendo di crepacuore. Lasciando dunque in pace il crocefisso del quale si sono estesi pochi appunti sommari, la croce pura e semplice deve intendersi come segno di appartenenza a una civiltà nostra, tutta italiana, che viene inconfutabilmente dalla Grecia, da Roma e dal Cristianesimo, come fece osservare Marcello Pera. L’ex ministro peccò soltanto nella misura geografica pensando alle radici dell’intera Europa. Perché

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dimenticò i Celti e i Drudi, i Vichinghi, Wotan e i Nibelunghi, il mito nordico con Elfi e Nani. Restiamo perciò in Italia e difendiamo ciò che è nostro, fino al punto di volerlo eventualmente sostituire o aggiornare. Difendiamo la croce. Ma per far questo occorre restituire al simbolo un valore che il tempo ha eroso o perduto. Il subacqueo armato di bombole che si segna con la croce prima di scendere negli abissi, è in fondo giustificato perché si immerge in un mondo che è dei pesci e non è quindi il suo. Egli si avventura un poco come l’eroe omerico sceso nell’Ade. Ma il calciatore che si fa per tre volte una crocetta sulla parte alta del petto prima di correre sul campo, compie un gesto sperequato alla bisogna e dal sapore apotropaico, di allontanamento del male, che è gesto di superstizione. Egli degrada il segno, perché porta il simbolo al livello di uno scongiuro, barattando il grattarsi i coglioni con la croce. Non per niente il grande regista Almodovar si è espresso recentemente sul crocefisso – si può ben leggere la croce - affermando che si tratta di un simbolo pop. La chenosi della croce, ovvero il suo abbassamento, è poi segnata dai tanti monili, spesso preziosi, portati al collo di donne e uomini per pura vanità, al di fuori di significati di appartenenza ad una cultura o ad una fede. In conclusione, la croce va difesa ma occorre anche meritarla, sfrondandola da tante aggiunte e da tanti usi che ne sviliscono il valore. Se poi la nostra religione è destinata a finire e con essa la croce, questo riguarda noi e non la Corte europea. Oltretutto, l’accoglimento del ricorso e la sentenza fanno pensare non tanto alla lontana a quello strisciante globalismo che appare più pericoloso di quello economico di stampo americano. Ci si riferisce alla frangia dei no global che diventano global nella folle visione di un mondo confuso e caotico più che multirazziale – la terra è di tutti, il mare è di tutti, il cielo è di tutti… et cetera – che per i popoli e per le persone comporta lo sradicamento della cultura, della tradizione, della storia. Vigiliamo sulla croce. La sentenza di Bruxelles può essere considerata un segno di guerra, un segno chiaro, seppure non potente come la croce sulle vesti dei templari. Una sentenza che è solo un monito. Per ora. Difendiamo infine la croce per conservare la nostra libertà. Perché senza la croce si perderebbe la materia del contendere in campo religioso. Non saremmo liberi di essere critici ed eventualmente eretici, di essere agnostici se non atei. Non saremmo liberi di essere, all’occorrenza, ribelli.



Fulvio Lo Monaco

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BORDERLINE

Marguerite Duras,

cuore di tenebra

Isolamento. Alcol. Assenza di apparizioni pubbliche. Ma grande partecipazione al dibattito culturale e politico. Feconda fino alla fine.

C’

di Francesca Gatto

è una frase de “L’amante” (1984) che colpisce il lettore come una sentenza definitiva: “Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è”. Non è certo un caso che questa riflessione venga affidata dall’autrice francese alla protagonista del suo romanzo, ovvero alla proiezione bambina di se stessa. È una bambina ancora inesperta delle cose del mondo ma già in lotta contro il mondo, e la sua è una considerazione programmatica e profetica di cui la Marguerite Duras anziana scrittrice non può che prendere atto. Tutta la parabola umana e intellettuale di questa donna è segnata dall’irrequietezza, dall’insofferenza nei confronti delle costrizioni che le sono state imposte, dall’alzata di testa contro il giogo della morale comune, ma al tempo stesso anche dallo scontro titanico e non sempre vincente con le convenzioni, da una parte, e i potenti sbalzi d’umore della sua complessa personalità, dall’altra, e che più di una volta finirono per condizionarla al di là di quanto lei stessa avrebbe forse voluto. Nata nel 1914 da genitori emigrati a Saigon, in quella che al tempo era l’Indocina francese, Marguerite Donnadieu trascorse un’infanzia difficile a causa della prematura scomparsa del padre e di una situazione economica disastrosa che mal si conciliava con le aspettative sociali di sua madre, insegnante bianca divisa tra lo strenuo sforzo di salvare le apparenze e la necessità di doversi umiliare a chiedere prestiti agli indigeni. Sarà proprio quest’atteggiamento ambivalente della madre a segnare il primo passaggio importante della vita della ragazzina: appena quindicenne, vestita scientemente come una piccola geisha per farsi notare da qualche possidente francese, incontra a Saigon un miliardario cinese

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molto più grande di lei, con cui intreccia una relazione tanto ambigua quanto impossibile. Ambigua, perché nata dal bisogno e quindi mai veramente spensierata: l’amante cinese corteggia la piccola ed è munifico di doni e di denaro, che Marguerite accetta compiendo così la volontà della madre. La ragion di Stato si impone su qualsiasi sentimentalismo o libera scelta, al punto che la ragazza finisce per mentire a se stessa quando comincia a sentire qualcosa che si avvicina all’amore: è costretta a convincersi di non provare nulla, di essere quasi un soldato in missione che compie il suo dovere per un interesse più alto di quello suo personale, ovvero il benessere finanziario della famiglia. La relazione tra i due si basa poi su delle premesse impossibili, perché il divario economico e sociale è troppo ampio per poter essere accettato tanto dalla famiglia di lui – che non intende sposare il rampollo a una nullatenente – che da quella di lei, che almeno in pubblico non può che ricusare l’unione con un indigeno. Finito il liceo, Marguerite verrà spedita da sola in Francia per frequentare l’università, allontanandosi per sempre dall’amante cinese e dall’influenza della madre. Tuttavia, l’esperienza indocinese segnerà indelebilmente la futura scrittrice: prima costretta a crescere in fretta e a relazionarsi con un adulto che la inizierà ai piaceri e alle sofferenze della passione, poi allontanata forzatamente nel momento in cui il rapporto stava sostituendo quello mai avuto con il padre e quello anaffettivo e formale con la madre, la Duras elaborerà una propria personalissima morale di ribellione alle regole che la accompagnerà per tutta l’esistenza. Le sue prese di posizione saranno sempre assolute, decise, spesso impopolari per la veemenza con cui vengono espresse. A volte contraddittorie rispetto a quelle assunte in precedenza, ma sempre con l’impostazione etica di un personaggio che rifiuterà costantemente di genuflettersi di fronte a una volontà o a una scelta imposta dall’esterno. Marguerite, che in Francia abbandona il cognome Donnadieu preferendogli Duras, dal nome della città di nascita del padre, serberà sempre un legame molto intenso con l’Oriente, che trasfigurerà in un luogo dell’anima idealmente congiunto con gli altri fondamentali della sua vita: ecco la Durasie, un continente scaleno che si estende tra rue Saint Benoit a Parigi, la campagna dell’Ile de France, la Camargue e, appunto, il Delta del Mekong. Tante piccole patrie, lontane dai centri e dalle istituzioni ufficiali.Tante emozioni e ricordi localizza-

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ti, serbati con nostalgia, rancore, tenerezza o odio nel corso dei decenni, fino a costruire il fulcro di tutta la poetica dell’autrice. Nei secondi anni ’30, la Duras trova un incarico presso il Ministero delle Colonie, e in un articolo difende a spada tratta il diritto della Francia di mantenere possedimenti in giro per il mondo. Anche questo episodio deve essere letto nell’ottica del rapporto conflittuale con la sua giovinezza, come una smania di dominare e possedere un mondo di cui in fin dei conti è stata succube. Quando scrive il pezzo, Marguerite è ancora giovane, i traumi emotivi degli incontri improvvisi e delle improvvise separazioni vissute, ancora troppo recenti perché la Duras non colga l’occasione di prendersi un’ideale rivalsa. Più tardi, con una sofferta maturità acquisita grazie all’età, si impegnerà con ben altra sensibilità sul fronte dell’occupazione francese in Algeria: nel 1961 sarà infatti uno dei firmatari del “Manifesto dei 121”, che condannava con durezza la politica del governo transalpino e rivendicava il diritto all’insubordinazione per ottenere la libertà del popolo del Maghreb. Nel ‘39 sposa il poeta Robert Antelme. Mente e cuore sono prese dal turbinio di incontri e suggestioni vissute e condivise nell’appartamento della coppia a SaintGermain-des-Prés, vero milieu d’artisti e intellettuali dove la donna incontra lo scrittore Dyonis Mascolo, che diventa subito suo amante. La relazione è nota anche al marito, che l’accetta, configurando un ménage à trois al cui centro si trova prevedibilmente Marguerite Duras, già forte e dominatrice. Il gruppo di Saint-Germain è fondamentale anche nello sviluppo della coscienza politica di Marguerite, che comincia ad aprire gli occhi sulla realtà che la circonda, a fare i conti con la sua condizione di libertaria insofferente arruolata nell’amministrazione di un regime liberticida. Le cose cambiano, e molto, di lì a poco. Presa coscienza dell’incipiente orrore totalitarista, passa segretamente alla Resistenza insieme al marito e all’amante, pur mantenendo la copertura del suo incarico ufficiale. È questa una scelta difficile e rischiosa, tipica della Duras donna, e Marguerite vi si getta a capofitto come sempre farà nella sua vita. Sono mesi di stravolgimenti politici mondiali e maree sentimentali personali. Il marito viene arrestato e deportato in Germania dai nazifascisti, lei non arretra e si mostra determinatissima a portare avanti il suo lavoro di controspionaggio e la parallela ricerca d’informazioni su Antelme. Sono anche i giorni in cui la

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Duras scopre l’odio, certamente verso chi l’ha privata del marito, ma soprattutto verso chi rappresenta la negazione della sua stessa essenza irriducibile all’obbedienza, al pensiero unico, all’ortodossia. Seduce un agente francese della Gestapo che spera possa intercedere per la liberazione di Antelme; non esiterà a denunciarlo e farlo fucilare una volta giunta la Liberazione. Sarà spietata e intransigente per tutta la sua vita nei confronti di ciò che le ricorderà il fascismo. Nel frattempo si iscrive al Partito Comunista Francese e stringe amicizia con François Mitterrand. Il sodalizio con quest’ultimo durerà per tutta la vita, perché la Duras riconoscerà nell’uomo gli stessi caratteri d’integrità e assolutezza che sono presenti in lei. Il legame con il partito sarà invece assai più burrascoso, e ne verrà definitivamente espulsa nel 1952. “Eretica e ninfomane” reciterà il comunicato che la estromette. Nel 1945 Mitterrand trova Antelme a Dachau, ormai ridotto a relitto umano. La Duras lo curerà incrollabilmente fino alla sua inaspettata guarigione che avverrà molti mesi dopo. L’esperienza del distacco, della lontananza, del timore che ogni giorno potesse arrivare un dispaccio con il nome del marito tra i morti nei campi di concentramento, e poi quella del ritorno, della sofferenza e della malattia di quest’ultimo saranno alla base di quel libro straordinario che è ‘Il dolore’ (1985). Qui, la scrittrice non cerca di commuovere i suoi lettori. È dura e spietata verso se stessa, e verso il suo stesso marito. Quasi gli rimprovera di non essere morto nel campo, perché il loro rapporto dopo l’Orrore non potrà mai più essere lo stesso: “A quel nome, Robert, piango. Piango ancora. Piangerò tutta la vita”. E a dimostrazione che il suo non è un artificio letterario, arriva la separazione da Antelme nel ‘47. Anche l’amore con Mascolo finisce nel ‘56. Marguerite pone sempre più al centro della sua vita la scrittura. La sua produzione, cominciata nel ‘43 con ‘Les Impudents’, sale a un ritmo vertiginoso dentro al quale sono molte le sue opere notevoli. Paradossalmente, più la scrittrice assume coscienza sociale del mondo e acquista la maturità che le deriva dall’età e dalle esperienze, più la sua scrittura tratta i temi della sua gioventù, del ricordo, della nostalgia che ormai detiene il posto predominante nelle sue memorie dall’Indocina. I suoi ricordi si depositano nelle pagine di ‘Una barriera contro il Pacifico’ (1950), ‘Il viceconsole’ (1966), nel cinema con i film ‘Hiroshima mon amour’ (1960) e ‘India song’ (1973), ma si estendono oltre. È certamente alla sua esperienza di colona che pensa quando partecipa, nei primi anni ‘60, alle manifestazioni antimperialiste contro De Gaulle, per protestare contro la prolungata occupazione del suolo algerino. E pensa proba-

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bilmente alla sensazione dei piedi nudi sulla sabbia di Phu Quoc quando conia il motto ‘sous le pavè, la plage’ sulle barricate del ‘68 parigino. Circondata da tanti ricordi, e ormai consacrata al successo internazionale come intellettuale, la Duras è però emotivamente sempre più sola. I suoi compagni di viaggio sono i fantasmi cinesi, indiani, vietnamiti ormai perduti nel tempo e nello spazio, che vivono solo nel suo cuore. Ecco quindi la scrittrice precipitarsi in un altro dei suoi eccessi, terribili e consapevoli. Si tuffa nell’alcool, entusiasticamente e disperatamente. Smette di apparire in pubblico, pur continuando a partecipare al dibattito politico e culturale con i suoi libri e i suoi interventi su Liberation. Quest’isolamento mentale è fertile per la sua produzione d’artista. Nel 1984 esce il suo capolavoro, ‘L’amante’, che di colpo diventa uno dei libri più venduti e più tradotti. Ancora una volta è il passato a ergersi maestoso e totalizzante. Ma, in qualche modo, questo libro è anche un ponte con il futuro. In seguito al successo mondiale del libro, che riceve il Premio Goncourt, la Duras viene inondata da lettere di ammiratori che la cercano, la vogliono, le chiedono d’incontrarla. Lei, solitaria e dura come sempre, si rifiuta ostinatamente. Finché un giovane omosessuale,Yann Lemée, riesce a superare la sua scorza ed entrare nella sua intimità di scrittrice e di donna. I due intessono un rapporto particolare, estremo, come estrema è Marguerite. Lemée, soprannominato ‘Andrea’ dalla scrittrice, diventa l’ ‘Amante europeo’, giovane e povero, in un contrappasso ideale con la storia del libro. Ma è anche molto di più: bastone della vecchiaia, confidente, trascrittore delle memorie dell’artista, allievo servente, catturato dalla personalità di un’ormai anziana Marguerite che si avvia verso il crepuscolo. Il loro non è, non potrebbe mai essere, un rapporto sereno. Non c’è alcuna pace dei sensi che arriva con la vecchiaia. “Il mondo ha smesso di vivere. Lei è un grande imbecille. Tutto è fallimento” lo apostrofa. Eppure ricalca su di lui il personaggio di ‘Yann Andrea Steiner’ (1992). Eppure gli affida il dettato delle sue ultime memorie, ‘C’est tout’ (1995), dove emerge per l’ultima volta la figura di Marguerite Duras. Piena di odio verso i suoi nemici, veri e presunti, morti e viventi.Artefice di una vita densa di ricordi, malinconici e dolci come il suono di un dhan tranh di Saigon.



Francesca Gatto (ha collaborato Tommaso Emiliani)

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MUSICA

Alive Ieri, oggi e sempre Pearl Jam. Eddie Vedder. Le sue camicie di flanella a quadri, come i Lumberjack di quella costa sul Pacifico. Seattle e il Grunge, vera ultima rivoluzione del Rock che abbia saputo dire qualcosa. Contro questo sistema.

R

di Francesca Roveda

iot Act è il titolo del settimo album dei Pearl Jam, album dalla forte connotazione politica culminante nella canzone Bu$hleaguer che Eddie Vedder, leader del gruppo, era solito eseguire indossando una maschera di George W. Bush per poi appenderla all’asta del microfono durante l’esibizione. Dopo una performance della canzone durante uno show a Uniondale (New York), la band venne fischiata dalla folla che iniziò a intonare "U.S.A!!!". Ma Vedder proseguì cantando "Know Your Rights" Clash, a difesa della propria libertà d’espressione. La storia di Eddie Vedder inizia negli anni Novanta, quando cerca di sbarcare il lunario presso una pompa di benzina di San Diego mentre nei ritagli di tempo si esibisce in sgangherati locali dei dintorni con la modesta formazione dei Bad Radio. Ma un giorno arriva anche per lui la grande occasione: riceve un demo dall’amico Jack Irons, ex batterista dei RHCP, su cui sono incisi cinque brani musicati da Jeff Ament, Stone Gossard e Mike Mc Cready (i futuri Pearl Jam). Butta giù dei testi che poi diventeranno Alive, Once e Footsteps e rispedisce il demo al mittente. Così nascono i Pearl Jam e il primo album, oggi considerato il capolavoro della band di Seattle, Ten. Con oltre sessanta milioni di dischi venduti e migliaia di concerti in tutto il mondo, Eddie Vedder oggi è milionario. Il suo successo

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come cantante era già scritto nella tonalità quasi unica della sua voce, un timbro baritonale in grado di prendere note altissime. Come molte altre rockstar di successo, Eddie Vedder, sul cui volto storico splendono due occhi tra l’azzurro del cielo e il blu scuro dell’oceano, potrebbe permettersi qualunque lusso: hotel esclusivi, champagne a fiumi e super top model che farebbero a gara per una notte di sesso con lui. Ma nonostante sia osannato da milioni di fans, Eddie si comporta come un qualunque pater familias lavoratore, che nel tempo libero ama andare a pesca, praticare surf e bere qualche birra al bar con gli amici di sempre. Eddie è un working class hero dentro e fuori. Con le sue camice a quadri di flanella, tanto in voga ai tempi del grunge, t-shirt di sconosciuti gruppi punk, jeans e scarpe da montanaro assomiglia ad un qualunque ragazzo della provincia americana. Questo mezzo sangue indiano, da parte di nonno, ha condotto battaglie politiche e appoggiato candidature impopolari, come nel 2000 per l’ambientalista Ralph Nader, candidato indipendente alle presidenziali e nel 2004 per il democratico John Kerry. Per anni inoltre porta avanti una battaglia, che perderà, contro il circuito Ticketmaster per riuscire a far abbassare il prezzo dei biglietti dei concerti, schierandosi in generale contro lo strapotere delle multinazionali. Eppure all’inizio del movimento grunge, da molti considerato l’ultima grande rivoluzione del rock, Eddie Vedder vive all’ombra di Kurt Cobain, tormentato leader dei Nirvana, morto sui-

“...Porch” inizia con la frase “what the fuck is the world running to?” ovvero, “dove cazzo sta correndo questo mondo?...” cida a 27 anni. Del resto i ragazzi degli anni Novanta, me compresa, sono cresciuti a pane e Nirvana: canzoni come Smells like teen spirit “...I'm worse at what I do best And for this gift I feel blessed Our little group has always been And always will until the end …” ovvero ”…sono il peggiore a fare ciò che faccio meglio, e per questo dono mi sento benedetto, il nostro piccolo gruppo è sempre esistito ed esisterà fino alla fine…” , Come as you are o Heart shaped box - “…I've been locked inside your Heart-Shaped box for a week I was drawn into your magnet tar pit trap I wish I could eat your cancer when you turn back…” ovvero ”…sono stato rinchiuso per settimane nella tua scatola a forma di cuore Fui tra-

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scinato nella tua trappola magnetica, pozzo di catrame Vorrei poter ingoiare il tuo cancro quando sei disperata…” - sono state alcune delle nostre bandiere generazionali. I Nirvana hanno rappresentato per i giovani degli anni Novanta quello che i Sex Pistols hanno rappresentato sul finire dei Settanta: il disincanto, la disillusione, il no

”…sono il peggiore a fare ciò che faccio meglio, e per questo dono mi sento benedetto, il nostro piccolo gruppo è sempre esistito ed esisterà fino alla fine…” future. Mano a mano che aumentava la popolarità dei Nirvana, la vita di Cobain, che nella condizione di rockstar di lusso si sentiva sempre più un ingranaggio della detestata corporate america, si spegneva. Infatti da Nevermind, secondo album del gruppo con più di 25 milioni di copie vendute, al suicidio di Kurt Cobain, passeranno solo tre anni. Eddie Vedder, le cui canzoni, soprattutto quelle dei primi album, esprimono al pari dei testi di Cobain disperazione (Jeremy è ispirata ad un fatto di cronaca che riguarda il suicidio di un sedicenne davanti all’incredulità dei compagni e dell’insegnante), pessimismo e insofferenza al sistema del produci-consumacrepa (Porch inizia con la frase “what the fuck is the world running to?” ovvero, “dove cazzo sta correndo questo mondo?”), resiste all’impulso di auto distruzione. Qualche motivo personale per non sentirsi proprio un privilegiato in fondo lo aveva: quando i genitori divorziano viene a sapere che quello che credeva suo padre in realtà è il patrigno, per esempio. Ma è troppo tardi per conoscere il vero padre, nel frattempo deceduto di sclerosi multipla. A quel punto il già precario rapporto con il patrigno si incrina ulteriormente al punto che Eddie decide di lasciare la scuola per raggiungere la madre a Chicago e cambiare legalmente il suo cognome in "Vedder": esperienza di vita che trasporrà nel primo singolo dei Pearl Jam, Alive. Ma Eddie Vedder, al contrario di Kurt Cobain dall’infanzia altrettanto difficile, è stato in grado di gestire la propria rabbia, vomitandola in maniera quasi terapeutica nei testi delle sue canzoni. Si potrebbe affermare

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che il suo sia stato un processo catartico: dal ragazzino che durante i suoi primi concerti si lanciava sulla folla con gli occhi iniettati di sangue, strafatto di qualunque sostanza stupefacente, all’uomo che va fiero delle proprie cicatrici di oggi e che sa ancora emozionarsi e far emozionare. L’ultimo album, Backspacer, è un concentrato di puro spirito rock e di testi ispirati dalle onde del mare in perfetto stile Pearl Jam. Backspacer, tasto della vecchia macchina che Eddie usa tuttora per scrivere, è anche il nome della tartaruga che i Pearl Jam hanno sponsorizzato nella Great Turtle Race, evento mediatico che segue la migrazione annuale delle tartarughe giganti dal Canada ai Carabi per depositare le uova. La gara ha lo scopo di raccogliere fondi per l’organizzazione Conservation International, un gruppo che si occupa della conservazione dei patrimoni naturali, come precisano tutti e cinque i componenti della band in una delle rare interviste rilasciate. Al contrario di molti altri gruppi, infatti, i Pearl Jam sono rimasti compatti e sulla stessa lunghezza d’onda dagli esordi ad oggi e il segreto sta semplicemente nel rispetto che gli uni hanno per gli altri, anche quando scelgono di intraprendere parallelamente carriere soliste. Proprio per questo Eddie Vedder parla del suo gruppo come di un’autentica democrazia. Il bassista Jeff Ament ha dichiarato: “everything has changed, absolutely nothing changes” , “tutto è cambiato e niente cambia” e di seguito ”…anche se oggi non siamo più underground e la nostra passione è diventata un lavoro, siamo la stessa band, con la stessa passione per la musica, che cerca di conciliare etica e commercio” (XL, settembre 2009) Caro è agli dei chi muore giovane, diceva Menandro. Ma è bello anche saper invecchiare con dignità e con senso del limite, come un vecchio capo indiano. Francesca Roveda



La totalità della discografia dei Pearl Jam così come buona parte del grunge è in onda regolarmente su RadioAlzoZero. La WebRadio de La Voce del Ribelle. www.ilribelle.com/radioalzozero

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CINEMA

Scots

wha hae(1)

Braveheart. Cuore impavido: di Wallace nel film e di Mel Gibson alla macchina da presa mentre prende posizioni non certo comuni. Ma il filo conduttore di tutto il film è nella ribellione che porta alla libertà.

E

di Ferdinando Menconi

pico e coinvolgente film sulla libertà di Scozia, Braveheart, come tutti i filmoni storici hollywoodiani, la storia la stravolge non poco, ma, dato che, come recita la voce narrante all’inizio del film, “la storia è scritta da coloro che impiccano gli eroi”, si può anche accettare che i vinti qualche volta la rielaborino, a proprio uso e consumo, magari anche per poter inserire una bella storia d’amore all’interno della narrazione. La bella storia d’amore - che non poté mai essere nella realtà - è quella fra il nostro Braveheart William Wallace e Isabelle di Francia, che, quando nel 1308 andò in sposa all’imbelle Edoardo II, era già stato squartato e sparso ai quattro angoli d’Inghilterra da tre anni. Anche se la principessina fosse stata in Inghilterra all’epoca dei fatti, dunque, la vicenda sarebbe stata più da regia di Polanski, visto che Isabella avrebbe avuto al massimo 13 anni. Niente rapporto pedofilo, invece, fra la principessa francese e l’erede al trono d’Inghilterra: la sua omosessualità non è un’invenzione cinematografica. Quanto alla delicata principessina è altra l’opera di fiction che più rende giustizia alla sanguinaria “Lupa di Francia” ed è ”La maledizione dei templari” (“Les rois maudits” in originale): miniserie passata in Rai pochi anni fa. Anche la battaglia di Stirling è tutt’altro che una fedele ricostruzione storica. Questa fu combattuta su un ponte e non in campo aperto,

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Amore e dignità. Ribellione e libertà. Di popolo. Di gente che si unisce e lotta.

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ma Braveheart è cinema e ci offre una saggio delle non comuni capacità di Mel Gibson a padroneggiare le scene di massa. Il regista mostra di aver recepito la lezione dei grandi maestri, così la spettacolare carica della cavalleria pesante inglese è seconda solo a quel capolavoro di Sergej Bondarciuk che è la carica della cavalleria scozzese in Waterloo, cui è chiaramente ispirata. Bisogna ricordare, a onore di Gibson, che siamo di fronte all’ultimo colossal girato praticamente senza tecniche digitali, e che ha dovuto padroneggiare ben circa 3000 soldati dell’esercito irlandese. Irlandese, già, perché gli esterni sono stati quasi interamente girati in Irlanda e gli “splendidi scenari delle Highlands” sono come in Scozia non li potrete mai vedere. Ribelle nel film non è solamente Wallace, ma anche Gibson. In particolare per come tratta l’omosessualità di Edoardo II: senza alcun riguardo. Memorabile è la criticatissima scena in cui Edoardo I defenestra, ma non in senso figurato, il favorito del figlio, anche se in verità si limitò a un esilio per la pessima influenza che questi aveva nelle cose del Regno. Nella storia reale sarà la delicata “Lupa di Francia” ad andarci giù molto più pesante con un successivo favorito2. Questo trattare senza simpatie l’omosessualità è un fatto inaccettabile per il sentire contemporaneo, ma la descrizione è realistica: Edoardo il figlio, era un imbelle succubo dei sui favoriti, e non lo si può trasformare in un grande re solo perché omosessuale. Certo è vero anche il contrario, ma è da dubitare che Gibson avrebbe trattato da imbelle l’altro re inglese fortemente sospettato di sodomia: Ricordo Cuor di Leone. Quello fu un grande Re inglese, crudele, come dice il soprannome, ma grande. I canoni di Hollywood sono violati anche quando Wallace vendica la sua donna, sgozzata per aver resistito ad un tentativo di violenza da parte della soldataglia inglese. Di solito l’eroe uccide il cattivo quasi per caso, sempre costretto a farlo, mai con fredda lucidità e determinazione come, invece avviene nel film. Deve, però, essere chiaro a tutti che la vendetta dell’oppresso, per quanto sanguinaria, è un atto di giustizia. Atto di giustizia ribadito quando uno degli uomini di Wallace sfonda con il mazzafrusto, invocando il suo diritto di marito, il cranio del nobile che aveva profittato dello Jus Primae Noctis con sua moglie. Altro messaggio inaccettabile del film: gli inglesi tentano di prendere la Scozia con l’imbastar-

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dimento della razza, ristabilendo appunto lo Jus Primae Noctis. E il principio dell’integrità etnica come requisito fondante di una nazione, è un concetto da galera in questa società dove anche la destra “mulino bianco” - che crede di fare futuro ma che, invece, servilmente, si limita unicamente a scordare il suo passato - inneggia al meticciato. Dal film stesso, tuttavia, emergeranno eccezioni, condizionate certo, ma ve ne sono e proprio nella figura del futuro Re scozzese Robert de Brus (anglicizzato in The Bruce), di chiara ascendenza normanna, proprio come Edoardo I Longshanks di Inghilterra. Le scene delle battaglie sono epiche, degne della miglior cinematografia del genere, ma l’azione di Wallace si svolge anche, prima della vittoria di Stirling e dopo la disfatta di Falkirk, in azioni di guerriglia e di eliminazione mirata dei traditori della causa. Il tifo del pubblico è tutto per Braveheart, ed è facile lo sia, ma se invece delle montagne della Scozia fossero quelle afgane sarebbe stato più difficile... In effetti sono azioni che chiameremmo da terrorista in Italia, e così di fatto le tratta Longshanks. Negli USA cominciano ad usare il più appropriato insurgent: termine decisamente più appropriato, in entrambi i casi. Da noi, però, è un termine che stenta a prendere piede: ci viene troppo difficile accettare che possano esistere popoli che non chiamino liberatore, come noi facciamo dai tempi di Pipino il Breve, ogni straniero che li invade in armi. Ognuno poi decida da che parte stare, ma siano chiari i termini e le scelte, e siano fatti fuori dai condizionamenti lessicali della propaganda. Il film è, come spesso accade ad Hollywood, un elogio della libertà, ma non, stavolta, della liberà individuale. È alla libertà della nazione che inneggia Gibson, quella libertà in assenza senza la quale neppure l’altra è possibile. Una libertà che può essere ottenuta solo combattendo e nel sangue, non con chiacchiere e parole. Nessuna mediazione è possibile, tanto meno quella che i nobili scozzesi tentano prima di ogni battaglia. Questi schierano il popolo per soddisfare i loro interessi perché, come viene detto, hanno “tante terre in Scozia quante in Inghilterra”. Come può, quindi, la nazione mettersi nelle mani di quella classe dirigente? Cosi come può oggi una nazione mettersi nelle mani di una classe dirigente che ha delocalizzato tutto, che pretende di farsi chiamare imprenditoria italiana, quando ha

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tanti, se non maggiori, interessi all’estero che non in Italia? Wallace, poi, non è l’eroe solitario, prescelto dal destino che toglie le castagne dal fuoco per tutti, tipo Neo di Matrix, o che risveglia un popolo addormentato, tipo V per Vendetta, ma diviene capo quasi per caso. È il popolo che è già pronto per la sollevazione in armi a sceglierlo, per le sue capacità. Non è lui a volerlo, anzi: è semplicemente colui che ha maggiori capacità di catalizzare e gestire la rivolta. Ma è espressione del popolo. Non è lui che “ha un sogno” e vi trascina il popolo: il sogno lo “vivono insieme”. Non è un superuomo staccato dalla realtà: è uomo fra gli uomini, chiunque potrebbe essere Wallace, “basta” avere cuore e fegato. Siamo di fronte, è vero, a una nazione che non ha ancora coscienza di sé, ma sono maturi i tempi perché la acquisisca. La Scozia lo fa mentre da noi sono i tempi in cui Dante dà all’italiano dignità di lingua e lancia i primi segnali di un percorso lungo e non ancora, forse, compiuto: quando nascevano le nazioni noi si lottava per il Papa o per l’Imperatore e, per certi versi di uno dei due ancora non ci siamo sbarazzati. Anche per questo Gibson come eroe sceglie Wallace e non Robert The Bruce, che non appartiene al popolo di Scozia ma è di ascendenze normanne. È, però, un uomo che, come avvenne anche per molti Normanni in Irlanda, scelse la cultura Gaelica, volle essere Scozzese, appartenere a un popolo diverso da quello di origine. Qui è l’eccezione di cui sopra, ma perché questa si concretizzi si deve aderire in maniera completa alla nuova cultura, cosa che gli Scoto normanni fecero, e anche se il sistema gentilizio dei Clan, che sopravvisse nelle Highland, fu fortemente influenzato da quello feudale normanno, il tartan dei clan divenne simbolo pregnante anche per la nuova nobiltà. Robert The Bruce non esce bene dal film di Gibson, e immeritatamente. Sì, fu uno che si barcamenò al limite del doppiogioco in quegli anni di caos per reclamare il regno di cui era legittimo erede, ma non era il debole succuobo del padre che si vuol far credere, tutt’altro. Era uomo determinato e di grande coraggio, tessé la sua tela, agì con raziocinio. Non l’ideale per un film, ma per liberare la Scozia sì, e fu lui a farlo alla fine, non Wallace. Poi un cattolico come Gibson non avrebbe mai potuto fare un film su uno scomunicato che uccise un suo nemico ai piedi dell’altare. Per il messaggio di Gibson l’eroe della libertà doveva venire dal popolo, essere parte di esso ed essere d’esempio anche a un re. Un re, The Bruce, che nell’epica scena finale viene investito dal popolo, non dagli inglesi venuti a Bannockuburn per farlo alle loro condizioni. A farlo, simbolicamente, sarà la spada del defunto Wallace scagliata verso il campo di battaglia, così come il cuore di Bruce un giorno venne scagliato contro i mori che occupavano la Spagna3. Wallace è anche un moderno a suo modo: ha viaggiato, conosce le lingue, non è un barbaro delle Highlands, è un uomo di mondo. Non un cittadino del mondo, però, come ha modo di dire riferendosi alla sua Scozia: “I belong ro here”. Le radici sono fondamentali, irrinunciabili, per quanto si possa girovagare e incontrare altre culture deve esistere un posto che ci appartiene e a cui noi

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apparteniamo, cui può valere la pena sacrificare tutto. Qualcuno la chiama patria. Contrariamente a tanti film, Braveheart, che rientra nel novero dei film di propaganda, ha avuto un effetto politico diretto: non avrà determinato i risultati del riuscito referendum sulla Devolution, ma ha certamente inciso sulla trionfante percentuale. In Italia è stata la Lega ad impossessarsi del film, talvolta accade ed è legittimo, come l’impossessamento del Signore degli anelli da parte degli hippies statunitensi e del neofascismo italiano anni 70. I leghisti, però, sono quelli che per un certo periodo per distinguersi usavano i berretti nordisti quando invece, nella guerra civile americana, i secessionisti erano i sudisti: ma si sa, la dimestichezza della Lega con la cultura può essere valutata alla luce di certi risultati alla maturità, il che dà la misura della fondatezza dell’operazione. In conclusione, il film sarà pure di propaganda e storicamente impreciso, però sono 175 minuti epici di amore e guerra e libertà. Un film che si può vedere e rivedere, emozionandosi ogni volta e che dà voglia di essere visto con la spada in pugno gridando libertà. Solo che quel grido e soprattutto quella spada andrebbero portati anche fuori dalla sala, non fosse che il grido è punito come schiamazzo e le armi, tratto distintivo dell’uomo libero dai tempi più remoti, sono cattive. Così come gli inglesi ne vietarono il porto agli scozzesi, la saggezza del potere le vieta a noi, e così come ai tempi di Wallace, per chi crede nella libertà, e non nel mito castrante della non violenza, non restano che sassi e sampietrini per difenderla. Ferdinando Menconi



Note: 1 Così comincia la poesia di Robert Burns, poeta nazionale scozzese, dedicata al discorso tenuto da Robert The Bruce prima della vittoria di Bannockburn che chiude il film di Gibson. Il compleanno di Burns è la festa nazionale scozzese. 2 Ugo Despenser il Giovane, fu evirato, i testicoli bruciati davanti ai suoi occhi, poi squartato e decapitato. Edoardo II, invece, la “Lupa di Francia” lo fece morire prigioniero in circostanze misteriose. 3 Lo fece James Douglas alla battaglia di Teba a fianco di Alfonso XI durante la Riconquista. Avrebbe voluto portare il cuore di The Bruce ad essere sepolto in Terrasanta, ma durante il viaggio decise di appoggiare la guerra di liberazione spagnola e durante la battaglia scagliò il contenitore d’argento in cui era il cuore del Re verso il nemico e lo caricò trovando la morte, ma la battaglia fu vinta. Per una storia musicale delle ribellioni di Scozia rinviamo al podcast su RadioAlzoZero, nel sito de Il Ribelle.com: http://www.ilribelle.com/archivi-radioalzozero/le-radici-profonde-non-stonano-1a-stagio/ribelli-di-scozia.html

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parol e avvel e nate Idratati a pagamento

A

conti fatti manca solo l'aria che respiriamo. Poi avranno privatizzato tutto. Dopo le strade, la rete, le fogne, la luce, internet e il gas, adesso è la volta dell'acqua. Dopo la Costituzione, i Tribunali, gli scanni in Parlamento, le televisioni, e la moneta che usiamo, dopo i voli di stato usati per esigenze personali, dopo la pulizia delle strade e quella dei treni, dopo la scuola e la sanità, è venuta la volta di privatizzare gli spazi pubblici. Spazi aerei privati, spiagge con accesso interdetto, zone marine protette e parchi chiusi, hanno privatizzato anche il suolo pubblico con le strisce blu. Mancano insomma ancora poche altre cose. L'etere l'hanno sistemato col digitale terrestre e i gasdotti con la guerra in Afghanistan. E ora dunque viene la volta dell'acqua che beviamo. Per migliorare il servizio, s'intende. Per far arrivare acqua a tutti. Esattamente come le Autostrade che non vengono migliorate perché ai privati costa troppo e non rende oppure internet che non viene diffuso perché valla a trovare una azienda che investe per quattro abbonamenti in un comune sperduto. Insomma dopo i servizi terziari hanno privatizzato quelli secondari ma, visto che la cosa non basta ancora, privatizzano anche quelli primari. Come l'acqua. Cosa resta? L'aria, appunto. Ma se non l'hanno privatizzata ancora non è perché sono buoni, è perché non hanno trovato ancora un sistema per farlo. Quando lo troveranno privatizzeranno anche quella. E ci chiederanno una tassa anche per ogni scoreggia. Steppenwolf

Ci occuperemo invece di...:  i rifiuti tossici/3  gli arresti per il terremoto in Abruzzo  il superacceleratore  iperinflazione, tasse alte o default: le possibilità del 2010  il mondo puro del rugby  le possibilità della Transizione


di Alessio Di Mauro


La Voce Del Ribelle (Dicembre 2009)