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SCRITTI SULLA TORTURA E SUL DEGRADO MORALE DEL NOSTRO TEMPO Nessuno può costringere un altro a soffrire. Ognuno deve scegliere, nessuno può essere costretto. Nessuno. E se lo si costringe, la cosa ha un nome preciso: tortura. Vito Mancuso L’Italia può permettersi di perdere Aldo Moro, ma non può permettersi di introdurre la tortura. Carlo Alberto Dalla Chiesa Le persone cessavano di esistere per te, come persone. Perdevi ogni nozione di cosa fosse la vita o la morte….non c’era alcuna sensazione. Le persone che hanno una coscienza sentono. È difficile da descrivere, ma quando separi le tue capacità cognitive dalla coscienza sei capace di fare di tutto. Qualunque cosa. Perché è una completa dissociazione…non hai sentimenti, emozioni, niente. Veterano americano, torturatore in Cambogia. Ti sfido, rispondimi: immagina che tocchi a te innalzare l'edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l'edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina accetteresti di essere l'architetto a queste condizioni? Fedor Michailovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov In “1984” di George Orwell, l’atto finale della relazione totalitaria tra autorità e servo è quello della tortura. La tortura è la negazione della libertà, dell’umanità e dell’anima. Il torturatore impiega ciò che nell’essere umano è involontario per distruggere la volontà, ciò che è animale per abolire l’umano. Nella storia la tortura è stata riservata agli schiavi ed ai nemici, in ragione di un loro presunto minor grado di umanità e massimo grado di depravazione che non li rendeva meritevoli di alcun trattamento umano. Si richiede forse ad un animale di essere moralmente e giuridicamente responsabile delle proprie azioni? I torturati sono considerati sufficientemente umani dai giudici ed insufficientemente umani dai carnefici. L’inconcepibile – Samuel L. Jackson, Jack Bauer e la tortura ragionevole Secondo il diritto internazionale la tortura è un crimine contro l’umanità. Secondo il legislatore italiano la tortura non è un crimine. […]. La tortura è un crimine che protegge il bene sommo della dignità umana. L’Italia, così attenta all’Europa, dovrebbe ricordarsi che nelle norme di apertura del Trattato di Lisbona della Ue vi è la proibizione categorica e senza eccezioni della tortura. L’Italia dovrebbe attivarsi anche per ratificare al più presto il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura, che prevede la nascita di un meccanismo ispettivo su scala globale nonché l’istituzione di un organismo nazionale indipendente di controllo di tutti i luoghi di detenzione. Patrizio Gonnella, “Un reato fantasma ma è l’unico chiesto dalla Costituzione”, il Manifesto, 18 maggio 2012


Non credo che ci sia solo pigrizia e strafottenza nel non inserire il reato di tortura [in Italia]. C’è la specifica intenzione di fare si che situazioni come il G8 di Genova si possano ripetere all’occorrenza, c’e’ la volontà di mantenere la gente in uno stato privo di elementi di diritto in modo da agire più “sbrigativamente” se ce ne fosse bisogno. Insomma, da tanti elementi, si deve accettare che l’Italia non e’ una democrazia compiuta anche per via di un diritto monco e malleabile. Teresa, lettrice del Manifesto Pensate alle conseguenze di un altro massiccio attacco (terroristico) negli Stati Uniti – magari la detonazione di una bomba radiologica o sporca, oppure di una mini bomba atomica o un attacco chimico in una metropolitana. Uno qualunque di questi eventi provocherebbe morte, devastazione e panico su una scala tale che al confronto l’11 settembre apparirebbe come un timido preludio. Dopo un attacco del genere, una cappa di lutto, melanconia, rabbia e paura resterebbe sospesa sulle nostre vite per una generazione. Questo tipo di attacco è potenzialmente possibile. Le istruzioni per costruire queste armi finali si trovano su internet ed il materiale necessario per costruirle lo si può ottenere pagando il giusto prezzo. Le democrazie hanno bisogno del libero mercato per sopravvivere, ma un libero mercato in tutto e per tutto – uranio arricchito, ricino, antrace – comporterà la morte della democrazia. L’armageddon è diventato un affare privato e se non riusciamo a bloccare questi mercati, la fine del mondo sarà messa in vendita. L’11 settembre con tutto il suo orrore, rimane un attacco convenzionale. Abbiamo le migliori ragioni per avere paura del fuoco, la prossima volta. Una democrazia può consentire ai suoi governanti un errore fatale – che è quel che molti osservatori considerano sia stato l’11 settembre – ma gli Americani non perdoneranno un altro errore. Una serie di attacchi su vasta scala strapperebbe la trama della fiducia che ci lega a chi ci governa e distruggerebbe quella che abbiamo l’uno nell’altro. Una volta che le aree devastate fossero state isolate ed i corpi sepolti, potremmo trovarci, rapidamente, a vivere in uno stato di polizia in costante allerta, con frontiere sigillate, continue identificazioni e campi di detenzione permanente per dissidenti e stranieri. I nostri diritti costituzionali potrebbero sparire dalle nostre corti, la tortura potrebbe ricomparire nei nostri interrogatori. Il peggio è che il governo non dovrebbe imporre una tirannia su una popolazione intimidita. La domanderemmo per la nostra sicurezza. E se le istituzioni della nostra democrazia fossero incapaci di proteggerci dai nostri nemici, potremmo andare anche oltre e farci giustizia da soli. Abbiamo una tradizione di linciaggi in questa nazione e quando la paura e la paranoia ci saranno entrati nelle ossa, potremmo finire per ripetere i peggiori episodi del nostro passato, uccidendo i nostri vicini, i nostri amici. Michael Ignatieff, New York Times Magazine, il 2 maggio 2004 C’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso, i suoi figli, i suoi cari o quelli del suo ceto, ma solo gli “altri”, individui come loro ma di altre etnie, fedi, situazioni sociali o convinzioni politiche. Solo a questa condizione si possono fare discorsi “freddi” sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra. Gustavo Zagrebelsky Assieme allo spauracchio del terrorismo nucleare, riappare immancabilmente anche l’apologia della tortura che ora può avvalersi di un film davvero pessimo sotto ogni punto di vista, “The Unthinkable” (“L’inconcepibile”), ma sufficientemente spettacolare


e manipolatore da servire da strumento propagandista. Il protagonista è un torturatore freelance, H, interpretato da Samuel L. Jackson. La tecnica giustificatoria è quella consueta della bomba atomica ad orologeria: o torturi il terrorista e, eventualmente, i suoi cari, oppure milioni di persone moriranno. L’idea che ci possano essere dei terroristi che, dopo essere riusciti a sfuggire agli inseguitori, si permettano di procrastinare l’esplosione, giusto per dare un’altra chance ai loro avversari. Quando mai il topo si permette di giocare con il gatto? È chiaro che questo film, come la serie “24”, incentrata su Jack Bauer, è stato pensato unicamente per convertire la popolazione al verbo del torturatore, ovvero per nazificare la democrazia americana, e non solo quella. Jackson e Kiefer Sutherland dovrebbero vergognarsi di farsi pagare per servire fini così mostruosi, ma è possibile che il loro intelletto e la loro coscienza siano già abbastanza corrotti da concordare con il messaggio che inviano; messaggio che, peraltro, scardina lo stato di diritto e fa a pezzi la morale comune. Che la tortura non funzioni lo dimostra il fatto che i nazisti si sono lasciati sorprendere innumerevoli volte, dagli Alleati come dai partigiani delle nazioni occupate. Ma non è l’approccio utilitaristico che ci deve spingere a rigettarla. La tortura è una crudeltà estrema che condanna un’altra persona, inerme, ad una sofferenza terribile. È un atto non solo crudele ma anche codardo, perché il prigioniero non può sfuggire, non può difendersi e non può restituire le sofferenze che gli vengono inferte. Il torturato è un “morto vivente”. Chi ancora si avvale del baricentro morale costituito dalla sua coscienza e non è stato reso sociopatico dalla propaganda, accetterà l’intuizione morale che la tortura sia sbagliata e che se non è sbagliata la tortura, allora nulla è sbagliato. La tortura è un male assoluto. La tortura è una menzogna così oggettiva che persino le società schiaviste ponevano dei limiti alla tortura degli schiavi (non lasciando semplicemente che i limiti ultimi fossero la menomazione e la morte, ossia una perdita economica secca per lo schiavista torturatore). La tortura è diventata di nuovo popolare con la Guerra al Terrore – l’Iraq è stato attaccato perché un torturato ha rivelato i presunti legami tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden, poi smentiti –, è successivamente stata condannata dall’amministrazione Obama, secondo il quale il waterboarding è tortura, “e questa non è una cosa che noi facciamo. Punto e basta”. Tra i Repubblicani, per poter essere un valido candidato alla presidenza degli Stati Uniti, si deve per forza essere favorevoli alla tortura. Poco importa che sia un reato per il diritto internazionale e per il diritto americano (per questo gli Americani torturano nelle basi militari fuori dal territorio americano). In cambio non è un reato in Italia, la culla delle giurisprudenza. L’argomento della bomba ad orologeria ha esercitato un’enorme influenza in pubblicazioni, film, serie tv, quotidiani, conferenze, corsi universitari e persino dibattiti presidenziali (per la verità unicamente negli Stati Uniti). È probabile che una maggioranza di persone sia favorevole alla tortura nello scenario della bomba ad


orologeria, usato già in passato per giustificare i torturatori francesi in Algeria e israeliani nei Territori Occupati. Tuttavia non esiste alcun caso comprovato in cui una tale situazione – se non si tortura non sarà possibile sventare un attentato terroristico imminente – si sia verificata o possa avere luogo (Darius Rejali, “Torture and democracy”, 2008). Questo scenario prevede che il prigioniero da torturare sia effettivamente complice di un piano terroristico, pienamente informato di ciò che serve per bloccarlo e che non abbia preparato una plausibile menzogna per dirottare le indagini quel tanto che basta per permettere agli altri terroristi di completare l’opera e magari, per sopramercato, indurre gli investigatori a compiere una qualche atrocità gratuita. Pensiamo ad esempio all’invasione dell’Iraq del 2003, che fu in buona parte motivata dalle informazioni strappate sotto tortura a Ibn al-Shaykh al-Libi che “dimostravano” il famigerato legame Osama Bin Laden – Al-Qaeda e che sono costate la vita a centinaia di migliaia di iracheni e non-iracheni. D’altronde, se le forze di sicurezza fossero nella posizione di poter verificare che la confessione del torturato è vera, perché allora avrebbero dovuto torturarlo? Se lo torturi è perché sai già abbastanza informazioni su di lui da poter estrarre le informazioni senza torturarlo, se non lo sai, allora diventa necessario torturare qualunque sospettato, per evitare di perdere per strada delle informazioni importanti. L’intero scenario non ha il minimo senso e può essere credibile solo per chi già gode nel sapere che i suoi nemici sono torturati, pur non avendo gli attributi di farlo in prima persona, devastando la sua psiche al punto da trasformarsi in un sociopatico/psicopatico, se già non lo è. Questi scenari ipotetici hanno due enormi limiti. Il primo è che esagerano l’efficacia della tortura e minimizzano le controindicazioni. Idealizzano la situazione, rendendola verosimile quando non lo è; l’astraggono, cancellando tutto quel che interferisce con lo scenario idealtipico che prediligono i fautori della legalizzazione della tortura. Il secondo è che generano confusione e corruzione morale, perché discutendone astrattamente perdiamo di vista la realtà atroce di questo atto, la sua natura perversa. Ci desensibilizziamo, ci abituiamo all’idea, diventa meno impensabile, il tabù si erode progressivamente, riusciamo a mascherare le forti emozioni che motivano le nostre posizioni dietro una cortina di parole. La questione della tortura si riduce ad un gioco intellettuale, una partita tra retori, che serve solo a far circolare idee imprecise o sbagliate riguardo ad una pratica che dovrebbe invece essere destinata all’oblio, proprio come è successo alla schiavitù o alla segregazione di bianchi e neri. Quanto a questo, vale la pena di notare che la tortura viene vista più favorevolmente se è un islamico a subirla, meno se è un proprio connazionale, meno ancora se sono stranieri che torturano un proprio connazionale. La più prosaica realtà è quella di un gran numero di innocenti torturati e nessun risultato concreto che non potesse essere raggiunto con altri mezzi: http://fanuessays.blogspot.it/2011/11/in-italia-la-tortura-non-e-un-reato-e.html Una fantasia iperattiva, ipercinetica genera una realtà fittizia dove la tortura è l’unica scelta giusta e simultaneamente oblitera la realtà effettiva delle cose. Una fantasia ipoattiva, letargica, impedisce invece di mettersi nei panni degli altri e di riflettere su ciò


che si sta facendo e sulle conseguenze di ciò che si intende fare. Entrambe permettono di compiere il male sentendosi innocenti. L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle condizioni emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora. MEMORANDUM (TRADOTTI) DEL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA STATUNITENSE SUL WATERBOARDING Su Lsdi e Giornalismo e democrazia la traduzione integrale dei memorandum del Dipartimento della giustizia Usa sui metodi ‘’duri’’ di interrogatorio della Cia resi pubblici da Obama. I quattro pareri legali sono introdotti da un articolo di Matteo Bosco Bortolaso, che da New York ha seguito tutta la vicenda, e corredati da una scheda sugli ultimi sviluppi politico-giudiziari e dall’ articolo del New York Times che nell’ aprile scorso aveva accompagnato la pubblicazione dei documenti spiegandone genesi e taglio. La traduzione dei memorandum è stata curata da Valentina Barbieri, Matteo Bosco Bortolaso, Barbara Di Fresco, Andrea Fama e Anna Martini: http://www.lsdi.it/2010/ma-che-torture/ PER APPROFONDIRE IL TEMA DELLA TORTURA IN ITALIA http://insorgenze.wordpress.com/ Il Simonino, o della giusta tortura Tomás Bilbatúa: Siete mai stato sottoposto alla corda (strappado)? Padre Lorenzo Casamares: certamente no. Tomás Bilbatúa: Se le accadesse e le chiedessero di confessare qualcosa di grottescamente assurdo, ad esempio che lei in realtà è una scimmia, è sicuro che Dio le darebbe la forza di negarlo, o piuttosto confesserebbe di essere una scimmia per evitare il dolore? Mentre a Bressanone è stata allestita una mostra permanente della tortura, abolita il 2 aprile 1787 dall’imperatore Giuseppe II d’Austria, la provincia di Trento è in prima linea nella lotta per la pace e contro le ingiustizie globali ma non ha ancora levato in alto il vessillo dell’abolizione della tortura, a dispetto del fatto che il codice penale italiano non contempla ancora il reato di tortura, con buona pace di chi ha sofferto o si vergogna per le azioni dei carnefici della Diaz, di Bolzaneto e di chissà quali altri laboratori della tortura di cui non siamo al corrente e che sono ancora di là da venire. La Provincia di Trento può e deve fare tanto in questo campo non solo perché la sensibilità della classe politica e del mondo dell’associazionismo è propizia per questo genere di iniziative, ma perché il Castello del Buonconsiglio di Trento è stato un tempio della tortura nell’atroce vicenda della morte del Simonino. Questa prima sezione del presente saggio vorrebbe convincere le autorità ed i cittadini a considerare seriamente la possibilità di estendere il


nostro patrocinio alla causa della battaglia contro la tortura, una piaga in perenne suppurazione e per di più contagiosa, che ha funestato il nostro passato e si profila, sinistra, nel nostro futuro. Nel 2004 Günter Pallaver spiegava che “uno studio approfondito sull’antisemitismo del Trentino del Novecento non è mai stato fatto”. Accennava ad alcune importanti indicazioni contenute in Rasera (1986) e in Antonelli (1981), ma concludeva che “manca assolutamente un’opera approfondita al riguardo”. Rasera stesso terminava il sopracitato breve saggio con queste parole: “Se avessimo lo stomaco sufficientemente forte per sopportare la lettura di tanta cartaccia ripugnante, questa controstoria in nero la faremmo volentieri”. Una società che approva la tortura necessita di vittime designate. A Trento, nel 1475, gli Ebrei erano investiti di quel ruolo. Lo studio delle interpretazioni della morte del Simonino e dei supplizi a quali furono sottoposti gli Ebrei, ritenuti colpevoli di sacrificio umano ed antropofagia, è particolarmente produttivo non solo perché solleva la questione del razzismo e dell’intolleranza in una terra che, dopo le guerre mondiali, si è fatta paladina della pace e della solidarietà, ma anche perché entra nel cuore del dibattito sulla legittimità della tortura. L’anno scorso Ariel Toaff ha pubblicato una seconda edizione del controverso “Pasque di sangue” (Il Mulino), per ribadire che non tutto ciò che si riferisce sotto tortura è necessariamente falso ma può invece essere utilizzato a fini storiografici; in ciò confortato dall’autorevole parere di Franco Cardini, che ha pubblicato un pamphlet in risposta ai critici della prima edizione di Pasque di Sangue e della sua frettolosa recensione (Medusa). Questo atteggiamento è stato definito “un’offesa alla memoria delle vittime della tortura” dallo storico Robert Bonfil, della Hebrew University. Sono d’accordo sia con questo giudizio di Bonfil sia con un’importante considerazione di Diego Quaglioni che, sempre a questo proposito, si è domandato: “Davvero il nostro raziocinio è così debole, la nostra civiltà giuridica è così esaurita, da indurre a credere, come sembra credere Toaff, che l’uso della tortura oltre la misura ammessa dalla prassi giudiziale del tempo non induca quanto meno ad essere prudenti sulla credibilità di una confessione?”. Forse alcuni non hanno saputo dare il giusto peso alle implicazioni di quanto sostenuto da Toaff. Si può portare ad esempio una precisazione di Umberto Eco (L’Espresso, 16 febbraio 2007) apparsa in testa ad suo articolo di commento sulla controversia toaffiana: “Dico subito che non ho la competenza storiografica per appurare se le fonti usate dall’autore siano attendibili, e che la questione non mi sconvolge particolarmente perché sono sempre esistiti nel corso dei secoli personaggi che riguardano, più che la storia delle religioni, quella della psichiatria, i quali si sono dedicati a culti più o meno satanici”. Eco dichiara dunque di non saper dire se le relazioni dei torturatori siano fonti attendibili oppure no ma, implicitamente, accoglie la possibilità che i verbali siano veridici e, soprattutto che si possa applicare l’arcaica nozione di colpa collettiva, tanto cara agli antisemiti di tutti i tempi. Eco, una delle menti più brillanti del panorama intellettuale italiano, non pare essersi domandato se, realisticamente, si può ipotizzare una tale concentrazione di psicopatici e loro complici nel piccolo ghetto trentino, per di più in un contesto in cui la loro stessa sopravvivenza dipendeva dalla benevolenza dei Gentili che li circondavano. Non si è neppure chiesto se abbia alcun senso prendere per vere delle dichiarazioni estorte all’unico fine di dimostrare una tesi preconfezionata, a prescindere da altre


vicende storiche vagamente analoghe. Sono interrogativi che invece noi dobbiamo porci, perché non riguardano solo cose vecchie, eventi remoti senza alcuna relazione con il presente. Dal 2001, a partire dai fatti di Genova e dall’attacco alle Torri Gemelle, la tortura è diventa un elemento non marginale della contemporaneità delle democrazie occidentali e non è più relegata a paesi generalmente designati come “incivili”. La risorta controversia sul Simonino, che si protrae da oltre cinque secoli, mi pare sintomatica di un cortocircuito morale che affligge la ricerca scientifica e storiografica. La pretesa, spesso ingiustificata, come è il caso di Toaff, di rigore assoluto viene brandita come una clava per colpire chi introduce elementi non-razionali nell’analisi storiografica. Una parte denuncia l’emotività dell’altra e si fa paladina della verità scientifica. La coerenza argomentativa dimostra la validità di un ragionamento a prescindere dalla bontà e plausibilità delle premesse. Con Toaff e Cardini si riscopre il mito del pensatore coraggioso che non si ferma davanti a nulla quando pensa, anche se le conclusioni sono spiacevoli, con buona pace dei pensatori buonisti che sacrificano obiettività ed integrità professionale alla moralità (il buon cuore li tradisce). Questi sono gli stessi argomenti che si ascoltano dalle parti di quei filosofi e scienziati politici che appoggiano l’uso della tortura. Figure di primo piano come Alan Dershowitz, Daniel Pipes, Michael Ignatieff, ecc. sono dell’opinione che non si possa andare per il sottile su certe cose, anche se ciò comporta la reintroduzione legalizzata ed istituzionalizzata di questa vera e propria pestilenza della coscienza umana, sebbene la tortura (che include lo stupro etnico) sia, dopo la guerra, la pratica più mostruosa mai inventata dalla nostra specie. Già il buon senso dovrebbe indurci a condannarla ancor più severamente del linciaggio e dell’omicidio, perché non solo distrugge la vita interiore delle vittime, ma deturpa anche la psiche e la coscienza dei discendenti delle vittime, dei torturatori e dell’intera società che la consente. La Provincia di Trento dovrebbe sentire il dovere morale di sostenere chi si vergogna di osservare che la strategia più terroristica che si possa immaginare non sia un reato per il codice penale italiano. E sostenere anche chi si vergogna del fatto che, a livello internazionale, le “civilissime” democrazie occidentali siano implicate nelle operazioni di consegne straordinarie (extraordinary renditions), ossia nell’esternalizzazione della tortura, l’”approvvigionamento esterno” della manodopera torturatrice in paesi in cui la società civile chiude un occhio. È di queste settimane la notizia che Canada e Regno Unito hanno accettato questo metaforico “Marchio della Bestia” anche nelle operazioni di “pacificazione” dell’Afghanistan . L’esigenza di garanzia della pubblica sicurezza di fronte ad un nemico descritto come spietato ed onnipresente (ebrei ieri, musulmani oggi, dissidenti domani) ha aperto la strada ad una pratica che non serve ad ottenere informazioni affidabili ma solo a dimostrare che con noi (il potere) non si scherza, perché siamo pronti ad abbandonare qualunque rispettabilità, credibilità, valore morale e principio di civiltà da noi predicato. L’opinione pubblica italiana non ha fatto un esame di coscienza, nemmeno quando le vittime erano dimostranti italiani (non potenziali terroristi). Forse la maggior parte dei cittadini non si è informata a riguardo, forse preferisce credere che certe cose da noi non succedono e che in ogni caso non capiteranno mai a loro. È la stessa disattenzione dimostrata dalla popolazione trentina prima dell’abolizione del culto del Simonino, celebrato il giorno del massacro delle Fosse Ardeatine (1944), per commemorare un bambino morto il giorno della fondazione del partito fascista (1919) e della presa del potere dittatoriale di Hitler (1933) . Cito a questo


riguardo la lectio magistralis di monsignor Iginio Rogger, che tanto si è speso perché la Chiesa trentina e la popolazione locale accettassero la validità dei dati dell’evidenza storica: “Trento non capiva perché, a riparare l’enorme delitto della Shoah si dovesse rinunciare alla memoria di un nostro bambino martirizzato più di cinque secoli fa e venerato per la sua fine straziante. Tutto questo va tenuto presente per comprendere le difficoltà incontrate nell’ambiente trentino dalle richieste di parte ebraica, in particolare dall’azione della Prof. Gemma Volli di Firenze, sviluppate con limpida ed inesorabile dedizione”. Quello del Simonino era un rito celebrato meccanicamente, senza porsi troppe domande sulla sua origine e sul suo significato: “Miracolo, mistero ed autorità”, suggeriva accortamente Fëdor M. Dostoevskij, sono gli strumenti del potere del Grande Inquisitore. Rogger è troppo benevolo. Fin troppo numerosi erano gli articoli intrisi di un viscerale, quasi surreale antisemitismo pubblicati in Trentino da “La Voce Cattolica” e “Fede e Lavoro” all’inizio del ventesimo secolo. La stampa cattolica trentina del tempo, come quella tirolese e di altre regioni europee e nordamericane, era ossessionata dall’idra giudaicomassoneliberalsocialista. Sempre in quei frangenti, la vedova Bittanti Battisti, in merito alla ricerca di Menestrina, scriveva: “È ben vero che i mille fedeli, che traggono per tradizione ad adorare il corpo del Beato Simone sarebbero oggi, per la maggior parte, incapaci di quelle intolleranze religiose, di quelle feroci rabbie, che la festa del Beato Simone ricorda; e ciò ci conforta. Lo spirito dei tempi nuovi ha ormai penetrato l’anima delle popolazioni, i cui atti esterni se sono simili agli antichi, non esprimono né significano i sentimenti che li hanno ispirati”. Se così fosse non ci sarebbe bisogno di sollecitare l’attenzione della Provincia di Trento. Ma è davvero così? Ogni società è definita anche dagli argomenti che, orgogliosamente, si rifiuta di disseppellire perché li considera risolti una volta per tutti. Per una sensibilità liberale l’idea che ci siano cose che non vanno discusse può risultare offensiva e questo diventa un pretesto sfruttato da intellettuali e politici di dubbia moralità per rimestare nel torbido. Ciò nonostante la nostra società è definita da una serie di tabù che riguardano il cannibalismo, la pedofilia, la schiavitù, la castrazione degli omosessuali, ecc. Non sono considerate opzioni, non si accetta l’esistenza di due tesi contrapposte che vanno vagliate seriamente. Uno di questi tabù, fino a prima dell’11 settembre, era la tortura. Un altro, sempre prima di tale data, era la giusta guerra preventiva. Esisteva un tacito accordo secondo cui certe cose sono semplicemente impensabili e non vanno discusse, perché se in passato c’erano delle ottime ragioni – universali e necessarie – per archiviare la faccenda queste non possono essere venute meno. Anche se molti sostengono che non ci siano più assoluti morali, pochi sarebbero pronti ad affermare che non esistano limiti a ciò che è lecito fare. Si ritiene che ci siano dei confini che non vanno oltrepassati, anche se non è sempre facile spiegare razionalmente cosa ci induca a pensarlo. In genere si ricorre all’esperienza storica (e perciò alla storiografia). Ma le circostanze storiche cambiano, come la tecnologia e le consuetudini e ciò che sembrava ovvio una volta non lo è più per milioni di cittadini. O forse lo è sempre stato solo per i giuristi, ma non per l’opinione pubblica. Rimane il fatto che, su un campione di oltre 27000 persone di 25 nazioni, in un sondaggio della BBC risalente al 2006, gli Italiani erano all’ultimo posto per percentuale di favorevoli alla tortura (14%), un numero di sostenitori comunque sempre molto elevato per una società che da lungo tempo non si trova alle prese con il terrorismo e con la guerra in casa. D’altronde abbiamo visto con quanta naturalezza il


sottosegretario Carlo Giovanardi abbia concluso che Stefano Cucchi è morto perché “anoressico, drogato e sieropositivo”. La percentuale dei favorevoli alla tortura sale al 29% globalmente, con gli Ebrei israeliani che guidano la classifica (53% a favore) assieme ai Repubblicani statunitensi militanti (66%). Un sondaggio americano del 2005, pubblicato dal National Catholic Reporter, ha evidenziato come il 72% dei Cattolici americani fosse d’accordo con un uso selettivo della tortura. Infine un rapporto del PEW Research Center dell’aprile del 2009 indica che il 62 per cento dei protestanti evangelici bianchi americani appoggia l’uso della tortura (il 18% spesso), mentre tra le persone non affiliate ad una confessione religiosa la percentuale scende al 40 per cento (il 15% spesso). Con buona pace di Kant, secondo il quale ogni persona ha diritto ad un rispetto incondizionato ed inalienabile, perché ha un’intrinseca dignità, un principio che sancisce che ci sono certe cose che non si devono fare ad un essere umano, a prescindere dalle circostanze. Abbiamo visto che gli Italiani sono in gran parte contrari alla tortura ma l’Italia non si è dotata di una legge che punisca espressamente i torturatori, sebbene l’Italia abbia ratificato la Convenzione dell’Onu contro la tortura fin dal 1988. Nel 2004, in uno dei vari tentativi di approvare un testo di legge che condannasse la tortura la Lega Nord, con l’appoggio della Casa delle Libertà, è riuscita a far passare un emendamento secondo cui è tortura solo se questa è reiterata. In sostanza un caso isolato non costituirebbe tortura. La responsabile giustizia della Lega, Carolina Lussana, che ha presentato l'emendamento, ha dichiarato che “Non siamo dalla parte dei torturatori, ma non possiamo neppure stare dalla parte di chi vuole criminalizzare le forze dell'ordine”. Roberto Castelli, in un’intervista apparsa su Repubblica il 20 marzo 2008 ha asserito che se in Italia non esiste il reato di tortura la colpa è “del legislatore di sinistra che ha presentato un testo inaccettabile, in cui si parlava di torture di natura psicologica, per cui io potrei accusare di tortura Prodi visto che ogni volta che lo vedo mi sento male”. Castelli sbaglia, per ignoranza o per malafede. L’articolo 1 della convenzione delle Nazioni Unite sottoscritta dall’Italia nel 1988 (legge n. 489 del 3 novembre 1988; Gazzetta Ufficiale n. 271 S.O. del 18 novembre 1988) definisce la tortura come “qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito”. La tortura ed i torturatori Ma, alla fine, c’è un rapporto evidente tra tortura e pornografia, ossia che si strumentalizzano i corpi; da una parte è per il piacere; dall’altra parte è per…può essere ancora per una forma di piacere. Fare dei corpi ciò che si ha voglia di fare, rispondendo alle proprie voglie più malsane e più profonde. Jean-Yves Templon, soldato francese in Algeria


Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti Articolo 5, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La tortura serve ad estrarre informazioni, strappare un’ammissione di colpevolezza, intimidire gli avversari politici ed imporre l’egemonia del proprio gruppo di riferimento. È condannata, senza eccezioni, dall’art. 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), dall’art. 3 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali (1950); dall’art. 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966) dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 “contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. La tortura è bandita dal consorzio umano perché indegna di noi e perché, come segnalava Albert Camus a proposito della guerra d’Algeria, corrompe i processi democratici di qualunque nazione. Eppure la si è praticata entusiasticamente e la si pratica ancora oggi, non così lontano dalle nostre case come vorremmo immaginare. Infatti tortura e democrazia non sono mai state incompatibili, anzi. Aristotele la approvava e, nel 1252, papa Innocenzo IV la autorizzò per combattere l’eresia. In Cina e nell’Europa medievale era parte dell’ordinario iter giudiziario, ma la troviamo anche nella democrazia ateniese, nella Roma repubblicana, nelle repubbliche marinare, e nel Vietnam francese, nel 1931, quando fa la sua comparsa l’elettrotortura, che si ritiene erroneamente sia stata inventata dai nazisti. In realtà la Gestapo l’adottò prendendola a prestito dalla polizia di Vichy. I Francesi continuarono a torturare i loro sudditi coloniali anche nel dopoguerra, in Algeria. Di fatto gli attuali sostenitori dell’uso della tortura citano spesso la Battaglia di Algeri come esempio storico di un impiego ottimale della tortura per piegare un’organizzazione terroristica. Omettono però di citare le memorie degli ufficiali che presero parte alla guerra in Algeria, che vanno invece a corroborare la tesi di chi afferma che la tortura non solo non è una scienza o una tecnica affidabile, ma in realtà sortisce effetti opposti a quelli anticipati. Riduce drasticamente le possibilità di ottenere informazioni attraverso i canali convenzionali, genere contrasti all’interno delle istituzioni militari e deprofessionalizza i soldati che vi partecipano. Le cose cominciarono a migliorare proprio dopo la sostituzione di Paul Aussaresses, generale responsabile della strategia della tortura, che ha continuato a difendere anche dopo l’11 settembre 2001. La tortura non funziona perché il cervello, pur di sfuggire alla sofferenza ed al “grave e prolungato stress che compromette le sue capacità mnemoniche e decisionali”, produce false immagini e ricordi (O’Mara, 2009). Non funziona neppure quando le vittime dicono effettivamente la verità. La dottoressa inglese Sheila Cassidy rivelò ai suoi torturatori cileni tutto ciò che sapeva ma loro si rifiutarono di crederle, evidentemente ben consapevoli del fatto che il torturato è pronto a dire qualunque cosa pur di far terminare il supplizio. Lo stesso ex candidato alle presidenziali americane John McCain ricorda che, quand’era prigioniero in Vietnam, i suoi torturatori minacciarono di picchiarlo se avesse continuato a sostenere che i cristiani credono realmente ad una storia per loro così assurda come quella della resurrezione di Gesù il Cristo. Anche quando il torturato crolla e dice tutta la verità, il torturatore deve essere in grado di riconoscerla come tale, ma in genere i torturatori sono tutt’altro che privi di preconcetti,


pregiudizi ed assunti incrollabili e questi fattori svolgono un ruolo decisivo nel perturbamento dell’interpretazione della situazione da parte di chi deve ricostruirla partendo da pochi elementi noti. D’altra parte un torturatore non è certo selezionato per la sua lucidità e perspicacia ma per il senso del dovere e l’efficienza. Una persona veramente lucida non scivolerebbe in quel ruolo, né si farebbe avanti volontariamente. Alcuni tra i migliori specialisti della storia della tortura, come quelli della Kempeitai, la temibile Gestapo giapponese, avevano pubblicato un manuale sul quale riuscirono a mettere le mani gli Inglesi nel 1943 in una controffensiva in Birmania. In questo manuale si legge che “la tortura per ottenere informazioni è il metodo più maldestro che si possa immaginare e permette al prigioniero di raggirarti”. Circa in quello stesso periodo, nel 1942, Hitler ordinò ai suoi uomini di punire i responsabili dell’attentato a Reinhard Heydrich. Alla fine i nazisti riuscirono a catturarli, ma prima furono arrestati, torturati o uccisi circa 13 mila persone e due villaggi, Lidice e Ležáky, furono rasi al suolo. Ma anche in questo caso non fu la violenza a portare alla soluzione del caso, ma la collaborazione di un traditore, tale Korda, un membro della resistenza ceca che si presentò spontaneamente alla Gestapo, rivelò quel che sapeva, si fece dare il premio in denaro e fu poi giustiziato nel 1947 per alto tradimento. Normalmente la Gestapo non faceva ricorso alla tortura, preferendo affidarsi ad infiltrati e ricompense. Cominciò ad intensificare questo tipo di attività solo quando i suoi uomini migliori furono richiamati al fronte. In Cile il colpo di stato che abbatté la più longeva e stabile democrazia latino-americana causò la morte 25 soldati e poliziotti golpisti. Un numero troppo basso per giustificare la violenza repressiva. Insomma fu proprio questa mancanza di resistenza a creare problemi. Non aveva senso infierire su persone che non resistevano violentemente. Gli alti ufficiali golpisti erano furiosi di scoprire che le varie regioni del paese erano state occupate senza alcuna perdita. Servivano animi esacerbati contro la sinistra giunta al potere in seguito a legittime elezioni. La giunta militare aveva bisogno di una guerra intestina per puntellare il suo potere e doveva quindi inventarsi il nemico ed il caos per diventare necessaria. Così ufficiali troppo “garbati” venivano picchiati, degradati o persino torturati a loro volta. Si risolse il problema aumentando la brutalità e torturando ed uccidendo per primi quelli che non sarebbero mai stati nella posizione di praticare la lotta armata anti-golpista. Tra loro, la summenzionata dottoressa Sheila Cassidy, torturata a Villa Grimaldi per aver curato un oppositore di Pinochet. Rilasciata, fu tale il disagio psicologico patito negli anni successivi, che per un certo periodo si fece suora e poi tornò alla professione medica, senza però mai riuscire a recuperare la stabilità psicologica di un tempo. Recentemente la tortura è stata approvata ai più alti livelli delle istituzioni americane. Il 4 ottobre 2007 il New York Times ha dato notizia di un documento segreto risalente al 2005 in cui Alberto Gonzalez, primo segretario alla Giustizia degli Stati Uniti di origini ispaniche, autorizzava l’uso della tortura dopo che nel 2002 aveva dichiarato che “la guerra al terrorismo è una nuova forma di guerra” e che ciò “rende antiquati i limiti eccessivamente ristretti posti dalla Convenzione di Ginevra sull’interrogatorio ai prigionieri nemici, facendo decadere alcune disposizioni”. Il risultato? L’addestratore di Al-Qaeda Ibn al-Shaykh al-Libi (deceduto in Libia per le torture inflitte) è stato citato dall’amministrazione Bush come fonte privilegiata comprovante i legami tra Saddam


Hussein e Al-Qaeda, un’accusa che il Pentagono ha ammesso essere falsa nel 2008. Nel frattempo almeno centomila iracheni sono morti a causa dell’invasione e dell’occupazione: ed è la stima più prudente. La tortura non serve a garantirsi informazioni cruciali. Per poter essere più efficace di qualunque altra operazione si dovrebbe avere la certezza (a) dell’imminenza di un attacco terroristico; (b) che la persona torturata sa tutto ciò che è necessario per prevenirlo e che non ci sono altri modi per ottenere quell’informazione; (c) che il torturatore non procede a caso ma cerca solo di completare un puzzle che è in gran parte finito; (d) che il torturato dice la verità e che il torturatore è in grado di capirlo; (e) che il torturato sta dicendo una menzogna per sviare le indagini fino al momento dell’attentato ma il torturatore è sufficientemente lucido ed informato da accorgersene. Uno scenario hollywoodiano in una realtà in cui dopo 9 anni non è ancora per nulla chiaro chi sia il responsabile degli attacchi all’antrace del 2001, sebbene che fin dal 9 maggio del 2002 un articolo del New Scientist abbia rivelato che la sequenza del DNA dell’antrace impiegato indicava la sua provenienza da un laboratorio militare statunitense, probabilmente l’istituto di ricerca medica sulle malattie infettive di Fort Detrick, nel Maryland. Fermiamoci un momento a riflettere sulle implicazioni della storia della guerra al terrore. Tra il 2001 ed il 2004 l’insistita enfasi dell’amministrazione Bush sull’imminenza di attacchi chimici, biologici e nucleari ha portato all’arresto e detenzione di 5000 persone sospettate di terrorismo, ai quali non è stata garantita alcuna tutela legale. Solo tre di questi sono stati accusati ufficialmente di coinvolgimento in attività terroristica e, successivamente, due di questi tre sono stati rilasciati. 1 colpevole su 5000 sospettati in tre anni. Nello stesso periodo è stata invasa una nazione, l’Iraq, dopo che l’opinione pubblica internazionale era stata rassicurata sul fatto che c’erano prove certissime della presenza di armi di distruzione di massa in quel paese che non c’erano dubbi che gli Iracheni avrebbero accolto entusiasticamente i loro liberatori. Poi è stato rilevato che le prove inconfutabili erano state fabbricate ed ogni sondaggio indica che la maggioranza degli Iracheni invita gli Americani ad andarsene, se non altro perché la loro presenza provoca le rappresaglie dei guerriglieri anti-americani. Infine c’è la bizzarra vicenda di Umar Faruk Abdulmutallab, il terrorista con l’esplosivo nelle mutande, segnalato alle autorità dal padre e dall’ambasciata americana ad Abuja, in Nigeria ed inserito dai servizi segreti britannici in una lista di persone altamente sospette. Questi sono i fatti, ed i fatti ci dicono che l’inefficienza del lavoro di intelligence annulla ogni possibile giustificazione della tortura. La tortura, se si segue la logica dei suoi stessi sostenitori, costituirebbe un’inversione del concetto di giustizia: si punisce (tortura) qualcuno prima di stabilire se sia innocente o colpevole di alcunché. La verità è che essa serve soprattutto a lanciare segnali in stile mafioso, a smantellare la personalità di una persona e ad imporre ad una società una certa immaginazione collettiva consacrata dalla liturgia perversa dello stato torturatore. La tortura non è un semplice attacco agli individui, è un processo di creazione di individui, o comunque di trasformazione di originali in modelli ideali; ideali nella prospettiva del potere centrale, s’intende. Invece di costruire un muro di protezione attorno ai singoli cittadini, il regime torturatore lo costruire per isolarli ed opprimerli. Il fine non è quello di convertire il nemico ma di degradarlo, fino al punto in cui questi


ammetta di essere letame e tradisca la causa e tutti quelli che stanno (stavano) dalla sua parte. Si deve screditare la condizione umana della vittima. La tortura non serve quindi quasi mai ad ottenere informazioni affidabili; è il velo dietro cui si nasconde l’intento punire i dissidenti ed intimidire la popolazione. Essa colpisce soprattutto gli innocenti. In moltissimi casi i “delinquenti ed assassini” che si diceva fossero determinati a “imporre la loro volontà con la violenza ed il terrore” e che per questo furono torturati, non sono poi stati incriminati. L’evidenza empirica è innegabile: statisticamente parlando, per ottenere risultati apprezzabili le strategie di raccolta informazioni che facessero uso di tortura dovrebbero arrestare e torturare diverse migliaia di persone, tra 8mila e le 20mila sospettati di poter fornire indicazioni utili. La storia dimostra che, nel migliore dei casi, si torturerebbero tra i 20 ed i 78 innocenti per ogni delinquente. Nessuna democrazia potrebbe permetterselo e forse nessuna società, per quanto sottoposta ad un giogo totalitario, che si dovrebbe comunque fondare sul tacito consenso di un numero sufficientemente considerevole di cittadini per poter mantenere il potere, potrebbe accettarlo per più di un breve intervallo. Ulteriori insegnamenti che possiamo trarre dalla storia sono che la pratica della tortura prima o poi torna a casa con i soldati rimpatriati e si diffonde tra le forze di polizia. È successo negli Stati Uniti con i veterani della guerra imperialista nelle Filippine (18991902), con quelli della guerra nel Vietnam e con quelli della prima guerra del Golfo. È prevedibile che qualcosa di simile succederà con la fine dell’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Inoltre quando si formano sistemi paralleli con gruppi che possono torturare e altri gruppi che non sono autorizzati a farlo, prima o poi il divieto cade, sebbene non ufficialmente, perché la tortura è una robusta tentazione che corrode l’integrità morale delle persone e dissolve i limiti che si cercano di porre per contenerla. Perciò ogniqualvolta la tortura è condonata dallo Stato in nome dell’utilità sociale, questa si trasforma in un golem, acquista una vita sua propria e fa di tutto per non morire. La tortura si nutre dei vizi umani e questo genere di cibo è sempre abbondante. Pensiamo ad esempio alla gratificazione che deriva dal senso di onnipotenza nei confronti di una vittima prigioniera ed immobilizzata. Alcuni si sentono bene quando esercitano il potere, quando controllano un’altra persona, quando la riducono ad un oggetto ad una proprietà. Il punto di vista del torturatore è che il torturato è immondizia, mentre lui è l’incarnazione della Giustizia e, come Dio, concede e toglie a sua discrezione. Per questo i superstiti ricordano che rifiutare un’offerta, un atto di apparente generosità, era considerato un affronto. Il torturatore ha bisogno di dimostrare di poter cambiare il mondo dei torturati, di essere un demiurgo onnipotente. Le strutture di potere che autorizzano la tortura sono le stesse che tendono ad attrarre persone che bramano il potere in quanto tale, che hanno sviluppato un senso grandioso d’importanza, che coltivano fantasie di successo roboante, che si credono speciali perché sono in grado di portare a termine compiti che altri respingono, che torturano anche per essere ammirati, che hanno un livello di empatia ridotto e non sanno riconoscere l’uguale umanità altrui, fanno fatica ad identificarsi nei sentimenti e nelle necessità degli altri. Persone che, avendo scarsa coscienza, non ritengono di avere sbagliato, non sentono rimorsi ed accusano i critici di ipocrisia (è il caso dell’ex generale Paul Aussaresses). Sono emotivamente disconnessi dall’umanità che li condanna o che non la pensa come loro.


Conroy ha osservato che molti torturatori sono persone piacevoli e cordiali. Infatti questo genere di persone ama sedurre, gioca quando interagisce con gli altri. Sono perfetti manipolatori di se stessi e degli altri e si sentono puri ed innocenti, a dispetto di tutto. Ma, frequentandoli, si scopre che il loro panorama interiore è piuttosto banale, semplicistico, slavato, anonimo, perché non pensano di avere alcun problema emotivo e psicologico e quindi non capiscono perché dovrebbero cercare di cambiare. I perfetti torturatori, ossia quella porzione di aguzzini che non crolla psicologicamente dopo aver perpetrato questo crimine – com’è invece successo a centinaia di torturatori francesi ed americani, ancora oggi psicologicamente e spiritualmente abbattuti dal peso della colpa e della vergogna –, hanno una struttura della personalità estremamente solida e difficile da alterare. Non si preoccupano delle conseguenze delle sue azioni, se non nei termini del conseguimento dei loro obiettivi. Si sentono superiori in un mondo ostile che non li capisce perché è abbagliato da illusioni irrealistiche. Quando invece è vero proprio il contrario; sono loro ad auto ingannarsi e a dare sempre la colpa agli altri ed a cose inanimate, ma non pensano di danneggiare la società, al contrario, si proclamano suoi difensori. I torturatori accettano di macchiarsi, si sacrificano “nobilmente”, per consentire agli altri di vivere in un mondo privo di sovversivi. Le vittime della tortura sono giudicate una minaccia per il proprio gruppo o sistema di potere. Per molti versi la psicologia dei torturatori è assimilabile a quella dei genocidari. Diversi sono gli elementi comuni: l’ottica del noi contro di voi, la svalutazione delle vittime, la mentalità del mondo essenzialmente giusto (ciascuno riceve ciò che merita), la crociata per un mondo migliore, l’obbedienza verso l’autorità, il conformismo ed il collettivismo. I torturatori, per giustificarsi, pongono l’enfasi sulla virile assenza di emozioni che ottenebrano il giudizio, sull’impersonalità, sull’assenza di crudeltà gratuita, sulla legalità ed efficienza tecnica delle loro procedure. Altre abituali razionalizzazioni includono il fatto di essere militi decorati, la minimizzazione dell’abuso, la svalutazione delle vittime, la precisazione che “le circostanze erano quelle che erano”, il fatto che i critici stanno dalla parte del nemico per partito preso, che chi investiga su di loro rimesta nel torbido del passato (quando sarebbe meglio dimenticare), il riferimento alle poche mele marce che non possono compromettere un’azione generalmente virtuosa, il confronto con altri “che hanno fatto anche di peggio” ed infine la convinzione che “le vittime se ne faranno una ragione”. Il torturatore moderno non è un sadico, è un tecnico, anzi, si considererebbe un artista che rispetta certi canoni e tradizioni e tenta di affinarle. Alcuni possono avere orientamenti anti-sociali, ma sono una minoranza. Il torturatore non deve provare troppo piacere perché è lì per fare un lavoro ben fatto ed il sadismo è scoraggiato in un sistema che considera la tortura come un’estensione delle sue prerogative. Questo è un estratto da un manuale per torturatori usato in Cambogia: “La tortura non è un qualcosa che facciamo per divertirci…non lo si fa per sfogare la rabbia o per auto gratificazione. Li picchiamo per spaventarli, ma assolutamente non per ucciderli”. Devono avere una personalità stabile, non lasciarsi prendere la mano dalla rabbia o dalla pietà. Devono essere macchine razionali, esercitare un distacco emotivo-psicologico da ciò che li può rendere meno efficienti e precisi, ossia la loro umanità. Questo non significa che non sia presente alcuna componente sadica. William F. Schulz, direttore esecutivo di Amnesty International tra il 1994 ed il 2006, ricorda che da bambino torturò per tre giorni un


piccolo cane che peraltro adorava. E questo solo per poter trasferire il senso di impotenza e umiliazione che provava nell’essere sottoposto ad abusi dai suoi compagni di scuola e dal suo insegnante di pianoforte. Allora si chiede se chiunque sia capace di essere un torturatore. La risposta che si dà è che ci sono persone nel mondo che preferirebbero morire che far male a qualcuno, ma che non si deve sottostimare il potenziale di violenza insito nel senso di impotenza e mancanza di controllo sulle nostre vite, come negli Stati Uniti del dopo 11 settembre. A questo si deve poi aggiungere la brutalità istituzionalizzata dei riti di iniziazione, passaggio o sanzionatori nelle scuole e nell’esercito, dove i tormentatori sono considerati eroi e le vittime dei frignoni. Come hanno dimostrato gli esperimenti di Stanley Milgram e Philip G. Zimbardo, in un ambiente che approva un certo tipo di condotta, tutto è possibile, e persone comuni possono essere indotte con relativa facilità a diventare temporaneamente dei torturatori e questo senza particolari motivazioni personali se non quello di compiacere una figura autorevole o comunque un’autorità. Il titolo dell’articolo di Milgram pubblicato da Harper’s magazine era, non a caso, “The torturer in everyman” (Il torturatore nell’uomo qualunque). Detto questo, non si deve tirare troppo la corda con le spiegazioni ambientali. Non è assolutamente vero che chiunque potrebbe diventare un torturatore o un omicida seriale. In particolare, sarebbe bene tenere a mente che questo stesso genere di ricerche sperimentali hanno rivelato una realtà più complessa di quel che si crede. Mentre è vero che due terzi si trasformavano in volonterosi carnefici in ossequio all’autorità ed all’autorevolezza di chi stava sopra di loro – poiché è quasi sempre una questione di rapporti asimmetrici di potere –, è altrettanto vero che l’umanità testata in laboratorio si raggruppava in tre grandi categorie. Circa un terzo dei partecipanti era pronto a torturare anche fino alla morte. Un altro terzo era indeciso ma troppo sensibile alle sirene del conformismo, del gregariato e della forza. Il restante terzo era formato da Giusti, ossia individui solidali, che potremmo definire “animati”, ossia provvisti di una coscienza universale non irretita da affiliazioni razziali, nazionalistiche, di genere, di culto ed ideologiche varie. Questi ultimi si rifiutavano con determinazione di diventare complici. Inoltre, quando si eliminavano le barriere e il “carnefice” si trovava a diretto contatto con la “vittima”, la percentuale di “strumenti del potere”, scendeva a circa un terzo. Quindi l’empatia può battere il conformismo e l’ottemperanza automatica. Se un altro scienziato dissentiva rispetto a chi dirigeva l’esperimento i “torturatori” si fermavano quasi subito, a dimostrazione che Milgram non aveva misurato il grado di obbedienza ma piuttosto il livello di autorevolezza di cui godevano gli scienziati in genere, che spingeva le persone comuni a ritenere che le loro esitazioni e dubbi erano infondati, visto che l’esperto non li invitava a desistere. Infine i risultati peggiori si sono ottenuti in società più coese e conformiste, mentre all’aumentare del tasso di individualismo si accresceva anche la percentuale di chi si chiamava fuori. In pratica, tutto indica che una personalità non-autoritaria e narcisistica difficilmente diventa un torturatore e questo spiega perché gli eserciti ed i regimi debbano condurre selezioni rigorose del personale, scartando un gran numero di candidati. Più preoccupante è constatare che la gran parte della gente (in Argentina, in Cile, nell’Italia dei fatti di Genova, nella Trento occupata dove si torturava in via Brigata Acqui) è perfettamente in grado di far finta di niente se


non sono costretti a vedere quel che succede, ad informarsi sulla sorte di chi scompare dentro caserme e “ville tristi”. La bella morte e la bella tortura Conosco tutti gli argomenti utilizzati per giustificare le legislazioni dettate dall’emergenza. Cioè quando la difesa dei diritti, e quindi della libertà, per alcuni diventa un lusso superfluo. Io ero in Parlamento negli anni di piombo. E chi difendeva le garanzie era indicato come un fiancheggiatore dei terroristi. In quel momento, e per lungo periodo, in Italia cambiò la percezione della libertà. Di fatto si disse: il fermo di polizia, la perquisizione di abitazioni per blocchi di edifici si possono fare. E nella media la gente fu d’accordo. In simili casi può cominciare un processo di mitridatizzazione: a piccole e progressive dosi, si abbassa la soglia di percezione della tua libertà. I mali della democrazia si curano rispettando le regole della democrazia. Stefano Rodotà, "intervista su privacy e libertà" La tortura ha una sua estetica: una tortura ben fatta gratifica il torturatore e, secondo lui, guida verso la verità. Una volta, in Giappone, mi sono imbattuto in un ristorante italiano gestito da giapponesi. Il nome del ristorante cambiava a seconda della direzione da cui uno proveniva. Un cartello diceva “Bellavista”, l’altro diceva “Veravista”. Questo perché “b” e “v”, “l” e “r” si confondono nella pronuncia giapponese. Una circostanza in cui si è manifestata la sovrapposizione e commistione di estetica ed etica. Ciò che è bello, è vero ed è buono e giusto, come nel greco kalokagathia. La chiarezza afferisce alla sfera cognitiva, la purezza a quella della coerenza morale. Si possono confondere. La tortura è anche un crimine contro l’immaginazione, perché la perverte, ci impedisce di vedere nel prossimo un essere umano come noi, lo spinge oltre i limiti della compassione e dell’immedesimazione. La sua estetica maligna interrompe il rapporto dell’immaginazione col reale rendendola “maestra dell’errore”, sorgente di malessere morale e psicologico e, in ultimo, dell’impulso di morte o necrofilia, ossia il desiderio di distruggere o restringere la sfera vitale altrui quando non si è in grado di creare vita (biofilia). Il torturatore vive in un mondo fittizio e parallelo, comunque diverso da quello di chi ama la vita. La sua immaginazione è distorta, essenzialmente logica ma con fughe nel surreale – le sue vittime sono sempre una terribile minaccia per l’ordine –, non integra ma seziona, con curiosità perniciosa, spogliando l’essere umano di ogni qualità che lo identifica come tale, prima tra tutte la libertà. Il torturatore ha paura di tutto ciò che non può controllare, quindi a maggior ragione della vita e della creatività, che sono imprevedibili e tumultuose. Paradossalmente, mentre isterilisce l’umano, mortificandolo nel senso letterale della parola (mortem facere), il torturatore è vittima di un’ipertrofica proliferazione concettuale. Genera spettri (il Nemico, l’Altro, il Male, ma anche l’Innocenza, la Giustizia, la Purezza, la Provvidenza) che gli ingiungono di seguire certi comportamenti. La verità viene estirpata e sostituita dalla credenza, dal costrutto mentale, dal pregiudizio, dalla congettura, dalla fantasticheria, dall’ubbia, dal capriccio, insomma da quei fantasmi del reale che aggiogano la fantasia. Il soggettivismo prevale sull’obiettività e sull’equanimità. Lo aveva notato Mario Spinella sul fronte russo (Spinella 1995, p. 137): ”E mi domandavo per quale mostruosa logica i tedeschi


credessero di dover cercare una giustificazione per trucidare i russi. Avrebbero potuto prenderli a caso, ma forse il solo fingere che si trattava di ebrei, serviva loro da pretesto metafisico, li assolveva davanti al loro Signore”. Il torturatore specializzato, in fondo, si sente una vittima. In generale non può ammettere di provare piacere nel suo mestiere e dunque s’inventa responsabilità cosmiche della parte avversa e, per sé, il ruolo di giustiziere interprete della volontà superiore. Per questo la tortura può essere bella, pura e soprattutto giusta. Il torturatore è rapito dalla maestosità e dal potere dell’evento. Mentre la democrazia è brutta, sformata, caotica, sciatta, scialba, volgare, non eroica, improvvisata, incoerente, fluida, mediocre, ecc. la tortura, come il totalitarismo, è maschia, lineare, nitida, coerente, ordinata, disciplinata, metodica, puntigliosa, pura. Non è un magma irrisolto, indeterminato ed indefinito. Ad ogni azione corrisponde una reazione prevedibile, precisa. È questa la vera bellezza, questi sono i canoni corretti, quelli che soddisfano i bisogni estetici della forma, delle belle proporzioni, della definizione e nettezza di contrasti, della coerenza ed unità, dell’agevole identificabilità, della ricorsività schematica, della stilizzazione, del decoro, dell’appropriatezza, della congruenza, della completezza e della novità. Brama del bello è brama di senso ed il senso uno se lo procura dove e come può, anche nel versamento di sangue, nel sacrificio o nel tormento. La forza di questi estetismi amorali spinge le persone a compiere azioni deprecabili con la coscienza pulita. Il torturatore è un artista che dà forma alla materia (la vittima) secondo la sua idea di perfezione. Non ci sono limiti insormontabili quando si hanno ambizioni totalizzanti: la ricerca del vero e del giusto, dell’ordine e del controllo. È questo che appaga: docilità, laboriosità, controllo. Parole che eccitano la personalità autoritaria del torturatore. Un’eccitazione di natura anche sessuale che non dà spazio all’immaginazione benigna, quella morale, che ci permette di riconoscere nel prossimo un nostro fratello. D’altronde l’immaginazione assimilatrice è una conquista laboriosa. Di norma l’essere umano tende a non concedere al prossimo un grado di realtà uguale al proprio: ciascuno è più reale a se stesso di quanto chiunque altro potrebbe mai esserlo, persino la persona amata. Il dramma della condizione umana è che siamo inclini a costruire realtà fittizie, prive di un riscontro empirico e ci beiamo nella nostra stupefacentemente elevata tolleranza verso le scemenze che si prendono gioco dei loro cervelli. La storia è costellata di false credenze, ma noi continuiamo a credere che la nostra sia più vera delle altre, per via della nostra smodata selettività nella percezione, acquisizione, immagazzinamento, ricordo e sovrascrittura dei dati del reale. Lo dovremmo ormai sapere, eppure combattiamo per difendere ciò che è falso, confortati in ciò dalle sovrastrutture socio-culturali, che ci piazzano davanti agli occhi le loro specifiche lenti deformanti. Se la nostra abilità di percepire accuratamente la realtà è un valido indice della nostra salute mentale, allora ci dovremmo preoccupare seriamente. La realtà è troppo forte da accettare e gestire per molti umani. Depressione e paura peggiorano le cose. Il torturatore, come ogni necrofilo, è, se possibile, in una situazione ancora più drammatica, perché chi ama cose inorganiche più di quelle organiche, smette di essere una persona: le cose prendono il controllo di lui e lo oggettificano. Come detto, è sempre una questione di possesso, di controllo. La malvagità esiste, non è un mero riflesso di noi stessi. Neppure tutta la filosofia del mondo potrebbe cancellare l’evidente polarità della natura, tra biofilia e necrofilia. Quest’ultima è il prodotto di uno stanco materialismo che asserisce che più una cosa è


morta, più è attendibile; che una roccia è una realtà solida e che lo spirito vitale di un uomo vivente è un fantasma diafano e rarefatto. C’è un senso di soddisfazione nel permanere all’interno della sfera materiale e nell’accettare le condizioni che esso impone. La soddisfazione (malvagia) che scaturisce dalla semplificazione e dalla rassegnazione deresponsabilizzante di fronte all’inevitabile. Questo male è quasi invariabilmente una forma di possesso e possessione. Si è posseduti da un’idea e da un vizio: egoismo, arrivismo, vendetta, avidità, crudeltà, superbia, narcisismo, ecc. ciò conduce alla trasformazione di un essere umano in una creatura ideologica. Il male fa leva sui vizi e sormonta ogni remora a cedere ai medesimi. In questo senso Eichmann, come ogni torturatore, non era privo di idee, era piuttosto posseduto da idee fisse, agognava significati, linearità, chiarezza, ordine, comandi, operosità, sottomissione, ecc. Purtroppo, di per sé, la ricerca di significati non è un bene assoluto. Dipende da quali significati si ricercano, dagli esiti della ricerca e dal tipo di rapporti umani che essa promuove. Il torturatore ha preso una decisione cruciale, si è convertito alla necrofilia. Ha scelto la sottomissione appassionata ad un’estetica intossicante e virulenta che depriva la persona della capacità di tener conto di considerazioni morali. I suoi ideali sono al tempo stesso una droga ed un veleno che ucciderà la sua anima. Si è detto che i torturatori sono persone normali, ma la forza del male sta appunto nella sua apparente normalità. Sono persone carenti in introspezione e quindi totalmente incapaci di provare simpatia ed empatia, ma in cambio hanno un inesauribile bisogno di lasciare che la loro immaginazione corra a briglie sciolte. Amano il “fantasy”, non la realtà, la loro immaginazione è imbizzarrita ed irresponsabile e li convince che la loro moralità è intatta. Così, almeno, vogliono credere, se hanno una coscienza che li potrebbe tormentare. In questo modo diventano vacui ed opachi, veicoli di mendacità ed immoralità, oltre che di sofferenza. Un corpo possiede tutto il potere e la volontà, l’altro tutta la sofferenza. Ha come unica opzione quella di pregare che tutto finisca presto. La tortura perverte il tessuto sociale perché rimodella la realtà in modo tale che s’ingeneri un silenzio omertoso su quanto è accaduto: in realtà non è successo niente e chi cammina nei pressi delle ville dell’orrore non deve preoccuparsi più di tanto e può continuare a leccare il suo gelato e leggere il suo giornale. La tortura comporta la nostra trasformazione nell’aggregato delle famose tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Una desensitizzazione fisica, psicologica e morale su scala nazionale, globale, mentre la negazione del fatto incupisce ulteriormente l’esistenza dei superstiti e della loro parentela. Come si risponde alla minaccia della tortura? Un estetismo maligno si può, ad esempio, combattere con un estetismo benigno. L’empatia è simpatia immaginativa e la liberazione dell’immaginazione – cioè la presenza di pensieri alternativi –, come aveva ben compreso William Blake, è il primo e più importante passo per la conquista dell’autodeterminazione politica. Si è vivi se si ha immaginazione, ma non tutta l’immaginazione comporta un accrescimento della vita. Serve un’estetica immaginativa ispirata da sentimenti di biofilia, capaci di contrastare la tendenza a molestare il prossimo, ad instillare paura e scoraggiamento, ad esigere obbedienza incondizionata da un adulto. La dichiarazione dei diritti universali è il frutto dell’immaginazione benevola. I diritti sono astrazioni, non esistono nella realtà. C’è chi sostiene che ogni diritto è solo il rovescio di un obbligo e che questo è sancito dagli stati che sottoscrivono accordi


internazionali. In quest’ottica non è concepibile che gli schiavi avessero diritti prima che lo stabilissero i governi ed il consenso dei popoli. Ciò implica che chi è più forte – una maggioranza – decide cosa proteggere e cosa abbandonare ad una condizione di vulnerabilità. Siamo di fronte ad una fallacia logica (argumentum ad baculum): i diritti sono il prodotto di chiunque possegga la massima capacità di esercitare violenza. Ma allora da dove deriva questo insieme di principi che si presume siano oggettivi, creati indipendentemente dall’uomo e che l’uomo sta cercando di realizzare? Da Dio? Da un ordine metafisico? Dostoevskij, in effetti, era convinto che “l’amore per l’umanità è inconcepibile, incomprensibile e persino impossibile senza la credenza nell’immortalità dell’anima”. È possibile che sia così. È possibile che sia davvero insensato chiedere ai cittadini delle società democratiche di fare in modo che quel che sono e quel che pensano l’uno dell’altro non determinino il modo in cui si trattano. È possibile che la logica descrittiva e non prescrittiva della Dichiarazione dei Diritti Universali – per cui che le persone sono uguali non significa che lo siano in natura, ma che lo debbono essere in società – faccia acqua da tutte le parti. Simone Weil affermava che la virtù supernaturale della giustizia consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Ma come si può amare l’umanità e rispettarla senza concepirla in astratto, senza ignorare le nefandezze, meschinerie e stoltezze delle persone in carne ed ossa? È una forma di eroismo altruistico che disconosce tutto ciò che non sia improntato alla misura, alla lucidità, all’equilibrio (metriòtes) e soprattutto alla capacità di immedesimarsi e di volere per l’altro solo ed esclusivamente ciò che l’altro desidera per se stesso, la madre della mutualità e della giustizia. Tutto ciò non è altro che un principio estetico (biofilo) che comprende in sé la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti dove tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge, tutto ciò che ascende converge e la palintropos harmonie, l’oscillazione armoniosa, il ritmo dell’universo, costante cambiamento. In un’epoca di dismisura, di sfruttamento predatorio, di consumo smodato, di bisogni artificiali e di desideri perennemente frustrati, quante possibilità ha una democrazia di far prevalere questo tipo di estetismo? Molto poche. Quando la famigerata crescita va in stallo, l’estetismo malevolo soppianta quello benevolo, perché troppe propensioni contemporanee (materialismo, estremismo, consumismo, tecnocrazia, feticismo, localismo, cupidigia, egolatria, ecc.) sono orientate alla necrofilia e perciò contrarie ai processi integrativi, dinamico-dialettici, aperti, imprevedibili ed incerti che costituiscono la vita e la democrazia. Tortura e democrazia: la sorte della rana Soprattutto, dobbiamo sempre ricordarci di una cosa che gli intellettuali abitualmente si dimenticano: che le persone contano sempre più dei concetti e devono sempre avere priorità. La peggiore delle tirannie è la tirannia senza cuore delle idee. Paul Johnson Misure restrittive: favoriscono la regressione culturale e permettono limitazioni di diritti in casi che con il terrorismo non hanno niente a che fare. Non si può perdere la democrazia sostenendo di volerla difendere.


Se io modifico l’insieme dei valori, se faccio scivolare la tutela delle libertà al di sotto di una ben precisa soglia, se comprimo diritti fondamentali, vuol dire che ho cambiato le caratteristiche dello Stato costituzionale dei diritti, che rischio i non renderlo più distinguibile da un sistema autoritario. Dopo l’11 settembre gli Usa sono riusciti a controllare 8 milioni e mezzo di persone. I veri spsetti sono stati in tutto 281 e nessuno di questi per terrorismo o per reati di grande criminalità. Se un cuoco butta una rana in una pentola di acqua bollente questa salta subito fuori. Se invece la mette in una pentola e poi porta l’acqua ad ebollizione, la rana muore senza neppure rendersene conto. La qualità della democrazia nel mondo si sta deteriorando, la temperatura dell’acqua sta aumentando e c’è bisogno che le rane reagiscano. La tortura è praticata ufficialmente in 132 nazioni, su un totale di 192 nazioni, e chissà in quante altre surrettiziamente. Il desiderio di vivere in un mondo in cui la tortura sia considerata una pratica a dir poco bizzarra ed indegna di un paese civile, il desiderio di un tempo in cui l’umanità sia all’altezza dell’immagine che vuole rimirare allo specchio, è destinato a rimanere insoddisfatto. Bolzaneto sta lì a testimoniare come si possa cominciare a scendere velocemente una volta che si procede su un piano inclinato e scivoloso. Al giorno d’oggi chiunque potrebbe essere ridotto allo stato di gelatina dissociata senza sollevare un solo dito su di lui e senza lasciare un solo segno sul suo corpo. Il torturatore non ha più bisogno di applicare la violenza fisica. Musica, buio, luce e isolamento acustico e fisico, insonnia indotta, temperature estreme, posizioni di costrizione prolungate ed umiliazioni di carattere sessuale possono disintegrare progressivamente la psiche di una persona con effetti più devastanti e durevoli della semplice violenza fisica. Senza tracce visibili. Più allarmante è constatare che le polizie dei paesi democratici stanno pensando di armare i loro agenti con paralizzatori elettrici e pistole stordenti (taser) che possono essere facilmente usati come strumenti di tortura dissimulata da parte delle forze dell’ordine (vedi il caso di Rodney King, abbattuto con calci e manganellata ma con due scosse da 50mila volt che pochissimi spettatori hanno visto) ma non lasciano segni. Un gruppo face-book chiamato “A favore dell'introduzione del “TASER” in Italia (CC & Polizia)”, asserisce che “In un periodo storico di grande preoccupazione e di allarmismo, potrebbe essere un valido aiuto nonchè un deterrente per gli autori di un reato. Perchè non accade solo agli altri, la prossima casa derubata (di beni e ricordi con elevato valore affettivo) potrebbe essere la tua!”. Un argomento molto conveniente per chi produce ed importa questo tipo di arma. Il fatto è che una cittadinanza che non vede è una cittadinanza che non sa e non si può lamentare. Mentre un dittatore ha tutto l’interesse a pubblicizzare la violenza istituzionalizzata, una democrazia non se lo può permettere. Chi può dimostrare che queste armi sono state usate in maniera illegittima? Nessuno che non sia stato presente. Per una persona costretta a rimanere insonne e quindi resa ipersensibile, il semplice taser sarebbe sufficiente a produrre sofferenze indicibili e non potrebbe avvalorare la sua denuncia in alcun modo. Nel gennaio del 2007, nella base aerea di Moody, in Georgia, è stato presentato al pubblico il “Raggio del Dolore” (Active Denial System), un raggio di microonde che può colpire a un chilometro di distanza eccitando i recettori del dolore


del corpo umano senza produrre segni sulla pelle e quindi eliminando ogni tipo di avvaloramento della responsabilità penale. Il “Guardiano Silenzioso” è un modello ridotto pensato per essere impiegato dalle forze di polizia contro i manifestanti. “Ti sfido, rispondimi: immagina che tocchi a te innalzare l'edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l'edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina - accetteresti di essere l'architetto a queste condizioni?”. È la sfida di Ivan Karamàzov al fratello Alëša, poco prima di introdurre la magnifica e terribile figura dell’anti-Cristo, il Grande Inquisitore. Che cosa avrebbe detto Ivan Karamàzov se fosse stato testimone di come il ventesimo secolo ha industrializzato e raffinato la sofferenza su una scala senza precedenti, perseguendo, tra le altre cose, anche la perfezione tecnica nell’arte della tortura? Le sue parole ci ricordano che la tortura è giustificata da chi la pratica con argomenti molto semplici: questo è il prezzo da pagare; la sofferenza di pochi in cambio della felicità e sicurezza di molti, tenuti all’oscuro sul come, sul dove e sul quando del sacrificio. Il fine è sempre la salvezza, la promessa di un mondo migliore, di una società ideale, oppure l’interesse nazionale. Il prezzo del “paradiso in terra” è sempre l’inferno per qualcun altro. Ma sarebbe sbagliato “nobilitare” le motivazioni dei torturatori prendendo per buone tutte le loro argomentazioni. In realtà, in moltissimi casi, quando la tortura comincia ad essere praticata, sbucano fuori innumerevoli persone disposte a consegnare ai torturatori vicini di casa e conoscenti per la semplice ragione che se ne vogliono liberare. Così la tortura diventa uno strumento per porre fine a faide e discordie, perdendo di vista il suo scopo fondamentale. Nulla di sorprendente. È noto che il sistema penitenziario non riesce a recuperare i criminali, ma è ancora lì, perché la sua vera natura è la stessa del torturatore: la costante espansione del potere disciplinare. Lo dimostrano gli studi di Edward Peters, che ha notato come la tortura sistematica non sia una pratica primitiva ma relativamente moderna, essendo stata introdotta in Europa proprio per contrastare la giustizia privata e per razionalizzare il potere centralizzato dello Stato. I principi ispiratori delle democrazie costituzionali sono antitetici alla tortura, ma il potere tende per sua natura a corrompere il diritto ed a violare i diritti. È quel che sta succedendo in questi anni. Fino a qualche anno fa essere contro la tortura non aveva senso. Presupponeva l’idea che ci fosse qualcuno a favore. Era come essere contro lo stupro o la pulizia etnica. Nessuna persona normale avrebbe reso pubblico il suo sostegno alla tortura. Poi è arrivata la Guerra al Terrore e, negli Stati Uniti, proprio un avvocato e giurista specializzato in diritti civili (incredibile a dirsi), Alan Dershowitz, ha pensato bene di proporre l’istituzione di un mandato di tortura per combattere il terrorismo ed altri accademici di primo rango e notorietà internazionale come Michael Walzer, Richard A. Posner, Sanford Levinson e Antonin G. Scalia, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, hanno criticato i principi che informano le convenzioni internazionali contro la tortura. Nel 2001, un famoso editorialista di Newsweek scrisse: “Non possiamo legalizzare la tortura: va contro i principi americani. Ma se vogliamo farci sentire contro le violazioni dei diritti umani in giro per il mondo, dobbiamo


rimanere possibilisti…Dovremo pensare all’eventualità di consegnare alcuni sospetti ai nostri alleati meno schizzinosi di noi, anche se questo può apparire ipocrita. Del resto nessuno ha mai detto che sarebbe stata una passeggiata”. Il commento del filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek a questo editoriale è che “l’oscenità di queste affermazioni è lampante” (p. 106). In seguito Alter ha dichiarato a proposito di quell’episodio che “c’è un fondo che se potessi mi rimangerei…non era tecnicamente inaccurato, ma fu un errore, un grosso errore, scriverlo”. L’impressione è che l’autore non si rammarichi di aver pensato quelle cose ma di averle scritte. L’accuratezza tecnica è un'altra etichetta della coerenza argomentativa dei filosofi analitici e dei realisti giuridici. L’importante è che l’emotività associata alle antiquate superstizioni morali non interferisca con la visione d’insieme. Žižek non ritiene di dover spiegare perché consideri quell’editoriale osceno, ma si concentra invece sulla richiesta di Dershowitz di rendere possibile la procedura dell’approvazione della tortura da parte dei giudici: “La logica sottostante…è estremamente pericolosa: dà legittimità alla tortura e quindi apre nuove possibilità per ulteriori torture illecite. […]. Perché allora non rendere legale anche la tortura di quei prigionieri di guerra che magari possiedono informazioni che potrebbero salvare la vita a centinaia di soldati?”. Žižek dà dell’ipocrita a Dershowitz e aggiunge che nello scenario emergenziale della bomba ad orologeria da disinnescare si può fare ricorso alla tortura, ma “è assolutamente fondamentale che questa scelta disperata non venga elevata al rango di principio universale. […] Solo in questo modo, proprio tramite l’impossibilità o il divieto di elevare a principio universale quel che abbiamo dovuto fare, potremo preservare il senso di colpa, la consapevolezza dell’inammissibilità di quel che abbiamo fatto” (p. 107). Poi conclude chiamando in causa le presupposizioni etiche fondamentali: “Si può ovviamente legittimare la tortura in caso di vantaggi a breve termine (salvare centinaia di vite) ma quali sono le conseguenze a lungo termine per il nostro universo simbolico? Dove poniamo il limite? Perché non torturare i criminali incalliti, o un genitore che ha sottratto un figlio alla tutela del partner divorziato? L’idea che – una volta liberato il genio della lampada – la tortura possa essere mantenuta entro un “ragionevole” livello è la peggiore delle illusioni democratiche, se non altro perché l’esempio del timer che ha iniziato il conto alla rovescia è fuorviante: la gran parte delle torture non vengono inflitte per risolvere casi di questo tipo, ma per ragioni completamente diverse (per punire o piegare psicologicamente il nemico, per terrorizzare la popolazione da sottomettere, eccetera). Qualunque prospettiva etica coerente deve rifiutare senza indugi questo atteggiamento pragmatico o utilitaristico” (p. 108). Nel corso della trattazione io mi spingerò oltre la posizione di Žižek, fino al punto di affermare che non sia lecito torturare neppure nel caso dello scenario estremo proposto. Sto dicendo che, non avendo alcuna possibilità di evitare la scelta, preferirei correre il rischio di avere sulla coscienza migliaia di persone morte per un attentato terroristico piuttosto che darla vinta automaticamente a chi vuole degradare e corrompere lo spirito della carta costituzionale, dello stato di diritto e dell’universo simbolico moralmente decente che i nostri antenati sono riusciti a costruire al prezzo di enormi sacrifici, patimenti e dolore. Sto dicendo che è preferibile morire rispetto a vivere in un mondo in cui il vaso di Pandora è stato scoperchiato ed in cui la vita umana stessa risulterebbe disumanizzata e priva di senso. Ci sono cose che non si dovrebbero fare, senza se e senza ma. Proverò a dimostrare che la risposta giusta da dare ad Ivan


Karamazov è no. Sempre e comunque no, anche se ciò comporta la morte di migliaia di persone. Ciò sorprenderà chi si aspetta, più che legittimamente, che io anteponga sempre le persone alle idee, come le antepongo all’idea di razza, etnia, nazione, patria, religione, classe, genere, ecc. Ma io credo che se non ci manteniamo intransigenti su certi principi fondamentali allora non vale la pena di vivere, perché l’anima stessa dell’umanità sarà comunque dannata. Il valore della vita fisica non può essere gonfiato oltre le sue ragionevoli proporzioni. Esistono delle dimensioni dell’umano che trascendono la materialità e vanno difese. Ciò potrebbe non trovare d’accordo le persone moderatamente religiose e gli agnostici che, secondo numerose inchieste e sondaggi, temono la morte molto più dei credenti più ferventi e degli atei (Neimeyer, 1994). Tornando agli Stati Uniti ed all’atteggiamento nei confronti della tortura di chi può influenzare l’opinione pubblica, un candidato repubblicano alle presidenziali, John McCain, già vittima di torture, è stato definito “contro la tortura”, evidentemente per distinguerlo da altri politici repubblicani come Pat Buchanan, anche lui precedentemente candidato alle presidenziali, ma possibilista. La tortura trova sostenitori anche tra i senatori democratici come l’ex governatore della West Virginia, John D. Rockefeller IV, che ha appoggiato pubblicamente la tortura per procura, in quelle nazioni che non la proibiscono per legge. Troppi politici, negli Stati Uniti, non se la sentono di rifiutare il male pubblicamente, probabilmente per paura di perdere voti presso un elettorato che crede in un dio sadico che tortura eternamente i dannati in uno scantinato chiamato Inferno, nel supplizio come metodo classico di espiazione, che è in preda alla paranoia, al culto del vigilantismo, al senso di impotenza di chi ha un disperato bisogno di avere il controllo della situazione, sempre e comunque, al bisogno di vendicarsi su qualcuno, fosse anche un innocente capro espiatorio, per controbilanciare le sue afflizioni. Stiamo parlando di una preoccupantemente ampia porzione dell’elettorato, il cui profilo psicologico non è troppo dissimile da quello dei terroristi e fondamentalisti, che ha introiettato la voce della dimensione psicotica dell’umanità – che incorpora la tortura nel suo immaginario pornografico – e di quella narcisistica – che giustifica ogni male in virtù della propria auto-identificazione con il bene e che non considera possibile che il proprio Stato possa macchiarsi di terrorismo. Nel già citato articolo, Zagrebelsky si stupisce sinceramente del fatto che l’unanimità del diritto internazionale nel condannarla e nell’assimilarla ad altri crimini contro l’umanità come la riduzione in schiavitù ed il genocidio sia ignorata con tanta leggerezza. “C’è qualcosa di essenziale che apparenta questi delitti e che spiega e giustifica la comune esecrazione. Per usare un’espressione di Giorgio Agamben, questo qualcosa di comune è la degradazione dell´essere umano a “nuda vita” biologica, a mera materia vivente, priva di ogni autonomia e protezione, inerme di fronte al puro arbitrio di chi, per i propri fini, esercita su di essa un potere illimitato e incontrollato”. La normalizzazione della tortura è passata anche per i canali televisivi. La popolarissima serie 24 della 20th Century Fox è stata al centro di una violenta controversia per la sua giustificazione della tortura. Nel 2007 una delegazione di cadetti di West Point ha chiesto ragione delle scelte del copione che ponevano forti interrogativi: “Se la tortura è sbagliata, perché la fanno vedere in 24?” Un addestratore dell’esercito aveva osservato come “i soldati guardavano 24 e poi usavano le stesse tecniche di interrogatorio viste nella serie”. Lo stato di necessità,


giacché com’è noto la necessità è madre della tirannia, fa il resto, specialmente quando si prolunga. Eppure, commenta Zagrebelsky, “c’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso, i suoi figli, i suoi cari o quelli del suo ceto, ma solo gli “altri”, individui come loro ma di altre etnie, fedi, situazioni sociali o convinzioni politiche. Solo a questa condizione si possono fare discorsi “freddi” sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra”. Per i cittadini più scafati, c’è la giustificazione della tortura su basi consequenzialiste. L’iter è molto semplice. Si stabilisce che la moralità di un’azione è determinata dalle sue conseguenze e che se uno è costretto a compiere un’azione allora questa non può essere immorale. In alternativa c’è l’opzione che un male minore è preferibile ad un male maggiore. Più spesso le due giustificazioni sono intercambiabili. Insomma a volte si devono violare le regole e si è costretti a causare dolore se si vuole evitare un male più serio e se si cerca di salvaguardare il bene comune. “L’11 settembre ha cambiato tutto”, “la Guerra al Terrore non è una guerra convenzionale e non la si può combattere con mezzi convenzionali”, si annuncia perentoriamente. Quando si prende in esame il ruolo del realismo giuridico e della filosofia analitica nell’affrancare una violazione dei diritti da ogni responsabilità morale, si deve prima di tutto tener conto del fatto che non esiste alcuna relazione diretta tra maturità morale e sviluppo cognitivo. Non si dovrebbe mai confondere la complessità di una riflessione con l’intelligenza e la sofisticatezza. Anzi, più intricata è l’esposizione di una tesi, più è probabile che l’autore abbia difficoltà ad argomentarla in modo convincente. Analogamente, non è la sofisticatezza di un orizzonte etico che indica la capacità di comprendere certi concetti. Esistono persone spiritualmente immature che riescono a districarsi in concetti complicatissimi, trovando risposte estremamente precise ed intricate a domande alle quali molti di noi non sarebbero in grado di dare una risposta soddisfacente. Non sono certamente carenti in capacità intellettive. Eppure, discutendo con loro, ci si accorgerebbe che il loro orizzonte spirituale, la loro coscienza, è deficitaria e che quindi i loro ragionamenti morali prescindono dalla capacità di immedesimarsi nel prossimo e di sfuggire al narcisismo. Si limitano ad applicare un’etichetta altisonante ad un concetto, pretendendo di averlo compreso. Lo fanno in buona fede, ma sono tutt’altro che obiettivi. Insomma, la saggezza non è un qualcosa che scaturisce dall’accumulazione di informazioni, come ben sa chi è a conoscenza dell’enorme numero di scienziati, docenti, giornalisti ed intellettuali che hanno entusiasticamente appoggiato i vari totalitarismi del secolo scorso. La verità consegue all’obiettività, ma non c’è obiettività se non si riesce ad uscire da se stessi. Ancora una volta, è la perspicacia di Mario Spinella (1995, p. 18) a facilitare la nostra ricerca del bandolo della matassa: “Nulla mi appare più vacuo e inconsistente delle raffinate corone di ragionamenti volte a mascherare un punto di partenza insostenibile. Ne ho sentiti tanti, di questi ragionamenti, in Germania; e ho facilmente imparato a ridurli alla loro essenza mistificatrice”. Spinella parla di “essenza mistificatrice”. È la mistificazione di chi parla con suprema autorevolezza di questioni delicate, in cui è in gioco la dignità dell’umanità nel suo complesso, semplificandole al punto da depurarle da


ogni riferimento al nodo centrale della questione, ciò che è giusto e si addice all’umanità stessa. Gli utilitaristi sostengono che le restrizioni morali sono solo indicazioni di massima che dovrebbero essere messe da parte se la contabilità dei risultati dimostra che non seguirle genera più benefici che danni. L’idea che l’utile possa essere stimato con una precisione anche solo approssimativa pare un’idea così goffa da far credere che se gode ancora di un certo favore è per ragioni che nulla hanno a che vedere con l’obiettività. Infatti ciò comporta pretendere che la mente umana non sia affetta da quella miriade di fragilità, deficienze, illusioni che sono sotto gli occhi di tutti o, in alternativa, che chi esegue il calcolo sia virtualmente sovrumano, e perciò esente da questi difetti. Utilitaristi e realisti sono eccessivamente fiduciosi nella validità dei loro assunti. Considerato il fatto che in alcuni casi si tratta di motivare, tra le altre cose, il loro sostegno all’infanticidio (Peter Singer), all’uso illimitato della genetica riproduttiva per creare bambini “controllati e garantiti”, cloni e chimere (John Harris e Julian Savulescu), all’obbligo di morire, o eutanasia socialmente responsabile (John Hardwig), alla guerra preventiva (Michael Ignatieff), alla tortura, alla medicalizzazione dell’infanzia tramite psicofarmaci, alla creazione di un’Intelligenza Artificiale che fornisca risposte definite alle grandi questioni umane, ecc., sarebbe indicata una certa cautela. Ma questi pensatori si convincono che le loro valutazioni sui benefici a breve e lungo termine delle condotte che consigliano siano affidabili, sebbene le loro stime non possano che essere arbitrarie e nessuno possa determinare quanto lungo sia questo “lungo termine”. Introducono nel dibattito un’incessante pressione a porre la priorità su ciò che è normativamente permissibile (i cui confini diventano progressivamente sempre più porosi) rispetto a ciò che è buono in un senso complessivo ed unitario. In genere tendono a percepire il loro approccio come apolitico, anche se esclude certi valori e certi fini, prediligendo altri valori ed altri fini. Questo perché la premessa di partenza, indimostrata e molto probabilmente falsa, è che il ragionamento analitico sia uno strumento moralmente e politicamente neutro, perché esclude la componente emotiva delle scelte umane, che peraltro è esattamente ciò che ci rende umani. In pratica, ragionare come ragionerebbe un’Intelligenza Artificiale conduce immancabilmente alla verità e il fatto che questo genere di asettico pragmatismo possa servire gli obiettivi di chi detiene il potere e stabilisce che cosa sia ragionevole e sensato e cosa non lo sia, ed abbia dunque un robusto valore propagandistico, è irrilevante. Eppure questo tipo di impostazione logica è il medesimo che ha indotto l’Europa ed il Nordamerica dell’epoca della Grande Depressione a promulgare leggi sulla sterilizzazione involontaria di decine di migliaia di donne e che ha continuato a sostenere la pena di morte che, oggi, negli Stati Uniti, viene abolita perché finanziariamente insostenibile, non perché moralmente deprecabile. È un metodo di ragionamento positivista, nel migliore dei casi, è cinicamente machiavellico nel peggiore, che enfatizza la necessità delle sue conclusioni. Dunque non mira a produrre consenso, ma a demolire le tesi avverse, accusate di essere deficitarie in quanto a coerenza argomentativa ed inficiate da, emozioni, preferenze ed insensatezze metafisiche. Il filosofo analitico utilitarista non riesce ad accettare l’idea che sia possibile vedere la ripugnanza non come un sentimento irrazionale e primitivo, ma come l’espressione emotiva di una saggezza più profonda che la razionalità non può in alcun modo articolare. Allo stesso modo non si rende conto che lo stesso concetto di utile individuale e sociale è un puro arbitrio


autoreferenziale, culturalmente, storicamente e soggettivamente relativo e contingente, e perciò assimilabile ad arbitri consimili. Il fatto è che le argomentazioni filosofiche sono estremamente complesse ed ambigue, poiché derivano da premesse tutt’altro che acclarate ed acquisite. È più probabile che l’assennatezza dipenda dall’accumulazione graduale della sapienza popolare e delle intuizioni di figure che sono diventate autorevoli perché le loro tesi hanno resistito all’azione dell’oblio storico. Dunque un ragionamento che si rifiuta di fare i conti con la storia e le dinamiche sociali è semplicemente indifendibile, è un esercizio intellettuale buono per l’autogratificazione psicologica dei membri di ristretti circoli. Non è certo un caso che sia associato così strettamente all’élite “mascolina” del mondo accademico. Il prodotto è, come detto, una mistificazione davvero tragica, perché spinge l’opinione pubblica ad immaginare che la vita umana si riduca ai suoi aspetti analizzabili e quantificabili, che esista una sola verità che può essere rivelata esclusivamente da menti analitiche, quelle stesse che potrebbero essere spiritualmente disabilitate. Una sola epistemologia del vero che sovrasta e cancella le complicanze della quotidianità e delle specificità dei singoli esseri umani. In questo modo ciò che un tempo era moralmente impensabile ora diventa non solo concepibile ma persino auspicabile. Michael Walzer (Sanderson, 2004), rifacendosi a Machiavelli ed al Max Weber de “La politica come vocazione” giudica che il politico debba sporcarsi le mani in nome dell’etica della responsabilità e del bene comune invece di attenersi ad un’etica dei fini e della giustizia. In altre parole Walzer è, esplicitamente, d’accordo con l’idea che il politico debba diventare uno strumento di ingiustizia quando le circostanze lo richiedono. Non si domanda quali possono essere le conseguenze di questa logica in un mondo in cui i governi falsificano le prove e mentono all’opinione pubblica per poter invadere stati sovrani e poi lo ammettono con il candore di chi non ha alcun problema di coscienza. Sanford Levinson (op. cit.) dichiara che torturerebbe o ucciderebbe un innocente (figuriamoci un sospetto terrorista) per salvare diecimila persone o anche meno, come le vittime dell’11 Settembre. Ritorna il refrain della contabilizzazione del bene e del male. Se esiste l’anima, la decisione di sacrificare un innocente sarebbe spregevole, mortificante e corruttrice della suddetta anima, che ha certo più valore della vita umana, anche se la Chiesa, recentemente, sembra quasi voler fare retromarcia su questo punto. Ma l’esistenza dell’anima non è scientificamente dimostrabile e quindi diventa più arduo contrastare l’argomentazione di Levinson. I critici, infatti, si limitano ad affermare che questo scenario è così implausibile da non essere degno di discussione, perché l’etica deve mantenere un contatto col reale, non con la fiction televisiva. Ciò è innegabile e va ribadito ogni qual volta sia necessario ricordare che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Nella prossima sezione mostrerò però come l’opinione di Levinson acquisti una sua dimensione di crudo realismo se riposizionata nel contesto dell’Europa occupata dai nazisti che, per loro natura, si dilettavano a torturare le coscienze delle loro vittime ponendoli di fronte ai dilemmi più improponibili e disumanizzanti. Sempre Levinson si dice d’accordo con la proposta di Dershowitz di istituire un’autorizzazione a procedere con la tortura che sarà concessa caso per caso da un giudice. Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con lo scenario della bomba ad orologeria, a meno che non si voglia costringere un giudice a prendere una tale decisione in pochi minuti, magari al telefono, una prospettiva in totale contrasto con l’ispirazione


legalistica proclamata da Dershowitz e dallo stesso Levinson. In ogni caso, quanti giudici riuscirebbero a resistere alla pressione di un’opinione pubblica terrorizzata e vendicativa? Che esempio darebbe l’America al resto del mondo? Quanti reclutatori di estremisti si rallegrerebbero di ricevere in dono un’ulteriore ed importante ragione per colpire l’Impero della Tortura? Ciò dimostra quanto siano fondati i dubbi di chi sospetta della buona fede di certi paladini della tortura. Ma il pensatore serio, quello coi fiocchi, è uno che non si ferma davanti a nulla quando pensa. Dice pane al pane e vino al vino e segue il filo del suo discorso ovunque lo porti. Non che qualcuno l’abbia costretto a farlo, non ha stretto i denti e proceduto suo malgrado. Forse il pensatore serio ha persino avvertito il piacere di ciò che è “fascinosamente trasgressivo”. È bello sembrare audaci. Le conclusioni alle quali si perviene possono essere spiacevoli – per esempio, “torturare non è di per sé sbagliato, dipende” – ma proprio questo serve ad autenticare il coraggio e l’integrità di fondo del pensatore serio. Tuttavia esercitare la propria mente fino al punto da tradire le aspirazioni dell’umanesimo non pare essere un titolo di merito. Anzi, sembra più un’indicazione di una sopravvenuta capacità di pensare chiaramente, ossia umanamente, un’auto-mutilazione dell’intelletto e del buon senso. Gli effetti per una democrazia non sono certo positivi. Il pluralismo è l’anima della democrazia, ma siamo tutti consapevoli dell’influenza esercitata dalle figure accademiche sull’uomo della strada. Servirebbe senso di responsabilità, per evitare che ciò che si propone come ipotesi di riflessione possa diventare uno slogan populista o un’arma di cui si serve una parte per far sì che le democrazie liberali non siano più in grado di difendere i loro principi fondanti. Per evitare inoltre che la filosofia morale e la filosofia del diritto si riducano ad una funzione giustificativa delle decisioni di chi detiene il potere, operando come solvente, diluente e dolcificante che produce un consenso di massa e fa accettare docilmente al pubblico ciò che in precedenza sarebbe stato denunciato come contrario all’etica. Chiunque, non necessariamente un filosofo, può porsi delle semplici domande e darsi delle risposte di buon senso. Se la guerra al terrore è, come pare, uno stato emergenziale permanente, è possibile pensare che la tortura autorizzata rimanga un fenomeno limitato? Può sopravvivere all’introduzione della tortura uno stato di diritto che si fonda su principi ad essa diametralmente opposti? Può sopravvivere alla legalizzazione della tortura (anche solo selettiva) in una democrazia costituzionale una dottrina dei diritti umani che non si autofonda ma la cui legittimità deriva semplicemente dal consenso delle nazioni e dalla prassi delle medesime? Io credo che la maggior parte dei lettori risponderà, a buon diritto, no. L’autorizzazione giudiziaria proposta da Dershowitz comporta che un giudice disponga che si proceda o no con una tortura, caso per caso, dovendolo fare a porte chiuse – per via del segreto di stato e della sicurezza nazionale –, senza che qualcun altro possa esaminare il caso e controllare se tale decisione sia giustificata. Inoltre in questo modo si accetta che la tortura diventi uno strumento tra gli altri nell’arsenale delle misure per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza. A quel punto perché fermarsi ai rischi imminenti? Cosa s’intende poi per imminenti? E perché non estendere la pratica anche ai familiari dei terroristi se c’è in ballo la vita di migliaia di persone? Nella nostra ingenuità e narcisismo, non ci rendiamo conto che esistono forze che


cercano di semplificare i nostri ragionamenti, di farli cortocircuitare, corrompendo la nostra comprensione della realtà, assieme alla nostra sensibilità. Non ce ne rendiamo conto perché per molti di noi non è facile discernere se un cambiamento nel nostro modo di pensare una cosa sia determinato da maggior chiarezza intellettuale o dal deterioramento della nostra coscienza morale. Se certe cose sono state giudicate improponibili, tabù, al di fuori del campo degli argomenti pubblicamente dibattibili forse è perché esiste un genere di conformismo e di conservatorismo che è illuminato dalla saggezza, da genuina sapienza; metterlo in discussione iconoclasticamente è segno di stoltezza, non di audacia ed acume. Si deve essere conservatori quando si tutela l’ambiente e quando si tutela l’umano. In questi contesti non si deve transigere ed il progressismo può celare inganni fatali. I programmi di sterilizzazione involontaria e senza consenso informato così diffusi in Nord America e Nord Europa fino agli anni Cinquanta e Sessanta erano giudicati progressisti, e perciò moralmente inoppugnabili. In Svezia quasi nessuno vi si oppose, perché si confidava nella lungimiranza e lucidità dei governanti. La dignità umana non può essere soggetta ai capricci delle maggioranze ed al Zeitgeist, il clima di un’epoca. Vaclav Havel (“L’idolo infranto dello Stato sovrano”) ebbe la sventura di fare esperienza sulla propria pelle della violazione di questa dignità e questa è una sua riflessione sul tema: “Mi sono spesso domandato perché mai gli esseri umani abbiano dei diritti. E sono sempre giunto alla conclusione che i diritti umani, le libertà umane e l’umana dignità hanno le loro radici profonde da qualche parte al di fuori del mondo percettibile. Questi valori sono tanto potenti perché, in determinate circostanze, la gente li accetta senza esservi costretta ed è pronta a morire per essi. Questi valori hanno un senso solo nella prospettiva dell’infinito e dell’eterno”. Si deve arrivare a comprendere che un corpo nudo, sozzo, maleodorante, tormentato ed esangue non ha una dignità intrinseca. La degradazione del nostro corpo è il colpo di grazia di questo principio universale. Non a caso i totalitarismi insegnano a mortificare la carne, a deumanizzare i corpi, con marchi, numeri, rapature, abbigliamento povero ed uniforme, digiuni e lavori forzati, ecc. Forse solo pochi santi sarebbero riusciti ad apprezzare l’innata dignità dei poveri corpi dei sopravvissuti di Auschwitz. Non è difficile immaginare che ciò che provarono i soldati russi furono piuttosto orrore e disgusto, pietà e rabbia. Per questo Simone Weil scriveva che la compassione per gli afflitti è un miracolo anche maggiore di quelli compiuti da Gesù il Cristo. Senza la fede nella trascendenza la nuda vita si deve affidare all’empatia, una difesa che funziona solo quando l’altro-da-me è riconoscibile come mio riflesso. È possibile, di questi tempi, difendere i diritti umani senza ancorarsi ad un robusto senso di fratellanza spirituale e di destino comune, quello che Dostoevskij aveva individuato nella credenza nella trascendenza dell’anima? Il filosofo politico statunitense George Kateb è un pensatore che ha raggiunto la frontiera secolare del pensiero trascendentalista applicato alla dottrina dei diritti umani. Ispirandosi a R.W. Emerson e a Walt Whitman, ha ravvisato un’alternativa all’opzione metafisica dell’anima nello slancio estetico del cittadino democratico che è indotto a trovare bello anche ciò che è brutto, sgraziato, malato, inabile e impuro in virtù della nostra comune umanità. Ma quanti sarebbero in grado di praticare questo tipo di trascendenza? Il pensiero degli stessi Emerson e Whitman non può essere separato dalle loro esperienze mistiche, perché loro stessi continuano a farvi


riferimento nelle loro opere. Kateb parla di estetica perché ad un politologo non si addice il riferimento ad un senso cosmico e non-materialista dell’essere e dell’agire. Sulla tortura e sul degrado morale del nostro tempo Per alcuni politici la tortura è quasi un gioco, una cosa da poco, un po’ come il lego. Forse è per questo che in Italia la tortura non è un reato. Nel dibattito tra i candidati repubblicani alle presidenziali statunitensi del novembre 2012, Newt Gingrich e Michelle Bachmann hanno sostenuto la legittimità della tortura, definendola una “tecnica di interrogatorio potenziata” (enhanced interrogation technique). Gli assistenti di Mitt Romney, il candidato favorito (assieme a Gingrich), nonché il più moderato, hanno spiegato alla CNN che neanche lui considera il waterboarding (annegamento controllato) come una tortura. Il presidente Obama ha replicato che il waterboarding è tortura e che chiunque si sia informato e abbia compreso di cosa si tratta la chiamerebbe tortura, “e questa non è una cosa che noi facciamo. Punto e basta”. È curioso che dei possibili futuri presidenti degli Stati Uniti non considerino tortura la stessa tecnica usata dai Giapponesi ai danni dei prigionieri di guerra americani e per cui i leader militari giapponesi furono condannati e giustiziati in quanto criminali di guerra. D’altra parte l’annegamento controllato fu sdoganato già al tempo dell’amministrazione Bush-Cheney, da John Yoo. Se avessero perso una guerra sarebbero stati giudicati come criminali di guerra. Invece sono a piede libero: Yoo insegna diritto a Berkeley! Obama ha scelto di non aprire un’inchiesta. David H. Petraeus, già comandante dello U.S. Central Command, che prevede la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, e attuale direttore della CIA, la pensa come Bachmann, Gingrich e Romney. Fino all’anno scorso lo si riteneva un virtuale candidato repubblicano alla presidenza. Dunque pare che, tra i Repubblicani, per poter essere un valido candidato alla presidenza degli Stati Uniti, si debba per forza essere favorevoli alla tortura. In questo breve scritto mi limito a ricapitolare le riflessioni di Jeremy Waldron, docente di giurisprudenza alla New York University School of Law e di teoria politica e sociale a Oxford, contenute in un suo scritto intitolato “Torture and Positive Law: Jurisprudence for the White House”. Per Waldron la proibizione della tortura è un archetipo legale, ossia una misura che esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità nell’ambito del sistema legale e che comprende considerazioni di onorabilità. Abu Ghraib ha disonorato gli Stati Uniti nel 2004, come li ha disonorati la rivelazione che quelle pratiche non erano limitate a quel carcere. La tortura è tornata tra noi a distanza di un secolo dall’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica, che descriveva la tortura come “un argomento che ha unicamente un interesse storico per quanto concerne l’Europa”. Finora è rimasta relegata alle colonie: Algeria (Francia), Irlanda del Nord (Regno Unito), Territori Occupati (Israele), Iraq, Afghanistan e Guantánamo (Stati Uniti). Ma la paura, una paura acuta, palpabile, permanente, è tornata ad essere la forma più comune di controllo sociale [cf. Judith Shklar, The Liberalism of Fear in “Liberalism and the moral life”, a cura di Nancy Rosenblum, 1989]


John Yoo, docente a Berkeley, è l’autore di un memorandum del gennaio 2002 che razionalizzava la violazione delle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Alan Dershowitz insegna alla Harvard Law School ed ha pubblicato due libri in cui sdogana la tortura. Jay Bybee era professore di diritto alla Louisiana State University ed alla University of Nevada. [Ora è un giudice federale!]. Tra il 2001 ed il 2003 era direttore dell’Office of Legal Counsel al Dipartimento di Giustizia e scrisse a sua volta un memorandum in cui restringeva la definizione di tortura per poterla rendere legittima. Sono esperti che hanno scelto deliberatamente di derubricare la tortura come reato. Su quali basi? Il positivismo giuridico insegna che la legge va rivista a seconda delle circostanze. Però, si chiede Waldron, come mai sentiamo che c’è qualcosa di sacro che viene violato dalle considerazioni di Bybee, Yoo e Dershowitz? Che significato possiamo attribuire alla nozione di “sacralità” in una civiltà principalmente laica? Nei lavori preliminari della Convenzione Europea sui Diritti Umani, nel 1949, il delegato britannico, Seymour Cocks, propose l’approvazione della seguente mozione: “L’assemblea consultiva coglie l’opportunità per dichiarare che tutte le forme di tortura…sono incompatibili con una società civile, sono offese al cielo ed all’umanità e vanno proibite. Dichiara altresì che questa proibizione deve essere assoluta e che la tortura non può essere autorizzata in nessun caso, né per estrarre informazioni, né per salvare vite e neppure per la sicurezza dello Stato. Essa ritiene che sarebbe meglio che una società perisse piuttosto che consentire a questo residuo di barbarie di continuare ad esistere”. A titolo personale, Cocks aggiunse: “è un crimine contro il cielo e contro lo spirito santo nell’uomo. Affermo che sia un peccato contro lo Spirito Santo per cui non si può essere perdonati”. Queste sue parole non furono inserite nella stesura finale del rapporto, perché non conforme al linguaggio giuridico. Purtroppo la nostra società non è più in grado di concepire alcun assoluto morale. Diamo per scontato che quando il gioco si fa realmente duro e c’è moltissimo in ballo certe inibizioni morali devono essere tralasciate. Le situazioni estreme ci fanno sembrare ridicoli certi assoluti morali e nessuno di noi vuol sembrare ridicolo. Ma a quel punto possiamo giustificare tutto ricorrendo ad un semplice computo aritmetico che dipinga la situazione nei toni più catastrofistici possibili. Al cospetto di una catastrofe sufficientemente grande, ogni azione di governo sarebbe implicitamente permessa. Se il numero di vite che può essere salvato è il doppio di quello dei torturati, perché limitarsi alle tecniche di tortura non-letale? Perché non stupri legalizzati e persino azioni terroristiche? Siamo davvero sicuri che delle autorizzazioni alla tortura [le richiede Dershowitz] non sarebbero abusate, che nessuno mentirà sulla disponibilità di informazioni e sulla drammaticità della situazione, che certe pratiche non si applicheranno più estesamente di quel che era stato preventivato, che non nascerà una categoria di torturatori professionisti interessati a trovare un pronto impiego? Esistono chiare indicazioni storiche del carattere metastatico della tortura, che si espande come un tumore maligno in un corpo altrimenti sano. Basti pensare ad Abu Ghraib, dove non esistevano le condizioni minime per alcuna autorizzazione ufficiale e non ufficiale a torturare i prigionieri. Quello della tortura non è un ambito in cui ci si possa fidare delle motivazioni umane. Sadismo, dispotismo, brama di potere, godimento nelle altrui umiliazioni vengono


amplificate in circostanze dominate dalla paura, dalla rabbia, dallo stress, dal pericolo, dal panico e dal terrore. Ci sono cose che possiamo immaginare di giustificare in teoria ma che, se permesse, avrebbero un impatto devastante sul sistema giuridico tale da indurci a non imboccare quella strada. Cosa intende Waldron per “archetipo giuridico”? Una disposizione che ha un significato che va ben oltre il suo contenuto normativo perché illumina ed incapsula un principio o un’intera area giuridica. Nel caso della tortura la funzione archetipica della sua proibizione definisce il concetto chiave che la legge non è brutale nelle sue applicazioni, la legge non è selvaggia, non umilia, non terrorizza, non mutila la dignità degli esseri umani. L’idea è che anche laddove si impiega la forza, anche laddove la gente è costretta a fare delle cose contro la sua volontà e soggiornare in luoghi spiacevoli, gli uomini non vanno trattati come bestiame, non vanno domati, picchiati, trattati come corpi da manipolare. Secondo Waldron il rischio è quello del piano inclinato a rovescio: il problema non è che se si rendono flessibili i principi costituzionali si apre la strada all’abominio della tortura, ma che se si consente la tortura sarà poi difficile difendere i divieti che ci sembrano meno stringenti, come frustare i carcerati, estorcere confessioni, brutalizzare un delinquente. Siamo contrari a certe pratiche perché la loro malvagità ed immoralità è resa manifesta nella tortura. Quel che è sbagliato nella tortura ci aiuta a capire cosa sia sbagliato in altre pratiche, è un punto di riferimento morale importante, il nord della nostra bussola morale. È lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki che ci ha scioccato a tal punto da farci interrogare, ex post, a proposito della liceità di radere al suolo Dresda e Tokyo con le bombe incendiarie. Il potere ci corrompe, dobbiamo essere scettici e circospetti, dobbiamo temere il peggio dagli esseri umani, perché la storia ci ha insegnato che a misura che il potere si accentra, si moltiplicano gli abusi, le infamie e le atrocità. Lo Stato, nel ventesimo secolo e ora nel ventunesimo secolo, ha dimostrato che, appena può, non esita a seviziare e far scomparire i suoi nemici interni. Lo Stato fa paura perché dispone di un potere immenso e solo le norme a tutela delle dignità umana possono inibire il pieno impiego di tale potere nella direzione della barbarie, della bestialità e del terrore. Si ripudia la brutalità per dare un esempio al mondo, per rendere il mondo meno disumano.

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Scritti sulla tortura e il degrado morale del nostro tempo  

"C’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è...

Scritti sulla tortura e il degrado morale del nostro tempo  

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