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ah, fu un lampo, un sogno, un gioco… Sulla "Via della Musica" ci eravamo fermati a Roma con "Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca", a Parigi con "La Traviata à Paris" e a Mantova con “Rigoletto a Mantova”. Si è trattato di 3 "Film in diretta", con vari appuntamenti nell'arco di diversi week-end, trasmessi in mondovisione in 107 paesi per il primo, 125 per il secondo, 148 per il terzo, nei 5 continenti che, in modo innovativo, hanno coniugato l'alta qualità, (vincendo i più prestigiosi premi internazionali, 7 Emmy, il Bafta e il Prix Italia) e gli indici di ascolto (oltre 1miliardo e mezzo di spettatori) dimostrando la capacità della Televisione di rielaborare, in un suo linguaggio originale, altre forme espressive come il melodramma e il cinema grazie a una tecnologia audiovisiva avanzata. Ora il cammino va avanti, in un percorso in compagnia di personaggi da favola, con "Cenerentola una favola in diretta", a Torino nella "Corona di delizie Sabaude". Il progetto, pensato e realizzato per e attraverso un ancor più sofisticato sistema audiovisivo, in alta definizione, intende offrire, in prime-time, nell'arco di due giorni, domenica 3 e lunedì 4 giugno, ai telespettatori in Italia e nel mondo intero, una vicenda adatta a un pubblico così vasto e a culture così diverse, ricordando una delle quintessenze del prodotto culturale italiano: il Melodramma, ambientato nei luoghi d'arte, riscritto attraverso il racconto della televisione in diretta. Scrive Dominique Fernandez che dell'Italia è un appassionato conoscitore: "Assistere all'opera italiana equivale a concedersi una riflessione liberatrice nel mondo favoloso e incontaminato del primo amore dell'infanzia. E' il canto stesso, sono i fiotti di armonia e le linee sinuose della melodia che trascinano, con eguale o superiore forza estetica, l'anima in una culla primordiale". I tre appuntamenti si svolgeranno a: la Venaria Reale, il Parco La Mandria, la Casina di Caccia di Stupinigi e Palazzo Reale, luoghi che, come i personaggi delle vicende narrate. Così una commedia italiana, da Cinema degli anni ’60, sarà raccontata oggi dall’erede ispirato di quel mondo qual è Carlo Verdone che ne condivide malizie e malinconie, sostenuto dalla Musica piena di vita e vitalità di Gioachino Rossini, affidata a quel grande conoscitore qual è Gianluigi Gelmetti, il tutto illuminato dalle magie di Ennio Guarnieri e nella cornice poetica e sognante dell’animazione di Annalisa Corsi, realizzata in collaborazione con Maurizio Forestieri. Il Cast dei cantanti, scelti anche per le loro qualità di attori, sarà "cinematografico", in modo da rendere credibili sullo schermo i personaggi della storia raccontata: fantastica, allegra, drammatica, costruita su intense emozioni, com'è proprio di questo “Dramma giocoso”.


L'Equipe tecnica RAI, con il know-how acquisito attraverso i 3 precedenti "Film in diretta" e l'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI costituiscono elementi di garanzia per la realizzazione di questa complessa macchina di spettacolo. La TV vive di linfa propria nel suo “far televisione in diretta”, ma alimentandosi quale vampiro di altri linguaggi, trovandovi così la sua raison d'être. Con la TV, al tempo stesso memoria della collettività e gioco globale, intendiamo coinvolgere chi voglia lasciarsi andare al flusso delle emozioni. E la Musica è, per sua natura, un luogo di delizie e come dice Cenerentola “ah fu un lampo, un sogno, un gioco il mio lungo palpitar”. Andrea Andermann

Immagini:

a colori di Annalisa Corsi, in bianco nero di Arthur Rackham


Viviamo di paure La decisione di accettare, dopo il Barbiere di Siviglia del 1992, una seconda regia lirica, nasce principalmente da due desideri: la voglia di non tralasciare il mio amore e rispetto per Rossini con un'unica firma risalente a circa vent’anni fa e l’esigenza di sospendere, per qualche mese, la scrittura cinematografica. Di immergermi, in poche parole, in un ambiente assolutamente diverso dal cinema, lontano da Roma e da tutti, per trovare uno stimolo creativo fatto di note e voci sublimi in affascinanti ambienti dal vero. La proposta del produttore Andrea Andermann, inizialmente, mi sembrava troppo impegnativa perché trattandosi di “un film in diretta” e non di una semplice regia teatrale portava inevitabilmente ad immaginare mille paure su una mia inadeguatezza verso un impegno così pieno di insidie e ansie. Tant’è che ho voluto pensarci diverse settimane. Ma la presenza di un caro amico quale il direttore d’orchestra Gianluigi Gelmetti, verso il quale nutro enorme stima e grande simpatia, mi ha fatto fare il primo passo verso l’accettazione di questa delicatissima sfida. E la decisione di affidare le luci a colui che per primo fotografò il mio debutto cinematografico, Ennio Guarnieri, uno dei grandi maestri della fotografia internazionale, mi ha definitivamente convinto. Avere queste due grandi personalità era già una robusta raccomandazione nel sentirmi protetto e seguito in un’impresa che rasenta, diciamoci la verità, l’incoscienza. Ma forse è proprio questa impresa, carica di adrenalina, dove non ci si può permettere la minima imperfezione o distrazione, il più piccolo errore, ad averci spinto al rischio della diretta in mondovisione. Tutti noi artisti, alla fine, viviamo di paure ma è anche vero che siamo terribilmente attratti da esse. Imposterò la mia regia all’insegna dell’assoluto rispetto dello spirito rossiniano, lavorando su le maschere dei personaggi, dando loro personalità e anima e cercando di esaltare i toni da commedia e quelli più intimi e favolistici che si ritrovano in questo splendido dramma giocoso di Rossini. Se riuscirò in questa ardua impresa, dovrò ringraziare tutti i miei collaboratori stretti ed Andrea Andermann che, con enorme dedizione e affetto, mi hanno arricchito dei loro saggi consigli e creative riflessioni. A tutti loro e all’intera, ottima, compagnia il mio grazie per sostenermi in questa delicata ed affascinante sfida. Carlo Verdone


“...i sogni son desideri...” Sono convinto che un'operazione assolutamente folle, come quella ideata da Andermann, anche se potrà forse sembrare bizzarra e probabilmente da qualcuno giudicata fuori stile, in realtà non lo è. E se poi lo è, forse non importa poi tanto. E' vero, il recitare e cantare in luoghi “veri”, potrà sembrare un ricerca di iperrealismo contraria all'etica Rossiniana. E' vero. Re-inventare una storia di Cenerentola, un po' diversa dal libretto di Ferretti, potrà sembrare un'operazione audace. Una storia però che si ispira e guarda a quanto accaduto intorno a questo “simbolo”, questo “mito” (perché di questo ormai si tratta). Una storia che parte dalla versione dell'Egitto della XXVI dinastia (l'eterea Rodopi), da quella cinese di Yeh Shen raccontata da Tuan Ching-Shih, e passa attraverso tante, moltissime versioni, quella russa, quella inglese e quella di Giambattista Basile del 1634, dei Grimm, e tante ancora fino ad arrivare a quella di Perrault da cui Ferretti ha tratto il libretto per Rossini, e ancora, tante, tante, giungendo fino a Walt Disney. A tutto questo è ispirata, nella sua globalità, anche nelle parti rossiniane. Potrà sembrare un'operazione illegittima, addirittura arbitraria. Ma non lo è, così come non lo sono alcuni inserimenti musicali lievi, come tutta l'operazione. Prima di tutto alcuni “autoimprestiti” (pratica usata dallo stesso Rossini, anche nella Cenerentola), alcuni piccoli tagli, degli adattamenti alla storia con qualche spostamento di brani musicali, e la rinuncia a gran parte dei recitativi. Non importa giustificarsi con l'alibi che non sono dello stesso Rossini: se peccato è, peccato rimane. Ma non lo è, perché il taglio cinematografico li rende superflui. Lo stesso Rossini aveva accettato degli inserimenti del noto Angolini, più invasivi dei nostri che invece sono sempre rigorosamente di pugno di Rossini. Un rossiniano “puro” come mi ritengo: rigoroso, e impegnato, fra gli artefici della Rossini Renaissance, premio “Rossini d'oro”, ancora oggi uno dei decani del Festival Rossini di Pesaro, e forse uno fra i direttori con la più ampia e lunga frequentazione rossiniana: perché si è prestato a questa operazione? Questo mi chiedo, e non sarò il solo. La ragione è semplice: ci credo, mi diverte, mi stuzzica. Dalla sua apparente arbitrarietà, attraverso una rivisitazione affatto impertinente che nell'assurdo dei nuovi mezzi trova la sua coerenza formale ed etica, Rossini ne esce, usando appunto mezzi, stilemi e convenzioni di oggi, forse quasi “distillato”. Non abbisogna di polverose e pesanti scene oggi obsolete oppure arbitrarie sovrapposizioni epocali ed ideologiche. La sua essenza, la sua follia “astratta, organizzata”, la sua geometria pura, i sentimenti come “essenza morale”, ideali apollinei, che creano un ponte ideale e atemporale che raggiunge la più spudorata e ludica essenza ritmica dal '900 ad oggi, coniugando pudore e spregiudicatezza in un'unità senza tempo, apparentemente in contrasto con se stessa, da questa dissacrata e dissacrante dicotomia ritrovano un'unità lontana e perduta. Si: quest'operazione propostami da Andermann, che solo dieci anni fa avrei bollato come blasfema e denunciata ad un ideale Torquemada della musica per la peggiore delle punizioni, mi ha affascinato e morbosamente incuriosito. E affrontarla con il mio amico Carlo Verdone, grande attore e regista, re della commedia, erede di quella comicità che arriva ai nostri giorni, con molte mediazioni, da un mondo lontano, ha aggiunto divertimento e complicità alla sfida. Certe impostazioni usate oggi in quest'avventura, sono una rivisitazione attualizzata forse più fedele di certe meccaniche e integraliste filologie ormai staccate dalla realtà di oggi. Che siano i rischi pazzeschi della “diretta” che - con la musica meno adatta per la sua stessa intrinseca difficoltà ritmica a questa sfida - mi hanno provocato e portato a


considerarla tale? Forse, ma non credo. Forse è il fascino di portare a milioni di ascoltatori in tutto il mondo un Rossini secondo me “giusto”, che attraverso non solo mezzi, ma anche ideali nuovi, può apparirci un Rossini vero e attuale. Chissà? Che forse io stia cominciando a invecchiare, e a reimparare la curiosità, il gioco, lo stupore, la fantasia, l'audacia e l'immaginazione del bambino? Già: ma tutto ciò non è forse una delle caratteristiche del Genio folle Rossini? Rivoluzionario nel suo essere conservatore, pudico e spudorato, angosciato buontempone invaso dal panico, sublimato ma sempre oniricamente vero e falsamente reale. I sogni, sono desideri? Gianluigi Gelmetti

Copertina della prima edizione del Libretto


Cenerentola di Charles Perrault traduzione di Carlo Collodi

“C’era una volta un gentiluomo, il quale aveva sposata in secondenozze una donna così piena di albagia e d'arroganza, da non darsil'eguale. Ella aveva due figlie dello stesso carattere del suo, e che lasomigliavano come due gocce d'acqua.Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontàda non farsene un'idea; e in questo tirava dalla sua mamma, laquale era stata la più buona donna del mondo...”

La Cenerentola di Jacopo Ferretti Gioachino Rossini Una volta c'era un Re, Che a star solo s'annoiò: Cerca, cerca, ritrovò; Ma il volean sposare in tre. Cosa fa? Sprezza il fasto e la beltà, E alla fin scelse per sé L'innocenza e la bontà.


Quello che può fare la televisione se... Quando per la prima volta incontrai Andrea Andermann (che conoscevo a distanza per aver seguito le sue prime dirette di Tosca e di Traviata), mi raccontò del suo proposito di produrre la Cenerentola di Rossini. Questa volta, diversamente dalle due precedenti produzioni e da quello che sarebbe stato il Rigoletto da Mantova nel 2010, la location non era imposta dal libretto ma era a libera scelta dell’ideatore produttore. All'epoca (siamo nel 2007) ero assessore alla cultura del Comune di Torino e, come credo sia ovvio immaginare, d'impeto gli dissi che nella nostra Città e nei suoi immediati dintorni avrebbe trovato i boschi, i laghi, i palazzi délabré o in pieno splendore necessari per raccontare una favola come quella. Andermann non aveva confidenza, come ancora succedeva fino a qualche tempo fa a molte persone anche importanti, con il nostro territorio e quindi con piacere mi misi a sua disposizione per un primo giro di ricognizione. Poi ne fece molti altri per conto suo fino a concentrarsi sui luoghi che ospiteranno la diretta dei prossimi 3 e 4 giugno. Penso che, oltre al fascino di quei luoghi, abbia avuto una certa influenza sulla sua decisione di scegliere Torino, anziché tante altre possibili ambientazioni italiane e non, la voglia che si respirava in quegli anni all'interno delle pubbliche amministrazioni e nella società torinese di dare seguito all'esito dell'avventura olimpica cogliendo nuove occasioni per far conoscere al mondo una Città che per tanto tempo era quasi scomparsa dall'immaginario collettivo e che invece si rivelava un po' alla volta come una delle più belle e sorprendenti che si possano incontrare. Quella voglia si tradusse anche in impegni molto precisi per assicurare alla produzione il sostegno offerto in passato sia dalla Città di Roma che da quella di Parigi e che nel 2010 confermarono la Città di Mantova e la Regione Lombardia. Da allora a oggi molte cose sono cambiate in peggio dal punto di vista delle disponibilità economiche delle pubbliche amministrazioni (e non solo di quelle) e tutto è diventato più difficile. Ma non parliam di ciò, dice Despina in “Così fa tutte” e aggiunge Sono ancor vivi e vivi torneran; il che può avere diverse interpretazioni: che la produzione è più viva che mai e si concluderà nel migliore dei modi, che chi può dare una mano è tuttora sul campo e potrà tornare ai primari propositi, che la necessità della Città di farsi scoprire e amare è ancora più sentita che in passato. Oggi non sono più assessore e vedo le cose non solo dal punto di vista dell'opportunità che “Cenerentola, una favola in diretta” rappresenterà per il territorio torinese in generale e per i suoi beni culturali in particolare, ma anche da almeno altri due punti di vista dai quali si può considerare il valore squisitamente culturale di un'operazione di questo genere. Andermann tiene a dire che si tratta soprattutto di un modo diverso di fare televisione e vuole giustamente differenziarsi da chi ha voluto nel passato trasmettere in prima serata l'inaugurazione della Scala facendo precipitare lo share e insieme la giusta aspirazione di usare la televisione per ricostruire il rapporto da tempo lacerato tra il grande pubblico e uno dei prodotti del genio italiano più amati nel mondo: l'opera lirica. Per questo, insiste Andermann, ciò che si vedrà sullo schermo sarà uno spettacolo totale, dove la musica è certamente presente ma insieme a tanti altri ingredienti capaci di agganciare un pubblico vasto: gli ambienti meravigliosi, i cantanti che sono anche attori, il linguaggio della commedia italiana (altra nostra eccellenza famosa nel mondo), l'empatiaper la favola più conosciuta e amata. Tutto vero, ma resta il fatto che se si considera l'opera lirica un prodotto di nicchia (meglio non ricordare i giudizi di certi recenti ministri al riguardo) si compie una


gravissima distorsione della storia e della cultura. L'opera, quella italiana in particolare, fu composta per il grande pubblico e il suo successo veniva misurato dalla quantità di persone del popolo che la fischiettavano nelle strade nei giorni immediatamente successivi a un nuovo debutto. Questo significa che i suoi contenuti erano rivolti all'umanità tutta e non solo agli specialisti; se si è lacerato il rapporto tra l'opera e il pubblico significa che agli uomini di oggi non è più dato di profittare di ciò che alcuni fra i più grandi geni della storia hanno con infinita fatica creato anche per loro. L'utilizzare la televisione, con i suoi formidabili mezzi tra cui la capacità di arrivare a tutti, assume perciò il senso di un'impresa di politica culturale di davvero grande valore. La seconda questione, strettamente connessa alla prima, ha a che fare con il fatto che l'opera lirica ha una fondamentale componente “circense” che può essere fruita solo se lo spettacolo avviene mentre tu sei lì a vederlo e ad ascoltarlo. Lo spettatore infatti deve avere con l'orchestra e con i cantanti lo stesso rapporto che ha al circo con i funamboli e gli acrobati: deve vederli rischiare davanti ai propri occhi, altrimenti non c'è suspence, non c'è divertimento, non c'è passione. Un'opera lirica in differita o in dvd è un prodotto svuotato, che può servire al conoscitore per studiare e confrontare interpretazioni e messe in scena ma che ha poco appeal per il pubblico normale. La diretta di Cenerentola, come delle tre opere precedenti, richiede un impegno che fa letteralmente spavento a chi lo viene a conoscere da vicino, ma è condizione irrinunciabile se vogliamo davvero impegnarci affinché non venga definitivamente tagliato quel cordone ombelicale che per tanto tempo ha collegato l'umanità alla musica più bella e quindi più efficacemente formativa che sia stata prodotta nel corso della sua storia. Fiorenzo Alfieri


La Cenerentola: dall'Opera alla Fiaba La fiaba da cui Gioachino Rossini trasse la sua opera La Cenerentola, fu pubblicata da Charles Perrault nel 1697 come Cendrillon ou La petite pantoufle de verre (La Cenerentola oppure La scarpetta di cristallo). Per ovvie ragioni, nessuna delle figure presenti nella fiaba e che ritroviamo anche nel film di Walt Disney (la fata madrina, il ballo, il coprifuoco a mezzanotte, la scarpetta persa, per non parlar della zucca, dei topi, dei ratti, delle lucertole che si trasformano in una carrozza, i cavalli, il cocchiere e le guardie) figurano nel libretto di Giacomo Ferretti musicato da Rossini, di cui la prima rappresentazione ha avuto luogo al Teatro Valle a Roma il 25 gennaio 1817. Non era una sua avversione agli eventi soprannaturali nell'opera che motivava Rossini a evitare questi elementi (il compositore, 10 mesi dopo, produsse a Napoli Armida, un'opera piena di effetti magici spettacolari), ma piuttosto una combinazione tra le limitazioni imposte allo spettacolo operistico nell'Italia del tempo e i requisiti particolari degli spettacoli presentati a Roma. E cosi si sostituiva la scarpa con un bracciale poiché per la censura non era permessa una trama in cui un piede nudo di una donna avesse un ruolo così fondamentale per la storia. Quindi Ferretti, nella prefazione del suo libretto, scrisse che la sua versione della favola "non deve considerarsi un Crimen laesae, ma piuttosto una necessità nelle scene del Teatro Valle, e un rispetto alla delicatezza del gusto romano, che non soffre sul palcoscenico, ciò che lo diverte in una storiella accanto al fuoco." Non solo La Cenerentola esigeva quindi alcune modifiche fondamentali per essere rappresentata sui palcoscenici romani, ma lo stesso Rossini aveva poco tempo per completare l'opera. L'intera storia fu cambiata a dicembre a causa dei censori ecclesiastici che non avevano approvato il soggetto originale (basato su di una Farsa francese "immorale," potrebbe essere stata Francesca di Foix o Ninette à la cour, non è chiaro quale delle due) in una forma accettabile a Ferretti o a Rossini. Fu così che due giorni prima di Natale i due artisti decisero di utilizzare la favola di Cenerentola. Ancora citando Ferretti, questa volta dalle memorie, “Alcune pagine della mia vita”: "Io scrissi i versi in ventidue giorni, e Rossini in ventiquattro la musica." A Rossini fu necessario un aiuto: tutto il recitativo e tre composizioni (un'aria per Alidoro, un coro all'inizio del secondo atto, e un'aria per una delle sorellastre, Clorinda) furono scritte da Luca Agolini, un musicista romano. Rossini non considerò mai fondamentali, per la sua opera, i brani di Agolini: il coro, ad esempio, scomparse quasi subito; e qualche anno dopo, quando l'opera fu rappresentata al Teatro Apollo di Roma per l'inizio del Carnevale del 1821 (il 26 dicembre 1820), Rossini sostituì all'aria di Alidoro di Agolini, un proprio brano, scritto per il bravo basso, Gioachino Moncada. L'aria per Alidoro di Rossini, "Là del ciel nell'arcano profondo," era sconosciuta nel corso dell'Ottocento. Così racconta Ferretti nelle sue memorie: "non venne più cantata in quel melodramma perché gli altri Alidoro non passavano mai la sconsolatissima linea della mediocrità, e quell'aria non è per mediocri." Durante l'ultima metà del Novecento, comunque, l'aria di Rossini è stata quasi adottata uniformemente, mentre l'aria di Agolini è stata messa da parte. Dunque, che dovremmo fare oggi con questa opera cosi amata? Nei teatri sarebbe difficile distaccarsi dall'originale di Rossini e Ferretti: le "necessità nelle scene del Teatro Valle" non sono così diverse da quelle del Metropolitan di New York o della Scala di Milano. La Cenerentola, infatti, è diventata un’opera fondamentale nel repertorio operistico dei teatri di tutto il mondo. Anche se i registi più "creativi" vogliono far brillare al meglio la propria arte, trasformando il principe in un capo di governo, o Cenerentola in una


prostituta, l'opera è normalmente portata in scena essenzialmente nella sua forma originale (con l'aria di Rossini per Alidoro). Dovrebbero comportarsi nello stesso modo il cinema e la televisione? Qui le parole di Ferretti ci aiutano: dobbiamo essere legati a "una necessità nelle scene del Teatro Valle" e a "un rispetto alla delicatezza del gusto romano"? Oppure l'opera può essere rappresentata in una forma che si avvicini alla sua storia originale, rispettando sempre la musica di Rossini ma utilizzando in un modo più libero i contributi di Luca Agolini? Per citare il titolo del bellissimo musical di Stephen Sondheim, in cui favola e realtà si mescolano creativamente, potremmo portare l'opera di Rossini In to the Woods? Pronto a rispondere a questa domanda è il progetto di Andrea Andermann. Il testo musicale si baserà esclusivamente sulle composizioni di Rossini, evitando quelle di Agolini, seguendo l'esempio del compositore stesso che eliminò l'aria per Alidoro di Agolini. Anche se un approccio di questo tipo potrebbe sembrare non adatto al teatro, il cinema ci permette una soluzione in cui si potrebbe sostituire al recitativo secco di Agolini le immagini. Come conseguenza, ovviamente, alcuni dei versi di Ferretti andranno persi, ma il film compenserà questa mancanza verso il pubblico con magici effetti visivi. Infatti unendo personaggi animati ad attori reali sarebbe possibile ritrovare gli elementi sovrannaturali creati da Perrault. E per la scena del ballo quale musica migliore se non quella scritta dallo stesso Rossini per il balletto dell'Armida, solo qualche mese dopo La Cenerentola? La connessione è perfino suggestiva, in quanto la grande stretta del ballo di Armida fu riutilizzata da Rossini nella sua aria per Alidoro. La rete di concatenazioni si estende oltre quelle musicali. Seguendo il modello utilizzato per “Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca” e per “La Traviata à Paris”, Andermann realizzerà la sua Cenerentola in luoghi storici e negli orari appropriati. Cenerentola fuggirà dal palazzo quando l'orologio suonerà la mezzanotte. Into the Woods davvero! Philip Gossett

Philip Gossett è il Robert W. RenekerDistinguished Service Professor presso ilDipartimento di Musica dell'Università di Chicago e Professore di chiara famaall'Università "La Sapienza" di Roma. È il direttore editoriale delle Opere di GiuseppeVerdi (University of Chicago Press e G.RicordiUniversal Music) e delle Works ofGioachino Rossini (Bärenreiter-Verlag). Per i suoi contributi alla cultura italiana, ilGoverno l'ha nominato "Grand Ufficiale dell'Ordine al Merito" e il Presidente dellaRepubblica gli ha conferito il titolo di "Cavaliere di Gran Croce."


Torino teatro del fiabesco Il fascino inesauribile della fiaba sta anche nella complessità delle relazioni fra tradizione popolare e cultura scritta che porta alla luce. Racconti che si perdono nella notte dei tempi, carichi di tutte le varianti che hanno raccolto nel loro lungo tragitto orale, vengono fissati sulla carta da folcloristi e scrittori, e attraverso i libri che i venditori ambulanti portano nelle loro gerle tornano nel mondo, si aprono a una fruizione sempre più larga, a nuovi ciclidi reinvenzioni e di riscritture. Il percorso di Charles Perrault, alla fine del Seicento, fa parte di questi movimenti complessi che già avevano coinvolto, proprio nel caso di Cenerentola, il napoletano Giambattista Basile, con i suoi accorti dosaggi tra fantasia popolare e cultura letteraria (Lo Cunto de li Cuntiesce postumo nel 1634-36), e un secolo prima il bergamasco Giovan Francesco Straparola, con le sue Piacevoli notti. Uomo altolocato, Perrault possiede gli strumenti culturali che il caso richiede. Figlio di un avvocato al Parlamento, fratello d'un ricevitore generale delle Finanze e d'un celebre architetto, segretario di Colbert, ben introdotto alla corte del Re Sole e all'Académie, è anche un educatore appassionato, che sa come dispensare exempla non meno utili che dilettevoli ad ammaestramento di giovinetti e giovinette. La sua abile operazione editoriale sa rielaborare con garbo i materiali della tradizione, aggiungendovi un'ambientazione che suona famigliare ai suoi lettori. La scenografia è quella stessa che accompagna la vita di una corte sofisticata e dei dignitari che la animano. Nel descrivere la casa del gentiluomo padre di Cenerentola, Perrault parla di pavimenti in legno, letti all'ultima moda, specchi a figura intera in cui rimirarsi. Le fate si presentano come altrettanti modelli per le dame di corte. Si comportano con garbo, saggezza, sensibilità, discrezione, eleganza, padronanza degli usi del mondo; risolvono con leggerezza ogni nodo, appianano asperità, fanno trionfare la virtù. Per questo diventano presto moda, costume, genere letterario. Le fiabe popolari, sempre un po' rustiche e ruspanti, con Perrault si trasformano in eleganti e distaccati contes de fées che sembrano aver trovato il loro habitat naturale nell'ecosistema culturale della corte del Re Sole. Dame e gentiluomini gareggiano in composizioni a tema, come Mademoiselle Lhéritier, nipote del medesimo Perrault, e Madame d'Aulnoy, la più nota di tutti. È lei a introdurre nel meraviglioso una nota ulteriore di sfarzo principesco, fatto di diamanti e smeraldi, draghi e grifoni, berline tirate da scimmie blu, stanze tappezzate con ali di farfalla. La moda dei racconti con fate avrà poi un revival impetuoso verso fine Settecento, poco prima della Rivoluzione, quando furono editati ben trentasette volumi del Cabinet des Fées, che raccoglievano le fiabe scritte un secolo prima, più quelle di autori nuovi, come Madame Le Prince de Beaumont, che ha legato il suo nome all'inquietante allegoria de La Bella e la Bestia. Perrault amava concludere le sue storie con una morale in versi, in cui l'ammaestramento diventava ancora più facilmente memorizzabile. Se la prima morale di Cenerentola conclude che "La grazia è proprio un dono delle Fate. Tutto si può con essa, senza niente si può", la seconda è esplicita: talento, nobiltà e coraggio sono una buona cosa, ma poco valgono senza Padrini e Madrine di buon cuore. Qui l'elogio del buon cortigiano è addirittura smaccato. Perché quello che le fiabe curtensi finiscono per raccontare sono proprio lotte di potere, scontri di gruppi famigliari, fazioni, lobbies che si sfidano per ampliare la propria influenza, per combinare matrimoni, arrivare al trono e restarci. Il garbo sorridente di Perrault depura la fiaba dei suoi elementi più materici, di certe sue violenze primitive: persino l'horror, che pure ne è un ingrediente


indispensabile, viene trattato con ironico distacco, attraverso una stilizzazione che lo riduce a semplice funzione narrativa. Per questo è facile, quasi spontaneo immaginare le storie di Perrault nella cornice della "corona di delizie" che i duchi di Savoia avevano cominciato a costruire fin dalla metà del Cinquecento, lasciandosi alle spalle le ristrettezze dei budget. Le residenze sabaude rappresentano una scenografia ideale per le rappresentazioni fiabesche. I Savoia coltivavano una forte vocazione teatrale, visibile nel fasto scenico delle loro dimore, così favorevoli agli ingegnosi incantamenti dello spettacolo: i toni caldi del mattone, la sinuosità dei volumi e delle linee, l'abbraccio delle scalinate, i giochi d'acqua, le fontane a tema mitologico, i bestiari allegorici, edifici e giardini che si compenetrano in un gioco di allusioni che rimanda ad un altrove prossimo e sempre più sorprendente. Non a caso, quando Maria Cristina di Francia - negli anni di Perrault- aveva voluto dare alle stampe il catalogo dei possedimenti reali, quelli già realizzati e quelli in progetto, lo aveva chiamato Theatrum Sabaudiae, come a sottolineare la necessità della finzione, via regia a una verità nascosta altrimenti irraggiungibile. Quella che offrivano i tomi sontuosi editi dal principe degli stampatori, l'olandese Bleau, era la coreografia di una regalità insieme reale e immaginaria, con cui Maria Cristina voleva impressionare l'audience europea. Forse solo architetti che venivano di lontano, Juvarra su tutti, potevano avere una percezione così esatta dei committenti e rivelarli a se stessi. I maestri stranieri portavano alla città degli angoli retti curve morbide, rotondità avvolgenti. I sabaudi imparavano che tra fantasia e geometria, piacere estetico e ragion pratica, tecnica e arte corre un nesso profondo. L'esattezza del calcolo non esclude ma anzi stimola la passione per lo stupefacente, l'esotico, il meraviglioso. Avviene lo stesso con la scrittura. Ogni fantasia per realizzarsi compiutamente deve darsi una grammatica e una sintassi rigorose. Un calcolo esatto. Alcuni capitoli di storia sabauda possono addirittura essere letti alla Perrault come scontri che hanno per protagoniste fate francesi (più machiavelliche che salottiere, più matrigne che madri). Simili e parallele sono le storie di Cristina di Francia, figlia di Enrico IV, e di Giovanna Battista di Nemours, che devono affrontare le lunghe reggenze che precedono i regni di Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo II, entrambi bambini malaticci (del secondo, il padre parlava come di un "piccolo cadavere": diventerà un uomo d'acciaio). Le Madame Reali sono tutt'altro che deboli donne indifese. Prendono anzi tale gusto al potere che rivelano presto virtù e vizi tipicamente maschili. Lo conservano distraendo i figli con feste e avventure galanti, lo lasciano solo perché costrette a viva forza. Sono ambiziose, fredde, capaci, vendicative. Parlano di "abbellire


le regge, far sontuose le ville, fondare nuove città, alzare forti inespugnabili, e immortalare le loro azioni ben appunto degne dell'eternità". Vittorio Amedeo dovrà addirittura arrivare a deporre la madre, in un drammatico scontro di potere. Chissà quale amabile morale ci avrebbe ricavato Perrault, sempre pronto acaptare la cifra simbolica degli avvenimenti. Lo stesso Rossini ha scelto di depurare la fiaba tradizionale dei suoi elementi magici (la fata madrina, gli incantesimi, le zucche trasformate in carrozza, topi e lucertole in cocchieri e lacchè) per concentrarsi su un gioco di scherma fatto di tensioni sotterranee, alleggerite dalla commedia degli equivoci (il protagonista don Ramiro che scambia i suoi panni con lo scudiero). C'è anche una gustosa coincidenza, nella Cenerentola di Perrault, che sembra confermare la vocazione di residenze come la Venaria Reale e Stupinigi ad essere la sede naturale di rappresentazioni fiabesche. È quando il Principe, incantato dalla bellissima sconosciuta dagli scarpini di vetro, decide di regalarle arance e limoni, come segno di speciale favore. Sappiamo quanta amorevole attenzione i Savoia dedicassero alla coltivazione dei loro agrumi, cui hanno riservato, nelle immediate vicinanze di gioielli come la Sala Grande o Sant'Uberto, splendide citroniere degne di ospitare il più raffinato collezionismo artistico. Ma non ci sono soltanto le grandi residenze sabaude ad offrire ai contes des fées la loro ambientazione più appropriata e criticamente corretta. Il rapporto secolare che una città razionale, pragmatica, tecnologica come Torino ha sempre intrattenuto con il fantastico, il fiabesco, il meraviglioso, arriva fino alla seconda metà del Novecento, quando Einaudi, al colmo della sua leadership culturale, decide di porre mano addirittura a un "piano organico di tutta la favolistica mondiale", cui è invitato a concorrere l'autorevole etnologo palermitano Giuseppe Cocchiara. Progetto complicato dal fatto che l'Italia non possedeva l'equivalente dei Grimm o del russo Afanasjev, ma infine portato a compimento. Sarà Italo Calvino a farsi carico di dare all'Italia il corpus fiabesco che ancora mancava, raccogliendo e unificando gli sparsi materiali di una tradizione regionale ricchissima ma disordinata e frammentaria. "Le fiabe sono vere – ha scritto- Sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi di un destino". Perché nelle fiabe possiamo riscontrare una sterminata campionatura della molteplicità potenziale del narrabile, "lo schema insostituibile di tutte le storie umane". Non soltanto: dagli anonimi novellatori popolari, dice Calvino, uno scrittore può imparare qualità essenziali: la precisione, la competenza narrativa, il perfetto controllo dei meccanismi, la sapienza descrittiva e nomenclatoria. Così il pre-Illuminismo di Perrault giunge a saldarsi con un maestro di quella linea scientifica della letteratura italiana che parte da Galileo e attraverso Leopardi e Gadda arriva fino a un altro torinese, Primo Levi, nona caso autore di una Bella addormentata nel frigo. Ernesto Ferrero

Ha lavorato a lungo nell'editoria, dove tra l'altro è stato direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, e direttore letterario di Mondadori. Dal 1998 è direttore della Fiera internazionale del libro di Torino. Tra i suoi libri, i romanzi N.(Premio Strega 2000), L'anno dell'Indiano e La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, tutti presso Einaudi. Tra i saggi, una biografia di Barbablù (Einaudi), le Lezioni napoleoniche (Mondadori), Primo Levi. La vita, le opere (Einaudi), una biografia per immagini di Italo Calvino (Album Calvino, Mondadori) e il libro di memorie I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli). Per i bambini ha scritto L'ottavo nano ("Il Battello a vapore") e Il giovane Napoleone (Gallucci). Collabora a "La Stampa".


Il mondo incantato “Il piacere che proviamo quando ci lasciamo coinvolgere da una fiaba, l'incantoche avvertiamo, proviene non dal significato psicologico di una storia (benchéesso abbia il suo peso) ma dalle sue qualità letterarie: dalla fiaba comeopera d'arte...” “Come avviene con tutta la grande arte, il significato più profondo della fiabaè diverso per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in momentidifferenti della sua vita...” “In superficie, Cenerentola è ingannevolmente semplice come la storia diCappuccetto Rosso, con cui condivide il primato della popolarità. Cenerentolaparla delle angosce della rivalità fraterna, di desideri che si avverano, di umiliche vengono esaltati, del vero valore che viene riconosciuto anche in una personavestita di stracci, di virtù ricompensata e di malvagità punita: una storiasemplice e chiara. Ma sotto questo contenuto palese si cela una massatumultuosa di materiale complesso e in gran parte inconscio, e i dettagli dellastoria alludono solo a quel tanto che basta a mettere in moto le nostre associazioniinconsce. Questo crea un contrasto fra la superficiale semplicità e lasua sostanziale complessità, un contrasto che suscita un profondo interesseper la storia e spiega come durante i secoli abbia conquistato milioni dipersone...” Bruno Bettelheim “Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” Feltrinelli Editore


IL SINDACO

I prossimi 3 e 4 giugno gli spettatori di tutto il mondo avranno l’opportunità di vedere in tv la Cenerentola, apprezzandone le straordinarie immagini. Lo spettacolo, realizzato da Andrea Andermann e ispirato alla fiaba popolare trasformata in opera lirica da Gioacchino Rossini nel 1817, è ambientata nelle sale più belle delle nostre dimore sabaude: da Palazzo Reale alla Reggia di Venaria alla Palazzina di caccia di Stupininigi . La grande capacità del regista Carlo Verdone, il talento del direttore d’orchestra Gianluigi Gelmetti e il cast di prim’ordine lasceranno a bocca aperta i telespettatori, commossi dalla sapiente spettacolarizzazione televisiva della struggente favola: la sfortunata fanciulla il cui solo incantesimo permette la partecipazione al ballo a corte, la ‘scarpetta di cristallo’ smarrita, il principe innamorato non mancheranno di sorprendere. E’ un lusinghiero tributo quello che la Rai non ha voluto far mancare a una città che a pieno titolo è diventata una capitale culturale dopo essere stata per gran parte del secolo scorso essenzialmente manifatturiera. Torino ha infatti attraversato una metamorfosi che l’ha resa una metropoli dall’identità a più vocazioni: produttiva, con una presenza industriale consistente e una equilibrata presenza di terziario e servizi, con eccellenze nei poli della ricerca e della conoscenza, con un sistema universitario che attrae oltre 100 mila studenti - di cui una buona percentuale stranieri- e con una nutrita agenda di iniziative artistiche, di valorizzazione delle dimore storiche e delle collezioni museali. La musica è linguaggio universale, strumento di conoscenza del mondo e delle culture, dell’altro e del sé che non trova parole o dimensione. La musica è una ricchezza inesauribile, capace di assumere il ruolo di levatrice di saperi e di sentimenti. In questo caso di divertire. Cenerentola, una favola in diretta è uno spettacolo straordinario e un omaggio alla prima capitale d’Italia, a questa nostra amata città. Con particolare affetto ringrazio quindi di cuore gli organizzatori e in particolare l’Ente radiotelevisivo pubblico e l’Orchestra nazionale Rai che nell’auditorium di Via Rossini ha la sede stabile, ed è parte attiva nell’allestimento del film-opera. Piero Fassino 7 maggio 2012

Piazza Palazzo di Città, 1 - 10122 Torino - tel. +39.011.4423000 - fax +39.011.5625580 e-mail: segreteria.sindaco@comune.torino.it


La Film Commission per Cenerentola Film Commission Torino Piemonte è molto lieta di aver favorito la realizzazione della Cenerentola che porta la doppia firma di Andrea Andermann e di Carlo Verdone. Si tratta di un progetto importante e ambizioso che unisce al livello più alto alcune eccellenze dell'offerta culturale piemontese. Carlo Verdone, uno dei nomi più importanti dello spettacolo italiano, vero erede della tradizione popolare e colta della commedia, è sicuramente il regista più adatto per realizzare un'edizione importante, accattivante e originale dell'opera in questione. Inoltre, Verdone è uno degli autori più amati dal sistema cinema piemontese, come dimostrano le molte iniziative che lo hanno visto coinvolto in questi anni e che hanno sempre visto la sua partecipazione simpatica, generosa e apprezzata dal pubblico. Dal canto suo, Andrea Andermann ha scelto come location per l'opera stessa alcune delle più importanti residenze sabaude, vero fiore all'occhiello come luoghi che il nostro territorio offre per ambientazioni cinematografiche. L'orchestra sarà l'Orchestra Sinfonica della Rai, prestigiosa realtà che Torino ospita e che garantisce un livello artistico straordinario. Infine, il complesso meccanismo che vede la diretta televisiva realizzata in contemporanea da più studi è un importante esempio di come l'opera lirica possa diventare spettacolo popolare se si riescono a coniugare il rispetto della tradizione con le più moderne tecnologie. Come è noto, lo scopo della Film Commission è quello di attirare sul territorio produzioni cinetelevisive per scopi industriali e occupazionali ma anche per proporre le eccellenze culturali e turistiche che Torino e il Piemonte possono esprimere. Cenerentola, proprio per l'importanza dell'evento e per l'originalità della sua realizzazione, sarà certamente uno dei momenti più importanti dell'offerta culturale piemontese del 2012. Stefano Della Casa


I Luoghi – La Venaria Reale La Venaria Reale è il Borgo antico cittadino, scrigno di eventi e vicissitudini storiche; è l’imponente Reggia barocca che, con i suoi vasti Giardini, rappresenta uno dei più significativi esempi della magnificenza dell’architettura e dell’arte del XVII e XVIII secolo; è il Parco La Mandria, una della maggiori realtà di tutela ambientale europea in cui vivono liberamente numerose specie di animali selvatici e domestici, e dove è custodito un notevole patrimonio storico-architettonico, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Le origini della Venaria Reale risalgono alla metà del Seicento, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia decise di edificare una nuova residenza “di piacere e di caccia” per la corte: la scelta del luogo fu infatti determinata dall’essere già teatro delle caccie ducali sin dal 1580, oltre che per completare la “Corona di Delizie”, il sistema di residenze di corte che i suoi predecessori avevano progressivamente edificato intorno a Torino. I progetti per la sua realizzazione furono commissionati all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte che plasmò il borgo, il palazzo con i suoi servizi, i giardini e i boschi di caccia (ciò che oggi è il Parco La Mandria) in un unicum di scenografie architettonicoambientali in modo da creare un grandioso complesso monumentale governato da un solo asse di simmetria. Venaria Reale non nasceva infatti come una residenza a sé stante, ma come un complesso articolato, in cui la parte civile si integrava con quella di corte per poi confluire, senza soluzione di continuità, con quella naturale. Il fulcro di tutto era rappresentato dalla cosiddetta Reggia di Diana, edificata fra il 1660 e il 1671, e destinata a vivere due secoli di ininterrotte modifiche, rimaneggiamenti e vicende che influirono sulla vita sociale ed economica della città. Nel 1693 le truppe francesi del maresciallo Catinat saccheggiarono in parte il complesso, e toccò all'architetto Michelangelo Garove idearne un rifacimento, anche per rispondere alle rinnovate esigenze del gusto architettonico dell’epoca, Garoveideò quindi un’immagine più imponente per il palazzo, direttamente influenzata dai modi dell’architettura francese del tempo: grandi padiglioni uniti da gallerie e tetti mansardati. I lavori di ingrandimento furono poi ripresi nel 1716 da Filippo Juvarra (a lui si devono la Galleria Grande, in tempi recenti detta “di Diana”, e le realizzazioni della Cappella di Sant’Uberto, dedicata al patrono dei cacciatori, della Citroniera e della Scuderia Grande) e continuati fino alla seconda metà del Settecento circa, periodo in cui i viaggiatori francesi parlano di Venaria Reale come “la più grande e importante residenza di campagna del Re”. Parallelamente alla completa riformulazione degli edifici, anche i Giardini persero la fisionomia “all’italiana” voluta da Castellamonte per divenire un grande parco “alla francese” di circa 125 ettari, con parterres a ricamo, viali, specchi d’acqua, boschetti, pergolati e un grande labirinto. Con l’occupazione francese del 1798 il complesso di Venaria iniziò a conoscere un lento ma inarrestabile declino. Nel periodo della Restaurazione l’intero complesso sabaudo fu quindi adibito a caserma per tutto il XIX. Ad Amedeo di Castellamonte si deve anche la progettazione dell’attuale Centro Storico di Venaria, realizzato fra il 1667 e il 1690, il cui punto focale è rappresentato dalla Piazza dell’Annunziata, dedicata all’Annunciazione di Maria, concepita come un'area relativamente ampia tale da interrompere il lungo rettilineo della Via Maestra per rappresentare un'autentica tappa scenografica intermedia prima dell’effetto finale prodotto al termine della via con l’apertura visuale sul palazzo.Terminata l’occupazione napoleonicanon si registrarono più modifiche urbanistiche sostanziali, semmai mutò la destinazione d’uso dei vari edifici: nel corso dell’Ottocento, insieme alla Reggia che fu convertita in caserma, tutta la città ebbe infatti un'impronta militare.


I Luoghi – Parco La Mandria La Mandria è una miscela straordinaria di natura e storia, una vasta estensione di territorio fra le Valli di Lanzo e il bacino del Po, un paesaggiounico in cui boschi, prati pascoli, corsi d’acqua, laghi e stagni si alternano a castelli, cascine e scuderie. Il Parco La Mandria è un vasto territorio destinato come riserva di caccia della corte sabauda e luogoattrezzato per il soggiorno del re e della sua corte. Proprio per ragioni "venatorie" sorse, alla metà del XVII secolo, perinteressamento di Carlo Emanuele II e per opera del Castellamonte, un sontuoso Palazzo di Piacere che sarebbe poi divenuto ilcomplesso del Castello della Venaria. Sotto il regno di Vittorio Amedeo II fu creato un allevamento di cavalli per le scuderie reali (da cui il nome "La Mandria"), mentre adopera di Vittorio Emanuele II, che ne fece sua tenuta di caccia privata, furono costruiti ed ampliati vari edifici tra cui il Castello de La Mandria e i reposoir di caccia Villa dei Laghi e La Bizzarria. Sul finire dell' 800, la proprietà passò ai Marchesi Medici del Vascello, quindi negli anni che vanno dal 1920 al 1930 vennerocompiute grandi opere di bonifica, che fecero assumere alla Tenuta l'aspetto attuale. Nel 1946 il marchese è costretto a effettuare i primi frazionamenti, dando vita all’area privata del Parco. Anche la Tenuta dei Laghi e la Villa saranno acquistati come riserva di caccia dalla famiglia Bonomi Bolchini. Nel 1978 una legge regionale istituisce il Parco, con le finalità di salvaguardia, riqualificazione evalorizzazione dell'unità ambientale e storica, mentre dal 2012 La Mandria è stata rinominata Parco naturale.Dal 1997, insieme alle altre residenze dinastiche sabaude piemontesi, è classificato “Bene UNESCO Patrimonio dell’umanità”. Nel Parco è presente il più esteso lembo di foresta della pianura padana, sopravvissuta a millenni di trasformazione del territorio. È uno scrigno di biodiversità.Qui trovano il loro habitat specie a rischio di estinzione e particolarmente protette come la testugginepalustre, il tritone crestato, il luccio, numerose specie di pipistrelli, coleotteri e farfalle. In questo significativo residuo di foresta di pianura vivono liberamente molte specie di animali selvatici, ma è la fauna forestale, daquella poco appariscente rappresentata da migliaia di piccoli insetti al Martin pescatore ai grandi mammiferi, ad assumere nel suo insieme un elevato valore conservazionistico.

I Luoghi – Villa dei Laghi La Villa dei Laghi venne edificata intorno al 1860 su committenza di Vittorio Emanuele II. L'edificio immerso in una zona lacustre,da cui il nome, per agevolare la caccia di specie animali migratorie e la pesca, è oggi più che mai caratterizzato nel suo panorama dalgrande lago artificiale antistante. L'architettura sembra suggestivamente ricordare un castello medievale, quasi fantastico, se nonche la commistione di diversi stili architettonici denuncia la sua progettualità nell'eclettismo della seconda metà del XIX secolo. Conil suo acquisto da parte della famiglia Bonomi Bolchini, il suo aspetto originario caratterizzato da quattro torri di cui due merlate,venne pertanto ampliato e modificato, con la costruzione delle due ali sporgenti rispetto al corpo centrale, dall'architetto RenzoMongiardino. Cambiamenti che investirono anche i grandi giardini curati dal Porcinai secondo nuove e più aggiornate architettureda paesaggi e giardini. La magnifica scenografia lo ha reso ideale location per produzioni cinematografiche.


I Luoghi – Palazzina di Caccia di Stupinigi “Reggia per la ricchezza e i tesori d’arte, casa per la familiarità serena e la raccolta intimità”, ecco, nelle parole di un grande studioso, la Palazzina di Caccia di Stupinigi, straordinario capolavoro settecentesco e uno dei più begli esempi di architettura juvarriana, gemma del circuito delle Residenze Sabaude piemontesi, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, tesoro ludico e stravagante del complesso Patrimonio Storico Culturale Mauriziano, affidato alla proprietà e alle cure della Fondazione Ordine Mauriziano, erede dell’omonimo Ordine, dopo l’esaurimento delle funzioni ospedaliere svolte dalla metà del ‘500 fino all’inizio del XXI secolo. Voluta da Vittorio Amedeo II come luogo di ritrovo e di festa in occasione delle grandi battute venatorie e divenuta una delle residenze estive preferite dalla famiglia reale, Stupinigi ha riaperto le sue porte al grande pubblico in occasione delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, dopo anni di chiusura per la realizzazione di importanti lavori di restauro e di adeguamento funzionale. Il Salone centrale, cuore della Palazzina, è decorato dagli affreschi dei pittori bolognesi Domenico e Giuseppe Valeriani (1731-1733), dalle 36 appliques di Giuseppe Marocco a testa di cervo scolpita, laccate di azzurro e oro, su disegno juvarriano (1734), e i paracamini a olio su tela realizzati da Giovanni Crivelli (1733-1736). Trionfa al centro il lampadario monumentale in cristallo e bronzo (1773), collocato in occasione delle nozze tra Maria Teresa di Savoia, figlia di Vittorio Amedeo III, e il conte Carlo Filippo di Artois, fratello del futuro re di Francia Luigi XVI, e a sua volta re, dopo la restaurazione, col nome di Carlo X. Con gioia, ospita ora una tra le più belle creazioni della storia musicale italiana, La Cenerentola di Gioachino Rossini, con la realizzazione in diretta per il pubblico mondiale.


I Luoghi – Palazzo Reale La composizione attuale del Palazzo Reale di Torino è frutto di un articolato sovrapporsi di componenti architettoniche e decorative realizzate a ragione delle necessità funzionali e degli aggiornamenti del gusto. La committenza sovrana – da Emanuele Filiberto sino a Vittorio Emanuele III – trova concreta espressione attraverso l'opera di ingegneri e architetti che lungo quasi i quattro secoli d'uso della residenza interpretano le volontà regie ora annullando gli allestimenti precedenti ora sovrapponendosi gli uni agli altri in uno stupefacente rimando di funzioni e di stili che compongono il fascino del vissuto di questa grande dimora. Quasi come un moderno sovrano, Andrea Andermann ha selezionato alcune sale auliche per creare il percorso della “sua” principessa: Cenerentola sfilerà sotto le volte della Galleria del Daniel (così denominata dal nome del viennese Daniel Seyter che a fine XVII secolo ne dipinse la volta) seguita dagli sguardi dei figli più illustri dei territori sabaudi, ritratti lungo le pareti, dove gli specchi settecenteschi rifletteranno l'inedito corteo di questa fiaba reale. Cenerentola percorrerà poi la Sala della Colazione, dove il secentesco soffitto intagliato e dorato evocherà alla neo principessa la metafora del tempo, rappresentato nei medaglioni decorativi e raffigurato nel raffinato e prezioso orologio dorato di Francesco Ladatte. applicato sulla specchiera. Attraverso la Sala Ottagona, decorata con raffinati putti e ghirlande di fiori, e la Sala dei Medaglioni, già Sala del Trono della Regina, Cenerentola giungerà al momento culminante della sua avventura e del suo percorso cerimoniale: la sala del trono, riproposta cinematograficamente nella Sala da Ballo di Palazzo Reale, straordinaria invenzione ottocentesca di Pelagio Palagi: qui, tra gli otto lampadari a cinquanta luci, osservata con benevola curiosità dalle danzatrici raffigurate alle pareti e dal consesso degli Dei dell'Olimpo raffigurati nella grande tela incastonata nel soffitto, prenderà posto sul trono accanto al suo principe. Daniela Biancolini


Carlo Verdone – regista Carlo Verdone nasce a Roma nel 1950 e sin da bambino si avvicina al mondo del cinema grazie al papà, Mario Verdone, celebre storico del cinema e alle di lui frequentazioni con i registi più affermati quali Pasolini, Antonioni, Rossellini, De Sica. Si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia e specie a inizio di carriera, la sua attività artistica si rivolge al cabaret e, in particolare, alla televisione. Il suo debutto alla regia avviene con Un sacco bello, nel 1980, film dove interpreta più personaggi, portando sul grande schermo alcuni del suo repertorio televisivo. Prodotto dal regista creatore degli spaghetti western Sergio Leone, Verdone viene da questi iniziato alle tecniche di ripresa e conduzione di un set. La pellicola successiva, del 1981, Bianco, rosso e Verdone, una seconda kermesse di personaggi del suo repertorio. Da taluni è considerato l'erede naturale di Alberto Sordi; hanno anche girato due pellicole insieme, entrambe da loro sceneggiate con Rodolfo Sonego: In viaggio con papà, per la regia dello stesso Sordi, e Troppo forte diretto da Verdone stesso. Il suo stile, legato ai canoni della commedia all'italiana presenti nella tradizione, dai grandi della comicità fino ad arrivare ai dettami di un cinema più impegnato, ne fa un regista ed un interprete tra i più amati dal pubblico. Oltre ai già citati, i suoi film più noti sono: Borotalco, Acqua e sapone, Compagni di scuola, una sorta di Grande freddo all'italiana, per certi versi il più compiuto dei suoi lavori; Maledetto il giorno che t'ho incontrato, Al lupo al lupo , Viaggi di nozze, forse il maggiore successo di pubblico; Sono pazzo di Iris Blonde, Il mio miglior nemico, Grande, grosso e Verdone, che riprende lo stile dei precedenti. Come attore è stato recentemente protagonista della trilogia Manuale d'amore, Manuale d'amore 2 - Capitoli successivi e Manuale d'amore 3 di Giovanni Veronesi. A marzo 2012 è uscito il suo ultimo film Posti in piedi in paradiso.

Ennio Guarnieri – cinematographer Uno dei più celebrati direttori della fotografia del panorama cinematografico italiano e internazionale, ha al suo attivo oltre 170 film; ama ricordare di aver fatto i primi passi proprio durante gli anni della Dolce Vita, collaborò infatti con Otello Martelli sul set felliniano. Il suo esordio come cinematographer arriva con I giorni contati di Elio Petri che ne evidenzia da subito il talento e la sensibilità artistica. Collabora poi con Pier Paolo Pasolini in Medea con la Callas; a partire dagli anni ‘70 lavora con Mauro Bolognini in vari film fra i quali Metello, Bubù, Per le antiche scale, L’eredità Ferramonti. Con Vittorio de Sica partecipa alla realizzazione de Il giardino dei Finzi Contini, che gli vale la candidatura al BAFTA, e con lui lavorerà anche all’ultimo film: Il viaggio. La prima cooperazione con Franco Zeffirelli, nel film Fratello sole, sorella luna (1972), gli porta il Nastro d'argento. Il sodalizio prosegue con lavori operistici come La traviata, 1983, con cui vince il suo secondo Nastro d’argento, Otello, 1986, e melodrammatici: Storia di una capinera, 1994. Negli anni ’80 affianca Carlo Verdone al suo esordio con il film Un sacco bello e continua a lavorare con il regista in Borotalco. Marco Ferreri lo vuole ne La storia di Piera e La carne. Nel 1986 torna con Fellini sul set di Ginger e Fred. Nel 2001 con Zeffirelli affronta l’impegno di Callas for ever . Fra i suoi ultimi film spiccano diverse collaborazioni d’eccellenza con la regista francese Josee Dayan fra le quali ricordiamo Raspoutine con Gérard Depardieu, Fanny Ardant.


Gianluigi Gelmetti – direttore d’orchestra Il debutto con i Berliner Philharmoniker di Gianluigi Gelmetti (allievo di Sergiu Celibidache, Franco Ferrara e Hans Swarowsky) ha dato l'avvio ad una carriera internazionale che oggi lo vede presente nei più importanti festival e ospite delle maggiori orchestre europee, americane, giapponesi e australiane. Per 10 anni è stato Direttore Principale dell'Orchestra Sinfonica della Radio di Stoccarda; dal 2000 è Direttore Musicale del Teatro dell'Opera di Roma e dal 2004 Direttore Principale e Artistico della Sydney Symphony Orchestra. Profondamente interessato al repertorio lirico italiano e francese dei secoli XIX e XX, spesso riprende o dirige per la prima volta opere raramente eseguite. In Italia ha affrontato molte opere di Rossini per il Rossini Opera Festival e nel 1999 ha vinto il Premio Rossini d'Oro per Guglielmo Tell. Collabora regolarmente anche con l'Opera di Montecarlo e con il Covent Garden. Nel 2006, oltre ad avere diretto le fortunate edizioni di Tristano e Isotta (Wagner) e di Wozzeck (Berg), ha partecipato con grande successo alla tournée in Giappone del Teatro dell'Opera di Roma presentando la Tosca di Puccini. Nel 1997 ha vinto il premio della critica di Tokyo per la migliore esecuzione dell'anno della Nona Sinfonia di Beethoven Le incisioni effettuate per EMI, Sony, Ricordi, Fonit, Teldec e Agorà sono testimoni dell'estensione e della complessità del suo repertorio: comprendono opere liriche di Rossini, Puccini e Mozart, la musica per orchestra di Ravel, le Sinfonie di Mozart e opere di Stravinsky, Berg, Webern, Varèse e Rota. Recentemente sono state pubblicate le incisioni della Sinfonia n. 6 di Bruckner e dello Stabat Mater di Rossini. Gianluigi Gelmetti è anche compositore; tra i suoi lavori: In Paradisum Deducant Te Angeli (in occasione del decimo anniversario della morte di Franco Ferrara), Algos, Prasanta Atma (in memoria di Sergiu Celibidache) e Cantata della vita. È Docente di Direzione d'Orchestra presso l'Accademia Musicale Chigiana di Siena (dal 1997) e Accademico dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. È stato insignito dell'onorificenza di "Chevalier de l'Ordre des Arts et Lettres" in Francia e nominato Cavaliere di Gran Croce dal Presidente Ciampi in Italia.


Annalisa Corsi- disegni, direzione artistica e regia dell’animazione Ottiene il Diploma di maturità artistica nel 1992 presso l’istituto Statale di Urbino già Scuola del Libro. Successivamente, vincitrice del concorso presso il Centro Sperimentale di Cinematografia,si diploma nel 1997, sotto la guida dei maestri Giulio Gianini ,Maurizio Forestieri e Alberto D’Amico,docenti del corso in cinema d’animazione. Inizia la sua carriera di autrice di film d’animazione prima con una produzione RAI, poi collaborando con registi di fama internazionale realizzando per loro contributi animati per lungometraggi dal vero e documentari. I suoi film hanno partecipato ai più importanti festival Nazionali e Internazionali tra gli altri Annecy ,Zagreb film Festival,HiroshimaInternational animation film Festival, Espino,Honk Kong film Festival,Castelli animati, Ottawa SAFO,NICE-New Italian Cinema Events, Message to Man San Petersburg,InternationalesTrickfilm Festival Stuttgart,Cinanima – Portugal,HollandAnimation film Festival……in alcuni dei quali è stata successivamente ospite come giurato. Sono state organizzate retrospettive personali che hanno illustrato il percorso artistico e cinematografico della regista e alcune delle sue opere pittoriche estratte dai fotogrammi dei film, sono state esposte presso la Galleria d’arte Bandera per l’Arte in occasione della mostra CARTOON ALL’ITALIANA in collaborazione con BAF FILM FESTIVAL .Mostra e che ha riunito in un unico evento i dieci animatori più importanti del cinema d’animazione d’autore italiano Dal 2004 insegna presso la Scuola Internazionale di Comics di Roma, con l’obiettivo e l’ambizione di far conoscere l’animazione d’autore e sperimentale alle nuove generazioni di aspiranti registi.

Maurizio Forestieri–regia dell’animazione Intraprende studi artistici e si diploma all’accademia delle Belle Arti di Roma come scenografo. Frequenta diversi corsi specializzati sull’animazione per arrivare nel 1985 al Centro sperimentale di cinematografia, dapprima come allievo e successivamente come insegnante. Nel 1988 fonda la società GraphilmAnimation&Graphics, e si impone sul mercato con la doppia veste di creativo e produttore. Partecipa alle più grandi produzioni italiane come storyboardartist e nella Freccia Azzurra,nellaGabbianella e il Gatto e in Aidadegli Alberi. Lavora come animatore 2D per diversi anni lavorando con quasi tutto il panorama degli autori italiani come Guido Manuli, Pierluigi De Mas, Giuseppe Laganà, Emanuele Luzzati, Bruno Bozzetto e altri. È due volte in concorso al Palmares di Cannes e una per l’Orso D’Oro di Berlino. Partecipa ad una proiezione ufficiale al MOMA di New York nell’ambito dell’animazione Italiana. Ottiene diversi premi ai vari festival che lo confermano autore e regista di calibro. Nel 2003 dirige il suo primo lungometraggio Totò Sapore prodotto e distribuito dalla Medusa. Attualmente lavora come regista sia per serie di animazione con Rai \e Mediaset che per importanti aziende e produzioni italiane.


Andrea Andermann– producer “Rigoletto a Mantova” Z.Mehta - P.Domingo - J.Novikova - V.Grigolo - R.Raimondi. Diretto da M.Bellocchio. Cinematographer Vittorio Storaro. Un film in diretta trasmesso in 148 paesi nei 5 continenti. “L’Armata Russa in Vaticano” Spettacolo in mondovisione con i Cori, il Balletto, l’Orchestra dell’Armata Rossa per l’ultimo anniversario dell’elezione a Sommo Pontefice di Giovanni Paolo II. Illuminazione di Vittorio Storaro. Sculture di Mario Ceroli. “La Traviata à Paris” Z.Mehta - E.Gvazava - J.Cura - R.Panerai - diretto da G.Patroni Griffi. Autore della fotografia Vittorio Storaro. Un film in diretta trasmesso in 125 paesi nei 5 continenti. 4 Emmy Awards come “Migliore programma Musicale dell’anno in Usa”. Prixitalia come “Migliore Programma del Mondo per le PerformingArts”. “Premio speciale della Giuria” al Nombre d’Or di Amsterdam. “Making of” de "La Traviata à Paris” Un viaggio attraverso la straordinaria macchina di spettacolo che ha reso possibile “un Miracolo Televisivo del XXI secolo” come l’ha definito la giuria del Prix Italia. Premio al Golden Prague. Gran Premio al Festival di Albena. “Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca” Z.Mehta - P.Domingo - C.Malfitano R.Raimondi. Diretto da G.Patroni Griffi. Autore della fotografia Vittorio Storaro. Un film in diretta trasmesso in 107 paesi nei 5 continenti. 3 Emmy Awards, “Avvenimento dell’anno” del Classical Music Awards. “Migliore Programma Televisivo Mondiale” del BAFTA “La Notte della Musica nel solstizio d’estate" in mondovisione da 33 paesi nei 5 continenti. “Luciano Pavarotti” canzoni e arie italiane in piazza. “Grandi voci per Rossini” Luciano Pavarotti, June Anderson, Montserrat Caballè, Marilyn Horne. “Lily Passion” Una commedia musicale con Barbara e Gérard Depardieu. “Rossini a Versailles” Abbado, Caballè, Horne, Raimondi, Ramey. “Lorin Maazel” in concerto con la Chamber Orchestra of Europe. “Africa Dove” note di viaggio di Alberto Moravia e Andrea Andermann. Regia di Andrea Andermann. “Callas !” gala via satellite in diretta da: la Scala, Lyric Opera di Chicago, l’Opéra di Parigi, Covent Garden di Londra. “Alcune Afriche” un libro. Testo di Alberto Moravia - fotografie di Andrea Andermann. “Horowitz” in concerto via satellite alla Scala. “Napoleon” di Abel Gance al Colosseo, presentato da Francis Ford Coppola. “Incontro con Robert Altman” “Castelporziano, Ostia dei poeti” un film di Andrea Andermann, “Gran premio” al Banff Film Festival. “Alcune Afriche” di Alberto Moravia & Andrea Andermann, regia di Andrea Andermann, 5 puntate, trasmesso in 24 paesi. “Oceano Canada” taccuino di viaggio di Ennio Flaiano & Andrea Andermann. Regia di Andrea Andermann. GrandPrix “Nastro d’Argento”.


Con entusiasmo abbiamo accolto la proposta di Andrea Andermann e della Rada Film di realizzare Cenerentola una favola in diretta, utilizzando come location alcuni degli ambienti più rappresentativi nelle residenze storiche del Piemonte. I protagonisti della nota fiaba animeranno le sale di Palazzo Reale a Torino, di Stupinigi e Venaria, facendone la cornice di uno spettacolo dalle caratteristiche di altissimo profilo e avanzata innovazione. In un collage di luoghi, assecondando l'incanto della favola, sospesa tra realtà e immaginazione, tra veri arredi e animazioni raffinate, il 3 e 4 giugno, in diretta mondiale grazie alla partecipazione di numerosissime televisioni di ogni paese, assisteremo a un evento straordinario. La una nuova interpretazione della nota fiaba, sviluppata tra musica, danza, teatro e, appunto, televisione, sotto l'attenta regia di Carlo Verdone, combina al meglio le più recenti tecnologie di ripresa, montaggio e trasmissione, esaltando la bellezza dei luoghi nei quali è ambientata. Sulla scia di altri fortunati progetti quali "La Traviata à Paris" o la “Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca", trasmesse in diretta in centinaia di paesi nei 5 continenti, vincitrici di importanti riconoscimenti nazionali e internazionali, oggi la Cenerentola propone una produzione per la quale il Piemonte, con il patrimonio di residenze, arredi, paesaggi, diviene un palcoscenico ideale. Nell'interazione con le più attuali espressioni dell'arte e della tecnologia, così come accadde con lo sport in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, i nostri beni culturali possono trovare nuova occasione di promozione e conoscenza, presso il più ampio pubblico internazionale. È un motivo di grande soddisfazione ritrovare nella Cenerentola di Andermann, in uno spettacolo senza precedenti, un'ambasciatrice, della bellezza della storia, dell'arte e dell'architettura della nostra regione.

Mario Turetta Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Piemonte


La Camera di commercio di Torino per “Cenerentola” La Camera di commercio di Torino è da anni protagonista, al fianco delle istituzioni del territorio, nel rendere possibili eventi di respiro internazionale che promuovono le eccellenze del territorio. In questo impegno rientra anche il sostegno alla realizzazione di Cenerentola, che in mondovisione mostrerà il nostro straordinario patrimonio artistico con le scenografie delle nostre Residenze Sabaude che faranno da sfondo all’opera rossiniana. Sarà un’occasione straordinaria per Torino, per mostrarsi ad artisti e appassionati della musica di tutto il mondo. Sarà un evento capace di rafforzare quel circuito virtuoso di ricadute economiche che la Camera di commercio di Torino costantemente promuove, in favore della crescita della città Il sostegno ai grandi eventi culturali, insieme alla valorizzazione della vocazione turistica della città, sono diventati per la Camera di Torino l’assunzione di un impegno costante nel tempo.

Palazzo Birago, sede istituzionale dell’ente progettata da Filippo Juvarra

La Camera di commercio di Torino, con oltre 237.000 attività imprenditoriali iscritte, è da sempre punto di riferimento forte e concreto dal punto di vista amministrativo e promozionale, attraverso diverse funzioni rivolte alle imprese, capace di comprenderne esigenze e problemi. Gli obiettivi di promozione di manifestazioni ed eventi internazionali fanno sì che anche in questa occasione la Camera di commercio di Torino sia presente insieme alle altre istituzioni del territorio. 1862 - 2012 Le Camere di commercio compiono 150 anni

Camera di commercio industria artigianato e agricoltura di Torino Via Carlo Alberto 16 10123 Torino Tel. 011 571 61 www.to.camcom.it

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