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Comune di Leno

Alberto Bettinazzi Andrea Sangiorgi

Andrea Sangiorgi

Museo Civico di Leno

nel contesto del popolamento della bassa pianura bresciana

Museo Civico di Leno

Le collezioni archeologiche nel contesto del popolamento della bassa pianura bresciana

Comune di Leno


Museo Civico di Leno Le collezioni archeologiche nel contesto del popolamento della bassa pianura bresciana


Leno: Piazza Cesare Battisti con il Palazzo Municipale e la Chiesa Abbaziale dei Santi Pietro e Paolo.


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70 Gli insediamenti 70 Le ville rustiche in età romana 73 Cenni sull’evoluzione delle ville in tarda età romana 74 Cenni sull’edilizia 76 Sepolture, corredi e stele funerarie 81 I materiali romani 81 Le monete 86 Le coppette in ceramica a pareti sottili 88 I laterizi: mattoni, tegole, coppi 92 Un frammento di epigrafe

9 Presentazione 11 Introduzione Andrea Sangiorgi 17 Parte prima LA PREISTORIA E LE ETA’ DEI METALLI 17 Cenni di Storia del paesaggio 21 La preistoria nella pianura bresciana 21 Definizione di preistoria 21 Il Paleolitico 23 Il Mesolitico 24 Il Neolitico

93 L’età altomedievale 93 Aspetti generali 94 Necessità di difesa e questioni di confine 96 La cristianizzazione delle campagne 98 Le evidenze funerarie 101 Gli insediamenti 103 La questione delle fortificazioni 105 L’azione del monastero di Leno e il passaggio al basso medioevo 107 I materiali altomedievali 107 Gli oggetti in ferro 119 Gli oggetti funzionali in osso 120 Gli oggetti di decoro personale 122 Gli oggetti in vetro 126 Gli oggetti di arredo liturgico 130 Le crocette auree 134 Reperti di funzione ed epoca incerte

28 Le età dei metalli 28 Età del Rame 31 Età del Bronzo 34 34 44 47 48 57

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I materiali preistorici Manufatti in pietra levigata Manufatti in pietra scheggiata Manufatto in corno Manufatti in ceramica Manufatti in bronzo

Alberto Bettinazzi 63 Parte seconda L’ETA’ ROMANA E L’ALTO MEDIOEVO 63 L’età romana 63 Aspetti generali 63 La distribuzione dei ritrovamenti nel territorio di Leno 65 La cronologia dei reperti 66 Contesto dei ritrovamenti 68 Modalità dei ritrovamenti 68 Oggetto e obiettivi di questo percorso archeologico

140 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE di Alberto Bettinazzi e Andrea Sangiorgi 143 BIBLIOGRAFIA

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Alberto Bettinazzi Andrea Sangiorgi

Museo Civico di Leno Le collezioni archeologiche nel contesto del popolamento della bassa pianura bresciana

Comune di Leno


Presentazione

E’ nella tradizione e, direi, nella mentalità della gente di Leno di investire sul proprio passato. Lo dimostra il fiorire di iniziative di studio, pubblicazione, divulgazione e soprattutto di ricerca che negli ultimi anni si sono succedute, affiancate, integrate e che ancora continuano a dare frutti e suscitare interessi. Lo dimostra anche la forte esperienza di sinergia e compartecipazione tra enti pubblici e privati, tra associazioni e fondazioni, tra Amministrazione e singoli professionisti, tutti coinvolti in un unico, coordinato e coeso progetto: la ricostruzione puntuale e rigorosa della nostra memoria storica. E allora ecco che ho il piacere di portare all’attenzione di tutti Voi, cari Concittadini e cari Lettori, questo lavoro e questa ricerca, che illustrano e presentano alcuni reperti di varie epoche e di eterogenee condizioni di ritrovamento e rinvenimento che possiamo ospitare nel nuovo allestimento del Museo Civico Storico Archeologico di Leno, ubicato in appositi locali dell’edificio municipale. Questo libro vuole pertanto essere, nel contempo, una guida divulgativa di quei reperti e un momento di riflessione che va oltre i singoli materiali, per delinearne il contesto e per confrontarli con altri esempi provenienti dal territorio lenese o da territori limitrofi. Il Lettore si lascerà guidare e condurre in un percorso conoscitivo e di seria riflessione sul nostro passato e sulla nostra storia, anche laddove l’incertezza del contesto di ritrovamento dei reperti non consente di azzardare ipotesi definitive, aprendo invece nuovi spazi di ricerca, nuovi dubbi, nuove necessità di impegno critico e rigoroso. Il che è come dire un nuovo bisogno di ulteriori investimenti sul nostro passato. Dott. Pietro Bisinella Sindaco

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Disegno del sec. XVII Disegno acquarellato della seriola Redone, della seriola Gambarella, della contrada Gandine, del prato Ottolino e della strada Bassina tutti sul territorio di Leno, mm. 780x520. (segnatura: b.41, mazzo XXVIII, n. 22)


Ai nostri genitori Introduzione

Quando ci fu chiesto, alla fine dell’anno 2003, di dare il nostro contributo a un progetto di largo respiro e di investimento sul museo di Leno, fummo colpiti dall’attenzione e dall’interesse con cui la realtà lenese voleva ricostruire il “suo” Museo con lo scopo di riappropriarsi, per così dire, del “suo” passato. Iniziando, poi, a confrontarci con quanto era stato pubblicato sulla storia di Leno e con quanto era stato trovato e si conosceva, pur in assenza di pubblicazioni, restammo veramente sorpresi dalla abbondanza del materiale e dalla complessità delle vicende che si sono intrecciate, susseguite e sovrapposte sul territorio di questo Comune. Il prosieguo del lavoro di studio e di catalogazione dei materiali depositati presso il Municipio e costituenti il primo nucleo del locale Museo Archeologico non fece che confermare la nostra prima impressione. Qualsiasi lavoro, dunque, sulla multiforme e ricchissima realtà lenese si profilava come un impegno di forte entità. Furono l’appoggio e l’approvazione dell’Amministrazione Comunale, dei Dirigenti e dei Funzionari del Comune a fungere da stimolo per iniziare questo lavoro e nel contempo a configurarsi come garanzia di buona riuscita dell’intrapresa. L’esito di questa sinergia è duplice: innanzi tutto Leno ha, ora, ricostituito il suo Museo, aperto al pubblico e didatticamente ordinato e organizzato; inoltre, per illustrare il materiale esposto, inquadrandolo in un contesto più ampio e articolato, è stato prodotto questo volume. Esso non ha pretesa di ricostruire la storia di Leno integralmente e completamente. Non esaurisce certo la complessità e la varietà dei fenomeni e delle fasi che il passato lenese ha annoverato, cerca piuttosto di contestualizzarli nell’ambito delle dinamiche che sono state evidenziate e studiate nei centri limitrofi. È un contributo che si pone sulla scia – ci auguriamo anche in termini qualitativi – dei numerosi già editi e che spera di 11


Figura 1: il territorio della Bassa bresciana orientale.

produrre nuovo interesse e rinnovata energia per proseguire, ad opera magari di altri, l’appassionante studio su questo territorio e su questo Comune. E in quest’ottica vanno intesi il nostro lavoro e questa pubblicazione, la quale presenta, in ordine cronologico, una serie di problematiche che si riscontrano, sostanzialmente identiche, nella bassa pianura bresciana e che, sulla base dei dati attualmente noti, hanno avuto risvolti individuabili con buona sicurezza anche a Leno. Le argomentazioni iniziali pertanto servono per illustrare e capire meglio, a nostro avviso, i singoli ritrovamenti e sono propedeutiche a una migliore comprensione dei reperti custoditi presso il Museo perché consentono di collocare questi ultimi in un orizzonte cronologico e culturale più definito. Ciò risulta di assoluta importanza se consideriamo che la stragrande maggioranza dei pezzi oggetto di questo studio è priva di contesto, non essendo noti il luogo e le condizioni in cui sono avvenuti i ritrovamenti. Ogni sezione nella quale si articola e si suddivide il nostro discorso, è poi seguita dalle schede dei materiali, in modo da fornire – questa almeno è la speranza – un quadro ben articolato e facilmente intelligibile a quanti, abitanti di Leno o semplice appassionati, sentono davvero “loro” il proprio passato.1

La PARTE PRIMA di questo studio si deve ad Andrea Sangiorgi. La PARTE SECONDA è di Alberto Bettinazzi. Le CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE e la BIBLIOGRAFIA sono comuni.

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Parte prima La preistoria e le etĂ dei metalli

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La preistoria e l’età dei metalli

...Sono forse tremila anni dacché il popolo curvo sui campi di questa primitiva landa li va disgombrando dalle reliquie dell’asprezza nativa... Quella terra dunque per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani.... Carlo Cattaneo


PARTE PRIMA

Andrea Sangiorgi

I) CENNI DI STORIA DEL PAESAGGIO

L’evoluzione del paesaggio padano è strettamente legata a fattori climatici e, negli ultimi secoli, all’attività dell’uomo che si è comportato come un vero e proprio agente modificatore (morfogenetico).2 In età pleistocenica3 i principali fattori che hanno causato l’evoluzione del paesaggio, sono le oscillazioni climatiche fra il periodo glaciale e i cicli interglaciali (cioé, tra una glaciazione e l’altra), mentre nell’Olocene4 si interpongono le attività dei gruppi umani, che hanno avuto un peso determinante sull’evoluzione dei paesaggi.5 Alla fine dell’ultima glaciazione, durante il Pleistocene superiore,6 dal fronte del ghiacciaio gardesano, vennero depositati sedimenti dapprima ghiaiosi e poi sabbiosi, che formarono una piana fluvioglaciale degradante dalle colline moreniche al Po. Tale piana, che costituisce il livello fondamentale della pianura, tra la fine del Pleniglaciale7 e il Tardiglaciale8 è stata incisa e terrazzata da numerosi corsi d’acqua, originanti dalle morene frontali del Garda, e successivamente è stata sede di processi pedogenetici.9 Tali processi non sono continui e progressivi ma condizionati dalle variazioni climatiche intervenute nell’Olocene e dalle attività dei gruppi umani: “Le più antiche tracce di pedogenesi olocenica risalgono al periodo Boreale-Atlantico”,10 mentre “le condizioni favorevoli allo sviluppo del suolo sembrano interrompersi con il Subboreale”.11

Note: 2

PELLEGRINI, TELLINI 2000, pp. 5-25

Il Quaternario viene tradizionalmente diviso in due periodi: il Pleistocene e l’Olocene. Il Pleistocene è ripartito in inferiore, medio e superiore. Il limite Pleistocene inferiore-Pleistocene medio è fissato su base paleontologica attorno a 700000 anni da oggi. Il limite Pleistocene medio-Pleistocene superiore è fissato in riferimento a fenomeni glaciali e corrisponderebbe a 120000 dal presente. Il Pleistocene superiore termina, in base alla zonazione pollinica (studio dei pollini), con l’oscillazione temperata di Alleröd datata circa 9800 a.C. L’Olocene è il periodo postglaciale che inizia circa 9800 a.C. e arriva fino al presente (BROGLIO, KOZLOWSKI 1986, pp. 33-34).

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Il periodo olocenico è diviso in base alla zonazione pollinica, stabilita nell’Europa centro-settentrionale in: Preboreale (10200/ 9900-8700 B.P) e Boreale (8700-7500) con clima caldo arido, Atlantico (7500-4500) con clima caldo umido, Subboreale (4500-2700) e Subatlantico (da 2700 al presente). Si veda BROGLIO 1998, p. 266.

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5

CREMASCHI 2000, pp. 291-318.

Durante l’Era Quaternaria nella regione alpina sono state distinte quattro glaciazioni, chiamate rispettivamente Günz, Mindel, Riss e Würm, dai nomi di altrettanti affluenti del Danubio. Di esse la prima viene attribuita al Pleistocene inferiore, la seconda e la terza al Pleistocene medio, la quarta al Pleistocene superiore (BROGLIO 1998, p. 44).

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Il Pleniglaciale è un’unità climatica che indica i periodi più freddi dell’ultima glaciazione e la massima espansione del Inlandsis (termine norvegese che indica i ghiacciai continentali che attualmente si trovano nell’Antartide e nella Groenlandia) che si estese fino a sud del mar Baltico, nell’Europa media (BROGLIO 1998, p. 44). 8 Il Tardiglaciale è in periodo di oscillazioni climatiche posteriori al massimo glaciale. 9 CREMASCHI 1984, pp. 13-17 (i processi pedogenetici sono quelli che portano alla formazione dei suoli). 10 CREMASCHI 1984, p. 13. 11 CREMASCHI 1990, p. 71. 7

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La preistoria e l’età dei metalli

boscamenti, senza tuttavia distruggere definitivamente il manto vegetale e cambiare la tendenza evolutiva dei suoli,16 iniziando un processo di sfruttamento del territorio la cui irreversibilità appare da allora tracciata.17 Le prime vere aggressioni alla foresta furono causate dalle genti dell’età del Bronzo che tra il 2200 e 1200-1150 a.C.18 popolarono la pianura padana. L’imponente colonizzazione, favorita da una intensa produzione agricola, raggiunge l’apice nella media età del Bronzo (1550-1450 a.C.), quando si assiste alla fondazione di decine di insediamenti con conseguente forte diboscamento.19 Attorno al 1200 a.C. si assiste però al crollo di tale sistema. Crollo causato da concomitanti fattori naturali, economici, demografici e “storici”, al quale segue, in alcune aree come l’Emilia, uno spopolamento che si protrae per almeno quattro secoli, mentre in altre zone, a nord del Po, nei territori del mantovano e del bresciano, si assiste ad una discontinuità insediativa.20 Dalla fine dell’età del bronzo fino al Rinascimento “la storia della campagna padana è stata una successione di alterne vicende di colonizzazione e abbandoni, sistemazioni idrauliche e degrado di canalizzazioni e bonifiche, crescite demografiche e spopolamenti, di opposizione di paesaggio incolto da una parte, campi coltivati e pascoli dall’altra”.21 Fino alla prima metà del XX secolo, l’economia rurale millenaria garantiva però, seppur involontariamente, la sopravvivenza di veri e propri ecosistemi naturali, che “si configuravano nella rete di canali e di prati marcitoi, nella serie di filari di gelsi e di pioppi, nelle

Il rivestimento vegetale negli ultimi 15-12000 anni ha subito notevoli trasformazioni “da una fisionomia periglaciale di tundra a quella di foresta boreale di conifere alla foresta caducifoglia, il tutto in funzione delle variazioni climatiche”.12 All’inizio del Preboreale (102008700 anni dal presente) la copertura vegetale, risentendo del periodo freddo precedente del Tardiglaciale, è dominata dal pino (Pinus sylvestris); nella fase finale di tale periodo si afferma il querceto costituito da querce, da tigli, dal nocciolo e nelle zone più umide da salici ed ontani. Nel periodo successivo, il Boreale (8700-7500 anni dal presente), il querceto misto si arricchisce di nuove specie come frassini, aceri e olmi. È nell’Atlantico (7500-4500 anni dal presente) che le specie arboree pertinenti al “querceto misto” raggiungono la loro massima espansione. I boschi si arricchiscono di latifoglie quali olmi, tigli, aceri e frassini, si notano infiltrazioni del carpino (Carpinus betulus), della carpinella (Ostrya carpinifolia) e si annoverano tracce di faggio (Fagus selvatica).13 Da questa breve sintesi è possibile ipotizzare che nella pianura centrale bresciana, la copertura vegetale fosse costituita, nelle zone stabili, da querce ed olmi, nelle aree depresse a drenaggio difficoltoso da consorzi di frassini e ontani neri e, nella valle del fiume Mella, dal salice e dal pioppo bianco.14 Durante il periodo Atlantico, l’uomo dimora stabilmente nella pianura ed inizia così la storia della campagna padana. I colonizzatori neolitici del VII millennio a.C.15 penetrati nella foresta, furono gli artefici dei primi di18


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geometriche pioppete industriali e nelle espressioni più selvagge di boscaglia”.22 È a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso che le trasformazioni industriali e del mondo agricolo, hanno radicalmente mutato l’assetto paesaggistico naturale, causando l’irreversibile dissoluzione della campagna padana con relativa perdita di specie animali e vegetali. Osservando attentamente l’assetto paesaggistico attuale del territorio di Leno e più in generale della pianura padana, si ha la sensazione di una certa uniformità, di una sorta di monotonia del paesaggio. L’elemento caratteristico è la coltura intensiva contrastata solo dai centri abitati, dalle zone industriali, dai centri commerciali e dalla rete stradale. Già Carlo Cattaneo, nel 1844, aveva compreso la complessità delle dinamiche del popolamento umano e le ripercussioni sull’ambiente nella pianura padana quando scrisse: “...Sono forse tremila anni dacché il popolo curvo sui campi di questa primitiva landa li va disgombrando dalle reliquie dell’asprezza nativa... Quella terra dunque per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani...”.23

Note: 12

ANDREIS 1991, pp. 53-72.

13

BERTOLDI 2000, pp. 37-61.

14

MINELLI 1995, pp. 10-32.

15

IMPROTA, PESSINA 1998, pp. 107-115.

16

CREMASCHI 1984, pp. 13-17.

17

GUILAINE 1998 pp. 11-14.

18

DE MARINIS 1997 pp. 405-419.

BERNABO’ BREA, CARDARELLI, CREMASCHI 1997, pp. 23-29. 19

19

20

DE MARINIS 1997 pp. 405-419.

21

DE MARINIS 1997 p. 405.

22

BANFI 2000 p. 63.

23

Da DE MARINIS 1997, p. 418.


La preistoria e l’età dei metalli

“” Preistoria è un termine vago che designa globalmente tutto quello che è avvenuto dalla comparsa del primo uomo a stazione eretta fino al momento in cui la scrittura ha proiettato un fievole bagliore al pensiero umano. Leroi-Gourhan


Andrea Sangiorgi

II) LA PREISTORIA NELLA PIANURA BRESCIANA

II.1) Definizione di preistoria “Preistoria è un termine vago che designa globalmente tutto quello che è avvenuto dalla comparsa del primo uomo a stazione eretta fino al momento in cui la scrittura ha proiettato un fievole bagliore al pensiero umano.24 Il fine degli studiosi di preistoria è quello di ricostruire le vicende dell’uomo dalle origini, oltre tre milioni di anni fa, fino alla comparsa dei primi testi scritti, basandosi esclusivamente sull’esame dei resti della presenza umana; resti generalmente provenienti dagli scavi archeologici. Le informazioni scritte, nella storia dell’umanità, compaiono solo recentemente e in date diverse; nel Medio Oriente la scrittura appare intorno al 3000 a.C., nell’Europa settentrionale giunge solo all’inizio della nostra era e, per esempio, in zone decentrate come l’Australia è attestata solo a partire dal 1788 d.C.25 La preistoria si avvale del metodo archeologico, inteso come studio della cultura materiale (ovvero, delle abilità dell’uomo che si riflettono negli oggetti da lui realizzati) del passato, utilizzando tecniche e metodi peculiari alle più diverse scienze, quali la geologia, la stratigrafia, la climatologia e le scienze che analizzano la Terra, gli animali e le piante; discipline destinate a conoscere l’uomo senza però escludere l’analisi dell’ambiente circostante.

II.2) Il Paleolitico Viene chiamato Paleolitico il periodo che copre la maggior parte dell’era quaternaria, inizia con la comparsa dell’uomo (circa 2500000 anni fa) e termina alla fine del periodo glaciale (circa 10000 anni fa). In questo lungo lasso di tempo, si sono evolute fisicamente e culturalmente numerose specie umane che, in una situazione di nomadismo, vissero di caccia e raccolta confezionando strumenti in pietra, in osso, in corno. Le prime industrie litiche denominate Olduvaiano, compaiono con Homo habilis (circa 2500000-150000 anni fa) in Africa orientale. Attualmente questa prima tappa della storia umana è definita Archeolitico o “le più antiche industrie”.26 Tradizionalmente il Paleolitico è diviso in tre periodi successivi denominati inferiore, medio e superiore. Il Paleolitico inferiore (circa 1500000-10000 anni fa) è l’età dell’Homo erectus, che migrò dal continente africano colonizzando l’Europa e fu il portatore della cultura denominata Acheuleana. Il Paleolitico medio (circa 10000035000 anni fa) è stato definito come

Note:

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LEROI-GOURHAN 1964, p. 11.

25

RENFREW, BAHN 1995, pp. 1-7.

26

BROGLIO, KOZLOWSKI 1986, p. 99.


La preistoria e l’età dei metalli

denticolati), due strumenti carenoidi denticolati, un grattatoio e una punta di Tayac.28 Si tratta di manufatti in selce riferibili al Paleolitico inferiore e precisamente alla fine della glaciazione rissiana (circa 200000 anni fa);29 sempre presso Montichiari numerosi manufatti sono stati ritrovati a Monte S. Giorgio. Da Monte Fogliuto, nel comune di Carpendolo, provengono due schegge attribuite al Paleolitico inferiore.30 A Monte Netto (Poncarale) gli strumenti raccolti sono costituiti da raschiatoi denticolati, una punta dejetè carenoide, un piccolo bifacciale, un grattatoio carenato e alcune schegge di tecnica levallois. Tale industria è collocabile al Paleolitico inferiore di età rissiana.31 Dai ritrovamenti archeologici finora emersi, è possibile ipotizzare che una prima frequentazione umana nella pianura bresciana risalga alla glaciazione rissiana. La presenza di industrie litiche nei loess32 rissiani testimonia che l’ambiente di steppa era favorevole ai primi cacciatori paleolitici.33 Incerta appare la documentazione concernente il Paleolitico medio, attestata da uno strumento in selce recuperato a Monte Rotondo di Montichiari (si tratta di un raschiatoio trasversale ottenuto con ritocco scalariforme) e dai ritrovamenti sporadici di Monte S. Zeno (Montichiari), di Castenedolo e di Monte Netto (Poncarale).34 Molto più scarse sono le testimonianze del Paleolitico superiore, essendo documentato soltanto da oggetti sporadici costituiti da un grattatoio frontale lungo su grande lama, opposta, a punta dritta, recuperato a Monte Netto, e da una punta a dorso in sel-

l’insieme dei complessi diffusi dall’uomo di Neanderthal ed è caratterizzato dalla cultura Musteriana. Il Paleolitico superiore (circa 3500010000 anni fa) vede l’affermazione dell’uomo anatomicamente moderno (Homo sapiens sapiens) che ha dato origine a numerose ed articolate culture denominate Aurignaziano, Gravettiano ed Epigravettiano italico. Nella pianura bresciana il Paleolitico è scarsamente documentato. Le cause di tale carenza sono da ricercare in un insieme concomitante di fattori che possiamo definire “di ricerca” e “ambientali”. Innanzitutto le ricerche degli insediamenti delle comunità paleolitiche sono sempre state orientate in grotte o ripari sotto roccia, trascurando le zone ai piedi delle montagne e la pianura. In secondo luogo, i fenomeni del glacialismo hanno determinato, nel corso del Quaternario, un’alternanza di depositi di materiali ed erosioni causando la distruzione delle tracce paleolitiche e il loro seppellimento sotto coltri di sedimenti (cioè strati di materiali). Le testimonianze più antiche della presenza umana nella piana bresciana provengono dai rilievi isolati che fanno parte della cerchia più esterna dell’anfiteatro morenico del Garda, situati tra Montichiari e Carpendolo, e da Monte Netto di Poncarale, un terrazzo di origine tettonica emergente dalla pianura circostante. Tali rilievi collinari sono attribuiti al Pleistocene medio.27 A Monte Rotondo (Montichiari) i manufatti paleolitici vennero raccolti in due siti distinti. Il primo gruppo di reperti (Monte rotondo I) è il più rappresentativo ed è costituito da diversi raschiatoi (raschiatoi laterali convessi a ritocco semplice profondo, raschiatoi 22


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ce bruno-opaca rinvenuta nella Bassa Pianura Cremonese a Lagazzi di Vhò (Piadena), forse raccolta dalle genti dell’età del Bronzo.35

mento della temperatura e il conseguente scioglimento dei ghiacciai alpini, ampie zone costiere vennero sommerse, nuovi territori divennero abitabili sulla montagna, e la pianura fu colonizzata da foreste a querceto misto e popolata da animali come il cervo, il capriolo e il cinghiale.40 Dalle prospezioni dei siti del Mesolitico del bacino dell’Adige e del territorio circostante41 si nota come durante il periodo suddetto i gruppi umani attuassero uno sfruttamento stagionale del territorio. In particolare, durante il Boreale e il Preboreale (10200-7500 BP), nella cattiva stagione, i campi base erano lo-

II.3) Il Mesolitico Con il termine di Mesolitico si intendono le culture che si sono sviluppate nell’Olocene antico, tra la fine del Paleolitico e l’arrivo del Neolitico. Si riscontra un adattamento di comunità di cacciatori raccoglitori ad ambienti postglaciali.36 Dal punto di vista cronologico-culturale il Mesolitico si differenzia in due periodi: il Sauveterriano e il Castelnoviano. Il Sauveterriano si sviluppa tra il Preboreale e il Boreale (10200-7500 BP)37 ed è caratterizzato da una categoria di stumenti microlitici (punte a dorso o a doppio dorso, dorsi e troncature, geometrici) spesso ottenuti con la tecnica del microbulino38 e chiamati armature. Questi strumenti erano utilizzati per armare dei supporti in osso o in legno a cui erano incastrati e trattenuti col mastice. Il Castelnoviano si sviluppa nell’Atlantico (7500-4500 BP) e finisce con la neolitizzazione. È caratterizzato da prodotti laminari di ottima fattura, da strumenti a forma di trapezi ottenuti con la tecnica del microbulino e da lame denticolate.39 Consultando la cartina di distribuzione dei siti mesolitici, si notano aree con grandi concentrazioni di insediamenti, come la Valle dell’Adige e le Dolomiti e zone scarsamente abitate o totalmente vuote; fattore imputabile probabilmente alla disuguale ricerca svolta nel territorio. Con la fine del periodo glaciale in Italia del nord, a causa dell’innalza-

Note: 27

CREMASCHI 1980, p. 35-53.

28

CREMASCHI 1980, p. 46, figg. 5 e 6.

29

CREMASCHI 1980, pp. 35-53.

30

BIAGI 1989, pp. 98-100.

31

CREMASCHI 1980, pp. 35-53.

I loess sono depositi continentali, che si accumulano per azione del vento, di colore giallo-bruno, costituiti da minerali argillosi, da granuli di quarzo, da minerali pesanti e da calcare (RENAULT-MISKOVSKY 1987, pp. 31-33). 32

33

CREMASCHI 1980, pp. 35-53.

34

BIAGI 1989, pp. 98-100.

35

CREMASCHI 1980, pp. 35-53.

36

BROGLIO 1998, pp. 266-278.

La sigla BP significa Before Present, ovvero, per convenzione, prima del 1950.

37

38 La tecnica del microbulino è un procedimento di frattura di una lama o di una lamella per pressione o percussione, in modo da ottenere una punta aguzza.

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39

GUERESCHI 1992, pp. 226-237.

40

GUERRESCHI 1998, pp. 79-85.

41

BROGLIO, KOZLOWSKI 1986, p. 30.


La preistoria e l’età dei metalli

calizzati nelle zone di fondovalle con un’economia basata sulla caccia a mammiferi di media e grossa taglia, sull’uccellagione, sulla pesca e la raccolta di molluschi eduli. Nel corso del periodo estivo i campi secondari e i bivacchi di caccia si trovano sulla montagna, sopra il limite del bosco, alla ricerca dei branchi di animali come il cervo, che migra stagionalmente ad alte quote, e alla caccia dello stambecco, che vive permanentemente sopra il limite del bosco.42 All’inizio dell’Atlantico (7500-4500 BP) i campi base si trovano nella Valle dell’Adige e nei territori limitrofi, mentre i campi secondari e i bivacchi di caccia diventano rari nell’area montana, mentre si estendono in pianura. La pianura bresciana era sicuramente abitata da gruppi di cacciatori e raccoglitori mesolitici, ma le tracce del loro passaggio sono molto scarse. Allo stato attuale delle ricerche, infatti, solo due località hanno restituito reperti litici appartenenti al Mesolitico; si tratta del sito di Monte Netto (Poncarale) e del sito in località Cascina Vallone (Offlaga). A Monte Netto (Poncarale) sul versante rivolto a sud, nei pressi di una zona paludosa bonificata negli anni Quaranta del secolo scorso, è emersa, da ritrovamenti di superficie, un’industria litica che annovera bulini, grattatoi frontali lunghi, troncature, geometrici incavi e microbulini, attribuibili alla seconda fase mesolitica.43 Dalla località Cascina Vallone nel comune di Offlaga provengono due strumenti microlitici, rappresentati da un trapezio e da un segmento di cerchio.44 Altri ritrovamenti ci giungono dalla

pianura mantovana, si tratta di strumenti isolati (tre punte a dorso laterale ottenute da microlamella, una lama a dorso bipolare e una troncatura), emersi lungo i terrazzi di paleoalvei fluviali nel Basso Mantovano a Belforte di Gazzuolo, Buscoldo e San Michele di Marcaria e attribuiti alla prima fase mesolitica.45 Per la seconda fase del Mesolitico, sono stati ritrovati alcuni trapezi al Vhò di Piadena, presso campo Ceresole, nel cremonese e a Casatico di Marcaria nel mantovano. Nessuno di tali insediamenti è stato oggetto di scavi; i ritrovamenti sono occasionali, di superficie e non consentono di conoscere le funzioni svolte dei siti stessi.46 II.4) Il Neolitico La neolitizzazione è un fenomeno culturale che ha trasformato le industrie, l’economia, il modo di vita, le aggregazioni sociali, tutte le manifestazioni ideologico-culturali dell’uomo. Gli aspetti più evidenti del Neolitico sono: l’introduzione di attività produttive attraverso le prime forme di agricoltura e di allevamento, l’impianto di insediamenti stabili e la produzione di ceramica. In questo periodo compaiono le prime innovazioni tecniche come il giogo, l’aratro, il silos, la ruota, il carro, che nel corso del tempo, con l’avvento del metallo, subiranno solo dei perfezionamenti dovuti a miglioramenti tecnologici. L’aratro, per esempio, “con il vomere in legno o in pietra, in seguito in metallo, resterà prevalente finché non apparirà il trattore e ancora per molti secoli coabiterà con quest’ultimo”.47 Anche i comportamenti sociali cam24


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biano radicalmente, rispetto al modo di vita dei cacciatori paleolitici; “il villaggio, stanziamento stabile, ha imposto un nuovo modo di vivere in gruppo attraverso tutta una serie di elementi: la casa, il recinto o la palizzata, la necropoli, il territorio”.48 Questi importanti mutamenti iniziarono a manifestarsi nel Vicino Oriente, in un periodo compreso tra il 9000 e il 6000 a.C., e si diffusero in Europa attraverso colonizzazioni e scambi culturali di varia natura. Teoricamente le modalità dell’espansione del Neolitico in Europa possono essere ricercate nella “diffusione”, intesa come colonizzazione di nuove terre da parte di genti in possesso dell’agricoltura e dell’allevamento, oppure nell’acculturazione graduale e progressiva, mediante contatti tra cacciatori-raccoglitori e popolazioni già pienamente neolitiche.49 Nell’area padano-alpina comunità neolitiche, saldamente costituite e in relazione fra loro, sono attestate a partire dalla la metà del VI millennio a.C..50 In quest’area, durante il Neolitico antico si trovano diversi gruppi culturali distinguibili in base alla diversa produzione ceramica. In sintesi, nell’area padana si distinguono: la cultura di Fiorano diffusa in Veneto, in Emilia Romagna e in Toscana settentrionale; il gruppo del Vhò diffuso in Piemonte meridionale, Lombardia ed Emilia occidentale; il gruppo dell’Isolino presente nell’area prealpina della Lombardia e nella Svizzera meridionale; i gruppi friulani di Sammardenchia e Fagnigola diffusi nella pianura del Friuli; il gruppo del Gaban, attestato nella valle dell’Adige, e il gruppo di Vlaska o dei

vasi a coppa, diffuso nel Carso triestino.51 All’inizio del IV millennio a.C. questo mosaico di gruppi culturali, che caratterizzano la prima fase di neolitizzazione, viene sostituito dai portatori di una nuova cultura denominata “facies dei vasi a bocca quadrata”, per la presenza di recipienti in terracotta a forma quadrangolare, che si diffonde in tutta l’Italia settentrionale. Dal punto di vista cronologicoculturale essa viene differenziata in tre fasi successive, caratterizzate dalla variazione degli stili decorativi, soprattutto nelle ceramiche. Si distinguono, quindi, un aspetto iniziale definito “stile geometrico-lineare”, seguito da un aspetto centrale definito “stile meandro-spiralico”, e un aspetto definito “stile ad incisioni ed impressioni”.52 Attorno al 3000 a.C. la compagine culturale unitaria dei vasi a bocca quadrata si disgrega ed inizia ad affermarsi una nuova corrente culturale di provenienza occidentale, detta “ChasseyLagozza”, interessando dapprima la Li-

Note:

25

42

GUERRESCHI 1998a, pp. 87-90.

43

BIAGI 1980, pp. 55-76.

44

DE MARINIS 1995, pp. 39-40.

45

BIAGI 1980, pp. 55-76.

46

BIAGI 1980, pp. 55-76.

47

GUILAINE 1998, p. 11.

48

GUILAINE 1998, p. 13.

49

CASTELLETTI, ROTTOLI 1998, pp. 15-24.

50

IMPROTA, PESSINA 1998, pp. 107-116.

51

PESSINA 1998, pp. 95-106.

52

BAGOLINI 1992, pp. 274-305.


La preistoria e l’età dei metalli

struttura d’abitato complessa. La porzione indagata dell’abitato di Lugo è costituita da strutture di perimetrazione e da una capanna. Le strutture di perimetrazione comprendono un piccolo fossato, un modesto argine e, più all’interno, una palizzata i cui elementi lignei erano posizionati in una canaletta di fondazione. La capanna è di pianta rettangolare con il tetto a doppio spiovente e le pareti formate da un graticcio di canne intonacate con un impasto crudo di argilla e sabbia.59 Gli altri ritrovamenti neolitici, nella porzione di pianura centro-orientale bresciana, sono recuperi di superficie del tutto sporadici di difficile datazione. Si tratta generalmente di numerose schegge di selce, rari gli strumenti ritoccati e sporadiche asce in pietra verde, di difficile attribuzione cronologica. Tra i più importanti recuperi ricordiamo: l’ascia in giadeite proveniente da Acquafredda, al podere Chiareghino,60 che potrebbe appartenere alla fasi dei Vasi a bocca Quadrata, ma non è da escludere che questo strumento appartenga ad un’età anteriore;61 l’ascia recuperata a Remedello in località Bedena;62 le punte di freccia foliate e a tagliente trasversale ritrovate al Vallone di Offlaga appartenenti al Neolitico Medio o Tardo.63 Allo stato attuale delle ricerche nella pianura bresciana non sono attestate evidenze relative ai rituali funerari del Neolitico. L’unica documentazione sul mondo ideologico e sui riti della morte, finora emersa, proviene dal vicino territorio mantovano, dove è stata ritrovata una delle poche sepolture note per il primo Neolitico. Si tratta della tomba con corredo costituito da quattro strumenti geometrici romboidali in

guria e in seguito l’Italia centro-settentrionale.53 Nella pianura bresciana testimonianze del primo Neolitico sono attestate nel sito di Isorella località Cascina Bocche54 e nel sito di Offlaga località Cascina Vallone,55 entrambi appartenenti all’orizzonte culturale del Vhò. Nella stazione di Isorella, a seguito di indagini archeologiche, sono emerse delle strutture a pozzetto, materiali in pietra scheggiata di provenienza alpina, un anellone levigato in serpentinite, materiali in ceramica, industria su osso, fauna e un frammento di bracciale in spondilus provvisto di un foro all’estremità.56 L’esame dei reperti rinvenuti a Isorella evidenzia la difficoltà di attribuire la matrice culturale del sito, che presenta una base ceramica tipo Vhò ma con numerosi elementi tipo Fiorano.57 Nell’insediamento di Offlaga gli scavi archeologici hanno messo in luce una depressione leggermente concava di forma irregolare, interpretata come una fossa per lo scarico dei rifiuti o come pozzo per l’estrazione d’argilla e una buca di palo. All’interno della depressione erano presenti manufatti in selce, materiali ceramici e rari frustoli carboniosi.58 I dati sull’organizzazione delle strutture abitative dei villaggi neolitici in Pianura Padana sono molto scarsi. Nella maggioranza dei casi, le strutture evidenti sono costituite da depressioni a forma di lenti, definite pozzetti, la cui funzione è stata interpretata come buche per l’estrazione di argilla, oppure pozzetti-rifiutaia o ancora fosse per lo smaltimento delle acque superficiali. Attualmente solo il sito di Lugo di Romagna (Ravenna) ha restituito una 26


Andrea Sangiorgi

selce, emersa a Casalmoro in località S. Maria Segreta e attribuita al gruppo del Vhò.64 In Italia settentrionale, infatti, gli aspetti relativi al culto dei morti del primo Neolitico sono quasi assenti, documentati solo da sepolture isolate. Nell’ambito della Cultura dei vasi a Bocca Quadrata invece sono attestate sepolture rinvenute isolate, o in piccoli raggruppamenti di due o tre, e vere e proprie necropoli, sia in grotta che all’aperto in prossimità dell’abitato.65 È possibile comunque ipotizzare, dai confronti con altre zone, che anche nella pianura bresciana le modalità di seppellimento fossero fortemente codificate e rappresentassero un patrimonio ideologico comune. Nella maggioranza dei casi il defunto veniva deposto sul fianco sinistro, in una fossa semplice o in un recinto di pietre o ancora in cista una litica, con il capo orientato verso nord e il volto rivolto verso oriente.66 Note: 53

BAGOLINI 1992, pp. 274-305.

54

PERINI, STARNINI 1992-1993, pp. 13-14.

55

SIMONE 1995, p. 39.

56

PERINI, STARNINI 1997, p. 50.

57

PESSINA 1998, pp. 95-105.

58

DE MARINIS 1995, pp. 39-40.

DE GASPERI, FERRARI, STEFFÉ 1998, pp. 117-124.

59

27

60

BIAGI 1980a, p. 107, fig. 25.

61

BIAGI 1980a, pp. 77-117.

62

Inedita al Museo di Remedello.

63

DE MARINIS 1995, pp. 39-40.

64

BIAGI, PERINI 1979, pp. 17-24.

65

PEDROTTI 1996, pp. 150-164.

66

BAGOLINI 1992, pp. 274-305.


La preistoria e l’età dei metalli

III) LE ETÀ DEI METALLI

ruota, il carro e l’aratro sono invenzioni legate all’aggiogamento dei buoi. L’avvento della metallurgia, inoltre, ha determinato la nascita di un artigianato specializzato, con un conseguente aumento delle relazioni, degli scambi tra le varie comunità e accumuli di ricchezze, fattori che si riflettono nella formazione di una struttura più articolata della società.68 Dall’analisi dei corredi sepolcrali si nota che nell’età del Rame compaiono in numero maggiore oggetti di prestigio, di potere, come armi e ornamenti che sono indicatori di una distinzione sociale. Queste novità economiche e sociali, non compaiono simultaneamente, e sono accompagnate da un progressivo aumento della conflittualità.69 Come dicevamo, in Italia l’età del Rame può essere cronologicamente collocata tra il 3400 e il 2200 a.C.; nella fase più recente, tra il 2500 e il 2200 a.C., si diffonde, nelle manifestazioni culturali indigene, la facies del Vaso Campaniforme70 così definita a causa della presenza di un tipico vaso a forma di campana rovesciata e decorato da fasce orizzontali riempite da motivi impressi.71 Nella pianura bresciana centro orientale in questo periodo sono attestati due raggruppamenti culturali: la facies di Remedello e la facies del Vaso Campaniforme. Entrambi gli aspetti sono documentati da necropoli o tombe isolate e da sporadici ritrova-

III.1) Età del Rame Tradizionalmente con l’espressione “età del Rame” si intende la fase culturale intermedia tra il Neolitico e la successiva età del Bronzo. Essa costituisce una delle suddivisioni più complesse della preistoria recente poiché il suo significato varia in maniera considerevole da regione a regione. Innanzitutto vi sono delle differenze terminologiche. Mentre nella maggior parte dell’Europa occidentale e settentrionale, per i periodi caratterizzati dalla comparsa dei primi manufatti metallici, si continua a parlare di Neolitico Tardo e Finale, nel Vicino Oriente, per definire le fasi formative della civiltà urbana, e nella letteratura anglosassone si utilizza il termine alternativo di Calcolitico. In Italia è nato il termine Eneolitico diffusosi poi in Germania e nei paesi dell’Europa sud-orientale. Più importanti sono però le differenze cronologiche. Nell’Europa sud orientale l’età del Rame inizia attorno al 4400 a.C., mentre in Italia copre un periodo di circa un millennio e si diffonde tra il 3400 e il 2200 a.C.67 Nell’età del Rame si assiste ad una progressiva gerarchizzazione della società con la formazione di classi sociali distinte. È un’epoca di grandi trasformazioni economiche: gli animali non sono più sfruttati solo per la carne ma soprattutto per prodotti secondari come il latte, la lana, il formaggio o utilizzati come fonti di energia per trainare carri e per eseguire lavori agricoli. La 28


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menti di superficie. L’aspetto di Remedello è attestato dal rinvenimento di una serie di sepolcreti eneolitici localizzati nella Bassa Pianura tra i fiumi Oglio, Mella e Chiese; in particolare sono note le necropoli di Remedello Sotto in località Dovarese, di Volongo in località Panesella e di Fontanella Mantovana nel comune di Casalromano in provincia di Mantova.72 Il sepolcreto di Remedello Sotto, scoperto nel 1884 a seguito di lavori agricoli, si trova sul paleoterrazzo della sponda destra del fiume Chiese ed è il più vasto dei raggruppamenti sepolcrali menzionati essendo costituito da 160 tombe, che secondo il Bandieri potevano ammontare addirittura a circa 300 comprendendo quelle distrutte durante i lavori.73 Le ricerche riprese nel 1986-87 da L. H. Barfield hanno confermato l’estensione della necropoli.74 Le tombe eneolitiche, in forma di fosse ovali, contenevano, salvo rare eccezioni, un solo individuo deposto in posizione supina o rannicchiata e in un caso il corpo era come inginocchiato. La maggior parte dei rannicchiati erano sepolti sul fianco sinistro e orientati in direzione NW, quelli in posizione supina avevano il capo orientato a NE. Merita rilievo una sepoltura bisoma con entrambi gli inumati deposti sul fianco destro. In due casi del tutto eccezionali, tomba 2 e tomba 4, non vi è traccia dello scheletro, mentre nella tomba 27, le ossa erano disposte in modo caotico. Alcuni deposti presentano delle mutilazioni dello scheletro, come la tomba 76, dove mancano l’avambraccio sinistro, tutta la parte destra e la mandi-

bola. Queste particolari pratiche rituali fanno ipotizzare riti collegati alla doppia sepoltura e cioè alla riesumazione e alla rideposizione delle ossa in un altro sepolcro o all’uso di cenotafi.75 Sembra che le inumazioni si accompagnassero a un corredo scelto in base al sesso o all’età dei defunti e che in alcuni casi appare più ricco che in altri, in maniera tale da far ipotizzare una possibile stratificazione sociale all’interno delle comunità eneolitiche. I maschi adulti sono inumati con un corredo costituito da punte di freccia di forma triangolare allungata e fornite di peduncolo del cosiddetto “tipo Remedello”, asce in pietra levigata e pugnali litici. Nelle tombe di individui di sesso femminile si rinvenivano perforatori in rame e ceramiche. Nelle sepolture di giovani o di bambini il corredo era assente o costituito da lame in selce.76 Dalle sepolture inoltre sono emersi un anello e due perforatori di rame, uno spillone d’argento con testa a “T” e oggetti ornamentali costituiti da

Note: 67

DE MARINIS 1994, pp. 21-30.

68

DE MARINIS 1994, pp. 21-30.

69

PEDROTTI 2004, pp. 115-123.

70

CARDARELLI 1992, pp. 366-419.

71

BARFIELD 1979, pp. 35-44.

CHIERICI 1884, pp. 133-164; CHIERICI 1885, pp. 138-146; CORNAGGIA CASTIGLIONI 1971; BARFIELD 1979, pp. 35-44; BARFIELD 1980, pp. 139-166.

72

29

73

LONGHI 1994, pp. 203-210.

74

BARFIELD 1995, pp. 53-58.

75

LONGHI 1994, 203-210.

76

BARFIELD 1979, pp. 35-44.


La preistoria e l’età dei metalli

niforme situato nei pressi del volto. Gli elementi di corredo della seconda tomba, definita tomba sud, sono costituiti da un vaso campaniforme nei pressi del capo, da un ascia piatta in rame all’altezza dei piedi, da un ciottolo levigato e da una zanna di cinghiale situati lungo il corpo.85 A Cà di Marco l’inumato era deposto sul fianco sinistro in posizione rattratta e con il capo rivolto a nord, in una fossa delimitata agli angoli da quattro buche di palo che testimoniano la presenza di una struttura lignea posta a copertura della tomba. Il corredo è costituito da tre bicchieri campaniformi, un boccale ansato, una zanna di cinghiale, due semilune in selce e alcune punte di freccia.86 Gli unici dati della sepoltura di Roccolo Bresciani sono la presenza di due vasi di cui uno campaniforme all’altezza dei piedi dello scheletro. Alcuni caratteri del rituale sepolcrale campaniforme, consistenti nell’inumazione singola in una fossa e la deposizione sul fianco sinistro in posizione rattratta trovano confronti con quelli di Remedello; altri elementi invece sono particolari e caratterizzanti del rituale campaniforme. La presenza di buche di palo ai lati della tombe di Cà di Marco e Santa Cristina, testimoniano l’uso di “case mortuarie”, tradizione riscontrata in altri siti dell’Italia settentrionale e in altre zone europee.87 Un’altra diversificazione tra la facies di Remedello e le tombe campaniformi si nota nella composizione del corredo. Mentre a Remedello sembra ipotizzabile una distinzione tra tombe con armi e tombe con vasi di ceramica, nelle sepolture campaniformi queste due

conchiglie di Conus e da placchette di Cardium ed Unium.77 Dalla tomba 102 proviene l’ascia piatta in rame simile a quella dell’uomo del Similaun.78 La necropoli di Volongo scoperta dopo il 189579 in località campo Panesella, sulla sponda destra del fiume Gambara, ha restituito tre tombe eneolitiche del tipo a fossa in cui gli inumati erano deposti in posizione rannicchiata sul fianco sinistro. Nella tomba 1 sette cuspidi di freccia erano deposte sul petto con la punta rivolta verso l’alto, un pugnale giaceva ai piedi e un ascia di pietra levigata si trovava dietro le spalle.80 L’aspetto campaniforme è attestato dalle sepolture localizzate a Santa Cristina di Fiesse,81 Cà di Marco di Fiesse82 e Roccolo Bresciani83 nel territorio di Remedello. A Santa Cristina furono rinvenute due tombe con gli scheletri deposti sul fianco sinistro e la testa rivolta a oriente. Dalla descrizione particolareggiata del Colini si nota che le sepolture “dal lato della testa degli avanzi umani, erano divise da un metro circa di terreno naturale, ma quasi si toccavano a ovest, nella parte corrispondente ai piedi. A nord della prima tomba e a sud della seconda, cioè ai due angoli dello stesso lato, 20 centimetri di distanza dagli scheletri, si osservano due buche a contorno circolare, aventi diametro di 30 cm e riempite di terriccio scuro: non poté accertarsi se ve ne fossero altre due agli angoli opposti del sepolcro”.84 Il corredo della prima tomba, definita tomba nord, è costituito da un pugnale in rame tipo Ciempozuelos rinvenuto ai piedi del defunto, da alcuni oggetti in pietra e da un vaso campa30


Andrea Sangiorgi

classi di oggetti coesistono.88 Oltre alle necropoli sopra citate, la pianura centro-orientale bresciana presenta numerose testimonianze dell’età del rame emerse da ritrovamenti di superficie. Tra i vari recuperi di notevole rilievo sono: il frammento di vaso campaniforme ritrovato nei pressi della località Dovarese a Remedello, il frammento di vaso campaniforme emerso ad Isorella in località Gardoncino;89 alcuni pugnali in selce recuperati a Gottolengo in località Castellaro;90 l’esemplare molto raro di un’alabarda in rame ritrovato a Gambara nel 1908 in una cava di ghiaia;91 una punta di freccia “tipo Remedello” e tre asce in pietra verde provenienti dalla cava Bogalei situata a nord del paese di Leno,92 infine il rinvenimento di un fondo di vaso campaniforme a Milzanello di Leno.93

tratto particolare del paesaggio archeologico padano, apparendo in forma di piccole colline artificiali dal perimetro tondeggiante o quadrangolare emergenti di pochi metri dalla pianura e identificate dalla toponomastica con termini quali Castellazzo, Castello, Castellaro, Motta, Montirone, Monticelli e simili.96 A causa di numerosi ed importanti cambiamenti negli aspetti culturali, l’età del Bronzo viene tradizionalmente divisa in antica, media e recente. L’antica età del Bronzo (BA), che in Italia settentrionale è definita cultura di Polada, ha una durata di circa 600 anni e compare tra il 2300 e il 1650

Note:

III.2) Età del Bronzo Le prime ricerche sull’età del Bronzo in Italia settentrionale risalgono alla metà del XIX secolo e hanno interessato essenzialmente i laghi alpini e l’Emilia. Lungo le sponde dei laghi alpini e nella zona benacense studiosi e naturalisti davano vita al mito delle palafitte, mentre, a sud del Po, tra Parma, Reggio, Modena e Piacenza crearono quello delle terramare. Con il termine di palafitte si intendono strutture abitative in legno, erette su palificazioni o su impianti di bonifica in zone umide o acquitrinose,94 mentre con il termine di terramare si intendono dei villaggi generalmente di forma quadrangolare, circondati da un argine o terrapieno e da un fossato.95 Queste ultime costituiscono un

77

BARFIELD 1980, pp. 139-166.

78

DE MARINIS 1992, pp. 389-409.

79

BAROCELLI 1971, pp. 81-108.

80

ODONE 1994, pp. 210-212.

81

COLINI 1898, pp. 28-32.

82

BARFIELD, PERINI 1980, pp. 11-43.

83

ACANFORA 1955, pp. 38-46.

84

COLINI 1898, p. 28.

85

ODONE 1994, pp. 212-215.

86

NICOLIS 1998, pp. 47-68.

87

NICOLIS 1998, pp. 47-68.

88

NICOLIS 1998, pp. 47-68

89

PERINI 1995, pp. 11-45.

90

PERINI 1987, p. 41.

91

ODONE 1994, pp. 215-217.

92

PERINI 1987, p. 41.

93

Reperto esposto al Museo di Manerbio (BS).

94

FASANI 1984, pp. 451-614.

BERNABO’ BREA, CREMASCHI 1997, pp. 187-212. 95

96

31

CREMASCHI 1997, pp. 107-125.


La preistoria e l’età dei metalli

1921 un ripostiglio composto da 17 asce in bronzo custodite in un vaso di terracotta102 e da Acquafredda, dove è stata ritrovata un ascia in bronzo del tipo “ad occhio” nell’alveo del fiume Chiese.103 Nelle successive fasi del Bronzo medio e recente si nota un aumento del numero degli insediamenti con una conseguente crescita demografica. Scompaiono o comunque diminuiscono i piccoli abitati sostituiti da pochi villaggi di maggiori dimensioni.104 Nel nostro territorio, come in quelli limitrofi numerosissime sono le attestazioni di questo periodo. A Manerbio in località Cascina Remondina è attestato un insediamento della media età del Bronzo.105 Al Bronzo recente appartengono gli abitati di Isorella (località Gardoncino),106 di Gottolengo (località Castellaro), di Milzanello (località Castellaro), di Carpenedolo (località Campo Chiusarino).107 Ben documentate sono le spade in bronzo generalmente recuperate dai letti nei fiumi. Tali ritrovamenti potrebbero rappresentare delle deposizioni cultuali di oggetti metallici nei corsi d’acqua.108 Dal fiume Chiese provengono ben sei spade delle quali, due ritrovate a Remedello, due emerse a Mezzane di Calvisano e due recuperate a Carpenedolo.109 Dal letto del fiume Mella provengono due spade, una ritrovata a Pavone Mella e l’altra tra Castelletto e Milzanello. Quest’ultima è una spada con lama a bordi paralleli e codolo ingrossato ripiegato a uncino.110 Tra i materiali sporadici ricordiamo il pugnale in bronzo proveniente da Ghedi e i numerosi reperti rinvenuti nel territorio di Leno e di seguito descritti.

a.C. circa.97 La media età del Bronzo (BM) ha una durata di circa 300 anni ed è attestata tra il 1650 e il 1340/30 a.C. circa differenziandosi, a seconda degli Autori, in due o tre sottoperiodi.98 Il Bronzo recente ha una durata di circa 150 anni ed è diffuso tra il 1330 e il 1170 a.C.99 Nella pianura centro-orientale bresciana non si hanno molte informazioni relative al Bronzo antico. Allo stato attuale delle ricerche sembra comunque che nel corso dell’antica età del Bronzo si attui la colonizzazione della pianura dagli ultimi cordoni morenici fino al Po, attraverso direttici coincidenti con assi fluviali. Ne sono testimonianza i rinvenimenti di Remedello lungo il Chiese, di Milzanello lungo il Mella e di Pontevico e di Ostiano lungo il corso dell’Oglio (per limitarci ad esempi nella zona che maggiormente interessa in questa sede). Gli abitati con strutture di tipo palafitticolo sono di piccole dimensioni e ubicati in ambienti topograficamente depressi e umidi come piccole valli fluviali, paleoalvei e depressioni vallive.100 I più importanti rinvenimenti nel territorio preso in esame sono: la ceramica poladiana scoperta a Remedello Sotto nella zona a nord della necropoli eneolitica, lungo il paleoalveo del Chiese, ma non è chiaro se appartenga a tombe o a un abitato;101 resti di un insediamento, datato alla fine del Bronzo antico, fondato su un terrazzo fluviale del Mella emerso a Leno/Milzanello; ceramiche poladiane recuperate a Leno/Porzano. Rinvenimenti sporadici provengono da Remedello Sopra, nei pressi della cascina S. Angelo, dove è emerso nel 32


Andrea Sangiorgi

Con la fine del Bronzo recente e l’inizio del Bronzo finale termina un ciclo culturale originato mille anni prima tanto da determinare “il più radicale mutamento della geografia del popolamento che le regioni padane abbiano mai registrato”.111 Il crollo del modello insediativo, economico e sociale nell’area palafitticolo-terramaricola, che si inserisce in un quadro di marcata instabilità in numerose zone d’Italia e in tutto il bacino del Mediterraneo, può essere ricercato in una serie di motivazioni fra cui cause storiche e cause naturali. Le cause storiche possono essere ricondotte a fattori sociali e politici, che hanno destabilizzato il sistema, oppure ad aggressioni dall’esterno, o ancora a movimenti migratori di popolazioni. Le cause naturali possono essere ricercate in un deterioramento ecologico dovuto ad un forte peggioramento climatico, o ad un’alta densità di popolazione con conseguente iper-sfruttamento delle risorse naturali, o ancora al diffondersi di carestie e di epidemie.112 In realtà nel territorio padano posto a nord del Po le scoperte degli ultimi anni a Casalmoro, Ponte San Marco, Sacca di Goito, Sermide e Fondo Pavani, dimostrano che il territorio non è spopolato ma si verifica una “discontinuità insediativa” con una nuova geografia del popolamento caratterizzato da “insediamenti meno numerosi ma addensati in determinate aree, come comprensori ad alta densità insediativa”.113

Note: 97 Il lungo periodo dell’antica età del Bronzo è caratterizzato da numerose fasi, ma allo stato attuale degli studi è possibile solo una divisione in due sottoperiodi denominati I e II. Il Bronzo antico I (BAI) è attestato tra il 2300 e il 1800 a.C. mentre la fase successiva del Bronzo antico II (BAII) compare tra il 1800 e 1600 a.C. (DE MARINIS 1997, pp. 405-419). 98 Alcuni Autori suddividono il Bronzo medio (BM) in tre fasi distinte che sono: Bronzo medio iniziale (BM1-ca. 1650-1550 a.C.), Bronzo medio centrale (BM2-ca. 1550-1450 a.C.) e Bronzo medio evoluto (BM3-ca. 1450-1340/30 a.C.) in BERNABO’ BREA, CARDARELLI 1997, pp. 295-301. Altri non considerano il Bronzo medio evoluto (BM3) e differenziano il Bronzo medio II (BMII) in due fasi: il Bronzo medio IIA (BMIIA) e Bronzo medio IIB (BMIIB) in DE MARINIS 1997, pp. 405-419.

Secondo De Marinis il Bronzo recente può essere diviso in due fasi denominate Bronzo recente 1 (BR1) e Bronzo Recente 2 (BR2) in DE MARINIS 1997, pp. 405-419.

99

33

100

DE MARINIS 1997, pp. 409-419.

101

DE MARINIS 1979, pp. 41-61.

102

DE MARINIS 1979, pp. 41-61.

103

PERINI 1987, p. 42.

104

DE MARINIS 1997, pp. 409-419.

105

SIMONE 1995, p. 41.

106

PERINI 1995, pp. 11-45.

107

PERINI 1980, pp. 393-406.

108

BETTELLI 1997, pp. 720-725.

109

DE MARINIS 1979, pp. 41-61.

110

DE MARINIS 1979, pp. 41-61.

111

DE MARINIS 1986, p. 23.

112

CARDARELLI 1992, pp. 366-419.

113

DE MARINIS 1997, pp. 405-419.


La preistoria e l’età dei metalli

IV) MATERIALI PREISTORICI

IV.1) Manufatti in pietra levigata Con l’avvento della metallurgia sono andate gradualmente perdute la tradizione legata alla lavorazione della pietra e la memoria d’uso di tali strumenti; a tal proposito ricordiamo per esempio la sorte delle pietre focaie o acciarini, che in un solo secolo sono passati da un utilizzo abituale ad un ricordo sbiadito.114 La stessa sorte è toccata alle asce in pietra verde115 levigata che nella tradizione e nel folklore contadino venivano considerate “le pietre da fulmine” o “pietre del tuono”. I contadini francesi le ponevano nelle fondamenta delle case per preservarle da eventi funesti; i marinai della Manica le nascondevano nei fianchi della nave per proteggerla dalle tempeste; o ancora, tra il XIX e il XX secolo, in molte parti d’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, asce o accettine erano utilizzate come talismani.116 Oggi sappiamo, grazie ai progressi della ricerca archeologica, che le asce e le accette in pietra levigata hanno un significato archeologico molto importante in quanto sono dei testimoni muti di epoche preistoriche comprese tra il periodo Neolitico e l’età del Bronzo. Già John Lubbock nel 1865 comprese l’importanza degli strumenti in pietra levigata quando nel suo Prehistoric Times, proponeva di distinguere l’età della pietra in una fase antica denominata Paleolitico, caratterizzata da strumenti in pietra scheggiata, e una fase recente chiamata Neolitico,

I reperti preistorici conservati nel Museo di Leno, ospitato presso la sede del Municipio, sono costituiti da diverse categorie di manufatti quali: • Manufatti in pietra levigata • Manufatti in pietra scheggiata • Manufatto in corno • Manufatti in ceramica • Manufatti in bronzo Questi oggetti sono frutto di ricerche di superficie non sistematiche, dove è la casualità ad avere un ruolo determinante nel rinvenimento; mancano infatti tutte le informazioni che sono di fondamentale importanza per comprendere il contesto in cui è inserito il reperto e la sua associazione con altri manufatti o eventuali strutture. Tuttavia grazie alla comparazione tipologica (cioè, delle forme) è possibile ricavare, in alcuni casi, indicazioni relative alla cronologia dei manufatti e trarre alcune considerazioni di carattere generale. 34


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caratterizzata da strumenti in pietra levigata.117 Nella letteratura archeologica i manufatti in pietra levigata o “pietre verdi” sono definiti con il termine generico di ascia o di accetta. Questi termini dovrebbero corrispondere allo strumento completo composto dal manico, dal sistema di immanicatura e dalla lama. In realtà è usato molto spesso per indicare quest’ultima in quanto le altre parti sono composte da materiale facilmente deperibile, come legno o corno, e si conservano solo in casi del tutto eccezionali. L’ascia inoltre lavora in percussione longitudinale lanciata con la parte tagliente parallela alla direzione del manico, mentre l’accetta, con il taglio perpendicolare alla direzione del manico, è utilizzata per tagliare il legno percuotendolo quasi tangenzialmente alla sua superficie. In mancanza del manico, la distinzione, non sempre facile, tra una lama di ascia e una lama di accetta si basa sulla forma dello strumento: se le due facce della lama sono nettamente asimmetriche si tratta molto probabilmente di una accetta.118 Alla luce delle recenti scoperte nei depositi preistorici dei laghi svizzeri e francesi, in cui lame di asce e accette erano immanicate allo stesso modo, la relazione tra la sezione della lame e il sistema di immanicatura tuttavia appare illusoria.119 In questo lavoro pertanto utilizzeremo indistintamente il termine di ascia e di accetta. L’industria in pietra levigata recuperata nel territorio di Leno è costituita da quattro asce in pietra verde, tre delle quali ritrovate nella località Cava Bogalei situata a nord dell’abitato di Leno, e

una emersa in località Viganovo lungo la vecchia strada che porta a Ghedi; e da un macinello/percussore di provenienza ignota (figg. 2-5 per le asce e fig. 6 per il macinello/percussore). Passeremo ora alla descrizione di tali manufatti tenendo presente che non è ancora stata redatta una tipologia rigorosa in quanto “la materia prima e le forme sotto le quali essa era reperibile e disponibile per i gruppi preistorici risultano aver fortemente condizionato la forma ultima dell’oggetto, a volte più delle tradizioni culturali delle singole comunità”.120 In tale analisi abbiamo definito i vari tipi sulla base di criteri morfologici quali la forma del corpo e del tallone, la presenza di superfici picchiettate e la loro localizzazione, l’estensione della levigatura, le dimensioni del reperto, espresse in millimetri, e i loro rapporti (lunghezza, larghezza/spessore). Abbiamo inoltre considerato nell’ordine : • Litologia accompagnata dal segno (?) quando non è certa. • Provenienza. • Tipologia accompagnata dal segno (?) quando non è certa, e dall’indicazione Note: 114

MANO 1996, pp. 15-22.

La denominazione “pietra verde” è utilizzata dagli archeologi preistorici italiani per definire la pietra levigata neolitica e post-neolitica (D’AMICO 1998, pp. 177-183). 115

116

MANO 1996, pp. 15-22.

117

GUIDI 1988, pp. 3-38.

Dizionario di preistoria 1991, pp. 5-6 e pp. 5153. 118

35

119

PESSINA, D’AMICO 1999, pp. 23-92.

120

PESSINA, D’AMICO 1999, pp. 23.


La preistoria e l’età dei metalli

dello stato (integra/frammentaria). • Dimensioni del reperto (lunghezza, larghezza, spessore, peso). ASCIA (fig. 2) Ascia integra in pietra verde (?). Provenienza località Cava Bogalei. Corpo di forma trapezoidale a sezione piano biconvessa, con tallone arrotondato; lati leggermente convessi, taglio poco espanso e leggermente asimmetrico. Superfici levigate in prossimità del taglio e su buona parte delle due facce, con picchiettature distribuite sul tallone e sui margini laterali. Conserva tracce di incrostazioni calcaree su una superficie. Dimensioni: lunghezza mm 78, larghezza mm 38, spessore mm 22, peso g 112.

Figura 2: Leno. Museo Civico. Ascia in pietra verde. Tipo diffuso dall’età neolitica fino alla media età del Bronzo (provenienza: Leno/Cava Bogalei). 36


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ASCIA (fig. 3) Ascia integra in pietra verde (?). Provenienza località Cava Bogalei. Corpo di forma triangolare a sezione piano convessa, con tallone conico; lati rettilinei, taglio leggermente ricurvo con sbrecciature d’uso. Superfici levigate con picchiettature sul tallone e sui margini laterali. Dimensioni: lunghezza mm 139, larghezza mm 63, spessore mm 21, peso g 319.

Figura 3: Leno. Museo Civico. Ascia in pietra verde. Tipo diffuso dall’età neolitica fino alla media età del Bronzo (provenienza: Leno/Cava Bogalei).

37


La preistoria e l’età dei metalli

ASCIA (fig. 4) Ascia integra in pietra verde (?). Provenienza località Cava Bogalei. Corpo di forma trapezoidale con sezione biconvessa e tallone rettilineo; lati leggermente convessi, taglio rettilineo con scheggiature d’uso. Superfici levigate soprattutto in corrispondenza del taglio, con picchiettature sui margini laterali, sulla porzione distale e sul tallone. Dimensioni: lunghezza mm 69, larghezza mm 43, spessore mm 22, peso g 111.

Figura 4: Leno. Museo Civico. Ascia in pietra verde. Tipo diffuso dall’età neolitica fino alla media età del Bronzo (provenienza: Leno/Cava Bogalei). 38


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ASCIA (fig. 5) Ascia integra in pietra verde (?). Provenienza: dalla località Viganovo. Corpo di forma triangolare a sezione piano convessa e tallone conico, appuntito; lati leggermente convessi, taglio arcuato. Il taglio presenta sbrecciature profonde, causate dal continuo rimaneggiamento nello strato arativo. Superfici levigate, sui margini laterali, sulla porzione distale e sul tallone. Dimensioni: lunghezza mm 109, larghezza mm 54, spessore mm 20, peso g 160.

Figura 5: Leno. Museo Civico. Ascia in pietra verde. Tipo diffuso dall’età neolitica fino alla media età del Bronzo (provenienza: località Viganovo). 39


La preistoria e l’età dei metalli

ti. Per rimanere in ambito bresciano, a Monte Covolo, è emersa dai livelli campaniformi un’ascia di forma trapezoidale a tallone largo, taglio quasi diritto e di forte spessore,125 tipologicamente simile alle asce in esame. Non dobbiamo dimenticare però che i reperti in questione sono esemplari sporadici e l’attribuzione cronologica si complica considerando il fatto che le lame potrebbero essere state riutilizzate o usate per un lungo periodo. Tendenzialmente a partire dall’età del Rame si assiste all’abbandono delle asce triangolari con taglio espanso, tipiche delle prime fasi del Neolitico, a favore della produzione di asce più piccole di forma trapezoidale o rettangolare, evoluzione forse determinata dal cambiamento delle pratiche agricole e dal diffondersi degli arbusti nella boscaglia a causa di un eccessivo sfruttamento della foresta.126 L’ultima ascia ritrovata in località Cava Bogalei (fig. 3) presenta una forma triangolare con tallone conico, taglio leggermente ricurvo e può essere attribuita ad una fase avanzata del Neolitico, rappresentando una delle più antiche testimonianze della preistoria lenese. Forme tipologicamente simili infatti sono attestate in contesti sepolcrali della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata127 e dall’insediamento neolitico di Sammardenchia (Pozzuolo del Friuli, UD).128 L’ascia rinvenuta in località Viganovo (fig. 5), di forma triangolare con tallone conico, è un esemplare abbastanza comune documentato in contesti neolitici ma anche in scenari più recenti nell’età del Bronzo. Dalla sola analisi tipologica, come già ampiamente sottolineato, non è possibile in-

Le tre asce recuperate in località Cava Bogalei (figg. 2-4) si accompagnano con una punta di freccia tipicamente eneolitica (fig. 8). Non si conoscono però le modalità del recupero e, come precedentemente accennato, sono reperti privi di un contesto adeguato. È è quindi molto difficile, da una sola analisi tipologica, stabilire una precisa collocazione cronologica e determinare se vi sia corrispondenza tra le asce e la punta di freccia o se si tratti di manufatti non riconducibili a un medesimo contesto stratigrafico. Ricordiamo poi che la forma di ogni lama di ascia è condizionata dalla forma originaria del ciottolo di partenza e questo crea problemi per uno studio puramente tipologico.121 Inoltre bisogna tener presente come sia riduttivo generalizzare tra la forma e la cronologia e non sempre l’associazione forma triangolareNeolitico e forma trapezoidale-Eneolitico sono veritiere.122 Tuttavia l’esame degli aspetti tipologici mostra che, delle 3 asce, due (figg. 2 e 4), sono di forma corta e larga con notevole spessore, circa 20 mm. La forma è trapezoidale quasi rettangolare, con tallone largo rettilineo o leggermente convesso, lati leggermente convessi e taglio rettilineo o poco espanso: caratteri morfologici che ben si adattano alle asce ritrovate nei corredi sepolcrali delle necropoli dell’età del Rame di Remedello Sotto, Fontanella e Volongo.123 In particolare compaiono sia in corredi della fase più antica (Remedello 1, ca. 3400-2900 a.C.) sia in quelli della fase più recente (Remedello 2, ca. 2900-2400 a.C.).124 La collocazione cronologica all’età del Rame potrebbe essere confermata da alcuni dati disponibili per gli abita40


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dividuare con certezza il periodo cronologico d’appartenenza. L’esemplare in esame infatti potrebbe appartenere genericamente alla fase neolitica,129 anche se manufatti tipologicamente simili sono attestati spordicamente in siti dell’età del Bronzo.130 Alcune considerazioni si deducono dalla natura geologica delle pietre verdi.131 Queste litologie infatti non sono originarie del nostro territorio ma provengono da pochi affioramenti localizzati nella regione compresa tra la Liguria e il Piemonte. Tali aree geologiche rappresentano una delle poche zone al mondo e praticamente l’unica in Europa.132 L’approvvigionamento di pietra verde levigata nell’ampia regione alpinopadana-provenzale non avveniva nelle zone in cui sono documentati gli affioramenti primari, ma nelle formazioni detritiche dei torrenti e dei fiumi che da quelle aree si originano. Con un criterio di grande selettività venivano scelti alcuni litotipi con particolari caratteristiche petrografiche (grana fine, durezza) e di facile lavorabilità. In alcuni casi sono state scelte litologie rare, come le giadeiti, che venivano utilizzate per confezionare strumenti di prestigio con un alto valore simbolico. Lo studio delle industrie in pietra verde in Piemonte, inoltre, ha permesso di comprendere i vari stadi della catena operativa per la produzione di tali manufatti evidenziando che la prima fase consisteva nella selezione di ciottoli grezzi con profilo “asciforme” e nella successiva verifica della qualità attraverso test di scheggiatura in posto. La seconda fase comprendeva, invece, la scheggiatura dei blocchi, per regolarizzare i bordi e predeterminare la la-

Note: 121

BARFIELD 1996, pp. 57-65.

VENTURINO GAMBARI, ZAMAGNI 1996, pp. 98-105.

122

Confronti rappresentativi si hanno con le asce del corredo delle tombe N. 111, N. 82, N. 86 della necropoli di Remedello Sotto; N. 11, N. 12 della necropoli di Fontanella (CORNAGGIA CASTIGLIONI 1971, p. 88; DE MARINIS 1996, pp. 180-183) e tomba 1 della necropoli di Volongo (ODONE 1994, p. 212).

123

124

DE MARINIS 1996, pp. 174-177.

125

BARFIELD et al. 1979, p. 17.

126

DE MARINIS 1996, pp. 174-177.

Forme simili sono attestate nei corredi sepolcrale della necropoli di Chiozza di Scandiano in Emilia Romagna; attribuita allo stile meandrospiralico della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata: tomba II, tomba IV, tomba XIV (PEDROTTI 1996, p. 154, fig. 111). 127

Confronti rappresentativi si notano con la collezione di Sammardenchia, che rappresenta uno degli esempi più interessanti per lo studio della pietra verde nel Neolitico in Italia settentionale (PESSINA, D’AMICO 1999, pp. 44, fig. 18).

128

129 Un esemplare simile è attestato nella tomba di Campagnole di Negarine (S. Pietro in Cariano, VR) in PEDROTTI 1996, p. 156, fig. 113/5; asce triangolari a tallone conico sono ampiamente documentate nella collezione di pietre verdi di Sammardenchia (UD) in PESSINA, D’AMICO 1999, p. 31, fig. 7 e p. 32, fig. 8. 130 Un esemplare triangolare a tallone conico è stato ritrovato nel sito terramaricolo di Fraore. Tale reperto proviene da contesti cronologicamente non sicuri in quanto carente di dati stratigrafici attendibili e non è da escludere che appartenga a complessi più antichi anche ne-eneolitico (OCCHI 1997, p. 522, fig. 292/4). 131 In tutta l’Italia settentrionale gli strumenti in pietra levigata sono costruiti con litologie legate d una genesi comune raggruppabili come Metaofioliti HP (HP = alta pressione) e comprendono: ecologiti alpine, giade, serpentiniti, scisti verdi ecc. (D’AMICO 2000, pp. 67-80). 132

41

D’AMICO 2000, pp. 67-80.


La preistoria e l’età dei metalli

ma, e la bocciardatura indispensabile per smussare gli spigoli e regolarizzare la superficie. Queste operazioni grossolane erano effettuate in una “officina litica” localizzata nelle vicinanze della zona di approvvigionamento; la fase di rifinitura mediante levigatura totale o parziale era realizzata nell’ambito degli insediamenti.133 È possibile che all’interno delle comunità preistoriche, almeno durante il Neolitico, vi fossero degli specialisti che si dedicavano alla raccolta dei supporti e si spostavano da villaggio a villaggio per scambiare tali prodotti,134 implicando una complessa organizzazione dedicata allo scambio e al commercio.135 Il prestigio di questi materiali si è diffuso non solo tra le popolazioni neolitiche italiane ma anche in quelle d’oltralpe; lo testimoniano le molte centinaia di asce in giadeite ed ecologite note in Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo e Gran Bretagna fino alla Scozia.136 La produzione e lo scambio della pietra verde durante la preistoria recente è quindi un fenomeno complesso e articolato; alcuni esempi dimostrano che erano soprattutto le lame levigate ad essere commerciate. È molto raro infatti ritrovare blocchi grezzi o abbozzi in fase di lavorazione in zone distanti oltre due giorni di marcia dalle cave. Per le asce ritrovate nel territorio di Leno, non avendo attualmente nessuna definizione petrografica precisa, non si possono fare ipotesi circa la provenienza che potrebbe comunque essere individuata nella zona classica ligure-piemontese o in qualche altro affioramento alpino.

È abbastanza improbabile che tali reperti siano stati prodotti in posto, essendo molto raro ritrovare ciottoli in pietra verde nei detriti fluviali del fiume Mella o di altri corsi d’acqua del nostro territorio. È più probabile invece che siano state introdotte in forma di lame semifinite o finite attraverso forme complesse di scambio dalla regione piemontese-ligure-provenzale o da altri circuiti commerciali.

Note:

42

133

VENTURINO GAMBARI 1996, pp. 66-73.

134

VENTURINO GAMBARI 1996, pp. 66-73.

135

D’AMICO 1998, p. 178.

136

D’AMICO 1998, pp. 177-183.

137

LUZZI 1996, pp. 208-216.


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MACINELLO PERCUSSORE (fig. 6) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Pestello-percussore su ciottolo subcilindrico con una base appiattita e picchiettata e con numerose tracce da impatto su tutta la superficie. Dimensioni: lunghezza mm 86, larghezza mm 54, spessore mm 46, peso g 347. Generalmente macinelli e percussori sono frequenti dal Neolitico in poi

Figura 6: Leno. Museo Civico. Pestello-percussore su ciottolo subcilindrico. Tipo diffuso dall’età neolitica all’età del Bronzo.

e il loro ritrovamento in insediamenti viene considerato come sicuro indizio di pratiche agricole. I cereali, in particolare il grano, per essere consumati devono essere prima lavorati mediante la tostatura e la politura, operazioni che consistono nel pestare le cariossidi in un mortaio e infine nella macinatura per ottenere la farina. Potrebbe però risultare semplicistico il loro utilizzo solo per la sfarinatura dei cereali; infatti i macinelli sono degli strumenti polifunzionali e potrebbero essere stati usati per numerose funzioni quali per esempio per la triturazione delle sostanze coloranti e dei minerali, oppure per la preparazione dell’argilla destinata alla confezione vascolare.137 Tali manufatti raramente sono studiati nel dettaglio e allo stato attuale non è possibile compiere una analisi tipologico-funzionale approfondita Inoltre per il macinello in questione non è possibile stabilire se si tratta di un manufatto preistorico o un oggetto utilizzato in epoche posteriori in quanto non conosciamo l’esatta provenienza e non possediamo alcun dato inerente alle modalità del rinvenimento.


La preistoria e l’età dei metalli

IV.2) Manufatti in pietra scheggiata Per la descrizione dei manufatti in pietra scheggiata sono indicati nell’ordine:138 • Sagoma • Sezione • Tallone • Patina • Influenza esterna • Cortice • Colore. Per la determinazione del colore ci siamo serviti della Rock Color Chart139 • Descrizione tipologica • Dimensioni (lunghezza, larghezza e spessore) espresse in millimetri, e peso espresso in grammi. SELCE (fig. 7) Frammento prossimale di un probabile grattatoio (?). Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento prossimale, di sagoma rettangolare, con sezione triangolare e tallone liscio. Il frammento presenta una patina totale-profonda e mostra evidenti pseudoritocchi dovuti al continuo rimaneggiamento. Colore: moderate yellowish brown 10 YR 4/2. Tipologia: fA [Amd lat sen + Smd lat dex]. Dimensioni: lunghezza mm 45, larghezza mm 26, spessore mm 8, peso g 11,7. Note: 138 Il probabile grattatoio è descritto con la tipologia analitica proposta da LAPLACE 1968, pp. 7-60, fondata unicamente su criteri morfologici razionali. La punta di freccia è analizzata con la tipologia proposta da BAGOLINI 1970, pp. 221-254. 139

Figura 7: Leno. Museo Civico. Frammento prossimale di grattatoio (?). Tipo diffuso dall’età neolitica all’età del Bronzo.

Rock color chart 1963.

44


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SELCE (fig. 8) Punta foliata a peduncolo e spalle. Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Foliato bifacciale con profilo dei bordi rettilineo; punta a bordi rettilinei; spalle convergenti verso il basso; peduncolo a lati convergenti con un profilo della base a punta; sezione convessa. Patina totale-profonda; colore: moderate yellowish brown 10 YR 4/2. Tipologia: punta foliata dotata di peduncolo e spalle, ritocco bifacciale, di grandi dimensioni a forma intermedia con bordi laterali rettilinei e ritocco a delineazione lineare. F1B bf [g med rett lin] Dimensioni: lunghezza mm 72, larghezza mm 23, spessore mm 6, peso g 6,8.

Figura 8: Leno. Museo Civico. Punta foliata a peduncolo e spalle. Tipo diffuso nell’età del Rame (provenienza: Leno/Cava Bogalei). 45


La preistoria e l’età dei metalli

Dei due reperti in pietra scheggiata il frammento prossimale ritoccato in selce, forse di un grattatoio (fig. 7), dalla sola analisi tipologica non permette alcuna considerazione. Più importante è sicuramente la cuspide di freccia (fig. 8), proveniente dalla località Cava Bogalei, che è un tipo particolare noto nel repertorio dell’industria litica rinvenuta nei corredi funerari della necropoli dell’età del Rame di Remedello Sotto, e pertanto definita comunemente “remedelliana”.140 Tale cuspide è ottenuta mediante ritocco piatto a pressione partendo da schegge di selce laminari ricavate da nuclei. Il tipo di lavorazione e la forma caratteristica permette di collocare cronologicamente il nostro esemplare all’età del Rame. Punte di freccia a peduncolo e spalle sono documentate infatti in contesti eneolitici a Monte Covolo (Gavardo)141 e a al Riparo Valtenesi (Sasso di Manerba), 142 per limitarci solo ad esempi in provincia di Brescia. Ulteriori informazioni si possono ricavare dalla selce che rappresenta la materia prima più usata per la confezione di strumenti d’uso quotidiano nella preistoria. Essendo molto rara nelle alluvioni del nostro territorio, è stata sicuramente importata da altre zone, attraverso complesse forme di scambio e commercio. Anche se il colore dei reperti in oggetto è mascherato dalla presenza di una patina totale e profonda, è possibile ipotizzare, da un esame macroscopico per confronto, che la selce provenga dalle fonti geologiche selcifere del veronese. In particolare nei Monti Lessini si riconoscono una selce vetrosa, con una certa varietà di colori ma sempre macchiata di bianco, della formazione del Biancone e una

selce di colore giallo-arancione, opaca, della formazione Scaglia variegata. Per gli strumenti bifacciali come le punte di freccia e i pugnali litici generalmente è stata adoperata la selce vetrosa del Biancone.143 È logico supporre che il movimento di questo materiale non seguisse un trasporto via terra, per le notevoli difficoltà che avrebbe comportato, ma usufruisse delle più comode vie fluviali. Analizzando per esempio la distribuzione dei siti lungo il corso del fiume Chiese, durante l’età del Rame, si nota che alcuni abitati, come il sito di Monte Covolo, sono posti allo sbocco del fiume in pianura mentre altri, come i siti di Remedello e Cà di Marco, sono concentrati nelle sue vicinanze nella pianura stessa. In caso di contemporaneità questa situazione potrebbe far ipotizzare l’esistenza di collegamenti che seguivano la via fluviale fra i siti posti in collina e gli insediamenti di pianura.144

Note: Punte di freccia con peduncolo e alette sono attestate nei corredi della necropoli di Remedello: Tomba 95; Tomba 104; Tomba 88; Tomba 104; Tomba 102 (CORNAGGIA CASTIGLIONI 1971, p. 83, Tav. IV). 140

141 Punte di freccia “tipo Remedello” sono ben attestate nel Riparo Cavallino a Monte Covolo (BARFIELD, BUTEUX, BOCCHIO 1995, p. 28, fig. 30 e p. 30, fig. 35).

46

142

BARFIELD 1984, pp. 397-414.

143

BARFIELD 2000, pp. 55-66.

144

NICOLIS 1998, pp. 47-68.


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IV.3) Manufatto in corno FRAMMENTO DI CORNO DI CERVO (fig. 9) Frammento di corno di cervo con tracce di intaglio. Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Dimensioni: lunghezza mm 168, diam. max. mm 25,9, diam. min. mm 17,9.

Figura 9: Leno. Museo Civico. Corno di cervo. Particolare del taglio. Epoca imprecisabile.

Il reperto di corno cervino emerso dal territorio di Leno, oltre a rappresentare un importante rinvenimento paleontologico, è senza dubbio un manufatto. Ad una attenta analisi, infatti, si nota nella porzione prossimale del reperto una serie di colpi ottenuti con la tecnica dell’intaglio per percussione lanciata. Tali colpi ci fanno ipotizzare che il corno sia stato abbandonato nella prima fase di lavorazione. Non è possibile stabilire un’esatta collocazione cronologica in quanto il reperto è decontestualizzato ed inoltre, le materie dure animali sono da sempre un’importante fonte di materia prima utilizzata dall’uomo. Tuttavia possiamo azzardare l’ipotesi che il corno provenga da un sito dell’età del Bronzo dislocato nel territorio circostante. Nell’età del Bronzo infatti l’industria in materia dura animale (corno, osso e avorio) rappresenta una delle produzioni più caratteristiche sia per quantità che per singolarità degli oggetti. In particolare dal corno cervino, grazie alle sue proprietà di robustezza ed elasticità, si ricavavano oggetti massicci utilizzati come attrezzi agricoli soprattutto come zappette, picconi, martelli e punteruoli ed una vasta gamma di oggetti d’ornamento. Le tecniche di fabbricazione per la confezione degli oggetti in corno prevedono diversi stadi di lavorazione. La prima fase consiste nella fatturazione, destinata al taglio longitudinale del corno, e nell’intaglio, per percussione lanciata o posata, per sezionare, ridurre o scolpire il supporto. La seconda fase di lavorazione prevede numerose tecniche quali la decorticazione che permette di sgrossare la materia e di preparare le superfici, l’abrasione per regolarizzare le superfici e varie tecniche di perforazione. L’ultima fase di lavorazione consiste nella sagomatura attraverso due procedimenti principali come il traforo e la levigatura.145


La preistoria e l’età dei metalli

Dall’analisi tipologica emerge che i manufatti ceramici sono dei tipi comuni ben attestati nella fase media e recente dell’età del Bronzo. Accanto a frammenti di scodelle e di orcioli con anse a nastro verticale (figg. 10-16), sono stati recuperati un frammento parietale di biconico con bugna sulla carena (fig. 23), una tazza carenata frammentaria con orlo aggettante (fig. 24) e un ansa a rocchetto impostata sotto l’orlo (fig. 15). Sono presenti inoltre esemplari frammentari di scodelle e tazze carenate con ansa a nastro sopraelevata definita comunemente “ansa cornuta” (figg. 17-21), caratteristica della fase piena e tarda dell’età del Bronzo.148 I diversi tipi di anse cornute presenti nella collezione ceramica del Museo di Leno sono le anse cornute ad appendici coniche, a corna tronche e a corna appiattite lateralmente. Tali anse sono ampiamente documentate in numerosi insediamenti di ambito terramaricolo della media età del Bronzo: ricordiamo, per citare alcuni esempi in siti vicini, il Castellaro del Vhò (Piadena, Cremona),149 il sito delle Baselle (Castelnuovo di Asola)150 e l’insediamento della Cascina Remondina a Manerbio.151 È interessante analizzare le variazioni tipologiche delle anse cornute durante l’età del Bronzo che sembrano evolversi da anse ad ascia o a T impostate su tazze a corpo carenato, elementi fortemente caratterizzanti della fase iniziale della media età del Bronzo (BM I). Nella fase successiva (BM II) si assiste alla più o meno totale sostituzione delle anse ad ascia con le anse a corna tronche che, nel corso di tale età, si differenziano in vari tipi con appendici di forma conica, discoidale, falca-

IV.4) Manufatti in ceramica I reperti ceramici conservati presso il Museo di Leno, sono composti da manufatti rinvenuti casualmente nel territorio circostante e appartenenti genericamente all’età del Bronzo. In assenza di dati precisi non sappiamo se tali manufatti rappresentino un unico gruppo di rinvenimenti compiuti in un solo sito, oppure provengano da numerosi ritrovamenti sparsi nel territorio. Le uniche considerazioni possibili quindi sono legate esclusivamente al carattere tipologico tenendo presente che nell’età del Bronzo la ceramica è ancora di produzione domestica con notevole “fluidità tipologica” e ciò rende imprudente stilare serie dettagliate.146 Le varietà tipologiche presenti nei reperti ceramici esaminati si possono ricondurre a: • Scodelle • Orcioli • Tazze carenate • Biconici • Ollette Da un esame macroscopico emerge innanzitutto una differenza negli impasti e nel trattamento della superficie. In particolare si nota che nelle scodelle, nelle tazze e nelle ollette l’impasto è depurato, compatto, di colore grigio nerastro con superfici lisciate; mentre nei contenitori medio grandi come orcioli e biconici l’impasto si presenta meno depurato, di colore grigiastro o ocraceo, con inclusi medio grandi e superfici sommariamente regolarizzate.147 Merita attenzione la presenza di un ansa a nastro fortemente sopraelevato in “bucchero terramaricolo” con impasto depurato, di colore nerastro e superficie ben lisciata (fig. 22). 48


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ta, a muso di animale stilizzato ecc. Nel Bronzo Recente (BR) le anse cornute si modificano ulteriormente, accentuando la curvatura, in diversi tipi denominati a corna bovine, a orecchie di lepre, a corna di lumaca, a spatola e a protomi (musi) animali.152 Gli altri elementi ceramici sono costituiti da due ollette globulari frammentarie a profilo concavo e svasato con orlo estroflesso, decorate a fasci di solcature oblique (figg. 25 e 26), e da un frammento di ansa a nastro fortemente sopraelevata a sezione poligonale (fig. 22). Questi ultimi potrebbero appartenere alla fase finale dell’età del Bronzo. Recuperi di oggetti simili provengono infatti dai siti di Ponte San Marco153 e di Gottolengo, solo per citare insediamenti limitrofi al territorio considerato. Altri reperti minuti e assai frammentari si riferiscono a un fondo di ciotola e, forse, a pareti di ollette globulari (fig. 27).

Figura 10: Leno. Museo Civico. Frammento di scodella con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo.

Note: 145

PROVENZANO 1997, pp. 524-535.

146

DE MARINIS 1997, pp. 405-419.

Per la descrizione degli impasti della ceramica ci siamo avvalsi di DESANTIS 1995, pp. 64-91.

147

148

DE MARINIS 1980, pp. 173-204.

149

FRONTINI 1997, p. 330, fig. 174.

150

PERINI 1981, pp. 9-62.

151

SIMONE 1995, pp. 41.

DE MARINIS 1980, pp. 173-204; DE MARINIS 1997, pp. 405-419. 152

153

POGGIANI KELLER 1994, pp. 93-105.

49


La preistoria e l’età dei metalli

ANSA A NASTRO (fig. 10) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di scodella con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Orlo diritto. Dimensioni: lunghezza max. mm 68, larghezza max. mm 45. ANSA A NASTRO (fig. 11) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Ansa a nastro verticale impostata all’orlo. Orlo diritto. Dimensioni: lunghezza max. mm 43, larghezza max. mm 40. ANSA A NASTRO (fig. 12) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Orlo diritto. Dimensioni: lunghezza max. mm 88, larghezza max mm 68.

Figura 11: Leno. Museo Civico. Ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo.

ANSA A NASTRO (fig. 13) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Dimensioni: lunghezza max. mm 116, larghezza max mm 111. ANSA A NASTRO (fig. 14) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo, con un cordone orizzontale liscio sotto l’ansa e un cordone orizzontale ad impressioni oblique sotto l’orlo. Orlo diritto a tacche. Dimensioni: lunghezza max. 110 mm, larghezza max. 84 mm.

Figura 12: Leno. Museo Civico. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo. 50


Andrea Sangiorgi

ANSA A NASTRO (fig. 15) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Ansa a rocchetto impostata sotto l’orlo. Dimensioni: lunghezza max. 72 mm, larghezza max. 90 mm. ANSA A NASTRO (fig. 16) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di orcio con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Dimensioni: lunghezza max. 77 mm, larghezza max. 92 mm. ANSA CORNUTA (fig. 17) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di tazza carenata con ansa a nastro verticale con sopraelevazione cornuta ad appendici coniche. Dimensioni: lunghezza max. 94 mm, larghezza max. 84 mm.

Figura 13: Leno. Museo Civico. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo.

ANSA CORNUTA (fig. 18) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di tazza carenata ad ansa a nastro verticale con sopraelevazione cornuta ad appendici coniche. Dimensioni: lunghezza max. 84 mm, larghezza max. 54 mm. ANSA CORNUTA (fig. 19) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di tazza carenata ad ansa a nastro verticale con sopraelevazione a corna tronche. Dimensioni: lunghezza max. 55 mm, larghezza max. 85 mm.

Figura 14: Leno. Museo Civico. Frammento di orciolo con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo. 51


La preistoria e l’età dei metalli

ANSA CORNUTA (fig. 20) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di scodella ad ansa a nastro verticale con sopraelevazione a corna. Dimensioni: lunghezza max. 104 mm, larghezza max. 70 mm. ANSA CORNUTA (fig. 21) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di tazza carenata ad ansa a nastro verticale con sopraelevazione a corna appiattite lateralmente. Dimensioni: lunghezza max. 75 mm, larghezza max. 51 mm. FRAMMENTO DI ANSA A NASTRO SOPRAELEVATA (fig. 22) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di ansa a nastro fortemente sopraelevata a sezione poligonale. Dimensioni: lunghezza max. 91 mm, larghezza max. 22 mm.

Figura 15: Leno. Museo Civico. Ansa a rocchetto impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo.

FRAMMENTO PARIETALE DI UN BICONICO (fig. 23) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento parietale di biconico con bugna sulla carena. Dimensioni: lunghezza max. 48 mm, larghezza max. 112 mm. FRAMMENTO DI CIOTOLA CARENATA (fig. 24) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di tazza carenata ad orlo aggettante. Dimensioni: lunghezza max. 101 mm, larghezza max. 59 mm.

Figura 16: Leno. Museo Civico. Frammento di orcio con ansa a nastro verticale impostata sotto l’orlo. Media età del Bronzo. 52


Andrea Sangiorgi

Figura 17: Leno. Museo Civico. Frammento di tazza carenata con ansa a nastro verticale dotata di sopraelevazione cornuta ad appendici coniche. Media età del Bronzo.

Figura 19: Leno. Museo Civico. Frammento di tazza carenata con ansa a nastro verticale dotata di sopraelevazione a corna tronche. Media età del Bronzo.

Figura 18: Leno. Museo Civico. Frammento di tazza carenata con ansa a nastro verticale dotata di sopraelevazione cornuta ad appendici coniche. Media età del Bronzo.

Figura 20: Leno. Museo Civico. Frammento di scodella con ansa a nastro verticale dotata di sopraelevazione a corna. Media età del Bronzo. 53


La preistoria e l’età dei metalli Figura 21: Leno. Museo Civico. Frammento di tazza carenata con ansa a nastro verticale dotata di sopraelevazione a corna appiattite lateralmente. Media età del Bronzo.

Figura 22: Leno. Museo Civico. Frammento di ansa a nastro fortemente sopraelevata a sezione poligonale. Tarda età del Bronzo. 54


Andrea Sangiorgi Figura 23: Leno. Museo Civico. Frammento parietale di vaso biconico con bugna sulla carena. Tipo diffuso nella media e tarda etĂ del Bronzo.

Figura 24: Leno. Museo Civico. Frammento di tazza carenata ad orlo aggettante. Media etĂ del Bronzo. 55


La preistoria e l’età dei metalli

FRAMMENTO DI OLLETTA (fig. 25) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di olletta globulare a profilo concavo e svasato ad orlo estroflesso e piatto, decorata a fasci continui di solcature oblique. Dimensioni: lunghezza max. 132 mm, larghezza max. 185 mm. FRAMMENTO DI OLLETTA (fig. 26) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Frammento di olletta globulare a profilo concavo e svasato con orlo estroflesso, decorata a fasci di solcature oblique. Dimensioni: lunghezza max. 83 mm, larghezza max. 200 mm.

Figura 25: Leno. Museo Civico. Frammento di olletta globulare a profilo concavo e svasato con orlo estroflesso decorata con fasci continui di solcature oblique. Tarda età del Bronzo.

Figura 26: Leno. Museo Civico. Frammento di olletta globulare a profilo concavo e svasato con orlo estroflesso decorata con fasci continui di solcature oblique. Tarda età del Bronzo. Figura 27: Leno. Museo Civico. Frammento pertinente al fondo di una ciotola e frammenti di ceramica grezza pertinenti forse a ollette globulari. Età del bronzo.

56


Andrea Sangiorgi

IV.5) Manufatti in bronzo A partire dall’inizio della media età del Bronzo e soprattutto nel Bronzo Recente, si consolida una metallurgia dominata dall’impiego del bronzo con alto tenore di stagno.154 Dagli abitati palafitticoli posti lungo le sponde della parte meridionale del lago di Garda, si verifica un improvviso sviluppo dell’attività metallurgica caratterizzato dalla comparsa di centri di produzione locale, come per esempio, tra i più significativi, il sito di Bor di Pacengo e il sito di Peschiera (quest’ultimo rappresenta uno dei complessi più ricchi d’Europa essendo ampiamente documentata la presenza di tutti i tipi di oggetti in bronzo).155 Dalla media età del Bronzo si assiste infatti alla comparsa di nuovi manufatti in bronzo come i falcetti, formati da una lama arcuata e da un’appendice piatta per l’immanicatura, le spade e le daghe, vari tipi di coltelli e di asce, le punte di lancia di diverso tipo munite di un’immanicatura a cannone. Compaiono inoltre una vasta gamma di oggetti ornamentali come per esempio bottoni di forma discoidale, emisferica, troncoconica, pendagli, collari, pettini e spilloni.156 La punta di lancia in bronzo (fig. 28), recuperata occasionalmente nel territorio di Leno, può essere collocata nella fase centrale dell’età del Bronzo: dal punto di vista tipologico infatti, è una punta di lancia munita di innesto a cannone a sezione circolare per il fissaggio del manico in legno, diffusa tra la fase finale del Bronzo Medio e il Bronzo Recente.157 In letteratura archeologica sono ben note, nei siti di ambito palafitticoloterramaricolo, punte di lancia con ti-

pologia simile all’esemplare in esame,158 ma più che un’analisi tipologica cercheremo brevemente di cogliere il significato del ritrovamento. Purtroppo, come già ampiamente accennato, è un recupero occasionale senza alcuna informazione precisa. Nonostante questi limiti è bene precisare che il ritrovamento di un’arma dell’età del Bronzo, nel nostro caso una punta di lancia, permette alcune considerazioni che superano il semplice significato archeologico del manufatto. Le armi in bronzo, punte di lancia e spade, sono considerate oggetti preziosi, di prestigio, che indicano una stratificazione sociale complessa e la presenza di una casta dominante di “principi guerrieri”. Ne sono testimonianza i recuperi in sicuri contesti sepolcrali sia ad incinerazione, come la tomba a cremazione in località Bellaguarda di Viadana (MN), sia ad inumazione, co-

Note: 154

CARANCINI 1997, pp. 379-404.

155

FASANI 1984, pp. 545-557.

156

FASANI 1984, pp. 545-557.

157

CARANCINI 1997, pp. 379-404.

Ricordiamo in questa sede alcuni confronti significativi come la punta di lancia recuperata a Servirola di San Polo (RE) in CARANCINI 1997, p. 398, fig. 233; la cuspide emersa dall’insediamento in località Baselle a Castelnuovo di Asola (MN) in PERINI 1981, p. 50, Tav. 13 fig. 4; le punte di lancia associate ad alte armi in bronzo dal ripostiglio di Pila del Brancòn (Bogara, VR) in PERONI 2004, p. 160, fig. 1.

158

57


La preistoria e l’età dei metalli

me la necropoli dell’Olmo di Nogara (VR), 159 che mettono in evidenza un’articolazione complessa della società con la presenza di gruppi socialmente diversificati. Le armi in bronzo, come pure altri elementi di prestigio, possono rappresentare inoltre delle deposizioni cultuali di carattere religioso effettuate nei corsi d’acqua (fiumi o laghi) o sulle vette montane testimoniando dei complessi rituali religiosi che forse privilegiano l’ambiente naturale.160

Note: DE MARINIS, SALZANI 1997, p. 706, fig. 406 e pp. 709-714, figg. 407-418.

159

160

BETTELLI 1997, pp. 720-725.

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Andrea Sangiorgi

PUNTA DI LANCIA (fig. 28) Provenienza ignota, dal territorio comunale di Leno. Punta di lancia con immanicatura a cannone, foro trasversale. Lama a foglia d’ulivo. Dimensioni: lunghezza mm 191.

Figura 28: Leno. Museo Civico. Punta di lancia con immanicatura a cannone e foro trasversale. Lama a foglia d’ulivo. Media e tarda età del Bronzo.


Parte seconda L’età Romana e l’Alto Medioevo

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L’età Romana e l’Alto Medioevo

Le collezioni di reperti di età storica del museo di Leno sono costituite da materiali di età romana e da materiali di età altomedievale, ai quali si aggiungono alcuni pezzi di datazione non determinabile, e talora anche di funzione non precisabile, che sono presentati in appendice.


PARTE SECONDA

Alberto Bettinazzi

I) L’ETÀ ROMANA

I materiali di età romana conservati presso il Museo di Leno appartengono alle seguenti categorie: • Monete; • Vasellame da mensa in ceramica; • Laterizi; • Frammento di epigrafe.

I.1) Aspetti generali La distribuzione dei ritrovamenti nel territorio di Leno Porzano 31%

Prima di descrivere i materiali e prima di fare alcune considerazioni generali, riteniamo sia necessario inquadrare quanto si sa sulla fase romana nella nostra zona, privilegiando comunque i ritrovamenti effettuati nell’odierno territorio comunale di Leno, anche a completamento di quanto già individuato e commentato nella prima parte, a proposito dei reperti dell’età preistorica. Infatti è indispensabile correlare, numericamente e topograficamente, i reperti di età storica e quelli di età preistorica in funzione di una più completa e agevole comprensione delle dinamiche di popolamento che si sono avvicendate e succedute sul territorio dell’attuale Comune di Leno (comprendendo quindi anche le frazioni), per mostrare la continuità insediativa e per appurare se vi siano state zone preferite rispetto ad altre nelle scelte abitative.

Leno 46%

Milzanello 23%

Leno Milzanello Porzano Totale

16 8 11 35

• Leno ha restituito da solo 16 ritrovamenti sui 35 attualmente noti sul suo territorio161 (pari al 46%). Tra questi, 7 sono contesti romani162 e 5 sono Note: L’aggiornamento per i dati proposti arriva all’anno 2002. Le fonti utilizzate per questa disamina sui ritrovamenti editi sono: la Carta Archeologica della Provincia di Brescia, i Notiziari della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e la sintesi contenuta in PERINI 1987, pp. 32-52.

161

162 CAPB 1991, nn. 848, 850, 853, 855, 869 e NSAL 1995-97, pp. 92-93 (2 segnalazioni).

63


L’età Romana e l’Alto Medioevo

altomedievali,163 denotando una continuità di vita formidabile tra i due periodi (è un dato ormai condiviso tra gli archeologi che gli insediamenti longobardi si pongano spesso in continuità con quelli romani). • Porzano, toponimo romano e sito che ha attestazione della presenza romana,164 ben evidente anche nel caso dell’epigrafe di Ottavia (fig. 29),165 ha restituito una necropoli di una ventina di sepolture, ascrivibili ad età altomedievale,166 con oggetti di corredo oggi dispersi, e una necropoli longobarda di 247 sepolture, cimitero tra i maggiori, insieme a quelli di Calvisano,167 dell’intero territorio lombardo. Nel IX secolo a Porzano è inoltre attestata l’esistenza di un centro curtense, proprietà del monastero di Santa Giulia di Brescia.168 • Milzanello, pur presentando un numero di siti meno rilevante, annovera tre casi appartenenti all’età del Bronzo,169 una tomba e un edificio di età romana,170 una necropoli altomedievale171 e due contesti incerti.172 La posizione prossima a un’ansa del Mella ha consentito il verificarsi, grazie ai dossi fluviali rilevati rispetto alle terre basse circostanti (4-5 metri in meno rispetto a Leno), di condizioni di vita e di abitabilità che, verosimilmente, non in tutte le epoche furono parimenti garantite e mantenute. D’altronde siamo a sud della linea dei fontanili, in una zona con spiccata vocazione agli impaludamenti e agli acquitrini. • Castelletto non ha restituito materiali.173 Forse non è solo una lacuna casuale: probabilmente si tratta di un agglomerato di origine più tarda, nato proprio nella fase di bonifica che dal borgo principale (Leno) ha puntato

verso sud, verso quei paesi, come Gottolengo e Gambara, che fin dalle fasi più antiche sono citati nei documenti dello Zaccaria come appartenenti alla giurisdizione dell’Abbazia leonense.174

Note: 163 CAPB 1991, nn. 845, 846, 849, 862; BREDA 1992-93, pp. 82-83.

CAPB 1991, n. 857, p. 125 e n. 860, p. 126 (di età gallo-romana). 164

165

CAPB 1991, n. 858, p. 125.

CAPB 1991, n. 846, p. 124 e BREDA 199597, pp. 93-95 166

167

DE MARCHI 1997, pp. 377-ss.

168

CAPB 1991, n. 863, p. 126.

CAPB 1991, nn. 852 e 865 e NSAL 1991, p. 17.

169

170

CAPB 1991, nn. 854 e 864.

171

CAPB 1991, n. 851.

172

CAPB 1991, nn. 844 e 861.

In verità in PERINI 1987, p. 43 è segnalato il rinvenimento di una spada ascritta all’Età del Bronzo nel letto del fiume Mella tra Castelletto e Milzanello. L’incertezza del luogo di ritrovamento e ancor più la problematicità insita in questa casistica di oggetti, che potrebbero essere trasportati dalla corrente anche lontano dal luogo originario di smarrimento o deposizione, non consentono di utilizzare tale dato in questa sede. 173

ABL 1767, pp. 68-71, dove è riportato il diploma dei re d’Italia Berengario II e Adalberto dell’anno 958, in cui sono menzionati tanto Gausaringo (Gottolengo) quanto Gambara (p. 69). 174

64


Alberto Bettinazzi

La cronologia dei reperti

• La dislocazione dei siti ci dà quindi una prima ipotesi di lavoro: esiste una stretta continuità tra i ritrovamenti romani e quelli altomedievali (ne avremo conferma anche nel grafico successivo). Tali ritrovamenti sembrano ben distribuiti nell’areale, di forma vagamente quadrangolare, che collega Porzano-Leno-Milzanello in direzione del territorio di Manerbio, dove la concentrazione dei reperti è veramente notevole. • Una zona di quasi totale assenza di materiali fino ad ora recuperati è invece quella ad est/nord-est di Leno, in direzione di Ghedi, e quella a sud/sud-est di Leno verso Gottolengo. • La zona più ricca di siti è quella verso Manerbio e verso Bagnolo Mella, quindi la zona lungo il Mella (importante via commerciale e di trasporto fluviale) e lungo la strada che collegava, in età storica, Brescia a Cremona,175 centri importanti fin dall’età della romanizzazione.

Romani 31%

Altomedievali 26%

Incerti 14%

Proto storici 6%

Preistorici 23%

Altomedievali Incerti Preistorici Protostorici Romani Totale

9 5 8 2 11 35

Volendo analizzare nel dettaglio la cronologia dei soli reperti Preistorici si vede che: Non attribuibili 13%

Neolitico 12% Eneolitico 13%

Bronzo 62%

Neolitico 1 Eneolitico 1 PREISTORICI Bronzo 5 Non attribuibili 1 Totale 8

Note: 175

TOZZI 1972, p. 122.

65


L’età Romana e l’Alto Medioevo

solo caso molto probabile179 su 9 contesti alto medievali) e quella di poco successiva alla fine del regno desideriano (1 caso su 9180). ✓ Tra i contesti alto medievali, la fase maggiormente documentata è quella longobarda (4 casi su 9,181 pari al 45%), della quale parleremo con maggiori particolari nel prossimo capitolo. ✓ Rimane predominante la fase romana con 11 contesti accertati sui 35 complessivi182 (una percentuale pari al 31%), a cui potrebbe aggiungersi un altro ritrovamento che solleva però alcuni dubbi.183

Volendo infine dettagliare meglio i soli reperti attribuiti ad età Altomedievale si presenta la seguente situazione: Non attribuibili 33%

Post Longobardo 11%

Pre-longobardo 11%

Longobardo 45%

Pre-longobardo Longobardo ALTOMEDIEVALI Post longobardo Non attribuibili Totale

Contesto dei ritrovamenti

1 4 1 3 9

Necropoli/ Insediamento 3%

Tombe 9%

Edificio 3% Incerto 40%

Tomba 11%

✓ L’attribuzione cronologica dei reperti provenienti dal territorio lenese mostra una buona omogeneità e continuità. Su 35 siti,176 9 (26%) sono altomedievali, 11 (31%) romani e 8 (23%) preistorici, segno evidente di una zona abitata con intensità dalla preistoria al medioevo. ✓ Entrando nel dettaglio, però, si vede come degli 8 siti preistorici, ben 5 (62%) appartengano all’età del Bronzo.177 È dunque da questa fase in poi che la vita nella nostra zona si è snodata con continuità, anche se con alcune fasi di scarsa documentazione. Ad esempio, la fase protostorica, con 2 soli ritrovamenti (6%)178 è pochissimo documentata. Allo stesso modo, passando all’alto medioevo, è pochissimo documentata la fase pre-longobarda (1

Necropoli 17% Insediamento 17%

Edificio Incerto Insediamento Necropoli Necropoli/Insediamento Tomba Tombe Totale Totale solo sepolture 66

1 14 6 6 1 4 3 35 14


Alberto Bettinazzi

Volendo evidenziare il blocco complessivo dei contesti funerari si ottiene questa distribuzione: Sepolture 40%

contesti chiusi, sono più facilmente identificabili. Gli insediamenti, che pure dovevano esserci, sono invece più labili, per loro stessa natura, e difficili da cogliere, soprattutto quando i ritrovamenti sono sporadici e non sono seguiti da opportuni sondaggi archeologici. Quindi questo dato va interpretato alla luce del successivo grafico.

Edificio 3%

Incerto 40% Insediamento 17%

➢ Alcune significative riflessioni si possono dipanare anche partendo dall’osservazione del contesto di appartenenza dei ritrovamenti. Balza subito all’occhio il dato dei contesti incerti (14 su 35, pari al 40%, un dato che si spiegherà meglio col prossimo grafico relativo alle modalità di ritrovamento). ➢ Tra i contesti certi, notiamo una parità tra insediamenti e necropoli (6 casi per ciascuno dei due tipi, pari al 17% del totale). ➢ Tuttavia se raggruppiamo in un unico insieme i contesti afferenti all’area funeraria, sommando quindi le necropoli, le tombe isolate e i piccoli gruppi di tombe, si arriva a una proporzione ben diversa: ovvero le sepolture ammontano a 14 casi su 35 (40%) esattamente come i contesti incerti. A questo punto gli insediamenti, sommati agli edifici, rappresentano solo il 20% del totale. ➢ È evidente dunque che i contesti funerari sono quelli che maggiormente lasciano traccia di sé e, in quanto

Note: I dati sono presi da CAPB 1991, nn. 844-869 e NSAL 1987, p. 42; NSAL 1990, pp. 27-28; NSAL 1991, p. 17; NSAL 1992-93, pp. 82-83; NSAL 1995-97, pp. 92-95. 176

CAPB 1991, nn. 852, 856 (anche in NSAL 1987, p. 42), 861, 865 e NSAL 1991, p. 17.

177

178

CAPB 1991, n. 860 e NSAL 1990, p. 27.

Si tratta dell’insediamento produttivo in località Campi San Giovanni a Leno, stratigraficamente precedente alla necropoli in cui sono stati trovati oggetti di corredo di VII secolo. Pertanto l’insediamento dovrebbe precedere lo stanziamento dei Longobardi: BREDA 1992-93, pp. 82-83.

179

180

CAPB 1991, n. 863 (curtis di Porzano).

CAPB 1991, nn. 845, 851, 862 e BREDA 1995-97, pp. 93-95.

181

CAPB 1991, nn. 848, 850, 853, 854, 855, 857, 858, 864, 869 e NSAL 1995-97, pp. 92-93 (2 contesti).

182

183

67

CAPB 1991, n. 844.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Modalità dei ritrovamenti

plici da rintracciare e, probabilmente, vengono segnalate con maggiore cura). Oggetto e obiettivi di questo percorso archeologico Sembra dunque, alla luce dei dati riportati, che i punti principali da cui si deve partire sono i seguenti: 1) Pochi dati sicuri e attendibili a disposizione degli studiosi su cui fondare una metodologia di analisi applicabile poi a contesti analoghi; 2) Molta incertezza nella identificazione dei contesti, anche e soprattutto a causa delle modalità dei ritrovamenti; 3) Ineguale conoscenza dei vari periodi, sebbene si possa dare per assodata una certa continuità di vita e di popolamento sul territorio lenese; 4) Ineguale conoscenza dei contesti, con chiara predominanza, oltre agli incerti, dei contesti funerari; 5) Forte condizionamento imposto dalle caratteristiche geomorfologiche e idrogeologiche sulla abitabilità dei luoghi oggetto della nostra ricerca e di quelli limitrofi. Per Leno, in sostanza, le fasi maggiormente documentate sono quella romana e quella alto medievale, le quali sono lumeggiate non solo da una maggiore abbondanza nei ritrovamenti, corroborata anche da qualche saggio di scavo, ma soprattutto i dati ad esse relativi trovano confronti più puntuali e analogie più stringenti con quanto avvenuto e documentato in centri assai prossimi. Per la fase alto medievale poi l’abbondanza delle tombe di Porzano, la presenza dell’Abbazia benedettina e i materiali, anche sporadici ma identificabili con buona approssimazione,

25 20 15 10 5 0

SPORADICO

Sporadico Scavo Da fonte Totale

SCAVO

21 12 2 35

DA FONTE

60% 34% 6% 100%

Questo grafico mostra inequivocabilmente qual è il limite delle nostre conoscenze: il 60% (21 casi su 35) dei contesti proviene da ritrovamenti sporadici e solo per il 34% (12 casi su 35) è stato fatto uno scavo archeologico. In queste condizioni, dunque, è ben comprensibile come vi siano dei vuoti di documentazione: vuoti in senso geografico (aree per nulla documentate, ma solo per la casualità dei ritrovamenti); vuoti in senso cronologico (mancano tracce di quei periodi dove, ad esempio, si costruiva prevalentemente in legno e i morti erano sepolti senza corredo) e vuoti in senso tipologico (mancano i dati relativi agli insediamenti, i quali, per loro natura, sono difficili da scorgere e spesso sono stati cancellati dagli edifici dei periodi successivi; abbondano invece i dati riferibili alle sepolture, che sono più sem68


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provenienti da vari siti, aiutano a fare una serie di riflessioni certamente stimolanti, che andremo proponendo nel corso di questa ricerca. Veniamo ora a descrivere, per linee semplici ed essenziali, come si presenta la fase romana nella nostra zona. In senso generale, l’età romana si protrasse dal 753 a.C. al 476 d.C. (secondo le date convenzionali) e, per l’Italia padana, dal II sec. a.C. al V d.C. Uno spazio cronologico così ampio presuppone cambiamenti anche ingenti nel modo di vivere, di pensare e nelle conoscenze tecniche, cambiamenti che non possono essere condensati in poche pagine e in poche immagini. I Romani colonizzarono il nostro territorio di pianura, in maniera definitiva, nel I sec. a.C., anche se la deduzione di colonie, come Cremona e Piacenza, risale agli inizi del II sec. a.C. Tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. viene realizzata, in fasi cronologicamente distinte, la centuriazione. Con questa operazione vengono attribuiti dei lotti di terreno a famiglie di contadini con lo scopo di renderlo adatto all’agricoltura. Successivamente vedremo quali evidenze archeologiche hanno lasciato la presenza e la attività di questi agricoltori. Con la sistemazione definitiva del territorio, impostata sulla continua dialettica tra la città e la campagna, vengono definite anche la rete idrica e la rete stradale. Il sistema del trasporto, molto lento su ruote era invece facilitato dall’abbondanza di corsi d’acqua, molti dei quali navigabili (come, ad esempio, il Mella). L’uso delle vie fluviali concorre indubbiamente a spiegare la facilità di approvvigionamento dei

calcari prealpini (utilizzati come materiali edilizi, come supporti per iscrizioni funerarie e anche per la produzione delle calci). La facilità di individuazione dei percorsi terrestri, data l’assenza di barriere naturali, permette di giustificare la diffusione di materiali provenienti da altre aree geografiche (commercio che continuerà per tutta l’età romana, ma che per altro abbiamo visto già esistente per alcune tipologie di materiali preistorici, come la selce e la pietra verde). Le stesse vie verranno sfruttate anche nell’alto medioevo per la circolazione di merci e la mobilità delle persone. Degli 11 ritrovamenti romani provenienti dal territorio di Leno, tre datano tra l’età augusteo-tiberiana (fine I sec. a.C. - primi 40 anni del I sec. d.C.) e il II sec. d.C.184 e uno è attribuito alla fase tardoromana.185 Degli altri non è possibile specificare di più. Per quanto attiene alla tipologia dei rinvenimenti, di certo la classe più rappresentata è quella delle epigrafi (una quindicina da Leno, di cui 14 dal solo sito di Villa Badia, e due da Porzano).186 Se-

Note: CAPB 1991, n. 869 e NSAL 1995-97, pp. 9293 (due contesti di sepolture romane trovate a Leno presso la Roggia Catilina e presso la Cascina Fornasetta. Segnalazioni di Brunella Portulano). 184

69

185

CAPB 1991, n. 850,

186

CAPB 1991, nn. 853, 855, 857, 858.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

potevano mancare pagine dedicate alla costruzione e alla organizzazione dell’azienda. Columella in sostanza dice:189 1) La villa deve essere edificata in un luogo salubre, deve essere vicina all’acqua ma riparata dai venti. La migliore esposizione è verso oriente o verso mezzogiorno (De re rustica, I, 5.4); 2) “Paludi e strade militari non devono assolutamente essere vicine ai fabbricati” (De re rustica, I, 5.6). Il grosso problema infatti era far fronte all’umidità, sia negli appartamenti padronali, sia nei magazzini per la custodia delle derrate alimentari. A questa si affiancava anche l’altra questione fondamentale, evitare devastazioni ad opera di eserciti di passaggio. La comodità che una strada, possibilmente una via secondaria, passasse nelle vicinanze era da tenere nel giusto conto (De re rustica, I, 5.7); 3) “Il numero e la distribuzione degli edifici deve corrispondere all’insieme della costruzione e va diviso in tre parti: villa padronale, casa rustica, magazzini per i raccolti. La villa padronale a sua volta sia distinta in appartamento invernale ed estivo” (De re rustica, I, 6.1); 4) La parte destinata ai servi e agli schiavi doveva avere la cucina (alta di soffitto, per evitare gli incendi), le stanze per i servi non legati e l’ergastolo (le prigioni) sotterraneo per gli schiavi legati (De re rustica, I, 6.3); 5) Le stalle dovevano essere ampie e il massaro doveva abitare una stanza vicina alla porta per sorvegliare sempre gli animali. Costui doveva inoltre curare che i liquidi dalla stalla defluissero sempre all’esterno (De re rustica, I, 6.4);

guono, per consistenza, i corredi funerari e un edificio rinvenuto a Milzanello (di fronte alle Scuole).187 Possiamo a questo punto confrontare il caso lenese con il più ampio orizzonte della bassa bresciana,188 cercando di cogliere elementi di analogia con altri siti, maggiormente noti e testimoniati, e vedendo come era articolata la vita in età romana in un agglomerato rurale. I.2) GLI INSEDIAMENTI Le ville rustiche in età romana Il termine latino villa indicava, in origine, la casa colonica situata in campagna, fuori dalla città. In età tardo-repubblicana si iniziò a distinguere nettamente tra la villa rustica, destinata alla produzione agricola (dalla coltura dei cereali e dell’olivo all’allevamento degli animali domestici, spesso provvista di veri e propri impianti di trasformazione di larga scala come i frantoi per l’olio) e la villa d’otium, destinata allo svago dei ricchi possidenti. Queste ultime erano costruite in luoghi estremamente suggestivi (pensiamo alle ville di Desenzano e Sirmione sul Lago di Garda) ed erano dotate di comfort e decorazioni assai raffinate. Le ville più antiche, a destinazione agricola, erano di modeste dimensioni; solo in età tardo repubblicana si assiste alla nascita di vere e proprie ville residenziali, circondate da ampie porzioni di terreno coltivabile. Possediamo al riguardo una fonte letteraria estremamente ricca di particolari. Si tratta del libro “L’arte dell’agricoltura” di Columella (I sec. a.C. - I sec. d.C.) nel quale viene descritto ogni aspetto attinente l’agricoltura. Non 70


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6) “La parte destinata ai prodotti si divide in olearia, stanza del torchio, cantina per il vino crudo e per il vino cotto, fienili, pagliai, magazzini e granai. Le parti a terreno siano destinate alla conservazione dei prodotti liquidi, come il vino e l’olio da vendere; i prodotti aridi invece, come il grano, il fieno, il fogliame, la paglia e in genere i foraggi, si dispongano su palchi o tavolati. I granai, in particolare, siano situati in alto e vi si acceda con scale; vi siano strette finestrelle [...]” (De re rustica, I, 6.8). Columella aggiunge che secondo altri, invece, i granai dovrebbero essere a pian terreno, coperti a volta, divisi in comparti per distinguere le varie qualità di cereali. Ma a questo punto la cautela maggiore deve essere nella scelta del pavimento. Columella raccomanda un pavimento in cocciopesto, realizzato sopra una caldana preparata con terra battuta, sormontata da uno strato di calce e cocci ben compressi e livellati (De re rustica, I, 6.15); 7) Una fattoria deve avere questi annessi: un forno, un mulino, due stagni (uno per gli animali come oche e anatre, ma anche per favorire l’abbeveraggio delle bestie e uno per macerare lupini, vimini di olmo e salice), due letamai (uno per i liquami recenti e uno per i liquami più vecchi che possono essere usati come concime. Il fondo del letamaio deve essere in muratura per non far scolare i liquidi); 8) L’aia deve essere selciata, per favorire il vaglio del grano trebbiato. L’aia avrà una tettoia sotto cui riparare il grano medesimo. Il modello di villa che Columella propone tra la fine del I sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C. è il risultato

di un percorso di perfezionamento dell’azienda rurale che era iniziato molto prima. Infatti alla fine del III sec. a.C. o all’inizio del successivo si devono attibuire cronologicamente le situazioni e i tipi proposti nel De agri cultura,190 scritto da Marco Porcio Catone, detto Catone il Censore (234-149 a.C.), verso la metà del II sec. a.C. La villa catoniana è sicuramente concepita come una piccola azienda più che come un luogo di riposo, collocato nella serena tranquillità della campagna. Tuttavia la partizione in ambienti funzionali e ambienti residenziali, il livello qualitativo di questi ultimi, che deve essere consono a chi vi abita e agevolarne il soggiorno, la buona organizzazione degli spazi, che si riflette poi nel maggior rendimento dell’impresa, si trovano ben evidenti anche nell’opera del Censore (De agri cultura, 4.1). Anche in relazione alle tecniche costruttive, ai materiali, alle difese da mettere in atto rispetto agli agenti climatici sfavorevoli

Note: 187

CAPB 1991, n. 864.

Al riguardo si veda anche la sintesi, per alcuni versi ormai superata e da aggiornare, contenuta in PERINI 1987, pp. 40-52.

188

L.G.M. Columellae, De re rustica libri XII, traduzione di R. Calzecchi Onesti, Torino 1977.

189

M. Porcii Catonis, De agri cultura, a cura di L. Canali e E. Lelli, Milano, Oscar Mondadori 2000.

190

71


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Calderara di Reno - BO); B) VILLE RUSTICHE: edifici di ampiezza medio grande, articolati in numerosi vani, anche giustapposti, collocati intorno a un cortile o a un vasto piazzale. In questo caso c’era la netta prevalenza degli ambienti lavorativi, contraddistinti da una conformazione chiusa, cinti da un perimetro di muri continui di delimitazione (ad esempio, la villa della Cava SIM Nord di Casteldebole - BO); C) VILLE URBANO-RUSTICHE: con una struttura simile alla precedente, ma con la presenza di un vero e proprio quartiere residenziale di elevato livello formale (ad esempio, la villa di Nuvolento - BS). Il modello di coesistenza di ambienti residenziali e ambienti funzionali, tipico delle ville rurali romane tra la fine della repubblica e la media età imperiale, grazie al razionale equilibrio raggiunto, avrà sviluppo anche nei secoli successivi, passando attraverso la fase dell’economia curtense per arrivare sino alle nostre cascine. Nelle località di campagna però non c’erano solo le ville. Esistevano anche agglomerati di case, di modeste dimensioni, raggruppati a formare un villaggio. L’esempio archeologico di questa affermazione sta nello scavo del villaggio di età romana di Castel Antico a Idro. Qui furono trovati tredici edifici (dei quali solo sei furono scavati integralmente), con un medesimo orientamento (prova dello sviluppo ordinato del paese), ma con una notevole diversità tecnologica. Non sono state individuate tracce di infrastrutture (a causa dell’esiguità dello scavo), né di soluzioni per l’approvvigionamento idrico, né di necropoli. La differenza

e per quanto attiene agli accorgimenti per realizzare, nel miglior modo, gli ambienti funzionali (torchi, cantine, depositi, macine e altro), il trattato catoniano mette in evidenza alcune soluzioni che hanno precisi riscontri archeologici e che ebbero una durata assai lunga e fortunata (De agri cultura, 13-16, 18, 20, 22). In sostanza, possiamo sintetizzare i tipi di ville secondo il seguente schema, tenendo conto che in Italia settentrionale non si è mai affermata un’organizzazione fondiaria e produttiva basata sulle grandi ville a conduzione schiavistica (del tipo individuato nella letteratura varroniana),191 mentre è rimasta la piccola conduzione monofamiliare di tipo catoniano, che ha avuto ovviamente riflessi anche sulla forma e sulla qualità delle strutture abitative. Pertanto nel termine “VILLE” si devono comprendere entrambi i tipi sottoelencati: 1. Edifici solo residenziali, legati alla bellezza paesaggistica e all’amoenitas loci (esempio: “Grotte di Catullo” a Sirmione); 2. Edifici funzionali, legati alla conduzione di un fundus (è il caso più frequente, quello che meglio è rappresentato nelle nostre campagne). Le ville di campagna (extraurbane) assumono di conseguenza questi aspetti tipologico-funzionali:192 A) FATTORIE: complessi monofamiliari di poche stanze con disposizione planimetrica delle varie aree libera e aperta. Gli ambienti lavorativi e funzionali erano esterni, pienamente idonei a una completa interdipendenza con il circostante ambiente agricolo (ad esempio, la villa delle Cave Nord di 72


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tecnico-costruttiva risiede nel fatto che alcuni edifici erano “costruiti con muri a secco o legati da scarsa malta con grosse pietre infisse verticalmente nel terreno, in edifici che presentano un livello d’uso costituito da un semplice battuto”. La parte superiore degli alzati e la copertura di questi edifici erano in legno. Un edificio era seminterrato. L’altro tipo edilizio è invece costituito da “edifici con buona tecnologia: muri regolari con pietre di piccola dimensione legate da buona malta, copertura in embrici, pavimentazione in malta o cocciopesto. Differenziata la planimetria [...]”.193

Calderara di Reno (BO).195 Dalla fine del II sec. d.C. dunque molte ville subiscono modifiche strutturali e funzionali per adattarsi verosimilmente a una nuova situazione economica che, con l’acuirsi della crisi socio-economica del III secolo, punta su leve differenti dalla mera produzione agricola di sussistenza. La sistematicità di tali trasformazioni interne, destinate a svilupparsi tra il III e il IV sec. d.C. procede parallelamente all’affermarsi del ceto dei grandi possessores e del sistema di conduzione basato sul colonato. Pertanto alcune ville, abbellite e impreziosite in questa fase, sono da interpretarsi come residenza di proprietari terrieri, a cui sono subordinati i coloni che abitano, ap-

Cenni sull’evoluzione delle ville in tarda età romana Nel I sec. a.C. e fino al II sec. d.C. predominano le fattorie (modello A del precedente schema), di piccole dimensioni, numericamente consistenti e ben distribuite sul territorio per la gestione delle terre e delle acque; successivamente si fanno rare le fattorie e compaiono più frequenti esempi di ville rustiche (modello B) e, dal IV al V secolo soprattutto, alcuni esempi di ville urbano-rustiche (modello C). Per la prima volta, attorno al III sec. d.C., si assiste a una certa flessione numerica degli stanziamenti rustici, di cui esistono precisi riscontri archeologici nelle tracce di collassi strutturali e di abbandono di molti edifici (come nel caso della villa “Grotte di Catullo” a Sirmione).194 Le ville che sopravvissero a questa fase si adattarono a un nuovo modello produttivo: non solo destinazione d’uso di ambito agricolo, ma anche compresenza di attività artigianali prima non attestate. È il caso della villa di

Note: Questo tipo di organizzazione è quella che si trova descritta nell’opera De re rustica completata nel 37 a.C. dallo scrittore Marco Terenzio Varrone (116 a.C.-27 a.C.). Il modello varroniano è quello della grande concentrazione latifondistica, dove è presente l’impiego intensivo della manodopera servile e dove evidentemente la villa è la lussuosa dimora del padrone che non si dedica certo all’agricoltura, bensì al commercio dei prodotti agricoli.

191

192 ORTALLI 1996, pp. 10-16; BACCHETTA 2003, pp. 17-19.

73

193

BROGIOLO 1980, pp. 186-195 passim.

194

ROFFIA 1996, pp. 45-46.

195

ORTALLI 1996, p. 13.


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bero stati costretti a confrontarsi. Tuttavia, al di là della questione circa l’originalità delle conoscenze romane, furono sicuramente l’alto livello di perfezionamento e la grande affidabilità dei risultati ottenuti che ci permettono di considerare i Romani tra i più grandi costruttori di tutte le epoche. La loro espansione militare portò queste conoscenze in territori anche lontani. Quali sono dunque le ragioni che hanno reso così perfetta la capacità tecnico-costruttiva dei Romani? Quali sono i punti di forza? Una delle prime caratteristiche che subito vengono in mente è l’utilizzo dell’arco. Infatti con l’arco si creano delle strutture che possono espandersi in lunghezza e in altezza avendo dei carichi bilanciati e assoluta solidità statica. Ma possiamo dire che la forza maggiore dei Romani fu nella scelta dei materiali e nella capacità della loro posa in opera.197

punto, piccoli edifici. Tra IV e V sec. d.C. si osserva una situazione che sempre più richiama da un lato accorpamenti fondiari e dall’altro specializzazioni e decentramenti produttivi: situazione cui si adatta la persistenza di diverse grandi ville ancora ben attrezzate. Queste, in realtà, quasi mai mostrano un rinnovamento dei quartieri residenziali; assai più frequente è invece il definitivo decadimento di tono insediativo degli ambienti residenziali originari. Tra fine V e VI secolo, nonostante qualche indizio di ripresa dell’economia regionale, il popolamento rurale accentuò i caratteri involutivi, avviandosi a una fase terminale. Ricorrente è il marcato degrado ambientale o il collasso edilizio degli edifici.196 Cenni sull’edilizia Accenniamo brevemente alle principali tecniche costruttive dei Romani, attestate nei ritrovamenti archeologici nella nostra zona. Indubbiamente l’alta qualità dei risultati raggiunti in campo edilizio è un altro motivo per cui le tracce degli edifici romani sono ben visibili ancora oggi e ben identificabili, anche mediante semplici ricerche di superficie. È opinione diffusa che i Romani ereditarono molto dagli Etruschi: soprattutto per quanto concerne la forma dei templi, per molte soluzioni costruttive, per le canalizzazioni idrauliche. Sicuramente all’inizio della storia romana, l’influsso politico, economico e culturale degli Etruschi fu molto marcato. Inoltre gli Etruschi erano in contatto col mondo greco e orientale: erano dunque i mediatori ideali di una serie di culture con cui i Romani, presto o tardi, sareb-

Le pietre da costruzione I Romani ne conoscevano bene le qualità e sapevano che la dislocazione di materiali con peso specifico più alto era preferibile nelle parti basse e viceversa. Nelle coperture poi spesso si usava la capriata di legno che sorreggeva tetti coperti da tegole. Inoltre le pietre, soprattutto se blocchi di dimensioni notevoli, andavano posizionate in maniera che i piani di stratificazione fossero orizzontali (per evitare i tagli). I mattoni La qualità oltre che dall’impasto dipendeva dalla cottura. Inoltre i mattoni, di solito quadrati (in Italia setten74


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Il cocciopesto

trionale invece era più diffuso il c.d. “sesquipedale cisalpino”, di modulo rettangolare), erano facilmente impilabili, reggevano carichi elevati, avevano peso specifico inferiore alle pietre (a parità di resistenza) e aderivano in maniera ottimale alla malta. Infine se il muro aveva un nucleo a sacco e i rivestimenti (cortine) in laterizi, i Romani ponevano grande cura nell’immorsare le parti in modo da evitare i distacchi.

È un impasto di calce, sabbia e frantumi di laterizio omogenei. Veniva usato come strato impermeabilizzante delle strutture (per pavimenti o come rivestimento di murature). L’opus signinum È un impasto di calce molto forte (grassa), arena granulosa e pura e pietrame duro di piccola pezzatura. La miscela prevedeva 5 parti in volume di sabbia e 2 di calce. E poi il conglomerato veniva battuto con mazzeranga così da avere una compattezza elevatissima. Le soluzioni costruttive adottate prevedevano l’uso esclusivo oppure misto di laterizi e pietre. Questi sistemi furono impiegati per vari secoli. Pertanto diventa arduo datare le strutture in base alle loro qualità estetiche e alle tipologie murarie in assenza di contesti stratigrafici precisi o di materiali ben riconoscibili in associazione con i lacerti murari. Oltre alla cronologia poi sarebbe utile capire il perché di certe scelte costruttive in relazione alla destinazione d’uso dell’edificio, alle condizioni ambientali, ai vincoli imposti dai materiali stessi e dal grado di abilità delle maestranze. Il fatto che molti edifici siano stati individuati solo mediante ricerche di superficie non aiuta la comprensione di questi elementi.

Le malte Forse è qui che i Romani realmente si distinsero. Vitruvio affermava che la soluzione edilizia migliore era legare le pietre con malte derivate dalla calcinatura di pietre dello stesso tipo. La malta è l’unione di sabbia (con granulometria variabile a seconda degli usi) e calce. La calce si ricava dalla cottura di pietre calcaree, poi sbriciolate e immerse in acqua per favorire lo “spegnimento”, ovvero il passaggio dalla “calce viva” al grassello di calce. Per le costruzioni da realizzarsi in presenza d’acqua era sufficiente aggiungere alla malta di calce e sabbia anche altri elementi che miglioravano le qualità idrauliche. Questi elementi potevano essere polvere di laterizio oppure argilla dei Campi Flegrei (la Pozzolana) che garantiva il tiraggio anche sott’acqua. Il calcestruzzo È quello che i Romani chiamavano opus caementicium ed è composto da malta di calce e pietrame di varie dimensioni. Ottimo per le fondazioni (specialmente a sacco, in cavo libero o armato), veniva speso usato anche nel nucleo dei muri.

Note: 196

ORTALLI 1996, p. 17.

Sull’edilizia romana si vedano in particolare: GIULIANI 1990; CAGNANA 2000; BACCHETTA 2003, pp. 47-ss. 197

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na, città nella quale egli era giunto nel 166 a.C. in qualità di ostaggio, dopo che Roma aveva iniziato la penetrazione in Grecia. Aveva circa quaranta anni ed era animato da grossa curiosità verso le abitudini di questo popolo che egli sentiva come destinato a una enorme espansione. A proposito delle cerimonie funebri patrizie egli ricorda questi elementi: a) Quando un personaggio illustre muore, viene portato con ogni onore nel Foro e lì posto quasi sempre diritto e non sdraiato; b) Di fronte al popolo che circonda il feretro un membro della famiglia tiene un discorso di elogio (laudatio funebris); c) Si seppellisce il morto secondo il rituale (infra) e la sua immagine, chiusa in un reliquario di legno, viene portata nel luogo più visibile della casa (i ritratti venivano poi uniti, per le occasioni speciali, con delle fasce di stoffa rossa per segnalare le linee di parentela, così da formare un albero genealogico); d) L’immagine è una maschera di cera che raffigura con notevole fedeltà la fisionomia e il colorito del defunto; e) Le immagini dei defunti di una famiglia vengono esposte in pubblico in occasione di altri funerali e durante le cerimonie religiose collegate al culto dei morti (vengono addirittura indossate da persone somiglianti ai defunti per statura e corporatura, che sfilano con le toghe o altri indumenti in modo da ricordare il ruolo e le cariche ricoperte dal defunto stesso). In sostanza, il morto doveva essere sempre ben presente e non solo nel ricordo astratto.

I.3) Sepolture, corredi e stele funerarie I Romani separavano con grande rigore lo spazio dei vivi da quello dei morti (fin dalle Leggi delle XII Tavole, la più antica legislazione romana di cui sia rimasta traccia). I Romani credevano nella esistenza di una vita dopo la morte corporea e credevano che vi fosse una certa interferenza tra il mondo dei morti e quello dei vivi. A dimostrazione di ciò si possono invocare la concezione della tomba come nuova casa del defunto e la deposizione del corredo tombale provvisto di quanto doveva servire per far fronte a necessità simili a quelle della vita in questo mondo (venivano perciò deposti vasellame da mensa, resti di cibo, monete). C’era perfino un nome collettivo per indicare indistintamente le anime dei defunti: Di Manes. Questo nome si trova spesso, sulle iscrizioni funerarie, abbreviato in D(is) M(anibus). Il primo elemento che sicuramente colpisce quanti studiano le abitudini funerarie del mondo romano sta nell’importanza sociale che viene ad assumere il rito funebre e di cui per la prima volta abbiamo sicura documentazione nelle fonti scritte. Il culto del defunto a Roma, presso le famiglie patrizie, possiede connotati assai particolari. Abbiamo al riguardo un documento letterario di grande importanza. È un passo dello storico greco Polibio, che osserva autopticamente e descrive il rituale funebre patrizio mettendo in luce il valore simbolico di queste cerimonie. Polibio conosce bene la realtà roma76


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Per questo motivo i Romani, come vedremo, segnalavano le tombe con stele funerarie che riportavano un ritratto (anche semplificato) e una iscrizione celebrativa a ricordo dell’estinto. Sappiamo inoltre che le necropoli erano ubicate lungo le strade principali di accesso a un centro abitato affinché il morto potesse avere la massima visibilità. Alla famiglia era poi concesso il IUS IMAGINUM, ovvero il diritto di tenere le immagini degli antenati nell’atrio, cioè nell’ambiente centrale della casa. Il provvedimento opposto era la damnatio memoriae, in conseguenza della quale ogni immagine di un defunto, ritenuto colpevole di reati gravi, veniva abrasa e cancellata. Per espletare al meglio il diritto al ius imaginum si preparava una maschera in cera del volto del defunto, assai conforme, quindi, alle sue reali fattezze. Di queste maschere non abbiamo traccia diretta. Tuttavia un’eco di tale tradizione è ben evidente nel caso dei ritratti presenti sulle stele funerarie o in certe sculture. La caratterizzazione della capigliatura, delle vesti e degli ornamenti è molto curata, proprio per fornire, a chi si trovava a passare di fronte al luogo della sepoltura, il maggior numero di informazioni circa l’aspetto fisico ed il ruolo sociale del defunto. Il ritratto funerario nel corso del tempo viene parzialmente condizionato dalle mode del momento (capigliature, monili, altri dettagli di costume). Dal ritratto funerario va tenuto separato il ritratto onorifico, cioè l’immagine ufficiale dell’imperatore, veicolata anche attraverso le monete, che si ispira il più delle volte a modelli idea-

lizzati di stampo ellenizzante (ovvero con modelli importanti dal mondo greco e da una parte dal mondo mediorientale), che a Leno ritroviamo, ad esempio, nel Sesterzio di Marco Aurelio (fig. 32).

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Il rito funebre, nel mondo romano, era così articolato.

a) I STADIO. È il c.d. “rito di separazione”. Il morto veniva portato fuori dalla casa (i Patrizi lo conducevano nel Foro) o comunque era deposto con i piedi verso la porta. Il morto era ben vestito. I parenti in lutto erano vestiti in maniera trasandata. La casa era considerata impura. Val bene ricordare come in origine i funerali fossero celebrati di notte, di modo che i magistrati e le personalità con incarichi politici non incontrassero il corteo funebre venendone contaminati. La presenza di torce, lampade e candele ricorda di fatto questa antica precauzione. b) II STADIO. È il “rito di sepoltura”. Il morto veniva cremato (fino al II secolo d.C. questo è il rito prevalente) o inumato. Nel primo caso, le ceneri (a volte raccolte in un’urna) venivano collocate nella tomba insieme al corredo. Successivamente si sacrificava un porco e a seguire si faceva il banchetto funebre. Con il prevalere del rito della inumazione (le ragioni del passaggio sono oscure e la cronologia va posta attorno alla fine del II sec. d.C.), cambiano leggermente il rituale e la tipologia delle sepolture ma non muta il significato. Le sepolture potevano essere in nuda terra, in una cassa di legno che in genere non si è conservata, in un sarcofago oppure in una fossa foderata di mattoni con copertura alla cappuccina o con lastra di pietra, oppure in un’anfora (per gli infanti). c) III STADIO. È il c.d. “rito di aggregazione”. I familiari tornavano alla vita normale, perché era avvenuta la purificazione. In occasione di apposite feste essi erano tenuti a fare sacrifici sulla tomba del defunto. “Successivamente alla sepoltura, al nono giorno, prima del quale si osservava un periodo di lutto stretto, veniva celebrato un pranzo di fianco alla tomba, la cena novemdialis, nel corso della quale si offriva una libagione ai Manes versandola direttamente sulla tomba. Nel corso dell’anno vi erano poi numerosi momenti di commemorazione dei defunti, quali i Feralia in febbraio e i Lemuria in maggio”.198 Note: 198

Sub ascia 1987, pp. 24-25.

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I luoghi di sepoltura, come detto, erano esterni alla città. Già alle origini della legislazione scritta una norma sanciva “Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito” (cioè, “non sia inumato né cremato alcun uomo all’interno della città”). L’archeologia conferma il rapporto tra le necropoli e le strade. Motivi non solo igienici, ma anche di ostentazione e di celebrazione inducevano a ubicare le necropoli lungo le vie di comunicazione, ovvero nei luoghi più adatti, perché transiti obbligati, a mostrare il valore dei defunti. Un viaggiatore che si avvicinasse a una città incontrava innanzitutto i monumenti funerari, che incarnavano la storia e significavano il potere di quella città e delle sue famiglie più illustri. A indicare le sepolture erano collocati dei segnacoli e delle stele, alcuni dalle forme estremamente complesse. In essi si trova l’iscrizione celebrativa del defunto e, spesso, una rappresentazione grafica (un ritratto o un altro soggetto comunque fortemente collegato al defunto). Nel territorio di Porzano è stata rinvenuta una stele (fig. 29), su un supporto in calcare di Botticino, dedicata alla memoria di Ottavia. Essa è oggi murata sul lato meridionale della cascina Zucchi. Il testo, molto semplice dice: Octavia Sp(uri) f(ilia) Anus T(estamento) F(ieri) I(ussit) (Ottavia, figlia di Spurio, da vecchia, nel testamento ordinò che [questa stele] fosse realizzata). Il rito funerario prevalente nel I e II secolo d.C., con alcune attestazioni nel III, è il rito della cremazione, a cui si affianca, alla fine del II secolo, il rito inumatorio, che prevale nel III e nel IV secolo. La cremazione poteva essere ef-

Figura 29: Porzano di Leno. L’epigrafe di Ottavia murata sul lato meridionale della Cascina Zucchi.

fettuata in uno spazio apposito dentro la necropoli (ustrinum) oppure sul luogo stesso della sepoltura (bustum). Il cadavere veniva adagiato su un lectus di legno, spesso decorato, a sua volta collocato sopra una pira. Accanto al cadavere venivano deposti oggetti personali, offerte e vasetti contenenti sostanze odorose (balsamari).199 Non venivano cremati i bambini deceduti in tenera età e i morti colpiti da un fulmine.200 I corredi solitamente comprendono: dotazione di oggetti di uso quotidiano, una o più monete (l’Obolo di Caronte), della ceramica fine da mensa, l’olla spesso usata come contenitore dei reNote: Un bel quadro relativo al rito di sepoltura, al significato e alla qualità degli oggetti deposti e alle interpretazioni che possiamo attribuire in Sub ascia 1987, pp. 20-26.

199

Sub ascia 1987, p. 12, che richiama in nota le fonti antiche: PLINIUS, Naturalis Historia, VII, 15 e IUVENALIS, Saturae, XV, 138-140.

200

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sti cremati, alcuni ornamenti personali e contenitori vari (in particolare i balsamari), una brocca o una bottiglia di vetro, come contenitori per i liquidi, tazze e bicchieri, utensili, una o più lucerne (talora deposti capovolti a indicare la nuova condizione di vita oltre la morte, un mondo opposto rispetto a quello che il defunto aveva appena lasciato). “Nella tradizione greco-romana il defunto doveva pagare a Caronte, mitico traghettatore delle anime, il pedaggio per l’attraversamento del fiume infernale Acheronte verso il mondo dell’Aldilà e i parenti, o chi per essi, come gesto di pietas gli ponevano sul corpo stesso o nella tomba una o più monete destinate a questo fine”.201 Qualcosa di simile si trovava già nel mondo celtico (deposizione di quantità metalliche in funzione premonetale), ma con la romanizzazione questo uso si consolida e si diffonde. È quindi un uso eminentemente romano. Nelle sue fasi più antiche (II secolo a.C.) si trovano deposti piccoli gruzzoli e non solo singole monete (quest’uso riemergerà poi nel III sec. d.C.). La maggior diffusione del rituale appare già evidente nel I sec. a.C. La moneta poteva essere posta sul corpo, sotto di esso o nelle immediate vicinanze, secondo una prassi estremamente varia e libera. Di solito si tratta di monete di bronzo, di argento, di rame o di oricalco (lega di rame e zinco). Sono escluse quelle in oro. Non è chiara la ragione della scelta dei tipi monetali: si trattava di casualità, di semplice opportunità oppure c’erano motivi simbolici legati all’iconografia (con significati apotropaici)? La presenza di più pezzi deposti contempo-

raneamente crea pure delle incertezze interpretative: sono tutte monete relative al naulum (cioè, all’obolo per Caronte) o ci sono anche monete offerte dai parenti durante il rito funebre e non collegate direttamente alla funzione di viatico? Col III sec. d.C. il rito dell’obolo di Caronte tende a rarefarsi e a scomparire. “La sua scomparsa viene generalmente attribuita al tramonto e alla fine del paganesimo e alla diffusione del Cristianesimo. [...] Va tenuta presente anche la parallela rarefazione dei ritrovamenti monetari negli abitati, che sembrano suggerire un ridotto uso della moneta in tutti i momenti della vita quotidiana con conseguente ripercussione nell’ambito funerario”.202 Il fenomeno dell’Obolo di Caronte riapparirà però nel tardo medioevo come retaggio sopravvissuto o recuperato della cultura pagana.

Note:

80

201

CHIARAVALLE 1996, pp. 67-68.

202

CHIARAVALLE 1996, p. 80.


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I.4) I materiali romani

scono questi accumuli “ripostigli”. Infine, monete accumulatesi in maniera involontaria, perché perse o cadute di tasca e non più recuperate, si trovano sparse nei vari strati insediativi.205 È evidente che per ciascuno di questi casi sono valide alcune osservazioni, che si rivelano costanti e sono quindi sostanzialmente valide per contesti analoghi, sulla tipologia e sul valore dei pezzi rappresentati e anche sul loro stato di conservazione. Infatti, se prendiamo il caso dei depositi votivi, possiamo notare come generalmente essi siano costituiti da monete di modesto valore intrinseco e nominale. Allo stesso modo, sono di basso valore anche le monete “uscite di tasca” e che si rinvengono sparse negli strati abitativi. È ovvio, quindi, che queste due tipologie forniscono tracce della circolazione monetaria minuta di uso quotidiano, non dandoci invece notizie utili alla comprensione dell’economia di scambio a livello medioalto. Di solito poi i pezzi rinvenuti in questi contesti sono mal conservati per consunzione imputabile all’utilizzo quotidiano. Le monete provenienti dai ripostigli invece sono spesso meglio conservate, almeno relativamente ai pezzi più recenti, che, in teoria, dovrebbero aver circolato per minore tempo. Nei ripostigli di solito sono confluite monete con valore intrinseco maggiore rispet-

Le monete Le monete bronzee custodite al Museo di Leno sono sei, di cui tre attualmente illeggibili; due conservano qualche traccia del tipo, mentre una è ben riconoscibile. “Dalla metà del III secolo [...] a Brescia come nel resto dell’Italia e dell’Impero, l’intero stock monetario in bronzo scompare dalla circolazione. Successivamente circolano quasi solo Antoniniani, di valore intrinseco sempre più basso, fino agli interventi di Aureliano”.203 Fino alla metà del III secolo, quindi, sono in circolazione, tra le monete bronzee, sia l’Asse che il Dupondio che il Sesterzio. Il fenomeno che si ravvisa, tra le seconda metà del II sec. e l’età gallienica (260-268 d.C.), è quello del progressivo prevalere del Sesterzio rispetto agli altri due nominali, che si trovano invece in maggiore abbondanza nel I e in buona parte del II secolo.204 Con l’età di Marco Aurelio (161180 d.C.) inizia l’inversione di tendenza a vantaggio della diffusione del sesterzio. La differente percentuale di distribuzione dei tre nominali enei dipende anche dal contesto del ritrovamento. Le monete antiche sono giunte a noi in modi diversi. In alcuni casi erano deposte nelle sepolture come corredo per il morto, per necessità collegate alla vita nell’oltretomba. In altri casi, costituivano dei depositi votivi creatisi per successive donazioni di pezzi in onore di talune divinità. In altri casi ancora, esse costituivano dei gruzzoli nascosti e occultati volontariamente dal loro possessore in attesa di poterle recuperare successivamente: gli archeologi defini-

Note:

81

203

ARSLAN 1999, p. 355.

204

ARSLAN 1999, p. 353.

205

ARSLAN 1990, pp. 49-50.


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to al valore nominale (nel momento in cui furono tesaurizzate). Le monete deposte nelle tombe sono invece di tipo assai variabile, come variabile è anche lo stato di conservazione. La scelta di un nominale piuttosto che di un altro dipendeva infatti dalla reale ricchezza della famiglia del defunto, ma poteva essere imputabile anche a ragioni più soggettive: una scelta di esibizione di potenza, una scelta legata all’iconografia della moneta, una scelta connessa agli aspetti del rito e alla loro differente accettazione nella religiosità e nel credo dei singoli. Questi aspetti fanno sì che lo studioso moderno debba essere molto cauto nell’accostare i tipi monetali rinvenuti nelle tombe alla circolazione reale nel periodo in cui è stato deposto il defunto. Spesso infatti non c’è reale rispondenza tra le monete usate come obolo e quelle realmente circolanti nel medesimo tempo. I reperti di Leno potrebbero, con buona probabilità, essere attribuiti a contesti funerari. Rimane invece il dubbio se tali contesti siano da ascrivere a sepolture romane o già tardoantiche o altomedievali. Infatti “la deposizione rituale di monete anche molto più antiche, è frequente in sepolture tardoantiche ed altomedievali” (DE MARCHI 1988, p. 64).

Di seguito si riportano le schede delle sei monete custodite al Museo di Leno. 1) Roma imp.; Imperatore incerto; Zecca di Roma (?); AE As (?); D/ e R/ tipi incerti g 7,3; mm 24,3; ? (fig. 30)

2) Roma imp.; Imperatore incerto; Zecca di Roma (?); AE Dp o Sest; D/ e R/ tipi incerti g 21,1; mm 31,0; ? R/ [...] (fig. 31)

3) Roma imp.; MARCUS AURELIUS (giugno-dicembre 174); Zecca di Roma; AE Sest.; g 19,1; mm. 30,5; 330° D/ mantoninus augtrpxxviii testa di M. Aurelio laureato a destra; R/ impvii cos iii con SC Roma seduta su trono a sinistra con Vittoria nella destra e palma (oppure: Vittoria con patera e palma). Bibl. gen. e di cfr.: RIC III, p. 301, n. 1113; COHEN 342 (fig. 32)206

Note: Desidero ringraziare il prof. Ermanno Arslan per gli utilissimi consigli forniti nella fase di studio e di catalogazione di questa moneta.

206

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Figura 30: Leno. Museo Civico. Moneta romana in bronzo. Illeggibile.

Figura 31: Leno. Museo Civico. Moneta romana in bronzo. Illeggibile.

Figura 32: Leno. Museo Civico. Sesterzio in bronzo di Marco Aurelio (174 d.C.).

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4) Roma imp.; Imperatore incerto; Zecca di Roma (?); AE Dp o Sest; D/ e R/ tipi incerti g 18,1; mm 29,4; ? (fig. 33)

5) Roma imp.; Imperatore incerto (III sec?); Zecca di Roma (?); AE As o Dp; D/ Testa di donna incoronata a destra R/ […] g 10,3; mm 24,5; ? (fig. 34)

6) Roma imp.; Imperatore incerto; Zecca di Roma (?); AE As (?); D/ e R/ tipi incerti g 9,8; mm 25,9; ? (fig. 35)

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Figura 33: Leno. Museo Civico. Moneta romana in bronzo. Illeggibile.

Figura 34: Leno. Museo Civico. Moneta romana imperiale. Imperatore incerto (III sec. ?). Bronzo.

Figura 35: Leno. Museo Civico. Moneta romana in bronzo. Illeggibile.

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Le coppette in ceramica a pareti sottili “La maggior parte della ceramica a pareti sottili rinvenuta in Lombardia è ricollegabile ad una produzione genericamente definibile come «padana». Non si hanno però dati sufficienti né per individuare i luoghi di fabbricazione né per circoscrivere l’area di distribuzione. Sicuramente alcuni di questi centri produttivi erano collocati in Lombardia, come la fornace di Via Platina, a Cremona”.207 In effetti la fornace di Cremona, allo stato attuale degli studi, è l’unica attestata con certezza in Lombardia, relativamente alla produzione di questa classe ceramica.208 Il problema è ancora più complesso se si pensa alla coesistenza, non infrequente, di pezzi di produzione locale e di manufatti importati dall’Italia centrale. La diffusione della ceramica a pareti sottili in Lombardia prende avvio già nel I sec. a.C. e perdura fino alla metà almeno del II sec. d.C. I frammenti custoditi al museo di Leno appartengono a due diverse coppette che per morfologia, impasti e decorazioni sono simili a manufatti ben presenti nei contesti lombardi tra la fine del I sec. a.C. e il I secolo d.C. Queste coppette assumono forma emisferica o carenata. L’impasto è molto depurato e può essere di colore grigio oppure di tonalità più chiara, con una prevalenza del primo. Le decorazioni sono spesso effettuate con la tecnica a rotella o á la barbotine (impiegando argilla più depurata e più liquida). “Infatti la coppetta carenata o globulare è la forma maggiormente attestata sia nei contesti funerari che in

quelli urbani e si presenta in varie redazioni con diversi tipi di argilla e di decorazioni della superficie, dalle pareti sabbiate a quelle decorate [...]”.209 Leno coppa 1 (fig. 36): di questa coppa emisferica restano 3 frammenti, di cui 2 rimontanti. L’orlo, leggermente esoverso e arrotondato, è separato dalla spalla da una solcatura realizzata prima della cottura. La spalla, priva di decorazioni, è leggermente carenata. Il corpo della coppa è decorato á la barbotine e presenta su tutta la superficie la tipica sabbiatura. Il motivo decorativo è costituito da file non del tutto regolari di gocce disposte in senso obliquo. Manca l’attacco del piede. L’impasto è molto depurato e di colore grigio chiaro. Misure: spessore all’orlo mm 2,6. Si tratta di una coppetta accostabile al tipo Angera 1, tipologia che si trova a Calvatone (CR) già alla fine del I sec. a.C. È comunque un manufatto specialmente diffuso in età augustea e fino ad età neroniana, con particolare frequenza nella fase giulio-claudia (1554 d.C.). Bibl. di confronto: TASSINARI 1999, pp. 40-41, 48-49 e tavv. XI-XII, p. 335-336.

Note: 207

TASSINARI 1999, p. 40.

208

TASSINARI 1999, p. 38.

LAVIZZARI PEDRAZZINI 2004, pp. 206207. 209

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rinosa. Le superfici, interna ed esterna, sono rivestite da ingobbio di colore grigio-cenere, guasto in alcuni punti (in particolare all’interno). La superficie esterna è decorata con motivi ondulati, tracciati in senso verticale (decorazione strigilata) e prolungati dalla solcatura posta sotto l’orlo fino all’inizio della carenatura. Le decorazioni sono realizzate á la barbotine. La superficie interna, invece, presenta le tracce della lavorazione al tornio veloce. Misure: lunghezza del frammento all’orlo mm 48,3; lunghezza massima del frammento mm 61,6; spessore all’orlo mm 2,6: distanza dall’orlo alla carenatura mm 30,1. Questo frammento appartiene a una coppetta tipo Angera 2, un manufatto che cronologicamente è attestato dall’età tiberiana fino al primo quarto del II sec. d.C.

Figura 36: Leno. Museo Civico. Frammenti pertinenti a una coppetta di forma globulare in ceramica a pareti sottili. Età imperiale romana (I sec. d.C.).

Bibl. di confronto: TASSINARI 1999, pp. 40-41, 50-51 e tavv. XI-XII, p. 335-336; BEZZI MARTINI 1987, p. 52, fig. 7; per la decorazione strigilata, Sub ascia 1987, p. 78, tomba 15, n. T1 (coppetta a pareti sottili, tipo Marabini XXXVI: età giulio-claudia); MASSA 1996, p. 42 e fig. n. 41 a p. 59 (da Borgo San Giacomo - BS).

Leno coppa 2 (fig. 37): di questa coppa carenata resta un frammento parietale, con orlo piano evidenziato rispetto al corpo dalla presenza di una solcatura cava. L’impasto molto depurato è di colore grigio. L’argilla è fa-

Figura 37: Leno. Museo Civico. Coppetta carenata in ceramica a pareti sottili. Età imperiale romana (I sec. d.C.). 87


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Padana, ricca di depositi a granulometria fine (alluvionali), dalla disponibilità di acqua per la lavorazione e di legname per la cottura, oltre che dalla facilità nei trasporti e nella distribuzione. Val bene ricordare, al proposito, il ritrovamento archeologico a Lonato (BS) di alcune fornaci in uso nel I e II sec. d.C. proprio per la cottura di laterizi.212 La misura tipica dei mattoni di età romana che si trovano nell’Italia settentrionale è di 44/45 x 29/30 x 6/7 cm, pur presentando spesso oscillazioni di un paio di centimetri. È questo un modulo rettangolare che si chiama sesquipedale (ovvero, costituito dalla misura di un piede e mezzo per un piede romani). A Roma e nell’Italia centro-meridionale è invece più diffuso il modulo quadrato di 44/45 cm di lato. La particolarità nella misura del “sesquipedale cisalpino” (così vene denominato nella letteratura archeologica il mattone rettangolare dell’Italia settentrionale) viene spiegata solitamente come la ripresa delle misure del mattone “lidio” veicolata nell’Italia cisalpina dagli Etruschi, che pure ne facevano ampio uso.213 Altri moduli di laterizi romani, oltre al sesquipedale quadrato e al sesquipedale cisalpino, erano: il pedale (quadro, col lato di un piede, ovvero con misura teorica di 29,6 cm); il bipedale (con il lato di due piedi, 59,2 x 59,2 cm) e il bessale (col lato pari a due terzi di piede, ovvero teoricamente, 19,7 x 19,7 cm).214 Nella tarda età romana e nell’alto medioevo, quando la produzione di nuovi pezzi comincia a scemare, avvie-

I laterizi: mattoni, tegole, coppi “L’origine del laterizio cotto da costruzione (il mattone propriamente detto) si pone generalmente in età ellenistica (all’incirca tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C.)”.210 In quest’epoca si data infatti l’introduzione del mattone cotto a sostituzione di quello crudo. In quale zona geografica sia avvenuta l’“invenzione” della cottura è problema dibattuto. Alcuni ritengono che l’area genitrice sia quella della Magna Grecia, altri sono persuasi che i primi mattoni cotti siano stati realizzati nell’Italia settentrionale, dove, in modo particolare, si era notata l’inadeguatezza dei pezzi crudi, per le difficili condizioni climatiche. “Quale che sia l’ipotesi da preferire, è comunque indubbio che – in ambito cisalpino – il mattone cotto ha di fatto conosciuto un «successo» precoce e straordinario”.211 Precoce, perché i primi esempi, rinvenuti in strutture fortificate a difesa dei centri cittadini (le nuove colonie fondate dai Romani) datano alla fine del II - inizi del I secolo a.C. Straordinario, perché, oltre agli esempi derivanti dalla ricerca archeologica (anche relativamente ad edifici abitativi, come quelli rinvenuti in Piazza Marconi a Cremona), si possono leggere numerosi passi in fonti letterarie che testimoniano la larghezza dell’uso di questa nuova tecnologia (in particolare il De re rustica di Varrone, nel passo I,14,4, dove si accenna all’uso dei lateres coctiles anche per realizzare i muretti divisori tra un fondo agricolo e i confinanti. Siamo all’incirca alla metà del I sec. a.C.). La diffusa presenza dei mattoni cotti era agevolata dalle caratteristiche geolitologiche della Pianura 88


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ne sovente il fenomeno del reimpiego di materiali più antichi. Questo si nota soprattutto nei contesti funerari (dato che, specialmente nell’alto medioevo, le strutture abitative, in particolare nelle campagne, erano costruite in materiali deperibili: legno o argilla cruda). Le tombe c.d. «alla cappuccina», con un rivestimento della fossa realizzato mediante laterizi e una copertura, in tegole o mattoni per emulare gli spioventi del tetto di una casa, costituiscono un fulgido esempio di tipologia tombale per la quale si riutilizzarono sovente materiali di epoca precedente. Nel XII secolo, con la ripresa su larga scala della produzione di nuovi pezzi da fornace, avvenne anche il passaggio definitivo a un modulo nuovo, più piccolo, più agevole e sostanzialmente pensato per poter essere messo in opera da una persona che lavorasse da sola. Il mattone di cm 30 x 15 x 7,5, che un lavoratore da solo poteva tenere in una mano, mentre con l’altra utilizzava la cazzuola, è il portato di una società in cui la figura del muratore sta divenendo una figura professionale di artigiano specializzato (e come tale da retribuire) e la manodopera a basso costo è sempre più rara. Questo nuovo modulo, diffu-

sosi in tutta Europa con una velocità davvero prodigiosa, è il primo passo verso la concezione moderna del mattone con misure uniformi. Presso il museo di Leno sono conservati esempi di mattoni di misura sesquipedale e di tipo cisalpino, cioè di modulo rettangolare (un esempio in fig. 39), di embrici (tegole: fig. 40) e di coppi (fig. 38). Alcuni sesquipedali, rettangolari, presentano, nei pressi di uno dei lati corti, un incavo realizzato per asportazione manuale di una parte di argilla prima della cottura. Questo laterizio viene definito “sesquipedale manubriato”, perché l’incavo serviva proprio per facilitare la presa con una mano e conseguentemente il trasporto. Interessante è un frammento di embrice (spessore mm 31,9) provvisto di

Note: 210

BACCHETTA 2003, p. 35.

211

BACCHETTA 2003, p. 38.

212

NARDI, SCALVINI 2004, pp. 22-27.

213

BACCHETTA 2003, p. 42.

214

CAGNANA 2000, pp. 107-108.

Figura 38: Leno. Museo Civico. Coppo romano con segno digitale sul dorso. 89


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bollo entro cartiglio (fig. 41), realizzato a stampo per impressione sul pezzo crudo, e sormontato da una linea curva tracciata prima della cottura (segno digitale che compare con poche differenze anche in altri pezzi, tra quelli conservati a Leno, e che è un elemento ricorrente sia in età romana che nella produzione di tegole altomedievali).215 Il cartiglio non si è conservato per intero. Il lato corto misura mm 24,3. Sono leggibili le due lettere IS[...]. Complessivamente, al Museo di Leno, oltre al frammento con bollo, sono depositati: nove mattoni sesquipedali cisalpini, una tegola piana ad alette rotta in due parti (misure: base minore mm 355; base maggiore mm 385; spessore compreso il rialzo delle alette mm 59,4; spessore senza le alette mm 26,9), altri due frammenti di tegole ad alette e un coppo con segno digitale sul dorso. Vale la pena osservare che, se per questioni legate alla maggiore facilità di ritrovamento e alla maggiore concentrazione nei siti di pianura, siamo più propensi a considerare questi laterizi come materiali di produzione romana, eventualmente reimpiegati nel tardoantico o nell’alto medioevo, non sappiamo in quale contesto, tuttavia è doveroso rammentare come esistano confronti in Italia settentrionale in cui mattoni e tegole di tipologia e qualità assai simili a quelle di epoca romana provengono da siti tardoantichi-altomedievali e sono produzioni nuove.216 Questo stesso problema sarà richiamato più avanti nell’analisi dell’unico laterizio decorato presente nelle collezioni del Museo di Leno (fig. 42).

Figura 39: Leno. Museo Civico. Esempio di sesquipedale cisalpino di epoca romana provvisto di presa (“manubriato”).

Figura 40: Leno. Museo Civico. Tegola piana ad alette con segno digitale (epoca romana).

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Figura 41: Leno. Museo Civico. Particolare di tegola con bollo entro cartiglio. Epoca romana.

Note: 215

Figura 42: Leno. Museo Civico. Laterizio decorato. Età altomedievale (?).

UBOLDI 2000, p. 17, fig. 4.

UBOLDI 2000, pp. 13-23 (dove si fa riferimento al sito di Monte Barro, in cui i rinvenimenti “dimostrano come nel VI secolo la produzione laterizia nel nostro territorio fosse attiva secondo tipologie perfettamente identiche a quelle dei primi secoli dell’impero”: UBOLDI 2000, p. 13). Un esempio di laterizio con bollo “Senoald” di epoca altomedievale in DE MARCHI 1988, p. 91, fig. 13.

216

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Un frammento di epigrafe A Leno è custodito un frammento di lastra in pietra calcarea dello spessore di 18 cm, con un’altezza massima di 28 cm e la lunghezza massima di 31 cm (fig. 43). Il margine superiore e il margine destro217 sono rifiniti, segno che la porzione residua dell’iscrizione corrisponde all’angolo superiore destro di una lastra che doveva presentare dimensioni ben maggiori. L’iscrizione residua è distribuita su due righe ed è in caratteri capitali, come consuetudine per le iscrizioni romane. A fine parola o dopo ciascuna lettera usata come sigla si trova un segno scolpito simile, grosso modo, all’hedera distinguens, con la funzione di separare i singoli elementi della frase. Quanto si comprende dalla scritta superstite è davvero poca cosa. Sulla prima riga sono conservate le ultime lettere pertinenti al nome di un personaggio, di sesso maschile, seguito, come consuetudine, dal patronimico in forma abbreviata (P • F). La riga successiva inizia, per noi, con una congiunzione copulativa e presenta una sigla che potrebbe corrispondere all’abbreviazione della parola “legio, -ionis” (ovvero, “legione” nel senso di formazione militare) seguita dal numero soprassegnato che la qualifica con esattezza218 oppure potrebbe corrispondere al sostantivo “legatus” (ovvero, “legato”, investito di una carica politica con compiti governativi soprattutto in aree provinciali) e in questo caso il numerale indicherebbe la ricorrenza per la settima volta di tale prestigioso incarico.219 Il nome del personaggio indicato non è desumibile dalla sola desinenza –VS sopravvissuta. Proprio in corri-

Figura 43: Leno. Museo Civico. Epigrafe romana.

spondenza della frattura sul lato sinistro sembra di scorgersi una I, che potrebbe consentire la ipotetica ricostruzione di un –IVS (desinenza per altro assai generica pertinente ai nomi maschili). Il numerale soprassegnato scritto dopo la sigla LEG (dove la lettera G è di lettura incerta, ma sembra plausibile) corrisponde a VII. La lettera V non è completa ma guardando all’altezza delle lettere dell’intera riga ci sentiamo di escludere la possibilità di leggere X. La trascrizione proposta per questa epigrafe quindi tiene conto della duplice possibilità di intendere la seconda riga e potrebbe essere così formulata: [...]ius • P(ublii) • F(ilius) 1) [...]et • leg(ionis) VII [...] 2) [...]et • leg(atus) VII [...] Il senso, allora, corrisponderebbe a: “[...]ius figlio di Publio [...] e della legione VII [...]”, oppure “[...]ius figlio di Publio [...] e legato per la settima volta [...]”. Si tratta evidentemente di una iscrizione sepolcrale o celebrativa, di cui 92


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purtroppo non è possibile dire di più. La cronologia, di conseguenza, va ascritta all’età imperiale (I-III sec. d.C.), ma non può essere ulteriormente precisata.

II) L’ETÀ ALTOMEDIEVALE

I materiali di età altomedievale conservati nel museo di Leno appartengono a categorie che potremmo racchiudere nei seguenti gruppi: ❖ Oggetti in ferro (spade, umboni e imbracciature di scudi, coltellino, punte di frecce e fibbia di cintura); ❖ Oggetti funzionali in osso (punte di frecce); ❖ Oggetti di decoro personale (manufatto in osso); ❖ Oggetti in vetro (due frammenti di recipienti potori); ❖ Oggetto di arredo liturgico (due frammenti di pluteo e un laterizio decorato); ❖ Due crocette auree (pertinenti alla veste funebre). A questi si aggiungono alcuni materiali di funzione ed epoca non determinabili, che abbiamo voluto trattare in appendice a questa sezione senza pretesa di attribuzione cronologica.

Note: Usiamo i termini “destro” e “sinistro” riferiti a chi guarda. 217

II.1) Aspetti generali Anche in questo caso, come abbiamo fatto per i reperti di età romana, prima di descrivere i singoli materiali, desideriamo formulare una pensiero più generale che colga, in uno sguardo di insieme, quanto è finora noto, a livello archeologico ma non solo, sul territorio lenese nell’alto medioevo (senza escludere riferimenti ai centri limitrofi). Innanzi tutto, una breve griglia cro-

218 Come nel caso dell’epigrafe dedicata a Caio Pontio Paeligno, legato della decima legione, iscrizione ritrovata nel giardino del monastero di Santa Giulia a Brescia (scheda di C. Quilleri Beltrami in San Salvatore 1978, p. 70, n. II 132); oppure come nel caso dell’epigrafe di Lucio Antonio Quadrato, militare della legione ventesima, decorato dall’imperatore Tiberio (scheda di A. Garzetti in Brescia romana 1979, p. 200, n. B 9).

Come nel caso dell’epigrafe di Elius reimpiegata nella chiesa di Santa Maria in Solario, in Via Musei, a Brescia (scheda di C. Quilleri Beltrami in San Salvatore 1978, pp. 71-72, n. II 135). 219

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Necessità di difesa e questioni di confine La concezione della difesa in età imperiale romana era basata sulla cosiddetta “difesa in linea”, una difesa realizzata attraverso la definizione di un limes, ovvero una cortina munita di strutture forti e protetta dalla presenza degli accampamenti stabili delle truppe. In area padana, fino al V secolo, risultano fortificate solo le città e non i centri rurali. Questo sistema difensivo garantiva una sostanziale tranquillità agli abitati rurali, più o meno sparsi, che non venivano a trovarsi su una linea limitanea. La situazione tende invece a complicarsi nel IV e nel V sec., quando si assiste a un duplice fenomeno: – in alcune aree c’è la tendenza a fortificare gli insediamenti rurali, segno di una crescente preoccupazione; – in altre aree, tra cui la nostra zona, gli insediamenti sparsi vengono sostanzialmente abbandonati (la “fine delle ville” romane)220 e alcuni di essi sono poi oggetto di riutilizzo ad opera di genti con una cultura materiale sostanzialmente differente. Infatti, tra il tardo antico e l’alto medioevo nasce il concetto di “difesa in profondità”, una difesa cioè che, cadute le linee difensive romane, permettesse di controllare le invasioni ponendo una serie di sbarramenti a protezione delle vie di terra e d’acqua e a garanzia dei principali centri abitati, non solo urbani ma anche rurali.221 In sostanza: se per tutta l’età romana, e fino al V secolo d.C., le strategie difensive puntavano a bloccare i nemici prima che entrassero nei territori dell’impero, rafforzando i confini muniti di difese e di eserciti, con l’inizio dei regni romano-barbarici (nono-

nologica ci può essere d’aiuto: infatti alcune date relative all’Italia settentrionale vanno tenute assolutamente presenti per comprendere la delicata fase che porta dall’inizio della crisi (metà del III sec. d.C.) alla caduta definitiva dell’impero romano: • 268-402: la capitale dell’impero è posta a Milano; • 402-476: la capitale è portata a Ravenna; • 407: gli Alemanni riescono a sfondare il limes (il confine) renano; • 410: i Visigoti di Alarico saccheggiano Roma; • 425 (c.a.): viene redatta la Notizia Dignitatum utriusque imperii (fonte letteraria di primaria rilevanza in questo settore di studio e per questo periodo). • 476: data tradizionale di passaggio tra l’età romana e il medioevo. Con l’anno 476 d.C. tradizionalmente si fa terminare l’età romana. A questo punto si costituiscono i primi regni “romano-barbarici”, intervallati da una fase di riconquista bizantina (553-568), vanificata poi dall’invasione longobarda che comportò la formazione di un vasto potere territoriale, la cui fine si data al 774 con la definitiva vittoria dei Carolingi. In realtà, al di là delle date, più o meno convenzionali, con cui per comodità didattiche si fanno iniziare e terminare i periodi storici, è bene chiedersi cosa avvenne, soprattutto nelle campagne, al tramonto dell’età romana e quali informazioni le fonti di questa fase, tra le più oscure e complesse, mettono a nostra disposizione per ricostruire un quadro affidabile e omogeneo. 94


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stante la breve fase di riconquista bizantina) si preferì costituire delle barriere più interne (attestate sui fiumi, sui laghi o su aree protette naturalmente) al fine di salvaguardare qualche enclave, lasciando che l’orda nemica si disperdesse sul territorio. È quanto avvenne, ad esempio, sul Garda, dove il medio e alto lago rimasero in mano bizantina, non essendo arrivati fino a qui i Longobardi, i quali invece avevano conquistato Sirmione, posta sulla via che da Verona arrivava a Milano, passando per Brescia e Bergamo.222 Evidentemente la zona più a nord, che non era di primario interesse per i Longobardi (i quali desideravano invece attestarsi nelle città e nelle aree a maggiore frequenza insediativa romana), fu invece difesa strenuamente dai Bizantini, per i quali essa rappresentava l’unica possibilità di raggiungere i valichi alpini (attraverso le Giudicarie e il Passo Resia, via alternativa alla Val d’Adige). Prova ne è il castello di Garda, dove i materiali longobardi sono inquadrabili in una cronologia di VII secolo, sono cioè più tardi rispetto ai materiali della necropoli di Sirmione/località Cortine che datano alla seconda metà del VI.223 Ma più ancora fa riflettere il caso di Monte Castello di Gaino: qui, infatti, sono stati trovati materiali raffinati, di importazione (5 frammenti di Terra Sigillata Chiara africana e frammenti di anfore egee) che depongono a favore dell’esistenza di uno stanziamento bizantino perdurato tra metà e seconda metà del VI secolo (e cioè nella fase finale della guerra greco-gotica o forse, meglio, nello scontro tra Bizantini e Longobardi). Tra l’altro alcuni materiali, tra cui un frammento di pietra ol-

lare inquadrabile in una cronologia di IV-V secolo d.C., farebbero pensare che tale postazione fosse già frequentata in età romana.224 Ci si può spingere oltre. A Mogno di Arco (TN) è stata trovata l’iscrizione in cui un rappresentante dell’ordine equestre, M. Nonius Cornelianus, lascia una somma ingente al collegio dei nautae B(rixiani). Il titolo di vir perfectissimus, che questo personaggio porta, fa ritenere che il suo ruolo fosse quello del praefectus classis. Infatti dall’età dell’imperatore Gordiano in poi solo questi alti ufficiali, una volta terminato il mandato, si potevano fregiare di tale titolo. Questa iscrizione proverebbe l’esistenza di una flotta militare sul Garda nel III sec., periodo a cui data l’iscrizione di Mogno di Arco. D’altronde la Notitia Dignitatum del 425c.a., menziona l’esistenza di una flotta sul lago di Como, a testimonianza di quanto fosse rilevante garantirsi il controllo delle vie fluviali e lacuali soprattutto laddove esse costituivano una collegamento coi valichi alpini.225

Note: 220 Si vedano le relazioni su questo tema contenute in BROGIOLO 1996.

GASPARRI 1995, pp. 9-18 e DE MARCHI 1995, pp. 33-85. 221

222

BROGIOLO 1999, pp. 13-18.

223

BROGIOLO 1999, pp. 16-17.

BROGIOLO, CROSATO, BARFIELD, MALAGUTI 1999, pp. 45-ss. Un analogo manufatto in pietra ollare proviene anche dalla villa romana del Groppello a Remedello Sotto (materiale custodito presso il Museo di Remedello). Al riguardo si veda BETTINAZZI, SANGIORGI 2005, pp. 98-99.

224

225

95

ROFFIA 1999, pp. 35-36.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

sontuoso è quello di Palazzo Pignano (CR), dove nel V secolo, tra i vari corpi di fabbrica che compongono il grande edificio residenziale, compare una chiesa con annesso battistero. Questa chiesa, a pianta centrale, rimase in uso fino all’XI secolo.227 Molti altri casi, sia nella zona del Garda che in altre aree del nord Italia, si possono invocare a sostegno della tesi del frequente utilizzo di ville per l’edificazione delle prime chiese. Citiamo ancora un caso: a Sizzano (NO) le strutture paleocristiane ricalcano addirittura il perimetro di una parte della villa romana, la cui continuità di vita (iniziata nella prima età imperiale) è dimostrata fino al IV-V sec. dalla tipologia dei materiali. Si tratta di una fondazione religiosa di carattere privato (m 15,40 x 11 circa) che nel VI-VII secolo diventa anche luogo di sepoltura per venire successivamente dismessa. Infatti la chiesa battesimale sarà edificata altrove.228 Come spiegare questo fenomeno delle chiese costruite presso le ville romane? La ragione principale viene suggerita dalle stesse fonti letterarie antiche. Infatti, nelle omelie e negli scritti dei vescovi del IV e V secolo emerge con nitidezza il tentativo messo in atto dalla Chiesa del tempo di convertire le genti rurali attraverso i loro stessi padroni. In sostanza dovevano essere i possessores (i proprietari terrieri) a far convertire, anche a forza, tutte le persone che gravitavano attorno alla loro azienda, di cui la villa era il fulcro. Inoltre l’edificazione di chiese nelle ville favoriva anche la fama e il rilievo del proprietario, che diveniva quindi il refe-

Le fonti in sostanza lasciano intendere come laghi e fiumi fossero, tra la fine dell’età romana e l’inizio del medioevo, non solo importanti vie di comunicazione, ma fossero anche fondamentali linee di difesa. Come andremo dicendo in seguito, un’altra linea di difesa, di origine naturale, potrebbe essere stata quella costituita da aree a facile impaludamento, come ad esempio la Bassa bresciana (dove anche oggi molti toponimi ricordano e attestano l’originaria presenza di bassure, paludi, lame, acquitrini), bonificata definitivamente solo alla fine del XIX secolo. Tuttavia prima di sviluppare queste considerazioni seguendone il percorso nei secoli propriamente identificati come “alto medioevo” (secoli VI-IX d.C.), vogliamo sottolineare un altro importantissimo fenomeno che riguardò le campagne dell’Italia settentrionale nei secoli IV-V d.C. e che ebbe non pochi riscontri, sia nella distribuzione degli insediamenti, sia nelle tracce funerarie. La cristianizzazione delle campagne Nella villa romana di Desenzano sono state trovate tracce cristiane inequivocabili, come alcune lucerne di tipo africano (databili tra IV e V secolo) con il cristogramma, il pesce, l’esploratore di Canaan e un frammento di coppa di vetro inciso con il Cristo che si volge verso un gallo, databile al IV secolo.226 Non è stato invece ancora trovato alcun edificio che possa far pensare a una chiesa costruita sul sito della villa. La continuità di sviluppo tra la villa romana e la chiesa paleocristiana è in effetti frequentissima. Un esempio 96


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rente di un’area insediativa più ampia. Le chiese rurali paleocristiane nascono pertanto come chiese private e tale caratteristica rimarrà nelle edificazioni dei periodi successivi, fino almeno all’VIII secolo, quando saranno i notabili longobardi a costruire per sé e per le proprie famiglie delle chiese con la funzione anche di mausolei. In questi secoli era divenuto dunque normale per un nobile essere sepolto nella “sua” chiesa. Infatti nei testamenti di VIII secolo non compare mai la volontà del defunto di indicare il luogo di sepoltura, cosa che invece sarà ben evidente negli atti dell’XI e del XII secolo. Era scontato dunque che il morto dell’VIII secolo fosse sepolto nel mausoleo di famiglia. L’orientamento cambia invece in età carolingia. Col IX secolo, infatti, viene a cessare quella fase costruttiva di chiese private molto evidente nei due secoli precedenti. I Carolingi, che avevano sempre impostato una politica tesa a distinguere la famiglia regale da quelle nobiliari, infatti, non volevano assecondare il costume longobardo dei mausolei e delle sepolture in chiese private. Ne conseguirono alcuni interventi e provvedimenti con l’obiettivo di: a) far abbattere molte chiese ritenute inutili o superflue; b) concedere alla chiesa battesimale, unica per tutto il distretto, il diritto di sepoltura, sottraendolo alle chiese private; c) fare in modo che le rimanenti chiese private fossero donate ai monasteri (che operavano sotto il controllo regio). Nel Concilio di Meinz, all’inizio del IX secolo, si sancisce proprio che nes-

sun morto venga sepolto nelle chiese (infatti si volevano potenziare i cimiteri vicini alle chiese battesimali). Nel Concilio di Treviri (sul finire dell’800) si dispone che le tombe già presenti nelle chiese private (quelle non abbattute) fossero occultate con un nuovo pavimento senza dotarle di alcun segnacolo esterno, così da farne perdere il ricordo. È evidente che, con l’introduzione delle decime, la stessa gerarchia ecclesiastica approva questa politica dei sovrani carolingi, anzi la fomenta, in modo tale da garantire flussi di denaro ben orientati verso le istituzioni pievane e in modo da accrescere il proprio controllo, di ordine dottrinale, ma non solo, anche sui territori più remoti. Talvolta a testimoniare l’esistenza di chiese poi scomparse rimangono solo le epigrafi funerarie, essendosi perso tutto il resto, come nel caso dell’epigrafe di Leno nella quale il suddiacono Giulio Agostino dedica alla moglie defunta un ultimo pensiero. L’epigrafe, databile tra V e VI secolo, indica che già a questa altezza cronologica esisteva un edificio di culto a Leno e che presso questo edificio si seppelliva. Non si può invece desumere se questo edificio religioso vada identificato con una delle numerose

Note: 226

SANNAZARO 1990, p. 32.

227

SANNAZARO 1990, p. 34.

Chiese rurali 2001, pp. 40-42 e Chiese e insediamenti 2003, pp. 62-70 (intervento di L. PEJRANI BARICCO) - In generale sul rapporto tra chiese e insediamenti nel V e VI sec. si vedano i saggi contenuti in Chiese e insediamenti 2003.

228

97


L’età Romana e l’Alto Medioevo

siderata garanzia di perdono e premio eterni.231 c) Dentro ai cimiteri le tombe hanno perso una loro individualità (non ci sono più segnacoli all’esterno per localizzare ogni singola inumazione). Nelle aree funerarie frequentate per lunghi periodi si trovano perciò tombe più recenti che intaccano quelle più antiche. d) Le sepolture sono quasi sempre in nuda terra (o al massimo con semplice cassa in legno). e) Si fanno sempre più rari i corredi a partire dal V sec. d.C., con l’eccezione della fase dell’insediamento longobardo (fine VI e VII sec.). Dall’VIII sec. poi le direttive ecclesiastiche vanno nel senso di una riduzione, questa volta definitiva, degli oggetti di corredo. Dal X secolo essi scompariranno definitivamente. “A partire dal secolo VII la Chiesa tende a normalizzare i principi di sepoltura, ad esercitare una sorta di giurisdizione e di privilegio, ad individuare la norma nei cimiteri presso gli edifici ecclesiastici, in special modo quelli che, per funzione, svolgono la cosiddetta cura d’anime. Nel caso degli insediamenti rurali, sparsi, sono proprio le chiese battesimali che esercitano il diritto di sepoltura [...] Nascono i cimiteri dentro e intorno alle chiese plebane [...] La densità delle inumazioni indica spesso che l’area destinata alle sepolture era piuttosto limitata”.232 Con la piena affermazione del Cristianesimo, dunque, il rituale funerario viene a modificarsi. Possiamo anzi dire che nella morte si trova la stessa struttura gerarchica che presiede al mondo dei vivi, con i privilegi di alcu-

chiese che, nel basso medioevo, vengono testimoniate dalle fonti letterarie a Leno.229 La traduzione del testo dell’epigrafe, tramandato dallo Zaccaria,230 suona così: Alla Buona Memoria di Azzia Innocenza, donna di assoluta purezza e saggezza, che visse 43 anni, 9 mesi e 4 giorni, il suddiacono Giulio Agostino, per sua moglie, con la quale visse 8 anni, 3 mesi e 20 giorni, secondo la promessa, per giusto merito pose (questo) ricordo. II.2) Le evidenze funerarie Un secondo aspetto fondamentale per capire l’inizio del medioevo è quello relativo alle evidenze funerarie. Con la tarda età imperiale romana il corredo delle tombe tende a scomparire. Dal V secolo d.C. e fino all’avvento dei Longobardi (fine VI sec.) i corredi sono pressoché assenti. Le evidenze archeologiche si fanno quindi più incerte. Inoltre dall’VIII secolo data la prassi di seppellire intorno agli edifici di culto, cosa che ha comportato nei secoli successivi, in occasione di lavori e di restauri, la distruzione e la manomissione delle tombe. In sintesi possiamo così riassumere le variazioni di costume rispetto all’età romana: a) Non c’è più la rigorosa separazione tra la “città dei vivi” e quella “dei morti”. Infatti, nell’alto medioevo si seppellisce dentro le città e nei pressi degli insediamenti rustici. b) Si inizia a seppellire vicino ai luoghi di culto o perfino dentro. Infatti la vicinanza alle reliquie del santo è con98


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gobarde a Calvisano permette di trovare riscontri su questi aspetti. Calvisano, infatti, si trova all’interno di una porzione di territorio in cui gli insediamenti longobardi (testimoniati dalle numerosissime sepolture trovate) si innestano su precedenti insediamenti romani (testimoniati da rinvenimenti epigrafici, strutture edilizie e tracce di vie di comunicazione). È evidente

ni ceti rispetto alla maggioranza. Infatti, era credenza diffusa che per accelerare l’ascesa di un’anima al Paradiso fosse necessario deporre il corpo del defunto vicino alle reliquie di un santo. Perciò si iniziò a seppellire presso il presbiterio e nelle cripte, perché entro gli altari,233 e soprattutto l’altare maggiore, venivano custodite le reliquie del santo dedicatario della chiesa, spesso insieme a reliquie di altri santi. Uno dei problemi relativi alle sepolture alto medievali in Italia, prima della definitiva soppressione dei corredi, è legato all’interpretazione dei manufatti deposti e alla conoscenza dell’etnico del defunto. In effetti, la sovrapposizione di sostrati culturali differenti, la presenza in momenti successivi di genti di cultura e anche di razza diverse comportano problemi interpretativi di una certa rilevanza. Inoltre le lacune nella documentazione e i fenomeni di residualità complicano l’analisi e la comprensione dei percorsi di integrazione e di assimilazione culturale tra gli invasori e la popolazione indigena, tutti temi imprescindibili per chi si occupa di studiare e analizzare la formazione della cultura medievale e di quella moderna. A proposito dei fenomeni di integrazione e di assimilazione, oggi gli studiosi usano il termine di necropoli “d’ambito” per quelle necropoli in cui, dalla tipologia dei materiali rinvenuti, è evidente una stretta relazione tra le differenti culture e dove sono rintracciabili reciproche influenze, pur non potendosi inferire la formazione di un gruppo culturale nuovo e dalla fisionomia ben caratterizzata. La presenza di varie necropoli lon-

Note: In effetti nel XII secolo Leno è divenuto un centro rilevante sotto tutti i punti di vista. Le fonti parlano dell’esistenza di ben cinque chiese, oltre a quella abbaziale di San Benedetto. Le chiese erano dedicate rispettivamente a San Giovanni, a San Pietro, a S. Nazario, al Santo Sepolcro (o a Santa Scolastica) e a San Giacomo in ambitu monasterii. Questi riferimenti alla situazione del XII secolo si desumono dagli atti del processo leonense, riportati in ABL 1767, pp. 136-187. 229

230 ABL 1767, p. 61. L’epigrafe è citata anche in Chiese e insediamenti 2003, p. 49, Tabella I, n. 2 (intervento di M. SANNAZARO).

La convinzione che la sepoltura vicina alle reliquie del santo sia un viatico particolarmente efficace comporta la necessità, da parte delle istituzioni ecclesiastiche, di fornirsi e dotarsi di un deposito di reliquie di santi famosi e venerati. Il risultato, come ha acutamente osservato il Sannazaro, è che “dall’età tardoantica, per tutto il medioevo e oltre, un genere di merce assolutamente particolare attraversa le terre d’Europa: sono talora scheletri completi, ma più frequentemente modesti frammenti ossei e organici, brandelli di tessuto, piccole quantità d’olio e terra; nella loro apparente pochezza tali resti trattengono tuttavia una porzione di beatitudine celeste, di redenzione divina e di immortalità” (SANNAZARO 2002, p. 241). Da questo fenomeno derivava anche che le istituzioni ecclesiastiche presso cui erano conservate le reliquie dei santi più noti divenivano esse stesse mete di pellegrinaggi, il che dava loro anche un consistente ritorno in termini di prestigio e di offerte.

231

99

232

GELICHI 1998, p. 164.

233

SANNAZARO 2002, p. 241.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

poltura era accompagnata dalla presenza di fori per palo collocati ai 4 angoli. È la “casetta del morto” che era consuetudine longobarda della fase pannonica, ma che in Italia è attestata solo in pochissimi casi. La distribuzione dei materiali appartenenti alla generazione dell’immigrazione (seconda metà VI secolo) definisce una linea passante per i comuni di Leno, Leno/Milzanello, Calvisano, Goito. Come verremo precisando meglio in seguito, questa linea, favorita dalla presenza di terreno paludoso, poteva costituire una sorta di fascia cuscinetto, di ultima difesa verso Mantova e Cremona, città che fino al 602/603 rimasero bizantine.237 La maggiore concentrazione dei reperti longobardi lungo il fiume Mella, rispetto al Chiese e rispetto alla porzione di pianura compresa tra i due fiumi, sembra da spiegare invece con la superiore navigabilità del Mella stesso.238 A Leno, come per altro a Calvisano, la presenza di oggetti di corredo particolarmente pregiati denotano la presenza di alti funzionari o notabili, persone di rango che avevano i loro possedimenti e, verosimilmente, abitavano nelle nostre terre. Nell’area tra i fiumi Mella e Chiese, invece, i ritrovamenti sono sporadici, segno probabilmente di una zona che nell’alto medioevo presentava condizioni precarie di abitabilità. La scarsità dei reperti alto medievali in quest’area potrebbe in effetti corrispondere a una situazione in cui il popolamento era assai rarefatto per motivi, verosimilmente, di ordine naturale e idro-geologico. Un ultimo aspetto connesso alle

dunque che in quest’area fu molto intenso lo scambio culturale-rituale tra genti indigene e genti alloctone. Proprio a Calvisano “sono venute in luce a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso (1891), ben 4 necropoli con corredi composti di manufatti d’ambito longobardo”.234 Pensiamo che il primo ritrovamento in località Marcadei fu di 500 tombe circa! “Dai materiali dei corredi funerari e dalle tipologie delle sepolture, messi a confronto, si evidenzia un quadro sociale sfaccettato, che riesce a visualizzare il processo di assimilazione tra popolazione locale di tradizione cristiana e Longobardi e che contemporaneamente indica la presenza di gruppi sociali con caratteristiche diverse: liberi guerrieri, forse proprietari terrieri; individui di rango meno elevato detentori di diritti sulla terra a vario titolo, e contadini (coloni, massari, servi)”.235 Bisogna comunque tenere presente che “i simboli utilizzati a definire il defunto sotto il profilo sociale (= i corredi tombali, n.d.r.) non sono soltanto quelli riferibili all’aspetto economico, ma anche quelli che la società riteneva degni di essere ricordati e sottolineati (= la moda, n.d.r.)”.236 Insomma non è scontato che i corredi siano un preciso riscontro della vita quotidiana. Questo dato si fa ancora più vero a partire dalla metà del VII secolo, quando si afferma la normalizzazione voluta dalla Chiesa sui rituali funerari. Calvisano non è il solo esempio: a Leno e a Leno/Porzano, sono stati trovati materiali appartenenti alla prima generazione di immigrati (fine VI secolo) e in un caso si è visto che una se100


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tombe alto medievali è che, all’elevato numero delle sepolture rinvenute, non corrisponde invece una adeguata conoscenza degli insediamenti.

livello di fonti scritte che di rinvenimenti archeologici, una forte differenziazione tra l’edilizia privata e quella pubblica (compresa in quest’ultima quella religiosa, anche se le chiese erano edificate molto spesso per iniziativa di privati, almeno fino al IX secolo). Nell’edilizia residenziale, infatti, già dal V secolo, prevale nettamente l’utilizzo di materiali lignei e deperibili (argilla cruda, legno, paglia, canne palustri). Al contario, nell’edilizia pubblica, nell’edilizia religiosa e, talora persino nella realizzazione di tombe, si vede il persistere di tecniche edilizie più evolute, con l’impiego di laterizi (anche di recupero), di pietre, di malta e di altri materiali da cantiere. “Il legno è certamente il materiale che la documentazione scritta ci segnala come maggiormente usato nell’edilizia alto medievale. Sono testimoniate case esclusivamente costruite in legno oppure in legno e altri materiali; di legno potevano essere i pali portanti, l’ossatura dei muri, l’armatura dei tetti. Di legno potevano essere gli elementi accessori delle costruzioni, le partizioni interne degli edifici. Di legno, ancora, potevano essere coperti i tetti: cioè con scandolae, tavole fatte di questo materiale”.240

II.3) Gli insediamenti A Leno, in località Campi San Giovanni, sono stati portati alla luce resti di edifici lignei e di attività artigianali relative a un nucleo insediativo probabilmente più antico del X secolo. La località Campi S. Giovanni si trova a sud-est del centro storico, distante poche centinaia di metri dal sito di Villa Badia, dove in antico sorgeva la benedettina abbazia. Il toponimo e anche la posizione permettono di correlare questa località con l’esistenza, in antico, della pieve dedicata al Battista. In quest’area sono emerse tombe (93 quelle scavate), ma anche buche di palo e fosse irregolari che non paiono riconducibili a edifici residenziali e poi alcune evidenze che fanno ipotizzare attività artigianali (forse la lavorazione del vetro).239 Le attività artigianali e gli edifici lignei (testimoniati dalle buche di palo) mostrano che siamo in presenza di un nucleo insediativo, mentre le sepolture potrebbero essere ricondotte al cimitero del villaggio che, a questa altezza cronologica, era costituito presso la pieve. Il ritrovamento fornisce l’occasione per analizzare, brevemente, il problema degli insediamenti alto medievali, sotto il profilo delle strutture edilizie e dell’organizzazione, con l’obiettivo di mettere in luce la ragione per la quale ci siano rimaste così poche e labili tracce archeologiche, a fronte invece dell’abbondanza di materiali provenienti dalle necropoli. Nell’alto medioevo si registra, sia a

Note:

101

234

DE MARCHI 1997, p. 382.

235

DE MARCHI 1997, p. 386.

236

GELICHI 1998, p. 163.

237

DE MARCHI 1999, pp. 218-219.

238

BREDA 2002, pp. 239 e 241.

239

BREDA 1992-93, pp. 82-83.

240

GALETTI 1994, pp. 467-477.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

prattutto nel corso del X secolo, sembra contendere il primato alle coperture vegetali, fossero esse scandolae lignee o paglia. Fornaci per la produzione di tegole ci sono testimoniate, ad esempio, nel maggio 841 nel Bresciano [...]”.241 C’erano anche edifici o parti di edifici in argilla, o in paglia e argilla, realizzati anche con incannicciato, con o senza ossatura lignea (nelle fonti si parla spesso di casae paliaticiae). L’argilla e il fango, mescolati con paglia o uniti a canne palustri, erano usati anche come rivestimenti parietali per isolare dal freddo. Le strutture edili potevano essere col solo piano terra (casae terrinae o terraniae) o con un piano rialzato (casae solariatae). Dal X secolo in poi, in un clima di generale miglioramento, si fanno sempre più presenti nelle fonti, sia scritte che materiali, le strutture in pietra e quelle in laterizi. Ciò comporta un aumento delle case solariatae e una maggiore differenziazione tra le varie maestranze presenti sul cantiere. Anche gli strumenti e gli utensili usati sono ovviamente condizionati dal tipo di materiale e dal tipo di costruzione. Bisogna comunque ribadire che il livello di differenziazione tra luogo e luogo è elevato. Pertanto risulta difficile trovare un unico modello esplicativo. A Manerbio è stato rintracciato e scavato con criterio archeologico un villaggio alto medievale242, contrassegnato dall’utilizzo pressoché esclusivo del legno, come inequivocabilmente testimoniano le abbondanti buche per palo rilevate. Gli ambienti delle case

L’immagine di un villaggio alto medievale, quindi, doveva essere assai ricca di legno, che purtroppo ha lasciato solo debolissime tracce rilevabili con lo scavo archeologico. La nostra conoscenza è dunque vincolata alle fonti documentarie e alla terminologia che esse utilizzano per indicare gli edifici e le singole parti. Proprio grazie ai documenti possiamo affermare che in area longobardofranca (e quindi anche in Lombardia) il legno era ancora più usato di quanto non fosse in area di tradizione bizantina. Le ragioni sono forse da ricercare nel maggiore “strappo” culturale verificatosi in seguito all’arrivo di Longobardi e Franchi rispetto alla linea di sostanziale continuità attestata in altre aree (quelle bizantine). Non è da escludere che anche la qualità dei suoli e la presenza di boschi e foreste fossero fattori incidenti nella scelta dei materiali edilizi. L’utilizzo di materiale lapideo è maggiormente attestato in area cittadina, dove la sopravvivenza di monumenti antichi, da cui ricavare elementi per il reimpiego, riduceva l’onere dell’approvvigionamento di materiale nuovo (che era comunque in massima parte basato sul reperimento di depositi erratici e non sull’estrazione da cave). In sostanza però l’uso della pietra era poco diffuso. Per quanto concerne i laterizi, è testimoniata una produzione limitata, legata a pochi centri, in una logica di “autoconsumo” e non certo di commercio. “Il materiale laterizio più documentato e diffuso [nei secoli VI-X, n.d.r.] è quello da copertura, cioè tegulis et imbricibus, che in ambito cittadino e so102


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presentavano forme assai semplici e piccole dimensioni. La partizione in vani era quasi inesistente, per motivi connessi all’esigenza di ottimizzare il fuoco e il calore. Spesso infatti gli uomini vivevano vicino, o addirittura, insieme agli animali. Gli edifici dovevano presentarsi quindi assai poco salubri per l’umidità, l’eccessiva presenza di fumo e per le infiltrazioni d’acqua. Non a caso un proverbio di area tedesca ancora nell’XI secolo affermava che “Tria sunt damna domus: imber, mala femina, fumus” (tre sono le cose che possono danneggiare una casa: la pioggia, una donna malvagia, il fumo).

perato con il definitivo stanziamento di questo popolo e con la formazione del loro potere territoriale (tardo VII secolo). Nei secoli IX e X poi le fonti letterarie ed archeologiche mostrano una ulteriore lunga fase di “incastellamento”, ovvero di edificazione di nuovi castelli e rocche.244 In questa fase i centri castellani si estendono anche alle zone pianeggianti e la nostra non fa eccezione. I castelli, innanzi tutto, non rientravano in un progetto strategico coordinato. Pertanto avevano forma e ubicazione differenti a seconda dei casi e delle circostanze. Si possono tuttavia evidenziare le seguenti costanti: la posizione generalmente rilevata (in pianura essi sfruttavano dossi di origine fluviale o morenica); la vicinanza a corsi d’acqua per assicurarsi un fossato naturale e un approvvigionamento comodo; la presenza di vie di comunicazione (infatti questi castelli edificati tra IX e X secolo non furono costruiti solo a scopo difensivo ma rappresentarono anche una forma di gestione del territorio); l’esistenza di un fossato con acqua e di un terrapieno ottenuto con la terra di riporto dello scavo (agger); l’esistenza di una palizzata ed eventualmente di un tonimen, ovvero di una siepe o di una

La questione delle fortificazioni Abbiamo accennato in precedenza alla questione dei confini e della difesa. Ora vogliamo fare alcune precisazioni sul problema dei “castelli” e delle fortificazioni in genere, dal momento che nelle fonti letterarie, soprattutto dal IX secolo in poi, si fa riferimento sempre più intensamente ai centri abitati fortificati. Ciò vale anche per Leno, come a breve diremo. I “castelli” presenti in Italia durante il periodo delle invasioni di Ostrogoti e Longobardi, come accennato in precedenza, presentano nella maggioranza dei casi delle fasi di utilizzo già romane o tardo-romane.243 Sono le fortificazioni che la Notitia Dignitatum (scritta nel 425 c.a.) chiama tractus Italiae circa Alpes. La difesa dei confini, in età romana, era infatti una difesa “in linea” e questa linea, in età tardo antica, venne a coincidere proprio con l’arco alpino e prealpino. Il fenomeno, rilevante ancora durante l’invasione longobarda, viene su-

Note: 241

GALETTI 1994, p. 473.

PORTULANO, MATTIOLI 1995, pp. 111112.

242

243 BROGIOLO 1995, pp. 239-245 (“Conclusioni” di G.P. Brogiolo). 244

103

BROGIOLO, GELICHI 1996.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

be maggior fortuna dell’altro e, a poco a poco, causò la scomparsa del più antico. A volte, poi, pur non scomparendo il centro più antico, tuttavia il nuovo villaggio si rese autonomo. In taluni casi anche il nome del nuovo villaggio richiama il centro che lo originò. Coppie di nomi come Milzano/Milzanello, Quinzano/Quinzanello, Alfiano/Alfianello potrebbero essere ricondotte a questo fenomeno onomastico, che gli studiosi chiamano “geminazione toponimica”.247 Parlando di castelli in un’area tutto sommato prossima alla nostra, un caso interessantissimo è quello del Dosso Castello a Piadena: un centro fortificato citato per la prima volta dalle fonti documentarie nell’anno 990 come castello munito di fossato248 e rintracciato anche archeologicamente.249 Esso mostra bene cosa si dovesse intendere per castello nell’alto medioevo e quali strutture fortificate e abitative possedesse. Gli scavi hanno posto in chiara luce come l’intero abitato fosse costituito da edifici lignei (di cui sono state rintracciate le buche dei pali di sostegno delle case) provvisti di piani pavimentali in semplice battuto di terra e organizzati in file ordinate, a distanza assai ravvicinata, e tutti digradanti in senso est-ovest. Le suppellettili, esattamente come le strutture, lasciano desumere che il tenore di vita fosse estremamente povero ed essenziale. Non sono state scavate invece le strutture difensive, evidentemente già distrutte dagli sbancamenti consistenti che avevano, precedentemente, sottratto molta parte dei depositi archeologici.

struttura similare che erano poste all’interno del recinto fortificato e costituivano quindi una ulteriore protezione per le abitazioni.245 Non mancarono, a partire dal X secolo, anche forme di fortificazioni in muratura. Tuttavia esse dovettero rimanere minoritarie fino all’XI secolo (e in alcune aree di più scarsa valenza strategica anche oltre!) per poi sostituirsi progressivamente alle strutture lignee precarie. Così i castelli assunsero progressivamente le forme che a noi sono maggiormente note e familiari. Tali fortificazioni furono destinate ai centri principali e maggiormente “strategici”. Capita quindi che in alcuni paesi, anche oggi, vi siano tracce di toponimi, come “piazza castello” o simili, che lasciano ipotizzare l’esistenza in antico di fortificazioni in muratura che magari non vi furono. Lo storico trecentista I. Malvezzi, autore di una storia di Brescia, asserisce che l’abate di Leno Donnino, difese il monastero con tutta la cura possibile, facendo erigere “turribus et muris” per la paura degli Ungari. Lo stesso Donnino protesse anche Gottolengo con “ligneis palis forti vallo [sic!]”. In altre parole, l’Abate difese Leno con strutture in muratura, mentre riservò per Gottolengo delle difese lignee.246 I centri abitati già esistenti furono difesi con strutture elevate intorno al villaggio oppure con la creazione di un altro centro fortificato posto nelle vicinanze. Questo secondo modello condizionò il popolamento al punto che, a volte, il centro fortificato di nuova fondazione, dove magari si erigeva la chiesa divenuta principale, eb104


Alberto Bettinazzi

L’azione del monastero di Leno e il passaggio al basso medioevo Se nella fascia centrale tra Mella e Chiese i ritrovamenti alto medievali sono così scarsi ed episodici, tanto da far ritenere una fase di assenza di popolamento diffuso per l’alto medioevo, possiamo chiederci quali ragioni si possono addurre per spiegare l’origine dei numerosi villaggi che nel basso medioevo si riscontrano proprio in questa zona e che hanno dato origine agli attuali paesi. Per altro la risposta a questo interrogativo, a nostro avviso, ha strettissima attinenza con Leno, tanto da legittimare il breve excursus nel contesto della nostra ricerca, giustificando la sua collocazione in questa sede, quale inevitabile premessa all’analisi dei manufatti custoditi presso il Museo. Secondo le informazioni in nostro possesso, si deve ritenere che l’origine basso medievale di molti dei paesi, inseriti nella predetta fascia, sia da ricondurre all’azione di bonifica e di promozione agraria dei monaci dell’Abbazia leonense, successivamente affiancati, e poi sostituiti, dall’analoga azione del Comune di Brescia (interessato ad avere degli avamposti sul confine costituito dall’Oglio) e degli altri Comuni che si erano già formati. L’esistenza di molti toponimi, come “ronco/ronchi”, “novella”, “novali”, “novagli”, lascia intendere che nel nome sia rimasta traccia dell’attività di diboscamento e dissodamento di terre un tempo incolte e, nel basso medioevo, ridotte a coltura. Questo notevole patrimonio fondiario era l’esito di una serie di nuove acquisizioni, imputabili verosimilmente a lasciti testamentari, a permute con beni di altri enti religiosi o di privati,

oppure a conquiste, motivate dalla costante azione di bonifica che i monaci compivano permettendo quindi la formazione di nuovi nuclei abitati. Il lavoro dei monaci “consisteva [...] in attività di indole soprattutto artigianale e gestionale o manageriale che, in campo agricolo, erano rivolte a dirigere i lavori svolti dai contadini, coloni e servi posti alle loro dipendenze”.250 Per comprendere le ragioni del grande e veloce sviluppo dell’abbazia lenese, dunque, bisogna superare la “facile idealizzazione del monaco contadino”251 per entrare invece in una prospettiva, storicamente più corretta, in cui l’azione dei monaci era quella di organizzare e dirigere chi lavorava per loro e pianificare, in un certo senso, lo sviluppo dell’abbazia e del suo territorio. Anzi, leggendo la consistenza dei beni abbaziali citati nei vari documenti, cronologicamente ordinati, nell’opera dello Zaccaria, sembra proprio di cogliere una dinamica di sviluppo nell’acquisizione di nuovi possedimenti, quasi ad indicare una sorta di progetto di espansione. Infatti nel 958, nel diploma dei re d’Italia Berengario II e Adalberto, vengono menzionati, tra i possedimenti

Note: 245

SETTIA 1984.

246

MALVEZZI, Chronicon, col. 867.

247

SETTIA 1996.

Codex Diplomaticus Langobardiae, a cura di G. PORRO LAMBERTENGHI, Torino 1873, doc. n. 893. 248

105

249

BROGIOLO, BREDA 1985, pp. 181-188.

250

ARCHETTI 2002, p. 95.

251

ARCHETTI 2002, p. 94.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

schiere, edificare castelli e chiese sulle terre del monastero ed esercitare la giurisdizione sopra servi e liberi, mentre il vescovo non aveva autorità (dictio) sopra il cenobio e poteva celebrarvi le messe solo col permesso dell’abate”.257 È evidente che tali prerogative non erano delle novità. Anzi, chi legge questa bolla non riesce a liberarsi dalla sensazione che Gregorio abbia solo legittimato una situazione che, di fatto, già c’era e doveva solo essere ridefinita sul piano giuridico. Va infine osservata la precisione con cui i privilegi vengono identificati. La puntuale ubicazione dei centri menzionati e i relativi diritti che il cenobio traeva dal possesso di tali centri consentono di capire la strategia degli abati per ottenere dei possedimenti lungo i fiumi (per il diritto di navigazione o ripatico, e per il diritto di attracco delle merci ai porti o teloneo) e dei possedimenti lungo i principali tragitti i quali in senso nord-sud ed estovest congiungevano gli estremi opposti della penisola. Così, gli abati potevano contare sull’approvvigionamento del sale proveniente dalle saline comacchiesi (merce che veniva trasportata lungo il Po e poi lungo l’Oglio), sull’abbondante possibilità di pesca e di trasporto del legname e, infine, sulla possibilità di alloggiare in luoghi di proprietà posti lungo le tappe fondamentali del cammino verso Roma e verso l’Italia centro-meridionale seguendo la dorsale appenninica. D’altronde, non era privo di utilità e di prestigio anche il possedere case nelle principali città (Brescia, Verona, Pavia sono quelle menzionate). È d’obbligo quindi concludere che una abbazia i cui beni erano capillar-

della Badia di Leno, Calvisiano, Gade, Gontaringo, Carpanetulum, Gambara e Quinziano;252 nel 981, nel diploma di Ottone II, ai beni del dominatus leonense, si aggiungono Flexo, Paones, Turricella;253 nel 1014, nel diploma di Enrico II vengono poi menzionati Quinzanello, Milzano e Ostiano;254 Remedello è menzionato per la prima volta solo nel 1078.255 La dinamica che si può cogliere è quella che vede una conquista progressiva di terreni incolti comportando l’insediamento nelle terre più basse e, con buona probabilità, ricoperte da acquitrini e boschi oppure a grosso rischio di impaludamenti. Sulle terre abbaziali vengono fondate curtes e castelli. Altri, preesistenti, vengono donati. Corrado II nel 1027 donò all’abbazia la metà del castello di Milzano; l’altra parte fu donata nel 1043 da Enrico III.256 Per avere un’idea di cosa fosse una curtis si può pensare a una articolazione complessa in cui coesistono edifici di abitazione, edifici religiosi e una serie di attività legate all’economia di sussistenza o a quella di produzione per lo scambio (campi, boschi, acque). Tutto ciò è evidente nell’elenco dei privilegi concessi nel 1078 da papa Gregorio VII, il quale “proibì a qualsivoglia laico o ecclesiastico il controllo del monastero e delle sue terre [...]; vietò il possesso di qualsiasi sua corte senza il consenso dell’abate e la provvisione obbligatoria del foraggio per gli animali (fodrum), dell’alloggio (mansionaticum), dei diritti di navigazione (ripaticum), del cibo (paratas) e di altri diritti pubblici (alias publicas functiones). L’abate poteva istituire mercati sui suoi possedimenti, controllare le pe106


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mente e strategicamente diffusi in buona parte dell’Italia centro-settentrionale non fosse solo un centro propulsore di cristianità, ma anche un vero e proprio motore di civiltà, cultura ed economia. L’azione dei monaci riuscì, attraverso le bonifiche, a recuperare alla abitabilità anche quelle fasce di territorio che, dopo la fine dell’età romana, avevano conosciuto un sostanziale spopolamento. Questa almeno è, allo stato attuale, l’impressione che possiamo farci pur nella scarsità di fonti documentarie e materiali.

corpo sociale e nel tessuto produttivo delle genti migranti. “L’immissione di artisti/artigiani longobardi, portatori di una propria e definita tradizione artigiana, aprì la strada al sorgere in Italia di un «nuovo artigianato», creato appunto dall’incontro dell’esperienza longobarda con quella italiana di origine romana”.260 L’assimilazione degli elementi delle due tradizioni culturali fu un processo non immediato ed è ravvisabile in quelle aree dove la presenza longobarda durò più a lungo. La pianura bresciana è una di queste zone. Qui infatti la penetrazione dell’elemento longobardo è stata profonda fin dalla generazione dell’immigrazione perché poteva contare su alcuni fattori assai favorevoli. Innanzi tutto si poteva innestare su un tessuto ben organizzato già dall’età romana, dotato di infrastrutture e di collegamenti che favorivano la mobilità e il commercio. Poi, l’abbondanza di corsi d’acqua e, probabilmente, la presenza a ridosso

II.4) I materiali altomedievali Gli oggetti in ferro La metallurgia del ferro è certamente tra le tecniche e le arti che i Longobardi, quando giunsero in Italia, padroneggiavano già da secoli. Anzi, vi è chi ritiene, con fondate ragioni, che i maestri dei Longobardi furono addirittura i Celti.258 L’osmosi di conoscenze tra gruppi celtici e gruppi germanici occidentali (a cui appartengono anche i Longobardi) sarebbe avvenuta nel bacino minerario moravoboemo, dove queste popolazioni coesistevano, già nel II sec. d.C. Pertanto, “sembra emergere per i Longobardi nord e centro europei una «vocazione siderurgica» che si è notato essersi costantemente sviluppata in aree geografiche caratterizzate da una tradizione di sfruttamento e lavorazione delle risorse minerarie di lunga durata”.259 Questo patrimonio di abilità accompagnò la migrazione dei Longobardi verso le sedi italiane nella Pasqua del 568. Tale fatto fu possibile, probabilmente, per la presenza di artigiani specializzati ben inseriti nel

Note: 252

ABL 1767, p. 69.

ABL 1767, p. 78. Paones è da identificare con Pavone Mella e Turricella con Torricella di Ostiano.

253

254

ABL 1767, p. 88.

ABL 1767, p. 107. Per una panoramica su alcune dinamiche abitative nella bassa bresciana orientale, analizzate attraverso l’incrocio tra fonti documentarie e fonti archeologiche, si veda BETTINAZZI, SANGIORGI 2005.

255

107

256

CONSTABLE 2002, p. 158.

257

ARCHETTI 2002, p. 106.

258

LA SALVIA 1998, p. 12

259

LA SALVIA 1998, p. 15.

260

LA SALVIA 1998, p. 16.


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del fiume Oglio, nella parte più bassa della pianura, di aree acquitrinose consentiva il delinearsi di fasce limitanee di tipo naturale su cui impostare i capisaldi del sistema difensivo. Infine, il collegamento con la zona delle valli, aree ricche di ferro spatico (carbonato di ferro), garantiva l’approvvigionamento di materia prima per l’artigianato siderurgico. Il sistema dei laghi e dei fiumi favoriva il trasporto a valle (dove la presenza dei boschi era elemento favorevolissimo per il comodo approvvigionamento di legname). La produzione di utensili in ferro è primariamente legata agli oggetti di uso militare. Questa è la tipologia che ritroviamo anche tra i materiali del museo di Leno, dove sono custoditi due spade, due cuspidi di lancia, due umboni di scudo (con frammenti relativi all’imbracciatura), alcune punte di freccia, un coltellino e una fibbia di cintura. Tra i materiali alto medievali di Leno, dunque, quelli in ferro sono la classe più rappresentata.

LE PUNTE DI FRECCE Restano dieci frammenti pertinenti ad altrettante punte di frecce (anche se, dato lo stato di conservazione, non si esclude che più frammenti possano appartenere alla stessa punta, fig. 44). Le cuspidi sono tutte del tipo c.d. “a triplice aletta” o “ávaro”. Secondo il Von Hessen, che per primo diede notizia di questi materiali, le punte “a tre alette”, del tipo che prende nome anche dalla popolazione degli Ávari, “si possono far risalire alla seconda metà del VI e ai primi del VII secolo”261. Anche per le frecce “a coda di rondine”, che sono un’altra tipologia assai diffusa nell’Italia settentrionale longobarda, ritrovate in quantità ad esempio nel sito di Ibligo-Invillino, in Friuli, e in quello di Sant’Antonino di Perti, in Liguria, si propone una cronologia di VI-VII secolo262. Questo secondo tipo, di cui diremo qualcosa più avanti, non è comunque presente tra i materiali del Museo. Le punte di freccia a triplice aletta presentano, normalmente, una cuspide leggermente smussata e una spina di innesto sul fusto della freccia. Le tre alette sono piane e lanceolate. La lavorazione avveniva mediante forgiatura e martellatura. La loro comparsa data al VII-VI sec. a.C. nella zona settentrionale del Mar Nero. L’utilizzo più diffuso, comunque, è imputabile alle popolazioni germaniche e inizia nel IV sec. d.C. I Longobardi portano questa tipologia di manufatti in Italia fin dalla fase dell’immigrazione. In Italia, esemplari di questa tipologia provengono da Castelvecchio di Peveragno (Piemonte), da Ibligo-Invillino (Friuli 108


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Figura 44: Leno. Museo Civico. Le dieci cuspidi di freccia in ferro, appartenenti al tipo c.d. “a triplice aletta” o “ávaro”. Seconda metà VI e inizio VII secolo d.C.

propria forma. In alcune aree occupate dai Longobardi questi manufatti si trovano già nel III-IV sec. d.C. (lungo il corso inferiore dell’Elba). In Italia vi sono diversi esempi di ritrovamenti, concentrati soprattutto nell’Italia settentrionale (dal Friuli al Trentino, dal Veneto al bergamasco, dalla Liguria all’Emilia). Non sembrano attestate a Nocera Umbra e a Castel Trosino, le due grandi necropoli dell’Italia centrale. Un esemplare era invece deposto, insieme ad altre quattro cuspidi foliate, accanto al femore sinistro dell’inumato della tomba 86/8 della necropoli della Selvicciola ad Ischia di Castro

Venezia Giulia), da Rimini, da Nocera Umbra e da Castel Trosino.263 Alcune punte di questo tipo sono state trovate anche nel deposito di Crypta Balbi a Roma.264 I ritrovamenti italiani si possono cronologicamente ascrivere al periodo compreso tra la fine del VI e la prima metà del VII sec. d.C., ovvero alla generazione che fece ingresso in Italia e, al massimo, a quella immediatamente successiva. Dai confronti si evince che anche la collocazione cronologica dei manufatti di Leno va compresa tra la seconda metà del VI secolo e i primi anni del VII secolo.265 Come dicevamo, l’altra tipologia in uso in età longobarda è costituita dalle punte di freccia “a coda di rondine” che hanno cuspide piana a profilo triangolare terminante con una duplice coda. Il collegamento col fusto avveniva tramite la cannula, conica, normalmente cava. La loro produzione, come nel caso precedente, avveniva per forgiatura e martellatura. Si tratta di una tipologia che ha una lunga storia, non avendo mutato in maniera sostanziale la

Note: 261

VON HESSEN 1973, p. 73.

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 536. Sui ritrovamenti di punte di frecce a S. Antonino di Perti si veda anche MURIALDO et al. 1988, pp. 380-385.

262

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 534.

263

109

264

RICCI 1997, pp. 254-255.

265

VON HESSEN 1973, p. 73.


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(VT), deposizione avvenuta alla metà del VII sec. circa.266 La presenza delle punte “a coda di rondine” si attesta in ambiti cronologici di VI-VII sec. d.C.267 Non abbiamo esempi tra i materiali del Museo di Leno. Va infine ricordato che a Nocera Umbra, grande necropoli longobarda rinvenuta a circa 40 km a nord est di Spoleto, le frecce erano le armi più frequenti nelle tombe infantili e degli adolescenti, mentre erano rare nelle tombe degli uomini adulti.268

LE ARMI DA TAGLIO (SPADE E COLTELLO) E LE LANCE “La spatha [ovvero, la spada lunga] può essere identificata nel 95,7% delle tombe dei maschi adulti di Nocera Umbra, costituendo un elemento fisso del corredo, mentre manca nelle tombe dei bambini o degli adolescenti”.269 Questo tipo di arma non subisce, nel corso del tempo, variazioni sostanziali, né di forma né di dimensioni, così da agevolare il lavoro di inquadramento cronologico per i reperti decontestualizzati (come, appunto, è nel nostro caso). Infatti, vi sono caratteristiche ricorrenti sui manufatti in uso dall’ultimo trentennio del VI secolo (caratteristiche che si ritrovano anche per le spade di Leno) che impediscono di differenziarne i tipi. I tratti consueti sono la lama a doppio taglio, che può presentare una scanalatura centrale e che può essere decorata da motivi di varia foggia (damaschinatura),270 il codolo a sezione rettangolare, la lunghezza massima dell’arma compresa tra gli 83/85 e i 90/92 cm circa, la larghezza media della lama stimabile intorno ai 5 cm circa.271 Spesso poi, a rendere meno definiti i caratteri esteriori di questi reperti, intervengono altri fattori, quali la presenza di tracce mineralizzate del fodero (che veniva realizzato probabilmente in legno e rivestito internamente di pelle animale), il forte grado di corrosione, che impedisce il riconoscimento dell’originaria presenza della scanalatura e di eventuali tracce di damaschinatura, le lacune lungo i taglienti o nella porzione residua del codolo. Infatti, date le dimensioni notevoli dei manufatti e il loro esiguo spessore, il grado di conservazione delle spade è spesso

Note: 266

INCITTI 1997, p. 222.

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 536.

267

268

RUPP 1997, p. 170.

269

RUPP 1997, p. 169.

La damaschinatura è una tecnica di origine orientale che consisteva nel realizzare l’anima della lama attraverso la giustapposizione di barre di ferro e di acciaio con diversa durezza. Ai lati dell’anima così forgiata venivano applicati i taglienti. Il risultato era una lama resistente, elastica e con un effetto decorativo sulla superficie. 270

Si vedano i confronti in RIGONI, POSSENTI 1999, pp. 125-127.

271

272

DE MARCHI 1997, p. 401.

273

RUPP 1997, p. 183.

274

DE MARCHI 1997, p. 401.

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meno buono rispetto ad altri reperti coevi. I pezzi di Leno si presentano con le caratteristiche tipiche delle spade longobarde (figg. 45 e 46). Hanno larghezza media di 5 cm, hanno il codolo rettangolare lungo una decina di centimetri, la doppia lama e una scanalatura centrale leggermente ribassata, con tracce di minerali più chiari. La lunghezza dei due esemplari invece è leggermente differente. Una presenta la lunghezza della lama di 82 cm (in totale, con il codolo, quasi cm 93), l’altra ha la lama lunga 78,5 cm (con il codolo cm 87,5). Per dare un inquadramento cronologico di massima a questi due manufatti, possiamo comunque aggiungere che la spada è tipica dei “corredi d’armi canonici del guerriero germanico”,272 di quel complesso di oggetti, cioè, che pian piano viene abbandonato nella fase dell’integrazione tra i Longobardi e il sostrato autoctono. Quindi, la presenza delle spade potrebbe

indicare l’antichità delle sepolture, deponendo a favore di una cronologia compresa tra la fine del VI secolo e i primi due/tre decenni del successivo, dato compatibile anche con quanto si desume dall’analisi degli umboni degli scudi (infra), ai quali le spade erano spesso associate. In effetti, abbiamo ricordato prima che nella necropoli di Nocera Umbra più del 95% delle tombe maschili ha, nel corredo, anche la spatha. E al riguardo dobbiamo evidenziare che questa necropoli è in uso tra l’ultimo quarto del VI

secolo e gli anni 620/630 circa.273 Di contro, la spada è completamente assente nella necropoli di Calvisano/Santi di Sopra,274 la cui fase di utilizzo si colloca “a partire dal secondo quarto del VII secolo circa alla seconda metà del medesimo, anche inoltrata [...]”.275 Volendo semplificare per puro desiderio di chiarezza, possiamo, quindi, ipotizzare che la spada non venga più deposta, o lo sia comunque sempre più raramente, proprio a partire dagli anni 620/630 circa. Se ciò fosse vero, le nostre spade sarebbero da datare tra la fine del VI secolo e l’inizio del secondo quarto del VII. Un manufatto che si trova con buona

Figura 45 e 46: Leno. Museo Civico. Spade in ferro della prima età longobarda. 111


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fronto possono essere un esemplare trovato a Oderzo e datato, per associazione con un pettine in osso, alla fine VI primi decenni VII secolo;279 un altro coltello rinvenuto nella tomba 87/4 della necropoli della Selvicciola ad Ischia di Castro (VT) databile, per l’associazione con una cintura a cinque elementi, intorno alla metà del VII secolo o poco dopo;280 un manufatto simile proviene dalla tomba 748-749 (ultimi decenni del VI - primi decenni del VII secolo) trovata presso la Rocca di Monselice (PD);281 e un esemplare dalla tomba 26 di Calvisano/Santi di Sopra, necropoli che è in uso tra il 625/630 e la seconda metà dello stesso secolo.282 La datazione più prudente per il coltellino di Leno è dunque ascrivibile in senso lato al VII secolo d.C., non precludendo la possibilità di risalire alla fine del VI sec., come il caso di Oderzo legittimerebbe a pensare. Maggiore precisione invece si può avere per quanto concerne la cronologia e la tipologia delle lance, armi tipiche del guerriero germanico. Infatti, proprio per il loro stretto collegamento con la figura e il valore del soldato, queste armi vengono progressivamente abbandonate man mano aumenta il livello di assimilazione del costume locale da parte dei Longobardi. Come già detto in precedenza a proposito delle spade, è possibile confron-

continuità nelle sepolture è il coltello. Nella necropoli di Calvisano/Santi di Sopra esso è lo strumento più diffuso, attestato da ben 19 esemplari, per sette dei quali costituiva l’unico oggetto di corredo.276 Questo reperto ha quindi un significato particolare nella cultura longobarda, almeno nella sua fase italiana dove potrebbe assumere il valore di un simbolo unico che riassume un complesso di immagini e allusioni che per varie motivazioni, rituali e forse anche economiche, erano in una fase di progressivo abbandono.277 A sottolineare tale importanza c’è anche il fatto che spesso si rinvengono, accanto ai coltelli veri e propri, anche una serie minore di coltellini di dimensioni più ridotte. La forma dei manufatti è abbastanza variabile, presentando degli esemplari con lama ad unico taglio ed altri con lama a due tagli. Le dimensioni sono pure differenti. Tuttavia mancando una evoluzione coerente della tipologia, non si possono inferire elementi di datazione da questo utensile che è assai frequente nelle tombe alto medievali, sia maschili che femminili.278 Il coltello depositato a Leno (fig. 47) presenta un dorso leggermente rialzato rispetto al codolo e ricurvo verso la punta, con la lama ad un solo taglio, diritta, con piccole lacune lungo il tagliente. Il codolo, guasto all’estremità, ha sezione appiattita. Elementi di con-

Figura 47: Leno. Museo Civico. Coltellino in ferro. Fine VI-VII sec. d.C. 112


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tare la presenza dei manufatti tipicamente guerrieri nelle tombe di Nocera Umbra e la loro assenza in quella di Calvisano/Santi di Sopra (che inizia la sua vita negli anni in cui l’altra cessa). Da questo raffronto si desume che le lance dovrebbero indicare, salvo nel caso di residualità, l’antichità della sepoltura e in particolare, da un punto di vista cronologico, si collocano tra la fine del VI secolo e i primi anni del secolo successivo, ovvero sono attribuibili alla generazione degli invasori o a quella immediatamente successiva. Le forme che questi manufatti assumono possono essere più simili a una foglia di alloro, con una punta ellissoidale abbastanza corta, oppure possono essere più simili a una foglia di salice, con cuspide allungata e affusolata (con alcune varianti date dalla tendenza ad assumere una forma romboidale).283 Le variazioni nella forma e nelle dimensioni consentono quindi una maggiore precisione cronologica. A Leno sono presenti due cuspidi assai diverse tra loro. La prima è una punta di lancia del tipo a foglia di alloro (fig. 48), lunga 152 mm compreso il cannone che ha un diametro all’imboccatura di mm 26,7 e con la cuspide larga al max. mm 33. Essa presenta la costola, ben rilevata, lunga fino in punta. Un manufatto simile proviene dalla tomba 748-749 (ultimi decenni del VI - primi decenni del VII secolo) trovata presso la Rocca di Monselice (PD);284 un secondo confronto è reperibile tra i corredi della necropoli di Sirmione/Loc. Cortine, cimitero databile genericamente alla prima metà del VII secolo;285 un terzo raffronto è con due cuspidi da Offanengo (CR), datate attorno alla metà del

Figura 48: Leno. Museo Civico. Punta di lancia a foglia di alloro in ferro con immanicatura a cannone. Fine VI - prima metà VII secolo d.C.

Note: 275

DE MARCHI 1997, p. 406.

276

DE MARCHI 1997, p. 407.

277

DE MARCHI 1997, p. 407.

278

RIGONI, POSSENTI 1999, p. 64.

279

RIGONI, POSSENTI, 1999, p. 64.

280

INCITTI 1997, p. 223, n. 10.

DE MARCHI, POSSENTI 1998, p. 218, tav. I, lett. d) e p. 208 per la cronologia.

281

282

DE MARCHI 1997, p. 397, n. G1.

RIGONI, POSSENTI 1999, p. 96 (fig. 2) e p. 110 (fig. 17). 283

113


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VII secolo.286 La seconda è una cuspide del tipo a foglia di salice (fig. 49), lunga 415 mm compreso il cannone che ha un diametro all’imboccatura di mm 30,1. Anche in questo caso la costola arriva fino in punta. La cuspide da sola misura 280 mm. Un manufatto confrontabile con il nostro per forma e dimensioni (anche se nel nostro caso la cuspide pare leggermente più stretta e affusolata) è stato trovato nella tomba 224 della necropoli di Porzano/Campo Marchione e datato nei decenni centrali del VII secolo d.C.287 Le due cuspidi depositate presso il museo di Leno hanno puntuali riscontri anche nella necropoli di Nocera Umbra, in particolare nella prima fase di utilizzo, ovvero entro la fine del VI sec. d.C. E alla fine del VI sec. o ai primi anni del successivo pensiamo siano da ascrivere i nostri manufatti.288 Figura 49: Leno. Museo Civico. Punta di lancia a foglia di salice in ferro con immanicatura a cannone. Fine VI - prima metà VII secolo d.C.

Note: DE MARCHI, POSSENTI 1998, p. 218, tav. I, lett. o) e p. 208 per la cronologia.

284

285 BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, tav. VIII dopo p. 78 (n. 3a). 286

DE MARCHI 1995, p. 70 e fig. 5 di p. 52.

287

Il futuro dei Longobardi 2000, p. 479, fig. n. 333.

RUPP 1997, p. 178; RIGONI, POSSENTI 1999, p. 128 (fig. 3); VON HESSEN 1973, p. 73. 288

289

RUPP 1997, p. 169.

BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, tavole II-V dopo p. 78 (con disegni sulla struttura degli scudi e con esempi di diverse tipologie di umboni); DE MARCHI 1995, pp. 49-52.

290

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L’umbone era poi fissato allo scudo vero e proprio, realizzato in legno, tramite chiodi.290 Nelle sepolture, di conseguenza, si trovano tracce delle parti in metallo, come è, appunto, nel caso dei materiali custoditi a Leno. Qui infatti possiamo vedere alcuni frammenti in ferro pertinenti allo scheletro dell’imbracciatura (fig. 50) e due umboni diversi tra loro (figg. 51 e 52). Questi ultimi, per le implicazioni cronologiche, sono certamente i più interessanti. Infatti, se il sistema di impugnare e imbracciare lo scudo rimane pressoché costante nell’ambito della cultura materiale longobarda, la forma degli umboni si modifica in maniera sostanziale, fornendo elementi utili per stabilire la cronologia.

GLI SCUDI (UMBONI E IMBRACCIATURE) Tra gli oggetti che più comunemente si trovano nelle sepolture maschili longobarde sono gli elementi dello scudo. Nella necropoli di Nocera Umbra, costituita da 165 sepolture, “lo scudo si trovava nel 78,7% di tutte le tombe maschili ed era di regola combinato con la spada lunga”.289 Lo scudo tipico longobardo era di forma tondeggiante e presentava alcune parti in ferro ed altre in materiali deperibili. In particolare erano realizzati in ferro lo scheletro dell’imbracciatura, che poi veniva verosimilmente ricoperta con materiali che di solito non si conservano, e la parte centrale (umbone), a protezione dell’impugnatura.

Figura 50: Leno. Museo Civico. Elementi di imbracciatura dello scudo. Età longobarda. 115


L’età Romana e l’Alto Medioevo

I tipi di umbone che si riscontrano sia nei ritrovamenti in Pannonia (l’odierna Ungheria dove i Longobardi abitavano prima di venire in Italia) sia nei più antichi siti italiani sono contraddistinti da una calotta emisferica sormontata da un chiodo (bottone).291 Questa morfologia viene dagli studiosi ascritta alla fine del VI secolo d.C. e ai primissimi anni del secolo successivo.292 A partire dall’inizio del VII secolo, invece, la tendenza generale fu a realizzare umboni con ampie calotte emisferiche prive di bottone. Possiamo considerare che i due esemplari di Leno, quindi, non siano proprio coevi, ma siano l’uno (quello col bottone) più antico di qualche decennio rispetto all’altro.293 In tal caso, il tipo più antico dovrebbe essere attribuito alla fine del VI secolo, cioè alla generazione dell’immigrazione, mentre il secondo ai primi anni del VII secolo d.C., ovvero al periodo in cui i Longobardi, terminata la prima fase di conquista, iniziano il processo di insediamento stanziale e di organizzazione del loro potere. È bene, infine, ricordare che a Milzanello nel 1885, in seguito a lavori di estrazione della sabbia, sono venute alla luce cinque o sei sepolture longobarde con corredo costituito da vari oggetti in ferro, alcune monete, due vasi fittili e un umbone di scudo da parata, decorato con borchie dorate, ascritto al VII-VIII sec. d.C.,294 a testimoniare l’esistenza di personalità particolarmente eminenti insediate a Leno e nei dintorni, come per altro viene egregiamente dimostrato, per un periodo anteriore, dalle crocette auree (infra). “Lo scudo da parata, elemento essenziale dell’equipaggiamento guer-

riero di rango, vede una distribuzione prevalente in Italia settentrionale. Quest’arma di difesa, con decorazioni preziose e spesso complesse, proviene da sepolture con ricco corredo del VII secolo, prevalentemente poste in aree rurali (pochi sono gli esemplari rinvenuti in centri urbani), dove, specie in Lombardia, nell’VIII secolo sono attestate proprietà terriere di nobili e di monasteri regi, fornite da una rete viaria che porta in ogni direzione”.295 Val bene notare come questa analisi sia perfettamente rispondente a quanto le fonti, archeologiche e documentarie, attestano anche per Leno e si deve sottolineare che gli umboni di scudo da parata sono un manufatto ben diffuso anche oltralpe, dove si riscontrano “tutte le varianti decorative presenti in Italia”,296 a sottolineare ancora una volta i rapporti stretti e continui tra l’Italia settentrionale longobarda e l’area centroeuropea.297

Note: Un confronto assai calzante per il tipo di Leno è con un esemplare trovato a Sirmione/Loc. Cortine in BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, tav. V dopo p. 78, n. 1e, datato a fine VI - in. VII sec. d.C..

291

RUPP 1997, p. 178; RIGONI, POSSENTI 1999, p. 114.

292

293

VON HESSEN 1973, p. 73.

CAPB 1991, p. 124, n. 851 e p. 125 (immagine dell’umbone). 294

LUSUARDI SIENA, GIOSTRA, DE MARCHI 2002, pp. 230-231.

295

LUSUARDI SIENA, GIOSTRA, DE MARCHI 2002, p. 231.

296

LUSUARDI SIENA, GIOSTRA, DE MARCHI 2002, p. 227.

297

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Figura 51: Leno. Museo Civico. Umbone di scudo a calotta emisferica in ferro. Prima metĂ VII sec. d.C.

Figura 52: Leno. Museo Civico. Umbone di scudo a calotta emisferica con bottone in ferro. Fine VI sec. d.C.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

LA FIBBIA DI CINTURA “L’uso della cintura e l’accentuazione della sua decorazione appare dovuta ai contatti che i popoli germanici ebbero con i cavalieri della steppa (gli Unni prima, gli Avari poi) e sia presso gli uni che gli altri è legata a un patrimonio culturale di credenze e di leggende che ruotano attorno al concetto della cintura come elemento di protezione per chi la porta, che si esprimono in alcune pratiche magiche (il rituale dei nodi) e in taluni topoi dell’epopea e della mitologia riferiti a divinità e eroi ai quali la cintura conferisce poteri sovrumani (Thor, Brunilde ecc.)”.298 Portavano cinture sia gli uomini che le donne299 e, in particolare nel costume maschile, esistevano anche sistemi articolati di sospensione dei vari tipi di armi, dal sax alla spatha. Soprattutto a decorrere dalla seconda metà dell’VIII secolo, poi, gli elementi in metallo che corredavano e impreziosivano le cinture, realizzate verosimilmente in cuoio o in altro materiale deperibile, vengono ad assumere rilievo decorativo, come bene si evince dai corredi tombali dell’epoca. Infatti, delle cinture deposte nelle tombe come corredo giungono a noi, solitamente, le parti in metallo: ovvero, fibbie, placche, controplacche, puntali, ardiglioni, guarnizioni per la sospensione delle armi, borchie. La variabilità dei tipi e delle decorazioni, soggette al gusto mutevole della moda e del tempo, consentono di definire un orizzonte cronologico di appartenenza e di formulare alcuni confronti. In quest’ottica, si può analizzare anche la fibbia in ferro custodita a Leno proveniente da un contesto ignoto (fig. 53). La forte ossidazione che interessa la

Figura 53: Leno. Museo Civico. Fibbia di cintura in ferro. VII sec. d.C.

parte dello scudetto non permette di asseverare l’ipotesi di una connessione con la placca, quale parte, quindi, di un tipo di cintura d’uso militare, diffusa nel VI e nel VII secolo (cintura a “cinque pezzi”).300 La forma dell’anello è ellissoidale oltrepassato dall’ardiglione e lo scudetto assume una forma ad U, che nei tipi meglio conservati tende a restringersi prima dell’attacco dell’ago (scudetto smerlato). In effetti, fibbie di cintura di questa morfologia sono presenti anche in tombe femminili, ad esempio a Nocera Umbra, in una fase di fine VI-inizio VII secolo.301 Pertanto, sebbene non si possa attribuire con certezza la nostra fibbia, possiamo comunque affermare che essa fu deposta in una sepoltura cronologicamente collocabile tra la fine del VI e la metà del VII secolo d.C.

Note: 298

MELUCCO VACCARO 1978, p. 13.

299

RUPP 1997, pp. 178 e 182.

DE MARCHI 1997, p. 395. DE MARCHI 1988, pp. 104-105.

300

301

118

RUPP 1997, p. 182.


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Gli oggetti funzionali in osso Se le cuspidi in ferro appartengono a tipi piuttosto noti e diffusi, le quattro punte di frecce in osso302 (fig. 54) presentano invece aspetti di maggiore interesse anche per la scarsità dei confronti. Delle quattro cuspidi di freccia in osso levigato, tre hanno la punta a sezione piramidale leggermente smussa e il codolo cilindrico, rastremato verso l’innesto, che è assottigliato e presenta una terminazione appiattita. Il quarto caso è riconducibile ancora al tipo a triplice aletta. La lavorazione dell’osso per ottenere questi manufatti era estremamente accurata in quanto prevedeva la levigatura sia della punta che dell’asta, attraverso l’uso di una raspa o di una lima. Per queste ragioni è plausibile chiedersi se la loro esecuzione sia opera di artigiani che operavano sul posto in maniera estemporanea o non sia piuttosto il prodotto di officine di artigiani specializzati. In effetti la for-

Figura 54: Leno. Museo Civico. Cuspidi di freccia in osso, appartenenti al tipo c.d. “appiattito” (le prime tre a sinistra) e al tipo c.d. “a triplice aletta” o “ávaro” (l’ultima a destra). Seconda metà VI e inizio VII sec. d.C.

ma, le dimensioni, il peso sono molto simili, elementi tutti che depongono a favore di una buona standardizzazione. Possiamo confrontare i nostri manufatti con due esempi rinvenuti a S. Antonino di Perti (Savona).303 Per le cuspidi liguri, provenienti da livelli tar-

Note: Sono in diafisi probabilmente di bovino (classificazione a cura del dott. Paolo Reggiani del Museo di Venezia, che ringraziamo).

302

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 539. Una delle due cuspidi era già pubblicata in MURIALDO et al. 1988, pp. 388-389.

303

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L’età Romana e l’Alto Medioevo

doantichi del castrum, è stata avanzata l’ipotesi di una appartenenza a gruppi di Unni che avrebbero combattuto in Africa, e poi forse anche in Italia, nel corpo di spedizione bizantino guidato da Belisario. Questa ipotesi viene formulata in riferimento a un passo dello storico Ammiano Marcellino304 il quale menziona l’uso di punte di freccia in osso da parte degli Unni.305 La presenza di questi manufatti a Leno comporta, quindi, ragioni di notevole interesse, lasciando adito a svariate ipotesi che, però, l’assenza dei dati relativi al contesto e alle modalità del rinvenimento e la scarsità dei confronti rendono quanto mai incerte. Dai confronti si evince che la collocazione cronologica dei manufatti è compresa tra la seconda metà del VI secolo e i primi anni del VII secolo.306

Gli oggetti di decoro personale Tra gli oggetti custoditi al Museo di Leno, spicca indubbiamente, per la bellezza della realizzazione, un manufatto in osso (fig. 55). Si tratta di un reperto accuratamente levigato e decorato da linee parallele e linee incrociate. In particolare si ravvisano tre registri di decorazione scanditi e separati da un motivo costituito da una doppia linea incisa, che li racchiude in forma di rettangolo. Il primo registro presenta una campitura di linee incrociate a formare un reticolo. Il secondo registro è decorato con incisioni parallele e oblique. Il terzo registro, invece, l’unico a non terminare col motivo della doppia linea, presenta solo tra tratti obliqui, assai ravvicinati, e tracciati in senso opposto rispetto al registro precedente. La parte terminale dell’oggetto non ha decorazioni. La porzione superiore è invece forata per consentire il passaggio di un cordoncino e questo è il fattore principale per il quale propenderemmo a classificare come pendaglio questo manu-

Note: 304 “Eoque omnium acerrimos facile dixeris bellatores, quod procul missilibus telis, acutis ossibus pro spiculorum acumine, arte mira coagmentatis […]” (AMMIANO MARCELLINO, Rerum Gestarum, XXXI, 2.9).

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 540.

305

306

VON HESSEN 1973, p. 73.

307

RIGONI, POSSENTI 1999, p. 74, fig. 11.

308

RICCI 1997, p. 267, fig. 12, nn. 7 e 14.

BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, pp. 36-64. 309

310 BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, p. 56.

BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, pp. 56-57, tav. V, nn. 34-37 (il n. 36 ha una decorazione che richiama quella del pendaglio di Leno, con tre serie di solchi circolari alternati a strie disposte a spina di pesce tracciate in maniera abbastanza irregolare). Le schede dei manufatti in osso da Sirmione sono di P.M. DE MARCHI.

311

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fatto. I motivi decorativi che connotano il reperto lenese sono piuttosto diffusi e ricorrenti nell’industria su osso, corno e avorio propria delle genti germaniche e in particolare longobarde. Infatti, registri decorativi rettangolari contrassegnati da bordature di linee parallele e riempiti da reticoli di rette incrociate si trovano, ad esempio, sulla costolatura di un pettine rinvenuto a Oderzo e ascritto al VII secolo.307 Motivi simili sono anche presenti su utensili in osso, corno e avorio, di non sempre facile individuazione e comprensione relativamente alla funzione d’uso, ritrovati nel contesto di Crypta Balbi a Roma e inseriti anch’essi in una cronologia di VII secolo.308 Val bene rilevare al proposito che a Sirmione, tra gli oggetti dei saggi di scavo relativi al monastero longobardo di S. Salvatore,309 sono stati trovati quattro manufatti in osso, lavorati e decorati, due dei quali sono stati classificati come punteruoli, verosimilmente utilizzati come “strumenti ausiliari da tessitura, usati per riposizionare i fili della trama e dell’ordito e per

sbrogliare i nodi”,310 come si evince anche da comparazioni etnologiche.311 Le dimensioni del nostro esemplare tuttavia ci inducono ad escludere che si tratti di un ago o di un utensile simile e la presenza del foro passante fa propendere, a nostro avviso, per una classificazione come elemento esornativo più che come elemento funzionale. Corre comunque l’obbligo rammentare anche che, manufatti simili sono stati classificati come morsi di cavallo (ad esempio un esemplare conservato al Museo Archeologico di Bolzano e attribuito alla Età del Ferro). In assenza di dati precisi sul ritrovamento di Leno e in considerazione dei confronti segnalati, si propone per il nostro reperto una datazione generica al VII secolo d.C.

Figura 55: Leno. Museo Civico. Manufatto in osso con campiture decorative realizzate a incisione. Foro passante per sospensione. VII secolo d.C. 121


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Figura 56: Leno. Museo Civico. Frammento di calice in vetro con decorazione a festoni applicati. VII sec. d.C.

Gli oggetti in vetro Tra le classi di materiali rappresentate nel museo di Leno troviamo il vetro, il che risulta non poco interessante anche alla luce dei ritrovamenti archeologici in località Campi San Giovanni, dove all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso sono emerse tracce che testimonierebbero “l’esistenza di una vetreria o almeno un impianto per il riciclaggio dei rottami di vetro”.312 La fine dell’impianto, per rapporti stratigrafici, è precedente all’utilizzo dell’area per la realizzazione di una necropoli della quale sono state individuate 93 sepolture con pochi elementi di corredo sopravvissuti a spoliazioni perpetrate in antico. Ciò che resta, in questo ambito funerario, si colloca cronologicamente nel VII secolo circa.313 Pertanto l’impianto vetrario dovrebbe essere anteriore, non sappiamo di quanto.

Figura 57: Brescia. Calice a festoni rinvenuto negli scavi di Santa Giulia (da: UBOLDI 1999, p. 298). Età altomedievale.

L’assenza di dati relativi al ritrovamento dei due frammenti conservati al Museo, comunque, non consente di avanzare alcuna ipotesi circa il loro collegamento con la manifattura vetraria di Campi San Giovanni. In realtà, la forma dei recipienti, cui i reperti sono pertinenti, il tipo di decorazione, i confronti con altri manufatti simili lasciano piuttosto credere che si tratti di prodotti di importazione, forse deposti quale corredo funerario, e non prodotti del locale impianto vetrario. In particolare, questi manufatti, per le riflessioni cha andremo esponendo, sono da avvicinare al costume e all’artigianato longobardi. Infatti, “soprattutto nel primo tren122


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tennio del VII secolo le vesti dei personaggi più ragguardevoli si impreziosiscono di broccato, i complementi dell’abito e dell’armamento e gli ornamenti vedono un più massiccio impiego di oro e argento e si accompagnano spesso a pregevole vasellame vitreo, bronzeo e ceramico relativo al banchetto, occasione durante la quale il defunto e la sua famiglia avevano avuto modo di ostentare il loro prestigio e il benessere economico”.314 La maggiore gamma di oggetti deposti nelle sepolture di questo periodo e i richiami ideologici e rituali al banchetto e alle esigenze “terrene” nella vita dell’aldilà sono indubbiamente da ricondurre al fenomeno della crescente assimilazione, da parte dei Longobardi, di usi e costumi delle popolazioni autoctone nelle terre da loro occupate. I due frammenti vitrei di Leno sono entrambi da attribuire a recipienti potori, usati quindi per il servizio di mensa. Si tratta, rispettivamente, di un frammento forse pertinente a un calice su lungo stelo (fig. 56) e della porzione terminale di un corno potorio (fig. 58). Il primo reperto è costituito da una sottile parete di vetro verde cui è stata applicata una decorazione a festoni della quale restano due archetti in vetro verde/azzurro desinenti con una goccia che non si è conservata ma che è desumibile dal filamento che origina nel punto di giuntura tra i due archi. “Il decoro ad arcate con gocce terminali è molto diffuso in ambito centroeuropeo dall’età tardo romana in avanti, come dimostrano gli esempi provenienti dall’area renana e dai cimiteri franco-merovingi”.315

In effetti le decorazioni costituite da filamenti applicati ad arco, in particolare sui calici, non sono infrequenti, anche se mancano confronti stretti per poter definire una esatta cronologia e, possibilmente, una provenienza relative ai pezzi lenesi. A Brescia, negli scavi di santa Giulia, è stato trovato un manufatto vitreo (fig. 57) pertinente a un calice su lungo stelo di cui si sono conservati una parte del gambo e una parte della coppa, di forma ovoidale, alla quale è stato applicato “un grosso filamento [che] formava 4 o 5 archetti terminanti con vistose protuberanze a goccia”.316 Il vetro è verde/azzurro. Tuttavia, a differenza del frammento lenese, la goccia presente sul calice di Santa Giulia è stata ottenuta “pinzando con uno strumento il filo di vetro”.317 Pertanto la goccia è immediatamente attaccata all’archetto. Il reperto lenese mostra invece una fattura diversa, dato che la goccia, non conservatasi, pendeva da un filamento più sottile a sua volta collegato al punto di giuntura dei due archetti. Impossibile dire se tale differenza abbia anche implicazioni di ordine superiore (cronologia, area di fabbricazione, ecc.), anche in considerazione del fatto che il calice di Brescia proviene da un livello, pertinente ad un edificio, che si colloca tra la seconda età

Note: 312

123

BREDA 1992-93, p. 83.

313

BREDA 1992-93, p. 83.

314

GIOSTRA, LUSUARDI SIENA 2004, p. 519.

315

UBOLDI 1999, p. 299.

316

UBOLDI 1999, p. 298.

317

UBOLDI 1999, p. 298.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Figura 58: Leno. Museo Civico. Frammento di corno potorio in vetro con decorazione a filamenti applicati. Fine VI-VII sec. d.C.


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longobarda (fine VII-VIII secolo) e la fine dell’XI secolo318 e quindi presenta un inquadramento cronologico piuttosto ampio. Altri esempi, sebbene di dimensioni più ridotte e con uno stato di conservazione peggiore, sono emersi dagli scavi dell’area D del castrum di S. Antonino di Perti.319 Anche qui si vedono arcate costituite da filamenti di vetro più spesso applicate alla parete di manufatti di forma aperta (bicchieri, calici, coppe). In particolare due frammenti sono interessanti in quanto provengono dal livello T2, databile nella prima metà del VII secolo.320 Un altro reperto costituito da una sottile parete, in vetro azzurrino-verde, decorata da un festone del medesimo colore proviene dal livello T1/2 della stessa area D, ovvero in una fase di VII secolo.321 Da questi confronti pare plausibile, pur con la dovuta cautela, attribuire anche il nostro frammento a un orizzonte di VII secolo d.C. Per quanto attiene al secondo manufatto in vetro, ovvero il corno potorio, è possibile affermare che tale tipologia è “una delle forme più caratteristiche tra i vetri dell’Italia centro settentrionale” dove è stata portata dall’invasione longobarda, essendo tale manufatto originario dell’area renana.322 I ritrovamenti italiani datano quindi dalla fine del VI secolo e sono numerosi, al punto da far pensare a produzioni di tipo locale.323 È piuttosto comune per questi oggetti la decorazione a filamenti in rilievo realizzati con pasta vitrea disposti in modo da creare delle nervature che corrono lungo il corpo avvolgendone la circonferenza, esattamente come nel caso di Leno.324 Esemplari più recenti

mostrano decorazioni assai più complesse, dove complicati intrecci di filamenti sono associati a striature piumate e motivi fitomorfi.325 La morfologia del corno di Leno terminante a punta, il tipo di vetro verde, prevalente nei secoli VI e VII rispetto alla cromia azzurro/verde,326 la decorazione semplice ed essenziale, più diffusa nei manufatti più antichi, lasciano pensare a una collocazione cronologica del nostro reperto tra la fine del VI e la prima metà del VII secolo.327

Note: 318

UBOLDI 1999, p. 299.

MURIALDO et al. 1988, pp. 374 (tav. XV) e 377 (nn. 33-34).

319

320 MURIALDO et al. 1988, pp. 377 (nn. 33-34) e 342 (sequenza stratigrafica dell’area D).

FALCETTI 2001, pp. 443 (tav. 60) e 444 (n. 493).

321

322

STIAFFINI 1985, p. 677.

Ipotesi di V. I. EVISON, citata in STIAFFINI 1985, p. 677, nota 138.

323

STIAFFINI 1985, p. 675, tav. 1, nn. 9 e 10. Si tratta di due manufatti di provenienza italiana conservati rispettivamente a Londra e a Barcellona.

324

125

325

STIAFFINI 1985, p. 678.

326

FALCETTI 2001, p. 448.

327

VON HESSEN 1973, p. 74.


L’età Romana e l’Alto Medioevo Figura 59: Leno. Museo Civico. Particolare della decorazione presente sui due reperti lapidei pertinenti al pluteo di una chiesa altomedievale. Seconda metà VIII - prima metà IX sec. d.C.

Gli oggetti di arredo liturgico I frammenti di arredo liturgico custoditi a Leno assommano a due manufatti in calcare bianco, che presentano dettagli funzionali tali da farli ritenere impiegati in strutture in abbinamento con lastre di pietra, e probabilmente a un laterizio decorato e sagomato con la funzione forse di mensola. Si può ipotizzare che i due materiali lapidei fossero parte di una cornice o, forse meglio, di una pergula di cui costituivano rispettivamente il pilastrino centrale e l’elemento angolare (fusto) contro il quale erano fermate le lastre,

pure in pietra, del pluteo.328 La decorazione, scolpita solo su una superficie (fig. 59), è costituita da un nastro a tre vimini che crea il motivo del doppio gallone ritorto a formare un otto. Decorazioni a trecce, a matasse, in forma di linee che si intersecano formando occhielli, volute, spazi circolari o ellissoidali, più o meno sottolineati dalla presenza di bottoni o dall’accentuazione della cavità mediante interventi di asportazione di materiale, sono noti e ben attestati nella età tardo-longobarda e nella successiva fase carolingia. 126


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In particolare “il motivo del nastro ritorto e intrecciato a otto è molto comune nell’VIII e soprattutto nel IX sec. [...]”329 in Italia settentrionale. Una decorazione in forma di una matassa con bottoni al centro degli occhielli è conservata a Vittorio Veneto, nel Museo del Cenedese. In questo caso l’intreccio percorre internamente i quattro bracci di una croce greca e la lastra, nel suo complesso, viene datata tra VIII e IX secolo.330 Una decorazione a galloni semplici impreziosisce una lastra ad arco dalla basilica di San Salvatore di Brescia e viene attribuita alla metà dell’VIII secolo.331 Anche su un pilastrino da Spalato, databile ad età carolingia, compare il motivo della matassa ad andamento nastriforme che forma degli occhielli.332 Un bel confronto viene infine dal Museo Nazionale di Cividale del Friuli dove è custodito un frammento di lastra di un pluteo con la spalla decorata da una fascia nastriforme con un andamento assai simile agli esemplari lenesi (fig. 61).333 Un altro reperto lapideo con un motivo ornamentale molto vicino al nostro è stato trovato a Sirmione (fig. 60). Si tratta di un frammento di ciborio o di pergula in calcare bianco a grana fine (da Botticino?) conservato presso l’antiquarium delle “Grotte di Catullo” e proveniente da una località non precisabile del paese gardesano. La decorazione è ottenuta con l’abbassamento del piano di fondo, esattamente come nel caso lenese. La datazione proposta per il pezzo sirmionese è la prima metà del IX secolo.334 Sulla scorta di questi confronti si può dunque ragionevolmente ipotizzare per

Figura 60: Sirmione. Particolare della decorazione presente su un frammento di arco pertinente a un ciborio o a una pergula di seconda metà VIII - prima metà IX sec. (da: BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, p. 114, fig. 29).

i nostri manufatti, pertinenti verosimilmente ad un medesimo contesto, una collocazione cronologica tra la seconda metà dell’VIII e la prima metà del IX secolo, coeva, dunque, al periodo della fondazione dell’abbazia di Le-

Note: 328 RIGONI, POSSENTI 1999, p. 30, fig. 1 e p. 31, fig. 2 (esempio di una pergula di età longobarda). 329 BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, p. 114. 330

RIGONI, POSSENTI 1999, p. 47, fig. 23.

Il futuro dei Longobardi 2000, p. 522, scheda n. 481 (riferimento alla fig. 364, p. 507). 331

Bizantini, Croati, Carolingi 2001, p. 469, scheda n. VI.70a (riferimento alla fig. di p. 435).

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BROZZI 1980, p. 71.

BROGIOLO, LUSUARDI SIENA, SESINO 1989, pp. 112-115 e figg. 29-30. 334

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L’età Romana e l’Alto Medioevo

Figura 61: Cividale del Friuli. Lastra pertinente a un pluteo altomedievale (da: BROZZI 1980, p. 71).


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no nel 758335 o di poco successiva. Nulla ovviamente, data l’assenza di notizie circa il luogo del rinvenimento dei due frammenti lapidei, consente di collegare materialmente i reperti e la chiesa abbaziale, tuttavia l’accuratezza della fattura, la probabile funzione di elemento interno ed angolare di una pergula lasciano credere che tali manufatti appartenessero all’arredo liturgico di una chiesa di una certa entità e importanza, qualità che certo non mancavano alla chiesa abbaziale leonense. Anche il laterizio sagomato e decorato (fig. 42 - pag. 91), l’unico di questo tipo conservato tra i materiali del Museo di Leno, potrebbe appartenere a un contesto liturgico altomedievale (funzione di mensola?), pur lasciando adito a più d’un dubbio per le ragioni che andremo esponendo. La decorazione a linee incise e bordo arrotondato leggermente rilevato sono precedenti alla fase della cottura (da notare i solchi delle incisioni che presentano sezioni semicircolari difficilmente ottenibili su un supporto duro).336 Il taglio ad andamento obliquo, che sembra realizzato quando il laterizio era già cotto, potrebbe essere attribuito allora ad esigenze di cantiere connesse alla posa in opera del pezzo. Il decoro sembra dunque l’esito dell’uso di uno stampo, una cassaforma appositamente predisposta per la parte sagomata che presenta linee incise e un bordo arrotondato e rialzato. Successivamente è da ipotizzare un intervento manuale dell’artigiano per le finiture e l’adattamento nella fase di impiego. Il reperto ha una lunghezza massima di 43 cm, una larghezza massima di 30 cm e spessore di cm 7. Le misure sono dunque quelle di un sesquipedale ci-

salpino di età imperiale romana e in effetti permane la possibilità di ascriverlo a questo periodo. Preferiamo, tuttavia, anche sulla scorta di alcune recenti considerazioni (si veda supra) circa la sopravvivenza di una produzione laterizia altomedievale in Italia settentrionale con misure assai simili a quelle dell’età più antica337 e del suo documentato riapparire a Brescia prima della metà del IX secolo,338 proporre l’ipotesi che si tratti effettivamente di un prodotto altomedievale nuovo. Se così fosse, ipotizzare il suo impiego in un edificio religioso sarebbe più che legittimo. Per quanto attiene alla cronologia, comunque, consideriamo prudente rimanere nella generica attribuzione all’alto medioevo (forse coevo ai frammenti lapidei?).

Note: 335 BARONIO 2002, p. 33; CONSTABLE 2002, p. 156 (dove l’A. rileggendo una fonte dell’anno 883 ritiene che la costruzione di una chiesa dedicata al Salvatore, alla Vergine e a San Michele preceda cronologicamente l’edificazione del monastero vero e proprio).

129

336

TOMEZZOLI 2000, p. 33.

337

UBOLDI 2000, p. 13.

338

GALETTI 1994, p. 473.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Von Hessen, associando le croci agli altri oggetti, traeva anche elementi per datare questi manufatti, dei quali, in assenza di confronti puntuali, poco o nulla si poteva dire con certezza. Infatti, l’uso da parte dei Longobardi di deporre raffinati oggetti, anche in metalli preziosi, nelle tombe si accresce notevolmente nel primo trentennio del VII secolo quando “le vesti dei personaggi più ragguardevoli si impreziosiscono di broccato, i complementi dell’abito e dell’armamento e gli ornamenti vedono un più massiccio impiego di oro e argento e si accompagnano spesso a pregevole materiale vitreo, bronzeo e ceramico [...]”.342 Tra i reperti di Leno non mancano, come abbiamo visto, tracce di abbellimenti e di oggetti raffinati verosimilmente deposti come corredo di sepoltura. Pensiamo ai frammenti di recipienti potori decorati a festoni e con filamenti in pasta vitrea e pensiamo al manufatto in osso, che certamente dovevano costituire un modo di ostentare prestigio e benessere economico. Prestigio e benessere di una famiglia in un contesto, quello dei primi anni del VII sec., in cui il potere militare dei guerrieri longobardi si andava trasformando in potere territoriale, con la conseguente differenziazione della gerarchia sociale. In quest’ottica vanno interpretate le crocette auree, le quali sono certamente da collegare all’esistenza di gruppi umani, residenti nel territorio di Leno, che stavano emergendo in maniera decisa e rapida. Al riguardo è utile rammentare quanto si disse commentando l’umbone di scudo trovato a Milzanello (supra). In questo senso, quindi, l’interpretazione del sostrato, di cui le crocette so-

Le crocette auree Le crocette auree costituiscono senza ombra di dubbio il fiore all’occhiello del museo di Leno. È straordinario il loro valore intrinseco ed è molto importante anche l’aspetto scientifico, perché è rara la presenza di una figura umana su materiali di questo genere. Pertanto sono comprensibili la scarsa bibliografia che si trova su questi oggetti e i pochi dati desumibili per via analogica dai pochissimi confronti noti. L’uso di deporre croci d’oro cucite sul sudario del defunto è “una pratica cultuale che nel Regnum longobardo acquista da subito un notevole rilievo: i numerosi reperti noti (325 esemplari) sono distribuiti su tutto il territorio nazionale in modo capillare e presentano una notevole omogeneità nelle caratteristiche costitutive, pur contemplando varianti regionali e legate all’identità del destinatario”.339 Il Von Hessen, il primo che pubblicò le crocette (rinvenute nel 1949-1950 presso il cimitero di Leno),340 ritiene sostanzialmente che esse provengano dalle stesse tombe da cui provengono anche i due umboni, le due spade e le due cuspidi di lancia, a costituire originariamente parte del corredo di due distinte sepolture.341 L’assenza di dati circa il contesto di ritrovamento e le modalità non permette però, come già metteva in evidenza lo stesso Von Hessen, di corroborare con dati incontrovertibili questa impressione, che per altro rimane presente in chi accosta i materiali, pur riconoscendosi la possibilità che spade, umboni e lance possano indicare sepolture un po’ più antiche rispetto alla cronologia delle croci (soprattutto rispetto all’esemplare con la rappresentazione di figure umane). Il 130


Alberto Bettinazzi

te documentata. Un confronto si ha con la croce piemontese di Villa Mon Plaisir, con figura maschile coronata”.344 Secondo Von Hessen, comunque, siamo di fronte a un “simbolo derivante dalla sfera cristiana”,345 una sorta di buon augurio per l’ultimo viaggio, quello nell’aldilà. La seconda crocetta (n. St. 11214), in stato di conservazione peggiore e di forma probabilmente analoga alla precedente (sono visibili anche in questo caso i fori di cucitura), presenta una decorazione affatto diversa, in virtù della quale è stata considerata leggermente più antica. La decorazione prevede un medaglione centrale, con corona perlinata, racchiuso entro quattro grandi volute che campiscono motivi forse fitomorfi. I tre modani che decorano i bracci superstiti ripetono una stessa soluzione, che rimanda a soggetti zoomorfi rielaborati in chiave simbolica e astratta. Si intuiscono le teste di animali che dovevano comparire alla fine del decoro, ma la loro perdita non consente di collocare con maggiore precisione questo manufatto, né di confrontarlo in maniera puntuale con altri già noti.

no espressione, risulta quasi più istintiva e immediata di quanto non sia la lettura formale dei reperti e la ricerca di confronti, anche per definirne meglio la cronologia. Il Von Hessen, seguito poi da Paola Marina De Marchi che ha realizzato delle schede di questi due oggetti in occasione di una recente esposizione,343 propende nell’attribuire i reperti al VII secolo e, in particolare, alla metà del secolo la crocetta con rappresentate le figure umane (fig. 62) e entro la prima metà dello stesso l’altra crocetta che presenta intrecci zoomorfi (fig. 63). La prima crocetta (n. St. 11215) è di forma sostanzialmente equilatera con i bracci patenti, su ciascuno dei quali, all’estremità, sono visibili due forellini per il filo di cucitura. Le croci infatti erano trapunte sulla veste funeraria. Quanto è rappresentato si articola in due motivi. Il primo è costituito dalla rosetta centrale, a sei lobi, contornata da un bordo perlinato. Il secondo motivo è quello raffigurato sui bracci, ripetuto mediante applicazione di quattro modani, che ha come protagonista una persona di sesso maschile, vestita con una lunga veste finemente lavorata, con le braccia incrociate verso il basso. Sono ben evidenti i dettagli della pettinatura, dei piedi rivolti verso l’esterno e probabilmente calzati con scarpe a punta, della veste e della cornice entro cui la persona è collocata. Si tratta di una cornice costituita da due pilastrini sormontati da una croce equilatera sopra cui è impostato un arco a sesto ribassato. “È difficile dire quale sia il personaggio raffigurato orante: sacerdote, santo, altro? Si osserva, però, che la raffigurazione umana, specialmente su croci, è scarsamen-

Note: LUSUARDI SIENA, GIOSTRA, DE MARCHI 2002, p. 229.

339

340

BREDA 2002, p. 240, didascalia fig. 2.

341

VON HESSEN 1973, p. 73 e p. 79.

342

GIOSTRA, LUSUARDI SIENA 2004, p. 519.

Bizantini, Croati, Carolingi 2001, pp. 247 (figure) e 259 (schede a cura di De Marchi). 343

344 Bizantini, Croati, Carolingi 2001, pp. 247 (figure) e 259 (schede a cura di De Marchi). 345

131

VON HESSEN 1973, p. 77.


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Figura 62: Leno. Museo Civico. Crocetta d’oro con soggetto antropomorfo (n. St. 11215). VII sec. d.C. (foto: Comune di Leno).


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Figura 63: Leno. Museo Civico. Crocetta d’oro con soggetto fitomorfo (n. St. 11214). VII sec. d.C. (foto: Comune di Leno).


L’età Romana e l’Alto Medioevo

Reperti di funzione ed epoca incerte

UTENSILE IN FERRO Tra i reperti per i quali risulta veramente improbo trovare una corretta collocazione cronologica è un utensile in ferro (fig. 64), che nella porzione rimasta parrebbe riferibile alla lama di un coltello o a un arnese da lavoro. Le dimensioni sono: lunghezza 210 mm; larghezza max. lama 32,5 mm. Cronologia: non determinabile.

Figura 64: Leno. Museo Civico. Utensile in ferro (coltello ?) di cronologia non precisabile.

l’ansa a bastoncello appiattita in alto (fig. 65). Il colore dell’argilla è fortemente bruno ed è evidente il procedimento di lisciatura sulla superficie esterna. Le dimensioni del frammento sono: l’altezza max. 53,5 mm; la larghezza max. 57,1 mm; lo spessore della parete 5,3 mm; diametro dell’ansa mm 18,6. Cronologia: oscillante tra Età del Bronzo ed Età del Ferro.

FRAMMENTO DI SCODELLA (?) Non è definibile la forma di appartenenza né la cronologia relative a un frammento di scodella o bicchiere (boccale) di cui rimane una parte del-

CATENA DA SOSPENSIONE (?) Riteniamo sia di controversa attribuzione un frammento di utensile in ferro (fig. 66), costituito da una barretta ad andamento leggermente ricurvo, ripiegata ad una estremità in maniera da creare l’aggancio con un anello di forma ovale. La lunghezza complessiva di questo manufatto è di 94,2 mm. Si potrebbe trattare di un frammento corrispondente a una catena di sospensione o, forse, a un morso di cavallo. L’epoca non è precisabile, anche se lo stato di conservazione potrebbe indicare un oggetto non particolarmente antico.

Figura 65: Leno. Museo Civico. Frammento di scodella di cui rimane una parte dell’ansa a bastoncello appiattita in alto. 134


Alberto Bettinazzi

Figura 66: Leno. Museo Civico. Frammento di catena da sospensione in ferro (?). Cronologia imprecisabile.

ti è di 14,5 cm). L’assenza di incrostazioni, di tracce relative all’utilizzo e di eventuali sostanze lavorate non consentono l’identificazione delle funzioni svolte da questo manufatto. Probabilmente siamo di fronte a un particolare tipo di mortaio con versatoio

CROGIOLO (?) Presso il museo è depositato anche un oggetto in pietra (fig. 67) costituito da una vaschetta cava con un diametro interno di 17 cm (il diametro comprensivo dello spessore delle pareti è di cm 25) collegata a un condotto con sezione semicircolare lungo 35 cm e largo 8,5 cm (la larghezza comprensiva dello spessore delle pare-

Figura 67: Leno. Museo Civico. Crogiolo (?) in pietra con versatoio a cannone. Cronologia imprecisabile.

135


L’età Romana e l’Alto Medioevo

allungato o, come forse parrebbe preferibile, siamo di fronte a un crogiolo la cui forma allungata doveva facilitare il deflusso di sostanze abbastanza liquide. L’epoca non è precisabile.

Figura 68: Leno. Museo Civico. Canini di sus scrofa rotti a metà. Resti faunistici.

antica di Cicerone (De Legibus, II, 22, 57), il sacrificio del porco era elemento indispensabile per seppellire scrupolosamente secondo il rito. Nella necropoli romana scoperta a Nave (in uso dalla fine del I sec. a.C. alla fine del I sec. d.C.), ad esempio, è alto il numero di resti di suino, che sono stati spiegati proprio in relazione al rituale del sacrificio del porco e alle offerte di cibo che venivano fatte dai familiari sulla tomba. In particolare, la t. 9 presenta una situazione assai interessante, perché “nella zona di deposizione del corredo intatto si è rinvenuto un coppo che copriva un collo d’anfora a sua volta sovrastante alcuni denti di maiale collocati sopra una

DENTI DI SUS SCROFA Sono conservati anche quattro frammenti relativi a denti di sus scrofa (verosimilmente appartenenti in origine a due canini) per i quali resta indefinibile se si tratti di manufatti o, come sembra più probabile, siano semplici rinvenimenti faunistici (fig. 68). È chiaro che diventa impossibile dare un contesto definito a tale ritrovamento, tuttavia è doveroso accennare al fatto che ritrovamenti di ossa e denti di porco sono frequenti nell’ambito funerario romano. Infatti, secondo una testimonianza 136


Alberto Bettinazzi

modo alla metà dell’oggetto originario. La macina presenta un foro nel centro ed ha una forma ellissoidale. È cava su ambedue le facce. La porzione residua è lunga cm 31,5, ed è larga cm 20 (sempre considerando le misure massime). In questo caso la funzione è ben individuabile e sono ancora visibili segni marcati dovuti allo sfregamento sulla superficie inferiore. Non sono invece precisabili il periodo di appartenenza e il contesto di ritrovamento.

Figura 69: Leno. Museo Civico. Frammento di macina. Cronologia imprecisabile.

moneta tiberiana”.346 Dato che, come è stato ipotizzato per le sei monete romane e i frammenti fittili di coppette a pareti sottili, è legittimo ritenere che i materiali romani custoditi nel museo di Leno siano pertinenti a contesti di tipo funerario, potremmo porci per lo meno l’interrogativo, destinato forse a rimanere senza risposta, se anche i denti di sus scrofa provengano da un analogo ambito rituale. Peraltro, l’uso testimoniato dalla t. 9 della necropoli di Nave si colloca cronologicamente in età giulio-claudia, in una fase quindi coeva ai ritrovamenti delle coppette a pareti sottili custodite a Leno. MACINA Tra i materiali lapidei di Leno va, infine, annoverata una macina (fig. 69), di cui rimane una porzione pari grosso

Note: 346

137

Sub ascia 1987, p. 21.


Il territorio di Leno visto dall’alto.


Considerazioni conclusive

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

no nella prima fase) è ancora argomento da approfondire. Certamente va sottolineato il fatto che Cremona e Mantova restarono bizantine fino al 602/603351 e che la fascia a ridosso del fiume Oglio, costituita da terre basse e dalla confluenza dei fontanili nei corsi principali, poteva essere luogo di esondazioni, di impaludamenti, un’area insomma di difficile abitabilità, che diveniva però barriera, per così dire, naturale verso le postazioni ancora in mano al nemico.352 Sarebbe suggestivo ascrivere alla fase dello scontro Longobardi-Bizantini le frecce in osso custodite presso il museo. Come abbiamo detto, infatti, tali manufatti non sono frequenti nelle tombe longobarde. L’uso dell’osso inoltre per realizzare cuspidi viene attribuito, sulla scorta di una fonte antica, agli Unni che lo avrebbero insegnato ai Bizantini insieme ai quali avevano combattuto in Africa.353 Questi contatti vengono invocati anche per giustificare la presenza di tali manufatti nel castrum bizantino di S. Antonino di Perti (SV), dove materiali bizantini e materiali di matrice germanica si trovano in stretta associazione.354 Sappiamo, comunque, che contingenti longobardi combatterono a fianco dei Bizantini nella guerra greco-gotica. In questa circostanza i primi potrebbero aver appreso l’usanza di realizzare cuspidi in osso. Anche se smorzata da queste considerazioni storicamente forse più attendibili e fondate, rimane

“Nonostante Leno meriti la fama di zona archeologicamente ricca e storicamente importante in epoca medievale, il suo territorio, al pari di quello dei comuni vicini, non è mai stato oggetto di ricerche archeologiche sistematiche ed estensive intese a definire tempi e modi dell’evoluzione dell’insediamento tra l’età romana e l’altomedioevo”.347 Gli unici scavi in estensione di un certo rilievo, escludendo quello attualmente in corso presso il sito di Villa Badia, rimangono l’intervento che ha portato alla luce circa 250 sepolture longobarde a Porzano/località Campo Marchione348 e lo scavo di 93 tombe a Leno/località Campi San Giovanni.349 Comunque, l’abbondanza dei ritrovamenti, la qualità dei manufatti, la cronologia dei reperti, che nel complesso riportano in maniera inequivocabile alla prima generazione degli invasori longobardi e introducono poi la successiva fase dello stanziamento definitivo e della formazione di un consolidato potere territoriale, contribuiscono a confermare l’esistenza di una fascia di intenso popolamento longobardo compresa tra Calvisano e Leno, un’area dai forti connotati militari che lascerebbe intuire una sorta di linea di confine in corrispondenza della quale si arrestò la prima fase della conquista e si imperniò la conseguente fase dell’insediamento.350 Perché fu scelta proprio questa zona quale confine meridionale del ducato longobardo (alme140


Alberto Bettinazzi - Andrea Sangiorgi

comunque la suggestione di attribuire le frecce in osso proprio alla fase della guerra tra Longobardi e Bizantini, al loro scontro diretto lungo la linea di confine imposta dalle condizioni geomorfologiche della bassa pianura bresciana. Non deve stupire l’osmosi di tecniche e conoscenze tra le popolazioni in lotta. Infatti anche per le punte di freccia a triplice aletta “che presentano una particolare concentrazione nell’area friulana e slovena, ricondotte agli Avari, è stata recentemente supposta una derivazione da un influsso bizantino antecedente alla penetrazione di questa popolazione in questa area o una loro coincidenza con siti di questa regione ritenuti occupati da guarnigioni longobarde, sottolineando l’arbitrarietà di una attribuzione di tipo etnico”.355 Questi elementi balzano all’occhio in misura ancora più eclatante in quanto gli oggetti attribuibili alla seconda metà-fine del VI secolo costituiscono un patrimonio che sembra innestarsi su una situazione di assoluta assenza di testimonianze riconducibili alla popolazione residente prima dell’arrivo dei Longobardi. Infatti, se è senz’altro vero che i Longobardi scelgono di insediarsi laddove vi siano le condizioni più favorevoli (e questo dato si manifesta in una stretta continuità tra villaggio romano e insediamento longobardo),356 è altrettanto vero, nel caso di Leno, che la fase romana è bene attestata relativamente al periodo imperiale, per poi celarsi nell’assenza di ritrovamenti ben databili successivi alla fine del II sec. d.C. Abbiamo quindi un buco tra la media età imperiale e la fine del VI secolo, un vuoto da cui si staglia solo l’epigrafe funeraria dedicata

dal suddiacono Agostino alla moglie (supra). Sarebbe interessante davvero capire le motivazioni di questa assenza di reperti e di notizie per un così lungo lasso di tempo, in un territorio, quello di Leno, che mostra una straordinaria continuità di popolamento fin dal Neolitico. Sarebbe importante poter fugare il dubbio che l’assenza di fonti materiali per tale arco cronologico sia da imputare solo alla casualità della ricerca. In realtà, allo stato attuale, l’ipotesi che sembra più probabile è quella di un abbandono della campagna lenese coincidente forse con i gravi problemi in cui l’impero romano incappò nel III sec. d.C. e che ne minarono profondamente le basi, facendo insorgere un senso di insicurezza soprattutto nelle aree meno difendibili (ad esempio le aree rurali). La prossimità di centri agricoli di una certa importanza, come

Note: 347

BREDA 2002, p. 239.

BREDA 1995-97, pp. 93-95; DE MARCHI, BREDA 2000, pp. 472-477. 348

349

BREDA 1992-93, pp. 82-83.

DE MARCHI 1997, pp. 388-392; DE MARCHI, BREDA 2000, p. 477.

350

351

DE MARCHI 1999, pp. 218-219.

352

DE MARCHI, BREDA 2000, p. 472.

DE VINGO, FOSSATI, MURIALDO 2001, p. 540.

353

354

MURIALDO 2001, p. 227.

355

MURIALDO 2001, p. 228.

DE MARCHI 1997, p. 389, successivamente ribadito anche in DE MARCHI 1999, pp. 215243. Si veda anche BREDA 2002, p. 239. 356

141


Considerazioni conclusive

Alberto Bettinazzi - Andrea Sangiorgi

Manerbio e Bagnolo Mella, forse attrassero le forme del popolamento sparso e rarefatto che doveva essere una costante nelle nostre campagne già nell’avanzata età imperiale romana. Se questa ipotesi ha un fondamento, sicuramente essa consente di attribuire all’involuzione dell’insediamento anche la peggiore gestione del territorio e delle risorse idriche, il che potrebbe aver avuto riflessi maggiori proprio nella fascia prossima alle terre basse e al letto dell’Oglio. La conseguenza fu che questa zona, sostanzialmente spopolata, assunse caratteri di zona di confine, divenendo la fascia di separazione tra i Longobardi e i Bizantini durante la fase di scontro successiva all’invasione delle genti germaniche. La stessa creazione di un patrimonio fondiario esteso e consistente da parte della famiglia del duca e re Desiderio, che è alla base della scelta di fondare l’abbazia di san Benedetto proprio a Leno, dotandola fin da subito di terreni e rendite, si spiega bene pensando alla disponibilità di terre incolte che i Longobardi trovarono al loro arrivo e che si sommarono a quelle probabilmente espropriate ai signori rurali locali, secondo un costume diffuso e documentato anche in altre aree. L’abbazia stessa quindi acquisiva, fin dalla sua origine, un ruolo di promozione sociale ed economica che si connetteva in maniera forte al primario ruolo di evangelizzatrice.357 L’abbazia era stata fondata non a caso in una zona che aveva enormi potenzialità agricole, purché fosse bonificata e le acque fossero irreggimentate con coerenza e cognizione, in una porzione pianeggiante da ripopolare, in una fascia a forte vocazione di confine naturale

(cosa che manterrà ancora nel basso medioevo durante lo scontro tra il Comune di Brescia e il Comune di Cremona). Al proposito va messo in evidenza, sebbene esuli dai limiti cronologici di questa ricerca, che la bonifica nel territorio comunale di Leno (cosa che vale anche per altri comuni limitrofi quali Bagnolo Mella e Gambara) si è conclusa solo nell’ultimo ventennio del XIX secolo.358 Per Leno, “al compimento dei lavori nel 1904 erano recuperati circa 900 piò (quasi 280 ettari)”.359 L’ultima fase di un intervento che ha dato alla pianura l’immagine che tutti noi ben conosciamo. La fine di un percorso durato secoli.

Note: BETTINAZZI, SANGIORGI 2005, pp. 158159.

357

142

358

NARDI 2004, pp. 9-12.

359

NARDI 2004, p. 10.


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Progetto architettonico del salone che accoglierĂ la collezione archeologica della bassa pianura bresciana del Museo Civico di Leno. (progettista Arch. Federico Zucchetti)


Consulenza editoriale e progetto grafico: Andrea Barretta Realizzazione e stampa: CGS - Bagnolo Mella (BS) Fotografie: Foto Studio Mossi Prima edizione: Ottobre 2005

Museo Civico di Leno  

Le collezioni archeologiche nel contesto del popolamentodella bassa pianura bresciana

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