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Luigi Cirimbelli

La via delle cascine Storia e tradizione delle campagne lenesi

Comune di Leno


Luigi Cirimbelli

La via delle cascine Storia e tradizione delle campagne lenesi

Comune di Leno


Comune di Leno

Con il contributo di:

Fondazione Clementina, Gaetano e Giuseppe Gatti

Unione Provinciale Agricoltori

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Ed ora che il lavoro è compiuto esprimo la mia riconoscenza all’Amministrazione comunale di Leno presieduta dal sindaco dott. Pietro Bisinella. Per le foto delle cascine, eseguite gratuitamente, ringrazio il signor Angelo Boffelli che è stato prezioso collaboratore anche nell’accompagnarmi lungo tutto l’itinerario. Per la vicinanza ringrazio anche mio figlio geom. Pierluigi, l’amico Bruno Damini, pittore e autore delle due tavole e il dr. Alfredo Bresciani, l’ex sindaco di Leno Francesco Piovani, il signor Pier Angelo Dada, la prof.ssa Gabriella Motta, il prof. Pierfranco Blesio segretario dell’Ateneo di Brescia, il personale dei Servizi Anagrafici e l’Ufficio Tecnico del Comune di Leno. Ad Andrea Barretta per aver dedicato a questo mio lavoro le sue cure di insuperabile “regista editoriale”.

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Mappe catastali d’epoca napoleonica Superficie dell’attuale territorio comunale kmq. 58,38 Cascine censite 210

COMUNE DI PORZANO km2. 9,44 cascine 28

COMUNE DI LENO km2. 32,41 cascine 125

COMUNE DI MILZANELLO km2. 5,92 cascine: 22 FRAZIONE DI CASTELLETTO km2. 10,61 cascine 35

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Indice 13 Presentazione di Pietro Bisinella 15 Introduzione A parlare di cose antiche sull’aia di Andrea Barretta Capitolo III 59 La distribuzione della popolazione sul territorio

Capitolo I 21 L’abbazia e il dissodamento del territorio di Leno Le origini dell’insediamento sparso

Capitolo IV 65 I censimenti dell’agricoltura

Capitolo II 31 Per una storia dell’agricoltura Antiche consuetudini di affitto Le condizioni ambientali e gli avvicendamenti colturali Le colture L’allevamento bovino e la lavorazione del latte L’agricoltura oggi. Progetti e speranze sotto il marchio dell’abbazia Agricoltura, proprietà e cascine nei catasti storici

Capitolo V 73 Cascine, disoccupazione e agitazioni agrarie tra Ottocento e Novecento Patti colonici, disoccupazione e agitazioni nel biennio 1920-1921 Il dopoguerra e gli anni Cinquanta 7


96 ITINERARIO LENO-BAGNOLO MELLA Settore di levante Disciplina Favorita Villa Gianluigi Gadaldi 102 Settore di ponente Tre Colori Serena Damonte Costantina Sant’Antonio Sera Zerbio Pollino

Capitolo VI 81 Le condizioni igieniche e sanitarie delle abitazioni Alle cascine Gli anni recenti Scheda: Museo della Civiltà contadina Scheda: Il mulino Bottini già in Via Brescia

Capitolo VII 87 Le caratteristiche strutturali della cascina

112 ITINERARIO DI VIA GHEDI Settore di ponente Benone Santa Maria Rossini Villanuova Bruciata Miranda Bada di Sopra Bada di Sotto Settore di levante Bersaglio di Sotto Tiro a Segno Cesira Serioletta di Sotto Serioletta di Sopra Rino Teresa Bersaglio di Sopra Giuliana Martinengo da Barco Levante Littorio (Fenile Volta) Scovola Speranza Mortaio Fontanone

Capitolo VIII 91 Cascine e toponomastica

136 ITINERARIO DEL VIGANOVO Formola Luigi Laffranchi Fratelli Bonetti Santella Atalìa (Fenile Mazzini) Martinenga 8


192 ITINERARIO LENO-MANERBIO

Costa Villa Piera Matilde San Giuseppe Campagna Seccamani Mazzoli Garuffo Sant’Antonio Mattina Villa Donati 154 ITINERARIO DELL’ALBAROTTO E DELLA CAPIROLA Albarotto Albarotto di Sotto Albarotto di Sopra Scanalocco Risorta Seccamani Risorta Nuova Paolina Teresina Colombere Girelli Capirola

SETTORE NORD E SUD

Angelina Bogalei Ermengarda Rosa Camponuovo Sotto Camponuovo Sopra Pinarda Nuova Pinarda Lumachina o Lumaghina Villa Pineta Torchio Mirabella Zappaglia Mirabella Rampino Feniletto Bozano Aquila Chizzole 216 ITINERARIO PER PAVONE DEL MELLA Sudore Lame Arciprete Lame Locatelli già Lame di Sotto (1852)

164 ITINERARIO PER CALVISANO SETTORE NORD E SUD

Barone di Sotto Barone di Sopra Pluda San Nazaro Vigna Gatti Selvadonega Poiane Pluda Teresa Giardino di Sotto e Giardino di Sopra Santa Maria Grassi Enrica Rosetta Malleier Civaglietta

220 ITINERARIO DELLA PROVINCIALE LENO-GOTTOLENGO Risparmio Le Bariane Rimedio Boschetti Finiletto di Sopra La Quaglia Finiletto Villa Giusy Finiletto di Mezzo Finiletto di Sotto S. Giovanna 226 ITINERARIO DELL’OLMO Toninelli Scariona Anna La Quercia Bredavico Sopra Bredavico Sotto Olmo

186 ITINERARIO DEL RESCATTO Pica Belvedere Bonfadina Nuova Bonfadina Ronchi Davo Attilio Rescatto Colombetto e Fenile Zü 9


Comeni Gaidano di Sopra Gaidano di Sotto Boarini

234 ITINERARIO DA LENO SULL’ANTICA STRADA PER MILZANELLO Pozzolo Torchio Pozzolo Pero Morandino Bonifica Tomba

276 ITINERARIO DAL CROCEVIA SULLA SP VII IN DIREZIONE DI MEZZOGIORNO

Salvasecca Pavona Sorgente Alba Motella

Capitolo IX 241 Castelletto

280 ITINERARIO DELLE MOROSINE E DELLA CASELLA Massaga Terzo Iannina anche Ajannina (1826) Morosine Casella Seccamani 244 ITINERARIO TRASVERSALE CASTELLETTO-MILZANELLO Squadretto Eusebia Lena Palazzina Castelvecchio Torri ex Torri di Sotto Torri Olmo ex Torri di Sopra

Capitolo X 287 Milzanello

260 ITINERARIO DEL CASTELGUELFO Cucchetta Cucca Laura Pasino Nuovo Pasino Fenilnuovo ora Tomasoni Alfen Marionette Ronchi La Palma Barba Castel Guelfo

292 ITINERARIO DI VIA XXIV MAGGIO (EX STRADA COMUNALE PER CASTELLETTO) Palazzo Fenarola Fenarola Piceni Biolcheria Fenarola Scuderia Cortivo Fabbrica Scanzi Molone

268 ITINERARIO SETTORE NORD-EST Comuna Molino Dossi Dossi

304 ITINERARIO DELLA ZONA NORD-OVEST Breda D’Ale Fabbrica Nuova Maglio Cereto 10


Pedronca Fornasetta

Cereto Dossello Fontana Bagatta

348 ITINERARIO FENILE NUOVO BOZANO-MIRABELLA Fenile Nuovo Bozano Uggera Madonna della Stalla Colombere Bozano

316 ITINERARIO VERSO MATTINA Rinascente Sobagno 318 ITINERARIO DEL SETTORE SUD-EST Fornace Quadri ora Azienda Atlante Fornace Locatelli Bruna Fattoria Giulia Capolupo Colombere Fenaroli

358 ITINERARIO CENTRO URBANO-BAITONE Mortaro Bellomi Molino del Maglio Pometo Perseghera Bellina Tenuta Tesa Baitone

Capitolo XI 327 Porzano

Capitolo XII 367 Chiesette e oratori campestri

330 ITINERARIO DEL CENTRO URBANO La Rocca Filippini Azienda Agricola Ambra Bellomi

Oratori in territorio di Leno Oratorio campestre dei Santi Nazaro e Celso detto del Pluda Chiesa campestre di Mirabella Oratori in territorio di Castelletto Oratori in territorio di Milzanello Oratori in territorio di Porzano

336 ITINERARIO PORZANO EST Villetta Naviglio Ulivi Massini Rapallo Mirandolina La Noce 342 ITINERARIO PORZANO-BOGALEI Caselle Bianco Linonk Pedronchina 11


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Comune di Leno

Presentazione Alla ricca e variegata “produzione editoriale” di Luigi Cirimbelli mancava un tema d'importanza fondamentale per il nostro territorio: l’agricoltura. Ecco quindi una pubblicazione interamente dedicatale che parla della nostra radice più profonda. Del rapporto non sempre facile con la nostra terra, della nostra tradizione, della nostra gente. Chi di noi non ha un ricordo legato alle cascine, alle voci, ai volti che le hanno fatte e le fanno vivere. E’ con grande curiosità e affetto che ho letto queste pagine, alla ricerca di un frammento di memoria che mi appartenesse, che appartenesse a tutti noi. La storia non è fatta solo di grandi ed eroiche gesta, ma anche di azioni quotidiane che hanno fatto del lavoro di tante persone una vera e propria civiltà. Credo che oggi più che mai in molti sentiamo il bisogno di ritrovare il senso del nostro “essere” comunità. Questo libro ci riguarda, ci aiuta a ricordare e ripercorrere la strada fatta dai nostri avi, perché più chiara e netta ci appaia la strada da percorrere per il futuro. All’autore, il mio più sentito ringraziamento per la fatica documentaria compiuta e soprattutto per avermi permesso di rivivere pagine importanti della nostra avventura umana collettiva. Pietro Bisinella (Sindaco di Leno) Leno, 11 novembre 2004

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Cascina Mirandola. Inferiata Fenile Nuovo Bozano (Bresciani).

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Introduzione

A parlare di cose antiche sull’aia di Andrea Barretta La voce “cascina” - altrove detta masseria, fattoria, casa colonica, podere - indica un tipo d’insediamento agricolo costituito da un complesso di fabbricati raccolti intorno a un cortile e forniti dell’attrezzatura necessaria per lavorare la terra e per la produzione del latte, che si configuravano come centri di vita agricola e sociale strutturati in modo da essere autosufficienti. C’è, poi, anche il cascinale, inteso come gruppo di casolari in aperta campagna, organizzati o no come cascina. E’ questo il mondo che troviamo nelle pagine del libro di Luigi Cirimbelli; una documentata ricerca storica divisa in più parti e capitoli che indaga e documenta le dimore rurali del territorio di Leno. La via delle cascine presenta la storia e le tradizioni delle campagne lenesi, ne traccia le principali vicende storiche, racconta di tutte le cascine del territorio, ne analizza le tipologie costruttive, l’organizzazione degli spazi, le strutture connesse, le origini, oltre a pubblicare notizia dei proprietari che si sono succeduti nel tempo e a dare conto dell’attuale destinazione lavorativa tra campi coltivati e stalle. Non solo. Luigi Cirimbelli in questa sua ricerca parte dalle origini degli insediamenti e tratta del disboscamento del territorio che trae linfa dalla storia dell’abbazia di Leno. Traccia una sintesi dell’influenza di questo centro religioso nelle vicende locali, determinata da una forte presenza fondiaria, tanto che la comunità rurale si sviluppò in un rapporto di stretta dipendenza. Poi, per una storia dell’agricoltura, presenta le condizioni ambientali negli anni e gli avvicendamenti culturali; fornisce un approfondimento sulla disoccupazione e sulle agitazioni agrarie tra Ottocento e Novecento; si sofferma sugli antichi contratti d’affitto fino a descrivere il mondo agricolo nell’attuale situazione sociale e nell’economia che produce, tra tipi di colture, allevamenti bovini e la moderna lavorazione del latte. Architetture rurali, chiesette e oratori campestri, le cascine, l’arte straordinaria di luoghi semplicemente votati all’agricoltura, hanno trovato in Luigi Cirimbelli un amico. Non solo. Hanno trovato in Cirimbelli uno storico e saggista, e questo è sicuramente una gran fortuna, perché hanno l’attenzione di un appassionato di storia locale che ha dedicato molto del suo tempo in ricerche sul territorio e ha al suo attivo alcune importanti pubblicazioni e studi sui luoghi e sui monumenti che a Leno riconducono una memoria non fine a se stessa; tra questi: Dove sorgeva un’antica abbazia, La soppressione dell’Abbazia di Leno; Milzanello e la nobile famiglia Uggeri; Chiese, priorati e cappelle dipendenti o fondati dal Monastero di Leno (sec. VIII-XIV); Ad Flexum nella storia della Bassa Bresciana; Agricoltura: le nostre radici. Un profilo storico delle principali colture; Parrocchia di San Martino in Porzano, memorie storiche; Dalla campagna, alla bottega, all’impresa; 1940-1945 Immagini e ricordi dei caduti lenesi; e non ultimi i tre volumi dedicati a Leno, dodici secoli nel cuore della Bassa. Cirimbelli è encomiabile per la sua dedizione nel diffondere la cultura locale in una società dove si legge sempre meno, dove i libri si dice saranno sostituiti da internet e dove le tradizioni paiono perdersi in una feroce globalizzazione che tutto annulla e tutto riduce, tanto che diventa sempre più difficile trovare uno spazio per la stampa e per la diffusione di testi riguardanti la storia locale, anche per quei paesi, come Leno, che di storia e di storie ne hanno da raccontare. Allora si va alla ricerca di sensibilità istituzionali per proporre un approfondimento storico del proprio paese, per promuovere iniziative culturali. E meno male che qualcuno risponde, come in questo caso il Comune di Leno. Leno è un attivo paese in provincia di Brescia, che si divide fra la tradizione agricola, diverse attività artigianali e commerciali e moderne piccole industrie. Il territorio preso in esame fa parte della pianura a sud di Brescia, in quella zona denominata Bas15


sa Bresciana, all’incrocio di due importanti arterie stradali provinciali, la Lonato-Orzinuovi e la Bagnolo-Seniga. E’ in questa zona geografica che Cirimbelli traccia una “via delle cascine” con l’intento di proporre, tra l’altro, una guida per un itinerario tra i campi, andando per strade sterrate e viottoli, per visitare luoghi dal fascino sommesso e parlare di cose antiche all’ombra di un albero. Si potrebbe a questo punto ipotizzare di aprire una nuova “via” per scoprire percorsi turistico-ambientali e naturalistici della provincia bresciana, sicuramente sorpresi nel cogliere le suggestioni del paesaggio. Leno, infatti, è un inaspettato museo en plein air da vivere attraverso i vari itinerari preparati e descritti in questo libro in ogni più piccolo particolare insieme alla storia e alla tradizione delle campagne lenesi, cui non manca l’ospitalità cordiale per chi dovesse decidere di mettersi su questo cammino. Ma l’approccio dovrà essere culturale e paesaggistico. Sarà deluso chi cerca di trovare in queste cascine la vita quotidiana segnata dal canto del gallo e dal primo buio della sera. Quel mondo ovattato, in cui il silenzio era rotto solo dallo starnazzare di oche rincorse dai bambini, dai muggiti che chiamavano alla mungitura o dai richiami di una campagna che rimembra l’homo faber, è ormai scomparso quasi del tutto. La scena è ora quella che illustra un viaggio verso la conquista del tempo e un lavoro organizzato con altri metodi, che apparenta il cammino esistenziale a geometrie d’energia. Un mondo che ricorda solchi d’aratro come ferite nella terra e alberi che ombreggiano o dividono territori; un mondo che evoca immagini antiche per la semina mentre sull’aia animali da cortile fanno da cornice alla trebbiatura. Altre immagini invece restano visibili sui muri di molte cascine – qui documentate – che riportano alla memoria storica, attraverso dipinti di santi e madonne, luoghi per pregare e invocare la protezione dei campi e del lavoro, unico sostentamento di molte famiglie. Così davanti ai resti di questi affreschi o dipinti si potranno decifrare quadri di vita vissuta, epifanie di una fede sentita, viva e operante, trasmessa di padre in figlio. E se chiudiamo gli occhi parrà di sentire racconti alla luce tremula di lampade a olio, oppure le litanie per invocare la pioggia o per allontanare la grandine o per scongiurare epidemie e malattie, e il respiro dei buoi a riposare sopra strame d’erbe secche e di paglia. Ma non è più tempo. Oggi bisogna andare nei musei delle tradizioni agricole per vedere gli aratri di legno e i tanti altri strumenti da lavoro spesso costruiti dagli stessi “cascinai”. Oggetti che parlano di mestieri soppiantati dalle macchine, di vita quotidiana tra mille fatiche, di momenti intorno al fuoco di un camino, dove caldaie di rame evocano poveri pasti, polente fumanti e minestre che servivano più per riscaldare che per appagare appetiti. Oggi incamminarsi sulla “via delle cascine” significa incontrare luoghi che conservano ben poco del fascino antico, alcuni violentati in rimaneggiamenti architettonici e abitativi che pure sono il segno di un’evoluzione inevitabile, e cascine ormai abbandonate che meritano miglior sorte che non il degrado e la perdita di un pezzo di storia. Resta il territorio bonificato, restano i canali delle acque, i filari d’alberi, i campi seminati a produrre il foraggio per le mucche da latte; resta nelle cascine più antiche la costruzione base a pianta quadrangolare e la corte interna; resta il luogo dove trovano posto le stalle; resta il locale dove si fabbricava burro e formaggio, oggi magari adibito a deposito così come i locali in uso per gli stallieri e i lavoranti. Ma resta, soprattutto, la passione per la terra, il legame con la natura e le sue sfide temporali, il duro lavoro nei campi e ad accudire gli animali. Immanuel Kant affermava che “Dio ha inserito un’arte segreta nelle forze di natura 16


in modo da consentire a quest’ultima di modellarsi passando dal caos a un perfetto sistema del mondo”, e guardando alle cascine che hanno costituito, e formano tuttora, uno degli aspetti più tipici del territorio rurale di Leno, come non collegare a quanto sia stato stretto il rapporto tra i nostri antenati e l’ambiente, in uno dei processi insediativi che è anche testimonianza di quel mondo agricolo che proprio all’ambiente ha pure dedicato gran parte del proprio lavoro e ha creato un quadro d’insieme che alla natura tutto riconduce perché come scrisse Richard Feynmann: “la natura ha semplicità, e dunque grande bellezza”. Per uno storico qual è Luigi Cirimbelli la dimora contadina è un pretesto e costituisce un modo per affrontare la storia dell’agricoltura, per raccontare la formazione di un’aggregazione intorno a un nucleo abitativo e le rispettive implicazioni sociali. Cirimbelli lo fa presentando diversi sistemi insediativi con un’indagine svolta sulla cartografia antica, sulla ricerca di fonti scritte e narrative visitando una ad una tutte le cascine, e su documenti compulsati negli archivi comunali e non solo. Da qui nascono annotazioni sulla riorganizzazione del paesaggio rurale esterno e sui mutamenti nel sistema viario per migliorare percorsi già esistenti, per favorire un’agricoltura che si è sempre più modernizzata e per collegare il territorio al tessuto cittadino circostante, pur mantenendo in molti luoghi sostanzialmente inalterate le prime strade che per secoli hanno visto i carri trainati da cavalli o da buoi. La via delle cascine si snoda attraverso una galleria di architetture rurali, ben documentate dalla ricca iconografia che punteggia ogni pagina. Luoghi della storia e della memoria. Luoghi di tanti uomini e donne, di molte famiglie. Luoghi che hanno visto lieti eventi e tragedie. Luoghi di battaglie e grandi guerre. Luoghi per un viaggio da assimilare negli occhi e nel cuore, perché davanti a noi abbiamo un patrimonio che parla di lavoro duro, cui avvicinarsi con il rispetto che merita, come fa Cirimbelli nel darci l’alba di una parte importante della storia di Leno, ricostruibile non soltanto nei palazzi nobiliari, nelle piazze, nei grandi monumenti, ma attraverso la campagna, in quelle cascine che nell’Ottocento erano già nuclei sociali come piccoli “villaggi”, con proprie vie, un grande cortile come piazzetta, una cappella come chiesa. Un patrimonio da conservare, prima di nuovi percorsi. In questo libro, pagina dopo pagina, è la memoria che si dipana oltre i confini di un paese, e cerca orizzonti nuovi nella luce di rimembranze che attingono ad un’atmosfera di precisa caratura di stile, come in una poesia di Leopardi o di Pascoli. È l’aprirsi ad uno specchio dell’anima, e l’impatto estetico è pari al voler infondere i tremiti della storia di un’arte povera, del provare una condizione che privilegia le invisibili connessioni con uno spazio contenitore di mille scenografie. Cultura e agricoltura, la sapienza del vivere quotidiano: ecco quanto possiamo leggere in queste pagine; la vita in Leno e i suoi dintorni, momenti di storia vissuta e i suoi personaggi. La via delle cascine rappresenta una novità nel panorama editoriale perché coglie l’anima antica e moderna di Leno e delle sue campagne, ed è un contributo alla valorizzazione del territorio perché tiene conto delle tracimazioni culturali avvenute nei secoli. Cirimbelli, infatti, ha il pregio di superare la semplice interpretazione della cascina in funzione dell’attività agricola e di avviare una discussione delle relazioni esistenti tra i caratteri della casa rurale e l’ambito territoriale. Così, a leggere nei capitoli conclusivi tutta una successione di nomi di cascine e la relativa storia in schede agili e esaustive, alla fine abbiamo la sensazione di aver composto un mosaico con tutte le tessere di una storia affascinante che parla di una identità culturale prima ancora che agricola. Andrea Barretta 17


Raccolta foraggio con buoi maremmani. Bortolo Freretti (Bortol Puicia), accanto, il figlio Gianluigi, sul carro, Gian Pietro e Angelo Brognoli.

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e cascine hanno costituito per secoli i nuclei vitali della nostra agricoltura, luoghi di convivenza sociale per una parte non piccola della nostra gente. Generazione dopo generazione, quei muri hanno visto tante nascite e tante morti. Uomini e donne comuni, che non hanno lasciato documenti d’archivio, vissuti e trapassati senza segno e senza titoli. Veri attori della storia delle nostre campagne. Quei luoghi, pieni di ricordi per i piÚ anziani, spesso vuoti di identità per i piÚ giovani, meritano di fare parte della memoria di tutti.

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Capitolo I L’abbazia e il dissodamento del territorio di Leno Le origini dell’insediamento sparso

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Dipinto di Bruno Damini.

aprirono le prime scuole del leggere e dello scrivere. Una tradizione scolastica in Leno è documentata per il secolo XII: il teste Montenaro ricorda la presenza di un magister Ruffus, rettore di scolas loco de Leno al tempo dell’abate intruso Lanfranco Gambara2. Ma già da prima era consuetudine accettare nel monastero i fanciulli, i quali facevano parte a tutti gli effetti della comunità religiosa, erano considerati il futuro e la speranza del monastero e per questo, allevati, istruiti e guidati con ogni cura in una scuola interna al monastero stesso e riservata solo ai piccoli monaci3. I monaci di Leno inoltre assolvevano compiti di cura pastorale in molte chiese rurali e celle monastiche sparse nelle loro dipendenze, contribuendo in tal modo ad elevare il livello spirituale e materiale delle popolazioni rurali. Recenti studi4 hanno messo a punto l’importanza del patrimonio terriero dell’abbazia di Leno. Oltre alla dote fondiaria inizialmente assegnata da Desiderio al monastero, si aggiunsero numerose cospicue donazioni e l’abbazia andò assumendo un ruolo prestigioso costituendo una presenza di rilievo nella realtà dell’Italia centro-settentrionale. “Ma dove esercitava tanto potere l’abate di Leno? Quali erano i territori che dipendevano dall’abbazia? In che cosa consisteva complessivamente il dominatus di San Benedetto di Leno?”5. Oltre alle proprietà in Leno e nei dintorni, troviamo Ghedi, Carpenedolo, Calvisano, Gottolengo, Gambara e il priorato di Moriatica, nei pressi di Milzano. In tempi successivi si aggiunsero le corti di Pavone, Pralboino, Milzano, Fiesse e il priorato di Ostiano, importante porto della pianura. Altri beni erano situati a Sale di Gussago, a Gavardo, a Idro in Val Sabbia, sulla sponda occidentale del lago di Garda (Gargnano, Toscolano, Bogliaco, Campione), a Riva, nel Sommolago, sulla costa veronese e nel basso Garda (Desenzano e Padenghe). A Brescia il monastero possedeva una casa con chiesa annessa, ed una casa possedeva anche a Verona, a Torino, a Pavia; altre terre e corti si trovavano in varie località della pianura milanese e bergamasca, nel Veneto, al Tarvisio. Di particolare significato erano le proprietà poste in prossimità dell’Oglio e del Po, in quei secoli fondamentali vie di trasporto, come i possedimenti a Quinzano, a San Martino dell’Argine, la corte di Marmirolo sul

Benché l’origine del popolamento nel territorio di Leno sia più antica, la tradizione storica vuole che a realizzare l’opera di bonifica e dissodamento delle nostre campagne siano stati i monaci dell’abbazia. Affiancati da coloni e da servi divenuti via via più numerosi, essi effettuarono nel volgere di lunghi decenni quelle derivazioni di acque che avviarono il prosciugamento di lande e paludi. Era stato l’ultimo re longobardo, nell’anno 758, a volere la costruzione dell’importante abbazia di San Benedetto “ad Leones”, dotandola poi di ampi benefici e possedimenti. Desiderio aveva ottenuto dal cenobio cassinese dodici monaci, che portarono da Montecassino una preziosa reliquia del corpo di San Benedetto e da Roma le reliquie dei fratelli martiri Vitale e Marziale. Vent’anni dopo la comunità di Leno contava già un centinaio di monaci, e tale rimase almeno fino alla metà del XII secolo. Gli studi hanno dimostrato che in realtà non si trattò di ‘bonifica’ nel senso materiale del termine. Il mito del monaco contadino dissodatore di terre è stato in gran parte rivisto e ridimensionato. Quella dei monaci dovette essere un’opera di direzione e coordinamento, consistente in “attività di indole soprattutto artigianale e gestionale o manageriale che, in campo agricolo, erano rivolte a dirigere i lavori svolti dai coloni, contadini e servi posti alle loro dipendenze”1. L’opera di ‘bonifica’ realizzata dai monaci benedettini ha assunto inoltre un significato più spirituale e culturale, poiché i monaci proponevano un nuovo modello di vita e anche di amministrazione delle proprietà terriere. Alternando preghiera e lavoro, una parte del loro tempo era dedicato allo studio, al restauro e alla copiatura di libri, a lavori artigianali e artistici. All’interno del monastero crearono laboratori e G. Archetti, La bonifica benedettina. Relazione letta durante il convegno tenutosi a Leno presso Villa Seccamani per iniziativa della Cassa Padana - Popolis il 26 maggio 2001. 2 F. A. Zaccaria, Dell’antichissima Badia, Venezia 1767, p. 177. 3 G. Archetti, La bonifica benedettina, cit. Cfr. Elenco dei monaci in: L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli nel cuore della Bassa, Leno 1993, vol. I, p. 39. 4 A. Baronio, Il dominatus dell’abbazia di San Benedetto di Leno, letto durante il convegno ‘L’abbazia di Leno. Mille anni nel cuore della pianura padana’, tenutosi a Leno presso Villa Seccamani per iniziativa della Cassa Padana - Popolis, il 26 maggio 2001, e da A. Baronio, Vites plantare et bene colere, Brescia 1996, pp. 50 e seguenti. 5 A. Baronio, Il dominatus cit. 1

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delle prerogative del monastero. “Lo Zaccaria ritenne quell’atto un rigoroso ritorno della comunità sotto il dominio dell’abbazia, ma la lettura delle carte ci propone un quadro così vitale della comunità rurale, integrata nelle culture agrarie, nella tutela dell’ambiente, nella protezione del suolo, nella distribuzione delle acque, da riportarci a una riflessione approfondita sulla interpretazione che lo Zaccaria, a distanza di quasi cinque secoli, dava a quella documentazione”6. Benché gli abati detenessero ancora la giurisdizione temporale sul territorio come conti di Leno, il Comune e gli “uomini” di Leno andavano infatti affermando importanti prerogative su alcune zone di bosco e di lame, di ronchi e di pascoli.

Mincio, la grande corte di Sabbioneta, ricevuta già da Carlo Magno, quelle di Pomponesco, di Luzzara, di Gonzaga. Anche a Comacchio, nodo fondamentale del commercio del sale di cui il monastero di Leno fino al Mille detenne il monopolio, possedeva una casa con orto e dei magazzini. Numerose erano pure le ‘ville’ tra Emilia e Toscana, sulla Via Francigena in direzione di Roma, o lungo l’antico percorso della Via Emilia (a Tizzano e Vallerano, in territorio di Parma, a Panzano e Baggiovara, nei pressi di Modena). In particolare il priorato di Fontanellato costituiva il centro cui convergevano i flussi di uomini e merci in transito da nord a sud lungo le vie di terra e di acqua. Anche un esame sommario dell’elenco consente di constatare la dimensione patrimoniale dell’abbazia leonense, che era esente dalla giurisdizione del vescovo ed immune da quella dell’imperatore, ed il ruolo di controllo politico del territorio assolto dalla accorta distribuzione dei suoi beni in luoghi significativi per il traffico commerciale e il passaggio di pellegrini e viandanti. In quei luoghi l’abbazia, forte della sua organizzazione amministrativa, aveva collocato propri “prepositi” per il governo sia delle anime sia dei beni materiali. Negli ultimi anni del XII secolo e nei primi del XIII per l’abbazia ebbe inizio una fase di indebolimento. La crisi economica generata dalla successione di gravi epidemie e carestie debilita il suo patrimonio, mentre crescono le pretese del vescovo di Brescia nel rivendicare il suo diritto ad esercitare la giurisdizione spirituale su tutte le chiese della diocesi. Si rafforza infine il potere dei Comuni e il loro progressivo controllo sul territorio pertinente al proprio comitato. Anche gli homines di Leno, forti del sostegno cittadino, a partire dal secolo XIII compirono diversi sforzi per emanciparsi, per reggersi autonomamente in forma di Comune, escludendo dal governo della cosa pubblica gli abati del monastero. Un atto che testimonia la nascita del nuovo potere del ‘popolo di Leno è la sentenza pronunciata nel 1297 nella lite che aveva visto gli habitatores della terra chiedere i propri diritti e contestare molte 6

Sentenza arbitrale tra il Comune e l’abbazia di Leno. 10 giugno 1297. “Aicardo da Mozano, Guglielmo da Cornazano, Oldofredo da Leno e Montanino Letezi sono chiamati a giudicare tra l’abate Pietro (Baiardi, parmense) e il Comune di Leno, rappresentato dai sindaci Venturino Venturi e Brixiano Tempoli. Le parti sono ricorse ai giudici arbitri per una lite sorta a causa di alcuni boschi, per le regone, per i possedimenti di coloro che sono morti senza un erede designato o legittimo, per il diritto di danno e per le giurisdizioni non rispettate dagli uomini di Leno. I giudici stabiliscono che l’abate debba essere considerato Signore e Conte degli uomini e del Comune di Leno, di tutti i beni, delle acque e dei mulini, che non potranno essere costruiti senza il permesso dell’abate. All’abate sono riconosciuti i diritti di pesca, caccia e uccellagione; l’abate è giudice ordinario per il Comune e gli uomini di Leno ed ha il diritto di giudicare nelle cause e nelle questioni matrimoniali e in tutte le altre cause. Può eleggere gastaldi, campari, vicari, consoli, anziani e rettori, come è suo diritto fare, confermare, infirmare statuti e ordinamenti se fossero fatti a pregiudizio del monastero. L’abate può intervenire in ogni atto di vendita chiedendo quattro soldi per ciascuna lira del valore trattato. All’abate è riconosciuto il diritto di pascolo e di erbatico; i coloni dell’abate, perciò, non devono al-

F. Sinatti D’Amico, Per la storia dell’agricoltura: l’opera di Francesco Antonio Zaccaria, in Atti del Convegno di Studi, Leno 1983, pp. 42-53.

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Veduta aerea del complesso dell’abbazia San Benedetto di Leno. Era stato l’ultimo re longobardo, nell’anno 758, a volere la costruzione dell’importante abbazia di San Benedetto “ad Leones”, dotandola poi di ampi benefici e possedimenti. Desiderio aveva ottenuto dal cenobio cassinese dodici monaci, che

portarono da Montecassino una preziosa reliquia del corpo di San Benedetto e da Roma le reliquie dei fratelli martiri Vitale e Marziale. Vent’anni dopo la comunità di Leno contava già un centinaio di monaci, e tale rimase almeno fino alla metà del XII secolo.

scolo e di erbatico e la possibilità di raccogliere legna nei boschi; se l’abate o i suoi coloni avessero asportato legna dai boschi per venderla avrebbero dovuto versare al Comune di Leno quattro soldi per ogni carro asportato. I giudici confermano l’investitura fatta ai nobili dall’abate Guglielmo e riconoscono e riconfermano la proprietà di tutto il rimanente territorio di Leno all’abate. Di conseguenza le parti sono tenute a collocare nuovi confini prima di Natale. Stabiliscono poi che le bestie degli uomini di Leno – nobili e contadini – possono liberamente pascolare per tutto il territorio allo stesso modo delle bestie di proprietà del monastero. L’abate deve investire gli uomini di Leno delle terre appartenute ai loro predecessori, senza richiedere alcun tributo per l’investitura; le terre non richieste dal Comune torneranno in possesso del monastero, come accade per quelle di coloro che muoiono senza designare un erede. Dalle terre assegnate al Comune restano escluse

cun tributo al Comune di Leno, tranne nel caso provochino danni che vanno definiti entro tre giorni. L’abate ha diritto di tenere mercato, di chiedere i petti dei buoi e i lombi dei maiali che vengono venduti alla macelleria. Inoltre l’abate ha il diritto di far costruire, aggiustare e modificare le strade di tutto il territorio di Leno, come sono di sua pertinenza il diritto di edificare chiese e castelli e il diritto di riscuotere il pedaggio dai mercanti stranieri che transitano per il territorio di Leno, sul quale l’abate ha la totale giurisdizione spirituale e temporale. In seguito per risolvere una controversia che si protraeva da tempo i giudici riconoscono al Comune e agli uomini di Leno il possesso di parte di boschi in località Salvello, Rotino, Squadretto, Mazago e delle lame, dei ‘ronchi’ e delle ‘regone’ site in quei luoghi. Gli uomini di Leno possono vendere quelle terre, con l’obbligo per il compratore di versare all’abate l’imposta per le vendite; non devono però cedere la terra ad un servo della chiesa né ad un uomo potente. Su quelle terre rimangono all’abate i diritti di pa25


In seguito gli uomini di Leno si rifiutarono anche di versare le decime novali. Inutili risulteranno i tentativi dell’abate di ritornare in possesso del diritto di giurisdizione sugli uomini di Leno, perché Venezia, con una successiva lettera ducale in data 23 febbraio 1455, sancirà la nuova condizione di sudditi privilegiati, liberandoli definitivamente dalla giurisdizione abbaziale e concedendo loro nuovi privilegi. Dopo dissidi e transazioni con i rappresentanti degli abati, una rappresentanza del Comune si rivolse al doge Francesco Foscari chiedendo di “essere della prelibata Signoria Serenissima e non sottoposti ad alcun abate, di essere considerati alla stregua degli uomini di Ghedi come solevano essere avanti che la predetta Ill.ma Signoria li concedesse all’abate di Leno”8. Chiedeva inoltre “con la detta Terra di Ghedi sopportar le angherie et fattioni occorrendo et usar et gaudere di tutte le immunità, privilegi et concessioni quali usano li detti di Ghedi”. Ricevuta conferma dal provveditore dell’esercito veneto Giacomo Loredan che anche gli abitanti di Leno erano stati fedelissimi, il doge accolse la domanda concedendo che tornassero “quemadmodum erant ante huius p(raese)ntis guerrae” 9. Dal turbinio di quei secoli, il cenobio benedettino non poté dunque salvarsi, perdette gradatamente la sua forza e venne alla fine sopraffatto dal Comune. Il suo dominio diventò sempre più nominale e con l’avvento della Commenda (1479) cessò definitivamente il ruolo dell’importante istituzione, che si avviò per un’irrimediabile china fino alla quasi completa rovina. L’esteso patrimonio fondiario si ridusse a circa cinquemila piò di terreni, ed anche a Leno perdette via via la forza di imporsi al Comune per conservare i suoi antichi diritti su pascoli, campagne, boschi. “La Terra di Leno, è moltiplicata di famiglie in maggior numero, cosicché per vivere si occupano abusivamente campagna e pascoli, si tagliano boschi di proprietà del monastero; si continua la bonifica di terreni paludosi, con drenaggi e scavi di seriole e rogge estendendo l’irrigazione”. Quanto sia stata funesta l’istituzione della Commenda, lo dichiaravano pure i contemporanei reggenti la nostra comunità: “avanti la commenda l’abate e i monaci abitavano il monastero con le famiglie dei coltivatori e se partivano per qualche

la Selvadonica, il prato Ottolino e quelle lavorate dagli uomini di Ghedi. L’abate deve porre fine alle pretese avanzate nei confronti degli uomini di Leno per l’affitto e le decime dei tempi passati; gli uomini di Leno però fanno piena sottomissione all’abate al quale vengono riconosciute tutte le altre giurisdizioni. Le parti sono invitate ad osservare la sentenza sotto pena di 200 lire imperiali; i giudici inoltre si riservano di dare chiarimenti, di interpretare e di giudicare nuovamente. La sentenza viene letta e pubblicata lunedì 10 giugno 1297, decima indizione, avendola redatta in duplice copia il notaio Bonadeo di Ghedi”7. Sulla fine del secolo XIII il Comune di Leno era riuscito dunque a sottrarsi almeno parzialmente al dominio degli abati, benché la suddetta sentenza riaffermasse alcuni dei loro primitivi diritti su questa terra. Tale tendenza continuò nei due secoli successivi. Una sentenza del 1442 ad esempio confermava agli uomini di Leno il diritto di nominare, sostituire e destituire a piacere consoli, massari, vicari, campari e altri ufficiali e riconosceva loro il diritto di fare statuti e provvisioni e di emettere qualsiasi altro ordine, purché non andasse a scapito dell’abbazia. Gli arbitri disponevano che i diritti di pesca, caccia, uccellagione, fossero di pertinenza del Comune e riconoscevano il diritto agli uomini di Leno di vendere alla macelleria buoi e porci, senza l’obbligo di doverne dare una parte al monastero. Entrambi, sia l’abate che gli uomini di Leno, potevano servirsi a loro arbitrio dei boschi che si trovavano nel territorio di Leno; infine l’abate chiese e ottenne di poter avere quattro massari, un gastaldo e uno o più campari per custodire le terre del monastero. Costoro, che dovevano essere forestieri, non sottostavano agli oneri del Comune, tranne il caso che essi acquistassero beni immobili nel territorio lenese. F. Spoti, Documenti dell’Archivio antico del Comune di Leno. Tesi di laurea, Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, a. acc. 1976-77, p. XXIII e segg. 8 Summario della Spett. Comunità di Leno, Archivio Comunale di Leno, mazzo 17; Privilegi dei Comuni, n. 107, in “I manoscritti della Collezione Di Rosa”, Biblioteca Queriniana. 9 G. Zulian, Privilegi e privilegiati in Brescia al principio del Seicento, in “Commentari Ateneo di Brescia” per l’anno 1936, p. 118. 7

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Planimetria della zona del Prato Ottolino. Disegno a penna acquerellato, in Archivio Ufficio Tecnico Comunale.

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era di piò 186 e tavole 16 (ettari 60.60.23)”11. L’ultima proprietà detta “La Campagna”, di natura pascoliva e lamiva, era sita in contrada del Viganovo e confinava con il molino della Costa; misurava una superficie di 213 piò (ettari 69.33.98). (Per le altre cascine si rimanda alle singole descrizioni nella seconda parte del volume, nei rispettivi itinerari). La somma integrale del perticato incamerato dalla Serenissima fu di 1332 piò e 76 tavole (pari a ettari 433.86.54). Insieme con la soppressione e l’alienazione degli ultimi beni immobili, il governo veneziano autorizzava la demolizione del monastero, che divenne una grande cava di materiale per la costruzione della nuova parrocchiale.

tempo lasciavano i loro fattori ad attender alli affari delle loro possessioni, che non si recasse alcun danno e pregiuditio al monastero stesso”. Durante la Commenda, l’Abbazia fu retta da vescovi e cardinali illustri, che godevano delle rendite senza risiedervi, delegando per le funzioni religiose i cappellani. Nel 1634 ad esempio la chiesa dell’abbazia era servita da due sacerdoti dell’ordine di Sant’Agostino del convento di San Barnaba di Brescia, i quali abitavano fuori dal convento10. Gli eventi che seguirono ebbero ragione su tanta gloria e grandezza, finché la Serenissima Repubblica – alla morte dell’ultimo abate commendatario, Marcantonio Lombardi – il 5 giugno 1783 decretò la soppressione dell’abbazia. Le proprietà e le ‘cassine’ abbaziali furono poste in vendita tramite aste pubbliche in Venezia e il ricavato venne incamerato dal governo stesso. La proprietà dell’abbazia al momento della vendita era costituita da dieci ‘possessioni’, divise in 115 pezze di terra e relativi fabbricati rurali. Questi i loro nomi: il Palazzo, Costa e Breda, Cicogne, Breda d’Ale, Breda d’Ale di là del Molone, Fenile Nuovo, Breda Vicco, Comuna, Casella, Campagna. Nelle immediate adiacenze dell’abbazia si trovava la proprietà più cospicua detta il Palazzo. “In essa possiamo vedere parte del primitivo borgo monastico nel cui limite trovava posto la vera familia di coloni, operai e mezzadri, i quali esplicavano una funzione produttiva a vantaggio del monastero… A mattina dell’abbazia era una casa di più corpi terranei e superiori con scuderia, cantina e cinque case ‘ad uso de’ brassenti’, mentre il Palazzo ad uso del fattore e dei massari, formato da più corpi terranei e superiori con portici, stanze e granai, lo possiamo identificare con l’attuale cascina Badia Vecchia, che ha i caratteri stilistici di un palazzo del secolo XVI e non di una cascina. Più a sud ancora vi era un altro gruppo di case ad uso ‘cassina per i malghesi’, con orto, stalla e fienile, ed altre adiacenze compresa una ‘casa da brassenti’. Facevano parte della proprietà Palazzo venti pezze di terra la cui superficie

Le origini dell’insediamento sparso I primi documenti che attestano l’esistenza di abitazioni ultra fossatum sono del XII secolo: il burgus cominciava a dilatarsi nel suburbio e nella pianura con nuove strade dette contrate. Non si ha però notizia di particolari edifici nelle campagne oltre alla pieve battesimale di San Giovanni Battista, che i testimoni della causa del 1194 indicano lontana sia dal monastero che dal nucleo abitato, dotata di edifici ad essa strettamente pertinenti e di cimitero posto dinanzi alla chiesa. In documenti duecenteschi troviamo citata una contrata extra burgum denominata Vigenovus – Vigenovo, terra priva di abitazioni e densamente messa a coltura, posta peraltro ben oltre le mura del castrum. “Nel XII secolo col graduale incremento demografico e con l’allentarsi delle preoccupazioni per la difesa, più garantita dalla signoria dell’abate, ebbe inizio un processo di espansione dell’abitato nelle aree extra murarie superando ormai l’iniziale impianto difensivo. Il fenomeno trova conferma nella charta investiturae dell’abate Gonterio (17 dicembre 1188) a favore di Lafranchino Marchesotti, nella quale si fa menzione di “uno sedume in burgo de Leno” ma anche di “uno sedume in contrata di Linfantinis al di là delle mura”. Queste costruzioni, alcune sicuramente in legno, dovevano essere raggruppate nel suburbio in una specie di disorganica utilizzazione del territorio, ed erano probabilmente abitate da contadini e da povera gente. I materiali delle murature dovevano essere costi-

Visita pastorale del 12 maggio 1634 del vescovo Vincenzo Giustiniani. 11 L. Cirimbelli, La soppressione dell’Abbazia di Leno, Brescia 1975, p. 32. Cfr. A. Davril - E. Palazzo, La vita dei monaci. Al tempo delle grandi abbazie, Alba 2002. 10

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tuiti in massima parte da ciottoli legati con calce, ai quali forse si alternavano mattoni. L’utilizzo di ciottoli perdurerà fino al concludersi del XIX secolo: una relazione di un agrimensore comunale ci informa che esisteva una sola fornace di mattoni, la cui produzione era scarsa, perché nelle costruzioni si impiegavano molti ciottoli che con facilità e poco dispendio si raccoglievano nelle vicine ed estese campagne dei comuni di Ghedi, Montichiari e Castenedolo. Le case erano comunque nell’aspetto misere e mal tenute. Fino a Medioevo inoltrato non si può ancora parlare però di vero e proprio insediamento sparso nelle campagne. “Lo spazio vitale in cui vive la communitas degli habitatores et vicini terre Leni e che si definisce come locus et territorium Leni, appare nei secoli XII-XIII centrato nel burgus, dove si svolgono i momenti del vivere quotidiano legati alla residenza che, anche durante la fase più intensa dei lavori agricoli, riporta i lavoratori della terra a pernottare in burgo, dove in caso di pericolo trovano un sicuro rifugio. In esso si vivono anche i momenti più significativamente comunitari: dalla partecipazione alle liturgie, all’intervento alle assemblee comunali, oppure frequentando il mercato settimanale”12. Nei secoli successivi e specie nel XV e nel XVI si arriverà al concetto moderno di cascina, a volte ancora inglobata in aree fortificate vere e proprie. Con la dominazione veneta le cascine si sparsero nelle campagne dopo una breve stasi dovuta alla peste del 1477. Per favorire la produttività agricola, furono diverse le disposizioni e gli ordini emanati da Venezia: come quelli del 1614 (Grimani), o del 1636 (Cornaro), fino al 1764. La divisione delle campagne veniva fatta in proporzione e secondo la disponibilità della manodopera, in rapporto cioè al lavoro che poteva essere compiuto da una famiglia di contadini. Così prescrivevano gli Antichi Originari di Leno: “nel porle all’incanto siano divise in piccole porzioni di 20 e 25 piò l’una più vicine alle Terre e Ville e concesse di preferenza ad abitanti poveri”13.

In altri casi non bastavano le braccia di un solo nucleo familiare. Per agevolare l’insediamento nelle zone più lontane dal paese o per favorire la messa a coltura dei terreni più difficili e più bisognosi di investimenti, si prevedevano anche condizioni diverse. “Le porzioni di 50 e 100 piò, le più lontane, possa concorrere chiunque anche benestante, sempre con la precisa clausola all’investito di fabbricare una casa colonica onde l’agricoltura possa venir sostenuta con le debite appartenenze”14. È certo inoltre che il Comune annualmente assegnava in affitto, per sorteggio, a famiglie originarie, appezzamenti di terreno detti “Colonnelli”.

A. Baronio, Monasterium et populus cit., pp. 209, 220 e segg. Archivio Antico Comune di Leno. Per li originarji vecchi di Leno al Taglio, libro a stampa non datato, p. 145. 14 Ibidem. 12 13

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Capitolo II Per una storia dell’agricoltura

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zione tra l’uomo e la sua terra, una tradizione di lavoro per la salvezza fisica e spirituale”2. Dai rari documenti possiamo ricavare solo alcune informazioni parziali. Dalla sentenza tra il Comune e l’abate del 1342, risulta che i prodotti della terra necessari al soddisfacimento dei bisogni fondamentali erano la spelta, il frumento, i ‘grani minuti’ e l’avena, i legumi. Dalla distribuzione dei possedimenti dell’abbazia possiamo intuire che con la produzione di vino ed olio realizzata nelle corti gardesane e delle aree collinari, i monaci miravano ad integrare i prodotti della pianura, permettendo così al complesso sistema economico del monastero di disporre dell’intera gamma dei prodotti dell’area3. Altri prodotti provenivano dai numerosi possedimenti e dalle grandi corti leonensi di cui si è detto, ed altrettanto importante era il commercio del sale, di cui il monastero mantenne per qualche secolo il monopolio, possedendo importanti saline a Comacchio oltre che il diritto di riscuotere le tasse versate dalle barche che alla foce del Po transitavano al porto di Ferrara4.

Non possediamo finora documenti che consentano di ricostruire le condizioni dell’agricoltura di Leno in relazione alla storia dell’abbazia, il cui archivio andò distrutto in un’occasione che è al momento ancora sconosciuta. “Non sappiamo quando, né in che modo sia successo, se a causa di un incendio, oppure durante uno dei tanti episodi di violenza in cui fu coinvolta l’abbazia… Sta il fatto che non ci è pervenuto come nel caso di Santa Giulia di Brescia, o di altre abbazie italiane ed europee, un polittico, l’inventario cioè dei beni del monastero”1. Nemmeno nell’opera dello Zaccaria compaiono informazioni sullo stato dell’agricoltura. “Resta da chiedersi perché fra le molte osservazioni che lo Zaccaria fa, sulla disciplina, sulle mutevoli condizioni economiche dell’abbazia egli non si soffermi mai sulle attività agrarie, sulla gestione del territorio così ricco, che dagli stessi documenti è descritto come ben coltivato, vitato ove possibile, ben condotto, con ricchi pascoli, con adeguata distribuzione delle acque, con dotazione di animali. La riflessione più immediata porterebbe a concludere che l’interesse dello storico è legato alla ricognizione dei beni dell’abbazia e non servirebbe altro tipo di considerazione, in certo senso ciò coglie una parte di verità; ma a nostro avviso il motivo di questo silenzio, se tale può dirsi – ricordiamoci che lo Zaccaria non tace dell’intervento richiesto all’autorità veneta per porre ordine nelle colture e nella protezione del territorio sotto il profilo agrario – nasce da una profonda convinzione, che la terra di cui si parla, i possedimenti della abbazia non possano non essere, come furono, bonificati, coltivati, produttivi. Il sottintendere questo è rilevatore di una concezione della terra che forse noi abbiamo perduto, e che ci pone probabilmente anche in una pericolosa dimensione di metodo quando affrontiamo appunto studi di storia dell’agricoltura. La bonifica benedettina che oggi celebriamo con tanto interesse non fu soltanto bonifica di terre, ma stabilì una tradi-

Antiche consuetudini di affitto Un particolare significato ha lo studio dell’evoluzione dei contratti agrari. Gradualmente nella grande proprietà del monastero i rapporti di dipendenza dovettero essere sostituiti o affiancati da contratti di affittanza o di colonia parziaria. Alcuni atti notarili testimoniano la soluzione di fitti che comportavano un canone in natura di piccolo conto. Così ad esempio per cinque appezzamenti di terreno posti nel territorio di Leno, si definiva un fitto annuo di 12 mezani e di un quarto del prodotto per quello coltivato a grano, da consegnarsi la festa di San Martino o entro otto giorni. In un altro caso si dice invece: “omni anno somam unam boni frumenti”5. Queste nuove forme di contratto, mentre da un lato rendevano più precarie le condizioni del monastero, d’altro canto erano indizio di una notevole ripresa dell’economia di mercato nell’ambiente circostante, beneficiaria del quale era ormai la nuova classe piccolo-borghese che animava i mercati dell’abbazia. Il graduale passaggio dalla forma di livello a canone monetario è un evidente indizio di questo lento moto di miglioramento dell’econo-

A. Baronio, Il dominatus cit. F. Sinatti D’Amico, Per la storia dell’agricoltura: l’opera di Francesco Antonio Zaccaria, in Atti del convegno di studi, Leno 18 aprile 1983, Brescia 1984, pp. 50-51. 3 A Baronio, Il dominatus cit. 4 Ibidem. 5 F. A. Zaccaria, Dell’antichissima Badia, Venezia 1767, p. 124. 1 2

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necessarie per predisporre il lino alla filatura. Il fieno dei prati stabili si divideva al terzo, di cui due terzi padronali, restando il pascolo autunnale a beneficio del massaro. La foglia dei gelsi era tutta padronale. La legna ‘da ripa’ si tagliava ogni tre anni, il fieno dei prati stabili si falciava tre volte all’anno. La manodopera per la potatura e la coltivazione dei gelsi era tutta a carico padronale. Infine tutte le ‘requisizioni di paglia, alloggi e condotte militari’ spettavano al conduttore senza possibilità di recupero di sorta. Era quasi sempre vietata la sub-locazione, mentre erano richieste le cosiddette opere di miglioria; ad esempio in un’azienda media si dovevano eseguire cinquanta cavezzi di cavedagna e l’espurgo di vasi di irrigazione per altrettanta misura. Differenze non trascurabili si potevano trovare, però, nelle modalità di stipulazione e nello stesso contenuto dei contratti, a seconda che il locatore fosse un privato o un corpo morale. La principale è senza dubbio quella della messa all’asta pubblica dei contratti da parte dei corpi morali, sistema col quale, dietro il richiesto deposito e previa accettazione del capitolato, si deliberava al maggior offerente la conduzione dei fondi.

mia, che da curtense si avvia a sperimentare nuove forme aperte, che caratterizzano propriamente l’economia comunale. Si noti che i diplomi di Federico Barbarossa (1177) e di Arrigo VI (1194), pur conservando le vecchie formule, rivelano già gli effetti dell’economia monetaria, poiché tutti i censi sono stabiliti in denaro. Si riportano alcuni esempi di queste nuove formule entrate gradualmente nell’uso. “L’abate del monastero di Leno investe Lanfranco, figlio del fu Leonardo di Leno, di un appezzamento di terreno, per un fitto annuo di tre denari”. “Marchisio Framesio investe Riboldo di Fosina di un appezzamento di terreno ad roncandum, che ha in feudo dall’abate di Leno nel territorio di Collebeato, per un fitto annuale (per tre anni) di un terzo de vinis fullatis e quattro denari sulla vendemmia, da pagarsi il giorno di San Michele”. In tempi assai più vicini a noi, pur essendo ancora diffusi i sistemi di conduzione ad economia o biolcheria, affitto a colonia parziaria, in piccola proporzione esisteva il contratto di mezzadria. L’affitto è sempre stato preferito ad essi. Pochi erano i contratti d’enfiteusi, ma di antica data. Studiando gli strumenti d’investitura del secolo XIX, troviamo sempre annessi i capitoli ed i verbali di consegna e riconsegna, che il colono riceveva al suo ingresso nel podere: in essi sono riportati l’elenco delle scorte vive e morte e note sulla fertilità e lo stato dei terreni. Al colono si usava imporre le cosiddette ‘appendizie’, che consistevano in prestazioni varie, come trasporto di materiali, legna, mobili, ed in regalie. Oltre all’obbligo di mantenere sullo stabile gli attrezzi rurali e le scorte necessarie al buon andamento dell’azienda, si stabiliva il numero di buoi proporzionati al lavoro: “sotto comminatoria della multa di lire 1 per ogni giorno e per ogni paia di buoi che avesse a mancare oltre il termine di giorni quindici”, dice un contratto del 1873. Nelle aziende con fondi irrigatori e con sistema a mezzadria, i prodotti si suddividevano nel modo seguente: il frumento e il granoturco di primo raccolto, il trifoglio e la legna erano divisi a metà; del quarantino, un terzo era padronale. Quanto al lino, tanto il tiglio che il seme era diviso al terzo: due parti padronali ed una al colono; al massaro incombeva inoltre l’obbligo di eseguire tutte le operazioni

Le condizioni ambientali e gli avvicendamenti colturali Fino alle soglie dell’Ottocento nel comune di Leno i terreni paludosi coprivano una superficie di oltre 600 piò bresciani ed altri mille piò erano semipaludosi. Era il paesaggio tipico delle lame bresciane, brullo e quasi completamente privo di piante di alto fusto; solo qualche albero disposto senza ordine sorgeva qua e là nei coltivi acquitrinosi: rare querce, pochi gelsi, platani, pioppi e salici e soprattutto rovi. Tuttavia la superficie produttiva era estesa, assommando a 2.067 piò in proprietà ad agricoltori che conducevano la loro terra personalmente, mentre ben 9.556 piò erano condotti da affittuari con manodopera salariata ed avventizia. Poiché la forza lavoro locale era insufficiente, le aziende utilizzavano molta manodopera stagionale, che proveniva dalle valli trentine nel periodo invernale e dal territorio parmense nei mesi estivi. Con il secolo successivo, da parte del Comune e di privati agricoltori si diede avvio ad intense opere di risanamento. Si scavarono canali di drenaggio 33


guito una coltivazione di granoturco, pure da insilare sfibrato, allo stato di maturazione. Le zone arative erano strutturate a cereali; alle piante di facile raccolta ma di povero rendimento quali la segala, l’orzo, l’avena, si erano sostituiti più largamente il granoturco ed il frumento, colture più delicate ma più proficue, tanto da essere prese ad indice del miglioramento agricolo generale.

e si sistemarono i primi prati artificiali irrigui, che consentirono l’introduzione dell’allevamento di bestiame da latte e da macello. Fu l’inizio di una nuova agricoltura. Mutarono anche le forme dell’avvicendamento delle colture. Nei primi anni dell’Ottocento le più praticate erano generalmente prato stabile, frumento e granoturco, in alcuni casi anche il lino. Sulla fine del secolo l’avvicendamento più comune era quello quadriennale, nel quale le colture sullo stesso terreno si succedevano nel seguente ordine: granoturco maggengo, frumento con trifoglio violetto, trifoglio violetto e lino sul ‘rotto di cotica’, col succedaneo granoturco quarantino di secondo prodotto. Costituivano parziali eccezioni a tale rotazione il ritorno al granoturco maggengo dal trifoglio violetto, e lino sul ‘rotto di cotica’, col succedaneo granoturco quarantino di secondo prodotto. L’agricoltura si andava via via orientando verso i foraggi in funzione della produzione di latte e latticini. Formavano oggetto di ammirazione i primi coraggiosi e ben riusciti tentativi da parte di proprietari e fittavoli operosi quanto intelligenti che si indirizzavano verso forme di coltura intensiva. Il fenomeno è evidente dalla comparazione dei dati: nella prima rilevazione statistica dei primi anni dell’Ottocento, i prati figuravano con il solo 8,6%, mentre un secolo dopo la rilevazione del 1927 registrava quasi il 47%. Questo indirizzo si è in seguito progressivamente affermato sempre più nelle nostre campagne. A metà degli anni Sessanta poco meno del 50% della superficie era destinata alle foraggere. Al classico prato poliennale da vicenda, di trifoglio ladino o erba medica, era riservata una parte, dopo l’impianto del prato stabile. Nel terzo anno di impianto, il foraggio da vicenda era destinato per l’intera annata al pascolamento e produzione, nel quarto anno era limitato al solo sfalcio maggengo. Una immediata aratura del terreno entro la fine di maggio e la semina di granoturco ibrido semiprecoce permetteva di raccogliere, sfibrare ed insilare il prodotto per foraggio allo stato di maturazione cerea della granella, entro il mese di settembre. Nel quinto anno della rotazione si coltivava il frumento, seguito da erbai intercalari estivo-autunnali e, nel sesto anno, si seminava talvolta frumento o avena da insilare sfibrati, cui faceva subito se-

Le colture Il mais. Sugli inizi della penetrazione del mais nel Bresciano mancano notizie sicure. Ignorano il mais due scrittori del secolo XVI, il Gallo e il Tarello. E non ne fanno cenno il “Liber pactorum” del 1582 né la “Tariffa delli dacii” di Brescia del 1592. Questi due ultimi documenti contengono le solite voci: frumento, segala, orzo, scandella (orzola), spelta, melega (sorgo), ecc. Il bresciano Coriniani, autorevolissimo scrittore d’agraria del secolo XVIII, parla del mais come pianta d’introduzione recente, la cui coltivazione si sarebbe diffusa dopo la carestia del 1764. Il granoturco tiene il primo posto nella nostra economia rurale soltanto dopo il 1800, quando assume una funzione importante nell’alimentazione umana. Caduta da tempo in disuso è anche la polenta di miglio, che una volta nelle campagne era di consumo generale. Ma, data la qualità “alcun poco al di sotto della mediocre” di questa coltura in molte località e del cattivo stato di conservazione, la farina di mais, presa dal verderame, era considerata causa della pellagra, una malattia che fu oggetto di studi e di provvidenze (comitato antipellagrologico) fino alla prima guerra mondiale. Oggi sappiamo che la causa fondamentale della pellagra era nelle misere condizioni di vita della popolazione, specialmente dal punto di vista alimentare, cioè nella generale scarsità di cibo oppure nella monofagia. La produttività della coltura era ad ogni modo molto bassa. Il granoturco di prima e seconda semina veniva gettato in campi in cui gli adacquamenti erano scarsi o nulli, “la vegetazione si spegneva o restava in istato mediocre e presentava un aspetto triste, poiché molti gambi a metà avevano il tarlo e facilmente si scavezzavano senza produrre la pannocchia”. Da 1500 some di prodotto globale dei primi anni dell’Ottocento, rimaste stazionarie per oltre 34


Oggi il futuro dell’agricoltura lenese si gioca forse su una nuova idea. All’inizio del secondo millennio Leno potrebbe tornare ad assumere un ruolo di riferimento per quella parte della Bassa che si trova a cavallo fra le tre provincie. Un territorio omogeneo per geografia, economia e storia, dalle straordinarie possibilità di sviluppo, se saprà puntare in modo coordinato e consapevole sul settore agroalimentare di qualità, anche attraverso un marchio ‘leonense’ a tutela dei propri prodotti.

mezzo secolo, si salì a 9 quintali per ettaro verso il 1900; nel 1910 il totale superava i 25mila quintali; nel 1927 dai 4700 piò coltivati, corrispondenti al 31 % dell’intera area coltivata, si ricavavano 43mila quintali circa di mais. Intorno agli anni Cinquanta del Novecento la produzione per ettaro era ancora molto variabile: dai 20-25 quintali in terreni asciutti, ai 60-70 in coltura irrigua, fino a punte di 75 quintali per ettaro in terreni fertili. Il frumento. La dinamica della produzione dei grani si rileva alquanto diversa per i singoli prodotti. Se la coltura del granoturco aumentò con ritmo più intenso, piuttosto stazionaria nelle nostre campagne restava quella del frumento. Esso era associato con altre colture come la veccia o la segala, altre volte con differenti varietà di grani, tutti di modesta importanza alimentare e da noi scomparsi nel corso dell’ultimo secolo. In alcune antiche notificazioni si annoverano le varie specie, quali il farro piccolo, la spelta e piccola spelta, caratterizzati questi ultimi da rachide fragile e grumelle aderenti alla cariosside. Nel 1827 il frumento occupava il 17% dell’intero territorio comunale e dava una produzione di circa tremila quintali; in alcune aziende però il rapporto si elevava al 27% della superficie coltivata e il prodotto era in media di sette quintali a piò. Nel Novecento i progressi produttivi sono stati molto consistenti anche per il grano. A metà degli anni Sessanta la superficie a frumento era del 2528% ma con una produzione di 50 quintali per ettaro, rendimenti talvolta superati con le cosiddette qualità precoci, quali il Mara e l’Argelato. Una situazione ben diversa da quando ‘si batteva’ sull’aia col fiél (duplice bastone snodato) non più di 20 quintali di granella per ettaro, e tutte le operazioni erano eseguite a mano, ad eccezione di un’aratura superficiale fatta con i primi versoi in legno, foderati di lamiera e trainati da cavalli, buoi e vacche.

ludosi non utilizzabili per altro impiego. La sistemazione del terreno era molto approssimativa, sia per quanto riguarda la livellazione che il flusso delle acque e la concimazione. Perciò il prodotto era scarso e mediocre. In tutto il nostro territorio si registrava un raccolto di risone (riso vestito) che andava dalle trecento alle cinquecento some dal 1837 al 1845. La risaia si diffuse soprattutto alla Scovola, a Mirabella, all’Aquila, alle Poiane, alle cascine Pluda, Rescatto, Castelguercio, San Nazaro, raggiungendo una superficie variabile dai duecento ai duecentocinquanta piò. Fu verso il 1890 che la risaia cominciò ad acqui-

Il riso. Dopo i foraggi e i grani, uno dei prodotti di particolare rilievo era il riso. Sulla data precisa dell’inserimento di questa pianta nel territorio di Leno non abbiamo documenti precedenti il 1837. Inizialmente le risaie erano stabili, su terreni pa35


Baccinelle per la trattura della seta. Numerose sono le notizie relative all’allevamento del baco da seta, che divenne oggetto di cure sempre più sollecite specie a partire dal 1860, benché con risultati variabili. Tra i motivi che potevano interferire con il buon esito del raccolto vi era l’andamento stagionale. Il freddo e la pioggia all’inizio dell’allevamento portavano a un sensibile ritardo nello sviluppo dei gelsi e i bachicoltori erano costretti a distruggere i bachi già nati.

stare una strutturazione tecnica, allorché venne inserita nelle lunghe rotazioni agrarie e fu curata adeguatamente. Questa coltura ebbe però scarsi incentivi dalle pubbliche autorità, poiché a quei tempi si addossava alle risaie la responsabilità della malaria, malattia endemica nelle nostre campagne come in molte zone bresciane non del tutto bonificate. Ciò provocò una serie di difficoltà al diffondersi della coltura del riso e indusse il legislatore ad emanare il 12 giugno 1866 speciali leggi per regolare la distanza dagli abitati e fissare criteri d’igiene generale e lavorativa. Nell’estate del 1871 la straordinaria siccità parve “assai più sviluppare gli effetti perniciosi delle risaie”, che continuavano ad essere coltivate a troppo breve distanza dagli abitati. Nel nostro comune la questione aveva preso proporzioni allarmanti ed era stata portata innanzi al Consiglio Provinciale. Due rapporti medici riguardanti dieci casi di febbre malarica provocarono l’intervento di una commissione di nomina prefettizia, che eseguì indagini sulle condizioni idrauliche della zona a riso compresa fra la via comunale Leno-Calvisano e la Via Leno-Gottolengo, specie in località Frasche (Pluda, Poiane). L’interesse della pubblica igiene alla fine prevalse e la coltura del riso dei proprietari di quelle terre, i Crosti e Borsa e i De Giuli a Milzanello, fu sospesa. Uno dei principali sostenitori dell’introduzione del riso, che costituì per quei tempi un importante tentativo di innovazione agraria e di intensificazione delle colture su terreni allora improduttivi, fu il cavalier Pietro De Giuli. Egli tentò fino all’ultimo di sostenere il ricorso Crosti e Borsa, affermando che era dubbio che “le febbri che si osservano dai reclamati, siano esse sole causate dalla risaia, quando ancora una immensa estensione di patuzzaie le fanno corona”. Il De Giuli sosteneva che le risaie da vicenda avevano un’influenza positiva sulle condizioni dell’agricoltura e quindi della popolazione, allo stesso modo delle marcite e dei prati, e quindi a suo parere si sarebbero dovute condannare le risaie “cattive” ma incoraggiare le risaie “buone”. La risaia ad ogni modo andò via via restringendosi: dei 65 ettari ancora presenti nel 1892, si scese ai 40 dell’anno successivo, pur mantenendosi la produzione media di 36 ettolitri per ettaro. Nel 1900 gli ettari erano solamente cinque, con un raccolto abbondante (225 ettolitri) sebbene di qualità mediocre.

Il lino. Fra le colture tradizionali delle nostre campagne rientrava anche il lino, sebbene in coltivazione abbinata a filari di vite e gelsi. Tra le varietà nostrane, documentate intorno al 1890 ma introdotte forse anche prima, si distinguevano quelle adatte alla produzione oleifera e quelle da tiglio, ossia adatte alla produzione della fibra destinata alla filatura e alla tessitura. Vi erano inoltre varietà da semina autunnale e autunno-vernine ed altre da semina marzuola. La lavorazione del lino da tiglio impegnava soprattutto manodopera femminile. Giunto il periodo in cui la pianta presentava un seme molle, si procedeva all’estirpazione a mano, alla raccolta in covone e alla macerazione che si otteneva lasciando le piante in acqua stagnante (moia). Seguiva l’essiccamento in terreno aperto e poi la maciullazione con la spadoletò per depurare il tiglio dalle erbe eterogenee. Riunito in mazzetti, con lo 36


Battitura del lino con masse in legno. Le donne eseguivano le ultime fasi più delicate, dalla pettinatura all’interminabile filatura, per ridurre il lino in roccadelli, ed infine alla tessitura con i telai in legno. Già nel 1790 nel nostro territorio esistevano 35 telai e vi era anche una tintoria.

formento di coltura agostana, cioè estiva. In anni vicini a noi il lino si mantenne sui 60 piò coltivati, fino al 1955, ultimo anno di esistenza di questa coltivazione.

spenard (asse munita di punte d’acciaio) si staccava la parte legnosa destinata alla filatura. Le donne eseguivano le ultime fasi più delicate, dalla pettinatura all’interminabile filatura, per ridurre il lino in roccadelli, ed infine alla tessitura con i telai in legno. Già nel 1790 nel nostro territorio esistevano 35 telai e vi era anche una tintoria. L’andamento stagionale aveva una notevole importanza anche in questa coltura e non sempre i risultati erano buoni. Così leggiamo che nel 1860 “i lini vernerecci non corrispondevano alle aspettative che si erano concepite per la vigorosa vegetazione dei loro steli, che si sfilano e si rompono in corso di lavoro”. Dalla varietà a produzione oleifera, si otteneva olio tramite macinatura, che veniva effettuata nei molini Gambarelle e Pozzuolo; l’olio era usato pure come commestibile. Il linseme (seme di lino) era variamente impiegato anche per preparare farine (le cosiddette ‘polentine’) per cataplasmi, avendo un’azione emolliente nelle affezioni delle vie respiratorie. Nel primo decennio dell’Ottocento la produzione assommava a circa 40 quintali di lino lavorato, quantità che raddoppiava nel 1840. Trenta anni dopo (1872) troviamo registrati 395 quintali di invernengo, 154 di marzuolo e 1.450 ettolitri di linseme. Successivamente il raccolto si ridusse notevolmente per la grande siccità. Riprese parzialmente ma con un’estensione di soli tre ettari nel 1932, e di otto nell’anno successivo con una produzione di un quintale per ettaro. L’avvicendamento più usato era il seguente: una quinta parte del terreno era adibita a prato artificiale, cioè trifoglio, un’altra quinta parte a lino, altra a ‘formentone’, la quarta a ‘formento’ che si seminava dopo il formentone, l’ultima quinta parte a

La vite. Fra le colture arboree, nell’agricoltura tradizionale delle nostre campagne era tenuta in grande considerazione anche la vite. Essa era presente in quasi tutte le zone, con una notevole varietà di tipi. Anche nella pianura, sia asciutta che irrigua, che pure non presentava le condizioni più favorevoli, i terreni a grani o a prato erano spesso solcati da filari di vite. Incerte e frammentarie le notizie sulle quantità e qualità prodotte. Verso la fine dell’Ottocento, si andava da un minimo di sei ettolitri per ettaro (1890) ad un massimo di 18 (1892). La produzione media nel decennio 18901900 si aggirò sui nove ettolitri per ettaro. I vitigni più diffusi erano quelli della varietà americana; l’uva migliore per la quantità del prodotto era l’Isabella, mentre il Clinton era ritenuto migliore per la qualità. La superficie coltivata nel 1890 era di una decina di ettari; nel 1895 era salita a 40 ettari, nel 1900 a un centinaio. La coltivazione era promiscua: con una densità di circa 200 viti per ettaro, dava 60 litri di vino per ogni ettolitro d’uva. La produzione era destinata al consumo diretto o comunque locale. Gradualmente la coltura venne abbandonata per la scarsa produttività e gli insufficienti miglioramenti tecnici introdotti. “I vigneti sono troppo vecchi tanto che in un novennio 40 piedi in buono stato danno soltanto 10 pesi di uva”, si scriveva nei primi anni del ‘900. Data la scarsa produzione, il vino veniva importato ordinariamente da Pontevico, che se ne riforniva dal basso mantovano e dal modenese. Bachicoltura e gelsi. Di ben maggiore rilievo economico era la coltura del gelso, specie nei terreni asciutti. La grande espansione di questa pianta, ini37


La tessitura domestica, da: R. Leydi, Dalla cultura contadina alla cultura operaia in Lombardia, in AA.VV., Il paese di Lombardia, Milano 1978.

chi già nati. Grande importanza rivestiva inoltre il governo vero e proprio dei bachi nelle diverse età. Gli ambienti dovevano essere sani, ben aerati, asciutti, mantenuti dove possibile a una temperatura costante; la foglia di gelso doveva essere fresca ma non umida. I consigli dettati dagli esperti dell’epoca erano numerosi: “i bachi siano lasciati salire e non portati colle mani al bosco predisposto”; “le gallette non vengano raccolte appena formate, ma dopo alcuni giorni di stagionatura”. Va infine segnalata la funesta influenza delle malattie sui raccolti (il ‘mal del segno’ o ‘calcino’, il ‘gialdone’, ecc.) che rovinavano gli allevamenti, determinando l’insuccesso parziale o completo del raccolto. Flagelli che si tentò di ridurre con l’introduzione del seme giapponese. Normalmente le gallette venivano vendute sul mercato di Brescia. Altre volte la bachicoltura era stimolata tramite una particolare forma di contratto che vedeva l’intervento di una società di intermediazione la quale anticipava una parte dei capitali. Ad esempio la ditta Casati di Milano acquistava da diversi possidenti di Leno la foglia del gelso

ziata nei primi anni dell’Ottocento ed intensificatasi dopo il 1815, fu sostenuta da agronomi e proprietari terrieri con sforzi superiori a qualsiasi altra coltura. Nel catasto austriaco (1852) i gelsi registrati nel territorio del comune di Leno con Castelletto ammontavano a 10.045, in quello di Milzanello erano 542, di Porzano 780. Nel 1927-30 le piante erano 40mila, con un prodotto di foglie che oscillava dai 12 ai 15mila quintali. Più numerose sono le notizie relative all’allevamento del baco da seta, che divenne oggetto di cure sempre più sollecite specie a partire dal 1860, benché con risultati variabili. Un’oncia di 27 grammi di seme giapponese dava un reddito medio di 29-30 chilogrammi, una resa pressoché uniforme nella nostra zona. Tra i motivi che potevano interferire con il buon esito del raccolto vi era l’andamento stagionale. Il freddo e la pioggia all’inizio dell’allevamento portavano a un sensibile ritardo nello sviluppo dei gelsi e i bachicoltori erano costretti a distruggere i ba38


tavano 4mila piantine ogni piò, 10mila e oltre per il Burley, 14mila per il Virginia. Allorché la pianta era giunta a maturazione, si procedeva alla raccolta della foglia, che richiedeva esperienza e prontezza nel determinare il momento adatto ed anche abilità nell’operazione materiale di raccolta. Poi la foglia, affissa su apposite pertiche e portata in locali chiusi, veniva sottoposta a essiccamento con fuoco di legna finché perdesse il colore verde; sospeso il fuoco per circa dieci giorni, si riprendeva poi per altri sei-sette giorni fino a completare l’essiccazione. Quindi le foglie venivano staccate, selezionate e suddivise attentamente. Ad esempio il Kentucky che si considerava maturo veniva suddiviso in pesante, leggero, variegato, ecc., e nelle sfumature varie dal colore sano, rosso, poco rosso, molto rosso. Per questa operazione e per le successive, la manodopera saliva a 75-80 unità. La lavorazione si completava riunendo le foglie in mazzetti da dieci cadauno della lunghezza uniforme da 40 a 80 centimetri. Seguiva la fermentazione, ottenuta in celle poste ad una temperatura di 70-75 gradi centigradi; quindi, le foglie, leggermente inumidite, venivano pressate in apposite botti, messe in deposito per circa un anno ed inviate poi alle varie manifatture: a Tortona per la confezione di sigarette Aurora, Tre Stelle, ecc.; a Milano per le Esportazioni Nazionali; a Carpi per le Alfa e per i trinciati. Il prodotto del Kentucky veniva invece spedito a Trieste e a Roma ed esportato in Francia per la confezione dei sigari.

pagandola 30 centesimi per ogni peso bresciano e si obbligava a consegnare la semente nella misura corrispondente alla quantità di foglia venduta, contro il rilascio di un quinto del prodotto e la metà del ricavato dei bozzoli, ma con l’obbligo ai coltivatori di cedere la loro parte alla ditta stessa per un prezzo diminuito di 10 centesimi rispetto a quello medio del mercato di Brescia. In alcuni casi i bozzoli venivano lavorati anche a Leno. Le filande nel 1837 erano 13-15, ed altrettante se ne contavano ancora una trentina d’anni dopo, tranne che nel 1845, quando ne venivano registrate 24, con 50-65 fornelli in tutto. Il lavoro per l’utilizzazione delle gallette nell’ambito dell’economia dell’azienda agricola si limitava ad una quarantina di giorni. Per questo alcuni bachicoltori erano anche proprietari di filanda. È il caso, a Leno, di Seccamani, che nel 1863 possedeva una filanda con 13 fornelli attivi quale complemento della propria attività agricola. Altre filande appartenevano a Camillo Bravo e a Agostino Poli, e in questo caso invece l’attività era separata da quella agricola. Il tabacco. Il primo tentativo di introduzione del tabacco a Leno è datato 1922 e fu dovuto all’iniziativa dei De Giuli alla cascina Scovola. L’anno successivo l’esempio fu seguito da Gaetano Gatti alla cascina Pluda. Quest’ultimo si fece in seguito promotore della coltivazione della nuova pianta presso piccoli agricoltori, cosicché la coltura inizialmente estesa a 18 piò superò in breve tempo i 15 ettari. Anche i figli Annibale e Giuseppe Gatti continuarono l’attività del padre e, dopo alterni periodi di collaborazione, ottennero separatamente la concessione speciale di 50 ettari, essendo questa coltura sottoposta al regime di monopolio statale. Le varietà coltivate erano di derivazione americana: la Kentucky, che aveva una resa altissima (60-80 quintali di foglie verdi al piò, 6,5-7 quintali di prodotto secco), forniva il tabacco per i sigari toscani; la varietà Burley, che rendeva 100 quintali di prodotto verde a piò, dava invece tabacco da concia per sigarette. Il Virginia infine fu introdotto soprattutto in territorio di Milzanello. La lavorazione del tabacco utilizzava manodopera femminile. Su 25 piò erano impiegate 25-30 donne, tenendo conto che del Kentucky si trapian-

L’allevamento bovino e la lavorazione del latte Dati analitici relativi all’allevamento di bestiame nel nostro comune sono relativamente recenti. Un censimento ufficiale di cavalli e muli risale al 1876; quello di bovini, ovini, ecc. al 1881. I dati più attendibili vanno dal 1909 al 1947. I bovini erano tradizionalmente allevati soprattutto in funzione della forza meccanica da essi fornita nei lavori agricoli, e non per le sostanze concimatrici né per gli altri prodotti aggiuntivi alla rendita del suolo. Molti agricoltori però, dopo averli usati qualche anno come animali da lavoro, li mettevano a riposo e li ingrassavano con fieno e semi di lino. Questo genere di allevamento, diffuso anche altrove in provincia, era particolarmente praticato a Leno, che forniva il maggior numero di buoi da macello. 39


rapporto vacche/totale dei bovini superava quello provinciale. La nostra zootecnia attraversò negli anni successivi profonde trasformazioni legate al generale progresso agricolo e in particolare al dilagare della meccanizzazione, che ridusse la necessità di buoi da lavoro, ed alla possibilità di un’abbondante e prolungata produzione di foraggi. Ne è prova il crollo del numero di buoi da lavoro, che in cinquant’anni passò dal 98% al 9,4% dell’intera popolazione bovina. Verso fine Ottocento nel territorio di Leno esistevano caseifici di proprietà di alcune aziende agricole o gestiti da terzi: dei fratelli De Giuli alla Scovola, dei soci Crosti e Borsa presso la cascina Olmo, dove era stato assunto un “lattaio” e un “esperto casaro”, il signor Alquati di Milano. A inizio Novecento troviamo le ditte Noht Bernardo, Gaetano Gatti e in seguito il figlio Leopoldo al Pluda, i soci Kunze Bachmann, attivi fino al 1914. A Porzano presso l’azienda La Rocca il caseificio di proprietà Bravi fu concesso in affitto a certo Fisbak, di origine tedesca, specializzato nella produzione di formaggio emental, poi ai soci Lanti e Bertelli e dal 1948 al signor Andrea Fiori. Nel 1925 circa nel centro del paese di Milzanello sorse un piccolo caseificio di proprietà di Ernesto Arnoldi, presso il quale negli anni quaranta si lavoravano in media trenta quintali di latte al giorno, ottenendo una produzione di duecento chilogrammi di burro e altrettanti di formaggio. L’attività fu continuata poi da Giuseppe Cottarelli, pure di Milzanello. Nel 1925 a Leno iniziarono l’attività casearia i fratelli Carlo e Arturo Lanti in Via Albarotto; nel 1927 alla cascina Olmo Francesco Tiraboschi, e in altra sede Giovanni Borgo. Negli anni quaranta era attivo il caseificio dei fratelli Sudati. Nel 1958 veniva inaugurato il ristrutturato caseificio ex Lanti della Cooperativa Salil di Brescia (la quale nel 1951 aveva dato inizio anche ad un allevamento di suini con porcili fissi per una capienza di duemila animali). Nel 1960 alla cascina Pluda subentrava la nuova gestione di Gasparo Spinelli e fratelli, i quali nel 1975 inaugurarono la nuova struttura in Via Calvisano i cui prodotti base erano la ricotta fresca e la mozzarella.

Le razze bovine allevate provenivano soprattutto dalla Svizzera e dal Tirolo ed erano di stazza media. Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 erano diffusi anche bovini nostrani con discrete caratteristiche di rusticità e in particolare la razza bruno alpina, che si può dire esclusiva nel Bresciano. Alcuni dati relativi agli ultimi decenni dell’800 indicano come l’allevamento di bovine da latte fosse limitato: nel 1884 i Crosti e Borsa, i Bravo, i Zanini allevavano in tutto circa duecento animali e la produzione era di sette litri di latte per capo. Soltanto all’inizio del XX secolo si organizzarono aziende con 40-70 capi stanziati permanentemente nelle cascine. Un esempio documentato del funzionamento di tali aziende “pioniere” è quello relativo alla ‘bergamina’ del cavalier Pietro De Giuli alla Scovola. Dal 1863, dato l’alto costo del fieno, nell’intento di diminuire il prezzo delle razioni, durante l’inverno si adottava già per le vacche da latte un’alimentazione mista con foraggi secondari e mangimi industriali. All’esposizione di Milano del 1881 i fratelli De Giuli esponevano il loro apparecchio per la cottura di queste miscele, dimostrando in una relazione l’alta convenienza economica del metodo applicato nella loro stalla di settanta vacche. La produzione giornaliera di latte si manteneva abbastanza costante con una media di quindici chilogrammi per capo e con un aumento notevole del peso vivo. Le esperienze compiute successivamente, nel 1907-08, nella stessa bergamina dimostrano il notevole livello raggiunto nella varietà e nella scelta dei foraggi, combinati in razioni che contenessero nelle proporzioni opportune le sostanze nutritive occorrenti all’animale. I dati successivi al secondo dopoguerra consentono di valutare la forte crescita del settore. Tra il 1947 e il 1960 le vacche raddoppiarono, passando da 2.596 a 5.216 capi. Di discreto rilievo anche l’aumento dei vitelli, con tutti i limiti che le stime possono avere per questi soggetti. All’incremento delle vacche e dei vitelli fa riscontro la riduzione degli altri bovini, classe un po’ eterogenea nella quale sono comprese le vacche non da latte, le manze, i vitelloni, i tori e i buoi. Nello stesso periodo i dati relativi alla distribuzione per classe di ampiezza delle aziende indicano che il maggior numero di vacche era presente in stalle con 15-60 capi, mentre il 40


Il locale adibito alla fabbricazione del formaggio nelle cascine, da: AA.VV., Il paese di Lombardia, Milano 1978.

Le coltivazioni più importanti in termini di superficie destinata, restano il frumento tenero, l’orzo e soprattutto, tra i cereali, il mais; la soia, tra le coltivazioni industriali; il loietto e la medica per l’alimentazione del bestiame, tra le foraggiere. Nell’ambito delle produzioni animali, va sottolineato un aspetto peculiare del nostro territorio, e cioè la consistente crescita dell’allevamento suinicolo, a fronte di un sensibile ridimensionamento di quello bovino. In quest’ultimo ambito si nota un più elevato orientamento verso la produzione di vitelli a carne bianca. E se la consistenza della frisona italiana è in lieve diminuzione, resta pur sempre “il cuore della zootecnia bresciana”. Il latte prodotto è destinato per la maggior parte alla caseificazione, che dà impulso all’importante settore economico della produzione di formaggi e derivati. Sono presenti a Leno anche varie aziende dedite ad allevamenti avicoli (tacchini e pollame) sia di ovaiole che da carne, nonché all’allevamento di conigli. Con l’avvento delle nuove tecnologie, le stalle tra-

Nel 1970 nella nuova sede di Via Brescia avviava la propria attività la Solat, società cooperativa fra i produttori di latte, che nel settembre 2000, in località Salvasecca, ha dato inizio alla costruzione di un nuovo complesso dotato di impianti automatici per la produzione del grana padano. L’agricoltura oggi. Progetti e speranze sotto il marchio dell’abbazia I grandi progressi compiuti negli ultimi cinquant’anni dall’agricoltura, a Leno come in tutta la provincia, sono dovuti soprattutto al diffondersi della meccanizzazione, al miglioramento delle coltivazioni foraggiere ed alla loro trasformazione, tramite l’allevamento bovino da latte e da carne, in alimenti come il burro, i formaggi, la carne. A conclusione di questo succinto panorama sulla storia della nostra agricoltura, ci sembra utile fornire alcuni semplici dati relativi all’ultimo triennio, che indicano le linee sulle quali si sta orientando il settore. 41


alla ricostruzione del passato ma anche alla conoscenza di un patrimonio di ambiente, di storia e di identità del quale forse gli stessi lenesi hanno limitata consapevolezza, una conoscenza che può concorrere alla progettazione del futuro.

dizionali sono state quasi completamente abbandonate, sostituite da nuove strutture razionali con spazi a stabulazione libera e l’impiego di computer. Infine, “uno dei caratteri salienti della realtà socio-economica della nostra agricoltura è la forte persistenza dell’impresa familiare anche in un contesto dinamico quale quello lombardo, a dimostrazione del grado di flessibilità e capacità di adattamento di tale tipo di impresa pure in contesti segnati da profonde trasformazioni”6. Oggi il futuro dell’agricoltura lenese si gioca forse su una nuova idea. Come in un lontano passato l’abbazia di Leno ha rappresentato il cuore delle campagne poste tra Brescia, Cremona e Parma, così all’inizio del secondo millennio Leno potrebbe tornare ad assumere un ruolo di riferimento per quella parte della Bassa che si trova a cavallo fra le tre provincie. Un territorio omogeneo per geografia, economia e storia, dalle straordinarie possibilità di sviluppo, se saprà puntare in modo coordinato e consapevole sul settore agroalimentare di qualità, anche attraverso un marchio ‘leonense’ a tutela dei propri prodotti. La proposta è stata lanciata in recenti incontri di studio promossi dalla Cassa Padana che, oltre a farsi animatrice di un intenso programma di ricerca in collaborazione con alcune istituzioni universitarie per la ricostruzione della storia e lo scavo del sito archeologico della badia di Leno, ha affrontato i temi dello sviluppo economico ed in particolare agricolo della zona un tempo compresa nel ‘Dominato’ leonense. La direzione indicata è quella dell’agricoltura biologica e del potenziamento del turismo gastronomico, che si coniugano perfettamente con la vocazione della campagna lenese e di quest’area della Bassa che si trova al centro della pianura padana. Il nome della badia “Ad Leones”, cuore di un Dominatus durato oltre mille anni, tornerebbe vivo, simbolo di una identità antica da rinnovare. “Creare un marchio unico non va solo nella direzione del business, ma anche in quella della salvaguardia della propria identità”: questo è l’ambizioso progetto a cui oggi si guarda. In questo senso, l’indicazione che qui si propone di itinerari alla scoperta delle campagne e delle cascine di Leno, vuole essere un contributo non solo 6

Agricoltura, proprietà e cascine nei catasti storici Una più estesa trattazione ed un esame accurato della storia agricola del nostro territorio, di cui ci siamo già occupati in un altro studio, esulano dal tema che ci siamo qui proposti, pur essendoci indubbiamente elementi di continuità e di relazione che non possono essere ignorati. Ritengo però opportuno citare alcuni aspetti emergenti che non vanno disgiunti dal nostro argomento: la cascina. Infatti è attorno ad essa che ebbero inizio il dissodamento sistematico, le prime bonifiche, la coltivazione della terra, gli allevamenti. Lo sviluppo ed il rinnovamento dell’agricoltura non possono però prescindere anche dal rapporto fra la proprietà del fondo, l’impresa che lo conduce e la manodopera che lo coltiva. Questo sistema è stato definito nel recente passato dai patti agrari, ma per Leno e dintorni, data la presenza di un ricco monastero, sarebbe interessante studiare le antiche consuetudini riguardanti l’affitto dei fondi o dei piccoli appezzamenti. I grandi progressi compiuti dall’agricoltura nel nostro territorio e in genere in tutta la nostra provincia sono dovuti soprattutto al diffondersi della meccanizzazione, al miglioramento delle coltivazioni foraggiere ed alla loro trasformazione tramite l’allevamento del bestiame bovino da latte e da carne in alimenti come il burro, i formaggi, la carne. Il materiale storico di cui ci siamo serviti quale fondamento di questa rassegna è costituito dai catasti conservati presso l’Archivio di Stato di Brescia, integrati da alcuni documenti conservati presso l’archivio comunale di Leno (“Libri dei Quartieri, censimenti…”) e presso l’archivio parrocchiale (“Registro delle Anime”); infine, per i tempi più recenti, sono state preziose le testimonianze orali. I catasti storici relativi al territorio di Leno sono: l’estimo del 1641, compilato durante il governo della Repubblica Veneta; il catasto del Regno Italico, meglio conosciuto come catasto napoleonico, disposto nel 1808 ma completato nel 1919; il catasto austriaco del 1852, compilato durante il perio-

C. Bernini Carli, Radiografia dell’agricoltura bresciana, in Atlante Bresciano, speciale 1998, Brescia 1998.

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fonte utile che ci consente un riscontro con le successive informazioni fornite dai Catasti. I nomi riportati nel documento sono i seguenti: “Nota delli Quartieri della Terra di Leno con le sue contrade descritte insieme con le affittanze et rendite7: Squadreto, Fornacetto, Dossi, Casella, Vacche, Gambarelle, Finili de Ponticelli, Ponte della Madonna del Messago, Morosina et Gurafanne, Castelguerzo, Dosso di Barbera, Molino delli Dossi, Finiletto de S.ri Lodi, Lame, Breda vico, Pasquale et Scatolino, Breda del Pero, Scariona, Olmo, Tomba, Sobagno, Pozzolo Rassega et Giardini, Bredadale, Mingarda, Campo novo, Oltre Molone, Chizzole, Mirabella, Rampino, Teodora Zappaglia, Pizzaveroli, Taina et Albarotto, Corbelli, Bogalei, Sant’Antonio, Nicole, Chigozzo, Codeghetta Palazzina, Sottino, Cigogne, Campagnola, Boie et Campo dell’occha, Striagacorte, Colombare de S.ri Cavalli, Breda del latte, Formola, Viganovo, C.ta di Santo Giovanni, Breda Mala, Scanalocco, Campazzo, Finile del Mortaro, Relongo et Trimiselvi, Ronchi novi et vecchi, Salvelli et Barbarossa”8. Anche per Porzano è conservato un analogo “Libro di Quartieri, contrate e stime dela tera di Porzano”, compilato nel 1645 e, come in quello di Leno, è chiaro il riferimento alle cascine. Sono descritti i confini di ognuno dei quattro Quartieri in cui era suddiviso il territorio. “I° Quartiero […] Tutte le pezze di terra aradore e vidate et prative serrate da detti confini s’intendino comprese nel presente Quartiero. Nel suddetto Quartiero sono incluse l’infrascritte contrate: Brede del Corbello, delle Castagine, di S.to Giorgio. [L’oratorio campestre di S. Giorgio è già citato nella visita pastorale compiuta il 28 settembre 1572 da monsignor Cristoforo Pilati, delegato del vescovo Bollani]. 2° Quartiero […] Nel presente Quartiero sono incluse le infrascritte contrate: Poschere [Perseghera?], Chiosi Belli, Biancarini, Opoletti, Pedrocca [Pedronca?], Fornasetta, Caselle. 3° Quartiero […] Nel presente Quartiero sono incluse l’infrascritte contrate: Madonna della Stalla, Bilinetta, Bilina [Bellina?] Pomet [Pometo], Fenil Novo, Balaier, Ugiosa [Uggera?], Colombare, Mortaro, Molino o Maglio. 4° Quartiero […] Qual Quartiero è detto la Campagna. Nel presente Quartiero sono comprese l’infrascritte contrate: Campagnia [sic], Fenil della

do del Lombardo-Veneto; infine il catasto del Regno d’Italia, entrato in vigore nel 1898. Negli estimi più antichi, quelli del 1641, non c’è rappresentazione cartografica; per ogni proprietario è dichiarato e descritto l’elenco dei beni immobili a lui pertinenti. Sono censiti prima i “cittadini”, che godevano cioè della cittadinanza bresciana: potevano vivere sia a Leno sia in città o altrove e pagavano le tasse alla città di Brescia. Seguivano i “contadini”, persone che, anche se risiedevano in altri comuni, avevano proprietà a Leno. Il limite di questa fonte sta nel fatto che possono esserci delle lacune nel territorio di un comune perché alcuni proprietari potevano essere “estimati” nel comune di residenza, e vi erano anche categorie che avevano estimi separati (nobili e clero). Dati attendibili sono invece quelli relativi alla suddivisione delle proprietà; di ogni campo viene definita l’estensione in piò bresciani e in tavole, mentre la rendita è valutata in lire e soldi; le colture sono classificate secondo la terminologia del tempo (aradora, adacqadora, vidata, prativa, boschiva, lamiva, vegra, in dialetto “a eghér”, ecc.). L’ubicazione dei campi e dei fabbricati è indicata dal nome della contrada e dai nomi dei proprietari confinanti. Si riassumono i dati dell’estimo del 1641 per la Comunità di Leno (Archivio di Stato di Brescia, Registro 1243): beni dei cittadini (78 ditte) piò 4.647 e tavole 31; beni dei contadini (400 ditte) piò 5.471. In totale la superficie stimata assomma a 10.388 piò e 31 tavole. Dodici ditte avevano beni posti in città. Per la Comunità di Milzanello (Registro 1262) le proprietà erano divise fra le famiglie Asti, Uggeri, Cigola e Fenaroli, per una superficie totale censita di piò 1.458 e 52 tavole. Per la Comunità di Porzano (Registro 1276) l’estimo è il seguente: beni dei cittadini (30 ditte) piò 236 e tavole 70; beni dei contadini (19 ditte) piò 1.907 e tavole 64; in totale la superficie censita assomma a piò 2.144 e tavole 34. In un documento del 1677 conservato nell’Archivio comunale di Leno il territorio lenese risulta suddiviso in 67 “quartieri”: è un chiaro riferimento alla presenza di poderi e di cascine. È questa una In realtà il documento non è compilato nelle parti relative ad affittanze e rendite. 8 Archivio Antico Comune Leno. Mazzo 33, cart. 34. 7

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la di Milzanello, datata 11 settembre 1817, sono rappresentate le seguenti cascine: Moltizza, Cereto, Torchio Cereto, Torchio Nuovo, Capolupo, Colombara, Palazzo. Nel territorio di Porzano (mappa datata Milano, 2 aprile 1819) le cascine sono: Madonna della Stalla, Belina, Colombara, Baitone, Macaria, Fenil Nuovo, Uggera, Perseghera, Pedronca, Casella, Pometto, Noce, Mortaro, Mulino, Albione (o Albiona). Da una “Memoria” stesa da Clemente Di Rosa lo stesso anno dell’approvazione del catasto napoleonico (1819), ricaviamo interessanti annotazioni relative al territorio di Leno11. “Il territorio del comune di Leno è situato nella pianura a sud e alla distanza di 13 miglia dalla città di Brescia. Al nord e all’est è circondato da una vasta estensione di terre palustri, le quali fanno parte del territorio dello stesso comune e di quelli di Porzano, Bagnolo, Montirone, Ghedi e Calvisano. L’estensione superficiale del territorio, secondo la misura apparente del Catasto 1641 (tuttora in vigore), è di piò 11.623; di questi, 2.067 sono posseduti dalle famiglie dei contadini. La popolazione è di anime 3.329: 1.633 femmine e 1.696 maschi. Il numero delle persone agiate (non dedite all’agricoltura) compresi gli artigiani e i commercianti sono 520. I coltivatori diretti sono 526, i rimanenti agricoltori 659, ma, dedotti i fanciulli fino ai 10 anni e gli inabili, diventano 532 unità. Pertanto si nota insufficienza della popolazione ai bisogni dell’agricoltura. Nei Comuni citati e soprattutto in quelli dei Distretti di Bagnolo e di Leno, “sembra che esista un limite insuperabile prodotto da cause fisiche, il quale impedisce di portare la procreazione e la conservazione della specie umana alla proporzione del bisogno per la cultura della terra, quantunque il reddito, non solo è abbondante per la popolazione attuale, ma anche per una popolazione raddoppiata, e sarebbe ancor più al di sopra del bisogno se ci fossero braccia stabili e sufficienti. Invece impedisce l’incremento demografico l’esistenza di paludi miasmatiche, l’irrigazione soverchiamente estesa, l’abbondanza di prati e marcite, la coltivazione del riso con terreni argillosi e compatti. Inoltre può concorrere a mantenere la diminuzione demografica la presenza di venti che si addensano sui comuni predetti, i miasmi che vengono dalle terre

Noce, Cerudello”9. Con l’epoca napoleonica il compartimento territoriale della provincia di Brescia venne stabilito dal Regio decreto 8 giugno 1805, n. 46, pubblicato sul Bollettino delle leggi del Regno d’Italia. Dall’estimo si passava al vero catasto, che servì poi di modello a tutta l’Europa per la formazione dei catasti generali dei singoli stati. Oltre al registro che riporta, parcella per parcella, il nome del proprietario, la destinazione, le misure di ogni campo e la rendita, vennero disegnate accurate mappe che “al nuovo rigore della rappresentazione geometrico-particelle (è il primo catasto di questo tipo per la nostra provincia) uniscono spesso la freschezza pittorica della cartografia pre-ottocentesca”10. Il catasto di Leno, iniziato durante il governo napoleonico, venne però completato negli anni immediatamente successivi. Per Leno, capo del Distretto XIII, le mappe sono due: la prima rappresenta l’intero territorio, la seconda il centro del paese con le cascine sparse (queste ultime sono collocate in modo casuale attorno all’abitato). Dalla mappa disegnata da Carlo Moreo, datata Milano 19 novembre 1817 ed approvata dall’Imperial regia Amministrazione generale del Censo il 2 aprile 1819, rileviamo il nome delle seguenti cascine: Scovola, Colombara, Favorita, Disciplina, Breda lunga, Bogalei, Corbelli, Fenilnuovo, Fenil Rampini, Aquila, Zappaglia, Chizzola, Mirabella, Pinarda, Bredadale, Mingarda, Pozzuolo, Pragatino, Sobagno, Tomba, Scariona, Bredavico di sotto, Olmo, Olmeto, Salvasecca, Torre, Lame, Feniletto, Palazzina (Castelletto), Squadretto, Caselle, Morasine, Castel Guercio, Ronchi vecchi, Forni, Fenili Dossi, Comé, Casino, Rescato, Barone, Bozzone. I territori di Milzanello e di Porzano sono rappresentati ciascuno in una singola mappa. In quelPubblicato in AA.VV., Blasonario Bresciano. Appunti, vol. II, Montichiari 1990, pp. 183-185. 10 G. Motta, Paesaggi agrari a confronto. Una lettura sul catasto napoleonico dei territori di Cigole e di Montichiari, in Atlante della Bassa Orientale, Brescia 1987, p. 151. 11 Memoria del signor Clemente Di Rosa del 9 febbraio 1919, in L. Fossati, Alcuni aspetti a Brescia del Censimento fondiario austriaco indetto nel 1817, in “Commentari Ateneo di Brescia”, 1960. Citato in L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli nel cuore della Bassa. Il territorio, gli eventi, i personaggi. Litografica Bagnolese 1993, vol. II. 9

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Castelletto è rappresentato in 52 tavole, oltre a 12 “lustrazioni”, cioè tavole particolareggiate di successivi aggiornamenti; quello di Milzanello in 15 tavole e 10 “lustrazioni”, Porzano in 17 tavole e 4 “lustrazioni”. La rilevazione cartografica è naturalmente completata dai registri partitari dei possessori. Nel catasto austriaco sono censite le seguenti cascine: Leno: Albarotto, Aquila, Bariane, Barone di Sopra, Barone di Sotto, Boarini, Bogalei, Bonfadina, Bredadale, Bredavico di Sopra, Bredavico di Sotto, Capirola, Casella Seccamani, Casino Bravo, Castello Guercio, Chizzola, Cicogna, Colombara, Colombera, Comé, Comuna, Costa, Cucca, Cucchetta, Disciplina, Dossi Caprioli, Favorita, Fenile Bozzoni, Fenile Damonte, Fenile Nuovo, Fenilnuovo, Fenile Rampini, Fenile Terzi, Fenile Torio, Feniletto, Fenili del Castelletto, Fenili Dossi, Formola, La Fornace, Gajetani, Janina, Lame di Sopra, Lame di Sotto, Lovatella, Madonna del Maciago, Mazzaga, Medaglia, Mingarda, Mirabella, Fenile Nuovo di Mirabella, Torchio Mirabella, Molino Dossi, Molino Nuovo, Morandino, Morosine, Olmo, Olmetto, Palazzina, Pasino, Picca, Pinarda, Pluda, Poiane, Pozzuolo (Pozzolo), Rescatto, Ronchi Nuovi, Ronchi Vecchi, Salvasecca, San Nazaro, Scariona, Scovola, Silva Dominica, Sobagno, Squadretto, Tomba, Torchio Mirabella, Torre di Sopra, Torre di Sotto, Zappaglia. Milzanello: Cereto, Torchio Ceretto, Torchio Nuovo, Capolupo, Colombara, Fabbrica Nuova, Moltizza, Palazzo. Porzano: Baitone, Bellina, Caselle, Colombara, Fenile Nuovo, Fornasetta, Madonna della Stalla, Molino, Mortaro, Noce, Pedronca, Perseghera, Pometto, Uggera.

paludose, le acque potabili e soverchiamente frigide e torbide e sature di particelle crasse e insalubri. Di qui molte febbri estive che snervano gli abitanti, che diminuiscono le nascite e generano una figliolanza mezzo ammalata. Questo limite alla procreazione e la necessità di aver coltivatori mette nella necessità i possidenti di usare lavoratori giornalieri che vengono dal Trentino, dal Piacentino, dal Parmigiano, dal Genovese e che vendono a caro prezzo de loro prestazioni”. Le seriole di proprietà comunale, oltre all’irrigazione servono come forza motrice sette molini per la macinazione del grano: quattro sono di proprietà comunale e tre di privati. Animano altresì due edifici per la trebbiatura del riso, uno comunale, l’altro privato; muovono anche quattro macine di semi di lino: due comunali e due private. Le coltivazioni più diffuse sono: frumento, granoturco di prodotto assai mediocre, così pure lino, vino e fieno. Parte delle terre del Comune sono date in affitto, parte sono coltivate a colonia e parte ad economia. Molti affittuali comunque fanno coltivare essi stessi le proprietà condotte in affitto o col mezzo di coloni parziari, ovvero di biolchi ad economia. Non esiste il mercato ed il trasporto e la vendita dei prodotti sul mercato di Brescia costa ordinariamente 100 centesimi per ogni sacco di 12 quarte, misura corrispondente all’incirca allo staio milanese”. In una carta topografica del 1826 rileviamo alcune nuove denominazioni di cascine fra le circa cinquanta segnate, e precisamente: Federisi, Cà dell’Aja, Lovatella, Tedaglia, Guzzafame, Misano. Anche per il Catasto austriaco, approvato nel 1852, documenti fondamentali sono le mappe, che riportiamo nel testo. Il territorio di Leno compreso Riassunto del catasto austriaco Comuni

Superf. pertiche metriche

Piò bresciani

Rend.a censuaria lire austriache

N° gelsi

Leno

41.209,53*

12.680

152.385,71

10.045

Milzanello

5.934,76*

1.826

30.463,32

542

Porzano

9.214,21*

2.835

29.380,35

780

Nel 1898 entrò in vigore il primo catasto del Regno d’Italia, che cesserà nel 1961; sebbene più precise riguardo alle superfici dei terreni, dei fabbricati, strade, ecc. le mappe sono state qui utilizzate unicamente per un raffronto con le precedenti. 45


ni più affezionati; altre volte, se il proprietario trascorreva la maggior parte dell’anno in città, era rappresentato dal suo agente, il quale assumeva grandissima importanza. Questa nuova classe di proprietari terrieri fu protagonista delle grandi innovazioni che trasformarono l’agricoltura in quel periodo. Nel nostro Comune le medie e grandi aziende erano interamente regolate dal sistema delle affittanze con patti d’investitura scritti, mentre nelle piccole si concludevano accordi privatamente fra proprietari ed affittuali, a volte con l’intervento di un mediatore. I contratti erano imperniati su due concetti fondamentali: “la lunga durata dell’affitto, la quale consenta al fittaiuolo di compiere le migliorie minori, di modificare la rete dei piccoli canali adacquatori, di scegliere la rotazione più conveniente, senza timore di lavorare ed investire a mero vantaggio del proprietario; l’istituto della consegna e della riconsegna, grazie al quale il fondo è descritto nei minuti particolari della sua consistenza in case, piantagioni, canali, argini, livellazione ecc. all’inizio della locazione ed è nuovamente descritto alla fine; sicché, dal confronto delle due descrizioni nasca il diritto del proprietario ad essere rimborsato per i danni e del fittaiuolo ad essere compensato per le migliorie arrecate al fondo”12.

Dopo il catasto austriaco è impossibile seguire tutte le successive variazioni dando precise indicazioni nei riguardi dell’estensione che via via assume la proprietà annessa a ciascuna cascina. Nei secoli precedenti i terreni erano considerati beni di investimento da parte di molti proprietari cittadini e quindi si assisteva al rifluire dei capitali di nobili famiglie dalla città verso la campagna. Dalla seconda metà dell’Ottocento si assiste ad un processo inverso, vuoi per eredità, vuoi per compravendita o per estinzione delle famiglie. È il caso ad esempio dei tenimenti in Milzanello di proprietà delle contesse sorelle Paola e Dorotea Uggeri, alle quali, non essendovi discendenza maschile diretta, subentrò per eredità il marchese Leopoldo Guidi Di Bagno, mantovano, che a sua volta vendette ogni proprietà a vari agricoltori suoi ex affittuali. Alle famiglie signorili dei Dossi, Legnazzi, Longhena, Oldofredi-Tadini, Luchi, ecc., che avevano detenuto grandi proprietà fino ad allora, succedettero famiglie di ricchi imprenditori e agricoltori, come i soci Crosti e Borsa, i Dander, i De Giuli, i Signorelli, i Bozano di Genova, i Gatti, i Seccamani, i Locatelli, ecc. I nuovi proprietari divennero essi stessi i conduttori dei loro fondi prendendo dimora in campagna, generalmente coadiuvati dal fattore, scelto tra le famiglie dei colo-

12

L. Einaudi, Introduzione, in Carlo Cattaneo, Saggi di economia rurale, Torino 1975 p. XVII. Cfr. L. Cirimbelli, Dove sorgeva un’antica abbazia, Leno 1971, pp. 55-94.

46


LENO CON CASTELLETTO Catasto Napoleonico - superficie Comunale pertiche 41.207,57 A - Proprietà nobiliare (13.145,97 p.) Archetti Gio. Battista qm. Pietro Arici Agostino qm. Bartolomeo Arici Vincenzo qm. Bartolomeo Arici Agostino e Vincenzo qm. Bartolomeo Bonaglia Giovanni qm. Agostino Brognoli Antonio qm. Alfonso Calini di Calino Rutilio qm. Muzio Capece della Somaglia Bianca qm. Carlo ved. Uggeri Cigola Vincenzo qm. Cesare Duranti Carlo qm. Durante Duranti Carlo e Girola qm. Durante Emili Francesco qm. Pietro Fenaroli Francesco e Pietro qm. Ottavio Foresti eredi di Girolamo qm. Gio. Battista Galanti Gio. Battista qm. Teodoro Gambara Camillo qm. Leandro Lantieri de Paratico Faustino qm. Giuliano Lodi Ottavio qm. Giuseppe Lodi Attilio e Giuseppe di Ottavio Luzzago Costanzo Antonio qm. Pietro Luzzago Costanzo qm. Giulio Luzzago Ercole e Ottavio qm. Tommaso Luzzago Galeazzo qm. Vespasiano Manerba Liborio qm. Gio. Battista Martinengo Cesaresco Lodovico Camillo qm. Giuseppe Martinengo dalle Palle Federico e Venceslao qm. Luigi Martinengo di Padernello Girolamo Silvio qm. Francesco Mompiani Girolamo qm. Andrea Ochi Alessandro qm. Francesco Palazzi Ignazio qm. Federico Poncarali Gio. Battista qm. Achille Poncarali Rodengo Camillo qm. Ercole Poncarali Rodengo Camillo di Camillo Uggeri Dorotea qm. Vincenzo Uggeri Dorotea e Paola qm. Vincenzo

18,63 485,10 476,57 398,94 48,13 38,76 60,75 50,36 121,63 415,26 49,89 796,31 974,72 212,13 879,06 267,59 14,36 656,53 155,29 890,14 314,56 791,63 56,55 156,23 439,68 1.638,04 1.035,61 328,16 12,79 133,31 229,37 97,77 26,60 127,47 748,05

B - Proprietà non nobiliare (13.189,65 p.) Agliardi eredi di Gio. Maria qm. Andrea Barboglio Giuseppe qm. Paolo Bonalda Pietro qm. Giovanni Bravo Luigi e Stefano qm. Pietro Cantù Francesco qm. Pietro

1.228,15 5,92 219,24 341,67 501,88

1

P. Calini, La proprietà fondiaria cit. vol. I pp. 342-345.

47


Caprettini Attilio qm. Giovanni Caprettini sac. Giacomo qm. Pietro Antonio zio e Pietro Antonio qm. Antonio Maria nipote Cicognini Rusticiano qm. Francesco Comeni eredi di Orazio qm. Dander Giuseppe qm. Gaetano Dossi Alessandro e Giovanni qm. Antonio Ghio Giacomo qm. Antonio Ghirardi Antonio qm. Gio. Francesco Ghirardi Francesco qm. Gio. Francesco Giovanardi Antonio qm. Gio. Paolo Giovanardi Gio. Battista qm. Gio. Paolo Grassi Francesco qm. Nicola Mazzucchelli Laura e Vittoria qm. Tommaso Milani sac. Paolo qm. Gio. Battista Rescati Giulia qm. Antonio Serioli Laura qm. Giovita Venturelli Bartolomeo qm. Andrea Vergine Giovanni qm. Michelangelo C - Proprietà ecclesiastica (1.041,90 p.) Prebenda parrocchiale di Castelletto Prebenda parrocchiale di Leno Prebenda parrocchiale di Milzanello Prebenda parrocchiale di S. Giorgio di Brescia Rev. Madri dimesse di S. Orsola di Leno

768,10 501,54 166,48 370,27 2.598,78 664,28 251,58 68,38 730,16 302,84 256,11 427,86 258,23 256,61 1.267,23 781,99 292,31 930,04 46,06 594,37 9,30 164,48 227,69

D - Proprietà degli enti di beneficenza Ospedale delle donne inferme di Brescia

74,66

E - Proprietà comunale e demaniale Comune di Leno

3.389,94

48


Catasto Austriaco - superficie Comunale pertiche 41.209,53 A - ProprietĂ nobiliare (7.555,54 p.) Bonaglia Elisabetta qm. Giovanni e Giulia e Maria qm. Gaetano Calini di Calino Caterina qm. Lodovico Fenaroli Camilla qm. Pietro Gambara Leandro qm. Camillo Lantieri di Paratico Giuliano qm. Faustino Lodi Giuseppe qm. Ottavio Molin Maria qm. Ignazio Mompiani Andrea qm. Girolamo Mompiani Andrea qm. Girolamo livellario al comune di Leno Mompiani Giacinto qm. Girolamo Patussi Francesca, Giuseppe e Maddalena di Pietro Salvadego Francesco qm. Pietro Sangervasio sorelle di Camillo Uggeri Dorotea qm. Vincenzo

27,37 30,93 2.425,44 152,90 16,20 167,35 45,64 1.384,21 328,30 744,23 350,37 531,24 152,87 1.198,49

B - ProprietĂ non nobiliare (16.600,09 p.) Alberti Pietro qm. Luigi Bargnani Giulia qm. Baldassarre in Dander Bellini Giovanni qm. Bartolomeo e coniuge Bontempi Barbara, Gio. Battista e Vincenzo qm. Giovanni Bozzoni Caterina qm. Girolamo Bozzoni Giacomo qm. Girolamo Bozzoni fraterna qm. Francesco Bozzoni Maria qm. Vincenzo Bozzoni Paolo qm. Vincenzo Bozzoni Rosa qm. Vincenzo Bravo Camilla e Camillo qm. Luigi Bravo Camilla e Camillo livellari al comune di Leno Ceriali Celeste qm. Alessandro Ceriani Alessandro qm. Giuseppe Chiappa Francesco qm. Gio. Battista Civardi Ercole qm. Giuseppe Comai Pietro qm. Antonio Cusi Giuseppe qm. Carlo Daneri Bartolomeo di Lazzaro Dossi Antonio, Carlo e Michele qm. Alessandro Fornari fraterna qm. Pietro Giovanardi Gio. Battista qm. Gio. Paolo Inselvini Seriato qm. Alessandro Lorenzi Giuseppe qm. Sebastiano Martinelli Bartolomeo qm. Giuseppe Mazza sac. Faustino e Giovita qm. Giuseppe Mina Giuseppe qm. Antonio Muzio Giuseppe qm. Giacomo Passirani Faustina qm. Marco

241,04 434,52 1.107,85 571,38 133,49 253,47 294,48 23,09 306,06 38,75 445,42 9,24 419,19 8,36 479,16 503,42 808,58 823,00 244,45 3.434,44 279,62 287,27 28,66 685,13 1.169,13 477,91 501,82 326,05 31,46

49


Piubeni fraterna qm. Cesare Seccamani Girolamo qm. Giovanni Udeschini Francesco qm. Giuseppe Vergine Angela qm. Giovanni Zanardelli Anna Maria qm. Bartolomeo Zilioli Domenico qm. Annibale Zilioli Domenico e coniuge Passirani Faustina qm. Marco

253,93 1.191,42 30,75 267,01 198,54 233,04 58,96

C - Proprietà ecclesiastica (776,35 p.) Prebenda parrocchiale di Castelletto Prebenda parrocchiale di Leno Prebenda parrocchiale di S. Faustino di Brescia

48,10 598,85 129,40

D - Proprietà degli enti di beneficenza (1.402,99 p.) Casa di ricovero per le zitelle adulte di S. Agnese di Brescia Luogo Pio elemosiniere di Leno Ospedale delle donne di Brescia Ospedale di Leno

933,23 375,29 24,90 69,57

E - Proprietà comunale e demaniale Comune di Leno

3.036,32

Catasto del Regno d’Italia - superficie Comunale ettari 4109.56.55 A - Proprietà nobiliare (161.42.80 ettari) Gambara Carlo, Laura e Leandro qm. Gaetano Guidi di Bagno fraterna qm. Galeazzo Panciera di Zoppola Gerolamo Silvio qm. Camillo Von Schullern fraterna qm. Antonio

14.22.90 138.28.10 5.82.50 3.09.30

B - Proprietà non nobiliare (2785.19.70 ettari) Alberini Caterina qm. Vincenzo Baroschi Emilio qm. Francesco Battaglia Andrea qm. Davide e Signorelli Antonio qm. Angelo Bellini Andrea e Federico qm. Giovanni Bozzoni Arsenio Cesare qm. Paolo Braga Caterina qm. Evaristo Bravo Gio. Battista qm. Camillo Bravo Caterina di Gio. Battista Chiesa Antonio qm. Angelo Crosti Giacomo qm. Angelo e coniuge De Giuli Camillo qm. Giovanni De Giuli Pietro qm. Giovanni De Giuli Camillo e Pietro qm. Giovanni Della Torre Bartolomeo qm. Gio. Battista Della Torre Giovanni qm. Gio. Battista Deretti Cesare e Teresa qm. Pietro

11.42.20 110.87.60 116.48.30 163.48.80 42.30.70 23.31.70 12.96.00 12.98.20 27.56.00 304.21.80 76.30.70 39.38.20 0.10.30 27.68.90 0.62.30 18.19.60

50


Girelli Angela qm. Agostino Gandolfi Maria qm. Cristoforo ved. Bozano Lanti Antonio qm. Pietro Lanti Francesco qm. Pietro Lanti Antonio e Francesco qm. Pietro Lanti Pietro qm. Pietro Lanti Eufrasia e Teresa qm. Pietro Lazzaroni Teresa qm. Giuseppe Locatelli Enrico qm. Gio. Battista Manfredi Laura qm. Francesco Merigo Battista e Eugenio qm. Francesco e fraterna di Andrea Milani Angelo qm. Federico Milani Pietro qm. Federico Milani Pietro livellario alla Fabbriceria della parrocchia di Leno Milani Pietro qm. Federico e coniuge Olivieri Francesca qm. Gaetano Olivieri Francesca livellaria alla Fabbriceria della parrocchia di Leno Parricchini Primo qm. Angelo Perrone Pio di Ferdinando Maria Poli Giovanni Antonio qm. Tomaso Sartori Luigi qm. Giuseppe Sartori Anita di Luigi Sartori Cesare di Luigi Sartori Giuseppe di Luigi Sartori Cesare e Giuseppe di Luigi Seccamani Girolamo qm. Cesare Tosi fraterna qm. Cesare Valsecchi Battista qm. Antonio e coniuge Zucchi Leopoldo qm. Girolamo

78.51.10 207.63.20 26.18.10 13.62.50 2.86.90 0.33.20 3.53.40 121.21.00 450.51.10 4.36.80 32.81.60 4.56.30 28.75.50 0.37.50 31.54.70 66.45.20 2.30.20 22.58.90 40.49.50 2.20.10 190.24.60 16.40.80 17.51.60 17.32.40 5.83.10 237.80.80 96.74.10 52.62.70 21.91.50

C - Proprietà ecclesiastica (76.38.40 ettari) Prebenda parrocchiale di Castelletto Prebenda parrocchiale di Leno Prebenda parrocchiale di S. Faustino e Giovita di Brescia

4.68.70 59.91.80 11.77.90

D - Proprietà degli enti di beneficenza (26.80.30 ettari) Congregazione di carità di Leno Opera Pia Franceschi di Leno Ospedale di Leno

3.12.70 2.64.30 21.03.30

E - Proprietà comunale e demaniale Comune di Leno

107.54.00

51


MILZANELLO Catasto Napoleonico - superficie Comunale pertiche 5.973,81 A - Proprietà nobiliare (5.856,02 p.) Cigola Vincenzo qm. Cesare Uggeri Dorotea e Paola qm. Vincenzo

1.932,56 3.923,46

C - Proprietà ecclesiastica Prebenda parrocchiale di Milzanello

56,65

Catasto Austriaco - superficie Comunale pertiche 5.934,76 A - Proprietà nobiliare (4.878,86 p.) Cigola Alessandro qm. Vincenzo Sangervasio sorelle di Camillo Uggeri Dorotea qm. Vincenzo

689,75 366,73 3.822,38

C - Proprietà ecclesiastica Prebenda parrocchiale di Milzanello

93,68

D - Proprietà degli enti di beneficenza Casa di ricovero delle zitelle adulte di S. Agnese di Brescia

870,14

Catasto del Regno d’Italia - superficie Comunale ettari 602.07.30 A - Proprietà nobiliare (456.22.00 ettari) Fenaroli Alessandro qm. Pietro Guidi di Bagno fraterna qm. Galeazzo

68.48.90 387.73.10

B - Proprietà non nobiliare (130.72.10 ettari) Crosti Giacomo qm. Angelo e coniuge Gandolfi Anna qm. Cristoforo ved. Bozano

44.20.20 86.51.90

C - Proprietà ecclesiastica Prebenda parrocchiale di Milzanello

9.54.50

PORZANO Catasto Napoleonico - superficie Comunale pertiche 9209,75 A - Proprietà nobiliare (5582,27 p.) Archetti Gio. Battista qm. Pietro Conforti Gio. Battista qm. Carlo Emili Francesco qm. Pietro Fè Marcantonio qm. Gio. Battista Lodi Ottavio qm. Giuseppe Longhena Pietro qm. Girolamo

207,75 858,04 584,85 95,86 148,29 1.813,39 52


Martinengo dalle palle Federico e Venceslao qm. Luigi Martinengo di Padernello Girolamo Silvio qm. Francesco Pari Alessandro qm. Carlo Pari Antonio qm. Carlo Pari Pietro qm. Carlo Zanetti Ettore, Girolamo e Pietro qm. Fausto

22,00 423,34 501,88 251,26 304,79 370,82

B - Proprietà non nobiliare (1864,71 p.) Dossi Alessandro e Giovanni qm. Antonio Facchinelli Bartolomeo qm. Giovanni e Ghio Giacomo qm. Antonio Morari Giacomo qm. Paolo Seguito Antonio qm. Domenico

848,96 858,03 3,23 154,49

C - Proprietà ecclesiastica Prebenda parrocchiale di Porzano

104,04

D - Proprietà degli enti di beneficenza Ospedale delle donne inferme di Brescia

669,79

E - Proprietà comunale e demaniale (215,29 p.) Comune di Leno Comune di Porzano

13,20 202,09

Catasto Austriaco - superficie Comunale pertiche 9214,21 A - Proprietà nobiliare (2017,41 p.) Cazzago Alfonso, Annibale e Luigi di Vincenzo Fè d’Ostiani Sac. Alessandro e Giulio qm. Marcantonio Lechi Bernardo qm. Faustino Lodi Giuseppe qm. Ottavio Longhena Dorotea qm. Pietro Lucchi Francesco qm. Giulio Molin Maria qm. Ignazio Salvadego Francesco qm. Pietro B - Proprietà non nobiliare (5104,25 p.) Cabrusa Gaetano qm. Bartolomeo Cusi Giuseppe qm. Carlo Dossi Antonio, Carlo e Michele qm. Alessandro Febbrari fraterna qm. Lorenzo Ghio Domenico di Giacomo Legati Antonio qm. Pietro Manessi Seguito Bartolomeo qm. Andrea Resini Lucia qm. Luigi Trebeschi fraterna qm. Andrea Wettingher Ignazio qm. Giovanni Zanoni Pietro qm. Gio. Battista

30,33 63,74 21,41 56,15 633,22 775,12 413,70 23,74 220,81 861,08 1026,52 66,30 703,70 221,55 109,36 913,11 354,22 96,35 531,25

53


C - Proprietà ecclesiastica Prebenda parrocchiale di Porzano

121,88

D - Proprietà degli enti di beneficenza Ospedale delle donne di Brescia

664,07

E - Proprietà comunale e demaniale Comune di Porzano

174,13

Catasto del Regno d’Italia - superficie Comunale ettari 922.58.90 A - Proprietà nobiliare (54.55.80 ettari) Fè d’Ostiani Camilla qm. Giulio Panciera di Zoppola Alessandro qm. Camillo Panciera di Zoppola Gerolamo Silvio qm. Camillo

6.63.70 7.76.50 40.15.60

B - Proprietà non nobiliare (741.01.00 ettari) Baroschi Emilio qm. Francesco Bozano Giacomo e Stefano qm. Paolo Bozano Livia qm. Giacomo Bravi Secondo qm. Giovanni Bravi Enrico di Secondo Bravi Enrico e Giovanni di Secondo Bravi Enrico, Giovanni e Marcello di Secondo Cotti Aurelia qm. Luigi De Giorgi Francesco qm. Antonio De Giuli Battista qm. Giovanni De Giuli Pietro qm. Giovanni Deretti Cesare e Teresa qm. Pietro Febbrari Luigi qm. Angelo Gandolfi Maria qm. Giovanni ved. Bozano Valsecchi Battista qm. Antonio e coniuge Zucchi Angelo e Giuseppe qm. Paolo e Battista e Rosa qm. Domenico C - Proprietà ecclesiastica (14.56.10 ettari) Fabbriceria della parrocchia di Porzano Prebenda parrocchiale di Porzano

31.95.90 168.74.70 148.24.60 49.32.00 16.99.00 16.51.80 4.70.20 30.78.70 22.24.40 33.02.30 94.37.40 6.08.30 5.85.00 39.60.50 2.33.60 70.22.60 1.34.60 13.21.50

54


Proprietà dei Comuni al Catasto napoleonico Leno 3.389,94 + 13,20 a Porzano = 3.403,14 Porzano 202,09 Milzanello =1 Proprietà dei Comuni al Catasto austriaco Leno 3.036,32 Porzano 174,13 Milzanello = 2 Proprietà dei Comuni al Catasto del Regno d’Italia Leno 1.075,40 Porzano nn. Milzanello nn. 3 Prebende parrocchiali del territorio esaminato Leno Catasto napoleonico Catasto austriaco Catasto Regno d’Italia

594,37 598,85 599,18

Castelletto Catasto napoleonico Catasto austriaco Catasto Regno d’Italia

46,06 48,10 46,87

Milzanello Catasto napoleonico Catasto austriaco Catasto Regno d’Italia

65,95 93,68 95,45

Porzano Catasto napoleonico Catasto austriaco Catasto Regno d’Italia

104,04 121,88 132,151

Ibidem, vol. I da p. 387 Ibidem, vol. I da p. 393 3 Ibidem, vol. I da p. 397 1 2

55


Capitolo III La distribuzione della popolazione sul territorio

59


1931 (Prospetto riassuntivo per i dati sulle famiglie) Famiglie residenti Leno centro: 928 cascine: 392 Castelletto centro: 183 case sparse: 132 Milzanello (totale): 128 Porzano centro: 127 cascine: 72

La popolazione di Leno oltre che nelle cascine e nelle case sparse si distribuisce in tre frazioni: Castelletto, Milzanello e Porzano. Utilissimi sarebbero stati i censimenti dettagliati della popolazione, ma la separazione dei comuni di Milzanello e di Porzano, la cui aggregazione a quello di Leno avvenne nel 1927, ha favorito la dispersione di buona parte dei documenti, solo recentemente recuperati e ora in fase di riordino per la loro catalogazione. Così dicasi dell’archivio comunale, provvisoriamente fuori sede in attesa di essere riordinato e conservato finalmente in una nuova ed unica struttura in Leno quale patrimonio inestimabile. Pertanto disponiamo di informazioni solo riassuntive dei seguenti censimenti della popolazione: 1931, 1936 e dati parziali sulle cascine e case sparse, 1942, 1947, 1951, 1957. Solamente per Leno utilizziamo alcune registrazioni ecclesiastiche degli anni 1880-82 e 1909 dovute all’arciprete don Luigi Olivares.

1931 (Prospetto riassuntivo per i dati sulle abitazioni) Abitazioni occupate Leno centro: 3.617 persone 864 abitaz. 931 stanze cascine: 2.164 persone 377 abitaz. 1.520 stanze Castelletto centro: 813 persone 180 abitaz. 763 stanze cascine: 764 persone 124 abitaz. 567 stanze Milzanello (totale) 732 persone 126 abitaz. 546 stanze Porzano centro: 592 persone 125 abitaz. 467 stanze cascine: 462 persone 72 abitaz. 264 stanze

1880-82 Leno (“Stato delle Anime” parrocchiale) La popolazione nei fienili di campagna era composta di 149 famiglie, di cui 462 maschi e 378 femmine, per un totale di 840 abitanti; con il centro paese si raggiungeva la cifra di 3.645 abitanti.

1936 (21 aprile - Censimento della popolazione del Regno) Leno: popol. residente 9.913 popol. presente 9.560 centro: 3.963 case sparse: 2.311 Castelletto 1.711 Milzanello 783 Porzano 1.125 (Su cento unità di popolazione attiva gli addetti all’agricoltura sono 69,4 unità, all’industria e commercio 24,3).

1900-1901 Leno (Anagrafe comunale) Famiglie Indigeni Forestieri Totale Centro 678 2.457 847 3.304 Campagne 201 429 809 1.248 Totale 807 2.896 656 4.552 1909 Leno (“Stato delle Anime” parrocchiale) Fienili e case sparse: 88 famiglie 235 maschi 855 femmine 722 totale 1.577

1942 (Censimento delle famiglie) Leno centro 942 cascine 439 Castelletto centro 184 cascine 137 Milzanello centro 78 cascine 63 Porzano centro 140 cascine 93 (Le famiglie fornite di luce elettrica nel nostro comune erano 877).

Nelle cascine e case sparse la media dei componenti la famiglia era di 6-7 unità, nel centro 4,76; la media generale era di 5,18 unità. 60


Una sosta durante la zappatura in un campo di fagiolini alle cascine Terzo e Ianina (1943).

1947 (Censimento delle famiglie) Leno centro 945 Castelletto centro 178 Milzanello centro 136 Porzano centro 138

Figurano poi famiglie, per un totale di 1.450 persone, che alloggiano in vani non abitabili; per contro risultano, presso vari proprietari, 408 vani liberi. Per il giorno di S. Martino (11 novembre) si prevedono 150 disdette di lavoratori con conseguenti sfratti).

cascine 437 cascine 160 cascine 90 cascine 89

1951 (Censimento generale della popolazione) - Dati complessivi comunali Popolaz. residente: 11.612 M 6.015 F 5.597 Famiglie 2.545 Vani abitabili 6.272 (La media di persone per vano è 1,87. L’indice di affollamento per soli lavoratori è 3,15, per benestanti 0,72. Risulta inoltre che: 7 famiglie abitano in 10 persone per vano; 16 famiglie in 9 persone per vano; 30 famiglie abitano in 8 persone per vano; 57 famiglie in 7 persone per vano; 113 famiglie in 6 persone per vano.

1961 (Dati parrocchiali) Parrocchia di Leno famiglie 1.640 Parrocchia di Castelletto famiglie 348 Parrocchia di Porzano famiglie 240 Parrocchia di Milzanello famiglie 150

61

abitanti 6.835 abitanti 1.607 abitanti

973

abitanti

633


12 Marzo 1935. Famiglie dipendenti dai Seccamani (Foto propr. Tipolitografica Pinzi Amilcare). La popolazione di Leno oltre che nelle cascine e nelle case sparse si distribuisce in tre frazioni: Castelletto, Milzanello e Porzano.

1991 (21 ottobre - Censimento della popolazione) Maschi Femmine Totale Leno centro 3.945 3.989 7.934 cascine 404 376 780 sommano 4.349 4.365 8.714 Castelletto centro 521 557 1.078 cascine 252 251 503 sommano 773 808 1.581 Milzanello centro 76 72 148 cascine 82 54 136 sommano 158 126 284 Porzano centro 408 396 804 cascine 57 53 110 sommano 465 449 914 Totali Comune 5.749 5.755 11.504

2001 (21 ottobre - Censimento della popolazione) Maschi Femmine Totale Leno centro 4.316 4.395 8.711 cascine 407 395 802 sommano 4.723 4.790 9.513 Castelletto centro 656 669 1.325 cascine 206 198 104 sommano 862 867 1.729 Milzanello centro 87 70 157 cascine 59 47 106 sommano 146 117 263 Porzano centro 459 473 932 cascine 39 41 80 sommano 498 514 1.012 Totali Comune 6.229 6.288 12.517

Di cui stranieri 187. Famiglie 3.930. Abitazioni occupate 3.823. Abitazioni vuote 237. Girovaghi: 4 maschi, 7 femmine.

Di cui stranieri 480. Famiglie 4.507. Abitazioni occupate 4.531. Abitazioni vuote 249. Girovaghi: 7 maschi, 4 femmine. 62


ventano un manicomio. C’è forse un rapporto tra la decadenza di fine secolo, la perdita dei valori tradizionali e il ritorno alla terra. Le nuove generazioni, qualche volta, preferiscono il porticato ai portici, il fienile alla mansarda, la terra lunga di mezzo ettaro al giardino dei cortili. Qualche Amministrazione comunale si muove in questa direzione, modifica i regolamenti urbanistici e assegna più volumetria al recupero delle vecchie cascine”.

Facendo quindi un confronto con il numero degli abitanti o residenti nelle cascine dall’immediato secondo dopoguerra alla rilevazione eseguita negli anni 1900-2001, risulta evidente che le trasformazioni dell’agricoltura non hanno provocato l’abbandono della campagna ma quello della cascina. Riportiamo qualcuno degli esempi più significativi tra quelli che si vedranno descritti nella rassegna delle cascine lenesi in altra parte di questo libro. Alla Mirabella a inizio ‘900 vivevano oltre quaranta famiglie per un totale di quasi 300 persone; attualmente la cascina è disabitata. All’Aquila gli abitanti erano un centinaio (ora sono dodici); alla Pluda una settantina (oggi sono dieci); alla Selvadonega e alla Formola risiedevano tra le cinquanta e le settanta persone (ora sono rispettivamente cinque e dieci); alla Scovola (abitata nel dopoguerra da oltre 500 persone, ora da 21 persone). La cascina non più abitata soffre della malattia dell’abbandono, ferita dal tempo e dall’incuria. Alcuni edifici sono diventati fatiscenti fino al crollo, altri sono stati demoliti. Così Tonino Zana ha ben analizzato e descritto la crisi delle cascine bresciane in un’inchiesta pubblicata sul Giornale di Brescia tra l’ottobre 1999 e il gennaio 2000. “L’abbandono della campagna non è stato di una sola stagione. È di anni, con motivazioni diverse. Il grande esodo della fine degli anni Cinquanta, coincidente con la fase della industrializzazione e della fine dell’imponibile è noto. Meno conosciuto il resto del dissanguarsi in campagna. L’andarsene perché la politica europea delle quote non rende per i più piccoli. E qui la campagna è stata vissuta da coltivatori con 30 piò di terra mediamente, che non hanno potuto resistere. O comprare o andarsene. O stare, ritagliandosi un orto e un’aia grandi e vendendo il resto al vicino o ad altri, spesso all’allevatore di suini, residente a cento chilometri di distanza e interessato ai terreni per coprire le esigenze di una legge che assegna tanti capi in base al numero di terra posseduta. Di cascine abbandonate ce n’erano di più negli scorsi anni. Ora l’emorragia pare rallentare, certo, non fermarsi. Nonostante i problemi di sicurezza, molte coppie giovani preferiscono abitare nel silenzio della campagna piuttosto che nelle vie del centro storico che, il fine settimana, di63


Capitolo IV I censimenti dell’agricoltura

65


Un’altra fonte da cui è possibile ricavare notizie sulle condizioni dell’agricoltura nel nostro territorio sono i Censimenti Generali dell’agricoltura, effettuati negli anni 1961-1970-1982-1990-2000. In queste rilevazioni mancano però le indicazioni riferibili alle singole cascine, poiché i dati sono stati diffusi in forma aggregata in modo che non è possibile alcun riferimento alle singole aziende. Le aziende sono differenziate in agricole, forestali e zootecniche, di qualsiasi ampiezza e da chiunque condotte; inoltre sono rilevate le caratteristiche strutturali fondamentali, quali il sistema di conduzione, la forma giuridica, la superficie, l’utilizzazione dei terreni, l’irrigazione, la consistenza degli allevamenti, il lavoro, i mezzi meccanici, gli impianti, i fabbricati rurali, la specializzazione dei prodotti aziendali ed alcuni aspetti della distribuzione territoriale dell’azienda stessa. Nel 1961 le aziende erano 443 con una superficie coltivata di 5.493 ettari, nel 1970 erano diminuite notevolmente, cioè di 125 unità, e anche la superficie era diminuita di 125 ettari. Nel 1982 e nel 1990 invece il numero delle aziende è rimasto quasi stabile (rispettivamente 325 e 315).

Nel trentennio si è verificato dunque un evidente ridimensionamento dovuto ad accorpamenti aziendali, a vantaggio di una maggiore estensione delle aziende agricole. Di contro, il sorgere di nuovi quartieri residenziali, di nuove strutture viarie e soprattutto artigianali, ha provocato un grande consumo di terreno agricolo, pari a 350 ettari.

Lavoratori subordinati, mezzadri, coltivatori diretti dal 1951 al 19621 Leno n. 14 in Pianura Bresciana Orientale Lavoratori subordinati Anni

Unità

1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962

1.667 1.563 1.533 1.404 1.372 1.320 1.284 1.203 1.201 957 750 717

1

Persone a carico 3.219 3.104 2.931 2.777 2.620 2.619 2.305 2.172 2.103 1.948 1.745 –

Giornate di lavoro 393.644 384.841 384.988 372.071 346.467 345.321 338.646 320.615 316.109 249.073 221.475 211.715

Mezzadri Nuclei Persone attive 24 161 43 171 41 177 29 200 16 113 19 121 21 129 13 94 14 97 14 89 13 83 11 81

Coltivatori diretti Nuclei – – – – 338 349 349 361 354 352 357 352

Persone Persone attive a carico – – – – – – – – 1.513 519 1.594 489 1.585 513 1.551 533 1.554 558 684 290 1.529 288 – 1.886

Popolaz.

11.680 11.582 11.650 11.504 11.299 11.061 10.846 10.520 10.270 10.087 9.942 9.772

In: A.B.R.E., L’agricoltura Bresciana, I L’occupazione, dott. G. Coppolino Perfumi - dott. Gian Battista Lanzani, Brescia 1964, p. 110.

66


vitelli sotto l’anno vitelli sopra l’anno manze vacche tori Totale

1961 1° Censimento generale dell’agricoltura Totale: aziende 443, superficie ettari 5.493,45 Conduzione diretta del coltivatore: aziende 401, superficie ettari 3.858,57 Conduzione con salariati compartecipanti: aziende 37, superficie ettari 50,44 Altra forma di conduzione: aziende 1, superficie ettari 0,65 Lavoratori subordinati: unità 750 persone a carico 1.745 giornate di lavoro 21.475 Mezzadri: nuclei 13 persone attive 83 Coltivatori diretti: nuclei 357 persone attive 1.529 persone a carico 288 Totale popolazione 9.942 Patrimonio zootecnico bovino, riferito al 1965: n. stalle 252

Seminativi 5.045,12

1970 2° Censimento Azienda e relativa superficie totale per forma di conduzione conduzione diretta del coltivatore aziende 309 superficie (Ha) 5.006,91 conduzione con salariati e/o compartecipanti aziende 7 superficie (Ha) 335,55 altre forme di conduzione aziende 2 superficie (Ha) 25,65 Totale superficie in ettari: Aziende Proprietà Affitto Totale 318 2.036,05 3.332,06 5.368,11

Superficie agric. utilizzata (Ha) Coltivazioni perman. Prati perman. legnose agr. altre e pascoli 16,62 – 67,28 Cereali

Totale superficie a cereali 293 2.519,69

aziende

di cui frumento aziende superficie a frumento 265 1.286,04

Parco macchine agricole Utenti UMA (in conto proprio, conto terzi) 241 Trattrici 429 Mietitrebbiatrici 28 Moto agricole 5 Motocoltivatori 2 Motofalciatrici 183 Altre macchine derivate 47 Motori vari 34 Totale

2.053 1.685 612 5.216 173 10.739

Totale

Superficie a boschi (Ha)

Altra superficie (Ha)

5.129,02

1,00

238,09

Coltivazioni Coltivazioni foraggere ortive avvicendate aziende superf. aziende superficie coltiv. ortive 93 15,64 282 2.491,55

Completano il parco macchine: Essicatoi 7 Bruciatori 5 Combustibili consumati in q.li: Gasolio 14.617 Petrolio 213 Benzina 727 Sommano q.li

728 67

15.769


1982 3° Censimento Popolazione attiva (dic. 1981): Occupati Disoccupati In cerca di occupazione Popolazione attiva

totale capi vacche Ovini: aziende totale capi Suini: aziende totale capi

4.468 143 123 5.803

Totale generale 10.537 Popolaz. residente impiegata in agricoltura 638

5.204,59

Aziende con coltivazioni legnose agrarie per principali coltivazioni fruttiferi superficie

1 8,14

Coltivazioni foraggere avvicendate aziende superficie a coltivazioni foraggere Aziende con allevamenti per principali categorie di bestiame Totale delle aziende con allevamenti Bovini: aziende

122 25.227

1990 4° Censimento Superficie territoriale del Comune: ettari are aziende censite aziende agricole di cui prive di terreno agrario giornate di lavoro: familiari e parenti altra manodopera aziendale

Aziende con seminativi per principali coltivazioni (Superficie in ettari) Cereali aziende 265 superficie a cereali 2.416,78 aziende 123 superficie a frumento 529,96 Coltivazioni ortive aziende superficie a coltivazioni ortive

5 11

Aziende che utilizzano i principali mezzi meccanici di uso agricolo Motocoltivatori aziende 216 numero di mezzi in proprietà 176 Apparecchi per la irrorazione e la lotta antiparassitaria aziende 250 numero di mezzi in proprietà 137 Trebbiatrici e mietitrebbiatrici aziende 252 numero di mezzi in proprietà 4 Trattrici aziende 301 numero di mezzi in proprietà 591

Ripartizione della superficie aziendale secondo l’utilizzazione (Superficie in ettari) Superficie agricola utilizzata Seminativi 4.750,10 Prati perm. pascoli 85,39 Coltivaz. perman. 10,10 Totale 4.845,61 Altra superficie 358,98 Totale generale

24.652 6.522

2 0,65

5.864 18 315 312 16 147.608 32.423

Ripartizione della superficie aziendale secondo l’utilizzazione (Superficie in ettari) Seminativi Prati Coltivazioni Totale permanenti permanenti pascoli 4.660,04 97,10 23,51 4.780,65

24 2.293,28

Superficie boschi 7,39

258 207 68

Altra superficie 337,43

Totale generale 5.125,47


1990 Aziende con seminativi per principali coltivazioni (superficie in ettari) Totale Aziende 229

di cui a frumento

Cereali Coltivazioni ortive

Coltivazioni foraggere avvicendate

Superficie Aziende Superficie Aziende Superf. Aziende a cereali a frumento coltivaz. ortive 2.243,08 28 150,84 3 0,74 194

Superficie Totale c.s. generale 2.142,87 4.537,53

Aziende con coltivazioni legnose agrarie per principali coltivazioni Vite Fruttiferi Aziende Sup. viti Aziende Superf. 5 1,57 4 21,94 Allevamenti Totale delle aziende con allevam. 219

aziende 163

Bovini capi totale 23.981

Ovini vacche 7.026

aziende 4

Aziende con allevamenti per principali categorie di bestiame

Aziende che utilizzano i principali mezzi meccanici di uso agricolo Trattrici aziende numero di mezzi in proprietà Motocoltivatori aziende numero di mezzi in proprietà Apparecchi per la irrorazione e la lotta antiparassitaria aziende numero di mezzi in proprietà Trebbiatrici e mietitrebbiatrici aziende numero di mezzi in proprietà

Caprini capi 613

capi 40

Suini aziende 70

capi 38.095

Totale capi 62.689

Aziende con bovini Aziende 247

239 658

Totale 13.750

Capi di cui vacche 5.295

Aziende secondo l’attività lavorativa aziendale ed extraziendale del conduttore Aziende il cui conduttore presta attività: esclusivamente o prevalentemente presso l’azienda: 270 Prevalentemente presso altre aziende agricole 13 in altri settori 35

192 462 118 126 58 64

Aziende con coltivazioni legnose agrarie per principali coltivazioni (in Ha) Vite Fruttiferi Aziende Superf. Aziende Superf. 12 5,39 1 8,47 69


Aziende con allevamenti e aziende con bovini, suini e relativo numero di capi Bovini Aziende 154 Capi 24.537 di cui vacche 7.115 Suini Aziende 17 Capi 43.139

22 ottobre 2000 5° Censimento generale dell’agricoltura Aziende per forma di conduzione Conduzione diretta del coltivatore Con solo manodopera familiare 216 Con manodopera familiare prevalente 31 Con manodopera extrafamiliare prevalente 13 Totale 260 Conduzione con salariati 14 Totale generale 274

Aziende con ovini, caprini, equini, allevamenti avicoli e relativo numero di capi Ovini Aziende 2 Capi 600 Caprini Aziende 3 Capi 67 Equini Aziende 3 Capi 17 Allevamenti avicoli Aziende 13 Capi 287.410

Superficie totale per forma di conduzione delle aziende (Superficie in ettari) Conduzione diretta del coltivatore Con solo manodopera familiare 2.600,30 Con manodopera familiare prevalente 1.151,77 Con manodopera extrafamiliare prevalente 701,00 Totale 4.453,07 Conduzione con salariati 520,99 Totale generale 4.974,06 Aziende per titolo di possesso dei terreni Proprietà Affitto Parte in proprietà e parte in affitto Totale

134 39 101 274

Persone per categoria di manodopera agricola Familiari e parenti del conduttore Conduttore 264 Comune 107 Altri familiari del conduttore 121 Totale 521 Altra manodopera aziendale Dirigenti e impiegati a tempo indeterminato 25 a tempo determinato 5 Operai ed assimilati a tempo indeterminato 75 a tempo determinato 19 Totale generale 909

Superficie aziendale secondo l’utilizzazione dei terreni (Superficie in ettari) Superficie agricola utilizzata Seminativo 4.557,92 Coltivazioni legnose agrarie 24,41 Prati permanenti e pascoli 147,05 Totale 4.729,38 Agricoltura da legno (nessun bosco) 300 Altra superficie 232,68 Totale 4.974,06 Aziende con coltivazioni legnose agrarie principali coltivazioni praticate Vite 6 Superficie Ha Agrumi 1 Superficie Ha Fruttiferi 1 Superficie Ha

0,15 0,09 0,08

70


* Giornate di lavoro aziendale per categoria di manodopera agricola Familiari e parenti del conduttore Comune Conduttore Coniuge Leno

54.503

10.630

Altra manodopera aziendale Dirigenti e impiegati Operai ed assimilati Altri familiari Parenti del Totale A tempo A tempo A tempo A tempo Totale del conduttore conduttore indeter. deter. indeter. deter. generale 17.240 34.448 62.318 5.067 339 20.065 1.420 143.712

* Aziende che utilizzano mezzi meccanici in complesso e relativo numero di mezzi di proprietà dell’azienda Comune

Leno

Aziende con mezzi

Totale Aziende con mezzi forniti da terzi

Aziende con mezzi in comproprietà

Totale

242

169

4

220

* Brescia, Istat - 5° Censimento generale dell’agricoltura 2000.

71

Aziende con mezzi di proprietà Trattrici Motocoltivatori, motozappe, motofresatrici e motofalciatrici Aziende Mezzi Aziende Mezzi 218 700 92 121


Capitolo V Cascine, disoccupazione e agitazioni agrarie tra Ottocento e Novecento

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te e terminò con la firma da parte di tutti i conduttori presenti – i più importanti del paese – della nota formula di accettazione integrale del nuovo patto. La sera stessa nel teatro comunale si radunarono i soci dell’Unione del Lavoro, circa cinquecento. Ad essi parlò l’onorevole Longinotti per comunicare la lieta notizia, accolta con applausi, dell’avvenuta accettazione del patto da parte dei conduttori. L’oratore poi illustrò nei suoi punti fondamentali il nuovo patto. Durante l’inverno del 1919-20 pochi comuni ebbero un numero così rilevante di avventizi disoccupati come quello di Leno. Molteplici ne erano le cause, ma principale forse fra tutte fu il concorso ai lavori agricoli di disoccupati di altri mestieri che con l’agricoltura non avevano alcun rapporto. Secondo l’Associazione Agraria fino ad allora l’onere della disoccupazione era stato sopportato dai proprietari e conduttori. Le condizioni dell’agricoltura locale, che era già sufficientemente sviluppata ed aveva già realizzato la sistemazione dei terreni, non prevedevano possibili lavori di qualche importanza e, per impegnare i disoccupati, si dovette dare corso ad opere la cui utilità, secondo i proprietari fondiari, era spesso inferiore all’ammontare della spesa. La Direzione dei lavori di arginatura del Chiese propose la partecipazione di una prima squadra di cinquanta uomini del nostro comune, reclutati fra i più giovani in modo che non vi fossero conseguenze eccessive per le famiglie. Il contratto di lavoro a giornata (lire 1,25 l’ora) si presentava abbastanza remunerativo e infatti oltre settecento persone provenienti da vari comuni furono impiegate in questi lavori, una vera fortuna per tante famiglie durante la stagione invernale. Ma gli avventizi di Leno, che volevano essere pagati a cottimo e consideravano troppo basso il compenso essendo lontani dal luogo di lavoro, rifiutarono di accettare la proposta. Ne derivò la rottura dei rapporti e due giorni dopo il posto assegnato alla squadra di Leno veniva occupato da un’altra del comune di Serle. Il Commissario prefettizio e la Commissione di avviamento, quantunque fossero stati incaricati di punire il rifiuto lasciando disoccupati i cinquanta avventizi lenesi in turno settimanale, non presero alcun provvedimento. In seguito fu reso ancora disponibile lavoro in un’altra località per

La grave crisi economica italiana che colpì specialmente l’agricoltura a inizio degli anni Ottanta del XIX secolo portò i contadini, in occasione della imminente mietitura nei primi giorni del mese di giugno del 1882, a chiedere miglioramenti salariali. Anche a Leno in questo periodo abbiamo notizie della presenza di “persone estranee”, “decentemente vestite”, che invitavano i contadini a scioperare ed a chiedere legalmente un miglioramento delle loro condizioni, lasciando altresì credere che il governo li avrebbe aiutati. Il sottoprefetto di Verolanuova, Balladore, esortò l’autorità locale ad avvisare con sollecitudine ai primi sintomi di sciopero fra i contadini e di arrestare gli “istigatori”. Nonostante i timori in Leno fossero poco consistenti, la stazione dei carabinieri fu rinforzata con diciotto soldati per il mantenimento dell’ordine pubblico. In altre località della Bassa invece vi furono agitazioni. I primi a scendere in sciopero furono i contadini di Seniga, seguiti da quelli di altri paesi. Non ci risulta che nelle campagne lenesi vi siano state adesioni. Una vasta campagna di rivendicazioni agrarie nella Bassa ebbe inizio oltre vent’anni dopo, nel 1907. Salvo pochi episodi, i conflitti si svolsero senza gravi incidenti, limitandosi a scioperi talora improvvisi, alcuni dei quali approdarono a pacifici componimenti. Patti colonici, disoccupazione e agitazioni nel biennio 1920-1921 Il biennio delle agitazioni agrarie coinvolse anche le campagne lenesi ed in particolare i braccianti delle cascine. Già il primo maggio del 1919 nel cortile delle scuole elementari di Leno era stato indetto un comizio-contradditorio dai tre segretari della Camera del Lavoro di Brescia. Furono invitati tutti i contadini, ma la maggior parte proveniva da Milzanello. Il giorno 13 seguente col plauso di tutti fu definita la vertenza tra conduttori e contadini del nostro comune per l’applicazione del nuovo Patto colonico. Nel pomeriggio si riunirono in Municipio, sotto la presidenza del sindaco Seccamani, i conduttori di fondi per l’Unione del Lavoro locale e per la Federazione delle Unioni Cattoliche. Erano presenti due contadini. La discussione si protrasse notevolmen74


nata. C’è anche qui dell’inesattezza: il cottimo non fu rifiutato ma non lo si volle concedere. Fu invece rifiutato il lavoro a giornata. Il corrispondente del Giornale doveva però notare che trattavasi di un lavoro da farsi a 18 km di distanza e senza mezzi di trasporto, in condizioni quindi difficili assai e gravose per le quali una paga di lire 1,25 all’ora non potrà sembrare troppo lusinghiera coi tempi che corrono. La corrispondenza chiude con una specie di decreto che l’associazione agraria emana, e nel quale si liberano i proprietari da ogni impegno verso gli avventizi quando venga libero il posto per altri cinquanta per un lavoro fuori del Comune. Voglio sperare che la minaccia si fermerà alle parole, e si capirà anche dall’agraria come sia preferibile agire con una maggior calma e moderazione”. Il 31 marzo 1920 veniva siglato il nuovo patto colonico per la pianura bresciana. Con esso si istituiva l’imponibile di mano d’opera con 11 unità lavorative fisse tutto l’anno ogni 100 piò bresciani (33 ettari circa)1. La situazione però non era risolta. Il 20 settembre del 1920 segna l’inizio di gravi disordini nella Bassa bresciana. L’agitazione dei contadini ebbe come prima manifestazione proprio l’occupazione di alcune tenute in territorio di Leno: alle cascine Pluda, Olmo, Colombaie e Mirabella. I manifestanti costrinsero gli affittuali a consegnare loro fucili da caccia, cartucce e biciclette. Oltre alla richiesta di cibarie e di vino, gli occupanti, per una giornata, requisirono anche il latte. Il movimento di occupazione da parte delle Leghe rosse andò estendendosi a Castelletto e nei comuni di Gambara, Offlaga e Gottolengo, ma in giornata fu represso dalla forza pubblica, giunta sul posto al comando del vice commissario Antoci e del capitano dei carabinieri Romani. Gli arrestati a Leno, una decina, furono tradotti, dopo una breve sosta nelle carceri mandamentali di Leno, al carcere cellulare di Brescia. I due maggiori responsabili dell’agitazione, cioè l’anarchico Carrera ed il massimalista Spinelli, riuscirono però a sfuggire all’arresto. Nel marzo 1921, quarantasette contadini di Leno compariranno davanti alla prima sezione del tribunale di Brescia: tutti gli imputati, eccetto un capolega, negheranno la loro diretta partecipazione all’occupazione. La sentenza condannò alcuni a quattro-sei mesi di detenzione e al pagamen-

una cinquantina di braccianti. Finché si arrivò allo scontro. La Presidenza dell’Associazione Agraria invitava i proprietari a lasciare disoccupati gli avventizi superflui e rendeva noto quanto segue: “Che intende revocare ogni disposizione data per favorire l’impiego in luogo dei disoccupati del comune di Leno. Che intende sospendere a tale effetto ogni collaborazione colle autorità locali. Che scioglie i proprietari dalla osservanza di qualsiasi impegno relativo all’impiego dei disoccupati e li diffida a licenziare tutti gli avventizi dal giorno che sarebbero stati impiegati nei lavori del Chiese o in altri fuori comune. L’Associazione avverte tutti i proprietari interessati che in base all’art. 7 dello Statuto assume in proprio il patrocinio e la difesa di tutti quei soci che siano proprietari nel comune di Leno”. Il 23 febbraio dalle pagine de “Il Cittadino” si interveniva contro le dichiarazioni dell’Associazione Agraria e in difesa delle autorità e dei disoccupati di Leno. “Mi si permetta una parola in risposta al Giornale Agrario che parla dei disoccupati del nostro Comune. Vi sono nelle sue parole parecchie gravi inesattezze. Dice che ai lavori agricoli concorse lavoratori di altri mestieri. Ora non è affatto vero: tutti e solo i contadini sono concorsi ai lavori. Dice che l’onere della disoccupazione fu sopportato dai proprietari e dai conduttori, con non pochi sacrifici. Non è giusto: fino a tutto novembre i disoccupati furono a carico del Comune che eseguì lavori per 327 mila lire. Afferma che i terreni sono sistemati e quindi si dovettero fare lavori improduttivi o non così produttivi da poter coprire le spese. Diciamo la verità: vi sono ancora terreni non livellati; soprattutto vi sono strade per la campagna che sono qualcosa di impossibile. I lavoratori furono in gran parte adibiti al cavo delle legne e proprio non è esatto che i padroni ci abbiano rimesso. Aggiunge che da parte delle autorità locali è mancato lo spirito di collaborazione. Cosa non giusta perché ognuno è testimonio di quanto si interessa l’ing. Paolo De Giuli presidente della commissione d’avviamento. Nota ancora che i disoccupati hanno rifiutato un lavoro tanto a cottimo che a gior1

L. Cirimbelli, Leno… cit., vol II, pp. 152-153.

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bre sconosciute di fuggiaschi a traverso i campi tra i fossi, a cavallo di siepi. Un individuo bocconi tra il sangue sulla via principale. Un povero uomo, padre di famiglia, pestato a forza di nerbate e rotta la testa da un colpo fusrioso. Un’altra ombra fugge contorcendosi nello spasimo delle frustate tremende. Il capo-lega rosso. Altri colpi, altre grida, altri fuggi fuggi; un vero panico. Si vede che i fascisti sono venuti a pagare a costoro certi vecchi debiti. […] Come sia veramente è difficile saperlo. […] Conclusione: nessun effetto concreto dello sciopero, aumento di paga, nessuno; solo legnate e nerbate a profusione…”2. Il 4 dicembre, presso l’albergo Leon Rampante, per futili motivi scoppiò nuovamente una rissa fra popolari e socialisti. Nel trambusto partì un colpo d’arma da fuoco che ferì leggermente il socialista Luigi Medula e il popolare Cesare Treccani. Altri furono feriti con armi da taglio. I carabinieri, in seguito al fatto, operarono alcuni arresti e denunce. Qualche giorno dopo, contrariamente a quanto pubblicato sui quotidiani, la segreteria del Partito popolare dichiarò che i popolari non avevano alcuna responsabilità nel conflitto e che gli istigatori erano stati elementi fascisti. Anche nel 1922, il 28 aprile, fu proclamato uno sciopero generale dei salariati. La parola d’ordine della Federazione provinciale era l’astensione generale dal lavoro dei campi ma nel più rigoroso rispetto dell’ordine e delle persone. Nessun accordo isolato era consentito. Ogni decisione era riservata alla Federazione. Il 5 maggio le due organizzazioni sindacali bianca e rossa proclamarono autonomamente lo sciopero dei salariati. Per agevolare il componimento della vertenza era garantita ogni libertà di azione; la Federazione autorizzava i capilega a ordinare, nel rispetto comune, la immediata cessazione dello sciopero qualora tutti indistintamente i conduttori dei fondi del Comune firmassero senza modificazioni il Patto colonico per l’annata agraria 1921-22. Il 22 maggio, dopo uno sciopero di alcuni giorni da parte dei “rossi”, giunse in alcune aziende una squadra fascista di crumiri per foraggiare le bestie e compiere i lavori più urgenti. Vaghi propositi di vendetta – così si andava dicendo – erano stati

to di una multa. Molti furono gli assolti, a venticinque di loro venne accordata la legge del perdono. Nell’ottobre, per servizio di ordine pubblico arrivarono a Leno sessanta soldati e fino a nuova disposizione furono vietati cortei e comizi pubblici. Il 21 novembre successivo a Castelletto si verificarono ancora disordini e scontri tra fascisti e socialisti. Un giornale locale descriveva in questo modo i fatti: “Inutile e inopportuno sciopero, ma per certe teste calde tutto è buono pur di trovare appiglio per conflitti. Prima cosa ingiusta è quella di far smettere il lavoro con la violenza ai lavoratori aderenti alle leghe bianche […]; gli scalmanati ‘arditi’ corrono qua e là imponendo di non palesare il loro nome. Ci sono delle pene, è vero, per chi viola la libertà di lavoro. Ma questo non è nulla. La fiamma della lotta accesa più furibonda tra i fascisti e i socialisti, continua ad ardere per due giorni e scoppia terribile questa sera verso le ore venti. Colpi di fucile e rivoltella echeggiano nell’aria fredda: grida disperate di donne dai balconi imploranti tregua; om-

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L. Cirimbelli, Leno… cit., vol II, p. 159.


rimaste in sospeso dei patti colonici 1947-48 e 1948-49 e stabilì i termini del patto per l’anno in corso. Nella Bassa furono sgombrate le ultime cascine occupate dai braccianti. Negli anni successivi, specie a partire dal 1951, anno in cui fu eletto sindaco Angelo Regosa, presero avvio varie iniziative per alleviare la disoccupazione agricola a Leno. Nel dicembre 1952 ai capi famiglia con più di tre unità a carico spettavano 292 giornate di lavoro, ma nel comune c’erano ben 48 persone con più di tre unità a carico ed erano occupate per sole 230 giornate. L’amministrazione comunale, a sollievo dei capi famiglia, raggiunse un accordo con gli esponenti delle varie correnti sindacali e i datori di lavoro in questi termini: coloro che godevano di 300 giornate lavorative rinunciarono ciascuno a due giornate di lavoro che, sommate, vennero dispensate ai 48 capi famiglia che avevano solo 230 giornate lavorative, in modo che potessero arrivare a compiere le giornate minime stabilite. Questo atto di solidarietà venne lodato dall’intera popolazione. I capi famiglia con una o due persone a carico, che avevano solo 230 giornate di lavoro, furono invece occupati per circa un mese ai lavori di allargamento del vaso Gambara, in territorio di Fiesse e Gambara, in modo che le giornate lavorative raggiunsero il numero di 260. C’erano inoltre i figli di famiglie numerose che compivano solo 100 giornate di lavoro: per aumentare la loro occupazione, furono impiegati nelle opere di miglioria fondiaria. Il sindaco Angelo Regosa, con don Agazzi ed i sindacalisti, si diede inoltre da fare per collocare altra manodopera esuberante nelle zone di Pavia, Piacenza e Torino, dove era possibile trovare sistemazione. Ogni famiglia che partiva aveva dal Comune diecimila lire per le prime necessità. E neppure in seguito venivano lasciati soli, perché per corrispondenza e personalmente il Regosa tenne contatti e si interessò presso quelle autorità locali perché i nostri lenesi non si trovassero a disagio. In quegli anni partirono da Leno circa cinquemila persone. Angelo Regosa non trascurò neppure le mondine, che egli ogni anno visitava insieme con don Agazzi per le Acli ed i sindacalisti. Questo tipo di manodopera femminile stagionale si recava soprattutto nelle provincie di Novara, Vercelli, Pa-

espressi dagli scioperanti, ma nessun grave episodio si era fino ad allora verificato. In quel giorno però, quando il gruppetto dei lavoratori fascisti recatosi sui campi si preparava ad iniziare il lavoro, si presentò minacciosa una folla di scioperanti. Partirono alcuni colpi di rivoltella e di fucile ed il contadino Angelo Ghizzardi cadde a terra colpito a morte. Lavorava ed abitava alla cascina Cereto e lasciava la moglie con quattro bambini. Alcuni altri rimasero feriti, tra i quali Faustino Minelli, che fu ricoverato all’ospedale di Leno con le gambe trapassate da un proiettile di rivoltella. Dai carabinieri di Pralboino e dal tenente Gessa della Tenenza di Verolanuova si procedette a vari fermi, alcuni dei quali trasformati in arresto. Nel mese di agosto dello stesso anno una squadra di fascisti di Leno detta “La Folgore” partecipò alla repressione degli scioperi e prese parte alla marcia su Brescia e sulla Riviera del Garda per far dimettere le amministrazioni socialiste. Il dopoguerra e gli anni Cinquanta Terminato il conflitto, per fronteggiare la disoccupazione il 12 novembre del 1946 venne firmato un accordo mediante il quale il numero dei lavoratori della terra passò dalle tredici alle quattordici unità nei fondi con più di 100 piò di terreni irrigui. L’agitazione dei contadini continuò però anche nel gennaio del 1947 con l’obiettivo di ottenere un aumento degli assegni familiari. Dall’8 al 20 settembre dello stesso anno fu indetto un grande sciopero nel settore agricolo che interessò trentadue provincie del nord d’Italia. In seguito si ottennero importanti vantaggi economici: fu concessa l’indennità di contingenza, si fissarono a otto le ore giornaliere di lavoro, venne concesso l’aumento degli assegni familiari, ma di contro furono disdettati migliaia di salariati agricoli. Nel 1949, dal 18 maggio al 23 giugno, si effettuò un altro sciopero dei braccianti agricoli. Gravi incidenti avvennero in tutta la Bassa bresciana tra le forze dell’ordine, la Celere, i “crumiri” e gli scioperanti. Triste il bilancio: un morto a Corvione di Gambara, otto feriti, centinaia di bastonate e duecentocinquanta arresti. Il 27 marzo 1950 si conclusero le lunghe trattative per la definizione della vertenza agricola. L’accordo firmato in Prefettura risolse tutte le vertenze 77


Particolare di un campo di frumento. Nel 1827 il frumento occupava il 17% dell’intero territorio comunale e dava una produzione di circa tremila quintali; in alcune aziende però il rapporto si elevava al 27% della superficie coltivata e il prodotto era in media di sette quintali a piò.

Nel Novecento i progressi produttivi sono stati molto consistenti anche per il grano. A metà degli anni Sessanta la superficie a frumento era del 25-28% ma con una produzione di 50 quintali per ettaro, rendimenti talvolta superati con le cosiddette qualità precoci, quali il Mara e l’Argelato.

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Le mondariso lenesi in posa.

via, Cremona e Mantova; infatti nelle nostre campagne la risaia – sia pure a vicenda – non aveva avuto diffusione. Citiamo la testimonianaza di una mondina che negli anni 1952-53 con altre ventiquattro donne si trasferì nelle provincie menzionate, dove si assisteva al moltiplicarsi della risaia e dove la manodopera locale non era sufficiente a garantire tutti i lavori necessari. Nella grande azienda presso cui essa lavorava, le mondarisi erano circa seicento. La stagione iniziava a fine maggio-primi di giugno e terminava ai primi di luglio. Le ore di lavoro erano otto, più due straordinarie giornaliere; anche la domenica era lavorativa per sei ore. Per il riposo notturno vi erano grandi camerate. Le mondine percepivano un salario di mille lire al giorno ed a fine stagione spettava loro un chilo di riso per ogni giornata lavorativa. Il vitto consisteva in una porzione di riso in brodo e fagioli tutti i giorni della settimana, tranne la domenica in cui veniva servita la pasta, un pezzo di carne e un quarto di vino3. Tutto ciò significava una novità nel lavoro agricolo. Le mondine vissero “un’esperienza nuova di un lavoro comunitario in condizioni sconosciute prima di allora nel nostro mondo contadino, lontane da casa, mescolate da diverse provenienze, a contatto diretto con i più espliciti rapporti di lavoro dell’impresa agricola capitalistica”4.

Testimonianza della signora Maria Confortini in Bossoni. Il gruppo delle mondine lenesi era costituito da: Maria, Elsa, Giuseppina e Silvana Confortini, Carla Saini, Maria Zanola, Giulia Trifoglietti, Ester Massa, Rita Casella (+), Mari Casella, Angela Prandi, Elia Santini, Mari Bonardi, Sandra Corti, Adele Corti (+), Adele Chiesa. In tutte le aziende, ovviamente, la maggior parte dei lavori veniva eseguita a mano; dalla semina al raccolto, seguito dalla battitura dei grani. La mietitura, in cui venivano impiegate anche le donne, si effettuava con la piccola falce a mano, o «messora», raccogliendo gli steli in cove o covoni. Il taglio delle erbe per la fienagione veniva invece effettuata da squadre di falciatori specializzati, ai quali veniva dato il lavoro a cottimo. La misura della produttività fu per lungo tempo ancora riferita al lavoro umano, cosicché il timore della disoccupazione fu sempre presente nelle aziende in cui si introdussero le prime macchine falciatrici («Deerin» americane), per tagliare più rapidamente ed economicamente le erbe dei prati. Seguono per i cereali, le mietitrici-legatrici, a traino animale, con il taglio degli steli, formatura, legatura e scarico dei covoni senza l’intervento diretto dell’uomo. Questo processo di progressiva sostituzione del lavoro manuale indusse talora i contadini a sabotare le macchine con paletti di ferro inseriti nottetempo nel terreno, provocando con ciò la rottura delle lame falciatrici. Comunque, il parco macchine ed attrezzi, che rispecchiava la meccanizzazione agricola del tempo, era assai scarso, per cui furono ancora i buoi a fornire gran parte dell’energia necessaria ai lavori agricoli. L’aratura di un piò di terreno, ad esempio, effettuata con due paia di buoi durava l’intera giornata, cioè 8-9 ore, mentre la velocità di trasporto del carro agricolo era di circa 4 km/ora. 4 Roberto Leydi, Dalla cultura contadina alla cultura operaia in Lombardi, in Regione Lombardia, Il paese di Lombardia, Milano 1978. 3

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Capitolo VI Le condizioni igieniche e sanitarie delle abitazioni

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l’attraversamento quotidiano dell’abitato da parte del numeroso bestiame dei diversi cascinali. L’acqua in questa plaga si trova a fior di terra e non si comprende come non sarebbe stato più conveniente agli agricoltori stessi abbeverare il bestiame nelle proprie stalle.

Secondo le testimonianze raccolte dal medico condotto di Leno William Zanini (Villa Minozzo 1877 - Leno 1940)1 nel capoluogo e nella frazione di Castelletto la popolazione era in maggioranza agricola e trascuratissima era l’igiene dell’abitato. Si ignoravano tutti quei miglioramenti delle abitazioni che pure erano stati prescritti dal regolamento locale d’igiene e si affermava, da parte dei proprietari, che quei miglioramenti non potevano essere attuati né erano compatibili con le esigenze dell’industria agricola e dell’allevamento del bestiame, che formavano la ricchezza del paese e che non potevano essere inceppati da norme restrittive della libertà del lavoro. Naturalmente questa era una giustificazione di parte, che serviva ai proprietari per evitare le spese che i miglioramenti avrebbero comportato; si preferiva continuare a tenere i lavoratori in tuguri che non meritavano il nome di abitazioni ed il paese in condizioni di salubrità e di pulizia deplorevolissime. Così non solo non furono eliminate le stalle esistenti nel centro dell’abitato, ma si consentì la costruzione di nuove, né si provvide in alcun modo a regolare gli smaltitoi delle stalle e dei cortili e i depositi ed il trasporto dei concimi. Molte stalle smaltivano direttamente sulle strade pubbliche e, mancando le fognature, innanzi alle case scorrevano i rifiuti delle stalle commisti a quelli delle abitazioni: si può immaginare quanto danno ne derivasse alle condizioni igieniche e quale spettacolo costituisse per chiunque doveva abitare in paese od anche semplicemente transitarvi. Il concime veniva accumulato nel cortile ed era poi trasportato in carri inadatti ed in qualunque ora del giorno. Altre volte la causa del disagio igienico era da ricercare nell’affollamento di animali e persone. Pur di tenere il maiale e le oche, che qui rappresentavano la risorsa del povero, si allevavano queste bestie in qualsiasi riparo posto vicino alla casa o anche dentro la casa, nel sottoscala. Così pure avrebbero dovuto essere aboliti, sia pure gradualmente, tutti i “guadi” per abbeverare gli animali, che rendevano pericoloso e antigienico 31 32

Alle cascine Se queste erano le condizioni igieniche delle abitazioni del paese, tristissime erano quelle delle cascine. I salariati (mandriani, mungitori, bifolchi, ecc.) vivevano in abitazioni insufficienti e non idonee, a scapito della salute, della moralità e della serenità della famiglia. Già Carlo Cattaneo parlando delle condizioni economiche e morali della bassa pianura lombarda (1851) aveva presentato un quadro che doveva corrispondere anche alla realtà delle nostre campagne. “A persuadermi della miseria e delle privazioni cui sono condannati i contadini, basterebbe accompagnare la vita del contadino in una giornata di lavoro: basterebbe visitare la sua abitazione, cupa, disagiata, senza luce, spesso sotto il fetore del letame. Pavimenti sconnessi – ove non siano semplicemente di terra battuta – assenza di veri e propri soffitti, vetri quasi sempre sostituiti da più precari restauri. Eppure tutti giungono a ripararsi in questi squallidi abituri, giacché una gran parte di contadini passa tutto l’anno la notte nelle cascine, sotto i portici, nelle stalle, sotto quell’aria umida e pesante, a grave scapito della salute. Scarseggiano le vesti, le biancherie di rado mutano, provocando col sudiciume quelle malattie cutanee sì frequenti nella Bassa. La mancanza d’una riparata abitazione e il difetto di legna fanno raccogliere nelle stalle le donne, le quali vi dimorano quasi tutto il giorno, e parte della notte, durante il freddo e non escono che al finir dell’inverno, portando incontro ai tiepidi raggi della primavera un viso spesso livido e sparuto, che fa duro contrasto col nuovo e ridente aspetto della natura”2. “Le prospere condizioni economiche di oggi fanno dimenticare le tristi e tragiche conseguenze recate per più di un secolo dalla pellagra ad una gran parte della classe contadina dei nostri campi. Il misero villico che nella sua mensa non trovava altro che il solito pastone mal cotto della ‘polenta’, composto di farina gialla talvolta guasta, prodotta da un

Citate in L. Cirimbelli, Leno… cit., II vol. Le condizioni economiche e morali della Bassa Lombardia, in Saggi di economa rurale, a cura di L. Einaudi, Torino 1975.

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40 centesimi al chilo, la farina gialla circa 19 centesimi al chilo, e nel 1874, quando la miseria era tale che gli avventizi dovevano essere pagati giornalmente per permettere loro di sfamarsi?

mais immaturo, non secco, e per di più avariato, era facile vittima degli effetti del malanno. Ovviamente, la più naturale profilassi sarebbe stata una sana e completa alimentazione, non esclusivamente maidica, ma integrata con l’uso di alimenti di origine animale. La vita dell’uomo dei campi era breve, logorata da febbri intermittenti malariche e da altri malanni”3. Anche nei bambini non si riscontravano quelle caratteristiche di floridezza che ci si sarebbe aspettati da una vita vissuta interamente all’aria libera dei campi. Facce pallide, corpi poco sviluppati e infermità di vario genere erano i segni della malnutrizione e delle cattive condizioni di vita. Appena il bambino raggiungeva l’età dello sviluppo, tornava necessario alla sussistenza della sua famiglia. Quando non lavorava in casa, veniva messo a padrone per guadagnarsi qualche cosa in quei lavori di cui era suscettibile la sua giovane età. Anche nelle nostre campagne, quando prevaleva la media e la grande proprietà, ai pochi proprietari assai ricchi corrispondeva un gran numero di contadini cosiddetti obbligati e avventizi. Essi non partecipavano all’utile dell’azienda e venivano pagati in natura e in denaro. Per la spesa presso il salumiere o il pizzicagnolo usavano un ‘libretto della quindicina’, sul quale erano segnati i pochi acquisti da pagarsi ogni quindici giorni, ma non sempre questo si poteva soddisfare puntualmente se il padrone rifiutava anticipazioni. Essendo la loro paga assai misera, erano costretti a condurre una vita grama, specialmente in quelle famiglie dove solo il padre lavorava e i figli erano ancora tutti in tenera età: assicurare un pasto a tutti era il problema quotidiano. Alcuni esempi mettono in evidenza le condizioni economiche della popolazione contadina. A Milzanello nel 1778, quando morì la contessa Paola Calini, vedova del nobile Paolo Uggeri, lasciò alla sua gente “a titolo di carità” 70 pesi di sale ai poveri da distribuire subito da parte dei suoi figlioli. E che dire dei 50 centesimi che il contadino percepiva al giorno, circa un secolo fa, e dei 70-80 centesimi del 1890, allorquando il pane costava circa 3

Gli anni recenti Fino al dopoguerra la situazione dei fabbricati rurali non era molto cambiata: l’iniziativa privata era quasi inesistente, non vi era alcun interesse diretto del proprietario al miglioramento delle abitazioni, né l’affittuale lo spingeva in questa direzione, e i lavoratori stessi, costantemente sotto le minacce della disdetta e quindi dello sfratto, non avevano stimoli per compiere neppure piccole migliorie. Vennero gli anni dell’industrializzazione, che anche la pubblica amministrazione considerò prioritaria favorendo fin dagli anni Sessanta un graduale spopolamento della campagna. I salariati aspiravano giustamente ad una casa propria, ma anziché intervenire sulle case rurali, fu più semplice la costruzione di edifici popolari vicini al paese. A cura della Gescal, della legge Zanibelli, ma soprattutto con l’intervento massiccio della cooperativa La Famiglia di padre Marcolini, si realizzò una serie di villaggi ai quattro punti cardinali del paese ed anche alla periferia delle frazioni. In seguito furono trasformate in abitazioni confortevoli le piccole cascine, le stalle e i fienili addossati alle abitazioni del paese. Nel capoluogo e nelle frazioni si iniziò il recupero di vecchie case diventate quasi fatiscenti per l’abbandono. Ma il fenomeno riguardò anche grossi edifici rurali. Basta citare l’antico palazzo della Badia Vecchia, già casa colonica o fattoria; la Biolcheria, nome di evidente significato rurale, dei fratelli Lanti in Via Badia, confinante allora con il vicolo Stretto, riedificata e trasformata nel condominio “La Cascinetta”; le Case Nuove (in dialetto él Barakì) di Via Beccalossi, fatte costruire dai fratelli Arturo e Carlo Lanti, trasformate nel complesso commerciale “Elle” e in centro residenziale, pur mantenendo inalterate le caratteristiche strutturali della cascina. Infine, nel processo di espansione urbana e di aree produttive alcune cascine sono rimaste inglobate nel nuovo sistema viario, affiancate nelle periferie da nuovi edifici e impianti: come la cascina Er-

L. Cirimbelli, Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Bagnolo Mella 1980, pp. 74-75.

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mengarda, in Via Abruzzo; le Cicogne4, le cascine Costanzi, Bravo5, Aurora e Gianluigi in Via Brescia; la casa colonica dei fratelli Ferrari Alessandro e Francesco (costruita nel 1920 da Firmo Zucca); la Formola in Via Viganovo; a Castelletto il fienile Scalvini e Bertoletti in Via Forni; la Comuna in Via Foscolo; a Porzano la cascina Balsetto in Via G. Paolo Lazzaroni. Per quanto riguarda le condizioni delle cascine sparse nella campagne, in parecchie sono stati apportati in tempi recenti importanti lavori di ristrutturazione, ampliamento e modernizzazione. Altre invece hanno subito scarsi interventi e sono rimaste pressoché inalterate. Per una descrizione più dettagliata si rimanda alle singole cascine nella seconda parte del libro.

Museo della Civiltà contadina Merita una visita una parte della cascina situata in Via Cotichetta al civico n° 11 dove ha sede il Museo della Civiltà contadina, un vero patrimonio storico costituito nel 1989 da Gianfranco Bertoletti (18-6-1938 - 11-2-1994). Alla raccolta del materiale iniziata dallo stesso fondatore ideatore con paziente lavoro e continuata nel tempo, fece seguito il lavoro di restauro delle macchine e attrezzi appartenenti alla cultura materiale del mondo contadino padano, tutto ciò ha potuto essere realizzato grazie all’apporto costante di pochi amici. Tipologia planimetrica. Dall’ingresso carraio con cancello si accede al cortile e al fronte nord è situato il fabbricato costituito dal porticato in cinque campate prospiciente la ex stalla con fienile superiore in tre campate, e a piano terra locali ristrutturati, la stalla ripulita e col nuovo pavimento, ha messo in luce la rusticità del locale, volto in cotto a vista con colonne in pietra. In lato di mattina un deposito chiuso con portico al cui interno è ospitata una raccolta di attrezzi vari. A mezzodì, nel cortile, la zona aperta è occupata da aratri, erpici di ogni genere, mentre a sera una tettoia in muratura ospita una serie di trattrici d’epoca. Ogni locale, dal piano terra al fienile, alle pareti, trovano posto macchine agricole con relativi accessori come ad esempio: seminatrici, sgranatrici, mietilegatrici, falciatrici, sarchiatrici, selezionatrici di sementi, torchi, ecc., mezzi di trasporto ed una copiosa serie di attrezzi di ogni genere e oggetti di uso quotidiano6.

Si riportano alcuni dati sulla cascina Cicogne, che non è stata inserita negli itinerari essendo ormai incorporata nel tessuto dell’abitato. La Cicogne, o Cigogne (dial. Segogné) era una volta località con rustici, stalle e fienili staccata dal paese, a circa un chilometro, sullo “Stradone da Bagnolo a Leno o sia di Brescia”. Era stata proprietà del monastero benedettino di Leno con i 132 piò di terreni annessi. Alla soppressione dell’Abbazia la proprietà fu acquistata da G.B. Galante di Brescia. Nel catasto austriaco del 1852 la casa colonica con 246,07 pertiche metriche di terreno era proprietà di Bartolomeo Daneri di Lazzaro. La rendita era stimata 717,87 lire austriache. Movimento demografico delle famiglie: - Nel 1880 vi abitavano 4 nuclei familiari con 6 persone: Lazzaro Daneri, Angelo Bonardi, Caterina Cominelli vedova, Angelo Lombardi con la famiglia di 3 persone. - Nel 1900 vi abitavano 32 persone distribuite in 5 nuclei familiari: Massolini (4), Martinelli (4), Zicchetti (3), Buccelli (7), Daneri (5). - Nel 1909 vi abitavano 4 nuclei familiari con 15 persone: Francesco Garuffo, possidente (7) Angelo Chiari (6), Giuseppe Lupi, possidente (3), Domenico Crema, fittabile (4). 5 Il Fenile Bravo nel 1880 era abitato da 4 nuclei familiari composti di 12 persone: Antonio Favagrossa (3 persone), Giovanni Smussi (6), Giuseppe Malagni (2), Giacomina Filippini, vedova, sola. Nel 1936 vi abitava la sola famiglia di Giovanni Rigamonti composta di 6 persone. 4

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Cfr. G.F. Bertoletti, L’artigiano fondatore del museo contadino, in L. Cirimbelli, Dalla campagna alla bottega all’impresa, Bagnolo Mella 1996, pp. 116-117. Per l’attività del Gruppo cfr. la stampa locale: Giornale di Brescia, Bresciaoggi.


Mulino Bottini. A sinistra il molino a palmenti per la macinatura del frumento, a lato quello a cilindri per il mais e cereali vari.

calda; con l’introduzione dell’energia elettrica fu costruita l’apposita centralina detta “Cabina Bottini”. All’esterno del molino era installata la segheria orizzontale per legnami. Dagli anni 1925 al 1942 l’attività fu gestita da Giovanni Giglio e dal figlio Renato; dal 1943 al 1960 passò ai figli di quest’ultimo, Andrea e Valeriano.

Il mulino Bottini già in Via Brescia La famiglia di Andrea Bottini era originaria di Isola Dovarese (Cremona). Nel 1880 la troviamo residente in Leno, contrada della Rassica (attuale Via Garibaldi - Via Brescia). Il capofamiglia Andrea, mugnaio, era figlio di Antonio e di Diamante Mussi; aveva 51 anni ed era sposato con Costantina Roggeri, di 53 anni. Avevano tre figli: Giovanni di 30 anni, anch’egli mugnaio, coniugato a Marta Ester; Maurilla, venticinquenne e nubile, anch’essa “aiutante” nel mulino; e Antonio, di 21, pure mugnaio. Gestirono il molino della Rassica, proprietà di Girolamo Seccamani, fino al 1925; dopo tale data si trasferirono nei locali di Via Brescia. In mancanza della forza motrice naturale idraulica, le macine furono azionate da motori a testa 85


La cascina: “...ecco un sogno è suscitato nell’anima: un’idea di vigore, di saggezza operosa, tenacemente fedele alle opere necessarie. Questa dimora della vita, prima e povera, della silente fatica, sorge improvvisa dopo i salici, i pioppi, nella sua ragione e nella sua pace del verde tenero della pianura lavorata”. (Emilio Gadda)


Capitolo VII Le caratteristiche strutturali della cascina

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genza di un’ostetrica, per la paga, per la consegna del latte alle famiglie o altro. Nel retro di detta abitazione erano ubicati un giardino, il brolo e/o un orto. Nel lato corrente da ovest a est della cascina e quindi esponendo i propri lati maggiori a sud e nord, erano solitamente ubicate le stalle protette da portico e le abitazioni degli addetti agli animali. Nei pressi di una delle due entrate della cascina c’era la stalla dei buoi, animali pigri e quindi più prossimi alle porte, con accanto l’abitazione del capo bifolco o del bifolco addetto. La stalla delle mucche, a volte con pregiate soffittature sostenute da colonne in marmo di Botticino, in pietra serena, in granito o in cotto, nelle serate invernali diveniva luogo d’incontro della gente che lavorava in campagna. Al suo interno ci si tramandava la cultura popolare, l’arte del lavorare a maglia, il ricamo, ecc. Le stalle più grandi erano a due corsie; le più piccole ne avevano una sola. Le finestre erano quasi sempre a sesto ribassato, raramente a lunetta: quelle architravate sono riscontrabili, con maggior frequenza, dall’800 in poi. In cascine ‘evolute’, a circa metà parete, erano applicati degli sfiatatoi nel lato nord. Il capo stalla, o capo bergamino, e il capo cavallante in talune realtà avevano pure uno spioncino che permetteva loro di sorvegliare la stalla direttamente dalla propria dimora. Sotto il portico, esposto a sud e a volte formato di assiti frangivento e frangi-acqua, c’erano gli abbeveratoi, quasi sempre in Botticino, solitamente alimentati da una pompa. Presso le rogge, invece dei sunnominati, c’erano i ‘guadi’. Nella parte retrostante le stalle era ubicata la concimaia che, nelle cascine minori, poteva essere a volte protetta da tettoia, all’interno del cortile. Sulla concimaia erano costruiti degli sgabuzzini fungenti da servizi igienici. La parte di cortile antistante la casa padronale era spesso identificata come ‘aia civile’. Accanto alla stessa casa padronale, ma più prossimi alla stalla delle vacche, a volte trovavano posto lo ‘stalletto’ dei cavalli e la casa del capo cavallante. Sopra le stalle c’erano i fienili. Da questi il foraggio passava direttamente, tramite un apposito foro, nel fénér sottostante; quest’ultimo luogo veniva spesso assegnato a vari mendicanti di passaggio per passarvi la notte.

In questo capitolo si espone in forma sommaria la descrizione dei vari elementi strutturali costituenti la cascina, valendosi dei risultati delle ricerche di due studiosi: G. Crainz (La cascina padana1) e Angelo Locatelli (La cascina e le sue parti: origini, trasformazioni e decadenza2). Fra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, la cascina comincia a definire la propria fisionomia. Nel Catasto del 1641 leggiamo che i casolari rustici e i fienili si vanno trasformando in “casamenti da Patrone”, casamenti con colombare, nuove dimore per salariati, specificamente “da braccenti”, da malghesi, “ad uso di massaro”, stalle con fienili, a volte con una o più barchesse o elementi detti “tratti”. Trovandosi nel nostro territorio terre argillose, la presenza di fornaci favorì, per i facoltosi, le costruzioni nuove in mattoni. Esaminando gli edifici, si osserva come il “sistema cascina” sia definito da una gerarchia che vede al vertice i “luoghi di produzione” (l’aia e la stalla) e poi i “luoghi di contenimento” (contenimento dei prodotti, degli attrezzi, dei produttori). “È osservazione suggestiva, che dovrebbe però allargarsi a comprendere al vertice della gerarchia – sia pure in stretta connessione con i luoghi della produzione – le sedi e i simboli del “comando”, a partire dalla casa dell’imprenditore (affittuario, fattore o, più raramente, proprietario). Quest’ultima, sempre presente, è facilmente distinguibile dalla fila delle case dei salariati”3. La casa padronale, solitamente libera da porticati antistanti, a volte veniva denominata ‘il palazzo’. All’interno dell’abitazione vi erano tutte le sobrie comodità compatibili con la vita della cascina. Nel soffitto di una delle stanze a pianterreno, spesso, erano murati anelli di ferro che dovevano reggere il ‘baldacchino’ del salame. Il primo piano era adibito alla zona notte; il secondo, se esistente, a granaio. Sui tetti della casa padronale trovava posto una campanella che aveva, a seconda dei tempi e dei luoghi, varie funzioni. Essa serviva da richiamo per incendi o altri pericoli, per chiamare il cavallante in caso di urG. Crainz, La cascina padana. Ragioni funzioni svolgimenti, in Storia dell’Agricoltura in età contemporanea, a cura di P. Bevilacqua, vol. I, Spazio e paesaggi, Venezia 1991, p. 37. 2 A. Locatelli, La cascina e le sue parti: origini, trasformazioni e decadenza, in Incontri di storia bresciana. La ruralità e il territorio, Brescia 1994. 3 G. Crainz, op. cit., p. 39. 1

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Cascina Lame Arciprete. Part. nord - Forno cottura pane.

colla sua aia”. In uno spazio apposito, a volte collocato sopra i porcili-pollai, veniva sistemata la legna di ciascuna famiglia. Nei tre comuni di Leno, Milzanello e Porzano, presso alcune aziende esisteva l’edificio del molino da grano, la pila per la brillatura del riso e il torchio da olio di linosa (semi di lino), ma questi erano soprattutto di proprietà comunale. Alcune cascine erano dotate di caseificio a ciclo chiuso (mucca, latte, burro, maiali allevati con la scotta, carne-salumi, ecc.); agli inizi del secolo erano proprietà di Crosti e Borsa, Bravo, Zanini, ma la loro produzione non ci è nota. Nelle cascine c’era pure il forno per il pane, rivestito di materiale refrattario o di lamiera e con porticina in ferro. La lavanderia chiusa o aperta era presente solo in grosse realtà abitative, così pure la tinaia. L’arsenale era il luogo in cui si riponevano attrezzi, ferri, pali e legname idoneo alle riparazioni, finimenti in riparazione. Fungeva da officina. Altri elementi compositivi della struttura di produzione agricola sono i sili, un tempo prismatici e poi cilindrici, ora affiancati o sostituiti dalle cosiddette “trincee”. Ancora negli anni Cinquanta non era difficile trovare, nelle nostre campagne, i cosiddetti “casotì”, piccole costruzioni a pianta rettangolare con sostegni di tronchi, assi e, a volte, con parti in muratura: la copertura poteva essere composta da rami o paglia. Questi casòc (singolare casòt) erano a stanza unica e potevano servire da ricovero di emergenza, in occasione di temporali o altro, per il raccolto, i lavoranti, gli attrezzi. Più indietro nel tempo non era infrequente imbattersi in improvvisate tettoie-ricovero per la paglia o il fieno. Accanto a queste strutture di carattere temporaneo ve n’era un’altra, ridimensionata e quasi scomparsa del tutto, che serviva stagionalmente da poponaia, da melonera, per la vendita di angurie e meloni.

I fienili, nella parte anteriore, erano quasi sempre con apertura a giorno, mentre nella posteriore erano chiusi da pareti, in mattoni, traforate a gelosia con aperture dalla forma rettangolare, quadrata, a esagono, a rombo o a croce per permettere una conveniente areazione. I porticati, sopravanzanti stalle e fienili, si addentravano verso il cortile sorretti, il più delle volte, da semplici pilastri in cotto a base quadrangolare provvisti di richiami architettonici semplici: fasce fungenti da capitello e basamento allargati. Sopra i portici, in epoca antica, figuravano a volte dei loggiati. Il fattore, o altra persona preposta o di fiducia, spesso abitava presso l’ingresso principale e, la sera, ad una certa ora, provvedeva a chiudere il portone. Con questo il mondo contadino si isolava per la notte. Sotto le barchesse finivano paglia, foglie per bachi da seta, lino ma pure attrezzi vari, spesso collocati sotto delle barchessine, accanto alla legna. I bachi convivevano per le prime settimane di vita, nelle cucine dei contadini, su appositi graticci [arelé montate su lé scaleré]. Dopo la terza settimana venivano trasportati sui fienili o sotto le barchesse”. Altro elemento importante e utile nella cascina era certamente l’aia, luogo assieme di raccolta, di lavorazione, spannocchiatura del granoturco, di essiccazione, di pulitura a ventaglio dei cereali con pala di legno, di distribuzione del raccolto, prima del suo immagazzinamento. Quanto fosse sentito il bisogno di questo elemento nella vecchia azienda rurale, lo rileviamo da una relazione dell’agente di casa Uggeri di Milzanello: “Finalmente il Danieli ci ha fatto rimarcare che ha 50 piò di terra da lavorare come massaro e che non ha un palmo di portico ne un palmo di aia per studire [= lavorare, curare] le biave, lacché riesca a grave danno ed incomodo, ed a grave danno della Dama Padrona [Dorotea Uggeri, sposa del conte Galeazzo Luzzago] che con pochissima spesa si potrebbe fare un poco di portico 89


Capitolo VIII Cascine e toponomastica

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La toponomastica è una disciplina molto complessa, che richiede conoscenze linguistiche, storiche, geografiche ed una approfondita conoscenza dei luoghi. Per quanto riguarda l’etimo e il possibile significato dei nomi delle nostre cascine, riportiamo – dove presenti – le indicazioni proposte dai diversi studiosi che se ne sono occupati: Gnaga1, Bonaglia2, Olivieri3, Fappani4, Baronio5. Il documento più antico in cui si trovano toponimi del nostro territorio con l’indicazione di borghi, contrade, corsi d’acqua ed altro, è l’atto della sentenza fra l’abate e il Comune di Leno del 1297. Alcuni di quei nomi però non sono più identificabili, ed anche quelli che si sono conservati restano di dubbia etimologia. Molti nomi di località hanno infatti subito nel tempo tali trasformazioni da essere per noi quasi incomprensibili. Citiamo qualche esempio di queste trasformazioni: in territorio di Milzanello Cà dell’Aja (dialetto Cà dè löc) è diventato “Capolupo”; Mingarda è diventato “Ermengarda”; Castello Guercio si è trasformato in Castelguelfo; Silva Dominica (ossia “bosco padronale”) in Salvadonega. Molti toponimi sono del tutto scomparsi, come Fenile Zù, o Bàrek... Di alcuni nomi è apparentemente chiaro il significato, ma non si conosce il motivo per cui furono assegnati: come “Il Purgatorio” ai Ronchi o contrada “Paradiso” a Porzano. Altri toponimi sono stati sostituiti con nuove denominazioni: come Vicolo del Vituperio che si è trasformato in vicolo Voltone, Casinetto Nuovo è stato ribattezzato “Tre Colori”, la Breda di Porzano è diventata Villetta. In generale si può dire che molti toponimi delle nostre cascine si riferiscono a caratteristiche fisiche del terreno o alla presenza di vegetazione, paludi, terreni dissodati, ecc., come Lame e Lamette, Ronchi e Ronchetti, Boschi e Boschetti. Il nome “Cantarane” è quasi ovunque usato per indicare un luogo basso e acquitrinoso. Altri toponimi ricordano specie arboree, spontanee o coltivate, come Cereto, Albarotto, Perseghera, Pero, Pometo, anche se va detto che di alcuni si potrebbero forse dare anche altre spiegazioni. Molti cascinali portano chiaramente nomi personali soprattutto femminili (Alba, Angelina, Atalìa, ecc.) e cognomi (Belloni, Costanzi, Grassi, Malleier, Zappaglia…). In altri sono presenti anche soprannomi, spesso di difficile attribuzione. Sono presenti anche nomi di Santi, come Sant’Antonio, San Giuseppe, San Nazaro. Alcuni cascinali portano il nome di animali: Aquila, Lumachina, ecc. Vi sono infine nomi assai comuni riferiti a qualche caratteristica dell’edificio, come Palazzo, Palazzina, Torri, Fornace, Fabbrica, Mulino. Nelle schede delle singole cascine (si veda la seconda parte del libro) i nomi sono riportati, là dove esista, anche nella forma dialettale. 92

A. Gnaga, Vocabolario topografico-toponomastico della provincia di Brescia, Brescia 1937-1939. 2 A. Bonaglia, Chiese e monasteri del territorio verolese nel medioevo, Brescia 1972; A. Bonaglia, Storia di Flero dalle origini alla metà del secolo XIII d.C., Brescia 1973. 3 D. Olivieri, Dizionario di toponomastica lombarda, Milano 2a ed. 1961. 4 A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, 15 volumi, Brescia 19… - 2000. 5 A. Baronio, Monasterium et Populus. Per la storia del contado lombardo: Leno, Brescia 1984. 1


Disegno dello stabile di ragione dell’Ill.mo Sig.r Antonio Zambelli abitante in Brescia, posto sopra il territorio di Leno in contrada dei Ronchi misurato e delineato dal perito geometra Lodovico Bellini. La scala di Pertiche Bresciane n. 100. Disegno a penna acquerellato in colore seppia-marrone-rosa. Foglio accuratamente squadrato. Cm. 90 x 70. Datato 31 luglio 1852.

Legenda: 1 - Fenile della Pia Sig. Barbara Bonari 2 - Chiesa di S. Nazaro in Bosco 3 - Casa delli Fratelli Rossi 4 - Fenile Bariane Sig.r Venturelli 5 - Fenile del Comé 6 - Fenile del Gaidà C - Corte della Casa civile e rustica con ortaglia ++ - Campo fornace di sera e mattina.

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Le superfici degli appezzamenti sommano a Piò 415 tavole 83 Piedi 05. Nominativi di alcuni confinanti, presso gli uffici comunali: Giuseppe Dander, i Dossi, Rossi, Rossini, Giò. Vergine, Consorzio dei Poveri, Verneschi, Martinengo, ecc.


Riportiamo le cascine complessivamente visitate e fotografate in territorio di Leno, di Castelletto, di Porzano e di Milzanello. Pur tenendo sempre separate le diverse pertinenze amministrative, si è preferito riunire le cascine accorpandole per itinerari, così da renderle più facilmente rintracciabili. Per le tipologie planimetriche delle cascine si è fatto riferimento alla tabella pubblicata in A. Locatelli, “La cascina e le sue parti”, cit. Là dove è stato possibile, si è tentato di ricostruire il movimento demografico delle famiglie succedutesi nelle singole cascine. Il numero tra parentesi indica i componenti dei nuclei familiari.

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Maggio 1999. Ripresa dall’alto di un angolo suggestivo in Via Brescia con i cascinali Disciplina, Miranda, Gadaldi. Ci mostra la ricchezza dell’agricoltura e sui fianchi dei corsi d’acqua la fitta vegetazione di alberi e di piante.

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Itinerario Leno-Bagnolo Mella Settore di levante

L’itinerario si sviluppa tenendo per direttrice la strada provinciale Leno-Bagnolo Mella, ed è diviso in due zone, la zona di levante comprende le cascine: Disciplina, Favorita, Gianluigi, Gadaldi. Nella zona di ponente (con deviazioni) si incontrano le cascine: Tre Colori, Serena, Damonte, Costantina, Sant’Antonio Sera, Zerbio e al ritorno sulla provinciale il Pollino.

BAGNOLO MELLA

I VI SP

Favorita

Disciplina

Gadaldi

Villa Gianluigi DI GHE

8 SS 66

LENO

O ERBI MAN

GOTTOLENGO

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Balconcino che conserva la ringhiera originale in ferro battuto, mentre la portafinestra, anch’essa frutto d’un rimaneggiamento, appare ingentilita da un timpano che ripete il motivo sul frontone.

et in sollievo della loro anima”; fra questi va annoverata anche questa cascina con i poderi annessi. Le notizie sulla Disciplina si limitano ad alcuni documenti sparsi e alle relazioni delle visite pastorali, poiché l’archivio della Confraternita fu disperso in seguito alla soppressione degli ordini religiosi1. Il bel complesso è databile al Seicento. La struttura è unica rispetto alle nostre costruzioni rurali. La facciata presenta un leggero frontone triangolare, diverse finestre e al primo piano al centro una porta con balconcino in ferro battuto e cornice a timpano anch’essa triangolare. Un’apertura ad arco sulla destra immette alla casa padronale e al porticato soprastante la vecchia stalla e i fienili. Sotto questo porticato si trova un affresco che rappresenta la Madonna col Bambino e due Santi.

Disciplina A circa due chilometri dal paese una strada campestre preceduta da due pilastri d’ingresso si stacca dalla provinciale Leno-Bagnolo Mella; prendendo verso mattina si perviene alla cascina Disciplina, posta a metri 60,9 s.l.m. È comunemente chiamata “Giuseppina”, probabilmente dal nome personale di una proprietaria o affittuale, o forse dal

soprannome della professoressa Emma Canderani, proprietaria a inizio ‘900. Il nome Disciplina va collegato alla Confraternita o Congregazione dei Disciplini, sorta in Leno alla fine del secolo XV o ai primi del XVI. I Disciplini avevano la loro sede nell’oratorio contiguo alla chiesa di San Michele. Ad essi nel corso degli anni pervennero molti beni immobili per lasciti dei confratelli, lasciti fatti “per amor di Dio 97

Successioni nella proprietà del fondo Nel 1807, 19 maggio, era proprietario il signor Pasino Bianchi, che lo cedette in affitto al signor Antonio Bonindi. Nel catasto austriaco (1852) la proprietà era passata da Giacomo Ghio a Giovanni Battista Prandi di Giovanni; la superficie dei terreni assommava a pertiche metriche 199,80 (piò 61), con rendita di lire austriache 440,22. Il Prandi possedeva pure 14 piò di terra alla Scariona. Nel 1900 la proprietà passò alla professoressa Emma Canderani fu Maria, nubile e possidente, nata a Parma e domiciliata a Leno. Il 15 dicembre 1916 la Cande-


Facciata con frontone settecentesco neoclassico con l’aggiunta di un timpano centrale. Sotto il portico a mezzogiorno. La Madonna col Bambino, S. Rocco, S. Francesco. Autore ignoto. Opera seicentesca più volte ridipinta, di scarso valore artistico.

rani vendeva ai fratelli De Giuli (Ambrogio, dottor Giovanni, Alessandro e Luigi, di Camillo); lo stabile e i terreni in seguito furono dati in affitto ai fratelli Bellani (Carlo, Angelo, Pietro, Ernesto fu Giuseppe), locazione che cessò nel 19282. I De Giuli vendettero lo sta-

bile al prof. comm. Umberto Ferrari fu Cesare, che alla sua morte lo lasciò in eredità alla moglie signora Lucilla Bonapace e alle figlie Giannina e Cesarina. Queste lo diedero in affitto al signor Angelo Zambolo, con locazione che durò fino al 1967, anno in cui lo stabile fu 98

Termine in pietra che Emma Canderani fece porre all’ingresso del ponte per indicare il confine della sua proprietà. Sebbene non possediamo documenti, rimane la memoria del fatto che la Canderani, nel campo di sinistra dopo l’ingresso, fece edificare una chiesetta, intitolata al S. Cuore, poi demolita in epoca imprecisata. Le grandi mattonelle provenienti dalla pavimentazione esterna della chiesetta si trovano sotto il portico dell’abitazione. Infatti il campo viene tuttora chiamato il “prato della chiesa”. La signorina Emma era una persona assai stravagante anche nel vestire ed era vista con meraviglia, a confronto con le nostre donne in abiti dimessi. Era soprannominata “la matö dé la Giüsipinò”, nome che fu dato alla cascina. Nonostante la stravaganza era una generosa benefattrice; di lei ricordiamo che offrì i mezzi per il pavimento marmoreo del presbiterio della parrocchiale di Leno, per quella di Porzano; anche i progetti di completamento degli altari della Madonna della Stalla e del Redentore, eseguiti dallo Studio dell’architetto Luigi Tombola di Brescia (1863-1956), furono da lei commissionati.


Cascina Disciplina. Il nome Disciplina va collegato alla Confraternita o Congregazione dei Disciplini, sorta in Leno alla fine del secolo XV o ai primi del XVI. I Disciplini avevano la loro sede nell’oratorio contiguo alla chiesa di San Michele. Ad essi nel corso degli anni pervennero molti beni immobili per lasciti

dei confratelli, lasciti fatti “per amor di Dio et in sollievo della loro anima”; fra questi va annoverata anche questa cascina con i poderi annessi. Inferriata a parapetto di bella fattura, elegante per l’estrosità del disegno a reticolo d’ottagoni campiti da un cerchio con frecce.

nuta nell’aprile 1993, sono succeduti nella conduzione dell’azienda.

sciava alla “Veneranda Schola” dei Disciplini di San Michele, eretta nella Terra di Leno, diverse pezze di terra e capitali con l’obbligo a detti Disciplini di far celebrare perpetuis temporibus una messa quotidiana in suffragio dell’anima sua e dei suoi eredi (Atti del notaio Camillo Rosta). 2 L’atto di compra-vendita venne rogato dal dr. Vincenzo Alberini fu dr. Paolo, notaio in Brescia; testi Malagni Francesco fu Giuseppe e Rosina Ghidotti fu Giovanni di Leno. L’atto fu steso presso l’albergo Gambero sul corso Zanardelli.

acquistato dai fratelli Tomasoni (Francesco, Bortolo e Antonio) di Trenzano, già proprietari della Favorita. Attualmente la ragione sociale è la seguente: Tomasoni Francesco e C.ss. La destinazione odierna prevalente del fabbricato della Disciplina è classificata come civile. Accanto all’abitazione padronale si trova una stalla tradizionale con fienile; un’altra di concezione moderna si trova all’aperto, è dotata di impianto di alimentazione ed è destinata a bovini da latte. I 62 piò di terra sono coltivati a mais, prato, erba medica. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 la cascina era abitata da 2 nuclei familiari con 8 persone: Francesco Garuffo (3) e Giovanni Ghirardi (5). - Nel 1900 vi era residente ancora la famiglia Garuffo, mentre i Ghirardi erano sostituiti dalla famiglia Tesi. - Nel 1909 vi abitavano 3 nuclei familiari con 11 persone: Maria Molinari vedova Malagni (4), Santo Galoppini (4), Carlo Belloni (3). - Durante il censimento della popolazione del 1936 vi abitavano 2 nuclei familiari con 12 persone: Dionigi Guindani (6) e Angelo Filippini (6). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: era presente una sola famiglia (Tomasoni Antonio) con 4 persone. Marzo 2000: vi abita la signora Angela Braga con i figli Simone e Alessandro, che alla morte del padre Antonio, avve-

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Da questi documenti si ricavano le seguenti notizie: 1572. La Confraternita possedeva 50 piò di terra avuti in legato da Matteo de Vicelli o de Nicelli di Leno, ed esercitava la carità distribuendo “pane cotto nell’ottava di S. Michele”. 1639, 6 giugno. Certo Simone Molinari vendeva alla Confraternita di San Michele di Leno una casa sita in contrada di San Michele – poi della Disciplina – al prezzo di L. 600 planette. (Atti del notaio Filino Galvani). 1652, 25 maggio. Simone figlio di fu Pietro Molinari nel suo testamento la-

99


Veduta dall’alto. Maggio 1999: cascina “La Favorita”. Il nome probabilmente è da intendere nel significato di “delizia, gioiello”, forse in origine dato da un proprietario per indicare la sua predilezione.

Favorita

(dial. Fauridò) Si trova sulla strada provinciale Leno-Bagnolo Mella con ingresso sulla destra; dista dal centro abitato di Leno circa tre chilometri ed è posta a metri 71,4 s.l.m. Il nome probabilmente è da intendere nel significato di “delizia, gioiello”, forse in origine dato da un proprietario per indicare la sua predilezione. A breve distanza ad est della Favorita già nel 1852 esisteva la cascina Colombera (scomparsa). Nel 1852 la proprietà della Favorita era del signor Giacinto Mompiani fu Girolamo; gli appezzamenti di terra assommavano a pertiche metriche 740,93 (piò 228), con rendita in lire au-

striache 1.477,84. Nel secolo successivo furono eseguiti lavori di bonifica: livellamento dei terreni, costruzione di nuovi canali irrigui e trasformazioni di migliorie culturali. Furono costruite stalle e fienili, abitazioni per salariati. La Favorita è ora divisa in due parti. Una è occupata dalla famiglia del signor Francesco Tomasoni, che l’ha acquistata dai signori De Giuli l’11 novembre 1958. L’altra parte è occupata dal cugino Giovanni Tomasoni fu Pietro, che l’ha acquistata nel 1960 dal signor Ambrogio De Giuli. I 116 piò della prima azienda sono coltivati a mais, prato, erba medica, e i prodotti sono insilati in trincee. Per l’irrigazione di questi terreni si estrae l’acqua dai 100

vasi Noce e Fontana. Gli 83 piò della seconda azienda sono coltivati in parte a mais, frumento e orzo, e in parte a prato stabile. I bovini da carne sono alloggiati in stalle tradizionali. Le vecchie abitazioni ormai fatiscenti sono abbandonate da tempo e sono state sostituite da nuove villette. Cronaca Nel mese di marzo del 1960 in questa zona l’Agip mineraria iniziava gli scavi per la ricerca di idrocarburi. Un pozzo scese fino a 2.500 metri nelle viscere della terra. Il terreno aveva caratteristiche alluvionali, quindi eterogenee, e la sonda procedette con una certa celerità. L’équipe dislocata sul posto comprendeva, tra tecnici ed operai spe-


Interno cascina “La Favorita”.

Villa Gianluigi

cializzati, una trentina di persone. La torre metallica eretta a tempo di record dominava la campagna con i suoi quaranta metri di altezza. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 la cascina era abitata da 5 famiglie per un totale di 17 persone: Luigi Grillo (3), Angela Tortelli vedova sola, Giovita Zanoli (5), Antonio Muratice (7) e un certo Tortelli. - Nel 1900 gli abitanti erano molto aumentati, raggiungendo le 81 unità divisi in 13 nuclei familiari: Sartorelli (5), Pessali (9), Bonardi (4), Pistori (3), Grillo (4), Feranti (7), Massardi (4), Galmozzi (5), Muzetic (7), Tansini (6), Scala (7), Zanella (7), Bonardi (4) e altre 9 persone.

- Nello Stato d’Anime del 1909 le famiglie presenti erano 6, con 37 persone: Giovanni Bertoni fattore (5), Carlotti ved. Brentonico (5), Piovani e Soldi (7), Andrea Quinzanini (7), Faustino Bodini (10), Giuseppe Facchinetti (3). - Durante il Censimento della popolazione del 21 aprile 1936 le famiglie presenti erano 13, con 55 persone: Giulia Amadei vedova Zambolo (6), Annibale Busi (3), Maria Busi (1), Natale Cazzavacca (3), Maria Compiani (2), Elvira Gennari (5), Battista Girelli (7), Battista Piacenza (4), Giovanni Sina (5), Girolamo Viviani (7), Giuseppe Zambolo (8). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: i nuclei familiari erano 7 con 16 persone. 101

Si trova sulla provinciale LenoBagnolo in direzione nord ad un chilometro dal centro urbano, sulla destra dopo un breve tratto di strada poderale. Il toponimo è chiaramente un nome di persona. Il terreno circostante è zona archeologica poiché a oriente della strada provinciale sono stati ritrovali fittili e frammenti di vasellame simili ai reperti del Castellaro di Gottolengo. La villa con rustico fu costruita nel 1928 dai signori Telò di Leno. Durante il censimento della popolazione del 1936 vi erano residenti 5 nuclei familiari con 18 persone. Attualmente è proprietà del signor Rossini. La villa con rustico a mattina è circondata da un piò di terreno coltivato a erba medica.

Gadaldi Da Villa Gianluigi riprendiamo il nostro itinerario con meta la cascina Gadaldi-Brescianini. Siamo a circa due chilometri dal paese. La cascina è pure raggiungibile da Via Striaga Mattina, strada poderale che attualmente inizia nel Quartiere Tita Secchi. La cascina porta il nome del proprietario che la fece costruire nel 1929, il signor Alessandro Brescianini Gadaldi (19041982). Alla sua morte l’azienda passò ai figli, che coltivano ora i 20 piò di terra a mais e loietto; i terreni sono irrigabili con le acque del Vaso Striaga, derivante dal Rino


Foto proprietà della famiglia Gadaldi Brescianini. Maggio 1987.

La cascina porta il nome del proprietario che la fece costruire nel 1929, il signor Alessandro Brescianini Gadaldi (1904-1982). 1930. Il signor Alessandro esperto apicoltore, mentre osserva le api del primo sciame donato dallo zio Giacomo Rossini.

Alto, e con quelle del pozzo privato. L’attuale immobile è composto da due elementi contrapposti e da un terzo sito a mattina. Il corpo di fabbricato a nord del cortile, iniziando da sera, è formato da un ripostiglio, dalla vecchia abitazione con portico aperto a mezzodì e, in continuazione verso mattina, dall’abitazione aggiunta. Altro porticato è posto a mezzogiorno del cortile con l’ex locale per l’allevamento di animali da cortile. La nuova stalla con sala di mungitura, costruita nel 1972, è situata a mattina; attualmente è vuota. 102


Febbraio 1929. Inizio dei lavori di costruzione della cascina Gadaldi. Sotto: 1954-55 cascina in costruzione.

103


Itinerario Leno-Bagnolo Mella Settore di ponente

Abbiamo inserito nell’itinerario di Via Brescia, proseguendo poi in direzione di ponente, diverse cascine ovviamente raggiungibili anche dalla strada comunale di Bogalei. Esse sono: Tre Colori, Serena, Damonte, Costantina, Sant’Antonio Sera, Zerbio, tutte situate tra i “silenzi pastorali”; infine il Pollino, posto a nord di questo gruppo, ultima cascina del territorio di Leno.

BAGNOLO MELLA

I VI SP

Pollino

Tre Colori

S. Antonio Sera Costantina

Serena

Damonte DI GHE

Zerbio

8 SS 66

LENO

O ERBI MAN

GOTTOLENGO

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Cascina Tre Colori. L’originaria casa colonica portava il nome di Villa Laurina, come è indicato nel registro anagrafico del 1909, e in seguito quello di Casinetto Nuovo, come è indicato nel mappale del 1934. Il nome Fenile Tre Colori si può ritenere derivi dalla dipintura della cascina.

Tre Colori Sulla sinistra della provinciale si entra nella strada poderale privata e fra nuove costruzioni si giunge ai Tre Colori, situata a circa due chilometri dal paese e a metri 69,3 s.l.m. L’originaria casa colonica portava il nome di Villa Laurina, come è indicato nel registro anagrafico del 1909, e in seguito quello di Casinetto Nuovo, come è indicato nel mappale del 1934. Il nome Fenile Tre Colori si può ritenere derivi dalla dipintura della cascina. In epoca imprecisata ne divenne proprietaria la famiglia Ari (Francesco, Domenico, Angelo e Pietro), con annessi 35 piò di terra fertile coltivata a monocoltura di mais e irrigabile con l’acqua del vaso Cicogna, ramo della Nicla. 105

La destinazione dell’immobile è rurale; l’edificio è costituito di una stalla tradizionale, cinque fienili con portico in cinque campate aperte a mezzogiorno e in continuazione a mattina le abitazioni. Altri rustici completano l’immobile. Cronaca Alle ore tredici di un imprecisato giorno del 1939 si sviluppò un incendio, probabilmente per autocombustione della paglia imballata. Dopo due ore rimase soltanto cenere; salvata l’abitazione. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 4 nuclei familiari con 11 persone. Marzo 2000: è presente una sola famiglia di 2 persone.


Giornata del miele, al centro gli apicoltori, da sinistra: Felice Zucchi, Giacomo Rossini, Vittorio Pietta, Alessandro Brescianini Gadaldi. In basso: la cascina Serena, oggi.

Il signor Felice Zucchi (1915-2003) apprese l’arte di apicoltore nel 1930 dal nonno Cesare maestro elementare. Si costruiva arnie con telai a favo mobile con fogli cerei che recavano tracce di cellette. Raggiunse una

notevole esperienza in seguito a decenni di osservazioni. Produceva i seguenti tipi di miele: alla cicoria, all’acacia, tiglio, castagna, melata.

eccetto un porticato usato come deposito; in continuazione verso mattina la struttura originaria ha subito modifiche radicali per essere adeguata a esigenze di più decorosa abitabilità. Non esiste allevamento di alcun genere, ma si conservano due silos di cemento armato.

Movimento demografico delle famiglie Censimento generale della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 4 nuclei familiari con 14 persone. 20 marzo 2000: è residente il signor Felice Zucchi fu Felice.

Serena Lasciata alle spalle la cascina Tre Colori, si prosegue verso sud su strada privata; sulla destra ci portiamo alla cascina Serena. Ci troviamo a circa due chilometri dal paese e a metri 68,8 s.l.m. Il toponimo deriva da nome proprio femminile. Nel 1929 il signor Felice Zucchi (1888-1964) acquistò dal signor Antonio Bottini l’immobile, che attualmente è dotato di 14 piò di terra coltivata a mais e erba medica; i terreni sono irrigabili con le acque dei cavi della Sangervasa e della Nicla. Il proprietario attuale dell’azienda è il signor Felice Zucchi, eccetto per il rustico che appartiene al fratello Giovanni. La tipologia planimetrica dell’edificio è a L, con il corpo di fabbrica principale a nord del cortile,

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Cascina Damonte. Il nome deriva da quello dell’antica famiglia Damonte, di cui si ricorda un notaio già operante in Leno nel 1492.

Damonte Proseguendo verso ponente si raggiunge la cascina Damonte. Dista dal centro di Leno circa tre chilometri ed è posta a metri 68,3 s.l.m. Il nome deriva da quello dell’antica famiglia Damonte, di cui si ricorda un notaio già operante in Leno nel 1492. Nel catasto austriaco del 1852 leggiamo che la casa colonica con “buoni terreni” era proprietà di Camillo e Camilla Bravo, maritata Zanetti, figli di Luigi. La partita originaria di loro proprietà misurava pertiche metriche 450,63 (piò 138), con un rendita stimata in 344,63 lire austriache. I Bravo possedevano inoltre la casa padronale in contrada della Rassica (ora Via Garibaldi) e la cascina Bravo detta anche Barakì Bravo, attuale proprietà Prandi in Via Brescia. Nel 1922 ne era proprietaria la signora Lizzari Luigia fu Angelo. In una “Relazione di misura per superficie”, compilata dal geometra Piovani in data 7 dicembre, gli appezzamenti di terreno, compreso quello dello stabile e dell’orto, erano otto, per una superficie effettiva di ettari 14,20, pari a 43,63 piò. Dal 1931 la proprietà passò ai fratelli Alvise e Giuseppe Prandini; questi dopo diversi anni di permanenza in azienda raggiunsero il fratello Giulio presso l’azienda agricola del Vaticano. Al loro ritorno, Giuseppe vendette la propria proprietà al signor Giordano Zucchi, mentre Alvise si trasferì prima a Remedello Sopra e poi in città.

Pertanto attualmente la parte nord è divisa fra il signor Lorandi con un piò di terra, e i signori Prandini e Mondini che hanno ristrutturato l’altra metà adibendola ad abitazione. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 vi abitavano le famiglie Smussi e Zucchi (8). - Nel 1909: vi abitava un nucleo familiare: Albertini Giuseppe, fittabile (7). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: era presente una famiglia di 3 persone.

Famiglia Damonte Di questa famiglia ricordiamo un Francesco, che morì in Leno il 7 gennaio 1770 a 75 anni di età. Era figlio di Angelo e di Maria Franchi. “Uomo di chiaro nome non solo a Leno ma in tutta la vasta provincia, per oltre cinquant’anni cancelliere del nostro Comune, promosse il riordinamento dell’archivio antico comunale”1. Nel 1789 Giò. Giacomo Da Monte fu sindaco con Giò.Batta De Rossi e Pietro Comparino. Agli inizi del ‘900 era vivente anche un certo Marenda Giovanni, pollivendolo, detto “Pobol” e anche “Damonte”, perché la nonna, morta in Leno nel 1884, era una Damonte. 1

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L. Cirimbelli, Dove sorgeva un’antica abbazia, Leno 1971, p. 144-145.


Cascina Costantina. Si supponeva che il nome derivasse da un cognome, mentre si tratta di nome proprio, dato dal signor Zucchi in memoria della moglie del defunto maestro Cesare Zucchi di Pralboino.

Famiglia Bravo Famiglia agiata e distinta del paese; alcuni componenti di essa furono esperti agricoltori, studiosi, membri di sodalizi, occupando cariche pubbliche come amministratori civici; altri esercitarono la professione di medico. Si ricordano: Pietro (1770), rappresentante della nostra comunità; Stefano (1772), medico condotto a Leno; Camillo di Luigi, consigliere comunale e amministratore del nostro ospedale; Pietro di Stefano (1785-1842), autore di varie opere letterarie e storiche; altro Stefano, sacerdote e cappellano garibaldino. Gian Maria di Vitale (1829 - Cigola Bg. 1860) fu docente di Storia del Diritto all’Università di Pavia. Sposò Paolina Legnazzi (Leno 1835 - Carate 1896), che alla sua morte dispose della sua sostanza fondando una borsa di studio intitolata al defunto marito a favore di studenti lenesi e bresciani che si fossero dedicati agli studi giuridici. Luigi (1842 - Ostiglia 1911) fu canonico della cattedrale di Mantova, nipote dell’abate don Pietro. Si ricorda che mons. Luigi Bravo fu padrino della seconda campana del concerto inaugurato nel 1892. Caterina coniugata Albini fu benefattrice testamentaria dell’asilo infantile.

Costantina Dalla cascina Damonte pochi passi in direzione di mezzodì conducono alla cascina Costantina. Si supponeva che il nome derivasse da un cognome, mentre si tratta di nome proprio, dato dal signor Zucchi in memoria della moglie del defunto maestro Cesare Zucchi di Pralboino. Rileviamo dall’anagrafe parrocchiale che nel 1909 esisteva un’altra cascina (non identificata con lo stesso nome) abitata dalla famiglia di Domenico Feroldi (attività: “fatutto”) composta di 9 persone. Nel 1956 il signor Giordano Zucchi acquistò l’immobile dal signor Giuseppe Prandini con 13 piò di terreni, che attualmente sono coltivati a loietto e mais. L’irrigazione avviene con l’acqua dei cavi Nicla e Sangervasa. Pur nel rispetto della tipologia planimetrica originaria, l’immobile ha subito un radicale recupero abitativo. Non vi sono allevamenti di 108

sorta, salvo animali da cortile per uso familiare. Marzo 2000: la cascina è abitata dalla famiglia del signor Giordano Zucchi.

Sant’Antonio Sera Dalla cascina Damonte proseguendo in direzione di occidente a poca distanza si raggiunge la cascina Sant’Antonio Sera. Porta il nome del santo abate per la vicinanza della demolita chiesetta campestre. La chiesetta è nominata nella visita pastorale del vescovo Domenico Bollani compita a Leno nel 1566; era allora possesso dell’abate Girolamo Martinengo, quindi proprietà dell’abbazia di Leno, insieme ad un appezzamento di terra confinante con il Naviglio e le proprietà Zucchi, Damonte, Bernardo Zerbio. Nel 1786 o forse prima fu demolita, come la chiesetta di Santa Scolastica, per ordine del Senato Veneto. Il medesimo anno la chiesetta e terreno adia-


L’area dove sorgeva la chiesetta di Sant’Antonio (1782).

Zerbio

cente furono messi all’asta in Venezia con altra proprietà della “La Cicogna” e fu acquistata dal signor Giò.Battista Galante di Brescia. Altri documenti storici si riferiscono a proprietari di terreni in questa zona. 1603, 13 aprile. In occasione del matrimonio tra Giò.Batta quondam Giò.Paolo Lodi e Giulia figlia di Servanzio Dossena veniva alla medesima stabilita la dote in somma di seimila lire planette, cui si aggiungeva pure una “pezza di terra in contrada di Sant’Antonio” di piò 4 e tavole 80. 1641. Lucrezia del fu Francesco Busi vi possedeva 10 piò e 90 tavole di prati “arativi e vidati”. Sant’Antonio Sera non compare nel catasto austriaco. Nel 1869 era proprietario Camillo Bravo, che possedeva anche la vicina Damonte. Nel 1925 ne divenne proprietario il signor Luigi Lorandi che la lasciò poi ai suoi eredi. Attualmente lo stabile è divi-

so tra due proprietari. Il signor Francesco Lorandi possiede la parte di immobile posta a sera, costituita dalla stalla tradizionale (ora vuota), da cinque fienili e dall’abitazione. Il rimanente è proprietà della signora Giuseppina Favagrossa, che non vi abita. Il signor Lorandi, qui residente, coltiva i 13 piò di terra a loietto e mais, irrigabili con la Sangervasa. Cronaca Nel 1960 fu installato l’impianto di allacciamento della linea elettrica proveniente dalla cabina “Brignani” di Via Brescia. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 vi abitava la famiglia Lorandi, formata da 5 persone. - Nel 1909 è detto Fenile di Sant’Antonio e vi abitava la famiglia di Erminio Brunetti con 4 persone. Marzo 2000: vi abita un nucleo familiare. 109

Tornati alla cascina Damonte, proseguendo sulla destra un tratto di strada consente di raggiungere la cascina Zerbio, detta anche Breda Zerbio. La cascina è raggiungibile pure percorrendo verso nord la strada comunale Leno-Porzano: attraversando la “Lenese”, si imbocca la strada vicinale per la cascina Damonte e vi si giunge dopo un solo chilometro dal paese. Il nome deriva dal cognome della famiglia Zerbio, che aveva proprietà terriere in questa zona, come prova un mappale del “Catastico Generale” dei beni abbaziali compilato nel 1782. In esso si legge che un Bernardo Zerbio aveva terre confinanti con la proprietà Sant’Antonio Sera. È verosimile che l’edificio sia stato costruito dal successore Giuseppe Zerbio (1859-1934)1, poiché non compare nel catasto austriaco e nemmeno nello Stato d’Anime del 1880-82. Alla morte di Giuseppe Zerbio avvenuta nel 1934 la proprietà passò al figlio Bernardo, che nel 1964 vendette la cascina al signor Giovanni Prandini, la cui famiglia per ragioni di lavoro emigrò in Piemonte dal 1954. Oltre ai 30 piò in proprietà, il Prandini ne lavora altri 9 in affitto nelle vicinanze della cascina; sono coltivati a mais, loietto, erba medica. Le acque della Sangervasa e della Nicla provenienti dal Vaso Cicogna servono all’ir1

Giuseppe Zerbio (1859-1934) sposò Giuseppina Della Torre (1864-1921); entrambi furono benemeriti benefattori dell’Asilo Infantile di Leno.


Cascina Pollino. Il toponimo è di dubbia etimologia: forse dal dialetto pulì = tacchino, oppure dal cognome della famiglia Pollini (presente anche nella vicina Bagnolo). Nel 1900 era denominata “Osteria Belvedere”, poi “Osteria Pollino”.

Cascina Breda Zerbio. Il nome deriva dal cognome della famiglia Zerbio, che aveva proprietà terriere in questa zona, come prova un mappale del “Catastico Generale” dei beni abbaziali compilato nel 1782. In esso si legge che un Bernardo Zerbio aveva terre confinanti con la proprietà Sant’Antonio Sera.

rigazione del fondo. Il corpo di fabbrica a nord del cortile è costituito dalla stalla tradizionale, con fienile superiore e portico a cinque campate aperto a mezzodì, e dalle abitazioni ristrutturate che continuano verso mattina; nelle adiacenze vi è una rimessa per macchine e attrezzi agricoli. Separata sul lato nord è la nuova stalla razionale per l’allevamento di bovine da latte con impianto di alimentazione e di mungitura. A mezzogiorno dei rustici e del cortile sorge una graziosa villetta con giardino ben curato, residenza dei Prandini. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 e 1909 era detta “Casino Zerbio” ed era abitata rispettivamente, nel 1900 dalle famiglie Nicolini (7), Guerrini (5) e Cazzavacchi. - Nel 1909 da Vincenzo Nicolini detto “il ferraiuolo” e dal-

la famiglia Giuseppe Monfardini (7). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitava una famiglia composta di 5 persone. Marzo 2000: vi abitano 2 nuclei familiari con 6 persone.

Pollino È l’unica cascina di questo itinerario che fiancheggia la provinciale, all’altezza dell’ingresso della cascina Disciplina situata a metri 71,5 s.l.m. e a circa tre chilometri dal paese. Il toponimo è di dubbia etimologia: forse dal dialetto pulì = tacchino, oppure dal cognome della famiglia Pollini (presente anche nella vicina Bagnolo). Ne l 1 9 0 0 e r a d e n o m i n a t a “Osteria Belvedere”, poi “Osteria Pollino”: in tale periodo era gestita da Giovanni Venturelli (famiglia di 5 persone), in seguito da Emilio Stefano Sandri110

ni, “oste e possidente”, con famiglia di 5 persone. Nel 1930 da Ghedi si trasferì al Pollino il signor Bruno Savoldi, seguito da Alessandro Savoldi, conduttori fino al 1980. In questi cinquant’anni il fabbricato di abitazione con rustico fu occupato dalla famiglia Bresciani. Proprietario attuale della cascina è il signor Roberto Savoldi, che l’acquistò nel 1997 dai signori Giacomo Abbadati e Manzoni di Brescia, mentre il conduttore attuale è il signor Bruno Barbieri della Mirandolina, che coltiva i 33 piò di terra a mais e erba medica, irrigati dai cavi Sangervasa e Cicogna.


111


Scovola

Bada di Sopra

Itinerario Via Ghedi

Bada di Sotto

Speranza

Settore di ponente

Littorio

Levante

Fontanone Mortaio

Martinengo da Barco Giuliana

Miranda

Serioletta di Sopra

Villanuova

Serioletta di Sotto

Rino Teresa Benone PO

Bersaglio di Sopra

RZ O

AN

Bruciata

S. Maria Rossini

Bersaglio di Sotto

Cesira Tiro a Segno

I VI SP

LENO

GO

EN

OL TT GO

112

È l’itinerario che partendo da Leno percorre in direzione nord la strada comunale per Ghedi. Nella prima parte dell’itinerario – zona di ponente – sono comprese le cascine Benone, Santa Maria Rossini, Villanuova, Bruciata, Miranda, Bada di Sotto, Bada di Sopra, Scovola. Nella seconda parte – zona di levante – sono comprese le cascine Bersaglio di Sotto, Tiro a Segno, Cesira, Serioletta di Sotto, Rino Teresa, Bersaglio di Sopra, Giuliana, Serioletta di Sopra, Martinengo da Barco, Levante, Littorio, Speranza; deviazione verso sud alla Littorio per raggiungere le ultime due: Mortaio e Fontanone.


Cascina Benone. Questa cascina non è indicata nel catasto austriaco; si presume sia stata costruita tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, quando la zona venne bonificata. La troviamo registrata nel “Libro delle Anime” del 1909.

Benone Da Via Tito Speri in direzione nord, poco prima della cascinetta Santa Maria Rossini sulla sinistra si imbocca una stradina poderale privata; a due chilometri dal paese si giunge alla cascina Benone, nome attribuito anche al fontanile. Questa cascina non è indicata nel catasto austriaco; si presume sia stata costruita tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, quando la zona venne bonificata. La troviamo registrata nel “Libro delle Anime” del 1909. Attualmente sono proprietari i signori Albino Tomasoni e Tomasina Tomasoni. Il fondo dispone di 45 piò di terreno coltivato a mais, erba medica e orzo. È servito dalle acque dell’Onizzetto Nuovo. La destinazione dell’abitato è rurale. La struttura planimetrica è a elementi contrapposti: nell’ala nord verso sera si trovano le abitazioni, che occupano l’intero 113

corpo del fabbricato; la seconda parte, in continuazione verso mattina, è composta da portico in tre campate con adiacente la vecchia stalla con fienile; portico con pilastri in cotto a vista con quattro luci. L’elemento contrapposto a mezzogiorno è costituito dalla caratteristica barchessa a tre campate. Alcune rimesse sono site a mattina dei corpi sopra indicati. Si allevano animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico della popolazione - Nel 1909 vi abitavano 2 nuclei familiari con 9 persone: Cesare Consoli, affittuale, e Giulia Ossoli, Muffoni (8). - Negli anni Trenta-Quaranta vi abitavano 2 nuclei familiari con 11 persone: l’affittuale Pietro Gogna (6 persone) e Giulio Zani (5). Febbraio 2000: vi abitano 3 nuclei familiari composti di 8 persone.


Villanuova è nome di molti luoghi lombardi; probabilmente è la medesima cascina con la dizione di Villa Nuova Sartori citata nell’Anagrafe agli inizi del ‘900. La cascina risale verosimilmente al periodo delle grandi opere di bonifica iniziate dopo il 1880 da parte dei fratelli De Giuli nella loro tenuta, La Scovola.

Santa Maria Rossini Il nome è composto dalla dedicazione alla Madonna seguita dal cognome di una famiglia ivi residente o proprietaria. Nel 1909 era denominata cascina Rossini e vi abitava l’affittuale Bortolo Bertoletti con la famiglia composta di cinque persone. Nel 1936 vi erano residenti le famiglie di Giuseppe Rossini, con 2 persone, e di Paolo Zani, con altre due persone. Ora è proprietà della signora Emilia Dagani vedova Zanotti.

Villanuova La cascina è situata a due chilometri e mezzo dal paese e a metri 72,6 s.l.m. Villanuova è nome di molti luoghi lombardi; probabilmente è la medesima cascina con la dizione di Villa Nuova Sartori citata nell’Anagrafe agli inizi del ‘900. La cascina risale verosimilmente al periodo delle grandi opere di bonifica iniziate dopo il 1880 da parte dei fratelli De Giuli nella loro tenuta, La Scovola. Opere di trasformazione fondiaria sono state compiute però anche recentemente. Nel 1997 i signori Serafini hanno iniziato lavori di livellamento del podere e nuove canalizzazioni costruite in proprio con elementi in cemento. L’attuale proprietaria è la signora Lucia Berardi, che ha acquistato l’azienda nel 1985 dagli eredi Mercanti; conduttori sono i fratelli Serafini, figli di

Lucia Berardi. In precedenza furono conduttori del fondo i signori Cremaschini, Zinetti e Tomasoni. L’utilizzazione prevalente dei 95 piò di terra è la coltura di mais, loietto, erba medica e segala; per l’irrigazione si utilizzano le acque dei cavi Onizzetto Vecchio e Nuovo, oltre al pozzo privato. La tipologia planimetrica è ad elementi contrapposti. Il corpo di fabbricato a nord è formato da lungo porticato aperto a mezzodì, con pilastri in cotto a vista, e stalle tradizionali con fienili superiori; in continuazione verso mattina sono ubicate le abitazioni recentemente ristrutturate. Un altro corpo di fabbricato è posto a mezzodì dell’ampio cortile. A mattina è la stalla moderna a stabulazione libera con relativi impianti di alimentazione e sale di mungitura per bovine da latte. Si allevano pure bovini da carne. 114

Movimento demografico della popolazione - Nel 1900: era abitata da 2 nuclei familiari con 19 persone: la famiglia Montini, di 17 persone, e la famiglia Bravo (2). - Durante il Censimento del 1936 erano residenti 5 nuclei familiari con 32 persone: Roberto Savoldi (7), Luigi Zanelli (8), Francesco Bertuzzi (8), Giacomo Geroldi (4), Bettino Bregoli (5).

Bruciata A poche decine di metri dalla cascina S. Maria Rossini si entra a sinistra su strada sterrata e, percorso il rettilineo, a 2 km. circa dal paese si trova la Cava Gatti s.r.l. con annesso ufficio contabile-amministrativo acquisto fatto nel 1989 dall’ex proprietario Aldo Papa. Da tempo l’estrazione del materiale inerte è esaurita ma l’attività continua con la lavorazione di materiale acquistato presso terzi. Dell’esistenza di una prece-


Cava Gatti: a nord cascina Villanuova dei Serafini; in basso a destra cascina Benone di Albino Tomasoni; in angolo del laghetto la località detta Bruciata.

dente cascina-azienda non abbiamo notizie. Il toponimo è diffuso in diversi paesi del Bresciano, da Nuvolera a Pontoglio, da Carpenedolo e Orzinuovi. Il Guerrini scrive: “a Bagnolo due cascine portano ancora il nome di Fenil Bruciato, e io credo che tal nome non sia stato appiccicato dal popolo per qualche casuale incendio, ma provenga dal cognome della famiglia Brusati, come il nome di Monticelli Brusati”. Un’interpretazione nel nostro caso di dubbia etimologia, poiché la famiglia Brusati non è finora documentata a Leno. Un’altra ipotesi, avvalorata da testimonianze orali, ritiene il nome derivato dalla natura del terreno, sterile e asciutto. Il toponimo “Bruciata” è citato anche dal Guareschi nel “Don Camillo” come «una striscia di terra (...) pelata come se fosse passato Attila e soltanto a seminarvi dinamite si sarebbe ottenuto qualcosa...».

Particolare della cascina Miranda. Il nome deriverebbe dal latino col significato di “meravigliosa”, oppure dalla voce “Mirandula”, piccola vedetta, o ancora da nome femminile. Siamo a sud della Scovola, quindi in zona bonificata a partire dal 1880.

Miranda Dopo la cascina Villanuova l’itinerario prosegue per un tratto rettilineo in direzione nord, quindi verso sera. La Miranda è a quattro chilometri e mezzo da Leno e a metri 73 s.l.m. Il nome deriverebbe dal latino col significato di “meravigliosa”, oppure dalla voce “Mirandula”, piccola vedetta, o ancora da nome femminile. Siamo a sud della Scovola, quindi in zona bonificata a partire dal 1880, data di acquisto dei 1200 piò di detto tenimento costituito quasi per intero da paludi da parte dei fratelli De Giuli. A lavori ultimati era stata attuata una vera trasformazione di questa parte del territorio. Non si hanno notizie della cascina fino agli anni Trenta, quando era abitata da sei famiglie con una trentina di persone; dal 1936 al 1946 furono affittuali gli Spinoni, seguiti dai Barbieri che ri115

masero fino al 1970. Nel 1976 il signor Matteo Barbieri e la signora Tomasina Tomasoni acquistarono lo stabile dal signor Mario De Giuli con annessi 40 piò di terreno, che attualmente sono coltivati a mais, erba medica e loietto. I terreni sono irrigabili con le acque del cavo America Pilati. La cascina è composta in lato sud dall’abitazione, cui segue la stalla tradizionale con quattro fienili e, situate rispettivamente a sud e a sera, le stalle di concezione moderna a stabulazione libera con impianti di alimentazione e mungitura. Si allevano bovini da latte e da carne e animali da cortile per uso familiare. Cronaca Tra gli episodi particolari accaduti nei pressi della cascina, il signor Alessandro Barbieri ricorda la caduta di un Tornado del tipo PA 20 MM 70/77, catapultato e


Cascina Bada di Sopra. Il toponimo “Bada” sembrerebbe antico nel significato di “guardia”. Il nome è attribuito anche al cavo che fa parte del sistema Seriolazza. Esso serviva alla irrigazione di una vasta zona di terreno bonificato con cavi che tributavano acqua alla Seriolazza o alle rogge da essa derivate.

incendiato a 250 metri dall’abitazione. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1936 erano residenti 6 nuclei familiari con 30 famiglie: Luigi Bonazza (7), Francesco Quaranta (5), Natale Marini (6), Giovanni Botturi (2), Giovanni Bonazza (4), Angelo Botturi (6). Censimento del 1991: era residente un nucleo familiare (Matteo Barbieri) con 6 persone. 2000: vi risiede una famiglia di 3 persone.

Bada di Sopra (dial. Badó de Suró)

Si arriva con la stessa strada che porta alla Bada di Sotto, poi si prosegue su strada privata. La cascina si trova a circa tre chilometri da Leno e a metri 77 s.l.m. Il toponimo “Bada” sembrerebbe antico nel significato di “guardia”. Il nome è attribuito anche al cavo che fa parte del sistema Seriolazza. Esso serviva alla irrigazione di una vasta zona di terreno bonificato con cavi che tributavano acqua alla Seriolazza o alle rogge da essa derivate. La bonifica eseguita in contrada Gaifama (in territorio di Ghedi) risultò insufficiente per il prosciugamento ed anche i terreni da esso irrigati lo erano in modo incompleto. In seguito si portò il suo capofonte più a nord. La cascina non compare nel catasto austriaco, mentre è presente nel censimento del 1936, quando era proprietà della signora Felter, che nel 1953 la cedette ai signori Giovanni e Mario Raineri.

La tipologia planimetrica della cascina è a L con ingresso a sera. L’ala a nord è formata da vecchie abitazioni abbandonate e dalla stalla tradizionale con fienile a più campate, mentre sulla destra dell’ingresso si trovano le abitazioni ristrutturate. A mezzogiorno del cortile una barchessa serve da legnaia e deposito. I 52 piò di terreno, 18 dei quali nel territorio del comune di Ghedi, sono attualmente coltivati a mais, erba medica, loietto e orzo. I terreni sono irrigati con acqua del Pozzo Bada e di altro pozzo privato, e in parte con quella del vaso Quinzanella di Ghedi. Si allevano bovini da latte e da carne con distribuzione manuale del mangime. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie Al censimento del 1936 era presente un nucleo familiare (Francesco Apostoli) con 12 persone. 116

Censimento del 21 ottobre 1991: presente la famiglia di Giovanni Raineri composta di 6 persone. Febbraio 2000: sono presenti le due famiglie dei proprietari composte di 6 persone.

Bada di Sotto (dial. Badó de Sotó)

Si raggiunge entrando in strada privata all’altezza della curva di fronte alla cascina Littorio. La cascina si trova fra due seriole: la Seriolazza e la Bada, ed è circondata, specie sulle ripe, da una ricca vegetazione d’alto fusto; è posta a metri 77,5 s.l.m. Questa cascina non compare nel catasto austriaco e non si conosce la data di costruzione. Il signor Paolo Raineri, già affittuale dal 1948 del signor Ambrogio alla cascina De Giuli, si trasferì alla Bada nel maggio del 1975, acquistando dal signor Bonardi i 23 piò di questo podere. Vari elementi compongono il


Cascina Bada di Sotto. Abbandonata la vecchia rotazione agraria, la coltivazione dei terreni è ora quella comune alle altre aziende della zona: mais, loietto e medica che, insieme a prodotti miscelati, vengono usati per l’alimentazione dei bovini da latte e da carne.

Cronaca In prossimità della cascina la strada presenta una curva molto pericolosa, tanto da essere stata soprannominata la “curva della morte”. Molto frequentemente i signori Raineri hanno prestato soccorso in occasione di incidenti. Alcuni anni orsono un fulmine colpì un albero di alto fusto a pochi metri dall’abitazione bruciandone la corteccia fino alla base. Movimento demografico delle famiglie Al censimento del 1936 erano presenti 2 nuclei familiari con 8 persone: Vittorio Redini e Maria Carminati (7). Censimento del 21 ottobre 1991: presenti 2 nuclei familiari con 11 persone. Febbraio 2000: vi abita una sola famiglia (Paolo Raineri) composta di 5 persone.

fabbricato: le abitazioni, una rimessa con officina meccanica dotata di macchine utensili per la manutenzione ordinaria del parco macchine e per la costruzione di accessori utili all’azienda, la vecchia stalla tradizionale e la nuova con pilastri in cemento armato, un reparto di mungitura, un magazzino per granaglie, ricoveri chiusi per macchine, tutte strutture edificate in parte dagli stessi Raineri. Abbandonata la vecchia rotazione agraria, la coltivazione dei terreni è ora quella comune alle altre aziende della zona: mais, loietto e medica che, insieme a prodotti miscelati, vengono usati per l’alimentazione dei bovini da latte e da carne. Le acque del Pozzo Bada servono all’irrigazione del fondo. 117


Un particolare della cascina Bersaglio di Sotto.

Settore di levante

Bersaglio di Sotto Proseguendo verso nord sulla Leno-Ghedi dopo il cavalcavia della “Lenese” si entra alcuni metri verso destra. La Bersaglio di Sotto dista circa due chilometri dal paese. Il nome deriva dal vicino Campo di Tiro, ex sede del Tiro a Segno Nazionale. Esisteva pure il Bersaglio Mattina, di proprietà del signor Facchi1 e abitato dal signor Pietro Castelli. Il primo conduttore a noi noto fu il signor Paolo Pennati, presente dal 1935 e nel censimento del 1936 con la famiglia composta da 11 persone. Solo recentemente i figli di Paolo, Lorenzo e Giovanni Pennati, acquistarono l’azienda dal signor Mario Assali. La vecchia costruzione ha ingresso a volta, stalla tradizionale con fienile superiore, tetto aperto verso sera e fienile (che subì un incendio nel 1975). Unite a questa parte del fabbricato le abita-

Cascina Tiro a Segno.

zioni. Sulla sinistra dell’ingresso al cortile vi sono due sili in cemento armato. Sono state aggiunte inoltre nuove strutture per l’allevamento dei suini. Attualmente si coltivano terreni per 36 piò esclusivamente a monocoltura di mais, irrigati con le acque del Vaso Beda e del Pozzo Bada.

1

Giuseppe Facchi (Pì Fàc), albergatore. Fu personaggio noto a Leno per la generosità e le doti umane. Fu consigliere nell’amministrazione comunale, nella Cassa Cooperativa e nella Società Operaia. Morì a 57 anni nel novembre 1905.

118

Tiro a Segno A mattina della cascina Bersaglio esiste ancora l’edificio, ora fatiscente, del campo da tiro per esercizio pubblico civile o militare, ex sede del Tiro a Segno Nazionale. La fondazione in Italia della prima società di Tiro al Bersaglio risale al 1841. Nel 1862 venne emanata una legge che elevò il Tiro a Segno ad istituzione nazionale e nel medesimo anno nel Bresciano furono inaugurate alcune Società di Tiro a Segno. A Leno è sorta nel 1901 come Società mandamentale con lo scopo dell’istruzione militare dei giovani. Primo presidente fu il segretario comunale signor Pericle Prestini. Nel 1909 la custodia del campo fu affidata ad Angelo Pietta, che abitava nell’edificio con la famiglia composta di 5 persone. Fino ad alcuni anni fa vi risiedeva la signora Felicita Ari, vedova Malagni, che fu l’ultima ad abitare nel fabbricato.


Cascina Cesira. Questo stabile in passato faceva parte della “Campagna” di proprietà comunale che si estendeva dalla Formola alla Scovola e che era costituita quasi per intero da paludi coperte da piante erbacee, legnose e palustri.

zialmente a elementi contrapposti e, a mattina, a elementi unici. Il primo edificio entrando è la villetta del proprietario, mentre i figli con le rispettive famiglie abitano nelle abitazioni poste a nord. Di loro proprietà sono i rustici per magazzini e ricovero delle macchine e le stalle tradizionali e moderne attrezzate per l’allevamento di bovine da latte. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 4 nuclei familiari con 14 persone.

Cesira Dal Bersaglio di Sotto si riprende l’itinerario in direzione nord. La cascina Cesira è situata a circa due chilometri e mezzo dal paese e a metri 73 s.l.m. Porta il nome della madre del costruttore, il signor Toninelli, che in un primo tempo voleva dedicarla a San Pietro, perché i lavori di costruzione dell’edificio erano iniziati proprio il giorno 29 giugno. L’atto di acquisto del podere fu redatto nel 1958, venditore il dottor Carlino Sartori, al prezzo di 312 mila lire al piò. Oltre ai 30 piò uniti all’azienda, ve ne sono altri 12 dislocati altrove e prevalentemente coltivati a mais e loietto. I terreni sono irrigati con le acque della Bada, del Cavo Superiore e del pozzo privato. Questo stabile in passato faceva parte della “Campagna” di proprietà comunale che si estendeva dalla Formola alla Scovola e che era costituita quasi per intero da paludi coperte da piante er-

bacee, legnose e palustri. Il signor Giacomino Toninelli riferisce che ancora negli anni Trenta-Quaranta, durante lavori di scavo e di livellamento, in questa zona furono rinvenuti vari strati di legname (rovere e platano), che fanno pensare alle torbiere citate dal chimico Oreste Rossi a metà Ottocento nel territorio di Leno. Questi si applicò con ogni sforzo nella ricerca di torba nel Bresciano. Negli anni 1852-57 presentò una memoria presso l’Ateneo di Brescia per l’utilizzazione del gas luminoso facendo esperienze con un piccolo “distillatorio” per esplorare la quantità e qualità di gas fornito dalle torbe d’Iseo, di Padenghe, di Torbiato e di Leno. Mentre “colla torba vergine d’Iseo e con quella di Padenghe non si ebbe dal gas che una fiamma azzurra senza luce, con quella di Torbiato e Leno la fiamma aveva un po’ di luce alla sommità”. Attualmente la cascina comprende un gruppo notevole di rustici e di case disposti essen119

Serioletta di Sotto (dial. Seriolètò de Sotò)

Si trova sulla destra della strada Leno-Ghedi a due chilometri circa dal paese. Il nome deriva dalla presenza di una roggia (seriola) che scorre poco distante verso sera. La seriola fu proprietà dell’Abbazia di Leno fino al 1541, anno in cui fu acquisita dal Comune. Nel corso dei secoli subì trasformazioni di ogni genere, finché negli anni Trenta raccolse una certa quantità di acqua erogata dalla Seriolazza, dal Cavo Bersaglio e da parte del Cavo Onizzetto Nuovo. Il nome è usato pure per indicare la campagna incolta situata in questa zona un tempo di proprietà comunale che dal 1890 fece parte del progetto di bonifica. Nel 1896 il Comune vendette a lotti all’asta pubblica questa campagna detta Serioletta, riservandosi di eseguire opere di bonifica e di irrigazione con obbligo agli acquisitori di rifondere in ventesimi le spese di bonifica dal


Cascina Serioletta di Sotto. Il nome deriva dalla presenza di una roggia (seriola) che scorre poco distante verso sera. La seriola fu proprietà dell’Abbazia di Leno fino al 1541, anno in cui fu acquisita dal Comune. Nel corso dei secoli subì trasformazioni di ogni genere, finché negli anni Trenta raccolse una certa quantità di

acqua erogata dalla Seriolazza, dal Cavo Bersaglio e da parte del Cavo Onizzetto Nuovo. Il nome è usato pure per indicare la campagna incolta situata in questa zona un tempo di proprietà comunale che dal 1890 fece parte del progetto di bonifica.

è rurale; è dotato di stalla e fienile tradizionale.

torio del comune di Bagnolo Mella. Ex proprietà di Macilli e Turcato, quest’ultimo nel 1979 vendette lo stabile con 2 piò di terreno agricolo al signor Bergamaschi, attuale proprietario. L’utilizzazione prevalente del terreno è a prato stabile di loietto, irrigabile con la Bada.

medesimo anticipate. Nel 1922 il signor Angelo Ciceri acquistò un fazzoletto di terra e si costruì la prima casetta con stalla e fienile. Con il trascorrere del tempo rese sempre più confortevole l’abitazione costruendo anche un altro fabbricato posto a mezzogiorno. Durante il censimento del 1936, oltre alla famiglia di Angelo Ciceri composta di 5 persone, vi abitava anche la famiglia della signora Maria Pollonio. Attorno alla cascinetta si estende un piò circa di terreno coltivato a mais e irrigato con le acque del Cavo Bada. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano i due nuclei familiari di Angela Gualtieri e Arrigo Zanelli. Febbraio 2000: vi abita ancora la famiglia dei proprietari (Arrigo Zanelli e la moglie Anna Ciceri).

Serioletta di Sopra (dial. Seriolètò de Surò)

Si trova a cinquecento metri oltre la Serioletta di Sotto. Nel 1910 esisteva una sola cascina Serioletta, abitata dalla famiglia di Vincenzo Filippini, “fatutto”, composta di 6 persone. Nel 1978 il signor Pietro Raineri e la signora Marisa Chiappini acquistarono l’immobile dal signor Riccardo Sudati. Attualmente dispone di 4,5 piò di terreno agricolo coltivato a prato di loietto, irrigabile con il vaso Bada. La destinazione del fabbricato

Movimento demografico delle famiglie Censimento del 21 ottobre 1991: erano presenti 3 nuclei familiari con 11 persone. Febbraio 2000: vi abitano 4 famiglie per complessive 11 persone: due famiglie Raineri composte da 6 persone, e due famiglie Toninelli con 5 persone.

Rino Teresa Proseguendo in direzione nord tra le cascine Serioletta di Sotto e il Bersaglio, si incontra la cascina Rino Teresa, a circa due chilometri da Leno. Il toponimo è composto dal nome comune Rino (dal latino rivus = corso d’acqua) che deriva dalla presenza di un vicino corso d’acqua, e da un nome femminile. In origine si trattava di un colatore naturale denominato “Rino Vecchio”; era di proprietà comunale ed aveva inizio nel terri120

Movimento demografico delle famiglie Censimento del 21 ottobre 1991: vi abitavano 2 nuclei familiari con 5 persone. Febbraio 2000: vi abitano 2 nuclei familiari con 4 persone.

Bersaglio di Sopra È raggiungibile dalla LenoGhedi entrando a destra per un tratto di strada privata. Anche questa cascina prende il nome dal vicino Campo di Tiro a Segno. Non si hanno notizie prima del censimento del 1936, quando era proprietà del signor Mas-


Cascina Giuliana.

Martinengo da Barco

simo Macilli che vi abitava con la famiglia composta da sei persone. In seguito vi abitò la signora Iumana Macilli. Nel 1973 il signor Vittorino Bertocchi acquistò la cascina e due piò di terra dal signor Lorenzino Totti. La cascinetta attualmente ha una struttura ad U con abitazione a nord; contrapposta la stalla, a mattina la rimessa e a sera altra stalla moderna dotata di relativo impianto di alimentazione per allevamento di bovini da carne. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. Cronaca Il proprietario Vittorino Bertocchi riferisce che gli Zanelli e i Ciceri, già residenti in questa zona, ricordavano d’esistenza di una zona ricoperta di piante, sterpi e rovi, dove erano stati interrati cavalli colpiti da un’epidemia.

Giuliana Prima di arrivare all’ingresso della Serioletta di Sopra si raggiunge la cascina Giuliana. Quanto al nome, si tratta chiaramente di nome personale femminile. Negli anni Trenta vi abitava la numerosa famiglia di Ernesto Tomaselli, composta da dieci persone. Proprietario del fondo era il signor Giovanni Tomasoni, seguito dal signor Giuseppe Bessi di Ghedi. Il signor Alessandro Metelli vi si trasferì nel 1951, dopo quattordici anni di affittanza presso l’azienda di Villa Donati, e vi è rimasto fino al 1998. Oggi la cascina con i suoi 20 piò di terreno coltivati a mais e loietto è di proprietà del signor Santino Tomasoni. Marzo 2000: la cascina non è abitata.

Febbraio 2000: vi abita la famiglia dei proprietari. 121

Dalla comunale Leno-Ghedi vi si accede con strada privata. Si trova a circa tre chilometri dal paese e a metri 75 s.l.m. L’ingresso a mattina immette nel primo cortile, a mezzodì del quale sorge il bel palazzetto padronale. Anche se non vi è documentazione, la casa colonica con poderi annessi era di proprietà della potente famiglia Martinengo, come lo erano proprietà in paese e a Mirabella, appartenenti all’altro ramo dei Cesaresco1. L’unica notizia riguardante i conduttori del fondo è quella che negli anni Trenta vi abitava la famiglia del signor Antonio Rigon2, composta da 7 persone. Seguì nella conduzione il signor Modesto Ziliani (1897-1987) che nel 1973 acquistò l’azienda dall’ingegner Alberto Cita. Attualmente i proprietari dello stabile con i 100 piò di terra e gli immobili annessi sono i fratelli Franco e Antonio Ziliani. La superficie è coltivata a mais, barbabietola da zucchero e loietto. Le acque del cavo Bada e del pozzo privato servono all’irrigazione del fondo.

Se i proprietari fossero stati del ramo di Leopardo quondam Lodovico, sarebbe subentrata per successione la famiglia Doné dalle Rose. 2 A. Rigon era originario di Torre di Quartirolo (Vicenza), coniugato con la signora Angela Sinigaglia. Il figlio Giovanni morì in Grecia a ventidue anni nell’ospedale di Patrasso il 2 febbraio 1941. 1


In basso: cascina Martinengo da Barco. Una serie di saette denominate anche saettoni (saitù) a sostegno dello sbalzo della gronda del tetto.

Cascina Martinengo da Barco. Anche se non vi è documentazione, la casa colonica con poderi annessi era di proprietà della potente famiglia Martinengo, come lo erano proprietà in paese e a Mirabella, appartenenti all’altro ramo dei Cesaresco.

Il complesso è costituito da tre principali corpi di fabbricato contrapposti: a monte della casa padronale è il rustico, verosimilmente il primo costruito, sotto il cui porticato si affacciano le abitazioni dei dipendenti, costruite nel lato verso sera, e il reparto destinato a pollaio; in continuazione a mattina la stalla tradizionale, con fienile superiore e il portico a sei campate aperto a mezzodì; tetto comune a doppio spiovente, gronda prolungata. Nuovi edifici a mattina e a monte completano la struttura dell’azienda. Marzo 2000: vi abitano le due famiglie Ziliani composte da otto persone. 122


Particolare della cascina Levante. È un bel complesso edilizio, con villa padronale ed altra abitazione le cui facciate sono fantasiosamente ricoperte da riproduzioni pittoriche di quadri di Van Gogh, eseguite dal pittore Vincenzo Baroni nel 1994.

Veduta aerea della Cascina Levante.

Levante

coltivati a monocoltura di mais, si estrae l’acqua dai cavi Onizzetto e America Pilati. L’azienda è dotata di ricoveri per macchine.

(dial. Cazél dé la Óltò) Si trova a circa quattro chilometri dal paese, sulla destra della strada Leno-Ghedi. Il nome dialettale Casèl ricorda la presenza del caseificio, che dal 1950 al ’65 ebbe sede alla Scovola e fu poi qui trasferito in comproprietà con i fratelli Luigi e Aldo Sudati. È un bel complesso edilizio, con villa padronale ed altra abitazione le cui facciate sono fantasiosamente ricoperte da riproduzioni pittoriche di quadri di Van Gogh, eseguite dal pittore Vincenzo Baroni nel 1994. Sudati comperò i 60 piò di “terreni nudi” dal signor Luigi (Gino) De Giuli nel 1959; dal 1960 diede inizio ai lavori di costruzione dei capannoni completamente automatizzati per l’allevamento di suini. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. Per l’irrigazione dei terreni,

Marzo 2000: vi abita la famiglia di Alberto Sudati, composta da 4 persone.

Littorio (Fenile Volta) Si trova nei pressi di una curva molto accentuata della strada (ora chiamata “curva della morte”), cui si riferiva anche il vecchio nome “Fenile Volta” in uso fino al 1927, anno in cui fu cambiato in “Littorio” in omaggio al regime. Quest’ultimo nome è attribuito pure al canale di irrigazione costruito negli anni Trenta. Anche la Volta era compresa nella zona nord-ovest di Leno che nel 1906 il veterinario dottor Antonio Falconi dichiarò infetta dall’afta epizootica. I capi colpiti dall’epidemia furono complessivamente 418. 123

Dal 1959 vi risiede il signor Battista Cadei, proprietario anche dei 27 piò di terra annessi, coltivati a prato di loietto e mais. Per l’irrigazione si utilizzano le acque del Cavo Bada e del Pozzo Bada. Il fabbricato è composto da abitazione, stalla con fienile superiore, portico a quattro campate con tetto comune a due spioventi, adibito attualmente a deposito. Il Cadei fece costruire una stalla capiente moderna destinata all’allevamento di bovine da latte, con impianto di alimentazione e sala di mungitura. Una rimessa a mattina di entrambi i rustici è utilizzata per il ricovero delle macchine. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1909 al Fenile Volta abitava Giulio Manenti, possidente e oste (forse alla Speranza) con la famiglia composta da quattro


Cascina Littorio.

persone. - Negli anni Trenta vi risiedeva la famiglia Bresciani, affittuale, di 7 persone. Vi abitò anche la famiglia di Giovanni Berardi (Gioàn de la Óltadò). Censimento del 21 ottobre 1991: vi abitavano 2 nuclei familiari con 7 persone.

Scovola

(in dial. Scufulò) La cascina si trova a mt. 77,5 s.l.m. Questa grande cascina è raggiungibile in direzione nord da tre strade; la prima sulla provinciale Leno-Bagnolo Mella all’altezza e a nord della cascina Noce si stacca la strada detta appunto della Noce fiancheggiata dal Canal Grande De Giuli. L’altra la Leno-Ghedi, lasciando alle spalle la cascina Littorio ci si immette verso sinistra su strada asfaltata (una volta privata poi consorziale) e si co-

steggia il Vaso Seriolazza. La più antica è sicuramente la “Strada vicinale della Striaga”1 il cui inizio è indicato in Via Montecassino giungendo tra la Scovola Sera e Scovola Mattina situata in mezzo ai campi coltivati e a sorgenti d’acqua, al confine territoriale fra Leno e Ghedi. Da Leno – Via Ghedi – dista circa cinque chilometri. Etimologia: deve essere stato dato questo nome al luogo per ricordare la famiglia Scovolo che aveva iniziata una prima forma di bonifica agraria. Dall’Istrumento esistente in archivio comunale datato 1466, Antonio Scovolo ricevette dal Comune 150 piò di campagna lamiva in contrada Striaga in permuta di tanta acqua per poter alimentare tre ruote da molino. Questo Antonio è probabile discendente dei nobili Scovolo, famiglia originaria della Riviera del Garda, dove fino al secolo XIV, il castello di Scovolo fu tra 124

le più munite e salde roccheforti. Trasferitasi in Brescia nel secolo XV, vi visse nobilmente e ottenne l’ascrizione al Nobile Consiglio del quale fece parte, divisa in molti rami, fino alla fine del regime democratico2. Possiamo aggiungere altra interpretazione del toponimo Scovola: “dove sco (SCHO-SCHA) indica la vasta area recintata e riservata all’allevamento e al pascolo dei cavalli dei guerrieri, mentre ola è latinizzazione abbreviata del dialetto italianizzato âloa (allodio) dal germanico all (completo) e ud (possesso terriero), a significare “bene in completo possesso” rispetto a Feh-ud (feudo), “bene dato in concessione e godimento”3. “Va ricordato che in questa località (fundus Scovulus) furono rinvenuti reperti d’epoca romana tra i più interessanti di tutta la pianura bresciana centrale” (A.Ba, 200 n. 56). La parte più ricca è rappresentata dalle cinque sepolture tra loro vicine e cadaveri inumati, messe allo scoperto nel 1885 in seguito a scavo di canali nell’appezzamento detto Striaghe, a circa 300 metri a nord dell’abitazione colonica e a 40 cm. dal livello del suolo. Nel medesimo campo, a maggior profondità fu scoperto un grande ammasso di ossa equine. Il materiale rinvenuto, monete di bronzo, vetri, fittili, ecc. furono raccolti dai contadini alla rinfusa nelle tombe, e donati dai De Giuli al museo cittadino. Pertanto questi oggetti trovandosi nel territorio comunale di Ghedi rimandiamo il lettore alla descrizione fatta dal Rizzini. Altre testimonianze archeologiche sono state rinvenute in altro


Alcuni reperti trovati nelle tombe rinvenute durante alcuni scavi nel territorio della cascina Scovola.

Veduta aerea di una grande dimora rurale. Una cascina-paese. La cascina Scovola. Deve essere stato dato questo nome al luogo per ricordare la famiglia Scovolo che aveva iniziata una prima forma di bonifica agraria. Dall’Istrumento esistente in archivio

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comunale datato 1466, Antonio Scovolo ricevette dal Comune 150 piò di campagna lamiva in contrada Striaga in permuta di tanta acqua per poter alimentare tre ruote da molino.


Cascina Scovola. “La tenuta faceva parte di una conca dell’estensione complessiva di quattro mila ettari, tutta paludosa”.

campo, a mezzogiorno della Scovola, di proprietà del signor G. Battista Bravo di Leno nel 1897, scavando fossi, furono scoperte due tombe dalle quali si raccolsero i seguenti oggetti anch’essi donati dal proprietario al Museo. Ampolla. Vetro comune, forma quadrata, collo a canna, labbro orizzontale ansa a listello con profonda scanalatura longitudinale. Danneggiati il labbro e l’ansa. Alta cm. 9,8. Ampolla a forma di bulla. Vetro comune soffiato. Mancano la bocca ed il collo. Alta cm. 9,8. Orcio. Vaso a cono rovescio, tronco in punta. Argilla rossa, purgata e ben cotta. Mancano il collo e l’ansa. Altro cm. 14,5, ventre 19,6 di diametro. E un altro vaso simile al precedente, mancante del collo e dell’ansa. Alto cm. 13, diametro del ventre 16,5. Oggetti diversi: Catena di ferro. Consta di 32 anelli aperti a corda quadra curvata a cifra 8 lunga cm. 86. Cammeo: pasta di vetro chiarissimo; vi è incisa una faccia virile di fronte, forse il Sole. Da incastonarsi in un anello. Il Rizzini annota: due statuette virili che credonsi trovate in quel di Leno4. Passaggi di proprietà Il 28 giugno 1841 l’ing. Giuseppe Cusi è proprietario dei fondi della Scovola, della Biona [Albiona] siti in Leno vendutigli dal Conte Pietro Emili (Rogiti dr. Luigi De Cocchi in Como). “In breve il Cusi che nel frattempo [da Capo della Provincia di Como] è diventato ingegnere deputato alla direzione delle

“passarono per successione ereditaria al Nob. Giov. Savino Vianna il quale con atto 4 febbraio 1882 rogiti Melchiori li vende ai fratelli Battista, Camillo e Pietro De Giuli”6.

pubbliche costruzioni in Milano, prosegue con altre piccole acquisizioni nei pressi di Leno, Porzano [v. La Noce] poi al Corvione di Gambara, costituendo una proprietà di 2335 pertiche che però nel 1846 vende al cav. Gioacchino Da Costa, nobile di Lisbona ma dimorante a Milano” (Atto notarile 27 febbraio 1846 rogiti Pizzamiglio di Milano)5. In questo periodo abbiamo notizia che il Da Costa tramite il suo agente Achille Maderno, inoltrò domanda al Comune di Leno per una permuta d’acqua “allo scopo di animare la nuova macchina per la trebbiatura del frumento e del riso che teneva sullo stabile La Scovola di sua proprietà”. Infatti dal catasto austriaco rileviamo che esistevano risaie a vicenda, mentre nel 1855 erano classificate fra quelle stabili ed occupavano una superficie di oltre 100 piò situate a distanza regolamentare dal centro abitato. Anche il Da Costa si ritirò e 126

Grandi opere di bonifica I fratelli Camillo, Pietro, Battista De Giuli7 provenienti dal Milanese verso il 1870 si trasferirono in Milzanello conducendo in affitto gli stabili di 4000 ettari del marchese Galeazzo Di Bagno senatore del Regno. Pur dotati di mezzi economici, probabilmente, trovarono conveniente l’acquisto della tenuta “La Scovola” della complessiva estensione di circa 300 ettari, poiché “con venti scudi alla pertica si comperavano i più feraci campi della pianura bresciana, mentre, con quaranta non comperi i più scadenti del Milanese” (osservazione del Cattaneo). Detta tenuta era costituita quasi per intero di paludi dalle quali si raccoglieva lettime; in catasto erano classificate paludi da strame. “La tenuta faceva parte di una conca dell’estensione complessiva di quattro mila ettari, tutta paludosa. I fratelli De Giuli assunta la proprietà studiarono immediatamente il progetto di trasformazione fondiaria con un’opera di risanamento e di trattenimento delle acque e mediante la costruzione di una rete di canali sia longitudinali che trasversali nei quali le acque possano confluire dai terreni sistemati con un’adeguata pendenza”. Caratteristiche tecniche della bonifica. La zona è malarica,


Nel dopoguerra fu eretta una cappella dedicata all’Assunzione e fu benedetta dal Vescovo mons. G. Tredici tra l’esultanza dei circa 800 abitanti. Nel secondo dopoguerra la comunità più distante e più numerosa della parrocchia celebrò la festa dell’Annunciazione di Maria patrona di questa borgata. Ricordo della festa alla cascina “Scovola” di Leno.

sprovvista di fabbricati e di strade, proprietari e contadini devono di conseguenza risiedere nei vicini comuni di Leno e di Ghedi sopportando spreco di tempo per le trasferte. La dotazione di mano d’opera è di 12 persone che lavorano senza l’aiuto di mezzi motorizzati essendo a disposizione dell’azienda soltanto: 3 aratri, 2 erpici, 4 carri a quattro ruote, 1 carretto; animali da lavoro: 8 buoi e 5 cavalli. La dinamica fondiaria appare chiaramente dai grafici, ma le cifre non sono certamente meno rappresentative. Queste purtroppo non si riferiscono alle stesse epoche dei grafici, ma agli anni dal 1882 e al 1932, anno in cui si considera praticamente conclusa l’opera di bonifica. Il terreno è così ripartito: coltivo asciutto ettari 35, coltivo acquitrinoso ettari 92, palude ettari 153, con un totale di ettari 280. I fontanili della zona sono: Scovoletta, Boschetto a mattina della Scovola, la Fontana

Noce, la Trusa, l’Oriolo e la fontana Capriolo, con una portata complessiva di 405 litri/secondo continui. L’intera superficie è trasformata in terreno bonificato ed irrigato, e successivi acquisti si aggiungeranno all’appezzamento iniziale. Nel quadro delle trasformazioni compiute nel cinquantennio considerato sappiamo che verranno scavati canali emuntori e di irrigazione per m. 63.560; opere in muratura costruite su detti canali: ponti n. 287; chiaviche n. 357, condotti n. 81, strade nuove costruite nell’interno dell’azienda m. 14.700; sistemazione dei terreni per l’irrigazione metri cubi 340.000 di terra smossa. Costruzione di fabbricati rurali espressi in metri quadrati: abitazioni 4.251, stalle 8.121, granai e magazzeni 3.134, servizi vari 779. Nell’anno 1932 il tenimento verrà frazionato in tre aziende di dimensioni e strutture pressoché omogenee. I vari investimenti fondiari porranno in condizioni 127

di produrre in misura sempre maggiore, di conseguenza anche i capitali strumentali subiranno un miglioramento. Il bestiame esistente nel 1882, ad esempio, sarà esclusivamente da lavoro; durante il periodo della bonifica si aggiunge quello da reddito e il peso vivo per ettaro salirà da circa 40 chilogrammi iniziali a 6 quintali. La acquisita fertilità della terra moltiplicherà le necessità di lavoro e sarà necessario sostituire in parte la forza motrice animale con trattori e valorizzare il lavoro umano con macchine appropriate per la lavorazione dei prodotti. Per sopravvenute divisioni ereditarie, l’azienda Scovola di 81 ettari sarà separata dalla Scovoletta. Dinamica sociale. La bonifica in esame permette un miglioramento considerevole nelle condizioni di vita della popolazione rurale ed un crescente fabbisogno di mano d’opera. La popolazione nel 1882 è costituita da 5 famiglie con 34 membri e 9


Ingresso da sud alla Scovola. Le colture sono tutte in funzione della stalla, secondo le esigenze della moderna tecnica di alimentazione: ladino, trifoglio, segala, mais, frumento. La semina, l’aratura, la concimazione, come ogni altra operazione nell’azienda, vengono eseguite con l’ausilio delle macchine (Azienda Lucchini).

unità lavorative, nel 1932 si conteranno 9 famiglie con 45 membri e 21 unità lavorative, più 10 disponibili di mano d’opera, cioè complessive 31 unità lavorative. Nel 1882 si riscontra una forte emigrazione temporanea di mano d’opera verso i comuni limitrofi all’epoca della fienagione. I lavoratori si assentano per circa un mese, cercando di integrare in questo modo lo scarso salario che percepiscono; dopo la bonifica non si manifesterà più emigrazione temporanea. Il contadino percepirà un salario doppio rispetto all’originario, beneficierà di condizioni di vita più confortevoli e gli sarà garantito un lavoro regolare. A conclusione crediamo opportuno riportare un quadro riepilogativo di alcuni dati significativi e relativi agli anni 1882, 1932 e 1962.

Produzioni (q. per ha)

1882*

1932+

1962°

grano tenero mais ladino bestiame (peso vivo per ha)

8 15 20 0,40

32 40 70 6

45 66 110 13

*

(solo da lavoro) - + (da lavoro e da reddito) - ° (solo da reddito)8

Una parte della Scovola dal 1963 ...dove la terra nera della pianura ha vene sorgive d’acqua limpidissima, un piccolo borgo chiuso da secoli negli schemi dell’agricoltura tradizionale, sta vivendo ore nuove. La «Scovola» cambia faccia, i suoi uomini mutano costume. Qui è sorta l’azienda zootecnica di Luigi Lucchini.

cente bonifica. La divisione in appezzamenti è stata fatta in funzione di un razionale impiego delle macchine. L’esatta forma geometrica dei poderi elimina in gran parte i tempi morti della lavorazione, consente una semina regolare, agevola la raccolta del foraggio. Il sistema di irrigazione è quello tradizionale a scorrimento.

Dalla terra al silo: il terreno Sono centodieci ettari di terreno irriguo di buona fertilità, neutro, di tipo alluvionale di re-

Le colture Le colture sono tutte in funzione della stalla, secondo le esigenze della moderna tecnica di

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Nella pagina di sinistra: Foglio II, mappa del Piano organico di irrigazione compilato dall’ing. Giovanni Barbera nell’anno 1849. Sono rappresentati due sistemi: la Bocca Nicletta, è ancora indicata la cascina Albiona (faceva parte del tenimento della Scovola). In basso la Bocca Sangervasa. Disegno a penna acquerellato. Foglio accuratamente squadrato, cm. 46x68. Archivio Ufficio Tecnico del Comune di Leno.

Scovola: stalle con fienili a nord-est. Il complesso delle stalle dell’azienda è stato studiato per accogliere 700 capi di bestiame. Le strutture sono prefabbricate. La copertura è in cemento-amianto con lastre isolanti di polistirolo espanso (Azienda Lucchini).

La forma cilindrica leggermente rastremata e la vetrificazione delle pareti facilitano lo scorrimento del foraggio. Il recipiente è a tenuta stagna. Di conseguenza l’ossigeno inizialmente presente nel contenitore viene rapidamente consumato nel corso dei processi respiratori dei tessuti vegetali e sostituito da un eguale volume di anidride carbonica. L’ambiente privo di ossigeno è infatti la condizione basilare per conservare le sue migliori qualità dietetiche ed organolettiche.

alimentazione: ladino, trifoglio, segala, mais, frumento. La semina, l’aratura, la concimazione, come ogni altra operazione nell’azienda, vengono eseguite con l’ausilio delle macchine. La concimazione è in grande prevalenza naturale. Si utilizzano le deiezioni degli animali allevati, le quali vengono diluite in acqua e quindi distribuite a spruzzo sulle colture. L’impiego dei fertilizzanti chimici è molto limitata. La raccolta dei cereali (frumento, segala, mais) si fa quando si è raggiunta la maturazione cerosa perché allora il valore nutritivo è maggiore e la digeribilità è più elevata. Per le stesse ragioni le foraggere praticole si raccolgono all’inizio della fioritura, ma prima di essere insilate vengono lasciate sul terreno per un semi-appassimento. Si impiega un solo tipo di macchina «trincia-raccoglitrice» che

appunto trancia il foraggio senza sfibrarlo e lo carica sul carro impiegando circa 15-20 minuti per un carico di 30-40 quintali. Il carro pieno si stacca e si traina ai piedi dell’Harvestore che lo riceve, attraverso un sistema pneumatico, dalla bocca superiore. Dal silo alla stalla: i sili La «Scovola» possiede cinque “Harvestore” con una capienza di 400 mc ciascuno e di 2000-3000 q. di foraggio a seconda della sua natura. Le operazioni di carico e di estrazione possono susseguirsi a ciclo continuo per cui la capienza di ogni contenitore può venire sfruttata più volte nel corso di una annata. Ogni «Harvestore» è alto 16 metri ed ha un diametro di 6. È costruito in acciaio vetrificato al cobalto e quindi inattaccabile dagli acidi prodotti dalla fermentazione dei foraggi e dagli agenti atmosferici. 129

La distribuzione Il foraggio si distribuisce all’ora stabilita aprendo l’unico portello inferiore degli «Harvestore» dal quale una fresa a catena estrae il materiale che cade in una tramoggia. Ogni tramoggia dà nel condotto di una coclea (vite senza fine) che trasporta il foraggio alla soglia delle stalle. Da qui un sistema pneumatico a ventola ed una seconda coclea distribuiscono, sempre meccanicamente, il foraggio nelle mangiatoie. Un solo uomo basta ad eseguire tutte le operazioni della distribuzione. Le stalle Il complesso delle stalle dell’azienda è stato studiato per accogliere 700 capi di bestiame. Le strutture sono prefabbricate. La copertura è in cemento-amianto con lastre isolanti di polistirolo espanso. Il bestiame Ogni animale rimane legato al proprio posto – con la necessaria libertà di movimenti – durante tutto il periodo dell’allevamento. Ha a propria disposizione una


Particolare della “Galilea”.

fontanella a pressione, una mangiatoia di cemento ed una lettiera di cemento termoisolante cosiddetto «caldo». Alcune fessure nella lettiera consentono una quotidiana rapida pulizia. Un sistema di fosse a caduta convoglia automaticamente le deiezioni nei pozzetti di raccolta. Qui l’aggiunta di acqua fissa parzialmente il contenuto ammoniacale e permette la successiva irrorazione del concime sui campi. Gli acquisti vengono effettuati all’estero, gli animali appartengono alle razze: Montaphon, Rossa danese, Simmenthal, comunque razze che hanno particolare attitudine per la produzione della carne. I capi vengono tenuti in quarantena nell’apposita stalla e sono vaccinati contro le malattie più comuni. Assolutamente assente la turbercolosi. Gli animali, tutti maschi, vengono acquistati all’età di un anno circa quando cioè la struttura ossea è già formata ed il peso medio è di 250 chili. Vengono rivenduti quando ogni capo pesa in media 500 chili. La crescita media per capo è di kg. 1,1 al giorno. L’alimentazione è interamente naturale. Il foraggio somministrato è tutto prodotto dall’azienda. L’allevamento dei tori da carne fu sospeso nel 1980 e furono introdotte in azienda (La Scovola s.p.a. Scuderia) innovazioni strutturali e nuovi spazi per l’addestramento di cavalli di razza per concorsi ippici. La superficie produttiva dei 320 piò di terra è coltivata a mais, soia, barbabietola da zucchero, colza. Le acque dei cavi Capirolo, Seriolazza e dei due pozzi privati servono all’irrigazione del fondo.

Al signor Stefano Sudati è affidata la gestione lavorativa. Nel secondo dopoguerra il signor Luigi De Giuli fu Camillo concesse in affitto una parte dello stabile Scovola di sua proprietà ai signori Francesco, Angelo, Mario e Luigi Sudati fratelli fu Giuseppe per una locazione di anni nove che ebbe principio il giorno 11 novembre 1947 ed ebbe termine il 10 novembre 1956. Dall’inventario di consegna dello stabile sappiamo che la superficie complessiva era di piò bresciani 253,55 suddivisa in trentotto appezzamenti con relativi dati censuari, superficie in ettari e reddito domenicale. Le coltivazioni vennero indicate nello stato nel quale vennero riscontrate: vuoto di granoturco, cotica erba medica, seminato a colza, novello di ladino, seminativo irriguo, prato marcitorio, ecc. Le piantagioni furono classificate in: ceppaie e gelsi innestati, dolci da scalvo, da cima, d’asta, 130

ontani, ecc.; esistevano gli orti dei coloni e dell’affittuale. Ad ogni appezzamento sono indicati i confini, gli ingressi, ponti, ecc.; vasi e diritti d’irrigazione, manufatti e relative misure. Fontana Scovoletta, acque jemali per la marcentazione, Fontana America Pilati, vaso Onizetto-vecchio, canale Bada. Descrizione dei fabbricati. Colonici e rustici: vari locali d’abitazione con granai, avanportici e portici; esisteva la “camera cottura e raccolta del latte” il locale della pesa, ecc. Per gli allevamenti le stalle – con fienili – erano separate per le mucche, i buoi e i cavalli. Rinnovo locazione con scrittura privata Il signor Luigi De Giuli fu Camillo proprietario, concede a titolo di semplice affitto ai signori Luigi e Mario Sudati fu Giuseppe parte dello stabile denominato Scovola, di complessivi ettari Ha 82.53.92. La durata della lo-


cazione fu convenuta di anni otto, dall’11 novembre 1957 al 10 novembre 1965. Per quest’ultima epoca i sigg. Sudati si obbligarono a lasciar liberi e sgombri di persone e cose tanto i fabbricati quanto i terreni senza bisogno di alcuna comunicazione e diffida di sorta. Per le condizioni colturali lasciate dal fratello Francesco, la durata della locazione fu considerata di nove anni essendo in uso nel bresciano la rotazione agraria triennale. Si obbligano di corrispondere al signor De Giuli ogni anno di locazione il canone in “natura” per quantità di ciascuno dei seguenti prodotti: frumento buono mercantile, granoturco agostano, fieno misto dei tre tagli, latte industriale. A questi verranno applicati i prezzi medi annuali pubblicati dalla locale Camera di Commercio ed Agricoltura. La risultante somma da pagarsi in due rate scadenti il 31 luglio e 15 dicembre. A compimento del canone di affitto i sigg. Sudati si obbligano di consegnare gratuitamente al sig. De Giuli a semplice sua richiesta per ogni anno di locazione le seguenti somministrazioni: legna in fascine ben secca, pollame misto, uova fresche, burro. Obbligo ai conduttori di tenere assicurate contro i danni dell’incendio tutte le scorte vive e morte esistenti sullo stabile, così pure di assicurare il frumento contro i danni della grandine. Divieto di subaffittare, manomettere le piante d’alto fusto, asportare dallo stabile fieni, mangimi, ecc. Turno triennale per il taglio delle piante da scalvo, opere di

manutenzione dei fabbricati, ed ai manufatti di campagna, ecc.; nell’ultimo anno di locazione i conduttori dovranno dar ricovero alle persone ed agli animali che si portassero in luogo per i lavori preparatori e di semina dei prodotti dell’annata seguente. I sigg. fratelli Sudati si assumono l’obbligo di fare gratuitamente cinque condotte di carro col relativo personale per ogni anno di locazione a richiesta del signor Locatore per distanza dallo stabile di 20 km al massimo. Cauzione infruttifera per i conduttori che rimarrà depositata presso il sig. De Giuli. Altre clausole fanno riferimento al Capitolato per la locazione dei beni stabili della provincia di Brescia a cura del Collegio degli ingegneri ed architetti di Brescia9. Con denominazione di “Azienda Agricola di Sudati Giancarlo SS” da oltre cinquant’anni è presente la famiglia Sudati che conduce in affitto una parte dello stabile di proprietà degli eredi del signor Luigi De Giuli10. Come premesso nella presentazione dell’azienda Lucchini, anche per le due aziende degli eredi De Giuli l’agricoltura di tipo tradizionale si è adeguata alle esigenze attuali, si è modernizzata praticando colture con rese economiche più elevate e consone agli allevamenti sia nel settore suini che in quello zootecnico. Presso questa azienda la cui superficie di 260 piò è coltivata a mais, soia, barbabietola da zucchero, erba medica, orzo. L’irrigazione è praticata con i cavi America Pilati e Onizzetto vecchio. L’allevamento delle bovine da latte si pratica in stalle moderne con 131

spazi all’aperto, impianti di alimentazione e sala di mungitura. Si allevano animali da cortile per uso familiare. La famiglia Sudati è composta di quattro persone. Altra parte del tenimento è proprietà degli eredi De Giuli dott. Giovanni11 la cui superficie è di 230 piò suddivisi fra quattro conduttori: la signora del defunto Piero Bozzoni, Angelo Pé e figli, Alberto Bozzoni e gli eredi del dott. Giovanni De Giuli. La produzione delle superfici coltivate è simile alle colture dell’intero fondo e della circostante campagna. I signori Pé coltivano loietto e mais. Allevano bovine da latte. La superficie degli eredi di Piero Bozzoni è investita a mais, soia, barbabietola da zucchero e possiedono un allevamento di suini. Alberto Bozzoni – che risiede a Cigole – coltiva la propria parte a mais, colza e soia, mentre il dott. Gianfausto De Giuli proprietario gestisce direttamente i suoi poderi investendoli a monocoltura di mais. Le famiglie dei signori Bozzoni e Pé sono tre di tredici individui con un totale di sette famiglie residenti formate di ventisei persone. Cronaca Sebbene non sia stato possibile raccogliere precise notizie sulla vita sociale della grande cascina sono da segnalare tuttavia alcuni episodi che riguardano il secondo dopoguerra. Data la distanza dei centri abitati dai servizi, per evitare anche un isolamento sociale il signor Gino De Giuli istituì nel 1939


uno spaccio aziendale ed ebbe continuazione in altro con prodotti alimentari e fiaschetteria il cui gestore fu il signor Luigi Albini, seguirono l’erezione di una cappella, l’asilo infantile trasformato poi in scuola elementare. Anche alla Scovola si susseguirono una serie di scioperi, di scontri politici a sostegno dei lavoratori specie quando nel Bresciano furono disdettati sei mila salariati. La figura di Peppone? Era rappresentata dall’on. Dolores Abbiati, mentre i proprietari invocavano l’aiuto degli affittuali per la fornitura del foraggio e la mungitura delle vacche. Con l’inaugurazione della sede del P.C.I. definita con la scritta murale “W la piccola Russia” in opposizione alle scritte del tempo fascista. Negli anni ’40 le abitazioni dei braccianti erano denominate “Galilea”. La cappella La cappella dedicata all’Annunciazione di Maria era un fabbricato ricavato in parte da un preesistente edificio colonico. Il vescovo mons. Giacinto Tredici in occasione della visita pastorale compiuta a Leno il 28 aprile 1946 benedisse il piccolo tempio. Celebrata la messa si svolse la processione con la Madonna portata a spalla intorno alla cascina tra l’esultanza dei circa ottocento abitanti. «Non potrò mai dimenticare la mia prima visita alla cascina Scovola nel 1943 dove trovai un gruppetto di ragazzi che mi accolsero come un essere strano. La Scovola diventò il centro del mio apostolato, soprattutto, dopo i fatti del “25 Aprile”. Più che di

una grande cascina si trattava di un agglomerato agricolo che allora aveva più di un centinaio di braccianti, poveri, ammassati ed alloggiati in case malsane, con più di quattro persone per stanza, specie quelli alloggiati alla “Galilea”. Basti pensare che due famiglie avevano accettato la sistemazione nelle porcillaie vuote... pur di avere un tetto...! Dopo la Liberazione del 25 Aprile si formarono i partiti politici e si svilupparono le “cellule comuniste” molto attive alla Scovola più che altrove, indottrinate da assidui attivisti cittadini; non vi era più posto per la Chiesa! La situazione era super tesa; la bandiera rossa, all’entrata sud del cascinale era saldamente appesa ad un gelso, quale simbolo di appartenenza al P.C.I., all’entrata sud del cascinale ed era un avvertimento e monito a chiunque di... non toglierla... pericolo di morte! Fu un’opera dura per me la rievangelizzazione, svolta con molto tatto e comprensione, coadiuvato da Arturo Bonazza, Maddalì Zanini e dalle catechiste della domenica. Alla fine prevalse la comprensione e l’amore fraterno. Non ci furono mai fatti incresciosi... A distanza di molti anni si può dire che, assopita la lotta di classe con i rancori connessi, quasi tutti sono tornati alla fede. A quei tempi la situazione era una spina nel fianco dell’arciprete don Battista Galli e del vescovo mons. Giacinto Tredici. La chiesetta, rimessa a nuovo e funzionante, oggi resta a testimoniare un passato di fede» (Testimonianza di Padre Mario Boggiani, missionario Saveriano, in Scintille di realtà, Bagnolo 132

Mella 2000). Un tempo la giornata del 31 marzo era definita la Sagra della Scovola in onore della loro Patrona con la partecipazione di tutti gli abitanti alle solenni celebrazioni liturgiche. Asilo infantile L’8 novembre 1959 il prefetto Petroccia tagliò il nastro inaugurale dell’asilo «Cassa di Risparmio delle Province Lombarde». L’opera fu progettata dall’ing. Panigada di Bergamo e realizzata dall’impresa Ceresa e Ventura di Leno. La spesa superò i cinque milioni. L’asilo fu intitolato alla Cassa di Risparmio avendo il benemerito ente concesso un mutuo di lire 2.500.000 senza interessi e per la costruzione pure i proprietari della cascina contribuirono per l’acquisto del terreno. Nel 1963 l’asilo fu soppresso per mancanza di bambini che da trenta si ridussero a dodici. Il fabbricato fu adibito a scuola elementare. Responsabile la bidella signora Mary Albini. Questa è una prova dello spopolamento delle campagne. Ricordiamo il caduto Cristoforo Moretti nativo di Montirone che nel 1939 si trasferì a Leno dove prese dimora alla Scovola. Morì in combattimento il 18 dicembre 1942 in Russia. Movimento demografico delle famiglie 1880: vi abitavano cinque famiglie con ventotto componenti: Morelli Luigi (11), Moscati Paolo (3), Brontesi Daniele (7), Armanti Francesco (6), Bignami Costantino.


Nel 1900 le famiglie salirono a trenta con un totale di duecentocinquanta abitanti: Moscati (3), Armanti e Zanini (6), altre (6), Bottoni (8), Caprioli (16), Pazzini (5), Grillo (4), Zecchini (14), Rocca (12), Regonini (9), Ciceri (13), Bravo (9), Zanoli (5), Pagliotti (8), Pinzi (10), Pedroni (14), Beduschi (9), Colpani (5), Polesini (8), Pasotti (2), Soldi Pedrana (4), Brontesi (12), Gallia (9), Zanotti (11), Berardi (8), un casaro di Marmentino, De Giuli Pietro di Morimondo possidente con famiglia di 7 persone e altri 3 De Giuli, Saleri (5), altri Grillo (9), varie famiglie di 16 componenti. Nel 1909 era suddivisa in Scovola Mattina e Sera, abitanti S. Mattina: De Giuli Camillo fu Giovanni possidente, il figlio Giovanni era dottore in agraria, Alessandro agente del Consorzio (7), Crema Massimiliano (8), Cominardi Lorenzo e Domenico (11), Scartapani Faustino (9), Fiorini Andrea (2), Soldati Andrea (8), Bodini Giovanni con Ceresa Ernesto di Castelgoffredo (11), Bianchi Elia (6), Scaglia Faustino (10), Mensi Giacomo (3), Invernizzi Emilio (5). Scovola Sera: De Giuli cav. Pietro di Morimondo possidente fu Giovanni (6) più due domestici, Pinzi Francesco (6), Lupi Battista (4), Appiani-Bambini (.....), Fornari Rocco (12), Biasotti-Sinelli (7), Zoppini Giuseppe (5), Zucca Antonio (4), Rapile Angelo, Tommasoni Tommaso (12), un casaro. Popolazione 1936: famiglie 37, persone 236. Luglio 2001: nuclei familiari 7, componenti 21.

Striaghe (dal latino Strigae, termine gromatico relativo alla centuriazione = strisce di terra da coltivare), cfr. Casc. Gadaldi. 2 “Antonio Scovolo roga alcuni atti: nel 1551 Francesco Scovoli è padrino in un battesimo; nel 1603 Carlo Scovolo contrae matrimonio con Madonna Bernardina del quondam Paolo Lanfredi. Nel 1618 lo stesso signore, ora chiamato Magnifico Signor Carlo Scogol Cittadino, fa da compadre a Tomaso figlio di Girardo Colmi da Ponte di Legno, habitante in Ghedi, suo probabile pastore”. A. Bonini, Notizie storiche in Percorsi ciclabili a Ghedi e dintorni. Ghedi 1999, p. 16. 3 M. Cavaciocchi, Leno. Località S. Giovanni, insediamento e necropoli altomedioevali (VI-VII sec. d.C.), in Leno longobarda, Atti del Convegno - Leno 22 aprile 1993, Quaderni della Biblioteca/2 maggio ’98, p. 19. 4 P. Rizzini, Illustrazione dei Civici Musei di Brescia, in “Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 1910”, pag. 294 e per l’anno 1911, pag. 398. Il materiale delle cinque tombe scoperte nel 1895 è databile tra la fine del I secolo a.C. e la fine del I secolo d.C. per la presenza di monete repubblicane. Per il materiale descritto mancano invece monete e lucerne che forniscano dati per la cronologia delle tombe. Cfr. V. Calvi Maria Carina, I vetri di Brescia Romana in “Atti del Convegno Internazionale per il XIV centenario della dedicazione del Capitolium”, Brescia, 1983, vol. II, pag. 208 e segg. 5 P. Calini Ibba, La proprietà fondiaria del territorio Bresciano, Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, maggio 2000, vol. I, p. 254. 6 Ibidem, p. 297, n. 118. 7 L. Cirimbelli, Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Leno-Bagnolo Mella, 1980, p. 49 ss. De Giuli Camillo, Pietro, Battista figli dell’avv. Agostino, famiglia proveniente dal basso milanese, trasferitasi prima a Milzanello verso il 1870 indi alla Scovola di Leno. Cav. Camillo (Morimondo 1863 - Scovola di Leno 1920) coniugato con Ester Vavassori. Era il più anziano e si assunse la direzione di una delle più grandi aziende agricole bresciane presa in affitto ed iniziò la sua opera di pioniere introducendo nuovi indirizzi produttivi 1

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come la marcita milanese; l’esempio sarà largamente seguito in gran parte della pianura bresciana. Cav. Pietro (Morimondo 1847 - Leno 1930) coniugato a Carolina Chiesa. Agrimensore e agricoltore espertissimo, si trasferì con i fratelli nel bresciano e contribuì a Leno e a Ghedi a vaste opere di bonifica. Partecipò a molteplici attività, in varie manifestazioni espositive, membro di commissioni provinciali, occupò cariche pubbliche. Battista il più giovane dei tre capostipiti dei De Giuli di Leno (Besate Mi 1850 Leno 1933) coniugato con Girelli Angela. Anch’egli collaborò attivamente coi fratelli all’opera dei miglioramenti fondiari a Milzanello e fino agli inizi della bonifica della Scovola, poiché assunse la proprietà dello stabile Pedronca con relative scorte vive e morte. Fu eletto consigliere comunale a Porzano e nel 1925 presidente del Giardino d’Infanzia di Leno (a). a - Per notizie più estese - Cfr. l’agile volumetto frutto della paziente ricerca di Antonio De Giuli dal titolo: “Ramo di Leno della famiglia De Giuli” di Motta Visconti. Gianico (Bs) febbraio 1999. 8 A. De Giuli, Aspetti economici e sociali della bonifica del Tenimento Scovola e uniti dal 1882 ad oggi. Tesina di Economia e Politica Agraria (Estratto). 9 Estratto da: Scrittura di locazione stabile Scovola situato in Comune di Leno di proprietà del signor De Giuli Luigi e concesso in affitto ai signori Luigi e Mario Sudati. Ringrazio il sig. Gian Carlo Sudati per la gentile collaborazione. 10 De Giuli Luigi (Gino) Ghedi 1883 Brescia 1959. “Provetto esperto agricoltore. Capitano di complemento dei bersaglieri. Combattente della prima guerra mondiale in Albania. Presidente della sezione di Leno dell’Associazione Combattenti e Reduci” (Cfr. A. De Giuli, Ramo di Leno della famiglia De Giuli di Motta Visconti. Gianico 1998, p. 29). 11 De Giuli dott. Giovanni, Milzanello 1880 - Brescia 1955. Laureatosi in agraria nel 1904 ed assunto alla “Cattedra Ambulante di Agricoltura ne divenne uno dei funzionari più attivi. Fu collaboratore prezioso specialmente nel ramo zootecnico del prof. Antonio Bianchi. Fece parte di importanti Commissioni nazionali che si occupavano della nostra agricoltura” (Ibidem, p. 26-27).


Cascina Speranza. Il fabbricato è formato da due elementi contrapposti: la parte a nord è a destinazione civile, quella a sud è rurale, con stalla tradizionale e fienile.

Speranza (dial. Speransò) È l’ultima cascina su questa strada comunale, al confine con il territorio di Ghedi; si trova a metri 78,4 s.l.m. Speranza è nome proprio femminile, anche se lo Gnaga preferisce dargli un significato simbolico. Era attribuito anche ad una via del paese (attuale Via Roma). Sui mappali non è indicata come cascina, bensì come Osteria Speranza, gestita nel 1909 da Giuseppe e Agnese Gaffurri, che erano anche affittuali dei vicini poderi. Anni Trenta: vi abitavano tre famiglie con 11 persone: Lucia Dabellani (3), Felice Bernasconi, Guglielmo Vignoni (7). Gli attuali proprietari dell’azienda agricola sono i signori Aristide e Cesare Puzzi, che l’acquistarono nel 1980 dalla signora Caterina Squaratti. Il fabbricato è formato da due

Sopra e sotto la Cascina Mortaio. Si compone di cortile con suolo in terra battuta, un’ala a monte del cortile con portico a quattro campate con muri esterni e pilastri intonacati, tetto comune a due spioventi, abitazione a sera con stanze al primo piano. Verso mattina sono unite la stalla tradizionale e la rimessa con fienile superiore. Nell’ala a mezzogiorno è ubicato il rustico.

elementi contrapposti: la parte a nord è a destinazione civile, quella a sud è rurale, con stalla tradizionale e fienile. I 27 piò di terreno sono coltivati a mais e loietto e sono irrigabili dalle acque del Pozzo Bada, di proprietà comunale. Marzo 2000: la cascina è disabitata.

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Mortaio Per completare l’itinerario si deve tornare alla cascina Littorio e proseguire verso mezzogiorno costeggiando il cavo Seriolazza. Il Mortaio è la prima cascina sulla sinistra, a circa quattro chilometri da Leno. Si compone di cortile con suolo in terra battuta, un’ala a mon-


Cascina Fontanone. I terreni che circondano la cascina, come quelli della cascine vicine fino alla Scovola, fecero parte della grande estensione di 1200 ettari costituita da palude. La cascina è citata per la prima volta nel 1909, quando vi abitava la famiglia di Giacomo Manenti, composta di 10 persone.

te del cortile con portico a quattro campate con muri esterni e pilastri intonacati, tetto comune a due spioventi, abitazione a sera con stanze al primo piano. Verso mattina sono unite la stalla tradizionale e la rimessa con fienile superiore. Nell’ala a mezzogiorno è ubicato il rustico. Verso gli anni Trenta vi abitava la famiglia della signora Paolina Taetti, composta di sette persone. Nel 1976 vi prese dimora il signor Francesco Ari, che acquistò lo stabile dalla signora Teresa Guerra con 6 piò di terra, interamente coltivati a mais. Le acque del Pozzo Bada servono all’irrigazione del piccolo fondo. Cronaca Nel 1994 un furioso temporale si abbattè sulla zona sradicando alberi di alto fusto, distruggendo il raccolto del mais e recando danni alle linee elettriche che rimasero interrotte per oltre sette giorni. Marzo 2000: vi abita ancora la famiglia Ari composta di 4 persone.

Fontanone (dial. Fontanù)

Proseguendo dopo il Mortaro in direzione sud, ci portiamo alla cascina Fontanone. Il nome deriva dalla presenza di una sorgente in prossimità del territorio al confine tra Leno e Ghedi. I terreni che circondano la cascina, come quelli della cascine vicine fino alla Scovola, fecero parte della grande estensione di 1200 ettari costituita da palude. La cascina è citata per la prima volta nel 1909, quando vi abitava la famiglia di Giacomo Manenti, composta di 10 persone. Seguì nella conduzione del piccolo fondo la famiglia della si135

gnora Paolina Offer vedova Ari, composta da 5 persone. Attualmente l’azienda di 18 piò è condotta dal proprietario, il signor Angelo Ari fu Pietro, che coltiva i terreni a mais e loietto. L’irrigazione avviene grazie all’acqua del Pozzo Bada. La bella cascinetta è composta da due elementi contrapposti: il corpo di fabbrica a monte è formato da rustici e dalle abitazioni decorosamente ristrutturate; a sud dell’ampio cortile è ubicata la nuova stalla per l’allevamento di bovini da latte e da carne, con relativi impianti di alimentazione e mungitura. Aprile 2000: vi abita la famiglia Ari formata da 5 persone.


Itinerario del Viganovo (dial. Viganöf ) Villa Donati

Questo itinerario si sviluppa lungo la strada consorziale di Via Viganovo-Costa, che ha inizio a Leno all’incrocio con Via Tito Speri e prosegue in direzione est. Un tempo la strada era detta “vicinale” perché in origine serviva i “vicini”, ossia una ristretta cerchia di persone che abitavano nella zona e che contribuivano alla sua manutenzione. Le strade vicinali erano però aperte anche al transito pubblico.

Sant’Antonio Mattina

Garuffo

Campagna Seccamani Mazzoli

S. Giuseppe

RZ

PO O AN

Matilde I VI SP

Villa Piera Atalìa

Costa

Santella Formola

Martinenga Laffranchi

LENO F.lli Bonetti

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G EN

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Il nome di “Viganovus contrata” compare in documenti duecenteschi. “Essa è, già nel XII secolo, come tutte le altre, ‘contrata extra burgum’, terra priva di abitazioni, disseminata di prativi e densamente messa a coltura, posta peraltro ben oltre le mura del castrum”1. In questo itinerario incontriamo le seguenti cascine: Formola, Laffranchi, Bonetti e Breda Rossa (abbandonata). Dopo la chiesetta dedicata alla Madonna di Caravaggio, la strada che prosegue in direzione nord era detta “del Viganovo Vicinale a Sera”. Vi si incontrano le cascine Piera, Matilde, San Giuseppe, Campagna Mazzoli, Garuffo, Sant’Antonio mattina, Donati. Dalla chiesetta della Madonna di Caravaggio proseguendo invece a mattina la strada è detta Viganovo-Costa, e vi sorgono le cascine Santella, Atalìa, Martinenga, Costa. La zona denominata “Costa è stata individuata come ambiente di particolare pregio ed è stata fatta oggetto di un’ipotesi di salvaguardia da parte dei Comuni di Leno, di Ghedi e WWF sez. Brescia.

A. Baronio, Monasterium et populus, Brescia 1984, p. 209. 2 Un parco in campagna, con il patrocinio della Provincia di Brescia, 1996, pp. 63-64. 1

Si riporta il testo del progetto2. “Progetto per l’individuazione e la salvaguardia dell’ambiente in località denominata Costa nel Comune di Leno”. Individuazione della zona denominata “Costa” La zona oggetto dello studio progettuale si trova all’interno del territorio del Comune di Leno e precisamente ad est del centro abitato confinante con il Comune di Ghedi. L’area interessata, al cui interno si trovano le cascine Atalia, Martinenga e Costa, comprende una superficie di 80 ettari in fregio al vaso Santa Giovanna, ed è visibile percorrendo la strada asfaltata che da Via Viganovo in direzione est costeggia il vaso Santa Giovanna per collegarsi con il territorio del Comune di Ghedi in località cascina Costa. Descrizione botanica della vegetazione presente Partendo dalla strada comunale di Via Viganovo, all’incrocio con Via T. Speri, sul lato sinistro vi è un’area attrezzata a verde con un piccolo campetto di calcio. Dopo un breve tratto privo di vegetazione su entrambi i lati della strada, si trova, sempre in direzione della cascina Costa, per circa 50 mt., una serie di cespugli di sambuco e alcuni pioppi di grandi dimensioni, in prossimità della cascina Formola. Proseguendo, sul lato destro della strada, per circa 200 mt., vi è un altro tratto di vegetazione a pioppi di medie dimensioni, fino alla località Oasi; il tratto successivo è privo di 137

vegetazione fino all’altezza del ponte che attraversa la Santa Giovanna. Dopo il ponte la strada consortile, denominata ViganovoCosta, è affiancata per un breve tratto da cespugli di robinie e sambuchi. Quindi ci si immerge in un viale alberato di pioppi ad alto fusto, posti su entrambi i lati, ed alternati con cespugli di platani, robinie e sottobosco di rovi fino alla cascina Costa che segna il confine con il Comune di Ghedi. Commenti sulla flora e sulla fauna La strada consortile ViganovoCosta è asfaltata per un tratto fino alla cascina Martinenga; proseguendo, la strada diventa sterrata fino al confine con il territorio di Ghedi. Questa strada consortile è meta di gite in bicicletta nel periodo estivo, perché offre un interessante approccio alla natura dato che l’area è molto ricca di flora e fauna. Dove il vaso Santa Giovanna passa sotto i ponti che congiungono la strada consortile alle cascine laterali nello specchio d’acqua, si possono scorgere dall’alto, e non raramente, parecchie specie di pesci come la tipica alborella, la scardola, il vairone (verù), il triotto e il cavedano (caasì); meno facili da vedere, ma presenti in queste acque, sono la tinca e il luccio; si possono inoltre trovare la biscia dal collare, lucertole e ramarri (tutti innocui). A fianco della cascina Martinenga, scorre un canale scaricatore di piena, costeggiato da


Cascina Formola. L’estensione dell’attuale fondo è di 135 piò bresciani, tutti situati a nord della cascina. In corrispondenza dell’ingresso principale, attraversando cortile e cascina, si accede ad una strada perfettamente rettilinea, della lunghezza di circa un chilometro, che divide il fondo quasi a metà, e che all’estremità settentrionale si collega alla strada consorziale Campagnola di Lodi.

piante autoctone (cespugli di platani, robinie e sambuchi). Essendo una zona ricca di vegetazione cespugliosa e di piante d’alto fusto, sulle sponde del vaso Santa Giovanna trovano rifugio e si riproducono specie di volatili come la Gallinella d’acqua dal becco rosso, il Cuculo, il Merlo, l’Usignolo, ecc. Progetto preliminare per il posizionamento della segnaletica per pista ciclabile e la messa a dimora di piante Nell’area soggetto di studio, possono essere dislocati cartelli indicatori per passeggiate in bicicletta, per favorire la conoscenza di questi luoghi, promuovendo anche la messa a dimora di piante su parti di argine senza vegetazione, al fine di consentire anche il ripopolamento di specie di uccelli caratteristici di questi luoghi ad interesse faunistico-vegetazionale. La strada consortile ViganovoCosta è una importante via di comunicazione per gite in bicicletta tra il Comune di Leno e quello di Ghedi, e favorisce l’avvicinamento degli amanti della natura a questi luoghi, la cui conservazione può passare attraverso uno studio per il posizionamento di una segnaletica con l’indicazione dei percorsi ciclabili. La conservazione di questo ambiente è l’obiettivo principale per mantenere l’equilibrio ecologico, perseguibile sensibilizzando i cittadini ad un nuovo rapporto con l’ambiente che sia di stimolo ad uno sviluppo economico della società che promuova uno sfruttamento naturale delle risorse”.

Formola

(dial. Furmulò) La prima tappa sulla sinistra dell’itinerario è la cascina Formola, che dista da Leno circa un chilometro. L’origine del nome viene proposto così: “Lo scavo di un fosso per irrigare un campo veniva definito col termine ‘forma’, una piccola ‘forma era chiamata ‘formola’ ed ecco che la località ‘Formola’ può richiamare benissimo un intervento di questo tipo”1. La cascina è presente nel catasto austriaco ed è indicata come casa colonica con terreni annessi dell’estensione di 505,15 pertiche metriche (circa 155 piò) e rendita di 1.658,16 lire austriache. Proprietario il signor Ercole Civardi fu Giuseppe. Poi lo stabile passò in proprietà del cav. Pietro De Giuli (Morimondo, MI - 30.4.1817 - Leno, 12.8.1930) i cui eredi, il 16 giugno 1935 lo cedettero alla signo138

ra Anita Palazzi in Magnocavallo2; nel giugno 1937 successe alla madre, nella proprietà e nei diritti annessi al fondo, il figlio dottor Giuseppe Magnocavallo fu Alberto. Nella conduzione dell’azienda si susseguirono i seguenti affittuali: Ferdinando Ferrone di Torino, Faustino Benini, la numerosa famiglia Busi (Vincenzo Busi e Marta Albini ebbero otto figli e ventisei nipoti); seguì poi un’altra famiglia numerosa, quella dei Toninelli, e infine quella dei fratelli Bonaglia (Costanzo, Luigi e Vittorio), che furono affittuali dal 1951 al 1964. Nel 1962 l’azienda passò in proprietà del signor Domenico Archiati che l’acquistò dalla signora Anita Lantieri ved. Giuseppe Magnocavallo. L’estensione dell’attuale fondo è di 135 piò bresciani, tutti situati a nord della cascina. In corrispondenza dell’ingresso principale, attraversando cortile e ca-


Cascina Formola. La cascina è formata essenzialmente da due lunghi elementi contrapposti separati dal cortile in cemento. Il corpo di fabbrica a monte del cortile inizia verso sera con un portichetto; prosegue con altro a tre campate e le abitazioni, quindi con altro bel portico con archi a tutto sesto in cotto a vista.

scina, si accede ad una strada perfettamente rettilinea, della lunghezza di circa un chilometro, che divide il fondo quasi a metà, e che all’estremità settentrionale si collega alla strada consorziale Campagnola di Lodi. È in questa zona che si trova il capofonte della Fontana Formola, di scavo relativamente recente, che scorre parallelo alla strada campestre fino al campo dietro casa. La superficie produttiva è coltivata interamente a mais. Per l’irrigazione dei terreni si usano le acque del Cavo Superiore e della Fontana Noce, da cui derivano il Capirolo e Lamoni e un pozzo privato. L’allevamento dei bovini è praticato in ricoveri tradizionali. La cascina è formata essenzialmente da due lunghi elementi contrapposti separati dal cortile in cemento. Il corpo di fabbrica a monte del cortile inizia verso sera con un portichetto; prosegue con altro a tre campate e le abitazioni, quindi con altro bel portico con archi a tutto sesto in cotto a vista. Questi locali servono per abitazione e deposito; una campata è riservata al passaggio dei mezzi agricoli. Un portico aperto in quattro campate, leggermente più basso, chiude il corpo di fabbrica a nord. Il lato a mattina è chiuso da muraglia con quattro grandi silos in cemento armato. Il fronte sud del cortile è occupato da altre abitazioni, fienili, depositi e barchesse. A. Baronio, Monasterium, cit., p. 200, n. 56. 2 Cfr. A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, op. cit., sub voce Magnocavallo Alberto, vol. VIII, p. 76 ss. 1

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 3 nuclei familiari con 12 persone: cav. Ferdinando Ferrone di Torino (5), Battista Udeschini (3), Angelo Spinelli (4). - Nel 1900 i nuclei familiari erano 13 con 53 persone: cav. Ferdinando Ferrone (4), Fiorini (4), Moretti (8), Mensi (2), Sgaria (2), Tosi (6), Udeschini (9), Vaiani (3), Cresceri (6), Boschetti (3), Mantelli (3). (In seguito la famiglia Ferrone si trasferì; i figli del defunto Ferdinando, Mario e Pio, conservando una tradizione paterna, offrirono 300 lire per l’Opera Pia femminile di lavoro diretta dalle Ancelle). - Nel 1909 vi abitavano 3 nuclei familiari con 38 persone: Faustino Benini, affittuale, e il fratello Paolo, “misuratore”, che insieme ad altri fratelli formavano una numerosa famiglia di ben 20 persone; Daniele Filippini, 139

carrettiere (5), Pietro Vaia, “obbligato” (3). - Nel 1936 erano presenti 9 nuclei familiari con 31 persone: dottor Giuseppe Magnocavallo (3), Battista Bresciani (5), Giulio Biemmi (5), Pietro Pelosi (3), Stefano Pintossi (5), Giacomo Sina (3), Giuseppe Biemmi (2), Giuseppe Pelosi, Achille Veneziani (4). Maggio 2000: sono residenti 3 nuclei familiari composti complessivamente da 10 persone.

Luigi Laffranchi Ad alcune decine di metri dalla Formola sorge una cascinetta senza nome, che reca il numero civico 21 ed è proprietà del signor Luigi Laffranchi. È stata edificata nel 1975 ed è attorniata da due piò di terra. Il fabbricato è composto a sera da una rimessa e pochi metri a nord dalla stalla con portico in tre campate aperto a mezzodì e


Cascina Bonetti. Giovanni Bonetti nel 1954 comprò i primi 6 piò di terreno dalla signora Offer. I lavori di costruzione della cascina iniziarono l’anno successivo e furono completati nel giro di alcuni anni.

altra rimessa. Separata dall’ampio cortile, verso mattina, vi è la villetta d’abitazione. Oltre ai due piò circostanti la cascina, il proprietario lavora altri terreni in proprietà posti in altra zona. Le coltivazioni sono mais ed erba medica. I campi del Viganovo sono irrigati con le acque del Cavo Superiore.

Fratelli Bonetti Sulla destra dell’itinerario, ai numeri civici 55-56, è posta un’altra cascina senza nome. È proprietà dei fratelli Roberto e Bruno Bonetti. Il padre Giovanni Bonetti nel 1954 comprò i primi 6 piò di terreno dalla signora Offer. I lavori di costruzione della cascina iniziarono l’anno successivo e furono completati nel giro di alcuni anni. Il piccolo complesso rurale è così costituito. Entrando a destra sorge la villetta d’abitazione e in corrispondenza sulla sinistra una capiente rimessa. A mezzogiorno è ubicata la moderna stalla con accesso all’aperto per l’allevamento di bovine da latte e con impianto di alimentazione e sala di mungitura. A nord di questa completano la razionale disposizione delle strutture il magazzino per cereali, silos a trincea e verticali, ricoveri chiusi per macchine e aree di servizio. La coltivazione dell’erba medica e del mais è estesa anche ad altri 34 piò di terra di proprietà dei Fratelli Bonetti; sono irrigabili con le acque dei Cavi Superiore e Inferiore.

Si allevano animali da cortile per uso familiare. Maggio 2000: vi risiedono 2 famiglie composte di 9 persone.

Santella Al bivio con la strada della Costa, a sinistra dopo la chiesetta dedicata alla Madonna di Caravaggio, è ubicata la cascina Santella, il cui nome deriva appunto dalla vicinanza dell’edificio religioso. Dista da Leno un chilometro e mezzo circa. Fu costruita nel 1967 da Pietro Favagrossa (1910-1983) su terreno di sua proprietà. Alla sua morte passò in eredità ai figli Giuseppe e Alcide. Il fabbricato è formato da elementi contrapposti. L’edificio a monte comprende le abitazioni; adiacente è la stalla tradizionale con fienile e portico aperto a mezzogiorno in cinque campate; a sud del cortile vi è un’ampia rimessa. 140

I 25 piò di terra sono coltivati a mais, loietto e erba medica; sono irrigati con le acque del Cavo Superiore. Si allevano bovine da latte; l’azienda è dotata di impianti di alimentazione e sala di mungitura. Maggio 2000: vi abitano le 2 famiglie dei Favagrossa composte di 7 persone.

Atalìa (Fenile Mazzini) (dial. Finìl dè Mazini)

La si incontra continuando verso mattina sulla strada del Viganovo dopo la Santella della Madonna del Caravaggio. Lasciato il primo ponte sulla Santa Giovanna, dopo alcune decine di metri si supera un secondo ponte sulla sinistra; una strada privata in direzione nord conduce alla cascina, distante dal paese 2,8 chilometri e posta a 70,4 metri s.l.m. “Atalìa” era il nome della signora Ghirardini, maritata con


Cascina Santella. Fu costruita nel 1967 da Pietro Favagrossa (1910-1983) su terreno di sua proprietà. Alla sua morte passò in eredità ai figli Giuseppe e Alcide.

Ci troviamo in zona un tempo paludosa, fin dai primi anni del ‘900 sottoposta a onerosi e vasti lavori di bonifica idraulica. Furono prosciugate le lame esistenti, fu livellato il terreno e furono costruiti nuovi canali di scolo e di irrigazione per ridurre l’incolto in fertili terre. Lo stabile esisteva già nel 1909 quando veniva elencato nel Registro parrocchiale delle Anime.

na altro corpo di fabbrica con portico a cinque campate, trasformato per ricavarne decorose abitazioni. Separate da questi caseggiati, più a nord sono state costruite le nuove stalle moderne con adeguati impianti.

Bortolo Mazzini1, proprietario. Ci troviamo in zona un tempo paludosa, fin dai primi anni del ‘900 sottoposta a onerosi e vasti lavori di bonifica idraulica. Furono prosciugate le lame esistenti, fu livellato il terreno e furono costruiti nuovi canali di scolo e di irrigazione per ridurre l’incolto in fertili terre. Lo stabile esisteva già nel 1909 quando veniva elencato nel Registro parrocchiale delle Anime. L’azienda con i 103 piò di terra sono attualmente proprietà dei fratelli Canobbio, che li hanno comprati nel 1959 dall’ingegner Claudio Marcello, direttore dello Stabilimento Edison. Le colture sono in funzione dell’allevamento: mais, erba medica e loietto, usati per l’alimentazione delle bovine da latte di “rilancio”. L’irrigazione del fondo si effettua con le acque dei Vasi Superiore e Inferiore e di un pozzo privato. Questo gruppo notevole di ca-

se e rustici presenta una tipologia planimetrica originaria a U con l’aggiunta di altri corpi, poiché nel corso degli anni subì vari rifacimenti. A destra della strada d’ingresso si trova una stalla, sulla sinistra un fabbricato a U formato da un rustico a tre grandi campate posto di fronte, sul lato nord parte di stalla e in continuazione abitazioni con portico a sette luci; staccato verso matti-

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Cronaca All’ingresso della cascina Atalìa, nel punto in cui un canale laterale confluisce nella Santa Giovanna, è stata collocata fin dai primi mesi del 1994 una santella raffigurante la Madonna di Medjugorie con in braccio il Bambino. È stata costruita da alcuni volontari della Caritas di Ghedi, che frequentemente hanno portato aiuti alle popolazioni della Iugoslavia, tanto provate dalla guerra, e che hanno voluto così concretizzare la loro devozione alla Vergine. I sassi del basamento provengono dal monte delle apparizioni. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1909 era presente un solo nucleo familiare composto di 10 persone (Faustino Mantelli,


Cascina Atalìa.

Cascina Martinenga. La zona circostante la cascina faceva parte della cosiddetta “Campagna”, classificata fin verso gli inizi dell’800 come “lamiva pascoliva”.

probabilmente l’affittuale). - Durante il censimento del 1936 i nuclei familiari erano 4 con 31 persone complessive: Battista Osio (17 persone), Pietro Santini (8), Francesco Quaranta, Francesco Zani (5). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 3 nuclei familiari con 10 persone. Marzo 2000: sono residenti 4 nuclei familiari con 14 persone.

Martinenga

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Bortolo Mazzini, possidente agricoltore, nato a Villanuova sul Clisi nel 1870. A Leno fu consigliere comunale, membro effettivo della Giunta Locatelli, ricoprì la carica di facente funzione di sindaco nel 1910; fu presidente del Consorzio Sanitario Leno-PorzanoMilzanello. La signora Atalìa Ghirardini, nata a Desenzano nel 1868, anch’essa possidente, durante la sua permanenza a Leno svolse attività pubblica durante la prima guerra mondale. I coniugi Mazzini abitavano in paese, in Via Dossi, attuale sede del Cab.

Poco dopo il ponte d’ingresso alla cascina Atalìa, in direzione di levante ci portiamo sulla destra per la cascina Martinenga. Si ritiene il nome derivato, come altre omonime località o stabili nel Bresciano, dall’antica famiglia dei Martinengo. La casa colonica attuale non è però antica; fu costruita dall’impresario edile Vincenzo Coglio di Leno (1872-1936). La zona circostante la cascina faceva parte della cosiddetta “Campagna”, classificata fin verso gli inizi dell’800 come “lamiva pascoliva”. Da testimonianze orali dei signori Oneda, attuali proprietari, sappiamo che negli anni Trenta era proprietà dei Bellini; affittuali furono i fratelli Luigi e Battista Sora, che formavano due famiglie di dieci persone. Nel 1938 gli Oneda (capofa142

miglia Alessandro) si trasferirono dal paese, in Via Quartiere, alla Martinenga, dove restarono quali affittuali fino al 1977, anno in cui acquistarono l’azienda dal signor Aldo Simeoni di Brescia. I proprietari attuali coltivano i 40 piò di terra in funzione dell’allevamento delle bovine da latte, e cioè a mais e loietto. L’irrigazione del fondo si effettua con le acque del Vaso Seriolazza e del pozzo privato. La tipologia planimetrica è quella comune ad altre cascine della nostra zona, e cioè a due elementi contrapposti. Il fabbricato in lato nord è composto dalla rimessa per macchine agricole e in continuazione a mattina dalle abitazioni con portico aperto a cinque campate. A mezzogiorno del cortile sono ubicati un altro rustico formato da stalletta con fienile, portico e a mattina altra abitazione. Un silos a trincea e il deposito dei liquami sono collo-


Cascina Costa: corpo del fabbricato a monte. Costa e Dosso sono nomi dati a più luoghi nel Bresciano e si riferiscono alla conformazione naturale del terreno. Proprio il dislivello consentiva al canale qui scorrente di formare la caduta d’acqua che animava le due ruote del mulino ivi esistente per parecchi secoli.

cati in zona esterna alla cascina. Nel lato di sera, nel 1980 fu edificata la nuova stalla con zona all’aperto, impianto di alimentazione e sala di mungitura. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 2 nuclei familiari con 5 persone. Marzo 2000: vi abita una famiglia di 3 persone.

Costa

(dial. Còstò) Questa seconda parte dell’itinerario termina con la cascina Costa, situata a circa tre chilometri dal paese e a breve distanza dal confine con il comune di Ghedi. È sita a metri 68,1 s.l.m. È in questa zona che la strada prende il nome di Dosso Cavallo. Costa e Dosso sono nomi dati a più luoghi nel Bresciano e si riferiscono alla conformazione naturale del terreno. Proprio il dislivello consentiva al canale qui scorrente di formare la caduta d’acqua che animava le due ruote del mulino ivi esistente per parecchi secoli. Il mulino, uno dei sette mulini presenti nel nostro territorio, era di proprietà del Comune di Leno, già censito nell’estimo dell’anno 1573. La zona agricola e boschiva circostante era invece proprietà della Badia di Leno. Infatti l’11 maggio del 1558, in ordine alla transazione del 1541, 14 ottobre, il Comune aveva dovuto cedere all’abate Martinengo, commendatario dell’abbazia, 200 piò di campagna. In quell’occasione i procuratori dell’abate e gli “uo-

mini di Leno” si erano accordati nella scelta della campagna, scelta che cadde sulla zona in contrada della Costa “sive del Molin della Costa”. Il Comune si riservò un cavezzo di terra confinante con la seriola “Lavaculo di Ripa” per gestire le curazioni del canale. Nel 1548 il molino era gestito dai mugnai “Peder e Paol Recardi e Domenico Rescarino compagni”. Nel 1666, il 5 dicembre, i reggenti del Comune concedevano a titolo d’affittanza a Fogazio e “figli Fogatii” la cascata del molino della Costa con casamento contiguo per costruirvi una fucina, “ossia un edifico del maglio” per la lavorazione del ferro. Alla soppressione dell’abbazia (decreto 5 giugno 1783) la Costa era unita alla proprietà Breda del Pero; insieme comprendevano 14 appezzamenti di terra per un totale di 180,73 piò (ettari 58.83.47), stimati per un valore di 5.130 du143

cati. La ripartizione dei terreni per qualità di coltura era la seguente: arativa piò 146,64, prativa piò 4,73, vitata piò 27,95, campagna lamiva piò 1,81. Dopo vari incanti d’asta a Venezia, una parte dei beni fu acquistata da Giuseppe Pandini di Leno, il rimanente da Gio. Battista Galante. Nel 1811, dall’atto notarile 5 aprile rogato da Ignazio Barozzi, notaio in Milano, risulta che il Comune di Leno passò alla vendita in via assoluta del Molino della Costa. Nel catasto austriaco (1852) la casa colonica, alcuni terreni con l’edificio del molino da grano e con la macina da olio (semi di lino) erano di proprietà dei coniugi Paolo Giulietti fu Giovan Battista e Elisabetta Bendotti di Luigi. La superficie totale era di 165,41 pertiche metriche (piò 50), con una rendita di 627,68 lire austriache.


La proprietà passò poi ai fratelli Ceriani e nel 1880 al conte Cappello; vi abitavano le famiglie di Francesco Manfredini (6 persone) e di Angelo Maglio, mugnaio di origine cremonese (4 persone). Nel 1888, il 6 gennaio, la “Campagna Costa e Canton Costa” di 331,77 pertiche metriche (piò 102), stimata in 441,35 lire, fu venduta all’asta pubblica; ne fu acquirente l’avvocato Luigi Sartori per 6.800 lire. Nel 1906 la cascina Costa risultava inserita nella zona infetta da afta epizootica, secondo dichiarazione del veterinario di Leno, dottor Falconi, insieme ad altre sette cascine. Nel 1928 vi giunse la famiglia Vavassori, che acquistò pure 50 piò di terreno, la metà dei quali è stata venduta di recente. Il molino fu demolito del 1935 per inutilizzo degli impianti. Il fondo è attualmente coltivato a mais e loietto ed è irrigato dalle acque del Vaso Scanalocco. Le bovine da latte sono allevate in stalle tradizionali. “Da notare sul ciglio della strada innanzi all’ingresso del Molino, la freschissima fontana a getto continuo, una delle poche rimaste delle innumerevoli un tempo diffuse ovunque, anche per le strade del paese; fontana di acqua ferruginosa che invita ad una sosta”1. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 la Costa era abitata da 8 nuclei familiari composti complessivamente di 61 persone: 1

A. Bonini, Percorsi ciclabili, Ghedi s.d., p. 11.

le famiglie dei mugnai Maglia (9) e Lanfredi (9), i Manfredini (9), i Gerini (7), i Belli (4), i Cominelli (11), i Cherubini (9), i Soave (3). - Nel 1909 rimaneva un solo nucleo familiare, quello di Battista Pedercini, fittabile (8 persone) insieme col fratello Angelo, fattore. - Nel 1936 erano presenti 4 nuclei familiari composti di 26 per-

sone: Serafino Vavassori (4), Giuseppe Vavassori (5), Pietro Vavassori (4), Felice Vavassori (13). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 4 nuclei familiari con 10 persone. Marzo 2000: sono residenti 2 famiglie con 4 persone complessivamente.

Uso dell’acqua della Seriolazza. Disegno a penna acquerellato; foglio accuratamente squadrato. Cm. 46x68. Dal Foglio VII del Piano organico di irrigazione compilato dall’ing. Giovanni Barbera nell’anno 1849. Archivio Ufficio Tecnico comunale di Leno. “Un ingegnoso intervento del lavoro dell’uomo è ancora visibile nella bellissima struttura in pietra, che permette alle acque della Seriolazza di oltrepassare la Santa Giovanna per incanalarsi verso le chieviche

di partizione e muovere le ruote della macina da grano e dell’olio (semi di lino), purtroppo scomparse come tutti i complicati macchinari” 2.

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A. Bonini, Notizie storiche in Percorsi ciclabili a Ghedi e dintorni, Ghedi s. indic. data, p. 11.


Cascina Piera: foto aerea da mattina. Lo stabile comprende attualmente 57 piò di terra coltivata a mais, loietto ed erba medica; per l’irrigazione si utilizzano le acque del Cavo Superiore e di un pozzo privato.

Villa Piera Tornando all’incrocio dove si trova la chiesetta dedicata alla Madonna di Caravaggio, si prosegue verso nord; un ingresso carraio a sinistra, al numero civico 119, con cancello in due partite immette nel cortile con aia in cemento della cascina Villa Piera. Siamo a circa due chilometri dal paese e a metri 69,3 s.l.m. È stata edificata negli anni 1918-20 da Pietro Cirimbelli1 (nonno dello scrivente), da cui prese il nome, anche se trasformato al femminile. In origine il fabbricato del lato nord presentava il caseggiato d’abitazione con portico e tre campate arcuate; a mezzodì delle camere, il loggiato con parapetto in ferro battuto, sostenuto da due colonne in marmo. All’abitazio-

ne si accedeva anche da un altro ingresso pedonale posto a mattina, che dall’andito immetteva al portico tramite un cancelletto in ferro. Qui sotto era installata la pompa d’acqua potabile. Come tradizione nelle nostre zone, la stalla era adiacente alle abitazioni ed aveva fienile superiore e portico aperto a mezzodì; la concimaia era a monte della stalla con altro ingresso carraio dai campi. Verso mattina stavano il guado abbeveratoio con discesa al fosso e un altro rustico destinato a pollaio e colombaia. L’orto con piante da frutto e filari di vite americana si trovava a sera della cascina. Il corpo di fabbrica a mezzodì del cortile ospitava la scuderia e al piano superiore stanze d’abitazioni, portico in tre campate a sera della scuderia e abitazioni per altri dipendenti; porcili e fieniletto ai 145

piani superiori. Ricordo che, oltre alla mia famiglia, erano residenti le famiglie di Faustino Minelli, mungitore, Giulio Brontesi e Antonioli. Seguì l’affittuale signor Giacomo Savio. Nella rotazione agraria allora in uso era estesa la coltivazione del lino. Lo stabile passò poi in proprietà della signora Matilde Sartori in Nardi. Nel Censimento del 1936 era abitato da 18 persone: le famiglie di Giacomo Savio (8), di Giovanni Savio (6) e di Martino Maccagnola (4). Dal San Martino del 1947 fu dato in affitto ai fratelli Angelo, Giuseppe, Luigi e Francesco Cremaschini del fu Francesco, per una locazione di sei anni. Dal contratto risulta che le coltivazioni di quel periodo comprendevano la cotica di erba medica e


Cascina Piera, anni trenta dopo la merenda in campagna. In piedi da sinistra: Rodolfo Stadler, geom. Tullio Tiraboschi, Francesco Cirimbelli, Francesco Tenca. Sotto: Giacomo Antonio Sozzi, Paolo Offer. Seduti: Luigi Mazzoleni, Enrico Gadaldi, Battista Gilberti.

di ladino, frumento, avena, tabacco, mais. Fra le colture arboree erano invece presenti ceppaie dolci, gelsi d’asta innestati, dolci e forti, da scalvo e da cima. Nell’orto della cascina crescevano cinque piante di noci, oltre a frutti diversi e 94 viti di ibridi. La superficie dei terreni era di circa 12 ettari. Nel 1957 il signor Tommaso Bertocchi, attuale proprietario, acquistò la cascina dalle sorelle Sartori. I Bertocchi provenivano da Peia, frazione di Gandino, in provincia di Bergamo; agli inizi del ‘900 esercitavano il mestiere di “bergamini di campagna”. Lo stabile comprende attualmente 57 piò di terra coltivata a

mais, loietto ed erba medica; per l’irrigazione si utilizzano le acque del Cavo Superiore e di un pozzo privato. La tipologia planimetrica della cascina si è ora trasformata. La stalla tradizionale e i fienili furono demoliti e si utilizzarono gli spazi del sottoportico aperto a mezzodì. Inoltre si realizzarono la ristrutturazione dei locali abitativi a sera e la costruzione della nuova stalla razionale per le bovine da latte, con relativo impianto fisso di mungitura. Al corpo di fabbrica a mezzodì del cortile venne aggiunto, verso sera, un portico a tre campate per ricovero macchine; a mattina l’area dell’ex scuderia fu in par146

te utilizzata per una nuova residenza. Aprile 2000: vi abitano 2 nuclei familiari con 6 persone complessivamente. 1

Pietro Cirimbelli (1858-1944). Era possidente e commerciante di pellame e proprietario di una calzoleria artigianale in Via del Municipio (ora Via Roma) con una dozzina di dipendenti. L’accurata confezione manuale delle calzature gli meritò il diploma con medaglia d’oro alle Esposizioni Internazionali del Lavoro nel 1911 a Roma, e il diploma di Gran Premio e medaglia d’oro a Firenze nel 1912. Nella vita pubblica coprì la carica di fabbricere, consigliere e assessore nella Giunta Locatelli e fu sindaco nel 1917. Sposò la signora Giacomina Tavelli di Bagnolo Mella, insegnante elementare, ed ebbe quattro figli.


Cascina Matilde. In origine il caseggiato aveva ingresso a volta verso sera (ora è murato), con stalla e soprastante fienile; in continuazione a mattina seguiva l’abitazione dell’affittuale con portico aperto; a mezzodì del cortile erano situate le barchesse.

Famiglia Sartori

Matilde Dopo la cascina Piera si prosegue in direzione nord sulla medesima strada; a circa un chilometro e mezzo dal paese si entra, sulla destra, nella cascina Matilde. Siamo a metri 69,3 s.l.m. Fatta edificare dalla famiglia Sartori e terminata nell’anno 1888, gli fu dato il nome di Matilde in memoria della signora Matilde Sartori Dal Pero, morta il 14 settembre 1864. In origine il caseggiato aveva ingresso a volta verso sera (ora è murato), con stalla e soprastante fienile; in continuazione a mattina seguiva l’abitazione dell’affittuale con portico aperto; a mezzodì del cortile erano situate le barchesse. Nel 1936 l’azienda era dotata di 37 piò di terra. Nel 1958 subentrarono in proprietà, per acquisto fatto dalla famiglia Sartori, i fratelli Enrico e Angelo Bonetti.

Con il miglioramento delle tecniche colturali e di allevamento, nel volgere di alcuni anni furono migliorate anche le vecchie strutture e costruiti nuovi edifici per abitazioni, rustici e moderni ricoveri con impianti di alimentazione per bovini da latte e da carne. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 vi abitava la famiglia del conduttore, il signor Malagni, con 6 persone. - Nel 1909 vi abitava la famiglia di Angelo Dorosini composta di 6 persone. - Nel 1936 vi abitava la famiglia Rota e quella di Tomaso Brignani, di 6 persone, cui seguì il signor Emilio Merigo (Rico 1909-2000). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 5 nuclei familiari per un totale di 11 persone. Marzo 2000: sono presenti 4 nuclei familiari con 11 persone. 147

Famiglia benestante di professionisti. Hanno tomba di famiglia nel cimitero di Leno. Il primo tumulato fu un Francesco, morto nel 1861, seguito da: avvocato Luigi (1817-1902), dottor Enrico (1890-1919), avvocato Cesare (18571937; coniugato a Angiolina Piotti e abitante in Via Cavour), dottor Giuseppe (1856-1938), avvocato Luigi Cesare (1889-1953), dottor Carlo (1893-1959), ingegner Pietro (1927-1984). “Abbiamo precise notizie di Luigi, nato a Mantova nel 1817, morto a Leno nel 1902. Laureato in Diritto a Padova, esercitò a Mantova e a Bozzolo. Partecipò ai moti del 1848-49. Sospetto all’Austria, fu processato e gli fu vietato l’esercizio dell’avvocatura. Concorse alla Pretura di Leno che divenne la sua seconda patria. Partecipò attivamente alla vita pubblica quale consigliere comunale e poi quale sindaco dal 1894 al 1899”1. Fu tra i fondatori dell’Asilo Infantile, presidente e benefattore testamentario insieme con l’avvocato Cesare e il dottor Carlo”.

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Enciclopedia Bresciana, XVI, p. 322.


Cascina San Giuseppe. Il caseggiato colonico presenta una planimetria a L. L’ingresso verso sera dà accesso al cortile. L’ala nord è formata dalla stalla con fienile superiore, dall’abitazione con portico a mezzodì e da altra stalletta a sera adiacente l’ingresso.

Campagna Seccamani Mazzoli

San Giuseppe Proseguendo in direzione nord, si prende sulla destra una stradella campestre che porta alla cascina San Giuseppe, a metri 71,3 s.l.m. La cascinetta fu edificata nel 1924 e allora fu soprannominata La Légor = La Lepre, mentre ora reca il nome di San Giuseppe in memoria di Giuseppe Marinoni, che la fece edificare. I figli Adamo e Andrea e il nipote Angelo nel 1932 la vendettero a B o r t o l o To m a s o n i ( 1 8 9 2 1963), agricoltore di Torbole Casaglia, che vi prese dimora il giorno di San Martino di quell’anno. Il caseggiato colonico presenta una planimetria a L. L’ingresso verso sera dà accesso al cortile. L’ala nord è formata dalla stalla con fienile superiore, dall’abitazione con portico a mezzodì e da altra stalletta a sera adiacente l’ingresso.

L’azienda, proprietà di Albino e Tomasina Tomasoni, dispone attualmente di vari appezzamenti di terreno agricolo per una superficie totale di 35 piò, che sono coltivati a mais, orzo ed erba medica e sono irrigati con le acque dei Cavi Superiore e Inferiore. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1936 vi abitava il nucleo familiare di Bortolo Tomasoni, composto di 6 persone. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina non era abitata. Aprile 2000: la cascina è tuttora disabitata.

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È la sesta cascina sulla strada del Viganovo, cui giungiamo dopo tre chilometri e mezzo in direzione est; a poche decine di metri verso nord corre la Statale 668 (la “Lenese”). Nel Bresciano erano chiamate “Campagne” le zone dal suolo povero e semincolto ricoperte da vegetazione a brughiera. In quest’area e in genere sul territorio di Leno, il suolo presentava infatti superficialmente uno strato molto impermeabile, detto volgarmente “gesso”, che soprattutto in passato impediva la coltivazione. Al nome “Campagna” fa seguito in questo caso il cognome composto della famiglia ex proprietaria dei terreni e dello stabile. L’attuale proprietario è il signor Pietro Tomasoni, che l’acquistò nel 1949 dalla famiglia Seccamani-Mazzoli. La tipologia planimetrica è ad elementi contrapposti. Si accede al fabbricato sito a nord mediante ingresso a volta, quindi al porticato prospiciente le abitazioni, composto di tre campate. Nel 1922 oltre il fianco verso mattina furono aggiunte le stalle tradizionali con fienili e portici aperti a cinque campate, rispettando gli elementi strutturali precedenti. L’altro corpo di fabbrica verso mezzodì è costituito dalla rimessa a due campate e da barchesse a sei campate con fienili superiori. Separato da entrambi i fabbricati, verso sera è situato un deposito.


Cascina Campagna Seccamani Mazzoli. La tipologia planimetrica è ad elementi contrapposti. Si accede al fabbricato sito a nord mediante ingresso a volta, quindi al porticato prospiciente le abitazioni, composto di tre campate. Nel 1922 oltre il fianco verso mattina furono aggiunte le stalle tradizionali con fienili e portici aperti a cinque campate,

rispettando gli elementi strutturali precedenti. L’altro corpo di fabbrica verso mezzodì è costituito dalla rimessa a due campate e da barchesse a sei campate con fienili superiori. Separato da entrambi i fabbricati, verso sera è situato un deposito.

Uniti alla cascina sono 60 piò di terra, ai quali se ne aggiungono altri 20 di proprietà della signora Caterina Tomasoni; sono coltivati in prevalenza a monocoltura di mais. Per l’irrigazione si estrae l’acqua dal Cavo Superiore e dal pozzo privato. Nella stalla tradizionale si allevano bovini da carne. Per uso familiare si allevano anche animali da cortile. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1909 la cascina era chiamata Viganovo Seccamani ed era abitata da un nucleo familiare (Andrea Cima) di 6 persone. - Nel 1936 vi abitavano 3 nuclei familiari con 17 persone: Francesco Filippini (7), Giuseppe Filippini (5), Serafino Rodella (5). Probabilmente in questo periodo fu affittuale il signor Bassini. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 2 nuclei familiari con 5 persone. Aprile 2000: vi abitano 2 nuclei familiari per complessive 3 persone.

Famiglia Seccamani-Mazzoli I Seccamani sono un’antica famiglia della Valsabbia originaria di Anfo, dove nel 1447 Bettino, padre di un Giovanni, era console. Verso la fine del ‘500 un Domenico, sposo di Maddalena Zanetti, trasferitosi a Brescia, fu padre di Giovan Maria, che conseguì la laurea in legge all’Università di Padova. Giovan Maria il 31 maggio del 1634 ottenne la cittadinanza bresciana per sé e per la sua discendenza. La famiglia, largamente fornita di beni di fortuna, si mantenne in distinta condizione sociale, finché con Regia Lettera dell’8 dicembre 1904 fu concesso a Gerolamo Seccamani di Leno il titolo di nobile per sé e discendenti. Nel 1922 ottenne di aggiungere al suo il cognome della famiglia Mazzoli. I Seccamani possedevano in Leno vari tenimenti, residenza signorile in città e il palazzo di Via Garibaldi, ora sede della Cassa Padana. Gerolamo partecipò alla vita civica lenese come consigliere comunale e dal 1917 al 1919 fu sindaco. Con i Dossi, i Dander e altri, fu membro della Fabbriceria locale ed offrì la statua lignea che porta il suo nome, Girolamo, collocata in una nicchia della nostra parrocchiale. Esperto agricoltore, fu conduttore di una delle sue aziende agricole. Possedeva anche una filanda con tredici fornelli per la lavorazione dei bozzoli di propria produzione. Negli anni Venti la figlia di Gerolamo, Maria Paola, fu l’ideatrice e l’animatrice della locale Conferenza di San Vincenzo. Il fratello dottor Steno fu amministratore del nostro ospedale e nel secondo dopoguerra fece parte del Comitato di Liberazione. I nobili Girolamo Seccamani, la nobildonna Corinna Seccamani Melegari e la nobile Maria Seccamani furono benefattori testamentari dell’Asilo Infantile. 149


Cascina Garuffo. Il fabbricato originario subì notevoli trasformazioni. Attualmente è composto dell’ala a monte del cortile con le nuove decorose abitazioni al piano terra, stanze superiori ed elegante portichetto a tre

campate. In prosecuzione verso sera la stalla tradizionale con fienile e portico a tre luci aperto a mezzodì. Un nuovo capannone di stoccaggio con rimessa è situato a sera; a mezzodì una tettoia in quattro campate serve di deposito.

Sant’Antonio Mattina (dial. Sant’Antòne)

Garuffo Si prosegue in direzione nord sulla Via del Viganovo dopo l’interruzione della Lenese. A tre chilometri e mezzo dal paese si trova la cascina Garuffo, a metri 71,2 s.l.m. È così chiamata dal cognome dell’ex proprietario. Anche questa zona faceva parte delle lame, coperte di sterpaglia e di acque stagnanti. La cascina non è censita nel catasto austriaco; testimonianze orali attribuiscono la costruzione di un “casinetto” a un certo Mainetti (detto Grizì), coniugato alla signora Losio. Tra i proprietari o affittuali che ebbero qui dimora ricordiamo le seguenti famiglie: Crini, Bartoli, Fusi, Bonetta, Giovanni Volonghi, di Germano Lampugnani. In epoca imprecisata la proprietà fu del signor Giuseppe Garuffo, che la lasciò in eredità ai figli Luigi e Cesare, i quali negli anni Sessanta la vendettero al signor Narciso Strinasacchi con 3 piò di terra.

Attualmente altri 32 piò sono dislocati altrove, compresi 20 in affitto. Sono coltivati a mais, erba medica e loietto. Le acque dei Cavi Superiore e Inferiore e del pozzo privato servono all’irrigazione. Il fabbricato originario subì notevoli trasformazioni. Attualmente è composto dell’ala a monte del cortile con le nuove decorose abitazioni al piano terra, stanze superiori ed elegante portichetto a tre campate. In prosecuzione verso sera la stalla tradizionale con fienile e portico a tre luci aperto a mezzodì. Un nuovo capannone di stoccaggio con rimessa è situato a sera; a mezzodì una tettoia in quattro campate serve di deposito. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 2 nuclei familiari con 8 persone. Marzo 2000: vi abitano le tre famiglie Strinasacchi, composte di 8 persone. 150

L’itinerario prosegue in direzione nord. La cascina Sant’Antonio Mattina si trova a quattro chilometri dal paese ed è raggiungibile anche dalla Lenese, Statale 668. Il nome potrebbe ricordare antiche proprietà benedettine, così come Sant’Antonio Sera. Se la Scovola, la Campagna Mazzoli e altre erano in passato costituite quasi interamente di paludi, nella campagna circostante Sant’Antonio si raccoglieva strame e pagliuzzo. Le bonifiche si sono succedute fin quasi ai giorni nostri. La casa colonica non è indicata nel catasto austriaco; nel libro anagrafico del 1880 troviamo un solo stabile Sant’Antonio, senz’altra indicazione. Le testimonianze orali indicano che nel 1936 era affittuale Simone Boldini, la cui famiglia era composta di 9 individui. Seguirono i Dusi (Mario, Felice e Jenny) e la famiglia del signor Alessandro Frigerio. Nel 1960 i signori Bortolo e Mario Tomasoni acquistarono lo stabile con 60 piò di terra e cascina dall’impresario edile Ventura di Leno. Attualmente questa superficie produttiva è coltivata a mais e loietto. Le acque del Cavo Superiore servono all’irrigazione del fondo. Anche le strutture della cascina subirono radicali trasformazioni. Essenzialmente la tipologia planimetrica è a elementi contrapposti. L’abitazione in lato nord è a due piani con portichetto aperto a mezzogiorno; in continuazione a mattina la vecchia


Cascina S. Antonio Mattina. La casa colonica non è indicata nel catasto austriaco; nel libro anagrafico del 1880 troviamo un solo stabile Sant’Antonio, senz’altra indicazione.

In basso: cascina Villa Donati. Ripresa aerea da est antecedente la costruzione del nuovo porticato.

Villa Donati

stalla e portico a quattro campate. A mezzogiorno del cortile la grande rimessa. Di grande ampiezza è la nuova stalla per bovine da latte a libera stabulazione, con impianto di alimentazione e sala di mungitura. La nuova residenza dei signori Tomasoni è situata a sud della cascina ed è denominata Sant’Antonio Mattina Nuova.

ne del 21 ottobre 1991: vi abitavano 4 nuclei familiari con 10 persone. Marzo 2000: vi abitano 4 nuclei familiari con 11 persone.

Cronaca Nel 1989 la zona è stata teatro di un incidente aereo per la caduta di un Tornado dell’aviazione militare di Ghedi nei pressi della cascina Favorita. Alcuni testimoni affermano che l’aereo fu direzionato in extremis verso la campagna evitando l’abitato di Leno, nel quale in quel giorno si svolgeva il mercato. I due piloti si salvarono a 500 metri a nord della cascina. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazio151

L’itinerario termina con questa cascina, posta a circa cinque chilometri dal paese e a metri 75,5 s.l.m. Anche questi poderi fecero parte della zona paludosa e sterile sottoposta ed opere di bonifica. La sua denominazione deriva dal cognome di colui che la fece edificare, probabilmente Donato Domenico Donati, nato nel 1850 e morto nel 1906. La casa colonica non è indicata nei catasti storici ma ricordata per la prima volta nello Stato d’Anime parrocchiale del 1909. Nel 1961 la famiglia Tomasoni acquistò l’azienda dalle signore Regina e Alessandra Donati. La proprietà era intestata a Guerino, Bortolo e Gottardo Tomasoni. In seguito lo stabile venne diviso in due parti: il corpo di fabbrica a mattina passò


Una delle interviste: il signor Tomasoni con Luigi Cirimbelli alla cascina Villa Donati. Di fianco il lato della cascina verso sera, sotto verso mattina.

alla famiglia di Santino Tomasoni, quello verso sera a Giosuè Tomasoni. Attualmente la superficie produttiva è coltivata a mais, erba medica e loietto. Il Cavo Bada e Pozzo Bada servono all’irrigazione del fondo. La tipologia planimetrica dello stabile è a elementi contrapposti, costituiti dalle vecchie stalle e dalle abitazioni ristrutturate con portici aperti. A mezzogiorno del cortile sorge un nuovo capannone e in continuazione a mattina un nuovo porticato ricostruito nel 1961 in seguito al deterioramento delle vecchie travi. A mattina è ubicata una nuova stalla per bovine da latte a stabulazione libera con relativi impianti. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1909 era presente 1 nucleo familiare (Domenico Gottarelli) con 7 persone. - Nel 1936 erano presenti 4

nuclei familiari con 23 persone: Adolfo Bresciani (3), Emilio Panigari (4), Giovanni Traversi (7), Giuseppe Vecchi (9). Seguirono le famiglie di Bonetta e di Girolamo Metelli: quest’ultimo subentrò dal 1947 al 1951, anno della sua morte, ma l’affittanza proseguì per altri dieci anni da parte del figlio Ales152

sandro, che nel 1951 si trasferì alla cascina Giuliana. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 3 nuclei familiari con 11 persone. Aprile 2000: nella cascina di mattina abita una famiglia con 3 persone; in quella a sera 2 famiglie con 8 persone.


Itinerario dell’Albarotto e della Capirola

Scanalocco

A RZ PO NO

Albarotto

Albarotto di Sotto

Albarotto di Sopra Capirola

I VI SP

Risorta Nuova

LENO

GO

EN

OL TT GO

Risorta Seccamani

L’itinerario dell’Albarotto e della Capirola inizia da Via Re Desiderio in direzione mattina lungo l’ex strada comunale detta “Vecchia per Calvisano”, per deviare poi sulla sinistra imboccando la strada comunale che in passato (1852) era detta “Scanalocco”. Le cascine visitate in questo itinerario sono le seguenti: Albarotto, Albarotto di Sotto, Albarotto di Sopra, Scanalocco, Risorta Seccamani, Risorta Nuova, Paolina, Teresina, Colombere Girelli, Capirola.

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Colombere Girelli Paolina

Teresina


Cascina Albarotto. Il nome potrebbe essere diminutivo di “albara”, in bresciano usato frequentemente per indicare il pioppo. Il toponimo è antico. Alcuni proprietari terrieri presenti in questa zona sono documentati a partire dal XVII secolo.

Albarotto (dial. Albaròt)

Il primo tratto di viale alberato in direzione nord ci conduce alla cascina Albarotto, sita a un chilometro e mezzo dal paese e a metri 67.9 s.l.m. Il nome potrebbe essere diminutivo di “albara”, in bresciano usato frequentemente per indicare il pioppo. Il toponimo è antico. Alcuni proprietari terrieri presenti in questa zona sono documentati a partire dal XVII secolo. 1622, 22 febbraio: i deputati del Comune vendono a Geronimo Armani parte del Palazzo con una “pezza di terra broliva” (brolo, giardino, orto, ex proprietà Martinengo) situata in “contrata dell’Albarotto” per il prezzo di l400 lire planette, da pagarsi in dieci anni con livelli adeguati e patti riguardanti la costruzione di muraglie ed altro. Il 23 febbraio del 1630, Alessandro Albini paga ai deputati 155

della comunità di Leno 800 lire planette a saldo del prezzo di alcuni beni acquistati in “contrata Albarotto del detto Comune”. In codesta contrada il Comune nel 1640, e forse anche prima, possedeva “un Palazzo con corte per uso del Quartiero de’ soldati. 1837, 7 dicembre. Un “Atto di consegna” documenta la presenza di uno stabile: la proprietà di ragione fratelli Bontempi (Barbara, Battista, Vincenzo, Caterina e Rosina, figli del fu Giò.Maria) era da essi ceduta in affitto, insieme alla proprietà Picca, al signor Giovanni Grossi fu Paolo per una locazione della durata di dodici anni. Nel 1852 lo stabile era intestato a Giuseppe Bertolotti di Giò.Battista e comprendeva la casa colonica con orto e prato adacquatorio, per una superficie di 12,35 pertiche metriche (piò 3,8) e una rendita valutata a 441,38 lire austriache. Il 30 dicembre dell’anno se-


guente il signor Andrea Pastelli, ingegnere in Montichiari, stendeva l’atto di consegna dei fondi componenti lo stabile Albarotto di proprietà del signor Luigi Romano di Domenico, condotto in affitto dal signor Antonio Fortuna di Leno. Questi otteneva dalla Commissione comunale la concessione a coltivare una risaia stabile, essendo sita alla distanza regolamentare dal più vicino aggregato di case. La proprietà censita nel 1898 misurava 95,31 pertiche metriche (piò 29), per una rendita di 1.436,61 lire italiane. Nel 1981 il signor Bruno Caratti di Brescia acquistò l’immobile dal signor Bianchi di Corteno Golgi, assegnando alla cascina la nuova denominazione di “La Ginestra”. La dotazione di terreno agricolo è ora di 100 piò compresi alcuni appezzamenti sparsi, coltivati a monocoltura di mais e irrigabili con le acque della Seriolazza e del pozzo. L’attuale tipologia planimetrica è formata da due corpi di fabbrica a L contrapposti: all’ingresso sulla destra una stalla moderna, verso nord un’altra di dimensioni ridotte e in continuazione verso sera un nuovo porticato. Sulla sinistra e a monte sono situate decorose abitazioni con rimesse per macchine. Conduttore del fondo è il signor Giovanni Oneda (recentemente scomparso). Cronaca Nel 1990 una tromba d’aria colpì in pieno la cascina abbattendo l’ala est adibita a rimessa e deposito.

Famiglia Albini Gli Albini sono tra i nobili rurali bresciani presenti nella Matricola Malatestiana del 1406. Questa famiglia possedeva in Leno un notevole patrimonio immobiliare: le proprietà del Palazzo, dell’Olmo, di San Nazaro, ecc., con “luoghi da patron, da malghese e case comode da massari”. L’atto più antico di casa Albini è il seguente: “1546, 20 agosto. Il Consiglio Speciale della città di Brescia in considerazione dei meriti del Rev. Bartolomeo Albini, decreta che il medesimo e Troilo e Camillo suoi nipoti con i loro discendenti siano creati cittadini di Brescia con tutti gli onori, prerogative e oneri ad essi spettanti”. Nel 1756 l’archivio antico del Comune si arricchì di una preziosa raccolta di documenti delle famiglie Albini, Dossena, Boarini e Molinari. Le pergamene sono certamente i documenti di maggiore interesse conservati nell’archivio lenese. Ammontano a 175, di esse 16 fanno parte del Fondo Albini. Molti membri di casa Albini (Maura, figlia di Camillo, Albino notaio, Alessandro, Giulia, Cristoforo, ecc.) furono attivi nelle associazioni parrocchiali e nelle varie attività caritative, tanto che nelle loro volontà testamentarie lasciarono ogni sostanza alla Comunità di Leno, con il solo obbligo della celebrazione di messe. Alla loro memoria è stata dedicata una via in paese. Una lettera da Napoli all’Albarotto. Si riporta una lettera scritta nel 1862 da un giovane militare al padre abitante alla cascina dell’Albarotto. Al sig.re Il sig. Bravo Francesco, Provincia di Brescia, Distretto di Brescia, alla cascina dell’Albarotto. Pietursa [?] li 24 ottobre 1862 Carissimo Padre Io vengo con questo piccolo mio foglio per darvi le mie notizie che io godo una perfetta salute, spero e desidero anche di voi e di tutti di famiglia. Dunque mi schusarai della mia troppo tardianza che vi fatto a scrivere vi spiegherò il motivo essendo stato in distaccamento e si spettava il giorno di partire e poi mi ritrovavo un poco amalato e per questo goi tardiato qualche giorno per vedere come la andava e adesso mi sento bene. Quindi io garei piacere a sapere se guarito il mio Padre e poi per le carte se il nostro Sindico li anno spedite che io non o saputo più nulla, e come sono stata la raccolta di quest’anno. Altro mi resta di salutarvi di vero cuore e salutami tutti quelli che dimandono di conto di me e vi prego dun breve riscontro adio adio sono il vostro figlio Bravo Vincenzo. [a fianco] E saria a pregarvi se potete mandarmi un poco di soccorso adio. 3° Reggimento d’Artiglieria 9 Compagnia in Napoli 156


Cascina Albarotto di Sotto. La destinazione prevalente del fabbricato è rurale; è dotato di stalla moderna e relativi impianti per l’allevamento di suini.

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 2 nuclei familiari formati da 11 persone: Domenico Tavolazzi (4) e la nipote Rosa, vedova (7). - Nel 1900 erano presenti 10 nuclei familiari per un totale di 62 persone: Tenini (6), Monfardini (7), Ferrari (10), Formenti (11), Perotti (6), Baroni (8), Medola (4), Del Campo (1), Pesce (3), Barcellari (6). - Nel 1909 le persone presenti erano dimezzate riducendosi a 33 in 7 nuclei familiari: Battista Taetti (7), Carlo Taetti (3), Giovanni Taetti (5), due famiglie Rossi (7), Giovanni Boschetti (6), Casali (1), Bertuelli (4) e il fattore Enrico Giglioli. - Censimento del 21 aprile 1936: erano presenti 7 nuclei familiari composti da 45 persone: Carlo Berardi (7), Giuseppe Berardi (10), Luigi Berardi (5), Pietro Berardi (10), Giovanni Migliorati (4), Giuseppe Prandelli (5), Alessandro Ghisleri (4). Da notare la forte presenza delle famiglie Berardi: provenienti da Palazzolo, erano stati affittuali prima alle Lame Arciprete (dal 1926 al 1930) e poi alle Colombere; furono conduttori dell’Albarotto fino al 1941. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: presenti 2 nuclei familiari con 10 persone. Marzo 2000: residenti due famiglie di 9 persone.

Albarotto di Sotto Lasciata la cascina Albarotto e ritornati sulla strada dello Scanalocco, si prosegue verso mattina; dopo alcune decine di metri ci troviamo all’Albarotto di Sotto, a metri 67,9 s.l.m. Poche sono le notizie raccolte per questa azienda. Inizialmente realizzata come abitazione dal proprietario Aldo Quaranta, passò poi in proprietà al signor Chini, indi ai signori Gian Pietro e Mauro Boldini di Castenedolo. Attualmente, rispetto ai 5 piò iniziali, l’azienda dispone di 16 piò di terreno agricolo, coltivati a monocoltura di mais e irrigabili con l’acqua della Gambarella, seriola proveniente dalla Costa. La destinazione prevalente del fabbricato è rurale; è dotato di stalla moderna e relativi impianti per l’allevamento di suini. 157

Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina non era abitata. Aprile 2000: vi risiede un nucleo familiare di 4 persone.

Albarotto di Sopra Questa azienda è raggiungibile percorrendo la medesima strada dello Scanalocco, che qui è detta “privata” per un tratto in direzione nord; a destra verso mattina troviamo in posizione parallela alla strada il capiente capannone dell’Albarotto di Sopra, attrezzato per l’allevamento industriale dei polli da carne. Il signor Vincenzo Favagrossa acquistò i terreni dai signori Seccamani e nel 1978 diede inizio ai lavori di costruzione del capannone e della villa di abitazione. Per esigenze di alimentazione del comparto avicolo, oltre alla mangimistica razionale, il Fava-


Cascina Albarotto di Sopra.

grossa coltiva i suoi dieci piò di terreno a monocoltura di mais. I terreni sono irrigabili con le acque del Cavo Superiore. L’allevamento ha accusato una crisi molto pesante dovuta all’epidemia aviare, con conseguente chiusura del reparto dal novembre 1999 a metà maggio 2000. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: presenti 2 nuclei familiari con 4 persone. Aprile 2000: è presente la famiglia Favagrossa composta di 4 persone.

Scanalocco (dial. Scanalöc)

Dall’Albarotto di Sopra riprendiamo il nostro itinerario in direzione nord con meta la cascina Scanalocco, che è raggiungibile anche dalla strada del Viganovo-Costa. Siamo a oltre

due chilometri e mezzo dal capoluogo. Il toponimo è di antica origine, già indicato come “Quartiero” nel 1677; verosimilmente la primitiva cascina assunse il nome dal cavo di irrigazione detto Bocca Scanalocco, facente parte del sistema Seriolazza. Quanto all’etimologia, l’Olivieri, sub voce “Scannabue” (casale), ritiene il nome derivato da soprannomi di persona e segnala altre località Scannabue, Scannaporco, Scannabò, ecc. La sua opinione troverebbe conferma nella sentenza d’arbitrato tra il Comune e l’Abbazia di Leno, emessa il 4 giugno 1437, allorquando il notaio Giacomo Ulciani redasse l’atto su commissione di Cristoforo Scannalupi (pergamena conservata nell’Archivio Antico comunale). In questa contrada dal 1562 in poi aveva proprietà la famiglia Albini (da Giovanni figlio di Bartolomeo a Albino del fu Ales158

sandro). Secondo l’estimo del 1641, in questa zona aveva proprietà anche Olimpia Peschera, moglie di Giacinto Peschera, che possedeva 22 piò e 23 tavole di terra. Nei catasti ottocenteschi non è indicato nessun fabbricato in questa località. Proprietario attuale della cascina è il signor Maifredi di Montichiari, che nel 1970 acquistò dal signor Enrico Oneda con 9 piò di terra, attualmente coltivati a mais ed irrigati dalla seriola proveniente dalla Costa. Nella moderna stalla con stabulazione libera, dotata di impianti di alimentazione e di sala di mungitura, si allevano bovine da latte e da carne. Aprile 2000: vi abitano operai extracomunitari.

Risorta Seccamani Di ritorno sulla strada dell’Albarotto, l’itinerario continua in direzione di mattina; sulla destra a poco più di un chilometro dal paese si trova la cascina ora denominata Fenile Seccamani, dal cognome della famiglia. È chiamata anche “Risorta”, nome che indicherebbe le vaste bonifiche eseguite nella zona. Nell’uso dialettale si è conservata anche un’altra denominazione, Finìl de Buzù, cioè Fenile Bozzoni, altro cognome di una delle famiglie più antiche e benestanti di Leno. Infatti dal catasto austriaco sappiamo che proprietari della casa colonica con orto e “buoni prati” erano i Bozzoni (Giovanni, Achille, Francesco, Ugo e Teresa, del fu


Cascina Fenile Seccamani. Interno del cortile verso mezzogiorno. È chiamata anche “Risorta”, nome che indicherebbe le vaste bonifiche eseguite nella zona. Nell’uso dialettale si è conservata anche un’altra denominazione, Finìl de Buzù, cioè Fenile Bozzoni, altro cognome di una delle famiglie più antiche e benestanti di Leno.

Famiglia Bozzoni

Francesco; Angela fu Giovanni, vedova Cremonesi, e Maria Mattiotti fu Giacomo, vedova Bozzoni, usufruttuari). La superficie del fondo assommava a 296,28 pertiche metriche (91 piò) con rendita stimata in 599,96 lire austriache. Una porzione del fondo di 70,70 pertiche metriche (circa 21 piò), con rendita di 149,90 lire austriache, apparteneva ai fratelli Giuseppe, Pietro e Giovanni Favagrossa fu Bartolomeo. Nel 1880 la proprietà fu acquistata dal signor Girolamo Seccamani, il quale fece porre l’iscrizione “Fenile Seccamani” con lo stemma di famiglia a destra dell’ingresso carraio; altra iscrizione con la dicitura “Grolamo Seccamani / 1888” è posta esternamente a mattina del fabbricato. La tipologia planimetrica della cascina è a corte chiusa. Poiché durante la nostra visita era effettivamente “chiusa”, ci limitiamo ad una descrizione approssimativa. All’interno del cortile ver-

so mezzogiorno sono sistemate le stalle con fienili e barchesse trasformate dalle nuove esigenze dell’azienda; analoga struttura presenta la facciata sud. Al centro del tetto si innalza una torre quadrata dotata di fitte mensole nel cornicione. Le finestre al piano terreno, al primo e al secondo, testimoniano che la torre era abitata dalle famiglie dei dipendenti, mentre l’ala a sera è stata ristrutturata per ricavare l’appartamento del custode. È tuttora proprietà dei Seccamani, nobile Maria Paola. Attualmente il fondo comprende 115 piò di terreni coltivati a mais e irrigati dal cavo Scanalocco e dal pozzo. Cronaca 1906. Fu tra le otto cascine della zona nord-ovest di Leno che il dottor Antonio Falconi dichiarò infette dall’afta epizootica. I capi complessivamente colpiti dall’epidemia furono 418. 159

Tra i rappresentanti della famiglia si ricordano i seguenti. Un Francesco, nel 1828, era maestro elementare in Leno. Un Giovanni Luigi, vissuto nel secolo scorso, fu autore di versi specialmente patriottici fra cui l’“Esule Polacco”, conservati da don Bortolo De Buschi nelle sue raccolte. Cesare offrì la statua lignea di Santa Caterina posta nella nicchia della parrocchiale. Sposò Laura Marchini che, oltre ad essere madrina della quarta campana in occasione della benedizione e inaugurazione del nuovo concerto (1892), alla vigilia della sua morte, nel 1899, donò l’altare marmoreo dedicato a San Giuseppe. Cesare e Vincenzo furono tra i benemeriti fondatori del “Ricovero dei Vecchi” di Leno. Giacomo sposò Caterina Cirimbelli (prozia dello scrivente), che morì nella sua casa di Via Vittorio Emanuele (v. Badia) a 74 anni di età il 22 giugno 1936. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi erano residenti 2 nuclei familiari (Angelo e Giovanni Tosini) composti da 12 persone. - Nel 1900 vi abitavano le famiglie Saccani (5) e Turrini (con ben 22 componenti). - Nel 1909 erano presenti una


trentina di persone: l’affittuale Luigi Morelli e i fratelli Arturo e Giuseppe, che con le rispettive famiglie costituivano un nucleo di 23 persone; i fratelli Giorgio e Vincenzo Turrini con 8 persone. - Durante il censimento del 21 aprile 1936 erano presenti 4 nuclei familiari con 27 persone: Pietro Anselmi (8), Carlo Bodini (7), Giuseppe Robecchi (7), Faustino Sandrini (5). In seguito nella conduzione dell’azienda subentrarono i Favagrossa. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitava un solo nucleo familiare composto da 4 persone. 2000: è tuttora proprietà dei Seccamani che abitano in città.

Risorta Nuova Proseguendo sull’asfalto in direzione di mattina poco avanti la Risorta Seccamani sulla nostra sinistra sorge la Risorta Nuova cui giungiamo dopo 1,5 km dal centro abitato. Proprietà del signor Emilio Favagrossa. Dopo il cancello d’ingresso è ubicata la villa d’abitazione e in lato nord il porticato con rimessa per macchine agricole. Costruzioni realizzate dal 1976. La cascina è circondata da una ventina di piò di terra coltivati a monocoltura di mais; il fondo è irrigabile con le acque della seriola Scanalocco e del Cavo inferiore. Per uso privato allevano alcuni animali da cortile. Oggi 2 aprile 2000 è residente la famiglia di tre persone.

Paolina Dalla cascina Risorta o fenile Seccamani l’itinerario prosegue in direzione di mattina; la prima cascina sulla sinistra è la Paolina, a circa due chilometri dal paese. Porta questo nome in memoria della “nonna Paolina” Losio, sorella di Teresina (v. scheda successiva). Nel 1936 il signor Emilio Spinelli acquistò un piò e mezzo di terreno dalla famiglia Losio e durante il censimento del 21 aprile 1936 vi abitava con la famiglia di 6 persone. Attualmente, accanto all’abitazione con rimessa, il terreno è coltivato a loietto; è irrigabile con le acque del cavo Felice, derivazione del sistema Seriolazza. Non vi sono allevamenti se non animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione 21 ottobre 1991: erano presenti 3 nuclei familiari con 10 persone. Aprile 2000: le famiglie residenti sono 2 con 6 persone.

Teresina In direzione di levante ad alcune decine di metri dalla Paolina raggiungiamo l’altra piccola cascina denominata “Teresina”, dal nome della “zia Teresina”, sorella della precedente Paolina Losio. Nel 1936 la cascinetta era abitata dai figli della signora Losio vedova Marini; nel 1962 Giacomo Losio la vendette al signor Guido Migliorati (Guidino), che durante il censimento del 1991 160

troviamo unito alla famiglia di Emanuele. Il terreno, un piò e mezzo, è coltivato a loietto ed è irrigato dalle acque del cavo Felice. Aprile 2000: sono residenti 2 famiglie con sette persone.

Colombere Girelli Proseguendo in direzione di levante, a circa due chilometri e mezzo dal paese si incontra la cascina Colombere Girelli, posta a metri 66,5 s.l.m. Il nome “Colombere” deriva dall’antica presenza di una colombaia (documentata nel 1641). Il cognome si riferisce al dottor Agostino Girelli1, medico condotto di Leno nell’800. I coniugi Girelli, proprietari anche della cascina Capirola, erano tra i maggiori contribuenti dell’imposta sui terreni del nostro comune. Nell’estimo del 1641, una “casa con colombara per il malghese” e 274,88 piò di terreno in questa zona erano proprietà di Ottavia Cavalli, moglie di Aicandro Conforti del fu Pietro. Pure Francesco Maggi fu Paolo possedeva in questa contrada 15,50 piò di terra. Un “casamento con fenile” unito a 96,90 piò di terra 1

Il dottor Agostino Girelli era nato a Brescia nel 1812, morì a Leno nel 1880. Laureato in medicina e chirurgia a Pavia nel 1839, fu medico condotto a Bagolino e poi a Leno. Coniugato a Gesualda Bertolotti (1811 - Leno 1929) ebbe una figlia, che sposò Battista De Giuli. Nel 1859 venne insignito di medaglia d’argento concessa da Napoleone III per l’opera di soccorso prestata ai feriti giunti a Leno dopo la battaglia di Solferino.


Cascina Colombere Girelli. La dotazione in terreni è attualmente di 230 piò, che sono coltivati a mais e irrigati dalle acque del Fontanello e della Seriolazza.

possedeva pure presso codesta cascina Aloisio Bonfadini fu Alessandro, che aveva casa di abitazione in paese. In epoca imprecisata lo stabile divenne proprietà del Consorzio dei Poveri di Leno. Nel 1698, 4 novembre, dovendo il Consorzio in esecuzione delle leggi vendere le sue proprietà (oltre alla Colombare anche la Salvadonega), “i reggenti la comunità ponderarono esser bene fare l’acquisto delle medesime perché nelle loro vicinanze vi erano sorgenti d’acqua comunali”. Le due proprietà furono cedute al prezzo di lire 19.000 con patto d’affrancazione nel termine di venti anni, e nel contempo la comunità fu tenuta a pagare il tre per cento all’anno. Il 17 novembre dello stesso anno seguì l’atto di cessione fra il Consorzio dei Poveri e il Comune di Leno. Il 27 agosto 1749 “trovandosi esauste le casse comunali”, si effettuò la vendita della proprietà ai fratelli Pietro e Gaetano Dander per il prezzo di lire 38.000 planette, sollevando il Comune dall’estinzione di vari capitali e tasse, comprese 2.213 lire dovute al cardinal Querini, commendatario dell’abbazia di Leno. Nel catasto austriaco (1852) proprietario del fondo era Pietro Comai fu Antonio; usufruttuaria

Elena Bogini fu Giovan Battista. Alla morte dei coniugi Girelli, che ne furono presumibilmente proprietari negli anni immediatamente successivi, la proprietà passò in eredità tramite la figlia alla famiglia De Giuli, che nel 1975 vendette il tenimento all’Azienda Agricola Colombara Sige Spa, ora del signor Antonio Becchetti e fratelli. La dotazione in terreni è attualmente di 230 piò, che sono coltivati a mais e irrigati dalle acque del Fontanello e della Seriolazza. Oggi il complesso è costituito dal palazzetto d’abitazione e da un rustico con fienili e pilastri in cotto a otto campate. I rimanenti fabbricati sono capannoni moderni per l’allevamento di suini. Cronaca Fu tra le cascine della zona nord-ovest di Leno dichiarate infette da afta epizootica nel 1906. Nel 1920, durante le agitazioni agrarie, fu occupata insieme alle cascine Pluda, Olmo e Mirabella. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 2 nuclei familiari con 10 perone: Geremia Spinelli (6), Angelo Spinelli (4). - Nel 1900 vi risiedevano ancora gli Spinelli con 12 persone e 161

un Morandi. - Nel 1909 vi abitavano 4 nuclei familiari con un totale di 27 persone: Stefano Adorni (5), Davide Losio “capo uomini” (4), Giuseppe Valonghi (9), Bortolo Losio (9). - Nel periodo postbellico era affittuale il signor Bertocchi. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: residente una famiglia di 3 persone. Ottobre 2000: la cascina è abitata da 2 famiglie con 6 persone.

Capirola (dial. Caperölò) Superata la cascina Colombere, si prosegue ancora verso nord su stradina sterrata, costeggiata da dugali e terreni a perdita d’occhio coltivati a mais. Siamo a circa tre chilometri dal paese, a metri 67,6 s.l.m., nel mezzo della campagna un tempo coperte dalle lame. Qui il silenzio è rotto solo dal rumore della nostra automobile che mette in volo un fagiano variopinto, mentre lontano volteggia un airone cenerino. La cascina, un tempo popolata da parecchie famiglie, è ora disabitata. Capirola è il cognome di una antica famiglia che dovette contribuire alla iniziale bonifica delle lame. Ne è testimonianza anche un canale scavato per bonificare e portare acqua di irrigazione al territorio posto a sud-sud est di Leno. Il cavo fa parte del sistema della Seriolazza ed ha le sue origini presso la località Molino della Costa. Nell’estimo del 1641 una parte del fondo di 10 piò era proprietà di Giovan Battista quondam Socrate Pedrocha (Pedrocchi), il quale ne possedeva altri 7


Cascina Capirola. Capirola è il cognome di una antica famiglia che dovette contribuire alla iniziale bonifica delle lame. Ne è testimonianza anche un canale scavato per bonificare e portare acqua di irrigazione al territorio posto a sud-sud est di Leno. Il cavo fa parte del sistema della Seriolazza ed ha le sue origini presso la località Molino della Costa.

al Molino della Costa. Nel catasto napoleonico (1819) la proprietà era di Giuseppe Dander fu Gaetano, mentre nel catasto austriaco (1852) la Capirola era passata a Pietro Comai fu Antonio; usufruttuaria la signora Elena Bogini fu Giovan Battista. Gli stessi possedevano pure la cascina Colombara (attuale Colombere Girelli). Il tenimento comprendeva 815,92 pertiche metriche di terreni, la cui rendita veniva stimata a 1339,14 lire austriache. Una porzione di terra (5,5 piò) era adibita a risaia stabile, autorizzata dall’apposita Commissione comunale, essendo posta alla distanza regolamentare dal più vicino aggregato di case. La Capirola, unita alle Colombere, dal 1880 passò in eredità alla signora Gesualda Bertolotti (1851-1929), vedova del dottor Agostino Girelli. Anche attualmente l’azienda è condotta dal medesimo proprietario delle Colombere. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano due sole famiglie di 13 individui: Panegara Bernardo (8), Panegara Giovanni (5). - Agli inizi del 1900 erano presenti le famiglie di Panegara di

Leno (5), Giustiniani, Copercini (10), Panigara di Casalromano (9), Rozzi (9). - Nel 1909 vi abitavano: Bolentini Francesco con i fratelli

Luigi e Battista possidenti e affittuali, 14 individui. - Nel 1909 i residenti erano ancora 14: Francesco Bolentini con i fratelli Luigi e Battista, possidenti e affittuali. - Il 21 aprile 1936, quattro famiglie con 24 individui: Belleri Carlo (5), Cristofoletti Angelo (4), Bodini Luigi (5), Zanolini Battista (10). Censimento della popolazione dell’ottobre 1991: la cascina non era abitata. Aprile 2000: la cascina è tuttora disabitata.

Famiglia Capirola È una delle famiglie di origine bergamasca emigrate nel territorio bresciano nel XIV secolo; aveva molte ramificazioni a Leno e a Porzano. La nostra ebbe come capostipite un certo Ghidino detto Capirola, proveniente da Onore nel Bergamasco. Un capofamiglia Pietro morì nel 1427 lasciando una situazione economica quasi fallimentare; la vedova e i figli avevano dovuto vendere al Comune di Leno diritti di acque e proprietà fondiarie probabilmente coperte da ipoteche. Fra i discendenti di casa Capirola il più illustre fu Vincenzo, musicista e liutista, figlio del nobile lenese Pietro e di una certa Flora, di cui non si conosce il cognome. Vincenzo era nato nel 1474 e si sa che era ancora in vita nel 1548. Dobbiamo ad uno studioso ungherese, il professor Otto Gombosi, il ritrovamento nel 1949, nella biblioteca privata Newberry di Chicago, di una importantissima raccolta di manoscritti musicali che contiene varie composizioni di “Vincenzo Capirola gentilhomo brexano”. Al nostro musicista è dedicata una viuzza del centro; anche la banda cittadina prese il nome di “Corpo musicale lenese Vincenzo Capirola”, così come l’Istituto tecnico commerciale. Nel 1500 un Leonardo Capirola abitante in Brescia in “contrà San Marco” fu conduttore di fondi del monastero di Leno. Nel 1538 un Antonio Capirola a nome suo e di altri cittadini che avevano possedimenti in Leno, alla presenza dei Capi del Consiglio dei Dieci, denunciava l’abuso da parte degli “uomini di Leno” che avevano usurpato e occupato beni e terreni contro le disposizioni già stabilite il 26 giugno 1495.

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Sugli inizi della penetrazione del mais nel Bresciano mancano notizie sicure. Ignorano il mais due scrittori del secolo XVI, il Gallo e il Tarello. E non ne fanno cenno il “Liber pactorum” del 1582 né la “Tariffa delli dacii” di Brescia del 1592. Questi due ultimi documenti contengono le solite voci: frumento, segala, orzo, scandella (orzola), spelta, melega (sorgo), ecc. Il bresciano

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Corniani, autorevolissimo scrittore d’agraria del secolo XVIII, parla del mais come pianta d’introduzione recente, la cui coltivazione si sarebbe diffusa dopo la carestia del 1764. Il granoturco tiene il primo posto nella nostra economia rurale soltanto dopo il 1800, quando assume una funzione importante nell’alimentazione umana.


Itinerario per Calvisano settore nord e sud A RZ PO NO I VI SP

Selvadonega

Barone di Sopra

LENO

Pluda Teresa

Pluda Vigna Gatti

GO

EN

OL TT GO

San Nazaro

Barone di Sotto

Poiane

Giardino di Sopra Giardino di Sotto

Grassi S. Maria Enrica Rosetta Malleier

A sud dell’aggregato urbano, dalla provinciale Bagnolo MellaSeniga in direzione di levante si stacca la Via per Calvisano. Il Tozzi, nel suo tentativo di individuare sulla cartografia gli elementi superstiti della centuriazione romana, considera la strada Leno-Calvisano come il decumano che piÚ degli altri evidenzia l’andamento di centuriazione. Le cascine visitate in questo itinerario sono le seguenti: Barone di Sotto, Barone di Sopra, Pluda, San Nazaro, Vigna Gatti, Selvadonega, Poiane, Pluda Teresa, Giardino di Sotto, Giardino di Sopra, Santa Maria, Grassi, Enrica, Rosetta, Malleier, Civaglietta.

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Civaglietta


Cascina Barone di Sotto. Il fabbricato in lato nord è formato dall’abitazione padronale, posta a mattina, e da stalla tradizionale con fienile superiore, sostenuto da dieci colonne in pietra di Mazzano e forati curvi.

Barone di Sotto (dial. Baruné dé Sotò)

È la prima cascina che fiancheggia sulla destra la via dell’itinerario. Si trova a circa un chilometro dal paese e a metri 65,9 s.l.m. Il toponimo potrebbe derivare da cognome. Un Giuseppe Barone è documentato a Leno nel 1658; una Marta Barona lasciò un legato per la celebrazione di messe nel 1691 (atti del notaio Serioli, 14 febbraio 1691). Altri fanno derivare il nome dalla radice “bar” = sterpeto. La casa colonica con orto e terreni coltivabili nel 1852 era proprietà di Andrea Mompiani del fu Gerolamo, fratello di Giacinto. Lo stesso era proprietario delle Barone di Sopra e della Palazzina di Castelletto. Complessivamente la proprietà misurava una superficie di 1.306,41 pertiche metriche, pari a 402 piò, ed era valutata per una rendita di 6.086 165

lire austriache. Da testimonianze orali è riferito che lo stabile venne acquistato dal signor Giacomo Facchini fu Giacomo, nato a Castellucchio e domiciliato a Cremona, agente di assicurazione. Egli lo concesse in affitto al figlio Enrico, che si era trasferito a Leno prima in villa De Giuli e poi alle Barone. Questi alla morte del padre ereditò la proprietà, che a sua volta alla morte (1974) lasciò ai figli. Attualmente i proprietari sono i figli di Enrico Facchini. Conduttori dei 70 piò di terra, dopo l’affittanza ai Bolentini, sono ora i fratelli Bonetti di Battista. Per tipologia planimetrica l’edificio può considerarsi a corte chiusa, con costruzioni o murature su tutti e quattro i lati. Due sono gli ingressi, contrapposti a sera e costituiti da archi a tutto sesto in cotto a vista. Il corpo di fabbrica a mezzodì


Anche se l’immobile è diviso in due proprietà, la tipologia planimetrica può considerarsi a corte chiusa.

del cortile comprende le abitazioni destinate agli ex dipendenti, il portico e il rustico (porcile e pollaio). Il fabbricato in lato nord è formato dall’abitazione padronale, posta a mattina, e da stalla tradizionale con fienile superiore, sostenuto da dieci colonne in pietra di Mazzano e forati curvi. Capienza della stalla: 55 bovine. Il portico in lato nord è aperto a mezzodì e suddiviso in otto campate con pilastri in cotto a vista, sottotetto di travi, travetti, listelli e coppi. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 lo stabile era abitato da 3 nuclei familiari con 24 persone: Paolo Cirimbelli fu Pietro (10), Brentonico (6), Treccani (8). - Nel 1909 vi abitavano 3 nuclei familiari e 14 persone: le famiglie di Domenico Trifoletti (10), Manfredi Ceresa (3) e un certo Piovani. - Durante il censimento del 21 aprile 1936 erano presenti 7 nuclei familiari con 30 persone: Enrico Facchini proprietario (5), Luigi Galuppini (3), Angelo Galuppini (6), Andrea Mor (6), Costanzo Prestini, Eugenio Raineri (4), Giovanni Tomasoni (4). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano residenti 3 nuclei familiari con 12 persone. Maggio 2000: la cascina non è abitata.

Barone di Sopra Pochi metri separano la cascina Barone di Sotto dalla Barone detta di Sopra, situata sul lato opposto della strada. Siamo a un chilometro circa dal paese e a metri 66,4 s.l.m. Nel 1819 i proprietari erano i fratelli Bozzoni, che possedevano anche la cascina Bredavico e la Risorta (Finìl dé Buzù). Nel catasto austriaco del 1852 la proprietà era passata al signor Andrea Mompiani, fratello di Giacinto, eredi del padre Girolamo. Anche la Barone di Sotto era del medesimo proprietario. Nel 1968 i signori Marazzi acquistarono l’immobile dal signor Giovanni Tomasoni. Attualmente i proprietari sono gli eredi Aurelio ed Emilia Marazzi. I 40 piò di terra sono coltivati a mais, soia e bietola da zucchero. Le acque del vaso Scanalocco e del pozzo privato irrigano il loro fondo. 166

Anche se l’immobile è diviso in due proprietà, la tipologia planimetrica può considerarsi a corte chiusa. Il primo ingresso carraio porta nel cortile dei signori Marazzi. Il lato a sera e di mezzodì è formato da porticati e abitazioni. Unito ad esso, il corpo di fabbrica a nord presenta l’elegante portico a più luci con arcate a tutto sesto sostenute da pilastri; l’alto basamento è in pietra di Mazzano, la parte restante è rivestita in cotto. Interessante la torre a pianta quadrata a tre piani che sorge nell’angolo sul lato di sera. Nel 1997 i signori Marazzi hanno dato inizio ad una radicale opera di restauro, pur rispettando la struttura originaria. I lavori interni alla torre hanno consentito di ricavarne ambienti decorosi. Durante tali lavori sono stati rinvenuti frammenti di iscrizioni, verosimilmente murate dai Mompiani. Staccato dalle abitazioni a nord, sorge un rusti-


Riccardo Bertolotti raccoglitore di funghi (chiodini).

cortile è stato ristrutturato e trasformato in confortevole abitazione. Non vi sono allevamenti. Attualmente la ragione sociale è “Azienda Tomasoni Orsola e figli”.

co con stalla per scrofe, fienile e ripostiglio. Tornati sulla strada provinciale, l’apertura adiacente a mattina dà accesso alla proprietà del signor Giovanni Tomasoni, che, conduttore di una parte dello stabile Scovola-De Giuli nel secondo dopoguerra, si trasferì alle Barone, dove erano allora affittuali gli Zucchelli. Nel 1956 prelevò l’azienda dal dottor Vittorio Davo insieme a 84 piò di terra. Nel 1968 ne vendette la metà ai vicini Marazzi. L’attuale dotazione di terreni è di 35 piò, coltivati a mais, loietto e soia. L’acqua dei vasi Benone, Scanalocco e Felice (in dialetto Féléx) serve all’irrigazione del fondo. Quanto alla tipologia planimetrica di questa parte della cascina, il lato nord è la continuazione a mattina del fabbricato precedente, con abitazione e portico a tre arcate aperto a mezzodì. Altro corpo di fabbricato a mattina del

Movimento demografico delle famiglie - Nel “Libro delle Anime” del 1880-82 è registrata una sola cascina Barone, che forse comprendeva entrambi i complessi. Vi abitavano 6 nuclei familiari con 23 persone: Luigi Treccani (6), Pietro Brentonico (5), Paolo Cirimbelli e il figlio Pietro, Antonio Favagrossa (3), Angelo Molinari (6), Lucia Pedizzi vedova. - Nel 1900 vi abitavano 5 nuclei familiari formati da 35 persone: Molinari (10), Pedercini (10), Favagrossa (8), Cima (4), Ferrari (3). - Nel 1909 i nuclei erano 3 e i residenti erano scesi a 25: Andrea Marinoni (6), Francesco Scalvini (4), i fratelli Luigi, Giuseppe e Vittorio Capra (15). - Durante il censimento del 21 aprile 1936 gli abitanti erano ancora diminuiti (in totale 16): Andrea Peroni (6), Angelo Fostini (7), Lorenzo Crescini (3). Settembre 2000: sono residenti due nuclei familiari con cinque persone.

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Pluda

(dial. Plüdò) La cascina è situata sulla provinciale Leno-Calvisano ad oltre due chilometri a est del paese e a metri 60,9 s.l.m. Il nome viene fatto derivare da quello della famiglia Pluda che ne sarebbe stata proprietaria (Fappani, XIII, p. 198), anche se finora l’ipotesi non è documentata1. Diversamente lo Gnaga ha voluto vedere in Pluda un possibile sincopato da “Plaludà = palude, etimologia ripresa in seguito da altri. È certo invece, come si legge in una carta topografica della provincia di Brescia del 1826, che le case coloniche a quell’epoca erano denominate “Le Lovatelle”, molto probabilmente dal cognome di un precedente proprietario. Il cognome è infatti documentato a Leno fin dal 1604, quando Albino Albini vendette a Bernardino Lovatelli una pezza di terra di 2 piò e 64 tavole in contrada dei Ronchi, ossia di San Nazaro, al prezzo di 158,8 lire planette. In acconto l’Albini ricevette 38,8 lire, il resto era da 1

L’unico riferimento a proprietà di un ramo della famiglia Pluda originario di Castenedolo sarebbe contenuto nei due diari autografi di Giovanni e Pietro Pluda (conservati manoscritti presso la Biblioteca Queriniana di Brescia) che si riferiscono al secolo compreso tra il 1542 e il 1651. Il Guerrini sulla base di questi diari scrive che questo ramo della famiglia aveva “fondi e casa di abitazione a Castenedolo, a Borgosatollo, forse anche a Quinzanello e Leno”. (P. Guerrini, I diari dei Pluda di Castendolo. in Le cronache bresciane inedite dei secoli XV-XIX, vol. II, Brescia 1927.


Area territoriale delle cascine qui presentate.

pagarsi nel termine di quattro anni, con un livello in ragione del cinque per cento. Le “Lovatelle” mutarono nome poco prima o durante la compilazione del catasto austriaco del 1852. È questa la data in cui sembra affermarsi il toponimo Pluda. La casa colonica con orto e prati aratori erano allora di proprietà dei fratelli Antonio, Carlo e Michele Dossi, figli del fu Alessandro, i quali possedevano inoltre in Leno case d’abitazione, casa padronale (attuale villa Peri), case da massari e da “braccenti” e terreni per una superficie totale di 3.468,36 pertiche metriche (piò 1.067), valutati per una rendita di 15.389,29 lire austriache. Nel medesimo catasto si rileva che a mattina del podere Pluda la casa colonica conservava il nome “Lovatella”, nome che rimase almeno fino al 1934. I terreni, che facevano parte di un’altra azienda, avevano una superficie complessiva di 351,27 pertiche me-

triche (108 piò) per una rendita di 578,91 lire austriache; proprietaria la famiglia dei fratelli Giuseppe, Francesco e Maddalena Patuzzi, figli di Pietro, che ne amministrava i beni. Bonifiche e innovazioni agricole Anche il podere Pluda faceva parte del territorio delle Lame da bonificare posto tra Leno, Ghedi e Gottolengo ed esteso per una superficie di 1200 ettari. Gli stabili costituenti le proprietà Olmo-Torri e Pluda-Lame vennero alienate al prezzo di 80.000 lire dal nobile Alessandro Legnazzi ai signori Enrico e Giuseppe Crosti e a Pietro Borsa, che le acquistarono in comune ed in parti uguali mediante atto notarile 26 marzo 1872. I soci Crosta e Borsa si resero benemeriti per molte opere in cui vennero impiegati molti salariati. Nella sola zona paludosa del Pluda, comprese le cascine Olmo e Capolupo, negli anni 168

1870-74 vivevano tredici famiglie, che giunsero a quarantatré dopo le opere di bonifica, nelle quali furono impegnati anche avventizi abitanti in paese. Fra le colture di quegli anni, oltre a granoturco, frumento e segale, era presente anche il riso, coltivato in risaia stabile, come solitamente avveniva nei terreni paludosi, non utilizzabili per altro impiego. La risaia stabile non aveva necessità di molte cure, sia per quanto riguarda la livellazione del terreno ed il flusso delle acque, sia per la concimazione, però il prodotto era scarso e mediocre. La risaia era diffusa dalla Scovola alla Mirabella, all’Aquila, alle Poiane, al Rescatto, a Castelguercio e San Nazaro, per una superficie variabile dai 200 ai 250 piò. Inoltre i Crosti e Borsa erano fra i pochi proprietari che già nell’800 allevavano vacche da latte e i poderi Pluda e Olmo furono le prime aziende dove vennero introdotti l’allevamento moderno e la lavorazione del latte. Inizialmente si trattò di piccola industria legata alle aziende stesse, ma poi l’attività si estese organizzando anche la raccolta del latte presso terzi, la lavorazione nonché la produzione di prodotti caseari. Presumibilmente verso inizio secolo, trasferitasi a Leno la famiglia Gatti, “dapprima entrò in società con gli agricoltori Crosti e Borsa, dai quali acquistò poi il tenimento Pluda”2. L’atto di vendita del 23 marzo 1903, steso dal notaio Carlo Tagliabue in Mila2

A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, V, p. 176 e XIII, p. 198.


no, conferma che i venditori furono i coniugi Giacomo Crosti fu Angelo e Cristina Borsa fu Pietro; acquirente Gaetano Gatti fu Leopoldo. La superficie dei terreni ceduti consisteva in 2.405,40 pertiche (740 piò), oltre a 22 pertiche situate in comune di Ghedi. Il Gatti continuò i lavori di bonifica realizzando fontanili e opere per la messa a coltura, ristrutturò le abitazioni per i dipendenti ed in seguito edificò la casa padronale (dopo il 1910, poiché la famiglia Gatti prima di questa data abitava in paese in vicolo del Lupo). Gli attuali immobili Pluda, Pluda Teresa e Poiane costituivano un’unica proprietà denominata “Pluda ed Uniti”. Nel 1931, con atto del notaio G. Battista Calini in data 17 marzo, essa fu divisa fra i fratelli Leopoldo, Annibale e Giuseppe Gatti, figli ed eredi del cav. Gaetano. A Leopoldo andò il Pluda, all’avvocato Annibale la Pluda Teresa, al cavalier Giuseppe le Poiane. In seguito con altro atto si procedette alla divisione delle acque di irrigazione definendo diritti, manutenzione dei manufatti, di ponti e canali, ecc., già pertinenti all’immobile “Pluda ed Uniti”. Con questo secondo atto i fratelli nominavano quale arbitro inappellabile l’avvocato Ugo Gatti di Milano perché provvedesse alla divisione delle acque. Questi a sua volta diede incarico all’ingegner Achille Marangoni come perito tecnico. L’ingegnere predispose l’orario di prova, previa misurazione dei cavi d’irrigazione, e stese una relazione peritale unendo ad essa un tipo planimetrico illustrativo, che venne

allegato ad integrazione dell’atto (tale planimetria è per ora irreperibile). La suddivisione delle acque era così definita: a) acque di assoluta proprietà dello stabile “Pluda ed Uniti” per la totalità; b) acque in comproprietà con terzi e perciò solo in parte di proprietà ed uso; c) acque di proprietà di enti, assegnate allo stabile mediante il pagamento di un annuo canone; d) acque del Consorzio MellaChiese assegnate allo stabile mediante il pagamento di annuo canone e di un contributo di miglioria. Mentre nelle altre aziende locali persistevano sistemi agricoli tradizionali, al Pluda continuarono le innovazioni colturali già avviate dai Crosti-Borsa. Nel 1923 fu introdotto il tabacco. Inoltre il Gatti partecipò a vari concorsi provinciali per la coltivazione del frumento e nell’annata agraria 1926-27 ricevette la medaglia d’argento dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde nella categoria grandi coltivatori. Nel giugno 1942 durante la trebbiatura fu presente il federale di Brescia: la località fu addobbata a festa con bandiere a profusione e scritte inneggianti al duce. Il Gatti aveva realizzato una produzione di 14 quintali al piò sugli 80 coltivati. Lo stesso Gatti continuò pure l’industria casearia che rimarrà anche nel dopoguerra. Nel 1960 il signor Giuseppe Spinelli ed i suoi fratelli (affittuali) riusciranno ad affermarsi sul mercato caseario e nel 1975 realizzeranno un nuovo e moderno caseificio in 169

Via Calvisano. Alla morte di Leopoldo Gatti, avvenuta il 16 novembre 1959, succedettero nella proprietà del Pluda le figlie, che affittarono l’azienda agricola ai fratelli Costanzo, Angelo, Giulio e Arturo Canobbio 3 , i quali, dopo quasi trent’anni di locazione, nel 1987 ne acquistarono una parte. Altre due parti dello stabile Pluda-Lovatella vennero date ad altri due affittuali, i Pasini e i Chiari, che nel 1978 acquistarono a loro volta ciascuno una parte dello stabile e dei terreni. Attualmente l’azienda dei Canobbio dispone di 105 piò di terreno agricolo che, uniti ad altri 55 in affitto, sommano a 160 piò produttivi, coltivati a mais, erba medica, orzo e frumento. Per l’irrigazione sono usate le acque del Fontanone “Bosco della Gardena” e del vaso Felice (sistema Seriolazza). Durante l’annata agricola 1999-2000 i Canobbio hanno concesso a terzi una quota di 12 piò di terreno per la coltivazione del pomodoro, qualità selezionata per l’industria conserviera. L’attuale tipologia planimetrica di questa parte della cascina (il primo complesso di fabbricati con ingresso sulla strada) è composta da più elementi contrapposti. Il corpo a fianco della strada provinciale è stato demolito e lo si può trovare documentato nella mappa napoleonica (1809), nel mappale n. 30 del catasto austriaco (1852) ed anche in tempi più recenti. È quasi certo che la vecchia stalla centrale, le due abi3

Ringrazio il signor Mauro Canobbio per la gentile collaborazione.


Cascina Lovatella. Le “Lovatelle” mutarono nome poco prima o durante la compilazione del catasto austriaco del 1852. È questa la data in cui sembra affermarsi il toponimo Pluda.

Famiglia Gatti Gaetano Gatti (14/11/1852 - Leno 31/10/1924) era originario di Spessa Po (Pavia). Fu sindaco di Leno, come lo fu per quattordici anni a Casalbuttano; a Leno successe a Tullio Dander nel 1905 e nel 1910. Coniugato a Clementina Riva (Genivolta 26/11/1861 - Leno 10/11/1933) ebbe quattro figli, nati tutti a Casalmorano: Leopoldo, Alcide, Giuseppe e Annibale. Alcide, ufficiale d’aviazione uscito incolume dalla prima guerra mondiale, fu vittima di un incidente automobilistico sulla stradale Bagnolo-Leno il 13 marzo 1920. Giuseppe Gatti (Casalmorano 1898 - Leno 1959) fu tra i fondatori de “Il popolo di Brescia” e membro del Consiglio di amministrazione del Consorzio Agro Bresciano tra il Mella e il Chiese sin dalla sua fondazione (A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, V, p. 176). Cessata l’amministrazione straordinaria del commissario prefettizio Gulì, gli successe nel 1924 e nel 1943. Nel 1927 fu podestà nonché vice direttore della banda musicale locale. Oltre che agricoltore fu anche industriale, conducendo a Carpenedolo una filanda sorta nel 1902. Il Gatti subentra per acquisto fatto nel 1921 dai fratelli Dall’Oro di Milano; vi lavoravano circa 400 operaie, cessò l’attività nel 1948. Annibale Gatti (Casalmorano 1897 - Brescia 1959), fu avvocato e principalmente industriale, concessionario dei monopoli per la coltivazione e la lavorazione del tabacco. Nelle pubbliche istituzioni ricoprì la carica di presidente dell’Associazione Combattenti; fu tra i fondatori e presidente dell’Unione Sportiva Lenese. A Leno esiste anche la Fondazione Clementina, Gaetano e Giuseppe Gatti. Leopoldo Gatti è vissuto sempre a Leno e ha sempre fatto l’agricoltore. È morto a Leno anche lui nel 1959.

Famiglie Borsa e Crosti Borsa Pietro, di Carlo e di Maria Scanziani, coniugato a Savina Alfieri. Fu consigliere comunale dal 1892, quando l’assessore anziano Battista Corbellini era facente funzioni di sindaco. Morì a Monza all’età di 57 anni il 10 agosto 1894. Giacomo Crosti, di Angelo, era nativo di Venegono Inferiore (Como). Sposò una figlia di Pietro Borsa, Cristina. Fu consigliere comunale a Milzanello dal 1903. Giuseppe e Enrico (v. atto notarile di acquisto) Crosti, figli di Giacomo, erano entrambi nati a Bignago; erano domiciliati il primo a Milano, il secondo a Tradate. A Tradate i fratelli Crosti possedevano la casa d’abitazione; anche il caseggiato con unito giardino denominato Albergo Loreto nel comune di Greco Milanese era proprietà di un Luigi Crosti, venduto nel 1859 al prezzo di 23.000 lire ai fratelli Giuseppe ed Enrico Crosti, che lo comperarono in società con Pietro Borsa. Verso l’ex Fabbrica (cascina Pluda Teresa) scorre un cavo irriguo detto cavo Crosti e Borsa.

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tazioni a mattina e il palazzetto padronale (recentemente restaurato) corrispondano alle fabbriche fatte costruire dalla famiglia Gatti. Poiché le vecchie strutture (stalle e fienili) non rispondevano alle esigenze di un moderno allevamento di bovine da latte, è stata costruita una nuova stalla con relativi impianti di alimentazione e mungitura. Dalla mappa dell’ex proprietà Gatti si rileva la suddivisione dell’immobile assegnato ai fratelli Pasini e fratelli Chiari, quello un tempo denominato Lovatella. I Pasini, originari di Brescia, nel 1978 acquistarono parte dell’immobile; attualmente è dotato di 78 piò di terreno, 60 dei quali coltivabili (ora a mais, medica e loietto) e irrigabili con la Fontana Gatti e con il pozzo privato. La destinazione prevalente del fabbricato è rurale con abitazione ristrutturata. Le vecchie strutture sono adibite a barchesse, depositi e rimesse per macchine agricole. La stalla per l’allevamento delle bovine da latte è moderna e dotata di relativi impianti di alimentazione e sala di mungitura. Per uso familiare si allevano animali da cortile. La parte contigua dello stabile Lovatella, già concessa in affitto ai signori Chiari di Ghedi dal 1949 al 1978, fu acquistata in quell’anno dagli stessi insieme a 40 piò di terra, 37 dei quali sono coltivabili (attualmente a mais, medica e loietto); sono irrigabili anch’essi con la fontana Gatti e pozzo privato. Questa porzione dello stabile è costituita da una parte originaria della Lovatella (l’abitazione e dalla vecchia stalla, ristrutturate

con opere di manutenzione muraria) e da un altro fabbricato in lato mattina. Fanno parte della cascina altri rustici per ricovero macchine, barchesse, stalla con cinque fienili e l’abitazione ristrutturata. Nella nuova costruzione sono allevate bovine da latte; la stalla è dotata di impianto di alimentazione e sala di mungitura. Anche qui si allevano animali da cortile per uso familiare. Cronaca Nel 1906 fu una delle otto aziende colpite dall’afta epizootica. I capi colpiti dall’epidemia complessivamente furono 418. Il Pluda fu tra le cascine coinvolte dall’occupazione delle terre negli anni 1920-22. 1956, ottobre. Veniva inaugurata la nuova scuola elementare. Il parroco don Galli benedisse l’edificio e celebrò la messa nella chiesetta di San Nazaro. Alla cerimonia erano presenti gli alunni con i genitori, il direttore didattico Oreste Passalacqua e il corpo insegnante. In seguito fu costruita anche la scuola materna, che nel 1960 era diretta da una commissione nominata dal consiglio comunale e formata dai signori: Costanzo Canobbio, Pietro Bertoni, Giovanni Rossi, Pietro Molinari, Ottorino Lazzaroni. Movimento demografico delle famiglie - 1880. Alla Lovatella e Pluda di Crosti e Borsa i nuclei familiari erano 4 composti di 16 persone: Vincenzo Piacenza (6), Antonio Bonfiglio (5), Giuseppe Brentonico (4) e un certo Chilò, 171

“fattore, forestiero”. - Nel 1900 notiamo un notevole aumento della popolazione agricola residente. I due stabili vengono registrati separatamente. Al Pluda i nuclei familiari erano 12, composti di 71 persone: Piacenza (7), Buccella (3), Galuppini (6), Poli (4), Muzzi (10), Bonaglia (5), Zani (10), Ferrari (5), Serafini (11), Brentonico (4), Ghisleri (2), Chilò (3). (Al Chilò successe in seguito un altro fattore, certo Saroni, proveniente da Milano). La Lovatella era abitata da una sola famiglia, i Pozzaglio, di 5 persone. - Nel 1909 al Pluda i nuclei familiari erano 9 con 66 persone: Ernesto Guarneri affittuale (8), Luigi Gobbi e fratelli (18), Bortolo Venturelli (4), Filippo Cervi (9), Pietro Tosi (6), Isaia Pedrana (9), Giovanni Ruggenenti fattore (4), Battista Sigurtà (5), Giovanni Formenti (4). Alla Lovatella i nuclei familiari erano 2 con 10 persone: Giuliano Tedoldi vedovo e il fratello Giacomo (9). - Censimento della popolazione del 1936 (i dati sembrano riferirsi complessivamente al Pluda e alla Lovatella). Erano presenti 16 nuclei familiari con un totale di 108 persone: G. Battista Frate (8), Leopoldo Gatti (7), Francesco Gelmini (4), Pietro Guerra (11), Giovanni Maestrelli (10), Edoardo Mantelli (3), Giacomo Mor (4), Luigi Antonio Mor (9), Luigi Pietro Mor (4), Caterina Pedrazzini, Natale Premoli (10), Antonio Regonini (7), Pietro Scalvini (10), Luigi Serafini (7), Adelaide Boschetti (2), Luigi Treccani (7), Palmiro


Cascina San Nazaro. Fra gli antichi proprietari di terre in questa contrada, detta dei Ronchi, era la famiglia Albini. Nel 1609 (28 marzo) Albino Albini del fu Alessandro assegnava a Giò.Giacomo Davo il materiale di una “colombara” in

contrada del Viganovo e dallo stesso riceveva in cambio 4 piò di una pezza di terra sita in tener di Leno in contrada dei Ronchi, presso San Nazaro, oltre alla somma di 120 lire planette da pagarsi per il 29 giugno successivo.

ni (Giuseppe, Lazzaro e Teresa, maritata Bertoli, figli del fu Francesco), che erano proprietari di 17,93 pertiche metriche (5,5 piò) con rendita di 52,98 lire austriache; uno dei fratelli, Lazzaro, possedeva inoltre da solo altre 12,33 pertiche metriche (3,7 piò) con rendita di 41,73 lire austriache. La signora Caterina Lomp [sic] fu Pietro, maritata Bellegrandi, era proprietaria di 72,75 pertiche metriche (piò 22) per una rendita di 193,07 lire austriache. La maggiore proprietaria era la signora Anna Maria Zanardelli quondam Bartolomeo, vedova Laffranchi (che possedeva anche due case coloniche alla cascina Zappaglia) con 199,88 pertiche metriche (61,5 piò) di terra aratoria, vitata e adacquatoria, per una rendita di 583,70 lire austriache. Nel periodo qui considerato 5 piò di terra erano destinati a risaia stabile, essendo collocata secondo le norme a oltre tremila metri dal più vicino aggregato di case. Non possediamo documenti riguardanti altre eventuali suc-

cessioni di proprietari; conosciamo solo il nome di un fittabile nel 1909, Antonio Currini. Nel 1972 gli affittuali Boldini lasciarono l’azienda al signor Daniele Savoldi, che l’acquistò dalla “Fondazione Gatti”. La cascina era dotata di 36 piò di terreni, attualmente scesi a 30 e dati in affitto per cessata attività del proprietario. Ora il signor Savoldi, chiamato “il poeta contadino” per le sue composizioni dialettali, dopo una vita di lavoro nei campi gode il meritato riposo.

Torresani casaro (4). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: 8 nuclei familiari di 21 persone. Aprile 2000: sono residenti: Canobbio tre nuclei composti di 10 persone; Pasini tre nuclei di 8 persone; Chiari due nuclei di 4 persone.

San Nazaro

(dial. Sant Nazèr) Dopo lo stabile Pluda si incontra la cascina San Nazaro, sita a tre chilometri dal paese e a metri 65,1 s.l.m. A breve distanza verso sud sorge la chiesa campestre di San Nazaro, dalla quale la cascina ha preso il nome. Fra gli antichi proprietari di terre in questa contrada, detta dei Ronchi, era la famiglia Albini. Nel 1609 (28 marzo) Albino Albini del fu Alessandro assegnava a Giò.Giacomo Davo il materiale di una “colombara” in contrada del Viganovo e dallo stesso riceveva in cambio 4 piò di una pezza di terra sita in tener di Leno in contrada dei Ronchi, presso San Nazaro, oltre alla somma di 120 lire planette da pagarsi per il 29 giugno successivo. Inoltre Albino nelle sue disposizioni testamentarie (1654) lasciò capitali e proprietà alla comunità di Leno con l’obbligo di far celebrare una messa festiva a San Nazaro, “a comodo degli abitanti dei casinaggi” di questa contrada. Non è escluso che la stessa chiesetta di San Nazaro rientrasse nella giurisdizione della famiglia. Nel 1852 le tre case coloniche e il tenimento erano divisi fra diversi proprietari. Una parte apparteneva ai tre fratelli Capretti-

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Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 3 nuclei familiari con 20 persone: Giuseppe Calistani (5), Fabiano Smussi (5), Antonio Bolentini (9) con il padre Battista. - Nel 1900 vi abitavano 11 nuclei familiari con 81 persone: Paroli (2), Zambolo (8), Calistani (6), Tosoni (3), Bonomini (6), Smussi (5), Cassa (7), Frigoli (8), Gobbi (5), Bolentini (24), Zorza (9).


Cascina Vigna Gatti. È abbandonata da tempo.

- Nel 1909 vi abitavano 8 nuclei familiari composti di 46 persone: Antonio Currini fittabile (6), Giovanni Martinelli (4), fratelli Bravi (10), Lodovico Guerra (4), Paolo Bertolotti (8), fratelli Cigala (8), Angelo Cremonesi (2), Angela Cavalli vedova (4). - Censimento della popolazione 21 aprile 1936: erano presenti 7 nuclei familiari con 46 persone: Faustino Bertoletti (6), Umberto Fiolini (7), Firmo Gorni (7), Battista Molinari (10), Francesco Olivetti (5), Giovanni Pedizzi (7), Antonio Vaia (4). Nello stesso anno nel fabbricato adiacente alla chiesa di San Nazaro abitavano 2 famiglie con 10 persone: Angelo Favalli (4) e Santo Favalli (6). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi risiedeva un solo nucleo familiare (Savoldi Daniele) con 4 persone. Settembre 2000: vi abita ancora la medesima famiglia Savoldi.

Vigna Gatti Dopo San Nazaro, seguendo la strada provinciale verso levante, sulla sinistra si incontra un fabbricato ridotto ad un casinetto fatiscente. Sappiamo che era proprietà Gatti, da cui il nome, e che nel 1936 era abitata dalla famiglia di Andrea Armanti, composta di 4 persone. È abbandonata da tempo.

Selvadonega

(dial. Salvadonegò) Riprendendo l’itinerario in direzione mattina, in prossimità della “Vigna Gatti” sulla sinistra si incontra una strada privata diretta a nord che conduce alla cascina Selvadonega, situata a circa quattro chilometri dal capoluogo e a metri 66,2 s.l.m. I poderi siti a tramontana confinano con il territorio del comune di Ghedi; il confine è segnato anche dal canale Gambarella. Il nome deriva da “Silva Dominica”, toponimo presente ancora a metà ‘800 nel mappale (tav. 30) del catasto austriaco, quando la proprietà era dei fratelli Dander. Probabilmente deriva da “silva dominici”, selva del Signore o dalla presenza in questa zona di un bosco dominicale, come è documentato anche nella sentenza arbitrale tra la comunità di Leno e l’abbazia datata 10 giugno 1297. In seguito per risolvere una controversia che si protraeva da tempo, i giudici ri173

conobbero al Comune e agli “uomini di Leno” il possesso di una parte dei boschi in località Salvello, Rotino, Squadretto, Massaga e delle Lame, oltre ai ronchi e alle regone site in quei luoghi. Da queste terre assegnate al Comune restavano escluse la “Selvadonica”, il prato Ottolino e le terre lavorate dagli “uomini di Leno”1. Durante la breve reggenza dell’abate commendatario cardinal Pietro Foscari (1479-1485) sorsero altre controversie tra il monastero e la comunità di Leno. Infatti l’abate sosteneva con ogni forza diritti di possesso di gran parte delle campagne di Selvadonega e di altre già assegnate al Comune, e quindi ridotte a coltura, mentre l’abate pretendeva nuovamente diritti di pascolo, decime, erbatico e legne. I rappresentanti della Comunità si rivolsero al vicario del podestà di Brescia e questi, esaminate le ragioni e i titoli d’ambe le parti, licenziò il cardinale commendata1

Zaccaria, cit., pp. 202-211


Cascina Selvadonega. I 59 piò di terreno sono attualmente coltivati a mais, medica e loietto. Il fondo è irrigato dal cavo Capirola, dalla San Giovanna e da due pozzi privati. In azienda si allevano bovini da latte e da carne, in stalle moderne con zone di stabulazione all’aperto, impianti di alimentazione e di mungitura.

rio dalle sue pretese dichiarando che al medesimo non competeva alcuna ragione. Nel 1562, in occasione di una permuta di beni con Giò.Maria Massari, sappiamo che la famiglia Albini di Bartolomeo aveva proprietà a Selvadonega. Tra il 1593 e il 1597 Albino del fu Camillo Albini, per nome anche di Giò.Batta, Pietro e Bartolomeo suoi fratelli, acquistò da Pietro Zenucchini alcuni piò di terra in questa contrada. Dall’estimo del 1641 si rileva ancora che Albino del fu Alessandro Albini, che possedeva casa in Castello e terre per una superficie totale di 161,82 pertiche poste in contrada Viganovo, a Scanalocco, alla Costa, era proprietario anche di un “fenile” a Selvadonega. Nella contrada aveva possedimenti anche il Consorzio dei Poveri di Leno, che nel 1698, il 4 novembre, in esecuzione delle leggi, dovette vendere le sue due

proprietà pervenute per disposizioni testamentarie: la Colombara e la Selvadonega. I reggenti della Comunità “ponderarono esser bene et utile farne l’acquisto per sfuggir l’occasione di litigi se altre persone col tempo pensassero d’entrarvi a causa che in quella vicinanza vi è principio del prezioso tesoro dell’acqua”. Le due proprietà furono cedute al prezzo di 19.000 lire con patto d’affrancazione nel termine di venti anni; nel frattempo la comunità era tenuta a pagare il tre per cento all’anno. Il 17 novembre seguì l’atto fra le due parti. Nel 1749, il 27 agosto, trovandosi esauste le casse comunali, si effettuò la vendita di entrambe le proprietà ai fratelli Pietro e Gaetano Dander per una somma di 38.000 lire planette; la vendita sollevò il Comune dall’estinzione di vari capitali e tasse, comprese 2.213 lire dovute al commendatario dell’abbazia cardinal Querini. Nel catasto del 1852 i fondi e 174

le case coloniche della Selvadonega risultavano divisi fra Giò.Battista Alessandri, con 34,07 pertiche metriche (circa 10 piò) e con rendita di 143,71 lire austriache, e la signora Bargnani Giulia fu Alessandro, maritata Dander, con una proprietà di 439,48 pertiche metriche (135 piò) e una rendita di 1.69,25 lire austriache. Anche presso questa azienda troviamo una risaia stabile dell’estensione di sette piò, posta alla distanza di legge ossia superiore ai tremila metri dal più vicino aggregato di case. Dopo tale data si alternarono vari affittuali e altre famiglie (che il signor Savoldi, attuale proprietario, cita a memoria: Cristini, Brognoli, Tinti, De Giuli, Schinetti, Olini). Dovette però essere acquisita dai Gatti. Infatti, dopo una successione provvisoria da parte del signor Botti di Carpenedolo, nel 1960 il signor Pietro Savoldi, proveniente dalla cascina Badia di Ghedi, acquistò l’a-


zienda dagli eredi Gatti, iniziando la gestione nel 1962. I 59 piò di terreno sono attualmente coltivati a mais, medica e loietto. Il fondo è irrigato dal cavo Capirola, dalla San Giovanna e da due pozzi privati. In azienda si allevano bovini da latte e da carne, in stalle moder-

ne con zone di stabulazione all’aperto, impianti di alimentazione e di mungitura. La tipologia planimetrica della cascina è comune ad altre della zona, ossia a elementi contrapposti. Il fabbricato in lato nord è adibito ad abitazioni, ristrutturate; in continuazione a mattina c’è

Famiglia Dander Un Gaetano Dander (1716-1779) è sepolto nella chiesa di San Michele, dove è onorato da una bella epigrafe latina voluta dal figlio Giuseppe. Un Pietro Dander (Leno 1710-1771), laureato in legge, studioso di storia e di letteratura, è sepolto in San Giovanni a Brescia. Giuseppe fu podestà del nostro Cantone. Un Gaetano nel 1846 fu fabbricere a Leno. Pietro (Brescia 1817 - Leno 1884), figlio di Gaetano e della nobile Giulia Bargnani, era laureato in ingegneria civile all’università di Padova; lavorò in Leno e nel nostro distretto. Tullio fu sindaco di Leno dal 1901; il figlio Adolfo, farmacista, nel 1919 cedette il proprio diritto di farmacia al Comune di Leno.

la vecchia stalla; il portico aperto a mezzodì è diviso in sei campate. A sud del cortile, sono ubicati rustico con stalla, deposito mangime in trincea, e a mattina fienili e un’altra nuova stalla. Cronaca 1837. Durante l’annata alcuni animali bovini furono colpiti da “malattia contagiosa” (probabilmente afta epizootica). Il 24 aprile 1945 accadde un episodio atroce. Un gruppo di tedeschi in fuga attraverso i campi si portavano dietro un ferito assai grave, che fu finito con un colpo d’arma da fuoco dai suoi commilitoni, per evitare che finisse in mani nemiche e desse eventuali informazioni. Febbraio 2000. Nei pressi della cascina è atterrata una mongolfiera proveniente dalla Germania. Faceva parte di un gruppo di sette mongolfiere.

Un ricordo degli anni Trenta “Nel 1931 andammo ad abitare alla cascina Selvadonica, eravamo due fratelli con i genitori e altri due vicini di casa. Allora frequentavo la prima elementare e i quattro chilometri di strada che ci separavano dal paese si percorrevano a piedi, non esistevano i pulmini e nemmeno la bicicletta e gli otto chilometri quotidiani duravano l’intero anno scolastico. Durante l’inverno non mancava la neve e per calzature un paio di zoccoli costruiti da nostro padre. Partenza alle sette, alle otto “Messa della Scuola”, 8.30 inizio delle lezioni fino a mezzogiorno, pomeriggio dalle 14 alle 16. Chi possedeva il “Libretto dei poveri” poteva accedere gratis alla refezione scolastica dove veniva servita una scodella di minestra calda, diversamente costava trenta centesimi. Io non avevo il diritto perché mio padre lavorava e… non possedevo i 30 centesimi. Si rimediava portando presso una parente in paese due fette di polenta che faceva abbrustolire al fuoco e… poca pietanza, magari un fico secco. In seguito ci trasferimmo al Cereto”. (dal diario I miei ricordi di lavoro, di Francesco Zanola) 175

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitava un solo nucleo familiare con 11 persone (Giuseppe Sontini). - Nel 1900 i nuclei erano 5 con un totale di 55 persone: Rodella (7), Ruggeri (7), Montini (14), Rocca (7), Bertoni (20). - Nel 1909 gli abitanti erano notevolmente diminuiti. 2 i nuclei familiari con 8 persone: Giuseppe Dorosini, irrigatore (2) e Antonio Guindani (6). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: era presente un solo nucleo familiare di 6 persone. Aprile 2000: vi abita ancora la famiglia di Pietro Savoldi di 5 persone.


Cascina Poiane. L’immobile costituisce un gruppo notevole di fabbricati, consistenti in abitazioni degli affittuali, stalle tradizionali con fienili superiori, porticati e barchesse con silos. L’allevamento di bovine da latte è praticato da entrambi i conduttori in stalle moderne a stabulazione libera, dotate di impianti di alimentazione e sale di mungitura.

Poiane

(dial. Poiané) Tornati sulla strada provinciale l’itinerario prosegue verso mattina; sulla destra dopo poco più di tre chilometri si giunge alla cascina Poiane, posta a metri 65,4 s.l.m. L’etimo deriva probabilmente dal nome dialettale del nibbio. Uno studioso indica però una possibile derivazione latina: “Da notare il fatto che i toponimi con suffisso in -ano, che presentano in quest’area spesso l’esito in -anee, che sono concordemente riferibili a fundi romani, ricorrono qui con frequenza significativa. Particolarmente sono quelli della cascina Poiane sul decumano della strada Leno-Calvisano”1. Dal catasto austriaco del 1852 si rileva che la proprietà era formata da alcune case coloniche e appezzamenti di terra di varia natura, che assommavano ad una superficie di 683,61 pertiche metriche (circa 210 piò). Proprietaria della cascina era la Casa di Ricovero per le Zittelle di S. Agnese in Brescia. Nel 1855 fra le varie coltivazioni, otto piò di terreno erano destinati a risaia stabile, che, come disponeva il decreto italico del 1809, era situata alla distanza regolamentare, cioè oltre i tremila metri dal più vicino aggregato di case. Fu in seguito acquisita da Gaetano Gatti e, come detto per lo stabile Pluda e il Pluda Teresa, alla morte del Gatti l’azienda pas1 2

A. Baronio, p. 200, n. 55. Si veda la precedente scheda sulla famiglia Gatti.

sò in eredità al figlio Giuseppe. Questi continuò anche la coltura del tabacco. Le ultime fasi della lavorazione venivano effettuate a Carpenedolo. Anche Giuseppe Gatti2, come il padre, durante la cosiddetta “battaglia del grano” partecipò al concorso provinciale per la coltivazione del frumento, e nell’annata agraria 1926-27 ricevette la medaglia d’argento dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, categoria grandi aziende. Nel 1949 i fratelli Rossi, originari di Pompiano, presero in affitto parte dell’azienda per l’estensione di 120 piò, che attualmente Luigi e Pierino coltivano a mais e loietto. L’altra parte del fondo, consistente in 125 piò, fu presa in affitto, a partire dal 1964, dai signori Rolfi. Questi terreni sono coltivati a mais, erba medica e loietto. Per l’irrigazione si estrae l’acqua dal pozzo privato e dalla Fontana Gatti. L’immobile costituisce un gruppo notevole di fabbricati, consistenti in abitazioni degli af176

fittuali, stalle tradizionali con fienili superiori, porticati e barchesse con silos. L’allevamento di bovine da latte è praticato da entrambi i conduttori in stalle moderne a stabulazione libera, dotate di impianti di alimentazione e sale di mungitura. Cronaca Nella giornata del 25 aprile 1945 furono continuamente avvistate colonne tedesche dirette verso il nord. Nei pressi della cascina una squadra composta di una decina di Fiamme Verdi (Brigata Tita Secchi) disarmò circa trecento tedeschi dopo una breve sparatoria. Ingente il bottino di armi. L’8 dicembre 1990 verso sera un incendio per autocombustione del fieno provocò gravi danni al fienile dell’affittuale Rossi. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880-82 la conduzione del fondo era a mezzadria e vi abitavano 4 nuclei familiari con


Facciata interna della cascina Poiane vista dal pittore Edoardo Togni, in un dipinto commissionato dal cav. Giuseppe Gatti, proprietario. Olio su tela cm. 78 x 113.

Un ricordo alle Poiane “Nel 1943 dopo il Cereto altro sammartino fino alla cascina Poiane che comprendeva anche la cascina San Nazaro, proprietà del cav. G.Gatti. Erano abitate da 105 persone delle quali occupate 40 uomini e 40 donne. Consistenza numerica delle forze lavoro: 18 cavalli da tiro con 6 addetti, sei paia di buoi con l’obbligo agli addetti di levarsi un’ora prima per curarli. Anche presso questa azienda venivano messi a coltura di tabacco una cinquantina di piò di terra. Dopo il raccolto, l’essicazione in capannoni affumicatura; il prodotto veniva trasportato a Carpenedolo per le successive lavorazioni e avviato ai centri del monopolio. Nel dopoguerra iniziò la meccanizzazione, arrivarono i primi trattori, si eliminarono cavalli e buoi e iniziarono le prime disdette fino alla disoccupazione: solo il capo-famiglia aveva diritto al posto di lavoro. Venne l’idea al sindaco cav. Angelo Regosa di cercare posti di lavoro in altre provincie: Alessandria, Vercelli, Milano, Cuneo, buona accoglienza, bravi lavoratori, ma una vita assai dura, giornate di lavoro che duravano da notte a notte, pertanto la maggior parte degli emigrati, dopo un paio d’anni, è ritornata al proprio paese. Nel 1960 abbiamo acquistato l’area nei pressi della cascina Costanzi e lavorando senza sosta il sabato e la domenica abbiamo costruito la nostra casetta. Mi attendevano però ancora quindici anni di lavoro che trascorsi come mandriano presso i Costanzi… e dopo quarant’anni di lavoro la pensione”. (dal diario I miei ricordi di lavoro, dell’ amico Francesco Zanola) Fondazione Clementina, Gaetano e Giuseppe Gatti (Ente morale) Con disposizioni testamentarie olografe in data 11 dicembre e 13 aprile 1957 Giuseppe Gatti, deceduto in Leno il 1° febbraio 1959, dispose che con le sue sostanze (un patrimonio di 130 milioni di lire) fosse istituita una fondazione da intitolarsi ai nomi di Clementina, Gaetano e Giuseppe Gatti”, con sede in Leno, presso la Cascina Poiane. La Fondazione doveva contribuire alla diffusione dell’insegnamento agrario con la costituzione di borse di avviamento professionale teorico e pratico e alla specializzazione dei lavoratori agricoli e, in subordine, dei giovani diplomati e laureati. Lo statuto della Fondazione ebbe l’approvazione del Presidente della Repubblica Gronchi in Roma il 6 gennaio 1961. La presidenza della Fondazione è affidata all’Unione Provinciale agricoltori di Brescia nella persona del suo presidente. 177

10 persone: il massaro Paolo Panegara (3), Faustino Zanelli (6), Barbara Montini vedova. - Nel 1900 erano residenti 6 nuclei familiari con 48 persone: Fanelli (10), Valsecchi (11), Ferrante (4), Mazzoletti (3) Panigari (10), Cavalli (10). - Nel 1909 gli abitanti erano diminuiti a sole 14 persone in 2 nuclei familiari: Noè Rossi, immigrato dalla provincia di Mantova, “adacquarolo” (addetto all’irrigazione) con la famiglia di 5 persone, e Antonio Mazzoletti (9). - Censimento 21 aprile 1936: la cascina era abitata da 9 nuclei familiari di 49 persone: Nicola Bertini (2), Eugenio Calati (3), Francesco Capuzzi (7), Pietro Galuppini (6), Angelo Migliorati (7), Giovanni Olivetti (6), Luigi Piva (10), Francesco Brontesi (5), Angelo Piccioli (3). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 9 nuclei familiari con 26 persone. Settembre 2000: residenti cinque nuclei familiari.


Cascina Pluda Teresa, lato est. La cascina ha un aspetto ordinato con ampio cortile parzialmente in cemento, a nord del quale sorge il corpo principale interamente restaurato per uso abitativo con portici aperti a mezzodì. Il porticato o “barchesse” in

cinque campate è posto a mattina. Una costruzione a sud del cortile con cinque luci è adibita a rimessa. Le nuove strutture per allevamento dei suini si trovano a sera dell’azienda.

ria da triennale a quinquennale. Durante la “battaglia del grano”, anche Annibale Gatti partecipò al concorso provinciale nella categoria grandi aziende, ricevendo diplomi e medaglia d’argento dalla Cassa di Risparmio per l’elevata produzione. Dopo l’esperienza positiva di coltivazione del tabacco attuata dal fratello Giuseppe allo stabile Poiane e dopo alterni periodi di collaborazione con lui, l’avvocato Annibale ottenne separatamente la concessione speciale dal monopolio e dal 1934 in poi tale coltivazione fu estesa a diverse aziende agricole che, al raccolto, facevano capo al “Magazzino tabacchi” esistente in codesta cascina. Le varietà coltivate erano: il Kentucky, il Burley e il Virginia. Del Kentucky se ne coltivavano 4.000 piantine al piò e la sua resa era elevatissima (60-80 quintali al piò di foglie verdi); questa varietà forniva il tabacco per i sigari toscani. Del Burley se ne coltivavano 10.000 piantine e

oltre, con una produzione di 100 quintali di prodotto verde al piò; forniva tabacchi da concia. Il Virginia trovò invece terreno adatto a Milzanello, con una coltivazione di 14.000 piantine al piò. Dopo l’operazione delicata del raccolto della foglia, seguiva l’essiccamento in stanze chiuse con fuoco di legna, la selezione e la fermentazione in celle a 70-75°; quindi delle foglie erano pressate in apposite botti, lasciate per un anno ed inviate poi alle varie manifatture1. Nell’immediato secondo dopoguerra, precisamente dal 1948, fu affittuale dell’azienda il signor Matteo Panizza, proveniente da Motella. Vi rimase un decennio, poi si trasferì nel Pavese. Dal 1958 al 1964 fu conduttore del fondo il signor Cornelio Zinetti. Nel 1960 lo stabile passò in proprietà del signor Eugenio To-

Pluda Teresa (vulgo La Fabricò)

Tornati alla cascinetta Vigna Gatti, proseguendo sull’asfalto ci si immette, verso sinistra, su una strada privata fiancheggiata da piante di alto fusto; proseguendo verso nord si giunge alla grande cascina Pluda Teresa. Ci troviamo a cinque chilometri dal paese e a metri 66,4 s.l.m. I due nomi in uso (italiano e dialettale) si riferiscono a elementi diversi: “Pluda Teresa” unisce al cognome Pluda un nome femminile (probabilmente per distinguerla dall’altra Pluda); il secondo, La Fabricò, deriva probabilmente dalla presenza tra le due guerre presso la cascina del cosiddetto “Magazzino tabacchi”. Dalla Relazione sulla bonifica dei terreni stesa nel 1880 dall’ingegner Ravelli, risulta che anche questo territorio era inserito nella zona paludosa estesa per circa 1200 ettari fra Leno, Gottolengo e Ghedi. Il tenimento, prima facente parte delle proprietà Dossi e del successore Legnazzi, nel 1872 fu acquistato dai soci Crosti e Borsa, i quali vi intrapresero grandi opere di bonifica come al Pluda. Gli stabili Pluda, Teresa e Poiane costituivano un’unica proprietà denominata “Pluda ed Uniti”, che nel 1903 fu venduta a Gaetano Gatti (v. cascina Pluda) e nel 1931 fu divisa fra gli eredi Gatti. La Pluda Teresa toccò all’avvocato Annibale. Vi si praticava un’agricoltura tradizionale con rotazione agra-

178

1

L. Cirimbelli, Dove sorgeva un’antica abbazia, pp. 68-69.


Cascina Giardino di Sotto.

ninelli, che attualmente coltiva i 200 piò insieme ad altri 50 della Curia di Brescia a monocoltura di mais. Nell’azienda inoltre è stato introdotto l’allevamento di suini. La cascina ha un aspetto ordinato con ampio cortile parzialmente in cemento, a nord del quale sorge il corpo principale interamente restaurato per uso abitativo con portici aperti a mezzodì. Il porticato o “barchesse” in cinque campate è posto a mattina. Una costruzione a sud del cortile con cinque luci è adibita a rimessa. Le nuove strutture per allevamento dei suini si trovano a sera dell’azienda. Cronaca Nel 1950 la cascina subì un incendio causato dalla caduta delle foglie di tabacco nel braciere sottostante. Il pronto intervento degli affittuali riuscì a circoscrivere il fuoco e a limitare i danni. Aprile 2000: vi abitano 3 famiglie di 13 persone.

Giardino di Sotto e Giardino di Sopra (dial. El bél Giardì)

Sono le due cascinette poste all’estremità orientale dell’itinerario, a circa cinque chilometri da Leno e a metri 65,2 s.l.m. A mattina dei fabbricati scorre il canale Redone che segna il confine con il territorio del comune di Ghedi. Il Redone nasce dai fontanili della campagna tra le cascine Rosa e Tibera. Di queste acque il Comune di

già presente nel “Libro delle anime” del 1909, quando era abitata da due nuclei familiari: Angelo Tedoldi possidente (probabilmente il proprietario) con la famiglia di 6 persone, e Francesco Baronchetti, fittabile, con 11 persone. Nel 1936 vi abitava una sola famiglia (Buccelli Pietro) con 6 persone. Attualmente il fabbricato rurale, composto di stalla per l’allevamento di bovini da carne, e i poderi dell’estensione di 12 piò sono proprietà del signor Adelmo Trainini. Ghedi vendette i diritti al Comune di Gottolengo il 19 gennaio 1460. Termina entrando nella seriola Gambara a Gottolengo”1. Anche per queste case coloniche non è stato possibile avere ulteriori informazioni se non parziali censimenti della popolazione. Dal 1951 del Giardino di Sotto è proprietario il signor Giovanni Pasinetti. Il fabbricato è stato notevolmente ristrutturato trasformandolo per uso unicamente abitativo e non più rurale. 7 piò di terra sono circostanti la cascina, altri tre sono presso la cascina Santa Maria, e sono coltivati a mais, soia, loietto; sono irrigabili con l’acqua di una cava. Vi abita la famiglia Pasinetti composta di 5 persone. La seconda cascinetta è posta a pochi passi in direzione nord; è stata realizzata verosimilmente nei primi anni del ‘900, poiché è 1

A. Bonini, Notizie storiche, cit. p. 9.

179

Santa Maria Geograficamente si trova a sud della cascinetta Giardino di Sotto, equidistante dal paese circa cinque chilometri. Riguardo al toponimo, sono numerosi a Leno e nel Bresciano i nomi di cascine dedicati a Santi e alla Madonna. I documenti non attestano altre informazioni se non i nomi delle due famiglie ivi residenti durante il censimento del 21 aprile 1936: Francesco Migliorini (3), Ettore Migliorini (2). Nel 1985 circa il signor Giovanni Pasinetti acquistò l’azienda dal signor Giuseppe Rossetti insieme a 3 piò di terreno, coltivati a mais e loietto. Il fabbricato rurale dispone del cortile rustico e della stalla tradizionale per l’allevamento di bovini da carne, la cui alimentazione è manuale. Si allevano in proprio anche animali da cortile. Attualmente vi risiedono due famiglie composte di 6 persone.


A sinistra la cascina Grassi, a destra la cascina Enrica.

Grassi

(dial. El Sùl) Dalle cascine Giardino si torna indietro fino all’altezza dell’edificio delle ex scuole comunali, dove si prende a destra la strada consorziale asfaltata e alberata in direzione di mezzogiorno. La prima cascina sulla sinistra è l’azienda Grassi, dal nome dell’ex proprietario signor Giuseppe Grassi, industriale di Milano che la fece edificare negli anni 1949-1950. In quell’epoca la provinciale Leno-Calvisano non era asfaltata e quella che porta alle attuali cascine durante le piogge era impraticabile per la fanghiglia. Da tale data fino al 1965 fu conduttore del fondo il signor Bruno Mancastroppa, seguito dal signor Lombardi, che nel 1973 l’acquistò passandolo poi in eredità ai figli Battista e Bruno. L’azienda attualmente è dota-

ta di 75 piò di terreno coltivati a mais ed irrigabili con le acque del vaso Benone e del pozzo privato. Nel volgere di pochi anni la struttura originaria ha subito varie trasformazioni, ma soprattutto sono stati costruiti rustici per lo stoccaggio dei materiali, stalle moderne con spazi all’aperto per l’allevamento delle vacche da latte e adeguati impianti. Anche le macchine agricole si trovano in ricoveri chiusi. Per uso familiare si allevano alcuni animali da cortile.

gione sociale dell’azienda è “Allevamenti Elival”. È circondata da 24 piò di terra coltivati a mais e loietto, conservati in silos a platea. Le acque della Fontana Gatti e del pozzo privato servono all’irrigazione del fondo. I corpi di fabbrica sono due: il primo a nord del cortile è costituito dall’abitazione, dai magazzini, rimessa, ecc., mentre a sud è situato il moderno capannone per l’allevamento avicolo dotato di sofisticati impianti. Aprile 2000: vi abita la famiglia Lombardi, composta di 4 persone.

Enrica Lasciata la cascina Grassi, proseguendo in direzione di mezzogiorno, troviamo la nuova cascina Enrica, posta a circa 4 chilometri dal paese. Fu edificata nel 1998 dall’impresa “Edil 85” ed è proprietà del signor Rosario Lombardi. La ra180

Rosetta Poco dopo la cascina Enrica, anziché proseguire verso il Gaidano, si entra per altra strada verso mattina e si giunge così alla cascina Rosetta, posta a circa quat-


Cascina Rosetta. Attualmente la cascina è divisa in tre proprietà. Si allevano bovini da latte e da carne in stalla moderna, dotata dei relativi impianti e di spazi all’aperto.

tro chilometri e mezzo dal paese. Il toponimo è recente ed è stato dato per ricordare il nome di una persona della famiglia proprietaria; il nome tradizionale della località era “Caò de l’or” (cava dell’oro), forse per indicare la povertà del suolo dove si cavavano scarsissimi prodotti e tanto “gesso”, essendo il terreno impermeabile e paludoso. Infatti proprietari e affittuali si alternavano molto frequentemente. Fra essi ricordiamo i Parotto, i fratelli Agosti (allevatori di cavalli), i Grumelli, i Fongaro, i Ferrari, i Vignoni e altri. Attualmente la cascina è divisa in tre proprietà. I rustici e l’abitazione a sud dal 1965 sono proprietà del signor Lorenzo Slaviero per successione ereditaria dal padre Antonio, qui giunto nel 1951. L’azienda è dotata di 60 piò di terra, 20 dei quali sono disloca-

ti presso la cascina Boarini e sono coltivati a mais; per l’irrigazione del fondo si utilizzano le acque del cavo Benone e del pozzo privato. La destinazione del fabbricato è rurale, con stalla e fienile tradizionali e due silos a trincea. Per l’allevamento dei bovini da latte sono state costruite stalle moderne con spazi all’aperto, impianto di alimentazione e sala di mungitura. Per uso familiare si allevano animali da cortile. È residente la famiglia Slaviero composta di 5 persone. La zona ovest della cascina è proprietà del signor Giovanni Pasinetti, che l’acquistò nel 1959 ma vi abitò a partire dal 1961. La destinazione del fabbricato è rurale e comprende abitazione, stalla tradizionale con impianto di alimentazione del bestiame, fienile a tre campate, silos a trincea. I terreni sono prevalentemente coltivati a 181

mais, loietto e soia, e sono irrigabili con le acque del Benone e del pozzo privato. I proprietari si dedicano all’allevamento di bovini da carne; conservano anch’essi l’abitudine di allevare animali da cortile La famiglia del signor Giovanni Pasinetti è composta di 4 persone. La terza parte della cascina è quella a nord-est, proprietà del signor Domenico Pasinetti, la cui famiglia è originaria di Saviore dell’Adamello. Anch’egli l’acquistò nel 1959 e vi risiedette dal 1961. I 50 piò di terra sono coltivati a mais e loietto e sono irrigabili anch’essi con il Benone e pozzo privato. Si allevano bovini da latte e da carne in stalla moderna, dotata dei relativi impianti e di spazi all’aperto. Attualmente la famiglia di Domenico Pasinetti è composta di 5 persone.


Cascina Malleier. L’attività ebbe inizio nel 1951 con l’acquisto del terreno da parte dei fratelli Alois e Matthias Malleier, nativi di Lana (Bolzano).

Malleier

Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: nella cascina erano residenti i medesimi 3 nuclei familiari attuali, allora composti di 20 persone: Giovanni Pasinetti (8), Domenico Pasinetti (6) Antonio Slaviero (6).

Aprile 2000: complessivamente vi abitano 3 nuclei familiari con 14 persone.

182

A sei chilometri dal paese si fa tappa in un lembo di Tirolo trapiantato nella nostra Bassa. È l’Azienda Agricola Ortofrutticola dei fratelli Christian e Federico Malleier. L’attività ebbe inizio nel 1951 con l’acquisto del terreno da parte dei fratelli Alois e Matthias Malleier, nativi di Lana (Bolzano). Alois non resistette alla nostalgia delle montagne dell’Alto Adige e vi fece ritorno; così Matthias rilevò tutta l’azienda. In seguito al matrimonio con la signora Hilde nacquero sei figli, tre maschi e tre femmine. Dal Tirolo il Malleier portò anche la sua esperienza di frutticultore. Nel 1952 diede inizio ai lavori di preparazione del terreno per l’impianto di un frutteto e mise a dimora piante di melo. Nel 1954 fece edificare la casa d’abitazione, anch’essa secondo gli usi tirolesi, con balconi e finestre a griglie rosse ornati di gerani che dalla primavera all’autunno decorano la facciata. Seguirono altre costruzioni: il porticato, il magazzino con reparto di lavorazione e cernita e con la cella frigorifera per la conservazione della frutta, e infine la moderna razionale serra per la coltivazione della verdura. L’attaccamento alle origini familiari e al natio Tirolo è testimoniata anche dalle due lussuose edizioni in lingua tedesca che i Malleier possiedono, come è abitudine nella loro regione di provenienza: una riguarda le origini della famiglia sin dal


Foto di famiglia - giugno 1975.

1357 con albero genealogico a partire dal 1663; l’altra riguarda la famiglia attuale. Cronaca I Malleier ricordano che nel settembre-ottobre 1970 furono testimoni di uno scontro avvenuto tra due aerei, uno Starfighter e un F104, uno dei quali si schiantò al suolo spezzato in due ad un centinaio di metri dai due fratelli, occupati nella raccolta delle mele. Il pilota si salvò rimanendo appeso fra i rami dei pioppi, mentre l’altro velivolo riuscì a raggiungere l’aeroporto di Ghedi nonostante il danno subito. Dal Tirolo alle campagne di Leno “Mi sono diplomato alla Scuola di frutticultura ad Ora, in provincia di Bolzano, così come i miei fratelli Federico e Dietmar ed abbiamo sempre mantenuto i contatti con i nostri parenti in Alto Adige, per conoscere le novità, visitare nuovi impianti, osservare le esperienze degli altri. Ho compiuto varie visite in Germania, Austria, cercando di capire e migliorare le nostre tecniche produttive… Devo dire che noi qui in pianura abbiamo problemi diversi che in collina e in montagna, ad esempio il caldo eccessivo e l’elevata umidità estiva, ma anche la brina o la nebbia danno forti preoccupazioni, per non parlare della grandine. Per contro siamo molto soddisfatti delle innovazioni che abbiamo portato in azienda e della collaborazione avviata con l’Assessorato agricoltura della Provincia di Brescia e con l’Ersal: ad esempio la lotta integrata per la difesa dei frutteti e il programma di difesa biologica per la verdura. Abbiamo così sensibilmente ridotto l’utilizzo di prodotti chimici, migliorando nettamente la qualità della frutta e della verdura prodotte. Ma il nostro fiore all’occhiello è la gestione dell’azienda mediante computer: nella serra, nei tunnel, sotto le reti antigrandine, appositi sensori rilevano i vari parametri: umidità, temperatura, ecc. ed inviano al computer i dati; questo comanda l’apertura e la chiusura automatica dei vari impianti, logicamente fin dove sono possibili gli automatismi, poi il resto si deve fare a mano, così come la raccolta.” intervista a Christian Malleier, in A. Bertani, “L’agricoltore bresciano”, 20 maggio 1995) 183

Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: i nuclei familiari dei Malleier erano 3 con 7 persone. Aprile 2000: i nuclei familiari sono invariati, le persone sono 8.


Cascina Civaglietta. Sotto: interno della cascina. Il fabbricato è costituito dalla bella abitazione, dal magazzino di deposito per macchine agricole e dalla stalla tradizionale; per l’allevamento delle bovine da latte.

l’allevamento delle bovine da latte si è costruita una moderna e capiente stalla con adeguati impianti tecnologici. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. La dotazione di terreni è di 75 piò bresciani coltivati a loietto, erba medica e orzo. Il fondo è irrigato con le acque del cavo Vedetti e del laghetto sito alle Carbonere tramite un sollevatore.

Civaglietta Dai Malleier si prosegue in direzione mattina; a quattro chilometri circa dal paese sorge la recente cascina Civaglietta. Il nome è stato importato dagli attuali proprietari, che abitavano a Berlinghetto in una cascina chiamata appunto Civaglietta.

Nel 1965 dopo l’acquisto del terreno il signor Pietro Trainini iniziò i lavori di costruzione del primo lotto. Attualmente l’azienda è gestita dagli eredi di Pietro. Il fabbricato è costituito dalla bella abitazione, dal magazzino di deposito per macchine agricole e dalla stalla tradizionale; per 184

Cronaca Nel 1992 la mattina del 10 settembre un grave incendio per autocombustione del fieno provocò danni e distruzione, nonostante l’intervento dei pompieri.


L’indicazione che qui si propone di itinerari alla scoperta delle campagne e delle cascine di Leno, vuole essere un contributo non solo alla ricostruzione del passato ma anche alla conoscenza di un patrimonio di ambiente, di storia e di identità del quale forse gli stessi lenesi hanno limitata consapevolezza, una conoscenza che può concorrere alla progettazione del futuro.

185


Itinerario del Rescatto

A RZ PO NO I VI SP

LENO OL TT GO

Pica Belvedere

GO

EN

Bonfadina Nuova Bonfadina Ronchi Davo Rescatto Attilio

Dall’itinerario Leno-Calvisano in direzione di levante, ad un chilometro e mezzo circa dal centro abitato tra le cascine Pica e Belvedere si stacca a destra la strada asfaltata detta “Consorziale del Rescatto” verso mezzogiorno si trovano le cascine: Bonfadina nuova, Bonfadina, Ronchi Davo, Attilio, Rescatto, Colombetto.

186

Colombetto


Veduta aerea delle cascine Pica e Belvedere.

programmata, acqua, temperatura ambiente, aereazione, ecc.). Attualmente la proprietà è del signor Gian Paolo Lanzani che gestisce l’azienda. Purtroppo anche questo allevamento è stato colpito dall’influenza aviare e nel gennaio 2000 furono abbattuti 18 mila tacchini giganti. In previsione che il ministero abbia predisposto misure di compensazione per il mancato reddito e di un periodo di risanamento degli ambienti, la ripresa produttiva ebbe inizio nel luglio 2000. Sono residenti due famiglie di 6 persone.

Pica Dopo le Barone si prosegue in direzione di levante e il primo gruppo di case, sulla destra, è denominato Pica che parrebbe risalire ad un cognome o soprannome, e nel 1880 venne aggiunto il nome del proprietario divenendo Pica Gerosa. Siamo a circa due km. dal paese. Di questa cascina conosciamo un atto di consegna datato 7 dicembre 1837 di proprietà Bontempi fratelli, Barbara, Battista, Vincenzo, Catterina, Rosina fratelli e sorelle del fu Giò: Maria, e da essi affittata con casa colonica e terreni coltivabili al signor Giovanni Grossi fu Paolo per una locazione di dodici anni. Nell’estimo austriaco i titolari della proprietà rimasero invariati; era nominato il fratello Giovanni ma non le sorelle Catterina e Rosina. La partita originaria sommava a p.m. 576,45 = piò 177 con una

rendita in lire austriache 412,88. Al Pica era unito l’Albarotto. Dall’estimo in poi abbiamo notizie solo anagrafiche delle famiglie qui residenti: 1880, tre famiglie di 18 componenti: Guerreschi Nicola 13, certo Filippini, Malagni e Rossini 3. Inizi del 1900, cinque famiglie, 45 persone: Malagni 7, Marinoni 6, Tedoldi 9, Guerreschi 13, Losio 10. Nel 1909 era abitata dalla famiglia di Nodari Innocente 6, Montini Angelo 6. Nel 1967 la famiglia Lanzani di Bagnolo Mella acquistò l’immobile dal dott. Giovanni Bravi che attualmente è circondato da 62 piò di terra coltivata a mais e frumento ed è irrigabile dal vaso Scanalocco e dal pozzo privato. Nel 1972 i fratelli Carlo e Mario Lanzani introdussero l’allevamento intensivo del tacchino da carne. Il numero dei soggetti andò aumentando di anno in anno in nuovi complessi automatizzati (alimentazione e gestione 187

Cronaca Nel 1906 i capi di bestiame bovino di questa stalla furono colpiti dall’afta epizootica.

Belvedere Si trova a est della cascina Pica separata dalla strada che porta al Rescatto. “Belvedere è nome di molti cascinali ed anche di località situate in posizioni che permettono una bella vista del panorama”, questa è la versione data dall’Olivieri ma non pare possibile un riscontro con la nostra cascina sita in posizione totalmente di pianura. Poche sono le notizie raccolte: è un fabbricato rurale con le rispettive adiacenze, abitazioni, portico aperto a mezzodì in tre campate, rimessa, rustico e porticato a sud del cortile; l’ingresso a nord, a volta, è stato murato. Il tutto lodevolmente restaurato. In angolo a nord-ovest esisteva l’Osteria dél Pecò un piccolo bazar di servizio agli abitanti dei vicini cascinaggi, ai viandanti; era dotato di rivendita di tabac-


Cascina Belvedere. Facciata nord sulla via per Calvisano. È un fabbricato rurale con le rispettive adiacenze, abitazioni, portico aperto a mezzodì in tre campate, rimessa, rustico e porticato a sud del cortile; l’ingresso a nord, a volta, è stato murato. Il tutto lodevolmente restaurato.

chi, salumeria, osteria e mercerie varie. L’attività cessò nel 1987. Durante il censimento dell’aprile 1936 erano residenti le famiglie di Morandi Giacomo 5 persone e Minetti Lorenzo. Questo prof. Morandi fu proprietario seguito da altro prof. Castellini di Milano (affittuali gli Olivetti). Nel 1963 il Castellini vendette la proprietà al signor Antonio Saldi che lasciò in eredità a Francesco. La cascina è dotata di 12 piò di terreni coltivati a monocoltura di mais; sono irrigabili dalle acque di un fontanile di proprietà e dalla Seriolazza. Movimento demografico delle famiglie 1991, tre famiglie, 7 persone. Maggio 2000, due famiglie, 4 persone.

Bonfadina Nuova È la prima cascina dell’itinerario citato e dista da Leno circa

quattro chilometri. Nel 1980 il signor Innocente Nodari acquistò tre piò di terra classificata area agricola, attualmente coltivata a loietto e coltura arborea. Fece edificare un moderno capannone per l’allevamento industriale del coniglio. In seguito, nel 1986, costruì la villetta dove abita con la famiglia composta di quattro persone.

Bonfadina Sullo stesso itinerario a breve distanza troviamo la Bonfadina a mt. 62 s.l.m. Dizione corretta Cascina Bonfadini. Era consuetudine assai diffusa, e la Bonfadina non fa eccezione, apporre il proprio nome al Fenile o alla cascina. Il Fappani (Enciclopedia Bresciana, vol. I, p. 208) cita i Bonfadini come antica famiglia di Iseo poi trasferitasi in molti luoghi del Bresciano. A Leno troviamo che il notaio Domenico Bonomini riporta nel suo atto datato 26 ottobre 1569 una contesa tra Enea Negroboni marito 188

di Elena figlia e coerede di Bartolomeo Bonfadini, vedova in primo voto del fu Evaristo Dossena da una parte e Massimo e Alberto fratelli dell’altra per varie reciproche pretese “se dette parti non ne fanno compromesso (...)”. Altra documentazione di questa famiglia nel 1592 in Atti di Giò: Maria Zenucchini, nel 1619 Atti di Albino Albini, nell’estimo del 1641 altro Aloisio del fu Alessio Bonfadini proprietario terriero, ecc. Nel catasto austriaco del 1852 proprietario della casa colonica Bonfadini con terreni, fu Maffezzoni Giuseppe fu Francesco; la somma della partita originaria fu di p.m. 133,55 = piò 41, rendita in austriache lire 303,64. Movimento demografico delle famiglie Tre famiglie abitavano la cascina nel 1880 di 10 individui: Maffezzoni Giovanni (3), Volpi (3), Scartapani Giacomo (4). Agli inizi del 1900 le famiglie di: Sossi (3), altri Sossi (9), Volpi (3), Monfardini (7), Bosio (7), Maffezzoni (5), Panigara (8) e un Gianbruni. Negli anni Novanta abitava una sola famiglia.


Cascina Bonfadina Nuova. Sul mappale del catasto austriaco (tav. 29) questa cascina è segnata come Fenile Torio da identificare appunto con l’attuale Ronchi Davo.

Ronchi Davo Anche Ronchi Davo fa parte del gruppo di cascine del nostro itinerario. È posta a 3,5 chilometri circa dal capoluogo e a mt. 64,6 s.l.m. Sul mappale del catasto austriaco (tav. 29) questa cascina è segnata come Fenile Torio da identificare appunto con l’attuale Ronchi Davo. Già proprietà dei Davo, Andrea e Carlo, nel 1852 era suddivisa fra Luigi Davo fu Carlo con casa d’abitazione e terreni del perticato di pertiche metriche 65,76 = piò 20 con rendita in austriache lire 181,15; Maria Davo fu Giulio maritata Davo proprietaria di p.m. 57,45 = piò 17,5 con rendita di lire 143,85 con casa colonica. Ai fratelli Pinzoni mons. Faustino e sacerdote Antonio fu Giovanni appartenevano p.m. 25,14 con rendita di austriache lire 60,66. Da tempo i fabbricati rustici sono stati ristrutturati e adibiti ad abitazione, pertanto al 9 di

Cascina Ronchi Davo.

novembre 2000 erano residenti le famiglie di: Mensi, Vittorio Davo, Mario Davo, Giuseppe Davo, Alessandro Davo, Agnese Davo, Angelo Davo. Valentino Davo è proprietario di un rustico, mentre la signora Maddalena Messa ved. di Angelo Davo ebbe in eredità 6 piò di terra attualmente condotti in affitto da Emilio Zani che li coltiva a mais e loietto, terreni irrigabili con le acque dei cavi Benone e Scanalocco. Movimento demografico delle famiglie 1880: Davo Luigi (7), Davo Stefano padre vedovo, Ferrari G. e figlio Girolamo, Ari Teresa ved. Bellotti (2). Nel 1900 vi abitavano quattro famiglie di 28 persone: Davo Stefano (9), Ferrari (7), Abelotti (7), Uggioni Giusto di Villa Piezoni (5). Nel 1909 cinque famiglie erano presenti composte di 20 persone: Abelotti Francesco possidente (7), Offer Antonio possi189

dente (4), Rossini Andrea affittuale (2), Davo Giuseppe possidente (16), Tedoldi Paolo suonatore ambulante (8). Nel 1991: residenti sei nuclei familiari di 18 persone.

Attilio Prima di giungere al Rescatto, a circa 4 chilometri da Leno ci troviamo alla cascina Attilio, dal nome del signor Brontesi che la fece edificare nel 1965. Il fabbricato, proprietà dei fratelli Brontesi, è rurale con abitazioni in cui trovano alloggio tre famiglie composte di tredici persone. Altra destinazione del fabbricato: stalle moderne con spazi all’aperto, con relativi impianti razionali destinate all’allevamento di scrofe da riproduzione. La dotazione dell’azienda in terreni è di 40 piò coltivati a monocoltura di mais irrigabili dai vasi Benone, Scanalocco, Seriolazza, Gambarella e per la scarsità delle loro acque usufruiscono del pozzo privato.


Area territoriale delle cascine qui presentate.

Rescatto Dai “Ronchi”, proseguendo verso sud sulla strada vicinale del Rescatto si arriva subito alla cascina Rescatto, ultima tappa del nostro tragitto. Dialetto Rescàt situata a mt. 64,6 s.l.m. a circa 3,5 chilometri da Leno; probabilmente è cognome derivato dall’antica famiglia proprietaria dei Rescatti, anche se i primi proprietari a noi noti finora furono gli Albini, già

dal 1586; mentre nel catasto austriaco del 1852 l’azienda rurale era proprietà di Bartolomeo Martinelli fu Giuseppe con una superficie di pertiche metriche 846,46 = piò 260 la cui rendita era valutata in lire austriache 250,20. Nel periodo 1948-49 divenne proprietario il signor Giuseppe Zampedri proveniente da Montichiari, successivamente passò in eredità a Pietro. La dotazione in terreni è di 180 piò bresciani 190

coltivati a mais, loietto, medica, irrigabili con le acque dei vasi Benone e Gambarella. La destinazione prevalente dei fabbricati è rurale, con abitazioni. In stalla tradizionale si allevano bovine da latte alimentate da Unifit. Le famiglie Zampedri sono due formate di quattro persone. Divisione approssimativa dell’immobile: la zona nord più il Colombetto è proprietà del signor Andrea Boldini e figlia co-


niugata a Mario Piantoni. Zona nord-ovest non abitativa proprietà eredi Zampedri; mentre la zona sud-ovest è proprietà del signor Pietro Zampedri. Movimento demografico delle famiglie La cascina nel 1880 era abitata da tredici famiglie con 61 individui: Mori Battista e fratello Cesare (3), Laura Galuppini ved. Morandi (7), Inselvini Angelo (7), Taetti Battista (6), Piacenza Pietro (2), Piacenza Giuseppe (6), Cresseri (5), Turini fratelli (9), Brontesi Luigi (3), Frerani, Losio Francesco (9), Rossini Andrea (2), Botti Battista (2). Nel 1900 quattordici erano le famiglie composte di centosessantuno persone, cioè: Botta (2), Galuppini (5), Rossini (2), Losio (10), Turrini (13), Brontesi (5), Freroni (8), Mondini (22), Cresceri (9), Mor (10), Dadda (11), Morandi (14), Taetti (6), Piacenza (17), Inselvini (8), Udeschini (7), Panigari (5), Durosini (7). Nel 1909 uno spopolamento inspiegabile. Soltanto cinque famiglie di 32 persone: Mor Battista fattore (10), Piacenza Vincenzo (7), Brontesi-Arrigoni (6), Pinzi Egidio (6), Crescini Bortolo (4). 1936: abitanti 36 persone di sei famiglie. 1991: nuclei tre, individui 10.

Colombetto Situata nelle vicinanze della cascina Rescatto è la cascina Colombetto: è nome comune di vari luoghi e suona come diminutivo di Colombo. Nei mappali del 1934, a mattina di questa, è indicata altra cascina denominata Fenile Zü, mentre nel 1852 le due case coloniche erano unite sotto la denominazione di Ronchi Nuovi. Quanto all’etimologia del Fenile Zü si tratta quasi certamente del nome personale di origine germanica od olandese. I primi proprietari di terra ai Ronchi Nuovi furono gli Albini: Camillo dal 1586 mentre il 7 marzo 1600 Albino e fratelli acquistarono da Paolo e Giulia Gingali Sampieri diversi piò di terra. Non abbiamo notizie fino alla compilazione del catasto austriaco del 1852 dove troviamo proprietari: Antonio Bettoni fu Gaetano, Andrea Braghini fu Antonio, questi oltre alla casa colonica possedeva terreni la cui somma originaria era di p.m. 58,88 = piò 18 con rendita in austriache lire 182,90; altra casa in proprietà di Bartolomeo Martinelli fu Giuseppe il quale aveva anche la proprietà di Rescatto. Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 vi abitavano le famiglie di Bettoni (6) e un Mori. Al 21 aprile 1936, tre famiglie composte di 16 individui. Dal 1991 non è più abitata.

191

Al Fenile Zü Nel 1880 era abitato dalle famiglie di Benini Vincenzo (2), Benini Giovanni (2), Damiani (5). Agli inizi del 1900 la famiglia Agnelli con 9 individui. Nel 1909, due nuclei con 10 individui: Spinelli Angelo (5), Feroldi Pietro (5). Nel 1936 era detto Casino Zü ed era abitato da una famiglia di 8 persone.


Itinerario Leno-Manerbio Settore nord e sud

A RZ PO NO I VI SP

DI GHE

8 SS 66

Bogalei

LENO

Angelina

O ERBI MAN

Feniletto Bozano Camponuovo Sopra

Lumachina

Rosa Torchio Mirabella Aquila

Ermengarda Villa Pineta

Mirabella Pinarda

Chizzole

Pinarda Nuova

192

GO

EN OL TT GO

Rampino

Zappaglia

Camponuovo Sotto

Dal centro urbano si prosegue in direzione di ponente lungo le Vie Cavour, Ermengarda, quindi sulla provinciale per Manerbio terminando il nostro viaggio a breve distanza dal territorio del comune di Manerbio. Nell’itinerario sono comprese le seguenti cascine: Ermengarda, Rosa, Camponuovo Sotto, Camponuovo Sopra, Pinarda, Pinarda Nuova, Lumachina, Torchio Mirabella, Villa Pineta, Zappaglia, Rampino, Mirabella, Feniletto Bozano, Aquila, Chizzola. Prima di iniziare il nostro itinerario facciamo una deviazione verso nord dove sono situate le cascine Angelina e Bogalei.


Cascina Angelina. A metà ’800 nel catasto austriaco (foglio 8) la casa colonica sembra da identificarsi con la cascina Medaglia.

nord è costituito dall’abitazione completamente ristrutturata, con portico a due campate aperte a mezzogiorno. Unita è la stalla di struttura tradizionale per bovine da latte, e in continuazione fienile e portico. Verso sera è situato il magazzino con rimessa, a mezzogiorno del cortile la stalla a stabulazione libera per manze. Completa l’immobile un rustico ad uso di pollaio, dove si allevano animali da cortile per consumo familiare.

Angelina Da Via Mazzini si raggiunge Via Michelangelo nel punto in cui sorge la santella dedicata a Sant’Anna. Da qui l’omonima via consorziale verso ponente conduce alla cascina Angelina, a circa un chilometro dal centro del paese. In questa zona durante lavori di sbancamento nel mese di luglio del 1976 sono venuti alla luce importanti ritrovamenti archeologici. In occasione della costruzione della super-strada Lonato-Orzinuovi le pale della gru hanno scoperchiato quattro tombe di età romana. I loculi, contenenti resti umani, rivelavano l’umile ceto sociale dei sepolti: poverissimo infatti era il corredo interno. I preziosi reperti erano custoditi fra il terriccio di una cava posta accanto alla cascina Angelina; lo scavo fu però allargato poiché le tombe potevano appartenere ad una necropoli più ampia. A metà ’800 nel catasto austriaco (foglio 8) la casa colonica sembra da identificarsi con la cascina Medaglia. Proprietaria del piccolo stabile la signora Caterina Ven-

tura fu Giuseppe, maritata Poli; superficie rilevata 61,78 pertiche metriche (circa 19 piò) per una rendita di 344,92 lire austriache. La vecchia casa colonica andò distrutta? È comunque certo che nella zona più elevata del terreno – siamo a metri 68, 3 s.l.m. – nei primi anni del 1900 il signor Antonio Lanti1 iniziò l’edificazione dell’attuale fabbricato. Il Lanti era coniugato alla signora Angelina Aliprandi (1849-1908), insegnante elementare e diplomata in ginnastica a Milano; insegnò a Leno. Dopo la sua scomparsa il marito fece porre in sua memoria la targa con il nome di “Villa Angelina” e la data 1908. Nel 1965 il signor Clemente Pasini acquistò l’azienda dagli eredi Calegari-Lanti ed ora dispone di 30 piò di terreno agricolo: attualmente ne è proprietario il figlio Massimo. I terreni sono coltivati a mais, loietto, erba medica, orzo e prato stabile. L’irrigazione del fondo è attuata con le acque della Sangervasa, adiacente alla cascina. Il fabbricato si presenta con pianta a U: il corpo nel fronte 193

Cronaca Nel 1964 anche all’Angelina scompariva la tradizionale lucerna a petrolio con il completamento dell’allacciamento elettrico da parte dell’Enel. L’iniziativa, promossa prima da privati e poi dall’Amministrazione comunale, portò la luce elettrica a ben 28 cascine che ne erano sprovviste. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi risiedeva un nucleo familiare con 4 persone. Maggio 2000: 2 nuclei familiari con 4 persone. 1

Antonio Lanti (Leno 1851-1922), fu cittadino lenese benemerito per la sua partecipazione a pubbliche istituzioni: ricoprì la carica di presidente del nostro ospedale dal 1901 al 1906 e dal 1909 al 1914, e fu anche giudice conciliatore. Nel 1917 durante la presidenza dell’ingegner Emilio Lazzari fu membro della Commissione per la formazione dello Statuto della Congregazione di Carità, insieme a Primo Parricchini, Giuseppe Facchi, Eugenio Gatti. È sepolto nel cimitero di Leno dove è ricordato da questa epigrafe: “La salma dell’uomo giusto attende il celeste risveglio / per essere ammessa / a godere il premio del gaudio eterno”.


Pianta del territorio della cascina Bogalei.

194


Bogalei La cascina è raggiungibile percorrendo in direzione nord la Via Donatello e continuando per la strada detta “comunale di Bogalei” da Porzano a Leno; indi attraversando la Lenese (SS 668) sulla destra si incontra il bel cascinale, sito a circa un chilometro dal centro abitato di Leno e a metri 67,1 s.l.m. “Difficile rintracciare l’origine del nome di questo cascinale”, scrive il Mutti1. Un’ipotesi è venuta da uno studioso trentino, convinto che il nome di una località delle sue parti, Bògole, venisse da bùgola, o erba mora, un’erba di radice perenne da molti ritenuta dotata di proprietà medicamentose e curative. Il nostro Bogalèi potrebbe quindi venire dall’erba bugola, ma quest’erba non esiste nel Bresciano. L’area circostante la cascina è zona di interesse archeologico. Durante lavori di scavo effettuati nel 1974 furono rinvenute fortuitamente alcuni reperti preistorici: tre asce di pietra ed una punta di freccia in selce databili all’Eneolitico, ora conservate presso il Museo di Leno. Buona parte di queste terre furono proprietà del Comune di Leno. Nel 1342 in questa contrada esisteva un molino con macina da grano. Nel 1667 nella suddivisione delle contrade di Leno, Bogalei era elencato nel “43° Quartiero” come contrada di “Bogalei et sant’Antonio”. Nel 1822 l’azienda Bogalei era proprietà del conte Girolamo Silvio Martinengo, già condotta

in affitto dagli eredi del fu Carlo Faitini, cui subentrò l’11 novembre di quell’anno il signor Giacomo Bonaglia fu Giovan Battista di Pavone Mella. Alla stesura dell’atto, rogato dal notaio Giuseppe Sartori di Brescia, intervennero, oltre al Bonaglia, Giuseppe Compagnoni procuratore del conte Martinengo, Luigi Amus e Angelo Poisa, testimoni Si riassumono i diciotto articoli dell’atto di consegna. La proprietà consisteva in terreni con ragioni d’acqua dell’estensione di 125 piò bresciani; i caseggiati erano costituiti dal locale colonico di tratti 7,5 con stalle, “fenile, granaro e stanze terranee come superiori ad uso abitazione, ed altri comodi”. La locazione aveva durata novennale, cioè dall’11 novembre 1822 all’11 novembre 1831, con la facoltà però, tanto del locatore come del conduttore, dopo l’esperimento di due anni, di sciogliere il contratto nel termine del terzo anno, dando avviso per iscritto d’ambo le parti. La locazione si faceva a corpo e non a misura; era vietato il subaffitto. Il canone d’affitto era convenuto in 292 scudi milanesi, corrispondenti a lire italiane 1.344,69, da pagarsi ogni anno in rate uguali, la prima entro dicembre e la seconda entro giugno dell’anno seguente. Seguivano le consuete condizioni in uso nella nostra zona. La locazione era fatta “a rose e spine”, cioè a tutto rischio e pericolo della parte conduttrice che assumeva a proprio carico tutti i pericoli e infortuni celesti, e prevedeva la consegna di alcune regalie, la restituzione delle imposte anticipate dal conduttore, che 195

erano da scontarsi sull’affitto. L’affittuale aveva l’obbligo di coltivare il fondo “da buono ed esperto agricoltore” e avere “buona custodia” delle viti. Il taglio della legna da scalvo era da effettuarsi di tre anni in tre anni, mentre era vietato scalvare i gelsi senza il preventivo permesso del Fattore. Nel contratto era prevista la cura dei fossi irrigatori e delle chiaviche, l’obbligo di costruire alcune condutture per il locatore, il “debito amor di tener ben riattare le strade interne della possessione”, di conservare in ottimo stato i piani dell’aia e del portico della casa colonica. A titolo di garanzia il conduttore Bonaglia sottopose a pegno, inscrivibili all’Ufficio ipoteche, un appezzamento di terra di 2 piò in territorio di Pavone; inoltre il fideiussore Parola (cognato del Bonaglia) si costituiva garante ponendo a cauzione “una pezza di terra di un piò, una casa di un tratto con bottega e due stanze terranee, tre stanze superiori e granaro con orto, porcile e pollaro”2. Ai Martinengo successe nella proprietà il conte Panciera di Zoppola, fu Camillo quondam Giuseppe3, eredità amministrata dal conte Giuseppe. Nel 1852 parte della casa colonica con orto adacquatorio e alcuni appezzamenti di terra coltivati a prato e portanti gelsi, erano passati in proprietà del signor Angelo Monti quondam Pietro. Dallo Stato d’Anime del 1880 lo stabile di Bogalei risulta abitato dalle famiglie Zucchi e Rocco. Nel 1900 il signor Angelo Zucchi4 è detto “fittabile”, finché nel 1910 gli Zucchi di Porzano che


Cascina Bogalei. L’area circostante la cascina è zona di interesse archeologico. Durante lavori di scavo effettuati nel 1974 furono rinvenute fortuitamente alcuni reperti preistorici: tre asce di pietra ed una punta di freccia in selce databili all’Eneolitico, ora conservate presso il Museo di Leno.

- Nel 1909 il “Fenile Bogalei” era abitato da 5 nuclei familiari con 38 persone: Angelo Zucchi, possidente fittabile (4), Pietro Pelosi (9), Bortolo Bresciani (8), Cenini e Luna (8), Paolo Manenti (9). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 6 nuclei familiari con 18 persone. Gennaio 2000: vi abitano 6 nuclei familiari composti di 21 persone. facevano capo ad Angelo acquistarono lo stabile dagli Zoppola. Nel tempo, specie a partire dal 1913 alla primitiva casa colonica con stalla, fienile superiore e porticato vennero via via aggiunte nuove strutture. Dall’ingresso carraio a sera si accede al portico di otto campate e all’abitazione modificata anche nelle strutture interne. La casa all’ingresso del portico (ora abitazione del signor Domenico Zucchi) fu edificata dopo un decennio circa. Nel 1927 su progetto del geometra Gadola il signor Zucchi fece costruire la villetta padronale, con una spesa di 14.500 lire (3.500 lire costarono la tinteggiatura e le decorazioni). La scala esterna di accesso ai piani superiori della villa fu costruita nel 1965. La nuova residenza del signor Giuseppe Zucchi è stata edificata nel 1980. Con il corpo meridionale, costituito da portico diviso in sette campate, si completa la struttura rurale a corte chiusa tipicamente lombarda. “Domenico e Giuseppe Zucchi eredi di Annibale sono ora ti-

tolari del ‘Bogalei’, così come Gian Paolo e Paolo, usciti dagli altri due rami familiari, sono titolari dell’azienda S. Martino, poco lontana, a Porzano di Leno”5. L’azienda dispone attualmente di 155 piò di terreno agricolo coltivato a loietto, erba medica, bietole e prato stabile; nel periodo iemale una decina di piò è riservata a marcita. Per l’irrigazione dei terreni si estrae l’acqua dalla Sangervasa e dalla Molina. L’allevamento delle bovine da latte non avviene più nelle stalle tradizionali ma in stabulazione libera all’aperto, con impianto di alimentazione e sala di mungitura. Queste nuove strutture sono ubicate a nord dell’azienda. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 2 nuclei familiari con 18 persone: Angelo Zucchi (7) e Luigi Rocco (11). - Nel 1900 i nuclei erano 4 con 24 persone: Angelo Zucchi fittabile (10), Piovani (3), Fassi (4), Pini (7). 196

D. Mutti, Quel misterioso Bogalei, in Le cascine bresciane, il mistero del nome, II, Montichiari, 1995, pp. 20-21. 2 Archivio privato della famiglia Zucchi, Porzano. 3 Con i conti Salvadego proprietari della cascina Aquila, anche i nobili Panciera di Zoppola ebbero metà dell’ingente eredità di Girolamo Silvio Martinengo, che era il maggior censito tra i nobili di Terraferma (Enciclopedia Bresciana, XVI, 110). 4 Angelo Zucchi nel 1905 donò la statua lignea di Santa Scolastica collocata in una nicchia della parrocchia di Leno. 5 D. Mutti, Quel misterioso Bogalei… cit., p. 20. 1


Ermengarda (dial. Mengardò)

L’ex cascina Ermengarda si trova sulla provinciale LenoManerbio, ora in Via Abruzzo n. civico 91. Anche l’orientamento di alcuni campi in questa località, secondo P.L. Tozzi, testimoniano l’intervento di centuriazione romana1. Il toponimo originario è “Mingarda”, riportato già in una polizza d’estimo del 1534 e nell’elenco delle contrade del 1677; nel catasto austriaco è attribuito anche alla ex contrada del Cocco quale proseguimento di Via Cavour. Sull’etimo non sono state avanzate ipotesi convincenti. Da una polizza d’estimo del 15342 risulta che in questa zona possedevano terreni i fratelli Giovan Battista e Angiolino Capirola: “10 piò in contrata detta la Mingarda”. I Capirola erano inoltre proprietari di una casa in Castello “per loro uso”, di una “cassina” in Leno con brolo verso nord, e “altra possessione” di piò 124. Dai terreni si ricavavano “grosso” e “minuto”, fieno, legumi, spelta, miglio, vino e legna. Nel catasto austriaco il proprietario era Francesco Chiappa fu Giovan Battista; il fondo misurava 482,23 pertiche metriche (148 piò) per una rendita di 1.984,30 lire austriache. Fra gli affittuali ricordiamo la famiglia del signor Emilio Crescini, che dalla Biolcheria si trasferì in Ermengarda coltivando i 22 piò di terra di proprietà del signor Ceresa di Barghe.

Cronaca Il signor Crescini ricorda che il sito a mezzogiorno della cascina, per una superficie di quattro piò e mezzo, fu sottoposto a lavori di sbancamento del terreno agricolo e di scavo per estrarne sabbia. Il lavoro fu svolto completamente con badili e barelle a due stanghe per il trasporto da parte dei carrettieri Bertolèt, Paiù e Bigiolò con mula gigante. Al termine dello sbancamento, il terreno fu nuovamente livellato. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 2 nuclei familiari di 6 persone: Annibale Favagrossa (5) e Teresa Geroldi, vedova, sola. - Nel 1900 i nuclei familiari erano 2 con 26 persone: Favagrossa (10), Molinari (16). - Nel 1909 i nuclei familiari erano 4 con 24 persone: Giovanni Bindoni (4), Ferdinando Smussi “contadino in proprio” (8), e i due “mezzadri” Salvatore Bulgari (3) e Angelo Molinari (9).

Rosa Dall’Ermengarda, l’itinerario prosegue imboccando a destra la strada curva sterrata, cioè l’originaria strada per Manerbio. Siamo a un chilometro dal paese. Il nome “Rosa” è quello della moglie dell’impresario Quaranta che costruì la cascina. Dal 1973 è proprietà della famiglia Santini che l’acquistò dal signor Lorenzo Davo. I 7 piò di terra sono coltivati a mais e loietto e sono irrigabili con le acque dei cavi Sangervasa e Cicogna. La tipologia planimetrica della cascina è a L; il corpo di fabbricato a monte è costituito dalle abitazioni ben ristrutturate, che continuano verso sera con il portico a due luci e con tetto a due spioventi; segue un altro locale con fienile superiore. Un rustico a sera completa l’immobile. In stalla tradizionale dotata di impianto di alimentazione sono allevate bovine da latte. Si allevano anche animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 2 nuclei familiari con 5 persone. Maggio 2000: è ancora residente la famiglia Santini composta di 5 persone.

P.L. Tozzi, La romanizzazione del bresciano in Storia padana antica. Il territorio fra Adda e Mincio, Milano 1972, p. 115. 2 Archivio di Stato di Brescia, Polizze d’estimo, cart. 33. 1

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Cascina Camponuovo Sopra. È una piccola cascina con abitazione e rimesse, circondata da 2 piò di terreno coltivato a loietto classificato come zona agricola ma non destinato a produzione intensiva.

Cascina Camponuovo Sotto. “Azienda agricola Turrini F.CC.” è la ragione sociale del moderno allevamento di frisone italiane: comprende ampie stalle a stabulazione all’aperto e zone di riposo, è attrezzata di impianti automatici di alimentazione, sale di mungitura, deposito del fieno e zona di rimessaggio.

Camponuovo Sotto L’itinerario prosegue verso ponente; a un chilometro circa dal paese sulla sinistra troviamo l’ingresso alla cascina. Il toponimo è attribuito a varie località, specialmente ad appezzamenti di terreno coltivato, seguito a volte dal nome di persona. Con atto stipulato nel 1978 i signori Turrini acquistarono i terreni dal dottor Tonino Guarneri, ma i lavori di costruzione delle stalle e delle abitazioni avvennero a stralci nel periodo 1975-1981. “Azienda agricola Turrini F.CC.” è la ragione sociale del moderno allevamento di frisone italiane: comprende ampie stalle a stabulazione all’aperto e zone di riposo, è attrezzata di impianti automatici di alimentazione, sale di mungitura, deposito del fieno e zona di rimessaggio. La dotazione di terreni è di 120 piò in proprietà e altri 30 in affitto; le colture di mais e

loietto sono in funzione dell’alimentazione delle bovine da latte. Cronaca Nel 1983 un incendio causato da autocombustione del fieno recò ingenti danni, mentre nel 1993 una tromba d’aria sradicò alberi e danneggiò gravemente i tetti delle stalle. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi risiedeva un nucleo familiare con 5 persone. Maggio 2000: sono residenti 2 nuclei familiari con 5 persone.

Camponuovo Sopra (dial. Casì dè Gambaröl) Dal Camponuovo di Sotto, in direzione nord, dalla strada si stacca una stradina privata che porta al Camponuovo di Sopra; siamo a 1,7 chilometri dal paese. È proprietà del signor Giovanni Bergamini che l’acquistò 198

nel 1960 dai coniugi Umberto Treccani e Giulia Marcolini. (Un ceppo familiare dei Bergamini proviene da Castione Presolana, un Martino proviene invece da Crotone Pia e Montechia di Crosara, Verona, ai confini con il Vicentino). È una piccola cascina con abitazione e rimesse, circondata da 2 piò di terreno coltivato a loietto classificato come zona agricola ma non destinato a produzione intensiva. Si allevano animali da cortile per uso familiare. Cronaca Nel 1962 anche questa cascina fu allacciata alla linea elettrica della Società Elettrica Bresciana. A nord-est della cascina esisteva il cosiddetto “Casino Rosa”, ora demolito. Maggio 2000: vi abita la sola famiglia del proprietario composta di 4 persone.


Cascina Pinarda. I 38 piò di terreni sono coltivati a monocoltura di mais ed irrigati dalle acque della Molina e della Catilina. Si allevano bovini da carne in stalla tradizionale.

Cascina Pinarda Nuova. I poderi circostanti sono utilizzati prevalentemente a frutteto di susine; in futuro si pensa ad un impianto di peri. L’irrigazione del fondo avviene con le acque della seriola Molina e del pozzo privato.

Pinarda Nuova Dopo il Camponuovo Sotto, proseguendo in direzione di ponente, ad un chilometro circa dal paese si incontra la Pinarda Nuova. Il signor Lorenzino Totti, abbandonata la sua cittadina di origine, Marostica (Venezia), si trasferì a Leno nel 1974 acquistando 12 piò di terra coltivabile che erano proprietà del signor Ilario Bonometti. Diede quindi inizio alla costruzione dei fabbricati di abitazione, dei rustici e dei capannoni di concezione moderna con impianto di alimentazione automatico per l’allevamento di polli da carne razza Broyler. I poderi circostanti sono utilizzati prevalentemente a frutteto di susine; in futuro si pensa ad un impianto di peri. L’irrigazione del fondo avviene con le acque della seriola Molina e del pozzo privato. Maggio 2000: vi abita il solo nucleo familiare del proprietario composto di 3 persone.

Pinarda

(dial. Penardö) A sud della Pinarda Nuova, percorrendo la strada Pinarda a fianco del Molone, si raggiunge la vecchia Pinarda. È posta a metri 59,7 s.l.m. e a 1 chilometro circa da Leno. Il toponimo deriva verosimilmente dal cognome Pinardo, famiglia presente fra gli Antichi Originari di Leno (elenco del 1700). Nel catasto napoleonico (1819) era proprietà dei Rampini, mentre in quello austriaco risulta appartenere alla signora Angela Personelli fu Giuseppe vedova Riccardi; il fondo misurava 128,93 pertiche metriche = piò 40, per una rendita di 445,81 lire austriache. Già nel 1887 la proprietà era suddivisa in diciassette appezzamenti, otto dei quali con la casa colonica e l’orto erano appartenenti alla famiglia Dander, mentre i restanti nove erano stati acquistati dai soci Crosti e Borsa. La qualità del fondo era a prevalenza aratoria con filari di viti. I terreni assommavano a 131,25 199

pertiche metriche (40 piò). Lo stabile nel 1887 divenne proprietà indivisa degli eredi del fu Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi, vedova Bozano, di Genova. Dall’Atto di consegna del podere risulta che l’azienda rimase alla signora Gandolfi; nel novembre 1911 fu data in affitto al signor Angelo Treccani (l’affittuale scaduto era la signora Riccarda Ceresa vedova Ceresa). Nel contratto si descrivono sommariamente le caratteristiche del podere: confini della proprietà, destinazione colturale dei terreni (prato stabile e seminativi) e la ragione d’acqua per l’irrigazione. Era sottolineato l’obbligo da parte del fittabile di migliorare e mai deteriorare le terre. Per ogni appezzamento erano inoltre indicate le varie specie arboree presenti: platani forti e dolci, da scalvo, gelsi, ontani, noci, ippocastani, robinie, varie qualità di siepi, piante da frutto diverse, viti americane a pergola (213 gambi) con relativi pioppi di sostegno, ecc. La cascina era confinante da ogni lato con i beni propri del


Cascina Lumachina. I 19 piò di terra sono coltivati a mais e loietto. Le acque del Cavo Sangervasa e del pozzo privato servono all’irrigazione del fondo. La destinazione del fabbricato è rurale; la stalla tradizionale e moderna è dotata di impianto di alimentazione e sala di mungitura.

fondo e si componeva dei locali di abitazione con cucina, saletta, cantina, lavandino, camere, granaio e solaio. I rustici erano composti da barchessa chiusa su tre lati, portico a sei campate, il fienile superiormente alle barchesse, stalla e porcile, l’aia di cotto, la fornella per il bucato anch’essa in cotto. Erano inoltre descritte le scorte come i fieni, le stramaglie e i concimi. Il fondo misurava circa 50,21 piò e la rendita era stimata in 61,14 lire. Attualmente la tipologia planimetrica della cascina è invariata. Gli attuali proprietari, i fratelli Francesco e Antonio Totti, originari di Cornedo Vicentino, giunsero nel 1966 e acquistarono lo stabile del signor Ilario Bonometti. I 38 piò di terreni sono coltivati a monocoltura di mais ed irrigati dalle acque della Molina e della Catilina. Si allevano bovini da carne in stalla tradizionale. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 la cascina era abitata da 2 nuclei familiari composti da 8 persone: Pietro Daneri (7), Giò.Battista Zucca, celibe, solo. - Nel 1900 lo stabile, detto “Fenile Pinarda”, era abitato da 3 nuclei familiari composti da 20 persone: Zucca (1), Daneri (9), Porta e Morandini (10). - Nel 1909 erano presenti 3 nuclei familiari con 16 persone: Angelo Treccani vedovo affittuale, Eusebio (8), Treccani (7). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi risiedeva un solo nucleo familiare con 2 persone. Maggio 2000: è presente tuttora lo stesso nucleo familiare.

Lumachina o Lumaghina (dial. Lömaghinò) Si trova sulla strada vicinale detta del Dossello a circa 3 chilometri e mezzo a sud-est di Porzano e a 1,3 chilometri da Leno; è posta a metri 64 s.l.m. Probabilmente il nome è diminutivo di lömagò = lumaca1. Altri2 lo avvicinano a una possibile radice longobarda presente anche nel toponimo Leno = lön, indicante possedimento-affitto longobardo; per analogia lön + marck significherebbe “fondo in affitto”. Il Bravo, a metà ’8003, scrive che questa località fu teatro di uno scontro cruento fra due fazioni bresciane nel XIII secolo. Egli racconta che “i Brucellesi e i Casalalti erano due schiere di milizie belligeranti che si accamparono a ponente di Leno e col consenso d’ambo le parti ostili fissarono l’ora ed il luogo in cui dovevano darsi battaglia. Nei giorni precedenti il conflitto, dall’una e dall’altra delle parti 200

ostili eressero concordemente fra gli scambievoli campi una rotonda ed alta prominenza di terra che dicevasi ‘motta’ sopra la quale appese a lunghe aste confitte nel suolo, cartelli di sfida, alcune lance sopra le quali erano confitti guanti militari, elmi, usberghi, corazze metalliche, ecc. In quell’occasione venne elevata la “motta” nella contrada campestre di Leno detta Lumaghina, motta detta al poi 1840 la Monticella, e la barricarono dei consueti steccati di difesa, indi il mattino del 2 giugno dell’anno 1213 – che era il giorno della Pentecoste – fra Brucellesi ed i Casalalti, in questo luogo si attaccò la battaglia e fu quella la prima volta che nelle due fazioni bresciane, già contendenti da oltre due anni, si avessero ad azzuffare. Non può dirsi quale delle due sia stata la vincitrice; è però certo che moltissimi e dell’una e dell’altra parte perdettero sul campo la vita, che molti caddero feriti o si diedero prigionieri. Cessato il conflitto i Casalalti ritornarono parte in città e parte nella castella del


contado di loro appartenenza e che ugualmente i Brucellesi si ritirarono nei loro paesi”. Lo stabile è citato nello Stato d’Anime del 1880, quando risultava abitato dai coniugi Bala, mentre nell’anagrafe del 1909 è chiamato “Fenile LumachinaSartori”. Nel secondo dopoguerra, precisamente il 18 febbraio 1948, il signor De Vecchi di Montichiari vendette l’azienda agricola ai fratelli Bonariva, provenienti da Villa di Lozio (il signor Giovanni che abita qui attualmente è uno dei dieci fratelli). I 19 piò di terra sono coltivati a mais e loietto. Le acque del Cavo Sangervasa e del pozzo privato servono all’irrigazione del fondo. La destinazione del fabbricato è rurale; la stalla tradizionale e moderna è dotata di impianto di alimentazione e sala di mungitura. È l’unico allevamento trovato nella nostra zona dove siano presenti bovine da latte della razza Bruno Alpina incrociate con la Porown americana.

famiglia dell’affittuale Carlo Ponzoni di Dello. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: i nuclei familiari residenti erano 5 con 19 persone. Maggio 2000: vi abita il solo nucleo familiare del Bonariva, formato da 5 persone.

Cronaca Gli attuali proprietari sono appassionati allevatori – per hobby – di uccelli da richiamo per la caccia migratoria. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano i coniugi Bala. - Nel 1900 era indicata come Fenile Lumachina-Sartori ed era abitata ancora dai coniugi Bala e Sossi e dalla famiglia Lampugnani di 7 persone. - Nel 1909 era presente la sola

Enciclopedia Bresciana, VII, p. 34. A. Bonaglia, Storia di Flero dalle origini alla metà del sec. XIII d.C., Brescia 1976, p. 137; V. Volta, Pavone: opere vicende territorio, Montichiari 1984, p. 41. 3 P. Bravo, Delle storie bresciane, Brescia 1840, vol. IV p. 130 e segg. 1 2

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Villa Pineta Lasciata la cascina Camponuovo di Sopra si ritorna sulla strada comunale; proseguendo sull’asfalto in direzione di ponente, sulla destra sorge la cascina Villa Pineta, meglio definita dal nome dell’azienda “Ambrogio New Garden”. Il nome “Pineta” deriva dalla verde oasi di piante che la circondano, poiché i sei piò di terra sono destinati alla floricoltura e alla vivaistica. Ci troviamo sulla sponda orientale della seriola Molone, in una zona che un tempo sicuramente era occupata da un avallamento paludoso. Nei secoli scorsi vi furono compiute opere di arginatura, durante le quali fu rinvenuto un reperto archeologico, forse proveniente da costruzione palafitticola. Il signor Giovanni Ambrogio di Offlaga vi si trasferì nel 1968 e diede inizio a importanti lavori di livellamento e di bonifica del terreno; costruì la villa di abitazione, capannoni per magazzini e serre con relativi impianti automatizzati. L’azienda, oltre che dedicarsi alla vivaistica e alla floricoltura, dal 1978 iniziò la coltivazione in serra di piante officinali. L’idea venne al proprietario dopo aver ricevuto in dono una rara pianta dell’Estremo Oriente dotata di proprietà curative, la Gimnostemma pentafolium. In seguito inserì anche la produzione di estratti di Passiflora incarnata, Leonorus cardiaca e Kiwi. Da 5,5 chili di kiwi fresco, per esempio, dopo la percolazione si ottiene un chilo di estratto fluido cui è stato dato il


Cascina Torchio Mirabella o Molino Mirabella. L’estensione del fondo era di 224,06 pertiche (circa 69 piò) di terra a coltura, comprese 12 pertiche di prato con filari di vite, il suo valore proveniva dalla rendita di 400 lire austriache del molino da grano.

nome di “kiwi-ci” poiché la componente fondamentale è la vitamina C. Recentemente sono state introdotte altre piante orientali, tra cui la “Gyn-Pent” che è stata acclimatata alle nostre latitudini e venduta essiccata come tè vegetale dalle molteplici virtù medicamentose. Maggio 2000: vi abitano due famiglie composte di 8 persone.

Torchio Mirabella (già Molino Mirabella) Il fronte principale dell’edificio è situato sulla sponda sinistra della roggia Molina sulla provinciale Leno-Manerbio, a circa due chilometri dal paese. Da questa strada si accede al caseggiato da ponente mediante un ponte sulla Molina; un altro ponte sopra la stessa roggia è in corrispondenza dell’androne di mezzo del caseggiato, con apertura carraia e soglia di pietra chiusa da due ante; sottostanti vi sono le bocche della cascata per le ruote motrici. 202

Questo androne è stato trasformato in bella sala rustica pur conservando l’aspetto originale. In un locale era installata la macina da grano la cui struttura essenziale era composta da due palmenti sovrapposti; in altro locale esisteva la “pista” per la brillatura del riso e il torchio da olio di linosa (semi di lino). L’immobile era dotato anche di abitazioni e rustici. Nel 1548 la gestione del molino era affidata ai mugnai Pietro e Vincenzo Quaranta e Stephen da Gerola. Nel 1641 la proprietà era unita alla cascina Mirabella e apparteneva a Battista e Paolo


quondam Federico Martinengo, mentre nel catasto austriaco del 1852 l’edificio con relativi impianti e terreni erano proprietà dei fratelli Antonio, Carlo e Michele Dossi, figli del fu Alessandro. L’estensione del fondo era di 224,06 pertiche (circa 69 piò) di terra a coltura, comprese 12 pertiche di prato con filari di vite, il suo valore proveniva dalla rendita di 400 lire austriache del molino da grano. I quattro appezzamenti di terra furono acquistati dai Crosti e Borsa e da Luigi Fieschi. Dal 1887 furono proprietà indivisa degli eredi del fu Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi vedova Bozano. L’immobile in quell’anno faceva parte della cascina Zappaglia (v.). Nel 1917 Maria Gandolfi lo concesse in affitto al signor Andrea Fiori, il quale con licenza della locatrice lo subaffittò al signor Angelo Ari del fu Domenico. Uniti alla casa d’abitazione, ai rustici, al molino da grano, erano tre appezzamenti di 17 piò e 75 tavole con piantagioni, frutti diversi e 251 gambi di viti fruttifere americane a spalliera. La superficie catastale delle due aziende unite assommava a 102,98 piò così suddivisa: cascina Zappaglia piò 56 e 81 tavole, la parte riservata al Fiori piò 28,42, al molino piò 17,75. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 2 nuclei familiari per un totale di 10 persone: Faustino Morandi, mugnaio, di Orzinuovi (7), Alberto Alberti, mugnaio (3). - Nel 1909 vi abitava un solo

nucleo familiare con 10 persone: affittuale Angelo Ari fu Domenico, possidente. Non si hanno altre notizie fino al nuovo conduttore dell’azienda e del molino, il signor Pellini. Nel 1947 era passato ai fratelli Boninsegna, provenienti da Corticelle Pieve, che abitavano prima alla cascina Mirabella, utilizzando per la macinatura dei cereali il nuovo molino a cilindri. Nel 1949 i fratelli Boninsegna divennero proprietari dell’immobile acquistandolo dai signori Bozano di Genova. Quando cessarono l’attività, vendettero i 18 piò di terra al signor Fortunato Della Torre di Bagnolo Mella. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 4 nuclei familiari con 16 persone. Maggio 2000: le famiglie sono 4, composte da 13 persone.

Zappaglia (dial. Tartaiò) Il caseggiato colonico ha il suo ingresso da strada propria che si dirama dalla provinciale LenoManerbio mediante ponte sulla roggia Molina. È posto a circa due chilometri e mezzo dal paese e a metri 63,2 s.l.m. L’ingresso al fabbricato avveniva tramite il portone che metteva al portico principale diviso in cinque campate aperte a mezzodì, l’aia in battuto di cemento. L’altro portico a sei campate, vi era una piccola scuderia, stalle con fienili, stanze di abitazione con granai superiori, suoli di cotto e soffitti di travetti. Zappaglia è cognome di famiglia, mentre il dialettale Tartaiò 203

è soprannome abbinato alla famiglia Zappaglia. La tradizione popolare conserva la memoria di una persona così chiamata, citata anche in atti notarili fin dal 1583. In un documento steso da Albino Albini nel 1608, 19 febbraio, si legge: “seguito il matrimonio tra Marziale Prandi e Giulia del fu Pietro Molinari, Francesco Zappaglia detto Tartaglia di lei zio, assegna alla stessa a titolo di dote la somma di lire planette 200 oltre L. 182”. Nell’estimo del 1641 troviamo un Carlo del fu Panfilo Zappaglia detto Tartaglia, proprietario terriero1. Nel catasto napoleonico (1819) le Madri Dimesse Orsoline vi possedevano un fienile e alcuni terreni, mentre nel catasto austriaco (1852) la proprietà, consistente in due case coloniche e campi, era passata alla signora Anna Maria Zanardelli, figlia del fu Bartolomeo vedova Laffranchi, che aveva proprietà pure a San Nazaro. Il signor Giacomo Bozano di Genova prosegue ad accumulare terra acquistando da varie ditte: dai soci Mussio e Pavesi parte dello stabile Zappaglia composto di due case coloniche unite a 22 appezzamenti di terra quasi interamente a seminativo e vite. Altri 10 appezzamenti li acquistò dai Crosti e Borsa, 4 da Luigi Fieschi e 11 pertiche dai Dander. La superficie complessiva assommava a 346,37 pertiche (106 piò). Nel 1887 anche questa azienda passò in proprietà indivisa agli eredi del fu Giacomo e alla signora Maria Gandolfi vedova Bozano. Nel 1917 gli immobili costi-


Cascina Zappaglia. L’utilizzazione prevalente dei terreni è a mais, prato stabile e soia. L’irrigazione avviene grazie alle acque della roggia Molina. La stalla moderna con terreno cintato serve per l’addestramento di cavalli.

cappuccina con corredo. I materiali sono conservati presso il Museo di Leno.

tuenti lo stabile erano uniti agli edifici Molino-Torchio di Mirabella, di proprietà della signora Maria Gandolfi vedova Bozano, concessi in affitto al signor Andrea Fiori fu Carlo. Questi era autorizzato dalla locatrice a subaffittare parte degli immobili ai fratelli Domenico e Antonio Ari fu Lorenzo e il molino al signor Angelo Ari fu Domenico. La cascina era circondata da campi con varia destinazione: seminativo irriguo, prato stabile irriguo e aratorio, cotica di ladino, frumento e granoturco. Un appezzamento sito a monte della cascina era riservato ad orto irriguo con varie piante da frutto, mentre nel brolo le viti erano quasi completamente deperite per vetustà. In ogni appezzamento di terreno erano allevate anche piantagioni tipiche della nostra zona: gelsi “d’asta” innestati, gelsi selvatici a siepe, piante dolci “da scalvo e da cima, da palo, stanga e frusca”, noci da cima, ontani, ecc. Riassumendo, gli immobili con terreni in subaffitto ai signori Ari erano pari a una superficie di piò 56,81; la

parte riservata al signor Fiori era di piò 28,42. Seguirono altri affittuali di cui non conosciamo i nomi, fino ai signori Angelo e Giuseppe Baronio che lo furono fino al 1966, anno in cui la proprietà era già intestata al nobile Casimiro Ruffo di Genova; questi vendette poi l’azienda ai signori Bianchi. Attualmente (maggio 2000) lo stabile con 70 piò di terra appartiene alla signora Maddalena Bianchi e ai figli Tito e Ottorino Maianti. L’utilizzazione prevalente dei terreni è a mais, prato stabile e soia. L’irrigazione avviene grazie alle acque della roggia Molina. La stalla moderna con terreno cintato serve per l’addestramento di cavalli. Cronaca Lungo la strada vicinale della Zappaglia, in località imprecisata (propr. Losio), durante lavori di estrazione di ghiaia furono rinvenuti resti di una necropoli altomedievale. Si tratta di quattro sepolture ad inumazione alla 204

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano due nuclei familiari composti da 11 persone: Antonio Cherubini (4), Giovanni e Francesco Cherubini (7). - Nel 1900 vi abitava un solo nucleo familiare (Cherubini) con 12 persone. - Nel 1909 vi abitavano due nuclei familiari con 16 persone (fratelli Angelo e Battista Ari, possidenti e fittabili)2. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina non era abitata. Maggio 2000: vi abita una famiglia di 2 persone.

Agostino quondam Antonio Zappaglia teneva casa di abitazione in paese, contrada del Cocco (attuale Via Ermengarda). Anche l’altare dei Santi Francesco e Carlo nella chiesa di San Pietro dal 1634 era di patronato di questa famiglia. 2 I fratelli Ari offrirono la statua lignea di San Giovanni Battista posta in una nicchia della parrocchiale. 1


Cascina Mirabella. Il complesso originariamente comprendeva numerosi fabbricati realizzati in epoche diverse dal XIV al XV secolo: la casa padronale, di un certo pregio architettonico, con decorazioni e affreschi, la casa del massaro, le abitazioni dei salariati, stalle, fienili, porcili e pollai, alti porticati; murature in pietra e mattoni di buona fattura.

Mirabella

(dial. Mirabelò) È una delle più belle cascine lenesi, è situata appena fuori dal paese a lato della provinciale Leno-Manerbio, a metri 66,6 s.l.m. Secondo un’interpretazione la cascina “prese il nome dai conti Langosco di Mirabello, specialmente dal conte Gherardo Palatino di Mirabello, emigrato piacentino al tempo dei Visconti”1. Un Ottobono conte di Langosco di Mirabello, sostenuto dai veneziani, si fece dichiarare abate di Leno l’anno 1402. L’Olivieri scrive a sua volta a proposito del toponimo Mirabella: “Nome di vari cascinali posti generalmente su di un’altura… è da intendere un composto verbale mira-bello, luogo donde si ha un bel vedere”. Questa seconda ipotesi non sembra però suffragata nel nostro caso dalla posizione della cascina. Il complesso originariamente comprendeva numerosi fabbricati realizzati in epoche diverse dal XIV al XV secolo: la casa padronale, di un certo pregio architettonico, con decorazioni e af-

freschi, la casa del massaro, le abitazioni dei salariati, stalle, fienili, porcili e pollai, alti porticati; murature in pietra e mattoni di buona fattura. Chi ha effettuato un precedente sopralluogo scriveva: “La cascina si trova in stato di totale abbandono, con parti già crollate ed altre in stato di avanzato degrado. Nel corso degli anni poi, all’originale struttura furono aggiunte successive trasformazioni avvenute quando il cambiamento di cultura e l’introduzione della meccanizzazione hanno indotto ad abbandonare strutture edilizie divenute esuberanti. Crolli recenti purtroppo hanno fatto il resto”2. Dati storici Alla casa padronale era unita una chiesa dedicata a San Bernardo (v. capitolo Chiese campestri); essendo stata sottoposta alle visite pastorali del vescovo di Brescia o di suoi delegati, sono rimasti documentati i nomi di alcuni proprietari del complesso aziendale. Nel 1566 era degli eredi di 205

Leonardo Capirola; nel 1580 degli eredi di casa Martinengo3 (da ricordare che i loro beni erano quasi tutti esenti da imposte, salvo il palazzo in città e la cascina Mirabella con i suoi 260 piò di terra). Nel 1610 nel catastico Da Lezze la proprietà era di Battista Martinengo. Nell’estimo del 1641 era di Battista e Paolo Martinengo, figli del fu Paolo. In quell’anno gli immobili consistevano in “un alogiamento per loro uso, case con cortivo, casa per uso massaro e la chiesa ove si celebra la messa”. I fondi annessi misuravano 353 piò e 25 tavole. Anche i Capirola (Ippolito e il reverendo don Alberto, figli di Giovanni BAttista) vi possedevano però ancora un casamento con 22 piò e 75 tavole di terra. Dal 1663 al 1727 furono proprietari i nobili eredi di Paolo Martinengo, e dal 1782 in poi i beni furono dei Martinengo delle Palle. Nel 1806 vi abitavano ben centocinquanta persone. Nel catasto napoleonico (1819) sono indicati i nomi di Venceslao e Federico Martinen-


Il territorio bresciano disegnato da Egnazio Danti. Sec. XVI (Musei Vaticani. Galleria delle Carte Geografiche. Arch. fotogr. N. XXXII.136.32/B part.).

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go quondam Alessandro, mentre nel catasto austriaco la proprietà era dei fratelli Dossi (Antonio, Carlo e Michele del fu Alessandro). Alla morte dei Dossi il tenimento passò in eredità al Legnazzi. La Mirabella faceva parte di una vasta zona ancora semipaludosa da prosciugare e bonificare, mentre a valle vi era un’ampia superficie in parte già bonificata ed in parte asciutta e assai scarsa di acqua di irrigazione. Trasferitosi il Legnazzi a Firenze, vendette la proprietà ai soci Crosti e Borsa, i quali intervennero con vaste opere di bonifica agraria. Essi furono i primi ad installare a Leno una pompa tubolare per ottenere acqua potabile. Nel 1887 questo stabile era formato da venti appezzamenti di terreno, dodici dei quali furono acquistati dai Crosti e Borsa, i rimanenti dai Dander. Le qualità dei fondi secondo il catasto erano: aratorio, adacquatorio, 40 pertiche di aratorio con vite, 4 di bosco ceduo dolce. Unito alla Mirabella, sulla strada per il Cereto esisteva un altro stabile, detto il “Fenil nuovo di Mirabella”, demolito in epoca imprecisata, mentre gli appezzamenti costituenti questa proprietà furono verosimilmente uniti alla Mirabella. Anche questo fondo nel catasto del 1887 aveva terre ad aratorio irriguo, di prato, bosco ceduo dolce e orto. Tredici appezzamenti furono acquistati dai Crosti e Borsa, altri due dai Dander. L’estensione complessiva del fondo era di 419,87 pertiche (128 piò). I seguenti stabili: Feniletto Bozano, Fenile Rampini, Zappa-

Alessandro Legnazzi Nacque a Brescia il 5 ottobre 1832 da Pietro e da Giulia Dossi. Finite le scuole secondarie in città, passò all’Università di Padova, poi a Innsbruck, dove si laureò e nel 1859 prese l’abilitazione all’avvocatura. Fu nominato più volte consigliere e sindaco a Leno e Porzano e fu eletto deputato al Parlamento nel collegio di Leno. Dopo aver rinunciato alle cariche comunali e parlamentari, vendette ogni proprietà e si stabilì definitivamente a Firenze. Morì il 15 marzo 1904. Il Legnazzi ereditò dai Dossi molti beni, compreso il molino da grano sito in Via Viganovo-Costa, edificato dal Comune nel 1546 e chiamato “Molino Nuovo”. Il 30 aprile 1837 il Comune lo vendette ai Dossi, come risulta dal catasto austriaco dove i fratelli Antonio, Carlo e Michele Dossi, figli del fu Alessandro, sono intestatari e livellari del Comune. Dal 1880, forse anche prima, il molino era gestito dalla famiglia di Giovanni Dagani, mugnaio, originario di Orzinuovi, il quale sposò Maria Maestri di Milzanello. La famiglia, composta di 8 persone, nel 1900 passò a 14 unità.

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glia, Torchio Mirabella, Mirabella, Pinarda formavano un perticato complessivo di 2.076,90 di terre a coltura (piò 639), per una rendita valutata in 8.554,98 lire austriache. Tutti questi fondi divennero nel 1887 proprietà indivisa degli eredi fu Giacomo Bozano e della vedova Maria Gandolfi Bozano di Genova4. Nel 19555 la signora Lucia Arnoldi Tosoni di Orzinuovi, insieme ad altre persone, acquistò il tenimento che prese il nome di “Società Tenuta Mirabella” e ne rimase proprietaria fino al 1962. Presso questa azienda furono affittuali-conduttori i signori: Aristide Casali, la famiglia Noci, la famiglia Vezzini, i fratelli Maianti dal 1962 al 1988, seguiti dai fratelli Bianchi che vi abitarono fino al 1988 pur conducendo l’azienda fino al 1993. Attuale proprietaria è la signora Ermanna Cerri Bedolini di Treviglio, che ha ceduto in affitto i 315 piò di terra ai signori Sozzi di Verolanuova. Dal 1988, con la partenza dell’ultima famiglia Bianchi Luigi, il silenzio è caduto definitivamente sui ruderi della Mirabella. Cronaca Nel 1920 durante le gravi agitazioni contadine, anche la Mirabella fu occupata, così come avvenne per il Pluda, l’Olmo e le Colombaie. Durante la “battaglia del grano”, l’affittuale Andrea Fiori della Mirabella ricevette la medaglia d’oro per la produzione di frumento nel concorso provinciale indetto dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, unico agricoltore meritevole nell’anna-


Cascina Mirabella. Interno. Dal 1988, con la partenza dell’ultima famiglia Bianchi Luigi, il silenzio è caduto definitivamente sui ruderi della Mirabella. Alla Mirabella a inizio ‘900 vivevano oltre quaranta famiglie per un totale di quasi 300 persone; attualmente la cascina è disabitata.

ta 1929-30. L’anno precedente aveva vinto 500 lire di premio con una produzione controllata di 45 quintali per ettaro su un’estensione coltivata di frumento di 37 ettari. Dal 1945 anche a Mirabella ebbero inizio le lezioni per gli scolari delle elementari con la presenza di 31 bambini. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 abitavano alla Mirabella 17 nuclei familiari composti complessivamente da 74 persone: Teresa Ricordi vedova del fu Antonio Ceresa, originaria di Peschiera Borromeo (Milano),

con tre figli, qui residente con Achille Ceresa (questi fu consigliere comunale dal 1900 in poi) (3); Pasquale Ricordi di Lodi, fattore (3); Giuseppe Manenti (6); Antonio Piazzola, vedovo, solo; Piazzola (2), Antonio Sigurtà (8), Pancrazio Bosio (7), Giuseppe Sassi (6), Bortolo Belardi (4), Giovanni Viola (5), Pietro Turla (4) Giovanni Migliorati (5), Paolo Lombardi e figlia Maria, Angelo Cabrini (3), Angelo Treccani vedovo solo, Francesco Treccani (10). - Nel 1900 i nuclei familiari erano 44 con una popolazione residente di 342 persone così distribuite: Ceresa, affittuale (6), 208

Losio (15), Ricardi (2), Manenti (15), Sigurtà (13), Tinelli (4), Sassi (4), Ceresa (8), Caprino (4), Marinoni (7), Gatti (5), Lombardi (2), Baronio (10), Gazzardi (10), Roffi (7), Turla (5), Milanesi (6), Balcerini (2), Pedrini (9), Lodigiani (2), Schiavi (12), Piazzoli (3), Minelli (10), Rietti (6), Treccani (19), Bertoli (3), Arrigoni (6), Manenti (5), Luca (7), Manenti (7), Berardi (7), Fossa (10), Romano (6), Poli (4), Zenucchini (9) Ambrosini (2) Pigoli (16), Viola (5), Rosa (9), Migliorati (6), Bugatti (7), Guerreschi (11), Morandi (9), Mangeri (22). - Nel 1909 i nuclei familiari


Il tempo si è fermato! Questi muri e questo focolare hanno visto generazioni di persone, nascere, vivere, lavorare, morire.

Enciclopedia Bresciana, X, p. 178. Giornale di Brescia, aprile 1994; Giornale di Brescia, 19 luglio 1992; Bresciaoggi, 23 marzo 1994. 3 “Tutti i rami di questo illustre casato, che fu potentissimo in Brescia per oltre cinque secoli, derivano da un unico remoto ceppo feudale il quale aveva già, intorno al Mille, vastissimi possessi e netta preminenza in tutta la pianura lungo il corso dell’Oglio. Fregiati ab immemorabili del titolo di Conte, furono ascritti al patriziato bresciano, gareggiando fra loro, per orgoglio e per fasto, come per estensione di feudi e di possessi, i Martinengo da Barco, i Martinengo Cesaresco (de’ Camilli, Novarino e Silla), i Martinengo Colleoni, i Martinengo Palatino (e Villagana), i Martinengo delle Palle, alcuni dei quali, come i Martinengo da Barco e quelli delle Palle, furono poi ammessi al patriziato veneto”. Lo stemma originario di tutta la casata era “D’oro all’aquila spiegata, di rosso, che, per i Martinengo da Barco, portò sul petto uno scudetto d’azzurro col Leone di San Marco ‘in moleca’, e per i Villagana fu inquartato d’Este e di Francia, mentre per i Martinengo Colleoni inquartavano: ‘Nel primo di Martinengo antico; nel secondo d’azzurro ai gigli d’oro ordinati in fascia tre, quattro e tre; nel terzo e quarto dei Colleoni’ (moderno e antico)”. A.A. Monti della Corte, Le famiglie del Patriziato bresciano, Brescia 1960, pp. 51-52. 4 Alcuni componenti della famiglia Bozano (prof. Lorenzo e Maria) furono benefattori testamentari dell’Asilo Infantile di Leno; lo furono inoltre il ragionier Baroschi, cremonese, agente e amministratore di casa Bozano, e il signor Aristide Casali e la moglie in memoria del figlio Daniele, ferito a morte da un colpo di fucile da caccia. 5 Informazioni orali. 1 2

erano 16, quasi tutti immigrati, per un totale di 107 persone: Giovanni Pigoli, affittuale, originario di Sesto, il fratello Gaspare di Pieve del Mona (Gaspare fu assessore effetivo nella Giunta a partire dal 1908), il figlio Cornelio, nato a Cà de Stefani, veterinario (12 persone); Angelo Migliorati (2), Domenico Treccani, fattore (5), Vincenzo Gorini (2), Angelo Damiani (7), Attilio Migliorati (10), Pietro Bresciani (6), Luigi Muglioli (6), Feroldi e Zani (5), Pietro Pinelli (7), Angelo Migliorati (3), Mantelli e Damiani (7), Battista Losio (6), Francesco Bellini (8), Antonio Lorandi (7), fratelli Bo-

dini (13). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: alla Mirabella abitava la sola famiglia del conduttore Luigi Bianchi composta di 5 persone.

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Cascina Mirabella.

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Cascina Rampino. Sfogliatura a mano delle pannocchie. Fanno ora parte dell’immobile 9 piò di terreno coltivato a erba medica, dove si progetta di realizzare un parco naturale.

agricoli e casalinghi, esposti sia all’interno delle sale che all’esterno sotto il porticato. Fanno ora parte dell’immobile 9 piò di terreno coltivato a erba medica, dove si progetta di realizzare un parco naturale.

Rampino (dial. Rampì) Si raggiunge dalla provinciale Leno-Manerbio entrando sulla destra nella consorziale Fenile Nuovo-Mirabella, oppure percorrendo la statale 668 (“Lenese”). La cascina, che ospita ora un ristorante, è posta a metri 65 s.l.m. e dista da Leno 1,8 chilometri. Il nome storico è “Fenile Rampini”, probabilmente dal cognome di una famiglia lenese (Andrea Rampini) nominato nell’anagrafe parrocchiale. Nel catasto del 1852 la casa colonica con fondo annesso era proprietà dei fratelli Antonio, Carlo e Michele Dossi del fu Alessandro; alcuni appezzamenti erano di Bartolomeo Ghidotti. La proprietà con nove appezzamenti pervenne poi in proprietà indivisa agli eredi del fu

Giacomo Bozano e alla signora Maria Gandolfi vedova Bozano di Genova. In seguito la casa colonica con orto e cinque campi aratori adacquatori furono acquistati dai Crosti e Borsa, altri tre dai soci Mussio e Pavesi e un tratto di “ripa dolce” passò al Legnazzi. Secondo il catasto del 1887 il tenimento misurava complessivamente 135,96 pertiche metriche (42 piò bresciani). Il nome dell’attuale ristorante (“I Sabidi”) non ha invece alcuna origine antica ed è di pura fantasia, inventato dal figlio del ristoratore quand’era bambino. Il vecchio cascinale fu acquistato dal signor Luigi Preti il 31 dicembre 1991. L’edificio fu completamente ristrutturato con appassionata fatica dal signor Riello, che è anche un cultore di civiltà contadina ed ha arredato la locanda con un gran numero di attrezzi e accessori 211

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 era abitata da 2 nuclei familiari con 5 persone: Carlo Pinzi (2) e Zenucchini (3). - Nel 1900 vi risiedevano 3 nuclei familiari con 15 persone: Rivaroli (7), Nicoli (4), Arcari (4). Nel 1909 erano residenti 2 nuclei familiari con 11 persone: Giovanni Smussi (4), Carlo Brunetti (7). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi era residente una sola persona. Febbraio 2000: vi risiedono 3 nuclei familiari rispettivamente di due, tre e quattro persone.

Feniletto Bozano (dial. Finilét)

Superata la cascina Mirabella, si prosegue in direzione occidentale; un ponte sulla destra ci permette di entrare nella strada poderale delle Colombere e a circa cento metri a sud della “Lenese” ci si trova al Feniletto detto anche Finiletto, posto a metri 62,9 s.l.m. La realizzazione della superstrada recò grave disagio a questa e ad altre cascine limitrofe alla nuova arteria. Il nome “Feniletto”, di chiaro significato, è molto diffuso nel Bresciano e in Lombardia; in genere è seguito dal nome del proprietario. Nel catasto austriaco (1852) si identifica con il Fenile


Nuovo al confine meridionale del territorio dell’ex comune di Porzano. Nel 1853 la cascina era proprietà degli eredi Antonio, Carlo e Michele Dossi, figli del fu Alessandro. Nel 1887 era già proprietà indivisa degli eredi di Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi vedova Bozano. La casa colonica e i diciassette appezzamenti di terreno aratorio, adacquatorio, prativo e trenta pertiche di terreno incolto e palude da strame, furono poi acquistati dai soci Crosti e Borsa; altro appezzamento di 14,76 pertiche (4,6 piò) fu comperato dai signori Mussio e Pavesi. L’estensione complessiva del fondo era di 467,26 pertiche (144 piò), per una rendita di 1.758,07 lire. Dopo una interruzione di documentazione di ottant’anni, nel 1966 il signor Giuseppe Tomasoni vendette la cascina al signor Antonio Bergamini. Nel 1972 un incendio per autocombustione del fieno recò gravi danni anche alle strutture, rendendo inagibili stalla e fienile, che furono in seguito restaurati e sono ora adibiti a magazzino per macchine agricole. La zootecnia è l’indirizzo scelto dai proprietari; le vacche da latte sono alloggiate in tre stalle moderne contrapposte all’aperto, attrezzate con impianti di alimentazione e di mungitura. I 28 piò di terra (20 uniti alla cascina e 8 esterni) sono coltivati a mais e loietto; l’irrigazione si effettua con l’acqua del cavo Lussignolo. Si allevano anche animali da cortile per il consumo familiare.

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1900 vi abitavano 12 nuclei familiari composti da 56 persone: Moschetti (8), Montini (5), Traversi (2), Piovani (3), Fenocchio (5), Zanolini (4), Marinoni (4), Zanolini (5), Tinelli (6), Ferazzi (4), Bosio (7), Carrara (3). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 3 nuclei familiari con 11 persone. Gennaio 2000: 3 nuclei familiari con 12 persone abitano in tre villette di recente costruzione.

Aquila (dial. Aquilò) La bella cascina si trova a circa tre chilometri dal paese in direzione di ponente sulla strada provinciale Leno-Manerbio; è posta a metri 66,5 s.l.m. Quanto all’etimologia del nome, alcuni ritengono che derivi da un uccello rapace inchiodato sul portone, altri dallo stemma dei Martinengo, già proprietari dei confinanti tenimenti Mirabella e Chizzole. Il circostante territorio è tutelato poiché nel 1987 furono raccolti in superficie reperti archeologici di epoca incerta (materiali ceramici e litici e una moneta), conservati presso il museo storico archeologico di Manerbio. L’Aquila è un notevole complesso edilizio la cui tipologia planimetrica è a corte chiusa, con ingresso carraio a ponente e a volta sul lato di mattina, che immette nel corpo di fabbrica a fronte nord; questo è costituito da vecchie stalle con fienili superiori e 212

dal bel porticato aperto a mezzogiorno con pilastri in cotto, uniti da otto grandi arcate pure in cotto a vista con cornice. Un altro portico continua verso sera con abitazioni totalmente ristrutturate. Corpi minori sono adibiti a rustici e rimesse. Le nuove moderne stalle a stabulazione all’aperto con zone di riposo per l’allevamento di bovine da latte sono poste a nord della vecchia cascina. Dal catasto austriaco si rileva il nome del proprietario: il nobile Francesco Salvadego1 quondam Pietro. L’estensione del fondo era di 536,27 pertiche metriche (164 piò) con rendita di 2.334 lire austriache. Erano affittuali Dionigi Venturelli e Gaspare Minelli. Quest’ultimo ne conduceva 78 piò, pagando un affitto annuo di 1.092 lire. Con atto del notaio Giuseppe Arici del 7 ottobre 1930 i signori Francesco Valsecchi e Antonia Migliorati vedova Valsecchi affittarono al signor Giulio Spinelli (1884-1967) gli immobili componenti lo stabile Aquila. La locazione venne convenuta della durata di sei anni che ebbero inizio con l’11 novembre 1930 e termine col 10 novembre 1936. I terreni componenti il fondo furono descritti in 23 appezzamenti della complessiva superficie di 55,20 ettari, pari a 169,60 piò; la rendita era stimata in 8.010,10 lire. Di ogni appezzamento venne indicato il tipo di terreno agricolo, la destinazione colturale ed i dati dei mappali con le relative coerenze. Le destinazioni prevalenti erano: seminativa, arborea o arborata irri-


Cascina Aquila lato est. L’azienda ha meritato il riconoscimento della rivista olandese Holstein International, il mensile di maggior prestigio degli allevatori di vacche frisone. La cascina è circondata da 150 piò di terreno coltivati a mais e loietto, la cui irrigazione si effettua con le acque dei vasi Catilina e Usignolo.

gua, a vuoto di frumento o di granoturco, a cotica di erba medica pascolata, di cotica di ladino, a prato marcitorio, ecc. Oltre ai numeri di mappa sono riportati i toponimi di ogni appezzamento (servivano quale riferimento pratico per l’affittuale, per il fattore e i dipendenti). Alcuni di questi erano: Prato di casa, Prato grande, Monastero, Lusignolo, Merlo, Pianello, Breda Bassa, Barchesino, Duomo, Fasolina, Risarolo, ecc. Secondo il contratto le semine del frumento e dei novelli di prato da vicenda furono eseguiti per intero dal signor Spinelli, che dovette provvedere anche alle “doti” dello stabile e cioè fieni, paletti, mangimi e letami comperati dal precedente affittuale, il signor Francesco Arenghi, doti che restavano di sua esclusiva proprietà. Nel contratto vennero descritte anche le piantagioni classifi-

candole per quantità e qualità: dolci e forti, da cima, da scalvo, ontani da cime, robinie, ceppaie varie, frutti diversi. Notevole importanza avevano le colture arboree come le viti e i gelsi; le prime erano definite “fruttifere adulte” e se ne contavano 525; i gelsi, la cui foglia era utilizzata per l’allevamento del baco da seta assai diffuso specie nelle cascine, erano distinti in selvatici e innestati ed erano in numero di 2.473. I caseggiati e i manufatti di campagna, descritti in modo assai dettagliato, furono classificati a secondo dello stato (buono o cattivo), elencando la qualità e quantità degli oggetti contenuti in ogni locale. Le abitazioni erano composte di cucina, camera, granaio, portici, fabbricati rustici; questi ultimi a loro volta erano distinti in stalle dei cavalli, delle vacche, dei buoi; fienili, concimaie, porcili, pollai e un lo213

cale con fornello per il bucato2. L’azienda fu condotta ininterrottamente a partire dal 1929 dagli Spinelli: dal nonno Giulio, ai nipoti Gianandrea, Giuliano, Alessandro con i figli Alberto, prematuramente scomparso, e Germano. Nel 1992 acquistarono lo stabile dal professor Valsecchi di Manerbio. L’attuale ragione sociale è “Azienda agraria Spinelli Fratelli”. La cascina è circondata da 150 piò di terreno coltivati a mais e loietto, la cui irrigazione si effettua con le acque dei vasi Catilina e Usignolo. Dal 1978 all’Aquila sono state introdotte nuove tecniche di conduzione e nuove importanti innovazioni nel settore zootecnico. L’attento lavoro e i forti investimenti sulla qualità dell’alimentazione e sulla pulizia degli ambienti hanno consentito all’azienda di imporsi come leader nella produzione del latte di alta qualità (con meno grasso e più proteine) e di animali con un patrimonio genetico di valore. Dopo oltre vent’anni di avanzate tecniche di selezione, escono dall’azienda i migliori riproduttori e il nome dell’allevamento è noto a livello internazionale. L’azienda ha meritato il riconoscimento della rivista olandese Holstein International, il mensile di maggior prestigio degli allevatori di vacche frisone. Nel 1994 un gruppo di cinquanta allevatori provenienti dal Connecticut (Usa) ha visitato l’allevamento; in altra circostanza ha ospitato trecento allevatori bresciani per un incontro organizzato dall’Apa.


Immagine di Sant’Antonio abate di autore ignoto. I fratelli Spinelli ricordano che il lavoro di restauro del dipinto fu affidato in tempi diversi ai pittori Bertoni e Bonardi Duilio di Leno.

uno Zoppini e i coniugi Zucca. - Nel 1909 erano presenti 6 nuclei familiari con 44 persone: Albino Alquati, affittuale (7), fratelli Piva (12), Vigilio e Giovanni Lampugnani (13), Giovanni Raggi “adacquarolo” (2), famiglie Bertolotti (10). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: presenti 4 nuclei familiari con 12 persone. Giugno 2000: sono presenti 4 famiglie di 12 persone.

Cronaca Nel 1962 il commendator Francesco Valsecchi e la signora Caterina Berenzi donarono alla chiesa parrocchiale di Manerbio la muta di sei candelabri, le sculture, la portella del tabernacolo ed il monumentale Crocifisso, opere in bronzo dello scultore mantovano Giuseppe Menozzi. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 vi abitavano 4 nuclei familiari composti di 20 persone: Vincenzo Morandi (7), Giuseppe Piacenza (6), Battista Morandi (2), Pietro Ziletti (5). - Nel 1900 erano presenti 11 nuclei familiari quasi tutti molto numerosi con un totale di 98 persone: Pietta (12), Sanca (9), fratelli Lorenzi (20), Dancelli (5), Manenti (4), Resconi (7), Vescovi (7), Antonini (7), Ziletti (10), altre due famiglie Manenti (14), e infine un certo Arrigoni,

Salvadego: “antica famiglia originaria di Rovigo […] si stabilì a Brescia attorno alla metà del secolo XIX, in seguito ad un’ingente eredità divisa con i nobili Panciera di Zoppola, avuta dal conte Girolamo Silvio Martinengo, il quale era ricchissimo e il maggior censito tra i nobili di Terraferma della Serenissima Repubblica”. Enciclopedia Bresciana, XVI, p. 110. 2 Dall’Atto di consegna compilato dallo Studio tecnico dell’ing. Giovanni Capitanio di Brescia in data 18 giugno 1931 composto di 69 pagine dattiloscritte con allegata la mappa dello stabile. Per gentile concessione dei signori Spinelli. 1

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Chizzole

(dial. Chesölé) Con le Chizzole si conclude questo itinerario. La cascina è situata a circa quattro chilometri dal centro abitato, a 65,6 metri s.l.m. e al confine con il territorio del comune di Manerbio. Il nome deriva molto probabilmente dal cognome di una nobile famiglia bresciana, i Chizzola1. Nel 1534 i fratelli Giovan Battista e Angiolino Capirola, cittadini di Brescia, possedevano qui “terre arative et vitate” di piò 30 e “casamento per massaro”. Nel 1570 Giacomo Chizzola era tutore del minore Antonio Maria Uggeri del fu Antonio Maria. Nell’estimo del 1641 i fratelli Geronimo, Attilio e Ottavio Lodi, del fu Giuseppe, oltre alla casa con aia e orto sita in Castello di Leno, possedevano casamento con aia e orto per massari con stalle e terreni in questa contrada per una superficie totale di piò 308,21. Sono inoltre elencate altre case con giardino site in Castello e un casamento da massaro in contrada detta La Chizzola con 146 piò bresciani di terra appartenenti alla signora Francesca Martinengo del fu Marcantonio. La consistenza di questa proprietà, di ben 454 piò, potrebbe comprendere in parte anche terreni confinanti come quelli di Mirabella e dell’Aquila. Dal catasto austriaco si ricava l’estensione del fondo di 171,66 pertiche metriche (53 piò) con una rendita di 976,71 lire austriache. Ne era proprietario Giuseppe Lodi fu Ottavio; que-


Cascina Chizzole. La superficie produttiva è coltivata a mais e loietto (prato stabile) ed è irrigata dalle acque dell’Uggera e del Lusignolo. La cascina è dotata di un moderno allevamento di bovine da latte, con stabulazione all’aperto e impianto fisso di mungitura.

ri armati americani, in sosta per una mezza giornata per ricevere informazioni. Nel 1963, in una notte d’autunno, si spezzò una trave portante del porticato antistante l’abitazione; l’incidente fortunatamente non fece vittime essendo le persone a riposare.

sto stabile era già censito nel catasto napoleonico come proprietà della stessa famiglia. Dopo il suddetto catasto, non possediamo documenti se non la notizia che i fratelli Tinti acquistarono l’azienda dalla signora Giuliana Finadri di Pietraligure Già nel 1955 erano affittuali il signor Angelo Brunelli (proveniente da Quinzano) e il signor Giuseppe Ferrazzoli. Alla scomparsa di quest’ultimo, avvenuta nel 1979, subentrò il figlio Angelo che rimase fino al 1997. L’azienda era condotta da entrambe le famiglie: 50 piò dai Ferrazzoli, i rimanenti 40 dal signor Pietro Brunelli, figlio di Angelo. Il signor Brunelli è tuttora conduttore dello stabile coltivando gli 88 piò a mais e loietto; i terreni sono irrigati dai vasi Catilina e Lusignolo. Come prima il Ferrazzoli durante la sua affittanza, anche il Brunelli possiede un allevamento di bovine da latte in

stalla moderna con spazi all’aperto e relativo impianto fisso di mungitura. Per uso familiare si allevano animali da cortile. Sul lato nord si trova un altro corpo di fabbricato, edificato nel 1913, di proprietà del signor Paolo Tinti, avuto in eredità da Giuseppe Tinti nel 1979 con 40 piò di terreni, dei quali, attualmente, 15 sono utilizzati come cava. La superficie produttiva è coltivata a mais e loietto (prato stabile) ed è irrigata dalle acque dell’Uggera e del Lusignolo. La cascina è dotata di un moderno allevamento di bovine da latte, con stabulazione all’aperto e impianto fisso di mungitura.

Movimento demografico delle famiglie - Nel 1880 le Chizzole erano abitate da 4 nuclei familiari composti di 26 persone: Pietro Cherubini (12), Giovanni Bertolotti (6), Angelo Lupi (4) e il fratello Giuseppe, vedovo. - Nel 1900 erano presenti 7 nuclei familiari con 48 persone: Cherubini (15), Zambotti (2), Bertoletti (9), Crescini (4), Mantelli (3), Tabile (3), Bertoletti (13). - Nel 1909 erano presenti 5 nuclei familiari con 28 persone: Giuseppe Marini, possidente, fratelli Crescini (12), Pietro Mantelli (5), Giuseppe Merli (4), Augusto Ferrari (6). - Negli anni ’50 vi abitavano 4 famiglie: Salini, Vittorielli, Soresina, Finadri. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 4 nuclei familiari con 13 persone. Gennaio 2000: vi abitano due famiglie con 10 persone. 1

Cronaca Nel 1837 anche le Chizzole fecero parte di una zona infetta (probabilmente da afta epizootica): “animali bovini colpiti da malattia contagiosa”. Nel 1945 vi passarono due car215

A.A. Monti della Corte, Le famiglie, cit. p. 33. “Chizzola. Antichissimi nobili rurali, compresi nella Matricola Malatestiana del 1406, vantano capostipite un Maffeo de Chizolis “doctor et miles”, morto nel 1318, già Podestà di Genova e di altre città, e sepolto nel Chiostro di San Domenico di Brescia. Patrizi originari, erano nel Consiglio anteriormente alla “serrata” del 1488”.


Itinerario per Pavone del Mella

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LENO

Sudore

GO

EN OL TT GO

Lame Arciprete

Lame Locatelli PAVONE DEL MELLA

Ad un chilometro dall’abitato in direzione sud si forma il Bivio di Risparmio, il tronco di strada provinciale di sinistra collega i comuni di Gottolengo, Gambara, ecc., mentre quello di destra forma il nostro itinerario e prosegue per Pavone del Mella, Pralboino, ecc. Su questo tragitto si trovano le cascine di Sudore, Lame arciprete, Lame Locatelli.

216


Cascina Sudore. Particolare.

Cascina Sudore. Dall’aia in cemento corrispondente alle cinque campate si accede al fabbricato rustico costituito dalla stalla vacche, stalla cavalli con fienile superiore in sei campate. In lato di sera si trovano gli ex porcili con pollai. A fianco un abbeveratoio in pietra prezioso per la sua vetustà.

Sudore Dalla provinciale SP VII prima del Crocevia Risparmio si stacca a destra la strada privata che permette di raggiungere la cascina Sudore a chilometri 1,2 da Leno. Agli inizi del 1900 già Casino del Sudore, vulgo “Èl Cazì dè Baco Càaler” soprannome di Francesco Treccani che vi abitò con la famiglia (4 persone): fu classificato possidente ed esercitava il mestiere di muratore pertanto si può affermare che vi abbia messo mano con opere di ampliamento dell’originale Casino. Etimologia: nome tutt’altro che lieto, ed il signor Francesco Lorandi ricorda un detto popolare che può dare significato al nome unito alle altre cascine di Risparmio e Rimedio; il proverbio recita così: Südat, Risparmiàt, Rimediàt come dire che queste tre fabbriche sono state recuperate e ricostruite a fatica con tanto sudore.

L’attuale tipologia planimetrica della cascina presenta due elementi contrapposti: il fabbricato in lato nord, costruito nel 1903 ha un bel porticato in cinque luci con pilastri in cotto, abitazioni prossime all’ingresso di mattina, con loggiato superiore; in continuazione verso sera l’ex fienile con rimesse, il tutto stilato e tinteggiato. Dall’aia in cemento corrispondente alle cinque campate si accede al fabbricato rustico costituito dalla stalla vacche, stalla cavalli con fienile superiore in sei campate. In lato di sera si trovano gli ex porcili con pollai. A fianco un abbeveratoio in pietra prezioso per la sua vetustà. Oggi, 30 ottobre 2000, la cascina è proprietà dell’ing. I. Lanti, è abitata dalla famiglia del signor Francesco Lorandi, conduttori dei 14 piò di terra i f.lli Lorandi che coltivano i poderi a frumento, mais, irrigabili con l’acqua della Serioletta e del poz217

zo privato. Non esistono allevamenti eccetto pollame da cortile per uso familiare. Cronaca 29 aprile 1945 - Conflitto a fuoco notturno (ore 4). Il signor Giacinto Lorandi mentre si trovava sull’aia, “fu colpito da una scheggia di granata lanciata dall’artiglieria americana per sbarrare la strada ai soldati tedeschi in fuga verso nord”. Il Lorandi, trasportato all’ospedale di Leno, poco dopo il ricovero cessò di vivere senza riprendere conoscenza. Nel 2001: vi risiede la famiglia di Francesco Lorandi composta di 3 individui.


Cascina Lame Arciprete. Tipologia planimetrica della cascina: a U squadrata con lato aperto a oriente. Un bel porticato con pilastri in cotto con abitazioni occupa il lato nord; in continuazione: verso sera garage-fienile superiore, verso mattina altro portico. Rimessa con porticato occupa l’elemento di ponente, mentre a sud del cortile si trovano le stalle.

Lame Arciprete È la sola cascina che si trova sulla destra del nostro tragitto con entrata mediante strada privata, distante da Leno chilometri 2,5 e a mt. 62,2 s.l.m. Già Lame di Sopra (1850) in seguito, per lasciti o per acquisti venne a costituirsi una piccola dotazione fondiaria detta Beneficio parrocchiale e la cascina prese il nome di Lame Arciprebenda amministrata dalla Fabbriceria. Etimologia. Allusione chiara a condizioni paludose del luogo; ex proprietà del Beneficio parrocchiale di Leno. Lo Zaccaria la cita col nome di Lanma, nome ritenuto dal Bertoni di origine longobarda, mentre per altri le lame deriverebbero da “Llan” voce ibero ligure in origine significante solo area privata in seguito denotante terra bassa con avallamenti ora più, ora meno accentuati, nome molto diffuso nel Bresciano e in Lombardia.

Il paesaggio delle lame era brullo, completamente privo o quasi di piante di alto fusto: solo qualche pianta disposta senza ordine nei coltivi acquitrinosi, rare querce, gelsi, platani, pioppi e salici. Le lame in gran parte proprietà della Badia poi del Comune, servivano al pascolo del bestiame, per la raccolta di magra erbaccia che vi cresceva e che si usava per stramaglia. Patös, da cui il nome di patossere dato a questi luoghi1. Oltre a questo stabile, al Beneficio parrocchiale apparteneva Sobagno e nel 1852 la somma totale del perticato era di p.m. 603,18 = piò 185 con una rendita di austriache lire 1527,10. Trent’anni dopo il citato catasto sappiamo che la cascina era abitata dalla famiglia di Angelo Volta composta di cinque persone. Agli inizi del 1900 anche quella numerosa dei Manenti: tredici persone. Essendo frequenti i trasferimenti (i san 218

Martì) dei dipendenti da una cascina all’altra, un decennio dopo furono tre le famiglie residenti: il fittabile Peveroni Domenico (3), Saravesi Giovanni (3) e Peveroni Angelo (6) persone. Altri affituali non ci sono noti fino agli attuali che dalla cascina Costa, allora capo-famiglia Felice Vavassori, si trasferirono qui alle Lame. Nel 1980 i fratelli Arturo e Attilio acquistarono l’azienda dalla Curia vescovile di Brescia. Gli 80 piò di terreni annessi alla cascina sono attualmente coltivati a mais, orzo, loietto, medica, prodotti conservati in silos a trincea. Le acque dei cavi Serioletta, Formola e pozzo privato servono all’irrigazione del fondo. In stalla moderna, dotata di spazi all’aperto, con alimentazione manuale sono allevati bovini da latte. Alcuni animali da cortile solo per uso familiare. Tipologia planimetrica della cascina: a U squadrata con lato aperto a oriente. Un bel porticato con pilastri in cotto con abitazioni occupa il lato nord; in continuazione: verso sera garage-fienile superiore, verso mattina altro portico. Rimessa con porticato occupa l’elemento di ponente, mentre a sud del cortile si trovano le stalle. Ottobre 2000: residenti due famiglie di 4 persone.

1

Nell’estimo 1641 dei soli contadini, dei 5741 piò di terreni erano compresi 857 piò di paludi, patuzzaie e incolti.


Cascina Lame Locatelli. Si allevano bovine da latte in stalla moderna con zona di riposo, ciclo completo per l’alimentazione e sala di mungitura.

Lame Locatelli o Lame di Sotto (1852) È l’ultima cascina posta sulla sinistra del nostro tragitto, siamo a circa 3 chilometri da Leno e a mt. 61,1 s.l.m. Quanto all’etimologia (v. Lame Arciprete) questa cascina prese il nome dalla natura geologica del terreno ed è nome largamente diffuso negli estimi del nostro territorio, ed anche su queste terre i contadini avevano il diritto di far pascolare liberamente le loro bestie, detto appunto diritto di erbatico. Notizie storiche Oltre a questa casa colonica con terreni ed orto, si legge nel catasto austriaco che la contessa Camilla Fenaroli fu Pietro maritata Caprioli, possedeva Salvasecca e le Torri di Sotto. Nel 1880 la cascina era abitata da una sola famiglia di Giovanni Stolfi

composta di undici persone e la casa colonica recava il nome di Lame Caprioli. Vent’anni dopo gli Stolfi aumentarono fino a quattordici individui non superando la famiglia Gogna composta di 16 persone. Dai libri anagrafici parrocchiali sappiamo che nel 1909 subentrando il nuovo proprietario la cascina ebbe il nome di Lame Locatelli allora abitata dalle famiglie di: Andrea Pini (4), Girolamo Zenucchini (5). Alle famiglie Renzo e Francesco Roncali negli anni ’90, subentrarono nella proprietà i signori Natale e Roberto Toninelli. La cascina è dotata di 62 piò di terreni la cui superficie produttiva è coltivata a mais e loietto, prodotti conservati in silos a trincea. Per l’irrigazione del fondo si servono delle acque dei vasi Serioletta e Fontanile. La destinazione dell’immobile è rurale con abitazione, la vecchia stalla e fienile superiore, 219

quindi porticato aperto in otto campate prospiciente la stalla, rustico per il ricovero delle macchine agricole. Presso l’azienda si allevano bovine da latte in stalla moderna con zona di riposo, ciclo completo per l’alimentazione e sala di mungitura. Tipologia planimetrica. Il corpo di fabbrica in lato nord è composto dalle abitazioni con alcune finestre ogivali; in continuazione a sera il portico aperto a mezzodì sostenuto da pilastri in mattoni. Della vecchia struttura fa parte il basso porticato ad archi che richiama l’architettura della cascina Cortivo di Milzanello. È residente una famiglia.


Itinerario della provinciale Leno-Gottolengo

A RZ PO I VI SP

NO

LENO

Le Bariane Risparmio Rimedio Boschetti

Finiletto di Sopra La Quaglia Finiletto Villa Giusy

G EN

Finiletto di Sotto

OL TT GO

Finiletto di Mezzo

O

S. Giovanna

Ritornati al bivio Risparmio la provinciale prosegue a sinistra in direzione di mezzogiorno che collega i comuni di Gottolengo, Gambara, Fiesse. L’unica cascina del tragitto posta sulla sinistra sono le Bariane, mentre sulla destra troviamo le cascine Rimedio, Boschetti, Finiletto di Sopra, La Quaglia, Finiletto Villa Giusy, Finiletto di mezzo, Finiletto Sotto, Santa Giovanna. 220


Veduta aerea del territorio con l’edificio Risparmio. Questo edificio non compare nel catasto austriaco e non ci sono altre testimonianze fino agli inizi del 1900 quando era denominato “Casino del Risparmio” come altri sparsi nella campagna.

Risparmio Anche se non è azienda agricola la citiamo perché costituisce un punto di riferimento per le strade di comunicazione fra di esso e le cascine del nostro itinerario. Siamo a mt. 63,1 s.l.m. Etimo: nome comune che non ha storia essendo generico alla toponomastica di ogni paese. Questo edificio non compare nel catasto austriaco e non ci sono altre testimonianze fino agli inizi del 1900 quando era denominato “Casino del Risparmio” come altri sparsi nella campagna. È questo il periodo in cui era abitato dall’oste Davide Pietta con la famiglia di cinque persone ed era possidente. Probabilmente,

in seguito «l’osteria» si trovava al di là della provinciale per Pavone, in seguito gestita da diverse famiglie e nel secondo dopoguerra era sede dell’ENAL; lasciata in abbandono per anni fu demolita nel 1970 in occasione della costruzione della nuova villa Gorini. Nel 1910 circa prese possesso del Risparmio la famiglia Mor iniziando lavori di restauro dell’abitazione e dell’officina meccanica-agricola. Il signor Ernesto (1895-1945) oltre al commercio di macchine agricole si specializzò nelle riparazioni di motori agricoli; mentre il fratello Battista (18971953) nella riparazione di mietilegatrici, seminatrici, ecc. Alla morte di Ernesto l’immo221

bile passò alla figlia coniugata a Pietro Bravo, indi ai nipoti di Ernesto: Temistocle e Ernestina Bravo che dal 1986 gestiscono il Ristorante “Alle Rose”. Cronaca Presso questo crocevia durante il secondo conflitto mondiale, il 15 settembre 1944, un mitragliamento aereo americano, ad un camion, causò la morte di una persona. Incursione che si verificò il 20 gennaio 1945 mitragliando un camion della Sepral di Milano carico di frumento. Aprile 2001: sono residenti due famiglie, 5 persone.


Cascina Bariane. Un moderno allevamento avicolo di soggetti selezionati, costituisce un’attività integrativa dell’azienda. La tipologia planimetrica è essenzialmente formata a U con il lato aperto a sera mediante il quale si accede al cortile della cascina. Nel corpo di fabbricato di sinistra

Le Bariane Percorrendo la provinciale a poca distanza da Risparmio, sulla sinistra una strada sterrata con due filari di gelsi dà accesso al cortile della cascina. Siamo a circa 2 chilometri dal centro abitato e a 64,4 mt. s.l.m., individuata dal Tozzi nel 31° decumano e dal 18° cardine. Etimo: anche De Bariani, sarà nome derivato come Bariano in quel di Bergamo, Lodi, Milano? Nel 1852 la signora Celeste Cerioli del fu Alessandro, oltre ad una parte della proprietà Finiletto, aveva qui casa colonica con orto e terreni per una somma totale di pertiche metriche 421,34 = piò 129,3 la cui rendita in austriache lire era di 195,45. Nel 1873 furono proprietari i Giovanni e Battista Locatelli del fu Carlo e figlio Enrico; la proprietà era condotta in affitto, della durata di tre anni, da Luigi Galli figlio del fu Giuseppe e Filippo. Superficie dei poderi 161,89 per-

trova posto un moderno allevamento avicolo. A fianco del passaggio carraio, il corpo di fabbricato rustico è costituito dalla vecchia stalla con fienile superiore e porticato aperto. A mezzodì del cortile l’abitazione edificata nel 1911 e altra di recente costruzione. Rimesse ed essicatoi sono contrapposti alle abitazioni.

tiche metriche = piò 50 circa, con rendita in lire 569,87. Oltre l’affitto dovuto in L. 1200 era in uso portare al padrone le seguenti regalie: cinque capponi, cinque pollastre a san Martino e cento uova nel corso dell’anno. A tali regalie fu attribuito il prezzo di lire 15, ma l’affittuale doveva sempre consegnarle in natura. Inoltre – era diffusa la clausola che la locazione era fatta “a rose e spine” cioè a tutto rischio e pericolo della parte conduttrice che assumeva tutti i pericoli e gli infortuni. Dopo gli affittuali Petrogalli non possediamo testimonianze fino al 1908 quando la famiglia Serafini proveniente da Cichignolo cremonese acquistò lo stabile di 66 piò. Attualmente (ottobre 2000) il proprietario della cascina è il signor Gian Mario Serafini. L’utilizzazione prevalente degli attuali 100 piò è rivolta alla coltivazione di mais, medica e loietto i cui prodotti sono conservati 222

in silos a trincea. Un moderno allevamento avicolo di soggetti selezionati, costituisce un’attività integrativa dell’azienda. La tipologia planimetrica è essenzialmente formata a U con il lato aperto a sera mediante il quale si accede al cortile della cascina. Nel corpo di fabbricato di sinistra trova posto un moderno allevamento avicolo. A fianco del passaggio carraio, il corpo di fabbricato rustico è costituito dalla vecchia stalla con fienile superiore e porticato aperto. A mezzodì del cortile l’abitazione edificata nel 1911 e altra di recente costruzione. Rimesse ed essicatoi sono contrapposti alle abitazioni. Cronaca Nel 1944 durante la guerra sono cadute due bombe tedesche nelle vicinanze della stalla. Febbraio 2000 - Atterraggio di una delle sette mongolfiere provenienti dalla Germania. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitavano le famiglie di Bulgari Battista (6), Grillo Giuseppe (6). Agli inizi del 1900, quattro le famiglie: Grillo (7), Bulgari (12), Treccani (7), Volpi. Otto persone nel 1909, una sola famiglia di Zanelli Caterina vedova Petrogalli affittuale e cognato con famiglia. Censimento del 21 aprile 1935: Serafini Dante (6), Serafini Faustino (5), Agnelli Bortolo (6), Mor Rosa (7). 2 ottobre 2000: sono residenti tre famiglie composte di 13 persone.


Cascina Boschetti. Tipologia planimetrica. Fabbricato in lato nord con abitazione in angolo, con portico in quattro campate aperto a mezzodì. A fianco verso sera un portichetto in quattro campate adibito a deposito, un fienile a sud del cortile completa la planimetria.

Rimedio Curioso il nome Rimedio. Si parte dal bivio di Risparmio e proseguendo lungo la provinciale per Gottolengo sulla destra una stradina sterrata ci conduce alle cascine Rimedio e Boschetti. Di questa cascina sappiamo che fu abitata da Alessandro e Marica Lucca, in seguito passata di proprietà in proprietà. Abbandonata da tempo, la struttura è chiusa tutt’intorno con abbondante vegetazione infestante. Pertanto la tipologia planimetrica è approssimativa. In lato nord un rustico con portico in cinque campate, al suo fianco una tettoia. In lato opposto una stalla con fienile, nuova costruzione in cemento datata 25 settembre 1966. In contrapposizione a mattina, tettoia, stalla aperta e un deposito.

Boschetti La visita prosegue con una sosta ad altra cascinetta “Boschetti” presso n° civico 139, a sud del “Rimedio”. È ovvio che anche questa cascina ha preso nome dal cognome della famiglia proprietaria che la costruì, infatti il signor Carlo Boschetti acquistò alcuni poderi e nel 1928-29 fece edificare l’abitazione con il rustico. Alla sua morte passò in eredità da padre in figlio: Massimo (m. 1997) il nipote Carletto morì in giovane età. Furono venduti i terreni circostanti, rimanendo la cascinetta alla moglie di quest’ultimo. La famiglia Boschetti vi abitò per settant’anni cioè fino al 1998. Ora la cascina non è abitata. Tipologia planimetrica. Fabbricato in lato nord con abitazione

in angolo, con portico in quattro campate aperto a mezzodì. A fianco verso sera un portichetto in quattro campate adibito a deposito, un fienile a sud del cortile completa la planimetria.

Finiletto di Sopra (in dial. Finilèt de Surò) Finiletto è nome dato a numerose cascine del nostro territorio e nel Bresciano. Usciti dalle Bariane e tornati alla provinciale si prosegue in direzione di mezzodì e sulla destra una breve strada con cancello d’ingresso ci consente di entrare nel cortile dell’azienda, siamo a poco meno di 2,5 chilometri da Leno e a mt. 62 s.l.m. Uno dei tre rami nei quali si divise nel secolo XV la famiglia Arici visse molto tempo in città in Via Cattaneo. Un Domenico (n. 1537) q. Antonio aveva 25 piò a Leno. Antonio (n. 1654) q. Bartolomeo ne possedeva 200 piò in contrada Valverde (attuale 223

via Re Desiderio). Antonio dal nonno Agostino Stella aveva ereditato al Finiletto ed ai Ponticelli altrettanti piò. Antonio aveva sposato Lucia Longo ed ebbe, fra gli altri Bartolomeo (n. 1692) marito di Chiara Scovolo. La famiglia abitava sempre in città e la proprietà era sempre di circa 400 piò ma si lamentavano perché sono «per la gran parte sterili»1. Nel 1968 il signor Aldo Perotti iniziò una nuova attività: l’allevamento della quaglia, unico in provincia di Brescia. Il punto di partenza volle una particolare selezione delle ovaiole capaci di una notevole produzione, questi esemplari provenivano dalla Cina, Francia, Spagna. L’azienda era formata di due grandi capannoni, dotati di tutto quanto la tecnologia disponeva per gli allevatori come: un mulino, quattro silos per il mangime della capacità di circa mille quintali, incubatrici, macello, impianti frigoriferi, macchine per il confezionamento, tutto in-


Cascina Finiletto di Sopra.

La Quaglia È adiacente alla cascina Finiletto di Sopra in lato sud di proprietà del signor Aldo Perotti concessa in affitto al signor Luciano Vivaldini. La tipologia planimetrica è a U composta di due grandi capannoni dotati di ogni attrezzatura per l’allevamento dei suini. Il lato di sera è occupato dalle abitazioni mentre il lato opposto è aperto. teramente automatizzato. La struttura era circondata da 55 piò di terreni di buona fertilità messi tutti a monocoltura di mais praticamente autosufficiente per l’alimentazione dei volatili, solo alcune sostanze proteiche venivano prelevate dal commercio. Pertanto per ottenere un buon reddito, per raggiungere una produzione settimanale di 50 mila capi da offrire al mercato alimentare è necessaria una costante attenzione ai mezzi di profilassi, all’alimentazione e al controllo delle condizioni ambiente. L’attività cessò nel 1987. Nel 1970 i coniugi Aldo Perotti-Treccani acquistarono lo stabile dai signori Treccani-Bonomini e, in seguito a nuovi acquisti di poderi raggiunsero la superficie di 65 piò, attualmente (2000-2001) sono coltivati a mais, frumento, orzo, terreni irrigati dai cavi Benone e Benone mezzodì. Il tenimento prese il nome di Azienda Agricola La Campagnola. La tipologia planimetrica è a U squadrata col quarto lato aperto a oriente, subì un radicale restauro nel 1978. Il corpo di fabbricato a monte era costituito dalle stalle con fienile superiore, portico in sei campate aperto a mezzodì sostenuto da pilastri in mattoni. In continuazione a mattina due del-

le campate occupano l’abitazione, dopo le opere di restauro le campate furono sostituite da arcate a tutto sesto. Il fabbricato in lato sera conserva un portico e rimessa mentre sul lato di mezzodì del cortile si notano altre abitazioni prossime all’ingresso. Movimento demografico delle famiglie Inizi del 1900 vi abitavano quattro famiglie composte di ventisette individui: Brontesi (7), Armanti (4), Calestani (4), Benini (12). Nel 1909 un solo Finiletto abitato dalle famiglie di: Tomasi Giuseppe (4), Ambrosi Ernesto (3), Gandelli Domenico (9), Bissolotti Francesco (5). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: sei nuclei presenti di 21 individui: Manenti Gianfranco (3), De Virgilis Mario (4), Mago Rajinder (5), Malavasi Chiara (2), Trupia Giuseppe (2), Miglioli Sergio (5). Giugno 2001: sono residenti due famiglie di 8 componenti.

Finiletto Villa Giusy È situata a sud e a breve distanza dai capannoni della cascina Quaglia. Ex spaccio di prodotti caseari attivo fino al 1998. Abitazione della famiglia del signor Giancarlo Almici.

Finiletto di Mezzo In lato di sera del Finiletto di Sotto è situata altra cascina detta “Finiletto di mezzo” con ingresso proprio. Ex proprietà di Francesco Treccani ora dei signori Bucella. Inizialmente era un allevamento di polli da carne raggiungendo la capienza di 80 mila capi; gestiva i lavori il signor Fulvio Zinetti che vi abitò dal 1970 al 1983, seguito dal signor Giuseppe Chini. La tipologia planimetrica consiste in due capannoni contrapposti dotati di tutto quanto la tecnologia mette a disposizione degli allevatori di suini.

Finiletto di Sotto (in dial. Finilèt dé Sotò)

1

F. Lechi, Le Dimore bresciane, cit. Bs. 1974, vol. III, pp. 55-56. Nel catasto napoleonico si legge che Agostino e Vincenzo figli del fu Bartolomeo possedevano in Leno 389 piò.

224

Dopo il Finiletto di mezzo si ritorna sulla provinciale che si percorre in direzione sud e dall’ingresso proprio sulla destra si


Veduta aerea: a destra Finiletto di Sopra, in centro La Quaglia, a sinistra Finiletto Villa Giusy.

entra in cascina. Siamo a circa 2,5 chilometri da Leno e a mt. 60,6 s.l.m. Anche codesto Finiletto si trova nel catasto austriaco e la casa colonica con propri poderi era proprietà della signora Celeste Cerioli del fu Alessandro. Fino agli inizi del 1900 non abbiamo notizie se non i nominativi delle quattro famiglie che vi abitavano: due Manfredi, di cui una composta di tredici persone, un Calestani e un Canedoli. Dagli anni 1938 all’84 fu conduttore dell’azienda il signor Pietro Resola. Nel 1973 divenne proprietà acquistata dalla signora Clotilde Prignacchi con la nuova dizione “Azienda agricola Resola eredi”. I poderi annessi della superficie di 38 piò sono attualmente coltivati a mais, loietto, medica, produzione conservata in silos a trincea per l’alimentazione del proprio allevamento di bovine da latte. Il fondo è irrigabile con le acque del

vaso Relongo mezzodì. Tipologia planimetrica: in lato nord le abitazioni con porticato prospiciente, a mezzogiorno le stalle con spazi all’aperto per un moderno allevamento di bovini con le rispettive adiacenze. Novembre 2000: residente una famiglia di 4 persone.

S. Giovanna

(in dial. Sanzoanò) Lasciato il Finiletto di Sotto si imbocca il rettilineo in direzione sud che conduce direttamente alle strutture situate a circa km. 2,5 da Leno e a mt. 59,4 s.l.m. (ex cascina Tei di Giuseppe Tei). Etimo: dal nome della S. Giovanna1 che scorre a ponente della cascina. Notizie storiche 1963 - Inizio delle costruzioni e attività avicola da parte del signor Giovanni Treccani. 1970 - L’immobile passò in 225

eredità ai figli che continuarono l’allevamento di polli razza Broiler. 1974 - Seguì l’allevamento di suini fino all’anno 2000. Il 24 febbraio 2000 seguì il passaggio della proprietà, il signor Francesco Treccani vende ai sigg. Bucella Guerrino, Ermes, Graziano, Agostino capannoni e 7 piò di terra affidando loro in affitto altri 41. Pertanto la ragione sociale dei Bucella assume il nome di “Azienda Agricola Castello”. I poderi circostanti con terra di buona fertilità sono interamente coltivati a monocoltura di mais ed irrigati con le acque del vaso Benone, Relongo e dal pozzo privato. L’azienda si dedica agli allevamenti avicoli e di bovine da latte in capannoni razionali con relativi impianti automatici. Movimento demografico delle famiglie Durante il censimento della popolazione del 1991 non era abitata. 10 aprile 2001 sono residenti tre famiglie di 8 individui.

1

Dai tecnici è chiamata roggia, cavo, canale, colatore; ha origine nel territorio di Ghedi alimentata, nel 1485, dalle acque sorgive delle Lame ora della Bassina. Le acque furono acquistate dal Comune di Ghedi da Scipione Maria Martinengo o della Pallata e dal conte Pietro Gambara per condurre le sue acque ad irrigare terreni fuori dal nostro comprensorio, posti a valle di questo in territorio di Pavone del Mella e di Pralboino (cfr. E.B., XVI, 240).


Itinerario dell’Olmo

PORZANO

I VI SP

LENO Toninelli

Bredavico Sotto Olmo

Inizia dalla santella di santa Scolastica e prosegue a destra in direzione di mezzogiorno sulla strada già detta «contrà dell’Olmo» (1502) poi «strada che va a Paon sino al comun de Milzanello», giustamente oggi denominata Via dell’Olmo, tagliata dalla circonvallazione di ponente che tralasciamo nella descrizione del nostro tragitto dove si trovano le seguenti cascine: Toninelli, Scariona, Anna, La Quercia, Bredavico Sopra, Bredavico Sotto, Olmo.

226

PAV ON

ED .M

.

La Quercia Bredavico Sopra

Anna

GO

EN

OL TT GO

Scariona


Cascina Toninelli. La destinazione delle stalle moderne, con spazi all’aperto e attrezzate secondo le nuove tecnologie – alimentazione - mungitura – ospitano bovine da latte. I poderi circostanti sono coltivati a mais, medica e loietto i cui prodotti integrali sono collocati nei silos a trincea.

di grande scala”. Ma è invece probabile che derivi dal cognome Scarioni, dialettale èl finil dèi Scariù, dè la Scariunò e lo possiamo riscontrare in altri cognomi locali come: i Tomasoni, i Tomasù, la Tomasunò; i Bozzoni, èl finil dè Buzù, Caterinò Buzunò, ecc.

Toninelli Ad un chilometro circa dal capoluogo la prima cascina che incontriamo sulla destra è la fattoria che prende il nome dal cognome del proprietario che la fece costruire: il signor Domenico Toninelli (famiglia proveniente dalla Presolana - Valle Camonica) che nel 1984 acquistò terreni dai fratelli Lanti fu Arturo per una superficie totale di 135 piò. L’azienda comprende una villa con appartamenti a schiera, offrendo ogni comodità alle tre famiglie residenti. A sera dell’ampio cortile diverse stalle; nella fotografia aerea notiamo che non erano ancora stati costruiti i quattro vasconi, la lunga stalla a nord e i due silos laterali. La destinazione delle stalle moderne, con spazi all’aperto e attrezzate secondo le nuove tecnologie – alimentazione - mungitura – ospitano bovine da latte.

I poderi circostanti sono coltivati a mais, medica e loietto i cui prodotti integrali sono collocati nei silos a trincea. Le acque dei cavi Serioletta, Formola, del pozzo privato portano acque d’irrigazione al loro fondo. Macchine agricole in ricoveri chiusi. Allevano animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie 1991, nuclei tre, individui 11. Ottobre 2000: residenti tre famiglie, persone 13.

Scariona La visita prosegue con una sosta alla cascina Scariona, distante dal paese un chilometro e mezzo e a mt. 630 s.l.m. Quanto all’etimologia è opinione dell’Olivieri che “i dialetti lombardi conoscono scarion per trave su cui appoggiano gli scalini, si può supporre che derivi anche questo da scaria nel significato 227

Notizie storiche Pietro e Bartolomeo del fu Antonio Arici, oltre al casamento in contrada Velverde (attuale Via Re Desiderio) possedevano qui fenile e terreni per una superficie totale di 133 piò (catasto del 1641). Nel 1852 la casa colonica con alcuni poderi erano del sacerdote don Mariano Bottarelli1, la cui somma originaria della partita era di pertiche metriche 135,93 pari a circa 42 piò con rendita in austriache lire 639,02 e una parte di “aratorio” di piò 14,74 apparteneva a Prandi Giovan Battista di Giovanni. Nel 1880 la proprietà passò ai Sartori e la cascina fu abitata da due famiglie: Soldi Giovanni, otto persone, Benini Francesco, cinque che ritroviamo residenti nei primi anni del 1900. Una decina d’anni dopo fu abitata dai Ferrari, Capoferri, Tomasoni 13, Soldi-Bodini 12, Boglioli Giacomo. Nel novembre 1989 gli eredi della famiglia Sartori vendettero la cascina con le terre annesse al signor Antonio Toninelli2. La tipologia planimetrica dell’immobile era a corte chiusa e durante l’attuale proprietà ha subito notevoli opere di conservazione e di ristrutturazione dei rustici, barchesse e alloggi di sala-


Cascina Scariona lato nord-ovest. Incorporata a nord, l’ex stalla completamente trasformata in locali per uffici con loggiato superiore. Non può negarsi che tali lavori offrono nel suo complesso delle notevoli comodità pur mantenendo l’originaria architettura. In zona separata l’azienda è dotata di

capannoni con impianti automatizzati per allevamento di scrofe da riproduzione. Situato a monte del cascinale 9 piò della superficie produttiva è coltivata a vivaio di piante con serre, i rimanenti cinquantacinque a monocoltura di mais, i terreni sono irrigabili con acque della seriola Milzanella e di una cava.

Anna

riati, ma specialmente del fabbricato di abitazione che occupa il lato nord, ripristinando l’ingresso a volta che occupa il lato di sera, conservando i tre settori superiori traforati a croce. Tale ingresso dà accesso al bel porticato aperto a mezzodì in sei campate con pilastri in cotto uniti da grandi archi sino al cornicione di gronda. Incorporata a nord, l’ex stalla completamente trasformata in locali per uffici con loggiato superiore. Non può negarsi che tali lavori offrono nel suo complesso delle notevoli comodità pur mantenendo l’originaria architettura. In zona separata l’azienda è dotata di capannoni con impianti automatizzati per allevamento di scrofe da riproduzione. Situato a monte del cascinale 9 piò della superficie produttiva è coltivata a vivaio di piante con serre, i rimanenti 55 a monocoltura di mais, i terreni sono irrigabili con acque della seriola Milzanella e di una cava.

Movimento demografico delle famiglie 1991: nuclei familiari due, individui 5. 23 ottobre 2000: residenti tre famiglie di 9 persone.

Bottarelli don Mariano di Berlingo, fu arciprete di Leno dal novembre 1828 al dicembre 1863 anno di sua morte. “Amato e venerato da tutti, benefattore del nostro ospedale”. 2 Questo ramo della famiglia Toninelli proviene da Castione della PresolanaValseriana (Bg). 1

228

La cascinetta si trova a ponente del nostro itinerario (a mt. 63,6 s.l.m.) e a circa tre chilometri da Leno dove termina la strada privata; verso sera con direzione a mezzodì esisteva una stradina poderale che si collegava con il “Palazzo” di Milzanello, serviva per il passaggio dei carri con il raccolto, ora in disuso. Il nome dialettale della cascinetta era “Èl Cazì dè Gorno”, il fabbro Ferdinando (1870-1956) che fece edificare il primo casino di campagna e diede il nome della figlia insegnante alla scuola elementare. Non conosciamo la data di nascita dell’immobile e nemmeno le primitive famiglie che vi abitarono (nel catasto austriaco non è citata), mentre nel 1936 era residente una famiglia di sei individui. Attualmente la cascina è proprietà del signor Adolfo Casarotto e prima di giungere a Leno abbiamo notizie dei vari trasferimenti della famiglia proveniente da Gazzo Padovano: cascina S. Maria di Isorella 1922-1929, c. Sigalera di Gottolengo 19291932, c. Alberto di Gottolengo 1932-1933, c. Gazzetto di Gambara 1933-1959 anno in cui presero possesso dell’azienda acquistata già nel 1953. I poderi circostanti della superficie di 15 piò sono coltivati a monocoltura di mais irrigabili dalla seriola Milzanella e da pozzo privato. I Casarotto allevarono bovini fino al 1982. La cascinetta si presenta ad elemento unico con portico in lato nord del cortile, in cinque cam-


Cascina Anna vista da sud. La cascinetta si presenta ad elemento unico con portico in lato nord del cortile, in cinque campate con pilastri in cotto parzialmente intonacati, stalla tradizionale con fienile superiore e in continuazione a mattina l’abitazione. A lato del rustico verso levante la nuova abitazione.

Bredavico Sopra (in dial. Bredaìch)

pate con pilastri in cotto parzialmente intonacati, stalla tradizionale con fienile superiore e in continuazione a mattina l’abitazione. A lato del rustico verso levante la nuova abitazione. Cronaca Da informazioni statistiche del Registro Internazionale delle famiglie Casarotto rileviamo che esse vivono in Europa, al nord, in America, Australia, Africa. In Italia le famiglie stimate in varie provincie sono 1931 con un totale di 5.445 cittadini. Nel Bresciano i Casarotto vivono a Leno, Brescia, Castenedolo, Carpenedolo, Desenzano, Esenta, Fiesse, ecc.

La Quercia Lasciata alle spalle la santella di santa Scolastica si imbocca la strada vicinale del Bredavico, diramazione verso ponente della Via dell’Olmo e, a un chilometro circa da Leno (a mt. 64,2 s.l.m.) si incontra la nuova Cascinetta “La Quercia” in origine, la vecchia cascina era denominata “Piccoli” dal cognome del proprietario ed era abitata dall’affittuale Giuseppe Abbadati con famiglia di otto persone. Da lungo tempo abbandonata, ormai fatiscente, con la successione dei nuovi proprietari i signori Pigoli-Sandrini, fu demolita e sostituita con la nuova costruzione edificata nel 1986. Tipologia. I poderi annessi sono coltivati a monocoltura di mais, irrigabili con il vaso Serioletta. A nord della “Quercia” esisteva un casinetto (da tempo demolito) dal cognome della proprietaria signora Luigia Cominetti in Carè (1889-1963), insegnante. 229

A mt. 62,8 s.l.m. A breve distanza dalla chiesetta di santa Scolastica, si imbocca sulla sinistra una strada sterrata che in direzione sud porta alla cascina distante un chilometro e mezzo circa da Leno; si raggiunge pure proseguendo nel nostro tragitto lasciando alle spalle la cascina Scariona-Toninelli. Il nome indica probabilmente l’esistenza di un vico romano, poi scomparso, comunque presso questa cascina in una cava di ghiaia, situata lungo la strada che porta alla cascina Olmo, nel settembre 1955 fu scampata dalla distruzione una necropoli romana formata da circa trenta sepolture ad inumazione, alcune delle quali in tomba a cassa, con corredo costituito da vasi fittili, varie monete in bronzo (una di Adriano) e un’ampolla in vetro. Notizie storiche La cascina non ha l’anno di nascita anche se sulla parete di ponente della casa di abitazione si leggeva la data 1742. Nel 1683, 3 agosto, Giulia Dossena, madre di Paolo Lodi, ottenne dalla Giustizia Consolare, “in pagamento di sua dote, un fienile con ara et orto, in Bredavico con terre unite dell’estensione complessiva di 81 piò e altri 8 a Pozzolo (Atti di Giò: Batta Bornati)”. Ex proprietà della Badia benedettina di Leno; alla sua soppressione (1783) poco più della metà dei terreni, dell’estensione di 96 piò e tav. 18 (Ha. 31,37,04) era unita alla casa del massaro, allora computato in ducati 200. I


Foto aerea di Bredavico Sopra, proprietà del geom. Luciano Prandini che la eseguì nell’aprile 1992 a 150 mt. di altezza. I fratelli Francesco ed Enrico Prandini decisero di trasformare la conduzione dell’azienda in altra attività e nel 1979 ristrutturarono la ex stalla delle bovine,

costruirono nuovi capannoni impostati ed attrezzati per sistemarvi un allevamento di suini destinati all’ingrasso. Tale allevamento è alimentato da produzione propria con le varietà coltivate di mais, orzo, soia, barbabietola, con l’integrazione di alcuni prodotti dal commercio.

attrezzati per sistemarvi un allevamento di suini destinati all’ingrasso. Tale allevamento è alimentato da produzione propria con le varietà coltivate di mais, orzo, soia, barbabietola, con l’integrazione di alcuni prodotti dal commercio. Si pratica l’irrigazione del fondo mediante i vasi Serioletta e Pavona.

dodici appezzamenti di terra furono stimati in ducati 6260, venduti all’asta in Venezia. Nel catasto austriaco del 1852 (è indicato un solo Bredavico, l’attuale di Sopra) la casa colonica con orto e terreni circostanti erano proprietà di Paolo Bozzoni fu Vincenzo, la cui estensione totale sommava in pertiche metriche 309 (95 piò circa) con una rendita in austriache lire 1327,43. Da san Martino di quell’anno il proprietario cedette in affitto il podere a Paolo Zucchi per un novennio, cioè fino al 10 novembre 1861. È verosimile che, come i soci Crosti e Borsa, i Bozano di Genova e altri industriali fossero in cerca di investimenti sicuri, cosicché in data imprecisata anche l’editore Antonio Vallardi di Milano acquistò Bredavico e nel 1928 la concesse in affitto al signor Enrico Prandini (18911978) che nel 1970 divenne proprietario. Anche questa azienda con nuovi lavori di livellazione per favorire una buona irrigazio-

ne, con l’introduzione della meccanizzazione, delle sementi di buona qualità, dei concimi chimici, con bestiame altamente selezionato, andò via via trasformandosi in quantità e qualità produttive. Non rimase inalterata nemmeno la tipologia planimetrica della cascina poiché negli anni Cinquanta del Novecento si decise di demolire le vecchie barchesse sul lato di mezzogiorno ampliando la zona-cortile e sostituendole, nel 1960, con la costruzione di nuove stalle razionali per bovine da latte. Attualmente la tipologia è a corte chiusa in parte con l’aggiunta di nuove strutture, con interventi di restauro, recupero di parte delle stalle e fienili in lato nord con la costruzione di nuovi decorosi appartamenti. I fratelli Francesco ed Enrico figli di Giuseppe Prandini decisero di trasformare la conduzione dell’azienda in altra attività e nel 1979 ristrutturarono la ex stalla delle bovine, costruirono nuovi capannoni impostati ed 230

Movimento demografico delle famiglie 1900: Losio (7), Anelli (4), Gatti (10), Mori (7). 1909: Brontesi Secondo (8), Ghisleri Giuseppe (8). 1991: tre nuclei familiari di 11 persone. 15 settembre 2000: sono residenti 14 persone.

Bredavico Sotto Lasciata Bredavico di Sopra si ritorna sull’itinerario dell’Olmo e poco avanti verso sud la sterrata sulla sinistra affiancata da due filari di piante d’alto fusto, si raggiunge il cortile di Bredavico di Sotto, a tre chilometri circa da Leno e a mt. 60,3 s.l.m. Il toponimo è legato a Bredavico di Sopra, varia soltanto la posizione geografica. Per questa cascina non è stato possibile avere ulteriori informazioni fino al 1852 data del catasto austriaco, dal quale sappiamo che fu proprietario il signor Girolamo Seccamani. Lo stabile, oltre alla casa colonica con orto comprendeva 1201 pertiche metriche di terreno pari a circa 370 piò con una rendita di austriache lire 3759,84. Probabilmente dal 1880 l’affittuale era il signor Ma-


Cascina Bredavico Sotto. Attività complementare dell’azienda un allevamento di suini in moderna stalla con impianto di alimentazione automatico.

Olmo

(in dial. L’Ulém)

rinoni con famiglia di sette persone e il dipendente Francesco Rocchi e famiglia di cinque individui; famiglie che ritroviamo nel 1900 con altre: Bassanetti 10, Peveroni 9. Un decennio dopo il nuovo conduttore del fondo fu il signor Luigi Morandi – sei persone – con altra famiglia di cinque persone di Giovanni Merigo. In seguito la superficie circostante la cascina fu ridotta a soli 60 piò il cui proprietario – Giuseppe Comencini di Pralboino – assegnò lo stabile agli affittuali fratelli Ruggeri e fra i dipendenti ricordiamo la famiglia Cameletti. Da Castel Didone di Cremona si trasferì a Milzanello e Leno la famiglia Amilcare e Annibale Corini prendendo possesso del Bredavico e nel 1975 divenne Azienda Agricola di Corini Angelo con 170 piò di terreno. Inoltre 9,80 piò sono condotti in affitto-proprietà la Curia di Brescia. Durante l’annata agraria

2000-2001 parte della superficie è coltivata a mais, altra ad orzo. Per l’irrigazione dei loro terreni estraggono l’acqua dalla Seriola Pavona e dal pozzo privato. Attività complementare dell’azienda: un allevamento di suini in moderna stalla con impianto di alimentazione automatico. Tipologia planimetrica. La vecchia struttura sita in lato nord è formata da stalla, fienili superiori, rimessa e porticato in diverse campate aperti a mezzodì, mentre i capannoni degli allevamenti sono separati a sud del cortile. A mattina è situata la villa di abitazione circondata da un bel parco ricco di piante, cespugli ornamentali di ogni varietà. 11 maggio 2001: sono residenti due famiglie di 6 persone.

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A mt. 60,5 s.l.m. La visita prosegue in direzione di mezzogiorno per concludersi all’Olmo, ultima tappa del nostro itinerario. Raggiunta la comunale per Milzanello, a mattina dell’ex Fornace Quadri si stacca una strada sterrata che in direzione nord conduce all’Olmo. Un cancello d’ingresso sostenuto da due pilastri in cotto a vista ci consente di entrare nell’ampio cortile dell’ex azienda agricola. Etimologia. Chi vuole il nome derivato dalla specie arborea: olmo, oppure dal casato Olmo1, concetto non del tutto errato poiché questo casato ebbe nello stemma rappresentata una pianta d’olmo d’oro. Notizie storiche Nel 1532 Adorno Maggi acquistò dal conte Lucrezio Gambara tutti i beni che possedeva in contrada dell’Olmo. Il 4 gennaio 1628 Albino Albini con suo testamento lasciò alla comunità di Leno, per ragion di Legato, vari beni compresa la casa in contrada della Rassega, la casa del massaro all’Olmo con tutte le terre e beni annessi. Nel 1554 sappiamo che certo Lorenzo Gelmini lavorava quelle a mezzadria. Dai mappali del catasto austriaco, alla tav. 32 era situata all’ingresso dell’Olmo una struttura detta l’Olmetto: trattasi di abitazioni per i dipendenti dell’azienda e alcuni rustici della stessa proprietà. 1852 (...) Relazione di stima


Cascina Olmo. Una parte dell’immobile, l’Olmetto, è attualmente concesso in affitto. In stalla moderna con zone all’aperto e di riposo alleva bovine da latte. La casa colonica con le rispettive adiacenze ha subito in tempi diversi opere di

degli immobili formanti parte della Possessione Olmo situata nel comune di Leno di proprietà dei S.ri Carlo e Dr. Antonio e Michele fratelli Dossi del fu Alessandro. (...) Dai locali non si percepisce affitto alcuno essendo indispensabili alla coltivazione dei fondi per cui non si è ad essi attribuito alcun valore (...) fondi tutti irrigatori, i generi che si ricavano sono tutti di ottima qualità (...). Il sistema di condotta agraria è a mezzadria: il frumento, il granoturco di primo raccolto, il trifoglio e la legna si dividono a metà, il lino ed il quarantino di secondo raccolto si dividono al terzo; un terzo padronale coll’obbligo al massaro di fare tutte le operazioni che sono necessarie per predisporre il lino alla filatura; il fieno dei prati stabili, si divide al terzo; due terzi padronale restando il pascolo autunnale a beneficio del massaro. La foglia dei gelsi è tutta padronale. Rotazione agraria in quattro anni, 1° frumento, 2° trifoglio, 3° lino, quindi quarantino di secon-

conservazione e recentemente lavori di ristrutturazione pur rispettando la primitiva tipologia planimetrica. Al centro del corpo di fabbricato è stato realizzato un ristorante ripristinando i volti caratteristici in cotto a vista sostenuti da colonne in pietra di Mazzano.

do frutto e nel 4° il frumento di coltura. La legna da ripa si taglia ogni tre anni, il fieno dei prati stabili si falcia tre volte all’anno. (...) La manodopera per la potatura e coltivazione dei gelsi è tutta a carico padronale (...). Deduzioni: per infortuni celesti: 1/9 sulla foglia, 1/13 sul fieno, 1/18 sulla legna. Per amministrazione e sorveglianza 4/100 sulla rendita depurata dagli infortuni-manutenzione alla perpetuità dei gelsi 1/20 del loro prodotto. Carico prediale di Milanesi 67 per ogni scudo di valor reale. Totale perticato piò 73. Già nel 1880 e forse prima subentrarono nella proprietà i soci Crosti e Borsa ed iniziarono intense opere di bonifica agraria di alcune lame con la sistemazione dei terreni per la messa a coltura e svariate altre opere di carattere idraulico favorendo la dimora in cascina di un maggior numero di famiglie ed un tenore di vita più elevato (cfr. Capolupo e Pluda). Fra le opere idrauliche ricordia232

mo la realizzazione del Cavo Nuovo2 destinato “a tradurre acque d’irrigazione in codesto tenimento” (Atto 18 ottobre 1885, del notaio Pietro Gramatica), ha origine principalmente in tre rami o fontanili denominati: ramo Pluda, ramo Lovatella e ramo Lametta, scavati nei terreni di compendio del Tenimento Pluda ed Uniti, come in seguito riceve inoltre acque provenienti dagli stabili superiori dello stesso Tenimento Pluda nonché i coli dell’irrigazione dei fondi fra cui scorrono i detti rami mediante le acque dei Vasi comunali Felice e Antoniola. I Crosti e Borsa furono essi stessi i conduttori dei loro fondi coadiuvati da persone di loro fiducia come il fattore Camillo Passoni con famiglia proveniente da Milano; pure il lattaio Pietro Arnoldi, e quando diedero inizio – nel primo 1900 – all’industria casearia portarono con sé il sig. Alquati esperto casaro di Milano. Anche l’Olmo passò in proprietà dell’editore Vallardi di Milano concedendo la conduzione del fondo al signor Francesco Tiraboschi, esperto agricoltore il quale durante la “Battaglia del grano” indetta dal Governo, concorse per la coltura del frumento e nell’annata 1928-29 nella categoria grandi coltivatori ricevette la Medaglia d’Oro dalla Cassa di Risparmio delle PP.LL. Il Tiraboschi fu giudice conciliatore del comune di Leno. Nel 1948 il signor Annibale Corini rinunciò alla conduzione di Selvasecca e prese l’affittanza dell’Olmo, e nel 1973 ne divenne proprietario, proprietà che trasmise, nel 1984, ai figli Amilcare ed Eliseo, con i 120 piò di


Cascina Olmo. Sgranatore di pannocchie.

terreni annessi coltivati a mais, medica, loietto. Per l’irrigazione del loro fondo utilizzano le acque delle seriole Pavona, Milzanella e del Cavo nuovo (vas dé Binì). Una parte dell’immobile, l’Olmetto, è attualmente concesso in affitto. In stalla moderna con zone all’aperto e di riposo alleva bovine da latte con alimentazione Unifit. Al fabbricato rurale si accede dalla strada principale del nostro itinerario. La casa colonica con le rispettive adiacenze ha subito in tempi diversi opere di conservazione e recentemente lavori di ristrutturazione pur rispettando la primitiva tipologia planimetrica. Al centro del corpo di fabbricato è stato realizzato un ristorante ripristinando i volti caratteristici in cotto a vista sostenuti da colonne in pietra di Mazzano. Il complesso comprende il Cavecanem, una struttura frutto di trasformazioni ottocentesche, in grado di accogliere qualsiasi tipo di manifestazione (sfilate di moda, congressi, ecc.), ma anche l’originale vocazione cinofila della struttura risponde perfettamente alle necessità connesse alla moderna cinofilia. I portici a più luci con pilastri in cotto uniti da arcate a tutto sesto coprono quasi tutto il perimetro della struttura formando una cornice naturale di grande effetto circondata da aree verdi. Cronaca Dal 1920 al 1922 un numero rilevante di avventizi disoccupati seguì lo sciopero generale dei contadini con astensione generale dal lavoro. Anche l’Olmo ven-

ne occupata e si verificarono tristi episodi come in altre aziende. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 l’Olmo di Crosti e Borsa era abitato da otto famiglie con un totale di ventiquattro individui, cioè: Griffini Pietro (6), Rossini Faustino (3), Rigorelli Caterina ved. sola, Treccani Giovanni (2), Nicolo Domenico, Passoni Camillo (5) fattore di Milano, Gorini Andrea (2), Gorini Vincenzo (4). Nel 1900, 122 abitanti formavano diciannove famiglie di: Grassi, Quatti (12), Gabusi (10), Agnelli Nicola (3), Teoldi (5), Zebri (4), Gorini (17), Fontana (4), Benedetti (5), Bonometti (8), Passoni (6), Bresciani (10), Isola (6), Riva (6), Tellaroli (12), Pettinari (9), Arnoldi Pietro lattaio da Milano e Alquati casaro (5). All’Olmetto sette famiglie con cinquantaquattro abitanti: Treccani (10), Ghirardi (11), Rossini (3), Ghissoni (7), Griffini (7), 233

Nardi (9), Ferrari (7). Nel 1909 i residenti diminuirono notevolmente; all’Olmo cinque famiglie con venticinque individui, all’Olmetto sei famiglie con 43 individui. All’Olmo le famiglie di: Quaini Enrico possidente affittuale di Corte dei Frati (6), Perotti Andrea fattore (4), Serafini Amedeo (2), Morandi-Rossini (6), Baronchelli Domenico (7). All’Olmetto le famiglie di Badini Giuseppe e fratelli (9), Capuzzi Antonio (11), Piovani (4), Ferrari Paolo e Carlo (8), Badini Arcangelo (4), Sirelli Lelio e Andrea (7). 1991 nuclei familiari sei, individui 21. 8 maggio 2001: sono residenti tre famiglie composte di 11 persone.

Casato Olmo, ora estinto compreso nell’elenco del Beaziano, e nel 1684, già apparteneva, pertanto al Consiglio Patrizio in seno al quale era rappresentato nel 1796, dal notaio di Collegio, nob. Cesare Olmo. Gli Olmo nel 1708 avevano ottenuto anche la concessione del titolo di Conte dalla Serenissima Repubblica Veneta. Il loro stemma: “D’Azzurro ad una pianta d’olmo, d’oro”. A titolo di cronaca: nel 1550 la “direzione amministrativa della Badia era affidata al fattor Gerolamo Ceruti monaco di S. Eufemia e l’affittuale della medesima era un certo Francesco dell’Olmo cittadino di Brescia. 2 Vulgo: él vas dé Binì, dal cognome di Francesco Benini dipendente con la qualifica di adacquatore o adacquarolo (addetto all’irrigazione dei campi) che dal 1890 abitava con la famiglia alla cascina Capolupo. 1


Itinerario da Leno sull’antica strada per Milzanello

PORZANO

I VI SP

LENO Torchio Pozzolo

Pero

GO EN

OL TT GO

Morandino

Pozzolo

Bonifica Tomba

L’itinerario inizia da Via G. Matteotti e prosegue in direzione di mezzogiorno su strada tortuosa raggiungendo il territorio dell’ex comune di Milzanello. Su questo tragitto troviamo le seguenti cascine: Pozzolo, Torchio Pozzolo, Pero, Morandino, Bonifica, Tomba. Poco oltre il centro abitato una strada privata, sulla destra si entra ai due Pozzolo a circa 1,8 km. e a sud della seriola Frezule.

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Cascina Pozzolo. Il Pozzolo è diviso in due proprietà: facendo riferimento alla fotografia, il fabbricato di destra è proprietà del signor

Antonio Prandini, nel lato opposto il fabbricato è proprietà dei coniugi Alcide Prandini e signora Maria Domenica.

1683, agosto 3. Giulia Dossena madre di Paolo Lodi ottiene dalla Giustizia Consolare, in pagamento di sua dote, un fenile a Bredavico (v.) altre pezze di terra di complessivi 8 piò a Pozzolo. (Atti di Giò: Battista Bornati). Lo stabile Pozzolo fu acquistato dal nobile Girolamo Mompiani e alla sua morte subentrarono i figli Andrea e Giacinto. Andrea possedeva le Barone e la Palazzina in Castelletto. Giacinto il Pozzolo, la Favorita e la Colombera, “Giacinto si dedicò agli studi di agricoltura e alla città preferì soggiornare a Leno e anche presso Pontevico, ove strinse vincoli di amicizia con i suoi coloni, e la popolazione agricola. Si rese conto della scarsa mercede e di così ingrato abbandono del povero lavoratore che dopo aver faticato da mane a sera non ha troppo sovente con che saziare la fame (...) manca spesso di un letto su cui riposare. Nel 1826 fece costruire nel suo podere di Pozzolo un’ampia abitazione per apprestarvi ai suoi

coloni una stanza salubre e opportunamente comoda; e su questa sua dimora nel 1834 fece porre la seguente iscrizione (scomparsa) dettata da Pietro Giordani”: «Chi verrà dopo sarà curioso di noi / sappia il tempo e il nome / di Giacinto Mompiani MDCCCXXXIV / che per mio riposo e per vostro comodo / miei carissimi lavoratori / ho murato quest’ambizione / e non mi pare di vivere / se non quando con voi in cara solitudine / dove non vedo fasto ne miseria / qui dopo molti e non degni affanni / godo pace / e quel che ci rimane di libertà»2. Il Pozzolo è diviso in due proprietà; facendo riferimento alla fotografia aerea, il fabbricato di destra è proprietà del signor Antonio Prandini con rustici, fienili, rimesse per macchine agricole, stalla tradizionale e abitazioni confortevoli ricavate da ex stalle che occupano il lato nord; altre abitazioni – disabitate – a sud del cortile. Nel lato opposto il fabbricato è proprietà dei coniugi Alcide Prandini e signora Maria Dome-

Pozzolo

(in dial. Posöl) Questo Pozzolo deve avere il significato notato dal Monti per il comasco pozzolu «sito con fonte d’acqua». Notizie storiche I primi proprietari del Pozzolo a noi noti furono gli Albini come attestano queste brevi note: 1611, luglio 22, “Giò. Battista fu Giovanni Paolo Lodi acquistò da Pietro fu Camillo Albini una porzione di terra vegriva sita sopra il tener di Leno in contrada del Pozzolo”. 1613, aprile 26, atto d’acquisto di A. Albini da Alessandro e figliolo Pizzoli di un appezzamento di terra in contrada P. 1624, febbraio 22. Lelia vedova del fu Pietro Conforti essendo debitrice verso Alessandro Albini della somma di L. 150 planeti assegna al medesimo in pagamento una porzione di terra sita a Pozzolo. La proprietà passò per acquisto alla famiglia Uggeri e un Vigilio era agricoltore e la massima parte dell’anno la passava in campagna (non in città al Navarino) perché conduceva direttamente i suoi fondi di Leno dove possedeva più di 200 piò e, nella Polizza d’estimo del 1641 dice che ‘i terreni del Pozzolo non possono essere dati in affitto ai massari per essere cattivi, metà si lavora un anno e l’altra metà l’altro anno e che sia vero vi tengo solamente doi para di bovi e una cavalla. I commissari hanno ragione di non credergli e fanno un’inchiesta (perquisizione) e risulta che vi sono 40 vacche!”1.

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Ingresso all’ex villa Mompiani in Via Re Desiderio.

nica, che abitano in lato verso sera, con portici aperti a mezzodì. L’azienda con denominazione Prandini Antonio css. (avuta in eredità) è costituita dal fondo di 90 piò di terreno coltivato a mais e loietto, irrigabili con le acque delle seriole Frezule e Milzanella. In stalla moderna con impianti adeguati di alimentazione e di mungitura alleva bovini da latte. Allevano pure alcuni animali da cortile per loro uso. Due sono le famiglie Prandini di quattro persone. L’azienda agricola del signor Alcide Prandini – avuta in eredità – è circondata da una superficie di 60 piò di terreno, attualmente coltivato a soia, barbabietola, patate, qualità atta alla trasformazione industriale. Anche queste terre sono irrigate con l’acqua del Frezule e della Milzanella. Non esistono allevamenti, eccetto animali da cortile. Sono residenti i due coniugi Prandini. Cronaca Nel 1915 era residente la famiglia di Giovanni Prandini il cui figlio Giuseppe rimase disperso in Balcania nel luglio 1943. Movimento demografico delle famiglie Nel 1900 avevano la residenza otto famiglie composte di 34 individui, cioè: Favagrossa (2), Prandini Giuseppe (15), Piovani (7), Belloni (6), Savoldi (4). Nel 1909 i Prandini quali affittuali formavano due famiglie: Giacomo 4 individui e Giuseppe 7 persone figli di Alvise prove-

1991: nuclei familiari quattro, individui 9. 2001, novembre: tre famiglie composte di 6 persone. F. Lechi, Le dimore, op. cit. vol. III p. 45 n. 3; per la dimora in città Palazzo Fenaroli, già Ruggeri, vol. VI pp. 241-257. 2 A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, op. cit. vol. IX, p. 212, cfr. Iscrizione del Giordani, ibidem V p. 286, mentre sub voce Pozzuolo. Ibidem, vol. XIII, p. 409 è attribuita al Gallia. Cfr. Comm. Ateneo di Brescia dell’anno 1852 a tutto il 1857, Brescia 1859: Giacinto ebbe i natali in Brescia nel 1785 dal nob. Girolamo e da Laura Cerioli. Nel nostro comune fece parte della Commissione Sorvegliatrice dell’istruzione. Morì in Brescia il 29 dicembre 1855. 3 G. Gallia, Giacinto Mompiani, in Com. At. Bs. dall’anno 1852 a tutto 1857, Brescia, pp. 367-384. 1

nienti da Ferrara di Montebaldo (Ve). Inoltre Vaia Bortolo (2), Cappelli Lorenzo (5).

Il nobile Girolamo Mompiani coniugato a Laura Cerioli (padre di Giacinto e di Andrea) possedeva in Leno una villa in contrada Valverde (Via Re Desiderio) e diverse proprietà terriere citate. A semplice titolo di cronaca leggiamo che il “Gentiluomo Mompiani” a Leno fu padrino di molti battesimi, si segnalò nella pubblica beneficenza, fu nominato delegato politico presso la locale Confraternita del ss. Sacramento. Il figlio Giacinto nacque in Brescia il 28 gennaio 1785, morì il 29 dicembre 1855; di nobile famiglia, patriota e filantropo, noto nella storia del nostro Risorgimento3. L’attività da lui svolta meritò varie pubblicazioni, pertanto ci limitiamo a citare alcune testimonianze vissute nei suoi lunghi soggiorni a Leno. La nota più remota è del 1808 che ci ricorda la visita pastorale del vescovo Gabrio Maria Nava alla nostra parrocchia (parroco Vezzoli) e presso la canonica il prete Pietro Bravo (1785-1842) recitò un epigramma latino colla parafrasi italiana e fu seguito dalla visita dei giovani Mompiani, l’uno dei quali, Giacinto, essendo fabbricere della chiesa, presentò al vescovo un memoriale. La famiglia Mompiani contribuì generosamente alla costruzione dell’ospedale con il Dossi, i Dander, ecc. fu benefattore con il Martinengo per la realizzazione dell’altare maggiore della parrocchiale di Leno. Sempre primo nelle altre opere di assistenza, fece parte della commissione di vigilanza per l’istruzione del Comune di Leno, per le sue benemerenze fu nominato cittadino onorario. Il fratello Andrea, anch’esso fabbricere, nel 1838 rifiutò l’incarico di amministratore dell’erigendo ospedale. 236


Cascina Torchio Pozzolo. Nel catasto del 1852 l’edificio con macina della linosa (semi di lino) e casa d’abitazione fu concesso a Pollonio Giuseppe livellario del Comune; erano uniti terreni per una superficie di pertiche metriche 19,42 (pari a piò 5,8) con una rendita in lire austriache 293,37.

Torchio Pozzolo (in dial. Posöl)

A mt. 63 s.l.m. Negli anni Trenta del Novecento era detto Macina, situato nell’omonima contrada. Partendo dalla cascina Pozzolo (v.) e seguendo il corso della seriola Frezule1 è ubicato l’edificio non identificabile in una recente carta topografica con l’esatta dizione di Torchio Pozzolo. Notizie storiche Fu edificato da privati, nel 1548 era gestito dai mugnai Zanetto da Bergamo e suoi figlioli, poi acquistato dal Comune di Leno dai signori Romelio e Leone fratelli Riva fu Apollonio con Istrumento datato 27 luglio 1550; in esso è così descritto: “Un tratto di casa mediocre dentro alla quale sono doi palmenti con doi pietre basse e con doi Arbori (pali, travi) e suoi Rodesini con suo volto però disfatto e rovinato; con un Tratto di casa per

il star de Molinari con Forno, Corte et Orto (segue descrizione dei confini) e questa al prezzo di L. 700 plt. pagabili da detto Comun et huomini ne’ tempi e modi da convenire”. Dal 1573, e negli anni successivi, lo ritroveremo nei catasti e nella descrizione degli immobili appartenenti al Comune e dato in affitto. Nel catasto del 1852 l’edificio con macina della linosa (semi di lino) e casa d’abitazione fu concesso a Giuseppe Pollonio livellario del Comune; erano uniti terreni per una superficie di pertiche metriche 19,42 (pari a piò 5,8) con una rendita in lire austriache 293,37. In tempi diversi vi abitarono diverse famiglie. Il fabbricato fu abbandonato e ridotto ad un rudere fino a quando il Comune lo cedette a privati. Nel 1993 i signori Malagni e Bosio vendettero una parte al signor Armido Bertoletti, altra parte rimase al signor Gian Bat237

tista Bosio e sono le due famiglie residenti. Il fabbricato fu ristrutturato dalle fondamenta per renderlo abitabile. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitavano le famiglie di Volpi Francesco (8), Savoldi Paolo (4), Favagrossa Francesco (2), Zaniboni Giuseppe (9). 1900 due sole famiglie: Zaniboni (12) e Lanfredi (5). Nel 1909 la famiglia di Pezzoli Francesco composta di 7 persone. Nel 1990 non era abitata.

1

Frezule: Frezioli e Friziolus rivo di antichissima formazione, lo troviamo citato “in una cartula venditionis del 1189. La peciola terre, oggetto della vendita è dislocata in castello Leni... iusta solarium de ospitali... confina a monte flumen Frizioli” (A.Ba. p. 182 n. 23).


Cascina Pero. I poderi circostanti sono coltivati a soia e patate irrigati dalla Serioletta.

Pero

(vulgo èl Cazì dè Locateli) Lasciate le cascine Pozzolo si ritorna sulla strada comunale per Milzanello e fuori paese, in direzione di mezzodì si formava un bivio con la “strada vicinale Lovera” e da questa si staccava sulla sinistra la strada che conduceva alla cascina “Biolcheria” (1898) che, come posizione geografica, potrebbe essere l’attuale cascina Pero, oggi raggiungibile mediante strada privata con cancello d’ingresso che verso levante conduce al grande cortile della cascina. Quanto all’etimologia una località Però è citata nei documenti trecenteschi (1310, 27 febbraio) con l’indicazione Piruns communis (cfr. A.Ba. 201-202), ma non è identificabile con l’attuale anche perché non è indicato in nessuno dei catasti finora citati. Nel 1880 fra i larghi possedimenti della famiglia Locatelli anche questa “casa colonica” detta allora Casino Locatelli era abitata dai tre Dabellani. Verso l’anno 1925 fu acquistato dai Prandini, e ne sono tuttora proprietari i coniugi Alcide e Maria Domenica. I poderi circostanti sono coltivati a soia e patate irrigati dalla Serioletta. La tipologia planimetrica della cascina è a U squadrata col quarto lato aperto a sera; il fabbricato di abitazione occupa il lato nord con porticato prospiciente, pilastri in cotto a vista in cinque campate, mentre il fabbricato a mattina del cortile è una barchessa o portico semplice in cinque campate, e in continuazione una muraglia congiunge l’ala di

mezzodì anch’essa con portico aperto a monte in cinque campate, tre delle quali prospicienti la stalla con fienile superiore, quest’ala presenta un’apertura d’ingresso ad arco. A mezzodì della struttura si conservano due silos cilindrici in muratura. Movimento demografico delle famiglie 1991, una famiglia di 5 persone. Novembre 2000, una famiglia, 5 componenti.

Morandino

(in dial. Morandì) Dizione esatta Morandini. A mt. 65 s.l.m. Lasciata la cascina Pero si ritorna sul nostro tragitto, si prosegue in direzione di mezzogiorno, entrati a destra su strada privata, si raggiunge il Morandino a due chilometri e mezzo da Leno. Etimologia. Sembra abbastanza chiaro il cognome Morandi e Morandini dato al luogo quale 238

opinione assunta esaminando i libri anagrafici parrocchiali quando nel 1650 troviamo il “cittadino Francesco Serina detto il Morandino” proprietario terriero e altri Morandini. Catasto 1852: della casa colonica con orto e poderi era proprietario Festoni Vincenzo fu Giovan Battista, la somma originaria di pertiche metriche 67,49 = piò 20,6 con rendita in lire austriache 202,73. Nel 1873 la proprietaria Anna Maria Zambelli ved. Bogini cedette in affitto la proprietà a Luigi Moroni per una locazione della durata di anni sei. In una parte dell’atto di consegna è interessante sapere che il terreno vidato era così descritto: le viti sono numerate secondo il numero della posta di cui ciascun filare era fornito affermando buona quella fornita di otto o più gambi di viti fruttifere e sopra terra, mediocre quella fornita da quattro a otto gambi, infine quella fornita da un numero minore di gambi. A fine locazione troviamo qui residenti la famiglia Francesco Lorandi di sei persone, sotto la medesima data due cascine: Morandini Vecchio e Nuovo abitati da Pietro Formenti 8 persone e Venturelli 5. Nel 1900 ancora il Formenti, oltre la famiglia Cigolini 5 persone. Nel 1909 Giovanni Venturelli 4 persone, proprietario, perché detto possidente, mentre Stefano Prandini era l’affittuale con famiglia di nove persone. (Non sono più distinti i due Morandini Vecchio e Nuovo). Attualmente è abitata dalla famiglia del signor Luigi Prandini


Cascina Tomba. Il fabbricato è rurale con abitazioni. Esistono stalle tradizionali con nove tratti di fienile superiori, rimesse per macchine agricole e rustici.

composta da cinque persone che conduce i 30 piò di terra annessi alla cascina. Coltiva mais e soia, irrigabili con la seriola Milzanella e pozzo privato i cui prodotti sono alloggiati in silos a trincea. L’azienda fu acquistata dai Cazzago e dai Manenti da parte del sig. Prandini e del dr. Giuliano Linetti. Il fabbricato è rurale con abitazioni e porticato aperto a mezzodì, rustico a sera per ricoveri di macchine. In stalla moderna, quindi con adeguati impianti e spazi all’aperto, allevano bovine da svezzamento e da latte. Movimento demografico delle famiglie 1990, una sola famiglia di 5 persone. Novembre 2000, sono residenti 5 persone.

Bonifica Ripreso il nostro itinerario, percorso un breve tratto, sulla destra si imbocca una stradina privata che ci porta alla cascina Bonifica, toponimo che ricorda probabilmente un’area agricola cui è stata compiuta una bonifica. Ex residenti conduttori: i Ferrari, i Gabossi allevatori di maiali. Nell’ottobre 1973 il signor Remo Tozzi acquistò l’immobile con due piò di terreno irrigati con le acque della seriola Milzanella, attualmente il terreno è tenuto a vigneto. Il fabbricato colonico fu completamente ristrutturato, tanto da renderlo una decorosa dimora di campagna.

Tomba Si riprende la strada che prosegue in direzione di mezzogiorno e dopo l’azienda Toninelli si entra in strada vicinale avviandosi alla cascina Tomba situata a circa due chilometri e mezzo dal paese e a quota 60,3 s.l.m. Etimo: nome troppo generico difficile è trovarne l’etimologia, si ritiene derivato dal dialetto Tombì = “condotto sotterraneo”, come potrebbe riferirsi ad una primitiva abitazione bassa e scura. Altra ipotesi: trovandosi la cascina isolata in aperta campagna è avvolta in un silenzio di tomba? Notizie storiche Nell’estimo del 1641 questa proprietà era censita ai nomi di Francesco e Ludovico fratelli figli del fu Vittorio Cereto che unita ad alcune pezze di terra a Salvadonega e ai Ronchi formavano un’estensione totale di 95 piò e 57 tavole. Nel 1852 una sola indicazione: la casa colonica con grande orto di p.m. 6.22 (piò 1,9), (L. 202,42 era la rendita), erano proprietà di Giovan Maria Giovanardi fu Antonio. A trent’anni dal catasto non conosciamo finora altre successioni di proprietà ma le famiglie qui residenti: Uggeri cinque persone, Andrea Zavaglio con famiglia di nove persone. Agli inizi del 1900 la cascina era abitata dai cinque Cabrini, otto gli Zavaglio, cinque i Pinelli. Nel decennio successivo diminuirono di due terzi, abitò la sola famiglia Luigi Volonghi di sei persone. L’azienda passò in proprietà 239

dei signori Ennio e Sergio Gobbi per acquisto avvenuto nel 1995 dalla signora Angiolina Garbelli. Il conduttore attuale (nov. 2000) signor Francesco Boglioli, originario di Ostiano (Cr) coltiva i 70 piò di terreni a mais e loietto, colture irrigate con l’acqua della Milzanella. Non è stato possibile svolgere un sopraluogo dettagliato, sappiamo che il fabbricato è rurale con abitazioni. Esistono stalle tradizionali con nove tratti di fienile superiori, rimesse per macchine agricole e rustici. Il signor Boglioli alleva bovine da latte in stalla di concezione moderna con impianto di alimentazione e di mungitura fisso. Alleva pure animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie 1991: due famiglie di 5 persone. Novembre 2000: una famiglia di 3 persone.


Capitolo IX Castelletto

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Castelletto

(dial. Castelèt de Lèn) Castelletto si trova a 4,5 km da Leno, fra due tronchi stradali, la provinciale Leno-Pavone e la Leno-Gottolengo. Con i suoi 1729 abitanti (al 21.10.2001) è la più popolosa frazione di Leno. Dai tempi remoti Castelletto è denominato anche contrada di San Vittore dal nome del papa martire al quale era dedicata una chiesetta campestre od oratorio. San Vittore era festeggiato il 28 luglio insieme ai santi Nazaro e Celso.

Il nome “Castelletto” deriverebbe dall’esistenza in luogo di un piccolo castello, edificato nel secolo XV dai nobili Trussi. Nei mappali catastali la località è denominata Fenili del Castello, termine che designa l’origine agricola delle poche case. Il territorio, nel Medioevo coperto da quattro immensi boschi denominati Salvello, Rotino, Squadretto e Massago, appartenne al monastero benedettino di Leno e durante le vicende di emancipazione della comunità lenese dalla Badia in progressiva decadenza,

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con la sentenza del 1297 seguita tra l’abate Pietro Baiardi e il Comune di Leno, veniva assegnato a quest’ultimo1. Parte del territorio con un piccolo nucleo di abitazioni passò di proprietà in proprietà, dai conti Gambara ai nobili Trussi, ai Manerba e ad altre famiglie signorili. I Trussi ebbero tra l’altro il diritto di patronato sopra la rettoria, che nel secolo XVIII dovettero dividere prima con la vicinia e


poi con la parrocchia. La vita sociale di Castelletto si riconosce in modo particolare nella parrocchia, attorno alla quale gravitano per la maggior

parte le iniziative e le manifestazioni che tengono uniti gli abitanti, legati da un sentimento di individualità e di autonomia dal capoluogo2.

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F.A. Zaccaria, Dell’Antichissima Badia di Leno cit., pp. 202-211. 2 Per maggiori informazioni su Castelletto: G.B. Gabrieli, Castelletto di Leno. Cenni storici, Valdagno 1959; B. Favagrossa, C. Fornari, Castelletto di Leno. Note di storia. Cronaca, Folclore, Bagnolo Mella 1983; F. Lechi, Le dimore bresciane, Brescia 1974, vol. IV, pp. 292294; B. Manenti, Le radici di Castelletto, in “Giornale di Brescia”, 20.1.1994; A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, vol. II, sub voce “Castelletto di Leno”, p. 134. 1


Itinerario trasversale Castelletto-Milzanello

LE NO II VI SP

Torri Olmo

Torri

ex Torri di Sotto

Palazzina

PA VO NE

DE L

M EL LA

ex Torri di Sopra

CASTELLETTO

Castelvecchio

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EN

OL TT GO

Squadretto

Lena

Si esce da via Manzoni, si prosegue verso sera sulla trasversale Castelletto - Crocevia e dopo alcune decine di metri, sulla sinistra, la strada comunale ci porta alla localitĂ Squadretto e alle cascine Lena, Eusebia. Di ritorno sulla trasversale verso occidente troviamo le seguenti cascine: Palazzina, Castelvecchio, Torri e Torri Olmo.

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Eusebia


Squadretto

(in dial. Squàdret) La strada per Squadretto inizia dalla trasversale di Castelletto e termina a Squadretto; vi era un termine indicatore con la scritta: “A Squadretto km. 0,92”. Al Castelletto km. 0,21. È posta a mt. 58,2-58,6 s.l.m. “Indizi evidenti emergono intorno a questa località il cui toponimo sembrerebbe d’immediato riferimento al periodo romano” (A.Ba. 200 n. 55). Altra interpretazione potrebbe avere attinenza con Squadra, classe di fondi soggetti a censimento, simile a Quadra. Notizie storiche Squadretum fu già il nome dei quattro immensi boschi un tempo esistenti nel territorio circostante San Salvatore come il Salvello, Rotino, Massago di pertinenza abbaziale sin dalla fondazione desi-

Località Squadretto. Non si sa esattamente l’anno di fondazione di Squadretto, ma si può ritenere che sia il più antico abitato sorto nel territorio di Castelletto. La località di Squadretto è formata da un gruppo notevole di fabbricati per abitazioni, rustici, capannoni per allevamenti avicoli e bovini. Fra gli edifici più antichi ma di semplice architettura si notano il cosidetto

“Palazzo del Vescovo” o “Vaticano” risalente al XIV secolo, il “Palazzo” e la “Colombaia” del XVII secolo, quest’ultimo è toponimo assai diffuso nel Bresciano, la cascina prese il nome dal torrione quadrangolare che sovrasta l’adiacente struttura, formata da abitazioni, vecchie stalle con prospiciente porticato con solidi pilastri uniti da arcate con cornici in cotto a vista.

deriana, i quali furono assegnati poi al Comune di Leno come proprietà esclusiva con una sentenza di transazione dell’anno 1297 fra l’abate di Leno Pietro Baiardi di Parma e i rappresentanti del Comune (cfr. Zacc. 206 ss.). Non si sa esattamente l’anno di fondazione di Squadretto, ma si può ritenere che sia il più antico abitato sorto nel territorio di Castelletto. Il Gabrieli1 scrive che “questo piccolo centro sorse – forse – per opera della nobile famiglia Gambara di Cigole, che veniva in questo luogo a passare le vacanze estive, ovvero della nobile famiglia Gobbi di Brescia”2. Qui venne edificata una Cappella dedicata a San Francesco d’Assisi, chiesetta privata signorile che serviva alla popolazione ivi residente. Nel 1880 purtroppo venne demolita allo scopo di usare il materiale nella continuazione della fabbrica della nuova parrocchiale di Castelletto.

Cronologia 1442 - Sentenza arbitrale. Il Comune di Leno per acquisire il diritto di arare, dissodare, lavorare le terre di una estensione di 200 piò circa, in contraccambio delle decime spettanti all’abate di Leno sulla detta terra, deve cedere al monastero 100 piò di terra boschiva in contrada di Squadretto, e altri 15 a Sobagno. 1495, lì 7 maggio. L’abate commendatario Francesco Vitturi concesse la facoltà al Comune di costruire un vaso sui beni di ragione dell’abbazia per condurre acqua di irrigazione in contrada di Squadretto. 1496, 17 maggio. Instrumento d’acquisto del Comune et Huomini di Leno da D. Francesco fu Pietro Trussi cittadino di Brescia abitante in territorio di Leno, di una pezza di terra arativa per condur una seriola in contrà di Squadretto. 1641 - Dall’estimo: a Squadret-

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Ricostruzione stemma casato Favagrossa. Lavoro di Vincenzo Cecchini scultore Porzano. Annotiamo che il casato dei Favagrossa è ricordato da vari ricercatori di araldica, dal Godrato nel 1681 seguito da fra Bernardo, dal Pirri, Passalacqua, finché un Vito commendatore dell’Ordine Mauriziano ottenne con decreto ministeriale del 3 aprile 1874 riconoscimento del suo stemma gentilizio che è: “di azzurro a due

to lo stabile era molto frazionato, riportiamo i principali possessori: Ferdinando fu Gian Battista Chizzola 159 piò, rev. don Paolo fu Francesco Calino possedeva “un casamento da patrone e da massaro e 68 piò, 64 tavole di terra”, Arsenio e Luigi fu Andrea Emili, un cortivo cinto 38 piò e 33 tavole di terra3, Agostino fu Vincenzo Stella possedeva alle Morosine e al Massago, inoltre “una casa da massaro, una da braccente, ortaglia e il logo di Squadreto altro casamento con brolo per un perticato totale di piò 277,17”, infine D. Pietro figlio del fu Dionisio Trussi possedeva casamento e terre e con quelle de La Torre sommano a può 142,52 tavola. Nell’anno 1698 la chiesetta di San Francesco era proprietà della nobile Silvia Pontevichi. Nel 1819 anche Agostino Arivi del fu Bartolomeo ebbe qui proprietà. 1852 - Catastico austriaco, lo stabile Squadretto con case coloniche e poderi era così frazionato: Mazza don Faustino e Giovita fratelli fu Francesco p.m. 481,24 (piò 148), Geroldi Giuseppe fu Giacomo p.m. 20,04 (6 piò) rendita L. 82,67 con casa, accesso proprio alla casa colonica “con portone” Gambara nob. Leandro fu Camillo p.m. 154,75 (piò 47) L. 750,88, Gadaldi Lucia fu Giovan Maria p.m. 2,98 (0,9 piò) L. 7,13, Fornari Luigi e Francesco fu Pietro Martire e Fornari Antonio, Giovanni, Crisostomo, Pietro, Anna, Maria e Rosa Stella fratelli e sorelle fu Pietro pupilli in tutela di Fornari Lorenzo loro zio, p.m. 282,70 (piò 87) L. 733, Muzio Giuseppe fu Giacomo p.m. 328,54 (piò 101) L. 1533,33.

1876 - Fondi e case componenti questa proprietà erano in proprietà della signora Martina Spaghi fu Francesco maritata Bellomi, poderi dati in affitto a Dragoni Eugenio. La località di Squadretto è formata da un gruppo notevole di fabbricati per abitazioni, rustici, capannoni per allevamenti avicoli e bovini. Fra gli edifici più antichi ma di semplice architettura si notano il cosidetto “Palazzo del Vescovo” o “Vaticano” risalente al XIV secolo, il “Palazzo” e la “Colombaia” del XVII secolo, quest’ultimo è toponimo assai diffuso nel Bresciano, la cascina prese il nome dal torrione quadrangolare che sovrasta l’adiacente struttura, formata da abitazioni, vecchie stalle con prospiciente porticato con solidi pilastri uniti da arcate con cornici in cotto a vista. Vi abitano le famiglie: Francesco Olini negoziante (6), Luigi Bignetti agricoltore (4), Vittorio Rizzotto agricoltore (2). In lato opposto, ingresso privato, con divisione della proprietà di Enrico Treccani che l’acquistò nel 246

leoni d’oro coronati dello stesso controrampanti affrontati dal tronco di un pino al naturale, sradicato e sostenuto dalle radici di esso pino, questo sormontato da due stelle di sei raggi di argento ordinate in fascia nel capo. Elmo di acciaio liscio, chiuso, posto in piano profilo verso destra, ornato di arcine e svolazzi d’oro, d’argento e di azzurro” (dal Diploma presso la famiglia).

1970 da certo Vareschi, completa la struttura a corte chiusa, con porticati, stalla con fienile e abitazioni delle famiglia Soldi4 Luigi e Dario attuali conduttori dei 40 piò di terreni coltivati a masi e loietto, irrigabili con le acque del cavo Littorio. I Soldi allevano bovini da latte in moderna stalla con spazi all’aperto, alimentati con Unifeed. Infine citiamo il “Palazzo” – vulgo cascina del Potasì – di proprietà dei signori Ferrari - Calzoni - Favagrossa Giacomo5 che dopo interventi di restauro e di pulitura della facciata in cotto a vista ha riacquistato l’originale aspetto di residenza padronale. Esternamente si nota il portale d’ingresso a volta con stemma del casato Favagrossa e sovrastanti finestre a bifore affiancate dalle rimanenti abbellite dalle inferriate a inginocchiatoio in ferro battuto. Cronaca Nel secondo dopoguerra fu edificata in forma provvisoria una chiesetta in legno, lavoro eseguito dal signor Mancini. In seguito venne eretta in muratura su progetto del geom. Lucio Scalvini. Il tempietto fu dedicato a Maria Ausiliatrice come voto di guerra. “Per la costruzione e l’acquisto della statua della Madonna i fedeli di Squadretto e delle cascine vicine offrirono la somma di lire 33.367”6. Nel 1995, all’interno venne posta la seguente iscrizione: “A ricordo / del 50° anniversario / della edificazione / di questa chiesetta / parroco e fedeli / posero / 1945-1995”. La comunità di Squadretto vive ogni anno particolari giorni di festa dedicati alla Madonna con ingredienti di genuina sagra popo-


Madonna presente nella chiesetta di Squadretto. Qui venne edificata una Cappella dedicata a San Francesco d’Assisi, chiesetta privata signorile che serviva alla popolazione ivi residente. Nel 1880 purtroppo venne demolita allo scopo di usare il materiale nella continuazione della fabbrica della nuova parrocchiale di Castelletto. Nel secondo dopoguerra fu

lare. Vari appuntamenti per l’ultima domenica di maggio, riti religiosi si alternano a serate danzanti, tanta musica, servizio bar e buona cucina. A Squadretto si conserva l’antica usanza – nel giorno di Sant’Antonio, il 17 gennaio – di accendere il falò. A Santa Lucia, previa la raccolta presso le famiglie, si confeziona il pacco dono da distribuire a sera inoltrata. Il conduttore della festa è il signor Roberto Piubeni. Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 in questa località vi abitavano numerose famiglie con un totale di 207 abitanti così distribuiti: Ferrari Antonio (4), Ferrari Francesco (4), Ferrari Sempliciano e Giovanni (8), Ferrari Albino (8), Pozzaglio (2), Monza (11), i due coniugi Ceruti, altre famiglie (8), Manzini (6), altre 31 persone, altra famiglia Mancini (19), Fostini (5), altre famiglie per un totale di 77 individui, la sola famiglia Marazzi era costituita di 22 persone. Dal Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991 risultarono presenti trenta nuclei familiari composti di 90 persone: Luigi Bignetti (5), Francesco Olini (5), Francesco Calvetti (5), Luigi Soldi (7), Valter Perotti (4), Alessandro Barbera (3), Giovanni Barbera (2), Giuseppe Barbera (3), Lorenzo Fornari (5), Vittorio Rizzotto (3), Renato Rizzotto (4), Giuseppe Rizzotto (4), Aldo Pietta (4), Giuseppe Pietta (2), Giovanni Pietta, Mauro Magli, Giulia Udeschini, Francesco Udeschini (3), Angelo Causetti (4), Pietro Soldi, Enrichetta Seroli (2), Cesa-

rina Larissa (3), Aldo Beduschi (5), Rosa Cameletti, Nadia Zani (3), Domenica Gottarelli (2), Giuseppe Ramponi (3), Pierina Musa, Luciano Favagrossa (4). 19 aprile 2001: non abbiamo censito le singole famiglie, ma ci siamo rivolti alla decana di Squadretto la signora Giulia Udeschini ved. Gatti, classe 1914 (il marito Battista Gatti nato a Castelletto nel 1907, deceduto in ospedale da campo in seguito a gravi ferite durante il secondo conflitto mondiale. Fu sepolto a Cin Calcade di Nizza) citando a memoria i nominativi e i componenti delle famiglie qui residenti che noi riassumiamo: nuclei familiari 28, individui 95 di cui 11 pensionati, allevatori di vitelli, tre agricoltori, sei allevatori avicoli, tre commercianti (Se.od.O.). B. Gabrieli, Castelletto di Leno, cenni storici, Valdagno 1959, p. 7. 2 1588, 13 giugno. Giovanni Battista Gobbi fu Domenico lascia a titolo di legato alla chiesa di San Francesco, situata in contrada di Squadretto, lire 300 di planetti, come pure tanti beni stabili, il frutto dei quali sia sufficiente per il mantenimento di un sacerdote e che celebri ogni giorno 1

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edificata in forma provvisoria una chiesetta in legno, lavoro eseguito dal signor Mancini. In seguito venne eretta in muratura su progetto del geom. Lucio Scalvini. Il tempietto fu dedicato a Maria Ausiliatrice come voto di guerra. “Per la costruzione e l’acquisto della statua della Madonna i fedeli di Squadretto e delle cascine vicine offrirono la somma di lire 33.367”.

in perpetuo in detta chiesa in suffragio dell’anima sua e dei suoi defunti. 3 Il nobile Arsenio Emili di Andrea (n. 1616 - morto dopo il 1684) rimasto vedovo si ritirò solo nella sua casa a S. Croce, attendendo all’amministrazione dei suoi fondi di Virle, Mazzano e Leno a Squadretto dove aveva una villa sontuosa. 4 Dopo l’incontro con il signor Gino abbiamo preso lo spunto sul significato del cognome Soldi che appartiene ad una grande famiglia assai diffusa in Italia settentrionale, in altre parti del mondo come nelle Americhe, in Africa, in Asia e anche nella Russia. L’idea nasce da Fiorino (Fiorino Soldi nacque a Cremona il 27 ottobre 1922; l’8 gennaio 1968 la tragica notizia: grave lutto nel giornalismo cremonese; F.S. fu direttore del giornale La Provincia, è scomparso inghiottito dalle acque di un fiume nella lontana isola di Bormeo) da un fatto apparentemente casuale; un soldato tedesco salvò la vita durante il secondo conflitto mondiale allo scrittore e giornalista Fiorino e quasi per gratitudine nel 1950 iniziò il lavoro di ricerca dei nuclei familiari fondando così l’“Associazione del Casato Soldi” con proprio bollettino d’informazione inviato alle famiglie. Nel n. del 1970 si legge che i Soldi erano 31.000: organizzano congressi annuali in Italia, in Brasile, Sud America, Argentina, Paraguay, ecc. e in tale occasione le famiglie versano un contributo in denaro allo scopo di costituire un fondo benefico. In occasione del Giubileo del 50° di fondazione si recarono a Roma, offrendo al Papa la “Carità della Banca di Natale”. 5 Il casato dei Favagrossa è ricordato da vari ricercatori di araldica, dal Godrato nel 1681 seguito da fra Bernardo, dal Pirri, Passalacqua, finché un Vito commendatore dell’Ordine Mauriziano ottenne con decreto ministeriale del 3 aprile 1874 riconoscimento del suo stemma gentilizio che è: “di azzurro a due leoni d’oro coronati dello stesso controrampanti affrontati dal tronco di un pino al naturale, sradicato e sostenuto dalle radici di esso pino, questo sormontato da due stelle di sei raggi di argento ordinate in fascia nel capo. Elmo di acciaio liscio, chiuso, posto in piano profilo verso destra, ornato di arcine e svolazzi d’oro, d’argento e di azzurro” (dal Diploma presso la famiglia). 6 Cfr. B. Favagrossa - D. Fornari, Castelletto, cit. p. 125.


Cascina Lena. La superficie produttiva è coltivata a mais, loietto e in parte investita a frumento e soia, prodotti conservati nel silos a trincea.

Eusebia Lasciata Squadretto in direzione di levante si stacca sulla sinistra una strada privata che, verso nord, raggiunge la cascina a circa 1,2 km. da Castelletto e a mt. 57,9 s.l.m. Quanto all’etimologia il nome venne dato da una parente di casa Favagrossa per ricordare una suora spagnola beatificata, felice intuito poiché il nome – dal greco – significa timorata di Dio. Nel 1980 i signori Gianbattista Favagrossa e signora Maria Bodini acquistarono l’area dal signor Piubeni ed iniziarono la costruzione fra il 1982 e il 1983 di un fabbricato adibito a magazzino, di un capannone e della villa di abitazione. Il capannone, con impianto automatico di alimentazione, misura metri 80 x 13, può ospitare oltre 60 mila ovaiole con una elevata produzione che si aggira dal 94 al 96%. Purtroppo anche questo allevamento, nel gennaio 2000, fu colpito dall’epidemia e furono abbattuti 64.000 capi. L’azienda è dotata di 25 piò di terreno attualmente coltivato a soia, orzo, mais, ed irrigabile con le acque della seriola Molina. 24 maggio 2001: è residente la famiglia Favagrossa Giambattista (4).

Lena

(in dial. Lenò) Usciti da Squadretto a breve distanza verso sera, un ponte ci consente di attraversare il canale S. Giovanna e proseguendo verso mezzogiorno su strada sterrata che costeggia detto canale si giunge alla cascina situata a 1,5 km. circa dall’abitato di Castelletto e a mt. 58,6 s.l.m. L’etimo di Lena non è diminutivo di Maddalena ma trova il suo significato nella frase dialettale coniata dal signor Francesco Doninelli che la costruì nel 1928, che recita così: “L’om fadò sö de Lenò col südur é mal dè schenò”; è stata costruita con la forza di volontà e tanta fatica. Gli attuali proprietari Francesco e Natale Doninelli ebbero in eredità alcuni poderi e attualmente sappiamo che 43 piò di terra sono proprietà di Francesco mentre Natale ne possiede 5 e in cascina l’abitazione. 248

La superficie produttiva è coltivata a mais, loietto e in parte investita a frumento e soia, prodotti conservati nel silos a trincea. Per l’irrigazione dei loro terreni estraggono l’acqua dal cavo Littorio, dal fontanile Rio che nasce presso la cascina Rimedio e dal pozzo privato. I fabbricati rurali sono così disposti: in lato nord il portico verso sera e in continuazione a mattina le abitazioni. Verso mezzogiorno le due stalle tradizionali contrapposte dove si allevano bovine da latte. Per uso familiare allevano animali da cortile. Movimento demografico delle famiglie 1991: nuclei due, individui 9. 19 aprile 2001 invariati i residenti.


Palazzina

(in dial. Palasinò) Ritornati sulla comunale di Castelletto in direzione di Milzanello a nord di Castelvecchio vi è la strada privata di accesso alla cascina, preceduta dalle nuove abitazioni, situata a circa 0,7 km. dal centro abitato e a mt. 62 s.l.m. Proseguendo nel grande cortile si presenta in lato nord il fabbricato originale con stalle e sovrastanti fienili, nel corpo centrale le vecchie abitazioni e in continuazione altro rustico e dal lato sera verso mattina corre il portico con undici arcate a tutto sesto caratteristica architettonica di altri cascinali nella vicina Milzanello. Un’ala verso sera adibita a rustico completa la tipologia planimetrica. Nel catasto napoleonico era proprietà del nob. Girolamo Mompiani che lasciò in eredità al figlio Andrea il quale, si legge nel

A sinistra la Palazzina, a destra Castelvecchio, sul fondo Squadretto. 1297 - Una sentenza di transazione fra l’Abate di Leno D. Pietro Baiardi di Parma e i rappresentanti del Comune di Leno testimonia che il territorio attuale del

Castelletto era coperto di quattro immensi boschi (nemora) denominati Salvello, Rotino, Squadretto e Massago e questi, attraverso questa sentenza, venivano assegnati al Comune di Leno come proprietà esclusivamente comunale.

catasto austriaco, oltre la Palazzina possedeva le due Barone i cui poderi coprivano una totale superficie di 426 piò, inoltre a livello del Comune di Leno 101 piò. Altre successioni non ci sono note. Da Gazzo Padovano la famiglia Casarotto si trasferì a Isorella, a Gottolengo e a Gambara finché giunse a Castelletto dove, nel 1959, acquistarono lo stabile con 27 piò di terra dalla famiglia Sartori. Mais e frumento sono i prodotti coltivati i cui terreni sono irrigati con le acque del cavo Littorio. Per uso familiare allevano alcuni animali da cortile.

Castelvecchio

Movimento demografico delle famiglie 1991: quattro famiglie, 13 persone. Al 24 aprile 2001 sono residenti tre famiglie di 10 persone. 249

(in dial. Castelvéch)

È situato a circa metà percorso sulla strada che da Castelletto porta al “Crocevia Tram”; siamo a mt. 59,8 s.l.m. Prima di accedere al “Castello” si presenta un complesso rurale che sulla destra ha una tipologia planimetrica a U aperta a mattina. È costituito essenzialmente dalle ex stalle con fienili superiori, barchesse con portici aperti verso il cortile: il lato nord è formato da arcate a tutto sesto, il rimanente perimetro della struttura a più luci con pilastri in cotto. Il corpo di fabbrica sito sulla sinistra, che dal cortile si accede tramite ingresso proprio, è a elementi contrapposti divisi dall’ampio cortile, con locali per abitazioni, rustici e rispettive adiacenze. Il Castello “La costruzione di questo centro è spostata rispetto al vecchio


Al centro Castelvecchio. A sinistra la cascina Palazzina. “Il vasto caseggiato di Castelvecchio è diviso in tre zone così denominate: cascina Cherubini, le abitazioni che si trovano a nord-est, Santagiovanna, case poste a nordovest e Castello, che si trova a sud. Come si può desumere dalla forma dei soffitti e dei materiali impiegati nella costruzione degli edifici, la prima zona è la più antica.

luogo di S. Vittore presumibilmente per sfruttare la roggia S. Giovanna come difesa e perché poteva dare acqua in abbondanza per la fossa. Pure in quel tempo, l’intero territorio di S. Vittore venne completamente attivato. I boschi vennero in gran parte abbattuti ed estese zone di terra bonificate e ridotte a coltivazione agraria. Dalla Santa Giovanna furono derivati diversi canali per uso irrigazione, onde incrementare maggiormente la produttività. Il Castello come tutte le costruzioni analoghe dell’epoca, era circondato da una grande fossa alimentata dall’acqua della roggia Santa Giovanna, era munito di ponte levatoio, di torre

merlata, aveva il suo vallo e, tutt’intorno erano le case coloniche abitate dai poveri contadini, le scuderie ed i servizi propri di una piccola roccaforte. Ancora pochi anni fa (siamo nel 1959) si potevano vedere quasi tutte queste strutture del Castello, segno evidente della sua antichità medioevale, strutture che vennero in gran parte modificate o rimosse dai proprietari Locatelli”1. Infatti “sono così radicali le modifiche – scrive il Lechi – apportate nel secolo scorso che non è facile distinguere l’antico dal moderno. Malgrado ciò è rimasta individuabile la linea dell’antica struttura a pianta quadrata. L’odierno grande cascinale sorge fedelmente su quella pianta e buona parte dei muri in mattoni, 250

sui lati nord, ovest e sud sono originali. In essi poi sono state aperte una quantità di finestre tutte ottocentesche con le loro false ogive gotiche”. “Il portale anch’esso ogivale, ma che temiamo sia una modifica dell’antico, a tutto sesto come quello della piccola postierla vicina, è sormontato dalle feritoie del ponte levatoio e poi da sovrastrutture e finestre moderne. Si scorgono ancora le sagome delle torrette ai quattro spigoli, anzi sullo spigolo di sud-ovest è stato innalzato un fabbricato forse settecentesco, sempre coi mattoni a vista. (...) Sulla torre d’ingresso, oltre le mensole terminali, è stato innalzato un orribile fastigio per collocarvi un orologio”2.


Castelvecchio sud. Prima del 1959 si potevano vedere quasi tutte queste strutture del Castello, segno evidente della sua antichità medioevale, strutture che vennero in gran parte modificate o rimosse dai proprietari Locatelli”. Infatti “sono così radicali le modifiche – scrive il Lechi – apportate nel secolo scorso

Adiacente al Castello sorge la chiesa dedicata a S. Maria eretta nella seconda metà del XV secolo per volontà di Pietro Trussi, come risulta dalle iniziali incise al di sopra del portale principale, scoperte di recente assieme ad un interessante, anche se deteriorato, affresco raffigurante una Natività. Per delineare altri aspetti della sua storia, per ricostruire la cronologia dei passaggi di proprietà abbiamo assunto notizie dalle mappe napoleoniche (1814), austriaca (1852) e dal nuovo catasto del Regno d’Italia (1898) dai relativi estimi e catasti. “La data esatta nella quale è stato costruito l’edificio non compare in nessuno di questi documenti, viene menzionato per la prima volta tra le proprietà dei nobili Manerba nel 1536, dei nobili Trussi nel 1548: le famiglie possedevano per metà ciascuna il Castello e più precisamente i Manerba possedevano la parte a nord e i Trussi quella a sud, dei Trussi, Giò Battista possedeva la parte sud-est e Giacinto, suo cugino, la parte a sudovest”3. Non è chiaro se i Trussi abbiano trovato già edificato il castello o l’abbiano costruito essi stessi. “Nel 1637 la porzione di Giacinto Trussi passa a Ferdinando Chizzola, il quale aveva sposato Livia Trussi, figlia di Pietro Trussi (zio di Giacinto). La proprietà rimarrà così frazionata sicuramente fino al 1687 nel cui anno anche i figli di Ferdinando dichiarano di possedere gli stessi beni descritti precedentemente. Sempre in quest’anno Nobila Manerba, figlia di Nicolò, mo-

glie di Ulisse Sala, dichiarerà di aver rilevato la porzione dello zio Paolo Manerba. Questi avranno una figlia, Isabella Sala, che ancora nel 1733 dichiarerà di possedere gli stessi beni che possedeva Paolo Manerba. Nel 1723 Ludovico e i fratelli Luzzago, rileveranno la partita di Ferdinando Chizzola”4. Cronologia degli eventi 1297 - Una sentenza di transazione fra l’Abate di Leno D. Pietro Baiardi di Parma e i rappresentanti del Comune di Leno testimonia che il territorio attuale del Castelletto era coperto di quattro immensi boschi (nemora) denominati Salvello, Rotino, Squadretto e Massago e questi, attraverso questa sentenza, venivano assegnati al Comune di Leno come proprietà esclusivamente comunale5. 1426 - Parte del territorio della borgata di Castelletto passa, per investitura, alla nobile famiglia Trussi, che risiedeva in città, i quali edificarono una chiesetta 251

che non è facile distinguere l’antico dal moderno. Malgrado ciò è rimasta individuabile la linea dell’antica struttura a pianta quadrata. L’odierno grande cascinale sorge fedelmente su quella pianta e buona parte dei muri in mattoni, sui lati nord, ovest e sud sono originali. In essi poi sono state aperte una quantità di finestre tutte ottocentesche con le loro false ogive gotiche”.

dedicata a S. Vittore6. 1468 - Un decreto del 20 giugno afferma che la nobile famiglia Trussi aveva ottenuto il diritto di patronato sulla chiesetta di S. Maria (S. Vittore, vicino al Castello) grazie ad una concessione del Vescovo di Brescia monsignor Domenico De Dominicis7. 1492 - Nei rogiti del notaio Giambattista Da Monte di Leno troviamo un Istrumento che recita così: “Nicola e Brunoro fratelli Gambara, originari signori della Terra e Castello di S. Vittore, investono della proprietà d’un corpo di fondi nella detta contrada e dei relativi diritti che corrispondono nei confini alla proprietà Lame di sotto, il nobile cittadino Cristoforo Trussi”8. 1496 - Risale a quest’anno una scrittura d’acquisto del Comune di Leno di Francesco del fu Pietro Trussi, cittadino di Brescia, abitante nel territorio di Leno in contrada del Castelletto o di S. Vittore, di una pezza di terra aradiva per condurre una seriola in contrada di Squadretto9. 1536 - Taddeo Manerba ha un possedimento nel territorio di Leno in contrada del Castelletto o di S. Vittore10. 1548 - Pietro Trussi ha un possedimento a Castelletto11. 1559 - Primo atto di nomina al vicario generale mons. V. Duranti da parte dei patroni nobili Trussi, del sacerdote A. Cicognini come nuovo rettore e cappellano della comunità del Castelletto12. 1560 - Benedetto Trussi del fu Valerio Trussi ha un casamento da padrone e massaro in contrada del Castelletto nel territorio di Leno.


Castelvecchio sud.

1563 - Mario Trussi, fratello di Pietro Trussi, ha un casamento da padrone e massaro con un piò di brolo nella contrada del Castelletto. 1565 - Benedetto Trussi del fu Valerio ha più possedimenti nella contrada del Castelletto e tra queste, una casa con colombaia e orto per il massaro che confina a ovest con Ludovico Manerba e a nord con lo stesso Benedetto Trussi, e un’altra casa con il fienile, i portici e la colombaia nel Castello, che confina a nord con Ludovico Manerba e ad est con Ludovico Trussi. 1567 - Mario Trussi ha un casamento da padrone e massaro con un piò di brolo nella contrada del Castelletto, come già aveva descritto nel 1563. 1568 - La parte dei possedimenti di Taddeo Manerba passa ai figli Ludovico, Camillo e Scipione. Non sono però descritte le proprietà. Pietro Trussi, fratello di Mario, parla di un casamento da padrone e di alcune casette da braccianti usate dai famili che lavoravano nella proprietà13. 1574 - I reggenti del Comune concedono a Scipione Manerba e Mario Trussi una certa quantità di acqua della seriola Selvasecca con “ruota quindicinale”, con la condizione che il Comune possa in qualunque tempo ritornare in possesso della concessione e che i Trussi, i loro braccianti e i loro coloni siano obbligati a macinare le biade ai molini del Comune14. 1587 - Gasparo Trussi, figlio di Mario Trussi, parla di un casamento da padrone e da massaro con due piò di brolo in contrada

Adiacente al Castello sorge la chiesa dedicata a S. Maria eretta nella seconda metà del XV secolo per volontà di Pietro Trussi, come risulta dalle iniziali incise al di sopra del portale principale, scoperte di recente assieme ad un interessante, anche se deteriorato, affresco raffigurante una Natività.

del Castelletto. 1588 - Nell’elenco dei possessori del Comune di Leno vengono nominati: Antonio Manerba; Niccolò Manerba, che confina a est con Aloisio Trussi; gli eredi di Aloisio Trussi che confinano con Niccolò Manerba e Giacinto Trussi. Niccolò e Taddeo Manerba (figli di Camillo) possiedono un casamento da padrone, bracciante e malghese oltre a vari terreni nella contrada del Castelletto. 1625 - Antonio del fu Camillo Manerba (fratello di Niccolò e Taddeo) possiede la metà con i nipoti (figli di Niccolò) del casamento da padrone, bracciante e malghese nella contrada del Castelletto. Giò Battista Trussi del fu Aloisio possiede una casa nel Castello con tre corpi di casa inferiori e superiori, con due stalle, un po’ di corte e un po’ di fossa confinante a est con Gasparo Trussi, figlio di Mario, a nord con Giacinto Trussi, figlio di Benedetto e a sud con Antonio 252

Manerba mediante la fossa. 1627 - Paolo, Ludovico e Taddeo, figli di Niccolò Manerba, possiedono la metà a nord del Castello, insieme allo zio Antonio Manerba, fratello di Niccolò, che confina a sud con i Trussi e il resto con la fossa. Giacinto, figlio di Benedetto Trussi, possiede con Giò Battista Trussi l’altra metà a sud del Castello, e in particolare Giacinto possiede un torrione, un corpo di casa con tratti di fienile. 1637 - Ferdinando Chizzola, del fu Giò Battista, possiede un torrione nel Castello e un casamento con tratti di fienile, che confina a sud e ovest con la fossa, a est con Giò Battista Trussi e a nord con Paolo Manerba15. 1641 - Nell’estimo della Comunità di Leno del 1641 risultano come proprietari del Castello: Ferdinando Chizzola del fu Giò Battista che possiede un casamento da padrone nel Castelletto. Paolo Manerba del fu Niccolò che possiede tre delle quattro parti di un Castello in contrada del Castelletto, ovvero di S. Vittore. Giò Battista Trussi del fu Aloisio, che possiede una casa nel Castelletto di S. Vittore16. Ferdinando fu Giovanni Battista Chizzola – ramo di Erbusco – possiede 241 piò e 61 tavole “un casamento da Patrone, un Torrione e casamento da massaro nel Castello e altri appezzamenti di terra siti a Selvasecca (v.) e Madonna del Massago”. La maggior proprietà passò a Paolo quondam Nicolò Manerba che possedeva “tre delle quattro parti di un Castello sito nella


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contrada del Castelletto, ovvero Santo Vittore, con case, casette, un fienile, diverse pezze di terra per un totale di 278 piò e 30 tavole; la sua proprietà confinava con la strada di Santo Francesco di Squadretto”17. 1650-1651 - Paolo Manerba del fu Niccolò possiede tre delle quattro di un castello “...con corte in mezzo nel quale è un alloggiamento da padrone con corpi tre di stanze terranee e superiori, granaio e... con sette casette da braccianti e una per il fattore e una per il malghese con tratti tre di fienile e stalla due dei quali hanno avanti il portico e l’altro è coperto dalla casa del malghese... cinque altri tratti di fienile senza portici e stalle e due colombare...” confina a sud con Ferdinando Chizzola, a ovest con Giò Battista Trussi e a nord ed est con la fossa. 1656 - Ferdinando Chizzola del fu Giò Battista possiede gli stessi beni che possedeva nell’estimo del 1641, registrati alla partita n. 7. 1657 - Paolo Manerba del fu Niccolò possiede gli stessi beni che possedeva nell’estimo del 1641, registrati alla partita n. 18. 1661 - Paolo Manerba del fu Niccolò possiede gli stessi beni che possedeva nell’estimo del 1641, registrati alla partita n. 18. 1667 - Ferdinando Chizzola del fu Giò Battista possiede gli stessi beni che possedeva nell’estimo del 1641, registrati alla partita n. 7. 1687-1688 - I figli di Ferdinando Chizzola ereditano i beni del padre; in questa polizza vengono inoltre indicati i beni descritti nell’estimo del 1641 alla partita n. 7 tra i quali un torrio-

ne nel Castelletto che confina a est con Antonio e fratelli Trussi, a ovest e a sud con la fossa e a nord con Antonio e fratelli Sala. 1688 - Nobila Manerba, figlia di Niccolò e moglie di Ulisse Sala (defunto), rileva la parte di beni descritta nell’estimo del 1641 alla partita n. 18 di Paolo Manerba (zio di Nobila) cioè “...tre delle quattro parti del Castello con corte in mezzo nella quale vi è un casamento da padrone con tre corpi di stanze terranee e superiori, granaio, con tratti di fienile e stalla...”. 1720-1737 - Isabella Sala, figlia di Ulisse Sala e Nobila Manerba possiede i beni catasticati nel 1641 alla partita n. 18 di Paolo Manerba cioè “...tre delle quattro parti del Castello... che confina a est con Agostino Trussi e Ludovico Luzzaghi, a ovest con i Trussi e a nord e sud con la fossa...”. 1723 - Ludovico e fratelli Luzzaghi del fu Giò Pietro rilevano la partita, descritta nel catastico del 1641 di Ferdinando Chizzola, n. 7: “...un torrione del castello e un corpo di casamento... con tratti di fienile e arsenale, confina a est con Agostino Trussi e con parte del Castello, a sud e ovest con la fossa e a nord con Pietro Sala...”. 1732 - Isabella Sala, figlia di Ulisse Sala, possiede i beni di Paolo Manerba del fu Niccolò, registrati alla partita n. 18 “...tre delle quattro parti del Castello in contrada del Castelletto o di S. Vittore con corte e corpi diversi terranei e superiori... confina a mezzodì con Ludovico Luzzago, a sera con Agostino Trussi, a mattina e sera con la fossa del castello...”. Ludovico Luzzago possiede la 254

partita di Ferdinando Chizzola “...un torrione nel Castello e un corpo di casa... confina a sera e mezzodì con la fossa, a mattina Agostino Trussi, a monte Isabella Sala...”18. Dal catasto austriaco del 1852 disponiamo di questi dati: la “casa rurale” e i fabbricati per azienda rurale erano proprietà della Fenaroli contessa Camilla quondam Pietro maritata Caprioli, altra simile e la casa colonica di proprietà Mompiani Andrea fu Girolamo. “Il vasto caseggiato di Castelvecchio è diviso in tre zone così denominate: cascina Cherubini, le abitazioni che si trovano a nord-est, Santagiovanna, case poste a nord-ovest e Castello, che si trova a sud. Come si può desumere dalla forma dei soffitti e dei materiali impiegati nella costruzione degli edifici, la prima zona è la più antica e, questa, doveva comprendere la casa abitata al principio dai Trussi. Il castello e le terre ad esso appartenenti furono acquistate verso il 1880 dai Locatelli tramite la mediazione di Vincenzo Scalvini che ebbe come compenso 10 piò di terra, posti in contrada Fenili, a sud dell’attuale oratorio. La spesa sostenuta dagli acquirenti fu poco inferiore alle 250.000 lire”19. Verso la fine dello scorso secolo anche nell’azienda Locatelli il sistema di coltivazione era l’avvicendamento biennale di frumento e granoturco. Nei primi del secolo si introdusse il triennale di questi due generi col prato artificiale o colla popponaia nei piccoli possedimenti, la quadriennale era


Attualmente il proprietario abita la parte dell’edificio composto dal portico a due campate sostenute da colonne in marmo, prospiciente l’ingresso dell’abitazione che presenta forme settecentesche costruita su struttura preesistente del 1400 come la cantina con volta a vela con ingresso proprio

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sotto l’androne. Gli ambienti, sala, cucina, con elegante camino in marmo e altre adiacenze hanno pavimento in cotto, soffitti con volta a crociera, arredati con quel senso di misura e buon gusto che rendono l’ambiente accogliente.


Manerba (De Cathaneis de Manerva) La potente famiglia medievale dei Capitani o Cattanei benacensi, feudataria delle pievi e delle signorie vescovili sulla riviera del Garda, si suddivise in numerosi rami, il più importante dei quali fu quello che trasse il nome dalla Rocca di Manerba, da esso posseduta già nel secolo XII, e reinfeudata a Biemino de Cathaneis de Manerba, capostipite certo della linea bresciana, il 1° novembre del 1221, quale vassallo immediato dell’Impero. Ascritti in vari rami al patriziato bresciano prima della «serrata» del 1488, appartennero al Nobile Consiglio fino alla fine del secolo XVIII. Il nobile Carlo Beniamino Manerba, ultimo maschio dell’antica casa, nel 1792 ricopriva la carica di Console dei Quartieri di Brescia, ma era già morto, senza discendenza, quando fu sciolto il Nobile Consiglio nel 1797. Ultima dei Manerba (del ramo Vivaldino, linea collaterale, discendente da un Giacomo, registrato fra i nobili rurali nell’estimo malatestiano del 1406) fu la nobile Aurelia, di Ignazio, andata sposa al Barone Carlo Monti (+ 1816). Trussi (est. dopo il 1796). Il nobile Gasparo Trussi, quondam Giacinto, senza successione, apparteneva al Consiglio nel 1796. Non si conosce la data di ammissione al patriziato, di questa famiglia che tuttavia è citata dal Nassino. I Chizzola “di origini feudali nel secolo XIV furono valvassori del castello di Maclodio. La famiglia si divise poi in parecchi rami. Un ramo dei Chizzola ebbe più di una proprietà nella Bassa Bresciana come dimostrano i cascinali di nome Chizzole che troviamo nei comuni di Leno e Manerbio” (Enciclopedia Bresciana, vol. II, 214). Di un ramo trasferitosi in Austria, non si hanno notizie recenti. A Brescia, sono estinti da due generazioni. “Antichissimi nobili rurali, compresi nella Matricola Malatestiana del 1406, vantano capostipite un Maffeo de Chizolis “doctor et miles”, morto nel 1318, già Podestà di Genova e di altre città e sepolto nel Chiostro di San Domenico in Brescia. Patrizi originari, erano del Consiglio anteriormente alla “serrata” del 1498”. A.A. Monti Della Corte, Le famiglie del patriziato bresciano, Brescia 1960: Manerba pp. 50-51; Trussi p. 76; Chizzola p. 33 e E.B. III p. 214.

usata dai maggiori possidenti20. Per intensificare la produzione cerealicola si eseguirono esperienze sulla concimazione del frumento nei suoi poderi con perfosfato, solfato potassico e solfato ammonico, sotto la direzione del dott. Giovanni De Giuli della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Brescia. L’impegno finanziario per l’acquisto di concimi era riservato agli agricoltori facoltosi come i Locatelli, i quali ottennero produzioni sorprendenti rispetto alle tradizionali colture. Cessata la conduzione diretta del fondo da parte del proprietario non disponiamo di altre informazioni se non i nominativi dei signori affittuali Gastaldi e Ottavio Miglioli, quest’ultimo in seguito acquistò lo stabile dotato di fertili terreni dagli eredi Locatelli e condusse l’azienda da esperto agricoltore fino a tarda età. Attualmente il signor Ottavio abita la parte dell’edificio composto dal portico a due campate sostenute da colonne in marmo, prospiciente l’ingresso dell’abitazione che presenta forme settecentesche costruita su struttura preesistente del 1400 come la cantina con volta a vela con ingresso proprio sotto l’androne. Gli ambienti, sala, cucina, con elegante camino in marmo e altre adiacenze hanno pavimento in cotto, soffitti con volta a crociera, arredati con quel senso di misura e buon gusto che rendono l’ambiente accogliente. 10 ottobre 2001: sono residenti quattro famiglie composte di 12 persone.

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L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli..., op. cit. vol. I, p. 140. 17 A.S.Bs., Estimo della Comunità di Leno del 1641, cfr. L. Cirimbelli, op. cit. vol. I pp. 141-142. 18 Dall’anno 1650 all’anno 1732 in tesi cit. pp. 234-237. 19 B. Favagrossa - O. Fornari, Castelletto..., op. cit., p. 38 n. 3-7. 20 Locatelli Enrico, figlio di Battista sposò Celeste Cola. Ricco agricoltore. Per circa mezzo secolo partecipò alla vita amministrativa pubblica ricoprendo alte cariche del nostro comune; sindaco dal 1905, membro nei consigli di amministrazione delle Opere Pie e di vari istituti di credito, presidente della Cassa Rurale cattolica, fabbricere, presidente della Congregazione di Carità. Beneficò largamente l’ospedale, il ricovero anziani, la chiesa. Fu padrino (quindi offrì) della prima campana del nuovo concerto (1892). Volle realizzare e offrì l’altare marmoreo dedicato a Sant’Antonio di Padova, su disegno del figlio ing. Carlo (l’altro figlio Giovanni Battista era medico-studioso). L’apposita pala la commissionò al pittore Cesare Bertolotti di Brescia. Su proposta dell’on. Massimini – ministro delle Finanze – fu nominato cavaliere della Corona d’Italia. Morì il 1 dicembre 1918 all’età di 80 anni; riposa nella cappella di famiglia del nostro cimitero. 16

G.B. Gabrieli, Castelletto, cenni storici, Valdagno 1959, p. 8. 2 F. Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Brescia 1974, IV pp. 292294. 3 C. Bresciani - A. Buffoni - M. Calzolaro, La cascina Castelvecchio a Castelletto di Leno, Brescia: Ricerca sulla gestione della sintesi progettuale e progetto di conservazione. Tesi di laurea, Politecnico di Milano, anno accademico 19961997, pp. 227-228. 4 Ibidem, p. 228. 5 Ibidem, p. 229. 6 L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli nel cuore della Bassa: il territorio, gli eventi, i personaggi, Litografica Bagnolese, Brescia 1993, vol. I, p. 77. 7 B. Favagrossa - O. Fornari, Castelletto di Leno. Note di storia, cronaca, folclore, Litografica Bagnolese, Brescia 1982, p. ... 8 L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli..., op. cit. vol. I, p. 94. 9 L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli..., op. cit. vol. I, p. 95. 10 Tesi cit. p. 230. 11 Tesi cit. p. 230. 12 B. Favagrossa - O. Fornari, Castelletto..., op. cit., p. 15. 13 Dall’anno 1560 all’anno 1568 in tesi cit. p. 231. 14 L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli..., op. cit. vol. I, p. 118. 15 Dall’anno 1587 all’anno 1637 in tesi cit. pp. 232-234. 1

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Torri ex Torri di Sotto (in dial. le Tòr) Lasciata Castelvecchio e tornati sulla trasversale CastellettoMilzanello in direzione ovest a poca distanza dal Crocevia Tram si entra nel cortile della bella cascina a 900 mt. dal centro abitato e a 60,3 mt. s.l.m. Quanto all’etimologia, indicherà sempre casa fornita di torre (ora scomparsa), è l’opinione espressa dall’Olivieri, mentre può essere accettabile che il nome derivi da qualche altra circostanza locale. Notizie storiche Nel 1591 il Consorzio dei poveri, oltre alla casa in Castelletto di Leno possedeva “fenile et casamento in contrada della Torre, uniti a 50 piò di terra aradora et vitata”. Nel catasto austriaco del 1852 della casa colonica con terreni era proprietaria la signora Fenaroli contessa Camilla fu Pietro maritata Caprioli. Nel libro anagrafico del 1900 la cascina assume la dizione di Torri Caprioli ed era abitata dalla famiglia Venturelli composta di tredici persone. Dal 1997 l’Azienda Agricola è proprietà dei signori Aldo, Ugo e Giuseppina Miglioli di Cigole che l’acquistarono da CapuzziMiglioli. La cascina è dotata di 60 piò di terreno agricolo ed è coltivato a mais e loietto conservati in silos a trincea ed irrigabili con le acque della Pavona e del pozzo privato. La tipologia planimetrica è semplice: il lato nord era adibi-


Cascina Torri. La cascina è dotata di 60 piò di terreno agricolo ed è coltivato a mais e loietto conservati in silos a trincea ed irrigabili con le acque della Pavona e del pozzo privato.

to a stalle con fienili superiori, porticato prospiciente in sette campate a tutto sesto – cornici tinteggiate di bianco – sostenute da robusti pilastri in cotto a vista e basamenti stilati di bell’effetto. L’abitazione del signor Domenico Ceruti si trova in lato opposto a mezzodì. A mattina del cortile le stalle; il silos a trincea e la rimessa. Allevamenti: bovine da latte in stalla moderna con relativi impianti.

Torri Olmo ex Torri di Sopra Anche questo stabile si trovava nel gruppo principale delle paludi da bonificare e furono i proprietari Crosti e Borsa che dal 1880 diedero inizio a intensi lavori di dissodamento. Già proprietà dei fratelli Antonio, Carlo e Michele Dossi figli del fu Alessandro. Proseguendo sull’asfalto, poco avanti dalla Torri (di Sotto) un vialetto affiancato da tigli con cancello d’ingresso sostenuto da due pilastri da accesso all’ampio cortile, il tutto pavimentato, a monte del quale è situato il corpo di fabbrica della cascina di bell’aspetto recente-

27 aprile 2001 sono residenti due famiglie di 7 individui.

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Cascina Torri Olmo. È circondata da 6 piò di terreno coltivati a prato irrigati dalla seriola Pavona.

mente restaurata. È circondata da 6 piò di terreno coltivati a prato irrigati dalla seriola Pavona. La tipologia planimetrica è a elemento unico con alcune adiacenze, a sera, nella ex stalla è stato ricavato il locale per l’officina meccanica, proprietario il signor Piero Bolentini; in continuazione verso mattina l’abitazione del signor Francesco Bolentini, quindi il porticato aperto a mezzodì in diverse campate con pilastri di mattoni stilati.

Tomaso (4). 1900: la cascina è denominata Torri Dossi. Abitanti: Tabile (3), Gramegna (11), Carosi (6), Ferrari (10), Cameletti (9), Zanotti (15), Badui (4), Patrioli (7), Zubani (7). 1909: Zilioli Francesco (5), Godizzi Angelo (8), Cappa Matteo (4), Bodini Battista (7), Gorini Angelo (5). 27 aprile 2001: residenti due famiglie di 5 persone.

Movimento demografico delle famiglie 1880: proprietari i soci Crosti e Borsa. Residenti le famiglie: Gandelli Giacomo (5), Ferrari Antonio (7), Morandini 259


Itinerario del Castelguelfo

LE

Fenilnuovo ora Tomasoni Alfen

NO

Cucchetta Cucca

Pasino Nuovo

II VI SP

Marionette Laura

Ronchi

Pasino

Barba

CASTELLETTO

La Palma

EN

OL TT GO GO

Uscendo dal centro abitato di Castelletto verso levante, dal “Terminone� si prosegue verso nord su Via Foscolo e a mattina della cascina Comuna parte la strada asfaltata comunale che ci conduce alle seguenti cascine: Cucchetta, Cucca, Laura, Pasino nuovo, Pasino, Fenilnuovo Alfen, Marionette, Ronchi, Palma, Barba, Castelguelfo.

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Castelguelfo


Cascina Cucchetta. La destinazione del fabbricato è rurale con abitazioni, stalla tradizionale con due fienili superiori, rimesse per macchine. Allevano, per uso familiare, animali da cortile.

Cucca

(in dial. Cöcò)

Cucchetta

(in dial. Cochetò) La prima strada del nostro itinerario in direzione nord ci porta alla Cucchetta, a circa km. 1,5 da Castelletto, a 59,6 mt. s.l.m. È diminutivo di Cucca probabilmente dalla voce dialettale oppure da altra ipotesi: v. Cucca. Nel catasto austriaco la cascina è indicata sulla strada consorziale dei “Zenegretti”. La proprietà era divisa fra le seguenti ditte: Losio Domenico fu Giacomo con pertiche metriche 27,28 = piò 8,5 rendita L. 59,62; Laffranchi Gaetano p.m. 13,59 = piò 4; Losio Francesco fu G. Battista p.m. 5,18 = piò 1,5; Losio Giovanni p.m. 20,07 = piò 6; Doninelli Andrea fu Giuseppe p.m. 9,88 = piò 2,8 con orto arativo vitato e casa. Il Laffranchi aveva una porzione di podere anche a Pometo di Porzano. Abbiamo notizie che nel 1975 Roberto e Andreino Pellegrini ereditarono 30 piò di terra da Giuseppe Pellegrini. Questi col-

tivano i loro poderi a monocoltura di mais, produzione conservata in silos a trincea per alimentazione bovini da carne. La destinazione del fabbricato è rurale con abitazioni, stalla tradizionale con due fienili superiori, rimesse per macchine. Allevano, per uso familiare, animali da cortile. Altri proprietari di abitazione e piccoli appezzamenti di terra: Laffranchi, Pelosi, Losio Luciano con 5-6 piò, Taisi Natale con 3 piò, Scalvini Battista con 3 piò. Movimento demografico delle famiglie Quattro famiglie con 49 individui abitavano la cascina nel 1900: Doninelli (7), Laffranchi (12), Losio (19), altri Losio (11). Al 21 ottobre 1991: otto famiglie di 18 individui. 23 marzo 2001: sono residenti sei famiglie composte di 17 persone.

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A poca distanza dalla Cucchetta in direzione di ponente è situata la Cucca sull’omonima strada a circa 1,5 km. da Castelletto e a mt. 57 s.l.m. Etimologia: il Melchiorri farebbe derivare il nome da cucuzzolo, altura tondeggiante, ma questa è zona pianeggiante. È verosimile che derivi dal cognome della nobile famiglia Cucchi che ebbero palazzo e proprietà in Porzano. Fra le opere di bonifica da loro compiute ricordiamo la seriola Cucca che proviene dal cavo Garza di Bagnolo Mella, percorre la zona da nord a sud irrigando le loro terre. Infine della famiglia Cucchi Antonio e Ottavio possedevano lo stabile dei Ronchi Vecchi (v.). Notizie storiche “I sindaci della Veneranda Schola della B.V. della Stalla della Terra di Porzano danno in affitto li beni di ragione di detta V.a Schola siti sopra il territorio di Leno chiamati la Cuccha comprese anche il luogo di detta Cuccha, affittano a Domenico Febraro detto Gaccino di Ghedi, al prezzo stabilito di mercato di scudi trenta all’anno, di berlingotti sette l’uno” (non è indicata la superficie). Seguono le consuete condizioni: “migliorare il fondo e non danneggiare li beni, divieto il taglio degli arbori, verdi e secchi”; la locazione era della durata di cinque anni e fatta a rose e spine. Pagamento dell’affitto: “metà a Santo Giacomo et il resto a San Martino prossimo venturo del


Cascina Cucca. Oltre alle abitazioni il fabbricato è rurale con tre fienili, stalla tradizionale per un allevamento di bovine da latte e da carne, alimentazione mediante Unifeed.

nella parrocchiale di Castelletto. Movimento demografico delle famiglie Famiglie residenti nel 1900: Laffranchi (5), Milani (14), Barchi (13), Zappa (12), Pasquali (6) più altre 7 persone. 1991: quattro nuclei con 15 persone. 23 marzo 2001: sono residenti quattro famiglie composte da 18 persone.

Laura presente anno 1694. In Arch. parr. di Porzano”. Dal catasto austriaco la casa colonica e i poderi erano proprietà di Milani Federico, Celeste, Lucia e Rosa, fratello e sorelle figli di Domenico amministratore dei loro beni. L’estensione in pertiche metriche era di 61,95 pari a 19 piò con una rendita di austriache lire 309,72. Nel 1898 il signor Celestino Epis lasciò la Valseriana bergamasca e si trasferì nella Bassa acquistando l’immobile con alcuni piò di terra. Con suo testamento datato 15 aprile 1925 lasciò ai suoi eredi che attualmente sono i signori Epis Stefano, Luigi, Pellegrini Luigi, Tiziana e Accini. Oltre alle abitazioni il fabbricato è rurale con tre fienili, stalla tradizionale per un allevamento di bovine da latte e da carne, alimentazione mediante Unifeed. Il signor Stefano Epis possiede 30 piò, Luigi 3 e i Pellegrini una ventina; poderi coltivati a

mais e loietto, prodotti conservati in silos a trincea. L’irrigazione avviene con le acque dei cavi Gambarella e Benone. Per loro uso allevano alcuni animali da cortile. Cronaca Il signor Stefano ci ricorda il servizio militare prestato durante la seconda guerra mondiale e nel 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato a Berlino in fabbrica presso la “Railmetal Borsik” poi alle Acciaierie Grupp. Dopo la liberazione si mise in viaggio per il ritorno in patria e vi giunse l’8 settembre 1945. Ricorda che presso questa cascina esistevano ab antiquo un pozzo, la meridiana e vari dipinti murali e la data 1452 dipinta su mattone. Dal 1966 queste testimonianze del passato andarono nel tempo distrutte e la grande nevicata del gennaio 1985 provocò il resto. Salvarono un crocifisso, di grandezza naturale, traslato poi 262

Lasciate le cascine Cucca e Cucchetta, ritornati sulla strada principale del nostro itinerario si prosegue verso mezzodì arrivando alla cascina Laura sita a circa 1,7 km. da Castelletto e a mt. 58,5 s.l.m. Anche questa cascina porta un nome di persona, della mamma Laura che nel 1977 donò l’area ai figli, pertanto la ragione sociale dell’azienda divenne Rizzotto Roberto e C. 20 piò di terreni sono di loro proprietà più altri 60 in affitto coltivati a mais, loietto e soia irrigabili dai cavi Benone Rescatto e S. Nazaro. Tipologia planimetrica: due stalle di struttura moderna contrapposte, divise da un ampio cortile con filari di tigli, servono all’allevamento di vitelli a carne bianca, con impianti di alimentazione computerizzati per qualità e quantità razionali. Ogni stalla è dotata di impianto per l’asportazione del liquame convogliandolo in vasche di decantazione. In lato nord della stalla è ubicata la «cucina alimentazione» e


In alto cascina Laura (Rizzotto). Due stalle di struttura moderna contrapposte, divise da un ampio cortile con filari di tigli, servono all’allevamento di vitelli a carne bianca, con impianti di alimentazione computerizzati per qualità e quantità razionali. Ogni stalla è dotata di impianto per l’asportazione del liquame convogliandolo in vasche di decantazione.

Cascina Pasino Nuovo. La tipologia planimetrica è a U squadrata col quarto lato aperto verso l’ingresso dove è situata la casa d’abitazione. I due maggiori capannoni sono contrapposti e separati dall’ampio cortile. In queste stalle con relativi impianti manuali e automatici si allevano bovini da carne.

divenendo: “Allevamento Pasino Nuovo di Scarpelli Renato e Davide e C.”, conduzione unica con la cascina Dossi (v.). L’azienda dispone di 160 piò di terra e altri 20 in affitto, coltivati a mais e frumento, irrigabili con le acque dei cavi Benone, Tempini, Bedoletto, Molina. La tipologia planimetrica è a U squadrata col quarto lato aperto verso l’ingresso dove è situata la casa d’abitazione. I due maggiori capannoni sono contrapposti e separati dall’ampio cortile. In queste stalle con relativi impianti manuali e automatici si allevano bovini da carne. Movimento demografico delle famiglie 1991: tre nuclei familiari con 9 individui. 27 marzo 2001: tre famiglie residenti composte di 8 persone.

Pasino

sala di controllo; in continuazione le abitazioni di Roberto, Franco e Pietro. I genitori abitano in lato opposto. Movimento demografico delle famiglie 1991: quattro nuclei familiari, individui 14. 23 marzo 2001: famiglie residenti quattro con 18 persone.

Pasino Nuovo

(vulgo la Casa Bianca) Dalla cascina Laura si entra nel nostro tragitto e poco avanti in direzione di mattina si raggiunge il Pasino Nuovo a 1 chilometro circa da Castelletto e a mt. 59 s.l.m. Nel 1977 il signor Giuseppe Bonetti vende l’immobile ai signori Scarpelli e Podetta Elena, 263

Ripercorrendo la comunale in direzione di levante, attraversato il cavo Fessadaccio (ex Fossadasso), deviando a destra, si entra in cascina distante da Castelletto circa km. 1,6 e mt. 59 s.l.m. Etimologia: Pasini è cognome diffuso. La prima notizia l’abbiamo dal catasto austriaco del 1852: la casa colonica era proprietà della Prebenda di S. Faustino in Brescia, goduta dal parroco Lurani nobile Giovanni. Superficie dei terreni pertiche metriche 130,8 pari a piò 40 con rendita in lire austriache 340,26. Fra le numerose famiglie che immigrarono in Leno, nel 1896 abbiamo quella del signor Carlo


Frosio proveniente dalla valle Imagna di Bergamo. Dopo un periodo di tempo trascorso come affittuale presso la cascina Lame arciprete si stabilì presso l’azienda agricola Pasino ancora proprietà della Prebenda di S. Faustino di Brescia. Nel 1988 gli eredi acquistarono (dalla Prebenda) l’immobile unito a 24 piò di poderi, conducendone altri 39 in affitto dalla Prebenda stessa. Le superfici sono coltivate a mais da granella, trinciato integrale di mais, medica, loietto, conservazione dei prodotti in silos a trincea. Per l’irrigazione dei loro terreni estraggono l’acqua dai vasi: Benone S. Nazaro, Benone Rescatto. Il fabbricato è rurale con abitazione che occupa il lato di mattina e in continuazione verso ponente le ex stalle con fienili e porticati in quattro campate. In contrapposizione dopo il cortile altro rustico con fienili in quattro campate con attigua stalla tradizionale e all’aperto per l’allevamento di bovine da latte con alimentazione manuale, impianto fisso di mungitura. Si mantiene l’usanza di allevare animali da cortile per uso familiare.

un’ala al fabbricato abitativo. 1945 - Durante l’inseguimento di un gruppo di tedeschi, due partigiani di Gottolengo rimasero uccisi da colpi di mitragliatore. Passaggio aereo di B29, carico di munizioni, bersagliato in più riprese da alcuni caccia, cadde incendiandosi sulla cascina a sud di Pavone (attuale discoteca Bisby). Cascina Carbonere. Un Savoia Marchetti decolla dall’aeroporto di Ghedi (con sette persone di equipaggio) diretto verso Bologna. Per scaricare carburante perde quota, una persona si salva cadendo nel granoturco da venti metri circa dall’aereo; gli altri componenti dell’equipaggio rimangono sull’aereo che caduto di peso per cedimento strutturale, scoppia e s’incendia. Il Frosio, allora bambino, nota in mezzo ai rottami due uomini abbracciati carbonizzati. Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 vi abitava la famiglia Mainetti di 25 persone, più altre 10. 1991: due nuclei con 9 individui. 27 marzo 2001: una famiglia di 5 persone.

Cronaca 1927 - Durante i lavori di rifacimento della stalla fu rinvenuto uno scheletro di bambino inumato fra due coppi. Altro ritrovamento nel 1946 di due scheletri di adulto senza tomba né corredo funerario, questi furono rinvenuti durante lo scavo del pavimento per l’aggiunta di 264

Fenilnuovo ora Tomasoni Alfen (in dial. Finil Nöf ) Dizione corretta: Fenile Nuovo. Proseguendo sul nostro tragitto verso levante a poca distanza dei Ronchi si entra a sinistra sulla ex «strada consorziale del Fenile nuovo» ora privata, divisa in due tratti verso nord e verso mattina che danno accesso alla cascina con poderi al confine con la seriola Rovertorta in territorio del Comune di Gottolengo (nel 1850 esisteva solo il Redone). Siamo a circa 3 chilometri da Castelletto e a mt. 60,2 s.l.m. Per questa cascina non possediamo documenti, soltanto un cenno nel catasto austriaco dove si legge che Giuseppe Mina fu Antonio era proprietario della casa colonica, possedeva pure nella vicina Castel Guercio. Dalla Presolana bergamasca la famiglia Tomasoni si trasferì da noi e nel 1980 iniziò la propria attività abbandonando l’agricoltura tradizionale ma rivolgendosi all’allevamento di bovini da carne in stalle moderne con impianti di alimentazione automatici, computer per il latte con l’aggiunta di trinciato di mais. L’azienda dispone di 24 piò di terreno a confine, 10 nel territorio di Leno e 20 in quello di Gottolengo coltivati a monocoltura di mais il cui prodotto è conservato in silos a trincea. I poderi sono irrigati con le acque del cavo Benone e S. Nazaro. Lo stabile avuto in eredità da Tomasoni è denominato Società Alfen, suddiviso fra sei fratelli Tomasoni


Cascina Marionette/Ronchi. Nel catasto austriaco era una sola cascina denominata Ronchi Vecchi. Per le Marionette non si presenta finora una spiegazione plausibile dell’etimo, né quando sia stato dato questo nome.

che risiedono in gradevoli villette a schiera. Movimento demografico delle famiglie 1900: tre nuclei familiari di 25 individui. 1991: sei nuclei, 22 persone. 3 aprile 2001: sono residenti sei famiglie di 19 persone.

Marionette Per continuare il nostro tragitto dobbiamo ritornare sulla strada comunale del Castelguelfo e, verso levante, sulla destra raggiungiamo due cascine: le Marionette e i Ronchi che nel catasto austriaco era una sola cascina denominata Ronchi Vecchi. Per le Marionette non si presenta finora una spiegazione plausibile dell’etimo, né quando sia stato dato questo nome. Agli inizi del 1900 la cascina era abitata dalle famiglie Trotti formate da 17 persone. Non abbiamo altre notizie fino all’arrivo della famiglia Mancini proveniente dalla provincia di Cremona. Ricordiamo Annibale (classe 1922) figlio di Emilio che fu sindaco di Leno dal 1947 al 1951; proprietario e conduttore dell’azienda dal 1954 circa che l’acquistò dal signor Milani Tarcisio ed ora ceduta agli eredi la cui ragione sociale è: Azienda Agricola Mancini Emilio, dotata di 18 piò di terreno coltivati a mais, medica e loietto i cui prodotti sono posti in silos a trincea, parte della superficie è investita a soia. Con i cavi Benone S. Nazaro e Gambarella irrigano il loro fondo. La tipologia planimetrica com-

plessivamente è costituita da elementi contrapposti; all’ingresso si trova l’abitazione ed in continuazione la vecchia stalla. A mezzogiorno rimesse per ricovero macchine e dislocata a sera la nuova stalla per bovine da latte la cui alimentazione si effettua manualmente. Per uso familiare allevano animali da cortile. Cronaca Il signor Annibale ci ricorda che durante il servizio militare era addetto all’addestramento di cavalli a Persano di Salerno; nel settembre 1943 era di guardia a S.M. il Re Vittorio Emanuele III ed egli ebbe l’onore di servirgli il caffè. Movimento demografico delle famiglie 1991: due famiglie di 4 persone. 3 aprile 2001: sono residenti due famiglie di 7 persone.

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Ronchi

(in dial. I Ronch) Nome derivato dal latino medioevale Runcus, verbo sboscare, terreni disboscati. La precedente dizione della cascina era Ronchi Vecchi. Dalle Marionette, in continuazione di altra proprietà verso levante vi è l’immobile, proprietà dell’ing. Giovanni Job avuto in eredità dalla signora Regina Rossi. Notizie storiche Nell’estimo del 1641 erano censiti 158 piò di terra e un fienile di proprietà di Antonio e Ottavio figli del fu Alfonso Cucho (Cucchi). Pure Nicolò del fu Scipione Rota possedeva un fienile da massaro, 78 piò e 75 tavole di terra. Nel catasto austriaco rileviamo che il loro proprietario fu Giovanni Smussi. Sette piò erano di proprietà della signora Teresa Bozzoni maritata Boggini. Altre proprietà erano divise fra Smussi Giovanni, Battista fu


Cascina Ronchi. Lo spazio dedicato all’immagine di S. Antonio abate. Dall’ingresso a mattina si accede al cortile con i due fabbricati contrapposti, in lato nord l’ex stalla con fienile superiore e a lato verso sera l’abitazione che occupa due campate delle sei del porticato aperto a mezzodì con pilastri in cotto. Sulle pareti dell’abitazione si trovano due affreschi.

Cronaca Nel 1926 ai Ronchi e dintorni era assai diffuso il bracconaggio alla quaglia.

Girolamo con pertiche metriche 163,49 = piò 50, e Smussi Giovanni fu Pietro con pertiche metriche 318,07 = piò 97. In questo periodo, oltre una parte degli immobili in contrada Boarini e Massaga, altri beni di piccola entità furono colpiti da ipoteca a favore del Pio Luogo Zitelle di Brescia, come pure la pezza di terra in codesta contrada di 4 piò detta il Salice. La tipologia planimetrica. Dall’ingresso a mattina si accede al cortile con i due fabbricati contrapposti, in lato nord l’ex stalla con fienile superiore e a lato verso sera l’abitazione che occupa due campate delle sei del porticato aperto a mezzodì con pilastri in cotto. Sulle pareti dell’abitazione si trovano due affreschi. Il lato opposto è occupato dal rustico, stalla con fienile superiore. I poderi circostanti occupano una superficie di 69 piò circa, concessi in affitto così ripartiti: 43 piò alla Alfen, 6 al Fiorini e da tempo immemorabile 20 piò ai Falappi.

Movimento demografico delle famiglie Inizi 1900: Bellini (16), Rossi (5), Smussi (5), Dragoni (7), Farina (7), Scalvini (8). 1909: 20 individui in quattro famiglie: Cresseri Antonio fittabile (7), Lucca Alessandro (3), Smussi Beniamino (7), Godizzi Angelo (3). Probabilmente sono compresi gli abitanti di Marionette. 1991: tre nuclei di 11 persone. 3 aprile 2001: vi abita una famiglia composta da 4 persone.

La Palma Dai Ronchi si scende verso mezzodì e dopo un tratto di strada privata in direzione di ponente si raggiungono due cascine: La Palma e l’ex casino Barba. Siamo a 3 chilometri da Castelletto e a mt. 59 s.l.m. Proprietario della cascina il signor Giacinto Mancini avuta in eredità dal prof. Luigi Mancini nel 1981. L’azienda è dotata di 8 piò di terreni coltivati a monocoltura di mais ed il fondo è irrigato con le acque del vaso Benone S. Nazaro. In stalla moderna alleva bovini da carne bianca. Movimento demografico delle famiglie 1991: una famiglia di 6 individui. 6 aprile 2001: residente una famiglia di 4 persone. 266

Barba La cascina Barba è situata a ponente della cascina Palma le cui adiacenze sono separate da una strada privata. L’ex “casino Barba” fu edificato agli inizi del 1900 dal capo-famiglia (immigrato cremonese) che per il suo mitico aspetto con barba legò il suo nome alla cascina. Dalla strada privata si accede al cortile e in lato nord si trova il corpo di fabbricato costituito da un’ex stalla, abitazione in angolo, nel salottino tinello in bella vista un caminetto d’epoca ornato di fregi e abbellimenti di buon gusto; il porticato antistante aperto a mezzodì completa la struttura. A sera un rustico separa questa proprietà di Annibale Mancini da quella posta a mezzodì del cortile proprietà di Gian Paolo Mancini formato da rustico e porticato. Le cascine Barba e La Palma sono divise in quattro proprietà: Annibale Mancini abita in cascina, mentre Gian Paolo a Leno in una cascina avuta in eredità da Luigi Mancini il 1° luglio 1999; Annibale possiede 12 piò di terra altrettanti Gian Paolo e altri 4 li conduce in affitto; poderi coltivati a mais e loietto irrigati dal vaso Benone S. Nazaro. Possiedono stalle moderne per l’allevamento di bovini da carne bianca. Giacinto Mancini è residente alla cascina La Palma e Adriano, che possiede terreni, abita a Castelletto. Movimento demografico delle famiglie 1991: due famiglie di 8 persone. 6 aprile 2001: è residente una famiglia di 4 persone.


Raccolta girasoli cascina “Barba”. È fotografato il capofamiglia Paolo Mancini detto “il Barba”.

Castel Guelfo La visita alle cascine su questo itinerario si conclude al Castel Guelfo a 4 chilometri da Castelletto, a sette da Leno e a mt. 59 s.l.m. Sulla tav. 45 del catasto austriaco la cascina è indicata con la dizione Castello Guercio, sebbene non sia documentabile, forse prese il nome per qualche particolarità del fabbricato. Il nome attuale le fu dato dal veterinario dott. Antonio Falconi e signora Iner Baraschi proprietari dello stabile; ma la tradizione popolare che ancora resta in uso è sempre quella di Castelsguérsh. Notizie storiche Nell’estimo del 1641, il casamento con alcune pezze di terra erano proprietà di Orazio del fu Giacomo Borgognino. Nel catasto austriaco del 1852, la proprietà era suddivisa fra vari possessori: la casa colonica proprietari Forcella Santo e Paolo fratelli del fu Giuseppe, pupilli in tutela di Cicognini Barbara lo-

ro madre; Forcella Giulia maritata Corbellini e Carolina Cuppi fu Santo. Altra casa colonica in possesso di Mina Giuseppe fu Antonio; superficie totale dei fondi p.m. 505,12 pari a 155 piò la cui rendita era di austriache lire 728,35. Da Caprino Veronese la famiglia Prandini si trasferì nel Bresciano e dal 1948 presso codesta cascina che attualmente è divisa in due aziende i cui proprietari sono i signori Prandini: Mario, Luigi e figli. Il corpo di fabbricato a mattina è proprietà di Mario Prandini, mentre quello sito a ponente è proprietà di Luigi Prandini e figli. Mario possiede una cinquantina di piò di terra dei quali una parte nel territorio di Leno, l’altra dislocata nel comune di Gottolengo e sono coltivati a mais, loietto e medica i cui prodotti sono conservati in silos a trincea. Il fondo è irrigato con le acque dei cavi Baroschi e seriola Rovertorta. In stalla tradizionale alleva bovine da latte. 267

Gli 80 piò circa furono acquistati nel 1978 dal veterinario dott. Falconi e sono passati in proprietà di Luigi che li coltiva a loietto, medica, mais. Un moderno allevamento di bovine da latte e di vitelli a carne bianca trovano alloggio in una nuova stalla. Si conserva l’usanza di allevare animali da cortile per uso familiare. La tipologia planimetrica è a corte chiusa, apertura a mezzodì ed una a nord d’accesso alla cascina con portale a due ante, col solito bugnato schiacciato. Il porticato in diverse campate aperto verso il cortile che corre tutt’intorno prospiciente le abitazioni in lato nord e in continuazione negli elementi contrapposti le ex stalle con fienili superiori, garage, ecc. Movimento demografico delle famiglie Nel 1900 era abitata dalle seguenti famiglie: Manfredi (23), Losio (6), Zani (10), Ronca (10), Barbieri (12), Bianchi (7); totale nuclei familiari sei, individui 68. 1991: nuclei familiari cinque, individui 14. 6 aprile 2001: residenza delle famiglie in zona est due di 5 persone; in zona ovest 11 persone compongono altre due famiglie.


Itinerario settore nord-est

N LE

Comeni

O

Gaidano di Sopra II VI SP

Dossi Molino Dossi

Boarini Gaidano di Sotto

Comuna

CASTELLETTO

GO

EN

OL TT GO

Dalla piazzetta antistante la chiesa si percorre Via Manzoni in direzione di mattina fino al “Terminone� e sulla sinistra verso nord inizia Via Foscolo che prosegue con la provinciale Leno Gottolengo dove troviamo le cascine: Comuna, Molino Dossi, Fenile Dossi, Comeni, Gaidano Sopra, Gaidano Sotto, Boarini.

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Comuna

(in dial. Lè Comünè) È la prima tappa sulla nostra sinistra con ingresso carraio e cancello automatico e dista dal centro abitato km. 0,5 circa ed è posta a 58 mt. s.l.m. Per ciò che riguarda il toponimo si ricorda la condizione giuridica, come superficie di godimento comune, da communitas. La Comuna era proprietà del monastero benedettino di Leno e, all’atto della sua soppressione (1783) era costituita da quindici piò circa annessi al fenile, i rimanenti piò 83 circa, presentavano una distribuzione longitudinale per oltre 400 cavezzi bresciani, ad est della Cassina seguendo lo stradone Leno-Gottolengo. L’intera proprietà di piò 98 e tavole 5 (Ha 31.91.91) era valutata in 5802 ducati. Acquirente il signor Gio. Maria Agliardi. Nel catasto napoleonico leggiamo che la proprietà passò agli eredi di Giò. Maria che in pochi decenni oltre alla Comuna, incrementarono il loro patrimonio mediante acquisti fino a raggiungere i 379 piò di terra. Altre successioni finora ci sono ignote fino al 1929 quando il signor Ettore Cocchi da Torre Picenardi (Cr) si trasferì nel Bresciano e prese in affitto lo stabile dai Seccamani; e nel 1977 gli eredi Cocchi acquistarono dagli eredi Seccamani l’immobile e una parte del fondo consistente in 25 piò di terreni. L’attuale ragione sociale è la seguente: “Azienda Agricola di Cocchi Riccardo e Angelo Strinasacchi”. La superficie agricola è prevalen-

temente coltivata a mais e loietto e il Benone mezzodì serve a portare l’acqua di irrigazione sul fondo. In stalla tradizionale con spazi all’aperto sono allevate bovine da latte, alimentate con Unifeed. La tipologia planimetrica è a due elementi contrapposti, il fabbricato in lato nord è costituito, da mattina e, in continuazione verso sera dalla nuova abitazione, ex abitazione e ex stalla con fienile superiore e a mezzodì corre il porticato aperto sostenuto da pilastri in cotto. A sud del cortile il rustico, garage e deposito. Cronaca 30 gennaio 1945. Un mitragliamento sulla strada LenoGottolengo presso codesta cascina, a camion della G.N.R. di Brescia, causò un morto. Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 vi abitarono i Frosi, famiglia di tredici persone e altre due di nove individui. 10 ottobre 2001 sono residenti due famiglie di cinque persone.

Molino Dossi

(in dial. Mulì dèl Dóss) Dopo la Comuna in direzione nord, sulla provinciale all’incrocio con Via Forni è situato l’edificio “Molino Dossi” a km. 0,8 circa dal centro abitato e a mt. 60,6 s.l.m. Il molino è sopra un leggero rialzo di terreno per favorire la cascata d’acqua della seriola onde animare le ruote del 269

molino ed è questo rialzo o dosso che ci dà il significato dell’etimo. Notizie storiche 1502, lì 4 ottobre, il Comune di Leno acquistò da certo Agnolin, figlio del fu Guglielmo da Capriano abitante in Leno, diritto d’acqua di un canale di scolo in contrada delle Lame, Via Gottolengo. L’acquisto fu fatto con lo scopo di impinguare la seriola con acque sorgive e di scolo che alimentavano il molino. Nel 1541 accordo Badia-Comune. Il Comune concede all’abate una proprietà in contrada dei Dossi di piò 96 circa con acqua di irrigazione, valutata in lire seimila in cambio dei diritti di pascolo nel territorio di Leno la cui valutazione attuale (1555) supera le ottomilalire che volendola affittare se ne ricaverebbero 300 lire annuali. 1548. Il molino era gestito dai mugnai Hieronimo Malagno e Giacomo detto Zambello compagni. L’edificio con il molino da grano a due ruote, venne alienato in via assoluta dal Comune al signor Ceriani dott. Alessandro; questi acquistò altri beni in Pralboino, S. Maria e in Milzano. In seduta consigliare del 27 maggio 1836 si stabilì che i fratelli Ceriani proprietari dei molini Dossi e Costa, dovevano corrispondere al Comune un annuo canone in compenso dell’uso dell’acqua per animare i molini medesimi poiché era stato escluso dal contratto di vendita dei molini stessi. Agli inizi del 1900 vi abitavano le famiglie di: Giovanni Zucca e fratelli mugnai, le donne era-


Dipinto su piastra metallica (S. Caterina) al Mulino Dossi.

Cascina Dossi. I poderi sono coltivati a mais e frumento, prodotti conservati in silos a trincea. Le acque del vaso Benone servono all’irrigazione del fondo.

no filatrici e formarono un nucleo familiare di venticinque persone, inoltre due famiglie di mugnai erano composte di undici individui. Altre testimonianze verbali: nel 1931-32 l’edificio passò in proprietà di Paolo Zucca (mugnaio), seguì il passaggio ad altro mugnaio Carlo Moretti che abbandonò la forza idraulica installando il nuovo impianto per macinazione a cilindri. Nel 1945 subentrarono i fratelli Mangeri per cedere l’attività al mugnaio Erminio Agostini di origine veneta. Nel 1949 cessò l’attività in seguito ad un incendio divampato nei locali distruggendo l’impianto. Altre successioni: 1979 proprietario Treccani Enrico; 1995 l’Edil Costruzioni acquistò l’immobile dalla DOSMEC di Calvetti e Losio ora in fase di una radicale ristrutturazione.

tale del bambino Giovanni Farina di nove anni scivolato nella marga (gora - canale) del mulino dove è installata la ruota motrice (10 settembre 1902).

Cronaca Murata all’esterno una lapide ricorda il tragico incidente mor-

2001: fanno parte inoltre del complesso “Molino Dossi” le seguenti famiglie: Zucca, Zucca Pietro e Rosa fratelli e Carlo.

Dossi

(in dial. i Dóss) Lasciando alle spalle l’edificio “Molino Dossi” e a mattina della provinciale esiste un gruppo di fabbricati rurali un tempo denominati Fenile Dossi, a km. 0,700 da Castelletto. La prima casa colonica, indicata nel catasto austriaco era proprietà di Fiorini Faustino fu Luigi. Non possediamo notizie storiche per quasi centocinquant’anni; solamente un censimento dei primi anni del 1900 ci dice il numero delle famiglie allora residenti: Caprettini (3); Losio-Piu270

beni (12), Spinelli (8), Feroldi (8), Palotti (8), Zaldolini (3), e altre dieci persone. Nel 1972 il sig. Antonio Toninelli – la cui famiglia proveniva da Brate D’Orga – acquistò dai fratelli Spinelli la parte nord degli immobili, rustici e abitazione con 50 piò di terra. Durante l’attuale annata agraria i poderi sono coltivati a mais e loietto, prodotti conservati in silos a trincea. Il fondo è irrigato con le acque del vaso Benone centrale. In stalla modernamente attrezzata alleva bovine da latte; alleva pure alcuni animali da cortile per uso familiare. I fabbricati posti in lato di mezzodì dei Dossi sono proprietà dei fratelli Scarpelli (cfr. Pasino nuovo) che acquistarono nel 1978, dalle sorelle Spinelli, 13 piò di terra. I fabbricati esistenti furono ristrutturati: una stalla di sosta, il ricovero macchine e a mattina furono edificate le nuove abitazioni.


Cascina Comeni. Questo nome ci ricorda pure il Legato Comeni fondato con testamento 14 giugno 1775 con lo scopo di abilitare un giovane “di buoni costumi” del Comune di Leno e di Ghedi ad assumere la laurea dottorale in

legge o in medicina, corrispondendo al medesimo l’annuo sussidio di lire 232; nonché di soccorrere nei loro bisogni i poveri infermi del Comune di Leno con la rimanente somma di rendita in lire 650.

con la rimanente somma di rendita in lire 650. Il Legato consisteva nella proprietà sita in Leno, contrada dei Ronchi, che secondo il catasto austriaco la somma della partita originaria era di pertiche metriche 379,29, pari a 117 piò, la cui rendita era valutata in austriache lire 1223,07. Sempre dal catasto del 1852 sappiamo che lo stabile era in proprietà dei poveri infermi di Leno, Castelletto e Ghedi con la designazione di “Luogo Pio Limosiniere in Leno pel Legato Comeni”. L’amministrazione era affidata a Giacinto Mompiani. In epoca imprecisata, nell’ufficio parrocchiale, si procedette a vari esperimenti d’asta per la vendita enfiteutica o per la novennale affittanza di detta proprietà. Pertanto veniva invitato chiunque aspirasse al contratto a comparire, munito d’idoneo avallo di sicurtà o di un certo deposito. I capitoli relativi erano disponibili tutti i giorni feriali presso il par-

roco di Leno. Prima del 1949 era conduttore-affittuale il signor Maldicini seguito dal signor Bertocchi che vi rimase fino al 1972. Dal 1949 al 1952 il Bertocchi mise a coltura 30 piò di terra a lino. Dopo l’estirpazione a mano veniva raccolto in covoni e consegnato all’opificio di Pontevico per le successive fasi di lavorazione. Gli attuali proprietari i signori Giovanni e Umberto Bertocchi acquistarono l’immobile nel 1978 dotato di 30 piò di terra, dalla signora Anita Lodrini ved. Bellini. Per esigenze dell’azienda altri 70 piò furono loro concessi in affitto dal proprietario signor Bellini di Gardone Riviera. I poderi circostanti con terra fertile sono coltivati a mais e loietto. I vasi Rescatto, Benone e un pozzo privato servono a portare l’acqua di irrigazione sul loro fondo. La bella cascina presenta essenzialmente una tipologia planimetrica a U squadrata con un

Dislocate a levante le nuove stalle per l’allevamento dei vitelli a carne bianca. I poderi sono coltivati a mais e frumento, prodotti conservati in silos a trincea. Le acque del vaso Benone servono all’irrigazione del fondo. Movimento demografico delle famiglie 1991: tre famiglie di 14 persone. 27 aprile 2001: sono residenti tre famiglie composte di undici persone.

Comeni

(in dial. Comè) Dai Dossi si ritorna sulla provinciale e si prosegue in direzione nord, fino a raggiungere la cascina Finiletto di Sotto e in opposto ad essa, verso mattina si entra sulla strada consorziale Comeni-Gaidano; la Comeni ne possiede un tratto di privata. Dista dal centro abitato circa 3 chilometri e a mt. 62 s.l.m. Il Baronio (op. cit. p. 201) ritiene che il toponimo Comeni fa supporre la condizione giuridica che ci richiama la natura di Comunalia, come di superficie di godimento comune. Questo nome ci ricorda pure il Legato Comeni fondato con testamento 14 giugno 1775 con lo scopo di abilitare un giovane “di buoni costumi” del Comune di Leno e di Ghedi ad assumere la laurea dottorale in legge o in medicina, corrispondendo al medesimo l’annuo sussidio di lire 232; nonché di soccorrere nei loro bisogni i poveri infermi del Comune di Leno

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Sopra l’ingresso una Croce in ferro battuto rivestita di gesso e dipinta. Realizzata nel 1938. I poderi circostanti con terra fertile sono coltivati a mais e loietto.

Cascina Gaidano di Sopra. Questa proprietà, nel 1852, unita alle cascine Massaga e Terzo formavano un’unica proprietà.

piccolo corpo di fabbrica che la rende quasi a corte chiusa con ampio cortile. Una visita all’interno dell’immobile ci avrebbe consentito una descrizione ben più accurata relativa alla casa padronale decorosamente ristrutturata, alle ex abitazioni dei coloni, ai tipici porticati, stalle e fienili tradizionali. Quasi ad abbellire a completare la vecchia struttura rimangono i due silos in muratura. Con i nuovi sistemi di allevamento i proprietari fecero costruire nelle adiacenze le nuove stalle con spazi all’aperto, sette silos con impianti di alimentazione e sala di mungitura.

Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitavano quattro famiglie di 24 individui, cioè: Favagrossa Giacomo (4), Zani Giuseppe (8), Feroldi Luigi (11) e la vedova Maria Losio. In vent’anni gli abitanti raggiunsero la cifra di sessantacinque con le seguenti famiglie: Favagrossa (13), Romano (4), Savoldi (8), Maggi (7), Feroldi (33). Nel 1909 la cascina è denominata Comé, vi abitavano quattro famiglie di 30 individui: Favagrossa Angelo fattore (8), Floriani Domenico (7), Treccani Lorenzo (8), due fratelli Balzani (7). Novembre 2000: residenti due famiglie di 4 persone.

Cronaca In cascina esisteva una fabbrica di concimi chimici, antecedente al 1915. Restano alcune macine del frantoio. Nel 1958 - Da una bombola di gas usata per il riscaldamento dei pulcini, si sprigionò incidentalmente un incendio, recando gravissimi danni.

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Gaidano di Sopra (in dial. Gaidà)

Sul mappale 1852 è scritto Gajetani. Lasciata alle spalle la cascina Comeni l’itinerario prosegue a oriente su strada consorziale e a circa 4 chilometri da Castelletto si trova la nostra cascina e a mt. 61 s.l.m. Con la Comeni sono le cascine più a nord del territorio di Castelletto. Il Gaidano è raggiungibile anche dalla provinciale Leno-Calvisano all’altezza di S. Nazaro, tramite il bel rettilineo. Il nome deriva probabilmente dal basso latino che specifica un segmento di terra fatto a cuneo (Enciclopedia Bresciana, vol. V, pag. 22). Altri propongono che derivi da Gaido nome germanico di persona. Secondo la lettura del Tozzi il caseggiato è posto all’incrocio del 32° decumano con il 15° cardine. Nella carta topografica del 1826 è indicato un solo “Gaetani”. Questa proprietà, nel 1852,


unita alle cascine Massaga e Terzo formavano un’unica proprietà dei Bellini Giovanni fu Bartolomeo ed Emili nobile Ottavia di Arsenio maritata Bellini1. 1880 - Progetto ing. Ravelli, anche il Gaidano faceva parte del gruppo principale delle lande da bonificare, zona compresa tra Ghedi-Leno-Gottolengo. Da Dello-Barbariga la famiglia Grumelli si trasferì a Leno e nel 1995 acquistò l’immobile dal signor Gianandrea Bellini; attuale proprietario è il signor Roberto Grumelli. L’azienda è dotata di 70 piò di terreno agricolo ed è coltivato a mais e medica. Per l’irrigazione del fondo estraggono l’acqua dal Benone ramo Rescatto, Benone ramo S. Nazaro e dal pozzo privato. La tipologia planimetrica della cascina è tradizionale a elementi contrapposti, in lato nord le abitazioni con le rispettive adiacenze fiancheggiate dalle rimesse e fienili con portici antistanti a sette campate. A mezzogiorno del cortile le stalle moderne con zone all’aperto per l’allevamento di bovini da latte con relativi impianti di alimentazione e sala di mungitura. A sud stalla tradizionale e sili a trincea. Per uso familiare allevano animali da cortile. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitavano quattro famiglie composte di 15 individui: i fratelli Bonelli (7), Prandi Giacomo (6), Miglioli Rosa ved. sola come Maria Veroni. Nel 1900 per le aumentate esigenze di manodopera le famiglie residenti furono undici con una popolazione di 89 per-

Cascina Gaidano di Sotto. Dal catasto austriaco si deve identificare in “Medaglia” nome dato alla casa colonica già nel 1826. Dalla foto aerea si nota che la tipologia della cascina è formata a U squadrata il cui fronte in lato nord è costituito dalle abitazioni, da ex stalle con fienili superiori, portico aperto

in sette campate, in continuazione altra abitazione e porticato; in lato sud la stalla con una tettoia. In contrapposizione al lato aperto i due silos in muratura, le nuove stalle con spazi all’aperto e a sud grandi strutture per deposito di prodotti.

sone così distribuite: Brunetti (6), Zani (9), Capuzzi (9), Morelli (2), Menghini (7), Valdesturlo (6), Gennari (10), Bonelli (18), Muzzi (8), Capuzzi (6), Botti (8). In un decennio la popolazione diminuì drasticamente, solo due famiglie di 21 persone: i fratelli Fiorini (12), i fratelli Manfredi e familiari (9). Nel 1991, nuclei familiari due, individui 5. Nel novembre 2000: due famiglie composte di 5 persone.

Gaidano di Sotto

1

Emiglii degli Emigli, Emili. Antichissimi nobili rurali, compresi nella Matricola Malatestiana del 1406-1409, erano stati, fino al 1396, fregiati degli onori comitali per investitura imperiale ed un Filippo Emilii nel 1405 ebbe l’incarico di luogotenente visconteo in Valcamonica. Furono tra gli ottimati bresciani firmatari del patto di unione con Venezia nel 1426. Patrizi originari ascritti al nobile Consiglio di Brescia, prima della “serrata” del 1498, godettero pure gli onori del patriziato in Verona. Tennero i feudi di Montirone e Acqualunga (E.B., III, 268).

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(in dial. Gaidà dè sotò)

Dal Gaidano di Sopra si ritorna sulla consorziale Comeni, dalla quale si stacca, in direzione di mezzodì la strada che porta al Gaidano di Sotto a circa 4 chilometri da Castelletto e a mt. 60,2 s.l.m. Dal catasto austriaco si deve identificare in “Medaglia” nome dato alla casa colonica già nel 1826, i cui proprietari furono: Giovanni Bellini fu Bartolomeo ed Emili nob. Ottavia di Arsenio maritata Bellini. Il fondo della proprietà aveva una superficie di pertiche metriche 115,56 pari a 343 piò, reddito in austriache lire 2408,60, questo porticato è la somma della superficie del Gaidano e della Massaga. Abbiamo notizie delle famiglie che si susseguirono fin dal 1880 e fra queste sono certamente compresi gli affittuali, fra cui ricordiamo i Turrini e i Fiorini; gli attuali, qui giunti nel 1938 sono i signori Alcide, Angiolino, Claudio


Cascina Boarini. Alcuni autori ritengono che il nome derivi da “Bovaria” stalla di buoi. In Valganna (Va) esiste una frazione Boarina; da notare invece che in documenti antichi presso l’archivio comunale il nome Boarini appare più volte come nome di famiglie quali ricchi proprietari terrieri.

Bolentini (cugini). Proprietario del fondo costituito di 120 piò di terra è il signor Gian Andrea Bellini di Gardone Riviera. La destinazione prevalente dei terreni è la coltivazione a mais, loietto e medica e per l’irrigazione utilizzano le acque del cavo Benone S. Nazaro e del pozzo privato. In stalle moderne allevano bovine da latte, stalle dotate di impianti di alimentazione Unifeed e sala di mungitura. Per uso familiare allevano animali da cortile. Tipologia planimetrica. Non abbiamo elementi a disposizione per datare la nascita delle varie costruzioni. Dalla foto aerea si nota che la tipologia della cascina è formata a U squadrata il cui fronte in lato nord è costituito dalle abitazioni, da ex stalle con fienili superiori, portico aperto in sette campate, in continuazione altra abitazione e porticato; in lato sud la stalla con una tettoia. In contrapposizione al lato aperto i due silos in muratura, le nuove stalle con spazi all’aperto e a sud grandi strutture per deposito di prodotti. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 era abitato dalle famiglie di Losio Battista (4), Zani Pietro (7), Zani Battista (4). Nel 1900 dieci famiglie con 35 abitanti: Buccella (8), Feroldi (3), Zani (7), Zilioli (3), Losio (8), Prandi (6). Nel 1909 due famiglie di 7 persone: Mancini Silvio (3), Lanfranchi Giovanni (4). Nel 1991, nuclei familiari due, individui 5. 6 aprile 2001: residenti le due famiglie composte di 10 persone.

Boarini

(in dial. Boarì) Dal Gaidano di Sotto si ritorna per un breve tratto in direzione nord per imboccare sulla destra il rettilineo della strada consorziale Vedetti, si attraversa il ponte sul Fossadaccio per giungere alla cascina Boarini a oltre 4 chilometri da Castelletto e a mt. 60 s.l.m. Alcuni autori ritengono che il nome derivi da “Bovaria” stalla di buoi. In Valganna (Va) esiste una frazione Boarina; da notare invece che in documenti antichi presso l’archivio comunale il nome Boarini appare più volte come nome di famiglie quali ricchi proprietari terrieri. Notizie storiche Infatti nel 1559, 19 agosto seguito il matrimonio tra Giò. Paolo figlio del fu Marco Boarini e Margherita figlia di Gervasio Sangervasi con promessa di dote di L. 2100 planetti, che il suddetto Boarini confessa aver 274

ricevuto a conto di detta dote L. 700 planetti, come da testamento in atti di Sigismondo Rimondi. 1590, 30 gennaio, Claudio e Alessandro Boarini devono concedere alcuni beni alla loro madre per il proprio sostentamento. 1625, 24 maggio. Alessandro Albini a nome anche di sua moglie Caterina figlia del fu Servanzio Dossena, vende a Domenico Bonardi una pezza di terra sita in Leno contrada Boarini di piò tre ed altra pezza contigua alla suddetta di piò 5 al prezzo di L. 298 de planetti da esser pagate nel termine di anni sei con il livello in ragione del cinque per cento (Atti nodaro Gian Antonio Peschera). Dal catasto austriaco si rileva che della casa colonica con orto e terreni annessi era proprietaria la signora Angela Vergine fu Giovanni maritata Rizzardi, la proprietà copriva un’area di p.m. 268,53 pari a 82 piò, con rendita di austriache lire 418,58.


Cascina Boarini. Particolare della vecchia stalla e del portico. La superficie produttiva è coltivata a mais, loietto, medica, insilati in due silos a trincea. Le acque dei cavi Benone San. Nazaro e Vedetti servono all’irrigazione del loro fondo. Oltre alla stalla tradizionale, in quella moderna con impianto fisso di mungitura e alimentazione con Unifeed allevano bovine da latte.

Anche questa zona semipaludosa fece parte del piano di bonifica steso nel 1880 dall’ing. Ravelli, piano che comprendeva la zona delle lame tra Ghedi, Leno e Gottolengo, occupando una totale superficie di circa 1200 ettari. Infatti la strada a nord della cascina era detta Strada per le Lame. In occasione di una vendita giudiziale esecutiva, nel 1857, a favore del Pio Luogo delle Zitelle di Brescia, sappiamo che era loro proprietà la casa colonica con terreni annessi e ancor prima del 1810 questo stabile apparteneva ai fratelli Foresti Battista, Maffio e Glisente figli del fu Girolamo di Brescia antichissimi nobili rurali. Nel 1952, da Bolzano Vicentino il signor Beniamino Carraro si trasferì alla Cascina Boarini di Castelletto; allora proprietari i Zaniboni, indi Toninelli-Uberti di Bagnolo Mella. Nel 1992 al Carraro Beniamino succedettero Mauro e Bruno. Questi sono proprietari di 35 piò di terra, altri 30 in affitto dai ToninelliUberti. La superficie produttiva è coltivata a mais, loietto, medica, insilati in due silos a trincea. Le acque dei cavi Benone San. Nazaro e Vedetti servono all’irrigazione del loro fondo. Oltre alla stalla tradizionale, in quella moderna con impianto fisso di mungitura e alimentazione con Unifeed allevano bovine da latte. Allevano pure per loro uso alcuni animali da cortile. Tipologia planimetrica. Nel 1850 la cascina era formata da un solo elemento quello che nella foto aerea è parallelo alla

strada per le Lame, con stalla fienile superiore, abitazioni e portico prospiciente in nove luci aperto a mezzodì. In vari tempi seguì la costruzione di altri fabbricati non solo rustici ma anche abitazioni in grado di ospitare, nei primi anni del 1900 settanta individui. In tempi relativamente recenti sorsero nuove stalle secondo le nuove tecnologie, tettoie per depositi di paglie, fieno, e due vasche di decantazione. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitavano cinque famiglie composte di 17 individui, cioè: Ferrante Giuseppe e Vincenzo (9), la vedova Giulia Sbaraini, Baronio Pietro (2), Premoli Francesco (5). Agli inizi del 1900 le famiglie di: Vescovi (4), Bergamaschi (11), Ferrabue da Pescara (9), Bosio (10), Teraschi (5), Udeschini (7), Barbera (9), Baronio e nipote Premoli (16). Nel 1909 era abitata da 18 per275

sone di due famiglie: i tre fratelli Bonelli con i loro familiari (12), Mancini Luigi (6). Nel 1991 erano residenti tre nuclei familiari di 12 persone. 3 aprile 2001: due famiglie di 6 persone.


Itinerario dal crocevia sulla strada provinciale (SP VII) in direzione di mezzogiorno

NO

LE II VI SP

CASTELLETTO Salvasecca Pavona GO EN OL TT GO

Sorgente

Alba

PA VO NE

DE L

M

EL LA

Motella

Sulla destra sono collocate le seguenti cascine: Salvasecca, Pavona, Sorgente, Alba. Unica sulla sinistra La Motella.

276


Cascina Salvasecca. Nonostante i poderi circostanti la cascina abbiano subito nel tempo successioni, frazionamenti o accorpamenti, conservano tuttora il nome di Salvasecca, e ne fanno parte le proprietà Pietta, Baviera, Gobbi, Guareschi, Solat.

e loietto, terreni irrigabili con le acque del vaso Vedetti; oltre le abitazioni e le relative adiacenze i sigg. Pietta e le tre famiglie Baviera si dedicano all’allevamento di suini, mentre la famiglia Guareschi all’allevamento di polli ovaiole.

Salvasecca

(in dial. Salvasecò) La prima strada che si stacca dalla provinciale ci porta a Salvasecca, a due chilometri da Castelletto e a mt. 59,4 s.l.m. Nome ripreso dallo Zaccaria (p. 206) che lo cita come Sylva Secca possedimento della Badia. L’Olivieri citando altri luoghi come Selvapiana, Selva Bella, li definisce composti troppo ovvii come il nostro Silva Secca e noi aggiungiamo che la natura arida della zona potrebbe giustificare l’origine del toponimo. Notizie storiche Nell’estimo del 1641 alcuni appezzamenti di terra furono proprietà di Ferdinando q. Giovan Battista Capirola, anche a Castelletto, Squadretto, Madonna del Massago, per un totale di 241 piò e 61 tavole. Una pezza di terra arativa era proprietà di Paolo Antonio Manerba. Pure Giovan Battista q. Luigi Trussi possedeva oltre al sito in Castello di

Castelletto (v.) un fienile e 96 piò di terra in questa contrada. Nel 1819 erano proprietari i Luzzago Ottavio ed Ercole figli del fu Tomaso, i quali possedevano pure alle Torri. Dal catasto austriaco del 1852, la casa colonica con orto e parte di terreni, sappiamo che erano proprietà della contessa Fenaroli fu Pietro maritata Caprioli. Essa possedeva pure le Lame, parte di Torri di Sotto, per una somma totale di pertiche austriache 2448,56 pari a circa 753 piò la cui rendita era stimata in lire austriache 10.612,34. Nonostante i poderi circostanti la cascina abbiano subito nel tempo successioni, frazionamenti o accorpamenti, conservano tuttora il nome di Salvasecca, e ne fanno parte le proprietà Pietta, Baviera, Gobbi, Guareschi, Solat. L’azienda agricola Pietta fu acquistata nel 1972 dal signor Aldo Locatelli con poderi dell’estensione di 12 piò e ne conduce in affitto altri 100 coltivati a mais 277

Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 era abitata da 23 persone. Censimento del 21 ottobre 1991, nuclei familiari sei, individui: Sing Karamjitt (2), Mologni Annibale, Sing Kulwinder (2), Baviera Severino (2), Guerreschi Luciano, Baviera Cesarino. 27 aprile 2001: sono residenti sei famiglie di 12 individui.

Pavona

(in dial. Paunò) Si prosegue sulla provinciale e poco oltre Salvasecca si raggiunge la Pavona toponimo dato dall’omonima seriola che scorre a ponente della proprietà. Nel 1982 venne costruito un complesso edilizio, con abitazione del custode e capannoni per sistemarvi un nuovo allevamento di maiali completamente automatizzato e computerizzato per ospitarvi circa 4.000 capi destinati all’ingrasso. Gli immobili sono proprietà della S.o.l.a.t. Società cooperativa produttori latte con sede in Via Brescia. Dal settembre 2000 la Società diede inizio alla costruzione di un nuovo complesso dotato di impianti automatici per la produzione del grana padano. L’azienda è circondata da terreno


Cascina Sorgente. La destinazione del fabbricato di nuova concezione, dotato di impianto di alimentazione automatico è per ospitarvi un allevamento di suini da ingrasso.

agricolo dell’estensione di 8 piò coltivati a erba medica. Movimento demografico delle famiglie Negli anni Novanta era residente l’operaio-custode Bodini Giambattista con la famiglia. 27 aprile 2001: è presente altra famiglia composta di 4 persone.

Sorgente Dopo la Pavona siamo alla penultima cascina – sulla destra – del nostro itinerario a poco più di due chilometri dal centro abitato. Per quanto riguarda il nome possiamo dare solo una spiegazione facile, cioè da sorgere, venire a crearsi.

Proprietari della nuova struttura sono i fratelli Angelo, Lorenzo, Giuseppe Bellomi che nel 1986 acquistarono 11 piò di terra dal signor Martinelli di Alfianello. La superficie produttiva è coltivata ad orzo ed è irrigata dalle acque del vaso Vedetti. La destinazione del fabbricato di nuova concezione, dotato di impianto di alimentazione automatico è per ospitarvi un allevamento di suini da ingrasso. Adiacenti la bella abitazione, aree di servizio, silos, ecc. 4 maggio 2001: è residente una famiglia di cinque persone.

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Alba Continuando sul nostro tragitto in direzione sud ci portiamo alla cascina Alba ultima posta sulla destra, siamo ancora in zona di Salvasecca a poco più di due chilometri da Castelletto. Il nome dato dal signor Santino è di significato intuitivo, altri lo definiscono nome appartenente all’elemento meridionale. Nel 1984 in seguito all’acquisto fatto di 3 piò e mezzo di terreno dal signor Spinelli di Milzano, da parte del signor Giovanni Carlotti diede inizio alla nuova costruzione del fabbricato di abitazione e di una capiente stalla per l’allevamento di bovini a carne bianca. La stalla è di concezione mo-


Cascina Motella. In secondo piano Cascina Alba.

derna dotata di impianto automatico per l’alimentazione del bestiame. Il podere circostante è coltivato a mais irrigabile con le acque della seriola Pavona. Per uso familiare allevano pollame da cortile. Movimento demografico delle famiglie Durante il censimento della popolazione dell’ottobre ’91 la famiglia Carlotti Giovanni (sono originari di S. Gervasio) era composta di quattro persone. 4 maggio 2001: è composta di tre.

Motella Ripercorrendo la provinciale SP VII in direzione sud la visita alle cascine su questo itinerario si conclude con la Motella situata sulla sinistra su strada privata, ingresso con cancello automatico. Siamo a 2,2 chilometri da Castelletto. Il toponimo potrebbe essere diminutivo di mota piccolo rialzo di terreno o piccoli dossi detti motte. È pure il nome del paese a due chilometri e mezzo a sud-est di Borgo San Giacomo. Cascina non citata nei catasti più volte indicati; sappiamo solo che nel 1996 il signor Carlino Bezzi acquistò la casa colonica con poderi della superficie di 14 piò dal signor Mor Daniele. 279

Dal 1998 iniziò i lavori di una radicale ristrutturazione ai rustici e all’abitazione rendendola confortevole. Nella stalla tradizionale alleva bovini da carne. La superficie produttiva è coltivata a mais e prato stabile irrigata con pozzo privato. Per uso familiare allevano animali da cortile. A titolo di cronaca i Bezzi sono originari di Ponte di Legno dove esercitano l’alpeggio di bovini e ovini. Movimento demografico delle famiglie Durante il censimento della popolazione dell’ottobre 1991 non era abitata. 4 maggio 2001: è residente la sola famiglia di due persone.


Itinerario delle Morosine e della Casella

NO LE II VI SP

Massaga

CASTELLETTO

Terzo Iannina E OL TT GO O

NG

Casella Seccamani

È l’ultimo percorso a mattina della provinciale per Gottolengo e a sud del centro abitato. Il viaggio inizia al “Terminone” e prosegue in direzione di mezzodì e dopo la “santella” che ricorda la Madonna del Massago, si entra a sinistra su strada consorziale che porta alle seguenti cascine: Massaga, Terzo, Janina, Morosine. Per la sua posizione geografica dobbiamo aggiungere la cascina Casella Seccamani situata nell’estremo sud in mezzo al verde della campagna.

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Morosine


Cascina Massaga. I fabbricati sono classificati rurali con rustici e barchesse, con stalla tradizionale con cinque fienili superiori. Si allevano bovine da latte. Da un ingresso a volta si accede alle abitazioni.

nili superiori. Si allevano bovine da latte. Da un ingresso a volta si accede alle abitazioni. Cronaca Aprile 1945: passaggio di partigiani. 9 aprile 2001. Studenti dell’Università di Milano in visita alla cascina per una ricerca sulla nidificazione delle rondini, attrezzati di cartina regionale e attrezzi con specchietto per ispezionare l’interno e la costruzione del nido.

Massaga (in dial. Masagò) Percorrendo il primo tratto di rettilineo a sinistra si stacca la strada che conduce alla Massaga posta a mt. 58,2 s.l.m. e a chilometri 5 circa dal centro abitato. L’etimologia del nome ricorda antiche proprietà del monastero di Leno in territorio di Castelletto, cioè uno dei quattro grandi boschi denominato Massago (Mazagum1). L’etimo può essere giustificato anche dalla presenza della scomparsa chiesetta campestre dedicata alla “Beata Vergine del Massago” demolita nel 1880 e la cascina fu edificata verosimilmente su terreno un tempo in dotazione della chiesetta stessa. Con le cascine Gaidano di Sopra, Medaglia (Gaidano di Sotto), il Terzo e la Massaga erano proprietà di Giovanni Bellini fu Bartolomeo e della signora nobile Ottavia Emili figlia di Arsenio maritata Bellini2. Somma la partita originaria

p.m. 1115,56 pari a 343 piò con rendita di austriache lire 2408,60 (Catasto austriaco 1852). Nel 1857 alcuni immobili furono colpiti da ipoteca a favore del Pio Luogo Zitelle di Brescia. Questi furono: “casa colonica con due pezze di terra l’una detta la Breda di 19 piò l’altra la Svegrada di 4 piò aradora et irrigabile. Altre due pezze di terra di piò 3 1/2 cadauna aradore et vitate”. Nessuna memoria, eccetto le due date dei censimenti, fino al 1974 anno in cui i signori Gino ed Enrico Zuffelato acquistarono da Antonio Zuffelato i fabbricati posti in zona ovest della cascina mentre Alfredo, Mario e Adriano la parte di mattina. Anche la proprietà terriera è così suddivisa: 27 piò del signor Gino, 18 di Enrico, 14 dei cugini. La superficie produttiva è coltivata a mais, medica, irrigata dalla seriola Rovertorta. I fabbricati sono classificati rurali con rustici e barchesse, con stalla tradizionale con cinque fie281

Movimento demografico delle famiglie 1900: famiglia Fiorini (11), Mor (14), altre famiglie (17), con chiesa del Massago (demolita). 1991: nuclei familiari quattro, individui 15. 10 aprile 2001: residenti quattro famiglie composte di 14 persone.

A.F. Zaccaria, Dell’antichissima, cit. gli altri tre boschi: Rotino (Rotinum), Squadretto (Squadretum), Salvello (Salvellum). Sentenza del 1297, pp. 205206. 2 ”I Bellini aggiungono alle vecchie proprietà di Carpenedolo e Leno quelle di Alfianello e di Gottolengo con un incremento di oltre 170 ettari” (P. Calini, La proprietà fondiaria, cit. vol. I, p. 292). 1


Cascina Terzo. Il nome lo assunse da un cognome come indicato in mappa del catasto austriaco: Fenile Terzi.

Terzo

(in dial. Térs) Lasciata alle spalle la Massaga si giunge alla cascina che fiancheggia la consorziale in lato sud. Siamo a mt. 58,2 s.l.m. Quanto all’etimologia, il nome lo assunse da un cognome come indicato in mappa del catasto austriaco: Fenile Terzi. La prima menzione sulla proprietà fondiaria la troviamo nel catasto austriaco divisa fra tre proprietari: Giovanni Bellini fu Bartolomeo e la moglie Emili nobile Ottavia di Arsenio, altra parte di Elisabetta Boccaccio fu Pietro e dei Dabellani Andrea, Mosè e Brigida fratelli e sorella. I Bellini possedevano pure al Gaidano, Medaglia e Massaga, i

Dabellani alle Caselle di Porzano e alla Pedronca e una casa colonica a Milzanello. Nuova proprietà Purtroppo non possiamo aggiungere notizie aggiornate. È comunque opinabile che la vecchia cascina (almeno per ora) venga abbandonata a se stessa anche perché sono in atto nuove costruzioni secondo le nuove tecniche di allevamento industriale dei suini. Movimento demografico delle famiglie Nel 1900 il Fenile Terzo era abitato da: Adami (5), Baronchelli (12), Manfredi (14), Tavolazzi (8) e altre 6 persone, Mozzi con altre 3. 282

1991: una sola famiglia, 2 le persone.


Cascina Villa Janina. A circa 2,5 chilometri da Castelletto, a breve distanza dalla seriola Rovertorta che segna il confine con il territorio del Comune di Gottolengo.

Iannina anche Ajannina (1826) (in dial. Ianinò) Lasciata alle spalle la cascina Terzo, proseguendo in direzione sud si raggiunge la cascina Iannina a circa 2,5 chilometri da Castelletto e a mt. 58,1 s.l.m., a breve distanza dalla seriola Rovertorta che segna il confine con il territorio del Comune di Gottolengo. Il toponimo potrebbe derivare da Giannina? nome femminile accorciativo di Giovannina. Notizie storiche Il 29 marzo 1610, Gio Maria Martinone detto Borella e Domenico Dell’Aglio assegnarono ad Albino Albini una pezza di terra

sita in territorio di Leno in contrada della Iannina in pagamento di loro debito verso il medesimo. Nel 1641, 30 piò di terra con casa colonica, stalla e fienile erano proprietà di Chiara quondam Vincenzo Bergognino. La cascina è indicata sul foglio 48 del catasto austriaco con la dizione Janina ma non risulta trascritto sul registro dei partitari delle ditte il nome del proprietario che dovrebbe essere il proprietario del Molino dei Dossi. Altre notizie documentate finora non possediamo fino agli inizi del 1900 quando erano residenti le famiglie di Dester (7), Capra (12), Collenghi (16). Cronaca Durante le manifestazioni del283

la fiera di S. Benedetto, il 25 aprile 1972 si svolse la gara di motoaratura in terreni di codesta azienda messi a disposizione dall’ing. Gianluigi Bernori. L’organizzazione fu curata dall’Unione provinciale agricoltori in collaborazione con l’UMA ente assistenza motori agricoli. Il 14 marzo 1975 si verificarono licenziamenti di salariati agricoli nella nostra zona dovuti alla riduzione dell’attività e al cambiamento di produzione colturale programmando la monocoltura e fu questa una tendenza diffusa fra gli agricoltori e fra questi la nostra azienda. Gli attuali proprietari Marta Archetti e Gianluigi Bernori vi risiedono soltanto nel periodo estivo.


Cascina Morosine, lato est. Proseguendo su capezzagna lungo la sponda della seriola per un lungo tratto verso mattina, un ponte ci permette di raggiungere, in direzione nord, i ruderi della cascina.

Casella Seccamani (in dial. Caselè)

Dalle Morosine si ritorna sulla provinciale SP VII in direzione di mezzogiorno con meta la cascina Casella Seccamani. A breve distanza dal cartello indicatore posto a confine del territorio del Comune di Gottolengo si stacca a destra la strada sterrata, si attraversa il ponte sulla seriola Gambara e dopo alcuni tratti raggiungiamo la cascina che dista dal centro abitato di Castelletto circa 2,4 km. e a mt. 56,8 s.l.m. ed è la cascina più a sud della zona a ponente della provinciale.

Morosine A sud della Iannina scorre la seriola Rovertorta che segna il confine con il territorio del comune di Gottolengo e proseguendo su capezzagna lungo la sponda della seriola per un lungo tratto verso mattina, un ponte ci permette di raggiungere, in direzione nord, i ruderi della cascina in un paesaggio squallido. La cascina è raggiungibile partendo dal Terzo tramite un rettilineo ma è chiuso: è proprietà privata. Siamo a mt. 68,5 s.l.m. Etimologia: probabilmente dal cognome Morosini. Dalla mappa napoleonica risulta che le Morosine erano poste sulla strada che collegava Manerbio a Isorella, passando per Castelletto e San Nazaro. Dall’estimo del 1641 un fenile da massaro con annessi 40 piò e 16 tavole di terra erano proprietà di Gian Battista del fu Ludovico Sala, ma il maggior proprietario era Agostino quondam Vincenzo Stella che oltre alle proprietà site

in Squadretto e al Massago possedeva qui un fenile da massaro con 277 piò e 17 tavole di terra. Nel catasto del 1852 la casa colonica con orto, prato e aratorio vitato erano proprietà di Giulia Ferrarini fu Gaetano maritata Bonaldi. La somma originaria era di pertiche metriche 235,20, pari a 72 piò, con un reddito di austriache lire 519,44. Nel 1900 era abitata dalle famiglie di Baci (14), Pini e Biasetti (11). Da tempo non abitata.

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Notizie storiche Originariamente faceva parte dei larghi fondi di proprietà della Badia di Leno “con terreni coltivabili e fenile sito in contrada di Squadretto, casa ad uso massaro di più corpi terranei e superiori con stalla e fienile”, confinante con le proprietà dei nobili Arici, del conte Rutilio Calini e con le “Case Opere Pie”. La proprietà era formata di 19 appezzamenti di complessivi 123 piò e 12 tavole. All’atto della soppressione della Badia furono messi all’asta al prezzo base di 6128 ducati. Va rilevato che il valore di questi poderi era mediamente il più basso dell’intera proprietà abbaziale. Nel 1785 lo stabile unito a Breda Vicco e alla Comuna furono acquistati da Giò Maria Agliardi. In seguito al passaggio di proprietà, sul mappale del 1898 si legge il nome del nuovo proprietario Seccamani (nob. Girolamo). Per questa cascina non possediamo finora notizie fino al


Macinino caffè con manovella a movimento rotatorio verticale. (Proprietà della cascina Janina).

Cascina Casella Seccamani. I poderi circostanti sono coltivati a mais, loietto, medica, colture assai diffuse nel nostro territorio e, secondo le esigenze di alimentazione delle bovine da latte qui allevate in moderne stalle con impianto di alimentazione e sala di mungitura.

1966 anno in cui il signor Mario Antonioli acquistò lo stabile dotato di 80 piò di terra dal signor Soldatelli di Montichiari (ceppo familiare dell’Antonioli: Monno, Valle Camonica).

I poderi circostanti sono coltivati a mais, loietto, medica, colture assai diffuse nel nostro territorio e, secondo le esigenze di alimentazione delle bovine da latte qui allevate in moderne stalle con impianto di alimentazione e sala di mungitura. La superficie produttiva è irrigata con le acque del vaso Bedoletto che, il signor Antonioli ci informa, ha origine presso la “Cava Sette fontane” di Castelletto, scavato nel 1890 circa dai proprietari Seccamani, Locatelli, Sartori. A titolo di cronaca facciamo notare che il Bedoletto è disegnato nella tavola delle proprietà abbaziali rilevata nell’anno 1780. La tipologia planimetrica è a elementi contrapposti, in lato nord sulla destra dell’ingresso un fabbricato, verosimilmente il più antico, con abitazioni in angolo, un lungo porticato a più campate antistante le vecchie stalle con fienili e in continuazione altro porticato. A sinistra dell’ingresso stalle moderne con spazi all’aperto; a sud del cortile rustici, depositi e quattro silos a trincea. Movimento demografico delle famiglie Agli inizi del 1900 vi abitava la famiglia di Costanzo Mancini composta di 20 persone. 1991: una famiglia di 7 persone. 24 aprile 2001 tre sono le famiglie residenti formate di 9 persone.

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Capitolo X Milzanello

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Milzanello

(dial. Milsanél, latino Miltianellus)

È frazione di Leno e dista dal capoluogo 3,70 chilometri, da Brescia 25,3 chilometri. Altimetricamente si trova a 60 metri s.l.m. È un piccolo borgo, di 263 abitanti (al 21.10.2001), situato sulla sponda sinistra del Mella in mezzo alla campagna, lontano da vie di comunicazione importanti. Costituiva comune autonomo fino al 1927 e il suo territorio era racchiuso tra quelli di Leno, Pavone del Mella, Cigole e Manerbio. La totalità del suo territorio è geologicamente costituito da terreno alluvionale formatosi nell’era quaternaria a causa delle poderose alluvioni fluvioglaciali che portarono a sedimentazione materiali ghiaiosi leggeri e minuti. Il nome Milzanello è spiegato dal Vocabolario toponomastico di Gnaga come diminutivo di “Milzano”, mentre il Dizionario dell’Olivieri indica la seguente etimologia: “Come Milzano anche Milzanello è parola di foggia latina che non è nota direttamente ma solo ricostruita e supposta. Presuppone in tutti e due un (fundus) Melicianus o Militianus. La notevole distanza di Milzano da Milzanello, tutti e due derivati dallo stesso nome prediale, darebbe testimonianza davvero di un’originaria proprietà unica assai vasta”. La più antica testimonianza che noi conosciamo relativa 288


Il Da Lezze nel 1609 ne dava questa descrizione: “Villetta vicino alla Mella, la qual non è sotto alcuna Quadra per esser terre essenti dalli Dacj dell’Imbottato, et tutta questa Villetta è de dui gentil’huomini li Ugerij non avendovi li Contadini cosa alcuna et le possessioni sono assai buone. Nobili Bresciani, li signori Fisogni et li Nobili Calzanei. Anime 150. Fuoghi 24”.

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Mietitura manuale del frumento con falce messoria (mis첫r책). (Giugno 2002. Cascina Bredavico dei signori Prandini - Leno).

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all’esistenza di Milzanello deriverebbe da un’iscrizione romana ivi ritrovata. Quanto all’età può ritenersi degli inizi del secolo II d.C. Furono rinvenuti anche altri reperti archeologici, altri ancora andarono distrutti; alcuni sono conservati nel Museo Romano e in quello Cristiano di Brescia1. Anche recentemente una consistente operazione di sbancamento finalizzata all’estrazione di sabbia e ghiaia ha permesso di scoprire tracce importanti di una civiltà di 3.500 anni fa2. Il Da Lezze nel 1609 ne dava questa descrizione: “Villetta vicino alla Mella, la qual non è sotto alcuna Quadra per esser terre essenti dalli Dacj dell’Imbottato, et tutta questa Villetta è de dui gentil’huomini li Ugerij non avendovi li Contadini cosa alcuna et le possessioni sono assai buone. Nobili Bresciani, li signori Fisogni et li Nobili Calzanei. Anime 150. Fuoghi 24”. Dopo la fondazione dell’abbazia benedettina di Leno (a. 758) anche il borgo di Milzanello entrò a far parte dei possedimenti leonensi. Qui, accanto al monacus o al praepositus venivano poi a stabilirsi numerose famiglie dando origine ad alcune «corti» (Cereto, Breda D’Ale) e poi al villaggio nel posto più elevato della zona, cioè Milzanello, dove esisteva la chiesetta di S. Michele. «Verso l’XI secolo, alle usurpazioni periodiche e sistematiche di molti

prepotenti, su latifondi dell’Abbazia, si aggiungono pure tutte le investiture fatte in questo tempo dagli abati ai Lavellongo, ai Poncarali, ai Lomelli, ai Martinengo e ai Gambara. A quest’ultima famiglia appartenevano i feudi di Pralboino, Verolanuova, Corvione, Milzano e sicuramente anche Milzanello, che sappiamo venne ceduto poi alla nobile famiglia Uggeri di Brescia. Il documento di vendita venne steso il 19 febbraio 1424. In esso Pietro e Cristoforo, fu Bettino Uggeri acquistarono dai conti Marsilio e Malfeo fratelli Gambara, i beni di Milzanello per mille ducati. Ma non sempre le convenzioni sono sufficienti, poiché il suddetto Marsilio e Brunoro suo nipote pretesero lesione di contratto et indi recupero di detti beni, quali erano accresciuti in valore massimamente per l’acquisto delle acque; seguiti perciò per detta pretesa diversi atti giudiziari, con esame di testimoni si finì la lite con convenzione 1466 pagando altri 1.000 ducati»3. Milzanello è stato «l’unico paese che presentava una situazione in cui la nobiltà con il 98% controllava l’intera superficie comunale, simile quindi a Monticelli d’Oglio con Villanuova, ed in questo caso centro del potere la famiglia Uggeri in quanto [...] tutta questa villetta de dui gentil’huomini di Uggerij, non avendovi li contadini cosa alcuna... [affermazione del Da 291

Lezze]. E così nel catasto napoleonico oltre 3.000 pertiche [923 piò] appartengono alle figlie di Vincenzo Uggeri mentre altre 1.900 [585 piò] mettono capo a Vincenzo Cigola per eredità Uggeri»4. «Dopo quattro secoli di proprietà degli Uggeri, il successore, marchese Leopoldo Guidi Di-Bagno di Mantova, vendette ogni proprietà a Manerbio, Cigole, Offlaga, Leno e Brescia. A Milzanello, vendette i suoi beni ai signori: Stocchetti Cristoforo, Guarneri Lodovico, Bocchi Francesco, Bertoletti Basilio, Zenucchini Faustino, Gadaldi Giovanni e fratelli Agosti. Infine al signor Battista Scanzi, ex affittuale, un podere con casa padronale. Del vecchio palazzo-castello non vi è ora rimasta che una muraglia con merli alla guelfa, che guarniscono la sommità, dando ancora oggi un aspetto medioevale all’edificio. Nell’interno si ammira ancora un portale del Cinquecento, con sopra lo stemma degli Uggeri»5. Purtroppo è in completo abbandono... L. Cirimbelli, Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Bagnolo Mella 1980, p. 17 e segg.; A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, vol. IX, pp. 160 e segg. 2 E. Boninsegna, Milzanello: un villaggio di 3.500 anni fa, scheda datata ottobre 1992 del gruppo storico archeologico del Museo Civico di Manerbio. 3 L. Cirimbelli, Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Leno-Bagnolo 1980, pp. 29-30. 4 P. Calini Ibba, La proprietà fondiaria, op. cit. vol. I, p. 65. 5 L. Cirimbelli, Milzanello, op. cit. p. 51. 1


Itinerario di Via XXIV Maggio (ex strada comunale per Castelletto)

Cortivo MILZAN ELLO

Molone Fabbrica Scanzi

STRADA PRINCIP ALE

Scuderia Fenarola Piceni Biolcheria Fenarola Fenarola

Sebbene un gruppo di case coloniche facciano parte del nucleo antico del paese ed abbiano ridotto la loro peculiare funzionalità meritano di essere illustrate perché sono rimaste pressoché intatte nelle loro dimensioni e caratteristiche architettoniche. Esse sono: Palazzo, Fenarola, Fenarola Piceni, Biolcheria Fenarola, Scuderia, Cortivo, Fabbrica Scanzi, Molone.

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Palazzo


Cascina Palazzo vista da est. È interessante notare che comprendono edifici a corte chiusa con un unico accesso verso l’esterno la cui tipologia rimanda a funzioni chiaramente difensive per non dire di roccaforte.

Palazzo

(dial. el Palàsh) I cascinali denominati “Palazzo”, pur situati nel centro urbano di Milzanello, meritano di essere citati per le loro caratteristiche architettoniche, rimaste pressoché intatte nel tempo. È interessante notare che comprendono edifici a corte chiusa con un unico accesso verso l’esterno la cui tipologia rimanda a funzioni chiaramente difensive per non dire di roccaforte. Il Palazzo si trova all’inizio del paese in Via XXIV Maggio, a metri 62,2 s.l.m. È un bellissimo complesso rurale. “Il portale d’ingresso, che era l’unico accesso al cascinale, testimonia che la costruzione è di antica epoca. Una visita alla cascina consente di rilevare la ricchezza di particolari architettonici significativi: dalla stalla con soffitto a volte al fienile adornato con un refilato in marmo”1. Il corpo di fabbrica in lato nord è formato da quindici archi

a tutto sesto, di sostegno al portico; in continuazione a mattina altro portico in otto archi. In corrispondenza di ogni luce d’arco vi era l’abitazione di una famiglia di dipendenti. Pure il torrione d’angolo a tre piani non era una semplice “colombera” ma serviva anche di abitazione. A mezzodì del cortile è sito un lungo porticato in dodici campate, sostenuto da pilastri in cotto a vista. Parte delle vecchie stalle con volti a crociera e colonne in marmo è stata trasformata in confortevoli stanze d’abitazione pur conservando l’originale stile. Nel 1654 l’azienda era proprietà di Albino Albini. Nel 1713, 21 novembre, Paolo e Gio.Antonio fratelli Uggeri acquistarono dalle sorelle Lucrezia e Teodora Foresti “una casa da massaro detta il Palazzo” con fienile, stalla, aia e orto. Nel 1852 la proprietà passò alla contessa Dorotea Uggeri del fu Vincenzo, vedova Luzzago. La signora Dorotea era madre di Bianca, sposata al marchese Di 293

Bagno. Essa portò in eredità i beni di Milzanello a questa casata mantovana; con la contessa Dorotea e la sorella Paola si estinse la famiglia patrizia bresciana degli Uggeri. Le successioni di proprietà e di affittuali dello stabile si leggono nel movimento delle famiglie: così ad esempio i Cottarelli, da Costanzo, immigrato cremonese, affittuale e poi proprietario come il figlio Eugenio; questi ebbe diversi figli e fra questi Giuseppe e Silverio. Nel 1956 si procedette alla stesura di un inventario dei beni della cascina e nel 1957 ne entrò in proprietà la famiglia del signor Ugo Corini2. Fino al 1961 la famiglia Cottarelli rimase in azienda, coltivando alcuni piò di terra per loro uso. I Corini si adeguarono alle innovazioni zootecniche costruendo nuove strutture per allevamenti selezionati. Nel 1978 il patrimonio zootecnico era costituito da 80 vacche e altri 110 bovini. L’utilizzazione prevalente dei 180 piò di terreno è a frumento (dal 1980 non più considerato come coltura di resa), mais, soia, prato stabile; il 10% è a marcita alla milanese. Diversi sono i cavi d’irrigazioe dei poderi: la Milzanella, la Molina, il pozzo privato; è utilizzata anche l’irrigazione a pioggia sistema Pivot. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1850 erano presenti 33 persone. - Nel 1892-93 vivevano nella cascina il fittavolo Costanzo


Cascina Palazzo. È un bellissimo complesso rurale. “Il portale d’ingresso, che era l’unico accesso al cascinale, testimonia che la costruzione è di antica epoca. Una visita alla cascina consente di rilevare la ricchezza di particolari architettonici significativi: dalla stalla con soffitto a volte al fienile adornato con un refilato in marmo”.

Pietro Marzocchi (5). - 1957: erano presenti 13 nuclei familiari con 40 persone: Ugo Corini (5), Silverio Cottarelli (7), Gobbi (trattorista notturno) (5), Cremonesi (adacquarolo) (7), Mantelli (mandriano) (2), Vestina (mandriano) (4), Zanola (carrettiere) (6), Zenini (mandriano (4+4 provenienti da Leno), Gelmini (segaerba), Valsecchi (adacquarolo). Censimento del 21 ottobre 1991: erano presenti 3 famiglie con 13 persone: Giancarlo Corini (6), Renato Cremonesi (4), Audilio Corini (3). 2000: sono presenti 6 famiglie con 17 persone. Cottarelli di Solarolo Rainerio (Cr) con 12 persone; i figli nati a Torre Pinerdi; Giovanni Mangiavini (4); Luigi Zanelli (4); Giuseppe Piacenza (8), Rosa Pedrini (5). - Nel 1905 i nuclei familiari erano 5 con 46 persone: Carolina Roseghini vedova Cottarelli (8), Ambrogio Bosio (7), Faustino Ronca (5), Anselmo Bottoni (9), Giuseppe Bodini (14). - Censimento 21 aprile 1936: erano presenti 10 nuclei familiari con 58 persone: Eugenio Cottarelli (8), Giacomo Cremonesi (7), Giulio Demetti (2), Angelo Festoni (6), Alessandro Festoni (3), Ernesto Ghisleri (4), Giuseppe Gobbi (9), Mar tino Gualtieri (6), Pietro Marenda (8), 294

Breve storia di Leno con cenni a Milzanello e Castelletto, s.d. p. 25. 2 “I fratelli Corini sono stati molto attivi nella gestione delle loro aziende agricole. Il primo, Attilio, era nato nel 1906; Annibale, classe 1907, imprenditore agricolo, cavaliere della Repubblica, è stato personaggio di spicco nel mondo agricolo e bancario, per venti anni membro del consiglio di amministrazione della Cassa Rurale di Leno e del Consorzio Agrario provinciale, e per più anni anche del consiglio del centro di Fecondazione artificiale. È stato tra i soci fondatori dell’Unione Agricoltori di Brescia. Mario, nato nel 1910, è stato agricoltore appassionato di zootecnia, mentre Pietro, del 1912, ha abbracciato la strada del bancario, pur mantenedo quotidiani contatti con i fratelli e le aziende agricole. La più giovane dei fratelli Corini è la signora Eurosia Danila, classe 1913, casalinga e perfetta padrona di casa. All’appello manca il fratello Ugo, morto a 71 anni, ma la vedova, la signora Pasqua Mori con i suoi novant’anni è perfettamente inserita in questo gruppo di splendidi longevi” (da un’intervista del signor Lucio Binacchi del 1996). 1


Portale del Palazzo.

Vecchio Da oriente la notte copre il giardino della primavera e l’ombra della vita sparisce lentamente alle spalle. Le pupille s’aprono ansiose e cercano nuovi orizzonti. Non vedi niente e gli occhiali non servono. Oltre, più oltre, ancora il vuoto. Non cercare. È tutto ciò che hai. Andrea Barretta (da “Si fa sera”)

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Cascina Fenarola, lato nord. Staccate dall’immobile sono situate moderne stalle adibite all’allevamento di bovini da latte con relativi impianti di alimentazione e di mungitura.

Fenarola Piceni

Fenarola

(dial. Fenarölò) Situata in Via XXIV Maggio con ingresso carraio con cancello che immette nel cortile da Via Pavone del Mella al civico n. 6. Etimologia: per tradizione afferma il signor Bonometti la cascina prese il nome dal campo su cui venne edificata, cioè dal nome della nobile famiglia Fenaroli che ebbe proprietà anche in Milzanello come viene delineato dall’estimo 1641 con 65 piò di terra e nel Catasto del Regno (1898) con ettari 68,40,90 di proprietà di Alessandro Fenaroli quondam Pietro. A titolo di cronaca agli inizi del ‘900 l’amministrazione degli stabili era affidata all’agente Raimondo Cagnoli. Altre proprietà nobiliari furono alienate, quella dei Fenaroli nel 1895 passò ad Enrico Locatelli dimorante a Leno. Dopo la conduzione degli affittuali Cavallini nel 1940 la famiglia Bonometti acquistò lo stabile dagli Arnoldi. Oggi, 24 maggio

2001, la ragione sociale è denominata “Azienda Agricola Bonometti Pietro” con terreni della superficie di 100 piò bresciani e durante l’annata agraria in corso sono coltivati a mais, loietto e medica irrigati dalle seriole Molina, Milzanella e cavo Vedetti. Staccate dall’immobile sono situate moderne stalle adibite all’allevamento di bovini da latte con relativi impianti di alimentazione e di mungitura. La tipologia planimetrica può considerarsi a corte chiusa il cui corpo di fabbrica principale è sito a nord ed è costituito dal bel porticato in sette campate con pilastri in mattoni a vista prospiciente le abitazioni (che occupano tre arcate) e in continuazione a mattina dalle ex stalle con sovrastanti fienili. A mezzodì del cortile il rustico formato dal porticato pure in sette campate per uso deposito e rimessa con l’ex fienile; completano la struttura altre adiacenze. 24 maggio 2001: sono residenti tre nuclei familiari composti di otto persone. 296

È situata nel centro storico in Via XXIV Maggio al civico n. 13 già appartenente alla nobile famiglia Fenaroli (v. prec. Fenarola). Da Montirone si trasferì a Leno presso codesta cascina quale affittuale il signor Antonio Piceni nonno paterno degli attuali proprietari che acquistarono nel 1973 la casa colonica e i 23 piò di terra dal signor Gino Quadri e sorelle di Leno. Attualmente (3 ottobre 2001) la superficie produttiva è coltivata a mais, medica, loietto, irrigabile dalle seriole Milzanella e Molina. La destinazione del fabbricato è rurale con abitazione per la famiglia composta di tre persone.

Biolcheria Fenarola Casa colonica situata in Via XXIV Maggio al civico n. 13 con ingresso ad arco in comune con la cascina Fenarola Piceni. È verosimile che anche questo fabbricato sia appartenuto alla nobile famiglia Fenaroli. In epoca imprecisata passò in proprietà del signor Ernesto Arnoldi e negli anni 1931-32 cedette l’immobile ai signori Biagio e Beniamino Ferrari, indi agli attuali proprietari Agostino, Faustino Ferrari e signora Rosalinda Tidoni. La cascina dispone di 20 piò di terreno agricolo coltivati a monocoltura di mais e sono irrigati dalle seriole Molina e Milzanella. Tipologia planimetrica. È la continuazione – verso sera – delle cascine Fenarole, costituita essenzialmente da due elementi


Sopra camino ex caseificio Arnoldi. Sotto San Rocco di Pietro Milzani restaurato da Pancera di Manerbio.

Cascina Biolcheria Fenarola. La cascina dispone di 20 piò di terreno agricolo coltivati a monocoltura di mais e sono irrigati dalle seriole Molina e Milzanella.

contrapposti. Nel corpo di fabbrica in lato nord e a mattina sono situate le abitazioni (le facciate recentemente restaurate), l’ex stalla tradizionale con fienile trasformata in deposito e verso sera altra piccola abitazione. Corre il portico in otto campate con pilastri in cotto, prospiciente le suddette strutture. A mezzì del cortile, ingresso carraio a mattina, si trova altro porticato (vulgo barchessa). Per uso familiare allevano alcuni animali da cortile. 3 ottobre 2001: è residente una famiglia composta di 3 persone.

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Scuderia Ripresa la via principale in direzione di ponente, dopo la proprietà Ferrari si accede alla cascina attraverso un ingresso ad arco. Riguardo allo stabile sappiamo soltanto che fu proprietà della signora Lucia Materossi di Bagnolo Mella e che gli attuali proprietari furono affittuali dal 1942 e acquistarono l’azienda nel 1997, con 70 piò di terra, dagli eredi Bianchetti. Attualmente la ragione sociale è la seguente: Azienda Agricola di Bonometti Paolo e Ferrari Ferdinanda. La tipologia planimetrica, nella sua essenzialità, è a corte chiusa così pure la struttura architettonica è comune ad altre cascine di Milzanello. Il corpo di fabbrica a monte è formato dalle ex stalle con fienili superiori, portico aperto a mezzodì con pilastri in cotto uniti da sette arcate a tutto sesto con cornice. Verso mattina si nota la mancanza di tre archi demoliti probabilmente per eccessiva prudenza in se-


Via Chiesa. Particolare dello stemma di casa Uggeri.

Cascina Scuderia. Il corpo di fabbrica a monte è formato dalle ex stalle con fienili superiori, portico aperto a mezzodì con pilastri in cotto uniti da sette arcate a tutto sesto con cornice. Sotto il porticato l’abitazione occupa il lato verso mattino. A mezzodì del cortile la struttura è formata soltanto da un unico porticato in sette campate in cotto a vista. Altro fabbricato sito a sera era adibito per abitazioni dei dipendenti.

Sulla parete di ponente della cascina è situato nel sottogronda lo stemma araldico della nobile famiglia Uggeri restaurato nell’estate del 1999. “Era in ottime condizioni dal punto di vista materico cosa che non si può dire dal punto di vista pittorico. L’affresco risulta quasi completamente privo di pellicola pittorica, se non in minima quantità (pari al 10%) della superficie interessata”. La restauratrice ha riscontrato “una perfetta incisione del disegno”. Le operazioni eseguite durante il restauro (durata una ventina di giorni) sono state di pulitura con acqua distillata calda, la stuccatura con malta di media dimensione più grassello di calce, più calce. Il ritocco con pigmenti tenendo come campione le zone ovviamente originali. L’affresco è un dipinto eseguito sopra una intonacatura di calce fresca, cioè appena data e prima che si secchi, con colori macinati (pigmenti) diluiti in acqua. Il colore applicato sulla calcina viene a fissarsi gradualmente e a rendersi insolubile. Peraltro, combinandosi con la vetrosità prodotta dalla calcina, il colore acquista un aspetto di particolare potenza che viene a caratterizzare profondamente la pittura ad affresco e la differenza da qualsiasi altra specie di pittura. Con il recupero della scritta posta nella parte inferiore della zona restaurata, l’affresco ha assunto maggiore valore in quanto l’opera risale al 1600 più precisamente L.I.F. XV Septè / Brix. MDCXXXV (15 settembre 1635). Meritano una lode il geom. Paolo Bonometti che ha voluto conservare lo stemma e la signorina Francesca Bambini di Pralboino che ha eseguito il restauro e ci ha dato la presente testimonianza. 298

guito a lesioni provocate da un incendio. Sotto il porticato l’abitazione occupa il lato verso mattino. A mezzodì del cortile la struttura è formata soltanto da un unico porticato in sette campate in cotto a vista. Altro fabbricato sito a sera era adibito per abitazioni dei dipendenti. I poderi dell’azienda sono coltivati a mais e loietto. Le acque della seriola Molina, della Milzanella e del cavo Vedetti servono ad irrigare i terreni di loro proprietà. In società con l’azienda agricola “La Fenarola” gestiscono un allevamento di bovine da latte in stalle moderne situate a mezzogiorno delle “cascine”, a ciclo completo con stabulazione all’aperto, impianto Unifeed e sala di mungitura. 24 maggio 2001: è residente una famiglia di due componenti.


Cascina Cortivo. Interno abitazione padronale. Per questa grande cascina non abbiamo finora notizie storiche, una data si legge sopra una porta d’ingresso in lato nord: 1732 e alcune note demografiche delle famiglie ivi residenti.

Cortivo Lasciato alle spalle l’ingresso alla cascina Scuderia, si entra in Via Cortivo, e un cancello dà accesso all’omonima cascina la cui etimologia “pare derivi dall’aggettivo curtis per dire pertinente alla corte”; infatti nel Veneto si ha cortivo per “corte” (Olivieri). Per questa grande cascina non abbiamo finora notizie storiche, una data si legge sopra una porta d’ingresso in lato nord: 1732 e alcune note demografiche delle famiglie ivi residenti. Nel 1850, trentuno erano gli abitanti, negli anni 1890-93 nel Libro delle anime della parrocchia è segnata la Via Cortivo abitata da Angelo Bravo falegname 4 i componenti, Manenti Giacomo 7, Balzani Angelo 7, Piovani Francesco 4, Guarneri Costanzo fittabile proveniente da Corte dei Frati (CR) con famiglia di 9 individui. Nel 1936 erano 39 gli abitanti. La famiglia Ferrari, dopo varie peregrinazioni in aziende agricole, al Cereto, una puntata a Carcassonne (Francia) rientra a Malpaga di Calvisano, finché giunse a Milzanello e nel 1976 acquistarono dagli eredi Bozzetti Ettore lo stabile Cortivo con 90 piò di terra. Attualmente (maggio 2001) l’utilizzazione dei terreni è la coltivazione del mais e loietto, poderi irrigabili con le acque delle seriole Molina e Milzanella. In stalla moderna con spazi all’aperto allevano bovine da latte, alimentazione con Unifeed, impianto fisso di mungitura. Per loro uso allevano alcuni animali da cortile. 299


Via Cortivo.

Tipologia planimetrica: in lato nord è ubicato il bel porticato prospiciente le stalle tradizionali con fienili superiori, con arcate che giungono fin sotto la gronda del tetto sostenuto da pilastri in mattoni. In continuazione, a ponente, le abitazioni con loggiato e un rustico in due luci. 24 maggio 2001: è residente la famiglia del signor Tomaso Ferrari e signora.

Fabbrica Scanzi (in dial. Fabricò)

Dopo le cascine Bonometti, verso ponente, sulla sinistra inizia Via Chiesa che ci porta alla Fabbrica Scanzi situata a mt. 59,2 s.l.m. A fianco dell’ingresso alla cascina in posizione di mezzodì si notano due pilastri in cotto sulla cui sommità erano posti i simboli araldici in pietra di casa Uggeri purtroppo trafugati nottetempo. Come altre proprietà in Milzanello anche questo tenimento era proprietà Uggeri e dopo il catasto napoleonico in quello austriaco era censito come “fabbricato per azienda rurale” proprietà della signora Dorotea Uggeri fu Vincenzo vedova Luzzago. In questo periodo, in azienda erano occupate diciannove persone. Subentrato per eredità, il marchese Guidi Di-Bagno di Mantova, trasferì il latifondo agli affittuali sigg. De Giuli Camillo e 300

Agostino fratelli che dal Milanese si trasferirono a Milzanello nel 1870, dirigendo la grande azienda agricola. Soprattutto i De Giuli si distinsero, superando la consuetudine e la ripetizione della pratica agricola, seguita in paese. Diedero impulso all’allevamento del bestiame, ripresero la coltivazione del riso – l’alimento utile per i pellagrosi – e l’allevamento del baco da seta a bozzolo verde, proveniente da allevamento speciale selezionato a zero infezione. Essi stessi erano concessionari del seme durante le stagioni bacologiche. Nella conduzione dei fondi Di-Bagno, ai fratelli De Giuli subentrò nel 1895 il sig. Antonio Signorelli1 agricoltore immigrato dal Cremonese. Durante la sua permanenza ricoprì la carica di sindaco. Trasferitosi a Leno nel 1901 con la famiglia, acquistò parte dei beni dell’avv. Alessandro Legnazzi compresa l’attuale Villa Badia2. Come già accennato il marchese Di-Bagno vendette ogni sua proprietà in Milzanello e fra gli acquirenti l’ex affittuale sig. Battista Scanzi che acquistò lo stabile Fabbrica, il molino con segheria da legname e la casa padronale, ex residenza degli Uggeri. Alla sua scomparsa la proprietà passò in eredità alle figlie e figlio i quali – poi – lasciarono alla nipote signora Bianchetti, attuale proprietaria. Partendo dai risultati dei rilievi da me effettuati nel 1978 presso le dodici maggiori aziende locali emerse che i conduttori dei 200 piò dell’azienda furono i fratelli Maianti e che la stalla era dotata di un patrimonio zootecnico consistente in cento vacche da


Cascina Fabbrica Scanzi. I terreni sono coltivati a mais e loietto, irrigabili con le acque della seriola Molina. In stalle moderne con spazi all’aperto, site esternamente alla cascina, sono allevate bovine da latte alimentate con Unifeed e dotate di sala di mungitura. Con Castelvecchio è uno degli esempi più notevoli di cascina costruita attorno alla

corte quadrata secondo la tradizione padana, con due passi carrai ad arco contrapposti con portone a due ante.

complesso per la sua posizione costituiva un efficace avamposto difensivo del borgo3. Il lato nord presenta dieci archi non solo a chiusura del portico ma anche sull’alto fienile sovrastante le stalle. I rimanenti tre corpi di fabbrica detti barchessali sono privi di stalle e di fienili, ma con portici ad arco che corrono lungo tutto il perimetro della struttura. In lato sud le arcate sono dieci, a mattina, e verso sera sono undici. Sul finire dell’aia in cemento è sistemata una tettoia – all’aperto – adibita ad allevamento di manze. Movimento demografico delle famiglie 1890: Luna Leandro (5), Saleri Francesco di Cimmo vaccaro (8), Cavallari Giovanni capo obbligati (6). 1936: due nuclei familiari di 15 persone. Maggio 2001: residenti due persone.

latte e altri ottanta bovini. Attualmente – maggio 2001 – i conduttori sono i signori Bruno Maianti, Severino (cugino) e zio Virgilio. I terreni sono coltivati a mais e loietto, irrigabili con le acque della seriola Molina. In stalle moderne con spazi all’aperto, site esternamente alla cascina, sono allevate bovine da latte alimentate con Unifeed e dotate di

sala di mungitura. Con Castelvecchio è uno degli esempi più notevoli di cascina costruita attorno alla corte quadrata secondo la tradizione padana, con due passi carrai ad arco contrapposti con portone a due ante. La struttura è di notevoli dimensioni, con basse e massicce torri angolari adibite ad abitazioni, basamento arpato e dotato di fascia marcapiano in cotto. Il 301

Antonio Signorelli di Angelo e Felicita Battaglia nato a S. Pietro Mendicante (CR) nel 1852. Coniugato a Bocchi Erminia, nativa di S. Maria in Bonomerse (CR). Muore in Leno il 17 settembre 1934. 2 L. Cirimbelli, Milzanello, op. cit. p. 50. 3 Bibliografia: F. Lechi, Le dimore bresciane, Brescia 1973, vol. I pp. 326-327; G. Villari, Le fortificazioni della Bassa orientale bresciana, in AA.VV., Dal castello al palazzo, Guidizzolo (MN) 1997, p. 137 ess.; M. Marchesi - O. Minneci, Breve storia di Leno, febbraio 1998. 1


Territorio con la cascina Molone. Nella sua semplicità si può definire un’accogliente dimora rurale. 100 piò totalmente a coltivazioni biologiche come il pisello, grano, medica, prato stabile; terreni irrigabili dalle acque della roggia Molina.

Molone

(in dial. Mulù) Al limite di Via XXIV Maggio inizia la Via del Cereto e su questa strada sulla sinistra è ubicata la cascina Molone che certamente prese il nome dalla seriola che scorre a ponente. Ex proprietà della nobile famiglia Uggeri il cui successore ereditario, il marchese Leopoldo Di-Bagno vendette ogni sua proprietà in Milzanello compreso il Molone. Non conosciamo il nome degli acquirenti successori fino agli anni Trenta del Novecento quando lo stabile passò in proprietà del signor Zanetti, impresario edile, e sorella. La rotazione delle colture era quella quinquennale tutte in funzione della stalla, cioè secondo le esigenze di alimentazione delle bovine da latte con un assortimento bilanciato di foraggi. Dagli anni Settanta la ex Salil, con l’intervento economico e tecnico dell’Ispettorato agrario provinciale bandivano una gara per il risanamento zootecnico e la prevenzione contro la t.b.c. e la brucellosi ottenendo ottimi risultati. Fra gli allevatori che riuscirono a risanare totalmente il loro bestiame notiamo l’azienda del dott. Enrico Bravi che fu premiato ufficialmente il 19 marzo 1967 presso il Franciscanum di Brescia. Attualmente (giugno 2001) il Molone è proprietà dei fratelli dottori Bravi essi stessi conduttori dei 100 piò totalmente a coltivazioni biologiche come il pisello, grano, medica, prato stabile; terreni irrigabili dalle acque della roggia Molina. 302


Cascina Molone. Interno lato nord, vista da est verso ovest dal lato non abitativo. A mattina altro portico pure in cinque campate prospiciente le ex stalle con fienili superiori.

Cascina Molone. Ala nord rimaneggiata e abitativa. Nel 1994 i proprietari diedero inizio a lavori di conservazione e di una completa ristrutturazione conservando le medesime caratteristiche architettoniche.

Tipologia planimetrica: la pianta della cascina si svolge a U squadrata con un lato aperto a sera su un’area di prato, ricalcando il solito schema di altre cascine. Nel 1994 i proprietari diedero inizio a lavori di conservazione e di una completa ristrutturazione conservando le medesime caratteristiche architettoniche. La composizione del corpo di fabbrica a nord – della lunghezza di 90 metri – è costituita dalla facciata dalle linee semplici che non presenta elementi decorativi, con portale d’ingresso a volta asimmetrico con cancellata a due luci, appesantito da un’incorniciatura a bozze piatte a colori alterni. Procedendo verso ponente una serie di aperture alternate a finestre che fanno bella vista con le inferriate inginocchiate in ferro battuto. Dall’androne si entra in un vialetto pavimentato con siepi laterali che divide l’edificio in due settori: rustico e abitativo.

Quello di sinistra con ingresso proprio a mattina è adibito a deposito di prodotti agricoli costituito dal portico (vulgo barchessa) con pilastri in muratura in cinque campate. A mattina altro portico pure in cinque campate prospiciente le ex stalle con fienili superiori. Completa il settore rustico in lato di mezzodì con abitazione in angolo e altro portico in quattro luci, ex abitazione anni Cinquanta, ora rimessa a tre campate. Un cancello carraio consente di entrare nel settore di ponente dove, in continuazione del fabbricato sud, si trovano un portico a tre luci e un locale uso magazzino con ex granaio superiore. L’interno della struttura in lato nord è costituito dall’ampio porticato con travi e travetti a vista, pilastri in mattoni in cinque luci aperto a mezzodì, pavimento in cotto, prospiciente le abitazioni, formate da parecchie stanze con camere superiori. Nella sua semplicità si può definire un’accogliente dimora rurale. 303


Itinerario della zona nord-ovest

Dossello Maglio Cereto Cereto

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Fabbrica Nuova

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Breda D’Ale

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MILZANELLO

Oltre quello delle Colombere è il percorso più suggestivo ricco di vegetazione arborea che conduce alle cascine Breda D’Ale, Fabbrica Nuova, Maglio Cereto, Cereto, Dossello, Fontana Bagatta.

304


Breda D’Ale Il tragitto inizia da Via XXIV Maggio verso ponente, il ponte sulla seriola Molone permette di imboccare la strada privata che in direzione nord porta a Breda D’Ale che eccezionalmente abbiamo qui inserito, essendo poco distante in termini di chilometri dal centro abitato di Milzanello sebbene da sempre censito in territorio del comune di Leno. Il toponimo breda è assai diffuso nella nostra pianura e deriverebbe dal latino praedium, altri ritengono il nome essere derivato dal longobardo braida: possedimento di più campi con casa da lavoratore. Secondo il Fappani (Enciclopedia Bresciana, vol. I, p. 265) “Dale” è probabilmente ab-

In primo piano Breda D’Ale. “Anche questa azienda era proprietà del monastero benedettino di Leno e all’atto della sua soppressione, avvenuta in Pregadi con decreto 3 giugno 1783, era così composta: l’estensione di piò 62 e tav. 18 (Ha. 20,24,20) suddivisa in sette

appezzamenti, formava la proprietà Breda D’Ale (tav. detta di qua del Molone del valore di ducati 4768 1/2). Staccata dai poderi, a sera del Molone si trovava la casa di più corpi terranei e superiori con stallo, fienile, aia et orto (stimata in ducati 320)”.

breviazione di Afelaide. Nel nostro territorio vi sono fondi così denominati: Bredavico, Bredarossa, Bredazza, Breda Grande, Breda del Latte, Breda del Pero, Breda Guastina, Breda della Rovere, ecc. Tanto il Vuione1 e Cornelio Adro2 nella loro Historia ricordano che al tempo dell’abate Liuzzone (l’anno 999) “un uomo di molto potere chiamato Riperto fece edificare un castello senz’alcuna partecipazione dell’abate, e lo chiamò D’Ale. Il castello fu poi distrutto, ma restandovi la contrada dove si trovava questo che si chiama Breda D’Ale, praedium Dalì, qual è dell’Abbadia. E gli agricoltori di quelle terre dicono (siamo nel 1590) d’avere con gli aratri molte volte trovato

diverse cose, che danno indicio d’esso castello”. “Anche questa azienda era proprietà del monastero benedettino di Leno e all’atto della sua soppressione, avvenuta in Pregadi con decreto 3 giugno 1783, era così composta: l’estensione di piò 62 e tav. 18 (Ha. 20,24,20) suddivisa in sette appezzamenti, formava la proprietà Breda D’Ale (tav. detta di qua del Molone del valore di ducati 4768 1/2). Staccata dai poderi, a sera del Molone si trovava la casa di più corpi terranei e superiori con stallo, fienile, aia et orto (stimata in ducati 320). I quindici appezzamenti costituenti l’altra proprietà erano posti di là del Molone con casa del massaro, stalle ed orto ad uso cassina e fienile (ducati 360). La somma delle superfici

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La proprietà della Breda D’Ale di là del Molone. “I quindici appezzamenti costituenti l’altra proprietà erano posti di là del Molone con casa del massaro, stalle ed orto ad uso cassina e fienile (ducati 360)”.

ammontava a 153 piò e 41 tavole (Ha. 49,94,09) del valore di ducati 14.401. I 215 piò dei poderi delle due proprietà furono assegnati – per acquisto fatto all’asta in Venezia nel 1786 – a Bernardino Fedreghini jr. figlio del notaio Gio. Faustino e nipote dell’altro più celebre architetto Bernardino, aiutante dell’abate Marchetti nella direzione dei lavori della nuova parrocchiale di Leno, ed era già noto per altri lavori di ingegneria idraulica nella zona”3. Nel 1802 addì 11 settembre i nobili Uggeri Battista e Dorotea fu Vincenzo vedova Luzzago acquistarono da Francesco Ghirardi di Leno, economo delle commende soppresse, parte di questa proprietà e cioè una casa in parte colonica ed in parte per uso

azienda rurale con orto annesso e 25 piò di prato. Dal catasto austriaco sappiamo che parte della proprietà apparteneva alla Casa di Ricovero per le Zitelle di S. Agnese in Brescia, mentre alla contessa Dorotea apparteneva pure la Fornace situata a sud di Breda D’Ale. Questi stabili passarono poi al Di-Bagno marchese cav. Ferdinando, che durante l’amministrazione del sindaco Eugenio Cottarelli fece parte del Consiglio comunale. La fornace Trovandosi nella zona una rilevante quantità di argilla, esiste da tempo immemorabile una fornace per la produzione di laterizi. L’ubicazione non fu stabile, poiché la fabbrica seguiva la cava. 306

Solo in base ad occasionali notizie, sappiamo dell’esistenza di “un campo della fornace, con l’indicazione del forno, sui fondi di proprietà dell’Abbazia di Leno nei pressi di Breda D’Ale”. Nel censimento delle industrie estrattive, cave, indetto nell’anno 1870, la stessa era proprietà del marchese Guidi Di-Bagno, condotta in affitto da Angelo Mensi. Si producevano mattoni e tegole a cielo aperto; i dipendenti erano quattro fornaciari ed escavatori con due manovali. Il lavoro completamente manuale era dato a cottimo e durava in media cento giornate lavorative. Il rudimentale forno per la cottura dei manufatti era alimentato da albera, salice e poco gelso. In data imprecisata l’azienda


passò in proprietà del signor Enzo Treves De Bonfili di Padova. Nel 1948 concesse in affitto il fondo dotato di 115 piò di terreno al signor Luigi Zinetti proveniente da altra azienda di Squadretto al quale succedettero i figli Alessandro, Cornelio, Lino. Gli Zinetti rimasero conduttori per circa cinquant’anni. Nel 1975 prese dimora il signor Camillo Tomasi la cui famiglia è originaria di Canè di Vione (Valle Camonica) e nel 1997 acquistarono l’immobile zona sera con 80 piò di terreni e altri ne aggiunsero in seguito: sono coltivati a monocoltura di mais irrigabili con le acque della seriola Molina. L’altra parte dello stabile fu acquistato dai Vivaldini. I Tomasi si dedicano all’allevamento di bovine da latte in stalla moderna con zona all’aperto, impianto di alimentazione Unifeed e sala di mungitura. Le macchine sono rimessate in locali chiusi. Per uso familiare allevano alcuni animali da cortile. La tipologia planimetrica della cascina, di notevoli dimensioni, è a corte chiusa con due ingressi in lato sud e di servizio in lato nord. Essenzialmente la struttura si presenta in ogni facciata interna con arcate; il fabbricato a monte è costituito da vecchie stalle con fienili superiori e abitazioni negli angoli, portico aperto a mezzodì con undici arcate sostenute da pilastri. In lato di mattina le arcate sono sei con abitazione; il lato di sera è occupato da rimesse con sette arcate e abitazioni, infine il lato di mezzodì è formato da cinque arcate.

Movimento demografico delle famiglie 1880: vi abitavano nove famiglie composte di 32 individui, Ponzoni Domenica e Zanelli Luigi (4), Santini Luigi (3), Reguccini Domenico (10), Monza (4), Filippini Maria sola, Martinelli (4), Zucchi (3), Magri Battista (2), Battagliola Francesco solo. Nel 1900 il numero delle famiglie salì a diciassette con un totale di 113 individui così distribuiti: Filippini (11), Zucchi (3), Gobbi (5), Martinelli (7), Morandi (10), Magri (2), Sanca (9), Monza (5), Mangiavini (7), Mangiavini (8), Regosini (10), Volonghi (9), Santini (4), Morandi e un Zani (7), Bonizzoli (3), Manenti (6), Cremonesi (7). 1909: sei famiglie composte di 47 individui cioè: Lazzarini Battista (11), Gatti Angelo carrettiere (7), l’affittuale Morandi Girolamo, Guarneri e altro Morandi (10), Lavagnini Luigi (6), Ferrari Angela ved. di Galuppini (8), Marazzi Francesco (5). Nello stesso periodo nel Libro delle anime è citato un Casino di Breda Dalé (finora non identificato) ed era abitato dalla famiglia dell’adacquarolo Paolo Riviera composta di 9 individui. 1991: nuclei cinque individui 14. 17 maggio 2001: residenti due famiglie, 6 persone.

A. Vuione, Historia del Regio Monastero di Leno, ms. Queriniano. 2 C. Adro, Historia dell’Abbadia di Leno, ms. Queriniano. 3 Cfr. L. Cirimbelli, La soppressione dell’Abbazia di Leno, op. cit. pp. 43-78. 1

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Fabbrica Nuova (dial. La Fabricò)

Ritornati sulla comunale, si prosegue in direzione nord; a circa metà del percorso rettilineo si stacca una stradella privata verso sera; a un chilometro e ottocento metri si giunge alla cascina in mezzo a fertili campi coltivati. Si trova a metri 61,6-62,2 s.l.m. Era detta Casa Nuova, poi Fabbrica Nuova, nome dato a parecchi caseggiati e cascine sparsi in provincia. Nei primi decenni dell’800 la cascina era un’azienda di cinquanta ettari circa di terreni prativi, adacquatori e moronati cioè con filari di gelsi, piante assai diffuse per l’allevamento del baco da seta. Se ne contavano esattamente 957 innestate, oltre a 63 selvatici e 545 ceppaie con foglia selvatica. Era affittata al signor Andrea Battaglia di Casanova di Offredi (Cremona). L’investitura d’affitto con tutte le ragioni d’acqua conteneva gli obblighi, i divieti, le multe e tutte le altre condizioni atte a stabilire il completo controllo del proprietario rispetto all’affittuale. Nel catasto austriaco il fondo risultava unito al Torchio Nuovo (Cereto) e Moltizza, di proprietà della Casa di Ricovero delle Zittelle putte di S. Agnese di Brescia, la cui amministrazione era affidata al dottor Antonio Solera. Da un atto di consegna datato 19 maggio 1870 e firmato dall’ingegner Bortolo Martinelli di Manerbio, ricaviamo una precisa descrizione dei locali e dei fondi di circa 150 piò che costituivano lo stabile. Ne era


Cascina Fabbrica Nuova. Nei primi decenni dell’800 la cascina era un’azienda di cinquanta ettari circa di terreni prativi, adacquatori e moronati cioè con filari di gelsi, piante assai diffuse per l’allevamento del baco da seta. Se ne contavano esattamente 957 innestate, oltre a 63 selvatici e 545 ceppaie con foglia selvatica.

proprietario Elia Bonfiglio fu Nestore ed era data in affitto per dodici anni ai fratelli Giovanni e Antonio Guindani fu Ambrogio; la durata del contratto aveva inizio dal giorno di San Martino 1870 e terminava il 10 novembre 1882, il canone annuo d’affitto era stabilito in lire 4.698. A quella data il casamento colonico era assai vasto e comprendeva un “fabbricato nuovo riservato al locatore”, ossia l’abitazione dell’affittuale, case di abitazione per “braccenti”, e granai “il cui stato è tale da poter convenientemente servire allo scopo per cui sono destinati”. Le strutture murarire erano complete di portici a diverse campate con fienili, stalla per buoi e per cavalli, porcile con pollai, stanze “ad uso tinazze” e un forno. Nella classificazione dei campi rileviamo le colture a prato adacquatorio nuovo e stabile, moronato (con gelsi), coltivati a frumento e formentone (mais), lino invernengo, novello di

trifoglio e “erba Bugia”. Non mancava l’ortaglia con 383 gambi di vite fruttiferi, piante da frutto e noci; inoltre vi erano 405 pianticelle di romiglie “da frusca e da vimini”. In un altro campo allignavano quattro filari di viti e altri 257 gambi sparsi. Nei vari appezzamenti di terreno erano distribuite numerose piante di gelso innestate e selvatiche, platani da scalvo, ceppaie d’onisio, ecc. Vi erano manufatti con paratoie in legno per l’irrigazione. I Guindani dovettero rinunciare dopo tre soli anni all’affitto, poiché seguì un secondo atto di consegna nel quale si legge che la locazione aveva una durata novennale, principiando col giorno di San Martino 1873 e terminando il 10 novembre 1882. I nuovi affittuali erano Pietro Appiani e il figlio Andrea. Dal “Bando di vendita giudiziale” del luglio 1884 sappiamo che lo stabile era ancora proprietà di Elia Bonfiglio, coniugato a Marianna Tempini di Bre308

scia. Facevano parte dello stabile anche un torchio da olio, la pila da riso, la macina da olio. I numerosi appezzamenti di terreno di varia natura assommavano a una superficie di 874,83 pertiche censuarie (pari a ettari 87,48) ed erano censiti per una rendita di 4.599,89 lire austriache (pari a lire italiane 3.975,21). Per il secolo successivo non vi sono documenti scritti. Nel 1978 lo stabile di 180 piò era proprietà del signor Becchetti, che si costituì in società con denominazione Sige spa. La conduzione del fondo è attualmente affidata agli affittuali Giulio Godizzi e fratelli, che coltivano i terreni a mais e prato stabile e li irrigano con la seriola Uggera. Tipologia planimetrica della cascina: nel catasto napoleonico l’edificio non è presente. Rispetto ai mappali austriaci si nota una forte espansione dell’edificio, probabilmente risalente al dopoguerra. Inizialmente la struttura si presentava ad U, indi a corte chiusa con apertura d’accesso a mattina e casa d’abitazione nell’angolo; altre abitazioni erano dietro i portici, divisi in otto luci con pilastri in cotto. Vi erano inoltre stalle tradizionali con fienili superiori e portico a sei arcate, stalla dei cavalli, ecc. Negli ultimi anni sono stati apportati importanti interventi di recupero e di conservazione delle vecchie strutture. Inoltre, per adeguarsi ai nuovi indirizzi del moderno allevamento di tori e vitelloni da carne, sono state costruite stalle capienti con adeguati impianti di alimentazione.


Cascina Maglio Cereto. Nel catasto austriaco era denominato Torchio Nuovo poiché alla casa di abitazione era incorporato l’edificio con macina della linosa (semi di lino) e la pila da riso.

Movimento demografico delle famiglie - Negli anni in cui era proprietario il Bonfiglio, nello stabile risiedevano tre nuclei familiari con 20 persone: le famiglie di Antonio Alsini (6 persone), di Giuseppe Romagnoli (9), di Angelo Gatti (5). - Nel 1936 le famiglie presenti erano 6, composte di 37 persone: Antonio Ghirardi (6), Gervasio Gardia (5), Battista Amigoni (5), Lazzaro Manenti (8), Agostino Parati (5), Vincenzo Zecchini (8). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 2 nuclei familiari con 11 persone. Maggio 2000: è presente la famiglia del signor Godizzi.

Maglio Cereto (dial. El Mai del Sherét) Ritornati sulla strada principale, la si segue verso nord; poi si prosegue in direzione di ponente e si giunge alla cascina Maglio dopo un chilometro e mezzo. È situata a metri 65,8 s.l.m. Nel catasto austriaco era denominato Torchio Nuovo poiché alla casa di abitazione era incorporato l’edificio con macina della linosa (semi di lino) e la pila da riso. I terreni coltivabili, unite alle aziende Fabbrica Nuova e Moltizza, formavano una superficie catastale di 876,90 pertiche metriche (= piò 270), con una rendita di 4.575,13 lire austriache. L’intero complesso aziendale era di proprietà della Casa di Ricovero delle Zittelle Putte di S. Agnese di Brescia.

In seguito l’edificio subì trasformazioni e ristrutturazioni per essere adibito a locale delle macchine atto all’installazione del maglio con due fucine di cotto, animate da mantici idraulici con tubazioni metalliche. Una sola ruota idraulica in legno di rovere azionava il maglio di 85 chilogrammi con sottostante incudine di sei quintali. Nel 1887 l’edificio passò in proprietà di Anna Gandolfi fu Cristoforo, vedova Bozano, e da questa fu dato in affitto a Marianna Tempini, come risulta da atto pubblico a rogito del notaio Cesare Bettoni di Brescia. Nel 1899 quest’ultima, vedova Bonfiglio, ne era diventata proprietaria e concedeva in affitto i locali ai fratelli Antonio e Achille Santini fu Giovanni. Nel censimento del 1936 erano presenti 4 nuclei familiari composti di 20 persone: Giorgio Chiodelli (2), Gian Battista Bindoni (4), Matilde Chiodelli (6), Filippo Zanetti (8). Giuseppe Chiodelli con i figli esercitava il 309

mestiere di falegname e di fabbro-maniscalco. Nel 1966 il signor Francesco Favalli di Calvisano acquistò la cascinetta dal signor Becchetti. Attualmente è circondata da un piò circa di terreno, tenuto a prato con alcune piante da frutto. Maggio 2000: vi abita un nucleo familiare (Favalli) di 5 persone.


Cascina Cereto.

Cereto L’antica grande cascina del Cereto si trova a circa due chilometri e mezzo da Milzanello e a metri 65 s.l.m. È nome assai diffuso in provincia di Brescia e di Bergamo; per quest’ultimo Gnaga cita ben undici località. Il toponimo (che è un collettivo, come designa il suffisso –éto) discende direttamente dal latino cerrus, cerro, pianta del genere delle querce (scientificamente Quercus robur, rovere, roverella) che produce ghiande e fornisce legno pregiato. Altri vorrebbero che il nome della cascina derivi da un nome proprio, quello di Silvestro Cereto, che sposò una certa Veronica di Leno da cui ebbe nel 1469 una figlia Laura, celebre umanista, e in seguito tre figli maschi, fra cui Daniele, poeta in latino autore anche di una poesia in cui parla di Leno. Il Cereto fece parte della vasta proprietà che gli Uggeri acqui-

starono nel 1434 dai Gambara con il “castello” di Milzanello. Nel 1543 era proprietà di Pietro Uggeri; nell’estimo del 1641 il cascinale era così descritto: “Un casamento per uso di massaro et malghese, con tratti quattro di casa et di fenile, portico, ara, horto di piò uno con una colombara, la caneva (= cantina) et corte”. Unita alla proprietà la chiesetta campestre dedicata a Santa Maria Maddalena. Nel 1786 nei fondi Moltizza del Cereto era praticata la coltivazione del riso, che rappresentava la coltura principale dopo i foraggi e il grano. Essa fu continuata ed estesa anche su altri fondi dai fratelli Camillo e Agostino De Giuli, affittuali del marchese comm. Galeazzo Guidi Di Bagno. L’introduzione di questa coltura è stata importante per l’affermarsi di una nuova tecnica di irrigazione, ma non divenne mai una coltura intensiva, perché si riteneva che fosse portatrice della malaria1. Una minima parte del terreno 310

era anche destinata alla coltivazione del lino per produrre la fibra da tessere. Agli inizi dell’800 su questi fondi, oltre a robinie, pioppi, ontani, platani, salici, notevole importanza rivestiva inoltre la piantagione e la cura del gelso, indispensabile per l’allevamento del baco da seta. Su una superficie di 35 ettari, si coltivavano 616 gelsi innestati, 110 selvatici e 238 ceppaie. Nel 1978 se ne contavano solamente una sessantina. Come si legge sul mappale del catasto austriaco del 1852, il Cereto era diviso dalla seriola Uggera e dalla strada consorziale del Fenil Nuovo; verso sera era ubicato l’edificio rurale detto Torchio Cereto per la presenza della macina da olio; nel lato opposto sorgevano le case coloniche e si estendevano i terreni coltivabili. L’intera proprietà con casa di villeggiatura era in proprietà dell’erede Uggeri, contessa Dorotea fu Vincenzo vedova Luzzago. Sempre nel catasto austriaco alcuni appezzamenti di terra al Torchio Cereto, alla Fabbrica Nuova, erano proprietà di Francesco Udeschini, per un’estensione di 31,07 pertiche metriche, pari a circa 10 piò. Dopo quattro secoli di proprietà degli Uggeri, il successore marchese Leopoldo Guidi Di Bagno di Mantova vendette ogni sua proprietà a Milzanello a vari agricoltori, fra i quali i fratelli Agosti che acquistarono al Cereto. Nel 1912 essi iniziarono la loro attività in conduzione diretta con un’azienda dell’estensione di circa 300 piò (Ha 100 circa) dotandola di attrezzature e di un patrimonio zootecnico adeguati:


Cascina Cereto, interno. Dal secondo dopoguerra al 1978 il Cereto ha vissuto tutte le vicende della trasformazione del mondo agricolo. Attualmente (2000) al Cereto sono presenti diverse aziende agricole.

residenti 2 famiglie di 7 persone. Non essendo stato possibile prendere visione diretta del complesso del Cereto per descriverne la struttura, ci si limita a pubblicarne le fotografie.

otto paia di buoi, sei di cavalli, sessanta mucche da latte e quaranta manze. Oltre ai prati, al frumento e al granoturco, una discreta estensione era riservata alla coltivazione del lino, seguita dal “quarantino”, varietà precoce del mais. Dal secondo dopoguerra al 1978 il Cereto ha vissuto tutte le vicende della trasformazione del mondo agricolo. Nel 1978 le aziende erano così suddivise: Fratelli Agosti fu Clemente piò 98, Vittorio Agosti piò 98, Angelo Cremaschini piò 55, Tinti eredi Giuseppe piò 45. Attualmente (2.000) al Cereto sono presenti diverse aziende agricole. Una azienda agricola è proprietà dei signori Vittorio e Graziano Agosti, che coltivano i 98 piò di terra a mais, erba medica, loietto, frumento. Il fondo è irrigato con le acque della Seriola Uggera. Il signor Vittorio è presidente dell’amministrazione del comprensorio dell’Uggera. I bovini da latte e da carne sono alle-

vati in ricoveri moderni a stabulazione libera, con impianti di alimentazione e sala di mungitura. Si mantiene l’abitudine di allevare animali da cortile per uso familiare. I signori Agosti formano due famiglie di 7 persone complessive. Nel 1961 i signori Cremaschini Francesco e fratelli acquistarono dal signor Giulio Mottinelli una parte dell’immobile e 55 piò di terra, attualmente coltivati a mais e loietto. Anche questo fondo è irrigato con l’acqua dell’Uggera. Questa azienda alleva bovine da latte in stalle tradizionali e parte all’aperto; per uso familiare si tengono animali da cortile. Vi abita una famiglia di 4 persone. Nel 1967 il signor Mottinelli vendette al signor Cremaschini Pietro e Franco un’altra frazione di immobile con 55 piò di terreni, coltivati ora a mais e loietto e irrigati con la stessa seriola Uggera. Si allevano bovine da latte in stalle moderne, oltre ad animali da cortile per uso familiare. Sono 311

Cronaca Nel 1796 il Cereto fu colpito da una grave calamità naturale. Il rettore-parroco di Milzanello don G. Soldati scrive: “Addi 26 di maggio in questo paese alle ore 21 è venuta un orrida e tremenda tempesta e in particolare modo al Cereto cosicché di frumento e di uve, non hanno quelli abitatori raccolto”. A questo era seguita una quasi totale “mortalità de bovi”, e fino al 1801 vi fu “tanta e sì grande carestia di formento, formentone e di uve”. Il 22 maggio 1922 durante uno sciopero dei contadini il carrettiere Angelo Ghizzardi di Milzanello d’anni 34 rimase vittima di un sanguinoso episodio negli scontri tra socialisti e fascisti; il Ghizzardi fu colpito a morte nei campi. Ferito tra gli altri Faustino Minelli. Il Ghizzardi lavorava ed abitava alla cascina Cereto, lasciò la moglie con quattro bambini. Nel concorso per la battaglia del grano, annata agraria 192829, fra le medie aziende il signor Silvestro Agosti vinse un premio di mille lire con una produzione di 45,12 quintali per ettaro su 7,15 ettari coltivati. Si riportano i ricordi di F. Zanola, che nel 1939 abitava al Cereto: “Arrivato alla quinta elementare ho cominciato a lavorare in campagna. A San Martino del ’39 ci siamo trasferiti dalla parte


opposta del Comune alla cascina Cereto di Milzanello presso gli Agosti come factotum. Facevo tutti i mestieri: trasporto con carri trainati da cavalli e da buoi con prodotti di ogni genere, dal fieno alle patate ai cereali, ai mercati di Brescia e di Verona. Possedevano pure cavalli da corsa pressso il nostro ippodromo e necessitavano di buon foraggio. Extra stipendio – assai misero – ci concedevano di allevare il baco da seta nel periodo maggio-giugno, lavoro da eseguire dopo la giornata di dieci ore compreso il sabato; i bozzoli prodotti venivano divisi a metà. Ci concedevano pure un piò di terreno seminato a granoturco, ma significava zapparlo con sveglia alle quattro, seguiva il raccolto, al termine della giornata, il trasporto in cascina e la scartocciatura fino a tarda notte, dopo la sgranatura a macchina l’essiccazione sull’aia per tre, quattro giorni di sole; seguiva la misura e la divisione del grano in sette parti, delle quali sei andavano sul granaio del padrone e una parte a noi. Tutto questo dopo la nostra giornata di lavoro di dieci ore” (dal Diario cit. di Francesco Zanola). Al Cereto vi era un allevamento di cavalli da corsa di razza americana. Erano allevati in modo diverso dai comuni cavalli da tiro. Ogni giorno gli venivano somministrati cinque chili di biada e cinque di fieno. Al mattino un piccolo allenamento al trotto moderato che veniva ripetuto per un mese circa, dopodiché potevano iniziare i vari allenamenti. questi si facevano all’ippodromo di Leno; quando l’allenatore giudicava che i caval-

li erano ben addestrati, venivano inviati alla scuderia di Milano dove partecipavano alle corse ippiche. Nel primo dopoguerra i cavalli erano ridotti di numero: una trentina, mentre prima erano assai più numerosi. 1981-82. Presso l’azienda dei signori Pietro e Franco Cremaschini un incendio per autocombustione del fieno causò gravi danni. Nel 1987 in seguito ad un’alluvione avvenne lo straripamento del Molone, che formò un nuovo alveo per oltre cinquecento metri, ripristinato in seguito con una nuova arginatura. Movimento demografico delle famiglie - Anno 1892-93: erano presenti 15 nuclei familiari con 104 persone. Giacomo Boselli (2), Angela Boselli (6), Angelo Zanca (9), Cesare Bocchi (fittabile, originario della provincia di Cremona) (6), Giovanni Chiodelli (fabbro) (7), Paolo Bocchi (fittabile originario di Pieve d’Olmi, Cremona) (11), Giovanni Piva (8), Giuseppe Bodini (9), Luigi Crosti (13), Angelo Capuzzi (6), Battista Monza (5), Laura Pastori (2), Angelo Bambini (11), Angelo Zenucchini (oste) (5), Francesco Bonera (5). - 1905: erano presenti 24 nuclei familiari con 174 persone: Francesco Rossi (6), Paolo Ghisleri, Pietro Godizzi (7), Agostino Andreoletti (7), Giacinto Cremonesi (11), Luigi Nodari (2), Tomaso Ferrari (9) con la famiglia di Maria Tomasoni (7), Giovanni Chiodelli (12), Giuseppe Losio (10), Rocco Fornari (13), Valerio Borelli (5), Angelo Sufertani (?) (4), Laura Bra312

vo vedova (6), Domenico Gandelli (7), (…) Santo vedova (4), Carlo Brunetti (7), Giuseppe Luna (4), Lorenzo Bodini (12), Paolo Crinersi (10), Antonio Santini (11), Angelo Carbonini (6), Eugenio Medda (5), Andrea Pari (8). Censimento della popolazione del 21 aprile 1936: erano presenti 18 nuclei familiari con 128 persone. Defendente Caprioli (9), Francesco Filosi (7), Laura Pietta (9), Teresa Zani (11), Augusto Fornari (7), Alessandro Godizzi (5), Domenico Godizzi (7), Maddalena Lazzarini (3), Santa Lazzarini (2), Ottorino Rossi (4), Armida Brunello (6), Michele Peli (11), Giuseppe Luna (4), leonardo Marazzi (8), Giovanni Tosini (7), Maria Cavagnoli (16), Battista Viscardi (11). Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: erano presenti 12 nuclei familiari con 35 persone: Giuseppe Torresani (3), Angelo Beschi (2), Franco Cremaschini (4), Angelo Cremaschini (3), Vittorio Agosti, Pietro Cremaschini (4), Angelo Portesani (2), Giacomo Prandini (3), Graziano Agosti (4), Francesco Cremaschini (4), Carlo Vittorielli (5), Antonio Agosti. 2000: al Cerreto abitano 5 nuclei familiari con un totale di 18 persone.

1

L. Cirimbelli, Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Bagnolo Mella 1980, p. 48.


Cascina Dossello. È circondata da 18 piò di terreno coltivati a mais e orzo e irrigabili dalle acque dei vasi Uggera e Molina.

Dossello

(dial. Doshél) È l’ultima cascina dell’itinerario. Dopo il Cereto la strada prosegue in direzione di ponente e dopo un breve tratto verso nord si raggiunge il Dossello. È a circa due chilometri da Milzanello, al confine con il territorio del Comune di Manerbio, paese quasi equidistante rispetto a Leno (circa quattro chilometri). Il toponimo è diminutivo di dosh = dosso. Sebbene facesse parte dei tenimenti di casa Uggeri, poi Di Bagno, non risulta censita nel catasto austriaco, né vi è alcun documento scritto anteriore al 1936, quando la cascina era abitata da un nucleo familiare di otto persone. Il signor Natalino Manenti è affittuale dal 1961, e proveniva dalla “Selva” di Manerbio; per sua testimonianza orale prima di lui furono affittuali i Dagani e i Lazzari. La cascinetta è circondata da

18 piò di terreno coltivati a mais e orzo e irrigabili dalle acque dei vasi Uggera e Molina. La destinazione del fabbricato è rurale e abitativo, ed è dotato di stalla tradizionale; nessun allevamento è attualmente in atto, salvo animali da cortile per uso familiare. Censimento del 21 ottobre 1991: era presente un nucleo familiare con 3 persone. 2000: è presente un nucleo familiare con 2 persone.

Fontana Bagatta In territorio di Milzanello esisteva la Fontana Bagatta, così chiamata forse dal nome del proprietario del fondo. I benefici di quest’acqua furono illustrati da vari scrittori come: Girolamo Fracastoro, medico pontificio (1478-1553), Marco Antonio Emilii, il medico Parolino Roncalli nel ‘700 nella sua pubblicazione “De Aquis Brixianis”, il medico Walter Menis nel 1837 e Carlo Cocchetti nel 1858. 313

Il Menis, nel suo “Saggio di topografia statistico-medica della Provincia di Brescia”, citava la Fontana di Milzanello come una delle quattro autenticamente minerali: “devesi limitare il numero delle medesime a sole quattro: a quelle cioè di S. Colombano, delle Trovine vicino a Bovegno, di Lumezzane e quella di Milzanello”. Quest’ultima scaturiva “in distanza di tre miglia da Leno nella località della Beata, che comunemente dicesi la Bagatta, e si conosce fino da’ remoti tempi. Si tiene composta di solfato di ferro e d’ossido di solfo non che di gas idrogeno solforato. La presenza di tali principi si manifesta dall’odore che tramanda, non che dall’impressione che lascia nel palato. Si vuole che riesca vantaggiosa nelle malattie del fegato, dello stomaco, della pelle, ecc. È pochissimo frequentata tale sorgente, la quale però meriterebbe che venisse circoscritta da steccato o da muro per tener lontani gli animali e per impedire che vi si isinui l’acqua che ha servito all’irrigazione dei fondi vicini. Altre scaturigini che s’avvicinano colle qualità fisiche a quella di Milzanello trovansi a breve distanza da Leno nel sito denominato il Bagattino. Queste però non ebbero mai rinomanza come quella di Milzanello che ottenne le lodi di molti scrittori, fra cui il Fracastoro”. Il Cocchetti nel 1858 (in “Brescia e sua provincia”) diceva quell’acqua “composta di solfato di ferro, d’ossido di zolfo e di gas idrogeno solforato, salutifera nelle malattie del fegato, dello stomaco e della pelle. Nota in


In territorio di Milzanello esisteva la Fontana Bagatta, così chiamata forse dal nome del proprietario del fondo. I benefici di quest’acqua furono illustrati da vari scrittori come: Girolamo Fracastoro, medico pontificio (1478-1553), Marco Antonio Emilii, il medico Parolino Roncalli nel ‘700 nella sua pubblicazione “De aquis brixiensibus”, il medico Walter Menis nel 1837 e Carlo Cocchetti nel 1858.

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tempi antichi, non è frequentata perché in insalubre posizione, vicina a risaje, né riparata dall’acqua d’irrigazione”. Ancora nel 1874 è citata in un ricorso dei fratelli De Giuli cui il sindaco Bonfiglio aveva intimato

Fontana Bagatta. La sorgente (dipinto da Bruno Damini). Il Menis, nel suo “Saggio di topografia statistico-medica della Provincia di Brescia”, citava la Fontana di Milzanello come una delle quattro autenticamente minerali: “devesi limitare il numero delle medesime a sole quattro: a quelle cioè di S. Colombano, delle Trovine vicino a Bovegno,

di Lumezzane e quella di Milzanello”. Quest’ultima scaturiva “in distanza di tre miglia da Leno nella località della Beata, che comunemente dicesi la Bagatta, e si conosce fino da’ remoti tempi. Si tiene composta di solfato di ferro e d’ossido di solfo non che di gas idrogeno solforato.

di distruggere le risaie attivate in quel territorio. Si parlava di “abuso delle acque medicinali leggermente purgative della fontana Bagatta, unite all’abuso di frutta acerba” che, unite all’acqua palustre delle risaie, danneg-

giavano la salute. Ora dal sottosuolo scola nel Molone, perché non più curata come nel passato anche recente, quando molti abitanti vi si recavano con carri, carrozze ed a piedi con recipienti vari.

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Itinerario verso mattina

Sobagno

SP

VI I

LE

NO

Rinascente

PA VO NE

DE L

M EL LA

MILZANELLO

Il nostro itinerario prosegue iniziando dalla strada principale del paese e proseguendo in direzione di mattina si imbocca sulla sinistra la strada vecchia per Leno in direzione nord ci portiamo alle cascine Rinascente e Sobagno.

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Rinascente Dista dal centro abitato circa un chilometro ed è a mt. 61,4 s.l.m. Il nome le fu dato negli anni 1920-25 periodo della costruzione probabilmente su alcuni resti di casino poiché l’etimologia significa rinascere ma anche rinnovarsi. Non possediamo finora altre notizie se non il numero dei residenti riferiti al censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: quattro famiglie, 8 persone. Attualmente (novembre 2000) la cascina è proprietà dei signori Angelo, Pierangelo, Michelangelo e Tarcisio Piceni. La tipologia planimetrica si presenta a elemento unico in lato nord adibito ad abitazioni e staccata a mattina la villetta. Pure separate dalle abitazioni verso sera le stalle tradizionali e moderne per l’allevamento di bovine da latte con adeguati impianti di alimentazione e di mungitura fisso. La cascina è circondata da 60 piò di terra coltivati a medica e maic, terreni irrigabili dalla seriola Milzanella. Tre sono i nuclei familiari composti di 8 persone.

Sobagno Tornati sulla strada comunale la si segue verso nord e a breve distanza troviamo la cascina Sobagno a circa chilometri 1,2 da Milzanello. Dialetto Sobàgn, un S. è nominato nella sentenza del 1297 per una contesa tra il monastero benedettino di Leno e la comunità, pubblicata dallo Zaccaria

(p. 206) che lo cita ad fontem Sobagni dal quale trasse il nome una porzione del territorio di Leno. Non possediamo notizie anteriori al catasto napoleonico, già possedimento del Beneficio parrocchiale (detto Sogbano arciprebenda) di Leno e dal catasto austriaco del 1852 rileviamo la dotazione di altre proprietà: oltre ai locali della canonica, le Lame dette dell’arciprete di pertiche metriche 290,72 i 90 piò con rendita di lire austriache 572,82, il Sobagno con terreni della superficie di p.m. 219,37, 67 piò circa, rendita lire austriache 547,15, altre frazioni di fondi staccati di pertiche metriche 92,02 (piò 28) rendita in lire austriache 280,31, pertanto la somma delle partite originarie era di p.m. 603,18 (185 piò) la cui rendita era stimata in lire 1527,10. Sulla destra dell’ingresso la vecchia cascina con due fienili, in lato sud la nuova abitazione e verso sera due sili, tre capannoni per un moderno allevamento di suini da ingrasso. Dopo la famiglia Manenti – negli anni ‘80 – il signor Franco Vivaldini cedette l’immobile dotato di circa 90 piò di terra ai signori Luciano Vivaldini e Mariarosa Ferrari. L’utilizzazione prevalente dei terreni è la coltivazione di frumento e parte a pioppeto, irrigabili dalle acque della seriola Milzanella e dal pozzo privato. Movimento demografico delle famiglie Nel 1880 vi abitava la famiglia dell’affittuale Monfardini Antonio composta di 7 persone. Nel 1900: famiglia Manfredi 317

di 7 persone e un Cartapani. Nel 1909 due famiglie: Battistelli Battista 3 persone e Mombelli Bortolo 4. Novembre 2000: una famiglia di 3 persone.


SP

VI I

LE NO

Itinerario del settore sud-est

MILZANELLO Fornace Quadri Fattoria Giulia

Fornace Locatelli

Bruna

EL LA

Capolupo

PA VO NE

DE L

M

Colombere Fenaroli

Ritornati sulla strada comunale e proseguendo in direzione di mattina, quindi verso la provinciale SP VII troviamo un gruppo di cascine che completano il settore sud-est della zona di Milzanello. La prima struttura a sinistra è l’Atlante (ex Fornace Quadri) ad alcune decine di metri sulla destra entriamo alla Fornace Locatelli e poco distanti la cascina Bruna essendo queste due ultime una sola proprietà. Lasciando alle spalle l’azienda Atlante si prosegue verso mezzodì e sul rettilineo privato asfaltato sulla destra abbiamo la Fattoria Giulia, in prosecuzione, sulla sinistra, Capolupo, indi le Colombere Fenaroli ultima cascina la più meridionale del territorio di Milzanello.

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Schizzo della Fornace di Milzanello di Pietro Milzani (Gottolengo, 23-12-1916 Brescia, 17-1-1971). Circa una ventina di operai vi lavoravano così divisi: addetti all’alimentazione della fornace, addetti alla cottura dei manufatti, alla fabbrica dei medesimi e al trasporto. Il

Fornace Quadri (in dial. Fornàs)

Ora denominata “Azienda Atlante”, a mt. 61,5 s.l.m. Milzanello e dintorni essendo zona di terreni calcarei, ha fatto sorgere un’attività estrattiva di argilla e la lavorazione della stessa per ottenere materiali da costruzione, dal preistorico mattone al laterizio alveolare prodotto negli anni Sessanta. Già sul finire dello scorso secolo una fornace venne aperta dal signor Enrico Quadri probabilmente nel campo a sud della strada e l’attuale edificata dallo stesso nel 1927 ma con un forno circolare e con un ampio camino che si aggirava sui trenta metri di altezza. La fabbricazione era manuale, la più comune ed antica, gli elementi di terra argillosa venivano impastati, formati, essiccati nell’ampio cortile e cotti in forno. Talvolta l’inclemenza del tempo, un violento temporale distruggeva il lavoro della giornata. La produzione anteguerra oscillava fra un milione e un milione e duecentomila fra mattoni e tegole. Circa una ventina di operai vi lavoravano così divisi: addetti all’alimentazione della fornace, addetti alla cottura dei manufatti, alla fabbrica dei medesimi e al trasporto. Il lavoro iniziava a marzo e terminava in settembre. D’inverno si estraeva l’argilla o terra rossa adatta alla costruzione dei mattoni e coppi dai campi vicini formando un adeguato deposito. Il fuoco veniva alimentato con legna e carbone ed i residui erano venduti ai privati. Fra i molti dipendenti giorna319

lavoro iniziava a marzo e terminava in settembre. D’inverno si estraeva l’argilla o terra rossa adatta alla costruzione dei mattoni e coppi dai campi vicini formando un adeguato deposito. Il fuoco veniva alimentato con legna e carbone ed i residui erano venduti ai privati.


lieri e cottimisti ricordiamo la famiglia di Giovanni Colosio che da Paratico si stabilì in Leno in Via Garibaldi, e dal 1909 e forse prima, per molti anni lavorò alle dipendenze di questa ditta con i figli Romeo, Ettore, Valente, Silvestro e Antenica tutti questi nati a Colombaro. Questa attività industriale continuò con una fornace denominata “Lenotherm” di Micheletti s.p.a. L’azienda produceva laterizi in genere ed il lavoro da stagionale divenne continuo. La lavorazione si può definire artigiano-industriale, e l’elemento umano (venti operai nel 1978) era predominante. Giova ricordare, anche se mancano notizie dirette, che fra le arti minori (ferro battuto, intarsio, ecc.) presso il locale monastero benedettino “era conosciuta l’arte di modellare l’argilla; infatti per decorare il monastero e la sua chiesa, oltre alle sculture marmoree furono impiegate le terrecotte: ad esempio una formella a bassorilievo con stemma abbaziale degli inizi del secolo XV, un capitellino in cotto con palmette, elegante motivo bramantesco, e altri frammenti si trovano presso la collezione privata dell’ing. Italo Lanti. In Via Re Desiderio (nell’abitazione delle signore Quadri) le due finestre sono adorne di cornice in cotto con motivi vegetali assai notevoli. Ma il monastero aveva permeato della propria vita e potenziato di opere i maggiori centri ad esso soggetti. Ad esempio il valente studioso Gaetano Panazza avanzò l’ipotesi che le sculture in cotto e in stucco esistenti in S.

Maria Assunta di Gussago, soggetta all’abbazia di Leno, “trattandosi di materiale assai raro nell’VIII secolo, provengono addirittura da Leno, meglio dalle fornaci della Bassa allora lenese”1. Movimento demografico delle famiglie Nel 1909 vi abitava la famiglia del custode della fornace Boschetti Pietro, 8 i componenti. 1936: due famiglie 8 individui. 1991: una persona. Maggio 2001: è sede dell’azienda Atlante s.r.l. CAM che si occupa del recupero di materie prime e seconde.

Fornace Locatelli

1

Cfr. L. Cirimbelli, Dalla campagna alla bottega all’impresa, Centro Grafico Lenese, Tipografia Grafica 7, Bagnolo Mella 1986, p. 12.

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Fornàs tanto al singolare che al plurale. Siamo a 60,2 mt. s.l.m. Oltre all’ex fornace di proprietà Quadri ne esisteva una seconda, e se di questa non esistono finora notizie è verosimile che sia stata attiva dove esiste l’attuale cascina gestita dai fratelli Donati dal 1898 – forse


Azienda agricola Fornace Locatelli. Capannoni contrapposti con impianti di alimentazione e relative attrezzature atte all’allevamento industriale di suini da ingrasso. Nell’ampio cortile di servizio sorge un fabbricato rurale per magazzino e rimessa, mentre il fabbricato di abitazione occupa il lato nord.

ancor prima – fino al 1910. Per questa zona agricola non abbiamo notizie fino al 1979 anno in cui i signori Ennio e Sergio Gobbi acquistarono i terreni dai signori Locatelli di Brescia. Diedero inizio alla costruzione di capannoni contrapposti con impianti di alimentazione e relative attrezzature atte all’allevamento industriale di suini da in-

grasso. Nell’ampio cortile di servizio sorge un fabbricato rurale per magazzino e rimessa, mentre il fabbricato di abitazione occupa il lato nord, zona d’ingresso all’azienda la cui attuale ragione sociale è la seguente: Azienda Agricola Fornace Gobbi. I poderi circostanti con terra di media fertilità sono coltivati a ce321

reali: orzo e frumento. Le acque della seriola Pavona servono all’irrigazione del fondo. Movimento demografico delle famiglie 1991: nuclei due, individui 8. Maggio 2001: due famiglie, 8 persone.


Cascina Bruna.

Bruna Queste strutture si trovano a poche decine di metri dalla cascina Fornace Gobbi formando una sola proprietà, motivo per il quale è descritta fra le cascine di Milzanello. A mt. 59,8 s.l.m. Poche le indicazioni orali che abbiamo raccolto, infatti non ci sono note le superfici coltivate, i prodotti e i vasi o cavi di irrigazione. Nel 1980 il signor Ennio Gobbi acquistò gli immobili composti da una palazzina di abitazione posta all’ingresso dell’azienda,

quattro capannoni contrapposti e, in seguito verosimilmente per un favorevole andamento mercantile ne fu aggiunto un quinto. Struttura moderna per un razionale allevamento di suini. Movimento demografico delle famiglie 1991: un nucleo familiare con 4 individui. Giugno 2001: non è abitata.

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Fattoria Giulia È la quarta cascina del nostro itinerario. Il nome le fu dato dal padre dei fratelli Bellomi, signor Battista (1926-1988) alla memoria della di lui madre signora Giulia. Nel 1983 i fratelli Bellomi acquistarono dal signor Mario Corini 6 piò e 50 tavole di terreno circostanti lo stabile Capolupo. Costruirono capannoni di concezione moderna con impianti di alimentazione automatici per l’allevamento di scrofe da riproduzione.


Fattoria Giulia.

La struttura è completa del fabbricato di abitazione. Movimento demografico delle famiglie 1991: era residente una famiglia di 4 persone. 4 maggio 2001: un nucleo familiare di 5 persone.

Capolupo Dopo una sosta alla Fattoria Giulia l’itinerario prosegue per Capolupo situato sulla sinistra e, dopo un tratto di strada privata si accede al cortile attraverso un cancello. Siamo a km. 1,5 dal centro abitato e a mt. 59,2 s.l.m. Riguardo all’etimologia del nome quello originale è indicato su carta geografica del 1826 con la dizione Cà dell’Aia, dialetto Cà dé löck, in seguito Capo Luppo (sic.). Dati storici Con Atto del 21 novembre 1713 Paolo e Giò. Antonio fratelli Uggeri acquistarono la pro-

prietà dai fratelli Baldassare e Ottavio Bona con “casa e fenile di quattro tratti”. Dal catasto austriaco del 1852 rileviamo che la proprietà passò in eredità alla contessa Dorotea Uggeri fu Vincenzo vedova Luzzago. La cascina era abitata da una ventina di persone. Codesto stabile costituente la proprietà Capolupo venne alienato al prezzo di lire 23.000 dal marchese Di-Bagno ai signori Carlo e Giuseppe fratelli Crosti e Pietro Borsa che acquistarono in comune ed in parti uguali. L’estensione complessiva era di pertiche metriche 440,78 pari a circa 135 piò bresciani con una rendita di lire austriache 1247,83. Negli anni 1870-75 su questo fondo, unito a quelli delle cascine Olmo e Pluda vivevano tredici famiglie, dopo la realizzazione di radicali opere di risanamento della zona, le famiglie residenti giunsero a quarantatre, senza contare gli avventizi di Leno e di Milzanello ivi occupati. Facendo riferimento all’anno 1880 circa, 323

le lame bonificate occuparono una superficie di 140 piò. In seguito la proprietà Capolupo fece parte del tenimento di Bredavico dell’Olmo il cui proprietario fu l’ing. AntonioVallardi editore in Milano. Nel 1929 giunsero i fratelli Corini e divennero gli affittuali del Vallardi fino al 1964 anno in cui il signor Mario Corini acquistò lo stabile di 138 piò di terreni e li coltivò fino al 1980, poi la gestione passò al signor Gian Riccardo Corini figlio di Ugo fino al 1997 indi ai nuovi affittuali: i fratelli Bellomi. Gli affittuali coltivano i poderi a mais, medica e loietto. I terreni sono irrigabili con le acque delle seriole Milzanella e Pavona. Attualmente la cascina è priva di allevamenti ed è vuota di ogni genere. Solo per uso familiare allevano alcuni animali da cortile. La tipologia planimetrica della cascina è a tre elementi contrapposti. Dopo l’ingresso carraio con cancello, sulla sinistra la casa padronale edificio costruito nel 1928. Dall’ingresso aperto a volta si accede al lungo porticato di sette luci prospiciente la vecchia stalla con fienili e in prosecuzione a mattina due abitazioni. Nel lato opposto o di mezzodì altre due costruzioni adibite a barchesse, al centro di esse il passaggio carraio con cancello; a breve distanza fuori cascina si conservano due silos in muratura e la nuova stalla con zona all’aperto. Movimento demografico delle famiglie 1892: Smussi Pietro (2), Smussi Domenico, Damini Lu-


Cascina Capolupo. Negli anni 1870-75 su questo fondo, unito a quelli delle cascine Olmo e Pluda vivevano tredici famiglie, dopo la realizzazione di radicali opere di risanamento della zona, le famiglie residenti giunsero a quarantatre, senza contare gli avventizi di Leno e di Milzanello ivi occupati.

cia (2), Fieschi Orsola, Damini Battista, Treccani Serafino (2), Benini Francesco (5) adacquatore, Cherubini Antonio (6), Moretti Angelo (5). 8 maggio 2001: due famiglie di 5 persone.

Colombere Fenaroli Già Colombare. A mt. 57,0 s.l.m. Dal Capolupo si ritorna sul rettilineo e si prosegue in direzione sud e dopo circa tre chilometri da Milzanello si entra nella grande cascina i cui poderi raggiungono le sponde del fiume Mella, ed è la più meridionale delle cascine del territorio milzanellese. La cascina è raggiungibile anche seguendo il tragitto che dal centro abitato per la vecchia Via Pavone del Mella si inoltra

nella campagna verso sud-est. Nessuna testimonianza del passato fino al catasto austriaco in cui si legge che la casa colonica con terreni circostanti erano proprietà del nob. Alessandro Cigola del fu Vincenzo e la superficie catastale era di pertiche metriche 697,35 equivalenti a circa 214 piò bresciani con rendita di austriache lire 3101,35. Negli anni Trenta del Novecento Pietro ed Osvaldo Fenaroli del fu Alessandro1 succedono al loro avo Co. Alessandro Cigola, nella proprietà del “Podere Colombara”. Ai Fenaroli succedono nella proprietà i Gualtieri, poi il signor Mariano Luzzago. La signora Francesca ved. Battista Bellomi (1926-1988) ci ha ricordato che nel 1966 da Verolanuova e Verolavecchia suben324

trarono nella conduzione dell’azienda ai fratelli Fontana. Durante l’annata agraria in corso i fratelli Bellomi (Angelo, Lorenzo e Giuseppe) coltivano i 204 piò a mais e medica. Per l’irrigazione del fondo utilizzano le acque della seriola Milzanella, del vaso Vedetti e del pozzo privato. Purtroppo durante la stagione di piogge persistenti il fiume Mella ha più volte inondato i campi situati in prossimità del suo corso. Un moderno allevamento di bovini da latte con stabulazioni all’aperto è dislocato parte a mattina della cascina e parte di fronte alla cascina Capolupo. Tipologia planimetrica. Il corpo di fabbrica a fronte nord, di notevoli dimensioni, è un edificio rurale caratteristico di questo territorio, con stalle e fieni-


li superiori, porticato a mezzodì formato da diciotto arcate a tutto sesto quasi fin sotto la gronda del tetto, sostenute da pilastri in cotto; in continuazione verso mattina altre due tratte e abitazione. Su questa struttura emerge una torricella campaniletto con campanella un tempo usata dal capo-uomo per i dipendenti. A mezzodì del cortile era ubicato un edificio rustico adibito a barchesse di nove tratti. Essendo già piuttosto avanzato lo stato rovinoso della costruzione se ne decise l’abbattimento chiudendo il cortile con una muraglia. A fianco del cortile le rimesse. Movimento demografico delle famiglie Nello Stato di anime parrocchiale, nel 1633, gli abitanti era-

Cascina Colombere Fenaroli. Fenaroli: Antichissimi nobili rurali, noti dal secolo XIII e originari di Tavernola sul lago d’Iseo, figurano nella Matricola Malatestiana del 1406. Patrizi originari, ascritti al Nobile Consiglio di Brescia, prima della “serrata” del 1488, furono decorati del

titolo di Conte dalla Repubblica Veneta (1646), poi dal Re di Napoli, da Napoleone I e dall’Austria in varie linee del ramo principale, ora estinto. Uno dei rami superstiti e attualmente fiorenti, ha ereditato il titolo di Conte di Monzone dalla estinta famiglia Valotti.

no 28. Durante la compilazione del catasto austriaco le residenti aumentarono a 47. 1892-93: Cavagnoli Vittorio di Pescarolo, il figlio Raimondo nacque a Cà de Stefani fattore (8), Patrioli Pietro (9), Soldi Giovanni (5), Grandi Laura e famiglia (6), Pennocchio Giuseppe (2), Pennocchio Carlo (3), Bresciani Teresina (2), Bergomi Letizia, Festoni Battista (8), Godizzi Francesco (4). 1905: Cavagnoli Raimondo (5), Manenti Giuseppe (16), Festoni Battista (8), Piovani Pietro (7), Cavagnoli Alberto (5), Penocchio Giuseppe (8), Alzini Antonio (3), Cattina Luigi (6), Badini Angelo (5), Lavagnini Luigi (6), Carelli Aurelio (6), Corani Faustino (3). 1936: nove nuclei familiari di 55 individui.

Nel 1945 erano residenti diciotto famiglie. 1991: due famiglie di 6 persone. 4 maggio 2001: sono residenti due famiglie di 5 persone.

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1 Dal 1900 in poi il nob. Alessandro ricoprì la carica di consigliere comunale di Milzanello durante la reggenza del sindaco Antonio Signorelli. Fenaroli: Antichissimi nobili rurali, noti dal secolo XIII e originari di Tavernola sul lago d’Iseo, figurano nella Matricola Malatestiana del 1406. Patrizi originari, ascritti al Nobile Consiglio di Brescia, prima della “serrata” del 1488, furono decorati del titolo di Conte dalla Repubblica Veneta (1646), poi dal Re di Napoli, da Napoleone I e dall’Austria in varie linee del ramo principale, ora estinto. Uno dei rami superstiti e attualmente fiorenti, ha ereditato il titolo di Conte di Monzone dalla estinta famiglia Valotti. Stemma: «Di rosso, alla banda d’argento; col capo dell’Impero».


Capitolo XI Porzano

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Porzano

(dial. Porshà, latino Portianum)

Con i suoi 1.012 abitanti (al 21.10.2001) è la seconda frazione del comune di Leno, al quale è stato annesso nel 1927. È situato a nord del capoluogo, dal quale dista quattro chilometri circa, collegato da una strada comunale attraverso la campagna e dalla provinciale Leno-Bagnolo Mella. Il nome sarebbe di derivazione latina, dal gentilizio Porcius, donde “fundus porcianus”, a testimonianza di una presenza romana documentata anche da iscrizioni e da alcuni reperti archeologici. Qui la famiglia Porcia avrebbe posseduto un vasto fondo, divenuto nel secolo VIII una curtis appartenente al monastero di S. Salvatore-S. Giulia di Brescia. Ricordiamo che il monastero femminile era stato fondato dalla regina Ansa,

L. Cirimbelli, Parrocchia di S. Martino in Porzano. Memorie storiche, Ciliverghe 1995, p. 17 e segg. 2 S. Guerrini, Relazione storico-artistica stesa in occasione dei lavori di ristrutturazione della parrocchiale, in Archivio parrocchiale di Porzano, carte non catalogate, 8 ottobre 1987. 3 Da Lezze, Catastico, cit. vol. II p. 297. 4 Su Porzano si vedano: F. Lechi, Le dimore bresciane. Il Cinquecento nel territorio, Brescia 1974, vol. IV, pp. 296-297; A. Baronio, Leno, in Lombardia paese per paese, Brescia 1985, vol. IV, pp. 422426; A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, Borgosatollo 1996, vol. XIII, sub voce “Porzano”, pp. 386 e segg. 1

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moglie di Desiderio, ultimo re dei Longobardi, e dal figlio Adelchi, intorno alla metà del secolo VIII, probabilmente tra il 753 e il 759. Fra i più antichi abitanti in epoca medievale era la famiglia degli Occanoni, i quali tuttavia nel XVI secolo non dovevano più possedervi case di rilievo; a loro succedettero in linea femminile i Cavalli. Nel Seicento grossi proprietari residenti furono tra gli altri i Conforti e i Cucchi1. Questi ultimi furono proprietari fino al Settecento del complesso agricolo ora Zucchi, posto proprio davanti alla facciata della chiesa e sorto forse sul luogo dell’antichissima curtis


dei tempi longobardi e franchi. “La presenza anche di un molino – ora purtroppo devastato e distrutto – sul lato sud-occidentale di tale complesso agricolo, costituirebbe un’ulteriore prova per individuare in questa zona la collocazione della corte. Questo molino risulta ben descritto in una mappa del 1670 ed è indicato ancora di proprietà Cucchi, insieme ai fabbricati pure interessantissimi al di là della strada per Manerbio”2. Nel 1609 il Da Lezze dava questa descrizione di Porzano:

“Porzan. Con Offlaga e Cignan. Villetta picciola sotto la Quadra di Manerbio de circa fuoghi 30. Anime 150 de quali utili 65. Le persone sono lavorenti da terreni, che con tal essercitio si mantengono, et vivono con le sue famiglie essendo tutte le proprietà de gentil’huomini Bresciani, et in molte parti magre. Buoi 20. Cavalli 10. Cani 6”3. Il paese si è sviluppato intorno a un castello medioevale, del quale non resta più nessun ricordo eccetto la

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strada di circonvallazione, che ricalca l’anello del fossato entro il quale sorgevano le case antiche e signorili. All’estremità sud-est, quasi in disparte, sorge la bella chiesa parrocchiale dedicata a San Martino vescovo, che all’interno conserva, fra le opere d’arte, una pregevole tela del Moretto4.


Itinerario del centro urbano

CENTRO

Filippini SP VII

Azienda Agricola Ambra

A MELL OLO

BAGN

PORZA NO

Bellomi

La Rocca

LENO

Anche nel centro urbano di Porzano si trovano alcune aziende agricole che consideriamo cascine e sono in Via La Rocca, Via V. Veneto, Via S. Martino, Via A. Diaz.

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Azienda Rocca ex Bravi. Silo per stoccaggio cereali con coperchio di compressione, costruzione anni 50-60.

Cascina Rocca. L’utilizzazione prevalente del terreno è la coltivazione a mais e loietto irrigabili con l’acqua del cavo “Conforta”. L’allevamento dei bovini da carne avviene in stalla tradizionale con spazi all’aperto, alimentati manualmente.

La Rocca

(dial. La Rocò) Cascina situata nell’omonima via al civico n. 1 nel centro storico di Porzano. Taluni asseriscono che qui esistesse un castello medievale comunemente chiamato Rocca ex proprietà Bozano-Bravi. Qui ebbero residenza varie famiglie di conduttori del feudo e fra esse ricordiamo i fratelli Bresciani. Qui l’industria casearia era rappresentata dal caseificio annesso all’azienda alla cascina di proprietà Bravi dato in affitto a certo Fisbak di origine tedesca specializzato nella produzione dell’Emmenthal, ai soci Lanti e Bertelli e, dal 1928 al 1948 al signor Andrea Fiori. Nel 1962 il signor Gian Luigi Freretti acquistò l’immobile dal signor Isidoro Bravi con 7 piò di terreno agricolo, conducendo altri appezzamenti in affitto.

L’utilizzazione prevalente del terreno è la coltivazione a mais e loietto irrigabili con l’acqua del cavo “Conforta”1. L’allevamento dei bovini da carne avviene in stalla tradizionale con spazi all’aperto, alimentati manualmente. Oltre alle stalle con fienili superiori lo stabile serve per l’alloggio della famiglia di due persone, ex locali per la lavorazione del latte, rustico per il deposito degli attrezzi, ecc.

1

Seriola Conforta, dal nome dei nobili Conforti di Brescia che qui ebbero proprietà. La seriola è detta anche Mulina che sorge presso la cascina Belvedere al confine nord fra Porzano e Bagnolo. Percorre la zona da nord a sud con qualche deviazione verso est e bagna terreni di varie proprietà. Un tempo, dall’autunno alla primavera, era sfruttata per l’industria molitoria; durante l’estate per l’irrigazione.

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Filippini Si trova nel centro abitato di Porzano in Via Vittorio Veneto. È proprietà dei fratelli Filippini, Remo, Achille e Luca, che, nel 1969, l’ebbero in eredità dal padre Battista. La cascina è essenzialmente costituita dal rustico con portico sostenuto da pilastri in mattoni a vista, stalla tradizionale il cui fienile è adibito a serraglio per capre; a lato altro corpo di fabbricato per uso abitazione. In periferia ovest del centro abitato è situata la stalla moderna attigua alla vecchia cascina per l’allevamento di bovini da latte, con spazi all’aperto, dotata di impianto di alimentazione e di mungitura. Non esistono porticati per collocare macchine e attrezzi agricoli. Annessi alla cascina sono i 7 piò di terreno agricolo in proprietà con altre superfici disloca-


Azienda agricola F.lli Filippini. Vecchia stalla con fienile a ridosso dell’abitazione.

Sulla parete di casa Zucchi di v. S. Martino 1, in lato nord a circa 3 mt. dal portale d’ingresso è murato in basso un cippo arcuato ex lapide in Botticino, alto mt. 1,94 lato mt. 0,670 reca la seguente iscrizione: OCTAVIA sp.(uri) F(ilia) ANVS

T.(estamento) F.(ieri) I.(ussit). È citata da vari archeologi come l’Arragonese, il Totti, Gnocchi, Mommsen, Rossi, Garzetti.

te altrove condotte in affitto. Sono prevalentemente coltivati a mais, medica e loietto, irrigabili con le acque delle seriole Cucca, Molina, Catilina. Per uso familiare allevano alcuni animali da cortile. Ottobre 2001: è residente una famiglia di due persone.

Azienda agricola Ambra Tra le case coloniche del centro urbano di Porzano la più notevole è l’azienda Ambra dei signori Zucchi, situata in Via S. Martino ai n. civici 1 e 1A, posta proprio davanti alla facciata della chiesa. Questo complesso agricolo deve aver preso il posto dell’antichissima “curtis” e fu proprietà degli Occanoni, di Agostino Cavalli, Carlo Conforti e fino alla fine del Settecento dei Cucchi. “La presenza di un molino, ora purtroppo devastato e distrutto sul lato sud-occidentale di questo immobile costituirebbe un’ulteriore prova per indicare in questa zona la collocazione della corte. Questo mulino risulta ben descritto in una mappa del 1670 ed è indicato ancora di proprietà dei Cucchi, insieme ai fabbricati pure interessantissimi al di là della strada per Manerbio” (cfr. L. 332

Cirimbelli, Parrocchia di S. Martino in Porzano, Ciliverghe 1995, pp. 20-23). Dal 1898, e forse ancor prima, al 1907 il molino fu proprietà della signora Rosa Zucchi poi di Angelo Zucchi fino al 1917, in seguito la gestione o la proprietà passò a terzi. Delle eventuali successioni di proprietà non possediamo finora documenti se non facendo riferimento al catasto del Regno d’Italia dove troviamo che Zucchi Angelo e Giuseppe fu Paolo e Battista e Rosa fu Domenico possiedono in Porzano settanta ettari di terreno agricolo compreso lo stabile. Nell’immediato secondo dopoguerra anche presso codesta azienda l’economia agricola subisce una profonda trasformazione con l’introduzione della meccanizzazione, nelle colture intensive e soprattutto si adegua gradatamente ad un allevamento di bovini da


Azienda agricola Ambra. Attualmente l’azienda è dotata di 130 piò di terreno e le colture sono in funzione delle esigenze di alimentazione delle vacche da latte: così una parte è utilizzata per produrre del silo mais da maggio a ottobre-novembre e del loietto nei restanti mesi raccolto come fieno. Altra superficie è coltivata a festuca, dactilis e medica tutti raccolti come fieno.

latte indenni da t.b.c. e brucellosi. Nel 1968 succedono ad Ambrogio Zucchi gli eredi: la vedova signora Antonia, i figli Angelo prematuramente scomparso e Paolo, assumendo (in seguito) la gestione dello stabile con la nuova dizione di “Azienda Agricola Ambra”. Attualmente l’azienda è dotata di 130 piò di terreno e le colture sono in funzione delle esigenze di alimentazione delle vacche da latte: così una parte è utilizzata per produrre del silo mais da maggio a ottobre-novembre e del loietto nei restanti mesi raccolto come fieno. Altra superficie è coltivata a festuca, dactilis e medica tutti raccolti come fieno. L’alimentazione degli animali avviene con il sistema Unifeed1 a regime costante in tutta l’annata. Le acque dei cavi Conforta e Cucca servono all’irrigazione del fondo. Va detto che l’allevamento

Ambra per opera instancabile profusa dai giovani fratelli Zucchi, specie negli anni 19751989, ha conseguito ambiti riconoscimenti anche in sede nazionale e ha ottenuto produzioni di latte assai elevate. Nel 1982 nella classifica dei migliori produttori italiani è collocato al primo posto e nel 1983 ha raggiunto con tre mungiture giornaliere una produzione media per bovina in lattazione, di oltre 97 q.li di media, risultato di tutto rispetto e che pone l’azienda ai vertici degli allevamenti californiani o più blasonati di tutto il mondo. Della famiglia Zucchi ricoprirono cariche pubbliche dal 1898 e probabilmente ancor prima, fino al 1926, nella Giunta comunale, in qualità di assessori effettivi e supplenti i signori: Ambrogio, Luigi, Paolo, quest’ultimo nel 1920 fu presidente della Congregazione di Carità. 333

1

1978 - Il signor Angelo Zucchi durante un viaggio in Israele ha scoperto l’uso del carro di distribuzione del foraggio agli animali “sistema Unifeed” e nel ritorno in Italia ha collaborato con la ditta Pagliari per la realizzazione del primo prototipo.


Azienda agricola F.lli Bellomi. Vista esterna da Via Diaz. Sotto interno visto da ovest. In basso, preparazione del mangime insilato servito ancora con sistema manuale.

Bellomi Situata nel centro urbano di Porzano con unico ingresso a volta in Via Diaz al n. 3. Per questo stabile non possediamo notizie prima del 1940 anno in cui era affittuale il signor Toninelli, seguito dai fratelli Severgnini figli di Serafino che rinunciarono nel 1962 lasciando l’azienda a Luciano Zanotti che rimase conduttore per un decennio. Nel 1972 passò in proprietà dei signori Bellomi Valerio e Angelo per acquisto fatto dal signor Miro Maianti. Il fabbricato è rurale, una parte serve per l’alloggio della famiglia Bellomi, altra parte è adibita a stalla tradizionale per l’allevamento di bovini da latte, nove fienili superiori con porticato prospiciente, ricoveri per macchine agricole e rispettive adiacenze (cfr. cascina Bianco Linonk). Ottobre 2001: è residente una famiglia di 3 persone.

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Azienda agricola F.lli Bellomi. Particolare stabulazione sotto il portico.

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Itinerario Porzano est

GN BA O OL ME LL

Massini

A I VI SP

Ulivi

Rapallo

Naviglio

PORZANO

Villetta Mirandolina La Noce NO LE

Comprende le seguenti cascine: Villetta, Naviglio, Ulivi, Massini, Rapallo, Mirandolina, Noce.

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Cascina Naviglio. Un’agenzia immobiliare portò a termine i lavori ristrutturando l’immobile in appartamenti residenziali.

Villetta Uscendo da Via Trento di Porzano in direzione di mattina si raggiunge la provinciale SP VII Bagnolo-Leno-Seniga; attraversato il ponte sul vaso Naviglio si entra nella cascina La Villetta, posta a metri 74,2 s.l.m. e a 0,8 chilometri dal centro abitato. Il nome è molto comune anche nel Bresciano come diminutivo di “villa”, che indicava nel Medioevo un centro minore nel territorio della civitas (Olivieri). La tipologia planimetrica è ad U con elementi staccati, abitazioni a mattina, stalla tradizionale con fienile a cinque campate contrapposte alla barchessa. Agli inizi del Novecento era detta “La Breda”; da testimonianza orale (signor Matteo Barbieri) risulta che era denominata anche “El casì dé Rosét” ed ospitava un’osteria. Non vi è documentazione dei passaggi di proprietà se non quello ricordato dal Barbieri, secondo il quale dal 1925 appartenne alla famiglia Materossi di Bagnolo, poi alla signora Amelia Paris e dal 1995 per acquisto al signor Bruno Barbieri. Conduttore dell’azienda per ben sessantacinque anni, dal 1930 al 1995, fu il signor Matteo Barbieri. Durante gli ultimi anni della sua gestione i cinquanta piò di terreno erano coltivati a mais e loietto. Il fondo era irrigato con le acque dei cavi Rino Superiore, Cucca e Fontana Nuova. Cronaca Nell’aprile del 1944 sul ponte d’ingresso alla cascina si svolse un mitragliamento diurno da

parte di aerei americani contro camion a rimorchio in transito. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da due nuclei familiari: Umberto Ceresa (3 persone), Matteo Barbieri (2). Gennaio 2000: la cascina non è abitata.

Naviglio È facilmente raggiungibile sulla destra percorrendo la provinciale SP VII Bagnolo-Seniga a nord dell’ex Casa cantoniera. La cascinetta è posta a mt. 75 s.l.m. Nome dialettale èl Naelè meglio conosciuta col nome di èl Cazì del Nano. Quanto all’etimologia il nome deriva dal Vaso Naviglio che scorre a mattina a cavaliere della sunnominata provinciale. Ex proprietà del signor Cesare Bislenghi che lasciò ai figli Aldo, Remo e sorelle e, dal 337

1983 al 1993 a Cesare figlio di Aldo e signora. Ebbero residenza: i coniugi Lancia e Sanguinetta, Zorza Angelo q. Barbera Angela. Il terreno circostante di circa due piò era coltivato a frutteto e prato stabile. Furono iniziati lavori di ristrutturazione, poi abbandonati per lungo tempo finché passò in proprietà di un’agenzia immobiliare che portò a termine i lavori ristrutturando l’immobile in appartamenti residenziali.

Ulivi Si tratta di un edificio per deposito, lavorazione e commercio di legna per gastronomia, di proprietà dei fratelli Cristian e Angelo Molinari. È situato sulla provinciale Leno-Bagnolo Mella, a nord della ex Casa Cantoniera. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: Angelo Molinari.


Cascina Massini. Un moderno allevamento avicolo dotato di impianto di alimentazione con carrello, è l’attività principale dell’azienda.

Rapallo

Massini Dopo una sosta alla cascina Naviglio si prosegue sulla provinciale SP VII verso nord a circa due chilometri dal centro abitato di Porzano, sulla destra un cartello indica la cascina Massini; siamo a mt. 79,9 s.l.m. Il nome si riferisce al cognome del primo proprietario Umberto Massini di Bagnolo Mella che cedette l’attività nel gennaio 2000 ai signori Bruno Margoni e Paola Massini divenendo azienda agricola. L’attuale tipologia planimetrica è costituita all’ingresso dalla villetta di abitazione e da elementi contrapposti che verso mezzodì si individuano in un deposito, nell’officina, in due capannoni produttivi con strada di collegamento. Il complesso, costruito nel 1965, è situato quasi al confine meridionale del territorio comunale di Bagnolo Mella. Un moderno allevamento avicolo dotato di impianto di alimentazione con carrello, è l’atti-

vità principale dell’azienda. Purtroppo anche questo complesso subì ingenti danni: nel gennaio 1985 le strutture del tetto cedettero al sovraccarico della grande nevicata spaventando e schiacciando gli animali stipati all’interno; nel 1999 l’influenza aviare infettò l’allevamento con conseguente abbattimento totale dei capi e sei mesi di inattività per la bonifica dei locali. La superficie produttiva dei 5 piò circostanti è coltivata a mais e medica, irrigata dalle acque del Naviglio. Dicembre 2001: residenti due famiglie di sei persone.

Lasciata la Villetta, si prosegue in direzione di mattina lungo la strada poderale. La cascina Rapallo dista circa un chilometro e mezzo dal centro di Porzano e si trova in mezzo al verde dei 40 piò di fertili campi. Il toponimo deriva certamente dall’omonima cittadina ligure, e fu forse assegnato dalla proprietaria signora Paola Bruzzo di Genova. Scarse sono le informazioni sulla sua origine. L’edificio non è menzionato nel catasto austriaco. Il signor Giuseppe Davo, conduttore dell’azienda dal 1933, ricorda che l’ala a nord della cascina fu costruita nel 1940, quella contrapposta nel 1960. Gli affittuali precedenti erano stati Giacomo Zucchi e fratelli, allora residenti in Porzano in Via San Martino. Ora è proprietà Zanotti. La superficie produttiva è coltivata a mais, frumento e soia ed è irrigata dalle acque della Fontana Nuova. Cronaca Fra gli abitanti della cascina vi era la famiglia di Pietro Anselmi coniugato alla signora Maria Pegoiani. Da Milano si trasferirono presso codesta cascina. Il loro figlio Angelo morì combattendo sul fronte greco il 28 gennaio 1944. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da due nuclei familiari con 4 persone. Gennaio 2000: la cascina è abitata da una sola famiglia composta da 2 persone.

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Cascina Rapallo. La superficie produttiva è coltivata a mais, frumento e soia ed è irrigata dalle acque della Fontana Nuova.

Mirandolina Le due ultime cascine dell’itinerario si raggiungono entrambe dalla provinciale Bagnolo-LenoSeniga. Dalla Casa Cantoniera si prosegue verso mezzogiorno: una strada privata sulla sinistra porta alla cascina Mirandolina. La strada dà diritto di transito anche alla Scovola. Siamo a un chilometro e mezzo da Porzano e a metri 74,5 s.l.m. Il toponimo è diminutivo del nome femminile Miranda. Il caseggiato non risultava costruito al tempo del catasto austriaco. La tipologia originaria della costruzione rurale è a corte chiusa con ingresso a nord dal

cancello carraio; è formata da stalla tradizionale, fienili, portici e abitazioni. Il complesso si trova in buono stato di conservazione. Il podere dell’estensione di 111 piò fu proprietà del signor Enrico Bravi, condotto dal signor Matteo Barbieri del fu Antonio e successori. Attualmente ne sono proprietarie le signore Ester e Margherita Bravi di Brescia; l’azienda è condotta dal signor Bruno Barberi e C. I 180 piò attuali sono coltivati a mais, erba medica e loietto. Le acque di irrigazione sono ricavate dai cavi Striaga, Fontana Nuova e Rino. L’ala a mattina fu ricostruita in seguito ad un incendio per auto339

combustione del fieno avvenuto nel 1967. Le stalle all’aperto di recente costruzione sono ubicate a mattina; sono atte all’allevamento di bovine da latte e sono dotate di impianti di alimentazione e di mungitura fissi. Si conservano quattro grandi silos in cemento armato, mentre le macchine agricole sono rimessate in locali chiusi. Cronaca Durante la Seconda guerra mondiale, precisamente nel maggio 1944, avvenne un’incursione da parte di aerei americani nei pressi della cascina. Ne rimase vittima il signor Pietro Materossi, che fu colpito da una pallottola ad una gamba mentre


Cascina Mirandolina. I 180 piò attuali sono coltivati a mais, erba medica e loietto. Le acque di irrigazione sono ricavate dai cavi Striaga, Fontana Nuova e Rino.

La Noce

(dial. La Nus)

correva verso un riparo nella trincea a secco nelle vicinanze. Dopo la Liberazione alcuni soldati tedeschi durante la ritirata trovarono ristoro e ospitalità per una notte presso la Mirandolina. Presso questa azienda lavorò ininterrottamente per ben trentasette anni, fino al 1997 quando andò in pensione, Virginio Rebuschi che è stato insignito della stella al merito del Lavoro. Aveva incominciato a lavorare a quattordici anni accudendo il bestiame. Via via gli incarichi erano diventati più importanti e dopo essersi guadagnato la fiducia e la stima dei datori di lavoro divenne responsabile della stalla occupandosi, tra le altre cose, dello stato di salute del bestiame e della verifica delle condizioni igienico-sanitarie del luogo di lavoro. Il 1 maggio 1998 a Milano nel palazzo Cisi all’interno della Fiera, alla presenza delle maggiori autorità della Regione e dei rap-

presentanti del governo, ricevette con altri undici Maestri del Lavoro la stella al merito del Lavoro, onorificenza conferitagli dal presidente della Repubblica on. Scalfaro. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da quattro nuclei familiari con 13 persone. Gennaio 2000: la cascina è abitata da quattro famiglie composte da 8 persone.

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Lasciata la Mirandolina si ritorna sulla strada provinciale Leno-Bagnolo-Seniga; proseguendo verso mezzogiorno, sulla sinistra vi è la strada d’accesso alla Noce, situata a metri 73,2 s.l.m. Il toponimo sembrerebbe dovuto all’esistenza di una grande pianta di noce. La prima notizia nota risale al 1811, quando il fondo venne ereditato da Teresa Zanchi, figlia adottiva del marchese Gio.Battista Archetti, immessa in possesso con atto 18 maggio. In seguito passò in eredità alla contessa Marianna Cigola vedova Balucanti, che con atto notarile 28 aprile 1835, rogito Facchi, lo vendette a Giuseppe Cusi1 (si veda La Scovola). Questi ne era ancora proprietario durante la compilazione del catasto austriaco, nel quale La Noce risulta dotata di casa colonica e terreni aratori, adacquatori e parte vitati per un’estensione complessiva di 863,06 pertiche metriche (pari a 265 piò circa) e per una rendita valutata a 1.630,46 lire austriache. Alcuni appezzamenti di piccola consistenza erano proprietà dei fratelli Canettoni (Giuseppe, Francesco, Paolo e Margherita) fu Raffaele, pupilli in tutela di Carlo Dossi. Nel 1880 i fratelli Camillo, Pietro e Battista De Giuli, lasciata la grande azienda dei conti Guidi di Bagno in Milzanello, acquistarono La Noce insieme con la Scovola e la Pedronca ed iniziarono grandi opere di bonifica idraulica, con il duplice vantaggio di risanare terreni paludo-


Cascina Noce. La superficie produttiva è attualmente coltivata a monocoltura di mais; per l’irrigazione si utilizzano le acque dei cavi Capirolo e Lamoni.

tuali i fratelli Vezzini. In seguito i De Giuli vendettero venti piò ai fratelli Chizzolini, proprietari della Mirandolina; altri trenta al signor Francesco Tomasoni, proprietari della Favorita. Nel 1990 i rimanenti 56 piò furono acquistati con l’immobile dai fratelli Boldini, i quali intrapresero lavori edilizi di ristrutturazione alle stalle con fienili a quattro, cinque e dodici campate, così da renderle idonee all’allevamento di suini. La superficie produttiva è attualmente coltivata a monocoltura di mais; per l’irrigazione si utilizzano le acque dei cavi Capirolo e Lamoni. Anche presso questa azienda si trovano due silos in cemento. Cronaca Nel 1983 una tromba d’aria danneggiò i tetti scoperchiando una tettoia. Nel 1985 avvenne il crollo della stalla a sud. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da un solo nucleo familiare (Piermario Micheli) con 2 persone. Marzo 2000: la cascina non è abitata. si e di irrigare con l’acqua ricavata i terreni sottostanti, favorendo nuovi indirizzi produttivi. L’azienda di 106 piò di terra fu condotta direttamente dal signor Agostino De Giuli, agricoltore (Milzanello 1878 - Leno 1963); indi passò in proprietà ai nipoti ing. Pietro (Leno 1912 - Soprazzocco 1995) e sorelle. Dal San Martino 1959 ne furono affit341

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P. Calini Ibba, La proprietà fondiaria… cit., vol. I, p. 254 n. 91.


Itinerario Porzano-Bogalei

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PORZANO

Caselle

Fornasetta

L’itinerario Porzano - Bogalei Leno si sviluppa lungo la strada comunale che da Via Leonardo da Vinci continua verso mezzogiorno e quindi, al bivio del cimitero, la strada a sinistra. Comprende le seguenti cascine: Caselle, Bianco Linonk, Pedronchina, Pedronca, Fornasetta.

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Pedronchina

NO

Bianco Linonk

LE

Pedronca


Cascina Caselle. Lo stabile è documentato nel 1911 da un Atto di consegna. La denominazione era “Rocca e Caselle”.

L’antico affresco all’interno della cascina e (sotto) il nuovo commissionato dal signor Vezzini alla pittrice Francesca Bighè di Brescia.

Caselle

(dial. Casélé) Le Caselle è la prima cascina dell’itinerario e si trova a poco meno di un chilometro dal centro di Porzano, a metri 71,1 s.l.m. Il nome è diminutivo plurale di casa; casella di solito è assegnato ad una costruzione o a un gruppo di abitazioni isolate in campagna (Enciclopedia Bresciana, II, p. 122). Per l’Olivieri il significato preciso è “casupole pa343

storali di tipo arcaico”; pure frequenti nel Bresciano sono i nomi di luogo come casél, casello, casinetto. Il nome è attribuito anche al cavo di irrigazione che in prosecuzione del cavo Mortaro completava l’azione dello stesso e del cavo Mazzola. Esso ha le sue origini in territorio del comune di Porzano ad una quota di metri 72 s.l.m.; al capofonte il cavo scende a metri 4,75 sotto il piano di campagna. Alle Caselle nel catasto austriaco (1852) risultavano proprietari di terreni i fratelli Andrea, Mosé e Brigida Dabellani, che possedevano anche lo stabile Pedronca e fondi pure al Terzo. Lo stabile è documentato nel 1911 da un Atto di consegna. La denominazione era “Rocca e Caselle” ed era proprietà dei fratelli Bravi (Giovanni, Enrico, Beatrice e Luigina fu Secondo) e dei nipoti Andrea e Lucia Fiori fu Carlo. L’affitto era assunto dai signori Manfredo Bresciani, detto anche Alfredo, e Tobia Lanzanova fu Daniele per una durata di nove anni, cioè dall’11 novembre 1911 al 10 novembre 1920. Il fondo era costituito da 21 appezzamenti di terra per una superficie totale di 171,31 piò. Le colture allora praticate erano le seguenti: prato marcitorio con “ale alla milanese”, aratorio adacquatorio, cotica di ladino, cotica vecchia di prato stabile con erba quartirola, frumento, granoturco, cotica di erba medica e infine foraggi e bosco ceduo dolce. Fra le colture arboree si elencavano alberi dolci e forti di scalvo, alberi dolci da cima, ceppaie sparse da foglie, ontani, 28 piante da frutto diverse e 26 gambi di vite


americana. Vi erano inoltre 1479 gelsi tra selvatici e innestati le cui foglie servivano all’allevamento dei bachi da seta. Il caseggiato colonico era ubicato entro i confini della proprietà e comprendeva il cortile e il guado a sera lungo il vaso Molone. L’ala a mezzogiorno era costituita da portico a mattina a due campate, latrina, stalla a mezzogiorno del portico con pavimento in cemento rustico, dugaletti in cotto, mangiatoie a monte e mezzodì formate da colonne di legno forte con staffe di ferro in perfetto stato, fienaio (fenér), fienile superiore in due campate, muri intonacati. L’ala a mezzogiorno era costituita da portico in cinque campate aperto a sera con muri e pilastri senza intonaco e tetto comune; esternamente vi erano due porcili con pollai superiori. L’ala a monte era formata da portico a monte del cortile in otto campate. Vi era un’immagine dipinta rappresentante la Vergine con il Bambino. La pompa dell’acqua era addossata al secondo pilastro di sera ed era dotata di sottostante vasca per abbeveratoio. La zona abitativa comprendeva a monte del portico la cucina con focolare, altra stanza a monte e stanza superiore; adiacente una stalla con fienile superiore. Ancora ad uso abitativo un’altra cucina con altra stanza e quattro stanzette superiori. Faceva parte integrante della proprietà un altro caseggiato colonico al civico n. 23, denominato “Rocca”, con caseificio riservato alla parte locatrice. Per i poderi si praticava l’irri-

gazione estiva con le acque dei vasi Conforta, Capirolo, Cucca e Maglio; l’irrigazione iemale con diritto a marcentazione era praticata con l’acqua del vaso Cucca1. Agli affittuali Bresciani e Lanzanova, successe il fratello Eugenio Bresciani (1872-1960) con il figlio Giuseppe, coniugato a Emilia Dagani. L’attuale proprietario è il dottor Enrico Bravi; il signor Marco Vezzini e il figlio sono conduttori dei 42 piò di terra coltivati a mais ed erba medica e irrigata con le acque dei vasi Conforta e Cucca. L’azienda è dotata di stalla moderna all’aperto con impianto di alimentazione per vacche da latte. Le macchine agricola sono parcheggiate in ricovero chiuso. Si allevano animali da cortile per consumo familiare. Movimento demografico delle famiglie Censimento del 21 ottobre 1991: era presente la famiglia di Filippo Vezzini, composta di 5 persone. Gennaio 2000: vi risiede la famiglia Vezzini composta di 3 persone.

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Si ringrazia il signor Vezzini per aver concesso in visione l’Atto di consegna.

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Bianco Linonk Proseguendo sull’asfalto più a sud della “Caselle” al bivio delle vie per Leno e Pedronca, si prende la consorzale che ci conduce alla cascina. Lo stabile è costituito da capannoni industriali attrezzati per l’allevamento avicolo di proprietà Bellomi Roberto e Severo. Sono pure annessi vari piò di terreno agricolo acquistati dal sig. Giovanni Sanguinetta, dovuti per lo smaltimento deiezioni. L’utilizzo dei terreni è a monocoltura di mais e le acque della seriola Cucca (prese il nome dalla nobile famiglia Cucchi. Essa proviene dal vaso Garza di Bagnolo Mella. Percorre la zona da nord a sud irrigando terreni di vari proprietari) e del pozzo privato servono all’irrigazione del fondo.

Pedronchina (dial. Pedronchinò)

Dopo le Caselle si prosegue verso mezzogiorno la comunale di Bogalei prendendo la strada di accesso alla cascina che si stacca verso mattina. La Pedronchina (diminutivo di “Pedronca”, che incontreremo subito dopo) si trova a due chilometri dall’abitato e a metri 70,6 s.l.m. Allo stabile, proprietà delle signore Adriana Giacomazzi e Lucia Freretti, sono uniti 2 piò di terreno classificativi seminativi. Nel 1989 vi furono costruite tre grandi serre con impianti adeguati per la coltura forzata di fiori. La ragione sociale dell’azienda è “Floricoltura Pedronchina di Ghignatti Fiorenzo e Giacomazzi Michele”.


Allevamento avicolo Bianco Linonk.

Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitava un nucleo familiare (Lorenzo Ghignatti) di 4 persone. Gennaio 2000: vi abitano 4 persone.

Pedronca

(dial. Pedroncò) Dalla Pedronchina in direzione di levante si prosegue fino alla Pedronca, a due chilometri e mezzo da Porzano e a metri 72,1 s.l.m. La cascina è raggiungibile anche dalla provinciale BagnoloLeno in direzione di mezzogiorno prendendo sulla destra la strada poderale poco prima del Pollino. Pedronca è un toponimo di cui non mi risulta che qualche autore si sia occupato; esistono però altrove nel Bresciano “Pedrocca” e “Pedrocchina”, che paiono derivare da un cognome. È certo che questa proprietà, detta anche

per tradizione “Il Monastero” fece parte della corte di Porzano, antica proprietà di Santa Giulia di Brescia. Anche questa zona fu sottoposta a saggi di scavo archeologico da parte del Gruppo Storico Archeologico di Manerbio. Nel catasto austriaco la casa colonica con terreni era proprietà dei fratelli Andrea, Mosé e Brigida Dabellani, che possedevano terre anche al Terzo e alle Caselle per una superficie complessiva di 176,77 pertiche metriche (54 piò) per una rendita stimata 409,90 lire austriache. Questa plaga paludosa e improduttiva faceva parte degli stabili Scovola e Noce, che dal 1880 furono sottoposti a radicali opere di bonifica idraulica da parte dei fratelli Camillo, Pietro e Battista De Giuli. “Essendo l’impegno finanziario assunto dalla Fraterna per l’opera in corso alla Scovola assai oneroso, Battista, avendo sposato Angelina Girelli rimasta orfana di padre e possi345

dente di due estese aziende agricole che abbisognavano di direzione, prefrì ritirarsi dall’impresa. Si fece liquidare amichevolmente dai fratelli con l’intestazione a proprio favore della cascina Pedronca e delle relative scorte vive e morte. Da provetto agricoltore qual era, non mancò di modificare subito nelle aziende da lui condotte l’indirizzo produttivo, come in quelle dei suoi fratelli di migliorare la canalizzazione e di introdurre la sistemazione delle marcite alla milanese”1. Nel 1958 i fratelli De Giuli vendettero lo stabile agli affittuali signori Bonometti, ora Azienda agricola di Bonometti Ilario, Luigi e figli. Attualmente la destinazione prevalente del fabbricato è rurale; la tipologia planimetrica è composta da elementi contrapposti formati da barchesse, stalle e fienili con vecchie abitazioni abbandonate, ora sostituite dalla villetta padronale e da nuove abitazioni dei dipendenti. La cascina è circondata da fertili terreni per una estensione di 100 piò, irrigabili con le acque del Canal Grande. Sono ancora in buono stato due silos in muratura per la conservazione del foraggio. Il 18 luglio 1977 la cascina subì un grave incendio che distrusse ogni cosa, stalla e fienile. Le stalle inagibili furono sostituite da nuovi ricoveri razionali con impianti di alimentazione e di mungitura fissi per vacche da latte. I terreni sono coltivati a mais per il 30%, da barbabietola e erba medica per il restante.


Cascina Fornasetta. Madonna con Bambino. Recuperata dal signor Ilario Bonometti durante i lavori di ristrutturazione dell’abitazione. Una delle ceramiche collocate dall’ex proprietario comm. Ruffo. Ex abitazioni dei dipendenti.

Cascina Pedronca parte antica. Attualmente la destinazione prevalente del fabbricato è rurale; la tipologia planimetrica è composta da elementi contrapposti formati da barchesse, stalle e fienili con vecchie abitazioni abbandonate, ora sostituite dalla villetta padronale e da nuove abitazioni dei dipendenti. La cascina è circondata da fertili terreni per una estensione di 100 piò.

Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da 3 nuclei familiari con 12 persone: Pietro Bonometti (6), Renato Otelli (4), Domenico Otelli (2). Gennaio 2000: vi abitano 10 persone, i proprietari (4) e 6 lavoranti.

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A. De Giuli, Ramo di Leno della famiglia De Giuli di Motta Visconti, Gianico 1999, p. 18.

Fornasetta

(dial. Fornazétò) Lasciata la Pedronca e ritornati sulla comunale Porzano-Leno, proseguiamo in direzione Bogalei, imbocchiamo sulla sinistra la strada poderale e in direzione sera giungiamo alla Fornasetta, cascina situata a metri 69,6 s.l.m. Il toponimo può derivare tanto da “fornacetta”, piccola fornace, quanto dal soprannome “fornasì”, fornaciai, usato per indicare la professione dei proprietari della cascina. La zona circostante la cascina è stata oggetto di indagine da parte del gruppo Archeologico di Manerbio. Uno scavo d’emergenza ha messo in luce, immediatamente sotto il suolo agrario, una macchia circolare di terreno antropizzato con un diametro di 35 metri, profondo circa 70 cm. A nord della depressione circolare in un raggio di circa 50 metri sono sparsi resti ceramici apparentemente in situ. Fra questi, 346


frammenti di dolii per la conservazione di derrate alimentari, soprattutto granaglie. Interessante la ricostruzione ipotetica di ginhoe (anfora), in impasto di tipo bucheroide di cui si conservano l’ansa e parte del ventre. Nel catasto austriaco lo stabile consisteva nella casa colonica con orto, casa di villeggiatura, terreni per un’estensione di 222,16 pertiche metriche ed una rendita di 571,18 lire austriache; era proprietà di Gaetano Cabrusa fu Bartolomeo. Nel 1964 i fratelli Ilario e Pietro Bonometti acquistarono dal commendator Ruffo i 98 piò dello stabile.

Cascina Fornasetta. Nel catasto austriaco lo stabile consisteva nella casa colonica con orto, casa di villeggiatura, terreni per un’estensione di 222,16 pertiche metriche ed una rendita di 571,18 lire austriache.

Nel 1988 sono state eseguite vaste opere di livellamento dei terreni, che attualmente sono coltivati a mais, barbabietola da zucchero e erba medica, prodotti che vengono trinciati e conservati nei silos a trincea.

La destinazione del fabbricato è prevalentemente rurale; si conservano in buono stato i due silos in muratora, una capiente stalla con fienili a campate e le vecchie abitazioni per gli ex dipendenti ora abbandonate. La casa padronale è stata ristrutturata. Inoltre sono state costruite stalle razionali all’aperto per l’allevamento di manze selezionate. Nel 1988 sono state eseguite vaste opere di livellamento dei terreni, che attualmente sono coltivati a mais, barbabietola da zucchero e erba medica, prodotti che vengono trinciati e conservati nei silos a trincea. L’irrigazione è praticata con le

acque dei vasi Cucca e Conforta (Molina).

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Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina era abitata da 1 nucleo familiare (Ilario Bonometti) con 4 persone. Gennaio 2000: vi abita ancora la famiglia del proprietario con 3 persone.


Itinerario Fenile Nuovo Bozano-Mirabella

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PORZANO

Fenile Nuovo Bozano NO LE

Uggera

Madonna della Stalla

Colombere Bozano

All’uscita di Via Leonardo da Vinci verso mezzogiorno e al bivio con la comunale per Leno, si prosegue a destra sulla strada Porzano-Manerbio, detta anche consorziale Fenile Nuovo-Mirabella. In questo itinerario visiteremo le cascine Fenile Nuovo Bozano, Uggera, Madonna della Stalla e Paradiso, Colombere Bozano.

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Fenile Nuovo Bozano (dial. Finìlnöf )

Dalla consorziale Fenile Nuovo-Mirabella, la seconda strada poderale in direzione sera conduce alla prima cascina dell’itinerario, il Fenile Nuovo Bozano. Dista dal centro di Porzano circa due chilometri e si trova a metri 71,5 s.l.m. Il termine “fenile” è assai diffuso nelle campagne bresciane; propriamente indica l’edificio per la conservazione del fieno, dei foraggi essiccati e del materiale per la lettiera del bestiame. Così erano chiamati un tempo i cascinali attorniati da prati e dotati di stalla dove si portava il bestiame a consumare il fieno.

Cascina Fenile Nuovo Bozano. Originariamente era proprietà della Badia di Leno. Al tempo della soppressione dei beni abbaziali lo stabile “Fenil novo” era formato da sei appezzamenti separati per una

superficie di 28 piò e 15 tavole (ettari 28.37.07); ragione d’acqua la Seriola Uggera. La tenuta comprendeva anche una casa di più corpi terranei con aia e orto. La proprietà era stimata in 200 ducati.

Oggi è sinonimo di cascina ed è quasi sempre seguito dal nome del proprietario, come in questo caso. Originariamente era proprietà della Badia di Leno. Al tempo della soppressione dei beni abbaziali lo stabile “Fenil novo” era formato da sei appezzamenti separati per una superficie di 28 piò e 15 tavole (ettari 28.37.07); ragione d’acqua la Seriola Uggera. La tenuta comprendeva anche una casa di più corpi terranei con aia e orto. La proprietà era stimata in 200 ducati. Nel settembre 1785 quando i beni abbaziali furono posti all’asta a Venezia, dopo undici incanti d’asta il Fenil Novo, alcuni stabili della Badia e altri beni ap-

partenenti a vari istituti religiosi della provincia furono acquistati da Bernardino Fedreghini. Nel 1838 il Fenile Nuovo, insieme alla Uggera, apparteneva alle nobili signore Taddea Longhena maritata Oldofredi, e Paola maritata Cazzago. La superficie complessiva dei due stabili era di 1.035,67 (318 piò) pertiche metriche. Essi venivano poco dopo suddivisi: il Fenile Nuovo diventava pertinenza del conte Cazzago, l’Uggera del conte Oldofredi. Nel 1841, 11 novembre, il conte Pietro Cazzago e la figlia Caterina vendevano il Fenile Nuovo a Pietro Zanoni, domiciliato in Brescia (egli faceva parte della Deputazione dell’Amministrazione comunale di Leno). L’estensione dell’a-

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Una vecchia immagine della cascina Fenile Nuovo Bozano.

zienda era di 534,80 (165 piò) pertiche metriche. Nel catasto austriaco lo stabile figurava intestato a Pietro Zanoni fu Giovan Battista. Tre pertiche di terra con casa e orto adacquatorio per una rendita di 17,67 lire ustriache erano di Santo Zacchi fu Giacomo. In quell’anno le proprietà Zanoni consistevano oltre che nella casa colonica al Fenile Nuovo, in terreni di varia natura sparsi presso le cascine Baitone, Bellina, Colombara, Perseghera e Uggera. Alla morte di Zanoni il fondo passava in eredità alle di lui figlie minorenni Antonietta, Eufemia ed Angela Zanoni, in tutela di Giuseppe Guaita, come risulta dai registri censuari del Comune di Porzano al dicembre 1866. La dotazione di terreni è la medesima: 534,90 pertiche metriche (pari a 53 ettari e 48 are); rendita lire 1.678,82 lire austriache (lire italiane 1.450.83). Nel 1879 il fondo era acquistato da Giacomo Bozano fu Paolo e dalla consorte Maria Gandolfi di Genova per il corrispettivo di 48.500 lire. Nel 1887 la dotazione di terre-

ni dello stabile derivava da acquisti fatti dalle seguenti ditte: casa colonica con due appezzamenti di terra dalle sorelle Zanoni, altri due dai nobili Oldofredi-Tadini, uno da Giovanni Civardi. A questa azienda era unito il molino da grano ad acqua ed altri cinque appezzamenti acquistati dai soci Crosti e Borsa. I dieci appezzamenti ammontavano ad una superficie di 98,28 pertiche metriche (circa 30 piò). Era proprietà indivisa degli eredi del fu Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi vedova Bozano. Dopo essere stato condotto tramite propri agenti fino all’11 novembre 1887, in quella data i Bozano locavano il Fenile Nuovo ad Achille Lazzari, affittanza che avrà termine nel 1917. Fu quindi condotto direttamente da Giacomo Bozano fino al 1923, quando fu locato a Mario Bresciani, la cui famiglia vi permarrà fino al 1996. Da tale data fino al 1999 passò al dr. Bruno Bresciani. Dal 1999 la conduzione è passata ai signori Aldo, Giuliano, Serafino Baronio. Cronaca Nel 1936 sulla strada delle Colombere presso questa località, in seguito a lavori agricoli fu rinvenuta casualmente una sepoltura ad inumazione alla cappuccina di età tardoromana. Amministrazione comunale di Porzano. Il padre di Mario, Alfredo, negli anni 1917-20 fu assessore supplente con Gaudenzio Ponzoni durante la reggenza del sindaco Giovanni Bravi. Nel 1925-26 fu assessore effettivo nella Giunta, sindaco Ponzoni Paolo fu Gaudenzio. 350

Uggera (dial. Ögerò) Lasciato il Fenile Nuovo si ritorna sulla consorziale Fenile Nuovo-Mirabella; a circa due chilometri da Porzano, a metri 69,4 s.l.m., sorge sulla sinistra la cascina Uggera. Il nome rimanda alla nobile famiglia Uggeri, come la vicina omonima seriola, cavo di irrigazione che parte in contrada del Cannello, in territorio del comune di Bagnolo Mella, ad una quota di metri 71,50 s.l.m. Questo cavo scorrendo verso mezzogiorno in territorio di Porzano, a sera sul territorio di Leno in contrada Mirabella, arriva al Cereto e alla proprietà Mortizza. Serviva alla macina del grano e all’irrigazione dei beni Uggeri a sera del Molone. Già nel 1456 codesta seriola era dichiarata appartenente alle famiglie Uggeri e Cigola. Lo stabile nel 1842 figurava intestato a Pietro Zanoni fu G.Battista. Nel catasto austriaco del 1852 era in proprietà della famiglia Oldofredi-Tadini, e precisamente della contessa Dorotea Longhena1 fu Pietro, vedova del conte Girolamo Oldofrdi-Tadini2. Lo stabile Uggera, le case site in Porzano e vari appezzamenti di terra presso la cascina Fenile Nuovo, Perseghera, Baitone, Colombara, misuravano complessivamente 639,54 pertiche metriche, pari ad ettari 63.95.40, ed erano stimati per una rendita di 1.835,67 lire austriache. Il tenimento era composto dalle case coloniche con orto e da vari appezzamenti di terre prative, arative, gelsive, a coltura promiscua, a prato con viti; vi era pure


Cascina Uggera. La cascina conserva l’antica tipologia planimetrica ed è circondata da 118 piò di terreno, compresi i 9 sfruttati a cava di sabbia, ora trasformati in un laghetto.

un appezzamento di risaia a vicenda. Una porzione del fondo di 44,13 pertiche metriche (piò 13,5) con rendita di 268,78 lire, apparteneva alla famiglia dei fratelli Demetrio, Andrea, Bartolomeo e Maria Lizzari, figli del fu Agostino. Dal 1868 l’intera proprietà passò ai figli del conte Girolamo, e cioè al conte Ercole OldofrediTadini e sorelle, poi alle sole contesse Luigia, Giulietta e Paolina maritata Premoli. Dopo diverse affittanze, l’ultima delle quali ebbe come locatario il signor Giuseppe Saiani di S. Maria della Croce nel Comasco; il 28 ottobre 1878 le proprietarie Oldofredi-Tadini contesse Giulia e Paolina vedova Premoli vendettero il fondo Uggera a Maria Brancalari, vedova di Paolo Bo-

zano e figli Giacomo e Stefano. Il caseggiato dell’Uggera era costituito da diverse stanze d’abitazione con cucine, cantina, ripostigli, un portico a tredici campate ed altro a cinque sul lato mattina; un “sito terreno ad uso dispensa, altro a deposito di utensili con suolo parte terreo e parte in cotto”. Vari i ricoveri per animali (stalla dei buoi, delle vacche, dei cavalli, pollai); c’era inoltre l’aia per l’essiccazione dei grani e deposito letame avente declivio verso mezzodì. Adiacente la cascina, l’orto coltivato ad ortaggi e piante da frutto (“pomi e persici”). A tutta la cascina facevano confine i fondi del campetto Svegrada dell’Uggera e Bradona, ad eccezione che sul lato di ponente, dove scorreva la roggia Uggera. 351

Il tenimento era suddiviso in quattordici appezzamenti di terreno aradori e adacquadori, per una superficie totale di 633,40 pertiche censuarie, compresa la “campagna” a palude di strame e prato di un sol taglio (182,40 pertiche censuarie = 56 piò), nella quale non esistevano piante e vi si raccoglieva solo “pagliuzzo”. La parte maggiore del fondo era coltivata prevalentemente a “melicotto”, frumento, prato nuovo, prato stabile e pascolo, cotica; alcune pertiche erano coltivate ad avena. Il “pradello di casa” era in parte coltivato a lino invernengo. Ai beni affittati spettavano le ragioni d’acqua irrigua delle rogge Botta, Rossignolo. Ricche le colture arboree: “gabbe”, “gabbelle”, moroni domestici, “albere”, pioppe da cima, una pianta-


Cascina Uggera. Attualmente le coltivazioni principali sono mais, erba medica e loietto per l’alimentazione delle bovine da latte, che sono allevate in stalle moderne.

I nobili Longhena erano già presenti con proprietà nel comune di Leno. Nel 1788 le lame dette “Le Brusade”, site in contrada di Godi in territorio di Bagnolo, e altri fondi lamivi in territorio di Porzano dell’estensione di 170 piò circa, erano proprietà del nobile Pietro Longhena. Ebbe controversie con le Comunità di Bagnolo e di Leno per l’”escavazione di un fosso per il passaggio delle acque onde tradurle all’irrigazione delle sue campagne site in Porzano”. Le interminabili sentenze vennero stampate in un fascicolo dal titolo “Stampa della Sp. Comunità di Leno contro Nob. Sig. Pietro Longhena al laudo (pp. 96 s.d.). 2 Oldofredi. Antichissima stirpe ghibellina già detta “degli Isei” che ebbe comune origine con i “della Corte d’Iseo” e si fregiò ab immemorabili del titolo di conte. Gli Oldofredi furono signori di Iseo e capitani della rocca di Montisola fino dal secolo XII, ed ebbero altri feudi in Lombardia e in Piemonte […] Intorno alla metà del sec.XV, gli Oldofredi si stabilirono in Brescia, dove furono ammessi al patriziato al principio del secolo XVI. Verso la fine del secolo XVIII, la famiglia si divise in due rami: quello degli Oldofredi-Tadini (che aggiunsero, per successione femminile, il cognome e lo stemma della nobile famiglia cremasca già infeudata della signoria di Urago d’Oglio) tuttora fiorente in Italia, e quello trasferitosi in Austria nella prima metà del secolo scorso (A.A. Monti della Corte, Le famiglie del patriziato bresciano, Brescia 1960, pp. 59-60). Della nobile famiglia Oldofredi-Tadini, citiamo coloro che furono proprietari dello stabile Uggera. Il conte Girolamo si unì in matrimonio con la contessa Dorotea della nobile famiglia Longhena, da cui ebbe cinque figli: conte Pietro, domiciliato in comune di Torre Pallavicina (Bergamo), le sorelle contesse Luigia, Giulietta e Paolina, quest’ultima maritata al conte Antonio Premoli, domiciliati a Crema. La contessa Luigia lasciò a titolo di legato al fratello Ercole il fondo di Gussago e la cascina di Sulzano. 1

ta nuova, ceppaie d’onizio, boscature miste e siepi vive. Nel 1887 sappiamo che la proprietà passò agli eredi del fu Giacomo Bozano e alla signora Maria Gandolfi vedova Bozano. Proprietario attuale dello stabile il dott. Francesco Bozano di Genova. Fra i successivi conduttori del fondo citiamo i seguenti: dal 1922 al 1948 il signor Pietro Taveri; dal 1948 al 1956 i fratelli Tinti; quindi i Baronio (Aldo, Giuliano e Serafino). La cascina conserva l’antica tipologia planimetrica ed è circondata da 118 piò di terreno, compresi i 9 sfruttati a cava di sabbia, ora trasformati in un laghetto. Attualmente le coltivazioni principali sono mais, erba medica e loietto per l’alimentazione delle bovine da latte, che sono allevate in stalle moderne all’aperto con impianti di alimentazione e di mungitura fissi. Per l’irrigazione tradizionale si utilizzano le acque delle seriole

Botta, Catilina, Fola Molone. Sul fondo si conservano ancora una quarantina di gelsi. Si allevano animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie Censimento del 21 ottobre 1991: risiedono due famiglie di 4 persone. Gennaio 2000: vi abitano tre famiglie composte da 9 persone. Cronaca L’Uggera fu coinvolta dalle agitazioni agrarie del 1922. Mentre a Leno come prima manifestazione dello sciopero generale dei contadini furono occupate le cascine Pluda, Olmo, Colombere e Mirabella, all’Uggera vi fu un incendio doloso ai fienili provocato dagli scioperanti, che con picchettaggio vietavano ai passanti di prestare aiuto per lo spegnimento. Nel 1979 si ebbe un incendio per autocombustione del fieno. 352


Madonna della Stalla (dial. Madònò dé la Stàlò)

È situata a sud sulla sinistra del rettilineo Fenile Nuovo - Mirabella, che costeggia la seriola Uggera. Siamo a circa tre chilometri da Porzano e a metri 69,2 s.l.m. La cascina prese il nome dall’episodio miracoloso che la tradizione dice avvenuto il 10 giugno 1490, cioè l’apparizione della Madonna in una stalla. La cascina è posta in una zona archeologica. “Il campo a nord della cascina è stato oggetto di una raccolta di superficie – da parte del gruppo archeologico di Manerbio – che ha restituito vari frammenti ceramici e una gran quantità di intonaco. I frammenti ceramici sono costituiti da ciotole con orlo ingrossato internamente e a vasca carenata, in

Cascina Madonna della Stalla. Il complesso è costituito da due fabbricati. Quello di sinistra è essenzialmente strutturato ad U. Nel lato a monte prospiciente la strada sono situate le abitazioni con rustici per i dipendenti. Sotto il lungo porticato con tetto a doppio

spiovente, al centro si trova l’effigie della Madonna. Il frontone triangolare sporge dallo spiovente del tetto, dal quale s’innalza un campaniletto. Altro porticato situato a mattina è composto da diverse barchesse, mentre il lato a mezzodì è occupato dalla casa degli affittuali.

impasto tipo buccheroide, anche presso la cascina Fornasetta”1. “I resti di intonaco sono costituiti da grossi frammenti di argilla scottata, e conservano anora le impronte dei graticci di legno e canne che li ricoprivano. Siamo dunque in presenza di strutture abitative con l’alzato costituito da un graticcio di legno ricoperto da uno spesso strato di argilla”2. Si tratterebbe di abitazioni a carattere agricolo appartenenti a coloni etruschi risalenti alla fine del VI inizi del V secolo a.C. Il complesso è costituito da due fabbricati. Quello di sinistra è essenzialmente strutturato ad U. Nel lato a monte prospiciente la strada sono situate le abitazioni con rustici per i dipendenti. Sotto il lungo porticato con tetto a doppio spiovente, al centro si trova l’effigie della Madon-

na. Il frontone triangolare sporge dallo spiovente del tetto, dal quale s’innalza un campaniletto. Altro porticato situato a mattina è composto da diverse barchesse, mentre il lato a mezzodì è occupato dalla casa degli affittuali. Proseguendo sulla strada per le Colombere di Bozano in direzione sud si trova l’altro cascinale a doppio porticato con annessa casa di abitazione in fronte sud. Tradizionalmente è chiamato “Paradiso”, anche se il nome non è segnato in mappa. Vi si conservano due silos in cemento armato. Nel catasto del 1852 il fondo con la casa colonica era proprietà dei fratelli Antonio, Carlo e Michele del fu Alessandro Dossi. Le proprietà Dossi complessivamente misuravano 748,04 pertiche metriche (circa 230 piò bresciani), ed erano stimate per una

353


Madonna della Stalla, casa padronale. L’utilizzazione prevalente dei terreni è la coltura di mais e loietto e in parte di soia e barbabietola da zucchero. L’utilizzazione dei fabbricati è rurale. Sono dotati di stalle tradizionali e di sei fienili per l’allevamento di bovini da carne con impianti di alimentazione.

rendita di 2.456,13 lire austriache. Alcuni appezzamenti di terra erano invece di certo Giovanni Damini del fu Battista, che aveva proprietà anche alle Colombere per una superficie di 11,67 pertiche metriche e una rendita di 73,16 lire. Nel 1887 la maggior parte dei sedici appezzamenti costituenti codesta proprietà erano proprietà dei soci Crosti e Borsa che li vendevano agli eredi di Giacomo Bozano e alla vedova Bozano, Maria Gandolfi di Genova. Anche altri due appezzamenti di terra del nobile Luchi erano venduti agli eredi Bozano. L’estensione ammontava a 546,02 pertiche metriche, pari a 173,5 piò. L’11 novembre 1889 Paolo Bozano affittava il fondo, per un periodo di dodici anni, ai fratelli Antonio e Luigi Salomoni, nativi e dimoranti alla cascina Bardella di Pieve d’Olmi nel Cremonese. Il fondo aveva un’estensione di 629,39 pertiche metriche (193 piò). Con l’intervento del rag. Emi-

lio Baroschi3 in rappresentanza del signor Paolo Bozano fu Giacomo, proprietario locatore, lo stabile venne locato ai Salomoni i quali dichiaravano di avere perfetta conoscenza del contratto in seguito a due visite praticatevi prima di allora. Il contratto veniva stipulato secondo le condizioni e i patti vigenti. La locazione era stabilita per un tempo di dodici anni, a partire dal San Martino del 1889, ma era scindibile dopo i primi quattro anni a facoltà dei fittabili con preavviso di tredici mesi. Il canone annuo era stabilito in ragione di 8,30 lire alla pertica e quindi per le 629,39 pertiche metriche (circa 193 piò) assommava a 5.223,94 lire, pagabili in tre rate come nella precedente affittanza Lazzari. Morto Paolo Bozano, l’11 novembre 1905 la locazione veniva rinnovata per una durata quinquennale ai Salomoni dalla di lui vedova signora Maria Brancalari e figli Stefano e Giacomo. I successori dei fratelli Antonio e Luigi Salomoni erano la signora Aurelia 354

Salomoni e Abele Cappelletti. Attualmente, sebbene il tenimento venga considerato unito, le cascine – come si diceva – sono due: Madonna della Stalla e Paradiso. La prima è dotata di 71 piò di terreno, la cui conduzione è affidata al signor Abele Cappelletti; la seconda, di 81 piò con altri 28 adibiti a cava di sabbia, è condotta dal signor Luciano Cappelletti. L’utilizzazione prevalente dei terreni è la coltura di mais e loietto e in parte di soia e barbabietola da zucchero. I terreni sono irrigati con il cavo Catilina. L’utilizzazione dei fabbricati è rurale. Sono dotati di stalle tradizionali e di sei fienili per l’allevamento di bovini da carne con impianti di alimentazione. Il parco macchine si trova in ricoveri chiusi. Si allevano animali da cortile per uso familiare. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 2 nuclei familiari con 6 persone. Febbraio 2000: alla Madonna della Stalla abita la sola famiglia del conduttore composta di 4 persone; alla cascina Paradiso una persona. L. Simone - R. De Marinis - C. Cattaneo, I reperti dell’area manerbiese, in Manerbio. Storia, archeologia, Manerbio 1995, pp. 47-48. 2 Ibidem, p. 49. 3 Il ragionier Emilio Baroschi fu Francesco era possidente, nato a Cremona, ed era amministratore e agente di casa Bozano. Fu consigliere comunale di Porzano durante i primi anni di reggenza del sindaco Giovanni Bravi. Il Baroschi fu benefattore testamentario dell’asilo infantile di Leno. 1


Porzano, zona Baitone, Gruppo di cave per l’estrazione della sabbia.

Colombere Bozano (dial. Colombere)

Proseguendo in direzione sud lungo la medesima strada, terminiamo l’itinerario con la cascina Colombere Bozano, che si trova in aperta campagna al confine meridionale del territorio dell’ex comune di Porzano. Dista da Leno tre chilometri circa ed è situata a metri 67,4 s.l.m. È raggiungibile anche dalla provinciale Leno-Manerbio con accesso dalla strada consorziale Porzano-Mirabella, Via Fenile Nuovo. Nel 1826 era chiamata Colombaro, nel 1852 Colombera, attualmente Colombere Bozano, che unisce il termine derivante da “colomaia” al cognome della famiglia che ne fu proprietaria. Il “colomarium”, luogo in cui si allevavano i colombi, ebbe molta diffusione fin da epoca romana; scrive Varrone: “nel tempo antico v’erano co-

lombi sulle torri o sui tetti delle cascine padronali”. La sua diffusione continuò nel medioevo. Si allevavano colombi per integrare l’alimentazione. Il proprietario della colombaia non aveva altra cura che quella di procurare un loculo dove i volatili potessero passare le notti e nidificare e ne ricava un buon reddito alimentare. “Tanto spiega il perché dell’enorme diffusione del toponimo pure da noi, nella provincia di Brescia”1. Nel 1816 era proprietà dei Dossi. In quell’anno Luigi Venturelli di Toscolano aveva inventato una macchina per seminare. Il segretario dell’Ateneo di Brescia, dopo aver constatato il buon esito della semina, nel maggio successivo rivisitò i poderi in compagnia del socio avvocato Dossi, esperto agronomo, e videro una “ben distribuita nascita, una iniziale regolar fioritura” a regolari distanze che la mac355

china aveva operato in quei terreni friabili e leggeri. Entusiasta, il Dossi nella successiva stagione chiamò il Venturelli a seminare “coll’ordigno” in due diversi luoghi dei suoi poderi sul territorio di Porzano: la Colombera e la Madonna della Stalla. Ma a causa di alcune circostanze sfavorevoli (il terreno troppo compatto e la siccità del mese di settembre del 1817, una quantità di insetti che guastarono il grano sul nascere, i tubi scaricatori della macchina otturati dalla terra) l’esperimento non ebbe buon esito. Nel 1842 lo stabile figurava intestato a Pietro Zanoni fu Gian Battista. Per le successioni fino al 1866 si vedano anche il Fenile Bozano e l’Uggera. Nel catasto austriaco la casa colonica e una parte dei terreni erano passati in proprietà di Giovanni Damini del fu Giovan Battista; un’altra parte era passata in


Cascina Colombere Bozano. Attualmente la destinazione prevalente dei fabbricati è rurale. I terreni sono coltivati a mais, loietto ed erba medica; per l’irrigazione si estrae l’acqua dai vasi Lussignolo, Catilina e Molina.

sione torale di 145 piò: 102 di terra e 43 costituiti dal bacino acqueo (derivante dalle cave di sabbia). Attualmente la destinazione prevalente dei fabbricati è rurale, con tipologia planimetrica ad U. Si conservano i silos e la stalla tradizionale con fienile. Il parco macchine è in porticato chiuso. Nell’azienda non è presente alcun tipo di allevamento, tranne animali da cortile per uso familiare. I terreni sono coltivati a mais, loietto ed erba medica; per l’irrigazione si estrae l’acqua dai vasi Lussignolo, Catilina e Molina. eredità ai figli del fu Alessandro Dossi, Antonio, Carlo e Michele. Nel Prospetto Catastale del 1887 la proprietà risultava formata da trentotto appezzamenti di terreno per un totale di 870,88 pertiche metriche (268 piò). La palude da strame occupava una buona parte della proprietà (oltre 200 pertiche); vi erano inoltre zone di bosco ceduo ed è citata per la prima volta nei tenimenti Bozano una risaia a vicenda di circa 16 pertiche. Il resto era terreno coltivabile. La proprietà era stata costituita con l’unione di diversi acquisti: 11 pertiche dai Crosti e Borsa, la casa colonica e terreni dalle sorelle Zanotti, 8 appezzamenti dai nobili Oldofredi-Tadini, 5 da Rosa Trebeschi, 8 dal nobile Giulio Luchi, infine da Giovanni Civardi e da Freretti. Altri acquisti furono fatti dai Bozano nel paese di Porzano comprese tre case di abitazione, che uniti alle proprietà Uggera, Fenile Nuovo, Pometto, Perseghera, Bellina, Baitone, Madonna della Stalla, Colombara formavano una superficie totale di 3.582,67 perti-

che metriche, con rendita di 11.844,76 lire austriache. Quanto all’estensione totale che assunse, al 1887, l’intera proprietà Bozano, dobbiamo aggiungere altri acquisti nei territori di Bagnolo e Manerbio, come si legge da questi dati di sintesi. Quanto all’estensione totale che assunse, al 1887, l’intera proprietà Bozano, dobbiamo aggiungere altri acquisti nei territori di Bagnolo e Manerbio come si legge nel seguente riassunto. Fra gli ultimi affittuali delle Colombere Bozano ricordiamo i fratelli Linetti. Nel 1957 i fratelli Bertocchi acquistarono dai Bozano di Genova lo stabile dell’esten-

Cronaca Nel 1962 il cascinale subì un incendio per autocombustione del fieno. Grave il disagio durante la costruzione della “Lenese”. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano due famiglie con 5 persone. Gennaio 2000: vi abitano tuttora due famiglie composte da 5 persone. 1

S. Dotti, Note di geologia e di preistoria…, in Colombaro di Cortefranca, ed. S. Marco, Esine, s.d., pp. 7-8.

Comune

Superficie in pertiche metriche

Superficie in piò bresciani

Rendita in lire austriache

Leno Porzano Bagnolo Manerbio Totale

2.076,90 3.582,67 318,51 32,85 6.010,93

639 1.102 98 10 1.849

8.554,98 11.844,76 1.384,52 134,98 21.915,24

356


Padova, partecipò al movimento democratico della Cisalpina, poi aderì alle nuove aspirazioni nazionali contro il governo austriaco. Il 23 dicembre 1823 fu condannato alla pena di morte, commutata poi in tre anni di duro carcere a Milano, Lubiana e Spielberg. Nella sollevazione del 1848 rappresentò la provincia di Brescia presso il Governo provvisorio di Lombardia. Tornò a Leno e adoperò le sue sostanze a beneficio di tutti e degli agricoltori dei quali fu sempre più che sagace amministratore. Fu socio onorario dell’Ateneo di Brescia dal 2 agosto 1850. Carlo Dossi (1799-1872) figlio di Alessandro e della nobildonna Margherita Vergine, fratello minore di Antonio. Amministratore pubblico e patriota, fu per molti anni sindaco di Leno. Nel 1842 dava vita all’ospedale profondendovi propri capitali assieme a quelli messi a disposizione da enti pubblici e privati. Morì a Leno il 31 gennaio 1872. In omaggio alla sua operosità l’Amministrazione a dieci anni dalla sua morte pose la seguente epigrafe: “A Dossi cav. Carlo / da Leno / morto il 31 gennaio 1872 d’anni 73 / dall’opera e dal senno dei lenesi sorretto / con capitali da più testatori disposti / e con propri / dava nel 1842 vita a quest’ospizio / compiuto / per lunga serie d’anni rettamente dirigeva / suggellando i benefici con lauto legato. / L’amministrazione / a perenne memoria e riconoscenza / 1882”. Anche le sorelle Giulia, Angiola, Teresa e Lucia operarono nella nostra comunità con impegno attivo e generosità. Nel 1856 la famiglia Dossi, unita alle famiglie Rampinelli e Spalenza, fece erigere un monumento nel Vantiniano realizzato dallo scultore Battista Lombardi. Nel 1879 Paolina Legnazzi Bravo, a ricordo dei suoi diletti zii materni, in segno di gratitudine fece erigere un monumento, oggi posto a lato della villa Peri. Nel 1881 Alessandro Legnazzi, nato da Giulia Dossi, fece porre nel palazzo della Badia (che fu la casa dei Dossi) due epigrafi commemorative (lato nord e sud dell’attuale villa Peri).

Famiglia Dossi Giovanni Dossi (Brescia 1751-1806) di Antonio e nobile Giulia Gagliardi. Discepolo a Brescia dell’abate Barzani, frequentò poi la scuola di filosofia di p. Zonca in S. Francesco e l’Università di Padova. Laureatosi in medicina, dopo un tirocinio sotto la guida del dott. Dusini, fu medico condotto a Leno, distinguendosi per abilità e cultura. Di lui tessé l’elogio l’abate don Pietro Bravo. Alessandro Dossi (1757 - Leno 1827) di Antonio e nobile Giulia Gagliardi. Studiò retorica a Brescia, poi si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova ed esercitò l’avvocatura e il notariato a Brescia. Nel 1797-1798 partecipò al Governo provvisorio bresciano e fu addetto al commissariato dei viveri e fu rappresentante bresciano nel Consiglio dei Seniori. Nel 1799, dinanzi al pericolo dell’invasione austro-russa, riuscì a sfuggire e il suo nome fu radiato dall’albo degli avvocati. Tornato col fratello Giovanni alla fine del 1799, il 10 giugno 1800 entrò nuovamente nel Governo provvisorio e divenne membro attivissimo della Cisalpina. Appartenne alla Loggia massonica, fu membro e segretario dell’Accademia dei Pantomofreni e, dal 1810, socio attivo dell’Ateneo di Brescia. Dopo la caduta di Napoleone si ritirò a Leno, ove attese alle cure della numerosa famiglia e alla sistemazione e al miglioramento dei suoi fondi, poiché era un appassionato agricoltore. Tuttavia non si dimenticò della politica e mantenne relazioni con gli Ugoni e con il Mompiani che pure aveva villa di campagna e fondi a Leno. Morì in Leno all’età di settant’anni il 27 aprile 1827. Affinché la dotazione fondiaria della famiglia Dossi non andasse dispersa e non potesse passare che ai discendenti maschi legittimi, gli unici eredi di Alessandro furono Antonio, Carlo e Michele; alle figlie Giulia, Angiola, Teresa e Lucia probabilmente spettò la sola “legittima”. Antonio Dossi (Brescia 1794 - Leno 1859) figlio di Alessandro e della nobildonna Margherita Vergine. Laureatosi in legge all’università di 357


Itinerario centro urbano-Baitone

O OL

GN BA LA

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PORZANO

Mortaro Perseghera

Bellomi Pometo LE

Baitone

Ăˆ un itinerario che procede a sud-ovest del centro abitato a tratti irregolari le cui cascine sono separate dall’autostrada Piacenza-Brescia (A21). A mattina: Mortaro, Bellomi, Molino del Maglio; a sera: Pometo, Perseghera, Bellina, Tenuta La Tesa, Baitone.

358

NO

Molino del Maglio

Bellina Tenuta Tesa


Porzano - Centro storico, in primo piano la cascina Mortaro. I 96 piò di terreno sono coltivati a mais, barbabietola da zucchero e prato stabile. Gli allevamenti di bovini da carne trovano alloggio in stalle moderne con relativi impianti di alimentazione.

Mortaro

(dial. Mortér) Da Via Leonardo da Vinci si prosegue verso mezzogiorno. Lasciata la comunale per Leno si imbocca a ponente la strada che conduce alla cascina Mortaro, situata a metri 72,2 s.l.m. e a mezzo chilometro da Porzano. Sul toponimo l’Olivieri così si esprime: “Si può rimanere nel dubbio, circa l’etimo di questo nome, fra il basso latino morta-

rium = stagnum receptaculum aque stagnantis, e mortaria (da myrtus)”. La prima ipotesi sembra essere giustificata dalla presenza di un cavo di irrigazione che porta lo stesso nome e che ha le sue origini in territorio dell’ex comune di Porzano, a valle del cavo Mazzola, ad una quota di metri 74,5 s.l.m.; al capofonte scendeva ad una profondità di metri 3,90 sotto il piano di campagna. Nel catasto austriaco del 1852 359

Antonio Legati fu Pietro possedeva la casa colonica con l’orto e alcuni appezzamenti di terra di 226,55 pertiche metriche, la cui rendita ammontava a 631,98 lire austriache. Una piccola parte di terreni (6,60 pertiche per una rendita di 12,40 lire) era intestata a Luigi Laffranchi fu Giovanni e Orsola Laffranchi fu Domenico, pupilla in tutela di Luigi Laffranchi suo zio. Dal 19 ottobre 1961 è proprietà del signor Giuseppe Gue-


Cascina Bellomi Pasquino. I terreni circostanti coltivati a mais e loietto occupano una superficie di 12 piò in proprietà e altri 6 in affitto. Le acque della roggia Conforta (Molona) servono all’irrigazione del fondo.

rini che l’acquistò dal signor Pietro Venturelli, nativo di Gussago. I 96 piò di terreno sono coltivati a mais, barbabietola da zucchero e prato stabile. Le acque del cavo Molina (Conforta) servono all’irrigazione del fondo. Lo stabile è formato da tre elementi contrapposti e comprende a nord l’ala vecchia con stalle, altre due stalle e fienili. Nell’ala a nord, di tre campate, sono in corso lavori di ristrutturazione per nuovi appartamenti, mentre alla sinistra dell’ingresso della cascina si trova la villetta padronale. Gli allevamenti di bovini da carne trovano alloggio in stalle moderne con relativi impianti di alimentazione. Si conservano in buono stato due silos in cemento armato. Per uso familiare si allevano anmali da cortile. Cronaca Negli anni Settanta questa azienda subì disagi per i lavori di costruzione dell’autostrada Bre-

Nel tempo la cascina vecchia venne ristrutturata con fienile e porticato in tre campate, e così pure l’unica abitazione. Seguì la costruzione della nuova stalla moderna per l’allevamento di bovini da latte e da carne.

scia-Cremona e nel 1975 per l’installazione del metanodotto. Altri danni dovuti ad allagamenti ebbe questa zona agricola comprendente le cascine Mortaro, Caselle, Fornasetta. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano due famiglie con 6 persone. Febbraio 2000: vi risiede una famiglia di 4 persone.

Bellomi Tornando sulla strada comunale per Leno e per Manerbio si prosegue verso sud; a poche decine di metri sulla sinistra si trova la cascina Bellomi, distante circa mezzo chilometro dall’abitato di Porzano e sita a metri 74,5 s.l.m. Anche questa cascina in origine era un “fienile”, ed era chiamato el casì dé Belòm, con chiaro riferimento al cognome del pro360

prietario. Verso il 1930 infatti si trasferirono qui da Barbariga i coniugi Domenico Bellomi e Lucia Moratti, che iniziarono la costruzione della stalla e dell’abitazione. Nel 1958 passò in proprietà di Giovanni Bellomi; dal 1997 di Pasquino, figlio del proprietario, ha preso in consegna la conduzione dell’azienda. I terreni circostanti coltivati a mais e loietto occupano una superficie di 12 piò in proprietà e altri 6 in affitto. Le acque della roggia Conforta (Molona) servono all’irrigazione del fondo. Nel tempo la cascina vecchia venne ristrutturata con fienile e porticato in tre campate, e così pure l’unica abitazione. Seguì la costruzione della nuova stalla moderna per l’allevamento di bovini da latte e da carne. Movimento demografico delle famiglie - Nel 1950 vi abitavano Attilio Bellomi con Angela Turrini, Giovanni e Maria Minelli, Giovanni Bellomi e Caterina Lazzari. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 2 nuclei familiari con 5 persone. Novembre 2000: vi abitano due famiglie composte da 6 persone.


Cascina Molino del Maglio. I terreni sono coltivati a mais per l’allevamento di bovini da latte e da carne.

Molino del Maglio (dial. Mulì del mai)

Lasciata la cascina Bellomi, al bivio del cimitero continuando in direzione di mezzogiorno ci portiamo a destra della strada comunale per Manerbio; una stradina poderale conduce alla cascina del Maglio, a circa un chilometro da Porzano e a metri 69,5 s.l.m. Il nome deriva chiaramente dalla presenza di un edificio ad acqua, inizialmente adibito a mulino e in seguito forse a maglio, benché dai documenti rinvenuti non risulti1. “Molino” è infatti il toponimo riportato sul mappale 255 della tavola 7 del catasto austriaco

(1852), e nel Registro partitario delle ditte è definito “molino da grano ad acqua”, animato dalla seriola Molina. Uguale dizione si legge nel Prospetto catastale generale dei beni stabili degli eredi di Giacomo Bozano, datato 31 dicembre 1887, dove risulta acquistato dai soci Crosti e Borsa per una rendita stimata in 127.68 lire austriache. Da testimonianze orali2 risulta che dal 1925 al 1964 il molino fu condotto dal mugnaio signor Antonio Moretti di Pavone Mella, che vi abitava con la sua numerosa famiglia di 9 figli. A lui subentrò il signor Sottini. Attualmente la cascinetta, con planimetria ad U, è vecchia e cadente. Dei 14 piò di terra, solo 4 361

sono adiacenti alla cascina; i rimanenti staccati sono tuttora proprietà dei signori Bozano di Genova, concessi in affitto al signor Pietro Bodini fin dal 1974. I terreni sono coltivati a mais per l’allevamento di bovini da latte e da carne. Per l’irrigazione si utilizza l’acqua del laghetto, anch’esso proprietà Bozano. Febbraio 2000: vi abita la famiglia del conduttore formata da 3 persone.

Potrebbe essere quello nominato nelle proprietà Cucchi nel 1641? (v. scheda Perseghera). 2 Si ringrazia l’amico Angelo Boffelli. 1


Cascina Pometo. L’attuale tipologia planimetrica è formata da tre elementi contrapposti: nell’ala a nord l’abitazione, al centro la stalla e il fienile con barchesse a cinque campate in parte occupate dalla rimessa, a sud la moderna stalla all’aperto.

mona, come la interruzione della strada poderale Maglio-Pometo in attesa della costruzione del cavalcavia. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 3 nuclei familiari con 10 persone. Febbraio 2000: vi abitano 2 famiglie composte di 5 persone.

Perseghera (dial. Persegherò)

Pometo

(dial. Pomét) Lungo la strada comunale Porzano-Manerbio dirigendosi verso sera, si attraversa l’autostrada A21 Brescia-Piacenza e si prosegue in direzione nord; a poco più di 2 chilometri dal centro di Porzano sorge la cascina Pometo, a metri 73,1 s.l.m. Nel catasto austriaco la casa colonica era di proprietà di Bernardo Lechi fu Gaetano. Vi erano annesse 173,49 pertiche metriche (53 piò) di terreno,con una rendita stimata a 617,50 lire austriache. I prati adacquatori e terreni aratori vitati per 35 pertiche (10 piò) con la casa colonica per un totale di 122,78 pertiche metriche (38 piò circa) furono venduti ai Bozano dalle seguenti ditte: cinque appezzamenti da Giovanni Civardi, una da Scartapecchio e da Rosa Trebeschi. Anche questa azien-

da dal 1887 fu proprietà indivisa degli eredi del fu Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi vedona Bozano di Genova. Dal 1997 l’azienda è a conduzione unica unitamente alla cascina Perseghera da parte del conduttore il signor Giovanni Romano e C.ss. Proprietaria la contessa Bruzzo di Genova. I terreni sono coltivati a mais, loietto e erba medica. Per l’irrigazione si utilizzano le acque del Fontanello. L’attuale tipologia planimetrica è formata da tre elementi contrapposti: nell’ala a nord l’abitazione, al centro la stalla e il fienile con barchesse a cinque campate in parte occupate dalla rimessa, a sud la moderna stalla all’aperto. Cronaca Negli anni 1968-70 anche questa azienda subì gravi disagi durante i lavori di costruzione dell’autostrada A21 Brescia-Cre362

Dal Pometo dopo un breve tratto di strada verso sera si raggiunge la cascina Perseghera, situata a duecento metri dal Pometo e a metri 73,4 s.l.m. C’è chi spiega il toponimo con la presenza in passato di un pescheto (pesco in dial. persec)1, ma il toponimo è antico, già documentato nel 1641. Nell’estimo del 1641 i fratelli Ascanio e Antonio Cucchi del fu Ercolano erano proprietari di case, casette, un molino a due ruote con tre corpi terranei e maglio (potrebbe essere quello della cascina Molino del maglio?) e con terreni per una superficie totale di 524,10 piò bresciani dislocati alle cascine con fienili Perseghera, Colombare e Fornasetta. Presso codesta cascina avevano pure proprietà i fratelli Fabio, Luigi e Leone Ventura del fu Ludovico (87 piò di terra). Nel 1842 lo stabile risultava intestato alla ditta Pietro Zanoni fu Battista. Nel 1852 la casa colonica con terreni era proprietà dei fratelli Trebeschi (Pie-


Cascina Perseghera. I 167 piò delle due proprietà sono coltivati a mais, erba medica e loietto. A mattina è ubicata la moderna stalla per l’allevamento di bovine da latte con relativi impianti di alimentazione e di mungitura.

tro, Giuseppe, Giovanni, Rosa e Camilla) del fu Andrea. La superficie della proprietà assommava a 358,40 pertiche metriche, per una rendita stimata a 1.665,25 lire austriache. Una piccola quota di terra (25,97 pertiche, pari a 8 piò, con una rendita di 93,32 lire austriache) era proprietà della signora Giulia Taetti fu Pietro, vedova Favagrossa. Nel 1887 componevano questo tenimento 26 appezzamenti di terra oltre alla cascina, che i Bozano acquistarono dalle seguenti ditte: 7 dalla signora Rosa Trebeschi, ex proprietaria della casa colonica, 3 da Giovanni Civardi, 2 dai nobili OldofrediTadini, 3 dalle sorelle Zanoni, 1 da Freretti e 10 dal nobile Giulio Luchi. I terreni complessivamente coprivano una superficie di 689,50 pertiche metriche (212 piò) ed erano coltivati ad aratorio adacquatorio, aratorio vitato e prato. Dal 1997 le due aziende Perseghera e Pometo sono condotte unitariamente dal signor Giovanni Romani e C.ss. Proprietaria la contessa Bruzzo di Genova. I 167 piò delle due proprietà sono coltivati a mais, erba medica e loietto e sono irrigati dal cavo Fontanello, una derivazione del vaso Botta in località Ferriera di Bagnolo. La tipologia del fabbricato è a due elementi contrapposti: nell’ala a nord vi sono l’abitazione e la vecchia stalla adibita a magazzino con fienile; nell’ala a sud il fienile a quattro campate. A mattina delle due strutture è ubicata la moderna stalla per l’allevamento di bovine da latte con re-

lativi impianti di alimentazione e di mungitura. Accudisce il bestiame una famiglia di origine indiana. Cronaca Negli anni 1968-70 anche questa azienda subì gravi disagi durante i lavori di costruzione dell’autostrada A21 Brescia-Cremona, come la interruzione della strada poderale Maglio-Pometo in attesa della costruzione del cavalcavia. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi abitavano 3 nuclei familiari con 7 persone. Febbraio 2000: vi abitano complessivamente 5 persone, di cui 2 sono di origine indiana.

1

A. Fappani, Enciclopedia Bresciana, XII, p. 335.

363

Bellina Continuando dal Pometo in direzione meridionale si raggiungono la cascina Bellina e la Tenuta Tesa; a metà della strada che conduce al Baitone si prosegue verso occidente. Siamo a tre chilometri da Porzano e a metri 73,3 s.l.m. Bellini e Bellina sono cognomi presenti anche altrove in provincia. L’impianto planimetrico originale era ad L, composto dalla tradizionale stalla con fienili, barchesse, portici, abitazione padronale e abitazioni per i dipendenti. Riguardo alla proprietà non si sono trovate notizie antecedenti il 1852. Sotto questa data la proprietà apparteneva al nobile Francesco Luchi fu Giulio, mentre 23 pertiche (7 piò) appartenevano alle sorelle Zanoni. Ambedue i proprietari prima del 1887 vendettero agli eredi del fu Giacomo Bozano e signora Ma-


Cascina Bellina. Stalla moderna con relativi impianti di alimentazione e mungitura per i bovini da latte. L’utilizzazione prevalente dei terreni è la coltura di mais e loietto.

telli e mucche, il cui recupero creò non poche difficoltà perché gli animali vagavano nella campagna innevata. Movimento demografico delle famiglie Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: vi risiedeva una sola famiglia. Febbraio 2000: vi abitano 2 nuclei familiari composti rispettivamente di 4 e 3 persone.

Tenuta Tesa

ria Gandolfi vedova Bozano. Oltre alla casa colonica il podere comprendeva 13 appezzamenti dell’estensione di 196,33 pertiche metriche (60 piò). Degli affittuali citiamo la famiglia Zanotti, che lo fu per oltre quarant’anni. Nell’azienda Bellina subentrò per acquisto la signora Lucia Arnoldi Tosoni, che fu essa stessa conduttrice1. Sua fu l’idea di costruire una torre a pianta quadrata, più alta dei vicini fabbricati, con orologio e una campana: il primo per gestire le ore di lavoro e di riposo dei braccianti, la seconda per richiamare con rintocchi prestabiliti le singole persone. Nel 1967 la signora Arnoldi vendette la cascina con poderi dell’estensione di 63 piò al signor Bortolo Tomasoni e figli. Il Tomasoni, oltre a curare la manutenzione ordinaria dei rustici e dell’abitazione, fece edificare la stalla moderna con relativi impianti di alimentazione e mungi-

tura per i bovini da latte. L’utilizzazione prevalente dei terreni è la coltura di mais e loietto; l’irrigazione avviene grazie all’acqua del cavo Botta e del pozzo di proprietà della cascina. Cronaca Il 13 gennaio 1985 l’eccezionale nevicata oltre a causare numerosi crolli nella nostra zona, coincise con un pauroso incendio provocato da un corto circuito che distrusse fieno e masserizie. Furono liberati dalla stalla vi-

1

Nativa di Orzinuovi, dove possedeva un caseificio particolarmente attivo in località Gavezze. Per esso Lucia Arnoldi inventava un particolare congegno. Già negli anni Trenta funzionava inoltre una centrale per la raccolta del latte fra i produttori ed altri caseifici minori (Enciclopedia Bresciana, XI p. 171). Sviluppatosi soprattutto nel 1940 e ampliato nel 1947 con un nuovo reparto, nel 195152 si trasformò in cooperativa.

364

Dalla cascina Bellina proseguendo diritti verso sera si raggiunge la Tenuta Tesa confinante con il territorio del comune di Manerbio. Non visitata.

Baitone

(dial. Baitù) Per raggiungere l’ultima cascina dell’itinerario dal Pometo ci portiamo sul rettilineo che costeggia l’autostrada Brescia-Cremona; in direzione mezzogiorno a circa tre chilometri e mezzo da Porzano arriviamo al Baitone, al confine con il territorio del comune di Manerbio e a metri 69,6 s.l.m. Il nome, abbastanza comune, è accrescitivo di baita (da bauk = capanna) nel significato di “casa” (éndòm a baita = andiamo a casa). In questa area agricola nel 1985 furono raccolti in superficie reperti litici di datazione incerta. Nel 1842 lo stabile figurava intestato a Pietro Zanoni fu G.Battista (per le successioni successive fino al 1866 si veda anche la


Cascina Tenuta Tesa.

Cascina Baitone. L’utilizzazione dei terreni è parzialmente a coltura di mais, mentre 40 piò sono a pioppeto.

scheda del Fenile Nuovo Bozano). Nel 1852 la casa colonica era proprietà del nobile Francesco Luchi del fu Giulio, con un fondo agricolo di 781,50 pertiche metriche, stimato per un rendita di 2.192,48 lire austriache. Vi possedeva alcuni appezzamenti anche Giacomo Lizzari fu Bartolomeo; uniti ad altri pos365

seduti presso la cascina Bellina assommavano ad una superficie di 16,78 pertiche metriche (5 piò), con una rendita stimata 69,68 lire austriache. Nel 1987 divennero proprietari indivisi gli eredi del fu Giacomo Bozano e della signora Maria Gandolfi vedova Bozano. Facevano parte di questa proprietà 35 appezzamenti di terra la cui superficie assommava a 739,60 pertiche metriche (227 piò). La casa colonica con 5 appezzamenti proveniva dal nobile Giulio Luchi, la maggior parte dei terreni (21 appezzamenti) fu ceduta invece dai soci Crosti e Borsa, 5 dagli Oldofredi-Tadini, 4 dalle sorelle Zanoni (cfr. Uggera). In quell’anno una ventina di pertiche erano ancora incolte da strame e a bosco ceduo dolce. Successe poi nella proprietà il dottor Bruzzo di Genova, che affidò la conduzione del fondo al signor Giuseppe Zucchi (Pino). Nel 1962 lo stabile con i suoi 92 piò di terra fu acquistato dall’Agra s.r.l., che iniziò la costruzione di capannoni utilizzati per diciotto anni, cioè fino al 1980, poi rimasti in disuso fino al 1999, anno in cui la società diede inizio a lavori di radicale ristrutturazione per l’allevamento di suini con razionali impianti computerizzati e attrezzature per l’alimentazione e la pulizia. L’utilizzazione dei terreni è parzialmente a coltura di mais, mentre 40 piò sono a pioppeto. L’irrigazione è effettuata tramite l’acqua del cavo Botta. Censimento della popolazione del 21 ottobre 1991: la cascina non era abitata.


Capitolo XII Chiesette e oratori campestri

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Anche nel nostro territorio abbiamo testimonianza della pietà cristiana espressa nella realizzazione di oratori o di chiesette campestri; sono disseminati nella solitudine della campagna lontani dal borgo e collegati con esso da stretti sentieri tagliati nella boscaglia e nel pascolo. Alcuni di questi edifici furono eretti da privati e l’accesso era riservato a determinate persone o comunità; altre sorsero per iniziativa dell’abbazia benedettina o della parrocchia ed erano frequentate in determinati periodi dell’anno; durante le feste dei titolari potevano accedervi i terrazzanti della Vicinia, i quali talvolta con offerte proprie sostenevano totalmente le spese delle funzioni. In alcuni casi attorno all’oratorio, oltre all’abitazione del custode o dell’eremita, si costituì una “cassina”, un gruppo di case organizzato con la dimora padronale e composto da più fabbricati quali abitazioni delle famiglie dipendenti e con strutture rurali come aie, portici, barchesse e fienili soprastanti le stalle.

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A sinistra la santella situata sulla strada che porta alla cascina Olmo. Sotto: altare della chiesetta campestre dei SS. Nazaro e Celso prima del crollo.

ti”1. Sulla facciata si leggeva: “Fermati o passegger, non è cosa grave chinare il capo e recitare un’Ave”. È indicata anche nei mappali del 1819 e nel 1852. Fra le più recenti sono da ricordare: la cappella sulla provinciale per Gottolengo, all’ingresso della cascina Bariane, edificata nel 1936 da Faustino Serafini; una cappella alla Cascina Scovola dedicata all’Assunzione (1945-46); un tempietto dedicato a Maria Ausiliatrice in Squadreto (1945). Alcuni oratori furono distrutti dal tempo e dall’incuria degli uomini e di essi non rimase nessun segno; di altri si è conservato solo il ricordo di una santella. I due oratori più significativi sono quello dei Santi Nazaro e Celso al Pluda e quello di Mirabella.

Oratori in territorio di Leno Per il territorio di Leno citiamo l’agglomerato cresciuto nella zona dei santi Nazaro e Celso, nella zona detta dei Ronchi, e la grande “cassina” di Mirabella. Altri erano oratori o cappelle forse di minore importanza, come le cappelle campestri di San Pietro in Calver, di Santa Scolastica, di Sant’Antonio, il pubblico oratorio di Alessandro Rossi in contrada dell’Olmo (1762) e la cappella in ricordo dei Morti Lottone o del Letone. In contrada del Viganovo sorge la “graziosa chiesetta collocata proprio sul bivio e dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio. È caratteristica per l’amplissimo atrio con sedili a muro che invitano ad una sosta; è sicuro riparo per i viandan369


Agosto 1968. Momenti di vita oratoriana nel campo adiacente la chiesetta.

Ruderi della stessa. “Officiata fino agli anni del dopoguerra, quando le campagne erano densamente popolate, poi lasciata in completa rovina, ora è cattivo esempio d’incuria e di scarsa sensibilità”. (A. Bonini, op. cit. p. 29).

Oratorio campestre dei Santi Nazaro e Celso detto del Pluda Di fondazione benedettina, secondo la tradizione sarebbe il più antico del territorio, nominato nel 1194 nella testimonianza di Diacono Chierico della chiesa di San Pietro. Egli dice di aver visto l’abate di Leno “tenere ecclesias de Leno videlicet plebem sancti Johannis, ecclesiam Sancti Sepulcri et ecclesiam santi Nazari”. Nel catasto austriaco del 1852 abbiamo le seguenti indicazioni: con la lettera H “oratorio sotto il titolo di S. Nazaro”; con la lettera I “piazza da-

vanti al detto oratorio; al mappale 224 “casa per uso del custode della chiesa”, affiancata dal prato aratorio vitato di 1 piò e 11 tavole di proprietà del Comune di Leno; a est la strada comunale “detta Bassinetta per la Cucchetta”, e aldilà il prato adacquatorio di 5 piò e 24 tavole di proprietà di Giuseppe Caprettini fu Francesco. Nel 1881 il Comune vendette l’oratorio ai soci Crosti e Borsa, già proprietari dei fondi adiacenti. Da alcuni anni è in totale abbandono, minacciato da rovina irrimediabile.

370


Chiesa campestre di Mirabella. A fianco: particolare di un affresco nella stessa chiesetta. Sotto, chiesetta dedicata alla B.V. di Caravaggio in contrada Viganovo.

Chiesa campestre di Mirabella L’architettura della chiesetta, che è dedicata a San Bernardo, risale nel suo complesso all’ultimo ventennio del Quattrocento. Le belle profilature polilobate in cotto che ingentiliscono i due spioventi di facciata e quelle più sobrie della parete laterale sono tra le più interessanti testimonianze di questo tipo di decorazione nel Bresciano. Più antichi, forse un resto della struttura tardoromanica dell’edificio, dovrebbero essere i due archi a pieno centro realizzati in corsi alterni di mattone e pietra ed impostati su tre robusti pilastri in pietra viva. La stessa asimmetria delle aperture rispetto all’asse della facciata fa pensare ad un ampliamento tardo quattrocentesco che ha conservato nella porta e nella finestra i resti del precedente più piccolo edificio sacro. L’affresco sull’altar maggiore, organizzato secondo lo schema del polittico, risale ai primi anni del Cinquecento e raffigura la Madonna con il Bambino incoronata dagli Angeli, San Bernardo e San Benedetto. I numerosi restauri e l’umidità hanno un po’ sfigurato le immagini, che dovrebbero 371


Edicola in cotto sulla parete esterna, a mattina (scomparsa).

avanti nel tempo, intorno al 1515-1520. L’affresco dei Santi Cosma e Damiano è meglio conservato di quelli dell’altar maggiore, deve essere opera dello stesso artista, e offre un’interessantissima testimonianza per la storia del costume e della medicina: i due Santi tengono tra le mani dei ferri chirurgici e vestono ricchi mantelli ornati di vaio. Un problema particolare è invece rappresentato dall’edicola in cotto raffigurante la Madonna con il Bambino che si trovava (ora scomparsa) ...all’esterno su una parete della chiesa. Sembrerebbe a prima vista quattrocentesca di eccelsa qualità, donatelliana, e potrebbe essere più plausibilmente una copia ottocentesca (L. Cirimbelli, Leno. Dodici secoli, cit. vol. I pp. 90-92). Oratori in territorio di Castelletto Oratorio di S. Vittore in loco Castelletto: anche questo territorio appartenne al monastero benedettino di Leno e prese il nome del martire San Vittore, al quale era dedicata una chiesetta campestre. I boschi che ricoprivano in origine questa zona vennero distrutti per ridurre il terreno a coltivazione agraria, e sorse il piccolo “castelletto”, anch’esso denominato Castelletto di S. Vittore. L’antica chiesetta fu riedificata più tardi dalla nobile famiglia Trussi, che nel secolo XV venne investita del territorio di Castelletto. Questa primitiva memoria religiosa intorno alla quale è nata e cresciuta la piccola comunità venne distrutta nell’anno 1567 per iniziativa del parroco don Andrea Cicognino con licenza ottenuta dalla Curia Vescovile2.

essere state dipinte dallo stesso maestro ferramoliano che ha eseguito l’affresco con i Santi Cosma e Damiano. Si deve prestare un’attenzione del tutto particolare ai motivi decorativi che arricchiscono le architetture e il trono della Madonna: notiamo candelabri, intrecci concentrici, valve di conchiglia, che sono tipici del primissimo Cinquecento bresciano. I costoloni e gli spicchi della volta ad ombrello sono invece ricoperti da variegate e policrome decorazioni di sapore ancora gotico, ma eseguite sicuramente contemporaneamente alle immagini. Sulle pareti della chiesa è molto bello l’affresco di un altro maestro bresciano operante nella scia del Ferramola (ma molto più valente del precedente), raffigurante il Cristo compianto dalle Sante Maria Maddalena e Agata (?). L’immagine della Maddalena è forse il brano più conservato di tutta la decorazione della chiesa e anche quello più vigoroso; il panneggio si svolge pesante ma sciolto, corposo e ricco, e copre un corpo plasticamente concreto e tridimensionale. La datazione di questo affresco si deve spostare un po’ più

La chiesa di S. Maria in Castello, “dedicata inizialmente a S. Maria e successivamente a S. Salvatore, venne eretta nella seconda metà del secolo XV dal nobile Pietro Trussi. Nella primavera del 1981, durante i lavori di restauro della casa costruita un centinaio di anni fa attigua alla facciata della chiesa, si è rinvenuto sopra la porta principale del tempio un mattone che reca le iniziali P.T. ben visibili. Si può ritenere pertanto siano queste le iniziali del nome di Pietro Trussi, proprietario del territorio del castello verso la metà del Quattrocento. Il suo testamento è dell’anno 1475. Nel corso dei lavori è 372


Cappella all’ingresso della cascina Bariane, sulla provinciale per Gottolengo.

si diede inizio il 24 luglio 1538 con una imponente processione. Essa a quel tempo si trovava esattamente sul confine fra il territorio del comune di Leno e quello di Gottolengo. Più tardi questa chiesetta verrà a trovarsi nel territorio di Castelletto. In questo tempietto si trovava un’immagine della Madonna col Bambino che era circondata da una viva e generosa devozione. La Chiesa era retta da un eremita e veniva mantenuta col reddito di alcuni terreni. Frequenti erano le processioni di preghiera, in particolare durante le rogazioni per la benedizione della campagna, per invocare la pioggia, per preservare gli animali dal morbus e dalla peste bovina. Il santuario fu demolito del 1880. Oratori in territorio di Milzanello Una chiesetta non più esistente in contrada del Cereto dedicata a Maria Maddalena è ricordata nella visita pastorale del Bollani nel 1566, assieme ad un’altra dedicata a San Michele, detta Michelina. Oratori in territorio di Porzano Cappella dedicata alla Madonna della Stalla situata nella cascina omonima. Secondo la tradizione fu edificata dopo un’apparizione miracolosa avvenuta nel 1490 ad una contadinella che a causa della sua cecità veniva lasciata dai genitori chiusa in una stalla5. Attualmente la cappella – artisticamente di nessun rilievo – sorge ancora con un bel campaniletto al centro della grande cascina; vi è venerata l’effigie della Madonna, il cui culto si è mantenuto sempre vivo6. Oratorio di S. Giorgio, tempietto già abbandonato verso la fine del Cinquecento. Altra cappella era dedicata alla Annunciazione della Beata Vergine. Ricordata negli atti della seconda visita del vescovo Morosini nel 1653.

venuto alla luce, nell’ovale della porta d’ingresso della chiesa, un affresco raffigurante la Natività. Tale dipinto, staccato dal proprietario dell’abitazione e donato al Comune di Leno, si può far risalire alla fine del secolo XVI”3. Chiesa di S. Francesco in Squadreto. “La chiesetta, dedicata a S. Francesco d’Assisi, esisteva a Squadretto fin dai primi anni del 1500, probabilmente eretta dal nobile Giambattista Gobbi. Nel 1566 il vescovo Bollani la trovò che era tenuta male e necessitava di riparazioni. Sicuramente nessuno si preoccupò di ripararla e col passare degli anni andò in rovina. Nel 1698 la nobile Silvia Pontevichi decise di ricostruire la chiesa nello stesso luogo di quella demolita. Il disegno di questo nuovo tempio è conservato presso la Biblioteca Comunale di Breno. Da una carta topografico dell’inizio dell’Ottocento sappiamo che la chiesa era ubicata di fianco al fabbricato chiamato “Colombaia”, sulla destra della strada che conduce alla cascina Caella”4.

A. Bonini, Note storiche, in Percorsi ciclabili di Ghedi e dintorni, Ghedi s.l. pp. 29-30. 2 Note storiche di P. Guerrini, in B. Favagrossa. O. Fronari, Castelletto di Leno. Note di storie, cronaca, folclore, Bagnolo Mella 1983, p. 12. 3 Ibidem, p. 41 n. 1. 4 Ibidem, p. 72 n. 8. 5 A. Fappani, I Santuari bresciani, Brescia edizioni “La Voce del Popolo”, IV, pp. 165-165. 6 L. Cirimbelli, Parrocchia di S. Martino in Porzano. Memorie storiche, Ciliverghe 1995, pp. 90 e segg. 1

Chiesa di S. Maria Annunziata del Massago. Presso l’archivio comunale di Gottolengo si trova l’atto di erezione della Chiesa di Massago, a cui 373


Madonna della Stalla.

374


Elenco cascine in ordine alfabetico per zone

Leno Albarotto Albarotto Sopra Albarotto Sotto Angelina Anna Aquila AtalĂŹa Attilio Bada Sopra Bada Sotto Bariane Barone Sopra Barone Sotto Belvedere Benone Bersaglio Sopra Bersaglio Sotto Bogalei Bonetti F.lli Bonfadina Bonfadina Nuova Bonifica Boschetti Bredavico Sopra Bredavico Sotto Bruciata Campagna Mazzoli Camponuovo Sopra Camponuovo Sotto Capirola Cesira Chizzole Civaglietta Colombere Girelli Colombetto Costa

Costantina Damonte Disciplina Enrica Ermengarda Favorita Fenile ZĂź Finiletto di Sopra Finiletto di Mezzo Finiletto di Sotto Finiletto Villa Giusy Fontanone Formola Gadaldi Garuffo Gianluigi Giardino di Sopra Giardino di Sotto Giuliana Grassi Laffranchi La Quaglia La Quercia Lame Arciprete Lame Locatelli Levante Littorio Lumachina Malleier Martinenga Martinengo da Barco Matilde Mirabella Miranda Morandino Mortaio 375

Olmo Paolina Pero Pica Piera Pinarda Pinarda Nuova Pineta Pluda Pluda Teresa Poiane Pollino Pozzuolo Rampino Rescatto Rimedio Rino Teresa Risorta Nuova Risorta Seccamani Risparmio Ronchi Davo Rosa Rosetta S. Antonio Mattina S. Antonio Sera S. Giovanna S. Giuseppe S. Nazaro Santa Maria Santa Maria Rossini Santella Scanalocco Scariona Selvadonega Serena Serioletta Sopra


376


Serioletta Sotto Speranza Sudore Teresina Tiro a segno Tomba Toninelli Torchio Mirabella Torchio Pozzuolo Trecolori Vigna Gatti Villa Donati Villanuova Zappaglia Zerbio

Castelletto Alba Barba Boarini Caselle Seccamani Castelguelfo Castelvecchio Comeni Comuna Cucca Cucchetta Dossi Dossi Molino Eusebia Fenilnuovo Tomasoni Gaidano Sopra Gaidano Sotto Iannina La Palma Laura Lena Marionette Morosine Motella Palazzina Pasino Pasino Nuovo Pavona Ronchi Selvasecca

Sorgente Squadretto Terzo Torri Torri Olmo

Milzanello Biolcheria Fenarola Breda D’Ale Bruna Capolupo Cereto Colombere Fenaroli Cortivo Dossello Fabbrica Nuova Fabbrica Scanzi Fattoria Giulia Fenarola Fenarola Piceni Fontana Bagatta Fornace Locatelli Fornace Quadri Maglio Cereto Molone Palazzo Rinascente Scuderia Sobagno

Porzano Ambra Baitone Bellina Bellomi Bernina Bianco Linonk Caselle Colombere Bozano Fenile Nuovo Bozano Filippini Fornasetta Madonna della Stalla Massini Mirandolina 377

Molino del Maglio Mortaro Naviglio Noce Pedronca Pedronchina Perseghera Pometo Rapallo Rocca (La) Tenuta La Tesa Uggera Ulivi Villetta


rale ed Artigiana Padana. Litografica Bagnolese, 1993 - vol. I pp. 198, vol. II pp. 236, vol. III pp. 237.

Dello stesso autore: Un po’ di storia delle nostre campane, in “La Badia” mensile di vita parrocchiale, Leno, maggio 1962.

Parrocchia di S. Martino in Porzano, memorie storiche, Euroteam, Ciliverghe (Bs), 1995, pp. 109.

Dove sorgeva un’antica Abbazia, Leno - Tip. Gadaldi, 1971, pp. 296.

Dalla campagna, alla bottega, all’impresa, Tipolitografia Grafica 7, Bagnolo Mella (Bs), 1996, pp. 120.

Invito al Firmamento, Editrice La Scuola Brescia, 1974. In collaborazione con il prof. Alvaro Valetti.

Immagini e ricordi dei Caduti lenesi 1940-1945, pp. 184, Grafica 7, Bagnolo Mella, 1998.

Per un trentennio al servizio della Parrocchia in, “La Badia saluta il suo abate mons. B. Galli nel 50° di Sacerdozio”, suppl. “La Badia” giugno 1974, pp. 40-44 in collaborazione con Mirella Cerutti. La soppressione dell’Abbazia di Leno, Soc. Editrice Vannini Brescia 1975, pp. 112 con 15 tav.f.t. Uniti a tutta la Famiglia Salesiana, partecipiamo al gaudio per la celebrazione del 30° di Sacerdozio di Padre Eugenio Pennati. Leno-Piura, 1 dicembre 1976, Tip. M. Colenghi - Gambara, pp. 16. A un anno dalla morte di don Francesco Viviani, in “La Badia”, marzo-aprile e maggio 1979. Milzanello e la nobile famiglia Uggeri, Litografica Bagnolese, febbraio 1980, pp. 160. Chiese, priorati e cappelle dipendenti o fondati dal Monastero di Leno, (sec. VIII-XIV) in “La Badia”, luglio 1980, pp. 111-121. La Cassa Rurale ed Artigiana di Leno nel XC di fondazione, ricerca storica, Litografica Bagnolese, 1983, pp. 109. Ad Flexum nella storia della Bassa Bresciana, Tip. di Ferranti e Casarini - Gambara, 1983, pp. 240. Agricoltura: le nostre radici. Un profilo storico delle principali colture in: “L’Agricoltore Bresciano”, Brescia, 26 maggio 1990, pp. 111-119. Leno. Dodici secoli nel cuore della Bassa. Il territorio, gli eventi, i personaggi, ediz. a cura della Cassa Ru379


Consulenza editoriale e progetto grafico: Andrea Barretta Realizzazione: CGS - Bagnolo Mella (BS) Stampa: Grafica Sette - Bagnolo Mella (BS) Prima edizione: Dicembre 2004

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La via delle cascine  

Storia e tradizione delle campagne lenesi. L'autore informa che le fotografie pubblicate a pagina 125, recano la seguente segnatura: (dall'a...

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