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Corriere della Sera Mercoledì 31 Luglio 2013

Psicologia Parla lo psicoanalista italiano eletto al vertice degli studiosi freudiani di tutto il mondo

Elzeviro Fabrizio Clerici, cent’anni di pittura visionaria

IL GRAN SACERDOTE DI SPETTRI E PAPIRI di SEBASTIANO GRASSO

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abrizio Clerici? «Gran signore», «Pittore gentiluomo», «Umanista di tipo rinascimentale», vissuto — per Raffaele Carrieri — in ritardo di secoli sui contemporanei, «rimasto nell’ambito d’un tempo morto, sotto il leggiadro velo di polvere che lo separava dai viventi». Molte le definizioni su Clerici (1913-1999) — di cui ricorre il centenario della nascita — e tutte vere. Che evidenziano come in un prisma un lato, una sfumatura, un particolare dell’artista milanese, naturalizzato romano. Trascurato spesso dalla critica «ufficiale» — ad eccezione di Federico Zeri, Giuliano Briganti e qualche altro — Clerici era molto amato dai letterati che hanno tributato pagine e pagine a questo signore del colore: da Cocteau a Green, da Ungaretti a Savinio, da Sciascia a Praz, da Bacchelli a Moravia, da Buzzati a Bufalino, da De Libero a Soavi. Un amore ricambiato: basta ricordare le sue illustra-

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di Voltaire senza parrucca zioni di testi di Pirandello, Salinas, Tomasi di Lampedusa, Apollinaire, Kavafis. Forse la lontananza dei critici si deve, in buona parte, allo stesso Clerici: non ha mai fatto nulla per farsi accettare. Viveva fuori dal tempo, circondandosi di una pittura fantastico-visionaria che guardava prima a Vernet e Friedrich, Gérome e Churh, Ingres e Millais e, poi, a Böcklin, Klinger e De Chirico. Clerici era come un archeologo che scandagliava l’antichità classica, le città circolari dell’Asia centrale, la Roma del Tardo impero. I suoi dipinti non raccontano storie, ma si servono della Storia. Operazione, questa, suggeritagli da Ingres, piuttosto che da Savinio. Clerici andava alla ricerca della prospettiva tridimensionale. Si guardino le sue sfingi allo specchio, le sue aquile (una sorta di autoritratto continuo, che, per Montanelli, aveva «quella contentezza celestiale e senza incrinature, di

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Il virtuale che fa male all’anima Stefano Bolognini: «Può spingere a un senso di onnipotenza» di FRANCA PORCIANI

cui soltanto pazzi e bambini sono capaci». L’artista diventava una sorta di Gran sacerdote capace di trasmettere miti e riti di antiche civiltà, anche attraverso gli spettri evocati dai templi o dalle iscrizioni delle colonne o dei papiri. Un dipinto era come una scena teatrale, ma era il teatro ad entrare nella sua pittura; e non viceversa. Non si dimentichi che Clerici era un architetto e che il senso architettonico-teatrale lo aveva mutuato dagli affreschi di Giotto. Sul piano umano era un po’ come la sua pittura: aristocratica e fredda, anche se coltissima. Lo avevo incontrato nella sua abitazione romana. La prima sensazione? Quella di trovarsi in una casa settecentesca, in pieno illuminismo volterriano. E di Voltaire giovane egli sembrava avere assunto, nella maturità, persino i tratti somatici. L’unica differenza? La parrucca e un bitter. «Fin dal primo incontro — ha scritto Leonardo Sciascia — mi ha colpito il suo saper conversare: con intelligenza, gusto, modi e il taglio di un memorialista settecentesco». Per il resto, come è stato detto, «il corpo di Clerici è vissuto nel XX secolo solo per ragioni biologiche; la sua testa, invece, spaziava dall’antichità a Henri Beyle». Indizi di stendhalismo? Per Savinio, il suo svagato deambulare attraverso la vita, il lasciarsi prendere dal fascino delle cose più impensate, il bighellonare anche nelle grandi svolte della Storia, il dilettantismo di razza. L’autore di Narrate uomini, la vostra storia scriveva queste cose per un Clerici ventinovenne. Questo per dire che il pittore non è mai cambiato. La casa-studio di Roma testimoniava una vita fuori tempo, fuori secolo, fuori tutto. Diventava accettabile solo se ci si illudeva di essere su un set cinematografico. Ciò spiega, forse, perché il suo centenario non sia stato ricordato con una mostra come quella del 1990 alla Gnam di Roma. Sarebbe stata una buona occasione per una riscoperta, un ripensamento, una riflessione su uno degli artisti più importanti del Novecento italiano. Solo che non gli hanno perdonato di vivere in un altro secolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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na «casa comune» per gli psicoanalisti appassionati di Freud che si allunga da un continente all’altro e, di recente, ha inglobato la Cina e la Corea ed è arrivata fino in Iran. È la complessa e articolata realtà dell’Ipa, la Società psicoanalitica internazionale, fondata da Sigmund Freud nel 1910 a Norimberga, con più di 12 mila iscritti, riuniti da oggi in congresso a Praga. Appuntamento che ci riguarda da vicino perché la new administration dell’associazione per la prima volta vede alla presidenza un italiano, Stefano Bolognini, 64 anni, emiliano, laureato in medicina, psichiatra, psicoanalista dal 1980 (vicepresidente la svedese Alexandra Billinghurst). Pressoché sconosciuto al grande pubblico nel nostro Paese, ma notissimo all’estero grazie ai suoi 160 lavori scientifici e ai manuali per gli addetti ai lavori tradotti in varie lingue, iraniano compreso (editi in Italia da Bollati Boringhieri), lo psichiatra, sposato con tre figli (e già nonno) di casa a Bologna ma sempre in giro per il mondo, raggiunto telefonicamente a Praga, non nasconde la soddisfazione. Professore un riconoscimento importante, ma la scelta di un italiano è una sorta di cattedrale nel deserto, l’eccezione in un panorama mediocre o, al contrario, esprime l’eccellenza dell’Italia in questo campo? «È assolutamente vera la seconda ipotesi: noi per la ricerca non possiamo contare su fondi statali (pochi per tutti, in realtà) né, men che mai, sugli sponsor (le case farmaceutiche ci ignorano perché le nostre cure riducono il ricorso agli psicofarmaci, o rischiano di ridurlo). Gli studi che realizziamo sono finanziati da noi stessi, dall’attività clinica, nascono dal "lettino". Una ricerca indipendente e fruttifera: abbiamo pubblicato molto su riviste nazionali e internazionali. E per evitare che quanto edito in italiano sia penalizzato dalla barriera linguistica, ora pubblichiamo anche un Annual, un estratto in inglese degli studi più significativi usciti nel corso dell’anno sulla Rivista italiana di psicoanalisi. Iniziativa che ha avuto un grande successo all’estero. Insomma, l’Italia in questo campo è una voce autorevole». Come vede l’evoluzione delle varie scuole psicoanalitiche nel mondo nei prossimi anni? Continuerà il predominio di quella americana? «Il prossimo congresso dell’Ipa (acronimo di International Psychoanalytical Association, ndr) nel 2015 sarà a Boston; l’America conta ancora tanto in questo campo, è vero, ma non dimentichiamo che alle quattro grandi scuole psicoanalitiche del mondo, l’inglese, la francese, la nordamericana e l’argentina, a partire dagli anni Ottanta si sono aggiunte l’italiana, la brasiliana e la tedesca, che hanno espresso e stanno esprimendo una grande creatività. È un mondo in fermento dove cresce la certezza che la nostra epoca offra opportunità positive straordinarie, ma esponga

Gilles Barbier, «L’ivrogne» (1999/2004, part.), collezione Mac/Val, Musée d’art contemporain du Val-de-Marne

Biografia

Psichiatra e psicoanalista, Stefano Bolognini è nato a Bologna nel 1949. Sposato, padre di tre figli, dal 2009 al 2013 è stato Presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Autore di lavori pubblicati su riviste internazionali e di manuali di psicoanalisi, ha scritto anche due racconti. Vive a Bologna

anche a rischi evidenti di confusione identitaria; basta pensare ai vissuti di onnipotenza favoriti dalla dimensione virtuale. Sono inoltre convinto che bisogna investire molte energie nella riapertura di un dialogo fra psicoanalisi e psichiatria; ancora oggi a livello di insegnamenti universitari la presenza psicoanalitica è ignorata». Lei in Italia è quasi sconosciuto, mentre gode di chiara fama una «rosa» di suoi colleghi che hanno scritto libri divulgativi e sono ospiti fissi di talk-show. Ma questi psicoanalisti televisivi svolgono una funzione positiva? «Credo che si tratti di buoni divulgatori, più "commestibili" dello psicoanalista classico che fa clinica e ricerca, ma utili perché aiutano a capire che esiste una vita psichica, che una visione psicodinamica degli eventi è necessaria. Sembra un banalità, ma una consapevolezza di questo genere non è ancora diffusa. Il rischio è l’inflazione, l’eccesso di "psicanalizzazione" che diventa banalità: basterebbe imitare l’ottimo lavoro di divulgazione fatto alla fine degli anni Sessanta da personaggi come Antonio Miotto (psicologo, scomparso nel 1997 che collaborò a lungo con il Corriere e con Oggi, ndr)». Lei ha scritto diversi libri «tecnici» rivolti a chi fa il suo lavoro, tra questi «L’empatia psicoanalitica» e «Passaggi segreti», ma anche due racconti, l’ultimo, «Lo Zen e l’arte di non sapere cosa dire», uscito nel 2010 ancora per Bollati Boringhieri. Che cosa lo ha spinto a diventare scrittore? «Mi piaceva l’idea di aggirarmi in argomenti della vita quotidiana. Sono racconti che scaturiscono dalla mia attività di analista e che parlano di gente comune. Di una normalità che è sempre più complessa di come ci appare. Prendiamo l’esempio del bar, luogo che tutti noi frequentiamo, apparentemente con indifferenza. Ma l’ingresso nel bar non è mai un evento neutro sotto il profilo psichico: c’è l’incontro con il barista che, se funziona, si

rivela un vero e proprio micro-transfert, c’è la scelta della postazione, più meno lontana da certe persone, che è spia dei nostri desideri di relazione e di molto altro ancora». Che cosa cambierà nella sua vita con questa nuova carica? «Senza dubbio viaggerò più di quanto abbia fatto finora anche perché la realtà dell’International Psychoanalytical Association è sempre più globalizzata: in grande ascesa nel mondo asiatico e nel Nord Africa, soprattutto in paesi di lingua francese, come la Tunisia e il Marocco. Trovarsi a capo di un’istituzione in buona salute non è facile di questi tempi e mi dà una grande carica. Ma al centro del mio lavoro resta l’attività clinica, a contatto con la vita interna dei pazienti e la mia. Con i

Vita quotidiana In ogni ingresso al bar c’è una specie di micro-transfert: il rapporto con il barista e la scelta della postazione sono una spia dei nostri desideri "passaggi segreti" della psicoanalisi che aprono porte interne e consentono trasformazioni altrimenti impossibili». Riesce a coltivare qualche interesse al di fuori della psicoanalisi? «Oltre all’amore sconfinato per i cani — purtroppo adesso non posso averne perché sono spesso via — , colleziono disegni antichi, per la precisione dal Cinquecento all’Ottocento. Una autentica passione che è andata crescendo negli anni. La mia raccolta personale oggi ha una certa consistenza e, appena posso, cerco di incrementarla». Stefano Bolognini rimarrà presidente dell’Ipa, carica ricoperta anche da Carl Gustav Jung, insieme alla vicepresidente Alexandra Billinghurst, fino al 2017. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Reportage Ne «Il giro del mondo in 50 anni» (edito da Cairo) l’inviato speciale offre un ritratto appassionato della professione attraverso i suoi ricordi

Gino Nebiolo e la verità sull’intervista a Oriana Fallaci di ALESSANDRO CANNAVÒ

L’

omaggio più importante che dall’alto dei suoi 89 anni Gino Nebiolo fa riguardando la sua vita di inviato speciale è a una dea, la dea Fortuna che lo ha sempre protetto in mezzo secolo di peregrinazioni nei posti caldi del pianeta. 1982, nord del Libano: Nebiolo con l’operatore della Rai Enrico Cappozzo è testimone del feroce assedio da parte dei siriani di un campo profughi palestinese nei pressi di Tripoli, un episodio piuttosto trascurato dai media internazionali nell’interminabile guerra libanese. Trova da un piano alto di un edificio in costruzione la postazione ideale per riprendere sia i fedayn che difendono la moschea del campo, sia le batterie dei siriani. L’operatore gli chiede di arretrare perché è in ombra ma così facendo si espone alla vista dei combattenti. Nebiolo, pur tremando, arretra e comincia a parlare al microfono. Ma ben presto

Gino Nebiolo è nato a Moncalvo (Asti) nel 1924. Ha lavorato alla Rai, come inviato di guerra e poi corrispondente; ha conosciuto Juan Peron in esilio a Madrid

è bersaglio delle mitragliatrici: sibili, schegge di cemento, spezzoni di legno. La telecronaca continua per un po’, poi le frasi si rompono in gola, il microfono sfugge di mano, non resta che buttarsi a terra insieme con l’operatore. Salvi per un pelo. Quante volte invece abbiamo visto l’ultima immagine dell’ultimo istante di un «lavoratore dell’informazione»... Fortuna, dunque. Ma anche passione, unita all’impegno nel cercare di comprendere più a fondo le realtà in cui si opera. Nella Cina maoista, Nebiolo chiese di essere ammesso tra gli alunni del primo anno di una scuola elementare mandando in tilt i funzionari incaricati di sorvegliarlo notte e giorno: voleva apprendere un po’ di cinese, sufficiente per poter leggere le didascalie dei fumetti. Imparò così 700 ideogrammi. Nel libro Il giro del mondo in 50 anni (Cairo, pp. 350, e 16) gli episodi drammatici e quelli curiosi si alternano in una car-

riera che protetta dal buon binomio Fortuna-Passione assume l’inevitabile sapore del romanzo. E in quel titolo che evoca le avventure di Jules Verne è racchiuso anche il giusto tempo per capire le cose del mondo. Gran parte di noi ha in mente il Nebiolo volto della Rai, prima inviato di guerra e in anni più recenti corrispondente da Parigi ma la sua avventura professionale comincia alla «Stampa» all’ombra del grande direttore-despota Giulio De Benedetti (che l’autore descrive con dovizia di episodi sagaci) e continua alla «Gazzetta del Popolo», giornale meno prestigioso ma dove ha la possibilità di diventare un

La dea Fortuna Nel 1982 in Libano si salvò da un attacco. Finì in prigione durante la guerra del Katanga

testimone in giro per il mondo. Un mondo pieno di grandi personaggi e di grandi orrori che Nebiolo affronta con una compostezza e una lucidità da vero piemontese. Si ritrova gettato in una lurida prigione nell’inferno della guerra del Katanga; assiste al terribile assedio da parte degli sciiti dei palestinesi di Chatila che per sopravvivere arrivano a un passo dal mangiare la carne dei cadaveri; festeggia tra i primi la rivoluzione dei garofani in Portogallo. Ma nel frattempo incontra un Dalai Lama appena fuggito dal Tibet che sorprendentemente gli assomiglia nell’animo e nell’aspetto (come si riscontra dalla copertina del libro); stabilisce un’empatia con due nobili conterranei, Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, che aveva già incrociato ai tempi della lotta partigiana; conquista la fiducia di potenti o ex potenti come il primo ministro cinese Zhou En Lai o Juan Peron in esilio a Madrid; coglie le speranze di democrazia di Dubcek alla vigilia del-

l’invasione dei carri armati a Praga; si merita l’affetto di una donna tanto grande quanto imprevedibile come Oriana Fallaci che gli rivelerà in una delle sue rare interviste concesse (lei che aveva messo in riga con le sue domande da Khomeini a Kissinger) di essere malata di cancro. E un’inchiesta sulle faide familiari di Orgosolo negli anni Sessanta si alterna ai gustosi ritratti di Fellini che si rimangia la sua avversione per la tv, di Mastroianni che racconta come è stato abbandonato da Catherine Deneuve, di Yves Montand in estasi per la sua nuova esperienza di papà in età senile. Insomma, un misto di drammatico e leggero che appartiene a chi come Nebiolo ha saputo affrontare «il mestiere peggiore dato da Dio all’uomo esclusi tutti gli altri» senza barriere mentali e con la capacità di ascoltare. Oggi quel mestiere si dimena tra i progressi tecnologici e una precarietà economica che mina la sua identità. Eppure il «virus» del giornalismo continua a intaccare molti giovani. Ai quali Nebiolo consegna un prezioso insegnamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Corriere della Sera Lunedì 5 Agosto 2013

IN PAGINA

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Un’opera d’arte, ma da leggere di MAURIZIO BONASSINA Un esperimento. Di sicuro si tratta di un esperimento. Forse un racconto, ma non è certo. Un libro non da comodino: questo è sicuro. Massimiliano Monaco propone un testo forse da leggere

o solo da guardare, come un’opera d’arte moderna, dove i contenuti ci sono, solo se li sai scovare. Tale e quale. Un falso d’autore (Oèdipus narrativa, pp. 92 e 11,50) racconta dell’autore, delle sue peripezie fra le righe, le parole e le pagine: il lettore (spettatore?) è coinvolto con un «noi» che sconfessa gli altri pronomi. La sfida è nel percorso di fantasia, dove la cadenza dei vocaboli e delle «immagini» non hanno una logica

Cultura

così come intesa nella comune sintassi e nella dottrina della comunicazione. Sta qui il genio? O è solo un «allarme» per chiamare a raccolta gli esteti della parola? Potrà dirlo chi legge. Facile però pensare a un neofuturismo e a quelle immagini, storiche, fatte di consonanti e vocali che spaziavano indifferenti a un costrutto logico ma che tanta impronta hanno lasciato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

il Classico Shahrazad, dopo mille e una notte, non ha più storie da narrare al sultano e rischia la vita: ma avrà un suggeritore per «La milleduesima notte» (Leone ed., pp. 96, e 6, testo originale a fronte, in libreria il 25 agosto), nota opera di Théophile Gautier (1811 – 1872, foto) autore de «Il capitan Fracassa».

Eventi Etica e politica, diritti umani, centralità occidentale. Concetto chiave in apertura: basta monologhi, è il tempo del «polidialogo»

Filosofia, Platone parla cinese

Congresso mondiale ad Atene. Dove si affermano pensatori e temi asiatici dal nostro inviato ad Atene DANILO TAINO

La critica degli orientali «Quando parlano di religioni e diritti umani, europei e americani non considerano le idee buddiste e confuciane»

ILLUSTRAZIONE DI CHIARA DATTOLA

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uemilacinquecento filosofi. Tutti assieme. E ad Atene, da dove mancavano da circa quindici secoli. Da ieri a sabato prossimo. Una festa tra le pietre di Socrate, Platone e Aristotele. Naturalmente discutono, sono bizzarri e vogliono avere ragione. Il cliché, però, si ferma qui. Non pensiate che il XXIII Congresso mondiale di filosofia, una riunione che si tiene ogni cinque anni, corra in modo noioso da un argomento all’altro e con linguaggi da specialisti. È il contrario: niente di elitario, a differenza di come siamo abituati a pensare in Occidente. La filosofia del XXI secolo sta uscendo dai confini tradizionali nei quali l’abbiamo spesso incarcerata e assume nuove dimensioni. Per esempio entra a piedi uniti nella politica, «perché etica e politica sono la stessa cosa», ha urlato dal pubblico dell’anfiteatro dell’università, dove si tiene il Congresso, un insegnante indiano, Satya Gautam. Soprattutto, diventa un affare globale: cinesi, giapponesi, indiani, thailandesi, kazaki, numerosissimi, in queste ore stanno conquistando Atene. Anche in filosofia, è con loro, con gli asiatici, che l’Occidente si deve confrontare. Sono emersi e hanno argomenti da fare valere: senza alcuna soggezione, ieri li hanno messi sul tavolo. Già, gli argomenti: la base stessa della filosofia, hanno detto in apertura del Congresso l’italo-messicano Evandro Agazzi e John McDowell, che si divide tra America e Sudafrica (a proposito di dividersi, sono sempre meno gli studiosi, anche di materie umanistiche, che se ne stanno fermi in un posto solo, che non abbiano almeno un paio di università in due continenti da curare). La funzione dell’argomento e del confrontarsi è la base sulla quale tutti sembrano concordare, che vengano dall’Ovest o dall’Est. «Il senso dell’argomentare — ha spiegato Dagfinn Føllesdal, che insegna a Stanford, California, e a Oslo, Norvegia — sta nel condurre a unità ciò che prima era disperso. Oggi che i mass media hanno una funzione così rilevante nell’influenzare la vita, va enfatizzata ancora di più la forza dei buoni argomenti». Fin qui, molto di condiviso. È quando si entra nel merito — ieri lo si è visto nettamente — che la filosofia dell’Occidente e quella dell’Oriente tendono a divergere e non sempre a capirsi. Mostrano di avere molto bisogno di parlarsi, dopo troppo tempo durante il quale si sono confrontate sporadicamente e solo per curiosità culturale, non per bisogno imposto dal mondo, come accade oggi. «Abbiamo molta strada da fare — dice il professor Føllesdal —. Soprattutto noi occidentali abbiamo studiato poco, anche per difficoltà linguistiche, l’Oriente; loro ci hanno studiato di più». Al

Protagonisti momento, però, i punti di vista scivolano presto in incomprensioni. In più, i cinesi e gli asiatici pongono questioni filosofiche che noi occidentali raramente consideriamo, ma che avranno conseguenze sulla nostra vita e sui rapporti politici e di potere nel futuro prossimo. L’incomprensione — il disaccordo — ieri è scoppiata dopo una lunga relazione di Anat Biletzki, che insegna all’Università di Tel Aviv e alla Quinnipiac University del Connecticut. La professoressa parlava di diritti umani e ha iniziato l’intervento con una domanda: «La religione è un ostacolo ai diritti umani?». Ha immediatamente risposto di sì. Ovviamente, ha argo-

mentato il suo punto di vista: tra le altre cose, ha sostenuto che i diritti umani e la democrazia si alimentano a vicenda, ma tra la democrazia e le religioni portate all’estremo ci sarebbe una coesistenza difficile, se non impossibile, come testimoniano le vicende politiche dell’Egitto, della Turchia, di Israele. La relazione ha raccolto applausi caldi. Ma ha anche suscitato le reazioni dei molti asiatici. Satya Gautam, indiano, ha posto la questione di come mai, quando parlano di religioni e diritti umani, i filosofi occidentali non considerino le filosofie buddista e confuciana, che hanno punti di vista diversi da quelli occidentali. Questo, per dire, è un campo tutto da arare,

nella relazione Est-Ovest, e gli orientali non lo lasceranno deserto. Su un altro piano, avete mai sentito parlare delle «madri tigre» cinesi, che impongono una disciplina rigida a figlie e figli affinché abbiano nella vita il successo che i genitori si aspettano? Con la conseguenza che, all’università, i ragazzi occidentali sono regolarmente superati da quelli cinesi? La taiwanese Su Ying-Fen ha riportato la questione agli insegnamenti di Yan Zhitui, l’intellettuale cinese del VI secolo che nelle Istruzioni famigliari del Maestro Yan ha sviluppato i concetti di pietà filiale e di fratellanza, per i quali il figlio e la figlia portano sulle spalle i genitori anziani per visi-

Usa Discriminazioni e sessismo: caso riaperto dopo le accuse di molestie a un prof

«Ricerche firmate da donne: solo il 4%» di SERENA DANNA

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on bastavano le chat erotiche con le studentesse del candidato sindaco di New York Anthony Weiner, o le molestie del sindaco di San Diego Bob Filner, l’estate americana degli scandali sessuali entra anche in accademia. Colin McGinn, acclamato filosofo inglese (nella foto), ha rinunciato alla sua cattedra all’Università di Miami per evitare un’indagine su presunte avance via sms e mail a una corsista. A rendere tutto più sgradevole, ci sarebbe l’atteggiamento del professore che — sul suo blog — si è difeso con le armi della retorica e della logica, sottolineando l’incapacità della donna di analizzare il suo linguaggio. La vicenda, denunciata agli inizi di giugno dal «Chronicle of Higher Education», è finita in prima pagina sul «New York Times», riaccendendo online la discussione sul sessismo nel mondo della filosofia. Secondo uno studio della sociologa Kieran Healy, pubblicato il mese scorso, dal 1992 a oggi gli articoli «degni di menzione» a firma femminile su riviste accademiche sono stati il 4% del totale. Non va meglio nelle università, dove le donne rappresentano il 24% del personale accademico e il 31%

dei dottorati. La misoginia che ha caratterizzato buona parte del pensiero filosofico occidentale — da Aristotele che considerava le donne sprovviste di autorità a Kant che le vedeva come strumenti di piacere —, raccontata in un volume del 2001, Le donne da Platone a Derrida a cura di Françoise Collin, Evelyne Pisier e Eleni Varika (Plon Editore), continuerebbe anche nelle iperconnesse aule universitarie del 2013. Lo sa bene Jennifer Saul, dottorato a Princeton, oggi a capo del dipartimento di filosofia dell’Università di Sheffield, che nel 2010 ha lanciato il blog «What is like to be a woman in philosophy?», in cui raccoglie racconti di studentesse, ricercatrici e insegnanti «vittime» dei soprusi, non solo intellettuali, dei colleghi maschi. «Nella tendenza a dividere gli studenti tra brillanti e semplicemente grandi lavoratori, per non dire stupidi — ha detto al "New York Times" —, le donne rientrano spesso nella seconda categoria». È ora di farlo presente. serena_danna © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il filosofo Bernard Li, della università Fu Jen di Taiwan

Anat Biletzki, israeliana, insegna a Tel Aviv e negli Usa

Lau Kwok-Ying, docente all’University of Hong Kong

tare il bosco d’autunno e il fratello maggiore ha in ogni momento il fratello giovane in mente. Fermezza e dolcezza per rendere forte la famiglia, al suo interno e nel mondo: qualcosa con cui già oggi le famiglie occidentali, rilassate e frantumate, fanno i conti e con cui anche i filosofi europei e americani si dovranno confrontare. A un livello più generale, Chen Hsueh-I, di Taipei, e Lau Kwok-Ying, di Hong Kong, hanno posto il problema dei conflitti interculturali nelle società aperte. E introdotto l’idea, sviluppata nella pratica dal professor Bernard Li dell’università Fu Jen di Taiwan, del Polylog (o Polylogue), il contrario del monologo e arricchimento del dialogo. Per dire che sul piano individuale il metodo di ascoltare e assorbire punti di vista che nascono da culture e filosofie diverse è fondamentale. «In questo campo — è la teoria di Chen — la terapia del filosofo è migliore di quelle dello psicologo, del sociologo, del politico». Ascoltare, assorbire, confrontarsi. Che è poi la base di una delle argomentazioni centrali dei dirigenti di Pechino nei confronti dell’Occidente: basta con il modello dei Paesi ricchi fondato sul monologo, con il «centrismo culturale» dell’Ovest. «Si tratta — dice Chen — di non cercare e non avere l’egemonia, ma di essere capaci di farsi influenzare da altri». Ora, che Pechino sia davvero disposta al Polidialogo va verificato. I filosofi occidentali, però, faranno bene a frequentare anche queste argomentazioni, nei prossimi anni: per gran parte di loro si tratta di territori in buona misura inesplorati, ma nel mondo d’oggi ogni giorno più rilevanti. In fondo, come insistevano ieri a dire i cinesi, «la filosofia non è solo fatta di documenti, ma anche di azione». Non che ad Atene siano sparite le dispute tra filosofi a cui siamo abituati da decenni. Nella sessione iniziale del Congresso, l’americano-norvegese Føllesdal ha per esempio criticato il famoso pensatore tedesco Martin Heidegger, perché incapace di riconoscere e esplicitare gli insegnamenti di chi l’ha preceduto. E ha attaccato due dei premiati con lo Holberg Prize, istituito nel 2003 dal governo norvegese per le scienze sociali e umane: la franco-bulgara Julia Kristeva, «perché usa Gödel per spiegare la struttura della poesia, ma non ha capito cosa dice Gödel», e il francese Bruno Latour, «un costruttivista sociale che sostiene che il batterio della tubercolosi è stato scoperto nel 1882, quindi il faraone Ramses non poteva essere morto di tubercolosi tremila anni fa». Dispute intra-occidentali. Ma oggi è soprattutto l’Oriente che inizia a mettere in discussione le verità profonde dell’Occidente. Occorrerà pensarci su: per ora, questa settimana, sotto il Partenone, ogni filosofo si sente a casa sua. @danilotaino © RIPRODUZIONE RISERVATA

Il norvegese Dagfinn Føllesdal insegna a Stanford, California

Polemica retrospettiva «Martin Heidegger si dimostrò incapace di riconoscere e di esplicitare gli insegnamenti di chi l’aveva preceduto»


Corriere della Sera Martedì 13 Agosto 2013

Bilanci Lo sguardo ironico di Sainte-Beuve sull’opera del pensatore francese. Che criticò l’89

Elzeviro Le nuove frontiere della neuroscienza

LA VERA COSCIENZA ABITA NEL CERVELLO di EDOARDO BONCINELLI

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ello strano mondo in cui viviamo si scrivono migliaia di libri sull’inconscio e le sue mirabolanti ma largamente ipotetiche proprietà. Molto poco si scrive invece, almeno per il grande pubblico, sulla coscienza, il vero grande problema neuroscientifico degli ultimi decenni. Sono quindi da salutare con grande favore i buoni libri sull’argomento, specialmente se scritti da veri esperti. È certamente il caso di Nulla di più grande (Baldini & Castoldi) scritto da due scienziati che si sono segnalati nel mondo per serietà e originalità di studi: Tononi è un italiano che vive e lavora all’estero, mentre Massimini è riuscito a tornare in Italia, a Milano, dopo un periodo passato nel laboratorio di Tononi. Quest’ultimo ha lavorato a sua volta per un periodo con Gerald Edelmann, grande immunologo convertitosi allo studio del cervello e divulgatore. I nostri autori puntano nientemeno che a una definizione

❜❜ Per ottenere

il pensiero occorre una struttura cospicua di cellule nervose del fenomeno della coscienza e ne descrivono alcune proprietà sperimentali da loro scoperte, che hanno grande valore teorico, ma anche eccezionale importanza clinica. Il viaggio intellettuale opportunamente prende le mosse da un’esperienza reale degna della penna di Shakespeare: tenere nel palmo di una mano un cervello isolato dal resto del corpo. Non tutti hanno fatto questa esperienza, neppure io, ma tutti oggi abbiamo visto almeno una volta l’immagine di un cervello umano, quel chilo abbondante di materia vagamente gelatinosa che, quando è in funzione, racchiude tutte le nostre sensazioni, percezioni, memorie, emozioni e capacità di elaborarle. Ritengo che l’esperienza di tenerlo in una mano non sia facilmente sostituibile, ma il concetto è che quello e solo quello è il cervello, e tutto quello che noi viviamo viene da lì, per quanto inverosimile la cosa ci possa sembrare. Compresa la coscienza, ovvero la capacità di sentire il mondo e sentirsi in quello (o anche parte di quello). Un’altra osservazione estre-

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Tocqueville, il semidemocratico Elogiò la libertà americana, ma diffidò dell’uguaglianza di LUCIANO CANFORA

mamente interessante che i nostri autori fanno è quella di comparare due grosse parti del cervello che potrebbero essere ambedue candidate a contenere le strutture necessarie per la comparsa della coscienza: il cervelletto e la corteccia cerebrale o, meglio, il sistema talamocorticale, cioè l’insieme della corteccia e delle strutture talamiche sottostanti. È chiaro che per raggiungere la coscienza (e il pensiero) occorrono strutture cerebrali piuttosto cospicue, formate da un altissimo numero di cellule nervose e dei collegamenti che le ammettono in relazione le une con le altre, ma questa si presenta come una condizione necessaria ma non sufficiente. Il cervelletto è ricchissimo di cellule nervose, ne contiene più del triplo del sistema talamocorticale, ma il cervelletto non è assolutamente in grado di assicurare una presa di coscienza: senza il cervelletto si conduce una vita un po’ complicata, ma la coscienza è presente, mentre è necessaria l’integrità di vaste regioni della corteccia e del talamo per essere presenti a se stessi. Questo ci fa riflettere sulla vera natura dell’accessibilità alla coscienza e ci indica una strada per poterla circoscrivere, se non analizzare in dettaglio. Non basta insomma un altissimo numero di neuroni per produrre una presa di coscienza, ma occorre qualche altra cosa. Quale? Non lo sappiamo ancora, ma gli studi dei nostri autori ci hanno condotto molto avanti su questa strada. Detto in parole povere, e di corsa per non rovinare la lettura, un cervello cosciente è capace di essere percorso nella sua interezza da segnali nervosi, mentre un cervello che manchi di questa facoltà è un cervello «sordo» e isolazionista nel quale i segnali nervosi restano sostanzialmente confinati nella regione dove sono stati prodotti. A questa conclusione si giunge con esperimenti raffinatissimi, condotti con le metodologie più avanzate, inducendo un temporaneo disturbo da fuori in una regione specifica del cervello e misurando come questo disturbo si propaga, o non, nel resto del cervello o, meglio, della corteccia. Una scoperta entusiasmante e uno strumento insostituibile per distinguere fra di loro i vari disturbi dello stato di coscienza in pazienti diversi. Anche la coscienza, il sancta sanctorum degli studi sul cervello e il fondamento della nostra interiorità, sta per essere svelata dalla scienza. Meditate gente, meditate. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Domani a Pavia i funerali

Addio allo storico Emilio Gabba rinnovò lo studio dell’antichità Si è spento a 86 anni Emilio Gabba, tra i maggiori esperti italiani di antichità romana. Era nato a Pavia, dove ha studiato con Plinio Fraccaro, poi all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, diretto da Federico Chabod. Professore di Storia romana all’università di Pisa e poi a Pavia (dal 1974 al ’96), Gabba è stato visiting professor a Oxford, Berkeley e Princeton. Centrale nel suo magistero l’idea di un rinnovamento dell’insegnamento della storia antica sia nei metodi che nei contenuti, con un’attenzione a storia della storiografia e aspetti politici, militari ed economici. Amico di Arnaldo Momigliano, Gabba ha diretto la «Rivista St0rica Italiana» e la rivista di studi classici «Atheneum». I funerali di Gabba si tengono domani alle 14 alla chiesa di San Francesco a Pavia.

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Vita e opera

a qualche mese le Edizioni della Normale, dirette da Michele Ciliberto, hanno dato vita ad una agile collana di testi brevi e significativi intitolata «Variazioni». Ne segnalo alcuni: dal trattato savonaroliano Sul governo di Firenze, alla recente pièce di Mario Moretti sul processo di Giordano Bruno, ai penetranti profili di Tocqueville scritti poco dopo la precoce scomparsa del nobile normanno da Sainte-Beuve. Mi fermerò in particolare su quest’ultimo, che è il nr. 1 della collana. Si tratta di recensioni all’opera di Tocqueville pubblicate dal critico tra il 1860 e il 1865. Non ha torto il critico quando nota che nella seconda parte della Democrazia in America (nei libri III e IV, editi cinque anni dopo i primi, nel 1840) l’America è ormai «un pretesto» e la critica riguarda la democrazia come tale. L’America — scrive Sainte-Beuve — diventa «prestanome, mentre è delle società moderne in generale che egli si occupa». «Uomo dell’89 — prosegue Sainte-Beuve — egli è però così gelosamente attaccato alla libertà che sta in guardia e nutre sospetti contro l’eguaglianza. Di quest’ultima egli è un consigliere così ombroso che in certi momenti lo si direbbe un suo avversario». Se avesse potuto conoscere l’appunto autobiografico di Tocqueville pubblicato per la prima volta nel 1925, intitolato Il mio istinto, le mie opinioni culminante nell’affermazione «Amo con passione la libertà, la legalità, il rispetto dei diritti, ma non la democrazia (…) Disprezzo e temo la folla» (Tocqueville, Scritti, note e discorsi politici, a cura di Umberto Coldagelli, Bollati Boringhieri 1994) non solo si sarebbe rinsaldato nel convincimento dell’importanza rivelatrice degli inediti ma vi avrebbe trovato qualcosa di ben più netto rispetto alla stessa sua diagnosi. Che merita di essere qui riferita anche per la straordinaria ironia di cui è impregnata: «Quanto a me — conclude infatti Sainte-Beuve su questo punto — l’ho subito paragonato, nella sua ricerca della democrazia futura, verso cui egli tende e s’incammina ma con un volto tanto pensieroso da essere triste, al pio Enea che andava a fondare Roma piangendo Didone: Mens immota manet, lacrimae volvuntur inanes». Ma Sainte-Beuve vede un forte divario tra la Democrazia in America (1835-40) e L’Antico Regime e la Rivoluzione (1856), anche se riconosce che l’incompiutezza di quest’ultima può render meno fondato il giudizio. Quel che gli appare certo è che, nell’opera sua ultima e incompiuta (che in realtà è il suo capolavoro), Tocqueville «sembrò ritornare al di qua dell’89, lui che fino ad allora ne aveva fatto una religione».

Alexis de Tocqueville (1805-1859, nell’immagine piccola) è stato filosofo, politico e storico francese. La sua fama di eminente pensatore

liberale è dovuta al saggio «La democrazia in America», concepito durante un viaggio negli Stati Uniti tra 1831 e 1832 (nell’immagine grande, «La mano dello zio Sam», Corbis). Nell’analisi delle rivoluzioni francese e americana sottolineò la differenza tra il terrore in cui sfociò la prima, e la libertà che caratterizzò, pur tra alcuni difetti, la seconda

Nel saggio incompiuto sulla Rivoluzione, non si tratta più dell’equilibrio instabile, o per meglio dire dell’antitesi libertà-eguaglianza (o democrazia), ma della «sua (di Tocqueville) paura della centralizzazione» che lo porta a «misconoscere i grandi provvedimenti in favore dell’equità che dobbiamo a Richelieu e a Luigi XIV». Il problema però sarebbe da porsi in termini alquanto diversi. In realtà, ancora nelle ultime pagine del libro incompiuto, Tocqueville recupera il «culto» per l’89 tanto da creare la poi celebre polarità tra l’89 (regno della libertà) e il 93 (tragico affermarsi dell’uguaglianza). Scrive infatti: «L’89, periodo di inesperienza, sì, ma di generosità, di grandezza; periodo immortale nel ricordo cui si volgeranno con ammirazione e con rispetto gli sguardi degli uomini quando da tempo saranno scomparsi coloro che l’hanno vissuto, e noi stessi». Sono le pagine finali del libro III, cui segue la allarmata descrizione dell’affermarsi progres-

Il paragone virgiliano Una personalità che somiglia al pio Enea: andava a fondare Roma piangendo Didone, con un volto tanto pensieroso da essere triste

sivo del bisogno di uguaglianza. Ma l’89 fu già, con la rivoluzione contadina che travolse con inusitata violenza i privilegi feudali e portò alle storiche deliberazioni del 4 agosto da parte della «Costituente», un primo ’93. Tutto lo sviluppo successivo della Rivoluzione sta già nell’89. Questo vide Georges Lefebvre nel mirabile saggio L’Ottantanove. Nel valutare l’opera di Tocqueville politico, alle prese con la grande svolta delle due rivoluzioni quarantottesche (che in certo senso riproducevano la polarità ’89/93), Omodeo istituisce in apertura un paragone con l’azione politica di Cavour: «Tocqueville assorto nei problemi della conoscenza e della penetrazione della vita politica e sociale, Cavour irrompente in piena letizia verso l’azione e la direzione politica degli uomini». E sovviene, a significare la distanza tra i due, la splendida lettera di Cavour ad Anastasia de Circourt (fine dicembre 1860): «Non mi sono mai sentito così debole come quando le Camere sono chiuse (…) Se si giungesse a convincere gli italiani che hanno bisogno di un dittatore, sceglierebbero Garibaldi e non me. E avrebbero ragione». © RIPRODUZIONE RISERVATA

R Il libro: Charles-Augustin Sainte-Beuve, «Ritratto di Tocqueville», a cura di Giulia Oskian, Edizioni della Normale, pp. 144, € 10

A Palermo Il premio Nobel denuncia la «decadenza» del sistema politico e culturale

Vargas Llosa: da voi frivolezza al potere e una editoria che ignora i miei saggi di FELICE CAVALLARO

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onsidera segni di decadenza del vecchio continente «la politica corrotta, i migranti che affogano nel Mediterraneo, l’erotismo ridotto a pornografia», ma un romanziere amato come il peruviano Mario Vargas Llosa, riflettendo sui mali del tempo non si rassegna al pessimismo, convinto che «i migliori debbano riprendere la guida di questi Paesi, anche dell’Italia, senza lasciare spazio a mediocri, buffoni e istrioni oggi in prima fila». Dall’autore di tanti racconti che l’hanno proiettato ai vertici della letteratura con il Nobel del 2010, da un maestro della narrativa sudamericana con cittadinanza spagnola, forse, i giurati che a Palermo gli hanno assegnato il premio Tomasi di Lampedusa, in memoria dello scrittore del Gattopardo, non si aspettavano riflessioni tanto centrate sull’attualità. Ma spazza ogni dubbio Vargas Llosa spiegando perché ci sia una parte di sé meno nota: «Hanno tradotto tutti i miei libri in tante lingue del mondo, eppure gli editori preferiscono i romanzi, solo la parte creativa, i testi teatrali, mentre ignorano i saggi, gli interventi di taglio civile, le riflessioni sui totalitarismi. Cen-

Mario Vargas Llosa (foto Fucarini)

sura? No, direi che è schizofrenia. Fatto sta che anche in Italia ai romanzi provvede la grande Einaudi e per l’opera omnia in cui ci sono anche quei saggi bisogna leggere i testi editi dalla meno nota Scheiwiller...». Riflessioni prive di recriminazioni, consegnate col sorriso in un contesto che acquieta lo spirito. Perché ieri mattina, in vista del premio che riceverà stasera a Santa Margherita Belìce, Vargas Llosa è andato a casa del Gattopardo, l’austera dimora di via Butera a Palermo, i balconi sulla marina, il figlio adottivo

del principe-scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, a mostrare manoscritti, oggetti, arazzi, aprendo le porte della biblioteca ricca di preziosi volumi. E lui, incantato: «Mi sembra di sentire il profumo della storia. Spero che mi contamini un poco. Respiro, sfioro questi libri perché resti quanto avverto dentro di me. Ecco uno dei rari scrittori che avrei voluto conoscere. Non mi capita quasi mai. Invece nel 1980, quando vivevo a Londra, lessi per la prima volta il Gattopardo, scoprii Tomasi di Lampedusa, cominciai a studiarlo e scrissi un saggio sull’opera...». Inevitabile il salto dai gattopardi a quanti vennero dopo, «jene e sciacalli» per il novellista che rimpiange «la cultura radicata attorno a principi chiari, capaci di far distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo, i valori estetici base di quelli etici». Un sistema sfregiato nella politica dove, appunto, dominerebbero i buffoni. Con esplicito riferimento «a una figura caricaturale» come quella di Berlusconi, ieri sbeffeggiato in casa del Gattopardo: «Che orrore la frivolezza al potere. Io mi considero un uomo di destra, ma non mi sento rappresentato dal Cavaliere, mentre ammiravo come leader Margaret Thatcher...». Per la politica ripropone la massima di Karl Popper per cui «le si deve chiede-

re di fare il meno danno possibile». E la crisi dell’Europa sarebbe prova di questo gran danno. «Ma ne uscirà l’Unione Europea. Come l’Italia. Solo facendo tesoro di quanto sta accadendo», ripete. Convinto che si debba «migliorare la qualità e sganciare i nuovi politici dalla tentazione del denaro». Un invito a far piazza pulita dei mediocri, a guardare al Mediterraneo «senza lasciare a mafia e trafficanti il fenomeno dell’emigrazione», a stimolare comportamenti retti nella vita pubblica, in cultura e in tante altre manifestazioni. Compreso un tema ricorrente nei suoi libri, l’erotismo: «Se ne perde il gusto nella controfigura della pornogra-

Giudizi taglienti Mi considero di destra ma non rappresentato dal Cavaliere, mentre come leader ammiravo Margaret Thatcher fia, mentre è un movimento liberatore dell’animo umano, arte, creazione, manifestazione dell’istinto modellato sulla delicatezza. Non decadenza atroce». Mali (non solo) europei che non lo ancorano al pessimismo: «Viaggio molto. Confronto l’Europa e il resto del mondo. Che fortuna essere europei! Non abbiamo il diritto di essere pessimisti. Per scrivere il libro oggi premiato, Il sogno del celta, ho vissuto in Congo. Ecco un Paese tormentato e disgraziato. Lì sì che puoi essere pessimista. Non qui». © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Martedì 20 Agosto 2013 Corriere della Sera

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Cultura

il Classico Francia del Nord, prima rivoluzione industriale. La storia di Étienne Lantier, figlio di Gervaise Macquart, si intreccia con le vite (durissime) dei minatori, in un romanzo epocale. È Germinale, di Émile Zola (foto), riproposto dalla Feltrinelli (pp. 510, e 10). Traduzione di Stefano Valenti.

La discussione Una risposta a Natalino Irti su volontà di potenza e rapporto tra scienza e diritto. Il declino delle forme usuali del sapere

Oltre il profitto: il capitalismo domani

Il vero motore dell’economia è ormai la tecnica, destinata al dominio del mondo di EMANUELE SEVERINO

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crive Natalino Irti: «Perché, mi domando, e domando a Severino, la tecnica come capacità indefinita di realizzare scopi (capacità velata di astratto e generico) sarebbe destinata a soverchiare la tecnica della forza, che è immanente al diritto e che accompagna ogni norma con la protezione di atti coercitivi? Perché quella volontà di potenza è più potente di questa?». La domanda che Irti mi rivolge si trova nel suo libro più recente L’uso giuridico della natura (Laterza) che, egli ricorda, prolunga la pluridecennale discussione tra noi due sul tema della tecnica. E la prolunga in modo quanto mai felice, innanzitutto per l’importanza di queste pagine. Dedicate a me «nella concordia discors del pensiero». Lo ringrazio di cuore. Con altrettanta generosità l’eminente giurista rileva di quanto si sia ridotto il suo sentirsi «discorde». Rimane però quella domanda. Da lui rivoltami altre volte e a cui altre volte ho risposto. Dev’esserci quindi qualcosa che inceppa l’intesa, e che provo a snidare. Accennerò poi alla direzione delle motivazioni che costituiscono l’organismo della risposta (attendendo che Irti le consideri).

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Una spinta che progetta l’incremento indefinito di se stessa Il mio discorso sulla tecnica non indica uno stato di cose già in atto, ma una tendenza (non priva di resistenze): all’interno delle diverse forme di tecnica è oggi in via di formazione il progetto che ha lo scopo di aumentare senza limiti la capacità umana di realizzare scopi, di dominare il mondo. Anche, ma non solo, per questo vado scrivendo che la tecnica, in quanto è tale progetto, è «destinata» a prevalere sulle forme di tecnica che ad esso si oppongono. (La «destinazione» si riferisce al futuro). Questa capacità è «velata di astratto e di generico» (come scrive Irti), ma solo nel senso che oggi l’uomo non può conoscere concretamente e specificamente le proprie capacità future. La sua volontà vuol diventare «sempre più» potente. Soprattutto oggi, nel tempo in cui i Limiti filosofico-religiosi posti dalla Tradizione all’agire umano vanno mostrando, soprattutto all’interno del pensiero filosofico, la loro impotenza pratica e concettuale... «Volontà di potenza» e «tecnica» sono sinonimi; ma la Tecnica che progetta l’incremento senza Limiti inviolabili della propria potenza differisce essenzialmente da tutte le forme di tecnica in quanto sottoposte a quei Limiti e che pertanto le si oppongono. Differisce da esse, spingendole altrove, ma agendo al loro interno.

Si chiamano economia, politica, morale, diritto, arte, le stesse discipline scientifiche (fisica, biologia, astronomia, eccetera) e le «tecniche» da esse guidate (apparati industriali, militari, burocratici, sanitari, scolastici eccetera). Anche il capitalismo è ancora, prevalentemente, una forma della Tradizione: pone come Limiti inviolabili (e pertanto come «verità» indiscutibili e «naturali») l’uomo in quanto individuo isolato e libero, la proprietà privata di beni e mezzi di produzione, il mercato come dimensione che rende possibile il profitto e la sua crescita, la concorrenza e, anche, il sistema di leggi che garantiscono la perpetuazione di questi Limiti, il sistema cioè che nelle società capitalistiche viene chiamato «diritto» tout court. Invece, Irti è ancora convinto che, nel mio discorso, quella tra la Tecnica e le altre forme di volontà di potenza sia la contrapposizione tra una certa particolare forma di tecnica, quella fisico-matematico-biologica, e le altre forme, tra cui il diritto (la volontà capace di regolare altre volontà). E, appunto, si domanda perché debba prevalere l’una piuttosto che l’altra. Sennonché, dico destinata a prevalere non quella forma particolare (sebbene oggi emergente), ma la Tecnica in quanto progetto di incrementare all’infinito la potenza presente nelle tecniche esistenti e che mira a porre tale incremento come la norma suprema — la norma che è il più radicale superamento delle Norme e Limiti imposti dalla Tradizione. Un progetto dunque che non sta sopra la testa di quelle forme («astratto e generico»), e non è nemmeno la loro semplice somma, ma tende ad esser sempre più presente e dominante in ognuna (e, certo, in modo più avanzato, nella forma fisico-matematico-biologica) e a distoglierle dalla loro soggezione ai Limiti inviolabili che via via sono stati loro imposti. Nel diritto quei Limiti si incarnano nel cosiddetto «diritto naturale». Che però tende ad essere sempre più emarginato dalla convinzione che il diritto sia «positivo», posto storicamente dalle volontà vincenti; non, quindi, espressione di una volontà che rispecchia una immodificabile «Legge Naturale». Nel mondo occidentale (ma ormai sull’intero Pianeta, sia pure in modi molto differenziati e spuri) vincente è ancora, e nonostante le sue crisi, la volontà capitalistica, ed essa si impone come «la Legge», lasciando sullo sfondo, quasi dimenticato, quel carattere «positivo» della legge che sta soppiantando la pretesa del diritto capitalistico, di essere «naturale». La «forza» e la capacità «coercitiva» sottolineate da Irti non competono cioè a una pura volontà giuridica separata dalla volontà vincente, ma alla capacità di quest’ultima di rendere operante la forza e il carattere coercitivo della volontà giuridica. (La contrapposizione tra potere politico e potere giudiziario — o quella dove un gruppo economico è sottoposto al giudizio della magistratura — si svolge completamente all’interno dell’orizzonte giuridico che tutela i valori dell’economia di mercato). La volontà che progetta l’incremento indefinito della potenza non è quindi, come invece Irti mi obbietta, «astratta disponibilità, generica forza di raggiungere risultati», «indistinta e indefinita varietà degli scopi», «nome con funzione riassuntiva» — mentre il diritto

Bibliografia

Un confronto a distanza ] Nel suo recente libro «L'uso giuridico della natura» (Laterza, pagine 124, € 14) Natalino Irti, docente emerito della «Sapienza» di Roma, si sofferma sul tema dell’artificialità del diritto, come prodotto della volontà umana e non di un’autorità esterna e superiore ] Due capitoli di questo volume, intitolati «L’essenza tecnica del diritto» e «Diritto positivo e normatività della tecnica», sono dedicati da Irti a un confronto con il pensiero di Emanuele Severino ] Ormai da molti anni la riflessione di Severino ha assunto come uno dei suoi temi fondamentali lo sviluppo incontrollato e inarrestabile della tecnica nell’età contemporanea. Va ricordato a tal proposito il suo saggio «Téchne. Le radici della violenza», pubblicato da Rusconi nel 1979 e riproposto in edizione ampliata da Rizzoli nel 2002 ] Due tra i più importanti libri dedicati da Severino a questo argomento centrale della sua filosofia sono «La tendenza fondamentale del nostro tempo» (Adelphi, 1988) e il più recente «Capitalismo senza futuro» (Rizzoli, 2012)

avrebbe il vantaggio di essere «decisione» che impone certi scopi escludendone altri (pp. 53-54). Le cose non stanno così. Le decisioni del diritto sono le decisioni del capitale, o dell’economia pianificata, cioè delle forme di volontà di volta in volta vincenti. Le volontà di potenza che hanno come scopo la potenza di certuni e non di altri, di certe concezioni del mondo e non di altre, di certe forme di ricerca e non di altre, non possono avere come scopo la crescita senza limiti ed esclusioni della potenza, ma la ostacolano. (Il socialismo reale ha ostacolato

lo sviluppo tecnologico dell’Urss; il capitalismo evita la produzione dei beni che, pur vantaggiosi per l’uomo o l’ambiente, non avrebbero mercato, e alimenta forse quella relativa scarsità delle merci senza la quale, cioè con la loro abbondanza e la caduta della domanda, non avrebbe nulla da vendere. E in ognuno di questi casi vengono ostacolate forme di potenza, quali, appunto, la tecno-scienza, il benessere dell’uomo e dell’ambiente, il superamento della scarsità). Perché, dunque — riformulo così la domanda di Irti — la Tecnica è destinata a prevalere sulle forme

particolari di essa nella misura in cui la ostacolano? E che le si oppongono sia per il loro chiudersi nella loro particolarità, sia per l’esser ancora soggette ai Limiti della Tradizione? E quindi: perché la Tecnica è destinata a prevalere anche sul diritto in quanto le si oppone nel senso ora indicato (visto che, nella misura in cui sono invece il terreno in cui prende piede la Tecnica in quanto progetto di potenziare all’infinito la potenza, la Tecnica non prevale su di esse, emarginandole, ma se ne serve — o prevale nel senso che quel progetto è lo scopo che

Interviste I personaggi famosi raccontano in un libro i «simboli del ricordo»

L’arte di passeggiare tra i grandi di ARMANDO TORNO

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mile Cioran ha lasciato una frase ne L’inconveniente di essere nati acuminata come un punteruolo: «Sui frontoni dei cimiteri si dovrebbe incidere: "Niente è tragico. Tutto è irreale"». Parole inattuali in un mondo che rimuove continuamente l’idea della morte e che considera i cimiteri un problema urbanistico, avendo perduto il senso del sacro. Valeria Paniccia ha avuto un’idea contraria a quel che i più sentono: attraverso alcune interviste ha realizzato una guida — decisamente migliore di tanti romanzetti, ormai sempre più confusi con opere letterarie degne di qualche considerazione — per praticare un turismo sui generis: visitare, conoscere, riflettere nei cimiteri. È così nato il libro Passeggiate nei

prati dell’eternità (Mursia, pp. 308, € 18). I due luoghi che desideriamo segnalare per le suggestioni che offrono durante la lettura sono Père-Lachaise a Parigi (con Giorgio Albertazzi) e Novodevichy a Mosca (con Demetrio Volcic). Certo, ve ne sono altri, dal Monumentale di Milano a San Michele in Isola di Venezia (dove si può meditare a lungo sulle tombe di Ezra Pound e di Josif Brodsky), via via sino ad arrivare a Los Angeles, Firenze o Napoli. Ogni luogo offre un’occasione per pensare. Il segreto del nulla, che i cimiteri custodiscono gelosamente, nella pagine di queste Passeggiate bisbiglia qualcosa. Se nella settima divisione di Père-Lachaise si può evocare la vicenda di Abelardo ed Eloisa (il sepolcro è in stile neogotico), «la più infelice storia d’amore del medioevo», o forse «la più sensuale e tragica», a Novo-

devichy la guida Demetrio Volcic ricorda che in questo cimitero «basta perdersi e si aprono mondi: letteratura, politica, scienza, musica, storia, teatro, danza, cinema». Per un semplice motivo: «Questo cimitero sembra una città senza tempo». Ecco Nadezhda Allilujeva, morta suicida nel 1932 a 31 anni, seconda moglie di Stalin; oppure il lacerto ove riposa Majakovskij, o la lapide nera che ricorda Prokofiev. Nelle pagine ci si perde in storie e ricordi. I morti parlano più dei viventi, probabilmente perché hanno molte cose da raccontare. Lo fanno indirettamente, con segni e tracce, ma i loro discorsi si attaccano all’anima. Forse perché nessuno di loro osa contraddire quanto Cechov scrisse in Biancafronte: «La morte non vuole gli stupidi». © RIPRODUZIONE RISERVATA


Corriere della Sera Martedì 20 Agosto 2013

IN PAGINA

Cultura 31

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Un bla bla con i fantasmi di ANTONIO DEBENEDETTI Quale posto dare a queste pagine nella biblioteca? Fate un piccolo spazio accanto a Fitzgerald o Dorothy Parker. Una cronista mondana, per quanto eccezionale, accanto a due scrittori super? Provate prima di

scandalizzarvi a sfogliarla, l’autobiografia di Elsa Maxwell: Ho sposato il mondo, pubblicata da Elliot nella traduzione di Anna Palazzesi (pp. 377 - € 17,50). È un’opera rinata dalle sue ceneri. La morte di tutti i protagonisti ha riscritto il libro, gli ha dato una diversa valenza e dignità. Ieri era un’antologia di pettegolezzi e ritratti mondani, oggi è un salotto popolato di fantasmi. C’è il tono di un’epoca. Vi trovate a conversare con re e regine, uomini di Stato, industriali, grandi di

Hollywood. Entrate, guidati dal bla bla dell’autrice, dove avevano diritto d’accesso solo potere e lusso. Gli umili? Esclusi. Elsa, che la natura aveva fatto irrimediabilmente brutta, parla solo di quello che brillando seduce. Da non perdere il racconto di una cena a casa Chaplin insieme con Einstein o il profilo di Cole Porter, meglio se goduto fischiettando mentalmente «Night and Day». O preferite «Stardust»? © RIPRODUZIONE RISERVATA

Costumi Un romanzo racconta le nostre assurdità, i luoghi comuni e le debolezze

Una ricercatrice di fronte a un maxischermo interamente ricoperto di formule (immagine: Ben Hupfer/Corbis)

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Chi si oppone finisce per rinchiudersi nei limiti della sua particolarità, della Tradizione

regola i loro scopi particolari)? Rispondo così. 1) Oggi la tecnica (tecno-scienza e apparati) si presenta ancora come un mezzo, anzi come il mezzo più potente di cui si servono le volontà di potenza dominanti e tra di loro in conflitto: Stati, concezioni politiche e religiose e, soprattutto, la volontà oggi più potente, il capitalismo. 2) Ma nella tecnica si sta facendo largo, ravvivandola, la Tecnica in quanto progetto di incrementare all’infinito la potenza, oltre ogni Limite «assoluto». 3) Il fondamento di questa negazione è l’essenza — il «sottosuolo» essenziale — del pensiero filosofico del nostro tempo. 4) Nel conflitto, ogni volontà può prevalere sulle altre solo se rafforza sempre di più il mezzo tecnico di cui dispone. 5) Tale rafforzamento è ulteriormente rafforzato dal progressivo prender piede, nella tecnica, del progetto della Tecnica di aumentare all’infinito la potenza — e tale progetto è a sua volta rafforzato dalla volontà, quella capitalistica in testa, di potenziare il mezzo di cui essa dispone. 6) Pertanto lo scopo delle volontà dominanti si trasforma. Infatti, riferendoci ora al capitalismo, esso — e quindi il diritto che lo esprime e sancisce — tende a non aver più come scopo primario l’incremento del profitto, ma la sintesi tra tale incremento e il rafforzamento del mezzo: il rafforzamento che nella sintesi tende a occupare sempre più spazio rispetto a quell’incremento. 7) In tal modo la tecnica, da mezzo, tende a diventare lo scopo di quelle volontà — che quindi si trasformano e la cui configurazione originaria tramonta. La tecnica tende dunque a diventare lo scopo del capitalismo e del diritto capitalistico. E in questa tendenza consiste la destinazione della tecnica al suo prevalere su di essi e al dominio del mondo. 8) A questo punto si tratterebbe di richiamare il senso autentico di tale «destinazione», confrontando ad esempio i miei La tendenza fondamentale del nostro tempo, pubblicato dalla Adelphi nel 1988, o Capitalismo senza futuro, edito l’anno scorso dalla Rizzoli. Ma, dicevo all’inizio, questo è solo un cenno alla direzione della risposta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Intellettuali d’Italia in ginocchio È il tempo dei profeti low cost Il viaggio di Bettini in un Paese senza senso del ridicolo di RANIERI POLESE

cate. Dovunque si trovano i due giornali che secondo il Soprastante «fanno cultura», settin un’Italia non molto diversa dalla no- manali dai nomi ammiccanti, «Piùpiù» e stra, in un futuro non tanto lontano, un «Chièlà», dove, tra foto di matrimoni e miraanonimo spaventato impiegato chiede ot- coli di padre Pio, ci sono le importanti rubrito giorni di ferie. Lavora in uno strano uf- che di astrologia e di agricoltura biodinamica. ficio e molto strano è anche il suo capo, chia- In ogni locale, gli schermi delle diverse tv mato il Soprastante, il cui compito è «dirige- mandano in onda giochi a quiz: per 10 mila euro, chi era la Ragazza del Clan? Ragazzi e re, valutare, indirizzare la nostra cultura». Non è un ministro, il Soprastante, e nem- ragazzi passano il tempo guardando i loro meno è chiaro il perché del suo potere e anco- smartphone e inviando e leggendo messaggi. ra meno chiara è la sua preparazione in mate- Mentre è tutto un concerto di nuove suonerie ria di cultura. Il suo principio è: stiamo ad (tipo «rutto di CocaCola»). Le piccole vacanze intelligenti dell’impiegaascoltare. Che si può tradurre così: «Ciò che conta nell’amministrazione della cultura è es- to riservano, però, alcune sorprese nel finale. senzialmente il giudizio della gente, in particolare quello di coloro che non posseggono alcuna cultura». L’impiegato ottiene le ferie, gli viene pure fornito uno zainetto con una penna e un taccuino, può andare a constatare dal vivo la cultura del nostro Paese. A una condizione: allo scadere dell’ottavo giorno dovrà guardare in tv il Festival di Sanremo, che il Soprastante ritiene un appuntamento irrinunciabile, un dovere culturale. In forma di romanzo (Con l’obbligo di Sanremo, Einaudi, pagine 127, € 16) Maurizio Bettini segue il suo uomo senza qualità in un viaggio a tappe. In cui, a ogni sosta, il candido impiegato scopre modi e nodi dell’Italia culturale, che Bettini racconta con lo scrupolo del filologo (e il divertimento amaro dello scrittore satirico). Al Nord vede in azione il locali- Adriano Celentano al Festival di Sanremo del 1961 smo che difende radici e tradizioni gastronomiche vietando l’apertura di Come la facoltà universitaria in cui professori una kebabberia (e pure il cuscus nelle mense clandestini insegnano a volenterosi studenti, scolastiche). Passa poi a un Festival letterario, consapevoli entrambi che con i tagli all’istrudove si stupisce nel trovare tanta gente che zione pubblica i primi non saranno mai pagalegge ancora; ma deve subito ricredersi per- ti e i giovani si dovranno accontentare — ché l’evento di maggior richiamo è un dibatti- quando li trovano — di lavori precari nei cento «alto, colto» su una trasmissione tipo Isola tri commerciali. Li anima un po’ lo spirito dei dei famosi. Infine, ecco che sul grande scher- volontari di «Fahrenheit 451», quelli che impamo arriva lo scrittore cosmopolita e superbesteller che forse è stato il segretario di Borges e la cui vera identità sarebbe contenuta in un Le origini televisive manoscritto apocrifo conservato in un tem- Tutto è cominciato a Sanremo pio azteco. Per i suoi spostamenti l’impiegato e il festival non può essere assolto usa treni locali, completamente coperti dai graffitari («Gli italiani, si sa, amano l’arte»), nemmeno con la tipica scusante mentre all’interno degli scompartimenti è tut- dell’impronta «nazionalpopolare» to un fiorire di scritte sentimental-sgrammati-

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ravano a memoria i libri mandati al rogo. Così come — ed è l’ultima stazione prima del Sanremo dell’obbligo — fa la compagnia teatrale che recita il Cyrano di Bergerac, per l’ultima volta perché non ci saranno più finanziamenti. Il viaggio nella terra desolata si chiude, programmaticamente, con il Festival, preceduto da lunghe ore, obbligatorie, di programmi che ritrasmettono canzoni e momenti della storia di Sanremo. Triste conclusione e sconsolata, che comunque Bettini coniuga con una forte dose di ironia, come nella visione di Celentano nuovo profeta («un tale vestito con una palandrana» che alterna lunghissime pause con frasi che all’impiegato paiono senza senso); oppure nella descrizione del «cantautore italiano medio» che fa rima con parole come intemperanza-stanza-paranza. Già, ma a questo punto nasce la domanda: che anno è, che mondo è? Bettini si premura sempre di dirci che tutto si svolge nel futuro, però, mettendo insieme un po’ di dettagli, non è difficile scoprire che il futuro di cui parla è adesso. Temporalmente, l’impiegato distingue tra un prima e un dopo, separati da un periodo di «vent’anni» in cui tutto è cambiato. Poi ci dice che tutte le tv trasmettono senza sosta il film Don Camillo e l’onorevole Peppone, con l’obiettivo di «convincere gli spettatori che in Italia ci sono ancora i comunisti». Nel Paese la verità passa solo dal teleschermo, che a parte Don Camillo offre solo quiz e reality e intanto impone nuovi tipi antropologici: il conduttore abbronzato pelato palestrato e la ragazza in costume da bagno. Ragion per cui la gente legge sempre meno, si fa differenza tra nozioni utili qui e ora, pochissime, e quelle inutili (la maggior parte, servono solo a chi vuole partecipare a un quiz). E la cultura ormai non dipende più da governi o ministri, ma è amministrata dai nuovi mezzi di diffusione che sono «più vicini alla gente». E Sanremo? Per Bettini non è da assolvere, nemmeno con la scusante del «nazional-popolare». In fondo, lascia intendere, fu proprio con Sanremo che iniziò «il dibattito colto e alto» sulla cultura bassa. Quello che ci è arrivato poi, forse, cominciò proprio da lì. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Sapore di mare La mutazione genetica dei più piccoli e il nuovo stile delle mamme: tutto è possibile e permesso. È la resa finale alle cattive maniere

Genitori e bambini, l’estate travolgente degli ingovernabili da spiaggia di LUCA GOLDONI

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li scienziati non ci hanno ancora illustrato la mutazione genetica avvenuta nelle corde vocali dei bimbi. Li abbiamo sempre uditi vagire, piangere, singhiozzare, piagnucolare, frignare, urlare. Ma da un po’ di tempo ci fanno sussultare con strilli laceranti, prossimi agli ultrasuoni, un mix di gesso sulla lavagna e tram che stride in curva: radioinfanzia li ha edotti che con questi strilli perentori come fischi dell’arbitro che sanziona un cartellino rosso, si ottiene udienza immediata. L’estate è il test per eccellenza del livello pedagogico nazionale. Nelle altre stagioni i piccoli si disperdono nei condomini, cortili, giardinetti spelacchiati. D’estate ce li troviamo improvvisamente appiccicati nell’ombrellone di fianco, nella camera di sopra, in sala da pranzo: inevitabile un giudizio sullo standard di educazione. Soccombiamo a questa invasione soprattutto da quando gli alberghi, per contrastare la crisi del turismo, offrono soggiorni gratis, dai neonati agli adolescenti. Si moltiplicano le cop-

pie con due figlioletti per mano e un terzo imminente, ancora chiuso in quell’aerostato che le mammine sfoggiano al di sopra del tanga. Da tempo suggerisco agli albergatori di creare accanto alla sauna una sala parto, così la puerpera può trasferirsi dal letto al lettino, senza perdere un minuto di sole. Parlavo di standard educativo: dilaga il permissivismo, formula di tutto riposo perché legittima il disinteresse con l’alibi della pedagogia. Tutto risale agli anni 60 quando esplode il dibattito sul sì o no alle favole, alle sculacciate, al premio e castigo. Ricordo una mamma evoluta: «Se l’educazione fosse un corso di due o tre ore al giorno, si otterrebbe la formula perfetta»: per quel lasso di tempo ci si può imporre uno stile e una coerenza. Ma la cura di un figlio dura h 24 e poiché la vera educazione non consiste nelle prediche ma nell’esempio quotidiano, il pupo va in tilt: gli ripetono che non deve dire bugie e poi sente la madre che istruisce la domestica, se telefona l’Angela dille che non sono in casa. Dunque, severità zero, tolleranza mille. Incombe il verbo traumatizza-

Il litigio di due bambini senza controllo in un’illustrazione di Chiara Dattola. Ma c’è anche chi, a due anni, sa stare composto a tavola

re e il piccolo vien su senza traumi e senza complessi: assaggia col dito il bignè sul vassoio prima di sceglierlo, mentre la mamma non repressiva legge il gossip del giusto. Una volta che su una spiaggia più fitta di un volo low cost un ragazzino faceva lo slalom fra gli ombrelloni sventagliando sabbia in bocca a tutti, chiesi ad alta voce di chi era quell’affare. Una giovane niente male si staccò un attimo dal telefonino e, in una solenne dichiarazione dei diritti della madre, sillabò: il figlio è mio, ma non posso farci niente, è ingovernabile. E dovetti riconoscerle almeno un’impeccabile proprietà di linguaggio. A questo punto si impone una difesa d’ufficio degli ingovernabili gratis. La riviera adriatica è nata e cresciuta con le famiglie e i bambini. Ma un tempo valevano regole precise, per esempio gli infanti alle 11 venivano trasferiti dalla spiaggia al fresco della pineta. Oggi si ubriacano di sole fino a quando le loro mamme ben grigliate si tolgono dall’orecchio il filo dei Modà, fanno l’ultima doccia e lasciano a malincuore il loro nirvana di creme. Il piccolo, morto di sonno, passa dalla

bolgia di spiaggia a quella della sala da pranzo, dove si allattano poppanti, i padri li cullano fra lasagne e fritti misti, i ragazzini si rincorrono sgambettando i camerieri. Ignorata la civile usanza del tempo che fu quando i genitori si davano il cambio, uno pranzava, l’altro accudiva il pargolo in camera. (Forse i bulli delle bravate più odiose sono ex bimbi nevrotizzati che hanno inconsciamente accumulato una carica di rivalsa verso tutti e tutto. Da qui il mio appello: salvate il bambino Ryan). Detto questo, resto affascinato da due aspetti. Il primo è la stoica sopportazione da parte dei clienti a prezzo intero: sempre i soliti noti che pagano le tasse degli evasori, così come compensano i soggiorni delle figliolanze gratis. Il secondo sono le eccezioni alla norma: marmocchi di due anni che sanno stare a tavola. Non sono infelici e complessati. Semplicemente hanno accettato delle regole ben insegnate. Mentre un’infanzia ingovernabile prefigura la società italiana, mandria senza cowboy. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Corriere della Sera Giovedì 22 Agosto 2013

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Cultura

il Classico A proposito di filtri d’amore riunisce cinque racconti di Jerome K. Jerome (1859-1927, nel tondo). I testi comici sono «pescati» dalla seconda raccolta di «pensieri oziosi» (1898) del maestro inglese dell’umorismo. Il libro, a cura di Franca Brea, esce il 26 agosto per Mattioli 1885 (pp. 84, e 9.90).

Miti Le rappresentazioni della fanciulla che sconfisse il diavolo popolano la storia dell’arte. Con un’ulteriore, incredibile incarnazione

La leggenda di Margherita la Pazza Da Antiochia a Trieste le metamorfosi della santa che si fece strega Un filo surreale univa un quadro di Brueghel a una città di confine ell’anno 290 dopo Cristo, sotto il regno dell’imperatore Massimiano, feroce persecutore dei cristiani, in Antiochia di Pisidia, una fanciulla di nome Margherita fu condannata a morte e martirizzata a causa della sua fede in un unico Dio, e nel suo figlio, Gesù di Nazareth. La giovinetta aveva quindici anni. Venne dapprima imprigionata dal re che avrebbe voluto sposarla. Nella cella, di notte, secondo la leggenda, il Diavolo sarebbe apparso a Margherita e la avrebbe inghiottita viva. Ma lei, con la croce che aveva in mano, avrebbe squarciato dal di dentro il ventre del mostro, e si sarebbe liberata. Per questo ora è la protettrice delle partorienti. La sua memoria sopravvisse in queste leggende popolari trasformandosi, a poco a poco, da quella di una bella ragazza in fiore in quella di una strega capace di sfidare l’inferno. Questa strega avrebbe avuto il no-

rintanava dopo aver consumato parecchi bicchieri di vino e di grappa nelle osterie del centro. Non aveva un nome, nessuno sapeva esattamente di che nazionalità fosse, apparteneva, come altre donne della sua età e del suo aspetto, alla mitologia della città. Del resto molte piccole città hanno la loro Margherita. La gente che la vedeva a Trieste tutti i giorni la trattava con rispetto, quasi fosse davvero il capo dei personaggi dell’inferno. Non era né sporca né pulita, nonostante avesse addosso sempre lo stesso vestito: una gonna grigia a fiori, lunga, scarpe scalcagnate, fazzoletto che le copriva la testa, annodato sotto il mento, un grande scialle bucherellato. Era carica di sacchetti di plastica. Con l’andare degli anni e con i cambiamenti politici avvenuti in vari modi in varie parti del globo, anche quell’affannosa ricerca di blue jeans era cessata. I confini si erano aperti, i regimi erano mutati e poi dissolti, non era più proibito il commercio libero. I blue jeans non erano più merce sospetta, anzi adesso si producevano in loco. Allora Margherita la Pazza, De Dulle Griet, decise di ritornare nel quadro di Pieter Brueghel il Vecchio, collocato al Museo Mayer van den Ber-

Venerazione L’evento originario risale al 290, durante le persecuzioni di Massimiano, e dodici secoli dopo in Europa ne fiorì il culto

Immagini Da Raffaello a Guercino, tanti la dipinsero, spesso come una bellissima ragazza. Ma 500 anni dopo eccola riapparire

di GIORGIO PRESSBURGER

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De Dulle Griet «De Dulle Griet» (Margherita la Pazza), dipinto da Pieter Brueghel il Vecchio nel 1561. Il quadro apparteneva probabilmente alla collezione di Rodolfo II. Gli svedesi lo sottrassero durante il sacco di Praga del 1648 e l’opera riapparve nel 1800 a Stoccolma. Nel 1894 venne messa all’asta e fu acquistata dal grande collezionista Van den Bergh: ora è conservata ad Anversa nel museo a lui intitolato

un cesto pieno di strani bottini sul braccio, protesa a raggiungere, con un passo lunghissimo, la bocca spalancata dell’Inferno. Altri quadri furono dipinti da Raffaello, dal Guercino, dal geniale senese Simone Martini, dal Parmigianino, da Andrea del Sarto, da Piero di Cosimo. Ma la raffigurazione più nota e popolarmente tramandata è quella di Brueghel: Margherita la Pazza. Passano altri cinquecento anni e quella megera un giorno appare a Trieste in carne e ossa. Nessuno l’aveva vista o conosciuta prima: parlava serbocroato e sloveno e un pessimo italiano misto a parole del dialetto triestino. Era tale quale l’essere stregonesco dipinto dal pittore fiammingo. Perché era scesa proprio da quel quadro e non da quello dipinto da Raffaello o dal Guercino, o da Andrea del Sarto? Margherita d’An-

tiochia era stata raffigurata anche da costoro ma nell’effigie di una bellissima, vigorosa fanciulla, dalle labbra carnose e sensuali. Invece lei aveva scelto di apparire come una vecchia invasata. Si vedeva la mattina nei dintorni della Stazione Centrale, mentre aspettava i treni che arrivavano da Zagabria o da Belgrado per avvicinare i viaggiatori giunti nel capoluogo giuliano con l’intento di acquistare cose che nei loro Paesi a regime comunista non si trovavano. Soprattutto blue jeans, di cui qualcuno acquistava anche cinque paia che indossava uno sopra l’altro per evitare di pagare la dogana. La vecchia sapeva benissimo che cosa cercavano quei visitatori dell’Est nella città e si offriva a indicare loro la migliore offerta, il chiosco più conveniente tra quelli allineati

nei giardinetti antistanti alla Stazione, o in Piazza Ponte Rosso, al di là del Canale. Così, come la Dulle Griet di Brueghel, anche lei era seguita da uno stuolo di donne raramente accompagnate dai rispettivi mariti. Con il viso affilato pareva fendere l’aria e il tempo, i secoli passati tra il 290 d. C. e il 1970. Una volta «agganciate» le clienti, non le lasciava più andare, e del resto queste la seguivano come ipnotizzate. Si aggiravano tra i chioschi, percorrevano le vie del Borgo Teresiano (costruito all’epoca di Maria Teresa d’Austria) e poi la sera bivaccavano per terra nelle sale d’attesa della Stazione, aspettando i treni che partivano o verso mezzanotte o all’alba. Ma lei a quell’ora non si trovava più. Non si sa dove dormisse: probabilmente in qualche soffitta, dove si

gh di Anversa. Partendo da Trieste raggiunse le Fiandre con cinquanta passi e durante una notte d’estate si ridusse a due dimensioni e riprese il suo posto nel quadro. Anche gli stand scomparvero da Piazza della Libertà e da Piazza Ponte Rosso e sorsero qua e là, in città e fuori città, grandi centri commerciali dove le famigliole borghesi portano ora i bambini ogni domenica per far loro assaggiare la vista di tante merci e tantissimi giocattoli. Commesse procaci simili alla Santa Margherita d’Antiochia dei famosi dipinti del Rinascimento e altri danno loro indicazioni su dove andare per trovare ciò che desiderano vedere, e anche le cose di cui i clienti ignoravano persino l’esistenza. Sono posti divertenti in cui vale la pena perdersi. Per sempre. Senza mai più ritrovarsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

©T&CO. 2013

me di Margherita la Pazza, o in fiammingo — la leggenda è nata in Fiandra — De Dulle Griet. Milleduecento anni dopo in Europa prese piede un vero e proprio culto di Margherita e grandi pittori la dipinsero, chi come bellissima fanciulla, chi come austera santa in mezzo a grandi santi, come Francesco e Girolamo, chi come orrenda megera che si trascina appresso i suoi adepti per conquistare gli inferi. Pieter Brueghel il Vecchio, il grande pittore e alchimista fiammingo, ne dipinse un imponente quadro pieno di figure spaventose dalla forma indecifrabile, di simboli, di rappresentazioni di giganti e mostri. In mezzo al dipinto campeggia la figura di Margherita la Pazza, De Dulle Griet, dal gigantesco corpo magro e allampanato, dallo sguardo attonito e delirante, elmo in testa, spada in mano,

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Corriere della Sera Giovedì 22 Agosto 2013

Saggi In «Hannah e le altre» Nadia Fusini incrocia i destini di tre protagoniste della cultura

Elzeviro Il semiologo Donghi sul regista Ronconi

MATEMATICA E TEATRO GLI STESSI INFINITI di GIULIO GIORELLO

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ia colpevole presunzione», confessa Luca Ronconi, «quella di pensare che il teatro possa essere talmente onnivoro da far diventare spettacolo qualsiasi cosa». Un’analoga presunzione Goethe rimproverava alla matematica che non si fermerebbe di fronte ad alcun ostacolo per tradurre l’intero universo in numeri e figure. E teatro e matematica si sono entrambi misurati con il cibo più difficile da divorare: l’infinito, dapprima elusivo oggetto della meditazione di teologi e filosofi, e poi obiettivo «rappresentabile» negli schemi dei matematici, almeno da quando Galileo faceva vedere che i numeri pari erano «tanti quanti» i numeri naturali cioè 1, 2, 3, 4, 5, ecc. Eppure, sembrerebbe che i pari siano «molti di meno», perché tali non sono 1, 3, 5, ecc.! Ronconi ha addirittura preteso di rappresentare paradossi del genere (il tutto non è più di una sua parte propria) persino sospendendo al soffitto i suoi attori in un telaio di fili e leve, mentre allievi del Politecnico riempivano lavagne di cifre, frecce, diagrammi.

❜❜ Quello spettacolo

fatto di concetti e non di personaggi La prima di Infinities l’8 marzo del 2002 a Milano, presso i Magazzini della Bovisa scelti dal Piccolo Teatro per un’opera che era fatta «non di personaggi ma di concetti», vide un pubblico sempre più piacevolmente sorpreso, anzi affascinato da quella stessa meraviglia che a detta di Aristotele aveva spinto i primi grandi matematici dell’antichità a esplorare un mondo di strutture intellettuali che andava al di là delle apparenze. Tra coloro che provarono una così forte «esperienza dell’infinito» tra stupore e sconcerto doveva esserci anche John Barrow, matematico, cosmologo e divulgatore scientifico britannico, che aveva steso il copione. In un volume che offre quel testo, con altri preziosi materiali, il semiologo Pino Donghi ricostruisce la genesi di un esperimento che ha cambiato il rapporto tra teatro e scienza (Gli infiniti di Ronconi, Scienza Ex-

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La forza delle donne (e delle idee) Arendt, Weil e Bespaloff: la luce dell’intelligenza contro le tenebre di CORRADO STAJANO

press Edizioni, pp. 148, € 10). Nel dicembre 1998 Ronconi, da pochissimo chiamato a raccogliere l’eredità di Strehler al Piccolo, era stato contattato dalla Fondazione Sigma Tau per «inventare» lo spettacolo che sarebbe diventato Infinities. Come ebbe a osservare Sergio Escobar, direttore del Piccolo, era anche un modo per lottare contro quella forma di «pigrizia» che tende a relegare l’attività teatrale alla messa in scena di classici, pur grandissimi — da Shakespeare a Pirandello — senza affrontare la sfida più impervia della costellazione delle idee scientifiche che ci rendono comprensibile il mondo. Non si trattava più del dramma di un grande scienziato come il Galileo di Brecht, costretto a inginocchiarsi di fronte all’Inquisizione, o dei dubbi di Heisenberg di fronte alla tentazione di lavorare per Hitler o dell’oscillare di una «bella mente» come John Nash tra follia e matematica, bensì dello scontro stesso di idee che paiono contraddire il senso comune. Come osserva Donghi: «Per capire qualcosa bisogna provare a raccontarla», anche in matematica. E Ronconi: «Se il protagonista di un racconto è un concetto e non una figura in carne e ossa, posso ancora immaginare una messa in scena?». La risposta è sì. Teatro e teoria hanno una radice greca in comune che rimanda all’idea del vedere; e in matematica come nella miglior filosofia «gli occhi della mente sono le dimostrazioni stesse», scriveva Baruch Spinoza. Che era tutt’altro che un metafisico lontano dalla realtà concreta delle passioni e delle sofferenze umane, alle quali la matematica dell’infinito fornisce una risposta con la sua lezione di rigore e creatività. Per citare l’inizio dello spettacolo di Ronconi, che riprende l’esempio di uno dei più grandi matematici del Novecento, David Hilbert: all’Hotel dell’infinito c’è sempre posto. Anche se è «al completo», qualsiasi nuovo cliente può venire accolto. Basta spostare l’ospite della camera 1 nella camera 2, quello della 2 nella camera 3, ecc. e quindi l’ultimo arrivato trova anch’egli la sua sistemazione. Forse qualcuno dei clienti o del personale avrà da ridire, ma è sempre meglio l’albergo di Hilbert del motel di Psycho, ove si rischia di scomparire nelle sabbie mobili. © RIPRODUZIONE RISERVATA

U

n libro ricco di fascino, protagoniste tre donne famose o quasi. Si intitola Hannah e le altre (Einaudi), l’autrice è Nadia Fusini, saggista e scrittrice. Le tre donne sono Hannah Arendt, Simone Weil e Rachel Bespaloff, «le mie donne», scrive a pagina 90 l’autrice che ha con loro una consonanza di pensiero e di passioni intellettuali. Il libro, insolito, potrebbe avere in effetti il titolo Nadia e le altre. È un racconto, questo della Fusini, non una biografia comparata, una ricerca poetica, piuttosto, dei sentimenti comuni, delle coincidenze trovate con intelligenza, delle predilezioni e delle ripulse di quei tre inquieti personaggi reali che si muovono tra l’Europa e l’America nel tragico Novecento. La Fusini incrocia le sorti delle «sue» donne, è attenta ai particolari delle loro vite, sa, o meglio, ne immagina il modo del guardare, il timbro della voce. Sembrano dettagli quelli che scopre, sono invece essenziali per far comprendere i caratteri delle protagoniste che non si conoscono tra loro o si conoscono appena, ma spesso si sfiorano in quel che fanno, vedono, leggono, studiano, l’Iliade, Kafka, Tolstoi, la Mansfield, Baudelaire. Un esempio. Simone Weil e Rachel Bespaloff visitano entrambe — lo stesso giorno? — il Museo di Arte e Storia di Ginevra dove fu allestita nel 1939 la mostra dei quadri del Prado mirabilmente salvati dalle bombe della Legione Condor su Madrid assediata dai franchisti. Osservano attente, e a lungo, il dipinto di Goya, Los fusilamientos del 3 de mayo e I Disastri della guerra, disegni dell’orrore. Lo stesso che sta incendiando l’Europa e poi ogni continente, la Seconda guerra mondiale, provocando violenza, distruzione, massacri e uccidendo milioni di persone. Che cosa avranno pensato davanti a quelle immagini di morte le due donne anch’esse vittime del «secolo breve»? Nasce allora, mentre la Francia sta per essere travolta dalle armate di Hitler, il famoso saggio sull’Iliade di Simone Weil che da sempre ama nel profondo la Grecia? E anche quello di Rachel Bespaloff che si era innamorata di Omero seguendo la figlia nei compiti di scuola? L’Iliade è l’oggi di allora: per Simone è «tutta e solo sangue», il sangue del nazismo; per Rachel, Omero è il poeta dell’infelicità. È la poesia — ne è convinta — a salvare il mondo. La Fusini chiama familiarmente per nome le sue protagoniste: «Sono donne — scrive — che con il loro sguardo hanno illuminato le tenebre del secolo XX — quella lunga notte di guerre, totalitarismi e barbarie che per desiderio di verità, per volontà di conoscere e amare il mondo, sono arrivate a penetrare. Non per volontà di potenza, ma per amore del mondo».

Sopra: la filosofa e scrittrice Hannah Arendt (1906–1975). Sotto, a sinistra: Rachel Bespaloff (1895–1949), morta suicida a 54 anni; a destra: Simone Weil (1909–1943) in uniforme da soldato durante la guerra civile spagnola

Questo è un libro sui destini, il tema che più di tutti inquietava Cesare Garboli. Tre destini amari, quelli di Simone, Rachel e Hannah. Simone si lasciò morire, Rachel si uccise, Hannah, che dà il titolo al libro, è forse la più distante, la sua storia è meno cupa delle altre. È anche la più nota, non solo per il fondamentale saggio Le origini del totalitarismo, ma per il suo La banalità del male, sul processo Eichmann, pubblicato nel 1963, che ancora oggi suscita polemiche. Era un ometto, non il diavolo sterminatore, il tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann addetto ai trasporti dei morituri nei Lager. Il suo linguaggio durante il processo era sconcertatamente piatto, incolore. Aveva soltanto ubbidito agli ordini, rispondeva a ogni domanda. La Arendt lo descrisse com’era e questo recò offesa a molti, come se la scrittrice avesse definito banale lo sterminio. Golo Mann, tra gli altri, la stroncò con durezza. Simone Weil è la più radicale delle tre, la più intransigente — il suo desiderio di verità tocca talvolta l’assurdo

Il 7 settembre su Rai5

Campiello, diretta tv per il gran finale Per la prima volta, la serata conclusiva del premio Campiello verrà trasmessa in diretta tv su Rai5. La premiazione, in programma sabato 7 settembre, si terrà alla Fenice e Rai3 la riproporrà in differita. Presentatori saranno Neri Marcoré e Geppi Cucciari, regia di Duccio Forzano. Concorrono per la vittoria La caduta (Nutrimenti) di Giovanni Cocco, Geologia di un padre (Einaudi) di Valerio Magrelli, Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani) di Beatrice Masini, L’amore graffia il mondo (Mondadori) di Ugo Riccarelli (scomparso lo scorso luglio) e L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio) di Fabio Stassi.

— è anche insopportabile, una santa travestita, un’ombra quasi disumana nella sua volontà di annullarsi, di esser più brutta di quel che era, di scomparire, di venir cancellata dallo schermo del mondo, lei con la sua dolcezza mascherata. Rachel Bespaloff, poi, «la più misteriosa, la più segreta, sfuggente e riservata», come la racconta la Fusini. Donna di grande bellezza, una dark lady, una donna fatale, nacque in Bulgaria nel 1895, figlia di un medico sionista e di una donna colta. Studia musica al Conservatorio di Ginevra, arriva nel 1915 a Parigi dove si sente a casa e si ritrova filosofa senza accademia. Con Omero studia le Scritture, in particolare i Profeti. La persecuzione nazista la costringe a emigrare negli Stati Uniti. Anche per lei, come per le «altre», l’esilio americano è fonte di infelicità, uno sradicamento atroce in un mondo standardizzato. Insegna in un college dove un secolo prima studiò Emily Dickinson. Si arrende nel 1949 ai fatti della vita e ai drammi della famiglia. Apre i rubinetti del gas, l’aveva predetto dieci anni prima. Sembra che a Nadia Fusini non interessino certi nodi dell’esistenza delle «sue» donne: che Simone abbia lavorato per quasi un anno come operaia alla Società elettrica Alsthorm di Parigi e poi alla Renault dalla cui cruda esperienza nacque La condizione operaia e che si sia arruolata durante la guerra civile spagnola nella colonna anarchica di Buenaventura Durruti. Il libro non fa alcun cenno neppure alla relazione tra Hannah Arendt e Martin Heidegger, il maestro, nel 1933 e poi nel 1950, un’assoluzione per le ambiguità del filosofo, una contraddizione per Hannah, così rigida nel giudizio nei confronti del male assoluto del nazismo e di chi tentennò nella compromissione. Nadia Fusini ha scritto un libro sulla forza delle donne, un libro sulle idee. La attraggono le vite dei senza patria, dei paria, degli anomali, dei déracinée, degli esuli perenni. In un clima di alto cosmopolitismo culturale dove fanno capolino, come dalle pieghe di un sipario di teatro, uomini e donne protagonisti di quel fervore culturale che fiorì nel Novecento, nonostante le sue atrocità, e ora si è smarrito, Alain, Albert Camus, Irène Némirovsky, Benjamin, Auden, Virginia Woolf, Mary McCarty. A far da guida a Nadia e alle «sue» donne è soltanto la luce dell’intelligenza che «attinge alla realtà della carne e del cuore». © RIPRODUZIONE RISERVATA

R Il libro: Nadia Fusini, «Hannah e le altre», Einaudi, pp. 160, e 18

1930-2013 Il grande designer scomparso nell’incendio del suo studio a New York. La sua «Executive Chair» ha cambiato le leggi dell’arredamento

Charles Pollock, una sedia per il Novecento. E una tragica fine di STEFANO BUCCI

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l design come tormento, non solo come forma. Potrebbe essere l’epitaffio ideale per Charles Pollock, scomparso tragicamente l’altra notte a 83 anni nell’incendio che ha distrutto il suo piccolo e anonimo studio nel Queens. A lui si deve la sedia che ha letteralmente trasformato (nobilitandoli) migliaia di anonimi uffici in altrettante vetrine degne del Louvre di Parigi e del Met di New York, dove la sua creatura viene regolarmente esibita come uno degli oggetti più belli del XX secolo. Quella Charles Pollock Executive Chair che proprio il giovane Charles aveva disegnato nel 1963 per Knoll, dopo cinque anni di impegno (un tempo quasi incomprensibile nell’epoca del design mordi e fuggi), non è solo un oggetto impareggiabile per numero di copie vendute, ma è anche il simbolo di

una funzionalità senza orpelli, di un design industriale capace di sposarsi con l’eleganza, di una linea modernissima in cui si ritrova l’impronta del grande passato della Herman Miller e della Knoll, di Charles Eames e Eero Saarinen ma anche dei grandi maestri del design razionalista. Oltre, naturalmente, allo stesso Pollock che, nell’ultimo periodo della sua vita, amava citare altri esempi per lui eccellenti di longevità creativa: Pablo Picasso e Frank Lloyd Wright. Ma per questa gloria Charles Pollock, nato a Philadelphia nel 1930, ha dovuto pagare un prezzo molto caro: il tormento, appunto, di un disagio psichico che lo ha costantemente perseguitato, di una sindrome bipolare che lo faceva precipitare nella depressione, quando avrebbe potuto godersi una meritata celebrità da star system: la stessa cronaca della sua morte racconta di lui,

ammalato costretto a muoversi solo in carrozzina, che batte inutilmente i pugni contro le pareti per farsi sentire dai vicini. Un epilogo oscuro (anche se il medico legale parla di soffocamento), degno

Il designer americano Charles Pollock (1930-2013). A destra: la sua poltrona Pollock Executive del 1963

più delle atmosfere noir di una serie tv che non di quel Fronte del porto che a Pollock ricordava le sue angosce: «Si ricorda quant’era bello Marlon Brando nel film? Se non avessi avuto la fortuna di avere un buon psicoterapeuta sarei

finito come lui, vecchio, grasso e disperato». Eppure tante erano state le sue sfide, cominciando da quella del surf e del freestyle praticati sin da giovanissimo («Surfboard Chuck» lo aveva soprannominato la moglie che aveva vissuto con lui dal 1968 al 1980). E quelle intraprese dal designer Charles Pollock sono state praticamente vinte, nonostante i pochi oggetti entrati in produzione: oltre alla Charles Pollock Executive Chair, si potrebbe così parlare della Swan Lweg Chair per la Herman Miller nata durante la giovanile collaborazione di Pollock con Charles Nelson e da quest’ultimo firmata, anche se secondo i maligni sarebbe stata tutta o quasi opera del suo giovane assistente. Oppure, con più sicurezza, della 657 Sling Chair (1960) ancora per Knoll (pensata a Brooklyn in una piccola stanza sopra un drugstore), della premiatissima Penelope Chair per Castelli (1982) o della

CP1 Lounge Chair per la Berhnardt Desing di Jerry Helling che lo aveva letteralmente recuperato nel 2012, dopo un lungo oblio seguito a un progetto per la Olivetti caduto nel dimenticatoio per motivi di bilancio. Ancora una volta era una sedia: «Il testamento di un grande designer» come lo ha definito Helling, un designer che per mezzo secolo aveva preferito dedicarsi alla pittura e alla scultura. D’altra parte, «Nessuno sapeva disegnare le sedie come Pollock». Il motivo? «I miei colleghi amano disegnare piatti, stoviglie, mobili — aveva confessato in una intervista —. Io amo invece le sedie perché è come se in ognuna di queste vedessi la rappresentazione dell’uomo. Per me le sedie sono sculture, sculture che riflettono il futuro, non il passato». Un modo, secondo Pollock, per sentirsi finalmente vivo. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Dal Corriere - luglio agosto 2013