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MENZIONE SPECIALI “per il coraggio, la forza della denuncia e l’importanza delle conseguenze provocate dalla realizzazione del reportage, che è riuscito a portare all’attenzione delle Istituzioni la brutalità e la violenza con cui i diritti umani sono stati violati, avviando dei procedimenti giudiziarie contro i responsabili” - DOC UNDER 30 “questo documentario ci aiuta a non dimenticare l'orrore di ciò che accade dall'altra parte della recinzione di Melilla e a capire meglio perché così tante persone rischiano la vita per fuggire da lì e raggiungere l'Europa” – SOS RACISMO !


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La agonía del inmigrante camerunés Clément a las puertas de Melilla | Política | EL PAÍS

POLÍTICA La agonía del inmigrante camerunés Clément a las puertas de Melilla Cuatro ONG  marroquíes  denuncian  conjuntamente  la  represión  que  padecen  los  subsaharianos La  cineasta  italiana  Sara  Cresta  rodó  la  muerte,  en  el  monte  Gurugú,  de  un  joven  "sin  papeles" IGNACIO  CEMBRERO   Madrid   28  JUN  2013  -­  23:47  CET

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Archivado en:   Melilla   Ceuta   Guardia  Civil   Inmigrantes  africanos   Marruecos   Emigración   Derechos  humanos   Inmigrantes   Magreb   África  subsahariana   Inmigración   ONG   Fuerzas  seguridad   Solidaridad   España   Migración   Sociedad

Clément, inmigrante  camerunés, murió  en  el  monte  Gurugú,  ante  la cámara,  el  16  de  marzo  pasado. Estaba  herido,  no  tuvo  atención médica.  Sus  compañeros  de infortunio  lo  enterraron  a  las  puertas de  Melilla.  La  cineasta  italiana  Sara Creta  grabó  su  agonía. Cinco  días  antes  el  joven  camerunés participó,  de  madrugada,  en  un intento  de  unos  150  subsaharianos de  saltar  la  valla  de  Melilla.  Un  tercio lo  lograron,  según  la  Delegación  del Gobierno  en  la  ciudad,  pero  Clément  estuvo  entre  los  que  fracasaron.  La  delegación  informó de  que  hubo  doce  heridos  en  el  asalto,  entre  ellos  dos  agentes  de  la  Guardia  Civil,  pero  los testimonios  recogidos  por  Creta  prueban  que  fueron  muchos  más. Cuatro  ONG  marroquíes  denunciaron  hoy,  viernes,  en  una  rueda  de  prensa  en  Rabat,  la represión  que  padecen  los  migrantes  en  la  frontera  norte  de  Marruecos  que,  aseguran,  “se ha  duplicado  desde  finales  de  2011”.  Entre  los  acusadores  figura  la  acreditada  Asociación Marroquí  de  Derechos  Humanos  (AMDH),  el  Grupo  Antirracista  de  Acompañamiento  y Defensa  de  los  Extranjeros  (GADEM),  Foro  Alternativas  Marruecos  y  la  Asociación  Luz  de  la Inmigración  Clandestina  en  el  Magreb  (Alecma). Fueron  los  militantes  de  esta  última  ONG  los  que,  el  16  de  marzo,  recorrieron  el  monte Gurugú  con  la  cineasta  Creta.  Tras  ser  brevemente  atendido,  de  sus  heridas  en  la  cabeza, en  el  hospital  de  Nador,  la  ciudad  marroquí  pegada  a  Melilla,  Clément  fue  abandonado  en  el monte.  En  estado  semi  comatoso  no  tiene  fuerza  para  hablar  ante  la  cámara.  Las  imágenes de  su  agonía  han  sido  hechas  públicas  tras  obtener  la  autorización  de  sus  familiares  en Camerún.  El  cortometraje  de  Creta  fue  presentado  durante  la  rueda  de  prensa  a  la  que asistió  el  hermano  de  Clément. Los  demás  subsaharianos  heridos  y  refugiados  en  el  Gurugú,  y  otros  en  buen  estado  de salud,  sí  se  expresaron  para  denunciar  las  palizas  y  los  robos  que  padecen,  por  parte  de  las Fuerzas  Auxiliares  marroquíes,  y  también  los  golpes  que  les  propicia  la  Guardia  Civil http://politica.elpais.com/politica/2013/06/28/actualidad/1372440971_006327.html

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La agonía del inmigrante camerunés Clément a las puertas de Melilla | Política | EL PAÍS

española. Varios  inmigrantes  aseguran  que  lograron  entrar  en  Melilla,  pero  que  fueron devueltos  a  Marruecos  manu  militari.  De  ser  cierto  su  testimonio  la  Guardia  Civil  incumpliría  la ley  de  extranjería. La  Asociación  Unificada  de  Guardias  Civiles  preguntó  a  mediados  de  mes  al  fiscal  general del  Estado,  Eduardo  Torres-­Dulce,  si  los  agentes  en  Melilla  pueden  estar  cometiendo  alguna ilegalidad  al  cumplir  órdenes  de  sus  mandos  para  que  expulsen  “en  caliente”  a  los inmigrantes  que  han  logrado  poner  un  pie  en  la  ciudad.  Esta  iniciativa  indispuso  al  delegado del  Gobierno,  Abdelmalik  el  Barkani.  “Cualquier  guardia  debería  saber  cuáles  son  sus funciones”,  afirmó  ante  la  prensa. Las  cuatro  ONG  marroquíes  han  lanzado  una  campaña  titulada  “Nº  9  –  Alto  a  la  violencia  en las  fronteras”  para  denunciar  la  represión  cotidiana  y  sistemática  de  los  migrantes  y  los abusos  cometidos  contra  ellos  en  la  verja  de  12  kilómetros  y  seis  metros  de  altura  que  rodea Melilla.  El  número  9  es,  con  frecuencia,  en  el  fútbol,  el  delantero  o  principal  responsable  de marcar  goles.  En  África  subsahariana  se  llama  a  veces  Nº  9  a  los  jóvenes  que  tratan  de llegar  a  Europa.

© EDICIONES  EL  PAÍS,  S.L.

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Marocco. N. 9, cercasi uscita alla frontiera di Melilla | Osservatorio Iraq - Medioriente e Nordafrica IN VETRINA

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Marocco. N. 9, cercasi uscita alla frontiera di Melilla "Number 9 - Stop violence at the borders!". Un video-reportage e una campagna di sensibilizzazione per denunciare le violenze commesse sui migranti alle porte della Fortezza Europa.

Il Marocco, grazie alla sua collocazione alle porte della Fortezza Europa, riesce ad essere uno degli amici più stretti dell’UE. L’ultima "dichiarazione congiunta" è datata 7 giugno 2013 e riguarda la futura instaurazione di un partenariato di mobilità, che faciliti la concessione dei visti ai marocchini (aumento delle 'quote' di ingresso) in cambio della conclusione di un accordo di riammissione per richiedenti asilo e altre categorie "indesiderate". Un altro pezzo che completa il puzzle di intese e politiche di buon vicinato strette tra Marocco e Unione Europea, volte ad assicurare sostegno e investimenti alla monarchia, sempre più implicata nella gestione dei flussi migratori. Dare e avere, questa è la regola. Il tutto era iniziato con la conferenza euro-mediterranea di Barcellona nel 1995: data che segna l'avvio della politica di cooperazione con i paesi del Nord Africa, finalizzata - più che ad avvicinare concretamente le due rive - a trovare nuovi partner economici e commerciali. La strategia dispiegata dall'UE, inoltre, è stata quella di costruire affianco a sé degli spazi sicuri, sviluppando politiche selettive e azioni di controllo per combattere il traffico di migranti "irregolari". Così, dal processo di Barcellona fino alle prime leggi in materia migratoria siglate nel 2003, il Marocco ha portato avanti politiche sempre più condizionate dalle spinte europee di controllo esternalizzato delle frontiere. Ma dove sono i diritti fondamentali in tutto questo mare di accordi e relazioni internazionali? Vivere in un paese che si fa scudo delle direttive europee e che non rispetta tali diritti, non include, ma al contrario viola e discrimina, rende estremamente difficile il passaggio, il transito e la più o meno breve permanenza dei migranti che cercano di entrare, di superare le barriere - naturali e artificiali - che li separano dal Vecchio continente. Qui, nonostante i controlli, gli investimenti fatti in dispositivi di monitoraggio delle coste e dei confini, si rischia ancora la vita per attraversare la frontiera. Dalle colline di Gourougou si vedono l'enclave spagnola di Melilla e la città di Nador, a nord del Marocco. Una manciata di terra che separa l’Europa dall’Africa. C’é una barriera metallica, una frontiera costruita per

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delimitare gli spazi, per controllare; una recinzione che arriva in alcuni punti a 6 metri di altezza, lunga in totale 12 kilometri. È l’icona della Fortezza Europa.

un'informazione indipendente e libera.

Chi vive vicino all’enclave di Melilla, nella foresta di Gourougou, deve proteggersi dalle continue violenze messe in atto dalle forze di polizia marocchina e spagnola. Una quotidianità di maltrattamenti (denunciata di recente anche dalla ong Medecins sans frontières) che è diventata, per chi sopravvive in questa terra di nessuno, l’ossessione che scandisce il tempo. Ostacolare, impedire, bloccare: azioni, elementi, alla base di queste politiche complici attuate da una parte e dall'altra della valla. Il panorama che si estende ai piedi del promontorio racchiude in sé tutte le difficoltà che esistono per chi vuole attraversare, per chi cerca una via di fuga, un transito. C'è un muro, a difendere Melilla, che è diventato un filtro. Un passaggio obbligatorio e un tentativo irrinunciabile, forse l’ultimo, per chi sogna l’Europa. Sono le frontiere stesse che scelgono, decidono, chi far passare e chi mandare indietro. Se sei dentro non possono mandarti fuori, questa è la regola, ma nessuno dalla parte spagnola sembra rispettarla; e quando ti rimettono dall’altra parte, in Marocco, quello che ti aspetta è ancora peggio. Lo denunciano i migranti bloccati alle porte dell’Europa. Quei migranti che cercano di attraversare il muro organizzando i "salti", passaggi forzati con scale di fortuna spesso messi in piedi alle prime ore dell’alba. Un flusso umano che prova a ricavarsi una porta d’entrata.

Soluzioni a questa situazione sembrano non esistere. Le leggi non sono rispettate, mentre i segni di violenza rimangono indelebili sui corpi e mostrano l’amara verità di chi ci ha provato e non riesce a sopravvivere. Allucinante. Clément è lì. Non ha la forza di dire nulla. Immobile davanti alla telecamera, senza parole. Viene caricato in spalla, non parla, non riesce più a respirare, agonizza. L'ultimo soffio di vita: "non ho fatto niente". Clément è un "numero 9". Un centravanti, un attaccante, un giocatore su cui la squadra conta per far gol e vincere la partita. Una metafora calcistica, utilizzata nel gergo dei migranti per identificare colui che è disposto a lasciare il paese d'origine, ad avventurarsi in un lungo viaggio e a rischiare, in nome del proprio futuro e di quello della sua famiglia. La sua storia, assieme ad altre testimonianze che rivelano il persistere delle violenze alla frontiera tra Melilla e Nador, viene raccontata nel breve documentario realizzato al confine sud della Fortezza Europa, con il supporto dell’associazione ALECMA (Association de lutte contre l'émigration clandestine au Maroc). Sono 15 minuti duri, quelli racchiusi nel video-reportage Number 9 - Stop violence at the borders! 15 minuti per dire basta, non è più tempo di voltare lo sguardo altrove, ma di conoscere e di assumerci le nostre responsabilità. Number 9, infatti, è anche il titolo di una campagna che cerca di far luce e attirare l'attenzione sulle condizioni vissute dai migranti sub-sahariani nel regno alawita e nelle enclave spagnole (Ceuta, Melilla) situate nella costa mediterranea meridionale. L'iniziativa - lanciata lo scorso 28 giugno a Rabat dalle associazioni marocchine ALECMA, GADEM, FMAS e AMDH - denuncia gli accordi di "mobilità" discriminatori conclusi il 7 giugno, oltre alla complicità tra Spagna e Marocco nella repressione del fenomeno migratorio. La campagna chiede anche la fine immediata delle violazioni commesse in entrambi i lati della frontiera e delle ritorsioni subite - ad opera della polizia del regno - dai sub-sahariani in attesa di transito nelle regioni

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Marocco. N. 9, cercasi uscita alla frontiera di Melilla Posted in Video | 0 comments Number 9 – Stop violence at the borders!. Un video-reportage, da Osservatorio Iraq, e una campagna di sensibilizzazione per denunciare le violenze commesse sui migranti alle porte della Fortezza Europa di Sara Creta, tratto da Osservatorio Iraq Il Marocco, grazie alla sua collocazione alle porte della Fortezza Europa, riesce ad essere uno degli amici più stretti dell’UE. L’ultima “dichiarazione congiunta” è datata 7 giugno 2013 e riguarda la futura instaurazione di un partenariato di mobilità, che faciliti la concessione dei visti ai marocchini (aumento delle ‘quote’ di ingresso) in cambio della conclusione di un accordo di riammissione per richiedenti asilo e altre categorie “indesiderate”. Un altro pezzo che completa il puzzle di intese e politiche di buon vicinato strette tra Marocco e Unione Europea, volte ad assicurare sostegno e investimenti alla monarchia, sempre più implicata nella gestione dei flussi migratori.

Dare e avere, questa è la regola. Il tutto era iniziato con la conferenza euro-mediterranea di Barcellona nel 1995: data che segna l’avvio della politica di cooperazione con i paesi del Nord Africa, finalizzata – più che ad avvicinare concretamente le http://www.qcodemag.it/2013/07/marocco-n-9-cercasi-uscita-alla-frontiera-di-melilla/

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due rive – a trovare nuovi partner economici e commerciali. La strategia dispiegata dall’UE, inoltre, è stata quella di costruire affianco a sé degli spazi sicuri, sviluppando politiche selettive e azioni di controllo per combattere il traffico di migranti “irregolari”. Così, dal processo di Barcellona fino alle prime leggi in materia migratoria siglate nel 2003, il Marocco ha portato avanti politiche sempre più condizionate dalle spinte europee di controllo esternalizzato delle frontiere. Ma dove sono i diritti fondamentali in tutto questo mare di accordi e relazioni internazionali? Vivere in un paese che si fa scudo delle direttive europee e che non rispetta tali diritti, non include, ma al contrario viola e discrimina, rende estremamente difficile il passaggio, il transito e la più o meno breve permanenza dei migranti che cercano di entrare, di superare le barriere – naturali e artificiali – che li separano dal Vecchio continente. GUARDA IL VIDEO DI SARA CRETA SU YOUTUBE [sz-youtube url="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=w67k5MkUEWQ" /]

Qui, nonostante i controlli, gli investimenti fatti in dispositivi di monitoraggio delle coste e dei confini, si rischia ancora la vita per attraversare la frontiera. Dalle colline di Gourougou si vedono l’enclave spagnola di Melilla e la città di Nador, a nord del Marocco. Una manciata di terra che separa l’Europa dall’Africa. C’é una barriera metallica, una frontiera costruita per delimitare gli spazi, per controllare; una recinzione che arriva in alcuni punti a 6 metri di altezza, lunga in totale 12 kilometri. È l’icona della Fortezza Europa. Chi vive vicino all’enclave di Melilla, nella foresta di Gourougou, deve proteggersi dalle continue violenze messe in atto dalle forze di polizia marocchina e spagnola. Una quotidianità di maltrattamenti (denunciatadi recente anche dalla ong Medecins sans frontières) che è diventata, per chi sopravvive in questa terra di nessuno, l’ossessione che scandisce il tempo. Ostacolare, impedire, bloccare: azioni, elementi, alla base di queste politiche complici attuate da una parte e dall’altra della valla. Il panorama che si estende ai piedi del promontorio racchiude in sé tutte le difficoltà che esistono per chi vuole attraversare, per chi cerca una via di fuga, un transito. C’è un muro, a difendere Melilla, che è diventato un filtro. Un passaggio obbligatorio e un tentativo irrinunciabile, forse l’ultimo, per chi sogna l’Europa. Sono le frontiere stesse che scelgono, decidono, chi far passare e chi mandare indietro. Se sei dentro non possono mandarti fuori, questa è la regola, ma nessuno dalla parte spagnola sembra rispettarla; e quando ti rimettono dall’altra parte, in Marocco, quello che ti aspetta è ancora peggio. Lo denunciano i migranti bloccati alle porte dell’Europa. Quei migranti che cercano di attraversare il muro organizzando i “salti”, passaggi forzati con scale di fortuna spesso messi in piedi alle prime ore dell’alba. Un flusso umano che prova a ricavarsi una porta d’entrata. Soluzioni a questa situazione sembrano non esistere. Le leggi non sono rispettate, mentre i segni di violenza rimangono indelebili sui corpi e mostrano l’amara verità di chi ci ha provato e non riesce a sopravvivere. http://www.qcodemag.it/2013/07/marocco-n-9-cercasi-uscita-alla-frontiera-di-melilla/

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Allucinante. Clément è lì. Non ha la forza di dire nulla. Immobile davanti alla telecamera, senza parole. Viene caricato in spalla, non parla, non riesce più a respirare, agonizza. L’ultimo soffio di vita: “non ho fatto niente”. Clément è un “numero 9ʺ″. Un centravanti, un attaccante, un giocatore su cui la squadra conta per far gol e vincere la partita. Una metafora calcistica, utilizzata nel gergo dei migranti per identificare colui che è disposto a lasciare il paese d’origine, ad avventurarsi in un lungo viaggio e a rischiare, in nome del proprio futuro e di quello della sua famiglia. La sua storia, assieme ad altre testimonianze che rivelano il persistere delle violenze alla frontiera tra Melilla e Nador, viene raccontata nel breve documentario realizzato al confine sud della Fortezza Europa, con il supporto dell’associazione ALECMA (Association de lutte contre l’émigration clandestine au Maroc). Sono 15 minuti duri, quelli racchiusi nel video-reportage Number 9 – Stop violence at the borders! 15 minuti per dire basta, non è più tempo di voltare lo sguardo altrove, ma di conoscere e di assumerci le nostre responsabilità. Number 9, infatti, è anche il titolo di una campagna che cerca di far luce e attirare l’attenzione sulle condizioni vissute dai migranti sub-sahariani nel regno alawita e nelle enclave spagnole (Ceuta, Melilla) situate nella costa mediterranea meridionale. L’iniziativa – lanciata lo scorso 28 giugno a Rabat dalle associazioni marocchine ALECMA, GADEM, FMAS e AMDH – denuncia gli accordi di “mobilità” discriminatori conclusi il 7 giugno, oltre alla complicità tra Spagna e Marocco nella repressione del fenomeno migratorio. La campagna chiede anche la fine immediata delle violazioni commesse in entrambi i lati della frontiera e delle ritorsioni subite – ad opera della polizia del regno – dai sub-sahariani in attesa di transito nelle regioni settentrionali del paese. Ritorsioni come quelle che hanno provocato la morte Clément, cittadino camerunese deceduto alle porte d’Europa il 16 marzo 2013 a causa delle ferite riportate al cranio e agli arti. Clément aveva tentato il “passaggio” qualche giorno prima, senza fortuna. Fermato dagli agenti marocchini, era stato pestato selvaggiamente prima di essere trasferito all’ospedale di Nador. Debole e malridotto, era stato poi dimesso e riportato agli accampamenti sul monte Gourougou, dove ha concluso la sua agonia. Il documentario è dedicato alla sua memoria. La campagna Number 9, invece, vuole essere uno strumento di pressione per spingere le autorità marocchine ad aprire un’inchiesta ufficiale sulla sua morte.

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Un video  e  una  campagna  per  denunciare  le  violenze  subite  dai  migranti  “a opera   delle   autorità   marocchine   e   il   coinvolgimento   di   quelle   spagnole”,   alle frontiere  di  Melilla.  Si  chiama  “N.  9  –  Stop  alle  violenze  alle  frontiere!”. La   denuncia   viene   dall’Arci,   secondo   la quale   “a   Ceruta   e   Melilla   a   partire dall’autunno   del   2005   la   repressione contro   i   migranti   non   è   mai   cessata   e   le violenze   alle   frontiere   nel   nord   del FOT OGA LLE R Y Marocco  sono  raddoppiate  a  partire  dalla fine  del  2011”. Con  il  lancio  del  video  e  della  campagna  si  chiede  di  far  cessare  le  “violenze”  e le   “violazioni   dei   diritti   umani   nel   nord   del   Marocco”,   oltre   all’apertura   “di un’inchiesta   ufficiale   sulla   morte   di   Clément   e   degli   altri   immigrati   deceduti

intorno alle  enclaves  spagnole”.

http://news.you-ng.it/2013/06/29/stop-alle-violenze-alle-frontiere-ecco-il-video-denuncia/

Clément, cittadino  camerunese,    aveva  tentato  di  attraversare  la  recinzione  di Melilla,  lo  scorso  11  marzo.  Il  tentativo,  suo  e  di  un  gruppo  di  migranti,  era  stato represso  con  violenza.  Il  16  marzo,  in  occasione  di  una  missione  nella  foresta di  Gourougou  condotta  dall’associazione  Alecma  con  il  sostegno  del  Gadem  e con  la  regista  Sara  Creta,  i  membri  della  missione  hanno  assistito  alla  morte  di Clément,  deceduto  nell’accampamento  a  causa  delle  ferite  riportate.

http://news.you-ng.it/2013/06/29/stop-alle-violenze-alle-frontiere-ecco-il-video-denuncia/

Le testimonianze  nel  filmato.

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Emigrazione Notizie - Notizie: ''Picchiati a morte ai confini della Ue''

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Share -­ Inserito  il  28  giugno  2013  alle  23:40:00  da  redazione-­IT.  IT  -­  IMMIGRAZIONE

-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­-­

In esclusiva   su   Repubblica.it,   un   estratto   del   film   ''N°9''   di   Sara Creta:   una   videodenuncia   dei   pestaggi   subiti   dai   migranti   da   parte della   Guardia   Civil   spagnola   e   delle   forze   ausiliarie   marocchine   ai confini   dell'enclave   di   Melilla.   Il   titolo   del   film   è   un   omaggio   a Clément,   uno   dei   clandestini   morto   sotto   gli   occhi   dei documentaristi:   il   9   è   il   numero   stampato   sulla   sua   maglia.   In occasione   della   presentazione   del   film   a   Rabat,   in   Marocco,   le associazioni  per  i  diritti  umani  Alecma,  Gadem,  Fmas  e  Amdh  hanno lanciato   la   campagna:   “N°9   –   Stop   alle   violenze   alle   frontiere”,   finalizzata   a   sensibilizzare l'opinione  pubblica  mondiale  sulla  brutale  repressione  

I Film  documentari

Iscriviti N°9  -­  GUARDA  UN  ESTRATTO MELILLA:  MAPPA  INTERATTIVA (Il  confine,  l'accampamento) ''COSI'  CLEMENT  E'  MORTO SOTTO  I  NOSTRI  OCCHI'' La  testimonianza  della  regista

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LA STORIA   -­   L'11   marzo   scorso   un   centinaio   di   cittadini   provenienti   da   vari   Paesi   africani (Gabon,   Camerun,   Mali,   Burkina   Faso,   Guinea,   Ciad   e   Senegal)   tenta   di   attraversare   il confine   tra   il   Marocco   e   l'enclave   spagnola   di   Melilla   per   entrare   nel   territorio   dell'Unione Europea.   L'intervento   congiunto   della   Guardia   Civil   e   delle   forze   ausiliare   marocchine   si trasforma  in  un  brutale  pestaggio:  ''Hanno  usato  pietre  e  mazze  di  ferro''  -­  denunceranno  i migranti,  che  vengono  respinti  in  territorio  marocchino.  Dopo  qualche  giorno,  il  16  marzo,  i migranti   feriti   sono   raggiunti   in   un   accampamento   di   fortuna   nella   foresta   di   Gourougou, nei   pressi   di   Beni   Enssar,   in   Marocco,   dall'associazione   umanitaria   Alecma.   Tra   i soccorritori  c'è  anche  la  regista  Sara  Creta  che,  con  il  collega  del  Camerun  Sylvin  Mbarga, documenta  le  conseguenze  delle  violenze  della  polizia  e  raccoglie  le  testimonianze  scritte  e audio-­visive   delle   vittime   dell'aggressione.   Uno   dei   feriti   -­   Clément,   un   cittadino camerunese   che   era   stato   arrestato,   pestato   e   trasferito   all’ospedale   di   Nador   -­   muore sotto  i  loro  occhi:  l'ambulanza  non  arriva  in  tempo.  Era  ferito  alla  testa  e  aveva  un  braccio ed  una  gamba  fratturati:  lascia  la  moglie  incinta  e  due  bambini.

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IL FILM  -­  Da  questa  esperienza  è  nato  il  film  di  denuncia  “N°9”  -­  come  il  numero  stampato sulla   maglia   di   Clément   -­,   e   una   campagna,   “N°9   –   Stop   alle   violenze   alle   frontiere”, finalizzati   a   denunciare   la   repressione   subita   dai   migranti   ad   opera   delle   autorità marocchine  e  il  coinvolgimento  di  quelle  spagnole  nelle  atrocità  commesse  alle  frontiere  di Melilla.  Le  associazioni  per  i  diritti  umani  chiedono  anche  l’apertura  di  un’inchiesta  ufficiale sulle   circostanze   della   morte   di   Clément   e   di   tutti   gli   altri   migranti   deceduti   intorno   alle enclave   spagnole   in   Africa.   “N°9”   -­   il   numero   che   indica   il   centravanti   in   una   squadra   di calcio  -­  è  anche  il  nome  che  usano  alcuni  africani  per  parlare  di  quelli  che  lasciano  famiglia e  paese  d’origine  e  tentano  “il  passaggio”,  l'emigrazione.

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Inferno Mevilla. Migranti massacrati di botte fino alla morte (VIDEO CHOC)

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CRONACA MONDO SPAGNA Inviato da  Fortunato  Vadalà  il  29-­06-­2013  13:12

INFERNO MEVILLA. MIGRANTI MASSACRATI DI BOTTE FINO ALLA MORTE

(VIDEO CHOC)

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Mi piace Tweet In un  video  choc  sono  testimoniati  gli  effetti   Condividi Condividi 0 dei  violenti  pestaggi  a  cui  sono  sottoposti  i migranti  che  cercano  di  attraversare  il  confine  tra  Marocco  e  Mevilla, l'enclave  spagnola  in  terra  d'Africa.  Sotto  accusa,  in  particolare,  la Guardia  Civil.  Attenzione  il  video  contiene  immagini  forti.

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L'inferno è  ai  confini  della  Unione  Europea.  Poco  oltre  i  confini  della  "civile"  Europa, infatti,    si  consuma  un  crimine  contro  l'Umanità  del  quale  nessuno  parla,  perchè  non interessa  a  nessuno  divulgarlo.   Teatro  di  questo  crimine  è  Mevilla,  città  autonoma  e  territorio  a  sovranità  spagnola  che si  trova  sul  continente  africano,  circondata  dal  Regno  del  Marocco  e  dal  Mar Mediterraneo.  La  frontiera  è  segnata  da  una  serie  di SOCIAL: recinzioni  parallele  alte  fino  a  6  metri  ed  estese  su 12  chilometri,  sormontate  da  filo  spinato  e  dotate  di 291 4 0 dispositivi  pesanti  di  sorveglianza,  da  una  parta  la Guardia  Civil  spagnola  ,  dall'altra  le  forze  ausiliarie marocchine.  La  foresta  di  Gourougou  è  un'altura boscosa  nei  pressi  di  Melilla  dove  si  rifugiano  i

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Inferno Mevilla. Migranti massacrati di botte fino alla morte (VIDEO CHOC)

migranti che  provano  a  varcare  il  confine.  Provengono  da  vari  Paesi  africani:  Gabon, Camerun,  Mali,  Burkina  Faso,  Guinea,  Ciad  e  Senegal  e  periodicamente  cercano  di attraversare  il  confine  per  entrare  a  Mevilla.  L'11  marzo  scorso  uno  di  questi  tentativi  si è  trasformato  in  un  brutale  pestaggio  a  caus  dell'intervento  congiunto  della  Guardia Civil  e  delle  forze  ausiliare  marocchine.  Una  troupe  ha  filmato  le  conseguenze  di questo  vero  e  proprio  crimine  consumatosi  nel  silenzio  generale.   Dopo  qualche  giorno,  il  16  marzo,  i  migranti  feriti  sono  raggiunti  in  un  accampamento  di fortuna  nella  foresta  di  Gourougou,  nei  pressi  di  Beni  Enssar,  in  Marocco, dall'associazione  umanitaria  Alecma.  Tra  i  soccorritori  c'è  anche  la  regista  Sara  Creta che,  con  il  collega  del  Camerun  Sylvin  Mbarga,  documenta  le  conseguenze  delle violenze  della  polizia  e  raccoglie  le  testimonianze  scritte  e  audio-­visive  delle  vittime dell'aggressione.  Uno  dei  feriti  -­  Clément,  un  cittadino  camerunese  che  era  stato arrestato,  pestato  e  trasferito  all’ospedale  di  Nador  -­  muore  sotto  i  loro  occhi: l'ambulanza  non  arriva  in  tempo.  Era  ferito  alla  testa  e  aveva  un  braccio  ed  una  gamba fratturati:  lascia  la  moglie  incinta  e  due  bambini.  Il  titolo  del  film,  che  essi  hanno  tratto,  è  "N°9",  è  un  omaggio  a  lui  dato  che  era  il  numero  sulla  maglietta  che  indossava. Quello  che  denunciano  i  migranti  in  cui  occhi  sono  ancora  terrorizzati  al  solo  ricordo  di quello  che  hanno  vissuto  è  la  violenza  inaudita  con  la  quale  si  sono  accaniti  contro  di loro  sia  gli  spagnoli  che  i  marocchini.  "E'  stato  un  massacro.  Hanno  usato  dei  grossi pezzi  di  ferro,  delle  morse  e  delle  pietre  e  hanno  infierito  su  di  noi,  anche  sulla  testa e  su  chi  aveva  già  gambe  e  braccia  rotte".  I  migranti  puntano  il  dito  sulla  Guardia Civil  spagnola,  la  quale  li  massacra  senza  pietà  prima  di  rispedirli  dall'altra  parte  dove fanno  il  loro  sporco  lavoro  le  forze  ausiliarie  marocchine.  Quasi  implorano  l'attenzione lde  mondo  su  di  loro  :"Aiutateci  qui  le  cose  stanno  peggiorando.  noi  cerchiamo  solo  di attraversare  il  confine  per  costruirci  un  futuro  migliore  e  questi  ci  massacrano:  come possono  le  grandi  nazioni  guardarci  morire  in  silenzio.  Il  Marocco,  la  Spagna  e l'Europa  ci  guardano  morire  in  silenzio.  "La  Spagna  sa  che  qui  ci  sono  i  neri  che muoiono  e  non  fa  niente  e  anche  i  giornalisti,  vengono,  fanno  qualche  foto,  ma  non cambia  niente  e  nessuno  ci  assiste"  denunciano.  E  l'Onu?  Gli  Usa?  L'Umanità  dove sono?  Viene  da  chiedersi  a  vedere  i  volti  e  i  corpi  massacrati  di  poveri  sventurati colpevoli  solo  di  cercare  un  futuro  migliore  per  sè  e  le  proprie  famiglie. Se  trovi  questo  articolo  su  un  blog  diverso  da  "net1news.org"  si  tratta  probabilmente  di  una  copia  non  autorizzata.  L'indirizzo originale  di  questo  articolo  è:  Inferno  Mevilla.  Migranti  massacrati  di  botte  fino  alla  morte  (VIDEO  CHOC)  scritto  da  Net1news.

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Marocco: migranti "picchiati a morte" a frontiera enclave spagnola di Melilla, il docufilm-denuncia (VIDEO) - [Agorà Magazine]

rtedì 4  giugno,  alle  ore  10,  il  governo  riferirà  alla  Camera  sul  caso  Ilva

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Marocco: migranti "picchiati a morte" a frontiera enclave spagnola di Melilla, il docufilm-denuncia (VIDEO) sabato 29 giugno 2013 di Redazione Cronaca

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Roma, 28 giu. - "N.9 - Stop alle violenze alle frontiere !" Questo il nome della campagna e del video che testimonia "le violenze subite dai migranti ad opera delle forze dell’ordine marocchine e spagnole mentre cercava di attraversare la frontiera a Melilla", enclave iberica insieme a Ceuta in Marocco. E’ quanto denuncia l’Arci, secondo la quale "a Ceuta e Melilla a partire dall’autunno del 2005 la repressione contro i migranti non e’ mai cessata e le violenze alle frontiere nel nord del Marocco sono raddoppiate a partire dalla fine del 2011". "L’11 marzo 2013 il tentativo di un gruppo di migranti di attraversare la frontiera tra il Marocco e l’enclave spagnola di Melilla e’ violentemente represso dalla guardia civil spagnola e dalle forze ausiliarie marocchine. Il 16 marzo 2013, in occasione di una missione nella foresta di Gourougou nei pressi di Beni Enssar, condotta dall’associazione ALECMA con il sostegno del GADEM e alla presenza della regista Sara Creta per documentare le conseguenze delle violenze della polizia contro i migranti, i membri della missione assistono alla morte di Clement, cittadino camerunense che aveva tentato di attraversare la recinzione di Melilla l’11 marzo. Era stato arrestato, pesato e trasferito all’ospedale di Nador. L’AMDH riporta che era stato ferito alla testa e aveva un braccio ed una gamba fratturati. Secondo le testimonianze raccolte, ancora molto debole era stato rimandato nell’accampamento della foreste di Gourougou dove e’ morto a seguito delle ferite riportate. Questa missione ha portato alla realizzazione di un film, "N.9" , e al lancio di una campagna, "N.9 - Stop alle violenze alle frontiere", finalizzati a denunciare la repressione quotidiana e sistematica subita dai migranti ad opera delle autorita’ marocchine ed il coinvolgimento di quelle spagnole nelle atrocita’ commesse contro di loro alle frontiere di Melilla e a pretendere la fine delle violenze e le violazioni dei diritti umani nel nord del Marocco e l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulle circostanze della morte di Clement e degli altri migranti deceduti intorno alle enclave spagnole. La versione breve (6 minuti) del filmato, con sottotitoli in italiano, si puo’ vedere al link (AGI)

http://www.agoramagazine.it/agora/Marocco-migranti-picchiati-a-morte

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Frontière de Mélilia : Clément, Camerounais, 3 enfants, battu à mort le 11 mars (VIDÉO)

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Frontière  de  Mélilia  :  Clément,  Camerounais,  3  enfants,  battu  à  mort  le  11  mars  (VIDÉO) Lundi  1  Juillet  2013  -­  14:45

     

     

     

     

     

"Numéro 9"  est  un  documentaire  vidéo  réalisé  par  Sara  Creta  et  coproduit  par  plusieurs  associations marocaines  de  défense  des  droit  des  migrants  qui  donne  la  parole  à  une  dizaine  de  migrants  rescapés  d'une tentative  de  franchissement  de  la  frontière  de  Mélilia,  le  11  mars.  Parmi  eux,  Clément,  Camerounais,  est mort  au  moment  de  la  réalisation  du  film.

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Frontière de Mélilia : Clément, Camerounais, 3 enfants, battu à mort le 11 mars (VIDÉO)

eux les  affaires.  Restent  sur  place  plusieurs  blessés  qui  ne  peuvent  pas  se  déplacer,  dont  Clément.  Les  «  Ali  », surnommés  ainsi  par  les  migrants  subsahariens,  sortent  Clément  de  sa  tente  pour  la  brûler  avec  ses  couvertures. Ils  l’abandonnent  couché  dans  la  terre  où  le  retrouvent  ses  compagnons  en  redescendant.   Son  état  de  santé  se  détériore  rapidement.  Ses  amis  racontent  qu’il  a  froid,  ne  mange  plus  et  ne  sort  plus  de  sa tente.  Sur  les  images  de  Sara  Greta,  Clément  est  facilement  identifiable,  il  s’agit  de  l’homme  au  regard  totalement hagard,   presque   terrifié,   tremblant,   incapable   de   parler,   qui   halète,   assis   sur   le   sol.   Ses   amis   appellent   une ambulance.  6  jours  après  sa  tentative  de  passage,  devant  la  caméra,  devant  ses  amis,  devant  les  membres  des associations  venues  sur  les  lieux...  Clément  meurt.  La  police  arrivera  avant  l’ambulance.  

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Stop alle violenze alle frontiere

La Campagna  “N°9  –  Stop  alle  violenze  alle  frontiere!”  è  stata  lanciata il  28  giugno  scorso  insieme  alla  presentazione  del  video  omonimo  di Sara  Creta,  affinché  le  violenze  alle  frontiere  settentrionali  del  Marocco cessino.

AREA MAGAZINE

04.07.2013:

SOMMARIO

Non hanno  fatto  niente.  Le  loro parole,  i  loro  visi,  sono  lo  specchio  della violenza  che,  in  molte  parti  del  mondo,  si sta  consumando  sulla  pelle  dei  migranti che  cercano  di  trovare  un  posto  migliore nel  mondo  in  cui  poter  vivere  dignitosamente.  La  Campagna  “N°9  –  Stop  alle violenze  alle  frontiere!”,  lanciata  il  28  giugno  scorso,  è  finalizzata  a  denunciare la  repressione  quotidiana  e  sistematica  subita  dai  migranti  a  opera  delle autorità  marocchine  ed  il  coinvolgimento  di  quelle  spagnole  nelle  atrocità commesse  contro  di  loro  alle  frontiere  di  Melilla,  a  pretendere  la  fine  delle violenze  e  delle  violazioni  dei  diritti  umani  nel  nord  del  Marocco  e  l’apertura  di un’inchiesta  sulle  circostanze  della  morte  di  Clément,  deceduto  a  seguito  delle ferite  riportate  in  occasione  di  un  giro  di  vite  senza  precedenti  da  parte  delle forze  dell’ordine  marocchine  e  spagnole,  e  degli  altri  migranti  morti  intorno all’enclave  spagnola  di  Melilla,  segnata  da  recinzioni  parallele  estese  su  12  km la  cui  altezza  raggiunge  i  6  metri,  surmontate  da  filo  spinato  e  dotate  di dispositivi  pesanti  di  sorveglianza  da  ambo  i  lati.

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solo testo Solidarietà  dal panettiere Cosa  hanno  in  comune Messina,  Sassari  e Napoli?  Il  “pane  in  ...

“N°9 –  Stop  alle  violenze  alle  frontiere!”  e  il  documentario  di  Sara Creta  sono  dedicati  alla  memoria  di  Clément.  Il  “N°9”  ricorda  il  centravanti  o l’attaccante  che  deve  segnare  i  goal.  Ed  è  il  nome  che  usano  alcuni  migranti  per parlare  di  colui  che  lascia  famiglia  e  paese  d’origine  e  tenta  “il  passaggio”. Dagli  eventi  dell’autunno  2005  la  repressione  non  è  mai  cessata  e  le  violenze alle  frontiere  nel  nord  del  Marocco  sono  raddoppiate.  Il  16  marzo  2013  durante una  missione  nella  foresta  di  Gourougou  nei  pressi  di  Beni  Enssar,  i  membri dell’associazione  Alecma,  Gadem  e  la  regista  Sara  Creta  assistono  alla  morte  di Clément,  cittadino  camerunense  che  aveva  tentato  di  attraversare  la  recinzione l’11  marzo.  L’Amdh  riporta  che  era  stato  ferito  alla  testa  e  aveva  un  braccio  e una  gamba  fratturati.  Secondo  le  testimonianze  raccolte,  ancora  molto  debole, dall’ospedale  di  Nador  era  stato  rimandato  nell’accampamento  della  foreste  di Gourougou  dove  è  morto  a  seguito  delle  ferite  riportate.

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Speranze di  pace  e  disarmo   10  aprile:  Il  silenzio  è  rotto contro  la  violenza  di genere

clandestin anel  Maghreb,  associazione  di  migranti  sub-­sahariani  in  Marocco),  il Groupe  antiraciste  d’accompagnement  et  de  défense  des  étrangers  et  migrants (Gruppo  antirazzista  di  accompagnamento  e  difesa  degli  stranieri  e  dei migranti),  il  Forum  des  alternatives  Maroc  (Forum  delle  alternative  Marocco),  e l’Association  marocaine  des  droits  de  l’Homme  (Associazione  marocchina  dei diritti  dell’uomo).

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«Nella mia  esperienza  a  fianco  dei  migranti  avevo  sentito  diverse  storie di  violenze  subite  e  maltrattamenti  –  spiega  Sara  Creta  –,  ma  la  sensazione  di essere  impotente  davanti  alla  realtà  è  qualcosa  di  diverso.  Quei  corpi  e  quelle ferite  erano  davanti  a  me,  come  una  mostra  dei  segni  delle  frontiere,  quei  corpi che  senza  rispetto  erano  stati  colpiti  e  che  ora  portavano  dentro  il  segno  di  chi aveva  tentato  di  attraversare.  Clement  è  li.  Non  ha  la  forza  di  dire  nulla.  Così pure  io,  immobile  davanti  a  lui,  senza  parole.  Viene  caricato  in  spalla,  non parla,  non  riesce  più  a  respirare,  agonizza.  Le  sue  ultime  parole:  non  ho  fatto niente».

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arcireport

settimanale a cura dell’Arci | anno XI | n. 26 | 2 luglio 2013 | www.arci.it | report @arci.it

L’educazione popolare, chiave del cambiamento di Paolo Beni

N° 9 – Stop alle violenze alle frontiere di Alessandra Capodanno Migreurop

Sono trascorsi i primi cento giorni di una legislatura quanto mai complicata. La crisi morde ancora forte e il paese qui, quali problemi si sono risolti, cosa ci aspetta in autunno, quale futuro avrà questo governo nato dallo stallo post elettorale e specchio della crisi della politica italiana. Un governo che nessuno ama ma dal quale tutti si aspettano qualcosa, forte dell’assenza di alternative eppure esposto ai quattro venti di un mare perennemente in tempesta. Si può discutere su luci e ombre dei suoi primi passi, di alcune cose buone e dei molti limiti. Forse il bicchiere è più pieno che vuoto, ma l’impressione è che il governo non avrà comunque vita facile, sottoposto a tensioni trasversali alle stesse forze che lo compongono. Ciò che manca, e di cui il paese avrebbe tremendamente bisogno, è la capacità dei partiti di ritrovare la connessione col sentimento popolare diffuso, quella rivoluzione della politica che abbiamo continua a pagina 2

Il 28 giugno è stata lanciata a Rabat la campagna N° 9 – Stop alle violenze alle frontiere alla presenza di numerosi rappresentanti della società civile marocchina, delle associazioni di migranti e membri della rete euro-africana Migreurop, di cui l’Arci è uno dei fondatori. La campagna promossa dall’associazione di migranti Alecma insieme al Gadem e l’Amdh, il Fmas e il suo progetto media e-joussour tutte le forme di violenza, delle violazioni dei diritti e delle persecuzioni ai danni dei migranti alle frontiere nord del Marocco. N° 9 ricorda il giocatore numero 9 sui campi di calcio, il centravanti o l’attaccante che deve segnare i goal. È anche il termine che i migranti usano in Marocco per parlare di colui che lascia il paese d’origine e tenta il ‘passaggio’. Il passaggio è in questo caso l’attraversamento della frontiera tra il Marocco e l’enclave spagnola di Melilla segnata da tre re-

di dispositivi pesanti di sorveglianza sia dal lato marocchino che da quello spagnolo.

E pesanti, anzi inaudite, sono le violenze esercitate dalla Guardia civil spagnola e dalle forze ausiliarie marocchine contro i migranti che tentano di valicare quest’ultimo muro che li separa dalla ‘fortezza Europa’. Se a seguito degli eventi di Ceuta e Melilla del 2005 la situazione alle frontiere nord del Marocco sembrava essere migliorata, si senza precedenti: i migranti vengono intercettati alla frontiera o durante vere e proprie retate nelle foreste - dove si nascondono in attesa di tentare l’attraversamento della frontiera - o nelle periferie delle principali città marocchine, picchiati, derubati, privati dei documenti di identità e respinti nella terra di nessuno alla frontiera con l’Algeria, nei pressi della città di Oujda. Il video che porta lo stesso titolo della campagna è una prova di queste violenze e proprio la disponibilità di testimonianze scritte e audio-visive spiega la decisione di lanciare adesso questo appello alla mobilitazione. Grazie a queste testimonianze, le organizzazioni promotrici hanno intrapreso azioni legali a livello nazionale continua a pagina 2


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arcireport n. 26 | 2 luglio 2013

migranti

segue dalla prima pagina

segue dalla prima pagina

invocato con le parole di Tom Benetollo ricordandolo alla Camera nei giorni scorsi: se la politica diventa prerogativa di pochi e non è più strumento dell’impegno di tanti, perde la capacità di servire al cambiamento; bisogna rifondarla dal basso, partendo dai luoghi di vita delle persone, con la cittadinanza attiva che riprende parola nel discorso pubblico. Non a caso l’Arci ha posto al centro della sua

perché sia fatta giustizia sul decesso di Clément, morto durante le riprese del video per le violenze subite in occasione di un tentativo di entrare - insieme a centinaia di altri numeri 9 - a Melilla. A Rabat, le reti internazionali presenti si sono impegnate a dare impulso alla mobilitazione della società civile spagnola affinché nessuno dei responsabili rimanga impunito. Gli strumenti della campagna - disponibili online sul sito - saranno utilizzati anche per denunciare l’accordo di ‘partenariato per la mobilità’ che l’UE ed il

dell’associazionismo popolare per reagire alla crisi; non a caso pochi giorni dopo la Ligue de l’einsegnement, partner di Arci e grande realtà dell’associazionismo francese, ha lanciato nel suo congresso le stesse parole d’ordine. Pur se in contesti molto diversi, l’attivismo civico europeo parla la stessa lingua. Dice che non sarà il mercato a salvarci e che le politiche di sociali e la democrazia; che abbiamo bisogno di un new deal all’insegna del lavoro e dell’economia sociale e solidale, dei beni comuni, della cultura e della laicità, della moralità pubblica, della democrazia partecipativa. Dice che la chiave del cambiamento sta nell’educazione popolare che diventa movimento di protesta e proposta, scambio di saperi e abilità per la vita, strumento per reagire alla barbarie del nostro tempo, conquistare capacità di cittadinanza e potere di azione collettiva. C’è spazio per una nuova alleanza fra istituzioni e attori sociali. C’è motivo di fa motore della trasformazione sociale. Perché quando le persone prendono coscienza di poter essere protagoniste del cambiamento non ci sono obbiettivi fuori dalla loro portata. Non sottovalutiamo la forza di questo messaggio.

COSÌ VICINA ALLE STELLE, COSÌ VICINA ALLA PARTE PIÙ DEBOLE DELLA SOCIETÀ. TI RICORDIAMO COSÌ, GRANDE MARGHERITA.

L’accordo includerebbe una clausola di riammissione in base alla quale il Marocco dovrà riammettere sul proprio territorio non soltanto i cittadini marocchini fermati in situazione irregolare sul territorio dell’Unione, ma anche quelli di paesi terzi che, dal Marocco, hanno raggiunto l’Europa. Un passo avanti nel processo di ‘esternalizzazione’ che vede lo spostamento a

sud e e ad est delle frontiere dell’UE per far sì che – in cambio di vantaggi economici e aiuti allo sviluppo - siano i paesi vicini dell’Unione a fare il ‘lavoro sporco’ e assicurare il controllo delle frontiere europee. La mobilitazione della società civile europea ed africana e della rete Arci è indispensabile per il successo di queste azioni. Ciascuno può contribuire diffondendo il video sui propri siti, blog, pagine facebook. Una diffusione ampia è necessaria anche per evitare ripercussioni sulle organizzazioni di migranti in Marocco e sui migranti stessi. Sensibilizzando sulle violenze subite a questa ed altre frontiere. Raccogliendo fondi - è questa la priorità per Alecma, l’organizzazione più vicina ai compagni di viaggio di Clément - per i migranti nascosti nelle foreste del nord del Marocco e per i familiari di Clément, rimasti in Cameroun senza l’aiuto del loro N°9 Per informazioni: http://saracreta.wix.com/into-the-forest

Fate un segno. Noi siamo qui nella foresta di Sara Creta regista di N°9

Dalle colline di Gourougou si vede l’enclave spagnola di Melilla. A separare questi due territori una barriera metallica che arriva anche a 6 metri di altezza, lunga 12 kilometri. Da una parte il Marocco, l’Africa, dall’altra la Spagna, l’Europa, il sogno. Ammassati nei boschi di Gourougou , sul promontorio che sovrasta il porto e la vecchia fortezza, o nascosti nella vicina Nador, decine di maliani, nigeriani, congolesi ma anche senegalesi e guineani aspettano l’occasione per varcare le temibili frontiere dello spazio Schengen. I dodici chilometri di recinzione che ‘custodiscono’ Melilla, si sono fatti sempre più serrati, le violenze aumentano. A sferrare i colpi sia la Guardia Civil spagnola che la Gendarmerie Marocchina. Il 16 marzo, insieme al compagno camerunese Sylvin Mbarga decidiamo di entrare nella foresta di Gourogou, quella zona di nessuno dove l’attesa e l’ossessione di attraversare la frontiera scandiscono il tempo. Sylvin conosce bene la foresta, qualche mese prima ci aveva vissuto anche lui. Mi accompagna sicuro, segue il sentiero che ci testimonianze e video che mostrassero i segni di violenza. Sappiamo che l’11 marzo c’è stato un tentativo di passaggio forzato, sappiamo che ci sono dei feriti. Siamo in contatto con il capo di quella comunità camerunese che ci parla al telefono, siate veloci la situazione sta peggiorando, abbiamo bisogno di aiuto. Sylvin è membro

dell’associazione ALECMA, formata da ragazzi subsahariani che vivono a Rabat. Attivisti abituati a queste immagini, a queste situazioni. Io no. Nella mia esperienza storie di violenze e maltrattamenti, ma la sensazione di impotenza davanti alla realtà è qualcosa di diverso. Quei corpi e quelle ferite erano come una mostra dei segni delle frontiere. Clément è lì. Non ha la forza di dire nulla. Così pure io, caricato in spalla, non parla, agonizza. Le sue ultime parole: non ho fatto niente. E nemmeno io riesco più a fare niente per lui, quando sento che è morto. Ecco perché ho custodito le ultime immagini della sua morte nonostante le intimazioni della polizia marocchina. Ho custodito quegli ultimi secondi per mostrare a voi cosa succede alle frontiere dell’Europa, per N°9 devono riuscire a bussare alla porta di chi decide, o di chi come me, paralizzato dalla forza delle immagini, mosso dalla sensibilità umana deve dire basta, tutto questo deve N°9. La denunciare le violazioni dei diritti umani uniti alla volontà di aprire un’inchiesta Clément sono gli obiettivi della campagna lanciata a Rabat lo scorso 28 giugno.


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4/3/2014

A.H.C.S: Profughi: violenze alle frontiere e violenze in Europa

In Libia,   promossa   dall’Europa   al   ruolo   di   “gendarme   del Mediterraneo”  contro  l’emigrazione  clandestina,  torture,  pestaggi  e soprusi  sono  la  vita  quotidiana  dei  profughi  e  dei  migranti  rinchiusi in   tutti   le   carceri   e   nei   campi   di   detenzione,   autentici   lager   che l’ipocrisia   europea   si   ostina   a   chiamare   centri   di   accoglienza.   E’ eloquente   il   dossier   presentato   alle   commissioni   affari   sociali   e interni   della   Ue   da   parte   di   don   Mussie   Zerai,   portavoce dell’agenzia  Habeshia,  circa  un  anno  fa  e  via  via  aggiornato  con diversi  rapporti  integrativi.  L’ultimo  è  di  queste  settimane,  corredato anche   da   una   serie   di   fotografie   “rubate”   con   un   cellulare   e   fatte uscire  clandestinamente  dal  campo  di  Burshada.  Ma  l’indifferenza della   comunità   internazionale   non   ne   è   stata   scalfita.   Nessuna reazione,  in  particolare,  dall’Italia,  nonostante  abbia  stipulato  con  il governo   Berlusconi   e   rinnovato   con   Monti   un   accordo   bilaterale che   assegna   a   Tripoli   il   compito   di   blindare   con   ogni   mezzo   il Canale  di  Sicilia,  bloccando  i  profughi  in  mare  mentre  tentano  di raggiungere   Lampedusa   o   la   penisola,   presidiando   la   costa   per impedire   gli   imbarchi   o   arrestando   in   massa   quei   disperati   nelle città   o   appena   hanno   varcato,   in   pieno   Sahara,   il   confine   libico. Non   a   caso   gli   oltre   venti   campi   di   detenzione   sparsi   nel   paese sono   strapieni,   già   di   per   sé   invivibili   per   il   sovraffollamento   e   la mancanza  di  servizi,  di  assistenza,  cibo  e  persino  acqua  potabile sufficiente,   senza   contare   i   continui   maltrattamenti,   gli   abusi,   le percosse,  le  violenze  a  cui  si  abbandonano  i  militari  e  i  miliziani  di guardia. “Un  vero  inferno”,  denunciano  tutti  i  testimoni  delle  organizzazioni umanitarie.   Un   inferno   destinato   probabilmente   ad   inghiottire ancora   migliaia   di   vittime.   Tutto   lascia   prevedere,   infatti,   che   in Libia   come   nell’intera   fascia   dell’Africa   settentrionale   il   flusso   di richiedenti   asilo   e   migranti,   lungi   dal   diminuire,   continuerà   ad aumentare.  Una  delle  vie  di  fuga  dei  profughi,  specie  dal  Sudan  e dal  Corno  d’Africa,  quella  israeliana  attraverso  il  Sinai,  si  è  chiusa. Tel  Aviv  ha  terminato  di  costruire  una  impenetrabile  barriera  di  filo spinato   lungo   il   confine   egiziano,   eliminando   di   fatto   ogni possibilità   di   ingresso   e   completando   così   la   politica   dei respingimenti   nel   deserto,   prima   della   frontiera. Contemporaneamente,  il  governo  sta  predisponendo  l’espulsione di   gran   parte   dei   60   mila   rifugiati,   soprattutto   sudanesi   ed   eritrei, arrivati  negli  ultimi  anni.  E’  lecito  attendersi  dunque  che,  sbarrato  il Sinai,   anche   il   flusso   che   passava   di   lì   si   riverserà   sull’Africa settentrionale  e,  dunque,  sul  nostro  Mediterraneo.  Forse  anche  per questo  corre  voce  che  il  trattato  tra  Italia  e  Libia  verrà  riesaminato per  arrivare  a  forme  ancora  più  restrittive.  Mentre  nessuno  sembra ricordarsi   e   tener   conto   di   violenze   tremende   come   quelle denunciate  a  Melilla  o  nelle  carceri  di  Tripoli. Ci   sono,   del   resto,   anche   altre   forme   di   violenza.   Spesso direttamente   in   Europa,   frutto   di   indifferenza,   burocrazia, insensibilità,  norme  e  procedure  assurde.  Magari  hanno  meno  eco, tra  la  gente  e  sui  giornali,  delle  torture  e  dei  maltrattamenti  feroci che   di   tanto   in   tanto   riescono   a   portare   alla   luce   le   denunce   del Commissariato   Onu   per   i   rifugiati   e   delle   organizzazioni umanitarie.   Tuttavia   finiscono   anch’esse   per   “uccidere   dentro”,   a poco   a   poco,   centinaia,   migliaia   di   giovani   che   hanno   lanciato   il loro   grido   d’aiuto   all’Occidente,   in   nome   dei   diritti   umani   e   delle convezioni  internazionali.  E’  quanto  emerge  da  una  nuova  protesta di  don  Mussie  Zerai,  questa  volta  a  proposito  dei  Cara,  i  Centri  di accoglienza   per   i   richiedenti   asilo.   In   particolare,   quello   di Caltanissetta.  Il  caso  è  stato  portato  direttamente  all’attenzione  del ministro  dell’interno  Angelino  Alfano. In   base   alle   procedure,   dopo   aver   ottenuto   dalla   Commissione territoriale   lo   status   di   rifugiato   o   la   protezione   sussidiaria,   i profughi   dovrebbero   essere   trasferiti   nei   circuiti   dello   Sprar,   il Servizio   per   la   protezione   dei   richiedenti   asilo,   o   in   altri   centri simili,  per  aiutarne  il  processo  di  integrazione  in  Italia,  fino  al  pieno inserimento   nella   società.   Secondo   le   testimonianze   raccolte direttamente   da   don   Zerai,   invece,   a   Caltanissetta   starebbe accadendo  esattamente  il  contrario:  “Dopo  il  pronunciamento  della Commissione  –  racconta  il  sacerdote  eritreo  –  i  migranti  vengono messi   fuori   dal   Centro   di   accoglienza   senza   aver   nemmeno http://habeshia.blogspot.it/2013/07/profughi-violenze-alle-frontiere-e.html

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A.H.C.S: Profughi: violenze alle frontiere e violenze in Europa

ricevuto tutti   i   documenti   previsti.   Per   averli   devono   tornare   dopo 40   giorni.   Ma   nessuno   si   preoccupa   di   come,   privi   di   qualsiasi risorsa,   senza   un   alloggio,   senza   soldi,   senza   lavoro,   potranno vivere   in   quei   40   giorni.   Ovvero,   vengono   di   fatto   consegnati   ad ogni   genere   di   sfruttamento   o   anche   peggio.   Non   solo.   Per   il rilascio   del   primo   permesso   e   del   biglietto   per   il   viaggio   verso   la località   indicata   per   il   soggiorno,   è   richiesto   il   pagamento   di   127 euro.  Può  sembrare  una  cifra  non  elevata.  Ma  bisogna  tener  conto che   queste   persone   sono   state   letteralmente   ‘pescate   in   mare’, senza  un  solo  euro  in  tasca.  Dal  giorno  del  loro  arrivo  in  Italia  sono stati   ospiti   di   centri   di   accoglienza   e,   dunque,   non   hanno   avuto alcuna   possibilità   di   lavorare   e   di   mettere   insieme   qualche   soldo per   le   necessità   più   urgenti.   Ecco   perché   non   hanno   quei   127 euro.  E’  essenziale,  allora,  che  il  rilascio  del  primo  permesso  e  del documento  di  viaggio  sia  a  carico  dello  Stato.  Come  avviene  del resto   in   tutta   Europa.   Altrimenti,   una   volta   usciti   dal   Cara,   questa gente  si  ritroverà  allo  sbando,  per  volontà  dello  Stato  stesso.  Con in  tasca  il  parere  positivo  della  Commissione  territoriale  sulla  loro domanda   di   asilo,   ma   senza   denaro,   senza   cibo,   senza   alloggio. Costretti  a  mendicare  un  piatto  di  minestra  e  a  dormire  dove  capita: per   strada,   in   un   portone,   in   una   delle   infinite   baraccopoli   di ‘invisibili’  e  ‘non  persone’  sparse  in  tutta  Italia.  Braccia  da  sfruttare in  nero  e  rischi  infiniti  di  ogni  genere”. E’   difficile   non   definire   anche   questa   una   violenza.   Sia   pure   con tutte  le  “procedure”  legali  formalmente  a  posto.  E,  ovviamente,  con effetti  immediati  sulle  persone  e  un  impatto  “esterno”  molto  minori del  massacro  di  Melilla  o  delle  torture  libiche.  Si  potrebbe  obiettare che,   in   tempi   di   crisi   e   di   ristrettezze   come   quelli   che   stiamo vivendo,  è  difficile  per  lo  Stato  accollarsi  queste  spese.  Sarà  bene, allora,  fare  un  po’  di  conti  per  capirne  l’entità.  Secondo  i  rapporti annuali   della   Caritas,   ogni   anno   in   Italia   vengono   presentate   in media   35   mila   richieste   di   asilo.   Nonostante   l’opinione   diffusa, molte   di   meno   di   quante   ne   ricevano   altre   nazioni,   a   cominciare dalla  Francia,  prima  in  Europa  con  una  media  di  50-­55  mila  l’anno. Di   queste   35   mila,   in   genere   ne   vengono   accolte   la   metà   circa. Dunque,   17   o   18   mila   che,   moltiplicate   per   127   euro   a   testa, portano  a  un  totale  di  2  milioni  286  mila  euro  l’anno.  Sembra  tanto. Ma   è   in   realtà   molto   meno   dei   3   milioni   e   310   mila   euro   che costituiscono  l’ammontare  totale  delle  diarie  (3.503  euro  ciascuna) per  soggiorno,  viaggi,  ecc.  assegnate  ogni  mese  ai  945  senatori  e deputati   del   nostro   Parlamento.   Se   si   aggiunge   poi   il   rimborso spese   previsto   per   “l’esercizio   del   mandato”,   pari   a   3.690   euro   a testa  ogni  trenta  giorni,  si  arriva  a  quasi  6  milioni  e  800  mila  euro. Sempre   al   mese,   è   bene   ripeterlo.   E   senza   contare   i   benefit indiretti   delle   tessere   gratis   di   autostrade,   treni,   aerei   e   linee marittime  per  gli  spostamenti  nazionali.  Ovvero,  in  soli  30  giorni  le “spese”  di  deputati  e  senatori  ammontano  a  quasi  il  triplo  di  quelle annuali   che   lo   Stato   dovrebbe   affrontare   per   consegnare   gratis permessi   e   documenti   ai   rifugiati.   Anzi,   per   “coprire”   questi   2 milioni  e  286  mila  euro,  basterebbe  ridurre  di  soli  200  euro  i  7.193 che  tra  diaria  e  rimborsi  riceve  a  fine  mese  ciascun  parlamentare. Sarebbe  un  “taglio”  di  appena  il  2,78  per  cento.         Pubblicato  da  Agenzia  Habeshia  per  la  Cooperazione  allo  Sviluppo  a  21:47  

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Una fiaccolata per non dimenticare gli Ostaggi nel Sinai

01 febbraio  2011  Campidoglio,  fiaccolata  per la  librazione  degli  ostaggi  nel  deserto  del Sinai,  chiedere  che  l'Europa  si  muova  per diffendere  i  diritti  umani  di  centinaia  di  profughi del  Corno  d'Africa.

Firma per la liberazione degli Ostaggi nel Sinai http://corneliagroup.altervista.org/blog/firma-­ per-­la-­liberazione-­dei-­progionieri-­nel-­sinai/

Foto Manifestazioni

Sit-­in  per  chiedere  libertà  di  coscienza,  di parola,  e  libertà  politica  ed  religiosa  in  Eritrea. Chiediamo  anche  la  liberazione  di  tutti  detenuti politici,  giornalisti,  obbiettori  di  coscienza  e leader  religiosi.  Vogliamo  un  paese Democratico,  uno  stato  fondato  su  una Costituzione  voluta  dal  popolo  Eritreo.

LIBIA: immigrati morti nel Sahara e Meditterraneo

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Video of the torchlight procession to the Capitol for the Liberation of Hostages refugees in Sinai.

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4/3/2014

No. 9 | Glasgow Refugee Asylum and Migration Network (GRAMNet)

Glasgow Refugee  Asylum  and Migration  Network (GRAMNet) Tag Archives: No.  9 JULY 3, 2013 ·∙ 11:23 AM

In memory of Clément: Stop the violence at the Spanish and Moroccan borders The associations of ALECMA[1], GADEM[2], FMAS[3] and AMDH[4] call for mobilisation to denounce and bring an end to violence at the northern borders of Morocco. They are together launching a campaign in memory of Clément, an undocumented cameroonain migrant, who passed away as a result of wounds inflicted during unparalleled repression by Spanish and Moroccan forces. Repression against migrants has not ceased since the autumn 2005 Sebta and Melilla events, and violence at the borders in the north of Morocco is on the increase since late 2011. On 11th March 2013, a collective attempt at crossing the border between Morocco and the Spanish enclave of Melilla was violently contained by the Spanish ‘guardia civil’ and the Moroccan ‘forces auxiliaires’. On 16th March, the association ALECMA lead a field mission supported by GADEM and accompanied by filmmaker Sara Creta in the forest of Gourougou near Beni Enssar. The aim was to document the consequences of police violence against migrants and to gather written and audio-visual accounts. On site, they witnessed the death of Clément, who had attempted the crossing of the Melilla fence on 11th March. He was arrested, beaten up and transferred to the hospital in Nador. According to AMDH, he had suffered a head wound and had an arm and a leg broken. As stated in testimonies gathered, although still very weak, Clément was sent back to the camp in the Gourougou forest where he died from his wounds. This field mission led to the making of the film “No. 9”, a 15-minute film, as well as a shorter version (3-4 minutes). “No. 9” recalls the player with the number 9 shirt on football pitches: the centre-forward or striker who needs to score goals. Among migrants, “No. 9” is a nickname for a person who leaves his or her family to attempt the ‘passage’, i.e. the border between Morocco and the Spanish enclave of Melilla. This border is embodied by parallel fences with a length of 12km, a height of 6 metres, topped-up with razor-wire fences and integrated into a heavy system of surveillance on both Moroccan and Spanish sides. See the film here:

http://gramnet.wordpress.com/tag/no-9/

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4/3/2014

No. 9 | Glasgow Refugee Asylum and Migration Network (GRAMNet)

The field mission also led to the launch of the “No. 9 – Stop violence at the borders!” campaign to denounce the daily and systematic repression of migrants by Moroccan authorities as well as the implication of Spanish authorities in the crimes perpetrated against migrants at the borders of Melilla; to call for the end of violence and violations of human rights in the north of Morocco; and to demand an official investigation into the circumstances of the death of Clément and the other migrants deceased in the surroundings of the enclaves. So far only Spanish, Italian, French and Moroccan media have relayed the campaign. [1] Association lumière sur l’émigration clandestine au Maghreb (Association Shedding Light on Clandestine Migration in Maghreb (an association of sub-Saharan migrants in Morocco)) [2] Groupe antiraciste d’accompagnement et de défense des étrangers et migrants (Anti-racist group of support and defence of foreigners and migrants) [3] Forum des alternatives Maroc (Alternatives Forum Morocco) [4] Association marocaine des droits de l’Homme (Moroccan Association of Human Rights)

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4/3/2014

APDHA se suma a campaña contra la violación de derechos humanos en Marruecos - ABC.es - Noticias Agencias

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APDHA se suma a campaña contra la violación de derechos humanos en Marruecos 30-­07-­2013 /  14:02  h  EFE

La Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA) se ha adherido a la campaña "Nº9 -Basta de Violencia en las Fronteras", iniciada por cuatro asociaciones marroquíes, para denunciar la violación de los derechos humanos en el norte de Marruecos y exigir el fin de la represión. La campaña, presentada a finales de junio, fue emprendida tras una misión llevada a cabo en el monte Gurugú (cerca de Melilla) en marzo de 2013 para documentar las consecuencias de la violencia policial contra los migrantes. Además, la Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía junto a la Federación Andalucía Acoge, la Federación de asociaciones de SOS Racismo y la Asociación ELIN han interpuesto una queja a la Defensora del Pueblo Español, Soledad Becerril. En concreto, le solicitan que requiera al Ministerio del Interior la apertura de una investigación sobre cómo se están gestionando los casos de devolución y rechazo en las fronteras de Ceuta y Melilla y cómo están actuando los agentes de las fuerzas y cuerpos de seguridad del Estado en este ámbito. También demandan a la Defensora del Pueblo que solicite al Ministerio de Asuntos Exteriores que pida a las autoridades marroquíes aclaraciones sobre los hechos descritos en el documental nº 9 y que proponga al Gobierno que se deje sin efecto el acuerdo bilateral de repatriación España-Marruecos hasta que el país magrebí garantice en su territorio el respeto de los derechos fundamentales de los migrantes subsaharianos.

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Kerry viaja a Argelia y Marruecos, los vecinos enfrentados del Magreb Estados Unidos presionó en Naciones Unidas para que la misión de la ONU en la ex colonia, la Minurso, tenga entre sus mandatos el de vigilar los derechos humanos.

28 inmigrantes permanecen seis horas encaramados en la valla de Melilla A las 18:30 horas, todavía quedaban encaramados 10 inmigrantes que no querían descender para no ser expulsados a Marruecos. Libertad, libertad!​, y también han reclamado numerosas veces en ... Twittear

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Por comunidades Andalucía Aragón Baleares http://sevilla.abc.es/agencias/noticia.asp?noticia=1469319&titulo=APDHA+se+suma+a+campa%F1a+contra+la+violaci%F3n+de+derechos+humanos+en+Marr…

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4/4/2014

APDHA se suma a campaña contra la violación de derechos humanos en Marruecos - ABC.es - Noticias Agencias

Gobierno que se deje sin efecto el acuerdo bilateral de repatriación España-Marruecos hasta que el país magrebí garantice en su territorio el respeto de los derechos fundamentales de los migrantes subsaharianos.

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4/4/2014

“Nº9 –Basta de Violencia en las Fronteras” - periodismohumano

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“Nº9 –Basta de Violencia en las Fronteras” La campaña fue emprendida tras una misión llevada a cabo en el monte Gurugú (cerca de Melilla) para documentar las consecuencias de la violencia policial contra los migrantes. Los testimonios recogidos en esta misión están presentados en un impactante documental realizado por Sara Creta, traducido al castellano por APDHA. 26.08.2013 ·  periodismohumano  ·  APDHA-­Sara  Creta

Asociación Pro  Derechos  Humanos  de  Andalucía  (﴾APDHA)﴿  ha  solicitado  su  adhesión  a  la  campaña  “Nº9  –Basta  de  Violencia  en  las  Fronteras” iniciada  por  cuatro  asociaciones  marroquíes  (﴾ALECMA  [1],  GADEM  [2],  FMAS  [3]  y  AMDH  [4])﴿  con  el  objetivo  de  denunciar  la  violación  de  los derechos  humanos  en  el  norte  de  Marruecos  y  exigir  el  fin  de  la  represión  sistemática  que  sufren  los  migrantes  por  parte  de  las  autoridades marroquíes  y  españolas.

Queja a  la  Defensora  del  Pueblo: La  Asociación   Pro   Derechos   Humanos   de   Andalucía,  junto  a  la  F ederación   Andalucía   Acoge,  la  F ederación   de   asociaciones   de   SOS Racismo  y  la  Asociación  ELIN  han  interpuesto  una  queja  a  la  Defensora  del  Pueblo  Español  solicitando: -­  Que  se  requiera  al  Ministerio  del  Interior  a  abrir  una  investigación  inmediata  sobre  cómo  se  están  gestionando  los  casos  de  devolución  y  rechazo  en las  fronteras  de  Ceuta  y  Melilla  y  cómo  están  actuando  los  agentes  de  las  fuerzas  y  cuerpos  de  seguridad  del  Estado  en  este  ámbito.

http://periodismohumano.com/migracion/no9-basta-de-violencia-en-las-fronteras.html

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“Nº9 –Basta de Violencia en las Fronteras” - periodismohumano

-­ Que   se   requiera   al   Ministerio   de   AAEE   y   Cooperación   que   solicite   a   las   autoridades   marroquíes   aclaraciones   sobre   los   hechos   descritos   en   el documental  nº  9  y  que  proponga  al  Gobierno  español  que  se  deje  sin  efecto  el  acuerdo  bilateral  de  repatriación  España-­Marruecos  hasta  que  el  país magrebí  garantice  en  su  territorio  el  respeto  de  los  derechos  fundamentales  de  los  migrantes  subsaharianos. Decargar  texto  completo  de  la  Queja  presentada ___________________________________________________ Más  info  en  Periodismo  Humano

“Nos golpean   con   piedras   en   las   rodillas   y   tobillos   para   que no  saltemos  la  valla  de  Melilla” 2 6 .1 0 .2 0 1 2  ·  Je sú s  Bl a sco  d e  Ave l l a n e d a  ·  (﴾N a d o r)﴿

Tras un   infructuoso   salto   a   la   valla   de   Melilla   varios   inmigrantes,   con   heridas   recientes,   denuncian que   policías   marroquíes   han   intentado   romperles   las   rodillas   y   los   tobillos   para   “quitarles   las   ganas de  saltar”  el  muro  metálico  que  separa  Europa  de  África  en  la  frontera  melillense  con  Marruecos. L e e r  má s

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“Nº9 –Basta  de  Violencia  en  las  Fronteras”  -­ [...]  "CRITEO-­300×250",  300,  250)﴿;;  1  meneos      “Nº9  –Basta  de  Violencia  en  las  Fronteras”  –      periodismohumano.com/migracion/no9-­basta-­de-­violencia-­ en-­…    por  Toño  hace  nada  [...] Responder

Nº9 –Basta  de  Violencia  en  las  Fronteras  |  América [...]  Fuente:  http://periodismohumano.com/migracion/no9-­basta-­de-­violencia-­en-­las-­fronteras.html  http://www.rebelion.org/noticia.php?id=173045 Compartir:La  Patria  GrandeCorreo  electrónicoPocketPinterestFacebookImprimirTwitterDiggGooglePinterestLinkedInRedditStumbleUponTumblrMe gusta:Me  gusta  Cargando…  Publicado  en  Uncategorized  [...] Responder

Toma la  palabra  »  ¿Por  qué  cientos  de  personas  se  lanzaron  al  mar  este  mes  de  Agosto  para  cruzar  el  Estrecho? [...]  metros  de  altura,  coronadas  por  alambre  de  espino  y  precedidas  por  la  temible  Sirga  tridimensional.  Muchos  resultan  heridos,  algunos  pierden  la  vida como  se  ve,  bien  en  el  intento  o  por  resultado  de  la  acción  [...] Responder

Paisaje tras  las  razias  contra  inmigrantes  en  el  monte  Gurugú  -­  periodismohumano [...]  represión  contra  la  inmigración  irregular  en  el  norte  del  país  se  cobró  en  el  mes  de  marzo  la  vida  de  Clément,  camerunés  fallecido  en  el  Gurugú  por falta  de  atención  médica  tras  un  intento  de  entrada  en  [...] Responder

Razias contra  inmigrantes  en  el  monte  Gurugú  |  The  Fuckington  Post [...]  represión  contra  la  inmigración  irregular  en  el  norte  del  país  se  cobró  en  el  mes  de  marzola  vida  de  Clément,  camerunés  fallecido  en  el  Gurugú  por falta  de  atención  médica  tras  un  intento  de  entrada  en  [...] Responder

http://periodismohumano.com/migracion/no9-basta-de-violencia-en-las-fronteras.html

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Il fascismo della Frontiera - Diversa Mente - ComUnità - l'Unità

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Rosarno d’Italia:  sfruttamento per  Stampa  Alternativa.  Derive  è  una  raccolta senza  Stato di  articoli  pubblicati  sull’Unità  e  alcuni  post  di Tweet

libro “Derive.  Piccolo  mosaico  del  disumano”,

28 marzo  2014 questo  blog.  Centri  di  detenzione  per  stranieri,

“Rosarno non  deve  restare  sola  e  non  sarà sparizione  di  migranti  nel  Mediterraneo,  pogrom lasciata  sola”,  dichiarava  l’allora  ministro  per contro  [...] La  violenza  che  si  aggira  in  Europa  contro  i  migranti,  è  a  volte  pudicamente  spostata  ai  suoi  margini.  Nei centri  di  detenzione  illegali,  nelle  jungles  di  transito  sulle  rotte  migratorie.  Calais,  Patras,  Oujda:  sottoboschi di  campi  informali,  dove  uomini  si  nascondono  tra  i  cespugli  e  i  rifiuti,  in  attesa  di  varcare  l’ennesima barriera.  Decine  di  kilometri  di  recinzioni  parallele,  sormontate  da  filo  spinato,  reti  sulle  quali  gettarsi  e scalare  veloci,  per  poi  venir  ripresi,  picchiati  e  massacrati  di  botte  da  poliziotti  di  frontiera:  nuove  milizie bianche  della  fortezza,  dove  si  gioca  l’antico  ma  mai  così  attuale  conflitto  tra  l’umano  e  il  disumano. Dopo  i  riflettori  sulla  strage  dell’settembre-­ottobre  2005,  dove  la  polizia  aveva  sparato  sugli  “assalitori” facendo  ufficialmente  6  morti  (ma  molto  di  più  secondo  le  associazioni)  e  decine  di  feriti  tra  i  migranti  sub sahariani,  l’enclave  spagnola  di  Ceuta-­Melilla  era  ricaduta  nel  silenzio,  mentre  in  realtà  sono  raddoppiate  le violenze  poliziesche.  Emietono  vittime.  Come  Clément,  un  cittadino  camerunese  che  era  stato  arrestato,

l’integrazione Riccardi,  dopo  i  fatti  di  Rosarno

La Carta  di  Lampedusa nel  2010.  Invece  dopo  4  anni,  le  condizioni 8  febbraio  2014 disastrose  in  cui  vivono  e  lavorano  i  braccianti

La Carta  di  Lampedusa  è  nata  il  1  febbraio africani  nella  Piana  di  Gioia  Tauro  non  sono scorso.  Si  fonda  sul  riconoscimento  che  tutte  e cambiate.  Durante  la  raccolta  di  agrumi  da tutti  in  quanto  esseri  umani  abitiamo  la  terra novembre  a  marzo  trovano  [...] come  spazio  condiviso  e  che  tale  appartenenza comune  debba  essere  rispettata.  E’  il  risultato di  un  processo  di  costruzione  di  un  diritto  dal basso  che  si  è  articolato  attraverso  l’incontro [...]

pestato l’11  marzo  scorso  e  che  muore  in  diretta,  ripreso  dalle  cinepresa  della  regista  Sara  Creta  che documentava  nella  foresta  Gourougou  (nei  pressi  di  Beni  Enssar),  la  repressione  congiunta  della  Gardia  Civil spagnola  e  delle  forze  ausiliarie  marocchine.  Ne  è  nato  il  documentario  “N°9”  –  come  il  numero  stampato sulla  maglia  di  Clément  -­,  che  potete  vedere  su  youtube  e  la  campagna  “No  more  violence  on  borders”. Dopo  i  pestaggi,  abbandonati  senza  cibo  né  soccorso  i  migranti,  per  la  maggioranza,  sub  sahariani denunciano:  “Come  possono  le  grandi  nazioni  guardarci  morire  in  silenzio?  La  Spagna  sa  che  qui  ci  sono  i neri  che  muoiono  e  non  fanno  niente,  anche  i  giornalisti,  vengono,  fanno  qualche  foto,  ma  non  cambia niente  e  nessuno  ci  assiste”.  Ma  non  c’è  solo  Ceuta  e  Melilla,  la  prassi  sistematica  dei  respingimenti  di massa  da  parte  della  Grecia  verso  la  Turchia  e  gli  abusi  sulla  frontiera  dell’Evros  e  in  mare  Egeo,  è  risaputa   e  documentata    da  un  recente  rapporto  di  Amnesty,  senza  dimenticare  che  nonostante  la  sentenza  della Corte  europea  dei  diritti  umani,  l’Italia  prosegue  i  respingimenti    e  rimpatri  da  Ancona  ad  Agrigento. Il  razzismo  istituzionale  europeo  è  stato  reso  confine  –  “muro”  tangibile  di  violazioni,  sulla  pelle  degli  “altri”, neri.  Sulla  frontiera,  dietro  l’eufemismo  del  “controllo  delle  frontiere  dell’UE”,  si  sta  sviluppando  un  grumo nero  di  pratiche  invisibili  di  sopraffazione  su  altri  uomini,  deportazioni  in  mezzo  al  deserto,  abusi, maltrattamenti:  torture. Una  vera  e  propria  “sparizione  organizzata”  –    dal  1988  sono  circa  19mila  le  persone  disperse  o  il  cui  corpo e’  stato  ritrovato  privo  di  vita  per  raggiungere  l’Europa  –  frutto  di  specifiche  scelte  politiche.  Ma  non potremmo  illuderci  a  lungo  che  quei  migranti  muoiano  “a  caso”  mentre  sono  passivamente  lasciati 4/3/2014 Il fascismo della Frontiera - Diversa Mente - ComUnità - l'Unità “sparire”  in  mare  o  pestati  a  morte,  proprio  perché  migranti.  Se  non  paragonabile  ai  crimini  contro http://diversamente.comunita.unita.it/2013/07/30/il-fascismo-della-frontiera/

l’umanità perpetrati  dal  nazi-­fascismo,  questa  complice  passività  nostra  di  fronte  alla  sospensione  dello

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stato di  diritto  per  certe  categorie,    è  molto  inquietante,  perché  è  il  substrato  sul  quale  si  sviluppa  un  lento accetare  il  disumano  in  forma  anti-­migranti  come  “normale”. Johan  Galtung  in  un  recente  articolo  “Reinvenzione  del  fascismo”  (Transcend  Media  Service),  scriveva  che  il fascismo  non  è  solo  riconducibile  a  quello  avverato  storicamente,  ma  una  “visione  della  guerra  come un’attività  ordinario  dello  stato”,  una  “profonda  contrapposizione  contro  un  nemico  omnipresente”,  e  la costruzione  di  un  “dualismo”.  Questa  definizione  non  si  adatterebbe  perfettamente  a  descrivere  la  paranoia istituzionalizzata  contro  presunti  “nemici”  da  arginare  in  una  guerra  permanente  della  “sicurezza”  che prende  le  varie  forme  di  leggi  speciali,  detenzioni  illegali,  respingimenti,  torture? Nel  laboratorio-­frontiera  di  violazioni  di  diritti  umani.  Sembra  una  cosa  marginale  ma  in  realtà  scava  nel cuore  del  continente  un  fascismo  nuovo,  della  “Frontiera”.  Che  non  può  non  aver  repercussioni,  anche interne.

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Migrants in Morocco: 'Go Home or Face Death'

There, helpless  and  on  their  knees,  many  received  more  blows  with  iron  bars,  clamps,  and  sticks  from  the  Auxiliary Forces.  These  paramilitary  officers  aimed  at  the  migrants’  heads,  breaking  limbs  and  crushing  faces  with  their  boots. At  the  end  of  the  ordeal,  most  of  the  migrants  were  loaded  into  vans  to  be  deported  to  the  Algerian  border.  From  the border,  migrants  made  their  way  back  to  Morocco  on  foot. According  to  the  different  witness  accounts  compiled  in  the  campaign  documents,  only  about  twenty-­five  of  the  most wounded,  “those  who  really  could  not  walk,”  were  brought  to  the  El  Hassani  hospital  in  Nador.  Among  these  was Clément,  a  father  who  had  left  Cameroon  in  the  hopes  of  providing  a  better  life  for  his  family.     With  a  broken  arm  and  leg  and  suffering  from  a  head  wound,  Clément  was  admitted  to  the  hospital  with  twenty-­four other  people,  three  of  whom  were  in  comas.  The  campaign  notes  relate  how  hospital  workers  refused  Clément  a  scan, as  they  deemed  his  wounds  “not  serious  [enough]”  Discharged  from  hospital  the  same  day,  without  having  received any  sound  medical  care,  he  returned  to  the  forest.  There  his  remaining  companions  saw  his  health  deteriorate. Clément  was  no  longer  eating;;  he  would  complain  about  feeling  cold  and  not  get  out  of  his  tent.  On  16  March, Clément’s  health  took  a  turn  for  the  worse.  People  around  him  called  for  an  ambulance,  but  the  ambulance  never arrived.  Clément,  for  lack  of  adequate  medical  care,  eventually  died  from  the  injuries  inflicted  by  Moroccan  and Spanish  forces,  leaving  his  wife  and  three  children  in  Cameroon.   On  the  day  of  Clément’s  death,  Sara  Creta,  an  Italian  filmmaker  and  Sylvin  Mbarga,  a  Cameroonian  journalist  and member  of  the  migrant  association  ALECMA,  were  present  in  the  Gourougou  forest.  They  filmed  Clément’s  agony  and death:  Clément  died  surrounded  by  other  migrants,  many  on  crutches  and  most  visibly  injured  over  their  heads  and bodies,  as  they  described  the  daily  abuses  they  face  in  the  forest  and  at  the  border.  This  video  forms  the  basis  of  the Number  9  campaign,  and  it  has  received  international  coverage  by  La  Repubblica,  Mediapart,  El  Pais,  and  Yabiladi. It  is  important  to  contextualize  the  events  which  led  to  Clément’s  death.  This  tragedy  is  not  an  isolated  incident. Moroccan  NGO’s  have  noted  that  there  have  been  some  improvements  for  migrants  in  Morocco  since  the  autumn 2005  Ceuta  and  Melilla  events.  At  that  time,  at  least  eleven  migrants  perished  and  many  more  were  seriously  injured during  group  attempts  at  crossing  the  Spanish-­Moroccan  border.  This  tragedy  occurred  after  a  summer  marked  with intense  police  harassment  in  the  forests.  However,  since  the  end  of  2011,  violence  against  migrants  in  the  borderlands and  elsewhere  in  Morocco  is  increasing  again.  Doctors  Without  Borders,  before  stopping  its  activities  in  northern Morocco,  released  its  “Violence,  Vulnerability  and  Migration:  Trapped  at  the  Gates  of  Europe”  report,  highlighting  the use  of  violence  by  Spanish  and  Moroccan  authorities.  The  NGO  interviewed  over  one  hundred  ninety  migrants  in Nador  and  Oujda  and  sixty-­three  percent  affirmed  having  been  victims  of  violence.  Sixty-­four  percent  of  those  acts  of violence  were  attributed  to  the  Moroccan  authorities  and  seven  percent  to  the  Spanish  forces. GADEM  and  ALECMA  pointed  out  that  although  Clément’s  death  was  documented  on  video,  it  was  not  anecdotal. There  have  been  numerous  cases  of  serious  allegations  surrounding  the  deaths  of  other  migrants  in  the  borderlands as  a  result  of  beatings  or  falls  from  the  cliffs  after  being  chased  by  the  Auxiliary  Forces.  Eric  William,  spokesman  for ALECMA,  mentioned  to  me  several  other  cases:     Last  year  another  ALECMA  member  witnessed  a  cruel  scene.  Following  an  attempt  at  the  fence  around  Melilla,  the Spanish  forces  pushed  the  migrants  to  the  Moroccan  side  where  they  were  savagely  beaten  up.  One  sub-­Saharan already  the  ground  had  his  skull  crushed  by  a  large  stone  thrown  by  a  Moroccan  agent.   A  month  after  the  launch  of  the  campaign,  violence  in  northern  Morocco  has  taken  even  more  dramatic  proportions  as more  migrants  attempt  to  cross  during  the  summer.  On  23  July,  Moroccan  media  reported  that  around  five  hundred migrants  attempted  to  cross  the  fence  around  Melilla.  One  hundred  were  pushed  back  by  the  Civil  Guard  after  having passed  to  the  other  side.  As  Yabiladi  reported,  Francisco  Martinez,  Spanish  state  secretary  for  interior  security, announced  that  the  Spanish  government  would  take  measures  in  collaboration  with  Morocco,  and  that  some  were already  “in  progress.” Between  23  and  30  July,  hundreds  of  migrants  were  arrested  in  northern  Moroccan  cities  such  as  Tangier,  Taourirt, Nador,  El  Hoceima,  Tetouan,  and  Ksar  Lakbir,  according  to  AMDH.  Guillaumar,  a  Cameroonian  migrant  present  in  the neighbourhood  of  Boukhalef  in  Tangier  told  me  how  he  was  woken  up  at  dawn: “It  is  as  if  all  the  Moroccan  forces  were  there:  the  military,  the  gendarmerie,  the  police,  the  auxiliary  forces,  the  riot police…  As  if  they  had  come  to  arrest  Bin  Laden  here.  They  started  to  break  the  doors  and  beat  up  people.  When people  showed  them  their  passports,  they  said  they  had  not  come  for  the  passports.  One  woman  had  a  passport  with  a valid  visa  and  they  shouted  ‘get  on  the  bus.’  I  escaped  from  the  terrace,  a  Moroccan  woman  opened  her  door  to  me, http://www.jadaliyya.com/pages/index/13463/migrants-in-morocco_go-home-or-face-death

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Migrants in Morocco: 'Go Home or Face Death'

but they  stole  everything,  they  took  people’s  money.” Several  witnesses  testified  to  the  violence  the  Moroccan  authorities  deployed.  According  to  testimonies,  the  forces  of order  broke  into  people’s  apartments  around  four  or  five  in  the  morning,  left  them  no  time  to  get  ready,  confiscated belongings  (including  money  and  identification  papers)  and  loaded  the  migrants  onto  buses.  Women,  some  of  whom were  pregnant  or  with  babies,  minors,  refugees,  asylum  seekers,  and  even  people  carrying  valid  immigration documents  were  forced  into  the  buses  to  be  deported.  They  never  visited  a  single  police  station  or  a  tribunal.  Some were  taken  near  Oujda,  and  others  were  abandoned  in  the  countryside  between  Meknes  and  Fez.  Several  people were  brought  to  hospital  emergency  rooms.  A  Congolese  man  in  his  forties  was  thrown  out  of  a  bus  on  the  motorway during  an  altercation  between  migrants  and  the  police.  He  died  six  days  later.  While  more  migrants  try  to  take advantage  of  the  Ramadan  period  to  cross,  recent  cases  of  deaths  have  been  reported  near  the  Spanish  enclave  of Melilla,  including  at  least  one  on  the  Spanish  side,  in  unclear  circumstances.           This  surge  in  violence  occurs  at  a  time  when  the  European  Union  is  placing  greater  pressure  on  Morocco  to  sign  a readmission  agreement.  The  agreement  would  require  Morocco  to  readmit  migrants  who  irregularly  sought  entry  into Europe  via  Morocco.  Although  in  actual  practice,  as  the  Number  9  campaign  denounces,  the  Spanish  Civil  Guard routinely  returns  people  to  Morocco  with  little  regard  for  international  legislation.  On  7  June  2013,  a  few  days  after  the death  of  Clément  near  Nador,  Morocco  and  nine  European  Union  (EU)  member  states  signed  in  Strasbourg  “a  joint declaration  establishing  a  Mobility  Partnership  between  the  Kingdom  of  Morocco  and  the  European  Union  and  its Member  States.”  While  several  initiatives  exist  pertaining  to  Morocco-­EU  migration,  such  as  facilitated  visas  for businessmen,  students,  and  researchers,  the  question  of  a  readmission  agreement  stands  up  as  the  key  objective. Indeed,  the  text  crucially  entails  a  return  to  negotiations  over  the  readmission  agreement.  As  migration  scholar Abdelkrim  Belguendouz  describes  in  a  recent  article: In  other  words,  Morocco  is  asked  to  take  on  the  role  of  the  gendarme  of  Europe  to  stop  migration  flows.  A  role Morocco  has  always  refused  to  assume  (officially)  and,  according  to  us,  should  continue  to  reject  in  respect  for  human rights. On  the  same  day  of  the  Strasbourg  joint  declaration  signature,  human  rights  associations  held  a  press  conference  in Rabat.  The  conference  denounced  the  imprisonment  of  twenty-­one  Senegalese  citizens  arrested  at  their  embassy  in Rabat.  During  the  conference,  the  Senegalese  citizens  and  the  associations  condemned  the  complicity  of  the embassy.  The  Senegalese  embassy  called  the  police  on  its  own  citizens  who,  ironically,  had  come  to  protest  about police  harassment  and  abuses.  Moreover,  the  associations  drew  a  parallel  between  these  events  and  the  mobility partnership  declaration.  Indeed  the  associations  fear  that  such  partnership,  “illusionary  for  the  majority  of  Moroccans,” will  lead  to  “politics  that  is  more  and  more  xenophobic  and  discriminatory  towards  other  African  citizens.” The  trade  union  ODT-­Immigrés,  the  first  migrant  workers’  trade  union  in  Morocco,  declared  that  discrimination  towards migrants,  especially  sub-­Saharan,  is  illustrated  by  the  Moroccan  Interior  Ministry’s  14  June  statement.  Moroccan  media widely  relayed  this  statement.  Stemming  from  the  observation  that  some  European  citizens  live  and  work  in  Morocco without  a  residency  card,  the  interior  ministry  gently  recommends  them  “to  fill  in  the  formalities  relating  to  their  stay  and professional  occupations  with  the  concerned  administrative  services.”  The  ODT-­Immigrés  trade  union  believes  this well-­mannered  call,  which  was  clearly  addressed  to  European  migrants  residing  in  Morocco  without  proper documentation,  is  a  clear  evidence  of  a  “double-­standard”  in  the  Moroccan  government’s  dealing  with  migrants.  As Samia  Errazzouki  described  in  a  recent  article  on  this  site,  state  enforcement  of  racism  in  Morocco  has  a  long  history. Sub-­Saharan  migrants,  as  opposed  to  European  migrants,  have  not  received  such  courteous  administrative  reminders from  the  Benkirane  government.  Rather,  they  are  beaten  and  killed. Ten  years  ago,  the  United  Nations  instituted  the  Convention  on  the  Protection  of  the  Rights  of  All  Migrant  Workers  and Members  of  Their  Families.  It  is  now  time  for  the  Moroccan  authorities  to  respect  the  rights  of  migrants  as  safeguarded by  all  the  international  conventions  ratified  by  Morocco.  It  is  also  important  to  effectively  implement  the  existing,  but limited,  protective  measures  secured  by  its  own  national  legislation.  Migrants’  rights  associations  in  Morocco  recently released  a  “Report  on  the  Application  in  Morocco  of  the  International  Convention  on  the  Protection  of  the  Rights  of  All Migrant  Workers  and  Members  of  their  Families,”  which  highlights  the  shortcomings  in  Morocco  when  it  comes  to respecting  the  rights  of  migrants.  Spain  and  other  European  countries  are  de  facto  cautioning  what  is  happening  here. While  outrage  has  emerged  in  Europe  over  the  controversial  “go  home  or  face  arrest”  campaign  in  the  United Kingdom,  hardly  any  European  media  has  relayed  the  recent  incidents  in  Morocco,  which  are  akin  to  a  “go  home  or face  death”  threat.  However,  in  a  recent  communiqué,  MIGREUROP,  a  network  of  researchers  and  activists  that denounces  the  externalization  of  Europe’s  immigration  controls  and  policies,  decries  the  hunt  for  migrants.  Negotiation http://www.jadaliyya.com/pages/index/13463/migrants-in-morocco_go-home-or-face-death

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Migrants in Morocco: 'Go Home or Face Death'

attempts have  barely  punctuated  this  manhunt  unravelling  in  Morocco  and  Europe’s  deafening  silence. As  researcher  Mehdi  Alioua  recalled,  migrants  who  ten  years  ago  were  too  scared  to  go  out  are  now  part  of  extensive activist  networks.  These  networks  of  Europeans,  North  Africans,  and  sub-­Saharan  Africans  voice  their  concerns  over the  abuses  of  migrants’  rights  and  dignity.  Migrant  associations  such  as  ALECMA  need  the  international  community  to know  what  is  perpetrated  in  the  name  of  “fortress  Europe.”  For  Eric  William,  spokesman  of  ALECMA,  “we  activist associations  refuse  to  remain  silent.  Despite  the  pressures,  we  will  continue  to  denounce  the  violence  perpetrated against  migrants  in  Morocco.”  In  fact,  for  Camara  Laye,  coordinator  of  the  Conseil  des  Migrants  Sub-­Sahariens  au Maroc  (CMSM):  “It  is  simple,  if  we  do  not  do  anything,  they  will  suffocate  us.” Latest  posts  in  Maghreb:

Foucault,  Fanon,  Intellectuals,  Revolutions  

‫ ﺭرﺍاﺑﻌﺔ؟‬ ‫ ﻟﻌﻬﮭﺩدﺓة‬ ‫ ﺑﻭوﺗﻔﻠﻳﯾﻘﺔ‬ ‫ ُﺭرﺷﱢﺢ‬ ‫ ﻟﻣﺎﺫذﺍا‬ :  ‫ﺍاﻟﺟﺯزﺍاﺋﺭر‬

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Sebastien Bachelet · Università di Edimburgo https://secure.avaaz.org/en/petition/Campagne_Numero_9_Stop_aux_ violences_aux_frontieres Reply · Like ·

1 · Follow Post · August 10, 2013 at 1:01pm

Sebastien Bachelet · Università di Edimburgo Violence in the borderlands is still ongoing. The man we see carrying his dying friend on his back just returned from the forest with an eye missing. He was shot in the face near the fence around the Spannish enclave. Reply · Like · Follow Post · August 9, 2013 at 9:18pm Remi Boudreau · Colorado State University why can't i share this? Reply · Like · August 9, 2013 at 10:21pm Terry White ·

Follow · Works at International Network of People who Use Drugs

This is another horror, but few if any report it. Reply · Like ·

1 · Follow Post · August 9, 2013 at 6:10pm

Houda Aquil · Ecole Supérieure Roi Fahd de Traduction Odious practices! Reply · Like ·

1 · Follow Post · August 10, 2013 at 6:04pm

Simon Owens This absurd treatment of 'The People Of The Forest' must stop. One way to help do this is to stand amongst these people-literally. When I have the money I will go to Melilla and into the Forest in Morocco and stand with these people...if they want me too. Stop the rushing over the fence...appeal to the Moroccan and Spanish Authorities and ask the World how we solve all these horrendous worldwide immigration and refugee problems. If we want to live in a free and fair world we must stop the horror first. Let's stop it-then ask the questions. Reply · Like · Follow Post · November 23, 2013 at 11:30pm Simon Owens Booked a ticket. Leave Dec 19th. Arrive Melilla 21st Dec. Reply · Like · December 1, 2013 at 7:48pm Facebook social plugin

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“Numero 9ʺ″, l’attaccante che deve fare gol. Oltre frontiera | La città nuova

Corriere  Della  Sera  >  Blog  >  La  Città  Nuova  >  “Numero  9″,  l’attaccante  che  deve  fare  gol.  Oltre  frontiera

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“Numero 9″, l’attaccante che deve fare gol. Oltre frontiera di Stefano  Pasta

“Clément è  lì.  Non  ha  la  forza  di  dire  nulla.  Così  pure  io,  immobile davanti  a  lui,  senza  parole.  Viene  caricato  in  spalla,  non  parla, agonizza.  Le  sue  ultime  parole:  non  ho  fatto  niente.  E  nemmeno  io riesco  più  a  fare  niente  per  lui,  quando  sento  che  è  morto.  Ecco perché  ho  custodito  le  ultime  immagini  della  sua  morte  nonostante  le intimazioni  della  polizia  marocchina”. Così  Sara  Creta  racconta  come  è  nato  il  film  di  denuncia  “N°9”, girato  insieme  al  collega  camerunese  Sylvin  Mbarga  nella  foresta  di Gourougou,  in  Marocco,  una  zona  di  nessuno  dove  l’attesa  e l’ossessione  di  attraversare  la  frontiera  scandiscono  il  tempo.  Dalle colline  di  Gourougou  si  vede  Melilla,  enclave  spagnola  in  terra africana,  spazio  Schengen,  Fortezza  Europa.  A  separare  questi  due territori  una  barriera  metallica  che  arriva  a  6  metri  di  altezza,  lunga 12  chilometri,  tra  filo  spinato,  cavi  d’acciaio,  faretti,  spray  al peperoncino,  telecamere  e  barriere  “intelligenti”.  “N°9”  ricorda  il giocatore  numero  9  sui  campi  di  calcio,  l’attaccante  che  deve http://lacittanuova.milano.corriere.it/2013/10/03/numero-9-lattaccante-che-deve-fare-gol-oltre-frontiera/

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“Numero 9ʺ″, l’attaccante che deve fare gol. Oltre frontiera | La città nuova

segnare il  gol. È  il  nome  che  usano  alcuni  migranti  per  parlare  di  colui  che  lascia famiglia  e  Paese  d’origine  e  tenta  “il  passaggio”  in  Europa.  Tra  i “numeri  9”  e  gli  accampati  di  Gourougou  c’è  mezza  Africa  (Gabon, Camerun,  Mali,  Burkina  Faso,  Guinea,  Ciad  e  Senegal),  molti  di  loro non  sono  più  al  primo  tentativo  di  passare  “de  l’autre  côté”.  “Questo si  chiama  inferno”  è  la  frase  che  ritorna  più  facilmente  sulla  loro bocca. “Entrarci  non  è  facile.  Per  arrampicarci,  rischiamo  la  nostra  vita.  Se vogliono  arrestarci,  possono  arrestarci.  Ma  non  spogliarci,  toglierci  il telefono,  i  nostri  soldi,  ucciderci”. Dopo  i  tanti  morti  del  2005,  a  Ceuta  e  Melilla  la  situazione  era  in parte  migliorata,  ma  dalla  fine  del  2011  è  scattata  una  repressione senza  precedenti.  La  pelle  nera  in  Marocco  paga  pegno  :  i  migranti vengono  intercettati  alla  frontiera  o  durante  vere  e  proprie  retate  nelle foreste  o  nelle  periferie  delle  principali  città  marocchine.  Picchiati, derubati,  privati  dei  documenti  di  identità  e  respinti  nella  terra  di nessuno  alla  frontiera  con  l’Algeria,  nei  pressi  della  città  di  Oujda. È  anche  la  storia  di  Clément. L’11  marzo  scorso,  un  centinaio  di  aventuriers,  come  li  chiamano  a sud  del  Sahara,  tenta  di  attraversare  il  confine  con  Melilla. L’intervento  congiunto  della  Guardia  Civil  spagnola  e  delle  forze ausiliare  marocchine  si  trasforma  in  un  brutale  pestaggio: “Hanno  usato  pietre  e  mazze  di  ferro”,  raccontano  i  migranti. La  telecamera  di  Sara  Creta  arriva  il  16  marzo,  insieme all’associazione  umanitaria  Alecma.  Clément,  un  cittadino camerunese  che  era  stato  arrestato  e  pestato,  muore  sotto  i  loro occhi:  l’ambulanza  non  arriva  in  tempo.  Era  ferito  alla  nuca  e  aveva un  braccio  ed  una  gamba  fratturati;;  lascia  la  moglie  incinta  e  due bambini.  Di  fronte  a  queste  immagini,  di  fronte  ai  tagli  alla  testa  con cui  finiscono  le  ambizioni  di  una  generazione,  è  difficile  non  pensare che  la  violenza  che  si  aggira  in  Europa  contro  i  migranti  è  a  volte pudicamente  spostata  ai  suoi  margini.  Tre  mesi  dopo  la  morte  di Clément,  il  7  giugno,  i  ministri  europei  riuniti  a  Lussemburgo  hanno firmato  un  accordo  di  partnership  con  il  Marocco  “per  la  gestione della  migrazione”. Dalla  morte  di  Clément,  insieme  al  documentario,  è  nata  la campagna  “N°9  –  Stop  alle  violenze  alle  frontiere”,  per  denunciare  la repressione  subita  dai  migranti  ad  opera  delle  autorità  marocchine con  il  coinvolgimento  di  quelle  spagnole. La  campagna,  lanciata  a  Rabat  il  28  giugno  scorso  dalle associazioni  Alecma,  Gadem,  Fma  e  Amdh,  chiede  anche  l’apertura di  un’inchiesta  ufficiale  sulla  morte  di  Clément  perché,  come  spiega Sara  Creta,  “questi  duri  minuti  racchiusi  nel  film  devono  riuscire  a bussare  alla  porta  di  chi  decide,  o  di  chi  come  me,  paralizzato  dalla forza  delle  immagini,  mosso  dalla  sensibilità  umana,  deve  dire: basta,  tutto  questo  deve  finire”. Tags:  Confini,  frontiere,  Marocco,  Melilla,  Spagna,  Stefano  pasta 4

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Passpartù: Metà Africa Metà Europa - Amisnet

Passpartù: Metà Africa Metà Europa In Evidenza

Passpartù

25/10/2013

Melilla è la città dei numeri: tredici chilometri di frontiera, sei metri di altezza per le reti che dividono il regno spagnolo da quello marocchino, mille all’incirca le persone che ogni anno saltano la barriera per arrivare in Europa. Se ci fermassimo ai numeri saremmo semplici ragionieri delle migrazioni, le voci dei migranti invece questi numeri li rendono vivi e drammaticamente spaventosi. Ascolta Passpartù:

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Tanto in città quanto dall’altra parte della frontiera, in Marocco sul monte Gurugù, il rispetto dei diritti umani è praticamente nullo. Le violenze della polizia marocchina e della guardia civil spagnola sono denunciate non solo dai migranti ma anche dalle associazioni locali e dai giornalisti. Melilla appare quindi come una città senza legge o, come la definisce Jose Palazòn dell’associazione Prodein, un grande carcere dove la difficoltà di entrare è nulla rispetto al problema di uscirne per raggiungere la penisola iberica o il resto d’Europa. E mentre chi è riuscito a saltare la valla, la grande recinzione che circonda Melilla, studia i modi per arrivare dall’altra parte del Mediterraneo, chi ancora si trova in Marocco, nascosto tra i boschi o nelle città ai margini della frontiera, prepara gli assalti verso questa piccola metropoli che per molti rappresenta la Spagna, la meta. In uno di questi attacchi ha perso la vita Clement, un giovane camerunense che come tanti altri nutriva il sogno europeo, e mentre la sua salma ancora giace all’obitorio di Nador in attesa di esser rimpatriata altri ragazzi come lui, quotidianamente, mettono in scena la loro personale battaglia contro una valla, una rete, che li separa dal loro obiettivo che altro non è che un continente in crisi: l’Europa. Ospiti della puntata: Josè Palazòn, Associazione Prodein e curatore del blog Melillafronterasur Francesco Bondanini, Ricercatore per l’Università di Colonia http://amisnet.org/agenzia/2013/10/25/passpartu-meta-africa-meta-europa/

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Passpartù: Metà Africa Metà Europa - Amisnet

Nabil, Migrante di origini marocchine Sara Creta, Regista del documentario Number 9 Passpartù: In redazione: Marzia Coronati, Ciro Colonna, Andrea Cocco Alcuni frammenti audio erano tratti dal documentario Number 9 Per firmare la petizione Stop violence at the borders/Fermate la violenza alle frontiere cliccate qui Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com Passpartù è trasmesso da: -Radio Onde Furlane (Udine e Gorizia, 90.0) domenica 10.00 (in replica lunedì 19.00) -Radio Onda d’urto (Brescia, Cremona, Piacenza, 99.6) sabato 9.30 -Radio Beckwith (Torino) martedì 14.30 (in replica domenica 9.30) -Radio Città Aperta (Roma, 88.9) sabato 10.50 -Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) sabato 7.30 -Radio Kairos (Bologna, 105.85) sabato 13.30 (in replica martedì 19.00) -Radio Flash (Torino 97.6) venerdì 15.00 (in replica venerdì 20.00)

http://amisnet.org/agenzia/2013/10/25/passpartu-meta-africa-meta-europa/

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Marocco-Spagna. Racconti di frontiera - Amisnet

Marocco-Spagna. Racconti di frontiera Brevi

05/11/2013

La recinzione di Melilla che divide l’Africa dall’Europa sta per esser fortificata proprio in questi giorni con un nuovo fil di ferro, pericolosissimo per chi tenta di attraversarlo, composto da centinaia di lame taglienti come rasoi. Noi abbiamo sentito Sara Creta regista del documentario Number 9 Stop the violence at the borders appena tornata dal Marocco che ci ha spiegato come vivono i migranti dall’altra parte della barricata, sul monte Gurugù nel regno marocchino. La violazione dei diritti umani, il salto della recinzione, la vita in clan etnici di uomini, bambini e intere famiglie sono solo alcune delle cose che Sara ci ha descritto. Ma il progetto Number 9 non finisce qui e ora si propone di portare a casa, in Cameroon, la salma di Clement uno degli ultimi migranti morti alla frontiera per cause ancora sconosciute.

Ascolta Il racconto di Sara Creta dal Monte Gurugù Hide Player | Download

http://amisnet.org/agenzia/2013/11/05/marocco-spagna-racconti-frontiera/

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4/3/2014

Stop violence at the borders! | Radio Blackout 105.250 FM

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Stop violence at the borders!

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novembre 7, 2013 in L'informazione di Blackout

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MO’KALAMITY AND THE  WIZARDS Written by johnon 24 febbraio 2014

Saturday – March 22 – 11 p.m.

Venerdì 4  Aprile  “Dai monti  del  Kurdistan”  @ Blackout  House

Radio Blackout presents Mo’Kalamity & The Continue Reading→

Jooklo Duo  +  Gelba Written by johnon 13 febbraio 2014

L’ultimo a morire di cui si è saputo è stato un ragazzo FREE JAZZ BLOWOUT Jooklo Duo +

caduto nella notte tra lunedì e martedì scorso dai nuovi

Gelba March 20 at the Blackout

reticolati approntati dalla Fortezza Europa a Melilla,

House via Cecchi 21/A Continue

enclave spagnola in terra d’Africa che ha adottato quegli

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ordigni in uso anche in valle di Susa e in Palestina, dove le lame inserite (già presenti dal 2006 e poi ritirate sul lato spagnolo) impediscono ogni approccio ai ragazzi

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provenienti dal Sahel e dal centrafrica.

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Il racconto di Sara Creta, film-­maker che aveva

Sabato 5  Aprile  @ Radio  Blackout  LIVE! TRASMISSIONI INFORMATIVE

documentato un passaggio di migranti a marzo e anche in

I podcast  de  IL COLPO  DELLA STREGA:  la  terza puntata  (31  marzo

quell’occasione era morto un ragazzo camerunense, la cui salma attende ancora di essere rimpatriata (number 9 Stop violence at the borders! è visibile a questo indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=w67k5MkUEWQ e fa parte di una campagna di sensibilizzazione uscito per la 00:00

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le immagini di quella corsa di gruppo verso il miraggio di entrare in Europa, la concitazione e la pulsione quasi mistica di questi disperati, l’amarezza di chi non ce la fa e nel film ci sono anche le echimosi, i traumi fisici e la rassegnazione di chi viene respinto. Alcuni sono già al SOSTIENI RADIO BLACKOUT !

2014)

prima volta in Marocco il 28 ottobre 2013) restituisce quasi postato da medea

Da Trapani  a Gradisca.  Etica  e affari

quindicesimo tenativo e ogni volta sono botte e rischi di vita. Sara con il suo lavoro di documentazione cerca di mantenere desta l’attenzione su questa tragedia che si consuma nella foresta a ridosso della frontiera dove i ragazzi cercano rifugio tra un tentativo e l’altro di superare le barriere, tra le botte dei poliziotti marocchini e quelle riservate come accoglienza dagli spagnoli.

postato da anarres

I podcast  de  IL COLPO  DELLA STREGA:  la seconda  puntata (24marzo2014) postato da medea

http://radioblackout.org/2013/11/stop-violence-at-the-borders/

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4/3/2014

Number 9 - Stop violence at the borders! | mientrastanto.org

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Sara Creta Number  9  -­  Stop  violence  at  the  borders! 2013 Represión  en  la  frontera Al  amparo  de  la  política  europea  de  protección  de  fronteras  (representada  desde 2004  por  la  agencia  FRONTEX)  y  en  un  contexto  de  crisis  económica  y  xenofobia, la   hostilidad   de   la   UE   en   relación   a   la   emigración   del   sur   no   ha   hecho   más   que crecer.   Prueba   de   ello   es   este   espeluznante   documental,   producido   por   la   Association   Lumière   sur   l’Emigration   Clandestine   au   Maghreb   (ALEC-­MA)   y   Le Groupe   antiraciste   de   défense   et   d’accompagnement   des   étrangers   et   migrants (GADEM),  y  firmado  por  Sara  Creta,  que  se  adentra  en  el  infierno  de  la  frontera melillense   entre   Marruecos   y   España   a   través   de   un   grupo   de   cameruneses salvajemente   apaleados   y   reducidos   a   la   condición   de   no-­personas   por   la   acción represora  de  las  policías  de  ambos  países. El   documental   está   en   el   origen   de   una   campaña   con   el   mismo   título   que denuncia   la   violencia   estatal   con   los   emigrantes   subsaharianos   y   reclama   la apertura  de  una  investigación  oficial  sobre  las  circunstancias  de  la  muerte  de  uno de   los   personajes   de   este   documental   (Clément),   el   último   de   los   emigrantes fallecidos  en  la  frontera  hispano-­marroquí.  

Notas Ensayo Biblioteca de  Babel En  la  pantalla El  extremista  discreto ...Y  la  lírica De  otras  fuentes Documentos Foro  de  webs Páginas  amigas Todos

Al igual  que  la  persona  que se  ahoga  ansía  aire  fresco,  lo único  que  nuestra  civilización tres  veces  maldita  anhela son  nuevos  mercados;;  debe conquistar  más  países  que  no posean  industria  y  que produzcan  materias  primas, de  modo  que  se  les  puedan imponer  las  manufacturas "civilizadas".  Todas  las guerras  libradas  en  la actualidad,  bajo  cualesquiera pretextos,  en  realidad  son guerras  por  los  grandes premios  del  mercado mundial.

WILLIAM MORRIS «Facing  the  Worst  of  It»  (The Commonweal,  1887)

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http://mientrastanto.org/boletin-115/en-la-pantalla/number-9-stop-violence-at-the-borders

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4/3/2014

Migrants in Morocco: background | maghrebi-voices.swarthmore.edu

Migrants in Morocco: background January 29, 2014

History Today’s trip–joining a group of mostly AUI faculty and students who have come to distribute blankets to migrant communities around the Moroccan city of Oujda–has been preceded by a fair bit of soulsearching. A member of the migrant community here, a man known as El Adj (say the newspapers, or perhaps El Hajj, the boss) was brutally murdered a few weeks ago, and there were worries that a foreign presence might intensify problematic police attention on the migrant communities. A few days after the original news of his death, we heard more details: that he was a Ghanaian who had been kidnapped by Nigerians at the university; that he had escaped and reported his abduction to the police; that the police were planning to arrest the Nigerians but the Nigerians had gotten to him first; that they had killed and dismembered him as a warning to others who attempted to escape. Karen Smith, the university chaplain leading this trip, is confident there is no danger to westerners, but she still worried some about bringing the students. Two days before we left Ifrane, I was trying to explain to Jeremy what we would be doing in Oujda, but he had heard the word police associated with the trip in some other context and his anxiety-antennae were fully activated. “No, no,” I told him: if there were any danger, we would whisk you away.” But the conversation gave me pause. I had a sudden flashback to the anxiety caused before our departure for Morocco by the news that a French family had been kidnapped in Algeria. “Really?” I said to James that evening. “Last year, we worried about coming to Morocco because it’s next to Algeria, but now we’re going to take the children right to the site of an international kidnapping and murder?” Evidently so. “What kind of a message does it send if the Westerners are too frightened to come?” both James and Karen asked, rhetorically. “Neither the migrants nor the students have the option of staying away, and they are the ones truly at risk.” So here we are, eating our breakfast and listening to Karen give us the background to their story. This newspaper article from August 9, 2013, may mark the nadir of migrant conditions in Morocco.

“We knew there was a problem back in the year 2000,” Karen tells us . “Literally, from one week to the next, the English-speaking congregation in Rabat and Casa jumped from 100 people to 200 people. Before that year, the major trafficking routes ran through Libya, but then either Libya found new ways to block the traffic or the country became more lawless, and the routes shifted to Morocco. http://maghrebi-voices.swarthmore.edu/?p=1163

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4/3/2014

Migrants in Morocco: background | maghrebi-voices.swarthmore.edu

A Moroccan friend back in Ifrane will later suggest that Algeria intentionally decided to cause trouble for Morocco by sending the migrants west instead of east. Clearly, as these journal covers of the weekly Maroc Hebdo suggest, the issue of migrants raises many issues in Morocco. Racism, anyone?

But note too that Morocco is being pressed by the EU to patrol European borders–to be the bad cop for European interests. Karen tells us the story behind the map of migration routes (above): “You can start out alone, on foot, but eventually you have to pay someone to tell you where to go: you join up with the traffickers. No one leaves their country lightly. The people I’ve interviewed from Cameroon, for instance, many of them are orphans. In urban centers, the social network has collapsed, and there’s no one to care for these orphans. So you do what you can do: you start walking. Or else people come from the rural communities, and these communities are dying, and they choose one person, a courageous person, to go and find work and send money home. I wouldn’t have the courage, to take that walk. “People come from many places, especially where there is violence and upheaval—from the Congo, from Nigeria, from Cameroon, it could be anywhere. From Nigeria, the road lies through Niger and across the Sahara into Algeria. (At the end of October, 92 migrants–52 children, 33 women, 7 men–died of thirst in Niger when the trucks transporting them broke down. Their deaths sparked a major investigation into the trafficking of migrants through Niger.)

http://maghrebi-voices.swarthmore.edu/?p=1163

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4/3/2014

Migrants in Morocco: background | maghrebi-voices.swarthmore.edu

Screen grab from “Number 9″

The film is named for a migrant who died during the filming–a man known as Clément, who liked to wear a Number 9 football shirt.

Screen grab from “Number 9″

“Still, despite efforts like the Number 9 campaign, the treatment of migrants continued to worsen. Up to the end of this past summer, policies were more and more draconian. Migrants have been beaten and left in a pit for dead; when I was here earlier this year we spoke with some Cameroonians who had just come back from an attempted crossing and told us about security forces trying to drown them, and they were shaking from the experience. One, I think his name was Abdelrachman, was a little crazed: he could barely speak about it. The idea behind this kind of abuse seems to be to discourage migrants from coming to Morocco, but people don’t realize what they’re getting into when they start down the migration trail—and once they arrive here, they don’t have the resources to make other choices. “The women are the most vulnerable: they have been forced into prostitution, many of them, or assigned a protector, and basically all of them have been raped. They’re really not all right.

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4/3/2014

Migrants in Morocco: background | maghrebi-voices.swarthmore.edu

“But this fall, CEI helped put together a report on the migrant situation, and this was presented to the king, and he said publicly that something must be done. Almost immediately, it was announced that Morocco would give work permits to people whose refugee status had been recognized by the UN High Commission on Refugees—though that’s only about 8500 people out of the thousands of migrants in the country.” Morocco has also been angling for a position on the UN High Commission on Refugees and it finally got that position. On the day that appointment was announced, Morocco also proclaimed a jubilee year granting amnesty to some of the 25-45,000 illegal migrants in the country. Trafficking expert Terry Coonan, visiting Ifrane a week after our trip to Oujda, called the pair of announcements a process of “improving human rights practices by increasing Morocco’s visibility.” “So,” Karen concludes, gathering us together to leave for the camps, “there is new hope for the migrants—not that they will achieve their dreams of making a new life in Europe, but that their experience in Morocco might be something less of a nightmare.”

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4/4/2014

Strage di migranti made in Spagna

Dalla battaglia  di  Kiev alla  guerra  ucraina? Visitatori  ultimi  30  giorni: 11191 Articoli  letti  ultimi  30  giorni: 221046

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Martedì 11  Febbraio  2014  17:49

Primo Fronte Secondo  Fronte Terzo  Fronte

Africa

Ci sono   stragi   e   stragi,   morti   e   morti.   Ci   sono   insomma   due pesi   e   due   misure.   Non   è   una   novità,   ma   non   bisogna   mai stancarsi   di   denunciarlo.   La   strage   di   migranti   africani,   ad opera  della  Guardia   civil   spagnola,   avvenuta   nell'enclave   di Ceuta   giovedì   scorso,   appartiene   a   quei   massacri   (13   morti, questo   il   bilancio)   che   l'Europa   preferisce   non   vedere.   Ben pochi   i   media   che   se   ne   sono   occupati,   ma   riservandogli comunque   ben   poco   spazio.   Un'autentica   vergogna.   Su quanto  accaduto  a  Ceuta  pubblichiamo  questo  articolo  di  Sara  Creta.

Fortezza Europa:  morti  e  respingimenti  a  Ceuta  e  Melilla di  Sara  Creta  (Osservatorioiraq)

America Latina Asia

I giovani   migranti   aspettano   nelle   foreste   adiacenti   alle   città   autonome.   Due   roccaforti spagnole,   pochi   chilometri   quadrati   ben   sorvegliati   e   protetti,   in   Africa   settentrionale.   Sono pronti  a  tutto,  dal  salto  del  triplo  reticolato  fino  a  sfidare  le  correnti  dello  stretto.

Europa Nord America

Economia Lotte di  classe Le  Nuove  Crociate

Visioni del  Mondo Crisi  Sistemica Strategia  rivoluzionaria Geopolitica

L’obiettivo è   attraversare   la   frontiera   ed   essere   ammessi   nei   Ceti,   i   centri   di   permanenza temporanei,   dove   insieme   agli   altri   compagni   d’avventura   si   attende   il   trasferimento   nella penisola. Negli   ultimi   anni,   il   numero   di   migranti   sub-­sahariani   in   transito   in   Marocco   è   aumentato notevolmente.   Ceuta   -­   insieme   all'altra   enclave   spagnola   di   Melilla,   entrambe   situate   nella costa  mediterranea  a  nord  del  paese  -­  è  la  sola  porta  d’ingresso  terrestre  per  l’Europa. Gli  "attacchi"  contro  la  tripla  barriera  alta  6  metri  di  Melilla  sono  intensi,  a  volte  drammatici,  e difficilmente  garantiscono  la  riuscita.  I  tentativi  di  ingresso  a  Ceuta  invece,  meno  numerosi,  si concentrano  sulla  spiaggia  di  Tarajal.  Dal  lato  del  mare  è  più  facile  entrare,  si  arriva  alla  fine del  reticolato  e  si  attraversa  a  nuoto,  oppure  con  l'aiuto  di  piccole  imbarcazioni  di  fortuna. Così   è   successo   giovedì   scorso,   quando   un   gruppo   di   migranti,   dopo   aver   provato   a scavalcare   la   barriera,   si   è   diretto   verso   il   litorale   gettandosi   in   acqua.   Ma   il   tentativo   di penetrare  nella  Fortezza  Europa  ha  avuto  un  esito  tragico.  I  corpi  di  nove  persone  sono  stati trovati  nella  stessa  giornata  di  giovedì,  e  altri  quattro  sono  poi  stati  scoperti  venerdì  mattina. Morti   invisibili,   che   dovrebbero   attirare   l’attenzione   sulla   gestione   del   fenomeno   migratorio, che  ormai  da  diversi  anni  interessa  i  territori  del  Nord  Africa. I  muri  della  frontiera  mediterranea  d’Europa,  invalicabili  e  assassini,  sono  tornati  ad  essere protagonisti.   Si   è   trattato   del   primo   tentativo   massiccio   del   2014   (almeno   a   Ceuta).   Senza dubbio  uno  tra  i  più  violenti  degli  ultimi  anni. Le   circostanze   hanno   nuovamente   messo   in   discussione   l’efficacia   delle   politiche   di contenimento,  definite  da  più  voci  "criminali"  e  fortemente  lesive  del  rispetto  dei  diritti  umani. La  dinamica  che  ha  portato  alla  morte  dei  migranti  sarà  oggetto  di  investigazioni.  Il  difensore civico   Soledad   Becerril,   infatti,   ha   chiesto   di   aprire   un’inchiesta   ufficiale   per   chiarire   fatti   e responsabilità. "La  Guardia  civil  spagnola  ha  sparato  proiettili  di  gomma  e  gas  lacrimogeno  mentre  eravamo in  acqua.  Per  questo  alcuni  di  noi  sono  morti  asfissiati",  raccontano  alcuni  dei  sopravvissuti.

Con Marx  oltre  Marx L'islam  e  noi

Alcune ong  locali  hanno  ribadito  l’uso  di  proiettili  di  gomma  e  del  gas.  Poi,  è  arrivata  anche  la conferma   del   delegato   del   governo   di   Ceuta,   Francisco   Antonio   Gonzáles,   che   tuttavia   ha tenuto   a   difendere   il   comportamento   degli   agenti,   che   avrebbero   fatto   ricorso   agli equipaggiamenti  antisommossa  ad  esclusivo  scopo  deterrente.  “I  proiettili  di  gomma  sparati  in aria   servono   per   dissuadere   i   migranti   ad   attraversare,   mentre   le   morti   sono   avvenute   per affogamento”.

Grecia: il  cambiamento  è impossibile  senza  uscire dall'euro OLTRE  L'EURO GLI  INTERVENTI  VIDEO-­FILMATI Il  tabù  di  Alexis DEL  CONVEGNO  DI CHIANCIANO  TERME #  SEMINARIO  ECONOMISTI Egitto:  la  repressione  di «Oltre  l'euro,  per  andare  dove?»

al-­Sisi

-­ Lo  spot  di  apertura  del Convegno -­  L'introduzione  di  Pasquinelli -­  La  prolusione  di  E.  Screpanti -­  La  prolusione  di  S.  Cesaratto -­  La  prolusione  di  M.  Passarella -­  L'intervento  di  E.  Brancaccio -­  La  prolusione  di  L.  Caracciolo -­  La  prolusione  di  W.  Mosler -­  La  prolusione  di  N.  Galloni -­  La  prolusione  di  A.  Ricci -­  La  prolusione  di  G.  Zezza #  TAVOLA  ROTONDA «Quale  società  per  il  futuro» -­  L'intervento  di  Ernesto  Screpanti -­  L'intervento  di  Giorgio  Cremaschi -­  L'intervento  di  Norberto Fragiacomo -­  L'intervento  di  Claudio  Martini -­  L'intervento  di  Moreno Pasquinelli #  LE  REPLICHE -­  Ernesto  Screpanti -­  Giorgio  Cremaschi -­  Claudio  Martini -­  Norberto  Fragiacomo -­  Moreno  Pasquinelli #  FORUM «La  sinistra,  la  crisi, l'alternativa» Introduzione  di  Nello  De  Bellis -­  Diego  Fusaro -­  Francesca  Donato -­  Valerio  Colombo

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Strage di migranti made in Spagna Due eventi   distinti,   dunque,   per   le   autorità.   Le   organizzazioni   spagnole   aderenti   alla   rete Migreurop  (CEAR,  Sos  Racismo,  Andalucía  Acoge,  APDHA  y  Elin),  intanto,  hanno  chiesto  la creazione  di  una  commissione  parlamentare  per  indagare  sulle  pratiche  abituali  utilizzate  nel controllo  delle  frontiere  di  Ceuta  e  Melilla.

Le nostre  battaglie Controinformazione

Pratiche già  oggetto  di  proteste  e  denunce  nei  mesi  passati,  seguite  all'installazione  di  lamette in   cima   ai   reticolati   di   confine   che   provocano   ferite   e   gravi   lacerazioni   a   chi   -­   nella   fretta   di scavalcare   -­   vi   rimane   intrappolato.   Lamette   o   meno,   la   pressione   migratoria   che   si   vive   in questa   zona   del   Maghreb   è   costante.   E   la   deterrenza   non   basta,   almeno   agli   occhi   delle autorità. A   Melilla,   la   scorsa   settimana,   la   ong   Prodein   ha   pubblicato   alcuni   filmati   di   denuncia   per illustrare   come   la   Guardia   Civil   stesse   rimpatriando   irregolarmente   migranti   arrivati nell’enclave.   Utilizzando   una   porta   nella   recinzione,   gli   agenti   hanno   riconsegnato   i   sub-­ sahariani   nelle   mani   dei   vicini   dall’altra   parte   del   confine.   Sotto   pressione   per   il   clamore suscitato  dalle  immagini,  il  ministro  degli  Interni  Jorge  Fernandez  Diaz  ha  dovuto  ammettere che  "ci  sono  casi  sporadici  di  respingimento".  Sullo  sfondo  restano  le  Politiche  di  vicinato  e  gli interessi  comuni  dei  due  paesi. Nonostante   si   parli   di   un   nuovo   approccio   marocchino   al   tema   della   regolarizzazione,   la discussione   sulle   politiche   migratorie   nell’area   del   Mediterraneo   non   sembra   voler abbandonare  le  strade  già  battute. La  lotta  all’immigrazione  continua  anche  in  Marocco,  grazie  agli  accordi  di  esternalizzazione, e   di   pari   passo   proseguono   le   violenze   contro   i   sub-­sahariani   che   tentano   di   scavalcare   le recinzioni  di  confine.  Brutalmente  massacrati,  arrivano  negli  ospedali  delle  città  marocchine vicine   al   confine   con   i   segni   dei   pestaggi   e   dei   ferimenti   causati   dalle   recinzioni.   Per   chi sopravvive  ai  terribili  trattamenti  di  respingimento,  c'è  lo  spettro  della  deportazione  nella  dura e  inospitale  area  desertica  tra  l’Algeria  e  il  Marocco. Mentre  il  governo  locale  spagnolo  cerca  una  mediazione  sul  tavolo  delle  accuse  e  le  autorità marocchine  si  sforzano  di  parlare  di  "accoglienza",  sul  monte  Gurugu  -­  accanto  a  Melilla  -­  le comunità   di   migranti   continuano   a   nascondersi.   Non   smettono   di   organizzarsi,   di   coltivare sogni  e  di  aspettare  il  momento  più  adatto  per  un  nuovo  "salto".  Né  le  barriere  né  il  riflesso della  morte  possono  fermarli.

-­ Marino  Badiale Ali  Fayyad  –  Per  una -­  Ugo  Boghetta Pace  di  Vestfalia -­  Fabio  Frati

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-­ Leonardo  Mazzei

M. R.  Dehshiri  –  Il  punto Appelli sull’Iran

P. Larudee:  sionismo  e pace  in  Medio  oriente Uscire  dall’euro!  Diatriba con  un  compagno  del PCL  (da  “Piazza  Pulita”) M.  De  Santi:  i  pericoli  di guerra  in  Medio  oriente Video Verso  la  Marcia  lella Dignita’  (tg  Umbria) Leo  Gabriel:  cosa Pasquinelli:  noi  e  il potrebbe  significare  uno movimento  5  stelle Stato  democratico Assisi  2012 Ernesto  Screpanti:  la

Z. Birawi:  i  risultati  della catastrofe  e  la sollevazione ribellione  araba

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4/3/2014

Radio Onda d'Urto » MIGRANTI: PROTESTE A CAGLIARI E ROMA, MORTI A CEUTA E MELILLA. Cerca: scrivi e previ invio!

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Notizia scritta  il  14/02/14  alle  17:28.  Ultimo  aggiornamento:  14/02/14  alle:  20:29 MIGRANTI:  PROTESTE  A  CAGLIARI  E  ROMA,  MORTI  A  CEUTA  E  MELILLA.

ceuta melilla

ITALIA -­   Protesta   questa   mattina,   venerdì   14 febbraio,  nel   centro   di   Cagliari   dove   un   gruppo di  migranti    ha  bloccato  il  traffico  nel  cuore  di  Largo Carlo   Felice.   Esposti   striscioni   con   la   scritta:   “Dove sono  i  soldi  dell’Unione  europea  per  i  rifugiati?”.  Poco lontano   un’altra   protesta   organizzata   dal   presidio   di piazzale   Trento,   l’associazione   che   ha   accolto   alcuni dei  migranti  che,  pur  avendo  ottenuto  il  permesso  di soggiorno,  non  hanno  un  posto  per  dormire.  Fissato un   incontro   lunedi’   in   Prefettura   per   sbloccare   la situazione.

Sono invece  stati  rimpatriati  sempre  questa  mattina  due  dei  quindici  migranti  detenuti  nel Cie  di  Ponte  Galeria  a  Roma  che  erano  stati  protagonisti  della  protesta  delle  bocche  cucite,  nelle scorse  settimane.  I  due  avevano  fatto  richiesta  di  asilo  politico  ma  sono  stati  caricati  su  un  aereo e  sbattuti  fuori  dal  Paese,  come  annuncia  in  una  nota  il  Garante  dei  Detenuti  del  Lazio:  “Tutti  hanno fatto  promesse,  ma  alla  fine  tutti  si  sono  dimenticati  di  loro”.  In  segno  di  protesta  i  reclusi  dei  Cie  (42 su  78)  hanno  iniziato  un  nuovo  sciopero  della  fame. La  notizia  del  rimpatrio  dei  migranti  arriva  alla  vigilia  della  manifestazione  che  si  terrà  domani,  sabato 15  febbraio,  nella  capitale  per  chiedere  la  chiusura  di  tutti  i  Cie,  Ponte  Galeria  in  testa. SPAGNA  -­  Intanto  l’Unione  Europea  ha  espresso  oggi  “preoccupazione”  per  l’uso  della  forza  da  parte della  polizia  spagnola  contro  i  migranti  che  cercano  di  oltrepassare  le  barriere,  alte  oltre  sei  metri,  con tanto  di  lamette  poste  in  cima,  al  confine  tra  Marocco  e  le  roccaforti  spagnole  di  Ceuta  e  Melilla.  A intervenire  è  stato  il  commissario  per  gli  affari  interni  dell’Unione  europea,  Cecilia  Malmström,  si  è detta   “molto   preoccupata”   per   l’uso   di   proiettili   di   gomma   sparati   la   settimana   scorsa   dalle   forze   di sicurezza  spagnole  per  respingere  1.400  immigrati  subsahariani  che  tentavano  di  entrare  nell’enclave marocchina  di  Ceuta.    “Sono  molto  preoccupata  –  ha  scritto  la  Malmström  sul  suo  profilo  Twitter  – per  l’uso  di  questi  mezzi.  Spero  che  le  autorità  chiariscano  presto”. Sul  tema  solo  ieri,  13  febbraio,  il  ministro  Pp  dell’Interno  spagnolo,  Jorge  Fernandez  Diaz,  riferendo alle  Cortes,  aveva  sostenuto  che  “la  Guardia  civil  ha  usato  proiettili  di  gomma  per  respingere  l’attacco degli  immigrati,  ma  che  non  vi  e’  alcuna  relazione  con  la  morte  dei  subsahariani”.     Le   parole   (ipocrite)   di   Bruxelles   e   Madrid   fanno   riferimento   a   quanto   accaduto   una   settimana   fa: giovedì   scorso,   un   folto   gruppo   di   migranti,   dopo   aver   provato   a   scavalcare   la   barriera   che   separa Marocco  dalla  Fortezza  Europa,  si  è  diretto  verso  il  litorale  cercando  di  aggirare  blocchi  e  controlli  via acqua.  I  corpi  di  nove  persone  sono  stati  trovati  nella  stessa  giornata  di  giovedì,  e  altri  quattro  sono poi  stati  scoperti  venerdì  mattina. Alcuni  sopravvissuti  hanno  denunciato  che  la  Guardia  civil  spagnola  ha  usato  contro  di  loro  proiettili  di gomma   e   gas   lacrimogeni,   provocando   così   le   morti.   Per   questo   le   organizzazioni   spagnole   aderenti

Tweets di  @radiondadurto COMUNICATI  E  APPUNTAMENTI

TRE ALLEGRI  RAGAZZI  MORTI  A  SOSTEGNO DI  RADIO  ONDA  D'URTO  @MAGAZZINO47 19  APRILE  2014  SABATO  19  APRILE  2014  @CSA  MAGAZZINO  47 -­  via  industriale  Brescia  TRE  ALLEGRI  RAGAZZI MORTI  -­  "Aprile  1994"  Tour  -­  concerto  a  sostegno di  Radio  Onda  d'Urto  -­  CSA  Magazzino47  e  Radio Onda  d'Urto... #12APRILE:  ASSEDIAMO  IL  GOVERNO RENZI,  I  DIRITTI  SI  CONQUISTANO  A SPINTA.  INFO  PULLMAN  DA  BRESCIA. SABATO  12  APRILE,  MANIFESTAZIONE NAZIONALE,  CONENTRAMENTO  ORE  14.00 PORTA  PIA:  -­  NO  TROIKA!  -­  CONTRO  LE POLITICHE  DI  AUSTERITA’  E  CONTRO  LA PRECARIETA’!  PERCHE’  I  DIRITTI  SI CONQUISTANO  A... SABATO  5  APRILE:  "CTV  PARTY",  ELECTRO &  TECHNO  NIGHT  @MAG47. BENEFIT  CTV  PARTY  -­  electro  &  techno  night @Mag  47  di  Brescia.  Quattro  realtà  musicali bresciane  si  riuniscono  a  supporto  di  Ctv,  la telestreet  di  movimento  di  Brescia  e  provincia (clicca  qui),... VENERDì  4  APRILE:  MERCATO  47  &  DE GUSTI  BOOKS  @MAG47. Venerdì  4  aprile  2014  -­  dalle  ore  16  in  poi  -­ MERCATO47  e  DE  GUSTI  BOOKS  dalle  ore 16,00:  MERCATO  47  Prodotti  biologici,  naturali, tradizinali,  dall’agricoltura  contadina  e  dai  piccoli...

ULTIMI VIDEO  CTV  03:25 29/Mar/2014

alla rete   Migreurop   (CEAR,   Sos   Racismo,   Andalucía   Acoge,   APDHA   y   Elin)   hanno   chiesto   la creazione   di   una   commissione   parlamentare   per   indagare   sulle   pratiche   abituali   di   repressione uutilizzate  a  Ceuta  e  Melilla. Abbiamo  parlato  di  quanto  accade  a  Ceuta  e  Melilla  con  Sara  Creta,  giornalista  free  lance,  film maker  e  attivista  che  ha  scritto  una  serie  di  articoli  sul  tema  pubblicati  su  osservatorioiraq.it. Clicca  qui  per  ascoltare  o  scaricare  l’intervista  con  Sara  Creta.

A2A TAGLIA  L’ACQUA?  RESIDENTI  PARALIZZANO VIA  MILANO  E  OTTENGONO  IL  RIALLACCIO  09:01 27/Mar/2014

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ROMA: RIPARTE  LA  LOTTA  DENTRO  E  FUORI  IL  CIE  DI  PONTE… BARI:  IMMIGRATI  IN  RIVOLTA  PER  IL  RITARDO  NEI  RILASCI  DEL… IMMIGRAZIONE:  A  GRADISCA  LA  RIVOLTA  CHIUDE  IL  CIE LAMPEDUSA:  PARTONO  I  RIMPATRI,  FIAMME  E  PROTESTE  FRA  I… LAMPEDUSA:  SI  CERCANO  ANCORA  LE  VITTIME  DELLA  STRAGE,  236  IL

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4/3/2014 Dossier Le altre “Lampedusa” - Clèment non arriverà mai - Famiglia Cristiana Per un ragazzo nato in Camerun, però, entrare nell’“autre côté” può costare la vita. C’è chi ci prova con PUBBLICITÀ guanti pesanti e una scala di rami per superare l’alambrada, come gli spagnoli chiamano la tripla rete metallica, alta sei metri, che difende il confine della “Fortezza  Europa” ed è costata 20 milioni di euro all’Unione europea. Sopra  i  rotoli  di  filo  spinato,  capita  di  vedere  morsi  di  stracci  e  camicie, ma ormai è difficile che qualcuno ce la faccia. Chilometri di cavi d’acciaio, spray al peperoncino, faretti, telecamere, barriere “intelligenti” e proiettili di gomma permettono alla polizia spagnola di fermare la corsa dei clandestini e “affidarli”  ai  colleghi  marocchini. Racconta un compagno di Clément: «Entrarci non è facile. Per arrampicarci, rischiamo la vita. Se vogliono arrestarci, possono arrestarci. Ma non spogliarci, toglierci il telefono, i nostri soldi, ucciderci». Dopo i tanti morti del 2005, a Ceuta e Melilla la situazione era in parte migliorata, ma dalla  fine  del 2011  è  scattata  una  repressione  senza  precedenti. I migranti vengono intercettati alla frontiera o durante vere e proprie retate nelle foreste o nelle periferie delle principali città marocchine. Picchiati, derubati,  privati  dei  documenti  di  identità. Tra gli accampati di Gourougou, molti  mostrano  tagli  alla  testa  e  i  segni  lasciati  da  pietre  e mazze  di  ferro. «La fasciatura… sai, noi attraversiamo la frontiera», ti spiega un giovane maliano. È anche  la  storia  di  Clément. L’11 marzo 2013, quando un centinaio di subsahariani tenta di attraversare il confine con Melilla, l’intervento congiunto della Guardia Civil spagnola e delle forze ausiliare marocchine si  trasforma  in  un  brutale  pestaggio. La  telecamera  di  Sara  Creta  arriva  cinque  giorni  dopo, insieme all’associazione umanitaria Alecma. Clément, che era stato arrestato e pestato, muore  sotto  i  loro  occhi: l’ambulanza non arriva in tempo. Era ferito alla nuca e aveva un braccio e una gamba fratturati;  lascia  la  moglie  incinta  e  due bambini. Così  Sara  Creta  racconta  come  è  nato  il  film  di  denuncia  “N°9”: «Clément è lì. Non ha la forza di dire nulla. Così pure io, immobile davanti a lui, senza parole. Viene caricato in spalla, non parla, agonizza. E nemmeno io riesco più a fare niente per lui, quando sento che è morto. Ecco  perché  ho  custodito  le ultime  immagini  della  sua  morte nonostante le intimazioni della polizia marocchina». Insieme al documentario, dalla  morte  di  Clément  è  nata  la  campagna  “N°9  –  Stop  alle  violenze alle  frontiere”, per denunciare la repressione subita dai migranti a opera delle autorità marocchine con il coinvolgimento di quelle spagnole. Potrà servire ai compagni di Clément, che sono tornati alla vita “cachée”, nascosta, nei boschi attorno a Ceuta e Melilla o in edifici abbandonati. Nuovamente con l’ossessione di passare la frontiera, nuovamente col terrore delle retate della polizia. Ai migranti fermati viene infatti sequestrato il cellulare e impedito di avvisare i propri familiari; per giunta, spesso i malcapitati vengono derubati di tutti i loro averi. La  paura  più  forte  è  quella  di essere  rispediti  indietro,  nella  terra  di  nessuno  alla  frontiera  con  l’Algeria, nei pressi della città di Oujda.

DISCUSSIONI IN CORSO Siete d'accordo  con  l'abolizione  del Senato?

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Si sente  dire:  "Che  noia  queste omelie!"  Sei  d'accordo?

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Secessione del  Veneto:  un  pericolo reale?

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Nuovi poveri,  fuga  di  cervelli,  imprese, immigrati.  Il  Governo  fa  abbastanza per  evitare  il  collasso?

17 A che  cosa  è  servita  Tangentopoli?

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Giusto far  lasciare  il  lavoro  agli  anziani per  far  posto  ai  giovani?

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Non vaccinare  i  figli  è  una  moda?

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L'Africa non  ha  più  bisogno dell'Europa?

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Linda, nigeriana, racconta: «Ci hanno portato al confine e ci hanno abbandonato lì, senza niente». Spesso finiscono così le ambizioni di una generazione in partenza, che passa i migliori anni della propria vita sognando la traversata del Mediterraneo e finisce abbandonata  in  ciabatte  nel  deserto,  lungo  un confine  tracciato  solo  sulle  mappe. Nella  foto  di  copertina  (di  Andrew  Galea  Debono/JRS  Europe)  un  tratto  della  frontiera  tra  il  Marocco  e l'enclave  spagnola  di  Ceuta.

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Ceuta, immigrazione, Marocco, Melilla, sfruttamento, Spagna, tratta di  esseri umani, violenze

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http://www.famigliacristiana.it/video/dossier-le-altre-lampedusa---clement-non-arrivera-mai.aspx

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4/3/2014

Cynical and Macabre 'Politics of Migration' at Morocco’s Borders

Cynical and  Macabre  'Politics  of  Migration'  at  Morocco’s  Borders Consiglia Sebastien Bachelet e altri 69 consigliano questo.

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by Sébastien Bachelet

Feb 24 2014

“Despite a  year  marked  by  successive  tragedies  as  a result  of  the  recrudescence  of  repression,  institutional violence  and  racism,  will  2013  mark  a  historical  turn  for politics  of  migration  in  Morocco?  Will  foreigners  and migrants  be  recognized  into  society?”  These  questions headed  an  article  by  Micheline  Bochet  Milon,  a member  of  the  Groupe  anti-­raciste  d’accompagnement et  de  défense  des  étrangers  et  des  migrants  (GADEM), in  the  last  issue  of  the  Louna-­Tounkaranké  network’s newsletter.  At  the  time,  migrants’  associations  and NGOs  were  wedged  between  hope  and  caution  as several  important  changes  unraveled  in  Morocco.  The most  important  of  these  was  the  unprecedented announcement  of  an  “exceptional”  regularization process  for  “irregular”  migrants  (e.g.  those  who  lacked appropriate  residency  documents).  Alas,  distressing events  in  Morocco  and  at  the  Spanish  border,  including [Image  from  the  #lasfronterasmatan  campaign.  Image  from Twitter  user  @fanetin.] the  very  recent  death  of  at  least  fifteen  migrants outside  Ceuta,  have  rendered  even  more  salient migrants’  yearning  for  the  respect  of  their  rights.   Last  year,  the  “issue”  of  migration  sprang  to  the  forefront  of  Morocco’s  political  agenda.  The  scope  of  daily  abuses  and racism  against  sub-­Saharan  migrants  reached  beyond  the  borders  of  Morocco  and  caused  public  outcry:  international media  like  the  Guardian  and  the  BBC  reported  the  harrowing  conditions  in  which  migrants  live.  The  endemic  racism  in Morocco,  the  human  rights  abuses,  and  the  controversial  involvement  of  the  European  Union  (EU)  were  also  the subject  of  two  Jadaliyya  articles  (one  by  Samia  Errazzouki  and  another  of  my  own)  last  summer.  Since  then,  the discrepancy  between  Morocco’s  criticisms  of  the  treatment  faced  by  its  own  diaspora  in  Europe  and  the  harsh  living conditions  sub-­Saharan  migrants  endure  in  Morocco  has  become  even  more  conspicuous  and  untenable.   Rapid  changes  have  been  taking  place.  In  September  2013,  the  state-­appointed  Moroccan  National  Council  of  Human Rights  (known  by  its  French  acronym,  CNDH)  released  a  report,  Foreigners  and  Human  Rights  in  Morocco,  which criticized  the  government’s  repressive  politics  of  migration  and  included  a  series  of  recommendations  in  line  with  those that  had  been  demanded  for  years  by  other  civil  society  members.  These  demands  included  recognition  of  asylum, end  to  violence,  and  a  more  just  process  of  regularization.  This  report  was  released  after  a  summer  of  intense campaigning  by  NGOs  and  migrants’  associations,  culminating  in  the  publication  of  another  report,  “Report  on  the Application  in  Morocco  of  the  International  Convention  on  the  Protection  of  the  Rights  of  All  Migrant  Workers  and Members  of  their  Families,”  compiled  by  GADEM. The  CNDH’s  recommendations,  deemed  relevant  by  King  Mohammed  VI,  were  quickly  endorsed  by  a  communiqué from  the  royal  cabinet,  further  disavowing  the  government  at  a  time  of  tension  between  Prime  Minister  Benkirane  and King  Mohammed  VI.  On  10  September  2013,  the  king  gave  instructions  for  a  new,  innovative  migration  politics.  EU officials  quickly  and  enthusiastically  applauded  these  initial  announcements.  So  far,  the  most  significant  outcomes have  been  the  establishment  of  an  unprecedented  operation  of  regularization  for  undocumented  migrants,  which http://www.jadaliyya.com/pages/index/16584/cynical-and-macabre-politics-of-migration-at-moroc

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4/3/2014

Cynical and Macabre 'Politics of Migration' at Morocco’s Borders

started 2  January  2014,  as  well  as  the  long-­awaited  development  of  a  politics  of  asylum  in  Morocco. Thus,  Morocco  has  been  pressed  to  acknowledge  that  it  can  no  longer  consider  itself  a  mere  transit  country  and continue  abusing  the  human  rights  of  migrants  by  stressing  they  are  simply  en  route  to  Europe.  However,  NGOs  and migrant  associations  have  remained  vigilant.  On  4  December  2013,  a  month  before  the  start  of  the  regularization process,  Cédric  Bété,  a  Cameroonian  migrant,  "fell"  from  the  fourth  floor  of  a  building  in  Tangier  during  a  police  raid: another  suspicious  death  involving  police  brutality  which  prompted  NGO  actors  to  ask  if  "death  squads"  were  targeting migrants  in  Tangier  despite  official  avowals  for  change. On  23  January,  Anis  Birou,  Minister  in  Charge  of  Moroccans  Living  Abroad  and  Immigration  Issues,  announced  during a  meeting  with  civil  society  representatives  that  the  regularization  campaign  had  been  unfolding  under  "very  good conditions."  Migrants  had  submitted  nine  hundred  and  fifty  dossiers  in  Rabat  at  the  time.  The  minister’s  enthusiasm was  not  entirely  shared  by  NGOs,  who  pointed  to  several  mishaps.  Khadija  Elmadmad,  law  professor  and  holder  of  the UNESCO  Chair  for  “Migration  and  Human  Rights,”  stressed  that: Eighty  per  cent  of  the  people  who  will  be  regularized  thanks  to  this  operation  are  in  fact  people  who  are  already  entitled to  a  residency  card  according  to  international  rights  to  which  Moroccan  right  is  subscribed  to  by  virtue  of  its international  engagements. Representatives  of  migrants’  associations  also  reported  the  worries  of  many  migrants  who  fear  the  campaign  is  aimed at  gathering  information  in  order  to  facilitate  future  deportations. NGOs  and  migrants’  associations  have  denounced  the  regularization  criteria  (having  lived  for  at  least  five  years  in Morocco;;  having  lived  together  with  a  Moroccan  spouse  for  at  least  two  years;;  having  been  employed  for  at  least  two years,  among  others)  as  too  restrictive  and  extremely  difficult  to  prove.  For  instance,  after  decades  of  criminalization  of migration,  Moroccan  employers  remain  hesitant  in  hanging  out  certificates  for  fear  of  reprisals.  Hence,  the  NGOs  and associations  have  created  Coordination  for  the  Regularization  of  Undocumented  Migrants  in  Morocco  (Coordination pour  la  Régularisation  des  Sans-­papiers  au  Maroc).  Commonly  referred  to  as  the  ‘Papiers  pour  Tous’  collective  (a nickname  reminiscent  of  a  similar  movement  in  France  in  the  1990s),  their  objective  is  the  regularization  of  all  migrants on  the  “mere  basis  of  migrants’  expression  of  their  will.”  Set  up  to  monitor  the  regularization  process  and  inform migrants,  the  Papiers  pour  Tous  collective  has  denounced  continued  police  raids  and  argued  for  a  moratorium  on deportation.   Since  then,  the  collective  has  already  pointed  to  several  shortcomings,  including  the  rejection  of  a  dossier  in Casablanca.  The  trial  of  Mamadou  Diarra  in  a  military  court  has  also  sparked  further  outrage.  On  10  July  2012,  a Moroccan  soldier  died  at  the  Farkhana  border  post  near  the  Spanish  enclave  of  Melilla,  allegedly  killed  by  a  stone thrown  by  a  sub-­Saharan  migrant  attempting  to  climb  over  the  barrier.  (These  borders  are  composed  of  three  sets  of fences,  equipped  with  barbed  wire.  Set  up  in  2005  by  the  Spanish  socialist  Zapatero  government,  and  removed  in 2007  in  Melilla,  though  not  in  Ceuta,  following  NGOs  protestations,  the  barbed  wire  has  been  controversially  reinstalled in  October  2013,  shortly  after  Spain  congratulated  Morocco  on  its  new  politics  of  migration.)  As  stated  in  a communiqué  by  Moroccan  NGOs  and  migrants’  associations,  the  incident  triggered  a  brutal  and  collective  reprisal against  migrants.  Hundreds  of  people,  including  injured  migrants,  children,  and  pregnant  women  were  rounded  up  and deported  to  the  Algerian  border.  Among  them  was  sub-­Saharan  Mamadou  Diarra,  barely  eighteen  years  old,  who spoke  neither  Arabic  nor  French,  but  only  Bambara.  Diarra  has  now  spent  over  a  year  and  a  half  in  prison.  With  few contacts  in  Morocco,  he  was  an  easy  scapegoat  over  the  death  of  the  soldier.  His  lawyer  Naïma  El  Guelaf  recalled  that “since  his  arrest,  he  has  been  heard  by  a  judge  only  once,  and  without  the  presence  of  a  translator.”  In  their  press release,  the  associations  have  asked  for  the  liberation  of  Mamadou  Diarra  as  well  as  the  suspension  of  a  law  which authorizes  the  trial  of  civilians  by  a  military  court. NGOs’  recommendations  ask  for  Morocco’s  actions  to  be  brought  in  line  with  international  treaties  and  recent  royal engagements:  last  year,  in  a  communiqué  from  the  Royal  Cabinet,  King  Mohammed  VI  endorsed  the  recommendation from  the  CNDH  on  the  military  court  which  recommended  putting  an  end  to  this  practice.  A  sit-­in  had  been  organized by  migrants’  rights  NGOs  on  3  February  but  has  been  cancelled  as  the  audience  was  called  off  until  further  notice. Mamadou  Diarra  remains  in  the  Salé  prison.   GADEM  founding  member  Medhi  Aloua  had  warned  that  the  “radically  new  politics  of  migration”  would  require  a national  dialogue  on  the  necessity  of  welcoming  foreigners.  He  declared  that  failing  to  do  so  would  amount  to  “planting the  seeds  of  a  future  form  of  racism  and  xenophobia.”  Last  year  already,  anti-­migrant  demonstrations  in  Tangier  and http://www.jadaliyya.com/pages/index/16584/cynical-and-macabre-politics-of-migration-at-moroc

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started 2  January  2014,  as  well  as  the  long-­awaited  development  of  a  politics  of  asylum  in  Morocco. Thus,  Morocco  has  been  pressed  to  acknowledge  that  it  can  no  longer  consider  itself  a  mere  transit  country  and continue  abusing  the  human  rights  of  migrants  by  stressing  they  are  simply  en  route  to  Europe.  However,  NGOs  and migrant  associations  have  remained  vigilant.  On  4  December  2013,  a  month  before  the  start  of  the  regularization process,  Cédric  Bété,  a  Cameroonian  migrant,  "fell"  from  the  fourth  floor  of  a  building  in  Tangier  during  a  police  raid: another  suspicious  death  involving  police  brutality  which  prompted  NGO  actors  to  ask  if  "death  squads"  were  targeting migrants  in  Tangier  despite  official  avowals  for  change. On  23  January,  Anis  Birou,  Minister  in  Charge  of  Moroccans  Living  Abroad  and  Immigration  Issues,  announced  during a  meeting  with  civil  society  representatives  that  the  regularization  campaign  had  been  unfolding  under  "very  good conditions."  Migrants  had  submitted  nine  hundred  and  fifty  dossiers  in  Rabat  at  the  time.  The  minister’s  enthusiasm was  not  entirely  shared  by  NGOs,  who  pointed  to  several  mishaps.  Khadija  Elmadmad,  law  professor  and  holder  of  the UNESCO  Chair  for  “Migration  and  Human  Rights,”  stressed  that: Eighty  per  cent  of  the  people  who  will  be  regularized  thanks  to  this  operation  are  in  fact  people  who  are  already  entitled to  a  residency  card  according  to  international  rights  to  which  Moroccan  right  is  subscribed  to  by  virtue  of  its international  engagements. Representatives  of  migrants’  associations  also  reported  the  worries  of  many  migrants  who  fear  the  campaign  is  aimed at  gathering  information  in  order  to  facilitate  future  deportations. NGOs  and  migrants’  associations  have  denounced  the  regularization  criteria  (having  lived  for  at  least  five  years  in Morocco;;  having  lived  together  with  a  Moroccan  spouse  for  at  least  two  years;;  having  been  employed  for  at  least  two years,  among  others)  as  too  restrictive  and  extremely  difficult  to  prove.  For  instance,  after  decades  of  criminalization  of migration,  Moroccan  employers  remain  hesitant  in  hanging  out  certificates  for  fear  of  reprisals.  Hence,  the  NGOs  and associations  have  created  Coordination  for  the  Regularization  of  Undocumented  Migrants  in  Morocco  (Coordination pour  la  Régularisation  des  Sans-­papiers  au  Maroc).  Commonly  referred  to  as  the  ‘Papiers  pour  Tous’  collective  (a nickname  reminiscent  of  a  similar  movement  in  France  in  the  1990s),  their  objective  is  the  regularization  of  all  migrants on  the  “mere  basis  of  migrants’  expression  of  their  will.”  Set  up  to  monitor  the  regularization  process  and  inform migrants,  the  Papiers  pour  Tous  collective  has  denounced  continued  police  raids  and  argued  for  a  moratorium  on deportation.   Since  then,  the  collective  has  already  pointed  to  several  shortcomings,  including  the  rejection  of  a  dossier  in Casablanca.  The  trial  of  Mamadou  Diarra  in  a  military  court  has  also  sparked  further  outrage.  On  10  July  2012,  a Moroccan  soldier  died  at  the  Farkhana  border  post  near  the  Spanish  enclave  of  Melilla,  allegedly  killed  by  a  stone thrown  by  a  sub-­Saharan  migrant  attempting  to  climb  over  the  barrier.  (These  borders  are  composed  of  three  sets  of fences,  equipped  with  barbed  wire.  Set  up  in  2005  by  the  Spanish  socialist  Zapatero  government,  and  removed  in 2007  in  Melilla,  though  not  in  Ceuta,  following  NGOs  protestations,  the  barbed  wire  has  been  controversially  reinstalled in  October  2013,  shortly  after  Spain  congratulated  Morocco  on  its  new  politics  of  migration.)  As  stated  in  a communiqué  by  Moroccan  NGOs  and  migrants’  associations,  the  incident  triggered  a  brutal  and  collective  reprisal against  migrants.  Hundreds  of  people,  including  injured  migrants,  children,  and  pregnant  women  were  rounded  up  and deported  to  the  Algerian  border.  Among  them  was  sub-­Saharan  Mamadou  Diarra,  barely  eighteen  years  old,  who spoke  neither  Arabic  nor  French,  but  only  Bambara.  Diarra  has  now  spent  over  a  year  and  a  half  in  prison.  With  few contacts  in  Morocco,  he  was  an  easy  scapegoat  over  the  death  of  the  soldier.  His  lawyer  Naïma  El  Guelaf  recalled  that “since  his  arrest,  he  has  been  heard  by  a  judge  only  once,  and  without  the  presence  of  a  translator.”  In  their  press release,  the  associations  have  asked  for  the  liberation  of  Mamadou  Diarra  as  well  as  the  suspension  of  a  law  which authorizes  the  trial  of  civilians  by  a  military  court. NGOs’  recommendations  ask  for  Morocco’s  actions  to  be  brought  in  line  with  international  treaties  and  recent  royal engagements:  last  year,  in  a  communiqué  from  the  Royal  Cabinet,  King  Mohammed  VI  endorsed  the  recommendation from  the  CNDH  on  the  military  court  which  recommended  putting  an  end  to  this  practice.  A  sit-­in  had  been  organized by  migrants’  rights  NGOs  on  3  February  but  has  been  cancelled  as  the  audience  was  called  off  until  further  notice. Mamadou  Diarra  remains  in  the  Salé  prison.   GADEM  founding  member  Medhi  Aloua  had  warned  that  the  “radically  new  politics  of  migration”  would  require  a national  dialogue  on  the  necessity  of  welcoming  foreigners.  He  declared  that  failing  to  do  so  would  amount  to  “planting the  seeds  of  a  future  form  of  racism  and  xenophobia.”  Last  year  already,  anti-­migrant  demonstrations  in  Tangier  and

4/3/2014

Cynical and Macabre 'Politics of Migration' at Morocco’s Borders

accused Morocco  of  having  had  recourse  to  the  same  disingenuous  refutations  for  the  past  ten  years.  Communication2/6 http://www.jadaliyya.com/pages/index/16584/cynical-and-macabre-politics-of-migration-at-moroc Minister  Mustapha  El  Khafi’s  assertions  that  the  report  was  “obviously  unfair”  since  it  overlooked  Morocco’s  “new politics  of  migration”  prompted  HRW  to  issue  a  statement  recognizing  that  Morocco  had  made  “a  bold  move”  in announcing  reforms.  However,  HRW  stands  by  its  report  and  concludes  that  only:    

If the  reforms  end  up  safeguarding  the  rights  of  asylum-­seekers  and  other  migrants,  Morocco  can  become  a  model  in northern  Africa,  where  most  states  treat  migrants  from  the  rest  of  Africa  disgracefully.  Morocco  should  start,  however, by  reining  in  its  own  forces  when  they  treat  migrants  disgracefully. On  15  February,  the  first  residency  cards  were  handed  in  Tangier,  Casablanca,  Rabat,  and  Oujda,  six  weeks  after  the start  of  the  regularization  process,  in  highly  mediatized  ceremonies.  NGOs  are  now  scrutinizing  the  process  to  assess in  what  conditions  migrants’  applications  were  granted  or  refused.  

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BOOK SERIES (/ABOUT-­‐US/THE-­‐BOOK-­‐SERIES)

Morocco trials a ‘radically new’ politics of migration for sub-­‐Saharan Africans – By Sebastien Bachelet Posted on January 15, 2014 (http://africanarguments.org/2014/01/15/morocco-­‐trials-­‐a-­‐radically-­‐new-­‐politics-­‐of-­‐migration-­‐for-­‐sub-­‐saharan-­‐africans-­‐by-­‐sebastien-­‐ bachelet/) by AfricanArgumentsEditor (http://africanarguments.org/author/africanargumentseditor/) 2014 could be the year that significant advancements are made in the way that Morocco treats ‘irregular migrants’ within its borders. After last year’s events, which saw Morocco come under pressure for taking steps to address human rights’ abuses, on 1st January, offices for the regularisation of migrants finally opened (http://www.rfi.fr/afrique/20140103-­‐le-­‐maroc-­‐ lance-­‐une-­‐campagne-­‐regularisation-­‐papiers?

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(http://africanarguments.org/wp-­‐content/uploads/2014/01/Morocco_pic.jpg) Outside the Moroccan parliement where new legislation regarding treatment of ‘irregular migrants’ was passed in 2013.

ns_campaign=editorial&ns_source=gplus&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=20140103_le_maroc_lance_une_campagne_regularisation); however, migrants and NGOs remain cautious. According to controversial estimates by the Moroccan Home Office, Sub-­‐Saharan Africans are the most numerous amongst the 25 to 45 thousand irregular migrants present in the country. Heralding from a variety of socio-­‐economic backgrounds in western and central Africa, migrants have already undertaken a perilous journey, but the last leg of the journey to ‘Fortress Europe’ can prove even more hazardous. To better some light on recent major changes concerning migration in Morocco you need to go back to March 2013, and the death of a Cameroonian migrant we shall refer to as ‘Clément’. On 11th March, along with another approximately 150 sub-­‐Saharan migrants, Clément attempted to cross the border between the Moroccan city Nador and the Spanish enclave Melilla. Waiting for the prayer call at 4.30am, migrants prepared for what they call the ‘shock’ (le choc), or ‘hitting the border’ (frapper). This is no euphemism as they climb on makeshift ladders over the razor-­‐topped fences. This was the start of the ‘apocalypse’ routinely described by migrants as they were subjected to the violence of both Spanish and Moroccan forces. The harrowing accounts of how events unfolded have been collected in a report by the Moroccan migrants’ rights association GADEM (http://media.wix.com/ugd/b25828_6ee419cb01b21001fe01359fdeb80cc7.pdf). Clément was admitted to hospital with a broken leg and suffering from a head wound, along with 24 other people. After having received no sound medical care, he was discharged on the same day. On 16th March, he died in the forest of Gourougou from the injuries inflicted by Moroccan and Spanish forces. The ambulance called for by his friends never arrived. This was not an isolated incident. NGOs and migrants’ associations in Morocco and beyond had noted some improvement since the infamous 2005 Ceuta and Mellia events (http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/livrenoir-­‐ceuta.pdf) where at least eleven migrants died, and hundreds were wounded, during some of the first major group attempts at crossing the border to the Spanish enclaves. However, since the end of 2011, those same associations decried a significant escalation of violence against migrants. Before ceasing its activities in northern Morocco, Doctors Without Borders released its “Violence, Vulnerability and Migration: Trapped at the Gates of Europe (http://www.doctorswithoutborders.org/publications/reports/2013/Trapped_at_the_Gates_of_Europe.pdf)” report, highlighting the use of violence by Spanish and Moroccan authorities. The NGO interviewed 190 migrants in Nador and Oujda and 63 percent affirmed having been victims of violence. 64 percent of those acts of violence were attributed to the Moroccan authorities and 7 percent to the Spanish forces. What was significant about Clément’s death was that it did not join the long list of unaccounted for acts of violence. Previously, migrants had been reported to have been killed at the borders, but bodies disappeared and witnesses moved on. On 16 March, Sara Creta, an Italian filmmaker and Sylvin Mbarga, a Cameroonian journalist and member of the migrant association ALECMA (Association lumière sur l’émigration clandestine au Maghreb), were present in the Gourougou forest. As part of an initiative by ALECMA and migrants’ rights association GADEM (Groupe antiraciste d’accompagnement et de défense des étrangers et migrants), Sara and Sylvin initially set out to document the latest attacks; however, they found themselves filming Clément’s agony and death. This video (http://www.youtube.com/watch? feature=player_embedded&v=w67k5MkUEWQ) received international coverage by major media such as La Republica, Mediapart (http://www.mediapart.fr/journal/international/280613/clement-­‐mort-­‐tabasse-­‐pour-­‐avoir-­‐tente-­‐de-­‐gagner-­‐leurope), El Pais (http://politica.elpais.com/politica/2013/06/28/actualidad/1372440971_006327.html) and Yabiladi (http://www.yabiladi.com/articles/details/18147/frontiere-­‐melilia-­‐ clement-­‐camerounais-­‐enfants.html). It also formed the basis of the ‘Number 9: Stop police violence at the borders’ campaign (http://saracreta.wix.com/into-­‐the-­‐ forest).

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The campaign denounces the violence that migrants face when they attempt to access Europe via the Spanish enclaves of Ceuta and Melilla without the proper documentation necessary to enter by legal means. Migrants routinely face beatings, theft or destruction of their possessions, confiscation of their identification documents, illegal refoulement back to Morocco when they have already crossed to Spain, or deportation to the desert between Algeria and Morocco. These are the most common offenses, but represent only a few of the numerous other violations of their physical integrity, dignity and human rights. The Number 9 Campaign and Clément’s tragic death also highlight the growing significance of migrants’ own voices, through migrants’ associations such as ALECMA and CMSM (Conseil des migrants sub-­‐Sahariens au Maroc), within Moroccan civil society. Through connections with NGOs and activists on both shores of the Mediterranean, sub-­‐Saharan migrants have engaged in a counter-­‐discourse which condemns infringements of human rights at the Moroccan-­‐Spanish border and the complicity of the EU. MIGREUROP, a network of researchers and activists that denounces the externalization of Europe’s immigration controls and policies, decried the hunt for migrants in an August 2013 press release (http://www.migreurop.org/article2272.html?lang=fr). On 7th June 2013, Morocco and nine EU member states signed in Strasbourg “a joint declaration establishing a Mobility Partnership between the Kingdom of Morocco and the European Union and its Member States (http://ec.europa.eu/dgs/home-­‐affairs/what-­‐is-­‐new/news/news/2013/docs/20130607_declaration_conjointe-­‐ maroc_eu_version_3_6_13_en.pdf).” While several initiatives exist pertaining to Morocco-­‐EU migration (such as facilitated visas for businessmen, students and researchers,) the question of a readmission agreement stands up as the key objective. Indeed, the text crucially entails a return to negotiations over the readmission agreement. Sub-­‐Saharan Africans are pawns amidst treaties and negotiations over drugs, fishing rights and the status of Western Sahara. Like the majority of Moroccans who are not endowed with an easy mobility, sub-­‐Saharan migrants are on the losing side of such negotiations. As migration scholar Abdelkrim Belguendouz points in an article denouncing the joint declaration (http://www.yabiladi.com/articles/details/18166/maroc-­‐ue-­‐partenariat-­‐mobilite-­‐readmission-­‐migrants.html): “In other words, Morocco is asked to take on the role of the gendarme of Europe to stop migration flows. A role Morocco has always refused to assume (officially) and, according to us, should continue to reject in respect for human rights.” As noted above, Clément’s death was not an isolated incident. Following the launch of the campaign, other deaths and violent incidents (http://www.yabiladi.com/articles/details/18676/deux-­‐migrants-­‐clandestins-­‐perissent-­‐melilia.html) were reported on both sides of the border. In fact, the summer of 2013 was marked by a crescendo of intertwined institutional violence and civil society mobilisation. This peaked with the death of two other migrants. On 24th July, hundreds of migrants were arrested in northern Morocco, including numerous migrants in the marginal neighbourhood of Boukhalef in Tangiers. Once loaded onto buses, they were deported to the Algerian desert; others were abandoned along the roads around Fez. Toussaint, a Congolese migrant was thrown out of a bus and died in hospital (http://www.yabiladi.com/articles/details/18795/maroc-­‐rafles-­‐subsahariens-­‐continuent-­‐congolais.html). He had valid immigration papers. On 14th August, in Rabat, Ismael Faye, a Senegalese pilgrim, was stabbed in the face on a bus (http://www.lemag.ma/Rabat-­‐Arrestation-­‐du-­‐presume-­‐assassin-­‐du-­‐pelerin-­‐senegalais-­‐ Ismael-­‐Faye_a74200.html) by another passenger, a Moroccan soldier, and died from his wounds. The racist character of this latest aggression shocked many in Morocco. Chouki El Hamel’s pivotal study ‘Black Morocco: A History of Slavery, Race, and Islam (http://www.cambridge.org/gb/knowledge/isbn/item6921972/Black%20Morocco/?site_locale=en_GB)’ is a vivid illustration of this. As he puts it (http://www.jadaliyya.com/pages/index/11312/new-­‐texts-­‐out-­‐now_chouki-­‐el-­‐hamel-­‐black-­‐morocco_a-­‐), ‘blacks in Morocco have been marginalized for centuries, with the dominant Moroccan culture defining this marginalized group as ‘Abid (slaves), Haratin (a term that generally meant freed black people or formerly enslaved black persons), Sudan (black Africans), Gnawa (black West Africans), Sahrawa (from the Saharan region), and other terms which make reference to the fact that they were black and/or descendants from slaves’. Institutional racism towards sub-­‐Saharan migrants, regardless of their legal status, is pervasive and has repercussions in many aspects of their lives, including access to health and education. Morocco’s reluctance to respect migrants and enforce the human rights guaranteed by the treaties (such as the United Nations International Convention on the Protection of the Rights of All Migrant Workers and Members of Their Families) it ratified, created a dangerous climate whereby racism has become ordinary. Racism against sub-­‐Saharan migrants and dangerous stereotypes are pervasive in Moroccan media too. In November 2012, Moroccan weekly magazine Maroc Hebdo caused outrage with its ‘black peril’ headline (http://www.courrierinternational.com/article/2012/11/09/pourquoi-­‐le-­‐peril-­‐noir-­‐de-­‐maroc-­‐hebdo-­‐ provoque-­‐l-­‐indignation). The death of Ismael brought about a resurgence in mobilisation of NGOs and migrants ‘associations. A ‘stop racism – respect migrants’ rights’ (http://www.gadem-­‐ asso.org/IMG/pdf/Invitation_conference_du_11_1_-­‐2.pdf) campaign was launched in protest. International media such as the Guardian (http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/sep/02/eu-­‐ignoring-­‐rights-­‐abuses-­‐morocco) and the BBC (http://www.bbc.co.uk/news/business-­‐23964923) reported the harrowing conditions migrants live in. GADEM, in partnership with numerous other organisations, compiled an unforgiving report which highlighted Morrocco’s shortcomings in matters of migrants’ rights. The ‘Report on the Application in Morocco of the International Convention on the Protection of the Rights of All Migrant Workers and Members of their Families (http://www.gadem-­‐asso.org/IMG/pdf/20130802_-­‐_Rapport_alternatif_application_CMW_Maroc_-­‐_VF_envoye.pdf)’ was to be presented at the 19th session of the Committee on the Protection of the Rights of All Migrant Workers and Members of Their Families in Geneva. A large delegation of Moroccan officials was to uptake the difficult task of defending Morocco’s position during the early September 2013 meetings. However, this confrontation between the Moroccan civil society and government in plain sight of the international community took another turn with the release of another report. The CNDH (National Council of Human Rights) released its own report, Foreigners and Human Rights in Morocco (http://www.ccdh.org.ma/spip.php? article10313&lang=fr), quickly endorsed by a communiqué from the royal cabinet (http://www.art19.ma/index.php/societe/1047-­‐maroc-­‐le-­‐roi-­‐prend-­‐connaissance-­‐du-­‐ rapport-­‐du-­‐cndh-­‐sur-­‐les-­‐migrants-­‐et-­‐les-­‐refugies). The report disavowed and heavily criticized Morocco’s politics of migration, deemed too security-­‐oriented. The recommendations, deemed pertinent by Mohammed VI (http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20130910153404/), were in line with those of the civil society: recognition of the right of asylum, regularisation of irregular migrants, ending the recourse to violence. Shortly after this coup de théâtre, King Mohamed VI chaired a working-­‐group meeting with members of the government during which he gave instructions for the elaboration of ‘a new vision for a national migration policy, that is humanist in its philosophy, responsible in its approach and pioneering at a regional level’ (http://www.maroc.ma/en/news/migration-­‐royal-­‐instructions-­‐bring-­‐new-­‐vision-­‐national-­‐and-­‐humanist-­‐migration-­‐policy-­‐release). Several of the CNDH report’s recommendations have started being put into place. The dormant Bureau de protection des réfugiés et apatrides (Refugees and Stateless Protection Office) has been (re)opened in September (http://www.maroc.ma/fr/actualites/le-­‐hcr-­‐qualifie-­‐de-­‐grande-­‐realisation-­‐louverture-­‐dun-­‐bureau-­‐des-­‐refugies-­‐et-­‐apatrides-­‐au) 2013. In October 2013, a circular of the Ministry of Education (http://www.leconomiste.com/article/912799-­‐le-­‐maroc-­‐muscle-­‐sa-­‐politique-­‐migratoire) aimed at facilitating access to state schools for migrants’ children was released. Finally, in November, Anis Birou, Minister for Moroccans abroad and (its newly acquired function (http://www.yabiladi.com/articles/details/20213/maroc-­‐nouveau-­‐ministre-­‐stratege-­‐designe.html)) migratory affairs announced in conjunction with Mohamed, the Home Office and Human Rights Minister an ‘exceptional’ operation of regularisation (http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20131112143427/) starting 1st January 2014 until the end of that year. These long-­‐awaited developments in Morocco have been met with appraisal and encouragements from United Nations and European Union officials (http://www.lematin.ma/journal/en-­‐marge-­‐de-­‐la-­‐68e-­‐assemblee-­‐generale-­‐de-­‐l-­‐onu_ambassadeurs-­‐et-­‐responsables-­‐onusiens-­‐saluent-­‐-­‐la-­‐nouvelle-­‐vision-­‐du-­‐maroc-­‐en-­‐ matiere-­‐d-­‐immigration/188827.html). Official responses have been enthusiastic; ironically, shortly after the first royal declarations, Spain quickly announced its willingness to help Morocco in enforcing ‘voluntary returns’ (http://www.yabiladi.com/articles/details/20128/l-­‐espagne-­‐aider-­‐maroc-­‐expulser-­‐plus.html) which guarantee ‘the preservation of [migrants’] dignity and the humanitarian situation’. In November, Gonzalo Benito, Spanish foreign minister, announced that Spain was giving advice to Morocco (http://www.yabiladi.com/articles/details/20940/l-­‐espagne-­‐offre-­‐aide-­‐pour-­‐regularisation.html? utm_source=rssfeed&utm_medium=facebook) regarding the regularisation process. As mentioned above, the ‘issue’ of migration is pervasive in the relations between Morocco and the EU. The decisions taken in Rabat are closely examined on the other side of the Mediterranean. A statement by Rupert Joy, EU ambassador in Rabat, in the EU delegation’s September newsletter (http://eeas.europa.eu/delegations/morocco/documents/news/trait_d_union_n_199_fr.pdf) illustrates what is at stake: ‘The [CNDH] report has not only recognized infringements to the rights of migrants which have worried us for a long time, but it has formulated a list of ambitious recommendations for a politics of migration more just and efficient’. The fate of sub-­‐Saharan migrants in Morocco remains entangled in negotiation processes.

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First of all, at national level, the disavowal of the Moroccan politics of migration by the king occurred at a time of tension and disagreement between Mohamed VI and the Prime Minister Benkirane over a wide range of issues, as well as the formation of a new government. Most importantly, the regularisation process grants Morocco more negotiation leverage with the EU, especially in relation to its long-­‐standing refusal to sign a readmission. This treaty – a major tool in the EU ‘border externalisation’ – would force Morocco to readmit on its territory migrants who can be proven to have entered Europe illegally through the country. Morocco also asserted its influence on the African continent by pleading in favour of an initiative called ‘African alliance for migration and development’ (http://www.aufaitmaroc.com/actualites/maroc/2013/10/2/le-­‐maroc-­‐plaide-­‐en-­‐faveur-­‐dune-­‐alliance-­‐africaine_215642.html#.UlVOmxCbrKQ) at a UN meeting last October. Getting closer to sub-­‐Saharan countries has also become a priority for Morocco’s foreign policy agenda (http://www.lejournalinternational.fr/Morocco-­‐s-­‐ diplomacy-­‐to-­‐conquer-­‐sub-­‐Saharan-­‐countries_a1380.html). Recent changes have also helped Morocco secure a place at the UN Council of Human Rights, though not without sparking outrage (http://www.hrw.org/news/2013/11/11/joint-­‐letter-­‐morocco-­‐candidacy-­‐human-­‐rights-­‐council-­‐0). Nurturing a better international image is essential for conducting negotiations over several issues. Morocco has just secured a series of loans, amounting to 4 billion US dollars from the World Bank (http://www.leconomistemaghrebin.com/2013/12/13/la-­‐banque-­‐mondiale-­‐accordera-­‐au-­‐maroc-­‐des-­‐prets-­‐de-­‐quatre-­‐milliards-­‐de-­‐dollars/). New deals have also been signed between Morocco and the EU for a total of 166 million Euros (http://www.lnt.ma/finance/uemaroc-­‐signature-­‐de-­‐4-­‐programmes-­‐de-­‐financement-­‐pour-­‐166-­‐ millions-­‐deuros-­‐92128.html). Overall, Moroccan civil society responded with enthusiasm to recent announcements from the royal cabinet and the government. A genuine interest in the conditions of migrants in Morocco is starting to emerge in various domains. For instance, in a recent report (http://www.ces.ma/Documents/PDF/Rapport%20SSB%20VF.pdf) the Economic, Social and Environmental Council recommended access to basic health services to migrants in an irregular situation. The issue of regularisation has long been on the agenda of migrants associations. In fact, as described above, they have largely contributed to the advent of such unprecedented changes, but they remain cautious. In a recent communiqué (http://www.gadem-­‐asso.org/Pour-­‐les-­‐dix-­‐ans-­‐de-­‐la-­‐loi,178), GADEM acknowledges the government’s efforts and good will, but asks for more efforts into devising a ‘genuinely new’ politics of migration. Most notably, they have called for a moratorium over deportations and readmissions of migrants. Organisations have also called for more consultation and the involvement of migrants’ associations in the regularisation process, which remains shady. The criteria have also been decried as too restrictive. (http://www.lacimade.org/uploads/File/minisites/loujnatounkaranke/Fil%20d%27actualit%C3%A9_LT4-­‐2013_12.pdf) Furthermore, for its reforms to be successful, Morocco will have to address the underlying racism nourished by violent abuse of ‘blacks’, indiscriminately perceived as ‘illegal’ by the police. Maroc Hebdo released a controversial front page (http://www.yabiladi.com/articles/details/19589/maroc-­‐hebdo-­‐recidive-­‐maroc-­‐pris.html) in response to Moroccan government’s initial announcements – illustrated with pictures of sub-­‐Saharan migrants, the headline reads ‘Morocco caught in a trap’. Recent news reports of demonstration (http://www.medias24.com/SOCIETE/7096-­‐Tanger-­‐manifestation-­‐anti-­‐subsahariens-­‐et-­‐montee-­‐du-­‐racisme.html)s against sub-­‐Saharan Africans by Moroccan inhabitants of Tangier neighbourhoods are also a great cause for concern. In the midst of Morocco’s announcements for radical change, Moussa Seck, a Senegalese migrant, died in suspicious circumstances (http://www.yabiladi.com/articles/details/20258/deces-­‐senegalais-­‐tanger-­‐consulat-­‐confirme.html). Similarly, as Spain recently refurbished the barriers around its enclaves with barbed wire (http://www.yabiladi.com/articles/details/20649/melilla-­‐l-­‐espagne-­‐adopte-­‐encore-­‐mesures.html), there have been notices about the erection of a barrier at the Moroccan-­‐Algerian border (http://www.yabiladi.com/articles/details/21247/barbeles-­‐entre-­‐maroc-­‐l-­‐algerie-­‐pour.html) to prevent migrants from passing through. Other worrying news also includes the deportation of migrants caught in northern Morocco at the Mauritanian border (http://www.yabiladi.com/articles/details/21227/maroc-­‐expulse-­‐certains-­‐clandestins-­‐subsahariens.html). It is then with cautious hope that NGOs and migrants’ associations are preparing themselves for further announcements regarding Morocco’s ‘radically new’ politics of migration. There is a need for renewed scrutiny over developments unravelling in Morocco as it prepares to carry out its regularisation process, a task it has not undertaken before. As such, it is important to ensure Morocco does not repeat the same mistakes in its treatment of migrants. Sebastien Bachelet is a PhD student in social anthropolog y at the univerity of Edinburg h.

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N°9 – stop violence at the borders – Intervista a Sara Creta

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Immigrazione, speranze e filo spinato: Sara Creta http://www.demoncleanerzine.com/n9-stop-violence-borders-intervista-sara-creta/

documenta l'intolleranza

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Cera una volta l’Africa, nera e cantante. C’erano una volta nomi di popoli e nomi di posti, e lingue nate con la gente. C’erano una volta,insomma, un luogo e un’identità. Che l’antagonista Europa sia arrivata sferragliando e con la bava alla bocca per l’avidità è un po’ troppo fiabesco da raccontare, ma non sarebbe male. Nessuna fiaba è peggiore della realtà. Nelle fiabe c’è un intreccio, una fabula, una fine. Nella realtà ci sono strutture, sovrastrutture, cause, conseguenze,numeri. È certo che viviamo in convergenze complicate e che, in fondo, chi ci capisce è bravo. La psicanalisi si intreccia alla statistica che si intreccia alla sociologia che si intreccia alla politica e compagnia cantante, ma queste immagini dicono una cosa chiara: Clement è morto, ed era un padre. La storia ha losche quinte, costumi di scena devianti. Non di certo si può analizzare l’intera questione coloniale per arrivare a puntare il dito contro un qualche concetto o personaggio. In questo caso, però, come ad ‘Indovina chi’, per trovare il colpevole si possono tenere in piedi le caselle degli Occidentali. In questo caso dobbiamo tornare alla strozzina Europa, che a suo tempo pose i propri mocassini sul suolo africano e con la nonchalance di chi è padrone ridisegnò i confini ad un intero mondo,da brava cristiana lo incivilì e gli insegnò una decente lingua, insomma lo ricreò a sua immagine, utilità e somiglianza manco fosse il Santo Creatore. E l’Africa divenne colonia, e divenne schiava. Oggi sono cambiati i nomi e su carta sono cambiate le cose, ma chissà se finirà la convalescenza di Paesi ridotti più che in ginocchio, più che a terra. In Africa, in quei posti dove non è possibile vivere, è rimasto per molti niente di più che il sogno dell’Europa. È la Terra di ‘Vengo dalla Luna’ di Caparezza, ‘complici i satelliti che riflettono un benessere artificiale’ e così la gente spera di realizzarsi nel porto sicuro della civiltà. E come dargli torto. Come insegnare a chi è schiavo a non idealizzare i padroni, a non voler essere come loro. Chissà se le carte di questo processo al carnefice si potranno mai rimettere insieme, ormai disperse nelle maglie della burocrazia (ovviamente occidentale). I segni che più restano impressi sono quelli ideologici, le immagini emotivamente forti che si depositano nell’inconscio e nelle mentalità, come lo zingaro ladro delle storie di bambini. Come l’ alambrada, barriera di sei metri antiuomo costata 20 milioni all’UE, a protezione di Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in Marocco. Se la oltrepassi, sei in Europa. Hai vinto, puoi sperare di mettere entrambi i piedi sulla Terra-Europa e puoi iniziare a vivere da essere umano e non da alieno. Così Clement un giorno parte dal Cameroon. Ha una famiglia, il sogno dell’Europa e di una vita dignitosa. E muore cercando di fare ciò che di più banale nella decantata globalizzazione del mondo odierno si possa fare: oltrepassare un confine. La sua morte è ripresa dal documentario “N°9 – stop violence at the borders“. È triste dover ricordare la ferinità degli esseri umani, che affiora come petrolio non appena le si concede la garanzia della legittimità, la garanzia che non sia peccato, che un’istituzione maggiore si prenderà la colpa. È triste contemplare la facilità con cui ci si rende marionette, cadere in quella banalità del male che Hannah Arendt dolorosamente evidenziò. Sara Creta, giovane giornalista italiana, ha portato il suo documentario “N°9 – stop violence at the borders” (creato in collaborazione con ALECMA, Association lumiere sur l’emigration clandestine au Maghreb) nei villaggi, nelle città, nei festival per raccontare la verità sull’infondato e ingenuo sogno europeo. N°9 è l’attaccante che in calcio segna il gol, e con questo nome si chiamano nell’Africa subsahariana coloro che tentano di arrivare in Europa, di vincere. Peccato che non ci sia nessuna rete, c’è solo l’uomo e nessun arbitro se non l’individuale, troppo svalutata coscienza. Per difendere il confine si arriva davvero all’inverosimile. Recentemente, ci sono stati altri nove morti. I subsahariani si ammassano nelle foreste vicino Ceuta e Melilla, in attesa di riuscire nell’impresa di passare dall’altra parte, molti sono sul monte Gurugù, dove Clement è morto e dove Sara Creta ha girato il suo documentario.

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Sara Creta - Intervista 1.Da dove nasce il tuo interesse per la questione? Ho vissuto in Marocco e frequentato un Master all’Università di Fes. Ho conosciuto alcuni attivisti a Rabat impegnati nella lotta quotidiana contro le violenze. Con ALECMA siamo partiti per il Monte Gurugù. Eravamo io e Sylvan, un altro ragazzo camerunese. Seguivo da tempo la situazione delle Enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, mi interessa da sempre la questione migratoria. Qualche anno fa sono stata in Brasile, dove ho svolto ricerca sulle comunità di italiani in Rio grande do Sul. Anche loro emigrati 100 anni fa, scappavano dalla fame e dalla Guerra. I vecchi profughi, protagonisti della storia moderna, eravamo noi gli italiani. Morti in viaggio e di malattie, spesso discriminati. Mi affascina la storia della migrazione dei popoli. Anche in Italia, mi sono occupata di migrazione irregolare, ho trascorso molto tempo con i richiedenti asilo e i profughi della Libia.

2.Come sei stata accolta dalle persone che hai intervistato? Non è stato facile nemmeno per loro raccontare le violenze subite e le loro storie soprattutto in una situazione drammatica come quella in cui ci trovavamo. Spesso si sentono violati nella loro profonda intimità e sfruttati, merce. A mio avviso, serve sensibilizzare e per fare questo abbiamo bisogno di testimoni, di racconti e di immagini. È stato molto rischioso rimanere nella foresta per girare le immagini che vediamo in Number 9. Mi hanno arrestato e chiesto di consegnare il girato. Ho nascosto le immagini e le ho riportare a Rabat dove ho iniziato a lavorare al documentario. Purtroppo però, siamo arrivati ad un punto che anche le immagini vengono consumate, i numeri dei migranti morti non hanno valore diventano statistiche, perdono nomi e identità. La brutalità contro i migranti irregolari, oggi viene banalizzata dai media, è qualcosa che si ripete all’infinito. Number 9 ha sollevato ulteriormente la questione su un problema dimenticato. Ha mostrato le prove concrete che Clement è morto per la violenza subita. E queste prove sono state portare in tribunale, dove intanto è stata chiesta un’indagine ufficiale. Il suo corpo però è ancora bloccato a Nador, in Marocco.

3.A tuo avviso, perché tutto questo silenzio da parte del mondo rispetto alla faccenda? Non sono d’accordo. Oggi si parla tanto di immigrazione ma forse ci si interessa ancora troppo poco a conoscere gli Altri. I media mostrano gli arrivi, l’emergenza immigrazione, i barconi o i profughi. Ma lo fanno dipingendo il fenomeno in maniera allarmante. Nel nostro mondo globalizzato è importante conoscere l’Altro, la sua storia e la sua cultura, perché ormai gli Altri sono qui. Non è un’emergenza. Questa situazione continua da anni. Sugli autobus, sui banchi dell’Università, nei supermercati e non si può far finta di niente: la nostra società sta cambiando. Dobbiamo riconoscerlo. In Europa, ma anche in Marocco.

4.Quanto peso credi abbiano avuto la questione e gli studi post-coloniali sulla sensibilizzazione rispetto ai temi evidenziati? Possiamo citare Frank Fanon e ‘I dannati della terra’. È un classico anche per analizzare il presente. Abbiamo davanti a noi persone che sono cancellate, irregolari, senza nome hanno smesso di esistere. Sia in Fanon sia nel suo testo vi è oggi un qualcosa di enigmatico e di terribilmente attuale allo stesso tempo che continua a mobilitarci. Il grido disperato, misto all’indignazione. Scelte radicali che perdurano e legalizzano la violenza. Decolonizzazione significava per Fanon lottare. Fanon ci interpella. La realtà dell’impero esiste ancora. L’esistenza di diverse gerarchie, status, cittadinanze, cittadini senza identità, costituisce quello che secondo Fanon era un elemento tipico delle colonie. La lotta per riappropriarsi dei diritti umani fondamentali, negati a questi migranti, è la battaglia per ricostruire e rivendicare la loro esistenza.

5.Perché, ancora oggi e in modo così insistente, si pone filo spinato tra se stessi e lo straniero? Le barriere sono sia fisiche che mentali, ideologiche. Gli stati moderni sono creati sui segni delimitati dei confini, sorvegliati, protetti. Le lame metalliche di Melilla sono considerate dal governo spagnolo uno strumento di contrasto all’entrata irregolare dei migranti. In realtà se si osservano i numeri delle entrate, nei report ufficiali, la cifra non diminuisce proporzionalmente alla violenza utilizzata contro di loro. Questo dimostra che la scelta di proteggere Il confine, militarizzare le frontiere ed investire nella sicurezza non porta ai risultati sperati. Il sentimento che si crea e si diffonde è quello della paura, del diverso. I media non aiutano a capire il fenomeno e spesso quando si parla d’immigrazione irregolare non si conosce a fondo il problema.

6.Quale credi che sarebbe la soluzione più efficace al problema della barriera? Nelle città del Marocco e nelle città autonome di Ceuta e Melilla serve cambiare strategia. Oggi la questione delle migrazioni è diventata un’invasione, il capo espiratorio, il nemico. La violenza perpetrata contro di loro è ingiustificata. Uccidendo i migranti alla frontiera non si risolve il problema all’origine. Serve maggior sensibilizzazione nei paesi da cui queste persone provengono, dove, in alcuni casi, esiste ancora il mito dell’Europa. Sono stata recentemente in Cameroon per girare un altro documentario, abbiamo proiettato insieme ad Alecma ‘Number 9ʹ′. Il documentario è entrato nelle scuole e nei centri di cultura, nei piccoli villaggi e nelle città. Le madri e gli anziani erano sconvolti, sconcertati. I loro figli, partiti all’avventura, non conoscono i veri rischi che http://www.demoncleanerzine.com/n9-stop-violence-borders-intervista-sara-creta/ 3/6 l’immigrazione irregolare determina. Sono increduli davanti alle immagini di un’Europa che non rispetta i diritti umani.

7.Quanto influisce sulla tua vita e il tuo modo di essere l’interesse per le questioni umanitarie? Mi interessa continuar la ricerca visiva sul mediterraneo. Vorrei dedicarmi a questo a tempo pieno. L’ultimo viaggio l’ho fatto in Cameron dove ho conosciuto la famiglia di Clement. La sua storia mi ha colpito, come quella di altri ragazzi che ho incontrato in queste zone di frontiera. Seguo con grande interesse anche i progetti di co-sviluppo. Vorrei portare una radio comunitaria in un piccolo villaggio in Cameroon.. ci sono tante idee per la testa, ma una cosa alla volta. Sempre tempo permettendo.

Intervista a cura di Marina Fastoso

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4/3/2014

De tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid

Dit artikel  wordt  met  je  gedeeld  door  correspondent  Ernst-­Jan  Pfauth Word  lid

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3 maanden  geleden

Europa schendt voortdurend mensenrechten bij het bewaken van haar grenzen. Dat kan anders. Tot besluit van onze drie maanden lange reis langs de randen van Fort Europa: de tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid.

De tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid Correspondent Migratie, Religie & Mensenrechten

Karel SMOUTER

Illustratie: Wijtze  Valkema  (voor  De  Correspondent)

S

tel, op een dag kopt iedere krant op de voorpagina: ‘Mensenrechten op grote schaal geschonden aan de Europese grens.’ De journaals openen die avond met beelden van een EU-detentiecentrum waar hongerige Syriërs wanhopig de camera inkijken.

https://decorrespondent.nl/597/de-tien-beste-ideen-voor-een-humaan-asielbeleid/16831221-11f54cd7

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4/3/2014

De tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid

Er lekken filmpjes uit van West-Afrikanen die al jaren moeten zien te overleven in de bossen van Noord-Marokko, omdat ze Spanje niet in komen. Het filmpje gaat ‘viral’ en haalt Wereld Draait  Door. De Nederlandse grensbewakers die aan de Bulgaarse grens Syriërs terug Turkije induwen, doen op het eind van de avond aan tafel bij een verontwaardigde Knevel  &  Van  den  Brink hun verhaal. Wat zou er een dag later gebeuren? Mijn inschatting: niet zoveel. Want bij velen heerst de overtuiging dat je een grens nu eenmaal niet kunt bewaken zonder vuile handen te maken. Net zoals veel mensen hun schouders ophalen over afluisterschandalen omdat het ‘nu eenmaal’ de enige manier is om onze veiligheid te garanderen. En wat als de kop boven zo’n stuk zou luiden: ‘Grensbewaking kost tientallen miljoenen.’ Zou dat iets veranderen? Wellicht. Prijzig is het in ieder geval wel, die grensbewaking. Frontex, de

Bij velen heerst de overtuiging dat je een grens nu eenmaal niet kunt bewaken zonder vuile handen te maken

organisatie die de Europese grensbewaking coördineert, heeft een budget van 118 miljoen per jaar en het Eurosurprogramma tenminste 338,7 miljoen euro. Ter vergelijking: voor Europol, het agentschap waarmee Europa ten strijde trekt tegen internationale misdaad, trekt de Europese Commissie 85 miljoen euro uit. Toch zal ook dan weinig gebeuren. Europese belastingbetalers

zullen zeggen dat van een streng beleid tenminste een afschrikwekkende werking uitgaat. En zo’n streng beleid mag best iets kosten. Want we hebben ‘goede redenen’ om onze grenzen zo goed mogelijk te bewaken. ‘Straks komt iedereen deze kant op.’ ‘Het is nu eenmaal crisis.’ https://decorrespondent.nl/597/de-tien-beste-ideen-voor-een-humaan-asielbeleid/16831221-11f54cd7

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4/3/2014

De tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid

‘Ze pakken onze banen af.’ Stuk voor stuk invoelbare redenen. Maar het beleid waarmee we die grenzen moeten afdwingen heeft onvoorziene consequenties. Het argument vóór is telkens: er is geen alternatief. We moeten wel. Maar is dat wel zo? Wij, correspondent Maite Vermeulen en ik, stelden deze vraag aan iedereen die we spraken op onze reizen door Europa voor deze serie artikelen. Wat bleek? Die alternatieven zijn er wel degelijk. Grensbeleid kan goedkoper en het schenden van mensenrechten is geen noodzakelijk kwaad. Daarom: hieronder tien manieren om het Europese asielbeleid beter en humaner te maken.

1. Begin asielprocedures op een (Europese) ambassade Migranten op weg naar Europa ondernemen die tocht om híer een asielprocedure te mogen volgen. Want: pas als je eenmaal hier bent, mag je daaraan beginnen. Maar waarom moeten ze die procedures in Europa zelf doorlopen? Het lijkt stukken logischer om in eigen land bij een ambassade van een Europees land aan te kloppen voor je zo’n prijzige, riskante reis onderneemt, om daar je lot af te wachten. In, bijvoorbeeld, de Duitse ambassade in je thuisland of in een veilig buurland kun je informatie en juridische hulp krijgen, om zodoende in te schatten wat je kansen zijn. Of het je reis wel waard is, kortom. Zo ja, dan kun je met een ter plekke verstrekt visum naar Europa reizen. Zo niet, dan word je tenminste niet in een onherbergzaam grondgebied aan je lot overgelaten.

https://decorrespondent.nl/597/de-tien-beste-ideen-voor-een-humaan-asielbeleid/16831221-11f54cd7

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De tien beste ideeën voor een humaan asielbeleid

2. Wijs een paar grenzen aan als 'humanitaire' corridor Op onze reis langs Europa’s buitengrenzen zagen we met eigen ogen het zogenoemde "waterbedeffect". Je zet in Griekenland een hek neer, waarna de toestroom zich naar Bulgarije verplaatst. Vervolgens sluit je Bulgarije af en stappen mensen in een bootje naar Malta of Oekraïne. En zo verder. Hoe is dat te voorkomen? Europa zou een aantal grenzen

kunnen aanwijzen als

asielgrenzen en op deze plekken voor fatsoenlijke opvang en rechtvaardige procedures kunnen zorgen. Een soort 'humanitaire corridor'. Bij acute noodsituaties, zoals nu in Zuid-Soedan en Irak, is dit een manier om mensen in veiligheid te brengen. In de regio en, indien nodig, in Europa zelf. Door het afgeven van humanitaire visums aan mensen die aan de asielvoorwaarden voldoen,

voorkom je dat

mensen op een toeristenvisum naar Europa reizen en blijven plakken, in de hoop daarna asiel te krijgen.

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Rassegna Nº9  

Stop the violence at the borders

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