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ottobre/novembre 2009

Direttore responsabile

Claudio Carella Redazione

Antonella Da Fermo (grafica e foto), Fabrizio Gentile (testi), Mimmo Lusito (grafica) Hanno collaborato a questo numero

Giuseppe Capone, Andrea Carella, Annamaria Cirillo, Galliano Cocco, Anna Cutilli, Sergio D’Agostino, Laura Grignoli, Lorenzo Nardis, Giovanna Romeo, Marco Tornar, Walter Tortoreto, Fabio Trippetti, Ivano Villani. Editing AB Puzzle Pescara Progetto grafico Ad. Venture - Compagnia di comunicazione Stampa, fotolito e allestimento AGP - Arti Grafiche Picene Via della Bonifica, 26 Maltignano (AP) Claudio Carella Editore Autorizzazione Trib. di Pescara n.12/87 del 25/11/87 Copia singola Euro 4,50 Abbonamento annuo (sei numeri) Euro 24, estero Euro 40 Vers. C/C Post. 13549654 Rivista associata all’Unione Stampa Periodica Italiana Redazione Via Puccini, 85/2 Pescara Tel. e Fax 085 27132 www.vario.it redazione@vario.it


Sommario 12 14 18 22 24 26 28 30 32 34 40 42 44 46 50 56 58 60 62 66 72 74 76 79 80 85 87 91 93 94

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ATTUALITÀ Speciale L’Aquila Il farmaco della solidarietà Missione miracolo Un restauro monumentale

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Tesori da salvare Il terremoto sulla pelle Cronaca di un sisma annunciato Vedere per credere 22

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La voce delle tendopoli Mani che parlano PERSONAGGI Piero Mazzocchetti PERSONAGGI Sophie Lheureux

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PERSONAGGI Michele Di Toro PERSONAGGI d’Annunzio AZIENDE IAC AZIENDE Broadcast

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AZIENDE Area Legno

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AZIENDE Heliosistemi AZIENDE Barbuscia RISTORANTE Regina Elena

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VINI Tollo 62

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VINI Guardiani Farchione PASTA Rustichella d’Abruzzo RIBALTA MUSICA Mario Stefano Pietrodarchi 72

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LETTERATURA Zaira Fusco LIBRI CINEMA ARTE 76

TABÙ

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Speciale

In che stato è


L’Aquila?

Il capoluogo dopo il sisma del 6 aprile: un problema grosso come una casa. Di più, come una città


Speciale L’Aquila

Il farmaco della solidarietà Il rapporto fortissimo e originale che lega

Nella pagina a fianco: la sanofi-aventis di Scoppito; sotto, la tendopoli e le case in legno sorte nell’area dell’azienda.

una multinazionale alla città.

Qui sopra, un particolare

Che il sisma del 6 aprile ha consolidato

in basso, Andrea Ruggeri,

della tendopoli;

direttore dello stabilimento aquilano.

di Claudio Carella a medicina giusta per curare le ferite lasciate sul territorio dal sisma del 6 aprile scorso? L’ha brevettata sanofi-aventis e si chiama solidarietà. L’azienda farmaceutica francese (una delle più importanti nel mondo, presente in più di 100 paesi, con circa 100mila collaboratori, dei quali circa 19mila ricercatori impegnati in oltre 25 centri specializzati) è presente con uno stabilimento all’Aquila fin dal 1972, ma oggi balzata agli onori della cronaca grazie alla rapidità e all’efficienza con cui ha reagito al dramma che ha coinvolto il capoluogo abruzzese e i comuni limitrofi, lasciando dietro di sé una scia di dolore e distruzione per la quale nessun medicinale è stato purtroppo ancora mai inventato. “Ricostruire”è la parola d’ordine che più si sente pronunciare tanto dai politici locali che da quelli intervenuti al recente G8. Chi da subito ha iniziato a “costruire”, senza aspettare altrui input, sono stati proprio loro, quelli della sanofi-aventis, che hanno aperto un cantiere di 5 ettari per la costruzione di un complesso residenziale temporaneo destinato a ospitare in case di legno i collaboratori di sanofi-aventis che ne hanno fatto richiesta e le loro famiglie. Il direttore dello stabilimento è Andrea Ruggeri, reatino di origine, che di terremoti ne sa qualcosa: il sisma della Val Nerina, ad esempio, gli fece tremare le gambe già prima di quello dell’Umbria nel ’97. Oggi festeggia i suoi 23 anni dal suo ingresso nello stabilimento di Scoppito e ci spiega come è nato questo rapporto speciale con il territorio aquilano. Un rapporto che fa del sito, assieme al quartier generale milanese e alle aree industriali

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di Origgio (in provincia di Varese), Garessio (Cuneo) Anagni (Frosinone) e Brindisi, uno dei cinque nuclei in cui il gruppo articola la propria presenza italiana. Dice:«Quando siamo arrivati, nel ’72, a parte la Sit-Siemens, primo nucleo di quello che sarebbe diventato il polo elettronico aquilano, non c’erano altri insediamenti industriali nella zona; tuttora, qui a Scoppito, la nostra è l’unica realtà industriale importante, e questo ha determinato uno sviluppo del territorio direttamente collegato alla crescita dello stabilimento. Le prime persone assunte sono stati i proprietari dei terreni acquisiti dall’azienda, gli abitanti della zona. È chiaro che dopo 37 anni si sia creato un rapporto simbiotico, che dura ancor oggi perché chi lavora qui è legato al territorio e vicino allo stabilimento. Un rapporto che nasce da lontano e si è consolidato dopo il sisma». Quanto ha contato lo spirito della gente aquilana nella costruzione di questo rapporto e quanto invece è dovuto a una politica aziendale? «Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. La politica aziendale del Gruppo contempla tra i suoi valori quello della solidarietà; inoltre, la mission stessa di un’azienda farmaceutica non può prescindere dall’aiutare il prossimo. Va detto che il nostro stabilimento è al 17esimo posto in Italia nella classifica dei luoghi di lavoro dove si sta meglio, secondo l’esito di un sondaggio tra i nostri 380 collaboratori, organizzato annualmente dal Great Place to Work Institute. Quindi c’è già, nel dna della nostra azienda, un forte orientamento al radicamento sul territorio, allo stare vicini alle persone che lavorano


per noi. Un orientamento che ben si salda con la forte missione sociale che caratterizza il nostro gruppo, e che qui si sposa allo spirito, alla cultura, alla generosità, alla caparbietà degli abruzzesi. Tutti fattori che hanno favorito la politica aziendale, perchè se non si lavora nella stessa direzione è difficile ottenere risultati». Come avete vissuto quei tragici giorni? Eravate preparati? «Eravamo in uno stato di preallarme, come tutti: nei giorni precedenti si erano susseguite numerose scosse, alcune anche molto forti. Per procedura, quando si verificano fatti del genere, dobbiamo subito effettuare delle verifiche. Il terremoto ci ha colto di sorpresa, come tutti del resto, ma non completamente impreparati: inoltre lo stabilimento la domenica è chiuso, quindi la notte del sisma era pressoché vuoto. Le nostre procedure aziendali hanno funzionato alla perfezione: alle 5 del mattino il comitato di crisi si era già riunito. Io ero qui alle 4, 15 e c’erano già tre persone». Lo stabilimento non ha subito danni? «Abbiamo una struttura del 1972 e le aree dedicate alla produzione, nate nel 1978, erano concepite già allora con criteri antisismici. Questo ci ha permesso di limitare i danni: a distanza di tre mesi stiamo lavorando per consolidare lo stabilimento del ’72. Ci siamo attivati con ditte specializzate, abbiamo mobilitato 150 persone per ristabilire le condizioni lavorative. Di fatto siamo tornati al 100% dell’attività produttiva già l’11 maggio». Ma all’indomani dell’evento vi siete immediatamente mossi per prestare soccorso. «Dopo il sisma ci siamo preoccupati di conoscere le condizioni e le necessità di tutti i nostri collaboratori, contattati per telefono, sms, tramite appelli radio. Tra l’8 e il 9 aprile abbiamo allestito una tendopoli e riattivato la mensa per garantire i pasti; nella prima settimana abbiamo acquistato i beni di prima necessità, come i vestiti, le scarpe, distribuiti a tutti i dipendenti. Poi abbiamo pensato a migliorare la situazione: una volta compresa la gravità dei fatti, automaticamente ci siamo chiesti come garantire ai nostri collaboratori una maggior serenità per il futuro, per quei tre o quattro anni che prevedibilmente occorreranno per la ricostruzione. Abbiamo praticamente dato il via a una “situazione-ponte”tra l’emergenza della tendopoli e il ristabilirsi delle normali condizioni abitative varando il Piano Casa sanofi-aventis». Il vostro esempio vi spinge a dare dei consigli a quel tessuto industriale che ha subito mostrato l’intenzione di lasciare la zona? «Per noi essere rimasti è motivo d’orgoglio. Le aziende hanno il dovere di radicarsi nel territorio dove operano: offrono

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lavoro e prendono energia dalle risorse umane, ma devono anche dare. E questo qualcosa è l’esserci, non scappar via quando si verificano eventi del genere. La nostra preoccupazione principale è stata ristabilire al più presto le condizioni lavorative, offrire ai nostri dipendenti una certezza del futuro, sul fatto che noi ci siamo e ci saremo. Chi ha già perso una casa, dei familiari, non deve subire altre perdite come il lavoro». Qual è l’importanza di Sanofi-Aventis nel territorio? «Sanofi-Aventis ha rappresentato un volano importante per la crescita economica del territorio, a cominciare dalle aziende artigiane e dalle attività che si sono sviluppate in questi decenni a Scoppito e nei comuni limitrofi. E anche lo stesso comparto farmaceutico si è arricchito di altre realtà, come la Dompé e la Menarini. Insieme rappresentiamo circa il 30% dell’export di questo territorio. Questo significa che abbiamo una responsabilità, essere presenti e continuare a far da traino all’economia della zona, perché il territorio ci ha dato tanto. Se sanofi-aventis è oggi la quarta azienda farmaceutica nel mondo e la prima in Italia, con aree terapeutiche d’eccellenza che vanno dalle trombosi alle malattie cardiovascolari, dal diabete all’oncologia, passando per il sistema nervoso centrale e la medicina interna, per approdare ai vaccini, parte del merito si può attribuire anche alla capacità produttiva del sito aquilano, alla generosità, alla caparbietà, alla professionalità degli abruzzesi che hanno lavorato qui per tanti anni». Quali erano e come cambieranno i vostri rapporti con l’università dopo il sisma? «Continueremo a mantenere rapporti con l’ateneo dell’Aquila. Rapporti che si articolano in tesi di laurea, stage, laboratori, soprattutto con la facoltà di Ingegneria. L’università è la prima risorsa economica della città, un gioiello. Bisogna lavorare perché riacquisti subito una sede idonea, senza spostare le attività altrove: la città non perderebbe solo una proficua voce di bilancio, ma un marchio importante». Avete anche confermato gli investimenti previsti per il periodo 2009-2011. «La società ha destinato ad investimenti sul territorio aquilano circa 5 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni, una cifra ragguardevole per uno stabilimento come questo. Ma cosa ancor più importante è che avevamo in progetto la costruzione di un centro di sviluppo tecnologico, avviato prima del terremoto e che non abbiamo rallentato, a testimonianza della nostra volontà di restare; questo centro potrà rappresentare per lo stabilimento e per il territorio una grandissima opportunità».


Speciale L’Aquila

Missione miracolo Una task force al lavoro per mettere in sicurezza e custodire in un caveau le opere d’arte di proprietà della Curia. Lotta contro il tempo per salvare tesori dal valore inestimabile

ettere in salvo tesori dal valore inestimabile, scampati per caso (o per miracolo, che forse è lo stesso) alla furia del terremoto, allestendo in poche settimane un immenso caveau a prova di sisma. Avviare una prima azione di restauro. Restituire alla comunità degli studiosi, ma anche ai semplici cittadini e ai turisti, un patrimonio che non ha davvero eguali. È il compito difficile affidato dalla Curia aquilana a un pool di esperti, nominato sul campo all’indomani della tragedia del 6 aprile; una catastrofe che nella sua contabilità, assieme alle vite umane, ha prodotto in una città che con la cultura si identifica, un danno stimato in almeno 3 miliardi di euro alle sole opere d’arte. Lo guida un sacerdote, don Gino Epicopo. A lui –forse stavolta davvero in missione per conto di Dio– ed agli architetti Leonardo Nardis e Giuseppe Tempesta, è affidato il compito di portare in salvo uno dei tasselli più preziosi che compongono il puzzle dell’aquilanità ferita, ovvero i beni culturali di proprietà ecclesiale. Don Gino Epicopo è all’Aquila dal 2001. Direttore della biblioteca diocesana, docente di filosofia, sembra possedere davvero il piglio giusto per guidare il difficile lavoro che lo attende coi suoi collaboratori. Con lui, la premessa è obbligatoria: che senso ha restaurare oggetti, quando la catastrofe all’Aquila è stata soprattutto umana? La risposta non si fa attendere: «Perché è un dovere. Perché questi oggetti portano addosso la storia di un popolo che nei secoli si è tolto il pane di bocca pur di ornare la propria città. E poi perché ci

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ricorda dove dobbiamo andare, quale sia la direzione giusta: senza la storia non sapremmo neppure dove andare domani. Vivremmo spaesati nel presente, conservare e custodire serve proprio a trovare la strada…». Risolti gli aspetti etici, c’è però da fare i conti con il fattore tempo: «Per anni - dice - questo immenso patrimonio culturale e artistico della città è stato conservato in quelle magnifiche “teche” rappresentate da 426 edifici religiosi. Si tratta di reperti unici – opere di Nicola da Guardiagrele, tele del ‘700 che hanno rischiato davvero la distruzione. Penso alla difficoltà di recuperare gli affreschi di Francesco da Montereale nella basilica della Beata Antonia: dopo i crolli sono rimasti frammenti spesso molto piccoli che stiamo cercando di recuperare, catalogare. Ma occorre fare presto: l’alternarsi di caldo e freddo è micidiale per beni non più protetti in alcun modo. Per materiali come il legno o la pietra tutto ciò rischia di produrre effetti devastanti». Poi, a complicare la missione, anche il fattore economico: il dramma aquilano sarà anche finito sotto gli occhi del mondo, ma al dunque –come forse temevano i più pessimisti– il piatto degli aiuti internazionali (attesi? promessi? sbandierati?) sembra piangere. Perché oltre all’accertata disponibilità francese a restaurare la chiesa delle Anime sante, che in piazza Duomo le telecamere di tutto il mondo hanno scelto a rappresentare il dramma della città, per il resto le speranze hanno di gran lunga il sopravvento sulle certezze. I beni recuperati nell’immenso giacimento culturale che è il patrimonio ecclesiale dell’Aquila, ma anche da collezioni pri-


vate cui erano stati prestati o conferiti, finiscono –a mano a mano che vengono recuperati– in un deposito realizzato in tempi record nella periferia industriale della città, nell’area di Pile, avviato grazie alla stretta collaborazione realizzata con la Conferenza episcopale italiana e i generosi proprietari della Spe: «Si cerca di far convergere tutto qui –prosegue don Gino– con sistemi informatici in grado di aiutare a realizzare un rapido censimento del patrimonio, ma anche per valutare possibili apporti finanziari esterni, eventuali sponsorizzazioni. Poi, proprio da qui muoveranno, come si trattasse di un pronto soccorso, e d’intesa con altre istituzioni come la Sovrintendenza e l’università, le prime ipotesi sul restauro. Occorre tener presente che si tratta di oggetti straordinari, come quelli custoditi nella biblioteca e nell’archivio: incunaboli e “cinque centine” stampati all’Aquila, edizioni uniche con le opere di Platone e Aristotele… Poi, dovremo restituire alla collettività la fruizione di questi beni; penso alla biblioteca Carlo Confalonieri, ai suoi circa 120mila volumi, che grazie al sostegno della Cei cercheremo di riqualificare e mettere in sicurezza. Quanto all’archivio, già dieci giorni dopo il terremoto era stato reso disponibile». Giuseppe Tempesta, architetto, ha svolto la delicata funzione di “apripista” nei confronti di vigili del fuoco e

Sovrintendenza: «Poi, dopo questa mia prima verifica sullo stato dei beni ecclesiali, è toccato alle squadre di Legambiente procedere al recupero materiale. In questo momento è davvero impossibile effettuare una stima completa dei danni, ma di sicuro suona a conforto sapere che tutte le opere non distrutte sono state messe in salvo e in sicurezza». Leonardo Nardis è pure lui architetto. In tempi davvero striminziti gli è toccato mettere a punto il progetto per la realizzazione del capannone salva-opere d’arte: «Avevamo il compito piuttosto complesso di ripristinare anche le strutture danneggiate della Curia, che è un po’ il centro operativo attorno a cui ruotano tutte le attività. Il capannone che ci è stato generosamente fornito era ancora allo stato grezzo, abbiamo dovuto avviare l’allestimento di mille e 300 metri quadrati davvero in poco tempo, pensare a una climatizzazione adatta a ospitare opere d’arte e materiali del genere più vario, a un sistema di sicurezza sofisticato a prova di effrazione. E il capannone dovrà fungere pure da centro di primo intervento per l’attività di restauro. In tre mesi abbiamo fatto davvero miracoli…». Lo sguardo gettato oltre il proprio compito, tuttavia, svela le angosce sul futuro: «Le immagini rendono solo in parte giustizia di quel che avviene davvero, ci sono zone inaccessibili della città dove si è modificato l’assetto viario in modo irreversibile. In questo contesto per la gente è difficile capire cosa accada davvero, quale sia il destino di tutti, quali scelte dolorose si renderanno necessarie. Quantomeno, se progetti esistono, sono stati davvero mal comunicati: occorre condivisione degli intenti, chiamare esperti senza timore di colonizzazioni culturali, realizzare sinergie con chi opera sul territorio. Occorre un cantiere mondiale, lo richiede un centro storico così vasto e così danneggiato, non ha senso nascondersi dietro campanilismi o a difesa delle capacità locali, che certo vanno sollecitate e fatte esprimere». S.D’A. In alto don Gino Epicopo direttore della Biblioteca diocesana, insieme agli architetti Leonardo Nardis (al centro) e Giuseppe Tempesta con alcune delle opere d’arte recuperate e messe in sicurezza dopo il sisma.


Speciale L’Aquila

Un restauro monumentale Danneggiata dal sisma, l’abbazia di San Clemente a Casauria tornerà a vivere grazie all’impegno della Fondazione Pescarabruzzo e del World Monuments Fund Europe el 1348 un terremoto con epicentro nell’Appennino centrale arrecò gravi danni all’abbazia che custodisce i resti di San Clemente, nei pressi di Castiglione a Casauria. Prima del restauro trascorsero addirittura cento anni. Oggi, 661 anni dopo, un altro terremoto ha distrutto parte di quello che viene giustamente considerato come uno dei monumenti più importanti della regione (il complesso abbaziale fu dichiarato monumento nazionale con regio decreto il 28 giugno 1894) ma sembra che per il restauro, stavolta, non si dovrà attendere a lungo. La Fondazione Pescarabruzzo ha infatti siglato a Roma il 1 ottobre l’accordo con il World Monuments Fund Europe (Wmfe), un’organizzazione transnazionale americana la cui sede europea è a Parigi, per il restauro dell’abbazia cistercense, alla presenza del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi. L’accordo prevede l’affidamento dei lavori entro 70 giorni dalla stipula ed il completamento del progetto con il ripristino dell’agibilità pubblica entro 18 mesi dall’inizio dei lavori. Il costo previsto è di 1,4 milioni di Euro, coperto interamente dalla Fondazione (750.000) e dal WMF (940.000). Oltre la “zona rossa” del centro storico aquilano, quindi, l’abbazia di San Clemente è il primo edificio pubblico ad aver trovato dei finanziatori in grado di far riaprire i battenti al complesso, chiusi forzatamente all’indomani del 6 aprile. Si è dovuto però

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Nicola Mattoscio, Bertrand du Vignaud e Il Ministro Sandro Bondi durante la conferenza stampa del primo luglio a Roma

attendere la fine del vertice internazionale del “G8” per poter dare il via alle procedure burocratiche e indire la gara d’appalto, realizzata attraverso una convenzione tra lo Stato (proprietario del monumento) e le due Fondazioni. «I lavori si protrarranno per i prossimi 12 mesi – spiega Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Pescarabruzzo – e vigileremo affinché vengano rispettati i tempi e i risultati». Della stessa intensità le affermazioni del presidente del Wmfe Bertrand du Vignaud: «Staccare un assegno non basta, e soprattutto non è il nostro modo di lavorare», afferma, «quindi seguiremo il progetto step by step». Il World Monuments Fund, costituito nel 1965 da un colonnello dell’esercito americano in pensione, James A. Gray, realizzò il suo primo intervento a Venezia ed è a tutt’oggi impegnato in circa 90 Paesi nella conservazione e nel restauro di siti e opere d’arte. L’esperienza maturata dai tecnici di Du Vignaud e la competenza territoriale della Fondazione saranno così le due medicine in grado di restituire la vita a uno dei luoghi simbolo della regione, meta obbligata del turismo artistico e religioso, luogo di straordinaria bellezza circondato da uliveti e colline, stabilendo tra l’altro un accordo che diventerà un protocollo replicabile dagli altri enti e organizzazioni che vorranno “adottare” siti artistici in Abruzzo danneggiati dal F.G. terremoto.


Speciale L’Aquila

Tesori

da salvare Un significativo volume di grande formato e pregio accompagna il lettore dentro la città ferita,

L’Aquila, una città d’arte da salvare saving an art city introduzione di Francesco Sabatini testi di C. Conforti, M. D’Antonio, M. Latini, P. Properzi, E. Valeri pag. 208, euro 75,00 CARSA Edizioni

che custodisce un patrimonio storico-artistico tra i più ricchi e importanti dell’Italia centrale. a prova più evidente dell’importanza rivestita da L’Aquila per tutto il Paese sta nel «grido di dolore che si è levato da tante parti d’Italia e del mondo la mattina del tragico 6 aprile 2009», nell’accorrere «di volontari di ogni provenienza» e nel moltiplicarsi «delle più diverse iniziative che vogliono concorrere alla rinascita della città sfigurata e prostrata». Sono parole di Francesco Sabatini, abruzzese di Pescocostanzo, eminente personalità oggi presidente onora-

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rio dell’Accademia della Crusca dopo averne ricoperto l’incarico ufficiale, che introducono il volume L’Aquila, una città d’arte da salvare. Edito da CARSA Edizioni, Casa Editrice abruzzese che in trent’anni di attività editoriale ha studiato, documentato, pubblicato e valorizzato tutto il patrimonio storico-artistico della città e del territorio aquilano, il volume permette di compiere un viaggio di grande sintesi spettacolare in ciò che questa città era, e che dovrà ridiventare.


In ben 208 pagine di immagini di grande impatto, accompagnate da testi di alta divulgazione (in italiano e in inglese), autori di grande spessore illustrano l’immenso valore del patrimonio culturale della «seconda città del Regno, alleata di Firenze, gareggiante in arte e cultura con importanti città dell’Italia centrale»: Pierluigi Properzi si sofferma sull’evoluzione urbana dell’antico centro; Claudia Conforti delinea un ritratto storico-architettonico del capoluogo e delle sue piazze; Maurizio D’Antonio, Marialuce Latini ed Elpidio Valeri illu-

strano i monumenti della città e della sua provincia colpiti dalla violenza del sisma. Un viaggio doloroso ma pieno di speranza, dove piccoli brani di vita quotidiana, sospesi tra la serenità del prima e il dolore del dopo, emergono per raccontare un territorio e la sua gente, in attesa che torni a vivere lo splendore dei giorni migliori. M.L.


Speciale L’Aquila

Il terremoto sulla pelle Tre storie diverse accomunate dal dramma collettivo del 6 aprile. Un diario impietoso della tragedia

Terremoto zeronove Diari da un sisma Emiliano Dante Massimiliano Laurenzi Valentina Nanni presentazione di Bruno Vespa foto di Emiliano Dante edizioni Textus

raccontato in prima persona da chi ne è stato testimone.

di Walter Tortoreto re ragazzi aquilani hanno accettato di scrivere e di pubblicare per le edizioni Textus il loro personale diario del terrificante terremoto che ha distrutto L’Aquila e il suo territorio dal 6 aprile in poi. Nei loro scritti compare di tutto: le rovine d’una città distrutta, i morti e i feriti sotto le macerie, il pianto senza lacrime, le tendopoli presidiate, la città militarizzata, la follia individuale e collettiva, un silenzio a tratti lunare, gli animali randagi, l’andirivieni frenetico e senza scopo che sembra liberatorio ed è invece anticamera della pazzia… e c’è il cuore palpitante di tre giovani che s’interrogano di fronte all’apocalisse e capiscono, o intuiscono, che il sentimento del tempo e dello spazio si trasforma quando la terra grida le sue disumane ragioni. La terra è un essere vivente che ha le sue leggi; e sono leggi cosmiche (i luoghi fittamente antropizzati non si sottraggono a questa fatalità naturale, metabolizzata dall’uomo fin dall’inizio della civiltà nei più difformi sistemi di pensiero). Si cammina tra trincee di calcinacci guardando, bevendo, piangendo, gridando… e sull’umanità percossa e attonita il soccorso è sempre inadeguato. Ognuno ha le sue ragioni, ma volontariato e

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altruismo spinto all’eroismo non bastano a soccorrere: il terremoto delle 3.32 e le micidiali scosse successive hanno provocato un disastro dai grandi numeri, per cui tutto è sovradimensionato e la macchina non gira come dovrebbe. 170 ettari di centro urbano collassati; due milioni di metri cubi di macerie; più di 1500 edifici storici censiti dalla Soprintendenza ai monumenti mortalmente feriti o più o meno gravemente lesionati; 73.000 profughi fuggiti da 62.000 edifici (57.000 dei quali privati)… Ogni previsione è stata superata in questa tragedia di proporzioni bibliche, benché il terremoto non abbia colpito di giorno scuole e uffici pubblici. Già il ministro Maroni aveva affermato che secondo lui la ricostruzione non costerà meno di 14/15 miliardi di Euro! Eppure, l’unica certezza che hanno saputo divulgare i soloni della scienza e della protezione è che un terremoto non è prevedibile e chi afferma il contrario è un ciarlatano. Di conseguenza, suggerire (o almeno far trapelare) il dubbio di prepararsi a scappare portando con sé lo stretto necessario, ma scelto con razionalità, dev’esser sembrata un’insidia alla severità accademica della scienza e dei suoi


pontefici. Questa colpa, perché colpa fu, non sarà mai abbastanza deprecata. E tuttavia nessuno ha finora pagato una sola oncia per le cose dette; come del resto per lungo tempo, secondo la tradizione italiana (diffusa dal Sud al Nord passando per il Centro), nessuno pagherà per le gravi colpe legate al cemento o al mattone o, più esattamente, al guadagno illecito. Nella grande tragedia storica del 6 aprile –esplosa inaspettatamente per moltissimi aquilani, perché la strategia ufficiale della comunicazione aveva scelto la strada suicida d’una fenomenologia sostanzialmente imprevedibile ma non più preoccupante d’un consueto sciame sismico– l’evento dei grandi numeri sta anche nella mole ciclopica di tragedie personali, condensate per lo più nei nuclei familiari. Detto diversamente, il terremoto è stato un disastro spaventoso, una tragedia in cui sono confluite migliaia e migliaia di tragedie, tanto numerose quanti sono i nuclei abitativi vivi (privati e pubblici) della città. E i diari di Emiliano Dante, Massimiliano Laurenzi e Valentina Nanni offrono una sintesi eloquente della vastità e varietà di rovine e lutti. Ognuno dei tre ha una sua storia: Dante è docente

universitario atipico per storia e interessi, Laurenzi promessa delle lettere e del mondo dello spettacolo, Nanni è psicologa avviata alla neuropsichiatria infantile. Ognuno racconta a modo suo, ma tutti confluiscono su taluni particolari che, per questo, sono da considerare attendibili, non causati da impressioni individuali o da preclusioni mentali. Dopo la presentazione di Bruno Vespa, dettata da un cuore turbato, Emiliano racconta con il suo stile scanzonato un vagabondaggio tra la gente spaesata, straziata, affannata, che si muove calpestando rovine; Massimiliano traccia storie di rapporti recisi da una mannaia che si abbatte a più riprese sul collo degli aquilani; Valentina si sofferma sulle piaghe aperte nelle anime della gente di cui il suo cuore si fa specchio. Ne esce un mosaico unitario che raffigura il desolato paesaggio scolpito dal terremoto. Su questo paesaggio degno dell’Inferno dantesco, si alza come un indistruttibile obelisco la severità, la dignità, l’orgoglio dei cittadini che hanno nel carattere la roccia del Gran Sasso e del Sirente. Il “terremoto zeronove” ha distrutto una città e il suo territorio. Gli abitanti ricostruiranno tutto meglio di prima.

Gli autori del libro Emiliano Dante, Valentina Nanni, Massimiliano Laurenzi. L’editore Edoardo Caroccia durante l’intervento del Presidente del Consiglio Regionale Nazario Pagano. Gli attori Luigi Diberti, Tommaso Cardarelli e Antonia Renzella e Ezio Budini; il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente alla presentazione del volume.


Speciale L’Aquila

Cronaca di un sisma annunciato

L’instant book di Paolo Mastri sul terremoto:

3.32 L’Aquila Gli allarmi inascoltati Paolo Mastri Prefazione di Concita De Gregorio, Presentazione di Nicola Mattoscio Edizioni Tracce Fondazione Pescarabruzzo

un libro-inchiesta che apre oscuri interrogativi e rivela particolari sottaciuti dall’informazione ufficiale

o so e ho le prove” scrive Roberto Saviano a pagina 236 di Gomorra. Si pensa spesso a quest’affermazione leggendo uno dei libri sull’apocalisse che ha collassato il capoluogo regionale d’Abruzzo quel fatale 6 aprile scorso: un libro scritto da Paolo Mastri, cronista di rango del Messaggero e, dopo questa esperienza, scrittore di asciutta efficacia dal quale possiamo aspettarci altri titoli, altre sorprendenti rivelazioni. Nel fittissimo panorama dei libri usciti sul terremoto dell’Aquila e del suo territorio, Paolo Mastri s’inserisce con la fisionomia netta e fortemente riconoscibile di un autore capace di parlare alla gente comune e a “quelli che devono intendere” grazie alla sua scrittura immediata, spoglia, eloquente. In dieci capitoli diversissimi per contenuto, ma identici per stile ed efficacia, l’autore ripercorre un evento tragico, e senza enfasi retorica definibile di rilievo storico, dai suoi primi annunci (allarmi inascoltati) all’esplosione devastante nel cuore della notte (ore 3.32), alle conseguenze così violente che pochi avrebbero potuto immaginarle e che appaiono

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assai superiori a ciò che avrebbe dovuto provocare un terremoto di “magnitudo” 5.8, come hanno detto e scritto illustri scienziati d’accordo con pubbliche autorità in un’operazione che ha tutta l’aria d’una macchinazione fraudolenta. Tre aspetti colpiscono nel libro di Mastri: è un libro inchiesta sulla traccia delle inchieste, ormai classiche nel giornalismo, del quotidiano “Paese sera” degli anni ‘70, perché narra avvenimenti che l’autore interroga per capirne l’origine naturale (ineluttabile) o la causa umana (politica o sociale e, quindi, frutto di scelte che hanno connaturata in sé la responsabilità pubblica); è un libro giallo, o più esattamente poliziesco, di quelli che piacerebbero (suppongo) a Francesco Mastriani e a Carlo Lucarelli, giacché il racconto stringente degli avvenimenti è sempre collegato alla ricerca delle cause o delle responsabilità; è un libro verità nel quale quasi ogni affermazione è sostenuta da un documento ufficiale, da una citazione controllabile, da elementi reali per lo più rintracciabili in atti ufficiali e pubblici. Il testo scritto è


corredato da una succinta e sconvolgente documentazione fotografica di Claudio Carella ed è completato da una breve presentazione di Nicola Mattoscio, Presidente della Fondazione Pescarabruzzo editrice del libro assieme alle benemerite Edizioni Tracce, da una prefazione luminosa di Concita de Gregorio, direttore dell’Unità, e da un’appendice documentale di straordinario rilievo per la sua natura ufficiale e per il suo contenuto. Questa parte conclusiva è per certi versi altrettanto drammatica, in qualche caso perfino di più, che non il racconto diretto poiché le lettere ufficiali (anche del Governo), le mappe, gli studi ecc. dicono quanto si sapesse in alcuni centri operativi e quanto s’è nascosto alla popolazione inerme e incolpevole ma alla fine la vera, unica vittima, assieme a una storia della città irrimediabilmente violata. Toccante è il pio elenco delle vittime: vi incontriamo – nella loro scheletrica indicazione – storie appena avviate, come quella di Antonio Ioavan Ghiroceanu (nato il 12 Novembre 2008!), e la nonna di tutti gli scomparsi, Luisa Brusco (nata il

28 Febbraio 1913) che certamente veglia da qualche parte sulle lacrime di tutte le famiglie mortalmente ferite dal lutto. C’è la memoria dolente dei Cora, dei Cinque, dei tanti gruppi di cognomi che ci ricorderanno per sempre nuclei familiari decimati senza pietà. C’è anche una mia prozia, Angela Belfatto, giunta come tanti all’Aquila molti anni or sono e scomparsa sotto le macerie della sua abitazione in via Sturzo. Il libro, ideato e scritto in pochi giorni, si apre sul sonno degli aquilani, evocando così il capitolo manzoniano di “Carneade, chi era costui?”. In quella notte fatale non dormivano tutti. Ho visto molte famiglie fuggire da casa prima di mezzanotte, e nel giro fatto per alcune strade e piazze aquilane prima delle tre di notte, ho visto tanta gente vegliare in automobile o parlottare avvolta nelle coperte di lana. Erano i pochi (rispetto all’intera popolazione aquilana) ai quali il falso ottimismo di chi sapeva e ha taciuto o mentito non aveva rimosso o alleviato l’ansia imprudentemente e (per fortuna in vari casi inutilmente) irrisa con i quotidiani inviti alla calma. Walter Tortoreto

La presentazione del libro nella sala conferenze della Cassa di Risparmio dell’Aquila. Da sinistra l’autore Paolo Mastri, Stefania Pezzopane presidente della Provincia Dell’Aquila, Nicola Mattoscio della Fondazione Pescarabruzzo, Nicoletta Di Gregorio della Casa editrice Tracce e il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente. Qui a fianco Paolo Mastri e gli attori Donato Angelosante e Tiziana Irti che hanno letto brani del suo libro.


Speciale L’Aquila

Vedere per credere l lungo cammino dal De Pictura di Leon Battista Alberti a Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica) è anche un itinerario sull’evoluzione dello sguardo nel rapporto tra immagine e spettatore. Cassirer lo ha riassunto in un incisivo slogan filosofico: una filosofia della cultura deve esercitare lo sguardo panoramico quando individua le forme simboliche grazie alle quali si manifesta lo spirito (Filosofia delle forme simboliche, I, pp.30-31). Si parla d’arte, di forme simboliche, di rapporti immanenti delle forme tra di loro o con un principio esterno; ma il problema centrale è sempre il rapporto tra sentimento dello spazio e forme della sua rappresentazione: una spina del nostro tempo che concede spazi sterminati e assai elaborati allo sguardo e silenzi sempre più estesi all’ascolto razionale. Si muove in questa direzione la mole impressionante di raccolte fotografiche e Dvd sull’apocalisse che si è abbattuta sull’Aquila e sul suo territorio alle 3,32 del 6 aprile scorso, dopo una lunga scia di scosse premonitrici seguite da un interminabile “sciame di assestamento”. Poiché le foto “simulano”, come sostiene Baudrillard, il sospetto d’una strategia di comunicazione pubblicitaria è in

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agguato, se il prodotto, già di per sé seducente, compare nella (reclamizzata) vetrina del dolore, com’è in questo periodo tutto ciò che riguarda L’Aquila e le sue piaghe. C’è in giro del ciarpame acustico e visivo che passa come espressione esemplare dell’Aquila artistica; e l’incompetenza o l’analfabetismo estetico dei pubblici poteri e dei massmedia sanciscono questa vergogna con il loro assenso. Per fortuna, c’è del marcio in Danimarca ma anche del sano, anzi del terapeutico. E Terrae motus di Roberto Grillo e Renato Vitturini si presenta come terapia degli animi realizzata mediante le foto: documenti epigrammatici e a tratti traumatici della tragedia che s’è abbattuta sul capoluogo regionale con l’ultimo terremoto e, insieme, grido di rivolta e di speranza. La brutalità dell’evento spinge gli autori a guardare in profondità, sotto l’apparenza, senza sfumature estetiche e con (sapiente) freddezza narrativa: così il volume scopre nella totale nudità le ferite in qualche caso irrimediabili assieme alla passione che il lutto non ha cancellato. Il risultato è frutto non soltanto di collaudata professionalità ma anche di un’acuta esperienza sensoriale, perché le immagini raccontano la rovina delle

Il libro del fotografo Roberto Grillo racconta le ferite di una città e dei suoi abitanti con rara efficacia e forza documentaria

cose e le tragedie delle persone con il palpito umano che si coglie negli scatti in cui campeggiano i superstiti e i loro soccorritori e con il tono poetico e dolente della parte iconografica più traumatica, quella delle rovine. Gli scritti che punteggiano il testo iconografico evocano con il loro incandescente smalto emotivo la speranza della vita che trionfa. La forza non è tanto nelle foto isolate quanto nella trama d’un lungo racconto secco, privo di qualsiasi sfumatura e privo degli estetismi che spesso connotano i prodotti fotografici. Documento perché raffigurazione del vero, Terrae motus è pura emozione nel suo sostrato creativo e poetico e nella ricerca dell’immagine esemplare. La scelta (anche tecnica nella varietà dei campi e degli obiettivi) dà forma a una città assassinata, che un paio di volte mostra un indizio di paesaggio intatto, come per alludere all’antico vincolo della città con la natura e alla sua costante visione della montagna. Vengono in mente i versi della recente raccolta di Cesare Viviani: “Non è condanna, non è sventura / è natura”. Di conseguenza, nei dettagli dei primi piani come nei tableaux, l’umanità condensata nei visi, negli sguardi, nei gesti ci ammonisce sulla tragedia del


Terrae motus ore 3:32 L’Aquila 6 Aprile ’09 Roberto Grillo Renato Vitturini con un intervento di Maria Cattini della redazione il capoluogo edizione esclusiva di 3000 copie, bilingue Marte editrice Grafiche Martintype

nostro vissuto, tramato da ciò che si consuma o si sgretola e perisce. Rispetto ad altre pubblicazioni, di ottima qualità fotografica e sempre drammatiche per la sequenza delle immagini che raccontano le distruzioni paragonate allo splendore di qualche mese fa, Grillo e il suo collaboratore suggeriscono che la ragione non riesce a giustificare il mistero delle grandi calamità naturali; essa apre varchi, allarga crepe, ma alla fine deve accettare la coscienza dei propri limiti e l’indicibile mistero del vivere. Già nel titolo, infatti, il volume allude alla nostra tragica fragilità naturale. Eppure non mancano segni di riscatto: gli angeli sospesi sul cielo di San Bernardino, la tenda con una mamma che sorride al figlio e un padre dal sorriso attonito che tiene in braccio il suo pupetto di qualche mese, il ragazzo che suona il violino nell’alba spettrale che s’alza su piazza Duomo… ci dicono, con la frase di Spinoza, che la bellezza del mondo dipende dalla nostra immaginazione: messaggio artistico, umano, sociale che moltissimi aquilani stanno già vivendo con un oscuro operare quotidiano, mentre le pubbliche autorità stentano a metabolizzarlo e, quindi, ad afferrare il filo d’Arianna. Walter Tortoreto


Speciale L’Aquila

La voce delle tendopoli

In alto, il primo numero di Zero Nove.

Zero Nove, il giornale che racconta la vita da sfollati. Una redazione giovanissima

Nella pagina a fianco, da sinistra: Camilla Filauro e Elisa Climastone, giornaliste in erba. A sinistra, prove di uno spettacolo nella Sala Nobel per la pace.

con pochi mezzi e tanto entusiasmo l 9 luglio scorso, in pieno G8, il Centro Operativo Misto n.2 (ovvero il burocratico nome della tendopoli di San Demetrio ne’ Vestini, a venti chilometri dall’Aquila) ha vissuto un altro terremoto dopo quello del 6 aprile. Molto meno pernicioso, naturalmente, ma in grado comunque di scatenare un vero pandemonio. È stato quello il giorno in cui George Clooney, Bill Murray e Walter Veltroni sono arrivati nel paesino aquilano per inaugurare una struttura eretta proprio nella tendopoli di San Demetrio: uno spazio polifunzionale (in acciaio resistentissimo e antisismico, beninteso) destinato alle inziative culturali, quali proiezioni cinematografiche, spettacoli e laboratori teatrali, attività giornalistiche. Sì, avete letto bene: attività giornalistiche. È infatti in una delle stanze della “Sala Nobel per la pace” (questo il nome della struttura) che ha sede la redazione di ZeroNove, il settimanale della tendopoli di San Demetrio fondato da Giancarlo Gentilucci e completamente redatto da tre neo giornaliste tredicenni: Elisa Climastone, Camilla Filauro e Vittoria Nardis. «Abbiamo

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cominciato perché volevamo raccontare cos’è la vita nei campi –spiega Camilla– e per far conoscere a tutti le attività che svolgiamo. Abbiamo corrispondenti anche da altri campi, da Paganica, Fossa… e altri se ne aggiungeranno, è una redazione in crescita». Per adesso però sono solo in tre ad aver scritto e impaginato il numero zero di ZeroNove, che ha visto la luce lo scorso 7 luglio: quattro pagine per sei articoli totalmente realizzati dalle tre giornaliste in erba col computer portatile di Elisa. In un articolo si parla del G8, che «rappresenta per noi aquilani la speranza di rinascita della nostra città. È per questo che ci auguriamo che gli argomenti che verranno analizzati riescano a dare nuovo impulso alla nostra comunità». In un altro si racconta il concerto all’Olimpico per l’Abruzzo, con relative domande a Pino Daniele, Gianni Morandi, Fiorella Mannoia e Claudio Baglioni (“Quel giorno abbiamo passato un pomeriggio diverso, senza pensare alle tende blu che colorano il nostro campo di calcio”); in un altro ancora si racconta la visita degli architetti

PICCOLI GIORNALISTI CRESCONO Giancarlo Gentilucci e Tiziana Irti, fondatori e animatori della compagnia “Arti e spettacolo”, si sono spesi molto per regalare ai cittadini delle tendopoli momenti di svago e spazi per le attività culturali, con l’intento di restituire agli sfollati una parvenza di “normalità” nel caos del dopo-terremoto. Circa un mese dopo il sisma, durante una delle tante ore di attività culturali e ludiche passate con i ragazzi della tendopoli di Villa Sant’Angelo, nacque così l’idea di realizzare un giornale che raccontasse la vita della gente dopo il 6 aprile, e soprattutto le esperienze di vita nei campi allestiti dalla Protezione Civile. Grazie al sostegno e all’esperienza del giornalista marsicano Angelo Venti, è nata così dal cuore della tendo-

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poli “Sfollati News”, una testata destinata forse a restare nel circuito chiuso del capoluogo se non fosse stata una trasmissione di punta del giornalismo televisivo d’inchiesta, come Report, a farla salir agli onori della cronaca. Il celebre programma di RaiTre condotto da Milena Gabanelli, non solo gli ha dedicato un servizio, ma ha voluto dare anche il suo contributo originale all’iniziativa. Come? Mettendo all’asta i numerosi premi vinti nel corso degli anni, e col ricavato consentire l’acquisto di computer, scanner e stampanti, macchine fotografiche e telecamere, ovvero tutto quanto occorre una vera redazione giornalistica per svolgere i suoi compiti in piena autonomia. «C’era un piccolo gruppo –ci ha raccontato Milena


“che hanno affiancato i tecnici della Soprintendenza per la schedatura dei beni artistici del nostro territorio […] ci hanno esposto le loro impressioni riguardo i monumenti colpiti dal terremoto: sono rimasti senza fiato, impotenti di fronte a tale devastazione”; un altro informa sullo stato dei lavori per la costruzione delle casette di legno destinate ad accogliere i proprietari delle case più danneggiate. L’unica supervisione da parte degli adulti riguarda «la punteggiatura e gli errori di ortografia», spiega Tiziana Irti, che con Gentilucci è cofondatrice del giornale e membro della compagnia “Arti e spettacolo”. «Non interveniamo mai su quello che desiderano raccontare le ragazze, né su quel che scrivono; la nostra è una funzione puramente di supporto, mai di orientamento. Lasciamo che siano loro a usare il mezzo come meglio credono, e a scoprirne le potenzialità man mano che ci lavorano». Dopo la pausa estiva si comincerà a pieno regime, con un servizio sull’inaugurazione del teatro; della gita svolta a Calenzano, dove i ragazzi di San Demetrio hanno vissuto

dieci giorni ospiti di alcune famiglie del luogo; dei “ragazzi del monumento”, un gruppo di giovani che organizzano attività culturali e di svago per la gente delle tendopoli. Un’esperienza che forse potrebbe proseguire in futuro? Camilla dice di sì, Elisa invece vorrebbe fare l’avvocato: «Non sono ancora sicura che questa sia la strada che voglio intraprendere, ma chissà…». Certo che a leggere quel che scrive in prima pagina, nel suo articolo “La vita nelle tendopoli”, viene da sperare che ci pensi un po’, prima di abbandonare il giornalismo: «Dopo due mesi dal sisma del 6 aprile, L’Aquila ha cambiato il suo volto, ma gli abitanti sono immersi nella voglia di ricominciare a volare. Nelle tende non c’è più quell’intimità che c’era prima tra le mura domestiche delle nostre case. La vita nella tendopoli è molto diversa da quella che facevo nella mia casa, gli orari non sono più gli stessi, si sta in fila per la colazione, pranzo e cena; anche per la doccia, bisogna stare sempre in coda. Il lato positivo è che c’è sempre qualcuno pronto a regalarti un sorriso». F.G

Gabanelli– con una bella iniziativa, ma non aveva i mezzi per realizzarla. Mentre mi raccontavano questa piccola storia guardavo i tre scaffali con tutti i nostri premi impolverati, e ho pensato:“quanto potrebbero valere se li mettessimo all’asta? Ci scappano un po’ di computer e stampanti per questi ragazzi?” L’idea è nata semplicemente così». Cosa si aspetta da loro? «Conoscendoli di persona ho pensato che potrebbe essere per loro una bella opportunità, anche in considerazione del fatto che abbiamo messo nelle mani del sindaco una piccola borsa di studio di 3mila euro. Funziona così: il sindaco si impegna a leggere tutti i numeri e ogni volta premia con 100 euro l’articolo migliore. Un modo

per cominciare a lavorare sul merito e a far scattare la voglia di prendere l’iniziativa sul serio». Questa esperienza potrebbe far luce, dall’interno, su alcuni aspetti del dopo-terremoto sfuggiti o sottaciuti dall’informazione ufficiale. Che ne pensa la Gabanelli? «Non lo so se questi giovani saranno in grado di far emergere problemi più grandi di loro. Certamente rimarrà la cronaca di uno sfollamento e un’ottima esperienza lavorativa e umana, che potrebbe influire sulla loro formazione. Mi sembrerebbe già un successo. L’informazione in genere sulla vicenda aquilana, per quel poco che so, è “timorosa”. Non è mai successo in nessuna situazione analoga».

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Speciale L’Aquila

Mani che parlano Progettare il futuro delle imprese più piccole dopo la tragedia del 6 aprile: l’imperativo è fare squadra,perché il destino di uno è quello di tutti di Sergio D’Agostino foto Antonella Da Fermo asta piangersi addosso. Basta passare le giornate sperando solo in un aiuto “esterno”. La solidarietà va bene, ma non potrà certo reggere troppo a lungo, e soprattutto: non riuscirà a garantire un futuro dignitoso per sé e le proprie imprese. La strada della ricostruzione –dicono ormai tanti esponenti del mondo della piccola impresa e dell’artigianato dell’Aquila, un mondo messo in ginocchio dal sisma del 6 aprile scorso– passa per la capacità di ciascuno (e di tutti insieme) di progettare il proprio futuro. Altre strade non esistono: da una tragedia, insomma, può nascere forse l’opportunità di ripensare se stessi, un po’come accade dopo una grave malattia. Eppure, le cifre sono lì impietose a ricordare di cosa sia fatta la realtà, quanto sia difficile progettare e progettarsi, soprattutto quando il mondo attorno è crollato, e il crollo tutto è tranne che una metafora. Perché la contabilità del sisma è quella che è, ed è sotto gli occhi di tutti: strutture distrutte, oppure gravemente lesionate, oppure ancora inagibili o inutilizzabili perché inserite in contesti del territorio colpiti duramente. Macchinari e attrezzature resi inservibili. Mercato locale, che è poi quello di riferimento per tantissime micro-imprese, pressoché azzerato. Ce ne sarebbe di che gettare la classica spugna, un gesto che nel pugilato significa resa di fronte all’avversario più forte, ma che agli aquilani non si addice, visto che sono tipi da rugby, uno sport in cui l’imperativo è, dopo essere caduti, rialzarsi per andare in meta. Anche quando si è ammaccati: e se devi fare a sportellate contro un avversario più forte, pazienza, non resta che stringere più forte il pallone al petto e partire a testa bassa. Per qualcuno, la meta significa oggi reinventare pressoché da

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capo tutta la propria attività. Ci ha pensato bene uno come Giulio Cerqua, orafo, che prima di rimettere casa all’Aquila, ha girato mezzo mondo, conquistando nel settore una solida posizione anche grazie a qualche “brevetto” particolarissimo, come il suo “Look shine” che permette di indossare un gioiello originalissimo e personalizzato sulle unghie. Ora, con la bottega di via Mazzini impossibile da usare perché incastonata nel cuore del capoluogo, ovvero in quella “zona rossa” che le previsioni di ricostruzione indicano come davvero la più complessa da aggredire, ha pensato che a fare la forza non possa essere altro che l’unione. Meglio se condita con un po’ di fantasia, come dimostra il progetto che illustra: «Tanti artigiani sono nelle mie stesse condizioni, ed allora solo mettendoci assieme possiamo pensare di progettere convenientemente il nostro futuro. Come? Dando vita, ad esempio, ad un tecno-polo delle produzioni artigiani legate all’arte orafa, solo che anziché lavorare in proprio potremmo diventare “contoterzisti”. Ovvero, utilizzare le nostre professionalità al servizio di grandi gruppi del settore, che sarebbe facile convincere di trasferire all’Aquila alcune loro produzioni. Per adesso il mio progetto ha trovato una tiepida accoglienza tra i colleghi, prevalgono ancora visioni individualiste della risposta alla crisi che ci ha colpito». Antonella Mantini, aquilana, aveva scelto Santo Stefano di Sessanio, che tutti conoscono come uno dei più riusciti modelli di restauro conservativo e di creazione di un sistema turistico ad “albergo diffuso” per la sua attività di produzione di oggetti. Un investimento lungimirante, viste le fortune mediatiche del magico borgo, che però adesso sono da ripensare: «Santo Stefano è agibile, è agibile la mia bottega, solo che i turisti si sono


Alcuni artigiani aquilani con i loro prodotti durante una manifestazione a Pescara.

dati alla fuga per paura del terremoto. All’Aquila, invece, mi è crollato il laboratorio, per cui oggi devo letteralmente impazzire per mettere assieme le mie produzioni. Sono sfollata a Silvi, vado all’Aquila nel garage di mia madre per produrre parte dei miei oggetti e il fine settimana apro bottega a Santo Stefano per sperare di vendere una scatola decorata. Per quel che prima mettevo assieme in un solo posto, adesso me ne servono tre». Anche per lei, unica artigiana abruzzese ospite con Cerqua del recente “Brixia Expò”, manifestazione dedicata dalla città di Brescia all’artigianato, il futuro non può essere solo dipinto con i colori della solidarietà: «È cambiata la vita, dovranno cambiare anche i prodotti, da reinventare a seconda delle esigenze di mercato». Dall’oggettistica al food, i problemi restano identici. Terra di gusti raffinati ed espressione di alcune delle più rinomate tipicità abruzzesi, L’Aquila deve ora reinventare una prospettiva per le piccole imprese che su quel settore hanno investito, dando vita a una rete di laboratori qualificati che realizzano dolciumi ispirati alla tradizione: un ingrediente che ben si miscela con il fattore qualità, caro a una fascia sempre più ampia e consistente di consumatori. Lucina Calvi a Rocca di Mezzo ha il suo laboratorio “Nonna Papera”, dove applica a torte e biscotti il suo credo: recupero della tradizione e dei suoi ingredienti-simbolo (come il farro), attraverso l’uso di spezie particolari (zenzero e cannella), guardando all’agricoltura biologica: «Questa tragedia –dice– deve essere l’occasione per creare tra noi produttori una rete in grado di renderci tutti più competitivi verso la grande distribuzione. Con la crisi seguita al terremoto o siamo in grado di dare una svolta al nostro lavoro o dobbiamo sapere che non si

presenterà mai più un’altra occasione. Ho una dipendente, faccio fatica a immaginare un futuro fatto di piccoli spezzoni di lavoro, di fine settimana o mercatini. Credo che la via sia quella di metterci assieme, istituzionalizzare una filiera che di fatto esiste già». Altre aziende, stessi concetti. Per Sergio Castri della “Dolceria Abruzzo”, anch’essa specializzata nel settore della pasticceria con sede a Pianola, «le tante manifestazioni di solidarietà che abbiamo ricevuto in questi mesi fanno certo piacere, ma per le piccole imprese adesso si tratta di voltare pagina. Io, per esempio, ho il laboratorio agibile per la produzione, solo che devo immaginare altri scenari per le mie attività. Prima avevo come mercato di riferimento la ristorazione dell’Aquila e dei suoi dintorni, ma adesso con tutti gli esercizi chiusi a chi vendo? Per questo, assieme agli altri, è necessario aprire nuovi mercati sulla costa, individuare nuovi punti vendita in cui i nostri prodotti possano essere apprezzati e venduti». A Scoppito ha sede la cooperativa “Gli infusi dell’Eremo”, specializzata nella rielaborazione e riproposizione di antiche ricette della tradizione monastica aquilana: con lo zafferano e i liquori estratti dalle erbe migliori sono i prodotti-simbolo. Nata all’interno del perimetro del Consorzio celestiniano, promosso per dare continuità nel tempo alle attività che ruotano attorno ai riti della Perdonanza Celestiniana, la cooperativa –dice Gianni Agnesi– «dopo il sisma deve ormai profondere un impegno doppio». Un impegno che tuttavia ha trovato già modo di organizzare una rete distributiva e di vendita moderna ed efficace, con una presenza sui mercati non solo dell’Abruzzo, ma anche di regioni come il Lazio e l’Umbria. La strada, insomma, sembra davvero quella di aprire nuovi orizzonti.

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Personaggi

Campus di Fabrizio Gentile foto Claudio Carella

Sophie: i Giochi del Mediterraneo l’hanno rivelata a tutti. Piero: Sanremo lo ha fatto conoscere al mondo. Michele: è entrato nel tempio italiano del Jazz. Ecco tre giovani promesse (mantenute) dello spettacolo, unite da un palco comune: quello dell’affermato Caffé Concerto organizzato dall’ateneo “G. d’Annunzio” 38


di Star PICCOLO GRANDE TENORE PIERO MAZZOCCHETTI

Piero Mazzocchetti non ha certo bisogno di presentazioni: per lui parla la sua decennale carriera, cominciata nei piccoli club in Germania dove a piccoli passi ha conquistato le vette delle classifiche e vinto il disco d’oro, e culminata (per ora) nell’apparizione all’Ariston di due anni fa. All’attivo ha anche un disco-tributo a “Big” Luciano Pavarotti, uscito lo scorso dicembre, che ha avuto ottimi riscontri sia di pubblico che di critica. Ma se della critica al giovane tenore importa poco, ben più alta è la considerazione che ha del pubblico: «Il pubblico è la ragione per cui faccio questo mestiere. È come una bella donna, va corteggiata e amata con generosità, va conquistata giorno per giorno, è un

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«Successo e popolarità non sono la stessa cosa. Io mi ritengo un cantante di successo»

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giudice imparziale dal quale mi aspetto di essere amato quando dò il meglio di me e detestato quando invece lo deludo». Parole che suonano quasi fin troppo sagge in bocca a un artista che fa della semplicità la sua bandiera, dello spirito di sacrificio il suo vanto (“credo sia una cosa di cui andare orgogliosi”), e che coi sentimenti ha avuto finora un rapporto puramente lavorativo: «Canto l’amore, sono innamorato del sentimento ma non di una persona in particolare. Anzi, diciamo che mi sto lanciando sul mercato…» Ride e continua: «Quando a Sanremo mi è stato chiesto “e se avessi a fianco una bella donna?” ho risposto che la mia amante era la musica, suscitando un coro di scetticismo per una replica giudicata troppo diplomatica, quasi banale. Ma è la verità; ed è anche vero che a trent’anni comincio a pensare anche a farmi una famiglia, a diventare un uomo di successo oltre che un cantante di successo». Già, il successo. Una cosa ben diversa dalla popolarità, che «consiste nell’essere un viso conosciuto, nell’apparire sui media e nell’essere riconoscibile per strada. Questo non ha nulla a che fare col successo, che invece è frutto dell’impegno, della passione e di tanta disciplina, e che si misura col numero degli spettacoli che fai e con quello dei dischi che vendi, e decisamente mi interessa di più». Un assaggio di popolarità gliel’ha data naturalmente la vetrina di Sanremo: «Nei quattro o cinque mesi successivi non potevo quasi uscire di casa senza essere immediatamente riconosciuto e assediato dai fans. Sono effetti collaterali di una manifestazione che –contrariamente a quanto credono alcuni– non è un punto di arrivo ma di partenza, perché ti apre una serie di opportunità e di platee che altrimenti è difficile raggiungere, specialmente con la lirica. Oggi l’entusiasmo per l’esibizione sanremese si è decisamente raffreddato, e –placati gli animi– restano attorno a me solo i veri estimatori, quelli che hanno capito chi sono: una persona che si propone sul palco esattamente com’è nella vita. Per conquistare il pubblico ci vuole sincerità, non puoi mentire». A Sanremo ci è arrivato grazie ad Adriano Aragozzini, il suo produttore e mentore, almeno in campo nazionale ed internazionale «al quale devo tutto. È un amico, oltre che un grande professionista che ha creduto in me fin dall’inizio». Il suo mentore in Abruzzo è invece un altro personaggio che ne ha notato il talento in tempi non sospetti e lo ha valorizzato: Marco Napoleone, general manager dell’Università “d’Annunzio”, che nel 2006 gli offrì di esibirsi durante il tradizionale appuntamento del Caffé Concerto: «Sono passate le amministrazioni, sono caduti i governi, ma Napoleone e il Rettore Franco Cuccurullo sono ancora lì, incrollabili: un motivo c’è. Hanno saputo fare dell’Università un attore imprescindibile della scena culturale, oltre che

un motore irrinunciabile dell’economia locale. Marco Napoleone poi è un altro uomo straordinario, dalle grandi capacità manageriali, in grado di ottenere il meglio dalle persone che lo circondano. Sa curare il suo lavoro come il suo hobby con lo stesso impegno, e adoro collaborare con lui e suonare con l’Orchestra e il Coro della “d’Annunzio”». Grande dimostrazione d’affetto da parte di un cantante che ha duettato con Carreras e che è stato accompagnato dalle migliori orchestre del mondo. «Quando la gente mi dice “Piero, ma perché fai il Caffé Concerto? A che ti serve?” io rispondo che mi diverto, e che il mio mestiere è fare il cantante, e non ci trovo niente di male a esibirmi su palchi meno prestigiosi: il pubblico di Sanremo e quello del Caffé Concerto è lo stesso, è lì per ascoltare quello che faccio. E il mio modo di stare sul palco è identico, sia che mi trovi al Madison Square Garden di New York o nel campus dell’Università». Divertirsi a stare in scena è fondamentale, per un artista. Così come lo è provare quella paura sottile, improvvisa, che precede ogni esibizione: «È la paura di deludere le aspettative del pubblico. Mi viene sempre, e guai se non venisse: il giorno che dovessi accorgermi di non avere paura significherebbe che penso di essere arrivato, e allora dovrei smettere di fare questo mestiere». L’ha avuta anche lo scorso 26 giugno, prima di cantare l’inno ufficiale dei Giochi del Mediterraneo durante la cerimonia di apertura, allo Stadio Adriatico: «Dal punto di vista emotivo è stata una bellissima esperienza, e la manifestazione è stata un successo. Sono onoratissimo di aver dato il mio contributo, perdipiù con un pezzo scritto da Franco Migliacci e dal premio Oscar Luis Bacalov». Il rapporto con lo sport per Piero nasce molti anni fa: «In Germania sono stato il cantante ufficiale del Bayern Monaco per sette anni, gioco molto a tennis e a calcio, faccio anche parte della nazionale attori (non di quella dei cantanti: in quanto tenore sono più attore che cantante). E conosco bene i grandi personaggi dello sport abruzzese: Massimo Oddo, che giocava nel Bayern, Fabio Grosso, e Danilo Di Luca e Jarno Trulli… Faccio sport anche quotidianamente, curo la mia voce curando il mio fisico con una vita sana il più possibile. Ma mi piace socializzare, adoro mangiare fuori con gli amici e mi concedo anche una buona bottiglia di vino, non sono un eremita. So però che il 50% della mia resa sul palco è data dalla forma fisica, quindi sto molto attento». E lo sport è anche nel futuro prossimo del giovane tenore: «Sono stato scelto dalla nuova società come cantante ufficiale della Pescara Calcio, e il primo compito che ho è di “rifare il trucco” all’inno. Credo che non lo stravolgerò: mi piace, e non ho intenzione di privare i tifosi di trent’anni di storia».


ÂŤFaccio sport ogni giorno. Curo la mia voce facendo una vita sana, ma non disdegno le serate con gli amiciÂť


OUI, JE SUIS SOPHIE LHEUREUX «Sento molto vicini gli abruzzesi, siamo capaci di ridere delle stesse cose»

Sophie Lheureux in alto con Mario Pescante, Franco Cuccurullo e Amar Addadi Presidente del Comitato Giochi del Mediterraneo. Sopra con Mogol

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Voce: calda, morbida, avvolgente. Caratterizzata da quel tipico accento che hanno i francesi, che a volte suona un po’ caricaturale ma che in lei diventa esotismo puro, intrigante. Una voce che hanno ascoltato tutti, durante i Giochi del Mediterraneo, la ribalta più importante con la quale si sia confrontata finora. E tutti, durante le cerimonie d’apertura e chiusura, hanno potuto vederla: bionda, alta, snella e professionale. Sarà più la voce o il suo aspetto a farne una donna così affascinante? Sorpresa: quel che colpisce davvero, in questa splendida figlia d’oltralpe, è la sua eleganza, i suoi modi gentili, e la sua capacità di essere con altrettanta padronanza del mestiere, traduttrice di francese, docente dell’Università d’Annunzio di giorno e impeccabile presentatrice di eventi e spettacoli di sera. Una doppia vita che Sophie Lheureux –anche il nome fa la sua parte nel gioco– conduce con equilibrio: «La mia realizzazione ce l’ho già, dal punto di vista professionale, e questo mi consente di concedere qualcosa alla mia vanità –dice– senza per questo montarmi la testa. Quello dello spettacolo è un mondo effimero». Cresciuta a Lille, in Francia, in una famiglia di professionisti (padre e fratello ingegneri, sorella imprenditrice in Germania) Sophie è approdata in Italia dieci anni orsono, quando al termine degli studi le fu offerta l’opportunità di un’esperienza all’estero. Una serie di fortunate coincidenze la portarono a L’Aquila, dove trovò subito lavoro come insegnante di francese: «Un anno dopo, invece di tornare in Francia, mi trasferii a Pescara dove cominciai a lavorare per alcune aziende private. Tenevo corsi di lingua francese e lavoravo come traduttrice. Poi nel 2002 ho iniziato la collaborazione con l’Università, e oggi lavoro presso la storica Facoltà di Lingue. L’Ateneo di ChietiPescara ha un ruolo di primo piano nell'organizzazione di eventi culturali, siano essi legati allo sport o allo spettacolo, comunque è uno degli attori principali della scena culturale metropolitana. È una caratteristica che ne fa un fenomeno quasi unico, direi». Lo spettacolo ce l’ha nel sangue, ereditato da una zia che lavorava per l’Opera di Parigi: «Mi sono sempre nutrita di spettacolo. Ma è un mondo precario, dove è difficile guadagnarsi da vivere, e dato che sono sempre stata una brava alunna, i miei genitori mi hanno spinto a studiare, e devo riconoscere che è stato un bene. Ora ho una solida attività didattica alla quale posso affiancare altre cose che soddisfano

le mie esigenze spirituali, la mia voglia di palcoscenico. Mi fu chiesto anni fa di presentare il Caffè Concerto, e così nel 2006 ho cominciato a lavorare col Coro dell’Ateneo. Proprio durante la mia prima edizione ho avuto modo di condurre la serata con un grande professionista dello spettacolo come Fabrizio Frizzi, e di conoscere Piero Mazzocchetti, che allora rientrava dal suo fortunato periodo in Germania, ma non era ancora andato a Sanremo. Col Coro siamo andati anche a Parigi, è stata una bellissima esperienza. Ho fatto anche una tournée in Abruzzo con Giò Di Tonno e Simona Molinari, anche loro prima che andassero sul palco dell’Ariston». Fino allo scorso giugno, quando è stata la voce e il volto della manifestazione più importante della stagione, i Giochi del Mediterraneo: «Ho seguito Addadi e Pescante per tutto il periodo dei giochi e per le due cerimonie, di apertura e di chiusura, oltre ad aver curato le traduzioni della guida e lo speakeraggio. È stata una bellissima esperienza lavorare in un’organizzazione così complessa nella quale era presente un team di grandi professionisti». È durante i Giochi che Sophie si ritrova a fianco di Piero Mazzocchetti: «Tra di noi c’è grande sintonia: lui ha un pubblico eterogeneo e non ha il fisico da tenore, ma ha una voce meravigliosa e una grande umiltà. Ha venduto 200mila dischi e qui in Abruzzo non si sente... Ma si sa, nemo propheta in patria». Sempre i Giochi del Mediterraneo l’hanno portata indietro nel tempo, facendola tornare all’Aquila dopo dieci anni: «La prima volta è stata il giorno dell'inaugurazione, con Addadi (per il quale è stata interprete ufficiale) e Pescante. Non ero più tornata in quella che è stata, seppur brevemente, anche la mia città, e rivederla ora dopo il terremoto mi ha colpita molto. Appena ho visto la piazza del mercato –che ricordo sempre vivacissima, movimentata, piena di gente e di colori– completamente deserta, mi ha colto un senso di oppressione. Quel che spaventa, che toglie il respiro, è il silenzio. Non volano neanche gli uccelli, nel cielo dell’Aquila. Mi sono commossa». Lacrime che sono anche segno di una comunanza, di un senso di appartenenza, di un’abruzzesità che le è entrata nel cuore, che la veste come una seconda pelle: «Sento molto vicini gli abruzzesi, ridiamo delle stesse cose. C’è una somiglianza anche linguistica, il che aiuta. Certo, le differenze ci sono, ma ho stretto in questi anni molti rapporti d’amicizia. E adoro Pescara, una città davvero a misura d’uomo, rassicurante, a scapito delle grandi dimensioni; mi piace andare al mercato, girare in bicicletta, a piedi. La qualità della vita è molto alta». E quando lo dice con quell’accento, non si può fare a meno di crederle.


IL PIANISTA SCATENATO MICHELE DI TORO

Michele Di Toro durante l’esibizione al Blue Note di Milano lo scorso 8 settembre. (Ph. Lelli e Masotti)

«Mi piace partecipare al Caffé Concerto, è un’emozione suonare col Coro e con l’Orchestra dell’Ateneo, sono bravissimi» 44

Giovane e talentuoso pianista nato trentacinque anni fa a Sant’Eusanio del Sangro, Michele Di Toro ha stregato le platee di tutta Italia col suo stile unico, capace di passare da Mozart a Keith Jarrett per concludere con Alan Menken, tutto nello stesso brano. È un artista dell’improvvisazione, maestro del crossover, le sue dita danzano sulla tastiera come una pioggia di microscopici diamanti. Giunto con From The Sky al quinto lavoro discografico ufficiale (ma è uscita anche una sua compilation in edicola) l’astro nascente del jazz italiano si prepara a valicare i confini nazionali per affrontare prestigiosi palchi europei e non solo: Canada, Argentina, Giappone stanno per assistere alle sue esibizioni a base di commistioni musicali e culturali, una fusione armonica tra mondi musicali apparentemente diversi ma legati tutti da un denominatore comu-

ne, la qualità. «La musica –spiega Di Toro– è sempre musica, e la musica di qualità non può essere racchiusa in un genere. Ho ascoltato e ascolto di tutto, non pongo limiti alle mie fonti di ispirazione: solo così posso esercitare appieno la mia creatività». Una filosofia che paga, visto l’apprezzamento ricevuto da personaggi della musica classica e del jazz quali Maurizio Pollini, Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Enrico Intra, Claudio Ricordi, fino a Giulio Rapetti in arte Mogol, che ne ha elogiato le qualità durante l’ultima edizione del Caffé Concerto. Sì, perché Michele, contrariamente a molti altri talenti abruzzesi, non è solo uno che parte, ma anche uno che torna. «È la terza edizione del Caffé Concerto cui partecipo, e ogni volta è un piacere. In Abruzzo suono spesso, credo che per un artista sia bello essere anche identificabile con un territorio, e non ho mai rinnegato le mie radici. Vivo tranquillamente tra Milano e la costa dei Trabocchi da più di dieci anni». E in attesa di concretizzare anche un importante progetto in Giappone, si concede il suo ultimo successo: una serata al Blue Note, il tempio milanese del jazz, per una ulteriore consacrazione della sua abilità e della sua capacità di spaziare non solo tra i generi musicali ma anche tra le platee più diverse. Segno inequivocabile di una professionalità che lo mette a suo agio tanto davanti al selezionatissimo pubblico della classica come a quello più smaliziato del jazz. E che gli permette, ogni volta, di regalare al suo pubblico serate indimenticabili.


Gabriele d’Annunzio

Il Vate inedito di Annamaria Cirilllo

Cinque lettere sconosciute fanno luce sui drammatici anni tra il volo su Vienna e l’impresa di Fiume

i certo è un caso, come suol dirsi, più unico che raro imbattersi in tre lettere inedite di Gabriele D’Annunzio, appese sottovetro a mò di quadretti, ingiallite e dimenticate sulla bianca parete di un ingresso, in occasione di una visita oltretutto casuale. Ma nessuno sguardo pur distratto e superficiale avrebbe potuto sottrarsi alla straordinaria attrazione della calligrafia del Vate. Le lettere sono fortunosamente intatte ed inedite, e dopo una personale ricerca se ne rintracciano altre due dello stesso periodo (1918-1920), anch’esse indirizzate all’ingegner Giuseppe Brezzi (1878-1958), al tempo direttore generale dell’Ansaldo di Torino, nonchè direttore generale delle Acciaierie COGNE (Aosta)e Senatore del Regno, definito dal Vate “ l’ingegnere dai molti ingegni”. Dalle loro date,(due del 1918, due del 1919, una del 1920) le cinque lettere si situano in un periodo cronologico da definire drammatico e tra i più importanti della vita del poeta. Sono gli anni della guerra, del volo su Vienna (progettato sin dall’ottobre 1915 ed infine realizzato il 9 agosto 1918) e dell’impresa di Fiume (conclusasi drammaticamente il 26 dicembre 1920 con la città assediata a suon di cannonate alle quali il Vate scampò miracolosamente lasciando subito poi la città il 18 gennaio 1921), anni vissuti da D’Annunzio in prima persona nel rischio di eventi bellici tra i più avveniristici, quale fu il suo protagonismo aereo su un biposto SVA “dall’ala resistente”. Di eccezionale interesse la sua lettera datata Venezia 25 giugno 1919, nella quale si concentra il nodo di ogni sua

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futura possibilità di volo; egli così ricorda all’ingegner Brezzi : “...nel settembre 1917 feci atterrare un Caproni e compii nove ore ed un quarto di volo consecutive, dopo questa prova convincente il generale Bongiovanni mi promise che se l’impresa su Vienna fosse stata tentata, io l’avrei condotta, ebbi alfine l’ordine di partire, ordine subito ririrato senza ragione, in seguito a non so quali congiure del vecchio regime.” Continua poi, accorato, nella esplicita richiesta, rivolta, come “supplicazione”, all’ingegner Brezzi di voler egli con urgenza modificare un aereo in un biposto, adattandolo appositamente per lui, (che non era un pilota da caccia e non possedeva il brevetto civile), alleggerendo soprattutto le ali del “veivolo” (questo il nome latineggiante dato dal Vate all’aereo) e permettendo così un ben più lungo periodo di volo che non le normali due ore, dovendo anche tener conto che un milione di italiani avevano già sottoscritto le liste di finanziamento (di ciò fu promotore Salvatore Lauro) finalizzato alla donazione alla Squadriglia S A di cinque o sei Sva, tra cui uno biposto “...i quali ne compirebbero meravigliosamente la forza diversa.” La lettera conclude il suo appello con le domande “Ha ella gli apparecchi (cinque monoposti e un “biposto” pel comandante)?”,“È disposta ad agevolare la compera? Mi dia notizie quanto prima”. Le altre quattro lettere sono tutte collegate agli stessi avvenimenti di quel periodo storico, e parimenti incisive in quanto rivelano particolari inediti. Nella lettera datata 14 luglio 1918 il Vate confida all’ingegner Brezzi il suo dolore “per la cruda perdita del capitano Bourlot” suo compagno di volo sul

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biposto e ricorda i momenti del volo quando “chini sopra le carte divoravamo la rotta perigliosa...”“ E ora?..Che farò? Chi sarà il mio compagno? “. La lettera datata 18-1919, senza citazione del mese, comunica all’ingegner Brezzi l’offerta di una medaglia inviatagli quale riconoscimento di merito “... a chi ci diede l’ala resistente ”. Medaglia affidata per la consegna ad Antonio Locatelli, un valente aviatore al quale D’Annunzio, dal Vittoriale, nel 1936, dedicò (post mortem) una lettera elogiativa di ben 12 pagine. C’è poi anche una lettera di Buon Natale, datata 23 XII 1919, in cui aggiunge ringraziamenti per quanto fatto in favore della causa e in specie per ”...il lavoro (preziosissimo) di Dionati e dei sei suoi operai” ed agli auguri abbina un altisonante “saluto fraterno di tutte le teste di ferro.” L’ultima lettera reca la dicitura Fiume d’Italia 30 gennaio 1920,“d’Italia” quasi fosse un fatto già compiuto. Egli invia il suo elogio “...nel nostro campo di Tomba,il Suo nome, caro Brezzi, è onorato come quello di un patrono. Credo che entriamo in un periodo di azione. Prepariamo le nostre mitragliatrici e le nostre bombe. La prima salve sarà in onor Suo”. E’ da notare, pur in questo piccolo corpus di cinque lettere, come il Vate utilizzi spesso il linguaggio grintoso e di tono rivoluzionario dei futuristi, ponendosi sulla scia dell’innovativo movimento (nel 2008 già 100 anni dalla pubblicazione del manifesto) ed alcuni collegamenti con esso paiono essere premessa alle imprese dannunziane (pur tenendo conto di momenti di contrasto al movimento da parte del Vate). Ad esempio le espressioni “l’ala resistente”, “prepariamo le nostre mitragliatrici e le nostre bombe”,“siamo pur sempre nella lotta”,“..il saluto fraterno di tutte le teste di


ferro” esprimono idee interventiste, ricche di un ardore che pare marciare di pari passo con l’azione futurista. La sintonia appare reciproca e la considerazione condivisa. Già nel 1903 e nel 1908 Gabriele D’Annunzio venne molto elogiato dal teorico del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti che gli dedicò due libri editi a Parigi quali “Gabriele D’Annunzio intime” e “ Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste” (con sette edizioni). Inoltre Marinetti, durante il ventennio fascista, si recò a Pescara ad omaggiare la casa natale di D’Annunzio e quando questi, il 22 agosto 1897, tenne il famoso “Discorso della siepe” per tentare la scalata al parlamento, corse a Pescara per ascoltarlo. Il Vate fu eletto Deputato per la XX Legislatura nel collegio di Ortona, la qual cosa ha sempre fatto equivocare la storiografia che per disinformazione ha ignorato che il discorso fosse stato tenuto a Pescara e non ad Ortona, dove venne invece eletto. Non resta che ringraziare i proprietari delle missive: Enzo Martocchia di Pescara, noto vignettista nonchè buon pittore e scrittore e soprattutto Umberto Piovano, stimatissimo collaboratore ed amico dell’ingegner Brezzi, nonchè al tempo giovane Segretario Generale della Ditta Adamas di carburi (tungsteno e metalli duri) di Torino, che ha fornito preziose informazioni sul periodo storico. Siamo loro molto grati anche della stima e fiducia accordataci con l’affido delle preziose lettere dannunziane. Ultima nota: lo scorso 12 settembre è stato celebrato il centenario del volo su Vienna e dell’impresa di Fiume. Una cerimonia ben articolata, presentata dall’assessore alla cultura del Comune di Pescara Elena Seller alla presenza di tutte le autorità.

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Biagio Bocchetti, direttore generale della Iac Rodrigo


Iac Rodrigo

L’evoluzione di un mito Dalla camicia al total look, l’azienda di Chieti Scalo nata negli anni Sessanta è arrivata ad essere una delle aziende più prestigiose nel settore della moda maschile. di Andrea Carella foto Antonella Da Fermo ue marchi –Rodrigo (che occupa un segmento di mercato medioalto in tutto ciò che riguarda l´abbigliamento “esterno” maschile) e Alan Devis (la cui offerta è invece circoscritta a camiceria, maglieria e jersey)– puntati come navi corsare sul mercato dell’abbigliamento griffato, con l’obiettivo di strappare quote crescenti di pubblico alla concorrenza più blasonata, grazie a un rapporto più equilibrato tra qualità e prezzo. Un fatturato che veleggia attorno a 25 milioni di euro, il 20% dei quali procurati dal mercato estero. Ottantacinque dipendenti. Una presenza già piuttosto diffusa sui mercati europei di Russia, Polonia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Benelux, ma con occhi che già accarezzano l’impero cinese. Profilo di un’azienda, la Iac, la cui vicenda industriale nasce da lontano (l’inizio degli anni Sessanta), ed è riuscita ad attraversare indenne –anzi: rafforzandosi– crisi e ristrutturazioni

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varie. Un’azienda che ha scritto, caso più unico che raro, una pagina da ritagliare e conservare nella storia dell’industria italica: quella in cui lo Stato arriva ed anziché fare danni, anziché trasformare una Ferrari in una Trabant, come succede spesso, riesce a operare il miracolo opposto. Una azienda che, tornata sotto il controllo privato, guarda al futuro con rinnovata fiducia. Vale allora la pena ripercorrere la strada seguita sin qui dalla Iac, con quello che ne è memoria storica e oggi uomo più rappresentativo, il direttore generale Biagio Bocchetti: «Ho vissuto in prima persona gli ultimi 28 anni di questa azienda: dal 1981 come direttore amministrativo e finanziario, dal 1998 con la responsabilità della direzione generale. A giugno la Iac compirà il suo 48esimo compleanno, traguardo impensabile considerato che nel panorama del settore le aziende ancora vive nate negli anni Sessanta si contano al massimo sulle dita di due mani».

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Racconta Bocchetti: «L´iniziativa nasce dal più grande gruppo europeo del tessile-abbigliamento dell’epoca, la tedesca “Shulte & Dieckhoff” che produceva oltre 15 milioni di camicie e 20 tonnellate di tessuto di cotone l’anno. L’insediamento a Chieti è ispirato da una precisa strategia: delocalizzare una produzione ad alta incidenza di mano d’opera e quindi a basso valore aggiunto». All’inizio è solo idillio: «In pochi anni l’azienda assume un ruolo fondamentale nell’economia della provincia di Chieti, il numero degli

La sfilata Rodrigo nella sala dei Frontoni alla Civitella di Chieti. a lato, una immagine della collezione Rodrigo primaveraestate 2009

addetti supera le 2.200 unità, fornendo fino ai primi anni Settanta circa la metà dell´intero reddito industriale provinciale. I tedeschi mettono in piedi una perfetta fabbrica di façon, che riesce a raggiungere livelli di produzione mostruosi, con tessuti ed accessori forniti esclusivamente dalla casa madre». Tutto bene, fino alla prima avvisaglia di crisi: «Arriva nel ‘71, a

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seguito soprattutto della profonda trasformazione del gusto dei consumatori, che rifiutano un prodotto povero. Nel ‘72 la Gepi, finanziaria pubblica destinata ai salvataggi industriali, ne acquisce la maggioranza: la Iac diventa la prima azienda che vede come partner la finanziaria pubblica. La Gepi si trova a dover risanare un’azienda monoprodotto, senza un proprio marchio, senza una clientela, senza una rete distributiva. Poi, nel ’74, la casa tedesca esce dalla compagine azionaria».

A salvare la patria – nel senso letterale– ci pensa un lungimirante manager italiano, Francesco Poletti: «In quattro, cinque anni appena, lui che era stato direttore del settore abbigliamento della Gepi –illustra Bocchetti– riesce a raddrizzare l’azienda, ma anche a porre le basi per un suo rilancio in grande stile. Come? Facendo ricorso a dosi massicce e intensive di formazione sul personale, aprendo un fronte che si rivelerà decisivo sulla qualità. Poi, operando una graduale riduzione degli organici per adeguarli alle mutate possibilità di assorbimento del mercato, inserendo manager capaci e affiatati, creando il marchio Rodrigo, dando vita a una rete di vendita giovane, aggressiva e determinata, realizzando investimenti significativi in

comunicazione e pubblicità. Con il risultato, all’inizio degli anni Ottanta, di avere un’azienda flessibile e reattiva, in grado di conquistare la leadership del mercato italiano della camiceria, con bilanci in utile, maestranze e collaboratori capaci e motivati». È l’inizio della nuova svolta, con la Iac pronta a tornare impresa tutta e solo privata, una metamorfosi che ispira all’epoca perfino l’attenzione degli studiosi di economia: «La privatizzazione si conclude positivamente nel 1986 con la cessione dell’intero pacchetto azionario alla società finanziaria costituita “ad hoc” dallo stesso Poletti, dai manager e da alcuni industriali locali coinvolti nel progetto. L’azienda si internazionalizza attraverso la acquisizione della Bonser Española di Barcellona, specializzata nella produzione e vendita di pantaloni e camiceria di alto livello sul mercato spagnolo. Il periodo d’oro prosegue fino a metà degli anni Novanta, quando una nuova crisi bussa alla porta, complice il forte cambiamento che si registra nei consumi, il gap tra i costi di produzioni interni e quelli dei paesi esteri a basso costo di mano d’opera. Inoltre, come se non bastasse quanto detto, a complicare la vita del gruppo ci si mette anche la scomparsa prematura dell’uomo che ne aveva segnato la svolta». Per il nuovo management la strada torna a farsi in salita, tanto più che l’Abruzzo è fuori da tutta la vasta gamma di agevolazioni concesse dalla Stato e dall’Unione europea: «Ci ha aiutato il senso di responsabilità dei sindacati, una “complicità positiva” che ha permesso di trovare soluzioni equilibrate e senza grossi traumi al grave problema occupazionale. L’uscita dalla crisi si può far risalire a metà del 2002, attraverso una completa delocalizzazione della produzione, l’inevitabile riduzione degli organici, la messa a punto di un’offerta di total look perfettamente in linea con il mercato di riferimento ed una nuova strategia distributiva che punta decisamente sulla conquista di spazi propri o in franchising, affiancata da una


Uno dei punti vendita monomarca Rodrigo. Una immagine storica del reparto di produzione negli anni Sessanta. Sfilata Rodrigo a La Reserve di Caramanico Terme.

consistente e ben mirata campagna di comunicazione». Nel luglio 2003 l’azienda entra a far parte del Gruppo Saitt guidato da Gilberto Rossi, leader nella produzione di camiceria di alto livello con i marchi Truzzi (scelto anche da personalità come Clark Gable, Arturo Toscanini, Herbert Von Karajan, e da diversi membri della famiglia reale inglese…) e Mastai Ferretti: proprietaria, tra l’altro, di una importante società produttiva in Romania in grado di realizzare circa 3 milioni di camicie annue con tecnologie molto avanzate. Il resto è storia recente, ovvero quella di un marchio che ha saputo conquistare un posto al sole nel mercato maschile, con la diffusione affidata a dettaglianti dal buon pedigree, a una propria rete efficiente e aggressiva, a una capacità di rinnovarsi che si affida ai meccanismi formativi –tema di ritorno– in grado di

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coinvolgere qualcosa come il 70% dei dipendenti. Il futuro è nella forza dei numeri, come conferma Bocchetti: «Il business plan elaborato due anni fa prevede investimenti su Rodrigo (di cui Iac controlla direttamente circa il 40% della distribuzione) per un totale di 15 milioni di euro, finalizzati essenzialmente alla crescita della distribuzione diretta ed in franchising, all’apertura di 3 negozi “bandiera” nei centri delle principali città italiane, ad investimenti significativi in pubblicità e comunicazione, a una maggiore penetrazione sui mercati esteri. Con l’obiettivo di convincere una bella fetta di consumatori «che ancora oggi è disposta a pagare un sovrapprezzo del 30-40% per capi di pari qualità, e solo per esibire una griffe che faccia più status symbol, rispetto al nostro». La sfida è già partita.


Broadcast

Te lo dò io il digitale Da laboratorio per l’assistenza tecnica a punto (vendita) di riferimento per i professionisti della tv: è Broadcast center, ovvero la tecnologia dal volto umano ome si fa a diventare il miglior rivenditore di attrezzature per le riprese televisive? Chiedetelo a Roberto Battaglia, che è riuscito a trasformare un centro di assistenza per professionisti della telecamera in un punto vendita considerato oggi il numero uno del centro Italia. Telecamere e accessori, nonché attrezzature per il montaggio non lineare e relativi software di livello broadcast (=produzione), ovvero quello professionalmente più alto. E l’ha chiamato proprio così, Broadcast Center, allo scopo di stabilire subito il target: «L’amatoriale proprio non lo trattiamo, quello è appannaggio dei vari megastore tecnologici. Noi forniamo un servizio a chi lavora nel campo della ripresa video». La Broadcast è riuscita a farsi strada, a guadagnarsi la fiducia dei clienti grazie a un serissimo lavoro sull’assistenza (ancora oggi uno dei loro punti di forza) e a emergere fino a diventare il primo punto di riferimento per chiunque lavori nel settore della produzione video. Tre dipendenti in tutto, con Roberto davanti e dietro le quinte. «Non vendiamo solo scatole» spiega Roberto. «Oggi con Internet chiunque può ottenere un prodotto comodamente a casa e spesso al prezzo più basso disponibile; noi puntiamo sulla costruzione di un rapporto con il cliente e soprattutto garantiamo un servizio di assistenza costante, a prezzi assolutamente competitivi». Nel negozio di Via Chiarini a Pescara campeggiano in bella mostra quattro telecamere, una delle quali è la nuovissima AG-HVX 201, una macchina della

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Biagio Bocchetti, direttore generale della Iac Rodrigo

Panasonic tra le più richieste attualmente. «Trattiamo i principali marchi professionali: Sony, Jvc, Canon, e naturalmente Panasonic, che è il prodotto di punta. Chi viene da noi sa che quasi certamente trova quello che cerca». Dal cameraman televisivo al regista cinematografico, la Broadcast ha la soluzione per tutti. «Lavoriamo in genere con le televisioni, locali e nazionali, coprendo un’area piuttosto vasta che va oltre i confini regionali; studi fotografici, studi grafici e naturalmente data la qualità delle apparecchiature che vendiamo abbiamo fornito le attrezzature anche a qualche regista: il film dei fratelli Di Felice, ad esempio, è stato girato con una nostra telecamera, e la qualità dell’immagine era eccellente». Roberto Battaglia, un passato da assistente alle dipendenze di un’altra ditta e una lunga esperienza a Milano nel settore, parla con passione del suo lavoro: «Mi è sempre piaciuto aggiustare gli apparecchi elettronici, ma ho sempre avuto anche il pallino della vendita. Alla fine sono stati proprio i clienti a spingermi ad aprire la Broadcast, e oggi mi occupo più di questo che dell’assistenza». Dietro il punto vendita si trova infatti il laboratorio della RB Elettronica, la ditta da cui è poi nata la Broadcast: «Con molti sacrifici, che continuo a fare, ma i risultati sono tangibili. Abbiamo una clientela nutrita che si allarga sempre più, e questo vuol dire che stiamo lavorando bene. E tutto quello che ho guadagnato l’ho sempre reinvestito nell’attività». Una lezione semplice, chiara. Come una nitida immagine digitale. Nella foto: Roberto Battaglia, primo da sinistra con i suoi collaboratori


Aziende / Area Legno

Naturalmente sicura La scuola materna di Onna, immaginata da Giulia Carnevale, studentessa vittima del sisma del 6 aprile, realizzata a tempo di record dalla giovane e dinamica ditta di Città S. Angelo

ettantacinque, trentuno, quaranta, seicento. Sono i numeri di un’impresa che resterà nella storia del dopoterremoto: la costruzione da parte della ditta Area Legno di Città Sant’Angelo della nuova Scuola materna di Onna, il paese a pochi chilometri dall’Aquila che ha subito i maggiori danni durante il tragico sisma del 6 aprile scorso. Settantacinque erano i giorni concessi alla ditta titolare dell’appalto per la costruzione della nuova struttura; solo trentuno quelli effettivamente impiegati grazie all’impegno costante di circa quaranta dipendenti, che hanno lavorato senza sosta dal 13 agosto al 14 settembre. Seicento i metri quadrati di cui consta la scuola, realizzata a tempo di record dalla ditta angolana, la prima in Abruzzo e la più importante nel settore delle case in legno. «Il progetto –spiega il titolare di Area Legno Giustino Di Donato– è stato realizzato

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dall’architetto Fabio Andreatta della Protezione civile di Trento su un disegno di Giulia Carnevale, la ventiduenne studentessa di Architettura rimasta vittima del terremoto». Un milione e mezzo di euro il costo dell’operazione, sostenuto dalla Provincia di Trento, dalla Protezione civile di Trento e dalla raccolta fondi lanciata da “Porta a porta”. L’esperienza e la capacità del team di Area Legno hanno fatto il resto, non senza difficoltà: «In pieno agosto –racconta Giustino– non è facile reperire i materiali necessari per la costruzione di una struttura così importante. Si tratta di pareti massicce, di legno pieno, che utilizzano una tecnologia chiamata X-Lam: spesse 13 cm, con la coibentazione e il rivestimento diventano di 45 cm., le stesse che abbiamo utilizzato in passato per altri lavori di pari rilievo. Naturalmente, gli accordi prevedevano che consegnassimo la scuola “chiavi in mano”, quindi ci siamo


rivolti a fornitori fidelizzati per realizzare le opere accessorie, ovvero gli impianti di riscaldamento, acqua e elettricità: in pratica abbiamo tralasciato solo l’arredamento». Un lavoro monumentale che può essere considerato un piccolo miracolo: «Un miracolo –prosegue Francesca Di Donato, sorella di Giustino e contitolare dell’azienda di famiglia– che si è avverato anche grazie all’impegno delle nostre maestranze, che hanno rinunciato alle vacanze, ai sabati e alle domeniche per consegnare a Onna la scuola prima dell’inizio delle lezioni». E che hanno fatto uno sforzo in più per realizzare un progetto dal design decisamente diverso: Giulia aveva immaginato la scuola come se fosse un libro, Quello delle case in legno è un settore in espansione: «La richiesta di mercato è enorme, malgrado la cultura del legno e della bioarchitettura non sia ancora diffusissima nella nostra

regione. Al nord è diverso, la cultura della casa in legno è molto diffusa già da diverso tempo. Noi però lavoriamo su progetto, realizzando in pieno i desideri del cliente, e forniamo un prodotto che a parità di costo con una casa in cemento armato garantisce molto più comfort e maggiori sicurezze». Le case in legno, infatti, sono solide e antisismiche, ecologiche e sane; si costruiscono con facilità e si consegnano rapidamente (bastano di norma meno di tre mesi), sono economiche (hanno un alto risparmio energetico) e «non va dimenticato il fattore estetico, non meno importante degli altri. Quelle che proponiamo noi, insomma, non sono baite di montagna, ma vere e proprie case che si sposano benissimo con il nostro modo di vivere, e forse lo cambiano in meglio». M.L.

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Aziende / Heliosistemi

Il filo verde dell’energia Dal lavoro nel settore degli impianti petroliferi allo sviluppo di tecnologie innovative per l’approvvigionamento energetico basato su energie pulite e rinnovabili. La storia di un’azienda che potrebbe cambiare il nostro modo di vivere.

nergia sì, ma rinnovabile. Passare dal combustibile “sporco” alle fonti cosiddette “pulite”, ovvero fonti naturali come l’aria, l’acqua e il calore della terra. È la filosofia del Gruppo FAGNANI Facoman-Heliosistemi, una giovane azienda nata nel 2006 da una costola della Facoman, azienda che produce impianti per il trasferimento di fonti energetiche chiavi in mano, nel settore petrolifero. Il Gruppo FAGNANI Facoman-Heliosistemi fa esattamente lo stesso, solo che progetta e costruisce impianti per l’approvvigionamento energetico improntati all’utilizzo esclusivamente di energie pulite e rinnovabili. Parole come geotermia, biomasse, fotovoltaico, sono parte del linguaggio quotidiano di un gruppo di giovani imprenditori capitanati da Alessandro Fagnani, 43 anni, studi di geometra a Pescara e di ingegneria a Roma con un’esperienza maturata proprio nella Facoman, l’azienda di famiglia. «Passare al rinnovabile non è solo una scelta di mercato, dovuta al crescente interesse del pubblico per le energie alternative. La Facoman ha sempre certificato il suo sistema aziendale, ossia il processo produttivo, secondo l’ISO 9001 per garantire la qualità dei processi. Dopodiché certifica secondo l’ISO 14001, cioè con le norme di tutela ambientale, ossia: faccio il mio lavoro e lo faccio bene e in più lo faccio senza inquinare. Ulteriore certificazione è la OHSAS 18001, la sicurezza: faccio bene, senza inquinare e in assoluta sicurezza, tanto che otteniamo ogni anno riduzioni sul premio Inail. Infine certifichiamo Facoman con l’SA 8000, la

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certificazione etica, che significa che i nostri operai non sono sfruttati, gli vengono pagati gli straordinari, non lavorano di notte, non sono stressati, se hanno problemi trovano sempre nell’azienda un dialogo. Insomma, occuparci di energie alternative è una scelta in continuità con quanto fatto finora, non è un modo per “pulirci la coscienza” dopo anni di lavoro nel settore petrolifero». Ed ecco quindi il Gruppo FAGNANI Facoman-Heliosistemi, che si propone di promuovere e valorizzare un nuovo concetto di benessere collettivo, nel segno del risparmio energetico. Il che equivale a calibrare e progettare il proprio intervento studiando la soluzione migliore per ogni situazione. «Si fa presto –prosegue Fagnani– a dire “voglio i pannelli solari per avere l’acqua calda”, è un rapporto venditore-cliente che non ci interessa. Quello che offriamo noi è diverso: studiamo la situazione e proponiamo al cliente la soluzione migliore dal punto di vista del rapporto tra costo dell’impianto e vantaggi sotto l’aspetto economico, cioè del risparmio sulla bolletta». È così che la giovane ditta ha realizzato innovative soluzioni, ad esempio, per ottenere energia dai rifiuti industriali: «Una fabbrica di mobili aveva deciso di adottare sistemi alternativi di energia. Naturalmente chi lavora col legno produce come “rifiuto industriale” segatura. Abbiamo pensato di trasformare il rifiuto, che andrebbe smaltito, in combustibile, realizzando una macchina a cogenerazione che produce tramite la segatura acqua calda, acqua fredda ed energia elettrica. In questo modo il cliente ha azzerato le spese di


Nella pagina a fianco, la squadra di Heliosistemi che ha lavorato all’asilo di Onna. In queste foto alcune fasi della lavorazione e l’impianto di riscaldamento a terra.

smaltimento dei rifiuti industriali e ha ottenuto energia. Un altro cliente, un privato, ha costruito la sua abitazione su un terreno dove prima sorgeva un cementificio. Vista la presenza di grandi pozzi e di grandi quantità di acqua, abbiamo pensato di utilizzare quell’acqua per installare una pompa geotermica a ciclo aperto in grado di produrre acqua calda in inverno e acqua fredda in estate per alimentare la casa. È questa la nostra filosofia». Grazie alla quale il Gruppo FAGNANI FacomanHeliosistemi ha dialogato non solo con i privati, ma anche con enti e istituzioni: scuole, edifici comunali, chiese e palazzetti sportivi si sono affiancati alle case private, alle ville e alle industrie, allargando i confini operativi anche oltre quelli regionali, ottenendo commissioni in tutta l’Italia (“per l’estero ci stiamo organizzando”, aggiunge Fagnani), e riuscendo anche, lavorando in qualità, a sostenere egregiamente il confronto con le altre aziende sorte di recente sull’onda del business ecologico. Dal nero del petrolio al verde dell’energia naturale, col valore aggiunto di una garanzia Kasko quinquennale per le apparecchiature, di un’assicurazione di 10 anni per responsabilità civile ed un’assistenza e una manutenzione programmata per l’impianto. Il filo rosso dell’energia passa anche per la domotica, quel sistema che praticamente rende la casa completamente informatizzata così da gestire i consumi energetici secondo necessità: «Quando ad esempio lasciamo l’appartamento, il sistema domotico permette con la sola pressione di un tasto di spegnere tutte le luci, chiudere le

serrande e abbassare la temperatura di tutti i locali della casa. Al ritorno, lo stesso sistema ripristina i valori di temperatura, riapre le serrande e riattiva i dispositivi necessari all’utilizzo, per esempio, degli elettrodomestici». Competenze che sembrano incredibili per una piccola azienda (meno di venti dipendenti, di cui circa dieci costituiscono lo staff progettuale) ma che in realtà affondano le radici in uno stesso bacino: quello dell’energia. Parola che nel Gruppo FAGNANI FacomanHeliosistemi conoscono bene: «Tutte le energie alternative –conclude Fagnani– possono fornire oggi un contributo rilevante allo sviluppo di un sistema maggiormente sostenibile, incrementare il livello di consapevolezza e coinvolgimento da parte dei cittadini, contribuire alla tutela del territorio e al rispetto dell’ambiente. Obiettivi da inseguire anche come opportunità di crescita economica. Questo non significa rinunciare ai comfort che la tecnologia ci offre, ma di adottare politiche e strategie che tendano allo sviluppo della società in un’ottica di sostenibilità, compatibile con la disponibilità delle risorse e con la vivibilità dell’ambiente, nel presente e per il futuro». Alcune importanti realizzazioni ci contraddistinguono, l’Hotel Rigopiano con il centro benessere, impianti fotovoltaici sui tetti delle scuole di Pescara, presso la riserva di Popoli alle sorgenti del fiume Pescara, il nuovo asilo di Onna per citare solo alcuni degli esempi più significativi. M.L.

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Francesco Barbuscia

Verde manager Nonno e padre alpinisti, madre leader ambientalista: profilo di un giovane imprenditore che scommette su un rapporto diverso tra mercato dell’auto e consumatori

tudia da manager, pensa da sportivo e ambienstalista. E’ Francesco Barbuscia, 27 anni, laureato in Scienze manageriali a Pescara, rampollo di una dinasty di imprenditori che ha legato la propria storia ad uno dei marchi più celebrati dell’automobilismo mondiale, la Mercedes, e che tuttavia coltiva la passione per la natura e l’ambiente come un elemento tutt’altro che decorativo dell’album di famiglia. A radicare certe sue convinzioni, d’altra parte, ha pure contribuito il recente passato da sportivo super impegnato, con esperienze maturate in un anno trascorso in Australia tra aule scolastiche e vasca della pallanuoto. Una lezione messa bene a frutto: «La competizione è importante, specie in un momento di crisi come questo l´esperienza sportiva insegna ad affrontare le cose con lo spirito giusto e a lavorare in squadra. Da soli si può far molto, ma in tanti si fa

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meglio. Forse in passato nelle aziende si preferiva lo schema piramidale, con il capo e i sottoposti, oggi si tende a lavorare tutti sullo stesso livello, senza qualcuno che comandi a bacchetta». Così, emergono inevitabilmente altri valori: «Come dare il buon esempi, perché un capo assenteista o che non lavora può ottenere ben poco dai suoi compagni di lavoro. Lavorare a stretto contatto con i propri collaboratori, stimolarne la creatività senza soverchiarli, condividere le idee: queste sono le regole fondamentali». Nel lavoro dell´azienda di famiglia, una delle concessionarie automobilistiche più "anziane" e blasonate del territorio pescarese (venne fondata nel 1920 dal bisnonno di Francesco), fare gruppo è la strategia che porta a vincere: «Il nostro scopo è la soddisfazione dei bisogni del cliente, che non è uno che entra qui con i soldi in mano. Non è tanto vendere questa o quella vettura, ma far sentire il

cliente a proprio agio, soddisfare i suoi bisogni che in questo settore sono spesso emozionali». In realtà, molta acqua è passata da quegli anni Venti, da quando cioè un dinamico e autorevole Graziano Barbuscia posava per una foto di gruppo che ora campeggia sulla parete dietro la scrivania di Francesco, espressione della quarta generazione al comando della concessionaria dopo i fratelli Luigi e Ignazio e suo padre Piero. Dopo due anni con mansioni da venditore, al reparto commerciale dei carrelli elevatori («Mi è servito per imparare a vendere, a conoscere il mondo che ruota intorno all´azienda e ad allacciare rapporti con i clienti»), oggi Francesco siede dientro una scrivania nella sede centrale in via Tiburtina, dove si occupa principalmente del marketing e dove sta cominciando ad “ambientarsi” nel mondo delle quattro ruote: «Vendere un muletto è più difficile che vendere una


macchina: chi viene a comprare un’auto ha già l´intenzione di comprarla, il muletto è una necessità per un´azienda; quindi deve avere certe caratteristiche, non può essere semplicemente bello, ma deve essere sicuro, efficace. E data la complessità di queste macchine bisogna essere quasi dei consulenti per l´azienda, bisogna sapersi orientare per capire quali facciano al loro caso. Questo stabilisce tra venditore e cliente un rapporto molto forte, e questo aspetto mi piaceva molto». Un lavoro cui si dedica solo due anni, durante i quali ha avuto modo di conoscere il tessuto imprenditoriale locale: «L´Abruzzo imprenditoriale che ho conosciuto io è un ambiente florido, produttivo. Avevo ottimi rapporti con gli altri rappresentanti delle "nuove generazioni al comando", si vedeva che era gente che si impegnava nell´azienda di famiglia, che aveva voglia di fare, di crescere» dice. Il rapporto con la politica,

così, non può che essere improntato al più sano pragmatismo: «Ho vissuto molto tempo all´estero, e questo per forza di cose ha molto cambiato il mio modo di ragionare. Spesso da noi si ci sofferma su banalità, sul battibecco. Un atteggiamento radicato, di cui neanche ci stupiamo più». Meglio, allora, parlare di interessi, come l’ambiente o tutto ciò che riguarda la natura. «Ce l´ho nel dna, mia madre Paola è presidentessa di un´associazione ambientalista (Marevivo, ndr), nonno Luigi era un grande alpinista, fondatore del Soccorso alpino: scalò l´ultimo settemila dell´Himalaya, che oggi si chiama Abruzzo Peak». Contraddizioni con il mercato di riferimento dell’azienda di famiglia, l’auto, non sempre in linea con la difesa della natura? «Esiste, ma mi fa ben sperare la rinnovata e accresciuta attenzione delle case madri verso un atteggiamento ecologista, con la

riduzione dei consumi. Lo sviluppo tecnologico, per esempio con i motori elettrici, o ibridi, sta portando a un maggior rispetto della natura, cosa che anni fa sarebbe stata molto più difficile perché antieconomico. E quindi anche la contrapposizione tra la mia indole e il mio lavoro è meno netta». Infine, il rapporto con i genitori: «Li affianco, mi occupo di ciò che negli anni è stato trascurato: l´immagine, il nome della ditta in Abruzzo. Cerco di dare un taglio più giovane, e questo giova anche alla casa madre, dal momento che la Mercedes ha allargato il suo target a tutte le fasce sociali, non è più una casa d’élite. Non riesco a rinunciare al rapporto umano, nel lavoro: non vendiamo solo dei pezzi di ferro, vendiamo noi stessi. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui un cliente venisse qui anche solo per salutare o per prendere un caffè. Per il piacere di stare A.C. insieme, insomma».

Da Ortona a Roma,

e da lì in Kosovo, Iraq, Libano.

Vita da peacekeeper di una donna con le idee chiare e coraggio da vendere

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Gruppo Villa Pini D’Abruzzo Via dei frentani, 228 - 66100 - Chieti (CH) NUMERO VERDE 800445566 Centralino e Fax: 0871-3430 / 3630 - 0871-331515 CUP (Centro Unico di Prenotazione): 0871-3430 www.villapini.it - info@villapini.it I.P. Aut.Reg. n° DG9/17 del 13/06/2007 Aut.Reg. n° DG9/18 del 13/06/2007 Aut.Reg. n° DG9/16 del 13/06/2007


CASA DI CURA VILLA PINI D’ABRUZZO Chieti Via dei Frentani. 228 Direttore Sanitario Prof. Rocco Salini (specialista in Igiene e Direzione ospedaliera, Pediatria e Puericultura, Apparato digerente, Malattie del sangue e ricambio, Malattie infettive, Igiene e Sanità pubblica)

MEDICINA GENERALE NEUROLOGIA CHIRURGIA GENERALE MEDICINA RIABILITATIVA TERAPIA INTENSIVA

CASA DI CURA SANATRIX

CENTRO DI RIABILITAZIONE PICCOLO RIFUGIO VILLA PINI LA CICALA

L’Aquila, Via XXIV Maggio, 7 Direttore Sanitario dott. Americo Dionisi

Chieti Via dei Frentani. 228 Direttore Medico dott.ssaRosella Lardani

(specialista in Cardiologia, Malattie cardiovascolari e reumatiche,Gastroenterologia)

(specialista in Neurologia)

MEDICINA GENERALE CARDIOLOGIA CHIRURGIA GENERALE

Chieti Via dei Frentani. 228 Direttore Medico dott. Edgar Matta

ISTITUTO MARISTELLA

(specialista in Neurologia)

CASA DI CURA SANTA MARIA Avezzano (Aq) Via Trieste, 28 Direttore Sanitario dott. Corrado Paoloni (specialista in Gastroenterologia)

CHIRURGIA GENERALE OSTETRICIA E GINECOLOGIA

STRUTTURE INTERMEDIE DI RIABILITAZIONE PSICHIATRICA Regione Abruzzo Direttore Medico dott. Giovanni Pardi (specialista in Psichiatria e Criminologia Clinica)

Atessa (Ch) Via Cavalieri di Vittorio Veneto,14 Direttore Medico dott. Alberto Cerasoli (specialista in Neurologia e Psichiatria)

CENTRI AMBULATORIALI SANSTEF.A.R. Regione Abruzzo Regione Molise Coordinatore dell’attività medica dei centri dott. Sergio Domizio (specialista in Pediatria e Neuropsichiatria infantile)


Regina Elena a Pescara

I piatti della tradizione marinara rivisitati due giovani chef. Serviti in un locale sobrio e raffinato nel cuore della cittĂ  66


Noblesse oblige 67


essuna stella Michelin, nessun cappello dell’Espresso, niente posate del Gambero, niente di niente, per ora. Del resto sono solo tre anni che il ristorante Regina Elena è in attività. Ma se ancora non è fra i ristoranti consigliati dalle migliori guide in circolazione, come hanno fatto a scovarlo e poi segnalarlo entusiasti agli amici personaggi come Giorgio Napolitano, Gina Lollobrigida, Giovanni Rana, solo per citarne alcuni? Perchè è il ristorante nel cuore della città a due passi dal mare dove si mangia il miglior pesce, in un ambiente elegante, sobrio e accogliente. Ad inventarlo sono stati due imprenditori della ristorazione con una esperienza trentennale ricca di successi: Adamo Di Natale e Stefano Mezzazappa. I loro nomi forse non sono conosciuti dai più: schivi e riservati, fanno di tutto per non mettersi in mostra. Ma non c’è nessuno, o quasi, che non abbia passato piacevoli giornate per un matrimonio o una ricorrenza al Parco dei principi di San Silvestro con vista su Pescara, nella tenuta Querce grosse sulle colline di Francavilla affacciate sul mare, al Sayonara sulla spiaggia di Tortoreto, nel Casale Marino nelle verdi campagne di Collecorvino o da Thomas Café, storico ritrovo al centro di Pescara. «Il nostro sodalizio –ricorda Adamo Di Natale– è cominciato oltre trent’anni fa con il ristorante Panorama di Passo Lanciano. Poi aprimmo il Lenny’s, che ha scritto pagine di storia della notte pescarese degli anni 70-80, quindi venne il Parco dei principi, il locale che ci ha dato maggiori soddisfazioni e dove siamo cresciuti professionalmente». Ma dalla ristorazione dei grandi numeri del “Principe” siete arrivati alla selezione del “Regina”. «Ci siamo sentiti –dice Stefano Mezzazappa– come dei vignaioli che dopo aver prodotto ottimi vini di largo consumo vogliono misurarsi con un gran riserva per soddisfare il gusto dei più raffinati». E al ristorante Regina Elena (in viale Regina Elena 38 a Pescara) si sono ritrovate tre giovani promesse formate alla scuola gastronomica abruzzese, che dopo aver fatto esperienza e affinato la professionalità in blasonati locali italiani e stranieri sono tornati nella loro terra. Alessandro D’Alberto, lo chef, è di Caprara e ha studiato a Villa Santa Maria come anche Fabiano Maranca, il direttore di sala e sommelier del Regina Elena, che vanta nel suo curriculum esperienze all’Hotel Connaught di Londra, al Beau Rivage di Losanna, al Tristan di Maiorca e all’Enoteca Pinchiorri di Firenze. L’altro chef è Fabrizio Borraccino, passato anche lui dal Connaught per poi entrare nella cucina del Pierre Gagnaire sempre a Londra e al Four Seasons di Ginevra. Ma tutti e tre hanno avuto un’esperienza comune, per circa tre anni, al ristorante il Pellicano di Porto Ercole, «un luogo prestigioso –spiega D’Alberto– che porta il marchio Relais & Chateaux, detentore di una stella Michelin, dove abbiamo tutti imparato molte cose. La mia cucina, infatti, è stata molto influenzata dalla “scuola” toscana, e alcune tecniche le propongo anche qui in Abruzzo: lavorare a basse temperature, utilizzare pochissimi additivi, cercare di mantenere inalterato il gusto del prodotto: insomma, una cucina semplice e delicata, nel rispetto dell’alimento». E della natura, ovvero delle stagioni: «Il nostro ristorante –interviene Fabrizio Borraccino– propone quattro menu, come le stagioni, che si succedono durante l’anno: la base è il pesce, ma unito a piatti della tradizione contadina in un connubio fantasioso e innovativo». Nascono così piatti come la zuppa di lenticchie di Santo Stefano con crespelle farcite di

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La squadra del Regina Elena: Gli chef Alessandro D’Alberto (a sinistra) e Fabrizio Borraccino con il direttore di sala Fabiano Maranca.

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pescatrice e calamaretti fritti; la zuppa di castagne allo Chartreuse con capesante e pioppini (piccoli prataioli); sagnette e ceci con sogliole e panocchie. «La nostra specialità –prosegue D’Alberto– sono i crostacei, e siamo molto bravi con i crudi. Ci serviamo dai pescatori, non dagli allevamenti. Io consiglio di provare la nostra zuppa di crostacei con tranci di scorfano e gallinella, una vera delizia». Trattandosi di una cucina che «non prevede la prelavorazione degli alimenti –dice Fabiano Maranca– bensì il loro trattamento “espresso” al momento dell’ordinazione, per il cliente questo si traduce magari in qualche minuto di attesa in più, ma il risultato poi è estremamente soddisfacente. Facciamo attenzione a servire piatti che rispettino l’alimento ma anche la salute dei nostri clienti: per esempio utilizziamo l’olio in maniera molto equilibrata, cercando di abbinare gli oli più decisi solo ai crudi, mentre prediligiamo quelli più delicati su tutti gli altri piatti». E siccome anche l’occhio vuole la sua parte, un’attenzione particolare viene riservata alla preparazione del piatto: «Il nostro cliente cerca un piatto tradizionale ma presentato con eleganza e fantasia. Un’aspetto accattivante rende ancor più gustoso un piatto già buono». Una squadra giovane, motivata e competitiva, dunque, quella del Regina Elena, di cui Alessandro D’Alberto è il portavoce: «Vogliamo creare qualcosa di diverso per la nostra regione, vogliamo farlo per la nostra città e per i prodotti abruzzesi, straordinari, che fuori non riscuotono ancora i successi che meritano. Noi desideriamo farli conoscere a tutti, e la nostra cucina può essere un ottimo veicolo, visto che l’enogastronomia è una fetta importante dell’offerta turistica regionale». E magari non solo tramite il pesce: «Nel prossimo futuro speriamo di allargare la gamma delle nostre proposte anche ai piatti di carne –prosegue D’Alberto– del resto secondo me il piatto che più rappresenta l’Abruzzo è l’agnello. Ma anche la carne verrà trattata con semplicità, come il pesce. Quanto a noi, è proprio con la delicatezza e la semplicità che contraddistinguono la nostra cucina che puntiamo a conquistare una menzione sulle grandi guide. Ma soprattutto ci interessano quelle dei C.C. nostri clienti».

La nostra cifra è la delicatezza; cuciniamo nel pieno rispetto degli alimenti originali Alcune proposte degli chef del Regina Elena. Nelle pagine precedenti: pescatrice con verdurine autunnali e salsa al basilico. Nella pagina a fianco: risotto all’oro di Navelli con capaccio di gambero rosso; qui a lato: carpaccio di scampi con bouquet di misticanza.

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Ambasciatori del gusto / Adriano Paolini Amsterdam Ristorante Il segugio

Doveva restare qualche giorno, c’è rimasto quindici anni. La storia di un fotografo diventato chef e oggi nome di spicco della cucina italiana nella capitale olandese l ristorante dove gli altri chef vanno a cena”. Così è indicato sulla guida Lonely Planet il Segugio, piccolo (12 tavoli per 36 posti) tempio della cucina italiana ad Amsterdam, presente dal 2004 anche sulla prestigiosa guida Michelin, nato nel 2001 e diventato in poco tempo il miglior ristorante italiano della città. Merito della lungimiranza e della professionalità del suo titolare, Adriano Paolini da Pescara, e dello chef sardo Fabio Ardu, capace di stupire senza effetti speciali. «Il segreto del nostro successo sta nell’attenzione al cliente, che è totale, a partire dagli ingredienti, tutti di prima scelta». Il segugio si trova in una zona piuttosto chic, lontana dalle rotte del turismo di massa, vicino al Teatro e alla Banca d’Olanda. «I miei clienti sono quasi sempre olandesi, manager, professionisti, imprenditori e membri di grandi aziende. A questi tavoli si sono seduti anche Rutger Hauer, Drew Barrymore, Lionel Ritchie, oltre a politici e stelle dello spettacolo olandese». Piccolo ma confortevole, privo di quegli orpelli estetici che “fanno tanto italiano” e attento invece ai contenuti, ossia al cibo, il Segugio propone «poche ma semplici cose» prosegue Adriano. «Abbiamo cinque tipi di pane, quattro antipasti, quattro piatti di pasta, tre secondi di carne, due pesci del giorno, dolci e formaggi». Specialità della casa: i risotti. «Ci hanno resi famosi. Uso un riso biologico che compro in Italia, facciamo ogni mattina il brodo in casa, come anche la pasta e i dolci. Una creazione di Fabio sono i carciofi violetti (che facciamo venire dall’Italia) conditi con una salsa di fichi d’india; ma cucina anche il pesce con una salsa di nero di seppia e sambuca, o l’anatra in salsa di carota e arancia». Raffinatissime partiture gastronomiche eseguite magistralmente da Fabio e dagli

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altri “musicisti”, due cuochi e tre camerieri e un lavapiatti, per un totale di sette orchestrali al giorno diretti con mano sicura dal maestro Paolini. Quel che colpisce è la carta dei vini: «Ho cominciato con 39 vini, adesso ne ho 150 che compro da 18 fornitori diversi. Sono diventato un esperto grazie allo studio, alla conoscenza dei produttori –persone che amano davvero il loro lavoro– e alla passione trasmessami da uno dei miei più cari amici, Roberto Visaggio (proprietario dell’omonima enoteca pescarese, ndr.)». Tra i nomi abruzzesi quelli di Agriverde, Masciarelli, Caldora. Ma come è arrivato questo spicchio d’Italia nel cuore dell’Olanda? «Facevo il fotografo –racconta Adriano– e avevo trascorso un anno a San Diego in California per studiare fotografia. Durante il viaggio di ritorno mi fermai qualche giorno qui a trovare un amico: il terzo giorno conobbi una ragazza di cui mi innamorai… dovevo restare quattro notti, sono rimasto quindici anni», spiega sorridendo. Da lì una serie di vicende lo introdussero nella cucina di un ristorante italiano, di cui divenne chef nel giro di tre anni. «Era il ‘98, avevo 27 anni. Un anno dopo me ne andai a fare lo chef in un ristorante italiano a Narden, a 30 km da Amsterdam, il cui proprietario è un famoso designer olandese. Dopo un altro anno di lavoro il mio ex chef mi propose di aprire un ristorante insieme, e nel 2001 prendemmo la licenza per questo locale. Era nato Il segugio». Storia affascinante, quella di Adriano, che oggi –rilevata nel 2005 la quota del socio– è il proprietario unico di questo luogo di delizie in Utrechtsestraat 96. Una storia italiana di cui, di questi tempi, si può essere orgogliosi. Fabrizio Gentile

Una cena per l’Abruzzo È stato Luca Mastromattei, lo chef figlio del celebre Eriberto, a proporre a Bruno Filippini, pianellese, titolare di ben cinque ristoranti che portano il suo nome in quel di Marbella (Spagna), una cena di beneficenza per raccogliere fondi destinati ai terremotati abruzzesi. E Bruno non solo ha accettato, ma ha invitato ben 250 dei suoi migliori clienti i quali hanno risposto in massa garantendo il successo della serata, nel ristorante “Da Bruno sul mare” il 1 maggio scorso. A dirigere i lavori in cucina proprio Luca insieme ad altri due cuochi (Francesco Cinapri e Piera LaNotte). Come era prevedibile, sulla tavola sono stati serviti solo prodotti e piatti direttamente provenienti dalla regione verde d’Europa: salumi e formaggi del Parco Nazionale, chitarrina con pallottine alla Teramana, risotto allo zafferano di Navelli, agnello “cace e ove”, oltre a verdure e dolci tutti abruzzesi Doc, come i vini d’accompagnamento (Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo, of course). Quando “solidarietà” non è una semplice parola…

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Vini / Tollo

Un paese tutto DOC Nasce Tullum, la prima Doc territoriale abruzzese: un nuovo successo per l’imprenditoria vitivinicola di qualità la Doc più piccola d’Italia, ma ha un grande ruolo sociale. E soprattutto, è la certificazione di un ottimo vino. È Tullum, ultima nata delle Doc abruzzesi, che si presenta sul mercato con tre etichette: Tullum Bianco, Tullum Passerina e Tullum Pecorino (e nel 2010 faranno la loro entrata in scena anche i due rossi, il Tullum Rosso e il Tullum Rosso Riserva, entrambi a base Montepulciano). E così alle tre Doc e alla sola Docg regionali si aggiunge questa piccola (300 ettari potenziali) realtà, una Doc territoriale che caratterizza una zona dove la cultura del vino è una tradizione che ha salvato molti paesi dallo spopolamento, e ancor oggi costituisce la risorsa principale dell’economia locale. Presentata lo scorso giugno nella magnifica cornice del rinnovato complesso ex Aurum di Pescara, la nuova espressione della viticoltura regionale è stata tenuta a battesimo da alcuni abruzzesi di origine controllata e garantita anche loro quali la giornalista e conduttrice tv Alda D’Eusanio, tollese, Giulio Borrelli da Atessa, già direttore del Tg1 e oggi capo della redazione Rai a New York, e Adua Villa da Avezzano, sommelier e volto noto del popolare programma Rai La prova del cuoco. Il compito di illustrare le caratteristiche e i primi passi della Doc è stato affidato invece all’enologo Riccardo Brighigna e ad Andrea Di Fabio, direttore di Feudo Antico, la società che si occuperà della commercializzazione dei vini Tullum sul territorio nazionale. «L’idea di intraprendere la strada del riconoscimento a denominazione di origine controllata nasce alcuni anni fa» afferma Andrea Di Fabio « e le motivazioni sono anzitutto la storicità della produzione di vino per il paese di Tollo ma anche l’unicità territoriale, che conferisce ai vini un forte carattere. Il binomio clima e terreno fa sì che il

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territorio si presenti diverso nelle singole frazioni, motivo per cui la doc Tullum identifica le tipologie in base alla loro collocazione sul mappale. L’iter è stato complesso e difficile ma oggi siamo orgogliosi di poter presentare i primi vini: Tullum Bianco, Tullum Passerina, Tullum Pecorino». L’altro grande merito della Doc è stato quello di sommare le esperienze e le capacità delle due forze che stanno dietro al progetto, ossia la Cantina Tollo e la Cantina dei Coltivatori diretti di Tollo, le due maggiori realtà cooperative vitivinicole della zona. Per il primo anno la produzione sarà di 66.000 bottiglie. Oltre ad avere una primaria importanza per la propria città, la Doc Tullum darà l’opportunità a tutto l’Abruzzo di qualificare la propria immagine. Tullum è infatti una Doc territoriale, creata per valorizzare le peculiarità di questo comune. L’Abruzzo sa esprimere una qualità straordinaria che merita di essere comunicata al consumatore. Una comunicazione che, secondo i promotori della Doc, deve andare oltre il nome del vitigno. Tullum si rivolge infatti al consumatore moderno, attento alla qualità, alla sostenibilità, alla salubrità e all’eticità del vino. «Abbiamo studiato questa doc perché siano vini da ricordare» afferma Andrea Di Fabio. «Siamo partiti dallo studio dei suoli, del microclima, dei portainnesti, definendo poi i singoli fogli mappali, dove concentrare la produzione dei specifici vitigni. La grande soddisfazione è che i vini Tullum sono riconoscibili». I vini Tullum saranno prodotti esclusivamente con uve della cittadina di Tollo; anche la vinificazione dovrà essere effettuata in zona. Regole rigide, per fare capire al consumatore la vocazione di un territorio. Mimmo Lusito


TULLUM DOC Quattro saranno le etichette di vini bianchi: il Tullum Bianco,Tullum Passerina, Tullum Pecorino e il Tullum Superiore. Due linee per i rossi in produzione dal 2010: Tullum rosso e Tullum rosso riserva. Tullum DOC Bianco Il Tullum Bianco è un vino di particolare complessità olfattiva, che si distingue per il suo inconfondibile carattere. Tullum DOC Passerina La Tullum Passerina presenta un’ottima freschezza, una sottile mineralità e un’intensa nota fruttata. Tullum DOC Pecorino Il Tullum Pecorino ha grande carattere, che si distingue per la struttura gustativa, elegante, con delicate note speziate e buona longevità.

Nella foto grande, panorama dei vigneti tollesi. Sopra, una bottiglia di Tullum Bianco. A fianco, un’immagine della conferenza stampa di presentazione: da sinistra Riccardo Brighigna, enologo; i tre “ padrini” della nuova nata Adua Villa, Giulio Borrelli e Alda D’Eusanio; Andrea Di Fabio, direttore di Feudo Antico, l’azienda che commercializza i vini Tullum.


Guardiani Farchione Vini

Tocco di qualità Dalle colline casauriensi l’eccellente produzione di un’azienda che si tramanda di padre in figlio il gusto di fare vino

ascono sulle colline più belle della Val Pescara i vini dell’azienda Guardiani Farchione: nel territorio di Tocco da Casauria, tra l’Abbazia di San Clemente e le pendici della Maiella, in una delle zone più vocate d’Abruzzo alla coltivazione della vite e dell’ulivo. Ed è nel 1976 che Domenico Guardiani e la moglie Maria Farchione, entrambi proprietari terrieri, decidono di imbottigliare la prima etichetta di Montepulciano d’Abruzzo “Tenuta del Ceppete”. Conducono l’azienda con entusiasmo, passione per il proprio lavoro e rispetto per i prodotti della propria terra e riescono a trasferire la stessa tenace volontà al figlio Paolo, enologo, che affiancato dalla moglie Stefania, gestisce oggi con impegno e dedizione l’azienda di famiglia. La sede è sempre la stessa, nella casa storica della famiglia Guardiani, costruita nei primi anni dell’800 da Giovanni ed Eleonora De Lutiis, già da allora piccoli produttori di vino sfuso.La meravigliosa e caratteristica cantina, situata a 5 m sottoterra e ovattata nelle pareti di tufo, con la sua temperatura naturale e costante tutto l’anno, è l’ambiente ideale per la conservazione e l’invecchiamento dei vini; inoltre continua ad essere meta di turisti e clienti che vengono a degustare i prodotti. L’azienda Guardiani Farchione produce una limitata quantità di vino e di olio, così da poter prestare maggiore attenzione alla qualità del prodotto. Ciò non ha impedito di creare una buona e ramificata rete vendita rivolta soprattutto al Nord Italia e ai Paesi del Nord Europa, attenti estimatori del

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nostro patrimonio enogastronomico. La gamma dei vini Tenuta del Ceppete è composta da Montepulciano d’Abruzzo (di cui possiamo apprezzare la linea base e quella “barricata”), Cerasuolo e Trebbiano. Oltre ai vini tradizionali la gamma si è ampliata con l’inserimento di due nuovi vini, il Pecorino e il Novello: due prodotti di nicchia che si distinguono per la qualità. «La scelta –spiega l’ enologo Paolo– è scaturita dalle continue richieste di mercato. Sono soddisfatto del risultato raggiunto; infatti con le nuove produzioni ho assistito ad una crescita qualitativa dell’azienda ottenendo unanimi riconoscimenti e apprezzamenti». Oltre ai vini l’Azienda Guardiani Farchione è conosciuta per la discreta produzione di olio extravergine d’oliva. Gli uliveti, posti sulle colline dell’Alta Val Pescara, nella zona denominata Le Cese, hanno un’estensione di 20 ettari dove sono messe a dimora 3200 piante secolari della varietà toccolana. Anche per l’olio vengono proposte due etichette: l’extravergine e la linea D.O.P. Aprutino Pescarese. L’Azienda Guardiani Farchione grazie alla capacità e alla voglia di migliorare dei titolari e sempre nel pieno rispetto della tradizione, ha raggiunto negli anni degli ottimi standard qualitativi. I prodotti aziendali si possono acquistare, oltre che nella sede centrale, anche nel nuovo punto vendita di Pescara in via Milano, dove oltre al vino e all’olio è presente una vasta scelta di prodotti tipici abruzzesi al fine di promuovere e valorizzare il ricco patrimonio gastronomico della regione. M.L.


Nella foto in alto: Stefania Farchione, moglie di Paolo.

L’OLIO E IL VINO Il sapore fruttato ed aromatico ed il profumo fragrante rendono l'olio Tenuta le Cese eccellente per ogni piatto. Alcuni studi hanno dimostrato come all'olio extravergine d'oliva possa essere riconosciuta la capacità di combattere i famosi radicali liberi responsabili dell'invecchiamento cellulare e di aumentare le difese immunitarie.

A fianco la famiglia nella antica cantina di Tocco da Casauria; in basso immagini della cantina e del secolare uliveto

Caratterizzato dal caldo colore rosso rubino e dal profumo vinoso. Deve avere una gradazione minima di 12,5%; per la sua ricchezza in sostanze polifenoliche ben sopporta periodi di invecchiamento, che ne migliorano ed esaltano le caratteristiche organolettiche. Va servito alla temperatura di 18°-20°, stappando la bottiglia due ore prima di servire.


Rustichella d’Abruzzo

Primo, il grano Il pastificio più “rustico” d’Abruzzo celebra i suoi ottant’anni con un prodotto speciale. Che piace anche agli USA

bruzzese al 100%. Possiamo chiamarla così la proposta del pastificio Rustichella d’Abruzzo: PrimoGrano, una pasta che in quattro formati ci dà la possibilità di gustare l’alimento principe della nostra dieta così come si mangiava una volta. Per l’80esimo anno di attività, infatti, i titolari dell’azienda pianellese, Gianluigi e M.Stefania Peduzzi, con Giancarlo d’Annibale, hanno pensato bene di celebrare l’anniversario e hanno proposto al mercato un prodotto che unisse nelle sue caratteristiche il passato e il futuro del pastificio: «Ottant’anni fa il processo di lavorazione della pasta era la cosiddetta “filiera corta”: il contadino portava il grano al mulino, da lì si ricavava la semola che al pastificio diventava pasta. L’idea è stata di riproporre questo processo, con un occhio anche all’attualissimo problema della tracciabilità totale. Abbiamo pertanto chiesto la collaborazione del CRA per

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selezionare le varietà di grano più rustiche e adatte alla pastificazione e ne abbiamo individuato i produttori. Il progetto è iniziato nel 2001 e nel 2004 abbiamo potuto effettuare il primo raccolto. PrimoGrano evoca un modo genuino, semplice, di fare la pasta, in più “Primo” significa anche alta qualità». Abruzzese, aggiungiamo. I produttori sono tutti locali, così come il mulino. «Abbiamo contrattualizzato i produttori incentivando la produzione di qualità e garantendo l’acquisto. PrimoGrano è fatta con un grano molto fresco, che sicuramente ha meno forza rispetto a un grano canadese o australiano (che sono utilizzati nella maggior parte dei prodotti in commercio perché a maggior quantità di glutine), ma per questo ha più sapidità e un profumo straordinario. Richiede cura nella cottura e l’attesa dei veri intenditori di pasta , quindi , non è adatto a una cucina fast food».


Quattro formati, quindi, per gustare la pasta di una volta«Due formati lunghi, uno spaghetto piuttosto grande e uno con la sezione a trifoglio, e due formati corti: una penna rustica, con una riga disegnata molto particolare e una “sagna” riccia tagliata a pezzi ma curva, molto adatta per i legumi. Non troviamo questi formati né nella nostra produzione “normale” né in quelle di altri pastifici. Si adattano a condimenti semplici e genuini, come il pomodoro fresco. Per lo spaghetto, ad esempio, un condimento aglio e olio è l’ideale». Anche il packaging è diverso dalla classica confezione Rustichella: «Identifica il prodotto come fosse una Doc della pasta. Il prossimo passo sarà infatti la certificazione di filiera, dal seme alla pasta. E insieme a questa ci saranno naturalmente garanzie aggiuntive come quelle legate al territorio, essendo l’area vestina particolarmente attenta alla natura e detentrice della bandiera di prodotti di qualità». Una bandiera che è stata piantata saldamente anche sui tavoli

di numerosi ristoranti d’oltreoceano: «Abbiamo invitato un primo gruppo di distributori statunitensi che già vendono il nostro marchio, a vedere la trebbiatura e gli abbiamo spiegato in sintesi le altre fasi del processo produttivo. Gli abbiamo anche fatto conoscere gli agricoltori e mostrato il mulino da cui otteniamo la semola, e la giornata si è conclusa con la degustazione del prodotto finito. L’entusiasmo era palpabile. Del resto, PrimoGrano è un prodotto che ha avuto più impatto sul mercato estero che su quello italiano, superando in molti casi anche l’ostacolo della scarsa notorietà della nostra regione; anche se adesso dopo le tragiche vicende del 06 aprile, che hanno avuto ampia eco all’estero, hanno contribuito a rendere nota a tutti l’Abruzzo. La nostra pasta può considerarsi una vera bandiera dell’Abruzzo alimentare». Antonella Da Fermo

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Arrive


derci!


Un giorno da sogno

Ristorante Regina Elena Via Regina Elena, 38 Pescara 085 4429838

Parco dei Principi Strada Prov. San Silvestro, 320 Pescara 085 4980073

Tenuta Querce Grosse

Ristorante Sayonara

C.da Santa Cecilia Francavilla al mare (Ch) 085 4919118

Lungomare Sirena, 22 Tortoreto Lido (Te) 0861 777290

Casale Marino

Thomas Cafe’

C.da Campotino Collecorvino (Pe) 085 4980073

Via Regina Elena, 37 Pescara 085 385227

Richard Ginori

Pasticceria Grandi Eventi Valentino

Piazza della Rinascita, 20-30 Pescara 085 385133

Via della Pineta, 4 Pescara 085 6921193


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Vario

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CINEMA

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ARTE Pagina

Jacques Prévert Andrea Pazienza Fandango libri, Euro 20,00, pp. 55

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LETTERATURA

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ventun anni dalla sua scomparsa, avvenuta sulle colline di Montepulciano il 16 giugno del 1988, Andrea Pazienza continua ad essere uno degli autori più amati in tutto il mondo. Si moltiplicano ogni anno gli omaggi alla sua arte, spesso giustificati dal ritrovamento di un quaderno inedito con qualche disegno, qualche schizzo, un bozzetto preparatorio per una sua opera. Oggetti che scatenano, com’è giusto, il delirio dei fans e che, il più delle volte, sono in effetti di grandissimo valore artistico. È il caso del quaderno di inediti che ha ispirato questa mostra, con cui la città natale di Pazienza, San Benedetto del Tronto, omaggia il suo figlio più amato esponendo i disegni realizzati da Andrea per illustrare tre componimenti di Jacques Prévert: Lo spazzino (balletto), Tentativo di descrizione di un banchetto in maschera a Parigi-Francia, e la piéce teatrale Entrate e uscite. Sono accomunati, Pazienza e Prévert, dalla stessa vena anticonformista, antiborghese, dalla stessa originalità creativa, che forse nel giovanissimo artista della china fu alimentata dal personaggio (più volte ritratto in queste pagine e in innumerevoli altre della sua produzione) che più ne intuì le potenzialità e che maggiormente si legò a lui negli anni pescaresi: Sandro Visca, cui l’autore di Zanardi dedicò il quaderno inedito sul quale disegnò queste tavole. Il catalogo della mostra “Andrea Pazienza disegna Prévert”, in cartellone fino a settembre nella Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, contiene tutte le tavole esposte con testo bilingue ed è impreziosito da un’appassionata introduzione di Fernanda Pivano, l’americanista recentemente scomparsa.

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MUSICA

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TABÙ


VARIO

Musica

La vita è un tango Ecco l’abruzzese salito sul gradino più alto del podio dei fisarmonicisti mondiali. Ora ha scoperto il bandoneon e progetta di rilanciare i suoi strumenti col “made in Italy”

orse sono pochi a sapere che il bandoneon, strumento fondamentale del tango, è nato in Germania, dove veniva impiegato nella musica sacra; venne successivamente esportato in Argentina dagli emigranti europei all’inizio del XX secolo, diventando il re della passionale danza locale e cambiando così radicalmente il proprio campo di applicazione. Altrettanto pochi forse sanno che uno dei più accreditati bandoneonisti in circolazione è nato ad Atessa ventinove anni fa e si chiama Mario Stefano Pietrodarchi. Un nome altisonante per un ragazzo semplice, che ha brillato sul palco del Trofeo Mondiale dell’Accordeon (il maggior riconoscimento per un fisarmonicista) tenutosi a Loriént, in Francia, nel 2001, quando classificandosi primo ha riportato in Italia un premio che mancava da dieci anni. E sì, perché prima di appassionarsi al bandoneòn il giovane Pietrodarchi ha suonato la fisarmonica, diventando uno degli esecutori più apprezzati e richiesti in campo internazionale. «Ho cominciato a 9 anni,

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per gioco, poi mi sono innamorato dello strumento e ho suonato nelle balere e nelle piazze fino ai 14 anni. Partecipando a uno dei tanti concorsi conobbi il maestro Calista, che considero il principale artefice del mio successo: mi iniziò alla fisarmonica cromatica, aprendomi un mondo nuovo e stimolandomi allo studio». Dodici, tredici ore al giorno di studio per anni, concorsi e premi vinti in Italia e in mezza Europa e poi, nel 2001, il grande successo internazionale. Dopo aver vinto a Loriént la sua vita è cambiata: «Ora viaggio in continuazione, suono da solo o con grandi orchestre sinfoniche, e vengo chiamato per far parte della giuria di moltissimi festival». Ha davvero la valigia sempre pronta: Inghilterra, Francia, Belgio, Croazia, Germania, Stati Uniti, Portogallo, Finlandia, Ungheria, Canada, Russia, Cina e molti altri sono i palchi sui quali si è esibito suonando sia la fisarmonica che il bandoneòn, eseguendo composizioni originali scritte appositamente per questi strumenti. «Il patrimonio classico per fisarmonica è abbastanza povero, lo hanno creato

soprattutto i russi, mentre nel resto dell’Europa è uno strumento poco valorizzato. Da qualche tempo ho cominciato un progetto dal titolo Made in Italy, in cui unisco la composizione, l’esecuzione e la liuteria targate Italia: ho spinto alcuni giovani e talentuosi compositori a scrivere dei pezzi per me, e li suono con strumenti rigorosamente prodotti in Italia. L’esordio è avvenuto a Minsk, dove ho eseguito una composizione di un geniale trentunenne pescarese che si chiama Andrea Scarpone, insieme alla Bielorussian State Chamber Orchestra nella Filarmonica di stato». Oltre ai concerti, Pietrodarchi ha suonato a fianco di nomi di spicco della musica italiana (Antonella Ruggiero, Vinicio Capossela) e partecipato alla realizzazione di colonne sonore, come quella per Caos calmo e per il recente Italians di Giovanni Veronesi con Carlo Verdone, scritta da Paolo Buonvino: «Credo che Buonvino sia uno dei migliori nel suo campo oggi nel nostro Paese –dice– e forse presto scriverà un concerto solo per me». F.G.


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Musica

VARIO

Semplicità: un concetto che molti sottovalutano nel fare musica e che invece Alessandro Gabini in arte Gaben, (già noto come artista visivo: si dedica da sempre al disegno, al video e alla scultura) assume come base per i suoi brani, freschi, spontanei, riuscendo a non essere mai banale o scontato. Non c’è nulla di ovvio in quello che fa, anche quando gioca con la cover di Bollicine (annunciando candidamente e con ironia, alla fine, “questa, per chi non lo sapesse, è una canzone di vasco Rossi”) o quando affronta da solo il pubblico con un intermezzo acustico. Influenzato dalla

street-culture (punk, skate, hip hop), accompagnato dall’amico Giulio Corda e dalla perfetta macchina ritmica di Michelangelo Del Conte, Gaben dimostra che anche con la musica (sua vecchia e mai sopita passione) ci sa fare. Nelle sue note c’è lo stesso spirito che anima la sua arte, irriverente, ironica, assolutamente umana. Ciò che sorprende con maggior piacere è la sottile ironia dei testi, anch’essi pervasi dell’innocenza che attraversa tutta la sua musica. È lo sguardo di un bambino che osserva le contraddizioni del mondo che lo circonda a fargli scrivere “ehi ehi ehi / aspetta / non lavori un po’ troppo / eppoi

per chi lavori cosa fai? / Per i soldi fai di tutto / e pensi che sia giusto / ma secondo me / ha uno strano retrogusto”. Un artista vero, Gaben, che sta finalmente per dare alle stampe il suo primo Cd

“Cane” per la gioia di chi lo segue da tanti anni nelle sue purtroppo rare apparizioni live. Per ora, accontentatevi di vederlo dal vivo: la soddisfazione è garantita.

ph. Emanuela Barbi

Live/Gaben

Cd/Remo Firmani Dodici tracce dodici tutte da ascoltare per farsi cullare al caldo suono del blues. Remo Firmani è un giovane chitarrista cresciuto nel fertile terreno pescarese, ispirato dal suo idolo Mark Knoplfler e guidato nell’apprendimento dello strumento (una Fender che accarezza con tocco delizioso) dai suoi fratelli, ha attraversato negli anni molti generi musicali, restando fedele alla sua passione, il blues. Eric Clapton, Stevie Ray Vaughan, Robert Johnson, B.B. King, Albert King, Albert Collins, Robert Cray sono i nomi di riferimento che lo accompagnano in tutta la sua attività musicale, dal primo gruppo Just friends, al suo personale trio rock blues (Remo and the Blue boat) che faceva suoi molti brani della “blue line” di Robben Ford. Nel 1993 l’incontro con il grande maestro jazz pescarese Giuseppe Continenza, che ha notevolmente influenzato e migliorato il suo modo di suonare. Nel 2004 a seguito di un incontro con un collega di suo fratello, appassionato di blues e di hammond, forma la Bluesexpress, che suona abbastanza di frequente in molti locali abruzzesi ricevendo critiche molto positive. Nel 2005 entra a far parte della band di musica anni 60 dei Supertonici. In questo suo primo cd, Everybody’s need, raccoglie molti dei brani originali scritti durante la sua attività, più una notevole cover di Let it be dei Beatles.

Jazz/Rolli’s Tones Basterebbero i nomi di Peter Erskine, Hiram Bullock e Mike Stern (per tacere degli altri compagni d’avventura Stefano Cantini, Bob Sheppard, Bob Franceschini e Achille Succia) a rendere più che appetibile il nuovo lavoro discografico del pescarese Maurizio Rolli, uno dei nomi più noti a livello internazionale della scena jazz. Ma a farne un acquisto imperdibile è senz’altro la copertina, realizzata da Tanino Liberatore e ispirata ad un altro lavoro dello stesso artista della china, che nel 1983 firmò l’artwork di Man from Utopia di Frank Zappa. Insomma, una cover di se stesso, per un disco che racchiude nove tracce di cui sette sono proprio cover: versioni arrangiate per big band di classici del rock come Little wing di Jimi Hendrix, Changes degli Yes, Diary of a madman di Ozzy Osbourne o Every breath you take dei Police. «I brani che compongono questo progetto –spiega Maurizio Rolli– filtrati attraverso una mia nuova consapevolezza basata sul mio apprendistato musicale, sono quelli che ascoltavo tutte le notti nascondendo il registratore sotto il cuscino mentre i miei dormivano, sono quelli che hanno contribuito a farmi amare la musica e il mio strumento fin da piccolo e che spero contribuiranno a fare lo stesso per coloro che verranno a contatto con questo lavoro». Auguri, è nato il Jazz’n’Roll.

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Letteratura/Zaira Fusco

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L’enigma dei Rosacroce chi desidera leggere qualcosa di autentico e valido, anche l’opera di un’esordiente, purché alla profondità e allo scrupolo della ricerca si associ una consapevolezza stilistica, consigliamo senz’altro il saggio di Zaira Fusco. Un tema altamente sensibile, è il caso di dire – e non soltanto perché la celebre confraternita fece dell’invisibilità, dell’imprendibilità, il proprio statuto. Studiosi contemporanei quali Paul Arnold e Frances A. Yeates hanno definitivamente enucleato il valore di questa enigmatica entità storica, sgombrando il campo da numerosi pregiudizi dell’una e dell’altra parte – quella di chi arrivava al punto di dichiararsene affiliato, e quella di chi cercava di liquidarla col più sbrigativo dileggio. Stando così le cose tutto sembrerebbe risolto. E invece no. Lo si voglia o meno, la Rosacroce è tuttora una stella buia, un buco nero anche quando ci si affida ad aperte e democratiche sistemazioni esegetiche.“Essi restarono effettivamente invisibili, di là dal mito che li prese a soggetto”, è la deduzione tutt'altro che lapalissiana di un autore italiano di cui preferiamo tacere il nome. Ogni segreto crea tensione – si immagini allora quale scatenamento, quale maelstrom dell’esperienza conoscitiva spalanchino la letteratura esoterica e quell’ermetismo da cui il rosacrocianesimo fu influenzato. Con raffinata competenza e munita del raro dono della levità Zaira Fusco ha saputo affrontare un patrimonio culturale sterminato e incandescente, per delineare un fascinoso viaggio, com’è ben detto nella quarta, dentro un passato che irrora inaspettatamente il nostro stesso contemporaneo. Chi erano Christian Rosenkreutz, Johann Valentin Andeae? Le bellissime pagine iniziali dedicate ai simboli della rosa e della croce, alle connessioni tra Oriente e Occidente, alla medievale vibrazione tra natura e Cristo, e dove spicca l’incanto dell’unicorno, davvero fungono da “scrigno dove il mito continua a vivere”, come la Fusco scrive riguardo alla rilettura di testi classici e arabi nel corso dell’evoluzione filosofica e scientifica. Dunque la pista seguita è a tutti gli effetti moderna, oggettiva, saldamente legata ai criteri della verifica e del riscontro? Guenon,“metafisico” autore novecentesco, che moderno proprio non lo è, legittima il viaggio dell’autrice Il sapere esoterico almeno tanto quanto i più consolidati e dei Rosacroce razionali Yeates e Arnold. La peculiarità della Om Edizioni, pp. 231, Fusco è in questo delicato compito di Euro 20 bilanciare i rapporti, di alchimizzare, di muoversi con intelligenza tra fonti spirituali

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e mondane – a tutto vantaggio di una piena fruibilità e scorrevolezza testuale. Non è poco non incorrere nell'errore critico in cui sono caduti tanti ostinati nello scambiare gli Invisibili per un bersaglio. Ma perché? La stessa solidarietà non è forse di marca rosacrociana? Non vogliamo togliere al lettore il piacere di scoprire da solo chi fossero il seicentesco scrittore Andreae e il suo personaggio, o meglio il suo fantasma immortale, Rosenkreutz. Il che non impedisce la constatazione che il cuore del libro, i capitoli affidati alla ricomposizione degli accadimenti seguiti alla pubblicazione, tra il 1614 e il 1616, dei tre testi anonimi di Kassel e Strasburgo, e all'apparizione dei misteriosi volantini nelle strade di Parigi, sette anni dopo –così come le puntuali analisi della Monade geroglifica e di una figura strategica come l’elettore palatino Federico V– siano di mirabile fattura. A ciascuna delle sette giornate delle “Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz”, l’anonimo romanzo di Strasburgo, la Fusco assegna una parafrasi preziosa per quanti intendano accostarsi ai prodigi dell’alchimia letteraria, considerando anche che il testo-chiave della Yeates,“L’illuminismo dei Rosacroce”, citato più volte dall’autrice pescarese, da anni è irreperibile in traduzione italiana. Tra i vari meriti del libro, a suffragare una possibile plasticità esoterica, le pagine sull’Hortus palatinus e soprattutto sulla Porta Magica di Roma, che basta solo andare a vedere per convenire quantomeno che la Quarta Monarchia rosacrociana non avrebbe permesso un degrado simile – e tuttavia:“Il nostro figlio morto vive, torna Re dal fuoco e gode delle occulte nozze”, ne traduce la Fusco l’ultima delle iscrizioni iniziatiche. E tra noi ci sono “figli regali”, discendenze di siffatte nozze? Personalmente riteniamo che proporre a tanti bravi intellettuali nostrani un ripensamento sul Libero Arbitrio equivarrebbe a impedire al cliente di un supermercato di approfittare delle offerte sui generi alimentari. Non per ciò sono meno convincenti i capitoli finali sulla relazione con l’arte contemporanea, anzi sono l’esito naturale, il canto del cigno –e del serpentario, chi leggerà capirà– di quella levità di tratto –non leggerezza– propria della vivace penna della Fusco. L'idea di libertà evocata dall'autrice è jaspersiana, ha spessore teologico:“La lotta tra scienza e fede da sempre in atto si risolve nel superamento del dogmatismo religioso contingente e nell’affermazione di una libertà dell’uomo connaturata al suo essere nel mondo. L’uomo sceglie la sua direzione e si avvale della sua possibilità di comunicazione. Proprio a causa della natura umana è innata la sua vocazione alla ricerca del Dio che gli assomiglia poiché l’ha creato”. L’intero “Sapere esoterico dei Rosacroce” è corredato da una splendida iconografia curata anch’essa dalla Fusco. Si possono ammirare arcani & emblemi & simboli di difficile reperibilità –un sapiente contrappunto all’invisibile– specie in chiusura con le suggestive riproduzioni di rare opere fin de siécle. Auratiche. Il Novecento avrebbe potuto Marco Tornar avere tutt’altro destino.


Fabio Ciminiera

Va’ dove ti porta il Jazz n viaggio attraverso i suoni del Mediterraneo, guidati dalle parole dei più rappresentativi personaggi della musica jazz, folk, etnica. Un’avventura, quella intrapresa da Fabio Ciminiera (da sempre appassionato di jazz e coautore della fanzine Jazz Convention) che lo ha portato per mano alla scoperta di un mondo i cui confini sono così labili da superare quelli geografici. In poche parole, Le rotte della musica è un libro che delinea un ritratto comune in cui ogni Paese trova una sua riconoscibilità, pur nelle differenze che apparentemente lo dividono dagli altri. «Se il jazz –spiega l’autore– e il nuovo valore dell’improvvisazione, portato dal jazz nel ventesimo secolo, sono una chiave di lettura importante, gli steccati dei generi vengono superati immediatamente, a vantaggio dell’incontro tra diverse intenzioni musicali». Le rotte della musica era stato originariamente pensato come una presentazione musicale dei Paesi partecipanti ai Giochi del Mediterraneo: «Durante la realizzazione del libro, però, mi sono accorto che stavo andando in un’altra direzione, che ciò che avevo intenzione di fare stava portando a un risultato ben più alto dell’obiettivo che mi ero preposto. E mi sono lasciato trasportare da quanto andavo scoprendo, cioé che il terreno da cui partono i suoni della regione in esame è un linguaggio comune». Akim El Sikameya, musicista algerino, ha dimostrato il valore di questo concetto mettendo su un progetto musicale (la Med’set Orchestra) che ha coinvolto 6 artisti rappresentativi delle diverse culture musicali mediterranee, facendo cantare a ciscuno brani tradizionali degli altri cinque, allo scopo di dimostrare quanto siano sottili i confini tra le culture del Mediterraneo. Il violinista algerino è solo uno degli ottanta musicisti che Ciminiera ha inserito nel libro, dei quali buona parte sono stati intervistati grazie alle moderne tecnologie: «È un libro che deve molto ale possibilità offerte dal web 2.0: non potendo, per ragioni pratiche, inseguire tutti i musicisti nei loro rispettivi paesi d’origine, li ho intervistati via e-mail, o con strumenti come Skype e programmi di messaggistica». I primi sette capitoli affrontano la storia del jazz nei Paesi del Mediterraneo in modo quasi cronologico, partendo dall’opera di Django Reinhardt (il primo ad aver sintetizzato il jazz in una forma assolutamente personale, sostanzialmente l’inventore del jazz manouche) e passando «per le figure storiche del jazz europeo, come Franco Cerri, Gegé Munari, Daniel Humair e Toots Thielemans, per finire con musicisti attivi nelle musiche delle diverse tradizioni, ma aperti alle suggestioni dell'incontro e della musica di improvvisazione come il già citato Akim El Sikameya, Abaji e Damir Imamovic. E, ancora, le tante visioni del jazz e della musica popolare e le loro continue evoluzioni nel corso degli ultimi cinquant’anni. Senza dimenticare, infine, gli aspetti organizzativi della musica, colti nelle parole di direttori artistici e operatori culturali dell’area». Edito con la consueta cura dalla casa editrice Ianieri di Pescara, il libro è corredato da splendidi ritratti fotografici di gran parte dei musicisti che appaiono nelle interviste, realizzati da Andrea Buccella. Un motivo in F.G. più per decidere di acquistarlo.

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Simone D’Alessandro

Storia di Mara uattro ore bastano per raccontare una vita. È quel che succede nel bel romanzo di Simone D’Alessandro, scritto in una forma che è memoria, confidenza e dialogo. Protagonista la parrucchiera Mara; l’altro, Francesco, è il cliente cui Mara narra la sua tragedia e il suo smarrimento di fronte al dolore di una perdita. Un dialogo che procede per capitoli brevissimi, introdotti da titoli che “vanno oltre la loro funzione, assumendo le sembianze di aforismi dal valore gnomico-sapienzale […] Un’opera dotata di vigorosa forza immaginativa e, allo stesso tempo, crudemente realistica […] Lo stile calibrato e molto consapevole si sostanzia di un lirismo ottocentesco, abilmente manovrato da ritmi serrati, pienamente contemporanei” (Roberto Chilosi, dalla prefazione).

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Volevo solo il vento in faccia Simone D’Alessandro Palomar, pp. 110 Euro 10,00

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Libri

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Poesia/Mattucci

Poesia/Ventura

Narrativa/Pelaccia Poesia/Di Gregorio

Architetto e designer, l’aquilano Attanasio Mattucci, classe ‘69, raccoglie in questo suo primo libro trentasette poesie in versi sciolti, con l’intento di offrire al lettore una variante poetica moderna:“Una contaminazione continua, un tentativo di corruzione; nella speranza che la poesia si possa consumare, tagliare a fette, mettere in fila. Che si possa leggere e poi… non rimettere a posto”. 12 matite HB/Attanasio Mattucci/Aletti Editore, pp. 50, Euro 12,00

La pluripremiata Anna Ventura, narratrice e poetessa abruzzese d’origine e romana di nascita, conquista il Premio Venilia 2007 con questa raccolta di poesie, molte delle quali inedite, con cui “il lettore si trova immerso in un’orizzonte profondamente etico, stimolante tanto le emozioni che l’intelletto, e i “semplici rumori” cui il libro è intitolato sono portatori di gioia in quanto il loro apparente disordine […] veicola il sapore della vita reale” (dalla prefazione di Stefano Valentini). Non suoni, ma rumori/Anna Ventura/Venilia, pp. 64, Euro 10,00

Al suo primo romanzo, il giovanissimo Mirko Pelaccia da San Valentino in Abruzzo Citeriore racconta una storia di ritorno alle origini, di passione e gelosia concentrata in un mese e narrata come scritta su un diario da Flavio, lo stesso protagonista. Una formula suggestiva e dal ritmo incalzante che fa di questo libro un piacevolissimo esordio. Il giardino degli angeli inquieti/Mirko Pelaccia/Editrice nuovi autori, pp. 195, Euro 11,00

La poesia di Nicoletta Di Gregorio è, secondo il critico Walter Mauro, fornita “di un sostrato di innocenza e di stupore che per intero appartiene alla prassi della poesia”. In questa sesta silloge sono contenute trentuno liriche che ribadiscono, se mai ce ne fosse bisogno, il valore di una tra le penne più sensibili del nostro panorama letterario. Il respiro dell’ametista/Nicoletta Di Gregorio/Edizioni Tracce, pp. 43, Euro 8,00

Arte/Cascella Saggi/ Di Giannantonio Dieci anni di lavoro, di indagini, di studi, di viaggi sono serviti a Paola Di Giannantonio, insegnante esperta di lingue classiche e di mitologia per pubblicare questo interessante volume che raccoglie, come recita il sottotitolo,“frammenti e simboli del Neolitico agricolo nella cultura dei popoli dell’area adriatico-appenninica”: un viaggio a ritroso nel tempo che porta alla preistoria partendo dalle tradizioni popolari ancora vive, per raccontarci come l’uomo celebrava la sacralità della terra. Terratradita/Paola Di Giannantonio/ pp. 280, Euro 30,00

Medicina/Mayo

Arte/Di Lauro

L’esperienza della statunitense Mayo Clinic, internazionalmente nota per l’approccio preventivo alla medicina, viene finalmente messa a disposizione anche dei lettori italiani grazie al lavoro di Gianni Belcaro e Maria Rosaria Cesarone, che hanno curato l’edizione italiana della celebre Guida all’autocura. Un prezioso volume con informazioni pratiche descritte in modo semplice ed efficace su oltre 200 situazioni cliniche che rappresentano le più comuni e diffuse problematiche mediche attuali. Salute e benessere. Guida all’autocura/a cura di G. Belcaro e M.R. Cesarone/Minerva medica, pp. 292.

Dell’opera di Francesco Di Lauro (Guardiagrele 1933-Pescara 1999) si è già detto molto: i suoi interessi spaziavano dal design alla ceramica, ma la sua predilezione andava alla grafica e alla pittura su tela. Schivo e riservato, a lui la città di Pescara (dove visse per quasi tutta la sua esistenza) dedicò l’ultima mostra nel 2005. A dieci anni dalla sua scomparsa, il Comune di Guardiagrele ha voluto rendere omaggio al suo pittore intitolandogli una strada: un giusto riconoscimento per un artista cui forse andrebbe prestata maggior attenzione.

Una mostra e un catalogo che ripercorrono la vita di Tommaso Cascella attraverso i suoi quadri (molti dei quali inediti): un’opera monumentale, realizzata in tempi record dalla Fondazione Pescarabruzzo, dalla Fondazione Paparella-Treccia e da Ianieri Edizioni che ha curato appunto il prezioso catalogo. Un volume imperdibile per chi vuole approfondire la conoscenza di uno dei massimi esponenti della grande dinsatia di artisti che ha dato e continua a dare lustro alla città di Pescara. Tommaso Cascella, il percorso di una vita/G. Benedicenti, V. De Pompeis/Ianieri, pp. 125, Euro 45,00


Cinema

VARIO Cinema/ Dino Viani

Dopo Canto 6409, il cortometraggio girato sul terremoto in Abruzzo e presentato al Festival di Cannes, il cineasta abruzzese Dino Viani torna sulla scena con un nuovo film, Un giorno e un altro ancora, che è stato presentato lo scorso luglio in prima internazionale presso lo storico cinema Babylon di Berlino. Alla realizzazione dell’opera hanno collaborato Luca Reale per il montaggio, Emanuel

Cinema/ Saverioni È arrivato tra i finalisti della XIIª edizione del Cervino Cinemountain – Festival Internazionale del Cinema di Montagna (svoltosi a Trento alla fine di luglio) e anche se è tornato a casa a mani vuote si è trattato di un bel risultato. Stefano Saverioni, teramano, classe ‘77, col suo film “Diario di un curato di montagna” ha scalato questa rassegna, considerata tra le più prestigiose del suo genere a livello internazionale, senza arrivare in vetta. Peccato, perché la candidatura al David di Donatello faceva ben spera-

Dimas De Melo Pimenta per le musiche e Sandra Muller per la grafica. Il film è stato patrocinato dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino per il suo alto valore culturale. Il film è parte di un progetto molto più vasto che si chiama «Storie di pietra – tra memoria e sogno», finanziato dalle Comunità montane Val Sangro e Medio Sangro, che ha coinvolto venti Comuni di quel territo-

re per questo documentario girato sulle nostre montagne e imperniato sulla vita della parrocchia di Don Filippo Lanci. Diretto, girato, prodotto e montato dallo stesso Saverioni, il Diario è stato sostenuto da una troupoe tutta teramana, confermando fra l’altro la grande professionalità di una città che col cinema ha un rapporto strettissimo. Un altro film tutto teramano infatti ha ricevuto una nomination ai David di Donatello: si tratta di La madonna della frutta di Paola Randi, candidato come miglior cortometraggio.

rio e più di cento anziani che hanno raccontato la loro vita, ripercorrendo a ritroso, attraverso i ricordi, le vicissitudini della loro esistenza. Il materiale raccolto costituisce uno dei più importanti documenti sulla memoria storica di quei luoghi mai realizzati prima. «In questo lavoro –spiega il regista– ho volu-

Colonne sonore/Moscianese Avevano già lavorato insieme alla colonna sonora di una fiction per Mediaset, ma stavolta pare che il sodalizio abbia dato frutti ancora più buoni. Andrea Moscianese, ex Giuliodorme, ha nuovamente collaborato con Francesco Zampaglione per la colonna sonora del film The shadow, ossia L’ombra,“horror sociale” diretto dal più noto Federico Zampaglione, fratello di Francesco e leader dei Tiromancino. Il film ha scatenato grande

to raccontare la vecchiaia come momento di sintesi finale dove ogni gesto, ogni momento assume un significato diverso, definitivo. Prepararsi ad andare dunque per il viaggio di ritorno, in attesa di quell’attimo in cui il reale si confonderà con il sogno e una luce accecante si farà calare in un lungo sonno». F.G.

entusiasmo al prestigioso London Frightfest, dove è stato presentato in anteprima mondiale lo scorso 31 agosto. «È stato davvero emozionante –racconta Andrea Moscianese– perché tengo molto a questa musica, ci ho messo un anno a scriverla e realizzarla, è stato un lavoro lungo. Ascoltarla in quel cinema (l’Empire di Leicester Square, ndr) con quel magnifico impianto surround è stato fantastico e gratificante». A noi toccherà attendere il 2010, quando il film di Zampaglione uscirà nelle sale italiane. Nel frattempo auguriamo al nostro Andrea una carriera senza ombre.

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ITALO LUPO O r a f o

i n

P e s c a r a

i Ciondoli

Frammenti di felicità, incastonati in una nuova linea di gioielli

Le Virtù

Le Sciacquaje

La Presentosa

La Pescarina

gli Anelli

i Ciondoli

Sede: Pescara, via Roma, 31/35 tel e fax 08527666

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Arte

VARIO

Giovani/Fato Due mostre nelle due sedi della Galleria Cesare Manzo, a Roma e Pescara, per la presentazione di un progetto iniziato nel 2004 dall’artista pescarese Matteo Fato: mappare il volo delle rondini sopra i tetti di Pescara. Dopo un mese di ricerca le centinaia di chine su carta sono state messe in un cassetto; l’anno seguente, Fato è tornato sul luogo in cui ha realizzato lo studio dal vero e ha realizzato una seconda serie di chine in assenza dello stormo; al ritorno delle rondini, Fato si reca un’ultima volta sui tetti cercando di isolare le traiettorie dei singoli corpi in volo attraverso l’occhio della telecamera. Nel corso dei successivi quattro anni l’artista sviluppa un proprio linguaggio pittorico esplorando le strutture di esperienza e conoscenza attraverso il segno calligrafico. Nei corridoi della galleria di Pescara, un fil di ferro si storce da una frase presa in prestito: una frase di cui

l’artista si appropria perché percepita come portatrice di qualche verità essenziale. Prima di manifestarsi come oggetto tangibile, la frase è stata letta, copiata, riscritta, letta, copiata e riscritta. Incorniciati e appesi, i cerchi dalla seconda serie del progetto mettono a fuoco il ricordo di un tempo futuro che riappare accanto come visione inquietante nella proiezione video delle rondini isolate. A Roma, le prime tracce del progetto sono riprese ed animate in un video che emana l’aura di un momento perduto. I disegni stessi sono posizionati su un tavolo continuo che attraversa le sale della galleria, rivelandosi, nella loro disposizione, proto-simboli nati per annunciare la nascita di un nuovo linguaggio. Per Fato, il vuoto è un testo congelato in quel preciso istante prima della realizzazione di questa impossibile rivoluzione linguistica. Ciò che quindi rimane è il tempo: un gruppo di sculture in ferro illuminano la perdita della cadenza ed il linguaggio ricerca l’assurdità del suo rinnovamento in una stasi fra parola e fantasma.

Premio/Pilotti Un progetto di Giorgio D’Orazio e Carletto Sorgi ha realizzato a Pescara una mostra e un premio intitolato a Vincenzo Pilotti, architetto ascolano (ma di origini abruzzesi) che ha fortemente contribuito a disegnare le forme di Pescara, intervenendo in tutta Italia e maggiormente a Teramo e ad Ascoli Piceno. Il tema della prima edizione, conclusasi a fine settembre, è stato “Pescara tra architettura e ‘900: dal passato pensando un futuro”, e il primo premio (una targa e un buono acquisto di mille euro) è andato a Davide Puma, premiato nella sezione pittura per il quadro “Pescara”.

Pittura/Di Bello Negli ultimi dipinti di Franca Di Bello le bluastre onde inarcate che si alzano minacciose e si sfrangiano nel bianco spumeggiante della schiuma, possono essere considerate una trasposizione pittorica de”L’onda” in Alcyone di Gabriele d’Annunzio. La forza agitata e incoercibile del mare, la sua varietà di manifestazioni e soprattutto la sua sovrastante immensità da sempre hanno attratto e affascinato il mondo dell’arte. Gli ultimi dipinti di Franca Di Bello, esposti nella Maison des Arts nel giugno scorso, svolgono quasi tutti il tema del mare e il critico Leo Strozzieri intitola il catalogo da lui curato,“Un dialogo col proprio io”. Mentre la mostra dell’anno precedente nel Museo delle Genti d’Abruzzo corrispondeva ad un dialogo della Di Bello con la natura, quella di quest’anno manifesta l’irrompere tumultuoso della sua forza interiore dal profondo della psiche. Lo scrittore Giovanni D’Alessandro in un suo commento critico alla pittrice, usa l’espressione “captazione della forza” alludendo alla capacità della Di Bello di farsi interprete delle forze della natura. Nel suo percorso artistico la pittrice è andata allontanandosi sempre più dall’opzione figurativa. Ella si è sottratta alla rappresentazione oggettiva della realtà per dare sfogo piuttosto al gusto introspettivo dell’evocazione. Nelle opere della Di Bello le immagini non hanno più una struttura ben definita: svaniscono i contorni plastici della forma e si pone in atto una vera e propria palpitazione cromatica che crea una visione interiore. È il prolungamento simbolico di stimoli, di impulsi che nascono nell’artista dalla psicologia del profondo. In molte sue opere è suggestivo il senso del non finito, dell’appena abbozzato. Queste pitture hanno un carattere fluido, in evoluzione, quasi a sottolineare che continuano a definirsi nella mente dell’osservatore.

Mostra/Galliani Sono molti i punti di contatto tra Omar Galliani, maestro emiliano del disegno internazionale, e l’Abruzzo. Il primo è datato 1978, quando all’alba della sua carriera presentò la sua “Riannunciazione” al premio Michetti. Il secondo è proprio Michetti: la tesi di laurea di Galliani aveva per oggetto il rapporto tra fotografia e disegno, due elementi cardine dell’opera del Maestro abruzzese. Il terzo sono i suoi quadri esposti nel santuario di San Gabriele a Isola del Gran Sasso, e il quarto è il quadro-augurio che ha donato alla città dell’Aquila, intitolato Nella notte a L’Aquila, che ritrae un ulivo: simbolo di forza, caparbietà e ricchezza. Il quinto è, oggi, la bella personale dell’artista, Sguardi, che trova spazio nelle sale del Museo Michetti, in cartellone fino al 25 ottobre. “Omar Galliani è il grande maestro del disegno italiano, e lo è perché ha saputo opporsi con coraggio a quell’arte moderna e contemporanea che ha negato l’uomo distruggendone il volto […] Con Galliani la bellezza del volto riacquista spessore e dignità perché sa coniugare l’uomo di oggi e l’uomo di sempre” (Giovanni Gazzaneo, dall’Introduzione al catalogo).

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Tabù

VARIO

Un abbozzo una vita di Laura Grignoli*

“L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perchè uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro”. da "L'insostenibile leggerezza dell'essere" Milan Kundera Questo passaggio del libro più famoso, forse, di Kundera lo prediligo tra tanti altri, riconoscendovi una verità tanto lapalissiana quanto inaccettabile. Una vita lunga quanto uno schizzo tracciato a matita da un artista, schizzo di nulla. Non si può fare un abbozzo di quello che non si sa, non si conosce. Lo si può immaginare…Neanche. Occorre passarci la vita stessa a fare questo abbozzo. Mi riesce un po’ difficile immaginarmi sessantenne alle prese con l’abbozzo di me. Insostenibile. Da dove si inizia lo schizzo? Uno schizzo in che quadro? Davanti allo specchio, quello intero dell’armadio quattro stagioni, situo il mio corpo frontalmente come fosse quello di un altro, immaginando di farmi immagine, di situarmi nel quadro di una vita che non afferro ma di cui vorrei avere dominio. Lo scorcio è miseramente esiguo: dietro un’ immagine di donna vedo il muro bianco con una stampella a cui è appeso un abito. E un altro specchio che riflette all’infinito un altro specchiarsi. Magritte e il surrealismo l’avevano già scoperto il segreto dello specchio e dell’abbozzo, ecco che capisco anch’io la surrealtà. Ma come mettermi in relazione con me stessa se non mi guardo negli occhi, come faccio il mio autoritratto senza rispecchiamento, senza passare “attraverso lo specchio” come Alice nel Paese dele Meraviglie? L’autoritratto che credo di abbozzare di me è una scissione interna, crea incompatibilità tra il sé con sé. Specchiandomi, mi ritraggo, accetto di farmi immagine. L’alterità, che si manifesta nell’immagine prodotta, provoca un’espropriazione del possesso di sé. Disegno, proietto me stessa attraverso il segno che mi oggettiva, ma se è vero segno non mi rende cosa: mi vivifica. Sto imparando a specchiarmi per rendermi cosa ‘viva’. Sto imparando a deporre dietro l’immagine riflessa sullo specchio le persone che affrescano o hanno affrescato il quadro- bozzetto della mia vita, per renderle ancora ‘vive’. Come in un quadro vero o in una foto di gruppo ho difficoltà ad inquadrare tutti, a tenere tutto il gruppo compatto alla vista, c’è sempre qualcuno che sfugge all’obiettivo dell’occhio privo di grandangolo: qualcuno è deformato, qualcuno appartato, qualcuno prepotentemente affamato di spazio. Molte sono le cose riflesse dietro quell’immagine che ogni volta vedo come fosse la prima. Insostenibile tentativo inappagato di comprendersi in questo incessante tentativo di ridefinirsi. Appena uno schizzo. *Psicologa e Psicoterapeuta

L’altalena dei ruoli di Fabio Trippetti*

Maschile e femminile sono definizioni di genere sessuale ma anche di specifici stili comportamentali. È maschile la forza di farcela, il giudizio, la regola, la concretezza. Invece amore e accoglienza, trasgressione, lasciarsi andare, spiritualità, sono argomenti di natura femminile. Ogni individuo dovrebbe possedere tutte queste qualità, ed infatti in neuroanatomia si parla di emisfero femminile (il destro: intuitivo-emotivo) e maschile (il sinistro: logico-matematico). Ma le mutazioni culturali influenzano i ruoli comportamentali, ed oggi subiamo una società industrializzata ed evoluta ma quasi totalmente priva di maschile e di paterno. Il risultato lo abbiamo intorno, e non voglio farne l’ennesima drammatica descrizione. Se la creatività, emisfericamente a destra e quindi femminile, ne trae slancio positivo, di contro progettualità, costanza, precisione, sono soltanto alcuni degli aspetti che tendono a latentizzarsi. Inoltre la carenza psichica del maschile predispone alla depressione, patologia in costante aumento. In attesa che le mutazioni sociali risolvano il problema, ecco alcuni consigli per fare una cura ricostituente al ruolo maschile. Con i mirabili Fiori di Bach (sempre quattro gocce quattro volte al giorno), per recuperare fiducia e forza di farcela, è utile Larch, nei casi più difficili Mustard, associato ad Olive ove presente spossatezza sia fisica che mentale. Proporrei anche lunghi ascolti di musica barocca, rinascimentale e finanche gregoriana oppure, più vicini ai giorni nostri, brani di Schubert e Prokofieff (evitare Beethoven che, a dispetto di quanta forza esprima la sua musica, è comunque profondamente materno). Per un po’ di tempo, invece, evitate l’ascolto di Jazz e ancor meno Rock. e Pop. Un’ultima considerazione più comportamentale, diretta ai genitori (in particolare, ma non solo, ai papà): ci sarà pure un buon motivo se i termini “genitore” ed “amico” non sono sinonimi, e quindi è ora di tornare a far valere la differenza. Certo, la forza paterna non deve servire per picchiare o azzittire i figli, ma per sostenerli e fornirgli sane regole, attraverso tempo, impegno e responsabilità. Se qualcuno ora si scopre a voltare frettolosamente la pagina della rivista, allora ho colto nel segno. *Dottore in Psicologia, Direttore della L.U.ME.N.A., Professore a c. Facoltà di Scienze Sociali, Università “G. D’Annunzio” di Chieti.


L’intelligenza? ci vuole orecchio, occhio Ricostruire …e il fisico! di Galliano Cocco gli aquilani di Giovanna Romeo* Continuando il nostro itinerario sulle intelligenze multiple – che significa sostanzialmente non fossilizzarsi nel considerare le abilità intellettive riferite solamente alle due classiche e più note forme di intelligenza, che abbiamo analizzato nello scorso numero: quella logica e quella verbale - ci occupiamo di altre tre forme di intelligenza, l’intelligenza musicale, corporeo-cinestesica e visivo-spaziale. Come si intuisce, la prima è quella basata sull’esercizio dell’orecchio e del ritmo; comprende le abilità del cantare bene, scrivere o saper valutare testi musicali. Normalmente è localizzata nell’emisfero destro del cervello, ma le persone con cultura musicale elaborano la melodia in quello sinistro. Questa intelligenza consente, come ad esempio in L. van Beethoven, la straordinaria capacità di riconoscere l’altezza dei suoni, i timbri, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Racchiude anche la capacità di percepire, discriminare, trasformare ed esprimere forme musicali; nonché tutta la struttura della musica e del ritmo. L’intelligenza corporeo-cinestesica, invece, è quella che utilizzano gli atleti, i ballerini; indica la necessità di sapersi muovere abilmente ed anche mantenere in forma il proprio corpo e di essere sportivi. Dal punto di vista funzionale coinvolge soprattutto il cervelletto, i gangli fondamentali, il talamo e vari altri punti del nostro cervello. Chi la possiede - come R. Nurejev, C. Fracci o Y. Chechi - ha una padronanza del corpo che permette di ben coordinare i movimenti ed usare con abilità tutto il proprio corpo per esprimere idee e sentimenti. Consente anche, ad esempio, facilità ad usare le proprie mani per produrre o trasformare cose ed include specifiche abilità fisiche quali la forza, la flessibilità e la velocità; nonché il controllo dei movimenti del corpo “volontari”, l’attivazione di movimenti del corpo “pre-programmati”; la connessione mente-corpo e le abilità mimetiche. L’intelligenza spaziale, infine, si esprime attraverso la capacità di orientarsi e rappresentarsi nelle tre dimensioni. Consta soprattutto dell’abilità di ‘vedere’ forme ed oggetti nello spazio e chi la possiede - ad es. P. Picasso o R. Piano e M. Fuksas - normalmente ha una percezione ed una memoria particolarmente sviluppata rispetto ai dettagli ambientali, ai luoghi, ai percorsi ed alle sfumature di colori, luci ed ombre. E’ un’intelligenza che implica sensibilità verso la forma, lo spazio, la linea ed include la capacità di visualizzare e rappresentare idee in modo visivo e spaziale traducendosi, sostanzialmente, in: immaginazione attiva; formazione di immagini mentali (visualizzazione); rappresentazione grafica (pittura, disegno, scultura, ecc); riconoscimento di relazioni di oggetti nello spazio ed accurata percezione da angoli diversi.

Da sei mesi aspettavo questo incontro: il terremoto del 6 aprile è stato così vasto che è stato impossibilie avere scambi tra chi ha lavorato in aiuto degli abitanti dell’Aquila. Così quando ho saputo dell’incontro del 20 settembre ad Alba Adriatica organizzata dall’European International Institute of Emergency Psychology in collaborazione con la CRI di Alba e l’Osservatorio del disagio, orientato a far conoscere al pubblico le esperienze di Psicologia dell’emergenza portate avanti sul territorio abruzzese dai volontari, sono stata felice di partecipare. Emanuela Liciotti, psicoterapeuta e coordinatrice delle attività di Psicologia dell’emergenza, lei stessa terremotata, che ha lavorato da subito con la sua gente, nel suo intervento ha evidenziato come sia stato determinante per gli psicologi conoscere il dialetto e la mentalità dei loro concittadini, poiché hanno evitato di aggiungere disagio al disagio. Nella giornata è emersa la necessità di un confronto tra chi lavora per gli aquilani nel ruolo di aiuto, perché l’emergenza per questo terremoto sarà lunga, molto lunga. Assieme alla città infatti sono scomparsi luoghi di memoria, persone, case che rappresentano le radici culturali di 25mila persone. Ho idea che oltre alle case si dovranno “ricostruire” gli aquilani e questo sarà il lavoro più difficile. *Psicologa e Psicoterapeuta

A scuola di sesso Parliamo di educazione sessuale: una volta c’era la convinzione che l’educazione sessuale doveva essere insegnata a scuola, ma come tutte le cose che devono essere realizzate in Italia, qualcosa si perse per strada, qualcuno pensò di piazzare qualche suo parente disoccupato, qualcun altro pensò di guadagnarci sopra stampando un libro che doveva per forza essere adottato dalle scuole, qualcuno pensò che dietro ci fosse la mano dei comunisti, qualcun altro che dietro ci fosse il Vaticano, e così i ragazzi continuarono ad impararla di nascosto da amici più grandi o da riviste porno e così via. Ora è diverso: intanto dobbiamo dividere i ragaz-

di Pino Capone zi in due categorie, quelli che hanno il computer e quelli che non lo hanno. Quelli che hanno il computer stanno tutto il giorno a smanettare coi videogiochi o a chattare e nel momento che scoprono il sesso hanno centinaia di migliaia di possibilità di sapere tutto sul sesso; quelli che il computer non ce l’hanno usano il televisore di nascosto, per andare sui programmi porno e da là ricavano che quello che vedono fare dalle porcone e porconi che stanno sullo schermo, lo fanno con qualche variante anche le farfalle e le formiche. Allora un bravo genitore che volesse istruire i pargoletti sull’argomento come fa? Intanto è meglio che non si

addentri in descrizioni di tipo idraulico, in cui i soggetti vengano trattati come tubi e pompe, perché i pargoli di adesso già hanno l’impressione che i loro genitori siano nati rincoglioniti, per cui li interromperanno dicendo che nella posizione del missionario adesso non ci tromba più nessuno. Allora come fare? Io prenderei la cosa dal lato fantastico, cominciando col parlare di un paese immaginario in cui un uomo politico importante, volendo stare in compagnia, invitò a casa delle ragazze per uno scopo innocente, però ad un certo punto, non volendo, incominciò a… Il resto inventatevelo voi.


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