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Reader’s Bench

Tutto il mondo dei libri su una panchina

Magazine Primavera 2013

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Cover artist: Arianna Florean Direttore: Clara Raimondi Design Grafico: Francesco Miserendino Vicedirettore: Diego Rosato Caporedattore: Ariberto Terragni

Redazione

Mattia Galliani Cristina Monteleone Claudia Peduzzi Giuseppe Recchia Chiara Silva Nicoletta Tul Claudio Turetta Floriana Villano Claudio Volpe Simone Di Biasio Daniele Campanari

Si ringraziano:

Arianna Florean Vittoria Coppola Federica Frezza Stefania Capati Francesca Di Folco Gloriana Giardini Alessio Billi Matteo Farinella Jacopo Ratini Massive Distortion: Roberto Gavini Alessandro Pietrostefani

www.readers-bench.com readersbench@gmail.com Reader’s Bench Tutto il mondo dei libri su una panchina Blog letterario


indice reportage editoriali

speciale salone 84

benvenuti sulla panchina 4

postcards from turin 88

armi letali 12

recensioni intrigo a shangai 18 a voce alta 46 il tempo di uccidere 74 l’autunno del patriarca 98 coraline 132

reader’s club Stephen King 170 sport 172

news & lifestyle vivere green 30 tiziano 48

benessere 174 viaggi 176 fotografia 178

la calda estate live italiana 62 helmut newton 106 un tè che sa di primavera 118 little readers 128 reader’s kitchen 130 ricette per la bella stagione 142 RB - Primavera 2013

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editoriale

Un altro numero di Reader’s Bench Magazine é finalmente on line! Un numero primaverile che guarda alle ultime uscite in libreria ma che vuole anche proporre, attraverso le recensioni, libri di qualche tempo fa che sono ancora attualissimi. Il numero si apre con un classico: Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne reinterpretato da Arianna Florean, cover artist di questo numero.Grazie a lei scopriremo il fascino intramontabile di un romanzo che ha fatto la storia della letteratura ed anche i segreti di una nuova figura professionale nel campo del fumetto e dell’animazione: il colorista. Un numero votato alla poesia: con l’intervista a Claudio Damiani, le poesie dei nostri Daniele Campanari e Simone di Biasio ed un articolo del nostro Ariberto Terragni su Vittorio Sereni. Ma le connotazioni di questo numero non finiscono qui perché troverete, disseminate qua e là, tantissime interviste. Ospiti di questo numero, tra gli altri, Viola Di Grado, Roberto Costantini e Marcello Simoni che abbiamo avuto l’onore d’incontrare a Libri Da Scoprire. Ritroverete le rubriche: Little Readers, Reader’s Kitchen ed il Reader’s Club introdotto da Stephen King che é tornato in libreria con il suo Joyland. Su Reader’s Bench avrete le ultime notizie sul mondo delle web series, sulla cucina, la musica ed il lifestyle grazie ad alcune penne prestigiose che si sono accomodate sulla panchina. Vittoria Coppola, Stefania Capati, Alessio Billi, Francesca Di Folco hanno prestato le loro professionalità per arricchire questo numero. Con Matteo Farinella e la sua vignetta ispirata alla primavera parleremo di graphic novel ma nel magazine ci sarà spazio per l’arte, i viaggi, la fotografia e la musica, grazie alla collaborazione con i ragazzi di Massive Distortion. Quattro racconti: Fin qui tutto bene di Ariberto Terragni, Ecco il buio di Giuseppe Recchia, La maledizione della luna di Gloriana Giardili e Catharsis Cargo di Federica Frezza, completeranno il numero. Potrei dirvi che ci saranno i consigli giusti per un pic nic all’aperto o per preparare un té primaverile e che la nostra redazione vi stupirà con tantissime altre sorprese. Potrei ma poi che gusto avreste nello sfogliare questo numero? Nessuno! Allora vi lascio e vi invito a scoprire le duecento pagine di questo numero che ha cambiato formato (potrete leggerlo con facilità anche sull’ipad) ed é diventato crossmediale perché ricco di link e di schermi interattivi attraverso i quali potrete visualizzare i video realizzati, in esclusiva, per questo numero. Vi auguro una buona lettura! Scrivetemi a clararaimondi@readers-bench.com, vi aspetto!

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racconti la maledizione della luna 34 fin qui tutto bene 56 storia di primavera 96 catharsis cargo 134 ecco il buio 164

focus poesia la traduttrice 44 agli scrittori 68 assenti ingiustificati 140 poeta 160

viaggi

ventimila leghe sotto i mari 10 in onda su internet 20 valerio evangelisti 28 a viso coperto 50 un’edizione tutta da ridere 76 basilisk 102 la poesia di Sereni 122

un milione ottocentomila passi 64

bambini all’inferno 124

viaggiare attraverso i libri 150

marcello simoni 146

interviste

page one 156

arianna florean 6

roberto costantini 162

claudio damiani 14 riccardo gazzaniga 53 viola di grado 70 sagoma editore 80 nicoletta bortolotti 120 sergio maria teutonico 142 RB - Primavera 2013

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cover artist: arianna florean

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di clara raimondi

Benvenuta sulla panchina! Ma la prima domanda é d’obbligo: che cosa ti ha ispirato per la realizzazione della cover di questo numero e come é stata realizzata? Volevo rappresentare un momento da me vissuto, ovvero quando da adolescente leggevo le favole a mia sorella più piccola, l’ho modificata ed ecco una ragazza che legge un libro d’avventura ad un bimbo che, dall’aspetto, sembra proprio un monellaccio presissimo dalla lettura, tanto da inscenarla ...Il cane e’ d’obbligo! Perché adoro questi animali e quindi l’ho inserito  Disegno a matita, più colorazione digitale! Sulla panchina del lettore abbiamo intervistato sceneggiatori, vignettisti, disegnatori ed adesso vogliamo conoscere in che cosa consiste il tuo mestiere. Chi é e come si forma il colorista? Quali sono le collaborazioni ed i lavori di cui vai più fiera? Premessa: nasco come cartoonist, ho lavorato per anni in vari studi d’animazione, un giorno ho avuto l’occasione d’iniziare a lavorare per il mensile WinxClub come inchiostratrice ed illustratrice, esperienza completamente nuova per me che mi ha portato a scoprire e a volerne sapere di più sul mondo del fumetto... Negli ultimi anni il mercato ci hanno proposto dei fumetti colorati in digitale a dir poco meravigliosi ed avendo avuto da sempre una passione per la pittura, mi sono detta:” perché non approfondire il discorso della colorazione digitale?!”. Quindi, per me, e’ stato automatico-istintivo iscrivermi ad un corso di colorazione per completare il mio percorso. Per ora la figura del colorista e’ ancora in fase di “definizione” nel mondo del fumetto, una sorta di periodo-colorista 1.0  ma ringrazio persone come Dave Stewart , Justin Ponsor, Dave McCaig , Barbara Canepa, Lee Loughridge (per citarne alcuni ) ed almeno un’altra dozzina di professionisti, per avermi dato il “ la “ e fatto conoscere , apprezzare ed amare questa nuova tecnica , la colorazione digitale per l’appunto. Dopo il corso ho iniziato a collaborare con varie case editrici come colorista e sinceramente sono soddisfatta di tutti i miei lavori dal primo all’ultimo. Fai parte del collettivo Truckers ed é per questo che vogliamo conoscere le tue emozioni a riguardo e, dopo la mostra romana, vogliamo sapere che cosa bolle in pentola. Quando uscirà il secondo numero? Far parte delle Truckers per me e’ una cosa naturale, nel senso che oltre ad essere colleghe portiamo avanti insieme quotidianamente un percorso di crescita e confronto sia professionale che umano. Cosa bolle in pentola? Bé ovviamente stiamo lavorando ad un nuovo progetto, visto che non sappiamo stare ferme, per il ... Cinema in bianco e nero e serie tv e anche libri. Che cosa stai leggendo in questo momento? Siamo dei curiosoni. A parte l’ossessione per le serie tv che non si placa, ultimamente ho letto La profezia dell’armadillo e Come diventare buoni di Nick Hornby”, i ritagli di tempo per leggere sono centellinati, quindi ho fatto una lista, per ora ho depennato questi due. E adesso é il momento di darci qualche info in più: dove possiamo trovarti sul web e quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sul web sulla pagina delle Truckers perché ecco é si, per ora ehm.... Toh mi stanno chiamando! Ehm non ho un blog ,ehm ehm (chiedo venia ).Per il futuro oltre alle Truckers, si continua con la colorazione e nuovi progetti in arrivo ed una lunga estate piena di lavoro.

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Arianna Florean (classe 1974 ) , fin dall’ infanzia amante del disegno , ha seguito una formazione artistica presso l’Istituto Statale d’Arte di Pomezia , proseguendo poi frequentando il corso di Fumetto presso la Scuola Internazionale di Comics. Dal 1997 inizia a lavorare nel mondo dei cartoni animati , presso studi d’animazione italiani , per poi approdare nel mondo del fumetto nel 2003 come inchiostratrice ed illustratrice per il mensile Winx Club . Desiderosa d’ampliare la proprie capacita’, si iscrive al corso di colorazione digitale, sempre presso la Scuola Internazionale di Comics . Da qui’ iniziera’ la sua esperienza lavorativa come colorista nel mondo del fumetto , grazie ad una collaborazione con l’insegnante David Messina, presso la IDW Publishing  nel 2009, sulle  testate di Angel ( Smiletime, A hole in the world ) EDDIE HOPE  e Star Trek ( “  The Truth About Tribbles  -Part 2 “  “  #19 Star Trek Ongoing  “  “ #20 Red Level Down” ).  Sempre per l’America ha collaborato come colorista per la serie The Mission con l’ IMAGE e con la Rainbow per la colorazione del mensile Winx club dal 2011 al 2012. Attualmente  collabora come colorista , sempre per la IDW , sulla serie COBRA-G.I JOE e Star Trek.

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ventimila leghe sotto i mari

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di clara raimondi

Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, oltre ad essere un capolavoro intramontabile, é un classico che non può mancare in nessuna libreria. Ispiratore di altri romanzi e capostipite del genere fantascientifico, é stato il punto di partenza per la realizzazione della copertina di questo numero primaverile. Tantissime sono state nel corso del tempo le trasposizioni cinematografiche e quella più famosa resta senza dubbio quella del 1954, targata Disney, di Richard Fleischer con Kirk Douglas e James Mason. E’ il secondo appuntamento con la trilogia che inizia con I figli del Capitano Grant e che termina con L’isola misteriosa ed a lungo, erroneamente, é stato considerato un libro destinato ai più piccoli. La fregata Abraham Lincoln ospita un’importante delegazione scientifica, capitanata dal professore Pierre Aronnax e dal suo assistente Conseil. Scopo del viaggio é stanare e magari catturare il mostro che assale da tempo le navi di passaggio nel bel mezzo dell’oceano. La missione, nei suoi primi mesi, si rivela infruttuosa quando, improvvisamente, l’Abraham Licoln viene raggiunta e assalita dal mostro. In realtà quello che tutti credono un animale immenso e pericoloso é in realtà un sottomarino, il Nautilus, al cui comando si trova il misterioso Capitano Nemo. Il professore Aronnax ed il suo fidato Conseil insieme a Ned Land, anch’egli sopravvissuto al naufragio, troveranno rifugio proprio a bordo del sottomarino. Grazie al Capitano Nemo riusciranno a vivere esperienze uniche, fino a vedere con i propri occhi la mitica città di Atlantide. Avventure ed incontri con animali straordinari faranno da corollario ad un classico dell’avventura marina che ha incantato milioni di lettori in tutto il mondo. Ma si sa, anche le avventure più coinvolgenti sono destinate a fallire e così, dato il comportamento sempre più chiuso del Capitano Nemo e a causa della nostalgia di casa, i tre riusciranno a scappare, tentando di raggiungere la civiltà, quel mondo di uomini che Nemo aveva allontanato dalla sua vita per circondarsi solo di mare e avventure. I naufraghi e il Capitano Nemo, travolto nel frattempo da un

gorgo marino, si ritroveranno nella terza parte della trilogia (L’isola misteriosa) data alle stampe per la prima volta nel 1874. Ambientato subito dopo la guerra di secessione e precursore di quelli che sarebbero stati i progressi scientifici del futuro (non dimentichiamo la premonizione della costruzione del canale che avrebbe collegato il Mediterraneo all’Africa sub-sahariana) é forse uno degli ultimi appuntamenti con la letteratura d’avventura per antonomasia. Solo un italiano, sfortunatissimo, avrebbe potuto fare altrettanto. Mi riferisco ad Emilio Salgari ma con lui, magari, ci daremo appuntamento al prossimo numero. In libreria potete trovare Ventimila leghe sotto i mari, con l’introduzione di Fabio Giovanni, grazie a Newton Compton, la versione cartacea (345 pagg) al costo di 6 euro, quella digitale per 0,99 euro.

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armi letali

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di ariberto terragni

La diffusione pandemica di armi negli Usa non fa notizia. Le armi sono oggetti di consumo come i pick up e le griglie del barbecue, utensili che assolvono la doppia funzione di scongiurare il male, per bene che vada, attraverso la muta presenza e di combatterlo in senso pratico quando l’arma entra in funzione con tutta la sua ambigua capacità di difesa offesa. Il fatto che in America esistano armaioli specializzati in armi per bambini non può destare scandalo. Per il mercato, che è cieco e privo di categorie morali sia ortodosse che relativiste, si tratta solo di una nuova area di interesse da aggredire, perché laddove c’è potenzialità ci sono profitti. “Il mio primo fucile” recita raggiante lo slogan, e a seguire si squaderna il catalogo delle offerte: alla modica cifra di 100, massimo 150 dollari ti porti a casa il tuo primo pezzo d’artiglieria, in variante rosa per le bambine. Il vecchio schioppo del balilla come regalo di Natale o compleanno. A dirla tutta, se penso all’infanzia, non fatico a trovare fucili di plastica, soldatini, mostri divoratori e altri simboli della violenza per così dire domata nella forma innocua di un giocattolo che, posso assicurare, non hanno fatto di me un pazzo sanguinario o un guerrafondaio. Esperti dell’infanzia potrebbero spiegare molto meglio di me che la sublimazione (o forse l’esorcismo, mi esprimo in termini pasticcioni) della violenza nella forma del gioco ha un senso, specie se pensiamo che una certa violenza fa parte del nostro kit biologico di sopravvivenza. La differenza – enorme, diciamolo – si invera quando l’ipotesi di un guadagno si frappone tra la forma del gioco e la sua commercializzazione. Ce la caviamo quando il cortocircuito produce una pistola ad acqua, va peggio quando un pugno di adulti plurilaureati decidono di vendere armi vere a dei bambini, magari con la scusa di prepararli alla vita o di responsabilizzarli circa i mali del mondo. Trattandoli, di fatto, alla stregua di adulti in miniatura, gli stessi a cui poi smerciare antidepressivi o farmaci per inibirli quando sono troppo vivaci. Ma questa, per quanto significativa, è un’altra storia. La presenza sempre più massiva di armi nella nostra vita, di eserciti privati e di una crescente richiesta di sicurezza che la comunità (che è una parola che mi piace più di Stato) non riesce più a garantire denuncia qualcosa di più grave del semplice momento di crisi economica e morale. C’è un imbarba-

rimento di fondo, una regressione dei mezzi culturali che è inversamente proporzionale alla produzione di carta intestata dove si attesta che Tizio è dottore e Caio ha un master. Potremmo aspettarcelo in America, dove il retroterra è diverso e poggia su basi esistenziali, tecniche e religiose che per l’appunto non sono quelle europee, o lo sono in un variante storica meno sedimentata e con meno strumenti della nostra. In Europa, le implicazioni possono sorprendere. Se ci fermiamo all’Italia e alla sua storia di civiltà il dato appare senz’altro più sconcertante. Viene da dire: non ci appartiene. Eppure i numeri hanno un senso, e ci dicono che le armi circolano tra di noi in una accezione molto americana, che non è solo sportiva, ma è proprio legata al concetto di diritto naturale. Dietro non posso non leggere la crisi della comunità, del nostro senso di convivenza, della solidarietà che un tempo apparteneva al cortile, al quartiere, alla città, e in larga misura anche al Paese intero; non sto parlando di un Eden perduto (l’uomo non ha mai prodotto paradisi se non artificiali e temporanei) ma di un posto dove ci si poteva fidare. Dove far crescere i bambini dando loro una conoscenza, per esempio, anziché irreggimentarli in un’ottica di distruzione. E una società che sappia discernere una cosa così semplice e così cruciale come costruzione opposta a distruzione mi pare possa vantare un grado culturale decisamente più alto ed evoluto rispetto ad un’altra, che ha sostituito i perché delle cose e il senso dell’umano con una cultura da certificato e carta bollata, una cultura dell’indifferenziato che ha sbriciolato il sapere diretto, quello succhiato con il latte materno, per rimpiazzarlo con il vuoto di una fabbrica di titoli. Una cultura della vita opposta a una cultura di morte, quella che ormai viviamo ogni giorno, e che ormai non fa notizia se non a livello fenomenico, nelle sue tragiche conseguenze, ma che non riesce a sollevare un’interrogazione, un dubbio che potrebbe mettere in discussione certi modelli sociali più di tanto paternalismo in malafede. Non potevamo avvertirlo prima, o potevamo solo in modo molto filtrato, quando le cose andavano meglio, ma ora il deterioramento delle forme di tutela sociale sta chiedendo un prezzo, non sappiamo ancora quanto alto, ma sappiamo che non sarà poco.

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l’ebook salverà la poesia, ma salvate anche la scuola: intervista a Claudio Damiani

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La prima volta che lessi Damiani non avevo capito molto. La seconda volta che lessi Damiani realizzai di non aver capito molto della poesia. Considerato “la voce bianca” tra i poeti italiani contemporanei, il suo ultimo lavoro s’intitola “Il Fico sulla fortezza”: una gemma e un toccasana per l’anima, da tenere sempre pronto sul comodino. Con Claudio Damiani (che mi ha confessato di lavorare su quattro fronti: nuova raccolta di poesie; libro di prosa e poesia sulla natura del luogo natìo; atto unico teatrale incentrato sugli alberi; libro su Pascoli con gli interventi all‘Università “Tor Vergata”) ho avuto una splendida chiacchierata telefonica di cui questa intervista è un interessante sunto. RB - Primavera 2013

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di simone di biasio

- Caro Claudio, la tua poesia è composta da un verso semplice, scevro da qualsiasi ornamento retorico. Molti lavorano anni sui propri testi, tu invece? Non sono uno di questi, raramente sto lì a modificare le mie poesie. Posso cambiare qualche passaggio, ma se i “ritocchi” sono troppi significa che qualcosa non va nell’intero impianto del componimento. L’ultima raccolta ha avuto una gestazione di tre anni, poco rispetto al normale, ma comunque solo per rendere organico il lavoro. - Di Giulio Ferroni è appena uscito “Gli ultimi poeti”? Dunque, la poesia oggi sarebbe davvero morta? Andiamoci piano. Lui ha una visione marxista del mondo, per cui tutto ha una fine. Invece no, le generazioni dopo i vari Zanzotto e Luzi hanno continuato a lavorare, persino meglio. Condannando le logiche del commerciale, le puttanate in televisione, Ferroni non fa altro che stare al gioco perché non guarda oltre. Sembra rimasto agli Anni di Piombo, alle ideologie forti, ma secondo me un Rondoni, un Mencarelli o un Di Spigno valgono molto di più degli stessi Luzi e Zanzotto. - Hai fatto cenno alla televisione. Tu sei insegnante nelle scuole superiori: come insegna letteratura un poeta ai giovani del Duemila? La scuola ti rimbambisce. Avendo insegnato spesso in istituti tecnici di periferia ho dovuto concentrarmi sulla grammatica più che sulla letteratura. Però a che miseria è ridotta la scuola e che colpa hanno anche gli insegnanti! Ci vorrebbe più formazione per i docenti: quale poesia si vuole insegnare se non si è abituati a delle belle letture ad alta voce? E poi quei libri di testo formali, vecchi, troppo concentrati sull’analisi dei componimenti… Ricordo che negli Anni 70, quando frequentavo l’ultimo anno di superiori, nelle antologie c’erano già Sanguineti e Pagliarani. Bene, in 40 anni non è cambiato nulla. Tutto fermo, nessun aggiornamento. - E per quel che riguarda l’Università? È vergognoso (mi dice: “scrivilo!”, ndr) che nelle università italiane non si studino gli autori contemporanei: Zeichen, De Angelis, Conte non ci sono. Va bene che siamo tutto un grande Museo, ma celebriamo pure i poeti da vivi. Investiamo sul contemporaneo: dobbiamo cambiare, nella cultura come nella politica e nella vita. Potremmo imparare dal Messico: ad Ottobre andrò a rappresentare l’Italia al XV “Encuentro de poetas del mundo latino” e lì a stampare i libri degli autori contemporanei sono le Università stesse. Lo Stato italiano sovvenziona solo cinema, teatro e opera lirica. Persino in Francia si fa più attenzione alla poesia perché hanno capito che è un modo per investire sulla tutela della lingua. - Cosa ne pensi del libro elettronico? Può essere un supporto? Penso che metterà in crisi il circuito commerciale esattamente come fecero i primi programmi di peer-to-peer per la musica e l’industria dei cd. Gli editori dovranno tornare a essere tali perché la qualità come la pensiamo oggi varrà zero. Questi libri gialli, neri, rosa, questi romanzi d’appendice o da treno dal valore artistico dubbio avranno un valore economico più basso perché è inevitabile che a fronte di ogni ebook acquistato se ne diffonderanno altri in copia. Per questo penso si tornerà ad investire solo sulla vera qualità. - Mi sembri un inguaribile ottimista. Ma certo. Le opportunità che ci offre la Rete, ad esempio, sono incredibili. In nessuna altra epoca della storia ogni casa è mai stata così piena di libri. Virtuali, certo, ma potenzialmente accessibili. Qui risiede il grande ruolo cui la scuola potrà ancora assurgere. Senza una guida, qualcuno che ci faccia strada nel mare della Rete rischiamo di morire senza aver mai letto un libro pur avendo una biblioteca simile a quella di Monaldo Leopardi.

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Prova d’esame Fra cento anni, fra diecimila, fra un milione ci sarà sempre la ragazza annoiata che gli dai il compito di matematica e non sa fare un cazzo, e si rigira si preoccupa, gli sembra arabo il compito e poi la vedi che si gingilla con la penna, ci sarà sempre, ci sarà sempre la bellezza che ti prende alla gola, ti attanaglia e ti soffoca e non puoi fare un cazzo, puoi lasciarti trafiggere solo e lasciare che lentamente evapori quella fitta al cuore, quella felicità impr\ovvisa e quel dolore, quella sensazione di aver capito e non aver capito un cazzo.

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intrigo a shanghai

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di nicoletta tul

Xiao Bai, pseudonimo, assunto per motivi politici, di uno scrittore quarantenne di Shanghai che dopo aver scritto su blog e riviste, ha scritto il romanzo Game Point ed ora questo piccolo capolavoro, Intrigo a Shanghai. Immaginate la Shanghai degli anni ‘30, porto franco con concessioni straniere, affari loschi ed ambigui personaggi, rivoluzionari e clandestini, insomma moltissime storie da narrare. E Xiao Bai lo fa come se dovesse raccontarci un film, con capitoli corti e pieni di atmosfera dove le storie si intrecciano come in uno sceneggiato degli anni trenta o quaranta. Il ricordo corre al cinema di Orson Welles, ricchissimi i dettagli storici, infatti l’autore si è impegnato in una ricerca storica dettagliatissima, come egli stesso ha dichiarato: “Fin dai tempi in cui Shanghai era diventata un porto franco, negli anni quaranta dell’Ottocento, esisteva in città uno stile di vita nell’oscurità, completamente differente da quello delle vite quotidiane dei normali cittadini. Come un cuore palpitante, leggendario. Negli anni Trenta avventurieri di ogni tipo vi andavano a vivere, per il rischio in se stesso, e ogni altro profitto era supplementare. Questa era l’origine vera della sua vitalità. Oggi tutto questo non esiste più.”

Comunista e suo marito Cao Zhenwu, uomo potente ai vertici del partito Nazionalista. Cao Zhenwu viene assassinato e sua moglie sparisce nel nulla, inizia così una caccia all’uomo ed alle donne (varie) da parte della polizia della Concessione Francese della città. Xia Xue si troverà a dover fare l’informatore segreto del sergente Maron, mentre continua la sua relazione con Theresa e ne intreccia una con Leng Xiaoman, ma arriverà a dover fare una scelta. Tutti i personaggi fanno il doppio ed il triplo gioco, in ballo il potere di una città dove il colonialismo è ormai al tramonto. Romanzo avvincente e seducente dove la poesia ed i particolari della narrazione creano un atmosfera retrò e fa venir voglia di viaggiare, anche se solo con la mente. Unico neo: cercare di memorizzare i nomi cinesi degli infiniti personaggi! Leggetelo mentre assaporate un tè verde rarissimo, l’Anji Bai Cha, un tè dai germogli che sembrano lingue d’uccello, foglie pregiate che danno un infuso dorato e brillante, delicato dai sentori di castagna e leggermente sapido. Una rarità primaverile.

Un noir, un romanzo di spionaggio, romanzo storico, esotico, ma c’è posto anche per gli intrecci amorosi, insomma un grande affresco storico in quella che era la metropoli cosmopolita d’Asia. Una nave approda al porto di Shanghai, a bordo si trovano Xiao Xue, un fotografo franco-cinese che accompagna la sua amante, Theresa, una russa di Shanghai che fa affari sospetti con i commercianti d’armi ma ufficialmente gestisce una gioielleria, Leng Xiaoman, una bella signora cinese che sembra una diva del cinema ma in realtà rivoluzionaria del partito

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in onda su internet

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inchiesta sulle web series La web-fiction targata USA lancia il guanto di sfida alla tv tradizionale, si rivela un interessante laboratorio creativo e scompagina il mercato della pubblicitĂ . Da Homicide: Second Shift a The House of Cards, tutti i numeri del fenomeno americano.

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di alessio billi La nascita delle web-series e la loro vocazione cros- gramma di montaggio permettono a qualunque internauta di realizzare il suo video e di farlo vedere (gratis) ad una ampia smediale Nel 2012 una grossa fetta della spesa pubblicitaria americana, quasi un terzo, è andata a internet. Basta questo a spiegare perché negli Stati Uniti le web-series siano un fenomeno dirompente, una fucina di idee, un incubatoio di linguaggi diversi, ma soprattutto una ghiotta occasione commerciale, perché - a fronte dei bassissimi costi di produzione e distribuzione - gli inserzionisti sono disposti a spenderci sopra ben 4 miliardi di dollari. Il pubblico di YouTube, il celebre sito di condivisione video, è formato da un miliardo di utenti e si calcola che nei prossimi anni l’advertising televisivo perderà sempre più quote a vantaggio di quello digitale. Per paradosso la serie on line è stata generata dalla stessa televisione che ora sta cercando di distruggere. Sembra la storia di un brutto anatroccolo nato da una madre bellissima che piano piano cresce e diventa così affascinante da offuscare la stagionata bellezza del suo genitore. Tutto è cominciato con uno sfruttamento derivativo. Alcuni produttori americani hanno pensato di tenere vivo l’interesse del pubblico e di sfruttare il potere di traino delle serie tv offrendo parti inedite e lati inesplorati del racconto. Uno dei primi show per il web è Homicide: Second Shift, costola digitale della serie televisiva Homicide: Life on the Street, i cui episodi sono stati resi disponibili sul sito della NBC. Tra le produzioni più importanti del sottogenere ricordiamo: le serie on line nate da Battlestar Galactica, ben tre stagioni di cortometraggi di 5 minuti, chiamati “minisodes” o “webisode”, distribuiti attraverso il sito di Sci Fi Channel e realizzati per raccontare alcuni eventi inediti avvenuti su New Caprica e gli antefatti della prima guerra cylone; le due serie diffuse su internet On Call e Message of Hope, collegate alla serialità televisiva dell’ospedale di Grey’s Anatomy, brevi puntate dalla durata di 4 minuti; e Missing Pieces, 13 mini-episodi di 3 minuti che approfondiscono aspetti rimasti nell’ombra di Lost, nota serie fantascientifica che racconta dei sopravvissuti a un incidente aereo. Al centro di tutto sta la fiction catodica, che poi si ramifica sugli altri mezzi con contenuti extra, spin-off e video on line. Le narrazioni digitali dilatano l’evento televisivo e ne aumentano la visibilità. Il principio della crossmedialità punta ad espandere il classico prodotto televisivo, allungandone la vita, e genera infinite declinazioni sul web.

Le narrazioni transmediali e la rivoluzione copernicana del digitale

Con la dimensione 2.0 del web si è affermata una tendenza culturale e produttiva rivoluzionaria. Un numero altissimo di persone sono entrate a pieno titolo, grazie all’uso di una tecnologia a costo zero, dalle porte principali della fabbrica dell’immaginario. Una telecamerina digitale e un banale pro-

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comunità web. Le prime storie nate per i mondi digitali sfruttano le tecniche narratologiche già utilizzate per la serialità televisiva e i lungometraggi. E’ il desiderio di farsi notare dall’ambiente, l’ansia di fare qualcosa, la mancanza di sbocchi pratici e la ricerca di tematiche di nicchia che spingono una pattuglia di arditi youtubers ad un’affabulazione libera da condizionamenti di mercato. Ecco allora tutto un fiorire di prodotti indipendenti che esaltano l’originalità dei loro autori ed in maniera del tutto inconsapevole soddisfano il palato di spettatori delusi dall’offerta televisiva. Un esempio per tutti è Sanctuary, autoprodotta dalla sensuale e fascinosa attrice Amanda Tapping. Sono 8 puntate da 20 minuti, che costruiscono un arco narrativo robusto e lineare sulle ricerche da parte di una scienziata di terrificanti creature, gli “anormali”, e sugli esperimenti della “setta”, una potente organizzazione planetaria. La serie futuristica è girata in interni sul blue screen e dotata di un modesto 3D, ma risulta assolutamente convincente e rappresenta una acuta metafora della paura che la diversità genera nel prossimo. Trasmessa nel 2007 sul sito di Syfy, ottiene un successo così strepitoso da persuadere l’emittente a crearne una versione televisiva (in onda da noi su Mediaset Premium alla sua quarta stagione). Tra le decine di drammi low-budget apparsi su internet, brilla per le interpretazioni e il virtuosismo registico The Captive, 6 episodi di 6-4 minuti, prodotta nel 2008 per il Sundance Channel. In uno spazio concentrazionario è portato sulla scena il clima di terrore e di minaccia terroristica, acutizzatosi dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Un uomo che forse sa qualcosa di un attentato viene prelevato e messo in una cella. Il detenuto cerca sponda in una donna attraente che gli porta da mangiare, fa amicizia con altri prigionieri e progetta una fuga, ma i carcerieri lo bloccano e lo sottopongono a sevizie di ogni tipo. Non è chiarito dalla sceneggiatura che cosa sappia il prigioniero, se conosce i piani segreti di una guerra globale oppure è un fatale errore di persona. Sensi di colpa, ambiguità ed elusioni ricordano molto in filigrana il Processo di Kafka e l’effetto finale è un pugno nello stomaco degli spettatori. A chiudere idealmente una stagione di transizione, arriva la discussa web serie Pioneer One. Quando nel 2010 la piattaforma VODO adocchia due registi al loro esordio cinematografico, offre loro la possibilità di distribuire il successivo progetto. I due scrivono la sceneggiatura di una serie on line in soli tre giorni ed in due terminano i provini, ma mancano i soldi per le riprese. Il budget di 6.000 dollari per la puntata pilota viene messo insieme attraverso donazioni da parte degli utenti, che poi continueranno a far piovere nelle casse dei registi denaro sufficiente per produrre altri cinque episodi da 35 minuti. Pioneer One è una contaminazione discretamente riuscita della fantascienza col mistery, anche se a tratti si colgono effetti comici involontari. Il pilota, disponibile tramite


il download gratuito via torrent, è scaricato 420.000 volte durante la prima settimana ed arriva ad oltre un milione nella seconda, entrando subito nella leggenda. Questa la trama: il dipartimento di Sicurezza indaga su una capsula che precipita al suolo e diffonde radiazioni mortali per centinaia di miglia. Il team che dovrebbe fare luce sull’accaduto scopre che si tratta di una vecchia navicella russa, ma al suo interno trova un cosmonauta che ha un cancro devastante. Le immagini mosse, l’impostazione teatrale della messinscena e la lentezza del ritmo non tolgono nulla all’intreccio che gioca sulle sospensioni e sul clima paranoico ormai capitalizzato da parecchie serie. Nel frattempo, sul web non si contano le serie amatoriali di

vampiri, licantropi, streghe, supereroi, serial killer, investigatori dell’occulto, persone scomparse o intrappolate in universi claustrofobici. Come nell’editoria digitale c’è una concentrazione di e-book legati ai sottogeneri amati dai trentenni, nella rete girano serialità horror, urban fantasy e thriller soprannaturali che puntano ad un pubblico smaliziato e avido di emozioni forti. La maggioranza dei prodotti sono figliocci spuri di X-Files e di Lost, per il fascino verso il paranormale, l’interesse per le cospirazioni, le atmosfere sfumate e l’uso delle ellissi. Gli slogan di Chris Carter (“Non fidarti di nessuno”, “Nega ogni cosa”, “La verità è la fuori”) costituiscono il DNA di una generazione appassionata di lunga serialità che

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ALESSIO BILLI, classe ’73, si laurea in discipline dello spet speare. Frequenta il corso RAI di "formazione per sceneggiat del linguaggio audiovisivo presso la Scuola Nazionale di Cin Dal 2003 è head writer in diverse stagioni televisive di serie fiction andate in onda in prima serata su Canale Cinque (tra c Nel 2010 fa il suo esordio letterario con Punto di rottura, vinc nella collana Giallo Mondadori). Insegna tecniche di sceneggiatura in corsi privati e presso la Scrivere un film – Guida pratica alla scrittura cinematografica dirige la collana Crimen, dedicata ai gialli italiani e stranieri. Svolge il ruolo di consulente per alcune società televisive. P Orloff - Il diamante del destino, girato a Cuba da Angelo Riz Attualmente sta lavorando alla stesura delle puntate de Il com Vive da sempre nella sua città natale, Roma, e odia viaggiare blog: www.colpidiscena.blogspot.it

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ttacolo con una tesi su Orson Welles e Shaketori cinetelevisivi" e un seminario di didattica nema. e di successo e scrive quasi cinquanta ore di cui Distretto di polizia, Ris e Intelligence). citore del prestigioso premio Tedeschi (uscito

a RUFA. Frutto delle sue lezioni è il manuale a (Gremese Editore). Sempre per la Gremese . Per il cinema scrive il lungometraggio horror zzo. mmissario Manara 3. e. Per qualsiasi contatto, potete visitare il suo

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ora vuole spaventare e turbare la coscienza dei nuovi spettatori e agganciare a tutti i costi la loro attenzione. Passando invece al genere comico, nella costellazione digitale non mancano sorprese positive. La solidissima preparazione del parco attori americano, la dimestichezza con format più brevi e col linguaggio della sitcom ed una straordinaria capacità di leggere tic e manie della gioventù metropolitana forniscono le basi per una produzione irriverente e sintonizzata perfettamente col target internettiano. Dal 2007 è pubblicata sul web The Guild. Finita di girare attraverso donazioni su PayPal, annovera una prima stagione con 10 episodi che variano tra i 3 e gli 8 minuti e nel 2009 giunge alla sua terza stagione. Felicia Day, sceneggiatrice e interprete della serie, è malata di un videogioco on-line, per cui ha sviluppato una vera e propria dipendenza, e tra i suoi amici non ha altro che giovani scapestrati e nerd appassionati di videogames e che rischiano di confondere la vita reale con quella giocata. Meritano una menzione le due web-series di cui Lena Dunham, classe ’86, è sceneggiatrice, attrice e regista. Una giovanissima Dunham, prima di essere notata dall’HBO e di incarnare l’eroina della comedy Girls (da noi in onda su MTV), si mette in mostra in rete con Tight Shots, che racconta in chiave ironica il suo sogno di diventare regista e le frustranti esperienze sentimentali in una scoppiata New York; e Delusional Downtown Divas, due fortunate stagioni di venti episodi, che hanno come eroine ragazze inconcludenti e irrisolte, dotate di ambizioni letterarie e di velleità artistiche. Gli spunti autobiografici forniscono il pretesto per un ritratto generazionale al vetriolo che aggiorna in versione caustica il film Giovani, carini e disoccupati. Demenzialità, canzoni in stile anni ’70, arrangiamenti rockettari, romance giovanilistico e un pizzico di magia alla Burton nei tre atti del musical Dr. Horrible’s Sing-Along Blog che, finanziato con 200.000 dollari, registra nel suo sito 2,2 milioni di utenti la prima settimana. Mente dell’operazione è Joss Whedon, il creatore di Buffy l’ammazzavampiri, a cui l’opera si ispira nelle tematiche. Neil Patrick Harris è un genio maldestro, un conformista arci-cattivo che desidera cambiare il mondo e lotta contro la sua arci-nemesi, il super-eroe idealista e sognatore Nathan Fillion. La bella Felicia Day è l’amore platonico del buono, Fillion, mentre viene concupita dal perfido Harris. Non lasciatevi distrarre dal fumettone sopra le righe, perché dietro c’è nascosto un discorso non banale sulla forza dei sentimenti, sul significato della passione e sulla tragicità dei suoi inganni.

La fase industriale e le super-produzioni

Quando i provider on line prendono sul serio la sfida con la televisione e iniziano a competere con i broadcaster per i dollari degli inserzionisti, la web serie termina la sua fase pioneristica, viene progettata con strumenti narrativi propriamente dedicati e acquista una consapevolezza linguistica. La crescita del settore fa sì che si mettano in piedi progetti ambiziosi, con attori di fama e budget sostanziosi, e naturalmente sono in molti a fiutare l’affare. Il padrino di Tyranny (2010), mystery intrigante e anarchico,

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è John Beck Hofmann, navigato regista indipendente di Los Angeles. A metà tra La zona morta e Essi vivono, si torna al tema del cospirazionismo assai caro agli USA. Un artista, dopo essersi sottoposto come volontario ad un esperimento neurologico, perde la memoria e incomincia ad avere delle visioni su un prossimo futuro. Arriva a vedere il mondo in preda al caos e, cercando di afferrare il significato delle sue visioni, scopre l’esistenza di una società-ombra che programma il disordine con l’obiettivo di rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nel 2011 Kiefer Sutherland idea e co-produce il thriller di atmosfere cupe e dark The Confession. Un incontro nel confessionale, tra un killer ed un prete, alla vigilia di un nevoso Natale, viene spezzettato in 10 puntate che sono un concentrato di grande cinema che cita Abel Ferrara e John Woo. Il sicario racconta al sacerdote alcuni degli omicidi che gli hanno commissionato in passato (che vediamo in flashback), ma la sua anima smarrita non cerca una facile assoluzione e tenta di recuperare la fede comprendendo i confini tra il bene e il male. In The Vault siamo in un futuro imprecisato ed i concorrenti di un reality show, segregati in ambienti chiusi, devono cercare di uscire prima di morire per fame e si danno da fare per vincere il ricco montepremi. Disponibili in streaming su HDnet, canale web del magnate Mark Cuban, gli episodi di 10 minuti riescono a creare suspense e curiosità grazie a dialoghi feroci e destabilizzanti, nonostante lo spazio scenico fisso e la mancanza di azione. Impossibile non citare House of Cards, conspiracy thriller in 13 episodi che è anche un kolossal (si parla di 80 milioni di dollari) che apre una nuova era nel settore. Qui internet prende la rivincita sulla sua avversaria di sempre, la televisione, in una sorta di ritardata nemesi. E’ un network digitale, Netflix, a soffiare i diritti di sfruttamento alla HBO, potente canale televisivo, mettendo sul piatto una maggiore offerta economica, per rifare on line una memorabile miniserie britannica. Il remake è fortemente voluto dal premio Oscar Kevin Spacey, che lo produce e interpreta. Nei corridoi della Casa Bianca, si aggira un politico senza scrupoli, Spacey appunto, che mira a salire ai vertici di Washington senza preoccuparsi dei cadaveri che lascia e della “casa di carte” che rischia di far cadere. Un altro artista che crede ciecamente alle potenzialità della rete è il creato-


re di CSI: Crime Scene Investigation, Anthony Zuiker, che emigra sul web dopo essersi visto respingere decine di progetti dalla televisione. «Il futuro dello storytelling è online», ha detto Zuiker. «I nuovi canali finanziati da YouTube hanno dato il via a un movimento artistico, abbiamo la libertà e i mezzi per realizzare una programmazione premium, senza venir soffocati dalla censura latente dei grandi network». Come prima cosa, Zuiker investe 200.000 dollari per girare 20 puntate da 5 minuti che fungono da ponte narrativo per i lettori del suo apprezzabile digital-book, Level 26 (in Italia pubblicato da Sperling & Kupfer). Dal serrato thriller che ha come protagonista un serial killer contorsionista parte una interessante operazione ipertestuale che prolunga la vita del romanzo con contributi video che riproducono scene della caccia al criminale. Poi l’infaticabile Zuiker annuncia l’uscita su

Yahoo di Cybergeddon, lungometraggio sul cyber-spionaggio e primo web tv-movie al mondo, e infine manda in scrittura due seriali per BlackBoxTV, contenitore antologico di storie horror e fantascientifiche su You Tube. Purtroppo, in tempi più recenti, la rodata industria web-seriale comincia a strizzare l’occhio ad un pubblico teen standardizzato, riciclando ambientazioni di celebri videogames e sfornando storie massificate e disimpegnate fatte con lo stampino. Tra tutte spicca, per la aggressiva campagna di marketing e per la media di followers (3 milioni di spettatori a episodio), Mortal Kombat: Legacy, saga di arti marziali e action che serializza il film giustamente dimenticato Mortal Kombat: Annihilation (1997). Otto milioni di views nelle prime due settimane di streaming sono numeri che dimostrano lo spostamento dei giovani verso i new media e porta ad un generale ripensamento del reparto dell’audiovisivo. Anche Ridley Scott, il regista di Alien, decide di entrare nel mercato e dichiara di voler produrre una web-serie da 12 episodi di genere fantascientifico, che sarà “il nuovo ghota del mondo sci-fi”.

Scenari futuribili dell’industria del web

Nel 2011 BlackBoxTV raggiunge 15 milioni di views e persuade Google a fornire minimi garantiti sulla raccolta pubblicitaria. Così oggi può spendere 50.000 dollari per un episodio seriale da caricare sulla sua piattaforma. Un budget di tutto rispetto per una web-serie. Mentre colossi come Time Warner, The Chernin Group e Discovery Communications investono in aziende che aggregano contenuti per YouTube, anche Amazon ha il suo pacchetto di abbonamento digitale, e Netflix, cliccatissimo servizio Internet in streaming, ha superato i 36 milioni di abbonati (a 8 dollari al mese) con una forza finanziaria non indifferente. Machinima, canale You Tube dedicato a webseries, nonché netcaster e distributore on line, con la sua efficace politica di abbonamento (chiede la modesta cifra di 8 dollari mensili) annovera 2.6 miliardi di video visti e 262 milioni di spettatori al mese. Sembra infine che anche l’hub video più famosa al mondo sia prossima ad una svolta epocale e cessi, almeno parzialmente, la gratuità che l’ha messa al primo posto nel cuore dei suoi giovani utenti. Con un investimento di 200 milioni di dollari, You Tube progetta di lanciare 50 canali premium che offrano serie tv e film ai loro abbonati (per soli 1,99 dollari al mese). Intanto la televisione americana ha capito che non può fare la guerra ad un ecosistema in espansione, si ammoderna e cerca nuove e inedite alleanze con internet. I dati dell’audience fanno pensare che sia nata una “nuova specie” di spettatore, che ha abbandonato la tv tradizionale, si mostra più esigente verso l’offerta audiovisiva e preferisce prodotti brevi e segmentati. In tempi di vacche magre ecco allora l’idea di far pagare poco l’utente, per dargli in cambio un portfolio di contenuti innovativi e targettizzati rispetto alle sue richieste. Ma in un mondo che gira dannatamente veloce gli sviluppi sembrano davvero imprevedibili e le potenzialità dei new media appaiono oggi illimitate.

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valerio evangelisti

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di giuseppe recchia Frati domenicani, eretici, santa inquisizione... e poi viaggi nello spazio, futuri cyberpunk, inquietanti ucronie e fisica quantistica: tutto questo e molto, molto altro in un’unica saga, dalla penna di un unico scrittore. Impossibile dite voi? Allora non avete mai letto niente di Valerio Evangelisti e non conoscete il suo personaggio più famoso, l’inquisitore Nicholas Eymerich. Sadica e astuta, la creatura; geniale, il creatore. Si perché ci vuole del genio autentico per poter amalgamare tanto materiale in modo armonioso, senza forzature, riuscendo a trasmettere coerenza lì dove la coerenza non avrebbe nessuna ragione di esistere, tanto da farti dire alla fine di ogni suo libro “E se non fosse tutto inventato? Potrebbe succedere per davvero? Vuoi vedere che...”. Valerio Evangelisti, noto anche per la sua trilogia su Nostradamus e per il Ciclo dei Pirati, esponente di punta della New Italian Epic e del New Weird italiano, tira fuori dai meandri della storia un frate domenicano del XIV secolo e lo trasforma nel suo protagonista assoluto. I romanzi della saga sono quindi caratterizzati da feroci cacce all’eretico tra Aragona, Castiglia e Francia, all’insegna della più pura determinazione e del fanatismo assoluto di un segugio che non si lascia mai gabbare, se non dalle sue fobie psicotiche. Già ce ne sarebbe abbastanza per fare un capolavoro: perfette ricostruzioni storiche, superiori a quelle dei presunti “romanzi storici” tanto di moda; personaggi analizzati fin nel profondo, nella loro psiche più oscura; trame e scene agghiaccianti, da puro horror gotico. Ma non basta, Evangelisti va oltre. Spesso Eymerich si trova ad affrontare visioni miracolose, alchimisti pazzi, castelli indemoniati e libri proibiti dai poteri occulti. Da buon frate cattolico non può che dare la spiegazione più semplice: si tratta del demonio. Non comprende appieno quello che si cela dietro tali prodigi e neanche il lettore lo capirebbe se non intervenisse l’autore fondendo la storia con il presente e il futuro, il romanzo gotico con la fantascienza. Prendendo spunto da teorie realmente enunciate (la teoria degli psitroni, o quella sugli orgoni di Wilhelm Reich), Evangelisti riesce a dare

una base scientifica a quello che accade attorno ad Eymerich, affiancando così ai capitoli che si svolgono nel medioevo altri ambientati in periodi storici diversi e più vicini a noi. Per arrivare infine al futuro oscuro che viene prospettato per il nostro pianeta: viaggi interstellari si, ma anche guerre terribili tra nuove fazioni che ricordano tanto quelle delle guerre del passato, dotate di tecnologie spaventose che rendono l’uomo simile alla macchina. Ogni libro della serie ha la sua teoria, la sua inquietante visione della realtà passata attraverso il filtro del fantastico e soprattutto l’ennesimo nemico di turno per il nostro tenebroso domenicano. Il protagonista resta lui. Alla fine Eymerich, nonostante il suo fanatismo, la sua mentalità bigotta, riesce addirittura a diventare simpatico al lettore. Si fa il tifo per lui, si aderisce quasi alla sua mentalità ultra-cattolica e ci si emoziona davanti alla sua tenacia e alla sua forza di volontà, nonché alle sue debolezze ben nascoste ma sempre presenti in ogni suo atto. La sua paura viscerale per gli insetti, la sua mania di torturarli, l’estrema igiene e la sua acidità, così come l’odio profondo verso tutti i nemici della fede sono tratti distintivi di una personalità fortemente influenzata dai dogmi e dalla violenza del periodo, disturbata senza dubbio, ma proprio per questo perfetta per il personaggio principale di una saga “estrema” e “psichedelica” come questa. Editi da Mondadori, i romanzi su Eymerich sono tutti assolutamente da leggere, possibilmente nell’esatto ordine cronologico e non in quello di pubblicazione. Un paio di titoli su tutti? Cherudek, sicuramente il più visionario, e Il castello di Eymerich, in cui l’animo dell’inquisitore viene scandagliato ancora più a fondo del normale. Beh, fossi in voi farei due cose: finirei di leggere Reader’s Bench e poi di corsa in libreria. Chiedete di Valerio Evangelisti e andrete sul sicuro.

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il nuovo lifestyle: Vivere Green

E’ la tende della natur sono ecolo e proprio a 30 RB-Primavera 2013


enza del momento: un vita che sia il piÚ rispettosa possibile ra e soprattutto che sia ad impatto zero. Le parole d’ordine ogia, rispetto e attenzione massima per ogni azione quotidiana a partire da una giornata tipo scopriamo come vivere green. RB - Primavera 2013

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di clara raimondi La giornata green inizia esattamente come tutte le altre: sveglia di buon mattino e poi un fitto susseguirsi di impegni e cose da fare. Ma fin dalle prime ore del mattino possiamo decidere di vivere green. Come? Prestando la massima attenzione ad ogni singolo gesto. Partiamo dall’igiene quotidiana e prestiamo la massima attenzione a non sprecare l’acqua chiudendo il rubinetto. La colazione poi dovrà essere il più naturale possibile e tutto diventa più semplice con i prodotti bio, lo so, ma dato l’elevato costo possiamo trovare in giro alimenti altrettanto validi. Guardiamo la stagionalità, la freschezza ed nei prodotti confezionati l’assenza di coloranti e conservanti. Volete fare a tavola una scelta ecosostenibile? Comprate alimenti sfusi, sono economici e spesso sani ma che siano integrali, perfetti per un’alimentazione sana.Trovate questo genere di prodotti ormai nelle catene bio specializzate ma anche nella grande distribuzione. Quello che ho elencato per la colazione si applica benissimo a qualsiasi pasto della giornata. State sempre attenti a quello che mettete in tavola. Comprate locale e preferibilmente dal produttore, ai mercati rionali o a quelli che organizza la Coldiretti. Evitate gli alimenti non di stagione. Sapete quanto carburante ed inquinamento ha causato l’importazione dell’uva che mangiate a dicembre? Tanto, fidatevi, e poi scegliete sempre gli alimenti freschi, piuttosto che quelli congelati e devono essere il più possibile a chilometro zero. I chilometri, altro grande dilemma, sono questi infatti che ci impediscono di fare scelte ponderate. I prodotti che cerchiamo non sono mai a portata di mano ma possiamo organizzarci con il nostro condominio, acquistare in gruppo e magari trovare un’azienda agricola che consegna la spesa a casa. Eviterete così di utilizzare la macchina che é dispendiosa, inquinante e non giova alla nostra salute. La crisi che stiamo attraversando ha registrato, tra le altre cose, un aumento sproposito nella vendita delle bici.

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Usiamo i mezzi tutte le volte che possiamo, sfruttiamo le navette gratuite e, se siamo proprio costretti, prendiamo l’auto con altre persone. Divideremo i costi ed eviteremo di mettere su strada più macchine. La giornata green prosegue con tante altre attività a coste zero che hanno un unico scopo: riciclare. Trovare un nuovo uso, utile e creativo, per tutte le cose che di solito buttiamo via. Guardatevi intorno, di cosa avete bisogno? Di una libreria, immagino! Potreste dipingere e riutilizzare le cassette dell’azienda agricola alla quale vi affidate per la consegna della frutta e della verdura a casa vostra. Tra le altre cose al Salone del Libro abbiamo conosciuto i ragazzi di Scaldalibro che riutilizzano la stoffa per creare la cover giusta per il libro o l’ e-reader. Potrebbe essere l’idea che cercavate e che potreste realizzare con i scampoli che avete a casa. Attività green si susseguono senza sosta ed ogni oggetto che ha smesso di svolgere la sua funzione può trovare nuova vita. Comprate da etsy o su ebay i prodotti di artigiani che producono i loro oggetti da materiali di scarto o guardatevi intorno, esistono siti, libri, pagine facebook che vi daranno l’idea giusta per le vostre creazioni. Di paragrafo in paragrafo le idee si sono succedute eppure non finiscono qui perché vivere green vuol dire anche fare di ogni gesto un gesto d’amore per gli altri e per il proprio pianeta. Non ha senso mangiare sano se poi non facciamo la raccolta differenziata o continuiamo ad inquinare il nostro organismo con l’alcool o il fumo senza controllare nemmeno l’inci dei prodotti che ci spalmiamo addosso. Vivere oggi nel nostro mondo é una questione di scelte e forse quella di vivere green é la più difficile. Vi consiglio di dare un’occhiata a ecoo.it e al sito Vivere Green Se poi fate dell’usato e dell’affare a costo zero il vostro mantra, date un’occhiata a Reoose, ve ne avevamo parlato anche su Reader’s Bench Il consiglio per la lettura é Vivere Green, una guida pratica per fare della sostenibilità una pratica quotidiana naturale e semplice. Il libro di Annalisa K. Varesi é arrivato il libreria lo scorso 21 marzo 2013 per Hoepli (288 pagg, 18 euro).


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la maledizione d di gloriana giardili

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della luna

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Donato!! DONATOOOO! Dove vai?!! Urlava la madre affacciandosi alla finestra di casa. Ma Donato era già lontano,e,non voleva,ne poteva sentirla più. “Possibile che tutte le volte che mi allontano da casa qualche chilometro sia sempre la stessa storia ?” “si è attaccata a me come una cozza allo scoglio” Ripeteva tra sé e sé ormai era un uomo ,aveva 25 anni,dall’età di 15 era subentrato al lavoro di falegname del padre, dove per altro faceva già da garzone da cinque anni, da quando era accaduta la disgrazia o, la maledizione della luna, così la chiamava la madre. Tutto era iniziato un pomeriggio, uno dei tanti durante i quali il padre, quando il lavoro glielo permetteva, era solito andare nei boschi alla ricerca di funghi. Con gli anni era diventato un vero maestro nella raccolta. A pranzo era facilissimo trovarli nel misero menù della famiglia,e,quando la stagione era particolarmente proficua,Pietro ne metteva una buona parte stesa al sole su di una stuoia per farli seccare e poterli poi andare a vendere in città. Quel pomeriggio di inizio settembre del 1940,come di consueto Pietro si era recato in montagna, quella mattina c’era stato uno splendido sole, il giorno prima aveva piovuto, per cui tutto lasciava presagire che di lì a poche ore sarebbe tornato con un ricco bottino. Iniziava ad imbrunire e Pietro non era ancora tornato. Non era da lui tardare tanto, anche perché la visibilità nei boschi era notevolmente inferiore al paese. Quella sera in particolare non ci sarebbe stata nemmeno la luna, ragion per cui la moglie aveva iniziato seriamente a preoccuparsi. Dopo aver atteso ancora un pò di tempo non ce l’aveva fatta più ed era andata all’osteria frequentata dal marito a chiedere aiuto. “Buonasera” disse, facendosi coraggio. “Avete visto il mio Pietro?” L’osteria era un luogo dove le donne per bene non andavano. Antonio,Pasquale e Santo,gli unici avventori si girarono e trasecolarono vedendo Maria tutta rossa in volto. “Pietro come al solito dopo pranzo è andato a funghi, ma non è ancora tornato, ormai inizia ad imbrunire. I tre uomini le offrirono un bicchiere d’acqua per farla calmare,e dissero che no, Pietro non l’avevano visto. Vedendo il calare della sera imminente erano arrivati anche loro alla conclusione non detta,ma, visibile sul volto di Maria ,che a Pietro qualcosa di brutto doveva essere accaduto. In quattro e quattr’otto furono radunati tutti gli uomini del paese ,e,torce alla mano partirono alla ricerca di Pietro. Dell’improvvisata squadra di soccorso faceva parte anche Donato. Le ricerche, nonostante la buona volontà, durarono poco, il buio rendeva pericoloso il sentiero che si inoltrava nel cuore della montagna. Il gruppo aveva deciso di sciogliersi con l’accordo di ritrovarsi tutti, alle prime luci dell’alba nella piazza del paese per proseguire la ricerca. Pietro fu trovato a metà mattina, ormai morto, in un vallone. Nella mano destra stringeva ancora il manico del cesto di funghi, come a non voler lasciare il suo prezioso bottino. La caviglia sinistra era stata spezzata dalla morsa di una trappola per lepri. Il pover’uomo doveva essere incappato distrattamente con il piede nella trappola,e, perso l’equilibrio era caduto rovinosamente nel vallone, dove, dopo una lenta agonia aveva trovato la morte. “é la maledizione della luna” aveva urlato Maria vedendo il corpo del marito. Da allora non aveva più abbandonato l’abito nero e Donato non aveva più voluto funghi sulla sua tavola. “Sono passati dieci anni da allora, ma per mamma niente è cambiato” pensava mentre si incamminava sulla stradina che da casa sua lo avrebbe condotto fino a casa di Teresa, la ragazza che gli

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aveva rubato il cuore. Lui e Teresa si frequentavano assiduamente da tre anni, veramente lei gli era sempre piaciuta, ma, per qualche anno non aveva potuto manifestare i suoi sentimenti perché, a fare la corte a Teresa c’era Gerardo “detto Gegé”figlio viziato del farmacista del paese, che non permetteva a nessuno di avvicinare la ragazza. Teresa aveva più volte manifestato a Gegé che non aveva nessuna intenzione di assecondarlo,anche perché, i suoi splendidi occhi neri si erano posati più di una volta sul timido Donato ,e il suo cuore aveva già fatto la scelta. Dopo vari tentativi andati a vuoto durati un anno Gegé , finalmente, aveva dovuto desistere,anche perché il padre ,un pò per levarselo di torno, un pò per dargli un futuro, lo aveva iscritto all’università di Roma nella facoltà di medicina. Non potendo decidere del suo futuro, in quanto economicamente dipendente dal padre, borbottando e urlando nell’ottobre del 195o era stato praticamente buttato sul treno che lo avrebbe condotto nella capitale. “Tanto torno presto!” -aveva urlato dal finestrino, mentre il treno sbuffando usciva dalla stazione. Erano passati cinque anni e di Gegè non si era saputo praticamente più nulla. C’era chi lo sapeva già medico, chi diceva che aveva preso una brutta strada, solo Antonio il farmacista nonchè padre, non ne parlava mai, e, quando qualcuno faceva domande sul figlio lui, prontissimo cambiava discorso. Finalmente dopo un’ora di cammino Donato si era lasciato alle spalle il piccolo paese di San Fele e poteva intravedere la piccola casa di Teresa. Era una costruzione senza pretese in mattoni rossi, le finestre con la vernice scrostata dal sole, lasciavano capire che un tempo erano state amorevolmente dipinte di bianco. Davanti alla porta di casa c’era l’aia su cui razzolavano le due galline della famiglia,( Mimì e Cocò), che provvedevano a turno alla colazione di Teresa fornendo l’ovetto mattutino. Al centro dell’aia si ergeva un maestoso gelso che, con i suoi rami rigogliosi forniva conforto nelle torride giornate estive. Teresa ( la luce dei suoi occhi) era una bellissima ragazza, classica bellezza mediterranea, lunghi capelli corvini ondulati, occhi neri intensi che, all’occorrenza sapevano parlare, bocca carnosa, il tutto su un corpicino, non tanto alto, ma con tutte le curve al posto giusto. “Teresa ti devo assolutamente parlare” “non potevi aspettare dopodomani?” “Lo sai che ci possiamo vedere solo la domenica” “mamma è andata a consegnare il vestito che ho cucito per donna Clotilde, e, non tarderà a tornare. “se dovesse trovarsi a passare qualcuno cosa potrebbe pensare di noi quì da soli ?” Donato scoppiò in una fragorosa risata, la casa di Teresa era situata a cinque chilometri dal paese e la strada finiva lì, tutt’attorno non c’erano altro che boschi, Solo in un punto ben preciso dell’aia si poteva intravedere San Fele, piccola perla di architettura incastonata tra due grandi seni materni pronti a ripararlo dalle intemperie dell’inverno, altro non erano che le due montagne, la Torretta a sinistra e il Castello a destra. “Teresa ma quello che ti devo dire non vuoi proprio saperlo ?” Teresa lo guardò con aria incuriosita:”dimmi dimmi” “Il dottor Lattanino mi ha ordinato un lavoro molto importante, l’anno prossimo si sposa Filomena, la sua unica figlia, e, lui vuole che sia io costruire l’arredamento completo per la casa della figlia, ha detto che dei mobili fatti in fabbrica non si fida perché non possono avere la solidità e l’accuratezza di quelli fatti a mano. Il lavoro sarà tanto e di conseguenza anche il guadagno, così, visto che le cose stanno andando bene, ho pensato, se tu sei d’accordo, di sposarci.” Teresa a tutto aveva pensato tranne che ad una proposta di matrimonio. Dopo qualche secondo, in cui aveva realizzato la cosa, mise le braccia al collo di Donato e, incurante dell’imminente arrivo della madre, o, di qualcuno che poteva passare..di lì, gli stampò un enorme bacio sulla bocca e sussurrò un si. I due giovani attesero l’arrivo di Assunta, la madre di Teresa, nonché capofamiglia, da quando due anni prima era rimasta vedova. Assunta accolse bene la notizia, e, diede subito il suo consenso, giudicava Donato un bravo ragazzo, e, sapeva che avrebbe fatto di tutto per rendere felice la sua Teresa. Iniziarono così i preparativi per le nozze, Teresa aveva la dote già pronta da parecchi anni, la madre aveva iniziato a ricamare lenzuola da quando la figlia aveva compiuto il primo anno Maria, la madre di Donato, avrebbe provveduto alle bomboniere facendole lei stessa all’uncinetto. Le comari Nunziatina e Concetta, madrine di battesimo, la prima di Donato e la seconda di Teresa, si erano offerte di preparare il banchetto nuziale. Mancava solo l’abito da sposa, ma quello, Teresa l’avrebbe cucito lei stessa essendo sarta. Il matrimonio avvenne nel maggio 1954, i due sposi erano raggianti nei loro abiti, Donato alto e un pò allampanato, aveva assunto l’aria da vero uomo, merito forse del completo nero che indossava, Teresa sembrava una miniatura, tanto era proporzionata e bella.

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Il banchetto di nozze si svolse nell’aia di Assunta, i vari tavoli erano stati messi tutt’attorno al grande gelso che per l’occasione fungeva da ombrellone. Nunziatina e Concetta avevano dato sfogo alle loro abilità culinarie, così andavano dicendo, ma, il pranzo era nè più nè meno che un normale pranzo della domenica, comunque tutto andò per il meglio, e, quella fu la giornata più bella della loro vita. Dopo il ricevimento gli sposi andarono in quello che doveva essere il loro nido d’amore, la casa paterna di Donato. Insieme avevano deciso che quello era l’unico modo per poter risparmiare qualche soldo. Nel loro futuro c’era l’acquisto di un appartamentino nuovo, con tutte le comodità che una giovane coppia poteva desiderare. Maria aveva ceduto la sua camera da letto matrimoniale agli sposi, e, si era ritirata nella piccola cameretta che aveva visto crescere Donato. Era trascorso un anno dal giorno del matrimonio, la convivenza dei tre procedeva senza problemi, Maria aveva imparato a voler bene a Teresa come ad una figlia, di questo Donato non poteva che esserne contento. Di lì a pochi mesi la coppia sarebbe stata allietata dalla nascita del primo figlio. Con il suo amore Teresa aveva ridato serenità a Donato, era riuscita a fargli fare, dopo tanto tempo, nuovamente le passeggiate nei boschi, e, ogni tanto sulla tavola potevano fare la loro comparsa i funghi. Donato non aveva dimenticato il padre, ma, ora riusciva a vivere il dolore in un modo più sereno. La vita proseguiva con il suo tran tran. Era inizio luglio 1955, Filomena la figlia del dottor Lattanino era ormai prossima alle nozze, Donato era in fase di consegna dei mobili, e, una volta consegnato il tutto avrebbe avuto il saldo da parte del dottore. Quella era stata una giornata di duro lavoro come tante. La sveglia al mattino presto, la colazione, consistente in un tozzo di pane raffermo riscaldato sulla stufa a legna, e, una scodella di latte dove poterlo inzuppare. Una veloce sciacquatina al viso, e, di corsa a lavorare. La piccola botteguccia di falegname, che aveva ereditato dal padre, era stata ricavata dalla vecchia stalletta di fianco a casa, per cui, praticamente faceva casa e bottega. Era ormai alla fine della giornata lavorativa, pregustava già il momento in cui il dottor Lattanino lo avrebbe pagato. “Prima di tutto voglio fare un regalo a Teresa, desidera da tanto tempo lo scialle nero con le rose rosse che ha visto nel negozio della signora Giovanna, per me invece comprerò il miglior sigaro che c’è da tabaccaio, in attesa di festeggiare la nascita di mio figlio. “Donato!! Donatooo!! Era l’inequivocabile , e, acuta voce di Maria. “Vieni subito su ! Teresa ha le doglie” Donato scappò immediatamente lasciando la bottega aperta. “Dio mio e ora cosa si fa?” “Devi andare subito a chiamare il dottore” disse Maria, indaffarata a far bollire l’acqua e a preparare gli asciugamani. Nel giro di una mezz’ora Donato fu di ritorno con il dottore, e di li ad un’altra mezz’ora nacque una bellissima bambina che chiamarono Lucia. Appurato che mamma e figlia godevano di buona salute il dottore salutò tutti e se ne andò. L’indomani mattina, Donato tenne fede alla promessa che si era fatto. Andò al negozio della signora Giovanna ad acquistare lo scialle per Teresa. “Mi raccomando lo incarti bene, e, poi sopra ci voglio un bel fiocco rosa, ieri mi è nata Lucia” Consegnandogli il pacco la negoziante gli fece gli auguri, e, gli regalò un bavaglino. “é un piccolo augurio di benvenuto per la piccola.” Donato s’incamminò con il pacco sotto braccio verso la tabaccheria, ben deciso a comprare il sigaro, anche se non aveva mai fumato in vita sua. “Che idea stupida! Ormai l’ho detto e lo devo fare.” Entrato in tabaccheria rimase senza parole, vicino al banco intento ad acquistare sigarette c’era Gegè. “Ciao Donato, che si dice ?” chiese Gegè senza attendere risposta.”Mi hanno detto che ti sei sposato con Teresa!” Donato sentiva la gola secca, non per paura, ma, per il nervoso che gli procurava quell’essere impomatato, vestito alla moda, che, con fare da sbruffone, mostrava dalla camicia aperta, il petto villoso su cui risplendeva un’enorme catena d’oro con un ciondolo a forma di luna, sembrava un pavone quando apre la coda per far la corte alla femmina. “Si ci siamo sposati l’anno scorso, e, proprio ieri siamo diventati genitori di Lucia.” Gegè incassò il colpo, sul volto gli apparve un sorriso che mal celava disappunto. “Allora tanti auguri, e, salutami Teresa.” disse uscendo senza nemmeno voltarsi. Donato acquistò l’amaro sigaro,e, si avviò verso casa. Strada facendo pensava alla piccola Lucia e a Teresa, alla quale non avrebbe mai portato i saluti di Gegè.

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“Ma cosa si è messo in testa, non vorrei fosse tornato per provocare guai” Poi il pensiero del batuffolino rosa prese il soppravvento su tutto, e lui si ritrovò a sorridere. Nei mesi a seguire gli era capitato ancora di incontrare Gegè, qualche volta anche quando era in compagnia di Teresa e della piccola. Gegè si era fermato solo una volta a parlare con loro, guardando insistentemente Teresa faceva i complimenti alla bimba. Donato capita l’antifona da allora evitava di fermarsi, ma, si accorgeva che gli occhi di Gegè scrutavano il corpo di Teresa. “Non lo sopporto” diceva rivolto alla moglie “sembra che ti voglia spogliare con gli occhi.” Teresa allora gli cingeva le braccia attorno alla vita, e, sussurrandogli “Io sono solo tua” lo calmava all’istante. Con il tempo, e, l’amore della moglie aveva ripreso anche ad andare per funghi. Tempo ce ne era voluto, Teresa lo aveva convinto che l’incidente di cui era stato vittima il padre, non era una maledizione, ma, una distrazione. Nelle prime ore di un pomeriggio di metà settembre 1955, Donato aveva deciso di andare a funghi, non era la prima volta che s’inoltrava da solo nei boschi, quel pomeriggio in particolare, non avendo lavoro, pensò che qualche soldo in più, derivato dalla raccolta dei funghi, non avrebbe fatto male, specialmente ora che la famiglia era aumentata. L’orologio a cucù della famiglia suonava le diciassette, e, Donato non aveva fatto ancora ritorno, Maria era diventata improvvisamente ansiosa, Teresa cercava di calmarla. “Mammà, non vi dovete preoccupare, sarà andato in paese prima di tornare a casa, per vedere se qualcuno vuole acquistare un pò di funghi.” Maria sentiva l’ansia crescere dentro, si alzava, andava alla finestra con la speranza di vedere il figlio tornare poi tornava a sedersi, fino a quando giunsero le diciotto e, non resse più. “Teresa, io vado a cercare Donato” “Va bene mammà vengo con voi” così dicendo Teresa prese dalla culla Lucia, le mise la cuffietta, la avvolse in una calda coperta di lana, e, le due donne uscirono. Il punto di ritrovo degli uomini del paese era l’osteria. Maria si ritrovò a varcarne la soglia per la seconda volta in vita sua. Teresa invece c’era entrata qualche volta con il marito, loro erano moderni. “Buonasera” dissero le due donne. I pochi avventori si girarono, Maria scorse tra loro Antonio. “Avete visto il mio Donato ?” Sembrava un film già visto. No Donato non l’avevano visto,e, quella notte, come la notte di quindici anni prima, sarebbe stata senza luna. “Nel primo pomeriggio è andato per funghi, avrebbe dovuto far ritorno di lì a poche ore” Gli uomini dell’osteria ricordavano cosa era accaduto al povero Pietro. Maria aveva il volto di un bianco spettrale, e, a Teresa erano spuntate due silenziose lacrime. Senza alcun indugio vennero radunati tutti gli uomini del paese, la squadra di soccorso partì ancora una volta, torce alla mano alla ricerca di un cercatore di funghi. Anche questa volta dovettero abbandonare le ricerche quasi subito, la buona volontà non era sufficiente a stemprare il buio, non si poteva far altro. All’alba dell’indomani ripartirono tutti alla ricerca di Donato, intenzionati a riportarlo a casa vivo e vegeto. Poco prima delle undici lo trovarono ormai senza vita nel vallone che quindici anni prima aveva accolto il corpo del padre. “é la maledizione della luna” Urlò Maria vedendo il corpo del figlio. Quelle furono le ultime parole che pronunciò prima di cadere in uno stato catatonico. Teresa non riuscì a dire nemmeno quello, scoppiò in un pianto a dirotto, smise solo cinque giorni dopo perchè sfinita. A distanza di una settimana, Teresa riprese coscienza, Lucia ignara di quanto accaduto reclamava attenzioni. Maria era ridotta ad un automa, il medico disse che lo choc subito era stato troppo per lei, non si sarebbe più ripresa. Non restava che rimboccarsi le maniche e riprendere il lavoro, I soldi che lei e Donato erano riusciti a risparmiare in quell’anno e mezzo di matrimonio non erano bastati nemmeno a pagare le spese per il funerale, ora c’erano da pagare i debiti e tirare avanti la baracca, il testimone era passato di mano. Si prospettavano tempi duri. Passarono giorni, mesi, le cose andavano di male in peggio, Teresa poteva dedicare poche ore al lavoro, Lucia era ancora

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dipendente totalmente da lei, e, la suocera era peggio di Lucia. Teresa doveva aiutarla a lavarsi, a vestirsi, quando era ora di mangiare le metteva il piatto davanti con il povero cibo, e, Maria iniziava a mangiare continuando anche quando nel piatto non era rimasto più nulla, finchè la nuora,non le levava le posate dalle mani, solo così capiva che aveva finito. “Non ce le faccio più, non posso continuare così” “Sento che la vista sta diminuendo giorno dopo giorno, colpa del lavoro che sono costretta a fare alla misera luce delle candele” Della splendida ragazza che stata ne era rimasta solo la vaga somiglianza, nei trascorsi senza il suo amore, sembrava invecchiata di dieci anni. Il 9 luglio 1956, giorno del primo compleanno di Lucia, verso le dieci di mattina, Teresa sentì bussare vigorosamente alla sua porta. “Chi é ?” Chiese guardinga, sapeva che c’erano parecchi creditori che volevano riscuotere. “Apri sono Gegè, ho portato un regalo per Lucia” Meravigliata per quella visita inattesa aprì la porta, vide Gegè tutto tirato a lucido con un’enorme scatola tra le mani. Senza chiedere permesso oltrepassò la soglia di casa, vide la piccola Lucia, e, senza troppi preamboli le disse. “Ciao Lucia, ti ho portato un regalo per il tuo compleanno” senza aspettare risposta, che peraltro la piccola ancora non sapeva dare, si rivolse a Teresa. “Teresa ti renderai conto che così non puoi continuare, stai diventando l’ombra di te stessa, sei piena di debiti. Mi sei sempre piaciuta, e, oggi sono venuto quì per chiederti di diventare mia moglie, ho rilevato il negozio della signora Giovanna che se vuoi, sarà tuo, andremo a vivere in bell’appartamentino corredato di tutti i confort, nella parte nuova del paese. Sopraffatta dalla stanchezza, dalla fame, Teresa scoppiò a piangere. In Gegè vedeva il salvatore. Ora in casa sua c’era la soluzione ai suoi problemi, a quelli di Lucia e della suocera. “Va bene Gegè, lo sai però che non ti amo” “Non importa imparerai con il tempo” “Il mese prossimo se ti va bene possiamo già sposarci, in città ho trovato un ospizio per tua suocera, tanto rimbambita com’è non si accorgerà di nulla. La piccola vivrà con noi, e, se vorrai potrà chiamarmi papà” In agosto si celebrò il matrimonio tra Teresa e Gegè, fu una cerimonia molto intima, anche per delicatezza verso la situazione della sposa. Il 15 settembre 1956 ad un anno esatto dalla morte di Donato, Teresa scoprì di aspettare un bambino. La vita di Teresa era notevolmente migliorata, almeno dal lato economico, il negozio andava bene, ma, il matrimonio lasciava a desiderare. Gegè ottenuto l’oggetto del desiderio si  era stancato ben presto di fare il padre e il marito amorevole. Teresa e Lucia erano sempre più spesso da sole, Gegè aveva preso il vizio di passare le serate all’osteria e, quando rincasava, loro già dormivano. Nel maggio 1957 Teresa partorì Rosa.

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Lucia era gia da qualche giorno affidata alla nonna Assunta. Trovandosi da sola in casa al momento del parto, tra una contrazione e l’altra, era riuscita a chiamare la vicina di pianerottolo, che a sua volta era corsa a chiamare il dottore. Gegè vide la figlia solo molte ore più tardi. “Femmina, hai fatto un’altra femmina, non mi hai saputo dare nemmeno un maschio.” Questo era tutto quello che aveva saputo dire prima di buttarsi sul letto e iniziare a russare come un maiale. Sul volto di Teresa, tornato all’antico splendore,era apparsa la rassegnazione. Le figlie crescevano bene, e, da quando Rosa aveva iniziato a muovere i primi passi lei e Lucia erano diventate praticamente inseparabili. Di tanto in tanto nonna Assunta veniva a trovarle, sempre comunque quando il genero non era in casa, Teresa ne approfittava per ritagliare qualche ora per se, e, senza dire niente a nessuno, si inoltrava nel bosco per raggiungere il vallone in cui aveva trovato la morte Donato.

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Nel tempo aveva costruito un piccolo altare su cui deponeva un fiore e diceva una preghiera. Quello era il luogo dove sentiva il suo unico amore vicino a sé. Il 15 settembre 1958 a tre anni esatti dalla morte di Donato, chiese alla madre di badare alle figlie, ad Assunta non pareva vero doversi occupare di quelle piccole pesti, quando era con loro le giornate le passavano velocemente. “Voglio prendermi una mezza giornata tutta per me.” Assunta facendo finta di crederle le disse di non preoccuparsi. “Fai pure tutto quello che devi, Rosa e Lucia staranno bene da me, la gatta Milù ha avuti da poco i cuccioli,le bimbe saranno felici di vedere i gattini.” Teresa si era così incamminata verso la montagna, intenzionata a portare un fiore sull’altarino di Donato. Quando raggiunse il vallone si sentì subito meglio, quel luogo le infondeva tranquillità. Prese il vasetto con i fiori ormai secchi, lo ripulì per bene, lo riempì con l’acqua che si era portata da casa, sistemò i fiori freschi e si mise a pregare. Ogni tanto veniva disturbata da uno strano luccichio che compariva e scompariva, a secondo di come il sole riusciva a filtrare tra le cime degli alberi, scossi da un leggero venticello. Incuriosita si diresse il fogliame da dove sembrava provenisse il bagliore, cautamente,con un ramoscello, scostò qualche foglia, e, con sua grande sorpresa vide una grande collana d’oro e un ciondolo a forma di luna. Tremante prese tra le prese tra le mani, la collana era spezzata  così come il gancio del ciondolo. “Donato!! Donatooo!! cosa  ti hanno fatto! Ora era tutto chiaro.

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Donato non era morto in un incidente di montagna come il padre, ma, era stato assassinato. Teresa aveva riconosciuto la collana e il ciondolo appartenuti a Gegè. Tornò a casa sconvolta con i gioielli in tasca, ogni tanto con la mano li toccava per assicurarsi che fossero ancora lì. Non andò nemmeno a prendere le figlie, dalla madre, si diresse solo verso casa, lì attese il ritorno di Gegè. Dovette aspettare oltre la mezzanotte, quando Gegè varcò la porta di casa, Teresa gli si scagliò contro come una furia e, senza parlare prese a colpirlo. “Sei diventata matta?” Urlava Gegè, colto di sorpresa. Teresa si fermò di colpo, e, guardando Gegè dritto negli occhi “ASSASSINO!!!” Poi prese la collana e il ciondolo a forma di luna e glieli tirò in faccia. Gegè capì che con Teresa era tutto finito. “L’ho fatto per te, perchè ti amavo” Quella parola nella sua bocca suonava come una nota stonata, Teresa non l’aveva nemmeno sentita perchè era già lontana. Incurante del buio della notte, munita solo di una piccola torcia,era già sulla stradina  che l’avrebbe condotta a casa della madre tra le braccia delle sue figlie. Dentro di sè aveva dovuto prendere la decisione più forte della sua vita, non avrebbe MAI rivelato a nessuno quello che aveva scoperto, non avrebbe MAI permesso che tra i suoi angioletti potesse insinuarsi l’odio. Lucia figlia della vittima e Rosa figlia dell’assassino.

Gloriana Giardili, meglio conosciuta come Milly, nasce a Cortemaggiore, provincia di Piacenza nel 1955. Casalinga per scelta comincia a dedicarsi alla scrittura, sua grande passione, quando i figli, diventati grandi, intraprendono la loro strada. Per caso, partecipa ad un concorso per racconti brevi della casa editrice Einaudi e, con sua grande sorpresa, il suo racconto “Maria detta Martina” rientra tra i settanta scelti per la pubblicazione della  raccolta “Io mi ricordo”. Lo stesso racconto le vale la pubblicazione, nella parte centrale della  sezione cultura, del quotidiano “L’Unità” del 3 ottobre 2009. Nel giugno 2012 il quotidiano “Il Messagero” pubblica, on line, il suo racconto “Africa”. Quest’anno (2013) ne “L’Agenda dei Poeti” viene pubblicata la poesia  “A mio Padre”. All’attivo anche altre partecipazioni in svariati concorsi: “Emozioni sul  mare 2012”, “Caffè Moak 2012” e “Giallo Mondadori”.

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la traduttrice

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di simone di biasio Korinne È traduttrice dal Parkinson In rumeno e poi italiano, tutte lingue del suo sacco. Nonna Francesca Invece è tutto un terremoto, fa tremare i piatti, le voci, il borgo arroccato di Sperlonga che sembra lei sempre in equilibrio tra un vociare e il divano. Ha avuto un ictus che poteva uccidere Ma lei non lo ha detto a nessuno - non ha potuto – In silenzio gli ha aperto la porta Ma il postino dovrà ritornare. Nonna Francesca È una conchiglia a pancia in giù, tutti la accostano all’orecchio per sentire il fragore di una vita e se la vedi da un altro angolo è pure a righe e colorata come la vestaglia da notte. Anche lei ha un contratto a tempo, sarà licenziata molleggiando e farfugliando i migliori giorni di sole. Korinne È la sua traduttrice dal Parkinson In rumeno e poi italiano E ha imparato due nuove lingue: il dialetto e il sottovoce, impronte foniche della nostra sorte. RB - Primavera 2013

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a voce alta

È sempre molto difficile parlare del Nazionalsocialismo e dei suoi crimini senza cadere nell’ovvietà, nella retorica o nei luoghi comuni. Di conseguenza, è anche molto difficile raccontare in forma letteraria questo periodo buio della Germania. Per uno scrittore non deve essere facile misurarsi con le vicende legate alla Shoah, perché l’orrore di cui si vuole scrivere è talmente grande da rendere spesso la parola scritta impotente e inadeguata. Molte delle opere letterarie prodotte fino ad oggi hanno cercato di far conoscere al mondo le atrocità che si sono consumate nei Lager, in modo da avvicinare i lettori a quella realtà che oggi ci sembra così distante e da perpetuare il ricordo di una pagina nera della storia dell’umanità. A voce alta (in originale Der Vorleser) di Bernard Schlink (Bielefeld, 1944), giudice e professore di Diritto e Filosofia alla Humboldt-Universität di Berlino, è un romanzo di successo che racconta della Shoah, focalizzandosi però su altre tematiche. Al centro del romanzo non ci sono infatti le vittime dell’Olocausto, ma c’è una dei carnefici e il racconto non parla in senso stretto del massacro nazista, ma si interroga piutto-

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sto sulla natura del male e sulla possibilità di capire come una persona normale possa macchiarsi di delitti ignobili. Il romanzo si apre con l’incontro dei due protagonisti, Michael Berg e Hanna Schmitz, che iniziano una relazione tanto passionale quanto tempestosa. Michael è infatti ancora un ragazzino, di ventuno anni più giovane di Hanna, quando si innamora follemente della donna ed è disposto a tutto per passare del tempo con lei. Hanna invece non sembra così coinvolta come Michael: appare distaccata, meccanica, imprevedibile e sicuramente misteriosa. La donna si comporta in modo strano e non lascia trapelare nulla di sé, del suo passato e delle sue emozioni. L’unica sua passione sembra essere la lettura ad alta voce di grandi opere letterarie ad opera di Michael. L’idillio tra i due però termina bruscamente quando Hanna cambia città, lasciando così perdere le sue tracce e abbandonando Michael che non riuscirà mai a superare davvero questo dolore. Qualche anno più tardi, durante gli studi universitari in Legge, Michael ritrova Hanna come imputata in un processo che la accusa di aver lavorato in un campo di concentramento e


di chiara silva

Lettura consigliata: Schlink, Bernhard: A voce alta. Garzanti, 2010, 180 pp. 9,90€ Ascolto consigliato: A survivor from Warsaw Op. 46 di Arnold Schönberg Link interno a Reader’s Bench: leggere per non dimenticare

di non aver soccorso trecento ebrei arsi vivi durante il rogo di una chiesa. Le prove sembrano schiaccianti, Hanna ammette la sua colpa senza quasi difendersi e viene condannata al carcere a vita. Durante le sedute in tribunale però Michael si rende finalmente conto del segreto che Hanna da sempre nasconde: lei è analfabeta. Da questo momento Michael è dilaniato da sentimenti contrastanti. Da un lato, desidera aiutare Hanna, per la quale nutre ancora una passione inestinguibile, ad ottenere un’attenuante, ma dall’altro non vuole tradire il segreto di cui la donna si vergogna enormemente e soprattutto non vuole trovarsi di nuovo faccia a faccia con lei. A lungo Michael evita il contatto diretto con Hanna, nonostante lei sia sempre nei suoi pensieri come termine di paragone con le donne della sua vita, in quanto Michael continua a nutrire molto affetto per lei, idealizzando i ricordi che la riguardano. Dopo alcuni anni, cercando forse di vincere il dolore dell’abbandono e di riconciliarsi con il suo passato, Michael decide di rientrare in contatto con Hanna, spedendole le registrazioni delle sue letture ad alta voce che lei tanto amava.

Da questo momento il romanzo si avvia ad una conclusione drammatica che getta nuove luci e ombre su i due protagonisti. Tralasciando la vicenda amorosa e i suoi risvolti psicologici in Michael che possono lasciare perplessi, è interessante la riflessione che Schlink dedica alla Shoah. Attraverso il suo personaggio l’autore ripensa agli avvenimenti e alle conseguenze legate all’Olocausto, al significato del male e della colpa e a quanto sia difficile comprendere davvero come sia stata possibile tale barbarie. Il romanzo di Schlink si aggiunge a tutta quella letteratura della Shoah, che ci aiuta a non dimenticare il passato e a non ricommettere nuovamente gli stessi tragici errori.

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tiziano

Chi non ha mai acquistato, indossato o avuto qualcosa che fosse “rosso Tiziano”? Questa espressione sta ad indicare una tonalità di rosso davvero unica, brillante, intensa, come il pigmento usato dal celebre pittore per dipingere le sue opere. Il colore lo otteneva dal succo del mollusco di una conchiglia e nel tempo questa tonalità di rosso ha contribuito a creare il mito di Tiziano. Il pittore, allievo di Giorgione, finisce col diventare più bravo e più apprezzato del suo maestro e vanta una produzione artistica spettacolare; le sue opere sono custodite non solo in Italia, ma anche all’estero, sia nei luoghi dove ha eseguito lavori su committenze, come in Spagna, alla corte di Carlo V e di Filippo II, sia nei grandi musei dove le sue creazioni hanno trovato la giusta collocazione e lo spazio che meritavano.

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Purtroppo le sue opere sono dislocate davvero in diversi e distanti luoghi; tra i quadri più famosi, esposti nelle locations più prestigiose ci sono: il Baccanale degli Andrii, conservato al Prado di Madrid, insieme ad altre tele di rilievo come una delle versioni della Danae e i ritratti di Carlo V e di Filippo II; un’altra tela bellissima (la mia preferita) si trova al museo di Edimburgo, L’allegoria delle tre età della Vita, e poi il Noli me tangere, a Londra e altre, di altrettanta bellezza si trovano al Kunsthistoriches di Vienna. Per fortuna abbiamo qualcosa anche noi, qui in Italia: l’imponente tela raffigurante Amor sacro e amor profano, a Galleria Borghese, a Roma, e la famosa, e suggestiva, Venere di Urbino agli Uffizi di Firenze. A Roma, fino al 16 giugno, presso le Scuderie del Quirinale, sarà possibile fruire di una bellissima ed emozionante esposi-


di floriana villano Nato a Pieve di Cadore intorno al 1490 da una famiglia di notabili e giureconsulti, fu inviato a nove anni, con il fratello maggiore, a Venezia presso uno zio. In breve si impadronì delle tecniche pittoriche, riuscendo a farsi strada già nel primo decennio del Cinquecento, a fianco del grande Giorgione da Castelfranco. Nato a Pieve di Cadore intorno al 1490 da una famiglia di notabili e giureconsulti, fu inviato a nove anni, con il fratello maggiore, a Venezia presso uno zio. In breve si impadronì delle tecniche pittoriche, riuscendo a farsi strada già nel primo decennio del Cinquecento, a fianco del grande Giorgione da Castelfranco. La fama di Tiziano si estende ovunque: i suoi modi aristocratici e l’abilità diplomatica, lo stile di vita e la coscienza nobile della propria arte non lo limitano, anzi lo fanno apprezzare nelle corti. A questi tratti signorili si affianca il desiderio di onori, denaro e prebende che emergono dalla ricca corrispondenza tutta segnata da inquietudini e fortissime antipatie e invidie che sovente lo mostrano avverso ai colleghi pittori, come il più anziano e debole Lorenzo Lotto, il competitivo e apprezzato Pordenone, il giovane e attivissimo Iacomo Tintoretto. Al di là del vezzo di invecchiarsi ad arte - in data primo agosto 1571 a Filippo II: si firma “suo servitor di età di novanta cinque anni” - la produzione senile appare ancora di stupefacente energia, ottenuta con mezzi sempre più volutamente limitati: quasi che al pittore bastassero tre colori - il bianco, il nero e il rosso - per raggrumare tutta la luce del mondo. Muore, durante la peste ma non di peste, il 27 agosto 1576 e il giorno dopo verrà sepolto in Santa Maria dei Frari, a Venezia. tratto dalla Biografia di Tiziano presente sul sito della mostra

zione di opere di Tiziano; le sue più significative e più rappresentative tele, che costituiscono gran parte del meraviglioso patrimonio artistico del ‘500, sono raccolte in una mostra tutta da vivere. La mostra percorre le tappe più significative della produzione artistica di Tiziano, permettendo al visitatore di apprezzare l’evoluzione stilistica del pittore: il colore, intenso e vibrante; la pennellata, lunga e corposa; l’amore per i dettagli; le sfumature dei paesaggi; la delicatezza e le rotondità dei corpi; i panneggi così pesanti e realistici che sembra quasi di poterli toccare; la luce, raffigurata come lame che feriscono le superfici irrorandole di luminosità, quel tanto che basta a renderle tridimensionali . E poi, i discorsi iconografici, tipici delle opere tizianesche, che nel tempo hanno appassionato studiosi e amanti della storia dell’arte, dibattendo su teorie

ancora aperte e in fase di studio, mentre altre animo questi quadri intrisi di allegorie e mistero. Se vi è possibile visitare questa esposizione la consiglio per conoscere al meglio il pittore veneziano. È possibile acquistare i biglietti on line direttamente dal sito www.scuderiequirinale.it; il palazzo delle esposizioni è chiuso solo il lunedì. Per una lettura, a scopo conoscitivo, su Tiziano, vi suggerisco quella che per me è stata una sorta di bibbia, durante i miei studi: Tiziano, problemi di iconografia, di Erwin Panofsky; un saggio molto interessante, scritto in modo semplice, ricco di aneddoti e di tavole per poter seguire meglio le spiegazioni date in merito alle opere e per poter entrare in contatto con il genio del grande artista veneziano che tutto il mondo ci invidia.

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a viso coperto

L’umanità dei personaggi, le loro paure, le loro contradd corale sulla complessità delle persone. un romanzo per c di un mondo in continua evoluzione. 50 RB-Primavera 2013


dizioni, le loro delusioni, speranze, assenze: un romanzo capire, per apprendere e per crescere come lettori critici RB - Primavera 2013

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di claudio volpe “A viso coperto” (Einaudi Stile libero) di Riccardo Gazzaniga è uno di quei romanzi che ti riconciliano con la lettura e con la realtà e che aprono un vulnus nella concezione, ben radicata in me, che almeno nel panorama italiano, le scrittrici sano superiore agli scrittori. Gazzaniga, che si definisce simpaticamente ma argutamente “operautore di polizia” è appunto un poliziotto attivo nella caserma di Bolzaneto ed è stato il vincitore del Premio Calvino 2012 con una storia che analizza attentamente e poeticamente i rapporti tra forze dell’ordine e ultrà cercando di ricostruirne dinamiche, tensioni e rapporti utilizzando quale strumento comunicativo quella della letteratura. Al di là della storia raccontata e dei suoi personaggi, che credo sia giusto che ogni lettore possa scoprire e amare da sé, ciò che merita attenzione sono l’intento e il relativo effetto “civili” che quest’opera contiene in sé. “Civile” nel senso di contributo che la letteratura può dare alla costruzione di una società presentando le diverse modalità di esistenza presenti, i diversi regimi di pensiero e di approccio alla vita, alla legge e all’altro. nel riproporre il punto di vista di quanti si sentono partecipi di questo fenomeno così come quello contrapposto della polizia, l’autore permette al lettore di costruirsi uno sguardo di insieme quanto più possibile oggettivo e attendibile. Gazzaniga, lungi dal voler esprime giudizi di valore o condanne, cerca più che altro di far comprendere le diverse posizioni in gioco, cercando di aprire spiragli di significato che siano idonei a far immedesimare il lettore nella realtà da lui descritta e dunque colmare il vuoto tra “il sentito dire” o l’informazione appresa passivamente e “l’esperienza diretta” relativamente al mondo degli stadi e dei complessi rapporti tra poliziotti e ultrà. Ogni lettore potrà così dismettere il ruolo di spettatore che davanti la tv apprende e lascia scorrere nei propri occhi immagini, date dai notiziari, di inusitata violenza e viene catapultato proprio lì, negli stadi, in mezzo alla folla violenta e scalmanata. E tal volta l’immedesimazione è così potente che si prova paura. Paura di venir feriti, di rischiare la vita o di lasciarsi dominare e guidare dall’anima della folla stessa che, come insegna Freud, è spesso dotata di uno spirito proprio e maggiore rispetto alla volontà dell’individuo preso singolarmente. Il linguaggio utilizzato da Gazzaniga è forte e incisivo, realista, diretto e immediato sia nella descrizione delle vite dei singoli e numerosi personaggi, ognuno assediato dai propri problemi e dalle proprie frustrazioni umane, sia nel dipingere le scene corali dove il ritmo e la corrosività delle scene imperano completamente. Il bello è la possibilità di calarsi pienamente nella vita de numerosi personaggi, vivere le loro esperienze, i loro drammi e iniziare a ragionare con la loro testa fino a fondersi completamente con essi. A tratti si ha

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l’impressione di leggere qualcosa di Melania Mazzucco e della sua scrittura immensa e visionaria. E proprio la Mazzuco dice, riguardo a questo romanzo: “Gazzaniga costruisce una trama compatta e serrata, trascinando il lettore in un mondo maschile di violenza e frustrazione. Una storia di sogni infranti e follia che diverte, provoca e coinvolge”. Niente di meglio che di queste parole per riassumere la potenza narrativa di Riccardo Gazzaniga e del suo “A viso coperto”. Per chi non si fosse ancora convinto sarà sufficiente leggere uno stralcio di questo romanzo e lasciarsi conquistare dallo stile accattivante e, oserei dire, notevolmente “verista”. A prescindere da cosa? Dalla vita? Dalla logica? Dall’essere adulti? Dal fatto che queste sono cazzate?, si chiedeva. Perché così stanno le cose. Sono questioni che sembrano importanti solo a noi. Fuori dallo stadio, tra la gente normale, non hanno senso. Forse é perché non hai figli, Lollo. Oppure perché non ti é mai capitato niente di tanto brutto da farti detestare la vita. Che una volta passata la rabbia, dopo quei secondi in cui ti sentì meglio nella mischia, capisci che quel dolore, quel buco dentro non si riempie mai, per quanta merda inghiotti nella speranza di tapparlo”


intervista a Riccardo Gazzaniga

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“A viso coperto”: perché questo titolo? Il titolo riporta ad un aspetto speculare dei due gruppi protagonisti, ultrà celerini. Entrambi hanno il viso coperto da sciarpe, foulard, caschi, maschere antigas. Questa irriconoscibilità disumanizza entrambi i gruppi agli occhi del rispettivo nemico. Gli uni non possono riconsocere né “vedere” gli altri e il conflitto non può che inasprirsi. Anche per questo ho scelto di dare all’immaginario gruppo ultrà protagonista del libro il nome “Facce coperte”. Se dovessi riassumere la storia che racconti.... Il romanzo racconta di questo gruppo ultrà, le Facce Coperte appunto, che tenta di riportare in vita un modello di tifo ormai in crisi, un modo di essere ultrà – la cosidetta mentalità – che le leggi degli ultimi anni hanno quasi piegato. La loro concezione del tifo prevede il non rispetto delle regole imposte dell’autorità e la ricerca sistematica degli scontri. In questa parabola il gruppo di ultrà finisce per scontrarsi con i poliziotti del Reparto Mobile del Genova e da questo conflitto scaturisce una serie di reazioni a catena che segnano la vita di tutti i protagonisti. Un tema fondamentale è la violenza e il modo in cui essa incide su tutti i protagonisti. Altro tema è la fedeltà, perchè ogni attore del libro dovrà decidere se restare fedele ai suoi principi o tradire il gruppo, gli amici, sè stesso. Ho cercato di trasmettere l’umanità di fondo di tutti i personaggi, nessuno escluso, senza divisioni manichee. Quanto il tuo essere poliziotto e l’aver fatto esperienza diretta di ciò che accade negli stadi ha influito sulla tua scrittura? La storia nasce da esperienze più o meno dirette. Molti dei fatti sono accaduti direttamente a me o ad alcuni colleghi che ho conosciuto, seppure in luoghi, tempi e forme diverse. Altri sono frutto d’immaginazione. Senza dubbio aver fatto servizio in centinaia di partite, dalla Champions League ai Campionati Dilettanti, mi ha permesso di raccontare situazioni che conosco bene. Diciamo che e c’è un argomento su cui potevo raccontare al lettore qualcosa che non sapeva, quello era l’ordine pubblico. Puoi provare aspiegare i rapporti tra forze di polizia e ultra? Negli anni Sessanta e Settanta la Polizia rappresentava un fastidio, un attore secondario che tentava di impedire gli scontri fra tifoserie rivali. Gli ultrà erano una versione edulcorata dei vilenti delle piazze. Secondo alcuni quasi una forma di violenza incanalata, quasi codificata, per limitare quella reale che incendiava l’Italia. Neli anni Ottanta le piazza si sono calmante, ma gli incidenti da stadio sono aumentati in numero e violenza culminando - nel ‘94 -nella morte di Vincenzo Spagnolo, , ucciso a Genova da un diciotenne milanista. Con quella morte e gli scontri che ne seguirono per ore, mandati in diretta televisiva, il problema “ultrà” è entrato brutalmente nelle case di tutti e la reazione dello stato è stata repressiva, con normative dure, ma non sempre applicate adeguatamente. Senza dubbio duro è stato l’approccio sul campo, che ha portato a scontri quasi domenicali con la Polizia. L’odio per le “guardie” ha assunto una crescente rilevanza e dopo le tragiche morti di Filippo Raciti e Gabriele Sandri, quel conflitto si è ancora inasprito, con normative sui Daspo e la tessera del tifoso che gli ultrà hanno percepito come una dichiarazione di guerra rispetto al loro modo di intendere il tifo. Nonostante il recente diminuire degli incidenti il fastidio per la Polizia è e resta fortissimo. La storia che racconti si rifà alla tecnica del romanzo nel romanzo. Perché questa scelta? Avevo in mente di tracciare una storia del mondo ultras e, di pari passo, scrivere in un saggio autobiografico sulle mie esperienza lavorative. Ma questa seconda formula mi imponeva troppi vincoli, perché troppe cose non erano adatte alle dichiarazioni di un poliziotti. E allora ho fuso tutto in un romanzo, che mi offriva più libertà di dire quando avevo dentro. A ricordare l’embrione originario resta il personaggio di Nicola, che è un po’ il mio alter ego. Lui nel romanzo scrive un saggio, una sorta di libro nel libro come dici tu. E’ un tema che si ripete in altri miei lavori, anche perché mi piace molto. ”A prescindere da cosa? Dalla vita? Dalla logica? Dall’essere adulti? Dal fatto che queste sono cazzate? , si chiedeva. Perché così stanno le cose. Sono questioni che sembrano importanti solo a noi. Fuori dallo stadio, tra la gente normale, non hanno senso. Forse é perché non hai figli, Lollo.

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Oppure perché non ti é mai capitato niente di tanto brutto da farti detestare la vita. Che una volta passata la rabbia, dopo quei secondi in cui ti sentì meglio nella mischia, capisci che quel dolore, quel buco dentro non si riempie mai, per quanta merda inghiotti nella speranza di tapparlo”: ti va di commentarci questo passo? Questo passo racconta i dubbi di uno degli ultrà, Ale. Ha perso la sorella per una malattia, fa un lavoro che non gli piace, vive un rapporto di coppia stanco. Soffre e trova pace solo in quell’ebbrezza, in quei minuti in cui si copre la faccia per picchiarsi con altri tifosi. Eppure, da un certo momento, quella violenza inizia a stancarlo, a nausearlo. E’ la stessa cosa che succede a Marione, un poliziotto che non riesce a liberarsi da un brutto processo e dai rimorsi per le menzogne dette alla madre, dai ricordi del G8 e di Bolzaneto. Entrambi hanno vissuto per anni “dentro” il loro ruolo, ma la violenza che si portano dietro finisce per schiacciarli. Cosa significa per te scrivere? Quando scrivo trovo gli unici momenti di pace, quelli in cui sono davvero presente a me stesso. Io sono una persona programmatica, ansiosa, poco incline agli entusiasmi e che a volte fatica a trasmettere le sue emozioni. Ma quando invento una storia, allora smetto di perdermi in ansie, dubbi, imposizioni. Sono presente, consapevole, forte, diretto. Sono libero, ecco.

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fin qui tutto b di ariberto terragni

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bene

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Era buio intorno, non vedevo quasi niente. Camminavo. Il cuore mi batteva forte e non sapevo da che parte andare. Dietro di me sentivo Sticco respirare affannato. Il fango mi arrivava alle caviglie; affondavo. Un passo dopo l'altro mi sembrava di affondare sempre di più, un millimetro alla volta. E poi? E poi ancora, devo andare avanti. Dovevo essermi ferito le mani, perché uno strano bruciore mi saliva dai palmi, che erano freddi e caldi allo stesso tempo. Colavano, era sangue. Camminavo. “Ehi, ci sei?” Nessuna risposta. “Dico, Sticco, CI SEI?” “Sì, ci sono.” Biascicò. Avevo paura. Sapevo che non dovevo farglielo capire, ma avevo paura. Non solo per il buio e la nebbia spessa, ma perché mi sentivo responsabile. Ero stato io a fare tutto. Sticco si era fidato e ora io non sapevo bene da che parte andare. Chiedevo un po' di fortuna, solo un poco. Quanto mancava all'alba? Non poteva essere poi molto. Da qualche parte sarebbe sbucato un raggio di luce, era questione di poco, anche se sembrava impossibile tanto era buio in quel groviglio. “Ma quanto manca?” Disse Sticco ad un certo punto. “Non manca molto, ce la fai?” “Non lo so se ce la faccio.” “Dai, devi farcela.” “E io non so se ce la faccio.” Le ultime sillabe le soffiò proprio. Capii che non ne aveva ancora per molto, così decisi di prendere fiato un attimo. Solo un attimo, anche se poteva costarci la vita. Mi appoggiai ad un tronco. Il ruvido della corteccia sotto alle mie dita mi fece rabbrividire. Ero stanco, sudicio di fango e sudore. “Fermiamoci un secondo, ma solo un secondo.” “Non ce la faccio più.” Ripeté Sticco. “Te la stai cavando benissimo, adesso non manca molto, davvero, devi solo radunare le forze e andare fino in fondo, non pensare, capito? Non devi pensare a niente, cammina e basta.” “Come si fa a non pensare?” Distinguevo appena i suoi tratti. I capelli rasati, il volto scheletrico e duro, gli zigomi sporgenti e la barba ispida. “Non pensare, pensa a qualcos'altro, ma a delle cose stupide, a niente di importante.” “Alla mia vita allora.” “Non dire così, pensa a quando eri piccolo, pensa a un tuo compagno di scuola, cose così.” “Tu ci riesci?” “Sì, e se ci riesco io puoi riuscirci anche tu.” “Perché è così difficile non pensare a niente?” “Perché siamo fatti così, dobbiamo avere sempre la testa occupata.” Lo presi per un braccio, lui si fece fare, ma era molle, poco reattivo. Non pensavo potesse avere tanti problemi. Non era solo il fisico, era anche una questione di testa: Sticco era uno di quelli che quando sono in pericolo si lasciano andare. A saperlo prima avrei fatto in modo diverso, ma ormai c'ero dentro fino al collo, e me lo sarei dovuto portare appresso. Dopo un paio di strattoni si decise a seguirmi. Cominciavo a capirci qualcosa. Una luce opaca e sottile si faceva largo tra i rami: era pallida e lattea come la cera di una candela, ma si cominciava a vedere. La forma delle piante, le radici, i riflessi dell'acquitrino dove annaspavamo. “Ce la possiamo fare ora.” Dissi. Sticco non rispose, ma sentivo che era dietro di me. Avremmo dovuto correre ancora un po', ma la direzione mi sembrava quella giusta, sapevo di dover seguire la luce dell'alba fino ad un canale di scolo. Avevo con me la bussola, sapevo pressappoco dove andare. “Sei sicuro che sia di qui?” Chiese Sticco. “Certo che ne sono sicuro.” Dissi. In realtà non lo ero del tutto. Il canale me lo trovai davanti poco dopo. Era un po' spostato sulla destra, una decina di metri. Con meno luce non sarei stato in grado di vederlo: era un tubo di cemento che sporgeva da sotto il suolo, un condotto dell'acqua piovana che serviva per drenare il terreno. Avremmo dovuto infilarci lì dentro. Correvamo un rischio enorme, ma non c'era altro da fare. Avevo calcolato che in quel periodo il canale dovesse essere quasi in secca, se così non fosse stato saremmo annegati come due due topi, ma questo a Sticco non l'avevo detto. “Eccolo, eccolo!” “E dovremmo infilarci lì dentro?” Ora lo vedevo bene. Sotto la sua aria da bullo di periferia c'era solo un bambino spaventato. “Ce lo siamo detti un milione di volte, non ricordi?” “Sì, ma cazzo non vedi quant'è stretto? E poi se non va a finire dove crediamo?” “Finora è andato tutto bene, senti, se non ti fidi puoi anche tornare indietro, mi hai pregato in ginocchio di venire con me.” Ansimava. Il suo corpo tendeva a ritrarsi. Un mollusco non si sarebbe mosso in modo diverso. Decisi di ignorarlo e andare per i fatti miei; se voleva seguirmi bene, altrimenti me lo sarei tolto di dosso. Il fruscio dei suoi passi non mi abbandonava. Infilai la testa nel tubo di cemento: l'acqua era appena un rivolo, ci sarebbe stato da strisciare non poco per venire fuori di lì. Acqua putrida, stagnante, ma avevo fatto di peggio nella mia vita. A colpi di gomito e di gambe avanzavo verso il nulla: un puzzo nauseante saliva dal fondo del tubo, come se mi stessi addentrando in una discarica, ma mi sforzavo di non farci caso. Era solo odore, nient'altro, non si muore di cattivo odore. “Ma che cos'è questa merda!” Urlò Sticco. “Stai zitto, va bene? Stai Zitto! Non è niente, fatti coraggio e continua a strisciare, non è una festa, lo sapevamo.”

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“Senti, ma se muoio mi lasci qui, in questo schifo?” “Non muori, vai avanti e basta.” A volte avevo l'impressione che mi prendesse in giro. Era solo una sensazione, ma era come se Sticco fosse lì apposta per provocarmi. Non potevo sopportarlo. Solo ora comprendevo quanto fosse stato sbagliato portarselo dietro, come se non stessi correndo già abbastanza rischi da solo. Mi concentravo su una cosa alla volta: dovevo andare avanti il più alla svelta possibile. Ci corsero accanto dei topi, dei grossi ratti impauriti che ci sfrecciavano tra le gambe: trattenni a stento un urlo, avevo paura ci potessero mordere o che so io. Sticco stranamente stette zitto. “A me i topi piacciono, lo sai? Da piccolo li uccidevo con il coltello del mio vecchio, ero una specie di medico che fa l'autopsia, ahahah!” La sua risata mi gelò il sangue, più dei topi e di tutto il resto. Sentii l'acqua sgorgare, come se di lì a poco dovesse esserci uno sbocco. Uno sbocco, pensai, siamo salvi. Il torrentello nel quale eravamo immersi a metà prese lentamente a correre, al punto che bastava muoversi appena per essere trascinati, anche troppo. L'acqua aumentò di volume, avevamo fuori appena la testa, che quasi lambiva il cemento del canale. Il tuffo fu improvviso. Una caduta di sei, sette metri direttamente in un torrente gelido. Sbattei la spalla sul fondo, sentii un dolore sordo attraversarmi il corpo. Mentre riemergevo a fatica sentii il tonfo di Sticco. Come misi la testa fuori dall'acqua vidi che era pieno giorno: eravamo ancora in una zona boschiva, ma la nebbia si era diradata. Mi voltai: Sticco si sbracciava per tornare a galla, mi venne il dubbio che non sapesse nuotare, ma il fondale era talmente basso che forse saremmo riusciti a toccare. C'era il problema della corrente, che era troppo forte: “Lasciati portare!” Gridai. Sticco era troppo preso dalla paura per darmi retta. Si sbracciava, urlava, mi sembrava in preda al panico. Anche io non stavo troppo bene. La spalla dolorava, e tutte le volte che tentavo di dare una bracciata per correggere la rotta sentivo delle fitte micidiali. Dai, tieni duro, dai tieni duro. Strinsi i denti. Il corso del torrente aumentava di velocità. Era un corso artificiale, in cemento. Ad ogni ansa sembrava di stare sulle montagne russe. Vedevo scorrere sopra di me le fronde degli alberi e macchie di cielo, una nuvolaglia grigia si alternava a pezzi di azzurro e altri rami. Uno scarto di troppo e rischiavamo di romperci la testa. Ero quasi certo che Sticco non ce l'avrebbe fatta. Dovevamo percorrere ancora un bel tratto prima di tentare in qualche modo di uscire dall'acqua e proseguire a piedi per un altro pezzo. “Sticco, ci sei?” Mi voltai per quanto potevo: vedevo le sue braccia che lottavano con i flutti. Stava buttando via un sacco di energie, ma era ancora vivo. Poi la corsa rallentò. Il torrente era arrivato in una zona più piana, e con un po' di fortuna si poteva tentare di riguadagnare la sponda. “Sticco, prova ad arrivare a riva!” Gridai, ma non girai la testa per vedere dove fosse; avevo il mio bel daffare a ruotare il corpo in direzione della riva. La spalla mi faceva un male dell'inferno. Mulinavo con le gambe e il braccio buono, con tutta l'ostinazione che potevo. Sentivo di potercela fare. Lo capisci quando ci riesci. Fai fatica, ma ti muovi. Poco, poi un altro poco. Ci sei, sei quasi arrivato. Un ultimo sforzo. Ci sei. Toccai terra. Ero gelido. L'odore delle foglie macilente mi entrò di forza nelle narici. Ero vivo. I polmoni mi bruciavano. Il corpo era tutto un fascio di dolore, la spalla era come bucata da diecimila spilli. Dopo un tempo che non so dire, mi ruotai su me stesso, ma non vidi Sticco. Temetti che non ce l'avesse fatta. Non avevo ancora abbastanza fiato per provare a chiamarlo. “Ehi, sono qui!” La voce era distante, ma era la sua. Era finito più a valle rispetto a me. La sua voce era flebile, un richiamo lontano. Riuscii a sedermi: la sagoma di Sticco era una trentina di metri più avanti. Mi sventolava la mano. Ero contento, sul serio. Ero riuscito a fare qualcosa, eravamo riusciti a fare il primo passo. Non era finita, ma eravamo ancora vivi. Solo quando sei finito capisci quanto sia importante essere vivi. Tempo qualche altro secondo e mi tirai in piedi. Ero zuppo. Se non fossi riuscito ad asciugarmi nel giro di qualche minuto me la sarei vista brutta. Sticco arrancava verso di me. “Oh cazzo, ce l'abbiamo fatta!” Mi disse. “Non ancora. Dobbiamo camminare ancora un po', muoviamoci, non dobbiamo raffreddarci.” “Non moriremo, no, non moriremo.” Era in preda ad una strana agitazione. Nei suoi occhi sporgenti c'era qualcosa di sordo e inquietante. La capanna non doveva essere troppo lontana. Lì avremmo trovato riparo per la notte, qualche straccio pulito da metterci addosso. Se non mi avevano fregato avremmo avuto anche qualcosa da mangiare, carne in scatola forse. La bussola non si era danneggiata per fortuna. Mossi passi pesanti verso l'altro lato del bosco, che era meno fitto, e con un tappeto di foglie secche che crocchiavano sotto di noi. In altre circostanze, sarebbe potuta sembrare una gita. “Io ci venivo da bambino in posti così, mi ci portava mio zio, andavamo a funghi.” Disse Sticco. “Bravo, pensa che stiamo andando a funghi.” “Seee, a funghi, magari. Ne trovavamo di grossi a volte. Mia zia ci faceva il risotto poi. Erano buoni i funghi, non ne ho più mangiati da allora. Dov'è che trovi un posto dove fanno un buon risotto coi funghi? Devi andare in un posto da signori, e chi li ha mai avuti i soldi?” “Ne mangerai ancora di risotto.” “Dici?” “Sì, e ne mangerò anch'io.”

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“Magari, seee, un bel risotto.” La capanna era una stamberga di lamiera e pannelli di legno marcio. Dentro non c'era niente, solo un sacchetto con dentro dei vestiti e qualche scatoletta di carne in scatola, acqua minerale in bottiglia e delle tavolette di cioccolato. “Sono stati di parola i tuoi amici! Cazzo, che fame!” Sticco si lasciò andare per terra. Una nuvoletta di terra si alzò in volo, mentre lui grufolava intorno al sacchetto. Ero ancora indeciso se allentare un attimo la tensione o no. Sapevo che non c'era rifugio che potesse dirsi davvero sicuro. Potevano prenderci da un momento all'altro. Ne era consapevole Sticco? Tanto, non faceva nessuna differenza. “Dobbiamo cambiarci prima.” Dissi. Ci togliemmo di dosso i vestiti fradici e li accantonammo in un angolo. Almeno ora eravamo all'asciutto. Non potevamo accendere un fuoco, ma c'erano delle coperte ammonticchiate al centro di quello spazio. D'istinto infilai la mano sotto la coltre. Cercavo un mazzo di chiavi, dovevano essere da qualche parte. Il mio risotto, mia nonna... lei sì che lo cucinava da Dio, me lo sognavo anche la notte quel risotto... Non riuscivo a trovarle. Dannazione, non riuscivo a trovarle. Anche tu dovresti provare a mangiarlo, ti manderò la ricetta appena saremo due uomini liberi, promesso, eh? Cercai ancora, mi ferii anche con una scheggia del legno, ma alla fine sfiorai qualcosa di metallico: le avevo trovate. Erano rimaste impigliate in un filo pendente della coperta. Le presi e le infilai nel passante della cintura. Sfilai il temperino dalla scarpa e aprii alla meglio due scatolette. Sticco divorò la sua in meno di due secondi. Pezzetti di cibo schizzavano intorno. Si accovacciò nei pressi del sacchetto, forse aveva paura che gli rubassi qualcosa. Ero troppo stanco anche per mangiare. Mi tirai addosso una coperta, che con mia meraviglia non era lercia. “Hanno fatto un buon lavoro i tuoi amici.” Disse Sticco. “Già, un buon lavoro.” “Ti devono volere proprio bene.” “Così sembra.” “Non ti ho mai chiesto se hai una donna. Ce l'hai una donna?” “Sì.” “Ce l'hai ancora?” “Sì, ce l'ho ancora. Pensa a mangiare che ai cazzi miei ci penso io.” “Eh, come te la prendi.” Non mi andava come parlava. Cinque minuti prima stava per annegare in un canale di scolo, e ora era lì che si abbuffava di carne in scatola con quella sua aria da bulletto. Mi dava sui nervi, ecco cosa. Ero pentito, molto. Me la sarei cavata bene anche da solo, mi aveva solo fatto perdere tempo, e me ne avrebbe fatto perdere ancora. Il luogo comunque era sicuro. Era uno di quei rifugi non mappati, uno dei pochi che ancora si trovavano in quella zona. E poi non ci credevano capaci di aver attraversato il bosco e poi il fiume in quel modo. Bisognava essere pazzi per farlo. Ci avrebbero dato per dispersi o per morti. Non saremmo stati i primi. Erano due anni che progettavo quella fuga. Due anni passati a mangiare polvere nel penitenziario, in compagnia del peggio dell'umanità. Minuti, ore, anni che erano passati come sale sulle ferite, e ora ero qui. Ferito, ma libero. La spalla picchiava ancora, ma quasi mi veniva da sorridere, non ero più al chiuso di una cella, potevo uscire e guardare il cielo sopra di me, respirare e mettermi a urlare. Un ultimo sforzo e avrei passato il confine, a quel punto avrei potuto cantare vittoria. Mancavano pochi chilometri, i più duri, ma potevo farcela. “Come pensi che passiamo il confine?” Mi fece Sticco. “Ho un piano.” “Ah, giusto, le chiavi le hai trovate?” “Ce le ho qui.” “Cazzo, andiamo via in moto, eh? E in mezzo al bosco? Ma tu la moto la sai portare bene eh? Mica che andiamo ad ammazzarci... ci pensi? Ci salviamo da quel buco e ci schiantiamo in moto, bella fine sarebbe...” “Vuoi stare zitto?” Dissi deciso. La faccia di Sticco si richiuse come un coperchio sul boccone che stava tentando di ingoiare. “Adesso ci riposiamo altri cinque minuti e poi andiamo.” Aggiunsi Quello mi guardò con gli occhi sgranati, due grossi occhioni da vitello: “Adesso? E non dormiamo neanche?” Mi alzai di scatto e andai verso di lui. Sticco si ritrasse, come per un istinto animale, ma io lo presi per un braccio e lo scossi. Era un mucchio d'ossa. “Ehi, devi finirla, hai capito?” Non sapevo bene che cosa dirgli. Sticco fece per ribellarsi, scantonando, ma io lo tenevo fermo. Era rabbioso e scoordinato e a me faceva male la spalla. “Ma che cavolo vuoi da me?” “Adesso tu stai zitto, finisci di mangiare e poi fai tutto quello che ti dico, chiaro?” Sembrò calmarsi. Aveva ancora il boccone tra i denti. Si sedette di nuovo. “Se gli sbirri ci prendono è la volta che mi impicco alle sbarre... non voglio tornare dentro, NON VOGLIO!” “Adesso calmati, non torni dentro.” Era un teppistello da due soldi. Il suo destino era segnato. Piccoli furti, roba da niente, ma ora aveva passato il confine, era un evaso. Non era più uno che va dentro e fuori di galera per decorrenza dei termini o per buona condotta. Era un fuggitivo.

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Che parola strana; sembra darti dei quarti di nobiltà, e invece vuol dire solo che sei un cane senza guinzaglio che scappa dal padrone. Mi presi la testa tra le mani. Dovevo fare tutto con cura, e in fretta. Non avevo margine d'errore, dovevo andare e colpire, senza indugi. Dissi a Sticco di riposare ancora un attimo, e andai a guardare fuori: la Yamaha era sul retro della baracca, coperta da un telo. Era il mio Pegaso, con quella sarei corso verso la salvezza. Non potevo crederci. Proprio non potevo. Era dura evitare di pensare a quegli anni di sofferenza e alla possibilità che avevo ora. Non potevo mandare tutto alla malora solo perché mi veniva da commuovermi. Stella aveva fatto bene il suo dovere. Aveva preparato tutto, come ci eravamo detti. Il capanno, il cibo, la moto. Era stata lei a guidarla fino a lì? Ad ogni modo, non avevo voluto nessuno una volta evaso. Non volevo coinvolgere altri. Già sarebbe stato difficile tenerli fuori così, ma almeno se ci sarebbe stato del sangue sarebbe stato solo mio. “Allora, sei pronto?” Gli chiesi. Lui annuì. Aveva ancora un boccone tra i denti. Uscimmo dalla baracca. L'aria era immobile, in attesa di qualcosa. Anch'io avrei volentieri riposato un altro po', ma non era possibile; dovevamo andare e sperare bene. Tolsi il telo dalla Yamaha, montai sopra e accesi il motore. Un suono rauco e violento scaricò una nuvola nera nell'aria. Feci cenno a Sticco di salire, e lui con qualche impaccio ci riuscì. Si aggrappò al manico posteriore della sella e mi disse qualcosa che non riuscii a capire tanto era il rumore. Il cuore pompava sangue all'impazzata, un tump tump sordo mi pressava i timpani. Diedi un colpo di gas, la moto derapò leggermente sul fogliame umidiccio ma la tenni e partimmo. Il confine era a pochi chilometri, una manciata di metri, un niente insomma rispetto a tutto quello che avevo passato fino a quel momento. La radura in quel punto era più larga, gli alberi tracciavano una specie di percorso in mezzo alla boscaglia, non c'era che da seguirla. Sentivo il rombo del motore e basta, non volevo nient'altro. Passò un tempo che non riesco a definire. Pochi minuti, senz'altro. Poi il fitto della brughiera si aprì in una strada sterrata che divideva due campi, una zona aperta, poco protettiva. “Allora, siamo arrivati?!” Fece Sticco. “Mi pare, non lo so, dobbiamo andare ancora un po' avanti.” “Un po' avanti quanto?” “Ti ho detto che non lo so, non ho una cartina con me.” “Potevi fartela lasciare nel capanno.” “Senti, un'altra parola e ti pianto in asso qui.” Non aveva tutti i torti. L'orientamento non è mai stato il mio forte. L'idea era quella di arrivare a ridosso della città e abbandonare la moto. Da lì, poi, ognuno per la sua strada. Un altro colpetto sulla manopola e già eravamo a metà della stradina. La pioggia aveva reso il fondo viscido, ma il galoppo procedeva spedito, sembrava di volare. L'aria si era mossa, il sole aveva vinto lo spessore delle nuvole. Quando mi ritrovai con la faccia nel fango non capii subito che cosa fosse successo. Un gran dolore, che copriva anche quello della spalla. Chiamai Sticco, ma non ricevetti risposta. Con la coda dell'occhio vedevo ancora lo stesso cielo di pochi istanti prima, anche se ora da una prospettiva nuova. Provai ad arrancare per qualche centimetro, ma la gamba mi faceva troppo male. Non osavo guardarla, l'avevo rotta, e anche male. Ma come cazzo è successo? Mi guardai intorno. Sentii il respiro affannoso di qualcuno, lì, a pochi metri da me. Non una persona, un animale. Un cane. Una muta di cani. E poi il vociare, poco distante. Avevo a disposizione ancora pochi attimi di libertà. Provai a ruotarmi su me stesso, e con grande dolore mi sdraiai di schiena, piantai i gomiti a terra e provai a sollevarmi: il cadavere della Yamaha giaceva a qualche metro da me, la ruota che girava a vuoto, oscena. Mi si strinse il cuore e il fiato, non riuscivo a respirare. I passi erano sempre più vicini. Ormai potevo sentire le voci, distinte. Venivano a prendermi. Era come quando giocavamo a nascondino, da piccoli. C'era sempre un momento in cui erano sul punto di scoprirti. Il più bravo era mio zio. Era grande e grosso, ma non si trovava mai. Ero lì con la gamba distrutta, a un passo dal carcere e mi chiedevo dove mai si nascondesse mio zio. Avrei avuto tempo di pensarci, stavolta.

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la calda estate live italiana

Come ogni anno con l’arrivo dell’estate vi è un fiorire e moltiplicare di concerti ed eventi live, grazie soprattutto ai numerosi festival che affollano la nostra penisola. La considerazione primaria è che i tempi stanno cambiando: se purtroppo il sud rimane ancora un po avulso dai grandi nomi del circuito musicale internazionale, ormai non è più appannaggio quasi esclusivo del nord Italia ( lombardia ed emilia in primis) la presenza di nomi di grande spicco, con Lazio e Toscana che grazie alle loro kermesse musicali più o meno storiche riescono ormai ad attirare nomi di primissimo piano che solamente un paio di anni fa ci saremmo scordati. Ma partiamo ovviamente dalla Capitale, che non me la vogliano gli abitanti di altre zone di Italia, si merita di diritto la palma d’oro dell’estate live per la variabilità dei live proposti: Atlantico live, Rock in Roma 2013, Centrale live 2013 e Stadio Olimpico hanno dato veramente il massimo quest’anno superandosi. Se l’anno scorso l’evento clou romano era stato il ritorno dei Radiohead dopo tantissimi anni (1994), quest’anno sarà un trionfo di prime volte e di grandi ritorni: il Rock in Roma ci delizierà tra gli altri con i leggendari fondatori dello shoegaze My Bloody Valentine ( anteprima rock in Roma il 29 maggio all’Orion), con il pop-punk dei Green Day ( 5 giugno), con gli eterei islandesi Sigur Ros ( 28 luglio) e con i grandi nomi dell’alternative rock mondiale ( The Killers, Arctic monkeys, Blur tra gli altri)…non mancheranno incursioni nel rock classico con Smashing Pumpkins +

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Mark Lanegan (14 luglio), Mark Knopfler ( 13 luglio), Bruce Springsteen ( 11 luglio) e Iggy and the Stooges ( 4 luglio) tra gli altri. Rispetto alle altre edizioni pochissima Italia con due classici come Daniele Silvestri (25 luglio) e Max Gazzè ( 5 luglio) e pochissimo spazio alla musica elettronica con la prima volta italiana degli Atom for Peace di Tom Yorke (16 luglio). Pochissimo metal come al solito ( ennesima dimostrazione della lontananza di questa manifestazione da questo genere) con appena due nomi in calendario, ed entrambi nell’ambito del metal “contaminato”: Rammstein ( 9 luglio) e Korn ( 25 giugno). Come già annunciato anche lo Stadio Olimpico non starà a guardare con 3 eventi di altissimo spessore musicale: Muse ( 6 luglio), Depeche Mode ( 20 luglio) e Roger Waters che riproporrà per intero il mitico album dei Pink Floyd “The Wall” ( 28 luglio). Da non sottovalutare neanche l’apporto del Centrale live 2013 ( nonostante i biglietti non proprio economici) con i suoi tuffi nel rock classico ( Santana, Leonard Cohen, Sting) e l’Atlantico Live che proporrà il grandissimo guitar hero Joe Satriani ( 29 maggio), la trash band metal Slayer, ormai orfana definitivamente di Jeff Hannemann (17 giugno) e per i nostalgici con ricordi adolescenziali del decennio passato i Limp Bizkit ( 20 giugno) con un tuffo nel nu metal old style. E il resto di Italia cosa ci racconta? In Toscana avremo le conferme di due classici festival italiani, con il Lucca Summer


festival ( che in parte ripropone alcuni nomi del rock in Roma ma con l’aggiunta di big del calibro di Nick Cave, Bryan Adams e Litfiba) e il Pistoia Blues festival ( Ben Harper, The black crows, Beady eye), entrambi nel mese di Luglio, Milano invece si mostra come sempre affezionata al metal con la presenza di alcuni mostri sacri del genere come Iron Maiden ( 8 giugno) e System of a Down + Deftones ( 27 luglio) alla Fiera Milano di Rho. Villafranca di Verona si ripresenterà a settembre invece con la seconda edizione del “A Perfect day Festival”, invero molto meno interessante e più centrata sull’elettronica rispetto all’anno scorso ( quando si esibirono tra gli altri Killers, Mark Lanegan, Sigur Ros e Alt-J) ma con nomi comunque interessanti come The XX, Editors e Primal Scream. Cartellino rosso per le organizzazioni di tre storici festival come l’Heineken Jammin Festival, il Rock in IdRho e il Gods of Metal ( con il pesce d’aprile di pessimo gusto di una presunta organizzazione all’Ippodromo di Capannelle a Roma) incapaci di organizzare l’edizione di questo anno….la crisi si fa sentire per tutti è vero, tant’è che quest’anno mancherà uno dei festival musicali più importanti al mondo ( Glastonbury) ma perderne 3 in un colpo solo non fa di certo bene all’Italia ( nonostante le proposte complessivamente di qualità altissima) e alla reputazione degli organizzatori dei suddetti festival. Ultimi due appunti finali: un monito preventivo all’ I-day festival 2013 di Bologna ( di cui manca ancora la line up) di

non ripetere l’increscioso errore dell’anno scorso con l’avvertimento all’ultimo secondo della cancellazione degli show di Green Day e The Kooks e una tirata di orecchi ai principali festival italiani per non aver dedicato spazio ed attenzione a una band importantissima tra le nuove leve come i Tampe Impala: i psichedelici australiani suoneranno in manifestazioni minori ( sestri levante, milano, rimini) che sicuramente non rendono giustizia alla qualità di questo grandissimo gruppo, ma a cui va fatto un applauso per averci visto molto molto lungo. Detto ciò ci rimane solamente di augurarvi una buona estate live e di andare a vedere più live possibili….personalmente noi di Massive Distortion faremo il possibile per seguirne il maggior numero e per deliziarvi con i nostri live report.

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un milione ottocentomila passi

Qualsiasi viaggio è un’aggressione. Costringe a co a perdere di vista il benessere famigliare del focol Si è in perpetuo squilibrio. Non si possiede niente a l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo. Tutte cose che sembrano eterne o, per lo meno, è co

Cesare Pavese

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onfidare nell’ignoto e lare e degli amici. all’infuori dell’essenziale:

osì che le immaginiamo

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di claudia peduzzi Ho incrociato la prima volta il Cammino di Santiago nel 1994, quando un amico svizzero dei miei genitori venne a raccontarci il “suo” cammino: 1822 km da Onex, nei pressi di Ginevra, a Compostela. All'epoca ero una ragazzina e non feci molto caso all'impresa. L'eccentricità del personaggio e lo scetticismo dei miei genitori mi spinsero ad archiviare l'episodio come l'ennesima originalità dell'amico Pierre. Dieci anni più tardi, durante una vacanza nel nord della Spagna tra Cantabria e Galizia, mi è capitato di vedere sia delle indicazioni per Santiago, sia d'incrociare qualche pellegrino. In virtù della magia e della bellezza dei luoghi ho cominciato a rivalutare l'esperienza fino al vero e proprio innamoramento grazie al reportage di Elisabetta Orlandi. Come dice Pierre nel suo diario (che ho prontamente recuperato) “Per andare a Compostela bisogna averne voglia e la voglia viene solo se motivata”. Se nel suo caso la motivazione principale è stata sicuramente la fede, per l'Orlandi è stato il bisogno di compiere un gesto simbolico, che la legasse al figlio al di là dei legami di sangue. Pensare di far camminare per oltre 800 km un bambino di otto anni potrebbe sembrare un atto egoistico, io invece l'ho trovato un grandissimo dono d'amore. Il cammino fisico è la metafora del cammino della vita, con i suoi momenti piacevoli e con le sue inevitabili difficol-

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tà. Ma compiere quel particolare cammino ha un significato ancor più profondo, perchè si entra a far parte di una storia più grande. Incontrare altri pellegrini provenienti da tutte le parti del mondo, essere consapevoli che altre persone hanno compiuto lo stesso percorso nei secoli precedenti, crea un senso di affratellamento e di condivisione mutuo e immediato. Da non sottovalutare, in un'epoca in cui l'apparenza sta soffocando l'essere, è il valore educativo della routine del pellegrino, come la chiama l'autrice. Ogni viandante costruisce la propria identità di camminante, il resto del mondo è solo un contorno. Ci si incontra, si percorre un pezzo di strada insieme, ma poi può capitare che ognuno debba continuare secondo il suo passo, anche se separarsi rende tristi. Allo stesso modo si può avere bisogno dell'aiuto degli altri. Non c'è nulla di male o di vergognoso se lungo il nostro cammino qualcuno dovrà aiutarci a portare un peso, esemplificato nel libro dal sacco di pietre, ossia lo zaino, dell'autrice. Il cammino è indissolubilmente legato al concetto di META. Per raggiungerla bisogna andare avanti, il che comporta la necessità di fare delle scelte. Non si può restare fermi in eterno, né tornare indietro. Bisogna SCEGLIERE. Trovo che questo sia un insegnamento fondamentale da trasmettere ai propri figli. L'autrice sottolinea inoltre il paradosso per cui, più la


meta si avvicina, più si vorrebbe correre, ma, nello stesso tempo, non si vorrebbe arrivare mai. È una sensazione che si sperimenta spesso anche nella vita reale. La soluzione è portare il cammino con sé., il che significa vivere pienamente ogni momento, memori del passato, curiosi verso il futuro, ma sempre con i piedi ben piantati nel presente. Uno degli errori che commettiamo più di frequente è procrastinare i nostri desideri: questo lo farò quando avrò più tempo, quest'altro quando avrò più soldi … L'autrice dichiara che, portando a termine il Cammino di Santiago, ha imparato che, quando si ha il coraggio di lasciare il proprio piccolo mondo ben collaudato per inseguire un sogno, s'incontra sempre qualche cosa di molto più grande. Nel mio caso fede e metafora della vita non sarebbero motivazioni sufficienti per spingermi a camminare una media di 25\30 km al giorno per almeno un mese, ma sia il diario di Pierre che il libro della Orlandi me ne hanno fornite altre validissime: i paesaggi, l'arte e le cattedrali. Pierre dice di aver scelto il suo percorso dopo la lettura di due libri: “Les Étoiles de Compostelle ” di Henri Vincenot (un romanzo del 1982 che descrive l'ambiente della costruzione delle cattedrali) e Le Chemin Initiatique De Saint-Jacques di Jean-Pierre Morin e Jaime Cobreros, che descrive

le alternative di percorso soffermandosi in particolar modo sulla simbologia delle costruzioni che s'incontreranno lungo il cammino. Tra le altre cose pare che le tappe del Cammino siano servite da traccia agli ideatori del Gioco dell'Oca. In un milione ottocentomilapassi sono diversi i luoghi che hanno solleticato la mia curiosità di viaggiatrice, come la Chiesa di Santa Maria di Eunate - detta anche delle Cento Porte - costruita dai Cavalieri Templari o la Bodega de Irache, dove una fonte distribuisce acqua e … vino rosso! Sicuramente meno famosa, quindi per me ancor più preziosa, è l'indicazione della chiesa di Nuestra Señora del Monasterio a Rabè de las Calzadas. Elisabetta Orlandi riporta la citazione che campeggia sull'ingresso del piccolo cimitero adiacente: Templo de la verdad es él que miras. No desoigas la voz con que te advierte que TODOS ES ILUSIÓN MENOS LA MUERTE. È vero che Tutto è illusione meno la morte, ma è altrettanto vero che ci sono cose che la morte non può cancellare, perchè, a detta della Orlandi (ed è questa la mia motivazione) la forza che si percepisce lungo il Cammino testimonia il passaggio nei secoli di migliaia di altri pellegrini.

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agli scrittori

Prendete una penna e un pacchetto di sigarette vuoto. Sì, perché sul pacchetto di sigarette vuoto si può scrivere, insegna Ungaretti. Se vi trovate al ristorante scrivete con la vostra penna d’ispirazione sul tovagliolo che poco prima avreste utilizzato p i denti. Non fatevi sgridare dal cameriere: se vi sgrida scrivete sul suo grembiule. Trovate il muro bianco di una scuola o quello di una chiesa e scrivete di giallo e di viola. Trovate il crocifisso e non scrivete su questo. Passate oltre e provate, che so, a fare un arco. Cercate un albero pensionato e incidete l’amore. Armatevi di tavole in legno, una barca e un’ancora: scrivete insieme ai pesci e moltiplicatev Leggete i grandi del passato e sconsigliatevi dai piccoli del presente. Scrivete sulle camicie delle persone in fila alle poste. Scrivete con la penna di un altro e sulla frutta che avete comprato. Scrivete del sesso che avete amato e scrivete di loro. Scrivete per voi perché altri scriveranno di noi. Amate l’amore, cogliete la natura, battezzate il bambino e raccontate. Raccontate! Che sia di paradiso o di inferno il cerchio che v’ha ispirato.

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di daniele campanari

per pulire

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vi.

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viola di grado: la letteratura deve sfondare muri

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foto di chus sanchez RB - Primavera 2013

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di clara raimondi Quando lessi per la prima volta Settanta acrilico, trenta lana sobbalzai dalla sedia. Erano anni che uno scritto non mi colpiva in questo modo. E questo, non tanto per i temi trattati ma soprattutto per la scrittura della giovane catanese. Potente come un cazzotto allo stomaco, affilata come una katana giapponese, capace di spingersi proprio lì dove nessuno vuole mai andare: nel dolore più grande, nella solitudine che tutto distrugge. Tutto quello che ero abituata a ritrovare in un romanzo: l’ammiccamento ed il tentativo di creare un rapporto con il lettore nel romanzo di Viola non esistevano più. Quello che riuscivo a scovare era solo la voglia, insopprimibile, di narrare. Del resto le mie opinioni su di lei non si smentirono nemmeno quando la conobbi di persona e dalla sua voce scoprii l’origine di una passione che l’accompagnava già da piccola. In Viola, come vedrete nell’intervista, c’é la voglia di sfondare muri e in Cuore Cavo, il suo ultimo romanzo sempre per Edizioni E/O, il bisogno di raccontare é tutto incentrato nello sfatare il tabù della morte. Un elemento sempre diviso e combattuto dai vivi che tuttavia, se ci riflettiamo, accompagna ogni attimo della nostra esistenza. E tra le pagine della storia di Dorotea, la protagonista di questo nuovo romanzo, scopriamo che non esiste una netta separazione tra la vita e la morte. A questi temi si vanno ad aggiungere quelli che, dal primo romanzo al Superuovo, il racconto per la collana Zoom di Feltrinelli, affiancano le sue pubblicazioni: le riflessioni sulla maternità e l’amore che ritroveremo, puntuali, anche in questo nuovo appuntamento. Dalle parole di Viola scopriremo la storia di Cuore Cavo, il significato profondo della sua narrazione ed i prossimi impegni di una scrittrice in continua ricerca. Cuore Cavo, arriva dopo Settanta acrilico trenta lana e come al solito ti conduce in un vortice dove alla fine hai perso non solo il senso di orientamento ma anche tutte le forze. Come mai senti sempre questa esigenza così estrema di narrare? Senti di essere “costretta” a parlare di cose che nessuno ha mai il coraggio di affrontare? Il dovere della letteratura è sfondare muri. La letteratura che copre i muri con la carta da parati e appende quadretti non è letteratura. Il muro che volevo sfondare in Cuore Cavo è quello quello che tutte le culture hanno bisogno di mettere tra la vita e la morte, ritualizzando quest’ultima per separarla da noi. Ma la morte non è un evento, è un processo: abbiamo paura della fase ambigua tra l’arresto cardiaco e la sparizione della carne proprio perché mette in dubbio la barriera tra vita e morte. A leggere le storie della protagonista é inevitabile che scatti la domanda: quanto di Viola c’é in Dorotea? E se é poco quello che avete in comune, posso chiederti chi é veramente Viola? Come diceva Carver, lo scrittore non è i suoi personaggi, ma i suoi personaggi sono lui. Io e Dorotea ci siamo conosciute in un sogno in cui lei mi spiava dietro la porta a vetri. Ho sempre un sogno sciamanico che delinea una pista nel mio inconscio che devo seguire. Quindi: gli elementi, i semi, esistono dentro di me, ma credo che lo scrittore abbia il potere di entrare in

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contatto con una sorta di inconscio collettivo o coscienza indifferenziata pre-umana per captare ciò che non gli appartiene del tutto, se queste storie risuonano con oggetti interni dell’inconscio dello scrittore. Io sono tantissime persone e cose, ma domande su chi è “veramente” Viola non hanno motivo di esistere, perché fin da piccola mi sono sentita più una scrittrice che una persona, come se la mia esistenza fosse solo uno strumento per la mia scrittura. Ecco perché a otto anni avevo fatto quel patto con me stessa, di non parlare più fino ai diciassette e concentrarmi solo sulla scrittura. La comunicazione verbale con le altre persone era sempre sfasata, ero su un piano diverso, in un altra dimensione, mi sentivo un’aliena mandata quaggiù come strumento di narrazione. Che significato ha la disgregazione del corpo? Un recupero dell’interiorità a discapito dell’esteriorità che sembra così preponderante nella nostra società? Ha tanti significati. Volevo raccontare la vita di una ragazza senza presentare la morte come un evento fondamentale. “L’interiorità è necrofilia”, dice Dorotea, e infatti la sua ossessiva e claustrofobica auto-analisi prosegue in senso più letterale attraverso la morte nell’analisi dell’interiorità del suo corpo. Un recupero della verità, anche, in senso pre-umano e mistico: morendo, Dorotea comincia a travasarsi nel creato intero, dice “Da grande sarò il mondo”. La morte non esiste, non nel senso in cui abbiamo bisogno di crederlo. Non esiste una morte che separa, una morte che accade ed è già finita, esiste un inizio e una continuazione. Niente si disperde in senso netto e definitivo, niente si separa. foto dello spettacolo su settanta acrilico trenta lana’Il suono di Ho letto anche il tuo Superuovo, in cui mi é sembrato uno Sguardo’ tenuto al festival della letteratura di Mantova di intuire una critica ai nostri tempi, mi sbaglio? Cos’é quello che ti preoccupa della nostra società? E ci sarà mai un romanzo di Viola di Grado di pura denuncia o sono le storie e l’interiorità dei tuoi personaggi a fare da cartina di tornasole? No, non ci sarà. Il Superuovo è moltissime cose, seminascoste, è anche un racconto mistico-isterico-disperante sul ruolo primario della maternità. L’uovo è l’inizio dell’universo, ma è anche un guscio che contiene e promette di riparare dalla solitudine del linguaggio. Le difficoltà nei rapporti uomo/donna ma anche tra madre e figlia riempiono le pagine dei tuoi romanzi. Perché le donne hanno così tante difficoltà nella gestione dei loro rapporti e, secondo te, sono sempre vittime della violenza o quest’ultima é una componente che da sempre accompagna la nostra vita? Si tratta dell’impossibilità di comunicare. L’essere umano può solo approssimare sé stesso e il mondo nella comunicazione, il resto è solitudine e angoscia. In Settanta acrilico trenta lana la soluzione che propongo e sperimento è l’iper-significazione della lingua cinese, che però si rivela fallimentare. In Cuore Cavo l’incomunciabilità è portata al punto più estremo nell’esclusione sensoriale di Dorotea dalla vita. Quali saranno i tuoi prossimi impegni e c’é una storia che tieni nel cassetto e che vorresti raccontare, prossimamente? Il 22 giugno terrò a Roma un laboratorio di scrittura di un giorno sulla creazione dell’incipit di un romanzo, chiamato “BIg Bang Lab”. A settembre torno a Londra per fare un dottorato nell’ambito del Buddhismo giapponese premoderno. Le storie che sto scrivendo adesso sono prose-vortice (le ho battezzate così) e poesie.

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il tempo di uccidere

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di ariberto terragni

Flaiano non lo voleva nemmeno scrivere, Tempo di uccidere. E’ uno di quei libri nati tra il caso e l’obbligo, tra l’ambizione romanzesca e la scadenza di un editore pressante. Un unicum nella carriera dell’intellettuale pescarese: il suo primo e ultimo romanzo. Flaiano preferiva gli aforismi, gli apologhi, i foglietti scarabocchiati. Nel suo scatolone c’è spazio per ricordi e illuminazioni icastiche, aneddoti e colpi di scalpello. Un romanzo è troppo, un romanzo è roba da professionisti dei premi letterari. Meglio scorrazzare con Fellini in giro per Roma, o annotare il lento sfacelo di un’Italietta viziosa e provinciale che l’improvvisa ricchezza stava rendendo solo più volgare. Ma uno scrittore di razza, quando si mette, qualcosa crea. Flaiano confezionò in pochi mesi una storia seducente e drammatica, destinata ad occupare un posto di rilievo nel catalogo del dopoguerra: in un’Africa piatta e spettrale, un ufficiale italiano afflitto dal mal di denti vaga alla ricerca di un medico. Si perde, fa incontri. Il caso incombe su di lui. Si mescolano più aromi nella sottotraccia del racconto. Da un lato l’indubbio e originale genius di Flaiano (lo spunto iniziale potrebbe essere un film di Fellini), dall’altro una matrice dostoevskijana, in linea con una concezione di caso come pura perdita; la fortuna non è una vox media, ma un’emanazione del negativo. Come lo scrittore riesca a tenere le fila del discorso senza cadere nel moralismo o peggio nel pedagogico (e anzi, imbastendo una fabula da vero anti maestro) è solo una delle tante e perlopiù ignote alchimie flaianesche. Gli accadimenti, semplicemente, accadono. Il giovane tenente è insieme artefice e vittima di un complesso che va oltre lui stesso, in un gioco complicato e insieme incomprensibile che si limita a produrre il reale per inevitabile continuità; e la naturalezza con cui il vissuto e il politico si scambiano di ruolo fino a diventare indistinguibili lascia il lettore allo stesso tempo avvinto ed esterrefatto (la coazione della banalità come sentimento familiare e allo stesso tempo estraneo, un parente negativo, un lato oscuro ma fin troppo conosciuto). Flaiano è uno di quegli scrittori che non fanno nulla per compiacere il lettore. Non concede niente, non lascia spazio a

redenzioni e conversioni: il moto che imprime alle vicende non ha nulla del provvidenziale. La natura, secondo una tradizione di matrice classica che lo scrittore doveva per forza conoscere, non è né buona né cattiva, c’è e basta, interagisce e basta. A volte sembra che anche gli esseri umani si spieghino in quest’ottica: puro e semplice esserci, complementi oggetti che si urtano; ma non dobbiamo lasciarci tentare da un Flaiano epicureo. Il compito dell’intellettuale, per lui, si ferma molto prima. Lo scrittore scrive, vive, fa quello che può. Registra, ma come un apparecchio lasciato acceso per sbaglio, e in questo essere un orecchio che sente e una mano che scrive trova la sua giustificazione, e il suo scenario di senso momentaneo. Il protagonista di Tempo di uccidere è in fondo un uomo senza qualità. Né buono né cattivo. Un neutro senza un vero baricentro morale, una piccolezza all’interno di un contesto sordo e in preda al disordine come una guerra coloniale, quella guerra d’Etiopia che Flaiano conobbe e odiò per istinto. “Vedo il caso come un sistema di intelligenti combinazioni di probabilità che ci lascia credere di essere liberi e invece ci spinge su un binario solidamente tracciato dal nostro carattere” scriveva in Melampus. E’ una riflessione amara, ma non compiaciuta. Flaiano annota il decorso come un medico potrebbe fare con un paziente, e fa niente se in questo groviglio di ipotesi andate a male si presenta spesso e volentieri il fantasma dell’assurdo: le epifanie a cui l’autore assiste sono semplici epifanie comiche, intermezzi che spiegano la realtà più della teoria. Il punto d’arrivo è un’ironia garbata, a volte attonita, mai cinica. Bisogna prenderla questa umanità stranita. Provare a capirla. Tempo di uccidere vinse il primo Premio Strega, nel 1947, fatto che sconvolse lo scrittore tanto da indurlo, forse, a non tentare più la strada della narrativa tradizionale (ammesso che Tempo di uccidere sia un romanzo tradizionale, cosa che secondo me non è). Il Premio, dirà poi in un appunto, gli sembrava malinteso, e le duecentomila lire che gli bruciavano in tasca, una specie di maltolto. Avrebbe volentieri riscritto daccapo il romanzo, che ora gli pareva sbagliato dall’inizio alla fine. Forse un altro malinteso, uno di quelli che salvano però.

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“Chi scherza spesso si dimostra profeta” speciale comicità

Sono sempre stato una persona spiritosa. Non lo dico per presunzione (perché per me è un gran complimento), ma per pura consapevolezza. Sono infatti consapevole di non essere simpatico a tutti (qualcuno lo è?), eppure non faccio fatica a far ridere le persone, anzi, secondo alcuni dovrei impegnarmi a farlo di meno. Sì, perché io scherzo di continuo, tutti i giorni e spesso le persone fanno fatica a distinguere quando scherzo da quando dico la verità. Un po’ di tempo fa, ormai parecchio tempo fa, una mia amica psicologa mi inchiodò alle mie responsabilità, dicendomi che io uso l’umorismo come arma di difesa, per schivare quello che non mi piace ed in effetti devo dire che è comodo aggirare una domanda con una battuta o far capire ad una persona qualcosa di sgradevole giocandoci intorno, però non credo che si possa ridurre il senso dell’umorismo a questo. Forse non mi va che si consideri i miei ultimi trent’anni come una lunga,

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ostinata difesa (non saprei nemmeno di cosa), ma penso che saper ridere sia una delle poche cose che davvero distinguono (non so se elevano, ma almeno distinguono) gli uomini dagli altri essere viventi sulla Terra. Ok, d’accordo, quella era solo l’asettica visione di un professionista, ma allora di preciso di cosa stiamo parlando? Se volete sapere la mia, per me l’umorismo è un modo d’essere, una sfumatura dello stato d’animo, di ogni stato d’animo. Già, perché si fa presto a dire umorismo, quando in realtà quella parola rappresenta un intero universo pieno di cose serissime. Io ad esempio quando sono felice sono spiritoso, quando sono triste o deluso sono ironico, quando sono arrabbiato sono sarcastico e potrei andare avanti a lungo. E non pensiate che ridere significhi per forza essere felici. Ecco, forse è questo il motivo per cui l’ironia è sempre stata un po’ bistrattata nella storia dell’umanità, partendo dalle


” (W. Shakespeare): di diego rosato

cose serie, come quegli ordini monastici che la considerano uno strumento del diavolo, alle stupidaggini, come i concorsi artistici che disdegnano opere umoristiche: ridere non è considerata una cosa seria, quanto piuttosto un affare per persone che non si rendono conto di quello che gli succede intorno (sono stato accusato anche di questo, ma non mi va di parlare di ottusità e megalomania). E allora, in questo caso sì, l’ironia diventa uno strumento difesa, perché quando una persona ti accusa di ridere troppo, puoi sempre fartici su una bella risata. Quando mi è stato chiesto di preparare qualcosa per questo numero primaverile di Reader’s Bench Magazine mi trovavo tra le mani un paio di libri sulla comicità acquistati al Modena Buk Festival e mi sono chiesto perché non parlare di comicità, perché non dare qualche suggerimento. Infatti non solo dal punto di vista del comportamento umano, ma anche da quello della produzione esistono mille e mille sfaccettature

della comicità: io ad esempio, volendo parlare di commedia all’italiana, guardo volentieri Bombolo, ma trovo detestabile Lino Banfi... vai a capire perché! Personalmente mi sono già occupato in passato di Christopher Moore, di Graham Greene, di Spinoza.it, di Michail Bulgakov, di Bud Spencer, solo per citare i primi che mi vengono in mente, ed ora mi voglio occupare di Marty Feldman e Gene Wilder, nonché di una piccola e giovane casa editrice italiana che si occupa prevalentemente di comicità e, se per caso qualcuno dei miei suggerimenti vi aiutasse, direttamente o indirettamente, a fare due risate, mi sentirò soddisfatto, perché, per dirla con le parole di uno che di ironia se ne intendeva, “io credo che lo scopo dell’esistenza sia fare del bene a quelle persone dal cui sorriso dipende la nostra felicità” (A. Einstein)

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E poi pensi che gli attori siano tutti matti

Se c’è una cosa che in Italia non manca, sono i libri scritti da comici. Se c’è una cosa che alle volte mi risparmierei volentieri, è il libro dell’ennesimo comico da quattro soldi che trascrive qualcune delle sue battute di successo e le pubblica. Se c’è un libro scritto da un comico che non fa parte di questa categoria è “Baciami come uno sconosciuto”, l’autobiografia di Gene Wilder. In questo volume, dopo la prefazione di Mel Brooks, l’attore, autore, sceneggiatore, regista, pittore, scrittore Gene Wilder racconta la sua vita a partire dall’adolescenza fino agli anni recenti. La narrazione inizia con il primo giorno di analisi del protagonista e prosegue come un lungo racconto più o meno continuo di fatti, spesso strani ed impensabili, all’impassibile terapista, che va sempre più defilandosi, per apparire solo sporadicamente negli ultimi capitoli. Wilder racconta eventi personali, come i suoi quattro (se non ho perso il conto) matrimoni e retroscena di altri più noti, come la sua partecipazione ai vari film, incuriosendo il lettore con un po’ di “gossip”, ma coinvolgendolo perlopiù con le sue vicende personali. Il libro ha, come a quanto sembra molti attori, una sorta di bipolarismo: in una pagina si ride ed in quella dopo si piange. Il quadro generale dell’opera è quantomai umano. Confesso che diversi punti della narrazione mi hanno lasciato spiazzato. Soprattutto mi ha sorpreso il fatto di non riuscire a smette-

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re di leggere: solitamente le (auto)biografie non mi attirano più di tanto, ma credo che, se ci sono persone che hanno vite da raccontare più avvincenti di questa e scrittori con una penna migliore del suo autore, non è certo all’ordine del giorno trovare entrambi questi ingredienti fondamentali in una sola persona. Concludo dicendo solo che Gene Wilder ha scritto anche due romanzi e che li voglio leggere! “Baciami come uno sconosciuto” di Gene Wilder, Sagoma Editore, 312 pagg, 19,00 euro (9,99 euro in ebook)


La dannazione di essere clown

Non so se, come recita il sottotitolo della biografia di Ross, Marty Feldman possa essere considerato una leggenda, perlomeno al di fuori del mondo anglosassone, ma posso dire che per me ha sempre rappresentato qualcosa di più di una faccia buffa: per me, quando ero ragazzo, Marty era il miglior esempio di come prendere i propri difetti, accettare le avversità e farne un punto di forza, anche se a leggere la suddetta biografia le cose non stanno proprio così. Sinossi di questo libro è semplice come quella di qualsiasi biografia: vita, morte e miracoli del suo protagonista. Robert Ross, storico della comicità inglese e già autore di diverse opere su comici illustri (basti pensare alla Monty Python Encyclopedia), raccoglie testimonianze di parenti amici e collaboratori per descrivere questo dotatissimo autore comico, prestato al teatro, alla televisione ed al cinema come attore e musicista, ma la cui più grande aspirazione era quella di creare e dirigere. Leggendo il libro scopriamo un Marty più fragile di quanto trasparisse nei suoi lavori, un marito innamorato, anche se non proprio fedelissimo, un uomo tenero, ma anche pieno di rancore. Una sorta di picaro cockney, purtroppo votato all'autodistruzione. Se c'è un termine che mi salta in mente per definire quest'opera è completa. L'autore è bravo a mescolare narrazione e testimonianze. Se c'è un aspetto che non mi ha entusiasmato della sua narrazione è il continuo riferimento, o forse sarebbe meglio dire il reiterato presagio, della tragica fine di Feldman, ma, a parte questo, il volume è senza dubbio un ottimo esempio di giornalismo. Completano l'opera una ricca serie di note e l'elenco completo delle opere del protagonista.

Per quanto riguarda l'edizione, devo dire che è ben curata, l'impaginazione solida e le poche, ma significative foto rendono più piacevole la lettura. Ho apprezzato l'idea di regalare (tramite un codice) l'edizione elettronica del libro a chi ne acquista quella cartacea, omaggiando il lettore di uno sconto sugli altri volumi della casa editrice ed anche la scrittura è ben curata, eccetto un paio di refusi (una leggera tiratina d'orecchie la meriterebbe un congiuntivo sbagliato grossolanamente in una delle note, ma ho visto di peggio in libri molto più blasonati). Se come me avete ammirato e volete saperne di più su Marty Feldman, non credo che troverete libro migliore di questo.

“Marty Feldman – Vita di una leggenda” di Robert Ross, Sagoma Editore, 336 pagg, 18,00 euro (9,99 euro in ebook)

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un’edizione tutta da ridere

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di diego rosato

Sagoma Editore è una piccola casa editrice nata nel 2010 e che si occupa di tutto quanto concerne il mondo della comicità, oltre a voler invadere l’Austria, come dichiara Carlo Amatetti, direttore editoriale sul sito. Per parlarvi di questa nuova realtà editoriale, abbiamo chiesto proprio a Carlo Amatetti di accomodarsi sulla nostra panchina e rispondere ad alcune domande. Buongiorno e benvenuto sulla nostra panchina, Vorrei sapere qualcosa sulla casa editrice, in particolare sul progetto editoriale e soprattutto il perché della scelta di specializzarsi nella comicità

Ci descriverebbe il catalogo della casa editrice? Quali titoli ci consiglia in particolare? - Abbiamo diverse collane: C’è la collana “Di profilo”: che contiene (auto)biografie di grandi comici, dagli anni 70 in poi. La collana “Spore”, che tratta di saggistica sulla comicità. La collana “Dietro le quinte” che comprende autobiografie di personaggi che hanno vissuto grandi fenomeni della comicità, come William G. Clotworthy e Tom Davis (rispettivamente editor ed autori del Saturday Night Live per anni). Poi c’è la collana “L’altro viaggio”, per cui abbiamo pubblicato i libri di Michael Palin sulla falsa riga dei documentari BBC, recentemente sbarcati su Rai5. Ed infine la collana “Le sagome”, in cui l’umorismo fa da file rouge, pur non essendo necessariemnte libri strettamente umoristici, come “Impossible Man” di Michael Muhammad Knight, un romanzo di formazione autobiografico che dopo le prime cento pagine mi faceva ancora ridere, mentre ha fatto commuovere l’editor a cui l’ho affidato; abbiamo anche raccolte di aformismi, romanzi umoristici, ad esempio quelli di Gene Wilder, romanzi rosa con il suo umorismo che sgorga, come ci ha abituato nelle sue sceneggiature.

- È molto semplice. Io sono un grande appassionato dell’argomento. Dopo 12 anni di servizi letterari forniti dall’agenzia legata all’azienda ho deciso di lasciare un segno del nostro passaggio sulla Terra (e qualche debito ai figli) ed abbiamo realizzato una nostra etichetta, anche perché di molti libri del settore non si trovava nulla in italiano (diritti spesso non acquisiti). Dopo un confronto con Martelli, di Messaggerie il progetto è partito con un certo entusiasmo. Voglio dare un consiglio: noi siamo partiti ed ormai è andata così, ma sconsiglio di partire subito con un grande distributore, perché non conosce bene i target ed il mercato in cui va a muoversi e non si riesce ad aiutarsi vicendevolmente. Nel caso di una piccola Come nasce la collaborazione con autori stranieri, come casa editrice, la grande distribuzione generalizzata è difficile Gene Wilder e Robert Ross? C’è un contatto diretto? da sostenere economicamente - Con Gene Wilder c’è una collaborazione diretta, come con Nell’ambiente letterario e più in generale artistico molti Mel Brooks. C’è grande coinvolgimento dei soggetti da ambo considerano la comicità e l’umorismo argomenti di bassa le parti: con Gene Wilder ci sono stati incontri e c’è un conlega e storcono il naso: non teme che il progetto editoriale tatto epistolare. Quando c’è passione da entrambe le parti, è Sagoma possa essere preso poco sul serio? facile. - In realtà è uno dei motivi per cui ci siamo specializzati nell settore: in Italia non c’era molto, a parte alcuni titoli della Kowalski, che però si limita perlopiù a trascrizioni di spettacoli comici, pratica che personalmente aborro, perché toglie spazio a titoli migliori e stanca i lettori, che oggi non li comprano più, se non poche centinaia. Inoltre i titoli comici non sempre sono di nicchia, come l’autobiografia di Jerry Lewis, quella dei Monty Python e la biografia di Marty Feldman. Potrebbero tranquillamente integrare il catalogo di una grande casa editrice. Noi prendiamo l’argomento molto sul serio, concentrandoci su grandi artisti. Abbiamo anche aperto una collana di saggistica apprezzata anche a livello universitario, con testi molto divertenti, ma molto approfonditi dal punto di vista tecnico.

La sua casa editrice preferisce trattare con autori italiani o stranieri, se ha preferenze? - Io tendo ad essere un po’ esterofilo, come formazione, perché il buco dell’editoria italiana è proprio sulla comicità anglosassone: sono partito da lì e proseguendo una percentuale rilevante del catalogo si è sviluppata in quella direzione. Può anticiparci qualche prossima uscita? Ci sono dei progetti interessanti in vista? - A giugno esce “Satiristas”, un libro intervista sullo stato dell’arte della satira scritto “ad una mano” da Paul Provenza e arricchito dagli scatti di Dan Dion, il più famoso fotografo

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di comedian. Il libro è una raccolta di interviste ai grandi della satira anglosassone, compresi quelli considerati il futuro del genere. È Interessante soprattutto per fare un confronto sullo stato dell’arte satirica in Italia e nel mondo anglosassone. L’uscita sarà accompagnata da una serie di incontri con degli stand-up comedian, soprattutto a Roma, per trasmettere l’idea di cosa vuol dire fare satira, un certo tipo di satira. A parte la crisi globale, l’Italia è tristemente nota come un paese in cui si scrive molto e si legge poco. Come vive queste difficoltà una piccola casa editrice, per giunta con un pubblico mirato, come la sua? - Non vive. Assolutamente non vive. Senza l’attività di service editoriale non avrebbe alcuna possibilità di tenersi sulle proprie gambe. Cerchiamo partner industriali perché non ce la si fa: quasi nessuna casa editrice sta facendo utili. Abbiamo problemi di vario tipo, come culturali (il lettore forte è veramente raro) e distributivi. Ormai tutti cercano partner per sostenersi a vicenda, soprattutto se fanno produzione e faticano a raggiungere non solo l’utile, ma anche il semplice pareggio. Ho conosciuto Sagoma Editore al Modena Buk Festival: cosa pensa di questo tipo di eventi? Sono sufficienti? Si potrebbe migliorare qualcosa? - Ci sono tantissime iniziative di questo tipo. Molte sono abbastanza fallimentari: tra quota di partecipazione e spese di trasferta, non si riesce neanche a pareggiare i costi. Eventi come quelli di Modena, Pisa, Roma, sono organizzate abbastanza bene, altre sono disastrose. Anche il Salone del Libro di Torino non fa promozione delle piccole case editrici. Una volta c’era l’Incubatore, uno zone dedicata ai piccoli editori in cui con un costo ridotto si poteva avere uno spazio per promuoversi, ma solo il primo anno, come se dopo un anno fossimo già diventati una grande azienda. Dopo il primo anno, la tariffa per le piccole case editrici era la stessa delle grandi e la disposizione degli stand portava ad essere accostati alle potenze dell’editoria che ci tolgono molta visibilità. Ci sono poca attenzione e quindi poche possibilità di rientrare nelle spese: come spesso accade in Italia si enfatizza l’interesse dei grandi editori/distributori Come si pone la sua casa editrice nei confronti degli aspiranti scrittori? Valuta proposte editoriali? Nel caso a quali condizioni? - Ci facciamo aiutare dalla tecnologia, soprattutto per esordienti italiani nell’ambito della narrativa umoristica. Abbiamo una collana “Digital only” (di soli ebook) che usiamo per testare i libri degli esordienti: se il titolo ha un buon riscontro di pubblico, si passa alla stampa delle copie cartacee. Ormai bisogna puntare sui pochi autori che si reputano più forti, perché le risorse sono limitate: l’esordiente è più debole e si prova a testarlo così. Grazie ed a presto

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al Lingotto è tutto oro quel che luccica

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Numeri, dati e record di una straordinaria edizione del Salone del Libro di Torino

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di simone di biasio La ventiseiesima edizione del Salone del Libro di Torino è stata un appuntamento fuori dal mondo. Non sembrava ci fosse crisi, per un attimo a svolazzare tutti dentro la bolla immaginifica dell’editoria. In questo 2013 i visitatori sono stati 329.860, con un aumento del 4% rispetto ai 317.482 della chiusura 2012. Un record, dunque, in un anno non certo semplice per l’Italia. Numero di ingressi, percentuali di vendita e afflusso agli incontri hanno rafforzato la sua natura anticiclica rispetto alla congiuntura generale. Nei giorni del Salone è proseguito il confronto con i piccoli editori per migliorare e agevolare sempre più la loro preziosa partecipazione alla manifestazione torinese, quest’anno con un padiglione interamente dedicato. In particolare, nei prossimi mesi verranno studiate nuove misure di sostegno oltre a quelle già adottate nell’edizione 2013, e che prevedeva ad esempio lo sconto aggiuntivo del 10% sulle tariffe per gli associati Aie. Resta comunque il fatto che anche rispetto a 4 anni fa, si è ridotto il numero di espositori, forse unico vero sintomo di un malessere comunque serpeggiante. Il Lingotto si è inoltre trasformato in fucina di innovazioni, spazio per discutere di questo tanto vituperato avanzamento dell’ebook. I dati dicono che sono cresciuti del +78,5% i titoli digitali proposti mensilmente, tra febbraio 2012 e febbraio di quest’anno. Nel 2011 c’erano 0,59 titoli di ebook ogni lettore, oggi ce ne sono 2,43. Il mercato dei libri italiani in versione digitale sembra rappresentare il segmento più dinamico dell’industria editoriale con uno sviluppo della produzione che ha portato in Italia in due anni e mezzo alla disponibilità di 60.589 titoli (esclusi quelli gratuiti, dato di maggio 2013) che sono l’8,3% dei titoli ‘commercialmente vivi’ (a maggio 2011 erano 15.339)”. L’appuntamento è già per il mese di maggio 2014 con il Salone Internazionale del Libro numero 27. Paesi ospiti candidati, la Guinea e la Turchia.

i video delle novità del salone

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Postcar

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rds from Turin di claudio turetta

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arriviamo sulle coordinate... 90 RB-Primavera 2013


l’entusiasmo è alle stelle... RB - Primavera 2013

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prepariamo l’attrezzatura. un breve briefing e siamo pronti... 92 RB-Primavera 2013


facciamo il pieno di energie... RB - Primavera 2013

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ma qualcosa di misterioso prende possesso di noi...

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portandoci alla follia.

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Matteo ma poi una me

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o Farinella ĂŠ cresciuto a Bologna i ĂŠ andato a fare lo scienziato in etropoli piena di sconosciuti.

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l’autunno del patriarca

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di ariberto terragni

L’Autunno del patriarca è il romanzo di Gabriel Garcia Marquez che segue Cent’anni di solitudine. E’ il libro che rivolta le carte in tavola e tenta una nuova via al romanzo, mantenendo le premesse fin lì sostenute e rilanciando al contempo la posta simbolica della partita: reale e magico, vero e immaginato. Possiamo provare a definirlo una riflessione sul potere e sulla sua rovina; un percorso politico di formazione al contrario, dove la portata principale, la conseguenza pratica e psicologica di tanta concentrazione di simboli, è in sostanza l’annullamento. Inflitto e autoinflitto. Il Patriarca muore ad ogni capitolo, ogni sua tappa esistenziale è contraddistinta da una perdita: di dignità, di integrità, di affetti; ed è un processo graduale, quasi segnato da una perversa coerenza interna che l’uomo, specie l’uomo di potere, non può fare altro che accettare. C’è insomma una grande solitudine da mettere in conto. Quella solitudine che è il tema ritornante dell’opera di Marquez, con i suoi generali, dittatori, colonnelli, vittime di una strana ritorsione del destino, fatto di scomposizione e reductio ad unum, come se la natura stessa della responsabilità, morale e storica, fosse in definitiva il graduale allontanamento dalla comunità, dalla società intesa come lega tra uomini. Ecco, la natura del potere potrebbe giocarsi proprio su questo doppio: comando supremo e impossibilità di comunicazione. Certo, si tratta di una soluzione letteraria, e segnatamente di matrice sudamericana, una terra che conosce fasti e cadute delle dittature; che conosce il fascino e al contempo l’estrema fragilità del monocrate. E’ l’ambivalenza fatale della dittatura (se vogliamo provare a chiamarla con un nome sbrigativo, ma la realtà potrebbe essere molto più complicata), il suo carburante e nello stesso momento la sua rovina, come due bocche che si cibano l’una dell’altra. L’espediente a cui Marquez ricorre nell’Autunno è enumerativo e comico: la stramberia del suo Patriarca è fatta di liste interminabili e immagini opulente, un rincorrersi di figure e topoi dove si dispiega il rimbambimento senile del protagonista: sazio di vita, ma forse proprio per questo vuoto e stanco di tutto. La sua stupidità indotta è anche un modo per dire basta, un allontanamento dallo stadio comune della comprensione: un movimento che è la prefigurazione della solitudine a quel particolare livello che è abbandono, oppure l’ottusità dovuta al troppo di tutto. La biografia che ne scaturisce è frutto di tanti frammenti, che sono reali come vengono posti in primo piano, e sfumano nella congettura e nell’ipotesi quando la ruota del tempo passa di mano e suggerisce la connessione tra i piani tempo-

rali non grazie ad una coesistenza cronologica, ma per mezzo di evocazioni, anticipazioni e leggende. La composizione è in altre parole circolare (anche se non si tratta di una circonferenza perfetta). Parlare qui di tecnica narrativa sarebbe forse riduttivo: se avesse senso si potrebbe alludere ad una tecnica del pensiero, che poi forse è l’humus filosofico del latinoamerica, la grande tradizione orale e animistica dove tutto è reale perché mitico e viceversa. “L’orario della sua vita non era sottoposto alle norme del tempo umano, bensì ai cicli della cometa” suggerisce il narratore ad un certo punto. E la vita stessa del Patriarca ha alone di pietà e di mito e bestialità e compassione si incrociano senza sosta, in una lacerazione perenne che è metà cattolica e metà chissà che cosa, ma certamente è religione del dolore e della pena per sé e per tutta l’umanità, perduta in partenza, ma non senza rimpianti. Esemplare è la sequenza dello stupro di

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Francisca Linero. Un gesto fatto in fretta, con ansia, come se si dovesse rispondere ad un disegno ineluttabile, al termine del quale l’uomo cade in lacrime con la sua vittima che lo consola passandogli le dita tra i capelli. La permeabilità del pensiero e dell’azione (una permeabilità reciproca, osmotica, ma non in senso joyciano) produce effetti stranianti. La punteggiatura potrebbe anche non esserci. E la poca che c’è non è mai ferma. Il testo corre, e correndo traccia un metatesto: il lettore che insegue la figura del dittatore senza mai riuscire a includerla. E’ una scelta estrema, ma necessaria. Mi ricorda la monolitica fluidità di certi scritti greci arcaici, dove la punteggiatura non esiste e la parola è intrecciata alla descrizione e al pensiero, per la semplice ragione che sarebbe impossibile scindere in blocchi fissi i tre elementi. Il risultato finale, in continuità con Cent’anni, è un universo simbolico ricostruito con minuzia. Un mondo parallelo, sudamericano e al tempo stesso marqueziano. Un non luogo delle speranze di redenzione, di significati stabili e leggi immutabili.

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basilisk

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di giuseppe recchia Ai mangaka giapponesi piacciono le saghe lunghe, quelle da centinaia di capitoli, con colpi di scena a non finire, personaggi che muoiono e ritornano, cattivi “più cattivi” che prendono il posto di quelli vecchi e chi più ne ha più ne metta. Mi vengono subito in mente Le bizzarre avventure di JoJo, con i suoi 126 volumetti pubblicati in Italia, o One Piece, arrivato ormai al capitolo 707, per non parlare poi di Naruto, HDS Kenichi e tante altre opere mastodontiche, grandi successi da milioni di copie vendute. I lettori non chiedono di meglio che continuare a gustarsi il loro manga preferito per anni e anni. Aggiungete ai gusti del pubblico la spropositata fantasia degli autori e allora il gioco è fatto. Eppure ci sono delle eccezioni, delle piccole perle che spiccano in mezzo a questi giganti. Miniserie che in pochi tankobon (i volumetti, la nostra brossura) racchiudono una dose tale di emozioni da colpire forte allo stomaco, da restare impressi come dei capolavori. Basilisk: I segreti mortali dei ninja è uno di questi capolavori. L’opera di Masaki Segawa, tratta dal romanzo Koga Nimpocho di Futaro Yamada, descrive in cinque volumi lo spietato mondo dei ninja del Giappone feudale, in un tormentato intrico di amore e morte, passione e odio. È la storia di due clan ninja e dei loro eredi, Gennosuke di Koga e Oboro di Iga, innamorati ma divisi dalla guerra e dalla rivalità. Lo shogun Ieyasu Tokugawa deciderà infatti di indire una competizione mortale tra le due casate per decretare quale sia la più forte, proprio mentre i giovani protagonisti stanno pensando di sposarsi. Dieci contro dieci, senza nessuna regola. Si scatena allora un vortice di violenza e capiamo quali siano i “segreti” di cui parla il titolo: venti avversari, tutti dotati di tecniche particolari che li rendono sovrumane e micidiali macchine per uccidere. Prime fra tutte quelle di Gennosuke e Oboro, in possesso entrambi di occhi magici che permettono al primo di spingere al suicidio il proprio avversario (gli occhi del basilisco) e alla seconda di inibire i poteri altrui. Ma non pensate di avere a che fare solamente con scene di azione sfrenata, sangue e scontri mortali tra energumeni con poteri speciali. L’abilità di Segawa sta proprio nel rendere protagonista ogni singolo personaggio, ognuno con una sua storia, i suoi tormenti e i suoi sogni, ognuno vittima di un mondo che non lascia scampo. Ninja prima di tutto e sopra ogni cosa, votati alla morte e pronti ad affrontarla nonostante i loro stessi sentimenti. E poi c’è la tenera storia d’amore tra i due giovani eredi, vittime più di tutti, divisi tra il senso di responsabilità verso il loro clan e i sentimenti che li uniscono, gli stessi sui quali volevano fondare la pace dopo secoli di lotte. Da una parte Gennosuke, duro e leale verso i propri compagni, in possesso di occhi letali e di un animo puro; dall’altro Oboro, timida e impacciata, unica in grado di fermare gli effetti dello sguardo assassino del suo amato, vittima degli intrighi di Tenzen Yakushiji, influente membro della casata Iga.

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Amore, amicizia e tradimenti quindi, insieme comunque ad una grossa quantità di azione, combattimenti e “colpi segreti”, il tutto condito con un pizzico di splatter: la ricetta per una sceneggiatura perfetta. Per non parlare poi dei disegni, realistici e precisi fin nei particolari, dal tratto sporco che riempie la pagina, capaci di prendere il lettore e portarlo in una realtà diversa, fatta di sentimenti profondi come odio e amore che si mischiano con armonia. Basilisk, pubblicato qui in Italia dalla Planet Manga e facil-

mente reperibile in tutte le fumetterie, condivide buona parte della trama e alcuni personaggi con il film del 2005 Shinobi, anch’esso tratto dal romanzo di Futaro Yamada, mai arrivato nei nostri cinema ma disponibile in edizione home video. Un bellissimo film che non ha nulla da invidiare ai pluripremiati wuxiapian cinesi e che compete con loro in effetti speciali, combattimenti aerei e scontri all’arma bianca. Solo un consiglio: leggete prima il manga, gustatevelo a fondo e possibilmente tutto d’un fiato, ritagliandovi due o tre ore per una storia fantastica. Non ve ne pentirete.


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helmut newton

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di floriana villano

Il perfetto connubio tra fotografia, moda, nudo femminile ha un unico, grande e ineccepibile nome: Helmut Newton. Classe 1920, di origini ebree, fin da piccolo si appassiona all’ottava arte, ma è nel secondo dopo guerra che ha inizio la sua carriera di fotografo, cominciando come free lance, per il settore della moda e concretizzando la sua opera di fotografo in questo settore sul finire degli anni ’50; nel corso degli anni vedrà i suoi scatti finire su riviste come Vogue (sia per uomo che per donna), Elle , GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire. Dopo gli anni ottanta, cominceranno le sue celebri collaborazioni con Chanel, Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, e Dolce & Gabbana, realizzando ritratti ed interessanti studi fotografici. In questi mesi, fino al 21 luglio, presso il Palazzo delle Esposizioni, a Roma, una mostra dedicata al celebre fotografo, scomparso nel 2004, in seguito ad un tragico incidente d’auto, raccoglie quelli che sono i migliori scatti della produzione artistica di Newton. Oltre duecento fotografie, appartenenti ai volumi pubblicati dallo stesso artista, quei volumi che lo hanno consacrato, a livello mondiale, icona indiscussa della fotografia di ritratti femminili, il fotografo di moda per eccellenza, ispirazione per molti giovani appassionati di quest’arte.

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Il volume White Women, del 1976, presenta la figura femminile nuda, nell’ambito della moda, inglobata in un discorso fatto di provocazioni che tendono a mettere in discussione l’idea di fotografia fashion, ma con l’unica finalità di cambiare il concetto di donna nel contesto sociale dell’occidente odierno.

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Sleepless Nights, del 1979, vede la donna come unico fulcro di interesse: il suo corpo “usato” per indossare gli abiti che scandiscono le note della moda, in una serie di immagini che raccontano, come in un reportage, l’evoluzione femminile in tutta la sua dirompente bellezza; ritratti di un vissuto, destinati a diventare famosi nel mondo del glamour, veri e propri scatti d’autore che come nella migliore delle tradizioni vengono tutt’oggi contestati al punto da essere censurati, a testimonianza che certi tabù sono difficili da abbattere.

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Big Nudes, del 1981, vede il fotografo già consacrato nel firmamento della fotografia del secondo Novecento. Nuovi contesti, nuovi concept dichiarano sempre di più l’evoluzione artistica del maestro cambiano le locations, le modelle vengono ritratte fuori dagli studi fotografici e in atteggiamenti sensuali e a, a volte, azzardati. La visione di Newton, nei suoi scatti, diventa più personale e meno oggettiva; la sua capacità di andare oltre lo rendono unico e indiscutibile, l’eleganza delle sue immagine è meravigliosa e molto raffinata. Un fondo di erotismo completa il suo stile, che finisce col diventare la firma dei suoi lavori.

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L’esposizione è aperta martedì, mercoledì, giovedì dalle 10 alle 20; venerdì e sabato 10-23.30; domenica 10-20, l'ingresso è consentito fino a un'ora prima della chiusura. Il costo dei biglietti è di € 12.50 per quelli interi e € 10 per i ridotti. Per tutte le altre informazioni consultate il sito web www.palazzoesposizioni.it oppure si può telefonare allo +39.06.39967500

Vita di Helmt Newton Figlio di genitori entrambi ebrei, cresciuto nella buona borghesia berlinese degli anni venti-trenta, frequenta il Werner von Trotschke Gymnasium e la Scuola Americana a Berlino. Interessato alla fotografia fin da piccolo, lavora con la fotografa tedesca Else Simon, conosciuta come Yva. A seguito delle leggi razziali lascia la Germania nel 1938 imbarcandosi a Trieste sul piroscafo “Il Conte Rosso” rifugiandosi a Singapore e lavorando come fotografo per il Straits Times. Prende servizio nell’esercito australiano durante la seconda guerra mondiale, dal 1940 al 1945. Il 13 maggio 1948 sposa l’attrice australiana June Browne nota come fotografa con lo pseudonimo di “Alice Springs” (dal nome dell’omonima città australiana). Dopo la guerra lavora come fotografo freelance producendo scatti di moda e lavorando con riviste come Playboy. Dalla fine degli anni cinquanta in poi si concentra sulla fotografia di moda. Si stabilisce a Parigi nel 1961 e intraprende una carriera come fotografo di moda professionista. I suoi scatti appaiono su varie riviste tra cui i magazine di moda Vogue, L’Uomo Vogue, Harper’s Bazaar, Elle , GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire. Il suo particolare stile è caratterizzato dall’erotismo patinato, a volte con tratti sado-masochistici e feticistici. Un attacco di cuore nel 1970 rallenta la sua produzione ma aumenta la sua fama, in particolare con la serie “Big Nudes” del 1980 che segna la vetta del suo stile erotico-urbano, sostenuto con un’eccellente tecnica fotografica. Crea inoltre molti ritratti e altri studi fotografici e incomincia a lavorare per Chanel, Gianni Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Borbonese e Dolce & Gabbana. Nel 1984 insieme a Peter Max realizza il video dei Missing Persons Surrender your Heart. Nell’ottobre 2003 dona una collezione di foto alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino. È attualmente esposta al Museo della Fotografia (Museum für Fotografie) vicino alla Bahnhof Zoologischer Garten, la stazione ferroviaria dello zoo di Berlino. In seguito vive a Monte Carlo e Los Angeles. Muore in un incidente stradale a Hollywood quando la sua macchina si schianta su un muro del famoso Chateau Marmont, l’hotel sul Sunset Boulevard che era stato per anni la sua residenza quando abitava nella California del Sud. Le sue spoglie sono state poste a Berlino nel cimitero ebraico di Friedenau, la sua tomba è collocata a qualche metro da quella di Marlene Dietrich. fonte Wikipedia

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un tĂŠ che sa di primavera

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di nicoletta tul

Quale momento migliore per degustare dei tè delicati, freschi e fioriti come la primavera? Cominciamo con un fresco e dolce sakura sencha, un tè verde giapponese profumato ai fiori di ciliegio giapponese, il sakura. E’ il tè che si beve durante tutto il periodo Hanami, ossia la fioritura dei fiori di ciliegio che quest’anno è stata particolarmente precoce. Durante il periodo Hanami molti ristoranti in Giappone propongono menu a base di fiori di ciliegio, i fiori di ciliegio vengono tenuti sotto sale e poi utilizzati per preparazioni dolci o salate. (per una ricettina al sakura: http://www.lafinestrasulte.blogspot.it/2013/04/come-organizzare-un-japanese-tea-party. html) Non dimentichiamo però la fioritura del prugno giapponese, l’ume, che fiorisce a marzo e regala un fiore piccolo, dolce e romantico dall’inconfondibile profumo e sapore. Con le prugne ume è possibile preparare moltissime delizie come le umeboshi, le prugne salate e sottaceto con alghe ottime per il benessere dell’organismo o il liquore di prugna, l’umeshu una sorta di vino dolce da bere caldo o freddo. Io mescolo questo liquore con dell’infusione fredda di tè nero ai fiori di ume, per ottenere un favoloso e dissetante cocktail di primavera! Continuaiamo con un tè davvero speciale, l’Anji Bai Cha, è un tè verde dai pallidi e bianchi germogli che proviene dalla regione cinese di Anhui. Le sue foglie assomigliano a delle lingue di uccello, il profumo è dolce e delicato ed in tazza si rivela chiaro, dorato con note di castagna e legermente sapido. Per finire, le rose, sono loro le protagoniste della Primavera, i boccioli possono essere usati per creare creme o infusioni profumate. Con lo sciroppo o l’acqua di rose potete creare dessert e gelati strepitosi ma io ho creato una nuova miscela per onorare tutta la bellezza di questi boccioli. La mia nuova miscela si chiama Tatiana Romanov ed è composta da un tè verde di Ceylon al bergamotto miscelato ad un tè verde Mao Feng e freschi boccioli di rosa vietnamita. Godetevi i tè di Primavera mentre leggete i vostri libri di Primavera ovviamente! Buon tè a tutti!

sopra un campione di sakura selcha sotto le foglie del ’Anji Bai Cha

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e qualcosa rimane negli occhi dei bambini che custodiscono speranze: intervista a Nicoletta Bortolotti

Ciao Nicoletta, benvenuta tra le pagine di Reader’s Bench. Immagina di essere seduta accanto ad una tua lettrice su di una panchina. Raccontati... Sono mamma, redattrice e autrice, insomma una donna multitasking. Ma ogni ruolo trae linfa e nutrimento dall’altro. Anche se a volte è un po’ stressante. Come e quando è iniziato il tuo cammino nel mondo dell’editoria e poi della scrittura? In realtà il cammino della scrittura è cominciato molto prima rispetto a quello dell’editoria. Scrivo da sempre, da quando avevo 8 anni: Poesie, racconti, fumetti… Poi ho fatto mille lavori prima di approdare a una casa editrice. E la scrittura la relegavo un po’ in secondo piano. Ma proprio questi mille lavori, lungi dall’essere stati una perdita di tempo, mi hanno dato la forza e la maturità necessaria a realizzare il mio sogno. Con l’ultimo romanzo da te scritto - pubblicato dalla Casa Editrice Sperling&Kupfer - hai ricevuto critiche molto positive, nonché il XXXIV Premio Letterario Città di Leonforte. Parliamo di E qualcosa rimane. Come nasce, e perché?

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di vittoria coppola

I miei libri nascono spesso da un’immagine. E qualcosa rimane è la storia di due sorelle che sono state bambine nella Milano degli anni ’70. Poi si sono perse di vista per molti anni e si ritrovano per raccontarsi un segreto di famiglia. E ritrovarsi. L’immagine è stata quella di due letti a castello in una stessa camera. Uno disfatto e in disordine, l’altro con le lenzuola perfettamente distese, ma con i vestiti appallottolati sotto. Sei mamma e moglie. Sei una lavoratrice. Scrivi. Quanto della tua vita è presente nelle tue pagine? Quanto la tua vita ti aiuta a scrivere? Nei miei romanzi c’è una forte componente autobiografica, anche quando scrivo storie lontane dalla mia. E quando scrivo per ragazzi attingo al mondo dei miei figli o ai ricordi di quando ero bambina. Nicoletta Bortolotti

Nicoletta Bortolotti

e qualcosa rimane romanzo

e qualcosa rimane

Non ho bisogno del tuo amore. Sembra dire questo Viola, con gli anni di silenzio che l’hanno divisa dalla sorella Margherita, compagna di un’infanzia ormai troppo lontana. Un’infanzia di ginocchia sbucciate, risate e mille giochi inventati insieme per non vedere l’amore dei genitori sgretolarsi a poco a poco, nella Milano dei concerti di Vecchioni, delle canzoni di Ornella Vanoni e delle Feste dell’Unità, dove mamma e papà si baciavano, cantavano, litigavano e si baciavano ancora. Ma oggi, dopo tutti questi anni, Viola ritorna: la sorella più piccola, quella che non aveva mai paura del buio, che baciava gli sconosciuti e si innamorava del vento, libera e generosa di sé come Bocca di Rosa, è tornata per chiedere alla sorella più grande di passare un giorno al mare, loro due sole. Per raccontarle finalmente il segreto che l’ha tenuta così a lungo distante. E dimostrarle che un amore da lontano non è un amore da meno. Con una scrittura cristallina, Nicoletta Bortolotti racconta una storia di famiglia agrodolce e delicatissima. La storia di un amore assoluto, e di un’infanzia che se n’è andata in punta di piedi, senza voltarsi ad aspettare. Un romanzo di un’intensità straordinaria, ma lieve e incantato come una bolla di sapone.

Oltre che di romanzi destinati ad un pubblico adulto (ma non solo), sei anche autrice di libri per ragazzi. Da gennaio - per Mondadori - sei in libreria con Sulle onde della libertà. Un testo in cui affronti una tematica scottante. Ma la offri ai bambini: credi sia utile inserire - magari - nei programmi scolastici, anche testi come il tuo, che parlano di guerra ma offrono anche la speranza, il sogno? Sulle onde della libertà è una storia di surf, di mare, di amicizia, ambientata sulla striscia di Gaza. S’ispira a una storia vera. Due ragazzini, uno palestinese e l’altro israeliano, si sfidano sulle onde in un luogo dove non possono nemmeno parlarsi. E sono appassionati di Game Boy, ma a Gaza City non è facile reperirne uno! Quando presento il libro nelle scuole i bambini mi fanno moltissime domande sullo sport, sull’amicizia, sui videogiochi. Sono questi i temi che toccano da vicino il mondo dei ragazzi. Anche in un paese in guerra i ragazzi riescono a divertirsi, a raccontare barzellette all’allenatore di surf, a sognare di diventare dei campioni, ad avere speranza. Grazie Nicoletta. È bello immaginare – e leggere – libri che racchiudono speranze. COPERTINA: Foto © Oleg O. Moiseyenko ART DIRECTOR: Francesco Marangon GRAPHIC DESIGNER: Sabrina Veneto

10/02/12 17.10

Nata in Salento, splendido territorio in cui tutt'ora vive e lavora. Per diversi anni ha lavorato nel settore turistico, che continua a seguire con passione e interesse. Ha due romanzi all'attivo. Il primo - "Gli occhi di mia figlia" - grazie ai lettori che lo hanno sostenuto, nel 2012 ha vinto l'annuale concorso-sondaggio del Tg1 "Il libro dell'anno lo scegli tu"-Billy il vizio di leggere. Il secondo romanzo è uscito nel novembre 2012, si intitola "Immagina la gioia". Ad oggi è alla terza ristampa. Entrambi sono editi da Lupo Editore. Nel luglio 2012 ho ricevuto il Premio Nazionale Vrani per la Cultura.

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gli strumenti di Sereni

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di ariberto terragni Il tratto più evidente della poesia di Vittorio Sereni, e nello specifico di Gli strumenti umani, sta nella tensione verso l’evidente, con il duplice intento di evidenziarlo e di spiegarlo. La parola si dà come vettore di un’analisi simbolica e allegorica: la comunicazione interrotta al telefono (Comunicazione interrotta), l’osservazione delle stagioni da una finestra (Finestra) o ancora l’umidore verdeggiante di un prato (Giardini).

trazione – per provare a ledere il velo di reticenza che avvolge i fatti e la loro comprensione. La simbiosi tra vita e morte ha una sua spiegazione nella continuità, un nodo tematico cruciale che non sfugge a Sereni: “L’amore è di dopo, è dei figli ed è più grande. Impara.” Formalmente, Sereni presenta una raccolta classica: l’uso dell’anafora percorre in modo esteso e felice diverse poesie, qualche volta accompagnata al chiasmo (“Ancor giovane d’anni e bella ancora”, Mille miglia), anafora che qualche volta diventa semplice, si fa per dire, duplicazione del suono: “Ma i volti i volti non so dire”, in Via Scarlatti, “Ma dove sei, dove ti sei mai persa?” in Appuntamento a ora insolita, sono elaborazioni musicali che in retorica classica prenderebbero il nome di conduplicatio, definizione che rende bene la concatenazione di elementi ripetuti anche tra sintagmi diversi. In senso metaforico, la ripetizione è quasi un promemoria che il poeta si pone di fronte: per fissare il momento, e non dimenticarlo, non fosse altro che per la sua cadenza semplice e penetrante. E’ nel momento che si fa la Storia, ci dice Sereni. Ogni momento, non importa quale, e bisogna saperlo capire, con umiltà e pazienza. Perché la vita ha un ritmo, che va letto.

La capacità di guardare alle cose per ciò che sono e assorbirle in un discorso poetico è un’operazione di puro intuito ma, come dire, non di fortunate coincidenze: alla base del tentativo di Sereni c’è la volontà precisa di raccontare le piccole agnizioni quotidiane (“A portarmi fu il caso...”, comincia così Amsterdam, il primo componimento del trittico Dall’Olanda) e di trasferirle sul piano simbolico, allo scopo di far capire che niente è scontato, che il banale è solo nelle limitate possibilità di lettura che diamo al dominio del reale. In questo senso, ci sono pochi autori come Sereni in grado di percepire lo stacco, netto, tra l’accettazione delle cose e il tentativo di restituirle ad una forma mitica, ad una forma, cioè, che non sia solo e soltanto di accettazione, ma di stupore, di meraviglia. E’ un movimento (forse un’attrazione reciproca) che si instaura tra il poeta e l’universo e in base al quale si stabilisce una comunicativa: l’alfabeto di base con cui provare a dire il Come sostiene giustamente Pier Vincenzo Mengaldo, la ponon dicibile, cioè la sostanza poetica in sé e per sé. Gli stru- etica di Sereni nasce dal tentativo di rimarginare una ferita menti umani a cui allude il titolo. mai suturata, una poetica che se da un lato ha ben presente tutti i suoi limiti e la sua connaturata impossibilità di risolvere Certo, si tratta pur sempre di una strumentazione inesatta, ap- alcunché, dall’altro crede ancora nella possibilità di fondarsi prossimativa: si tratta delle povere cose di cui dispone l’uo- come testimonianza morale ed esperienza particolare. mo per provare a rendere in parole l’armonia possibile (e non sempre esplicitata) tra gli elementi; l’autore incontra questa Ecco, io lascerei perdere le brutte letture che si danno degli difficoltà nel trittico olandese, quando passa di fronte “per Strumenti su internet e su certe pagine trasandate di Wikipecaso” alla casa di Anna Frank, e la Storia, nella sua compo- dia. Ridurre quest’opera di primaria importanza ad un catanente irrazionale e distruttiva, fa irruzione nel discorso priva- logo di rimandi politici ed elencazioni di seconda mano sito e quasi rarefatto che fino a quel momento aveva permeato gnifica smarrirne il senso, che invece è di schietta e ampia gli Strumenti: la barbarie nazista è evocata, ma precisa: “Ce limpidezza intellettuale: certamente un percorso sul doppio ne furono tanti che crollarono per fame senza il tempo di scri- binario storico e privato, ma anche un esempio di linearità verlo.” La ricognizione è volutamente introdotta dalle formu- ed essenzialità poetica che ha pochi epigoni nel secondo dole del casuale, ma non perde di forza, anzi, è quasi un pretesto poguerra; quanto al voler ridurre il poetico ad un voler dire, per riconsiderare la tragedia in termini di disseminazione con- ripeto, meglio lasciar perdere. cettuale: Anna non è più qui, quindi è ovunque; la tragedia è ammantata dal banale di un “cartello dimesso” e quindi si è irraggiata in tutta Amsterdam e in tutto il mondo. La narrazione che si impone non va mai fuori dal testo, ma è sempre oltre se stessa: come se la testimonianza del poeta dovesse per forza di cose avvalersi del non detto – della sot-

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bambini all’inferno

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di francesca di folco Mona ha visto la sua famiglia distrutta: una bomba ha ucciso il padre, la madre, le zie, la moglie e il figlio di un fratello, lasciandola inerme davanti ai corpi straziati dei suoi cari. Yusef Abu Afif, quindici anni, arrestato il 26 settembre 2009 con l’accusa di aver lanciato pietre contro coloni israeliani, picchiato e trattenuto in carcere per tre mesi tra assassini e criminali senza poter vedere i familiari. Emran Mansur e Ejad Ghath di dodici ed undici anni entrambi arrestati per difendere le loro case che nel quartiere palestinese di Silwan, in base l’operazione El’Ad rischiano di esser rase al suolo per far spazio a quelle ebraiche. Bambini la cui vita è intrisa del conflitto israelo-palestinese, condizionata da eventi che plasmano le loro giovani esistenze, travolta dall’infanzia rotta per sempre. Cecilia Gentile, giornalista di Repubblica, con il suo terzo libro, Bambini all’inferno, pubblicato da Salani Editore nella collana “I garanti”, tocca con mano la tragedia della guerra infinita nella Striscia di Gaza, ci conduce con una narrazione partecipata e coinvolta per le strade di Gerusalemme, entra nelle case per narrare una quotidianità di sofferenze e patimenti attraverso gli occhi delle prime vittime della carneficina: i bambini. Cecilia grazie all’aiuto di Save the Children Italia, che opera nella Striscia e la mette in contatto con i bambini da incontrare, racconta la condizione di storie d’infanzia sotto assedio a Gaza. Qui, l’onda scatenante di tanta violenza è stata l’Operazione Piombo Fuso. La campagna militare protrattasi dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, lanciata dall’esercito israeliano con l’intento di colpire il governo di Hamas, ha ucciso secondo i report del

Palestinian Centre for Human Rights 1419 palestinesi, di cui 1167 civili. Gli israeliani che hanno perso la vita nel conflitto sono tredici, di cui tre civili. L’autrice attraversa il varco di Erez e si trova in una terra di sassi e pietre, tra montagne di detriti e immondizia, circondata dagli uomini di Hamas e dal loro integralismo, ma anche dai bambini che vendono frutta al mercato, che scavano con le mani tra i calcinacci per trovare materiale da vendere o da riutilizzare. Bambini che hanno smesso di giocare per diventare fin troppo presto adulti di cui Cecilia è entrata nelle vite con delicatezza per farli parlare. Nascono così le undici storie di Bambini all’inferno, quella di Amal e Yaser, ma anche quella di Khaled, passato dentro un tunnel per fuggire dall’Egitto e tornare a Gaza. Era stato il padre a portarlo fuori della striscia, a promettergli una vita diversa e ad affidarlo nelle mani di una donna che lo legava e picchiava. Non andava a scuola, non aveva amici. È tornato percorrendo al contrario uno dei tunnel di Rafah: un chilometro sotto terra e poi la luce. A otto anni il campo profughi di Al-Magazi può essere chiamato “casa”. Khaled è tornato per vivere e come molti suoi coetanei accarezza la speranza di diventare un adulto che aiuta gli altri. In una Gaza devastata, in cui la popolazione di 1.700.000 abitanti vive senza acqua potabile e senza strutture adeguate, i bambini sono costretti a vivere in un ambiente di estrema precarietà e insicurezza esistenziale e psicologica, a lavorare o ad andare a scuola a turni perché non ci sono sufficienti strutture perché Israele non consente il libero ingresso di cemento nella Striscia per costruire, a vivere in tensione continua. Bambini privati dell’infanzia che sviluppano numerosi e gravissimi problemi psicologici, in particolare il disturbo post-traumatico da stress con conseguenti difficoltà di linguaggio e di concentrazione, aggressività, insonnia, ansia e angoscia. In questo clima anche nei più piccoli nascono sentimenti di vendetta e ripetono frasi terribili, che conducono sul baratro di un odio senza fine: «Mai perdonare, mai dimenticare». Percepiscono gli israeliani solo come il nemico. E più hanno paura e più odiano. Il merito di Cecilia Gentile non è solo di esser testimone viva e commossa di questa realtà di vita estrema, ma anche e soprattutto quella di informare, affinché non si possa ignorare la situazione della Striscia, e tramite la conoscenza, contribuire

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a cambiare l’infanzia nel cuore del conflitto. Bambini dall’Inferno infatti è un’inchiesta che è insieme denuncia e atto di solidarietà: i diritti d’autore del libro saranno devoluti al Palestinian Centre for Democracy and Conflict Resolution, associazione di Gaza che insieme a Save the Children è impegnata in progetti di sostegno e di protezione per l’infanzia.

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E perché il ponte della solidarietà per la costruzione di una nuova Umanità congiunga le organizzazioni internazionali alle associazioni locali che lavorano a Gaza, Cecilia dedica il libro a persone come Vittorio Arrigoni, l’attivista per i diritti umani assassinato a Gaza il 15 aprile 2011, conosciuto e apprezzato.


Cecilia Gentile è nata e vive a Roma. È giornalista del quotidiano la Repubblica, per il quale si occupa di questioni sociali, immigrazione, ambiente, infanzia. Ha insegnato lettere al liceo e da questa esperienza ha tratto la spiccata sensibilità verso il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Ha pubblicato con la casa editrice Ediciclo: Buongiorno Senegal: da Dakar a Podor in bicicletta, 2006; Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace, 2008.

Francesca Di Folco ama scrivere, leggere, stare sulla notizia o più semplicemente "impicciarsi" come si dice in gergo giornalistico. Adora tutto ciò che riguarda New York e le inchieste sui malaffare nostrano in tutte le salse e... basta perché non si debba svelare tutto della vita di una persona, toglierebbe l'aria di mistero: convinta che l'autrice di recensioni deve concentrare l'asse d'attenzione sui libri con cui ha la fortuna di entrare in contatto, il privilegio è condividerli con quanti avranno la pazienza di fermarsi a leggerne! Collabora con Fai Notizia sito vicino ai Radicali e i-Italy testata online newyorkese

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little readers

Arriva il momento dei consigli giusti per Little Readers ma anche e per tutti i genitori che non sanno mai cosa prendere ai loro piccoli lettori. Una giro in libreria e nella sezione dedicata ai più piccoli chiariranno le idee a molti di voi ma, se volete il consiglio giusto, non potete perdervi questo appuntamento con le novità più interessanti del momento. Sono tre e tutte, chi più e chi meno, hanno a che fare con la scienza. Per tutti i Little Readers che da grande vogliono fare di alambicchi o cannocchiali il loro mestiere. Galileo Galilei é il primo scienziato della storia é lui che ha inventato tantissimi strumenti e scoperto le montagne lunari, i satelliti di Giove che ora sono tutti raccolti nel libro Galileo e la prima guerra stellare di Luca Novelli (Editoriale Scienza, 112 pagg, 8.90 euro). Nel testo troverete la storia dello scienziato e le tappe delle sue incredibili scoperte. Età di lettura dai 9 anni in su. Per rimanere in tema di stelle non posso non parlarvi di Umberto Guidoni e di un’altra incredibile storia: quella di un ragazzo che ha sedici anni compra un cannocchiale per vedere le stelle e poi diventa il primo astronauta italiano a lavorare sulla Stazione Spaziale Internazionale. Accompagnato da Andrea Valenti ci racconterà la storia della sua vita e come un sogno può trasformarsi in realtà nel libro Martino su Marte sempre per Editoriale scientifica (96 pagg, 10 euro) Ho detto prima che Galileo Galilei é il primo scienziato della storia ma la più grande mente della contemporaneità é sicuramente Albert Einstein. La sua vita ce la raccontano Jennifer Berner e Vladimir Radunsky in Quel genio di Einstein, Donzelli Editore (52 pagg, 16 euro). Età di lettura dai 7 anni in su.

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Wonder Si può nascere in tanti modi ed aver preso da mamma e papà ma ad Auggie non é capitata nessuna di queste fortune. A lui la sorte ha riservato un destino molto diverso e tremendamente crudele. Auggie é nato con una tremenda deformazione facciale che per anni l’ha costretto ad un lungo isolamento. Ma per Augustus, questo é il suo vero nome, tutto sta per cambiare e per lui é giunto il momento il di affrontare il mondo e di andare a scuola. Come sarà accettato dagli compagni? Riuscirà ad integrarsi e magari a fare amicizia con qualcuno? Grazie al sostegno della sua famiglia e di alcuni amici che troverà lungo il cammino, Auggie, non solo troverà la forza di affrontare l’anno scolastico ma ne uscirà a pieni voti e con il rispetto di tutti. L’incredibile storia di Auggie é in un libro, Wonder, ai primi posti nella classifica dei libri più venduti sul New York Times. Adesso sbarca in Italia grazie a Giunti Junior e promette di diventare il libro giusto per parlare di integrazione ai più piccoli sia a casa che a scuola. Età di lettura dai 13 anni in su.

Dormire in biblioteca Avete mai pensato di far dormire i vostri piccoli in biblioteca? No? Beh é quello che hanno avuto l’idea di fare a Genova in occasione dell’iniziativa “Amo chi legge ... e gli regalo un libro a Genova” che si é tenuta nel capoluogo ligure lo scorso fine settimana. L’iniziativa promossa dall’Aie, dalla rivista Andersen e dal comune di Genova aveva in cartellone tantissime iniziative per promuovere la lettura tra i più piccoli. Incontri, presentazioni, reading e perché no anche una notte in biblioteca per sollecitare la curiosità e la fantasia dei piccoli. L’iniziativa aveva un unico scopo: far avvicinare il più possibile i piccoli ai luoghi della lettura, renderli il più familiare possibile e fare cadere quel muro di diffidenza che spesso si ha nei confronti delle istituzioni che si occupano di cultura. Per tre giorni Genova é stata il nodo di una vera e propria invasione di libri che ha riempito le strade della città, dal centro alla periferia, e le scuole a partire dagli asilo nido fino alle scuole secondarie di primo grado. Una tre giorni per parlare di lettura ai più piccoli nell’ottica delle iniziative per il Maggio dei Libri.

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reader’s kitchen

Un altro appuntamento con la rubrica più succulenta di tutto Reader’s Bench Magazine. Il posto giusto nel quale farsi venire l’acquolina in cucina e in libreria. Il successo dei food blogger e della cucina in generale (se non vi siete accorti di tutti i programmi che ad ogni invadono i palinsesti televisivi) é ormai constatato. Decine di libri di cucina escono in tutte le case editrici, grandi e piccole, e tanto successo sembra non essere sfuggito nemmeno al Salone del Libro di Torino e al suo CookBook Village. Ci siete stati? Scommetto di sì. Successo che tra l’altro continua con nuove uscite in libreria che vanno dalle raccolte più classiche, ai consigli per restare in forma prima e durante la gravidanza con un tocco di ironia che non guasta mai. Csaba salla Zorza é uno di quei volti che parlano di cucina in tv ma é anche a capo di una casa editrice, la Luxury Books, specializzata in libri di cucina di grande profilo. In questo settore rientra anche il suo ultimo Csaba bon marché (295 pagg, 30 euro) nonostante si tratti di ricette low cost. Il gusto, l’impaginazione e le idee della cuoca non vi faranno rimpiangere i menù stellati e cucinare e ricevere gli ospiti sarà un piacere anche per il portafoglio. La gravidanza é anch’essa al centro di un’intensa trattazione libresca che questa volta si abbina con la cucina. Si intitola Nove mesi di ricette(141 pagg, 12 euro) il manuale ed il ricettario per la donna in gravidanza, edito Ponte dalle Grazie, che custodisce i preziosi consigli di Marco Bianchi che, dopo aver messo a regime i bambini sovrappeso, si occupa delle mamme. Mangiare ci fa belli (223 pagg, 15.50 euro) é il libro di Filippo Ongaro, edizioni Piemme, che torna in libreria con una scopo ben preciso: combattere l’invecchiamento a tavola. E’ qui, infatti, che si gioca la partita contro il tempo e soprattutto a favore della nostra salute. Quinto, il disegnatore di Mafalda, non poteva non farsi ispirare da un clima del genere e mettere mano alla tavole di Odissea a Tavola (Magazzini Salani, 103 pagg, 12 euro). Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi, camerieri imbranati per un ritratto attuale e veritiero.

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La birra artigianale Se dobbiamo parlare di food e del successo che sta riscontrando in questo momento non possiamo dimenticarci della birra artigianale. Come funghi nascono, ogni giorno, microbirrerie che producono birra artigianale per intenditori. Un fenomeno passeggero o un’attività imprenditoriale con sbocchi interessanti, anche per il futuro? Pare proprio che la risposta sia la seconda ed in particolar modo per quanto riguarda la qualità del prodotto realizzato. Le birre italiane, si sa, sono le migliori al mondo, vincitrici di premi internazionali rappresentano uno dei fiori all’occhiello dell’enogastronomia italiana. Parliamo di birre prodotte con ingredienti di prima scelta, non pastorizzate ne filtrate dal costo, alcune volte, proibitivo ma che promettono un’esperienza sensoriale unica. La stessa a cui ha sempre puntato Teo Musso per l’apertura della sua Baladin, la birreria nel cuore delle Langhe in attività dal 1986. Quando fare birra artigianale non era di moda e della bionda si parlava solo se accompagnata da una bella modella svedese. Il racconto di un sogno che ha voluto sfidare l’impero del vino ne Baldanin. La birra artigianale é tutta colpa di Teo di Teo Musso e Marco Drago, Feltrinelli, 156 pagg, 14 euro.

Food Blogger: le torte di Applepie Barbara é una ragazza di Como che ha trasformato la sua passione, il cake design, prima in un blog e poi in un lavoro. L’amore per la pasticceria e per la cucina cresce con lei così come un’immensa dose di creatività che la spinge a creare Le torte di ApplePie (ecco il link http://letortediapplepie.blogspot.it/) un blog con una serie infinita di suggerimenti, ricette, foto che, sono sicura, stimoleranno la vostra fantasia. Dal blog sono nate le collaborazioni con aziende importanti, i corsi di cucina ed il blog é stato l’avvio di un’attività vera e propria. Nel sito troverete tanti trucchi per un mestiere che Barbara ha appreso presso la PME Knightsbridge School of Decoration di Londra. Il successo di Le torte di Applepie é stato sancito anche al CookBook Village al Salone del Libro 2013 in cui era ospite insieme ad altri food blog di successo italiani. Che cosa aspettate, seguite il blog di Barbara e prendete appunti!

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coraline

Coraline è un romanzo breve dello scrittore britannico Neil Gaiman pubblicato nel 2002 e vincitore di numerosi premi tra cui il premio Nebula e il premio Hugo, entrambi del 2003. Il romanzo racconta la storia di Coraline Jones, una bambina che si trasferisce con i genitori in una nuova casa, dove abitano anche Miss Spink e Miss Forcible, due anziane attrici in pensione, e Mr Bobinski che allena in gran segreto dei topi per il suo mini-circo. Siccome i genitori di Coraline sono molto indaffarati con il loro lavoro, trascurano un po’ l’esuberante Coraline che cerca in tutti i modi di passare il tempo tra giochi improvvisati e visite ai bislacchi vicini. Per vincere la noia, Coraline inizia a esplorare la casa su suggerimento del padre e si accorge di una strana porta che la incuriosisce molto. Senza prestare ascolto agli avvertimenti dei vicini che le consigliavano di non varcare quella porta, Coraline decide di avventurarsi oltre la soglia per scoprire cosa c’è dall’altra parte. La sorpresa è enorme quando Coraline alla fine del corridoio si ritrova una casa identica alla sua e lo stupore è ancora maggiore quando fa la conoscenza della sua “altra madre”, una donna che assomiglia molto alla sua vera madre, ad eccezione dei due lucenti bottoni neri che ha al posto degli occhi. L’altra madre si dimostra subito molto, forse troppo, affettuosa con Coraline. La riempie di attenzioni e le propone di rimanere per sempre in sua compagnia, a patto di trasferirsi nell’altra casa e di lasciarsi cucire dei bottoni sugli occhi. Per quanto si sia trovata bene insieme all’altra madre, Coraline non può accettare la sua proposta, perché non vuole separarsi dai suoi veri

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di chiara silva Lettura consigliate: Gaiman, Neil: Coraline. Mondadori, 2004, 182 pp. 9,50€ Ascolto consigliato: The queen of the dark horizons dei Rhapsody (ora Rhapsody of fire) Link interno a Reader’s Bench: il figlio del cimitero

genitori e preferisce tornare alla sua solita vita. Al suo ritorno però la bambina non trova più la madre e il padre e capisce che dietro alla loro sparizione si cela il piano malefico dell’altra madre. La donna ha infatti rapito e nascosto i coniugi Jones, per attirare ancora una volta Coraline oltre la porta, rivelando così la sua vera indole spietata. L’altra madre desidera infatti intrappolare per sempre Coraline nella sua dimensione, per cibarsi della sua anima e poter continuare così a vivere. La bambina però non si lascia intimidire e lancia una sfida alla donna: se riuscirà a trovare e salvare i suoi genitori l’altra madre dovrà liberarli, qualora però fallisse nella sua impresa Coraline rimarrà per sempre con lei. Inizia così la disperata ricerca di Coraline che la porterà a scoprire i segreti dell’altra madre e

della strana dimensione in cui abita. Per scrivere Coraline Gaiman si è certamente ispirato al grande patrimonio della letteratura per l’infanzia e della letteratura fantastica. Evidente è il paragone che si può fare tra Coraline e la Alice di Lewis Carroll. Entrambe sono bambine curiose che, volendo scappare da una realtà noiosa e priva di stimoli, si ritrovano a vivere strane e pericolose avventure in terre ostili. Gaiman è andato oltre, introducendo molti elementi tetri e inquietanti, ad esempio i macabri bottoni sugli occhi che indicano la perdita dell’anima. Per questo motivo, Coraline può essere inserito in quella letteratura per l’infanzia dai toni fantastici ma cupi, quasi horror che ricorda a bambini e ad adulti quanto sia necessario essere coraggiosi per diventare grandi e vincere le sfide che la vita ci propone.

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catharsis cargo di federica frezza

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È tutto a posto. Sto bene. È tutto a posto, sto bene e sono sereno. Anche la giornata appena iniziata è serena. Sole, sembra, per le ore a venire. Devo tenere l’aletta parasole giù, altrimenti non vedo dove sto andando. Il mondo è troppo chiassoso, così tanto che gli occhi mi danno fastidio. Ma dove devo andare lo so, il problema è decidermi a partire. Ogni volta che sto per imboccare lo stradone e da lì l’autostrada mi viene in mente un altro negozio, strada, o genericamente luogo che ho voglia di assaggiare un’ultima volta prima di andarmene. Quanti pezzi di me sono sparsi in questa città. Forse è anche per questo che mi sento così vuoto, come se andandomene perdessi la memoria di tutto questo ed io mancassi di radici, con l’orlo della mia vita che si disfa ed io con lui, mi sfilacciassi. O forse sono solo le medicine, non so più cosa sia cosa. Vorrei poter dire che tutto il mio corpo si scuote per il nervosismo, ma invece no, sono appena acceso, come se non ci fosse abbastanza corrente per alimentarmi, sono una lampadina la cui resistenza sta per cedere. Avrò un’ultima fiammata e poi con un piccolo POP cadrò nel freddo. Ho fame. Ho fame di sapori e odori perché adesso ne sento pochissimi. Fiochi. Sono in un’altra stanza e ci sono un paio di porte chiuse tra noi. Fermo ad un semaforo. La radio è noiosa, eppure io tamburello con le dita sul volante come uno che ride alle battute di un comico triste e lo fa soltanto per cortesia. Una ragazza esce di corsa dalla porta di un palazzo, ha i capelli biondo cenere tagliati corti e male, forse in casa da un’amica maldestra o da un fidanzato aggressivo, erroneamente convinto di poter nascondere i suoi bei lineamenti con l’acconciatura infelice. Gli occhi sono spaventati, veloci, troppo veloci per poterne definire il colore da qui. Vestiti da pochi soldi, addosso, scarpe impolverate. Come se avesse corso nel deserto. Ha in mano un sacchetto da supermercato pieno di soldi, che tiene stretto per il collo per non smarrire neanche una monetina. Lo stringe così tanto che ha le nocche bianche per lo sforzo. È sottile, la ragazza, ed è sottile, il sacchetto. Per questo riesco a vedere le banconote che filtrano e bisbigliano il racconto dell’accaduto. Nonostante tutto questo il suo aspetto è spaventosamente e dolorosamente dolce. Confido sia la ragione per cui, quando entra nella mia macchina dopo aver quasi divelto la portiera e urla “Vai vai vai! Guida cazzo!” io le dò retta. Vado. E guido, cazzo. Passa almeno mezz’ora prima che io abbia il desiderio di voltarmi a guardarla. In questa mezz’ora la radio ha continuato ad essere noiosa, ed io per qualche ragione ho continuato a tamburellare sul volante perché niente, niente, mi muove. Il che è disastroso. Lei ansima ancora adesso, ma non può più essere per via della breve corsa dal marciapiede fino alla mia auto. Devono essere semplicemente l’adrenalina e la paura, che le si scaricano nel sangue dal cervello, la droga più potente di tutte che nessuna cifra potrebbe comprare, di certo la stanno facendo sentire viva come mai prima d’ora. Per questo la invidio. E per via di questa invidia, finalmente, la guardo. Sto giocando con le dita, guardando fuori dal finestrino. “So che ci sono delle domande che vuoi farmi.” Dice senza voltarsi verso di me quando si sente i miei occhi addosso. “Certo.” Sto per rispondere io, ma non me ne lascia il tempo. “Ma devo chiederti di evitare l’argomento Sacchetto Di Soldi.” Mi interrompe. “Sarà fatto.” Le prometto obbediente.

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“Oppure potrei parlare io.” Mi sembra un buon affare. Dopotutto la donzella ha quasi certamente appena rapinato un esercizio commerciale, per quanto ne so potrebbe avere un’arma, nascosta dietro quelle costole e braccia lunghe. “Non è come sembra.” La prima cosa che dice. “Sei in riserva.” La seconda. “Come?” Seguo i suoi occhi, che si sono spostati sul quadro della mia macchina, dove effettivamente una lucina gialla lampeggia, è l’esatto colore dell’urgenza, della sete del mio motore. “Non possiamo fermarci adesso!” La voce è un po’ più bianca di quanto dovrebbe. “Noi chi?” Questo la zittisce come un pugno. Diventa ancora più piccola come se sperasse di convincere il sedile ad inghiottirla. Passano sette minuti prima che parli di nuovo. “Mi dispiace aver scelto la tua macchina.” Immagino si sia accorta che è la terza volta che facciamo la stessa strada, siamo bloccati nella circonvallazione, un boccone che la città non riesce a digerire. “Stavi andando da qualche parte?” Dovrei dirle che sto scappando anche io? “Perché la strada che stai facendo è quella di un uomo che si è perso.” “Non ho un buon senso dell’orientamento.” “Io sì. Sinistra al prossimo semaforo.” “Perché dovrei darti retta?” “Perché oltre al senso dell’orientamento ho anche parecchi sensi di colpa, ma anche un briciolo di buon senso. Visto che al momento la tua sopravvivenza è strettamente correlata alla mia, se non ti dispiace, dove andare lo decido io.” Poi sospira e sputa fuori “Tutto questo non ha senso.” “In realtà di sensi ce ne sono anche troppi.” “In che... Cosa vuoi dire?” “Io non dovrei guidare, al momento.” “Perché?” “Perché sono sotto l’effetto di medicinali che riducono la velocità dei miei riflessi.” La posso sentire guardarmi le mani, forse sta cercando un tremore o uno spasmo. I suoi occhi mi accarezzano, me li sento camminare addosso leggeri, più leggeri di un insetto. “Sei malato?” Che ingenuità, porre una domanda in questo modo. C’è un distillato di curiosità, racchiusa e condensata in quelle due parole, mi ricorda il latte sintetizzato in tubo che mangiavo da piccolo. “Dicono di sì. Ma la mia malattia ha un nome bellissimo.” “Coma si chiama?” “Sinestesia.” “E tu come ti chiami?” “Gabriel. Tu?” “Denise.” La bocca mi si contrae in una curva, come lo spicchio di un pompelmo. È un sorriso? “Perché sorridi?” Sembra di sì. Non mi ricordavo avesse un sapore così aspro, sorridere. “Sai cosa significa il tuo nome?” Che gustosa soddisfazione quando si possono iniziare le risposte con delle domande. È come girare un cappello e svelare un coniglio sul fondo. Muove la testa di qua e di là; il suo naso, il mento, la fronte e gli occhi disegnano un arco, perfettamente perpendicolare alla parabola del suo collo, dove intuisco il rosso del panico scemare, a poco a poco, come potesse dimenticarsi di quel sacchetto che tiene in grembo neanche fosse un gattino. “Significa che sei consacrata a Dioniso, il dio greco dell’ebbrezza... e del deragliamento dei sensi.” Sta zitta per qualche secondo poi un po’ di sapor pompelmo arriva anche sulle sue labbra, ma non è aspro quanto il mio, è più dolce, morbido, maturo. È un frutto che ha bevuto il sole di un pomeriggio di piena estate ed è pronto per essere colto. “Quindi sono la tua cura.” Ha deciso di farmi andare verso est. Mi piace andare verso est, ha una tinta verde molto felice, turchese come l’acqua fresca nei cartoni animati. Quando arriviamo al bordo, dove la terra si sminuzza in sabbia, Denise dorme. Si è addormentata centotrentadue chilometri prima del mare e adesso il suo respiro è rosa cipria, calmissimo e regolare, ha la forma della balza di un vestito ottocentesco. Nonostante questa dolcezza il sonno che sta provando dopo l’euforia della fuga è pesante, così greve che non si accorge di me

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quando apro la portiera dal suo lato e prendo il Sacchetto Di Soldi. Il rumore della plastica quando la sollevo è brevissimo, ma ha il tempo di somigliare a quello della pancia di un serpente sul velluto. Sento le medicine che mi scivolano via di dosso, sembra di uscire da lenzuola di seta. Il mondo assume di nuovo forme che sono colori che sono suoni che sono sapori ed io ho tanta tantissima fame. Mentre cammino sfioro superfici, filtro l’aria tra le mani come se il suo sapore potesse restarmi addosso (lo fa), mi mordo l’interno della bocca per sentire i denti fremere sulla carne come predatori, anche se la carne è la mia. Per fortuna, la macchina non era mia. Il medico che più tardi, nell’arco della giornata immagino, troveranno nel bagagliaio neanche. Quantomeno, non sono nell’elenco dei suoi pazienti, ufficialmente. È buffo che avendo un rapporto così marginale ci si sia trovati ad essere così vicini, uno a soffocare in una macchina loculo ed uno a respirare di nuovo a pieni polmoni. Mi aveva detto solo “Sia sé stesso, una cura non le serve.” Aveva ragione. Eccolo di nuovo, il sapore del pompelmo. Il retrogusto aspro sta svanendo e ne arriva un altro, fiori tiepidi in un pomeriggio senza nuvole. Dopotutto è primavera e il Sole inizia a scaldare anche me.

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“Federica Frezza è una che fugge. Ha trent’anni e qualcosa, ma portandoli abbastanza bene e mentendo spesso deve sempre fare i conti per ammettere che siamo arrivati a trentadue. Ha frequentato Lettere Moderne a Bologna dove è nata e vissuta, periodo desolato che non ricorda con piacere. Da un paio d’anni vive e lavora a Londra come giornalista musicale. Il suo primo libro, esaurito in versione cartacea, è stato recentemente rimesso in commercio in formato e-book tramite amazon e il sito www.federicafrezza.net. Una sua storia breve è uscita nel 2011 Regno Unito nella raccolta All the king’s horses incontrando recensioni estremamente generose. Fuma molto, è un po’ pigra e potrebbe parlare anche con un sasso.”

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assenti ingiustificati

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di simone di biasio

Adesso sono tutti bravi, sono bravi tutti con la bacchetta a spiegare i condizionali i periodi ipotetici di morte le teorie, che sono regola. Ma gli uomini non sono bravi, non sono affatto bravi, sono eterni ripetenti. Bisognerebbe bocciarli tutti alle elementari, bocciarli tutti nelle cose elementari le medie le potranno pure passare, per non parlare delle superiori delle cose superiori, nessuno dovrebbe essere laureato neppure gli dei lo erano (non ricordo che Zeus avesse discusso una tesi in cosmologia) qui l’unica pluridecorata è la natura che impartisce lezioni a scolari distratti e assenti ingiustificati.

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libri e ricette per la bella stagione: intervista a Sergio Maria Teutonico

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di stefania capati Finalmente è arrivata la bella stagione, il sole, i fiori, i colori, i prati verdi e quindi quale miglior modo per uscire dal nostro letargo invernale se non fare un bel picnic all’aria aperta? È un’ottima occasione per chiamare la famiglia o gli amici e cucinare per loro un bel pranzetto da gustare insieme magari sdraiati su una coperta variopinta circondati da alberi in fiore in compagnia. È la stagione migliore per godersi quello che ci offre ora la natura, e per cucinare le verdure di stagione, come zucchine, peperoni, cetrioli, melanzane, insalate, carote e tutte le altre cose squisite che questo periodo dell’anno ci offre! Oggi vengono in nostro aiuto numerosi libri che offrono consigli su come utilizzare al meglio le verdure di stagione e non solo. Tra tutti, il migliore secondo me è “COLTO E MANGIATO” di Sergio Maria Teutonico, tratto dall’omonima trasmissione che va in onda tutti i giorni sul canale Alice di Sky. Qui lo chef Teutonico cucina piatti semplici, per tutti i gusti, con verdure, ortaggi e frutta di stagione, dando consigli pratici su come prepararli. Oltre a lavorare in televisione lo Chef tiene corsi di cucina presso la “Palestra del cibo – Cooking Gym” a Torino ed è ideatore e curatore del sito web www.cibovino.com. Le ricette presentate nel suo libro sono facili da realizzare, tutte appetitose e mettono sotto una nuova luce le verdure, troppo spesso sottovalutate, abbinandole anche a carne o pesce esaltandone notevolmente il sapore. Ho la fortuna di conoscere personalmente l’autore e ho potuto rivolgergli qualche domanda sulla sua ultima fatica

scegliere con cura e attenzione porta a un migliore risultato d'insieme. Qual è l’ingrediente che non deve mai mancare in casa? Non è un ingrediente alimentare bensì interiore: il buon umore unito spessissimo all'amore per se stessi e per le persone che ci sono vicine. Se poi dovessi nominare un alimento allora di sicuro del buon olio extravergine di oliva. Condivido in pieno l’affermazione riguardo al buon umore e all’amore da usare in cucina; anche io infatti ne ho fatto un vero e proprio credo. Il libro di Sergio Maria offre quindi numerosi spunti per gustare le verdure di stagione.

A chi è rivolto il tuo libro? Il mio “Colto e Mangiato”, è rivolto a tutti quelli che amano la cucina e amano cucinare, così come a quanti non seguono le mode del momento bensì cercano di divertirsi in cucina mantenendo uno stile di vita attento alla scelta dei prodotti che cucinano. Quali sono secondo te le principali differenze tra i prodotti dell’orto, e quelli della grande distribuzione e quali le maggiori ripercussioni sulla riuscita del piatto? Il concetto è esprimibile facendo un parallelismo estremo: un abito di sartoria e un abito da bancarella di ultimo ordine.... sono entrambi abiti ma la cura e l'attenzione che si pone nel primo caso non è pensabile nel secondo. Comprare prodotti dozzinali renderà piatti mediocri, al contrario,

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Qualche idea però posso darvela anche io prendendole dal mio ultimo libro “SONO IO LA PIU’ BRAVA IN CUCINA”. Ad esempio per fare un picnic all’aria aperta serve un menù pratico, veloce e facile da preparare. Una ricetta semplice ma dal successo assicurato, è il classico CLUB SANDWICH; questa è la ricetta: INGREDIENTI 9 fette di pancarre’ 18 fette di salame grana grossa 4 uova sode un cespo di lattuga 6 cetriolini sott’aceto 70 g maionese 50 g di ketcup 18 stecconi di legno per spiedini PROCEDIMENTO tagliate le fette di pancarrè a metà formando dei triangoli tritate le foglie di lattuga tagliate le uova sode a fette sottili tagliate a fettine sottili anche i cetriolini prendete una fetta di pancarrè e spalmateci la maionese e il ketcup, poi mettete sopra 2 fette di salame piegate ,alcune fettine di cetriolino, poi aggiungeteci le foglie di lattuga, mettete un’altra fetta di pancarre’, dopo averla spalmata con la maionese e il ketcup in entrambi i lati, disponeteci sopra le fette di uova sode, alcune fette di cetriolini, poi di nuovo la foglie di lattuga, poi un’ultima fetta di pancarre’ sempre cosparso di maionese e ketcup solo su un lato, infine fermate il tutto con uno steccone e così via per gli altri club sandwich

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stafaniacapati nata a roma vive a viterbo scrive libri di cucina ed e’ appassionata di cake design, adesso é in libreria con Sono io la più brava in cucina, Blu Edizioni

Poi potrete stupire con un classico dolce che metterà sicuramente d’accordo tutti: la CROSTATA DI MARMELLATA DI PESCHE; questa è la ricetta: INGREDIENTI un uovo intero e 2 tuorli 3 cucchiai di latte 350 g di farina 100 g di zucchero 100 g di burro (temp. ambiente) un pizzico di sale ½ bustina di lievito una bustina di vanillina un cucchiaio di strutto 250 g di marmellata di pesche PROCEDIMENTO preriscaldate il forno a 140° impastate prima la farina con le uova, poi aggiungete i 3 cucchiai di latte, la vanillina, e il pizzico di sale unite lo zucchero , il burro e il lievito e continuate a impastare fino a ottenere una pasta omogenea e liscia prendete una teglia e spalmateci uniformemente lo strutto con le mani stendete l’impasto, tenetene da parte un pezzetto per fare poi le decorazioni della crostata versateci sopra la marmellata e spargetela uniformemente fate le classiche strisce decorative con la pasta rimasta e infornate per 25 minuti circa aumentate i gradi del forno a 180° e lasciate cuocere per altri 5 minuti sfornate e lasciatela freddare prima di servirla. Troverete queste e tante altre ricette dei miei libri anche nel mio blog e nella mia pagina facebook ricette del buonumore. Non resta altro che godersi il sole, l’aria aperta, la bella compagnia e il buon cibo.

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invece di una tranquilla libreria: speciale Marcello Simoni

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di diego rosato

Chi tra voi lettori non ha mai sognato almeno una volta di lavorare in una libreria? Ah, beh, sì, certo, voi che ci lavorate davvero! Sì, perché un lettore immagina che la vita di un libraio sia una lunga, continua lettura, interrotta di tanto in tanto da un cortese cliente che chiede un libro. Beh, sicuramente per il protgaonista di questo libro la vita non è proprio così. Nel 1205 un frate è perseguitato dai cavalieri di una strana setta fondata da Carlo Magno, ma che ha tradito la sua missione. All’interno di tale setta è in atto una lotta intestina per il potere e, per vincere, alcuni individui vogliono impossessarsi di un libro misterioso, che il frate nascose. Nella vicenda è suo malgrado coinvolto un mercante di reliquie ed il suo fido alleato, un pirata saraceno di origini francesi. Rintracciati

dalla setta, saranno costretti a correre per tutta l’europa, risolvendo enigmi e scampando ad attentati, spinti dall’istinto di sopravvivenza e da ben altri motivi. Ho sentito parlare di questo libro nelle puntuali anticipazioni di Clara, nel resoconto di Claudio della presentazione che l’autore ha tenuto a Latina, ma non mi ha mai convinto fino in fondo: ero diffidente, perché dopo i danni fatti da Dan Brown alla letteratura del genere, non è facile fidarsi dei nuovi autori, troppo spesso scadenti epigoni di uno scadente maestro. Poi, in un pomeriggio di ozio, ho ceduto al buon prezzo e l’ho acquistato. Direi che ho fatto bene. Il testo di Simoni è innanzitutto storicamente accurato (il fatto che l’autore fosse un archeologo ha inciso non poco nella mia scelta di acquisto), ma soprattutto ben scritto, molto scorrevole e ottimamente strutturato. La narrazione è fluida, non del tutto imprevedibile, ma avvincente e gli enigmi proposti non sono assurdi e forzati. Il linguaggio è ricco ed alcuni termini estremamente ricercati, ma non occorre un vocabolario per portare a termine la lettura. Un ottimo esordio, testimoniato anche dal premio Bancarella 2012. “Il mercante di libri maledetti” di Marcello Simoni, Newton Compton, 352 pagg, 5,95 euro (3,99 euro in eBook)

guarda il video dell’intervista

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una storia semplice

Alcune persone sostengono che venedere un libro a 0,99 euro corrisponde a sminuirlo, come se qualcuno potesse pensare che il poco prezzo sia dovuto alla scarsa qualità dell’opera. A parte il fatto che ho visto libri come “Cuore di cane” di Michail Bulgakov venduto a quel prezzo, suggerirei a queste persone di dare un’occhiata a “I sotterranei della cattedrale” di Marcello Simoni, per farsi un’idea di cosa si possa avere con meno di un euro. Nel 1789 a Urbino un giovane studente sta preparando la sua tesi di laurea, quando il suo professore muore, apparentemente cadendo da un’impalcatura eretta per i lavori di restauro della cattedrale. In realtà a Vitale Federici (questo è il nome dello studente) i conti non tornano. E se invece di in alto, fosse in basso che bisogna guardare? Cosa c’è di vero sulle leggende sui sotterranei di Urbino e perché il professore se ne stava interessando? Un paio d’ore: questo il tempo necessario a leggere questo breve romanzo, ma non per il numero di pagine, ma perché il ritmo incalzante e l’intreccio fitto tra mistero e storia non consente al lettore di staccarsi troppo facilmente dal testo. Il protagonista, un giovane studente di filosofia con un incre-

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dibile acume e tanta voglia di mettersi in mostra, si divide tra ricerca storica, indagine poliziesca ed amore segreto per la sua bella, aiutato dai suoi due fedeli amici ed osteggiato da alti prelati ed assassini misteriosi. Il tutto con lo stile cui Simoni ci ha abituato: linguaggio forbito, nozioni erudite e scorrevolezza di scrittura. Vale ben più di un euro, ve lo assicuro “I sotterranei della cattedrale” di Marcello Simoni, Newton Compton, 128 pagg, 0,99 euro


l’alchimia delle donne

Se qualcuno di voi pensava che Ignazio da Toledo, dopo essere sfuggito alla Saint Vehme ed aver recuperato l’Uter Ventorum, si fosse ritirato a vita tranquilla, si sbagliava di grosso. Dopo pochi anni dalle vicende de “Il mercante di libri maledetti”, infatti, il mozarabo si ritrova coinvolto in un intrigo di politica internazionale ed i pericoli da affrontare non saranno certo più lievi. Dopo gli aventi narrati da Marcello Simoni nel suo romanzo d’esordio, Ignazio da Toledo gira per l’Europa continuando i suoi traffici insieme col fidato Wilhelm e dal figlio Uberto, quando è incaricato dal re di Spagna e dal suo infido consigliere di scoprire chi si celi dietro il nome del Conte di Nigredo e dove abbia nascosto la reggente di Francia, Bianca di Castiglia, rapita insieme alla sua corte. Per affrontare il temuto alchimista, dovrà prima recuperare un libro, il Turba philosophorum, che gli consenta di carpire i segreti che si celano nel suo remoto castello, descritto dai pochi che l’hanno visitato come un inferno. Come già nel precedente romanzo di Simoni, il punto di forza di quest’opera è la ricostruzione storica: l’au-

tore ha personalmente ricercato e tradotto dal latino il Turba philosophorum, nonostante le difficoltà di comprendere cosa intendesse dire un alchimista dell’anno Mille (che per giunta originariamente scriveva in arabo), ed ha condotto una seria di ricerche su personaggi storici, come la succitata Bianca di Castiglia, Galib ed altri. Il tutto documentato nelle note finali all’opera. E, se storici sono i personaggi, anche l’ambientazione non manca di storicità, con i ripetuti riferimenti alla guerra contro gli arabi in Spagna, alla crociata contro i catari in Francia e la descrizione di pratiche e prassi tipiche di quell’epoca. Rispetto al primo romanzo dell’autore di Comacchio, si nota una minore propensione all’enigma, al rompicapo, ma un migliore approfondimento dei personaggi, soprattutto di quelli femminili che in questo romanzo sono molti e molto più complessi ed articolati, vero motore delle vicende in cui il mercante ed i suoi amici (e nemici) si trovano coinvolti. Qua e là nel racconto, l’autore inserisce alcuni cenni di alchimia, che aggiungono quel pizzico di curiosità alla narrazione e fanno da spunto per lo sviluppo delle vicende. Il linguaggio utilizzato è ricco, non privo di termini ricercati, ma scorrevole e non eccessivamente articolato: il lettore riesce a completarne la lettura in un pomeriggio o due. Il degno seguito delle avventure di mastro Ignazio. “La biblioteca perduta dell’alchimista” di Marcello Simoni, Newton Compton, 336 pagg, 9,90 euro (4,99 euro in ebook)

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viaggiare attraverso i libri

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Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina Sant’Agostino RB - Primavera 2013

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di claudia peduzzi

Mi fa sempre molto piacere riconoscere in un romanzo un ambiente che mi è famigliare, ma ancora più grande è la gioia di scoprire l’esistenza di luoghi di cui nemmeno sospettavo l’esistenza. Tra le tante cose che ho sempre amato collezionare ci sono i luoghi. Le mie vecchie agende straboccano di articoli, trafiletti, ritagli di giornale. Il mio motto potrebbe essere “un giorno questa cosa ti sarà utile” (interpretato invece dai miei famigliari come: “non butta via mai niente”). Con l’avvento del Kindle, sia benedetto il suo inventore, ho potuto estendere la mia mania ai romanzi. Con la funzione Add note or highlight ogni descrizione che cattura la mia attenzione viene diligentemente archiviata. Successivamente cerco la corrispondente località in rete e, se la giudico meritevole, la inserisco nella mia lavagna Pinterest Place I like to go. Ovviamente la mia particolare raccolta evita in genere i luoghi “classici”, quelli che si possono trovare su qualsiasi guida turistica. Ne sanno qualche cosa gli “sfortunati” amici, che recentemente hanno condiviso con me un viaggio a Roma e che sono stati trascinati a vedere angoli di città, che probabilmente nemmeno i “Romani de Roma” conoscono. Visto che “noi” amiamo particolarmente i libri ho spulciato nella mia collezione e ho scelto quattro, tra biblioteche o librerie ubicate in diverse località europee, scoperte grazie ad altrettanti romanzi. Partiamo da Marsiglia con J.C. Grangè e Amnesia: La più grande Biblioteca di Marsiglia è stata creata sulle vestigia di un cabaret dell’inizio del XX secolo, l’Alcazar, situato in corso Belsunce. È un edificio moderno, la cui facciata di vetro brilla come uno specchio. In ricordo del Music Hall gli architetti hanno recuperato, o fabbricato, una pensilina in vetro e ferro battuto in stile Belle Epoque, che ora sovrasta le porte, anch’esse a vetri, stridendo con il design del resto. Internamente Grangè descrive la biblioteca come una torre di luce e, osservando l’eterogenea composizione dei frequentatori - per lo più ragazzi sui vent’anni di ogni razza e paese –, la paragona ad una moderna torre di Babele. amnesia di jean christophe grange Babele ha ispirato anche Francisco J. De Lys. Il suo romanzo, per altro non eccelso, intitolato Il labirinto sepolto di Babele è ambientato poco lontano da Marsiglia, ma già in Spagna,

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precisamente a Barcellona. Gabriel e Catherine attraversarono dei giardini appena ristrutturati nel pieno cuore dell’Eixample. Da quel punto potevano vedere la parte posteriore dell’Università di Barcellona con le sue frondose e impolverate edere, debordanti sulle inferriate, che nascondevano un esuberante e incolto pergolato circondato da magnolie, aranci, ulivi e acacie. Si diressero verso un palazzo che occupava un intero isolato e in cui c’era una torre centrale che fungeva da tamburo. (…) Siamo nel Seminario Conciliare di Barcellona. L’equivalente di una università per sacerdoti.(...) Davanti ad una porta era appoggiato un grande cartello BIBLIOTECA EPISCOPALE PUBBLICA DEL SEMINARIO DI BARCELLONA Superarono i due schermi elettronici dell’antirapina ed entrarono nella biblioteca. Un intenso e penetrante odore di libri antichi li pervase completamente.


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Proprio i libri antichi sono il pane quotidiano di Raimund Gregorius detto Mundus, il protagonista di Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier. La sua vita di tranquillo professore svizzero di filologia viene scossa da un incontro casuale: una donna, apparentemente in procinto di suicidarsi, di cui riesce a scoprire solo la nazionalità portoghese. Abituato a vivere per mezzo e in mezzo ai libri, per sfuggire all’inquietudine trasmessagli dall’incidente, si infila in una piccola libreria antiquaria di Berna dove scova un libricino, scritto in portoghese ed intitolato “Un orafo delle parole”. Basta una sola frase, che si fa tradurre dal libraio, “Se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?” per spingerlo, in un raptus di follia, a salire su un treno diretto a Lisbona alla ricerca dell’autore, tale Amadeu Inacio de Almeida Prado. Città e lingua sconosciuta lo intimoriscono, così mette in pratica uno dei suoi principi fondamentali: imparare

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a conoscere una città attraverso i suoi libri. Nel Barrio Alto trova una libreria antiquaria dove indugiando davanti agli scaffali alti fino al soffitto, zeppi di libri portoghesi, che lui in realtà non era in grado di leggere, sentì che stava entrando in contatto con la città. Nel reparto dedicato alla narrativa Gregorius scopre un vero e proprio universo di cui mai aveva sentito parlare: Luìs Voz de Camões, Francisco De Sa de Miranda, Fernão Mendes Pinto, Camilo Castelo Brenco. Poi tutto un tratto se lo trovò di fronte: Fernando Pessoa, O Livro do Dessassossego. Era davvero incredibile, ma era partito per Lisbona senza pensare che andava nella città dell’aiuto contabile Bernando Soares, che lavorava in Rua dos Douradores e di cui Fernando Pessoa aveva annotato i pensieri. I pensieri dello spirito più solitario che il mondo avesse mai conosciuto, prima e dopo di lui.


Le librerie antiquarie sono affascinanti, ma i volumi di maggior pregio e valore sono conservati nelle antiche biblioteche, dove purtroppo, per ragioni di protezione, non sempre sono accessibili al pubblico. Non riesco tuttavia a credere che, come afferma Stephanie Barron in Virginia Woolf e il giardino bianco, gli studenti del Trinity College di Cambridge diano per scontate le meraviglie conservate nella Wren Library: La biblioteca è stata progettata da Christopher Wren (…), Grimling Gibbon ha intagliato le figure in tiglio che sovrastano la libreria. Avranno circa 400 anni. (…) Si fermò accanto a una bacheca che conteneva libri rari. “Lì c’è il manoscritto di Winne the Pooh di Milne. E anche la prima edizione di Principia di Newton. E Byron naturalmente.” In fondo al piano nobile era collocata una statua incombente del poeta romantico, con tanto di chioma scompigliata e cravattone dal nodo ricercato. “Era destinata all’Abbazia di Westminster, ma fu rifiutata a causa della discussa moralità di Byron”. guarda anche: Virginia Wolf e il giardino bianco

La stagione tradizionalmente dedicata alle vacanze è ormai alle porte, ma visti i tempi non so se potremo permetterci di fare lunghi viaggi. Qualcuno ha detto Leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli, approfittiamone! Non perdete i prossimi numeri del Reader’s Bench dove continueranno i miei viaggi attraverso i libri ...

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page one

Il titolo richiama chiaramente la Prima Pagina del giornale: trovarcisi equivale ad essere al centro del mondo, almeno per un giorno. Non tutte le notizie trovano spazio tra i suoi articoli, come ricorda ogni giorno ai suoi lettori il motto: All the news that’s fit to print, ovvero “Tutte le notizie che vale la pena di stampare. In realtà, la frase é ambigua e potrebbe significare anche “Tutte le notizie che possono essere stampate”. Riguardo tale ambivalenza, lo stesso NYT ha dichiarato nel 2001, in occasione del suo 150 anniversario: “Che cosa vuol dire esattamente? Siete voi a deciderlo”. “Page One: A year inside New York Times”, documentario dello statunitense Andrew Rossi, tenta di rispondere a questo e a mille altri interrogativi . 31 dicembre 2008: i conti del NYT chiudono con una perdita di 57 milioni di dollari. L’anno precedente, il 2007, si era concluso con un profitto di 208 milioni di dollari. Dall’inizio del 2009 le obbligazioni della NYT Company sono definite e considerate junk, “spazzatura”. Il calo degli annunci pubblicitari è stato più rapido di qualsiasi previsione. Solo nel 2009 il dato è del 30% rispetto all’anno precedente. -Nello stesso periodo viene annunciata la vendita di metà del palazzo realizzato da Renzo Piano due anni prima nel cuore della Grande Mela, dove il quotidiano ha la propria sede centrale. Page One si interroga inesorabilmente: è l’inizio della fine? I lettori su carta calano in picchiata.... La crescita dell’utenza su web non si rivela sostitutiva: sono necessari dai 10 ai 15 lettori digitali per compensare, almeno economicamente, un lettore cartaceo. Si é calcolato che nei primi mesi del 2008, per ogni dollaro perso dalla pubblicità su carta, gli editori hanno ottenuto 1,7 centesimi di ricavo digitale. Come alcuni fanno amaramente notare: “In pratica, é come aver fatto 1 passo in avanti e 100 indietro”. I giornali americani traggono in media il 10% dei ricavi dalle edizioni digitali. Ciò significa che la stampa fornisce ancora il 90% del fatturato derivante dall’advertising, la pubblicitá. Quando un editore decide di fermare le rotative declinando produzione e distribuzione unicamente online, risparmia mediamente il 60% sul totale dei costi. Ciononostante, le nuove entrate pubblicitarie, internet-centriche, non muovono attualmente grandi guadagni, addirittura superando in negativo i risparmi appena citati del 30%. Ecco perché, finora, chi ha potuto permetterselo, si é guardato bene dall’abbandonare la carta.

di francesca di folco La situazione, di stallo pericolante, é in definitiva la seguente: i lettori si sono spostati in rete. I ricavi, per la maggior parte, no. Page One prosegue con una sfilza di nuove professione, le penne digitali che invadono il web, si forgiano, crescono e si sviluppano alla luce delle nuove tecnologie come i giornalisti 2.0, i blogger, i fautore del così detto citizen journalist e gli attivisti della rete... C’è tutta una generazione di ragazzi e professionisti che sfruttano i nuovi media quale mezzo di divulgazione per contenuti di interesse politico, economico, di società e costume. Tra loro c’é chi osserva le care vecchie edicole, già immaginando giornali e riviste appese come una serie di applicazioni da scaricare sul proprio smartphone o tablet. Qualcuno pensa di aprire un blog, o di inaugurare un portale che ne aggreghi diversi. Qualcuno si muove verso l’attivismo responsabile e si riscopre citizen journalist, attivandosi grazie a mezzi amatoriali e tramutandosi in un collegamento che unisca le piazze e le manifestazioni con la rete. Dalle firme popolari che ben si muovono nell’universo mediatico ai colossi del giornalismo professionale... Page One ci trasporta dentro il cuore pulsante dei protagonisti delle notizie quotidiane... Ecco la realtà della vita quotidiana che circola all’interno della “Dama Grigia”,,, Eccoci al cospetto di Dave Carr che, come racconta nell’autobiografia, The night of the gun, la sua storia sembra una favola pulp a lieto fine. Redattore in un giornale del Minnesota, é conosciuto negli anni ‘80 e ‘90 soprattutto per, come lui stesso sostiene “una lunga e sporca relazione durata vent’anni”, ha infatti continui problemi di dipendenza dalla cocaina. A causa della droga finisce in carcere per un anno, quando ne ha 32 . In seguito a innumerevoli tentativi di disintossicazione riesce a uscirne, e viene “incredibilmente” assunto al New York Times, all’interno del quale si sente quale una sorta di “immigrato di fortuna”. Carr incarna lo spirito del giornalista dallo stile sferzante e la voce estremamente personale, ribelle, ma dedito al proprio lavoro: possiede il fiuto per scegliere le giuste fonti e la capacità indotta anche dall’esperienza, di saperle gestire. Il suo talento raggiunge l’apice quando deve smascherare e neutralizzare falsità e risposte preconfenzionate. Gode terribilmente quando riesce a reperire le informazioni, nel momento in cui sembra che le bocche siano tutte sigillate. Ama creare “trambusto per una giusta causa”. Ha accettato di convivere con Twitter, ma non sa quanto sia giusto collaborare con Wikileaks.

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Andrew Rossi ci fa conoscere Brian Stelter forse l’unico ventunenne del globo che può affermare di essere passato da un blog anonimo che trattava di televisione, il TVNewser, a un giornale dal prestigio internazionale. Una settimana dopo che una press locale lo intervista battezzandolo: “The kid with all the news about tv news”, viene convocato dal NYT. Un breve periodo di prova, ed ecco arrivare la proposta di assunzione. Lo vedi alla scrivania con 2 laptop e la tv, mentre macina micropost su Twitter. Incarna l’essenza dei nuovi media e si altera quando sente colleghi che discutono a mezzogiorno di una storia diffusa su Twitter a mezzanotte. Nel 2009 ha condiviso sul suo canale Twitter una dieta ferrea, e grazie anche a supporto dei follower riesce a seguirla perdendo la bellezza di 40 chili. Dichiaratamente schiavo dei suoi smartphone, spesso discute con Carr sul suo iperutilizzo di tecnologia: “Lo sai dove te li ficcherò un giorno tutti quei cellulari che non fanno altro che cinguettare, vero Brian?..” Bruce Headlam - Media Desk Editor: il caporedattore della sezione media. Un tipo tosto, ma capace di ascoltare. Crede nella forza dei suoi collaboratori. Quando Dave si lancia a reperire informazioni “pericolose” e approccia personaggi scomodi con metodi poco convenzionali, intentando azioni legali che poi mai mette realmente in atto.: L’escalation stellare alla quale siamo di fronte prosegue con Tim Arango, il personaggio scomodo di turno . Il giovane idealista del gruppo. Specializzato in storie che coinvolgono i grandi gruppi mediatici, ha affrontato temi delicati come l’acquisizione, epocale per l’industria, di NBC da parte di Comcast. Decide di spostarsi in Afghanistan per seguire da vicino le vicende della guerra, diventando in poco tempo un punto di riferimento per i giornalisti statunitensi inviati in Medio Oriente. Infine, il guru, il caposaldo, la colonna portante della Dama Grigia... Andrew Rossi ci presenta Bill Keller - Ex direttore esecutivo del “New York Times”, ha iniziato il suo incarico nel 2008, dopo che le rivelazioni sui plagi a catena del redattore Jayson Blair avevano costretto il direttore suo predecessore alle dimissioni. Ha immediatamente portato nuova linfa alle attività digitali attraverso l’introduzione del Media Desk. Ha poi passato l’incarico a Janet Robinson, la quale ha passato lo scettro della direzione a Mark Thompson nell’agosto 2012. Il libro, termina con le chiavi per la sopravvivenza del giornalismo...

onato sito del New York Times era totalmente separato dalla redazione del giornale. Nel 2001 venne creato il continuous news desk, che in sinergia con la redazione cartacea aveva il compito di riscrivere i pezzi sul sito, i quali acquisivano un aspetto differente: modificabili e aggiornabili in ogni istante, vere e proprie evolving stories. In questa fase la redazione del continuous news desk monitorava le agenzie e contattava direttamente i reporter sul campo, a caccia di breaking news. Dal 2005 l’integrazione si muove tra pixel e cellulosa, sia fisicamente, con i redattori seduti tutti fianco a fianco, sia sui contenuti: gestiti, filtrati e riscritti dal continuous news desk perseguendo l’idea: “ogni articolo è una potenziale evolving story, al di là del fatto che finisca o meno sulla carta”. 3. Full Time informativo. Il ciclo produttivo ha abbandonato i tradizionali orari di chiusura, sostituendoli con un full-time informativo, mash up di rete e carta, che non conosce soste nel corso delle 24 ore. Fu il Guardian, nel luglio 2006, a introdurre tra i giornali generalisti, il full time informativo. Come? Attraverso una scelta epocale: non si sarebbe più aspettato l’edizione cartacea per far uscire una notizia sul web. Un ottimo pezzo scritto la sera non sarebbe passato il giorno dopo in edicola, ma la sera stessa sul sito. In questo modo si capovolge il ruolo gregario che i siti web hanno sempre avuto rispetto al cartaceo, portando la redazione per la prima volta a pensare prima alla redazione digitale. 4. Lanci di agenzia intercettati al volo. Se è vero che il primo lancio di una notizia viene ripresa esattamente com’è per lanciare uno scoop, é altrettanto vero che nel più breve tempo possibile è riscritto, argomentato e ampliato da un pezzo di un cronista, oppure, ove questo non sia possibile, dai redattori del continuous news desk. 5. Open forecast in tempo reale. I lettori possono partecipare ai processi di raccolta, editing e pubblicazione delle notizie? Esiste la possibilità di fare post-editing, aggiornando e correggendo i contenuti in base alle segnalazioni dei lettori?

6. Mobilize. Secondo una ricerca effettuata da Morgan Stanley, nel 2011 il numero di utenti smartphone si aggira intorno agli 835 milioni. E gli adulti dedicano più tempo sui device 1. Integrazione tra l’edizione del giornale di carta e quel- mobile che su quotidiani e riviste sommati insieme. la online. Lo stesso per quanto riguarda le divisioni a silos L’ottimizzazione multipiattaforma non è più una sceldi redazioni online e offline, che oggi portano solo rallenta- ta: è un requisito basilare da portare all’eccellenza. menti e ridondanze di contenuto, e amplificano atteggiamenti diffidenti tra geek assetati di news in real-time e generazioni 7. Socialize. Presenza nei luoghi di aggregazione dei ancorate a modalità classiche di reperimento e sviluppo della nativi digitali: sia per erogare informazioni che per rinotizia. Quando un pezzo è pronto, va caricato sulla prima ceverle e ascoltare chi fra il vostro pubblico si rivela rotativa disponibile. Fino a pochi anni fa sul Web finiva in- più attento, curioso, appassionato. Ricordate: dato un tegralmente sul giornale del “giorno prima”; ora il lavoro di- qualsiasi argomento, esiste almeno un lettore là fuori venta coordinamento tra carta e giornale del giorno dopo. che ne sa più di voi: occorre trovarlo o fare in modo di farsi trovare, coinvolgendolo in situazioni e progetti 2. Evolving stories. A metà degli anni novanta, anche il ne- partecipativi, di co-creazione della notizia. Un parte-

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cipante attivo dei vostri contenuti si sentirà automaticamente fermarsi davanti a un “muro a pagamento”, se le informazioni coinvolto e di conseguenza promuoverà condividendo in rete, digitali posso trovarle gratuite, a distanza di un paio di click? naturalizzando processi di digital PR. La logica dell’esclusività e della fidelizzazione delle notizie 8. Progetti speciali a forte interattività. Non sempre la rete é rischiosa su internet. può funzionare solo se ancorata a un è sinonimo di sintesi in real-time. Esistono anche storie ric- brand autorevole, a una qualità superiore o a servizi di inforche di approfondimenti. Il New York Times ha cominciato a mazione alternativi. Chi ha testato i contenuti a pagamento è percorrere questa strada dopo l’assunzione di Andre DeVigal, spesso dovuto tornare sui propri passi, dopo aver verificato la fondatore del portale Interactive Narratives. I suoi progetti velocità con cui i lettori abbandonano il sito. richiedono l’apporto di reporter, videografi, fotografi, svilup- Lo stesso NYT, nonostante diverse polemiche interne, sta spepatori di database, tuttimal lavoro su progetti multicanale a rimentando il paywall: i numeri lasciano una forte speranza sul risultato del modello: 450.000 utenti iscritti e la maggior media scadenza. parte di essi è disposta, dopo aver letto i primi 10-20 articoli Cosa ne sarà dei Giganti di carta? I giornali sopravviveranno in modalità free, a spendere tra i 15 e i 35 dollari al mese, in base all’utilizzo su un solo device, o convergente desk + moalla crisi che sembra investirli a 360°? “ Ai posteri l’ardua sentenza”... recita una penna di tutt’altro bile (smartphone e tablet), pur di continuare la navigazione tempo, la cui osservazione è però profeticamente attuale, in sulle pagine del sito www.nytimes.com. più campi... Page One può sembrare molto tecnico, ma è un viaggio affaAndrew Rossi, termina interrogandosi su un ultimo aspetto: scinante in un universo versatile ed in continuo mutamento, che proprio in virtù di questi cambiamenti merita davvero di il Paywall. essere esplorato e di esser oggetto delle nostre interrogazioni. Page One mette in evidenza come sia difficile accettare di

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poeta

Che faccia ha il poeta? Che cuore ha il poeta? La vostra faccia è la stessa e il cuore è al servizio. Non c’è differenza estetica né formazione tra il mortale e il poeta. Seduto sulla roccia frastagliata dal mare in tempesta potete trovare il poeta. Oppure sulla panchina arrugginita che sta tra i limoni e le altalene. Potete trovare il poeta con la sigaretta e le dita consumate, con le mani e le braccia incrociate. Stando a quanto dicono il poeta sarebbe vestito con un rosso mantello e l’alloro tra i capelli. Oppure con una vestaglia bianca e le ali pronto a raccogliere le richieste come il juke box della balera. Provate ad inserire la moneta se vi convince: non otterrete né una stella né il desiderio. Immaginate, ora, il poeta seduto al tavolo domenicale: dategli un pezzo di pollo e a una for Ne avrà bisogno.

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di daniele campanari

rchetta.

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roberto costantini: tu sei il male

La storia d’Italia recente ha attraversato diverse fasi e molti italiani portano i segni di questo passato sulla loro pelle. Roberto Costantini ne è un esempio lampante, nato a Tripoli è uno dei tanti italiani “libici”, che hanno vissuto una vita a metà tra l’essere stranieri in terra natia ed il dover lasciare la Libia dove sono nati e cresciuti dopo l’avvento di Gheddafi, ritrovarsi in un paese sull’orlo della rivoluzione e a pochi passi dal colpo di Stato e di vivere l’orrore degli anni di piombo. Ecco, alcune di queste esperienze Costantini le infonde nel suo personaggio, Michele Balistreri, capo dei servizi speciali stranieri della polizia, apostrofati come gli “spazzini del paradiso” da uno dei personaggi di questo libro. Michele Balistreri è il protagonista di questo libro ed il suo passato sembra alquanto oscuro. Figlio di una ricca famiglia, nasce a Tripoli. Il padre, Salvatore Balistreri, ingegnere, è uno degli uomini più potenti della capitale libica ed in seguito al colpo di stato di Gheddafi fugge dalla Libia, arriva in Italia dove partecipa ai moti studenteschi, ma viene arrestato e gli viene proposto di far parte dei servizi segreti. Lascerà i servizi segreti, grazie al fratello prenderà una laurea con qualche

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“aiutino” e poi farà il concorso come commissario di polizia. Durante la lettura comunque si evince che qualche altro episodio ha segnato la vita di Balistreri, ma i dettagli sono molto scarni. La storia comincia con una situazione paradossale. 2006, mentre l’Italia tutta gioisce per la vittoria del mondiale, c’è una madre, Giovanna Sordi, che soffre per la scomparsa della figlia Elisa, avvenuta 24 anni prima durante la vittoria dei mondiali dell’82. Tale ferita non si è più rimarginata e perciò la madre decide di suicidarsi. Si torna indietro al 1982 e troviamo un giovane Michele Balistreri, commissario di polizia in zona Vigna Clara, quartiere bene e tranquillo di Roma dove il nostro non può far danni ed il massimo del crimine è uno scippo oppure un cane smarrito. La vita scorre tra serate a poker, donne, alcool e sigarette a volontà. Durante una serata a poker stringe amicizia con Angelo Dioguardi, con il quale passa interminabili serate a giocare e a parlare fino all’alba. Angelo lavora per una società immobiliare del Vaticano ed ha una stagista, Elisa Sordi, che scompare durante la finale del mondiale ed in seguito viene


di claudio turetta

guarda il video dell’intervista

ritrovata morta vicino il Tevere. Michele Balistreri si butta a capofitto nell’indagine, ma alla fine incolpa la persona sbagliata. Nel frattempo il suo capo, il commissario capo Teodori che si prende la responsabilità di tutto e sofferente di cirrosi gli chiede di accudire la giovane figlia Claudia

Teodori. Passano 23 anni ed una ragazza viene violentata ed uccisa da un gruppetto di rom, il che scatena l’opinione pubblica contro gli stranieri in Italia e qualche tempo dopo viene uccisa una prostituta romena. Unico comune denominatore, sembra che le due vittime avessero incisa una lettera sul corpo. Michele Balistreri ora a capo della Sezione Speciale Stranieri, invecchiato ed un po’ malandato si occupa di seguire le indagini, con la sua squadra, ma le verità che verranno a galla porteranno il nostro “eroe” in un campo minato, il passato riemergerà ed il nostro eroe dovrà fare i conti con esso. Quando poi avviene la morte di Giovanna Sordi, sembra che un terremoto travolga Balistreri e si comprende che non ha completamente chiuso i conti col passato. Il romanzo scorre che è una meraviglia ed è molto piacevole da leggere, mi sono completamente immerso nella lettura e ne divoravo ogni pagina. Il contesto è ben realizzato, infatti descrive dettagliatamente sia l’Italia del 1982 che quella attuale, compresa tra immigrati e personalità corrotte che cercano sempre di trarre un beneficio personale. Il romanzo è avvincente ed il personaggio di Balistreri è ec-

cezionale. Una sorta di eroe “negativo”, irruento, arrogante, svogliato ma anche con tutto l’impeto dei suoi 32 anni, poi più calmo e riflessivo e più saggio, che deve districarsi tra i meandri della politica italiana. Come sfondo l’Italia del 1982 un pò pigra, un pò sognatrice e quella del 2006 che si trova a risolvere la questione degli immigrati divisa tra politica e Chiesa. Il libro fa parte di una trilogia che svelerà i lati nascosti del protagonista, ciò che ha formato l’attuale Michele Balistreri ed io personalmente non vedo l’ora di leggere gli altri capitoli. Io lo presi dopo che Costantini lo presentò a GialloLatino 2012 e qualcosa mi si accese in mente mentre ne parlava, infatti mai scelta fu più azzeccata. Consiglio a tutti di leggerlo: è un libro che non deve mancare nella vostra libreria. Tu sei il male di Roberto Costantini, Editore Marsilio 667 pagine, 14 EUR

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ecco il buio di giuseppe recchia

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So che mi chiamano “Licantropo” ma non esco solo le notti di luna piena. A dire la verità esco tutte le notti. Potrebbero chiamarmi il “Vampiro”, o il “Sonnambulo”, o magari semplicemente il “Tizio inquietante che gira da solo di notte”. Hanno scelto invece quel nome, ignorando le più basilari regole dell'horror classico, attaccandosi solo al mio aspetto... diciamo ferale. Gente superficiale i terracinesi. Questa sera però c'è per davvero la luna piena. Una di quelle grandi, da cartone animato, capace da sola di illuminare tutta la spiaggia e anche il resto, tutto il golfo e il mare senza un'increspatura. Luna, mare e una pace che per quanto mi riguarda può essere pure eterna. È una sera decisamente romantica. Una sera da innamorati. E allora me la godo. Perché se analizzo a fondo la questione capisco che mi chiamano in quel modo a causa del mio brutto muso peloso, della mia camminata ingobbita... forse perché puzzo di cane bagnato. Ed è raro per uno come me incontrare la donna giusta, una che non solo sopporta la mia presenza, ma contraccambia qualcosa di cui io ho paura da anni, da sempre. L'ho incontrata stasera e quindi ho deciso di venire a festeggiare in riva al mare. Di giorno non sopporterei la calca. Forestieri che vengono a sporcare l'acqua e che puzzano di crema solare scadente, di quella che vendono a nord del confine con la Svizzera. A quest'ora invece ci vengono solo gli amanti che non temono i reumatismi il giorno dopo. Sto da solo ma ci tengo a far parte del gruppo di quelli che amano. Sto da solo... Due ore fa lo ero davvero. Solo come al solito. Solo come un cane. In fondo, finché non ho incontrato lei, pensavo che stare da solo fosse il meglio per me e per gli altri. Ci riuscivo alla grande. E anche gli altri mi davano una mano. L'unico problema era che passando tutto il giorno a casa, dopo cena sentivo sempre il bisogno di andare a fare due passi. D'inverno era tutto ok: chiusi i negozi, Terracina si spegneva e anche per il centro era poca la gente che rischiavo di incontrare. Poi però arriva ogni anno l'estate e la città si ricordava di essere un luogo turistico. Si complicavano le cose e dovevo vagabondare per le zone più brutte, non senza un po' di ansia. Già, sarò brutto e inquietante ma non sono mica un delinquente e preferirei evitare tossici e spacciatori. Ad una certa ora però si svuota il centro storico e allora vado a fare il mio personale giro turistico. Io non ci capisco niente di Romani, medioevo e rovine. O meglio, al massimo capisco quello che vedo in TV: Quo Vadis, Ben Hur, Robin Hood... roba del genere. E Terracina in passato doveva essere stata come in quei film, piena di gente con la toga e con le spade. Riempio la città, i vicoli più stretti e Piazza Municipio, le torri e il Teatro. Le persone della mia fantasia non mi danno fastidio e sopportano la mia presenza. E i pochi “vivi” che girano per Terracina Alta dopo le tre di notte li evito accuratamente. Ho sempre pensato che non ci sia modo migliore per farlo che andare a rifugiarmi sopra le Mura. Sarà il caldo, ma questa notte proprio non riuscivo a seminare turisti e cazzeggiatori. Hanno aperto nuovi locali, la gioventù ha scoperto di avere una città sopra la città. Ho escluso il Corso e la Piazza. Ho provato all'Ospedale Vecchio, ma ho trovato due ragazzi ubriachi che pomiciavano, recintati dietro un muro di lattine di birra come a voler dire “questo è il nostro territorio, siamo arrivati prima”. Ho capito che erano ubriachi non tanto dalle lattine a terra, quanto dal fatto che non si sono accorti di me. O forse la ragazza mi ha intravisto, aprendo un attimo gli occhi mentre gli esplorava in profondità l'orecchio con la lingua. Decisamente ubriaca: l'alcol le ha evitato un bello spavento e un repentino calo del desiderio. La scelta era quindi tra salire verso il Tempio e andare sulle Mura. E se fossero vere le storie di sette sataniche sulla salita che porta a Monte Giove? Certo, sono capace di tenere alla larga i malintenzionati, ma solo perché sembro più malintenzionato di loro. Se è possibile preferisco evitare seccature. Ok, per farla breve mi sono andato a rintanare sulle Mura. Adesso, col senno di poi, posso senz'altro dire che non fu la mia paura per i satanisti, né la mia asocialità patologica a portarmi lì. Fu il destino. Oh, quanto ne sono certo. Ricordate: questa è una notte romantica. Tutto quello che mi sta attorno mi ispira. Perché no, anche l'orgasmo della coppietta infrattata sotto il pedalò. Mi sento in pace con me stesso e sento di aver capito che il destino non mi è avverso se mi ha regalato una così bella nottata.

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In riva al mare che domani mattina a mezzogiorno sarà di nuovo sporco (ma che ora, ben inteso, è limpido come non mai... non poteva essere diversamente) divento un po' filosofo e un po' poeta, dedico canzoni alla luna e accarezzo estasiato la sabbia, soffice come la sua pelle. Diventa insomma la mia musa ispiratrice. A scuola ho fatto in tempo ad andarci. Ricordo Dante. Ecco si, la chiamerò Beatrice! Il vero nome ancora non lo so... Ero di ronda sulle Mura come un soldato del medioevo. Facevo avanti e indietro, mi fermavo a sbirciare dalle feritoie, scendevo a controllare che alle porte cittadine fosse tutto apposto e poi risalivo. Mi mancava solo la balestra. Arrivato a Porta Maggio mi sono addirittura concesso una sigaretta. Significa che ero assolutamente sicuro di stare da solo: non fumo se so che posso dare fastidio a qualcuno. Nessuno lo sa ma sono educato. Affacciato al parapetto delle Mura mi sono goduto lo spettacolo della Valle, che a quell'ora è una specie di immenso lago oscuro con qualche luce sparsa, tagliata dall'Appia che, se possibile, era buia quasi allo stesso modo. Non sono mai stato al di là delle montagne che abbracciano la Valle. A dirla tutta, non sono mai stato nemmeno nella Valle. L'ho sempre guardata da lì sopra, fantasticando e rendendola più grande di quello che è, una distesa di campi, nebbia e silenzio impossibile da attraversare tutta. Io Terracina la vedevo solo di notte. Alla luce ne avrei visti i limiti, i confini. Il buio è il luogo dell'infinito. Ecco, per me Terracina era un posto infinito, senza confini. E io ci stavo chiuso dentro, convinto che il Tutto fosse lì. Qualcosa iniziò a cambiare quando sentii il suo grido. Il grido di Beatrice. In un primo momento – povero idiota! - fui solo capace di starmene fermo a maledire la mia sfortuna, convinto che qualche giovinastro stesse arrivando a rovinarmi l'atmosfera. Ma non arrivò nessuno. Le grida però continuarono, una serie di acuti senza senso intervallati da qualche richiesta di aiuto. E non so cosa mi successe, forse fu la limpidezza della sua voce, o forse un ben celato senso civico che non sapevo di possedere, ma decisi di andare a vedere cosa stava accadendo. Seguii le urla muovendomi nell'ombra, ancora indeciso sul da farsi. In realtà ero così sorpreso delle mie azioni che non sapevo come comportarmi. Ripercorsi un tratto di Mura e scesi alcune ripide rampe di scalini stretti e altissimi, il tutto senza fare il minimo rumore. Nel labirinto di vicoli che è Terracina Alta era difficile individuare la fonte del baccano. Mi sembrava giungere da dietro ogni angolo. E mi rimbombava nelle orecchie ovattate dall'ansia. Si perché avevo una paura fottuta e ciò nonostante andavo avanti (o meglio, andavo a zig-zag). La proprietaria di una simile voce andava salvata. Da lupo cattivo a principe azzurro: che notte! Alla fine li trovai, bene in luce sotto il lampione del Vicolo delle Belle. Una scena che mi si è stampata subito nel cervello. Lui era il vero lupo cattivo, un ragazzetto di nemmeno diciotto anni, di quelli che vanno in giro con quelle ridicole mini-car, ma che hanno stampata perennemente in faccia un'espressione da duro, da adulto affiliato con qualche clan camorristico ma che se vai a vedere prendono ancora la paghetta dai genitori (che, sottinteso, gli pagano la benzina della già citata mini-car). Questo poi era particolarmente brutto, butterato, già terribilmente stempiato per la sua età e con due occhi porcini e vuoti così tipici di queste ultime generazioni. Lei era la principessa, piccola e bella, sottilissima e quasi trasparente alla luce del lampione. Aveva tutto quello che doveva avere una principessa secondo le fiabe, anche i capelli biondi e gli occhi azzurri, e un vestitino bianco che le avvolgeva appena il corpicino perfetto. Non me ne intendo, ma sono sicuro che fosse quanto di più bello si potesse incontrare, quanto di più prezioso si potesse proteggere. E lei vide me. Lessi nel suo sguardo che ero la sua unica speranza e compresi che anche io per lei ero importante. Dovevo salvarla. Adesso mi sento decisamente un eroe. Tutto è andato come nei film. Lei piangeva terrorizzata, il bel viso del colore della luna che ho di fronte deturpato dall'orrore, quel vigliacco che le si avvinghiava addosso come un polipo. Ho tutto bene in mente. Ricordo perfettamente anche la sensazione che ho provato. Un istinto più che altro, di cui ora vado fiero. È la notte perfetta anche per questo. Sono innamorato e sono orgoglioso di me stesso. Rido di gioia. Ululo alla luna piena. Sono talmente felice che non importa nemmeno quando sento qualcuno avvicinarsi alle mie spalle. Spero solo che non vedano il sangue sulle mie braccia... Ho lanciato un urlo, perché lui ancora non si è accorto della mia presenza, troppo impegnato a sbavare. Appena mi vede però la lascia subito andare. E lei viene verso di me. Il suo cavaliere. - Aiutami ti prego! Mi viene addosso, si stringe al mio petto. È a questo punto che mi conquista del tutto. Sono suo. - Vattene barbone - mi ordina l'altro. A lui invece lo odio.

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La mia Beatrice singhiozzava tra le mie braccia. Non riusciva a smettere di tremare. Continuava a chiedere aiuto. Non poteva essere odore di alcol quello che sentivo... Il lupo cattivo mi abbagliava contro. Quando si fece avanti per riprendersi la sua preda fu troppo. Scansai la mia principessa da parte e non ebbi più paura di niente. Prima ho dimenticato un particolare che forse giustifica la superficialità dei miei concittadini. Forse c'è un buon motivo per cui mi chiamano Licantropo. Ecco, in realtà qualche volta non sono riuscito ad evitare i malintenzionati delle zone più brutte di Terracina. Due o tre volte ho dovuto difendermi. Una cosa che odio, perché mi riempio di adrenalina e non mi passa per giorni interi, costringendomi a passeggiate ancora più lunghe. Nel caso fosse stato qualcuno che ha assistito alle mie risse a mettere in giro quel nomignolo allora lo capisco. È che divento piuttosto pericoloso in quei casi. Esattamente come poche ore fa, quando il butterato mi si è lanciato contro pensando che mi chiamassero Licantropo solo perché sono peloso. Fui più veloce di lui. Gli afferrai entrambi i polsi prima che riuscisse anche solo ad alzarli. Aveva buoni riflessi però e, con le mani bloccate, pensò di ottenere qualche risultato colpendomi allo stomaco con due calcioni. Illuso: io manco lo sento il dolore quando sto così. Ignorando i suoi colpi lo spinsi contro il muro, dove l'ho inchiodato con due violente testate. A quel punto era già andato, ma non mi bastava. Gli lasciai le braccia e cominciai a tempestarlo di cazzotti. Volevo restituirgli il dolore inflitto alla mia Beatrice. Lo feci con gli interessi. Spaccandogli il naso e anche qualcos'altro, continuando anche quando cadde a terra. C'era parecchio sangue. Mi fermai solo sentendo l'urlo di Beatrice. C'era qualcun altro che le stava facendo del male? Ammazzavo di botte anche lui. Invece no. Guardava verso di noi, un misto di terrore e disgusto sul volto tutto da baciare. Ma certo: la spaventava tutto quel sangue, forse pensava che appartenesse anche a me. Mi guardava e aveva paura. Aveva paura che stessi male. E quando è scappata via lo ha fatto per chiedere aiuto. Ti amo, Beatrice. Non avevo bisogno di aiuto. Soprattutto non volevo farmi trovare lì. E poi dovevo festeggiare. Me ne sono andato, ripromettendomi di uscire più spesso, alla luce del sole, per cercarla. Ho passato la nottata a giurarlo a me stesso. Ora l'alba inizia ad illuminare Monte Giove: il mio primo giorno alla luce del sole. Ma quando sono arrivati i poliziotti? Ah già, quella gente che si stava avvicinando poco fa. - Vieni con noi senza fare storie, Angelo. Quando pensano che sia pazzo mi chiamano sempre per nome. Con delicatezza. Alzo le mani insanguinate, conosco la procedura. - Non ho fatto niente. Ho difeso una ragazza. La mia ragazza. - Non si direbbe: è stata lei a denunciarti. Hai ammazzato il suo fidanzato. Ora è stato meno delicato. Certe cose non vanno dette ad un pazzo. Sarà l'alba in arrivo ma vedo tutto chiaro. E capisco che io di giorno non posso mica starmene in giro: troppa gente, troppa luce. Amo le tenebre io. Più buio c'è meglio è. Voglio il buio... io sono il Licantropo. E sono veloce come un licantropo. Afferro la prima pistola che mi capita a tiro. Mi sbaglio anche adesso: non sono così veloce. Altre tre pistole sparano in simultanea. Mi centrano in pieno, da breve distanza. Idioti: mica volevo sparare a voi. Una folla che a quest'ora non so spiegarmi si raduna attorno a me. Troppa gente. La mia puzza non vi allontana più? La mia faccia non vi spaventa adesso? Voglio stare da solo. Anche mentre muoio voglio stare da solo. Ci ho provato a non stare da solo. Non ci sono riuscito, non mi è piaciuto. Ti odio, Beatrice... Ecco il buio...

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Reader’s Club

L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non

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a caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia

Stephen King é tornato, proprio ieri, in libreria con Joyland (Sperling&Kupfer, 351 pagg, 19.90 euro) il libro che promette di farci compagnia per tutta l’estate. Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall’ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

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sport

E’ in arrivo la bella stagione (speriamo) ed é il tempo giusto per rimettersi in forma. Per tutti quelli che amano lo sport e per quelli, come me, che fanno dello sfoglio della rivista o del libro un disciplina olimpica, vediamo cosa ci propongono in libreria. Pirlo, dopo anni di onorata carriera calcistica, arriva in libreria con Penso quindi gioco (Mondadori, 140 pagg, 16 euro). Una biografia e non solo: la condanna ai colleghi coinvolti nello scandalo delle scommesse e tanti aneddoti da spogliatoio. Per chi vuole ritrovare il regista del calcio italiano anche al di fuori degli stadi. Un altro giocatore della Juventus un altro, grande, protagonista del calcio nostrano. Paolo Conte ce l’ha fatta: é riuscito a riportare la Juve ai vertici delle classifiche e dopo anni di stallo adesso é l’allenatore, vincente, di una delle squadre più famose al mondo, la stessa che l’aveva visto crescere sotto gli occhi vigili del Trap. Adesso é in libreria con Testa, cuore e gambe, Rizzoli, 230 pagg, 17,50 euro. E dopo due juventini non potevo non parlare del Toro, più che una squadra un mito nella storia del calcio italiano. Eraldo Pecci racconta la sua storia da giocatore nella squadra simbolo di uno sport e di una città. Nel libro, Il Torno non può perdere (Rizzoli, 285 pagg, 18 euro), racconta la vittoria del settimo scudetto, il primo dopo la tragedia di Superga.

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Samp e Genoa, una sola città, per due squadre che dividono in due il capoluogo ligure. Tra i genoani più sfegatati c’era anche Fabrizio De André che tuttavia non ha mai parlato della sua fede calcistica. A questa passione segreta e fortissima é dedicato Il Grifone fragile. Fabrizio De André: storia di un tifoso del Genoa di Tonino Cagnucci, Lìmina, 171 pagg, 16,90 euro. Stufi del calcio? Per voi c’é Tennis di John McPhee, la storia di uno sport attraverso il commento degli incontri più importanti. Il libro curato da M. Codignola é in libreria per Adelphi, 222 pagg, 15 euro.

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benessere

Tempo di sport, abbiamo visto, ma anche il momento giusto di prendersi cura di sé stessi ed in libreria, anche in questo caso, troviamo qualcosa che fa al caso nostro. Scommettiamo? L’invecchiamento della pelle é inevitabile. Esso é un lascito dello scorrere del tempo ma può dipendere da una serie di concause. A queste ma soprattutto ai rimedi per combattere i segni del tempo sono dedicate le pagine di Self Lifting di Joanna Hakimowa (Red Edizioni, 112 pagg, 9,90 euro). L’autrice é in libreria anche con 300 e più rimedi naturali (127 pagg, 12 euro). Una lunga carrellata di ricette e consigli giusti per prendersi cura, in modo naturale, del viso e del corpo. Poteva mancare, nella nostra carrellata, l’ennesimo libro su e per la dieta? No, certo! Ed ecco a voi La dieta fast di Michael Mosley e Mimi Spencer. Il concetto alla base della dieta del momento é: mangia quanto voi per cinque giorni, gli altri due digiuni o quasi. Funzionerà? E poi siamo sicuri di poter dimagrire senza l’aiuto preziosissimo di uno specialista? Cibo criminale é il libro di Mara Ponzi e Luca Monti che riporta agli onori della cronaca i crimini legati alla contraffazioni alimentari. Dati ed informazioni utili per un’inchiesta che tenta di informarci sui problemi del mercato agroalimentari che vanno a danneggiare la nostra salute (Newton Compton, 247 pagg, 9,90 euro). Sempre in tema di spesa e di attenzione nei confronti di tutto quello che compriamo e poi ingeriamo é il libro di Dario Bressanini, Le budie nel carrello, Chiarelettere 192 pagg, 12,60 euro.

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fotografia

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Sei un Reader ed oltre ai libri la tua più grande passione é la poesia? Sulla panchina e nel Reader’s Club abbiamo qualcosa che fa al caso tuo. Iniziamo la nostra carrellata con il Word Press Photo 2013 il libro ma soprattutto il concorso fotografico che dal 1995 premia i migliori artisti del mondo. Tutte le foto entrate in finale sono raccolte nel volume, edito da Contrasto DUE (158 pagg, 15 euro), che raccoglie il meglio del foto giornalismo mondiale. Michael Freeman ha scalato le vette delle classifiche dei libri più venduti con i suoi manuali ed adesso, per Logos, torna in libreria con: Bianco e nero e Ritratto (160 pagg, 19,95 euro per entrambi), due nuovi appuntamenti con Photo School che non potete perdere! Taschen,in occasione della mostra che si terrà a Roma fino al prossimo settembre, propone Genesi (520 pagg, intorno ai 42 euro), il capolavoro di Sebastiao Salgado. Otto anni per scoprire e fotografare popolazioni che finora non avevano avuto nessun contatto con il mondo “civile”. Contatti, il libro di Gianmaria De Gasperis che racconta la storia delle fotografia a partire dai provini degli scatti più famosi, arriva al suo secondo appuntamento. Contatti volume 2, sempre edito da Postcard, la casa editrice romana specializzata in saggistica fotografica, dovrebbe arrivare, dopo una prima edizione per il mercato francese, nelle nostre librerie nelle prossime settimane.

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viaggi

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E’ tempo di pensare alle vacanze e progettare con mesi d’anticipo le ferie non é più una scelta ma una necessità se si vuole risparmiare. Oltre ai siti che ci indicano hotel e voli low cost sono indispensabili le guide che possiamo trovare in libreria. Lo stand che più mi ha colpito al Salone del Libro quest’anno é stato quello della Lonely Planet, leader del settore con una varietà e completezza che mi ha lasciato senza fiato. Le proposte per questa estate sia per l’estero che per il nostro paese sono semplici e ben delineate: Turchia, Puglia e Basilicata. Non ci siete mai stati? Bé, secondo Lonely Planet, dovreste andarci. E se lo dicono loro... Nelle Lonely avrete a disposizione tutto: mappe, indicazioni per i locali, i ristoranti e tutte le info per girovagare in tranquillità. Credo che siano da non perdere anche Le vacanze del maggiore (56 pagg, 14,90 euro) a questo punto... Prosegue la collana di volumi dedicati al maestro francese Moebius. Una raccolta di storie brevi, bizzarre e umoristiche, dove fa capolino il Maggiore Grubert del Garage Ermetico... stavolta nell'insolito ruolo di cacciatore di francesi in vacanza.

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