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Racconta un libraio 2018 I racconti finalisti


Indice L’assaggiatore di libri, di Camilla Bernardi Tutti tranne uno, di Marina Guarneri Quel che non successe, di Giulia Berta Eusebius Schnell, di Valeria De Cubellis L’uomo che amava i libri, di Mara Munerati Un occhio di meno, di Gaia Gentili Amnesie selettive d’emergenza, di Claudio Correggioli Apoptosi del Whisky, di Mariano Macale Impressioni sul Longo, di Simonetta Spissu Quasi come un racconto russo, di Emanuele Finardi Nota ai lettori


L’assaggiatore di libri di Camilla Bernardi

Dalla finestra vedeva le Odle. Aveva sistemato le sedie in modo che, su qualsiasi sedesse, potesse fissare quelle guglie di roccia salire aguzze e ferire le nuvole. Non c’erano tende a oscurare la vista e la luce inondava la stanza senza bussare, da mattina a sera. Assi di noce scaffalavano la parete esposta a nord, sorreggendo libri d’ogni fattura e dimensione, che vibravano di sfumature cangianti nello stanzone altrimenti muto. Era quella che noi, per necessità di catalogazione e mancanza di alternative, chiameremmo una libreria. Ezechiele la gestiva con l’andatura rassicurante che riservava alla vita, senza la presunzione di poterla imbrigliare in una forma. Di volta in volta, ne aveva fatto ristoro, rifugio, vedetta e confessionale. Sarà che la solitudine fa meno paura quando c’è una storia da ascoltare; sarà che quei centimetri di pietra umida zittivano i rintocchi della campana a valle: succedeva spesso ci fossero più uomini seduti ai tavoli che ceppi nel camino a ardere. Ingannavano l’indolenza delle ore che precedevano il buio giocando a carte, suonando la fisarmonica e sorseggiando bicchieri di vino. Sfuggivano le voci degli spiriti dei boschi, che soffiano su prati e crinali portando nenie lontane di una notte che arriva. Tra quelle vecchie mura, respiravano l’oblio di un luogo sospeso in un tempo diverso, scandito soltanto dall’alternarsi dei volumi che apparivano e sparivano sugli scaffali. Per essere una libreria, la baita di Ezechiele funzionava in modo alquanto singolare. Invece di venderli, lui i libri li barattava. Capitava che qualche forestiero avventuratosi sulle montagne cercasse riparo per la notte e finisse per acquistare il libro che la sera gli aveva fatto compagnia, davanti a un tagliere di selvaggina e a un bicchiere di grappa. Ma nella maggior parte dei casi, erano boscaioli, malgari, giocatori d’azzardo e cacciatori di passaggio a lasciare la libreria con un volume sotto al braccio, o nella tasca della giacca, senza bisogno di scucire una moneta. Ezechiele fissava il valore dello scambio e lo faceva in modo che gli avventori restii alla lettura se ne tornassero sempre a valle con


l’impressione di aver fatto un buon affare. Gli riusciva bene anche abbinare ogni libro alla persona giusta, come un cantiniere che, fiutando nel vino qualità impercettibili, gira il mondo alla ricerca di una spezia, un alimento o un aroma che, per contrasto o similitudine, porti allo scoperto l’intuizione. La cosa più curiosa era, però, che Ezechiele i libri non si limitava a leggerli, venderli o barattarli. Lui i libri li assaggiava. Seduto accanto al fuoco, o in piedi a mescere vino, raccontava che ogni storia ha un sapore unico e diverso dagli altri. Diceva che, a pagina trentadue di un libro arrivato da deserti lontani, aveva assaporato carne fresca d’agnello alla griglia, spruzzata di cardamomo, noce moscata e coriandolo; gli occhi avevano persino lacrimato, per colpa del fumo e dei granelli di sabbia portati dal vento. Un codice miniato di pergamena finissima, custodito in una teca scura come le bacche di ginepro selvatico, lo aveva precipitato in un sogno d’asini e serpenti che prendevano turni nel calpestarsi, al suono monodico di una salmodia supplicante. O ancora, a poche pagine dalla fine di un volume attraversato da caratteri aguzzi, aveva dovuto correre all’abbeveratoio e immergere il braccio nell’acqua di fonte, per placare il dolore di una ferita improvvisa, aperta dal fendente netto d’una lama ricurva. Ezechiele non lasciava la baita ma assaggiava il mondo a bocconi di carta e parole. – ‘Chiele, torno giù finché sto ancora in piedi. Quanto ti devo? – Lascia stare, Gianni. Piuttosto, grazie delle patate. Ezechiele fissò l’uomo che gli era davanti. Le guance portavano intero il racconto delle sue bevute. Coperte da una ragnatela di capillari esplosi, splendevano d’un perenne rosso carminio. Stava cercando di infilare un berretto sferruzzato a maglia sulla testa, ma una delle estremità sfuggiva di continuo alla presa dell’unica mano in aria. Da quando aveva perso tre dita alla segheria, teneva la sinistra sempre in tasca, per evitare di guardarla, o esporla agli sguardi. C’era il figlio del fabbro, con lui, quella mattina: disse che Gianni era così ubriaco che nemmeno si era accorto di aver lasciato le falangi sul piano di taglio. Fu lui a scuoterlo e bendarlo, dopo aver visto la scia di sangue allungarsi sul pavimento. Ezechiele aveva preso a servirgli il vino in bicchieri di una misura più piccoli, accompagnandolo con pezzi di pane e formaggio. Quando s’accorgeva che la lingua gli si faceva pesante e gli occhi sempre più stretti, allungava la bevanda con dell’acqua, per non fargli sgarbo. – Prenditi questo libro, in cambio – disse Ezechiele con un leggero cenno del


capo nella direzione del bancone. – È quello che ti dicevo prima. Gianni sorrise di una smorfia amara. – ‘Chiele, che faccio di un libro? Io non leggo. – Non ti ho chiesto di leggerlo. – Non capisco. – Ti ho chiesto di portarlo a casa e assaggiarlo. Prova intorno a pagina venti. – ‘Chiele… Ancora con ‘sta storia. Io ho lasciato il cervello sul fondo del bicchiere, ma neanche tu ragioni tutto dritto. Gianni s’allungò per afferrare il libro, se lo infilò nella tasca posteriore dei pantaloni di velluto e uscì. Quando varcò la soglia di casa, l’odore di mele mature gli pizzicò il naso. Sua moglie le aveva raccolte in tre cassette di legno dal fondo rattoppato a martellate, che adesso stavano impilate vicino all’ingresso. Trovò la via della stube al buio. Nella stufa a olle le braci ardevano ancora e Gianni godette di quel tepore familiare che riportava a galla la sbornia che il freddo, fuori, aveva sopito. Fu quell’improvviso annebbiamento che gli fece estrarre il libro dalla tasca. Lo aprì senza pensarci troppo, lo sollevò all’altezza della bocca e ci affondò la lingua. Rimase fermo per qualche secondo, mentre la saliva s’allargava sulla carta. Quando si staccò dalle pagine, i profili degli oggetti erano rimasti immutati: i vestiti appesi al castello della stufa, ad asciugare; la lunga panca di cirmolo che correva lungo la parete, fino alla solida presenza del tavolo da pranzo e lavoro; i fucili da caccia e i binocoli, in fila accanto al crocifisso, mescolati alle corone d’erba benedette dal prete per la domenica delle palme. L’aria s’era però riempita dell’odore pungente di mosto e tabacco. Fu un istinto immediato che gli fece tendere le orecchie verso il corridoio, dove le assi di legno avevano iniziato a scricchiolare sotto il peso di passi strascicati. Sentì i peli sulla nuca che si rizzavano, come un manipolo di soldati a riposo sorpreso da un attacco nemico. Si buttò a terra, cercando di rannicchiarsi nell’angusto spazio tra la stufa e la panca. Al cigolio della maniglia, suo padre varcò la soglia. Con lui entrò nella stube il ricordo gelido delle bestemmie ubriache, degli eccessi d’ira che finivano in cinghiate, della ferita sul collo con cui l’avevano seppellito, dopo che un cordino da legna l’aveva decapitato. Lo guardò sollevare un foglio comparso sul tavolo e seguire con le dita nodose i contorni di un disegno di prati blu e cieli lillà, di una casa dalle finestre che ridevano nel giorno della festa di san Giuseppe. L’uomo lo ripiegò con cura e lo infilò nella tasca della giacca, all’altezza del cuore. Gianni sentì gli occhi riempirsi di lacrime. A lui aveva detto di averlo bruciato. Il mattino seguente, la moglie lo trovò ancora rannicchiato a


terra, con addosso il puzzo della paura e le ombre di una notte passata in compagnia dei fantasmi. Fece il segno della croce e mandò il figlio a chiamare il prete. Da dove arrivassero quei volumi, ingialliti dal tempo e arricciati dall’umidità, non era dato sapere. Viaggiavano nella gerla di misteriosi viandanti o, più probabilmente, sulle ali delle correnti che soffiavano da sud. Ezechiele abitava quel maso isolato, in equilibrio su una china percorsa da frane e valanghe, da prima che la memoria ne avesse ricordo. Era lì che il selciato che saliva dal paese diventava d’improvviso tratturo, polveroso d’estate e ghiacciato d’inverno. Se ne stava seduto su una panca di legno, a vegliare sulla soglia tra il mondo di sotto e il mondo di sopra, tra la fretta degli uomini e il tempo infinito delle montagne. Aveva le mani di un centenario, macchiate dal sole e indurite dai calli, ma il volto appena rigato dalla vecchiaia era quello di un settantenne. Fumava la pipa con lo sguardo perso nella foschia della lontananza. – Buondì, non trovo l’attacco del sentiero che porta al Sass Rigais. Quando Ezechiele alzò gli occhi dalla cesta, vide un giovane spavaldo coi capelli scompigliati dal sudore della salita. Portava una camicia a scacchi abbottonata fino al collo e calzoni di velluto alla zuava, di qualche taglia troppo grandi. Aveva adagiato sulle spalle una corda di canapa avvolta su se stessa e teneva le estremità con le mani, quasi fossero le zampe di un capretto. Ezechiele fissò quegli zigomi taglienti e quell’accenno di barba che aveva iniziato a solleticare le mascelle, ma non disse una parola. Il ragazzo tradì una nota di timidezza nella piega del sopracciglio e decise di ripetersi, nel caso l’uomo fosse mezzo sordo. – Buondì, – scandì a voce alta. Il fiato si condensava in nuvole di vapore che salivano lente nella luce bianca dell’aurora. – Non trovo… – Sì, ho capito. – lo interruppe Ezechiele, con un’espressione benevola. – Il sentiero che porta al Sass Rigais. Come mai lo stai cercando? Il ragazzo mostrò i palmi che reggevano la corda e torse la bocca. – Devi girare dietro a quel larice e prendere a sinistra. Segui il sentiero fino alla fine del bosco. Da lì sali per il costone fiancheggiando il torrente. Sei solo? – Sì, sono solo io. – Non dovresti salire solo, – disse Ezechiele. – Che ne dici di portarti questo libro? Allungò il braccio verso il ragazzo, porgendo un groviglio di pagine tenute insieme da un metro di spago.


– No, non posso proprio portarmi un peso in più, – disse il giovane scuotendo le spalle. – Facciamo così. Ti lascio il libro nella fioriera del capitello della Madonna delle vette. Lo trovi più su, dove il sentiero si biforca. Così da qualsiasi strada tu decida di scendere, puoi portarlo via e io saprò che non è il caso di allertare qualcuno per venirti a cercare. – Davvero, io… Non saprei nemmeno con cosa pagarvelo. – Se è un problema di soldi, stasera prendi il libro e lasciami il tuo portafortuna. – Il ragazzo questa volta non ebbe il tempo di obiettare. Rimase con la bocca aperta e una parola a mezz’aria. – E adesso va’, ché la montagna bisogna avvicinarla quando ancora il sole dorme, – proseguì Ezechiele e tornò a intrecciare i ramoscelli di salice, come se nulla fosse successo. Il ragazzo quella sera il libro lo prese, ma fu soltanto mesi dopo, quando il vino nuovo riposava nelle botti e i salami pendevano dalle volte, che il ragazzo si ricordò di quel volumetto, così sottile che non sarebbe bastato a fissare un tavolo barcollante. Se lo rigirò tra le mani e fu sul punto di gettarlo tra la legna da ardere, ma ricordò di aver lasciato la medaglia di san Romedio ai piedi della Madonna delle vette. Guardò il portone per assicurarsi fosse chiuso, aprì la rilegatura e affondò il volto tra le pagine. Quando avvicinò la lingua alla carta, un sapore acre invase lo spazio tra il palato e la lingua, stringendogli lo stomaco in un conato di disgusto. Arretrò d’istinto da quel lezzo di carcassa abbandonata al sole di una radura, di sangue che scola dalle gole dei caprioli appesi in cantina. S’aggrappò alla pagina, per fermare quella vertigine improvvisa, ma la carta gli si sbriciolò tra le dita, come roccia friabile che cede alla gravità e torna alla terra da cui era sfuggita. Perse l’appiglio e cadde all’indietro, per un tempo che sembrò non avere fine. Giù, oltre le gole e i sentieri, nelle profondità dei crepacci, fino a quando toccò il suolo con un’esplosione d’ossa rotte. Solo allora riemerse dal sogno, riempendosi i polmoni d’aria. Dicono che, tra le pagine del libro, il ragazzo vide la morte. Smise di avventurarsi solo tra placche e crepacci. S’accompagnava sempre a qualcuno e, prima di ogni partenza, controllava tre volte la tenuta del nodo alla corda: una volta per sé, una per il compagno, una per il tempo che gli era rimasto. Prese l’abitudine d’appoggiare la mano sulla roccia prima di sollevare il piede e cercare l’appoggio per la scalata. Chiudeva gli occhi e sussurrava qualche frase incomprensibile. Dicono chiedesse alla


montagna il permesso di salire. Ezechiele chiuse gli occhiali e appoggiò il libro a terra. Fuori dalla finestra, la luce colorava le cime con il rosa tenue della creazione. Le ombre s’erano già allungate sul fondovalle e l’aria vibrava al volo degli uccelli che s’affrettavano al nido. Aveva l’impressione di non ricordare più l’ordine delle pagine che leggeva. Nel silenzio di quell’ora serotina, le parole si allontanavano, per poi ricombinarsi in significati inattesi e sempre uguali, come granelli di sabbia precipitati nel fiume della clessidra del tempo. Erano storie già scritte, sguardi già letti, mani già strette? Oppure erano ombre confuse di esistenze a venire, di cui già riusciva a intuire la fine? Fissò le Odle e si meravigliò compiaciuto del permanere delle cose nella corrente incessante della vita.


Tutti tranne uno di Marina Guarneri

Un motorino sgangherato scansò auto parcheggiate, pali della luce e vecchie panchine, in uno slalom che culminò dentro un vicolo stretto, incassato fra i cubi bassi di cemento di una cooperativa di case popolari. Acquistò velocità lungo lo stradone che portava verso la periferia del paese, in mezzo a orti che si alternavano a discariche e campi brulli; impennò lungo tutto il rettilineo dissestato e si fermò davanti a un edificio a un piano con l’intonaco scrostato fino allo scheletro di mattoni. Tonino spense il motore, mise il cavalletto e si diresse verso il garage. Camminava buttando le gambe larghe, con le mani ficcate dentro il giubbotto e un berretto di lana calato sulla fronte. Dentro c’era il solito odore di pneumatici, di solventi e di ferro; le carcasse di un paio di auto giacevano sventrate sopra un pavimento annerito e le rastrelliere alle pareti erano piene di utensili disposti in modo casuale. Chiamò un paio di volte prima di vedere sbucare dallo stanzino attiguo Salvatore, vestito con la tuta da lavoro macchiata di grasso, la frangia dei capelli scolpita dal gel, le spalle curve e le gambe sottili che davano al suo passo un che di provvisorio. Teneva in mano un libro chiuso, diviso in mezzo dal dito indice. – Amuni’1 Salvato’, ma che minchia fai, ancora così sei? E to’ pa’ nenti dici? – Tonino guardò di traverso il libro. – Statti muto, ancora dorme, manco lo sa che sono sceso qui a lavorare. – Seee, lavorare. A Salvato’, m’a ccu pigli ppu culu, ma non ti siddìa2 leggere sempre? Salvatore piegò un angolo della pagina liberando il dito, ripose il libro dentro uno zaino, in fretta si sfilò la salopette e indossò il giubbotto di pelle nera, tirando la zip fino al collo. – Test’i minchia, non capisci un cazzo! A me mi piace leggere, e allora? E c’ho pure il mio fornitore personale. Diede una cuzzata3 all’amico e uscirono ridacchiando senza fare troppo rumore. Saltarono sulla moto ripercorrendo il tragitto a ritroso, fino al paese. Il trillo del citofono interruppe bruscamente il dormiveglia di Gioacchino


Marotta. La moglie, acquattata accanto a lui per non sentire freddo, si spostò nel lato del letto dove le lenzuola erano tornate gelide e si raggomitolò sotto le coperte. L’uomo si alzò, si strinse la cintura della vestaglia sui fianchi e scostò appena le tende per vedere di sotto. – Sono loro. Quando andò ad aprire, Tonino salutò piegandosi in avanti, mentre Salvatore riallineò le gambe incrociate e, preso un accendino dalla tasca del giubbotto, si accese la sigaretta che gli dondolava in un angolo della bocca. – Buongiorno, ti abbiamo svegliato? Ci dispiace assai. Salvatore gli respirò in faccia la spavalderia. – Lo sai perché siamo qua, vero Gioacchino Marotta? – disse avvicinandosi con lo sguardo allenato a incutere soggezione. Era il risultato di ore trascorse davanti allo specchio a simulare espressioni da duro: doveva essere credibile, adesso che qualcuno che godeva del massimo rispetto in paese gli aveva accordato fiducia. Si guardava di traverso con il volto leggermente inclinato e verificava l’effetto che facevano la fronte aggrottata e il sopracciglio appena alzato; non soddisfatto, sperimentava alternative più efficaci: induriva la mascella, serrava i denti in una smorfia ostile, si strofinava il mento pensando che, forse, la barba gli avrebbe conferito un’aria equivoca, ma finiva sempre per allungarsi il ciuffo di capelli sulla fronte con le dita a pettine e si arrendeva aspirando una sigaretta trattenuta fra le labbra, mentre il fumo fuoriusciva dagli angoli della bocca e lo obbligava ad assottigliare gli occhi. – Niente ci devi dare? – Salvatore prese la sigaretta tra il pollice e l’indice e soffiò in direzione dell’uomo, che si stringeva nella sua vestaglia sollevando le spalle per proteggere il collo scoperto. – Fa freddo, eh? E noi non ti vogliamo fare prendere un malanno. Dacci i piccioli e ce ne andiamo subito. – Non ce li ho, – fu la risposta raschiata dal fondo della gola. – Sentito Tonino? Il nostro libraio non ha i piccioli. Dobbiamo fare partire il conto alla rovescia? Tonino annuì e sogghignò. – Ancora qualche giorno. Ora non ce li ho, quei soldi. – E a noi che minchia ce ne fotte. Il giovane lanciò il mozzicone di lato e gli puntò il dito contro: – Che le detti tu le regole? I due si fronteggiarono con lo sguardo, la vittima e il suo aguzzino, per un


secondo al libraio parve di avere davanti semplicemente un’altra vittima e non abbassò per primo gli occhi. – Hai tempo fino al prossimo mercoledì, ‘u capisti? Questo è l’ultimo avvertimento, – concluse Salvatore, inghiottendo l’ultimo sforzo per risultare convincente. – Minchia, che freddo cane ca fa! – aggiunse Tonino, recitando sempre lo stesso copione, – la carta brucia e fa calore. Lo sai, vero signor libraio? La risata dei due picciotti si allargò nel vicolo, era una macchia nera che cancellava le luci delle luminarie natalizie, gli addobbi dei negozi lungo la via, l’albero di Natale che Marta aveva avuto cura di allestire all’ingresso della libreria, a pochi metri dalla loro abitazione. Gioacchino Marotta mosse due passi indietro. – Ah, Marotta…, – disse Salvatore inserendo un piede tra lo stipite e la porta per impedire che gli si richiudesse in faccia. La spinse indietro con un mano. – Domani mando Enzuccio, come al solito: stavolta, visto il favore che ti stiamo facendo, ne devi sganciare tre. Gli strizzò l’occhio e tirò via la mano. I cardini cigolarono e l’anta sbatté con un rumore secco. Dai vetri smerigliati il libraio rimase a guardare le sagome dei due giovani muoversi, allontanarsi e infine scomparire nel nulla. Dietro un tavolo, nel retrobottega, Gioacchino Marotta seguiva le operazioni della moglie: addizioni, divisioni, i calcoli non regalavano mai sorprese, semmai infierivano su una situazione che peggiorava ogni giorno di più. La magia dei libri si era trasformata nell’incubo dei debiti: le vendite, già negli ultimi anni, erano diminuite e una libreria a tre piani, in un grosso centro commerciale aperto alle porte del paese, stava contribuendo al fallimento dell’attività. L’avevano chiamata così, “La piccola bottega dei libri”, perché era un polmone di carta in un paese di cinquemila abitanti. Una novità in un posto dove gli anziani parcheggiavano la loro saggezza povera nelle panchine del centro e i ragazzi leggevano solo a scuola. Per qualche anno era stata meta frequente di persone di ogni età, che entravano, acquistavano i libri oppure salivano a sfogliarne qualche pagina nello spazio allestito sopra un soppalco. Un’oasi felice, era stata definita allora, felice anche per il boss del paese, un imprenditore che nella libreria aveva trovato il suo mini giacimento di petrolio. – Tuo fratello ci manderà i soldi oggi, – disse il libraio alla moglie. Marta sollevò gli occhi in direzione del vetro ritagliato nella parete da cui si


vedeva il negozio: era immerso nello stesso silenzio sacrale di una chiesa, una nicchia vuota piena di storie che in pochi, ormai, erano interessati a conoscere. Entrò un ragazzino di otto anni, strofinando i piedi sullo zerbino. Guardò, di lato, un pupazzo di neve che gli faceva l’occhiolino sopra una fila di libri. Gli venne spontaneo allungare la mano sulla sua superficie soffice e toccargli la lana della sciarpa a righe, ma ritirò subito il braccio, con gli occhi bassi, quando il libraio lo sorprese alle spalle. – Ciao Enzo, ti stavo aspettando, – gli disse con fare benevolo. Il piccolo lo seguì nell’angolo del negozio dove gli scaffali erano pieni di romanzi di avventura per ragazzi; guardò i volumi disposti sulle mensole per grandezza e colore, le collane di narrativa classica allineate in ordine alfabetico ed estrasse dalla tasca dei pantaloni un foglietto stropicciato. – Mio fratello dice che mi devi dare questi. Gli occhi del bambino esercitavano sul libraio un’attrazione di cui lui ogni volta si stupiva: erano limpidi e svegli, ma pieni di una malinconia che impolverava tutte le cose su cui poggiava lo sguardo. Per questo parlava volentieri con lui: Enzuccio andava e veniva dal negozio ogni mese, da quando era abitudine che la busta con i soldi fosse accompagnata da un libro; così, in quel tempo, Gioacchino aveva acquisito notizie e verità che gli avevano reso meno sgradevole, seppure sempre insopportabile, il sacrificio cui era costretto. Aveva saputo che il padre dei due ragazzi era autoritario, che litigava furiosamente con il figlio maggiore, perché non voleva che perdesse tempo a leggere, le ganasce serrate, il palmo della mano sbattuto sul tavolo, travagghia, invece d’un fari ‘na minchia tuttu ’u jornu, la faccia ingrugnata, i pranzi rovinati dalle urla, ‘un vali nenti e cchi fa’ invece di mòviri ‘u culu in officina ppi fariti un nome? t’inchiui intra ‘na stanza e leggi comu n’imbecille. Libri… libri… Qualchi vota te li brucio, ‘sti cazzo di libri!, la madre incollata alla sedia attorno al tavolo a ruminare bocconi di amarezza e cibo a testa bassa, Enzuccio con le mani ficcate in mezzo alle gambe e le spalle strette, tu, quelli, a me non me li tocchi, capito?, Salvatore conteneva la collera strofinando le unghia rosicchiate su un quadrato di tovaglia, e non alzare la voce ccu mmia ca ti spaccu a facci, fissava le vene gonfie sulle tempie del padre; poi la bolla di rabbia inespressa gli esplodeva nelle corde vocali, ti voglio vedere morto, papà, mori mori mori, la stoffa a quadri arricciata dentro i pugni, un paio di bicchieri riversi sulla tavola, un piatto veniva spazzato via dalla furia, volavano ceffoni e la porta sbatteva sempre facendo tremare i vetri delle finestre. Il libraio, tutte le volte, accompagnava Enzuccio all’uscita e l’umiliazione


dell’ingiustizia subita finiva nel fondo del sacchetto insieme al libro, che colmava una parte della miseria di quelle vite difficili. L’intero paese affogava nell’apatia e nell’indifferenza, l’omertà era una regola acquisita fin dalla nascita, i muri franati degli edifici non venivano più sistemati, l’immondizia occupava strade e marciapiedi; quello era un luogo dove l’unico Dio al quale rivolgere le preghiere era Giuseppe D’Avola, l’imprenditore che gestiva un’impresa edile che aveva dato lavoro a tanti giovani disoccupati, risollevando le sorti di molte famiglie. Al padre di Salvatore aveva avviato un’autofficina. Il libraio prese dallo scaffale della letteratura classica un testo di 630 pagine, la copertina mostrava il volto incupito di un uomo su uno sfondo grigio scuro e lo aggiunse agli altri della lista. – Questo è il mio regalo di Natale per tuo fratello. Prima che uscisse, mise sotto il braccio di Enzuccio anche il pupazzo di neve. Le prime righe del romanzo gli erano subito piaciute: «All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto…». Non si era fatto scrupoli, Salvatore, ad accettare il bonus del libraio e per tutta la settimana, la notte e nel tempo che si ritagliava durante il giorno, leggeva senza distrazioni; sfuggiva ai controlli del padre e aveva cura di nascondere bene il libro in un angolo dello sgabuzzino, insieme agli altri: erano la sua ricchezza, il bottino estorto a buon fine, diceva a se stesso, mentre abitava per qualche ora dentro le loro trame. Il cellulare squillò nella tasca, quando Dunja arrossì leggermente. – Sto venendo a prenderti. Salvatore grattò con il pollice la superficie compatta del testo appena chiuso. Per qualche secondo fissò il titolo e l’immagine nella copertina, prima di scendere in garage a preparare le taniche di cherosene. Erano trascorsi più giorni dal bonifico del fratello di Marta e l’attesa dell’accredito del denaro aveva esasperato i coniugi in vista dell’ultimatum ricevuto; fu per aspettare la mail della Banca che Gioacchino Marotta si attardò in libreria dopo l’orario di chiusura. Il motorino sgangherato con Tonino e Salvatore a bordo inforcò la strada stretta, sfrecciò nei vicoli bui, arrancò su un tratto in salita e si fermò ingolfato alla base di una montagnola incolta che si ergeva di fronte alla Piccola bottega del libro, dall’altro lato della via. I due picciotti scesero dalla moto e si piegarono sulle ginocchia sopra un tappeto


di erbacce umide, avanzarono guardinghi, Salvatore aveva le mani ghiacciate, i dieci litri di combustibile gli pesavano sulle dita irrigidite dal gelo. Si arrampicarono alitando piccoli sbuffi di vapore, aspettarono accovacciati vicino al margine del terrapieno che le luci di Natale fossero le uniche testimoni della loro azione. Salvatore aprì un poco la cerniera del giubbotto, si tirò il cappuccio sulla testa, respirò a fondo e scivolò furtivo lungo il fianco della collinetta, con i muscoli tesi a sorreggere le due taniche e le gambe che perdevano aderenza sul terreno viscido. Saltò sull’asfalto. Si guardò attorno, attraversò, esitò un attimo davanti all’insegna, con la sensazione di avere ingoiato un punteruolo che gli stava bucando le viscere; svitò i tappi dei contenitori, cominciò a riversare il liquido maleodorante sui bordi della porta di legno, sui cardini laterali, sulla serratura, lungo il rialzo della vetrina, evitando di guardare i libri che dai ripiani in cui erano collocati avevano occhi che lo stavano condannando. Esitò a lungo, aveva le narici sature dell’odore malefico del cherosene, barcollò, si fece un po’ indietro con il coraggio azzerato dall’incertezza e allora Tonino sgattaiolò dal nascondiglio, lo raggiunse e appiccò il fuoco al posto suo, mentre l’amico continuava a scuotere la testa cacciando un urlo, dopo aver visto una luce accendersi dentro il negozio. – Amuni’, Salvatore, veni, spicciati, ma che minchia fai, corri. Corri! Le fiamme, in un attimo, inghiottirono la porta della libreria, si dilatarono tutt’intorno arroventando l’aria; il fumo si arrampicò sul telaio, annerì la parete esterna e le prime scintille si insinuarono all’interno del locale trasformando i libri della vetrina in piccole vittime sacrificate sul rogo e un uomo in un animale in trappola. Salvatore risalì sulla montagnola con il sangue rappreso nelle vene, veloce, minchia, amuni’, amuni’, morso dal panico affrettò il passo, si lanciò sul motorino già in corsa, una curva larga, un lungo tragitto, scheletri di case, il silenzio della campagna, il verso rauco del motore sotto sforzo, la strada non finiva mai, come i pensieri: il libraio prigioniero dentro l’inferno, non voleva questo, strizzò gli occhi, io ho ucciso, gridava nella sua testa il protagonista del romanzo che stava leggendo, io ho ucciso gli faceva eco la sua coscienza; il vento gli sferzava la faccia, una maschera dolente di ghiaccio e vergogna, cosa ho fatto, i libri si accartocciavano, si avvolgevano in vortici di fiamme e cenere, migliaia di storie arse; realizzò che la ritorsione promessa aveva condannato anche lui e, poco dopo, nel silenzio della sua stanza buia, con le mani che odoravano ancora di cherosene e di colpa, la voglia di piangere gli azzannò la gola.


Enzuccio aspettò che qualcuno venisse ad aprire alla porta seduto su una scatola da imballaggio e quando quella porta si aprì si mise in piedi con sollecitudine, senza dire nulla: rimase a guardare il volto coperto quasi per intero dalle bende, la gamba avvolta in una guaina di garza, le mani strette attorno all’impugnatura delle stampelle e semplicemente si spostò di lato, mostrando il pacco a Gioacchino Marotta. – Te lo manda mio fratello, – balbettò. Il libraio si sporse oltre l’uscio, si voltò a destra, poi a sinistra, immaginando due occhi nascosti a spiare la consegna; i pieghi di cartone chiusi male gli lasciarono intravedere qualcosa di molto familiare riposto là dentro, e non ebbe paura. C’erano i suoi libri, tutti quelli che aveva dato a Salvatore negli anni: quello con l’immagine della rosa sulla copertina, quello con il numero 451 trascritto in mezzo alle fiamme, i volumi di un’intera saga fantasy, romanzi con sovraccoperte o cartonati, brossure consunte dall’uso, testi sottolineati a matita, con i segni delle pieghe agli angoli, vissuti tra le mani di qualcuno che li aveva amati. C’erano proprio tutti, dal primo all’ultimo. Tutti, tranne uno.


1 “Andiamo”. 2 “Scoccia”. 3 Una pacca sul collo.


Quel che non successe di Giulia Berta

L’ultima volta che sono stato a Castel di Collemagno avevo dieci anni. Castel di Collemagno era l’ultimo borgo prima del bosco, sul corno estremo della Val di Susa, e nei giorni di sole la guardava tutta con pigri occhi di rettile addormentato. Era il classico paese montano nella collocazione e nell’animo, che dalla sua ostinazione nel rimanere arroccato sul tetto del nulla traeva il testardo orgoglio di essere nel giusto; distava solo un’ora e mezza da Torino, ma la maggior parte dei suoi abitanti non ci erano mai stati. Castel di Collemagno camminava lento lungo la vita, senza trasecolamenti, e tutti noi lo seguivamo tenendo le distanze, senza la reale intenzione di raggiungerlo. Stavo lì dieci mesi l’anno e lì frequentavo le elementari del paese vicino, quindici bambini provenienti dai più disparati angoli delle montagne, quattordici genitori e un nonno che ogni mattina si mettevano in macchina con la bocca ancora buona di caffè e sfidavano i tornanti e la neve per portare a scuola i loro piccoli eroi con gli occhi chiusi dal sonno. Nella fattispecie, il nonno era il mio. Ogni mattina alzava i suoi sessant’anni dal letto e si riprometteva che la mattina dopo avrebbe fatto alzare mia nonna per portarmi a scuola, salvo non farlo mai. Di Castel di Collemagno eravamo in quattro: il figlio del proprietario della malga, il figlio del cacciatore, la figlia del falegname e io, il figlio dell’artista se si riferivano a mia madre, il figlio di nessuno se si riferivano a mio padre. L’inflessione con cui i vecchi del paese dicevano artista mi faceva preferire quando mi apostrofavano come figlio di nessuno. Nei due mesi l’anno in cui mamma non era in tournée, tornavo con lei nella Torino che scottava d’estate, e abbracciandomi stretto nel lettone rosa cipria mi raccontava che mio padre era stato un grande regista, il più grande regista che il nostro secolo avesse avuto. Nei dieci mesi l’anno in cui stavo a Castel di Collemagno, mia nonna mi rimboccava le coperte del lettino di legno intagliato dal nonno della figlia del falegname e mi diceva che mio padre era stato un uomo tanto coraggioso quanto incosciente. I vecchi del paese, quando mi vedevano correre in bicicletta per le stradine profumate di maggio, mi dicevano semplicemente che mia madre era una puttana. Solo molti anni


dopo scoprii che l’uomo che più al mondo mi assomigliava era uno studente dell’accademia per il quale mia madre aveva iniziato a studiare teatro, e che dopo aver scoperto che lei era incinta aveva deciso di darsi al teatro ascetico e si era ritirato in qualche angolo sperduto della Polonia. Durante quegli inverni ancora non sapevo cosa volesse dire puttana e non sapevo nemmeno cosa fosse il teatro ascetico, però conoscevo già il teatro della parola. Me ne parlava mia madre nei mesi torinesi, mia madre che era la lady Macbeth più famosa d’Europa. I miei compagni estivi furono Lisandro e Demetrio quando ero molto piccolo, Otello e Re Lear quando diventai più grande; e intanto la mia infanzia rotolava via, tra le arti della montagna d’inverno e quelle del teatro d’estate. Tutto sommato, ero felice di quella vita sospesa e della sua irresistibile lentezza; eppure, mi mancava qualcosa. Con i miei amici, la figlia del falegname, il figlio del cacciatore, il figlio del proprietario della malga, mi trovavo bene, ma tra di noi c’era una ferita che si apriva ogni anno di più. Eravamo come due placche tettoniche segnate ogni anno da un nuovo terremoto; e la spaccatura continuava a gonfiarsi di lava. Loro ascoltavano ammirati i miei aneddoti da città e pendevano dalle mie labbra quando raccontavo loro dei mille trucchi di Iago, ma le loro bici iniziavano a correre troppo forte e mi chiamavano l’intellettuale un po’ troppo spesso perché fosse solo un segno di rispetto. Dal canto mio, anche io iniziavo a evitarli; ai miei occhi di cittadino a metà apparivano troppo semplici, troppo poco istruiti, troppo bambini per me che completamente bambino non lo ero mai stato, e iniziavo a essere stufo di fare l’oratore in cattedra. Non abbiamo mai veramente litigato, e nonostante ciò il rapporto tra noi era più compromesso che se ci fossimo genuinamente accapigliati. Erano infiniti i pomeriggi in cui fingevo una misteriosa febbre e invece di uscire vagolavo per casa alla ricerca disperata di un libro da leggere, non trovandone mai. Pare che Castel di Collemagno fosse un paese veramente poco avvezzo alla letteratura e men che meno al teatro; e fu proprio in ottobre, durante una delle mie camminate stizzose tra i ciottoli coperti di brina, a prendere a calci i muri e a maledire mia madre per avermi abbandonato proprio lì, che conobbi il signor Anacleto. Del signor Anacleto non seppi mai il cognome, né l’origine. Sembrava che tutte le etnie del mondo si fossero mescolate in qualche impossibile modo nella sua piccola persona di uomo anziano, dalle dita annerite dall’inchiostro: al largo naso da africano univa due affilate mandorle orientali agli occhi e la pelle più chiara


che avessi mai visto, più bianca della prima neve di dicembre. Lo incontrai quasi per caso, davanti alla sua libreria dall’insegna di legno ammuffito, seduto su uno sgabello che sembrava reggersi per miracolo e nello stesso tempo sembrava essere germogliato direttamente dal terreno grigio dell’alta montagna. Con le gambe incrociate come un Buddha della Val di Susa osservava le foglie cadere spinte dal vento e sembrava che fosse lui a staccarle dal ramo con un solo battito delle sue ciglia asiatiche. Quando mi accorsi di lui mi guardai attorno stranito e dubbioso: ero passato in quella piazza innumerevoli volte, ma non mi ero mai accorto di lui né tantomeno della libreria. Lui aspettava in silenzio, fumando la sua pipa puzzolente con gli occhi socchiusi, e solo quando gli rivolsi la parola per primo sorrise. – Vuoi entrare? – mi chiese. Io gli risposi di sì, ma quando si alzò e mi aprì la porta della libreria ebbi il sospetto che già prima che io parlassi sapesse la mia risposta. L’odore aromatico del caffè si spandeva con facilità nella vecchia libreria buia, mentre il signor Anacleto, chino sul macinino, ne rompeva con forza i chicchi. Solo un vecchio lampadario di corna di cervo illuminava l’ambiente altrimenti del tutto oscuro, dai muri di pietra grigio argento. Le pareti erano interamente ricoperte di libri di ogni forma e dimensione, alcuni dalle sgargianti copertine nuove, altri ingialliti come il tempo, alcuni in edizione economica e altri dalle pregiate rifiniture dorate, alcuni talmente sottili che sembrava si leggessero da soli e altri così voluminosi che ci sarebbero volute mille notti d’amore per finirli. Scrutavo ancora gli scaffali di legno grezzo con i miei immaturi occhi di decenne, quando un movimento alle mie spalle mi fece sussultare. – Ecco il tuo caffè. Non dire ai tuoi nonni che te l’ho dato. Ecco, accomodati pure qui. Ci sedemmo su due grosse poltrone di broccato rosa antico, che quando mi appoggiai sbuffarono di polvere. – Come si chiama? – chiesi. – Chiamami semplicemente Anacleto. Seguirono cinque minuti di silenzio. – Non vuole sapere come mi chiamo? – Non ne ho bisogno, ti conosco già. Tu sei Giorgio, il figlio dell’artista. Sei una piccola celebrità qui in paese. Le sue labbra carnose si incurvarono in una smorfia e solo allora mi accorsi di una cicatrice sopra il labbro superiore, un piccolo buco come di un dente di un cane. O di un lupo. – Sai, è da qualche tempo che ti osservo. Non hai molti amici, vero? – abbassai lo sguardo, vergognoso. Da mia madre avevo imparato la superbia dell’intellettuale che mi faceva allontanare i miei coetanei, ma dai miei


nonni avevo imparato l’umiltà della montagna che mi faceva vergognare della mia intima tracotanza. – Immagino che non leggano molto, vero? Sì, il problema è quello… è fastidioso sentirsi un pesce fuor d’acqua. Si alzò in piedi e osservò lo scaffale più vicino tenendo le mani incrociate dietro la schiena. – Per il figlio di lady Macbeth, nulla di meglio del suo consorte – disse, porgendomi un libro impolverato. – Purtroppo in questo borgo di bifolchi nessuno compra più Shakespeare da anni – aggiunse a mo’ di scusa. – Questo te lo regalo io. Adesso corri a casa, vai! – mi vestii di corsa e uscii. Senza che me ne accorgessi, si era già fatto buio. La notte seguente passò silenziosa e febbrile, nell’insonnia agitata dell’amore letterario. Divorai la storia del barone Macbeth e della sua diabolica consorte con il fiato corto, guardandomi continuamente alle spalle, spaventato all’idea che i miei nonni potessero scoprirmi ancora alzato a leggere. Con le dita solcavo le pagine, riscoprendo il nuovo fascino antico della lettura. Ogni parola che leggevo aveva l’eco della voce di mia madre che leggeva quelle stesse parole per farmi addormentare; e mi sembrava di averla al mio fianco mentre ascoltavamo insieme le profezie delle streghe. L’alba mi sorprese troppo velocemente, proprio quando Macbeth veniva decapitato, lasciandomi sugli occhi i segni della notte non dormita e nella testa l’unico pensiero di ritornare alla libreria di Anacleto. Ricordo le settimane che seguirono come le migliori di quello strano anno. Ogni giorno tornavo a Castel di Collemagno con in gola la strana ansia che il tragitto in macchina su e giù per quei tornanti fosse troppo lungo e non mi lasciasse il tempo di correre via, subito dopo aver consumato il mio pranzo in fretta e furia, verso la libreria di Anacleto, ogni giorno il tempo mi bastava per arrivarci sempre un po’ più presto e andare via un po’ più tardi. E a qualsiasi ora arrivassi, lui era lì. Sembrava mi aspettasse, seduto dietro al suo bancone impolverato, seminascosto dalle guide turistiche per alpinisti sprovveduti e dagli Harmony dalle copertine scolorite dall’esposizione al sole, gli occhi azzurri incessantemente rivolti verso la caffettiera sempre borbottante. Non ho mai capito se tenesse sempre la caffettiera sul fuoco o se in cuor suo sapesse quando sarei arrivato. Fu lui a svezzarmi ai libri. Mia madre mi aveva allattato di storie dal seno della sua voce morbida, lui, nel corso di quei lunghissimi pomeriggi tra gli scaffali di legno puzzolente, non mi lesse mai nulla. Mi parlava dei libri, quello sì. Parlava dei libri e con i libri e dentro ai libri, un giorno era il capitano


Achab prima di essere ucciso dalla balena e un giorno era Cosimo Piovasco di Rondò che sceglieva di vivere tutta la sua vita sull’albero. Sceglieva i personaggi più tragici, sconclusionati, sconfitti della letteratura e ne declamava i discorsi, in maniera talmente realistica che sembrava che la loro anima si condensasse nella sua gola. Il suo naso largo vibrava come un tamburo africano e la sua assurda fisionomia mezzosangue si trasfigurava, contemporaneamente Venerdì e Robinson Crusoe tanto che tutta la libreria diventava l’isola perduta nel mare roccioso di Castel di Collemagno. Poi li compravo, quei personaggi e quelle storie. La mia intera paghetta finiva tra quei libri coperti dalla polvere della mancanza dell’uso, quella polvere che Anacleto soffiava via prima di consegnarmeli; durante la notte divoravo quei libri alla flebile luce della lampada da tavolo e cullavo le loro storie nelle borse delle mie occhiaie ogni notte più profonde e scure. Tutto scorreva nella sua immutabilità romanzesca, fino a che, un giorno, Anacleto si dimenticò di preparare il caffè. Quel pomeriggio la libreria era più tetra del solito, non rischiarata dalla flebile luce dei lampadari rotti. Anacleto stava in piedi, contemplava la vista dalla finestra sottile, guardava la montagna. – Che le prende, signor Anacleto? – chiesi, timoroso. Lui sospirò, un sospiro di un centenario. – Figliolo, in questo paese non succedono certe cose. E sai perché non succedono? – scossi la testa. – Perché c’è sempre qualcuno che fa sì che non succedano. – lo disse sorridendo. Ma era un sorriso amaro. – Non uscire questa notte. Qualsiasi cosa tu veda o senta, non uscire. – poi si voltò di nuovo verso la finestra. Guardava la montagna. La notte che seguì fu un’invernale notte di gelato silenzio dicembrino, quelle notti in cui il buio si mangia i suoni del mondo e il freddo li cristallizza nel biancore nero come la pece della natura che muore. E quel che non successe fu che la montagna non cadde. Il rumore, quello sì che successe. Negli anni che seguirono non sentii mai un rumore così, il boato viscerale di un mondo che cade. Tutti ci svegliammo, si svegliarono i miei nonni, si svegliarono i vicini, si svegliarono i cani e le mucche, persino l’erba sepolta dalla bara della neve si svegliò. Si svegliarono e tornarono a dormire. – A Castel di Collemagno certe cose non succedono – mi disse mio nonno, – torna a dormire, non crucciarti. – mi infilai nel letto con la testa pesante di domande. Certe cose non succedono… certe cose non succedono… certe cose non succedono. Perché c’è sempre qualcuno che fa sì che non succedano. Un rumore


metallico. I miei nonni avevano chiuso la mia porta a chiave. Non uscire questa notte. Aprii la finestra. Oggi sono un uomo adulto. Da quel giorno gli anni sono passati e han ricoperto di grigio la mia nuca. Ho avuto decine di donne, qualcuna l’ho persino amata. Ho preso centinaia di aerei e bevuto migliaia di alcolici e calcato i palchi di migliaia di teatri, ma nulla potrà mai allontanare dai miei occhi quel che vidi quella notte davanti alla libreria di Anacleto. Subito vidi la valanga, quella gigante, enorme palla infuocata di gelo che spingeva per annegare Castel di Collemagno nel bianco informe del nulla pneumatico. E poi vidi i libri. Quel muro ingiallito premeva contro l’assordante pulsante candore del ghiaccio caduto, una Grande Muraglia di parole e parolai contro il silenzio dell’assideramento. E a sorreggere quell’assurda pendente precaria barriera lui, Anacleto, assurdamente piccolo contro l’enormità di quell’ultima e colossale notte; lui che lentamente si voltò e – Ti avevo detto di non uscire. Adesso dovrai assistere a questo spettacolo ingrato. Mi dispiace – disse, salutandomi con la mano e lanciandosi con tutte le forze contro il muro multicolore di libri. L’accecante silenzio non durò più di una manciata di secondi, durante i quali mi sembrò che i libri diventassero cani. Con la rabbia delle bestie selvatiche quella mandria compatta si lanciò contro la prepotenza del bianco, assaltandolo e facendolo a pezzi, ricacciandolo nella sua tana in cima alla montagna. Il giorno dopo il sole si alzò pallido dalla montagna, rischiarando uggiosamente l’immobilità di Castel di Collemagno, ma la libreria era sparita, e con sé Anacleto. Il resto dell’inverno passò tranquillo e senza clamori, senza che nessuno desse segni di aver notato la sparizione della libreria. Quando arrivò l’estate, essa portò con sé mia madre, questa volta per sempre. Diventai un bambino di città e a Castel di Collemagno non ci tornai mai più. Ma sono sicuro che, se ci tornassi, troverei nella roccia grigia della montagna l’assurdo profilo africano di Anacleto.


Eusebius Schnell di Valeria De Cubellis

Eusebius Schnell chiude la libreria alle diciannove e trenta. Non un minuto prima. Non uno dopo. Cascasse il mondo. La signora Schnell ne è sempre stata certa, e questa convinzione non discende dalla propria fiducia nel marito, cementata da quasi quarant’anni di matrimonio. La signora Schnell, per la precisione Octavia Brehme in Schnell, ha sempre detto che per un uomo non va mai messa la mano sul fuoco. Senza alcuna eccezione. A tutte le femmine di qualsiasi grado di parentela della propria famiglia, la signora Schnell ha tramandato questo ammonimento. In realtà si è sempre raccomandata anche con me, che sono la cameriera di casa Schnell da quasi diciassette anni, e nonostante io ne abbia trentasette e non sia sposata. O forse proprio per questo. Non esiste in tutta Böhlen, seimila e rotte anime nel circondario di Lipsia, un uomo minimamente piacente, minimamente benestante e intelligente, interessato alla sottoscritta. Ma questi sono affari miei. Il motivo per cui la signora Schnell è certa che suo marito chiuda la libreria alle diciannove e trenta in punto, ogni giorno eccetto la domenica, è uno soltanto: un giovedì di qualche tempo prima, incaricò suo nipote Augustus di un compito. Difficile ricordarsi del mese, perché è tutto un fiume, la vita, di fatti, anche piccoli, che si accavallano come salmoni in risalita, che uno poi li confonde, e i giorni sembrano tutti uguali, proprio come i salmoni che vanno a riprodursi in acqua dolce, con la loro faccia appuntita. A ogni modo, un giovedì di qualche tempo prima, chiese ad Augustus, di ritorno dalla lezione con il maestro Zoytan, visto che allora ancora studiava violino, di fermarsi a spiare lo zio Eusebius. Una pura formalità, così la definì. Doveva essere inverno, a ben pensarci, perché quando rincasò, Augustus si lamentò del freddo preso accovacciato come un cane randagio dietro i bidoni dell’immondizia. Lo disse mentre gli servivo la zuppa di patate e porri, e visto che era così infreddolito, la signora Schnell aveva consentito che servissi al ragazzo due mestoli di zuppa, invece che uno soltanto, come d’abitudine. Fra una cucchiaiata e l’altra, Augustus confermò che lo zio aveva abbassato la serranda precisamente alle diciannove e trenta. Ma restando


dentro. Ecco quello che la signora Schnell non si spiegava. Se suo marito Eusebius chiudeva la libreria tutte le sere, eccetto la domenica, alle diciannove e trenta, perché rincasava mai prima delle ventuno? Cosa faceva al chiuso della propria libreria? Il mistero stava tutto qui. Non me lo spiegavo nemmeno io: nessuno chiede mai la mia opinione, ma non significa che non ne abbia una. La signora Schnell non temeva che suo marito intrattenesse una relazione extraconiugale, per il semplice fatto che non era minimamente interessata a proseguire una relazione sessuale con il signor Schnell, come non lo era stata mai se non a fini procreativi, e se lui riteneva di dover sfogare i propri bassi istinti, aveva la sua benedizione. La signora Schnell era semplicemente curiosa, perché è una donna così, meticolosa e curiosa. Anche tirchia, se posso permettermi, e a dimostrazione di ciò dirò soltanto che il suo concetto di lauta ricompensa per il servigio ottenuto dal nipote Augustus fu la pera più grossa fra tutte quelle che erano nel cesto della frutta in mezzo al tavolo. Augustus è così abituato che non si sorprende più. Nemmeno quella volta ci restò male. Aprire la bocca del resto non gli conviene mai, povero ragazzo, considerato che la signora Schnell gli rinfaccia sempre che sua madre, la sorella della signora Schnell, non è stata capace di mantenerlo e sarebbe finito a fare la fame sotto i ponti, se non fosse stato per la sua generosità. Sono convinta che Augustus pensi di farla ugualmente, la fame, perché non c’è da ingrassare con i pranzi e le cene che la signora mi ordina di mettere in tavola. Il fattaccio capitò quella sera stessa. Quando il signor Schnell rincasò, fece tutto come al solito: posò il cappello sull’appendiabiti e scrollò il cappotto prima di appenderlo, come se si fosse depositata la polvere sollevata camminando. La cena lo aspettava in un cantuccio del tavolo: la signora Schnell e Augustus non lo attendono per la cena. Il signor Schnell non se ne è mai lamentato. Anche quella sera aveva sotto braccio un libro. Non lo vidi subito, perché ero nella mia stanza, come anche la signora Schnell e Augustus, che stavano già sotto le coperte sicuramente, ma ero certa che fosse così, perché non avendo nessuno con cui parlare, il signor Schnell d’abitudine si porta qualcosa da leggere desinando. Era una copia di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. Lo so benissimo, credetemi, come è vero che so la mano destra e quella sinistra. Una copia del 1870, per la precisione, non posso proprio dimenticarlo, perché quando udii il fracasso, le urla e il tonfo, mi precipitai nella sala da pranzo senza perdere tempo, se non quello di infilarmi la vestaglia, e vidi questa scena: la signora Schnell stesa a terra. Il volto sereno, mai visto così, pareva persino bella,


ma un sottile rivolo rosso gli correva sulla fronte, e guardai bene: era proprio sangue. Accanto a lei stavano, da una parte un piatto rotto e dall’altra, in piedi, il signor Schnell, lo sguardo allucinato. Fra le mani, le pagine strappate dal libro che giaceva sul tavolo al posto del piatto. Chiesi cosa fosse successo, mentre mi accovacciavo a raccogliere il polso della signora. E lui rispose: –Ventimila leghe sotto i mari, la copia del 1870. La signora non era morta. Misi il cappotto e andai a chiamare il dottor Fogts, che per mia fortuna abitava a qualche centinaia di metri da casa Schnell. Quando tornai, insieme al dottore, a cui strada facendo, spiegai cosa era successo, seppur in debito di ossigeno, trovammo il signor Schnell esattamente nella posizione in cui l’avevo lasciato. – Che succede, Eusebius? – chiese allarmato il dottor Fogts prestando soccorso alla signora Schnell. Eusebius Schnell rispose: – Ventimila leghe sotto i mari, la copia del 1870. Il dottor Fogts mi guardò. Sollevai le spalle scuotendo la testa e fu tutto il mio commento. Non si spostava, il signor Schnell, anche se era di intralcio: lo presi io, come se si trattasse di un cagnolino al guinzaglio. La signora Schnell si riprese per effetto di un boccettino che il dottor Fogts le sventolò sotto il naso, ma era come se il signor Schnell non vedesse nulla e continuava a ripetere ventimilaleghesottoimarilacopiadel1870. Ecco perché lo so così bene e non mi posso sbagliare. Quando la signora Schnell si riebbe, contrariamente al signor Schnell, riacquistò subito lucidità, infatti inveì contro suo marito, maledicendolo. Il signor Schnell seppe rispondere solo ventimilaleghesottoimarilacopiadel1870, ma con un tono innegabilmente più dolce, come se, ne sono certa, volesse in quel modo chiederle scusa, pur non essendo capace di altre parole. Non ci fu verso di farle cambiare idea: non ne fu capace suo nipote Augustus, che finalmente si era deciso a scendere dal letto, non ne fu capace la sottoscritta, ma nemmeno il dottor Fogts, che continuava a ripeterle che sarebbe guarita in breve tempo. La signora Schnell denunciò suo marito. Riteneva giusto che il signor Schnell pagasse. Disse proprio così. Per questo mi ritrovai nell’ufficio del commissario Otto Mekren, perché il signor Schnell doveva essere interrogato e non c’era stato verso di farlo muovere, se non grazie a me, che continuavo a spostarlo come un cagnolino al guinzaglio. Di tirargli via di mano le pagine del libro, quello no, non era riuscito neanche a me. Otto Mekren fumava la pipa: in effetti c’era così tanto fumo, che quella stanza pareva la custodia di una nuvola.


Ma era un buon profumo. Ottimo, anzi. Credo sia stato quel profumo a farmi concentrare sulla figura del commissario. – Favorisca le sue generalità, – disse al signor Schnell. – Ventimila leghe sotto i mari, la copia del 1870, – rispose. – Nome e cognome. – Ventimila leghe sotto i mari, la copia del 1870. Il commissario Mekren mi guardò e notai che aveva interessanti occhi color nocciola. Così, inevitabilmente, lo sguardo mi fuggì alla sua mano sinistra e non posso nascondere di aver provato un gustoso sollievo nel constatare la nudità del suo anulare. Sono tuttavia sicura che non gli feci una buona impressione. Impegnata nelle suddette constatazioni, non sentii la sua domanda, e feci pressappoco la figura del signor Schnell, visto che dovette ripeterla. Finalmente risposi. Spiegai, emozionata, che il signor Schnell era così da quando lo avevo trovato in sala da pranzo, accanto alla moglie stesa per terra. Ripeteva quella frase, tutte le volte che parlava. Come se fosse la sua nuova lingua. – Ma io lo capisco, sa? – aggiunsi. Il commissario sorrise, ne sono certa. Impercettibilmente, ma sorrise. Rimasi stupita vedendo fra le sue mani il libro che era stato strappato in casa Schnell. Ed è certo che ne rimase stupito anche Eusebius Schnell, perché quando lo riconobbe, allora fece cadere i fogli che tratteneva così strenuamente fra le dita, si alzò dalla sedia e si sporse oltre la scrivania, fra le scartoffie, la lampada e il portapenne, e prese il libro dalle mani del commissario. E in quel momento Eusebius Schnell parlò. Sono convinta del fatto che lo fece come non gli era capitato mai in sessantuno anni. Disse: – Vede, questo libro? Il commissario guardò il libro. Io guardai il commissario. – È una copia della prima edizione di Ventimila leghe sotto i mari. Un meraviglioso originale… – Aspetti: del 1870, – lo interruppe il commissario Mekren. Ho sempre adorato l’ironia nelle persone. Anche il signor Schnell sorrise. – Si avvicini, guardi che illustrazioni, – disse. Ci avvicinammo entrambi, perché ero curiosa anche io, e in effetti vidi il disegno di una balena o forse di un orca, non saprei, e posso solo dire che era bellissima, e anche il commissario annuiva colpito. Vidi pure il suo mento ben rasato con una cicatrice nel mezzo che non stava affatto male. – Ha più di sessant’anni, una rarità. Mia moglie, povera donna, non è che non


ami i libri. Mia moglie non ama nessuno. Nemmeno se stessa. Ci fosse stato un giorno, da quando la conosco, signor commissario, in cui l’abbia scoperta ad amare qualcuno. Ne sarei stato felice, mi creda, anche se si fosse trattato di un altro uomo, soltanto per poterne apprezzare l’umanità. Non è capace, povera donna. Nemmeno i suoi figli, ha amato. Li ha accuditi a dovere, non mi fraintenda, ma allo stesso modo in cui ci si può prendere cura di un servizio di bicchieri di cristallo. Qualunque cosa sia, non la si può chiamare amore. Le mentirei se le dicessi che non ci sono stato male, ma mi dica: cosa si può fare quando si scopre di non aver sposato la persona giusta? Eusebius Schnell si bloccò, pareva un mulo piantato. E voleva una risposta. Se devo dire la verità, io pure. E il commissario Mekren, visibilmente imbarazzato, rispose come se fosse stato lui quello dei due che aveva il dovere di fornire spiegazioni. – Non saprei. – disse così. Se posso essere completamente sincera, mi aspettavo di più. E tuttavia, a ben pensarci, si trattò di una risposta onesta. Il signor Schnell disse: – Esattamente così: non si sa. Tacque. Posò il libro sulla scrivania. Sia io che il commissario restammo a guardarlo e posso mettere la mano sul fuoco, anche se si tratta di un uomo, che il commissario teneva il fiato sospeso quanto me, perché la vicenda stava prendendo entrambi. – Quando si scopre di non aver sposato la persona giusta… Bussarono alla porta proprio in quel momento. Il signor Schnell si zittì. Un poliziotto porse un foglio al commissario: intravidi la signora Schnell, seduta nella sala d’attesa, rigida come marmo acconciato a statua. Era tornata pienamente quella che era prima del piatto in testa: un gran peccato. Il commissario firmò il foglio, il poliziotto uscì, e la porta fu richiusa. Entrambi guardammo il signor Schnell. Lui abbassò lo sguardo sulle mani e quasi si stupì di non trovarci più il libro. – Quando si scopre di non aver sposato la persona giusta, commissario, si tira avanti lo stesso. Ecco. Non per questo si dissolvono le mancanze. E vede, i libri, a noi umani, – e riprese il volume posato poco prima, – salvano la vita. Io sono ignorante, ma si capiva che stava parlando di se stesso. Il commissario restò incantato come un bimbo alla fine di una storia: posso dire, anche a costo di farvi pena, che lo trovai bellissimo. Credo che quello sia stato il momento in cui, per la prima volta nella sua vita, la qui presente Berta Franziska


Banshewitz si è innamorata. Invece io mi sono messa a piangere, guardando a terra le pagine strappate. Capii benissimo il signor Schnell. Il signor Schnell aveva fatto bene a spaccare il piatto in testa a sua moglie, quando gli aveva strappato le pagine di quel libro, solo perché si rifiutava di spiegare il motivo per cui tutte le sere, tra le diciannove e trenta e le ventuno, eccetto la domenica, restava chiuso dentro la sua libreria. E in quel momento io lo compresi, quel motivo. Non me lo confermò mai nessuno. Nemmeno il signor Schnell. Lo capii da sola, ma era talmente ovvio. Sono certa che lo comprese anche il commissario. Unicamente la signora Schnell ancora oggi, che tutto sembra essere tornato normale, e ha chiuso l’incresciosa faccenda nel passato come si fa con un tappeto vecchio dentro il baule di un solaio, unicamente la signora Schnell, ancora oggi, non può arrivarci. Altrove non so, qui a Böhlen usa così: gli uomini, al termine di una giornata di lavoro, s’intrattengono in chiacchiere con i propri amici, davanti a una birra al pub. Il signor Schnell di una birra probabilmente non sente il bisogno, ma dei suoi amici sì. Perché ancora oggi, senza che la faccenda induca più alla minima curiosità la signora Schnell, si ferma nella sua libreria, tra le diciannove e trenta e le ventuno. Tutte le sere, eccetto la domenica. Il commissario disse che la signora Schnell aveva ritirato la denuncia, stava scritto nel foglio che aveva firmato poco prima: non mi stupì, e secondo me non stupì nemmeno il signor Schnell. La signora Schnell era posseduta da quella sua missione di raddrizzare le persone, me compresa, secondo i suoi principi e gusti. La sua intenzione era stata quella di infliggere una punizione a suo marito, una punizione esemplare, per dirla alla sua maniera, non certo di farlo finire dietro le sbarre. Il commissario gli disse che era libero di tornare a casa. Il signor Schnell si chinò, raccolse le pagine e le mise con cura dentro il suo libro del 1870. Si muoveva autonomamente, non aveva più bisogno di me. Prima di lasciare l’ufficio, il signor Schnell si rivolse a Mekren e gli disse: – Lei assomiglia a Maigret. – Non conosco nessun Maigret, a Böhlen, – rispose il commissario. – Venga in libreria da me, al 9 di Kaspar Kerll strasse. Glielo presenterò. Uscimmo dall’ufficio e fu il signor Schnell a occuparsi di me, questa volta: chiuse il mio braccio fra le sue dita innocenti e mi sospinse nella sala d’attesa. La signora Schnell non c’era più. Tornammo a casa senza parole. Per quanto mi riguarda ebbi molto da pensare, su tutta quanta la storia, e trassi delle conclusioni che ovviamente terrò per me.


Devo dire tuttavia che sperai che il commissario prima o poi facesse quel salto al 9 di Kaspar Kerll strasse. Questo lo devo ammettere.


L’uomo che amava i libri di Mara Munerati

Vestiva sempre di nero. Non credo di averlo mai visto con addosso un maglione colorato o anche solo una maglietta bianca. Non che l’abbia visto molte volte al di fuori del suo negozio, ma il colore sembrava proprio non fare per lui. Mi ero innamorata del suo sguardo appena arrivata in paese; sì, anche una signora di sessantacinque anni è capace di innamorarsi. Lui doveva averne quasi quanto me, ma in verità non gliel’ho mai chiesto; non ho mai avuto il coraggio di chiedergli molto di lui in effetti, mi sembrava sconveniente. Se ne dicono tanto sulle donne emancipate e piene d’iniziativa, io non sono mai stata una di quelle: io sono cresciuta in un’epoca dove fare domande non era consentito, tanto meno a un uomo. Comunque si chiamava Nikola, e oggi verrà celebrato il suo funerale. Non mi sono mai sposata. Mai avuto figli, non ce n’è mai stato il tempo o l’occasione; la vita non ha sempre la premura di chiederti che progetti avrai per il futuro, la vita accade e tu non puoi farci molto. Puoi tentare di starle dietro il più possibile, adattandoti ai suoi tempi e al suo passo spedito, ma poco altro. Una volta ci sono andata vicina a sposarmi: ero così giovane che stento a ricordare i motivi di tutta quella frettolosa corsa all’altare. Si chiamava Milan e io pensai di essere innamorata di lui, e lo credetti fino al giorno in cui lui invece decise che non lo era più. Quella è stata l’unica volta che mi sono avvicinata al matrimonio: avevo diciassette anni. È buffo come nel giorno del suo funerale, io non abbia voglia di vestirmi di nero. Lui l’ha fatto per tutta una vita, o almeno per quella parte che ha trascorso a San Matteo, il piccolo paese nel quale mi sono trasferita da ormai dieci anni, sperduto sull’Appenino. Non mi va di vestirmi di nero, di mettere la faccia triste e seguire la cerimonia funebre con il fazzoletto sotto al naso: Nikola non lo sopporterebbe, così come non sopporterebbe di essere sepolto al cimitero dei cattolici. Lui non credeva in Dio, mai creduto. È stata una delle prime cose che


ha voluto confessarmi, quasi fosse più importante del dirmi come si chiamava o da dove venisse. Io credo di avergli risposto con una smorfia stupita. Nemmeno io ho mai creduto in Dio, ma non ero di certo quella che lo andava a dire in giro. Ho vissuto a Zara quando ero ragazzina. Una bellissima città croata sull’Adriatico: posto tranquillo, gente tranquilla. Facevo la sarta assieme a mia madre Dora. Mi piaceva cucire, e parlare con le signore che venivano a farsi confezionare un abito per una ricorrenza speciale; il più delle volte facevamo orli a pantaloni troppo lunghi, o sistemavamo giacche senza neanche più un bottone, ma quando vedevo entrare nella bottega una giovane ragazza accompagnata dalla madre, era una vera gioia per me. Confezionare abiti da sposa è sempre stata la mia passione. Ma non ne ho mai confezionato uno per me. Come vi dicevo, la vita accade. Nikola amava i libri. E quando dico che amava i libri, dico che non provava sentimenti che per loro e basta. Io ero stata a scuola quando ero piccola, ma al mio paese quello che contava veramente, era il saper fare le faccende di casa. Prima di Nikola non avevo letto che qualche articolo su delle riviste; forse è per questo che non mi sono mai avvicinata troppo a lui, fin dal primo giorno che entrai nel suo negozio per sbaglio. Ero appena arrivata con un vecchio autobus e non avevo idea di dove fosse situato il mio alloggio, così ero entrata nel primo posto che avevo trovato accanto alla fermata. Un negozio delizioso, piccolo ma accogliente. Libri da tutte le parti e un dolcissimo aroma di vaniglia. Qualche tempo dopo Nikola mi disse che quell’odore di vaniglia veniva dai sigari che non riusciva a smettere di fumare. A me era sembrato un odore buonissimo. Ma forse perché dentro quel posto mi ero sentita subito al sicuro. Anche se Nikola non era riuscito a darmi le indicazioni corrette per arrivare dove dovevo andare. Non aveva premura che per i libri, ve l’ho detto. Ho pensato di confezionarmi un abito per il funerale di Nikola, ma non prendo in mano un ago e un filo da più di vent’anni. A San Matteo ho lavorato in un negozio di alimentari; parlare con le persone mi è sempre piaciuto. Era stato Nikola a trovarmi quel posto. Per una donna di una certa età non è semplice trovare da lavorare, ma il paese è piccolo e tutti si conoscono. E quando dico


piccolo, dico che non si arriva a cinquanta anime; quindi l’età non conta molto, conta saper fare le cose. Ora che ci penso, non so se si potesse definire un mestiere quello che faceva Nikola. In un paese tanto piccolo, la gente che cosa se ne poteva fare dei libri? Non gli ho mai chiesto se vendesse anche altre cose, immagino di sì comunque. A me faceva un po’ pena, così spesso andavo a comprare io qualche libro; ne ho letti solo due di tutti quelli che ho comprato. Mi sono piaciuti, ma non credo di averli capiti veramente. Ma lui era felice quando andavo a comprarli. E io ero felice per lui. La prima volta che ho parlato con Nikola, dopo quella del mio arrivo in paese, non ho detto molto. Ero tornata nel suo negozio per ringraziarlo della sua gentilezza, certamente non per le indicazioni sbagliate che mi aveva dato. Lui stava leggendo un libro dalla copertina consumata; sembrava avere trecento anni, e forse li aveva davvero. Lui non portava gli occhiali e lo dico perché invece, secondo me, ne aveva bisogno. Leggeva avvicinando e allontanando il libro dalla faccia, stringendo gli occhi come per mettere a fuoco bene le parole; ma forse era solo un suo modo strano di approcciarsi alla lettura. Comunque ero entrata molto agitata, non so dirvi il perché. Forse perché lui mi piaceva, ed era strano provare qualcosa per qualcuno dopo tanto tempo. Sono stata sola per tutta la vita, non ho avuto che me come unica persona con cui parlare, e i clienti. Dicevo che ero molto agitata: sono entrata per comprare un libro, il primo della mia vita. Mi erano sembrati così belli la prima volta che li avevo visti, con quelle copertine tutte colorate, ben ordinati sugli scaffali. Nikola doveva essere un uomo davvero preciso; nulla era lasciato al caso in quel negozio. Nel tempo avevo iniziato a pensare che lui si vestisse di nero per non togliere la scena a tutti quei suoi amici di carta. Ovviamente mi sbagliavo: era in lutto per sua moglie, ma vestiva di nero solo perché era il colore preferito di lei e non per quell’usanza che ci si debba vestire di nero quando muore qualcuno. Questa è stata un’altra cosa che ha voluto dirmi subito. Il funerale sarà alle tre. Non credo ci saranno tante persone. So per certo però che qualcuno leggerà dei brani dal suo libro preferito: Le città invisibili di Italo Calvino. Che strano libro, è uno dei due libri che ho letto in tutta la mia vita. È stato Nikola a dirmi di leggerlo.


Non l’ho mai capito, così come non ho mai capito Nikola. Una volta siamo andati a mangiare qualcosa insieme. Per essere precisi, io avevo preso una pagnotta nell’alimentari dove lavoravo, e qualche fetta di prosciutto. Era una giornata con un bel sole, così avevo deciso di restare un po’ fuori casa: San Matteo è un paese davvero grazioso. C’è un piccolo parco al centro della piazza, vicino alla chiesa; mi piaceva passarci un po’ di tempo. Quel giorno deve aver pensato la stessa cosa anche Nikola. Aveva chiuso di fretta il negozio, come se avesse un impegno o altro, poi mi aveva vista seduta a guardarlo; aveva fatto un cenno con la mano e mi aveva raggiunto. Sapete che non ricordo bene il suo viso? Mi capita spesso con le persone che mi piacciono, ma forse è solo la vecchiaia. Però so che era bello: un bell’uomo coi capelli tutti bianchi e gli occhi grandi. Per leggere, ho sempre pensato, ci vogliono occhi così. Forse dovrei leggere qualcosa anche io oggi. Per ricordarlo nel modo giusto. Mi dispiace così tanto non essermi mai fatta troppo prendere da tutte le storie dei suoi libri. Quando ne andavo a comprare qualcuno, perché pensavo che non avesse altri clienti, lui era sempre molto gentile con me: tirava fuori dalle scatole libri su libri. A me sembrava di disturbarlo, ma lui era così felice di prendere la scala per arrivare a prendere anche quelli in cima ai suoi scaffali, che me ne restavo in silenzio ad aspettare che fosse soddisfatto di quello che mi stava proponendo. Era ammirevole. A stento riuscivo ad avere una conversazione con lui, per il fatto che in vita mia non ho mai letto niente, ma a lui non importava molto. Credo sia stato questo a farmi innamorare di lui. La sua grande gentilezza. E la sua barba; gli uomini con la barba mi sono sempre piaciuti. Nikola aveva un accento strano. Non sembrava italiano, come però non sembrava di nessun altro posto. Un giorno mi aveva detto che aveva imparato la nostra lingua grazie ai libri. Io ricordo di aver pensato che allora, tutte quelle storie, non erano state poi così inutili. Sembrerò una sempliciotta, e un po’ me ne vergogno, ma non penso che leggere serva così tanto: per vendere della verdura o anche solo per confezionare un vestito, serve altro. La mia è stata una generazione che si è costruita tutto con le mani. Con questo non voglio dire che non si sia usata la testa, perché di cervelli fini – come piaceva definirli mio padre – ce n’erano anche quando ero bambina


io, ma una casa si fa coi mattoni, non con la carta! Quando ho incontrato Nikola, questo pensiero di mio padre mi ha tenuto lontano da lui. Eppure non l’ho mai considerato un perditempo o una persona inutile. Amava quello che faceva e inspiegabilmente riusciva a camparci. Quello che aveva capito tutto dalla vita mi era sembrato più lui che mio padre. E io ho amato entrambi. Gli ho comprato dei fiori da mettere sulla tomba. Di solito si fa così. Ho comprato delle gerbere bianche: se non sbaglio, devo aver letto qualcosa su dei fiori simili in uno di quei libri, ma quasi sicuramente mi sbaglio. Forse era una rivista. Non gli ho mai detto di essermi innamorata di lui. Forse non mi sono neppure innamorata. Il cuore di una donna sola – e per di più di una certa età – alle volte, è una casa piena di spifferi: un momento entra solo un po’ d’aria, in altri un vento che fa sbattere le porte. Nikola è stata una brezza che veniva dal mare. Sì, Nikola mi ha sempre ricordato il mare, e tutti quei marinai che, di ritorno da una lunga giornata di pesca, si fermano al porto a raccogliere le reti e parlare di ciò che hanno vissuto al largo. A modo suo, anche lui andava per mare, con tante barchette di carta senza vela, senza una direzione precisa. Che strano uomo. Che strana vita. Sono quasi le tre e io sono seduta in quel parco dove quella volta io e Nikola abbiamo mangiato assieme. È stata la volta che più abbiamo fatto conversazione. Abbiamo parlato di cosa ci piaceva mangiare e di come fosse buono il pane di San Matteo; di come avevo fatto a trasferirmi tutta sola in un paese così lontano dal mondo, e di come lui era riuscito ad andare avanti dopo la morte della moglie. «Fare il libraio, mi aveva detto – e questo me lo ricordo come se me l’avesse detto ieri – fare il libraio non è solo un mestiere, sono tanti mestieri messi insieme, sono tante vite messe assieme. Io così ho avuto il privilegio di viverne tante, e soffrire di meno». Non ho mai capito che cosa volesse dire, ma il fatto che il suo lavoro lo facesse stare bene nonostante la sua perdita, mi dava sollievo, e quello lo avevo capito


benissimo. Più di ogni altra cosa. Mi chiedo che cosa ne sarà del suo negozio. Non ha mai avuto figli e il suo essere morto così all’improvviso, gli ha impedito di venderlo a qualcuno. Che cosa ci faranno al suo posto? Che cosa ne sarà di tutti quei libri? Non è da me farmi prendere dallo sconforto per questo genere di cose, e non lo dico perché a Nikola tenessi particolarmente senza un motivo reale; lo dico perché lui era quei libri, e mi dà più dispiacere saperlo chiuso in un negozio abbandonato che dentro a una bara di legno. Chissà se c’è davvero qualcosa dopo la morte. In momenti come questo, lo vorrei tanto. Magari non un paradiso come quello che ci hanno insegnato al catechismo, ma vorrei che per Nikola ci fosse un bel parco con delle panchine comode, sua moglie e i suoi libri. E che possa rivivere tutte le storie che ha letto quando era in vita. Credo che a lui farebbe piacere vivere in eterno in un posto così. Ma forse lo ha già fatto, e allora, dopo tante parole, ha solo voglia di un po’ di silenzio. Chissà in quale storia sei finito. Magari un giorno avrò il coraggio di chiedertelo. Sempre che ci saranno comode panchine e il buon pane di San Matteo. Io lo spero tanto.


Un occhio di meno di Gaia Gentili

Ho quasi un occhio di meno. L’ho scoperto a 8 anni: camminavo, sbattendo sempre a sinistra contro pareti che non vedevo. Me ne sono accorta per caso: ero a letto, stesa con la faccia in su a guardare una crepa breve nel soffitto bianco. Era domenica, la domenica i miei fratelli dormivano più a lungo, ma io non riuscivo a portare troppo in là il sonno. Ho strizzato l’occhio sinistro, trascinando in su l’angolo delle labbra, e ho fissato la linea, poi ho tentato la stessa cosa con il destro. Non riuscivo a chiuderlo, nonostante piegassi la testa di lato per aiutarmi a comandare quella parte rigida del viso. Allora mi sono portata una mano aperta davanti, e, nonostante mi sforzassi, non riuscivo a trovare più la crepa nel soffitto, né il soffitto, solo un bianco offuscato da puntini grigi. Avevo vissuto otto anni con un occhio di meno, ma era come me l’avessero tolto in quel momento preciso. Un oculista strabico e dalla voce nel naso, mi ha costretta a girare per un paio d’anni con una pezza sull’occhio buono, una specie di pirata al contrario. Almeno 8 ore al giorno, aveva detto, fissandomi altrove. Mia madre me ne aveva fatte fare due dalla signora Teresa: abitava al secondo piano del nostro condominio e aveva una macchina da cucire elettrica e polpastrelli grossi. Una a fiorellini rosa sul blu e una bianca con le api. Questo non mi rendeva meno brutta agli occhi dei miei coetanei. Avevo tutti i libri con le e cerchiate: cerchia le e, mi dicevano. Colpa dello strabico. Così avrei costretto la parte indolente di me a recuperare forza. Anche adesso, quando mi sembra che qualcosa mi stia scivolando via, prendo un libro, un libro qualsiasi, e cerchio le e con una matita dalla punta sottile. Una volta per sbaglio ne ho rimesso uno sullo scaffale, tra quelli da vendere: il cliente, un signore con il basco che gli copriva mezza fronte, me lo ha riportato indietro con una smorfia. Gli ho chiesto scusa e mi sono fatta rossa. Non è più tornato. Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stata la mia vita con due occhi interi. – Prego, entrate pure – mi alzo per girare la chiave. Ormai sto sempre con lo


sguardo fisso alla vetrina, perché da quando il commercialista mi ha detto che i conti non tornano, ho paura. Ho anche il campanello sopra la porta che tintinna, ma non mi basta. Mi chiudo dentro, andando ad aprire, se qualcuno mostra di voler entrare. Ho iniziato a fare volutamente quello che la prima volta avevo fatto per sbaglio: prendo i libri dagli scaffali e dai tavoli e, mentre li leggo, cerchio le e alle pagine 13 e 23. Li apro appena, così che non si rovinino e non mostrino da fuori le tracce delle mie mani nude. Poi li rimetto ordinati al loro posto. Ne hanno comprati tre, ci sono in giro tre libri con le mie e cerchiate. Nessuno è tornato indietro ed è passato un po’ di tempo ormai. Mi piace l’idea che le mie e siano in giro, nelle case di altri: mi fa sentire meno sola. Un libro con le e è toccato a Erica. Le ho venduto Anna Karenina. Ha poco più di vent’anni, capelli ricci sempre spettinati e il mento tirato in su come se ne fregasse di tutto e tutti; ha cominciato a venire in libreria un paio di anni fa, era in quinta superiore, in ritardo sui tempi. Una delle prime volte è entrata in negozio con la sigaretta accesa, il braccio accostato al corpo per non farsi vedere, ma io il fumo di sigaretta lo sento senza vederlo, era la puzza di mio zio che aveva denti gialli e mi salutava con una pacca sul sedere: l’ho costretta a uscire e lei è rimasta fuori dalla vetrina cinque minuti almeno con il dito medio sollevato, allungando la lingua ruvida appena incrociava il mio sguardo. Quando ha spento la sigaretta, pestandola con la punta del piede, è rientrata come se non fosse successo nulla. Capitava che i capelli di Erica sapessero di un odore più forte, ho scoperto solo dopo che erano impregnati di un altro tipo di fumo. Me l’ha detto lei quando abbiamo cominciato a parlare, rompendo gli sguardi cauti in occhi più aperti. – Te la sei mai fatta una canna? – Mai – sono arrossita nella mia camicetta bianca, dietro gli occhiali tondi. – Una volta o l’altra te ne porto una. Sapevamo entrambe che non l’avrei mai accostata alle labbra: è nel cassetto di camera mia, dentro un fazzoletto di carta. Viene in libreria due volte la settimana verso le sei, rimane mezz’ora: deve aspettare la madre che lavora in un ufficio a due vie da qui. Sono i giorni in cui va in ospedale, lo sento dall’odore di disinfettante che sembra uscirle dai vestiti. Non mi ha mai detto il motivo ma tiene delle pastiglie nelle tasca dei jeans, ogni tanto vedo spuntare il blister lungo l’orlo, se se ne accorge, lo respinge sotto la linea del visibile. Quando sono sola, si siede per terra e chiacchiera: sta cercando


lavoro e fa le notti sveglia in giro, ha occhiaie pesanti che si fanno lucide vicino al naso. Per ora le hanno offerto un posto come commessa da Intimissimi, ma lei ha rifiutato, l’idea di dover essere gentile per forza la fa incazzare, ha detto. L’altro giorno è passata sua madre, non ci siamo accorte fossero quasi le sette: è una donna dai tacchi alti, la schiena dritta e un neo disegnato sopra il labbro, a sinistra. Se penso ai boxer ghepardati che Erica mi ha mostrato sfacciata, tirando giù un lembo dei jeans, non capisco davvero cosa abbiano in comune. Ma forse anch’io non somiglio per niente a mia madre, nemmeno adesso che ho quasi quarant’anni. Quando è entrata, Erica si è tirata su veloce dal pavimento, allungando le labbra secche in un sorriso arrossato. Si è avvicinata a lei, infilandole il viso nel seno che si disegnava pieno sotto la camicetta attillata. Poi mi hanno salutato, la madre con voce squillante, Erica nascondendosi in un movimento timido della mano, come fosse improvvisamente tornata ad avere cinque anni, forse sei. Mi sembra strano pensare che, quando Erica è seduta a gambe incrociate sul pavimento, non chiudo mai la porta a chiave, quasi mi proteggesse. Il cuore rallenta e respira. – Non ce l’hai un marito? – aveva guardato le mie mani lunghe e magre. Era da qualche tempo che me le fissava. – No. – E uno con cui stare nuda? Si alzò leggera da terra, facendo tintinnare i braccialetti di metallo che le ballavano intorno al polso sinistro. Si avvicinò così tanto che potevo vedere il buco in cui era infilato l’anellino che le pendeva dal naso; mi slacciò i primi due bottoni della camicia bianca. Portavo solo camicie bianche, abbottonate fino al collo. – Così! Guardai in giù il lembo di pelle rosa che era sempre rimasto al sicuro sotto la tela: avevo seni troppo piccoli perché si intravedessero nella V allungata e lentiggini sparse che punteggiavano il rosa. Mi sentii le guance calde. Non ero abituata agli altri, alle loro mani, ai corpi. Baciavo solo mio padre, ma senza baciarlo, appoggiando la mia guancia sulla sua, mai abbastanza a lungo da sentirne il calore. Era l’unico uomo di cui le avessi parlato fino a quel momento, presto smisi, quando Erica mi raccontò di non aver mai visto il suo, almeno non da quando la sua memoria sedimentava sassolini sul greto. Ne aveva sentito la voce qualche volta al telefono e la sua fisionomia prendeva forma in un paio di


foto scattate da troppo lontano. Non sapeva nemmeno dove abitasse, altrove, in un luogo difficilmente raggiungibile. Lo vedo uscire dal portone di legno qualche numero civico più in là. Lui sta al 23, la libreria è il 13. È un portone di legno vecchio, con un portino più piccolo, ritagliato nella sagoma del primo. Deve piegarsi sulle gambe e curvare la schiena per passare. Esce tra le 8 e le 8 e un quarto del mattino, io sono già in libreria da un po’. Qualche minuto prima mi spingo fuori, guardando verso la sua direzione. Tengo una sigaretta accesa tra indice e medio, senza portamela alla bocca. Serve a far finta. Ho imparato da Erica come fare. Ho imparato anche a socchiudere le labbra come dovesse uscirne del fumo tiepido insieme al respiro. Non so di cosa sappia il mio respiro, nessuno si è mai avvicinato abbastanza per sentirlo. Magari ha un sapore brutto, forse sa di fieno, a me sembra che il mio odore sia fieno pungente. – Di cosa so? Erica era abbastanza vicina a me da poterlo sentire. Si era piegata sopra il tavolino, verso la cassa: voleva cinque euro per andare a comprare un pacchetto di Malboro Light. Ce lo smezzavamo: le mie si consumavano ogni mattina, bruciando senza labbra. Quando me ne rimaneva metà o più, la buttavo nel tombino che si trovava al centro della strada, a tre passi lunghi dalla mia vetrina. Mi piaceva accenderne di nuove. – Di cosa so? Si voltò e appoggiò la sua bocca sulla mia, rimanendo piegata sul tavolo. – Buccia di arancia. Quel sapore lì. È un sapore figo. Quella sera tagliai un’arancia a spicchi, senza sbucciarla: la mangiai in silenzio sul divano. Volevo riconoscermi in quel sapore. Lui esisteva prima di Erica, sapevo che abitava al 23, lo guardavo uscire e passare a falcate lunghe di fronte alla vetrina. Mi era sembrato subito bellissimo, da tenere il fiato. Camminava con le mani nelle tasche dei jeans, sollevandosi lievemente sulle punte. Una volta si era fermato di fronte alla mia vetrina: avevo appeso delle margherite di carta e delle farfalle. Io ero rimasta seduta, con gli occhiali che mi scivolavano dal naso. Le farfalle e i fiori di carta li avevo tenuti per un pezzo, venendo meno alla regola che mi ero imposta: cambiare la vetrina una volta la settimana, di venerdì. – Ma quanti cazzo di anni hai? – Non mi piacciono le parolacce: ti deformano il volto.


– Quanti anni hai? Va bene così? – aveva sollevato gli occhi al soffitto, mostrando il bianco. – Trentotto. Non so con quale rapidità mi fu vicina: mi strappò gli occhiali dal naso, lasciandomi indifesa. Erica non aveva pietà. Provò a guardare attraverso i miei pezzi di vetro spesso. – Tutto sfocato. Il problema dev’essere questo, – fece volare i due cerchi sul pavimento. Era entrata con un passo arrabbiato quel pomeriggio, pestando il pavimento con i piedi. Non ero ancora abituata ai suoi eccessi. La guardai dentro un silenzio impotente. Lei si sedette a gambe incrociate sul pavimento e io non le rivolsi la parola. Arrivarono le sei e mezza anche quel pomeriggio: si alzò e raccolse gli occhiali, porgendomeli. Mi salutò, accostando le sue labbra alle mie. – Scusa. Sapeva di quel fumo chiuso nel comodino di casa mia. Non si fece vedere per alcuni giorni, quando tornò aveva una mano fasciata e una ciocca di capelli blu. Sembrava essere sopravvissuta a qualcosa. Quella volta la vidi ingoiare la pillola che aveva in tasca, senza acqua, forzando la saliva giù nella gola. – Cosa si sente, quando ci si innamora? – Uno schifo. All’inizio è bello, poi uno schifo – e io non riuscivo a non pensare che quella mano fasciata c’entrasse qualcosa. – Abita al 23, non so nemmeno che nome abbia. Mi costrinse a chiudere il negozio con due giri di chiave: ci trovammo io e lei di fronte al portino di legno ritagliato nella sagoma del portone. Erano tre i citofoni Carlomagno E. Martorino F. Galimberti G. Era G., non poteva essere che G. Non so bene in base a quali criteri escludemmo le altre due possibilità. Ma da quel momento per noi ebbe un’identità. Tornammo alla libreria con una strana allegria nelle gambe. Imparammo a vivere di fantasie, le smezzavamo come cominciammo a fare con le sigarette. Dovevo descriverglielo, fingere di fumare era una scusa per poter stare fuori,


Erica mi aveva insegnato come tenere la fiamma tra le dita. Potevo guardarlo uscire di casa, piegando schiena e gambe, vederlo arrivare lungo una linea retta, trovarmelo a pochi passi. Lo vedevo attraversarmi e percorrere di nuovo una linea retta, rimpicciolendosi, per poi scomparire all’angolo. Jeans blu smunto e polo rossa furono gli unici particolari che riuscii a fissarmi la prima volta che lo osservai. La sigaretta mi tremava, appendice inerte alla fine del braccio, e il mio occhio e mezzo rifuggiva dal fermarsi su di lui: scivolò via troppo in fretta perché potessi raccogliere altro. La seconda volta notai l’ombra della barba di qualche giorno: avevo alzato lo sguardo fino alla parte sicura del viso, dove non ci sarebbero stati occhi a incrociare occhi. Aveva una maglietta blu con scritte gialle e scarpe da ginnastica in cui il bianco era diventato un grigio vissuto, uno zaino nero sulle spalle. Poi riuscii a fissarmi la linea della bocca, provai a disegnarla su un foglietto e la mostrai a Erica. Alle sei io ed Erica lo immaginavamo insieme: lei osava a parole particolari, che io mi concedevo solo dentro pensieri muti. G. divenne nostro. Il suo respiro sapeva di cioccolato e noci. Sembrava di sentirlo, quando sola, lo facevo stendere nel letto accanto a me. Una volta Erica chiuse gli occhi e mi raccontò la sua pelle, la schiena era un lenzuolo tirato, lisci i glutei rotondi su cui le sue mani salivano e scendevano, i polpacci muscolosi. G. diventava una plastilina nei suoi pensieri liberi. Me lo consegnava come da sola non lo avrei mai visto. Ma quando era sul punto di passarmelo e io di chiudere gli occhi per averlo, rompeva tutto in una risata stonata, che le raschiava la gola, quasi non credesse nelle fantasie che voleva regalarmi. I conti non tornano ancora, mi disse il commercialista che portava occhiali di metallo. Era passata l’estate, l’autunno quasi non c’era stato, tre giorni di aria fredda avevano soffiato via la stagione di mezzo e io avevo tirato fuori il cappotto grigio. – Non ci siamo, Lucia. – me lo aveva detto con la voce bassa, da confessionale. Io continuavo a leggere i libri dagli scaffali e a cerchiare le e alle pag. 13 e 23. Cominciai a tagliare sul pranzo di mezzogiorno: non chiudevo per la pausa e mangiavo una mela a morsi, a volte dimenticavo di lavarla nella fretta. Accendevo il riscaldamento solo un’oretta al giorno, per togliere l’odore di umido dai muri grossi, per il resto rimanevo dentro con il cappotto addosso e i piedi freddi. Delle tre luci colorate che scendevano dal soffitto a volta, ne accendevo una sola. Lavavo il negozio con acqua e alcool, l’alcool costava meno


di tutti gli altri detersivi. Facevo fatica a riempire gli scaffali, rimanevano dei buchi, i magazzini non mi facevano più credito ed ero indietro di due mesi sull’affitto. Intanto io ed Erica continuavamo a immaginare G. Il pavimento era freddo adesso, Erica teneva addosso l’eskimo e si sedeva sulle mie gambe. La prima volta che lo aveva fatto, che si era appoggiata su di me, ebbi l’istinto di spingerla via, ma poi mi piaceva sentire il peso del suo corpo caldo. Faceva passare la paura. A febbraio avevo ormai troppo freddo nelle ossa e nello stomaco per resistere. Erica preparò un cartello a lettere grosse. Tutto al 50 per cento. Scriveva bene, aveva una grafia sicura, valeva molto di più della mia, piccola e spigolosa. Aspettai qualche giorno prima di esporlo, ci furono tre notti intere dentro la libreria a cerchiare le e in ogni libro, lasciai su ogni benedettissimo libro il mio occhio e mezzo, pag. 13 e 23. Erica mi tenne compagnia, seduta sul pavimento, dormicchiava di tanto in tanto, appoggiando la testa al muro. Credo avesse letto da tempo Anna Karenina, non mi aveva chiesto spiegazioni. Tutto al 50 per cento. Quando lo esposi era un venerdì. Lo esposi e mi tolsi gli occhiali, infilandomeli in tasca. Una percezione meno chiara della fine forse poteva salvarmi. Preferivo non vedere la crepa breve nel soffitto. Erica andava e veniva, tra una sigaretta e l’altra fumata davanti alla vetrina: non voleva lasciarmi sola. La gente che passava si fermava a guardare il cartello, in tanti entravano a curiosare, qualcuno comprava. Le prime e al 50% furono vendute. Il sabato la notizia della svendita aveva richiamato un numero maggiore di clienti, qualche volto non lo avevo mai visto ma il mio occhio e mezzo valeva poco. Infilavo gli occhiali sul naso solo per battere i numeri sulla cassa, poi in tasca. Alle sei di sera si contavano molti buchi sugli scaffali e sopra i tavoli. Anche Erica comprò due libri, uno per sua madre e uno per sé. Non avrei chiuso, finché non avessi venduto l’ultimo benedettissimo libro, mi feci questa promessa. Lui entrò una settimana più tardi, di venerdì, un quarto d’ora prima che suonassero le sette. Erica se ne era andata da qualche minuto e io non avevo ancora chiuso a chiave. Ero seduta dietro il tavolino, lo schermo del computer mi illuminava il viso di riflessi blu. Non avevo gli occhiali ma dal mio occhio e mezzo lo vidi immediatamente. G. cominciò a girare lento intorno al tavolo


centrale, sui cui erano sdraiati i libri: ne prese uno, poi un altro. Apriva a caso e leggeva, io respiravo appena. Aveva una camicia a quadretti e un viso lucido di rasatura. Profumava, a me sembrava sentirlo profumare. Dieci minuti. Io ferma al mio tavolino. Scelse un libro, una raccolta di racconti di Carver. Mi alzai, me lo allungò con un sorriso, battei il conto senza occhiali, rossa ovunque. – Chiudete quindi? – Sì – non mi uscì nulla di più. – Mi spiace. Anche mio padre aveva una libreria. Anche lui ha chiuso. Se ne andò, facendo tintinnare la porta. Non tornai a casa quella sera. Rimasi chiusa lì dentro. La notte era lunga, i minuti gocce appiccicate a un vetro: scivolavano lenti e verticali. Ogni muscolo di me indolenzito e fiacco, il buio rotto dalla luce breve che arrivava dai lampioni sulla via. Mi allungai sul tavolino, raccogliendo la testa nella curva che faceva il mio gomito sinistro e mi addormentai, pensando alle mani di G. che toccavano il libro, pag. 13 e 23. Chiusi la libreria il 27 marzo. Era un venerdì. Gli occhiali li avevo lasciati a casa, dentro il comodino, vicino al fazzoletto in cui era nascosta la canna. L’ultimo libro lo regalai a Erica e lei mi diede un euro, come lo comprasse, e un pacchetto di Marlboro Light con un fiocco rosso. Io le scrissi il mio indirizzo sul palmo della mano e la baciai sulle labbra. Sapeva di vento.


Amnesie selettive d’emergenza di Claudio Correggioli

Mi piace farmi chiamare Vladimir Vladimirovič e sono il libraio migliore che possiate mai conoscere. Tutti i miei colleghi sanno che sono il più vecchio – tra quelli ancora in servizio intendo – non che qualcuno ci faccia mai caso. Alla mia età sono molte le cose che non sopporto più e i problemi sono cominciati quando hanno mischiato i libri con tutto il resto, cosicché i clienti si disperdono in mille categorie merceologiche. Un all you can eat degno di una crociera extralusso in cui le storie sono annegate letteralmente, qualsiasi senso vogliate dare a questa parola, e ai librai non è restato nulla da fare se non adeguarsi, arrendersi, capitolare, e non necessariamente nell’ordine. Lo sapete voi, lo sappiamo tutti. Io resisto: mi sforzo di fare bene il mio lavoro, con coscienza. Il risultato è che ho finito per odiarli. Lasciate che ve lo dica chiaro: odio i libri. Tutta la filiera mi è odiosa, a cominciare dagli scrittori: chiunque deve poter mostrare di aver scritto un libro; un oggetto-libro, in qualità di contenitore; ai pochi che per puntiglio pretendono che si dia uno sguardo alle pagine interessa solo che non abbiate eluso il loro sfogo, frutto del marcio che devono avere in testa, già lo sapete. In seconda battuta odio chi li stampa e chi li distribuisce, perché intasa il negozio di scemenze con copertine ammiccanti a far da esca per parole vive come mummie. Infine odio chi li legge e se pure l’ho fatto anche io, da giovane, me lo tengo per me e potete star sicuri che adesso ho smesso: io li vendo, i libri. Se credete che io sia uno strano, provate a chiedere a un pasticcere quanti dolci mangia. La vecchiaia ha però anche lati positivi: se prendessi a caso un volume dalla sezione di medicina ci metterei davvero poco a trovare un nome, magari Alzheimer, ma a me è sempre piaciuto vedere il bicchiere mezzo pieno e mi piace quando la memoria si scarica delle cose inutili e diventa meravigliosamente selettiva, perché non si possono né dire né pensare cose per le quali non abbiamo più parole. Liberati dal gravame che ci impose Adamo quando Dio gli diede il primato sul giardino di Eden, la coscienza si purifica, l’aria si fa sottile e


in definitiva le giornate migliorano: fateci caso, quando vi capita. La cosa sicura è che io li vedo e sono l’unico a farlo, forse perché sono così vecchio: vedo i fantasmi. Ho provato molte volte ad accennarlo ai miei giovani colleghi ma ci ho guadagnato solo la nomea di pazzo e, pur se nessuno ha mai avuto abbastanza coraggio da dirmelo a viso aperto, non sono ancora così sordo da non sentirli bisbigliare alle mie spalle. I miei colleghi vedono clienti, segmentazione, leva competitiva, obbiettivi di vendita, quote di mercato e io li compatisco, poiché non possono sapere che c’è un fantasma per ogni persona che varca l’ingresso; solo io, di quegli uomini e di quelle donne, ne percepisco l’aura. Forse anche voi la vedreste, se foste come me, chi lo sa. Mi basta un colpo d’occhio a quelle fioriture evanescenti per capire chi abbia davanti, cosa voglia e cosa non voglia e sono loro che mi fanno valutare in un istante il tentennamento delle persone, quando vagano tra le file disordinate di titoli. La prima volta che ne vidi uno mi spaventai; lo avreste fatto anche voi, senza dubbio. Fu ai bei tempi in cui si vendevano solo libri che cominciai a vederli apparire: scaffali e scaffali di libri, per tutti i gusti, con la gente che veniva a far compere da molto lontano perché sapevano che qui avrebbero potuto trovare con facilità i volumi più astrusi e io, guardandoli, li studiavo e imparavo. Erano ancora gli anni in cui, di nascosto nei tempi morti, leggevo quello che vendevo; c’erano molti momenti per fermarsi un istante a riflettere. Mica come adesso. Dopo un po’ cominciai a capire che chi comprava il libro giusto era felice e tornava perché la felicità è una droga, non se ne ha mai abbastanza e ogni volta se ne vuole un poco di più: lo volevano loro, lo volevo io, lo avreste voluto anche voi, e se lo negate state mentendo a voi stessi. Se pure ne siete capaci – lo sareste? – non avreste mai potuto mentire a me: i vostri fantasmi vi avrebbero tradito. Loro tornavano e io li osservavo, e più li osservavo, più imparavo e più diventavo come loro. Anche questo l’ho capito solo dopo ma il fatto è che è difficile vedere un fantasma: così va la logica delle cose razionali, perché bisogna avere le parole giuste per poter vedere le cose e, se non potete dare un nome ai colori, sarete per sempre ciechi. Non saprei dire quando iniziò la mia “malattia”, vale a dire questo costante flusso che mi libera delle idee inutili: la prima volta successe con un uomo che voleva Il Codice (…). Ebbi un momento di imbarazzo, non sapendo cosa proporgli, ma diedi una impercettibile scrollata di spalle sapendo di potermi rivolgere al fantasma. Quando alzai gli occhi per cercarlo, però, al suo posto


c’era solo una nebbia viscida. Preso dal panico offrii un testo di programmazione per computer e la vendita sfumò. Da quel giorno mi successe sempre più spesso, specie quando avevo a che fare con i best seller, così finii per abbandonare gli scaffali che facevano classifica e cercai rifugio tra classici, saggi e manualistica. Là i fantasmi erano più forti, le loro voci facili da intendere. La mia mente tornò lucida e mi feci un bel nome piazzando libri di scuola e grandi storie immortali a ragazze sognatrici; non erano la clientela migliore ma era facile da accontentare. La perfezione di quei giorni si frantumò la mattina in cui mi ritrovai davanti una donna che insisteva per avere I (…) sposi. Le misi nel carrello un manuale per organizzare matrimoni e la accompagnai in tutta fretta al reparto alta moda, accampando una scusa puerile. Ecco cos’è: stanno morendo, muoiono man mano che dimentico le parole e c’è un vortice di magia e atrocità in un fantasma che muore. Il fatto è che nulla è come sembra e tutti vanno di fretta. Stringo gli occhi della mente pur di vedere un fantasma in questo buio incipiente, perché voglio che la persona che sto servendo diventi un uomo o una donna felice. Peccato che io stia diventando un (…) dell’empatia. C’è voluto del tempo ma l’ho accettato e magari voi parlereste di rassegnazione, chi lo sa. Alcuni giorni mi rilasso, nella speranza di liberarmi senza soffrire ma altri giorni digrigno i denti nel tentativo di non perdere qualcosa che in quel momento mi pare importante ma che, l’istante successivo, non so più nemmeno cosa sia. Sforzi inutili: più stringo i pugni e più i pensieri scivolano via tra le dita mentre, sbiaditi dalle mie mancanze, i fantasmi non sono altro che il rumore di una mano sola che applaude. Vincendo l’orrore di guardare un fantasma che muore ho scoperto che soffoca in una nebbia scura, generata per sublimazione, come constatai il giorno in cui mi si parò innanzi una ragazzina stralunata che continuava ad aprire e a sfogliare romanzi d’amore. – Altri clienti hanno preso anche questo, – le suggerii, mostrandole Cime tempestose. – Niente roba sdolcinata – replicò, – io voglio l’ultimo libro di (…). Il fantasma, con voce d’alieno, mi parlava da distanze invalicabili e lo invocai urlando, prima che annegasse in una nuvola d’abisso: dovevo stabilire un contatto, lo capite anche voi. La ragazzina (…) senza comperare nulla. La colpa è di quelli che mi sbattono in faccia la loro (…) ogni volta che mettono


piede qui dentro. Il libraio non serve più, a quanto pare: i clienti parlano tra di loro, si consigliano e si (…) in un parossismo isterico. Fanno acquisti con la voracità di cannibali, nutrendosi delle (…) degli autori, idolatrandoli, e finendo per divorarli. Devono possederli, i libri, in quanto cimeli che certificano un’appartenenza. Ma sono dosi di una droga anoressizzante e leggerli è solo un di più. «Ho comperato questo» si dicono, oppure: «Sono al capitolo quattro di quell’altro». Nessuno più (…) e la felicità non importa a nessuno. Tranne che a me, chi lo sa. Guardateli, i miei colleghi: sono tarme che mi mangiano i pensieri e seppelliscono i miei fantasmi uno per uno, appropriandosi di tutti i clienti con mani che sono escrescenze di bilanci famelici, nel nome di quel tempo solido che è il (…). Li odio, i miei colleghi maledetti, asettici e con il cervello fatto in serie. Distribuiscono con la stessa incoscienza saggi, scarpe e (…) da pesca. Li sopporto solo perché ho smesso di sforzare la mia mente, che è trasparente quanto il buio che mi avvolge. Ormai mi interessa poco: che (…), prendano, paghino, se ne vadano. Voglio ricordare solo cose belle: lasciate pure che (…) i loro (…). E magari, invece di un libro, che si comprino una maglietta (…), i (…) del gatto, una borsa, un (…). Io voglio tenere per me il senso di beatitudine che prova chi, sfogliando certe pagine per la prima volta, scopre l’esistenza di un’infanzia schifa, che ogni famiglia infelice lo è a modo proprio, che si può avere il fuoco nei lombi. Oggi mi sono votato alla poesia – ne ho venduti sette volumi – e il mio male ha allentato la presa. Mi sono avvicinato ai pochi clienti che riesco a vedere, li ho blanditi e ho mostrato loro le copertine quasi di soppiatto perché io sono ancora capace di riconoscerli, quelli che frequentano questo negozio per essere felici. Li riconosco subito perché loro sono come me e io sono come loro: sulle prime hanno fatto finta di non essere interessati, ma anche voi avreste notato le sbirciatine che scoccavano di sottecchi, finché qualcuno più coraggioso, o forse solo più sincero, ha azzardato e ha sfogliato qualche pagina. Quello che conta, comunque, è che alla fine tutti mi hanno (…), acquistando il libro che avevo proposto. So che non basta questo a fare di me un fanatico della scrittura in versi, così come vendere libri di orticoltura non faceva di me un giardiniere né vendere ricettari ha mai fatto di me un cuoco. Per non rovinare la perfezione della giornata oggi non ho venduto altro. È indubbio che io sia bravo. Quando ero giovane sono stato uno dei (…),


dicono, ma a me non piace mettermi in mostra. Non c’era nessuno, qui, che si avvicinasse al mio livello ed ero fatto per questo mestiere, o almeno credo, chi lo sa. La mia fortuna, adesso, è che la “malattia” mi ha reso quasi del tutto libero. Oggi ho sentito svanire l’ultimo fantasma e lo seguirò, perché non posso sopportare di restare (…). Sono rimasto solo, alla fine come all’inizio. Se muoio, non incolpate (…). E non datevi pena di parlarne, tra voi, di cercare un (…) o di indovinare i miei pensieri; sono orfano dei miei fantasmi, non c’è altro da (…) o da sapere. La morte non è una soluzione e non la consiglio a (…), ma non ho altra scelta. Un piccolo incidente, come si dice in gergo, e il problema sarà risolto in via (…). Il domani non è affar mio: il mio volo sta per schiantarsi contro il quotidiano. Tra qualche minuto la vita e io saremo pari: inutile elencare (…), dolori, (…) reciproci. Voi che (…) siate felici, se potete. Una stanza, in un qualche punto del mondo, sotto il cui pavimento flottante sono nascosti chilometri di cavi elettrici e in fibra ottica. Sopra al pavimento, ordinati in file di armadi metallici neri, migliaia di processori e dischi comunicano tra di loro. Impegnati a registrare e trasmettere. Le ventole riempiono l’aria di un rumore forte e fastidioso, perenne ronzio che non ha nulla da invidiare a quello di un alveare inferocito. Sciami di led verdi, arancioni e blu si accendono e spengono a ogni ora del giorno e della notte. Piccole luci frutto dall’iperattività di un mondo che non ferma mai conversazioni, transazioni, richieste. Al piano superiore, due tecnici condividono il turno in sala di controllo. – Si è acceso un allarme di offline – dice il primo tecnico – il nodo fermo è il numero di serie 4m4z0n-84t. Il secondo tecnico sbadiglia, con calma. Stira la schiena e picchietta svogliato sulla tastiera: – Si è inchiodato, la (…) è andata. Guarda un po’ qua: era acceso da anni, quel server. Strano piuttosto che non si sia guastato prima. Vai giù e staccagli la corrente; domani lo faremo sostituire con uno di quelli nuovi. Fuori scende la sera e la gente, in tutto il mondo, continua a comperare. Nessuno di loro sa che i fantasmi esistevano, da qualche parte, ma sono stati tutti dimenticati.


Apoptosi del whisky di Mariano Macale

Il pachiderma di ogni voluttà, come ogni quindici del mese, avanzava sinuoso nella corrente del Rio delle Furie, così chiamato dagli indigeni in onore delle guerriere che, si diceva, rendevano giustizia a tutti coloro che si abbeveravano alla fonte del fiume. Quando il vecchio vide arrivare il battello non se ne stupì. Era il suo compito, attendere al porticciolo, e nel villaggio fluviale dove dimorava da tempi immemori, quelle erano le regole, tramandate da trisavoli il cui profilo era scolpito nelle pietre, finché i suoi stessi ricordi non si perdevano tra le liane spezzate di vite precedenti e il limo di antichi e perduti amori. Adesso al vecchio sembrava da sempre di essere vecchio, «e così era», soleva dirsi. Forse era stato un dentista, un avvocato di grido nell’emisfero boreale. Qualcuno andava dicendo che si trattava di una rockstar stanca di fare la rockstar, qualcuno diceva che si trattasse di Elvis o Jim. Ma lì sotto, dall’altra parte del mondo, tutto era stato dimenticato, compresa la verità: era stato un libraio di Brooklyn, trasferitosi nel Sud America in cerca non di affari, ma delle stesse storie e vite che aveva ingurgitato nei suoi libri; i re perdono le loro corone e le lucertole conoscono i rapaci notturni e l’ineffabile calma degli alligatori; ombre diverse si allungavano sotto lo stesso sole all’ora del tramonto, e non tutte promettevano di essere uguali ai loro ignari portatori. Anche il vecchio aveva la sua ombra, ma non ci faceva più caso da tempo; solo un bambino, scalzo e smilzo, la osservava, appoggiato sulla catasta di barili vuoti che attendevano di essere riempiti dell’etereo alcool ordinato un mese prima sulle coste di Buenos Aires. – Quanto ne hai preso, oggi, vecchio? – alluse il bambino. In verità ogni quindici del mese si ripeteva la stessa conversazione, e il vecchio dava le stesse risposte, e riguardavano sempre i soliti cinque barili di whisky. Allora il tipetto proponeva uno scambio: un bicchiere di whisky a testa e, lui e i suoi amici, lo avrebbero aiutato a trasportare un barile fino alla grotta dove abitava, al di là dei fieri eucalipti. Quasi mai nessuno del villaggio se ne prendeva cura, salvo quando occorreva andare a comprare un po’ di quella bevanda per


alleviare le pene; persino in quello sperduto angolo di mondo si soffriva, e questo generava un bisogno di rispondere alla sofferenza. Poteva essere per fame o per amore, che poi le due cose finiscono sempre per somigliarsi e confondersi. E allora nasceva il commercio delle cose umane, poiché tutto lì fuori occorre per placare ciò che è dentro. E quei cinque barili di whisky erano la risposta finale di molte, innumeri, seti. Il vecchio era rispettato, sebbene non fosse come loro, né la pelle lo suggeriva, né il cinereo rimasuglio del capello, né i suoi modi, che avevano un qualcosa d’altro: anche il manto pluviale del continente non era riuscito a fare suo ciò che suo non era. Il Pachiderma Voluptas, così ribattezzato da un prete della capitale in una notte di bagordi e mestizia, attraccò e il vecchio intuì da subito che stavolta le cose sarebbero andate in modo diverso. Forse lo capì dall’unico occhio buono del mozzo, con il quale aveva sempre qualche buon affare in sospeso, forse lo intuì dalle venature bluastre del collo di Phillips, un comandante inglese che per ventura si era ritrovato nei rivoli amazzonici a traccheggiare sui prezzi dei beni di prima, seconda e infinita necessità. O ancora, aveva finalmente appreso, al pari degli oriundi del posto, la capacità di prevedere in qualche modo il futuro imminente, un arcaico senso di allerta che l’uomo del Nord aveva perduto, tra gli affastellati agi dei velluti e le adamantine volte delle rivoluzioni: in fondo quel che si era sempre inseguito era un morbido diritto alla comodità e infine una placida morte sullo stagno araldico delle generazioni. Sì, doveva essere andata così, si convinse il vecchio. Toccò ad Antonio, durante lo scarico delle merci, scendere sulla banchina, percorrerne con il proprio peso la larghezza delle assi, avvicinarsi al vecchio e, sfogliando il libro mastro dei conti, a leggervi un’indiscutibile verità, declamare: – Signor… Vabbè, come si chiama, il suo ordine di whisky è stato cancellato. Sarò franco: abbiamo trovato un miglior offerente a sud, nel quinto villaggio e non abbiamo potuto far altro che cedergli il carico. Lei capirà, le spese, il profitto. Siamo tutti sotto lo stesso cielo, dico bene? Il vecchio annuì, non mostrando rimostranza alcuna, né sospirando. Solo per un momento il suo sguardo si soffermò sulla pancia asciutta del ragioniere, sulle stanghette dei suoi occhiali consunte dagli anni, sul pernicioso avvizzirsi della pelle che prendeva questi uomini di conto nei disperati viaggi per fiume. Antonio si affrettò ad aggiungere: – La prossima volta provvederemo a riportarle i cinque barili come sempre.


Voglia scusarci, torno allo scarico, – e si defilò. Il vecchio voltò le spalle al battello, e notò che il bimbo era scomparso, forse resosi conto della vacuità dei propri servizi o probabilmente già pronto a procacciarsi altri affari, inghiottito nella rapida, piccola folla che andava formandosi in prossimità del molo. Decise pertanto di lasciare i barili vuoti lì dov’erano e dove sarebbero dovuti restare per un altro mese, fino allo scarico successivo. Attraversò la plaza Hoazin, che altro non era che il più ampio spiazzo nell’agglomerato di amianto, cemento e paglia; si lasciò dietro l’eterno ispanico vociare, un meticcio chiacchiericcio di vocaboli, preghiere e richiami, vero sottobosco di quella flora umana che tentava di sopravvivere a se stessa, quasi seguendo un cieco imperio impresso da nomi quasi dimenticati, raccolto da un nuovo dio dalle sembianze di croce e forchette. In modo quasi repentino quel ciarpame di consonanti lasciò il posto a un nugolo di vocalizzi e afone strisce di luce secondo il volgersi di foglie vetuste, e così poteva riconoscere i sussurranti urodeli, le cecilie insinuanti, la calva voce dell’uakari, il bruno stagliarsi delle scimmie del palazzo dorato, il calpestio immobile del matamata, il vampiresco riposo degli incisivi di un pipistrello, in ascolto dei suoi passi immondi sotto il peloso trago e tutto quell’angusto amplesso di vita caduto sotto il giudizio di Linneo. Infine si stagliò, oltre i grigi kapok dalla folta chioma e i vergini eucalipti piantati da poco, quella che gli altri chiamavano “la grotta”, per via della sua rientranza rocciosa in un monticciolo, in realtà un artificioso sistema costruito tempo addietro per meglio mimetizzarsi nel buio amazzonico, e per tenere al riparo da occhi indiscreti e governativi, il piccolo espediente di un contrabbando di whisky in cambio di cibo e qualche peso. Per quel mese il vecchio poteva stare tranquillo: aveva qualcosa da parte per nutrirsi e attendere. La schiera di botti, al di sotto della botola nel pavimento dove aveva ricavato una piccola cantina naturale, era vuota; si sarebbe soltanto dovuto prendere la briga di deludere le aspettative dei solitari che cercavano la distillazione delle proprie noie nel maltato oblio di uomini dall’accento duro e secco, come le pietre di Stonehenge. Il vecchio dormì per quattro notti consecutive un sonno privo di sogni. Fu la quinta notte senza whisky, sotto la porzione di cielo nudo e senza stelle a ovest della Croce del Sud, che molti impazzirono; lo aveva previsto lo sciamano Alcibiade, blaterando un miscuglio di anatemi al di sotto del mosquitero, in ascolto


dei delfini di fiume e delle sirene dalle mammelle sgorganti smeriglio latte. L’incendio divampò, come una ferita ululante e impavida, finalmente visibile, nel disperato gorgo umano di quella flottiglia di corpi. Ogni cosa era estranea a sé: una debole catena d’uomini e donne tentava di trasportare secchi d’acqua dal fiume alle casupole, ma incespicava e rallentava, avvelenata dai fumi sottovento di una materia oscura; le grida erano quelle di chi, sommerso, arrischiava un aiuto, una prece, un’ultima, ennesima, implorazione ad aver salva la vita. Sopra alle menti stava un demone, per troppo tempo ingobbito ed eluso sotto l’humus del papavero, dei piedi strascicati qui e lì, nei metri quadrati e polverosi di quel promontorio di umana disperazione. I vacillanti piromani, adoratori del druidico whisky che li aveva colpiti e traditi con la sua assenza, promettevano una notte di follia, una montagna di sacrifici umani, affinché quel fiume d’orzo e cereali invecchiato nelle esotiche cavità del rovere tornasse a placare l’ira di chi, vivo, non aveva chiesto di nascere, né allora, né ancora di nuovo. Al centro di plaza Hoazin s’erano accatasti vecchi mobili, fortunose gabbie per volatili, chincaglierie e amuleti, giornali che un tempo qualcuno aveva letto o si era fatto leggere, speranzoso in un allentamento della stretta delle tasse o in una nuova rivolta, e ora tutto era avvolto in una possente lingua di fuoco che si levava gloriosa, capezzolo sacro, irto al di sopra dei destini, ultima speranza verso un cielo muto. – O whisky, o muerte! – il coro veniva dalle ultime case a est, una marcia caotica e deliberante, di torce e fanghiglia e sudore, e pupille rutilanti e spari di pistola, e crepitii. Alcuni tenevano a sé tre corpicini neonati e si apprestavano ad avvicinarsi alla lingua di fuoco, sprizzante fulgide promesse, scintille di un favore da contraccambiare, un patto di innocenti. Alla testa della folla, apriva e teneva il varco il canuto Alcibiade, il quale cadenzava il coro, battendo con un bastone a terra, e scandendo al di sopra di tutti: – O whisky, o muerte! Fu allora che il vecchio, il quale aveva osservato tutta la scena da una posizione privilegiata, arrampicatosi al di sopra delle casse di tabacco fuori dal piccolo magazzino cittadino, fece una cosa improbabile, stupida e dissennata, che nessuno più avrebbe dimenticato in quella notte d’inferno e in tutte le successive, persino quando la repubblica, tre secoli dopo, si disciolse: iniziò a leggere un libro. Non si sa bene da quale voragine del passato quella voce provenisse, né come d’incanto fermò la rivolta, il pianto dei neonati, e persino il crepitio del fuoco fu


domo. Qualcuno, dopo la morte del vecchio, lo definì “poeta”, e quando tutti parlavano del Poeta, sapevano a chi si riferivano: un libraio contrabbandiere di whisky, cantore del Rio delle Furie, reincarnazione in vita delle cellule di Jim o di Elvis, salvatore di quel villaggio senza nome, di tre neonati e della fedina penale dei loro quasi carnefici, asserviti, così riportano le cronache giudiziarie, al conturbante amplesso di una setta che mescolava whisky, dei e anfetamine. I suoi versi si tramandano ancora: cantano della palingenesi casuale degli uomini, a seguito della caduta ciclica del dio del Whisky, di amori terminati e del giudizio delle Furie su tutta quella vicenda. Si narra infatti che lo sciamano Alcibiade, capo della piccola setta, sia stato dato loro in pasto, alle fauci andine del Rio, dove sgorga l’acqua che tutto questo ha consentito. Per altri vent’anni il Pachiderma Voluptas vagheggiò sinuoso lungo il Rio delle Furie e il ragioniere Antonio, più invecchiato del whisky che un tempo scaricava, cercò ancora, su quel molo numero quattordici, quel tizio che ordinava, ogni quindici del mese, cinque barili. Ma non lo trovò più, né nessuno si curò mai di dirgli che egli era stato il libraio di uno sperduto villaggio del Sud del mondo. Ormai pensionato, abbandonati i tristi affanni e il commercio, Antonio aveva ritrovato il tempo per leggere, meglio per indagare. Così ebbe modo di addentrarsi, un giorno, famelico di informazioni, in quel villaggio senza nome. Siccome il tempo educa le consuetudini e le eleva al rango di leggi comunemente accettate, non ebbe nulla da obiettare quando un giovane adulto, venuto a sapere della sue domande, gli si accostò e gli promise, in cambio di un barile di buon whisky, di svelargli l’arcana verità. Questo giovane gli disse che da bambino, lui e i suoi amici, erano soliti aiutare il vecchio a trasportare i barili fin nella grotta, per qualche buon bicchiere. Lui era l’ultimo testimone di quando aveva visto la grotta in buone condizioni: era una caverna comodissima, come avrebbe detto il buon Tolkien. Aveva letto le opere di quell’autore proprio lì, nella caverna del vecchio libraio. Non era solo un contrabbandiere: al processo il giudice acconsentì a una diminuzione della pena riconoscendo che il suo intervento aveva di fatto eluso esiti nefasti dell’incendio. Era anche un libraio, soprattutto un libraio: in una rientranza asciutta della grotta, oltre la fila di barili, erano conservati scaffali. Interi scaffali colmi di libri. – Perché? – lo interruppe Antonio, – perché questo posto? Perché non continuare a vendere libri a Brooklyn? Perché infilarsi in una storia così senza― Il giovane lo interruppe alzando una mano, disse: – Per trovare qui ciò che aveva scorto nelle pagine: la vita.


– Sì, ma perché qui? Il giovane sorrise, guardò di sbieco in lontananza: il suo sguardo non era fermo sulla linea dell’orizzonte, costellata dalla striscia azzurra del fiume e dal vespaio chiomato degli alberi; era un po’ più in là, dove non arrivano gli occhi, ma soltanto il ricordo. – Perché siamo tutti destinati. Antonio sospirò: la sua anima di ragioniere avrebbe desiderato una verità più ordinata, una costruzione regolare di piani, ma ora aveva tempo per provare ad accettare dell’altro. Si congedarono in un quasi simultaneo «Adios». Poi Antonio, fatti alcuni passi si voltò indietro, quasi urlando disse all’altro: – Che libro lesse? La sera dell’incendio, cosa lesse a tutti? Il giovane ebbe un attimo di esitazione, poi gli tornò alla mente il nome dell’autore e lo urlò ad alta voce: – Milton! Il paradiso perduto! Nel volgere per sempre le spalle al villaggio senza nome, Antonio conservava sulla faccia, pensieroso, un sorriso quasi beffardo.


Impressioni sul Longo di Simonetta Spissu

C. aveva rasato i capelli sotto il collo e li aveva tinti di nero. Per il resto, non era cambiato nulla da lì a quindici anni prima. Infatti, C. poggiava il culo sulle strisce della stessa panchina. Prendendo appunti su di lui, che sbirciava la realtà fuori dall’isola strisciando il pollice sullo schermo di un cellulare. Di nuovo quindi, aveva i capelli. Ma la solitudine di quel parchetto male illuminato, continuava a molestarla come in prima superiore. Lui si era alzato per servire un cliente. Aveva guardato fuori dal negozio, nella sua direzione. Ma era come se la guardasse attraverso. Tra di loro, la maledizione dell’effetto Casper. Tutti i nati alla fine degli anni ’80 in città, conoscevano il Longo. Un omino basso e tozzo, non grasso, ma solo compresso in una felpa e dei jeans. Un metro e settanta di maschio sardo con barba e capelli della stessa lunghezza. Il viso di sua madre. Sua madre, che sembrava esser rimasta incastrata su una sedia piazzata in mezzo alla vita del Longo. Tutti i nati alla fine degli anni ’80 in città, era però un po’ troppo generico. In realtà, solo tutti quelli che leggevano e scrivevano – nati alla fine degli anni ’80 in città – sapevano chi fosse il Longo. O meglio, non ne sapevano proprio un bel niente. Quello che si vedeva era solo quello che faceva il Longo. Avrà avuto degli amici, avrà avuto una vita privata. Avrà persino scopato o, addirittura, amato qualche donna. Ma nessuno poteva spenderci davvero due parole sopra. Il Longo era, esclusivamente, il libraio della città. C’erano tante altre librerie – forse fin troppe per un posto in cui non si leggevano neppure più i fumetti – ma quella del Longo, era la libreria. Almeno per tutti quelli nati alla fine degli anni ’80 che leggevano e scrivevano. Si muoveva con una certa strafottenza, che buttava all’aria qualsiasi prima impressione ci si potesse fare di lui. A vederlo da fermo infatti, restava pur sempre un omino basso e tozzo. Quello che chiunque si sarebbe aspettato da un


libraio compresso, era una camminata goffa. Una di quelle andature che bisbigliavano, magari balbuziente, intimorita dalla presenza di sua madre. Sempre lei: quella che pareva impigliata dietro la cassa che teneva il conto della vita del Longo. La vita del Longo, poi, che cosa voleva dire? C. ancora ci spendeva tempo a chiederselo, nonostante il vento le gelasse il culo sulla panchina dei viaggi temporali. C. ci aveva pensato già parecchie volte. A partire dal loro primo magico incontro, quando lui le aveva venduto uno dei tanti libri della giornata che non avrebbe significato granché, quando, la sera, sul tardi, avrebbe chiuso dietro di sé le serrande del locale. Il Longo non avrebbe neppure pensato a quella copia di Norwegian Wood, consegnata nelle mani di un’adolescente in lieve sovrappeso e vestiti da uomo. C. però, non se l’era mai scordato, perché era stata la prima volta che era entrata nella famosa libreria Azuni, che pareva stesse a universi temporali distanti da dove trascorreva normalmente le sue giornate. Dall’altra parte della città, con in mente poche cose da fare senza includere un viaggio di tre quarti d’ora su un autobus. Però, quella sera, C. era uscita con in tasca solo i soldi destinati per un panino con la cotoletta in piazza. E, invece che spenderli per aumentare i suoi fianchi di una taglia, li aveva messi in uno di quei pochi libri che poi avrebbe riletto negli anni. Ed era stato proprio il Longo a venderglielo. Ed era cominciata la maledizione dell’effetto Casper. C. aveva fotografato la sua testa rasata, il suo naso a patata e aveva pensato che, il Longo non avrebbe considerato una che aveva appena iniziato a conoscere la letteratura giapponese e scarabocchiava su fogli di carta personaggi simili a quelli di Dragon Ball, Erano due brutti. Ma due brutti differenti. Aveva conservato negli anni la vignetta di lui che le allungava il resto e infilava il libro in una bustina di plastica e poi tornava al suo lavoro. Non l’aveva guardata mai. Tutto automatico. C. poi era un po’ dimagrita, aveva abbandonato la città con tutti i nati negli anni ’80 come lei. Aveva visto tante altre librerie con personaggi dentro a gestirle. Aveva persino cambiato nazione per poi ritornare al Nord, dove dicevano si trovasse lavoro.


Insomma era cresciuta, a differenza dei suoi capelli sempre più corti. Aveva letto parecchie cose da quella prima volta in cui si era spinta fino alla libreria Azuni, con la sua paghetta dentro il pugno. Poteva quasi dire di essere all’altezza. Quasi. E però, ogni volta che capitava di rientrare per le vacanze in quella città che più che una città era un enorme acquario da ristorante cinese, passava dal Longo. La maledizione dell’effetto Casper tornava potentissima. Non c’era verso. Si vestiva in maniera ricercata, passava il mascara sulle ciglia e tracciava persino un contorno sulle labbra con l’ultima diavoleria della Kiko. Aveva ogni volta un nuovo titolo in bocca, di quelli da casa editrice indipendente, così da passare per quella cultivée che giungeva da posti dove la cultura passeggiava all’Esselunga. Faceva un giro al piano di sopra dove riposavano un numero indefinito di fumetti che la mandavano indietro nel tempo di più di dieci anni. Il tanto per prendere tempo quando non lo vedeva subito all’entrata. Spesso le capitava di chiacchierare con la madre del Longo, ancora lì, di guardia dietro il bancone, protetta dai suoi occhiali. Quella donna non si era mai spostata da là dentro. Tanto che, quando una sola volta nella sua esistenza C. l’aveva incrociata nelle vie del centro, non l’aveva riconosciuta. – Dove ha la lasciato i manuali di giurisprudenza? – le avrebbe voluto chiedere. Quindi scambiava due parole con quel donnino con la permanente castana e quasi si sentiva inserita nell’esistenza del Longo. Perché sua madre era parte del Longo e, se lei si ricordava i particolari degli spostamenti di C., allora si era prossimi senza dubbio, al matrimonio. – Ma oggi è da sola? – abbozzava di solito C. – No. Sta nel retro a giocare col cellulare. Dice lui, a “gestire contatti”. – E lascia qua lei a lavorare. Bel mestiere, il suo. – Se te lo sentisse dire, sicuramente appenderebbe un cartello alla porta con la tua faccia. Bandita per sempre. – Almeno saprebbe che esisto. – Come? Scusa, sono un po’ sorda. Poi, alla fine, arrivava a riempire il quadro proprio il Longo. E la rimetteva al suo posto sugli scaffali, come avrebbe fatto con l’ultimo libro del vincitore di Masterchef. Quando la guardava, quando le parlava, era come se fosse di nuovo la capellona biondo spento che a sedici anni ciondolava nei giardinetti di fronte alla sua libreria. Una qualunque. Con qualche brufolo in meno, forse. Solo se non era periodo di


ciclo. Il punto era sempre stato questo: cosa faceva il Longo, quando si sfilava via la sua tuta da super libraio? Abitava tra quattro mura come tutti gli altri? Si nutriva esclusivamente di Danone alla vaniglia come il tipo di Jeeg Robot? C. pensava ai suoi piedi infilati in un paio di pantofole da vecchio, mordicchiate da qualche animale domestico. Probabilmente un gatto. Era un tipo che non dava confidenza, quindi per forza doveva avere un gatto. Lo vedeva infilare la sua fame direttamente in un secchiello di popcorn e idratare il suo nervosismo a sorsi di Ichnusa. Mentre sua madre, sempre lei, si faceva da parte su una seggiola in legno nel cucinino in fondo al corridoio e una settimana enigmistica tra le mani. Il Longo, a fine giornata, dove cominciava a esistere? Forse non era legale che lui potesse davvero fare sesso con la donna della sua vita, su un letto matrimoniale, prima di lasciarsela scappare per sempre. Una volta, la sua migliore amica l’aveva intercettato in un pub, in compagnia femminile. Non si era vestito bene neppure per quella cena lì e questo voleva dire due cose: o stavano assieme da una vita, oppure quel jeans-e-felpa era il suo abbinamento migliore. La tipa aveva i capelli con la ricrescita, tirati da un elastico anni ’80 e aveva l’aria di una giapponese tinta all’occidentale. Il Longo era cresciuto a pane e manga: lo aveva intravisto spesso nascosto al piano di sopra con in mano una copertina con ragazzine dalle gonnelline svolazzanti. Lui era serio però. Anche le faccende liceali dell’estremo oriente, per il Longo, erano una questione rilevante. Era ingiusto che lui potesse staccarsi dalle mensole tappezzate di peluche di Gorilla – il Longo aveva questa strana mania che C. non aveva mai decifrato – e mettersi di fronte a uno specchio e lavarsi i denti. I librai non hanno bisogno di Colgate effetto White. C. aveva potuto scrivere il suo personale catalogo di gialli con il Longo come protagonista: una serie di volumi che lei aveva compilato fatta di appunti insignificanti come il colore delle stanghette degli occhiali del Longo. Quelli che ogni tanto portava e ogni tanto no. A un certo punto però, era comparso nelle loro vite, Facebook. In parte rovinando il mistero, in parte infittendolo. Il Longo non era più qualcuno che era nato sotto un albero di libri e che sarebbe morto dentro un magazzino della Feltrinelli. No. C. poteva leggere quello che pensava. Poteva affezionarsi ai personaggi che


faceva muovere su internet. Lo cercava nei dialoghi, nelle storie, nei mondi che, da qualche parte, dietro a uno schermo, il Longo si lasciava sfuggire via dalle dita. Le situazioni che costruiva, spesso vedevano lo scambio tra un uomo e una donna, senza un preciso contesto. Quasi sempre in un conflitto sotterrato dal passaggio del tempo. Parlava con la tipa dall’aria orientale? Parlava della tipa dall’aria orientale? Tutte quelle parole una dietro l’altra, che accumulavano like come una bulimica con una scatola di biscotti. E lei, però, non c’era mai. Perché era una tra le tante nate negli ultimi anni ’80 della città che amavano leggere e scrivere. Dalle foto di cieli interrotti da lampioni accesi e fili della luce, capiva che il Longo si spostava anche lui per i marciapiedi dello stesso posto che aveva visto lei. Una cosa incredibile che non si fossero mai e poi mai visti fuori dalla libreria. E lui camminava, mangiava. Parlava persino di diete. I suoi amici scherzavano addirittura con lui, che aveva un gran senso dell’umorismo – di quelli che se ti prendono dall’angolazione sbagliata, possono aprirti un buco nel cervello. Viaggiava spesso il Longo, però sempre all’interno dell’isola e sempre per motivi legati al microcosmo dei librai: presentazioni, concorsi, eventi con organizzazioni letterarie. Chiuso nei vagoni treno che erano delle scatolette Simmenthal dentro le quali lui staccava il cranio sudato dalla pelle consumata dei sedili. Le sue espressioni erano sempre quelle di uno che userebbe l’ironia in qualsiasi cosa. Non erano mai selfie. Il Longo aveva sempre il suo intramontabile jeans-e-felpa, ma non c’era mai traccia di una presenza femminile al suo fianco. Nessuna donna che gli avesse detto che quel giorno aveva una bella patacca sotto le ascelle ed era meglio risparmiarsi lo scatto. C’erano invece spesso lui e un microfono o lui e un reggilibro o lui e un bicchiere di vino. L’unico cambiamento in quel reportage fotografico, era la location, puntualmente segnalata sui social. Era successo che, una delle volte in cui si era spostato al Sud per un evento, qualcuno avesse commentato una foto. Non era importante tanto il commento di per sé, quanto il fatto che, quel qualcuno, C. lo conoscesse bene. Allora si era precipitata sulla chat, saltando i convenevoli e: Quindi tu conosci il Longo e non me l’hai mai detto? Ciao eh.


Sì, ciao. Allora, conosci il Longo e non me l’hai mai detto? Quel qualcuno che avevano in comune lei e il Longo, si era lasciato interrogare da C. Lei che era interessata a sapere se fosse sempre stato pelato o lo fosse diventato col tempo. Quindi il Longo si era concretizzato nella sua fantasia: innanzitutto l’età precisa, 40 anni appena fatti con l’incontro di due calici di birra. Da qualche tempo era rimasto single. Sì, ma l’ha mollato lei o lui? Lei. Ah. Il Longo e la finta giapponese erano stati assieme per circa 6 anni, finché lei non si era probabilmente stufata di dividerlo con tutti quei pupazzi Gorilla affacciati in vetrina. Aveva un gatto, sì, di quelli mezzo randagi che hanno tutte le macchie sul pelo e guardano con diffidenza persino la ciotola piena di crocchette. L’avevano preso in casa dopo la morte della padrona originaria, la zia del Longo, e da lì era stato odio a prima vista. Il Longo scriveva, ma non era uno scrittore. Era uno sceneggiatore di fumetti, anche se non era mai riuscito a sfondare da nessuna parte, nonostante conoscesse tutti, nell’ambiente. Quindi dici che fa schifo? No. E allora? E allora niente. Non lavora per la Bonelli. Lui è il Longo. Lui è il Libraio. Aveva spulciato in rete e lo aveva subito trovato: un suo progetto personale in bianco e nero, con alcuni disegnatori che aveva trasformato in immagini alle parole del Longo. Niente male. Gente armata che si innamorava profondamente e che viveva situazioni parecchio complicate. Qualcosa che un utente Amazon Prime avrebbe seguito volentieri. Peccato che lui fosse il Libraio e non quello che si contendeva l’ultima sceneggiatura di Nathan Never con Michele Medda. Ascoltami, invece qual è la storia del babbo? Il babbo si era spento dopo un lungo calvario di chemio e chili persi, ma aveva lasciato al Longo la proprietà della libreria. Un’eredità niente male, insieme alla tacita responsabilità di sua madre, vedova monolitica che pendeva in libreria vicino agli scimpanzé. Ma con più classe.


Ti ha mai parlato di me? Scusami? Dico, ti ha mai parlato di me? Il Longo non parla di nessuno che non sia finito su un libro. Ah. Uno scambio di battute istantanee che avevano accentuato il suo amore per il Longo. Che, a quanto pare, non aveva una moto ma la desiderava sin dalla maturità. Il Longo che si era travestito da Cowboy una sera d’estate e aveva girato così per l’intera città, solo per vincere una scommessa a tema Westworld. Il suo gruppo preferito lei non lo conosceva neppure, ma si chiamava Morphine e se l’era cercato prima su Wikipedia e poi dritta su Youtube. Il Longo era una persona molto triste, a quanto dicevano i Morphine. E il sogno del Longo? Che domanda è C.? Perché tu ce l’hai un sogno? Ma qui mica parliamo di me, parliamo del Longo. Cosa tiene nel cassetto? Guarda, probabilmente una pistola. E anche lui è convinto che, quando ce n’è una in un racconto, allora deve sparare. C. aveva capito era che, conoscere tutti quei dettagli del Longo, non avevano fatto altro che allontanarlo ancora di più. Uno che di solito bruciava il caffè con la moka, ma era contro le capsule. Uno che amava la pasta alla carbonara e la sabbia di Stintino, e che non l’avrebbe mai considerata esattamente come quando era solo l’omino insaccato che si arrampicava da un piano all’altro della sua libreria. C. sapeva che il suo numero di scarpe era il 45, un numero un po’ grande in proporzione alla sua altezza. C. sapeva che a casa sua, il letto matrimoniale non c’era, almeno non da quando era tornato a vivere nella sua cameretta d’infanzia, con sua madre; conosceva il Longo dopo una full immersion su Facebook a interrogare il loro amico in comune; conosceva il Longo come Neo conosceva il Kung Fu. Eppure, sapere che gli dava fastidio quando spostavano i libri da una posizione a un’altra, non sembrava aiutarla per niente. La sua ossessione per il Longo cominciava e moriva dentro lo spazio che le pesava sul collo dal 1989. Ed eccola lì, con una salopette della taglia sbagliata a separarla dal metallo di quella maledetta panchina, sulla quale sembrava si fosse impigliata il primo anno di liceo. A guardare il Longo evolversi senza poterlo mai incrociare. A pensarlo


innamorato e a convivere con un’altra donna che gli avrebbe spezzato il cuore. Magari una che lo avrebbe invogliato a mettere una giacca e dei pantaloni con la piega. Se lo dipingeva più giovane, quando forse era rimasto incastrato da e in quella libreria. Pensandolo accarezzare il pelo di Ugo schivando le unghiate. Sapendo che lui era il protagonista di uno dei suoi racconti, mentre lei era solo una faccia che col tempo, gli era passata di fronte troppe volte. Sapendo che il gelato alla birra era un suo proposito per il 2018. Che comprava jeans di una taglia più grande perché preferiva sentirsi più magro e portare la cintura. E lui vendeva libri a tutti, come a lei. E lui leggeva tutti i libri, come lei. E lui scriveva di tutti, tranne che di lei. Mentre C. era solo a pagina 4 del lungo racconto fatto di impressioni sul Longo, ovvero un numero non precisato di parole per descrivere solo il movimento della sua mano che si accarezzava i capelli radi. Quell’uomo tozzo che sembrava poter comprimere dentro al petto il mondo reale e quello letterario. Il mondo di C. e il mondo di tutti quelli nati alla fine degli anni ’80, che amavano leggere e scrivere, in quella città. Si era alzata poi, sistemandosi il cappotto, cercando di sembrare composta. Ed era cominciata di nuovo la stessa scena che si ripeteva da una quindicina d’anni con frequenza piuttosto costante. Dietro il suo sorriso allenato appena varcata la porta. Dietro lo sguardo che lanciava oltre la madre del Longo, un muro di vecchia settantenne tra lui e il resto. – Che cosa mi consigli? – gli aveva chiesto. Longo. Che cosa mi consigli?


Quasi come un racconto russo di Emanuele Finardi

Bruno amava fare delle docce lunghissime ogni mattina. Lunghissime e bollenti. Come se il vapore potesse fare una carezza a tutti i sogni a cui teneva. Proteggendoli al meglio. Gabri si godeva invece le sue docce veloci, da atleta. Veloci e gelate. Come se il ghiaccio potesse dare un primo segnale d’allarme su quanto sarebbe stata dura la giornata. Preparandola al peggio. Bruno e Gabri gestivano insieme una bancarella di libri usati a Milano. Per lui era il luogo dove alimentare le sue fantasie, mentre per lei era la palestra dove combattere per pagare l’affitto di casa a fine mese. Chissà chi aveva ragione: forse tutti e due. Bruno dedicava ai libri quella cura e quell’amore che Gabri avrebbe voluto per sé. Li puliva periodicamente accarezzandoli con delicatezza; li archiviava dedicando a ogni testo occhiate che trasudavano fascinazione; ad alcuni regalava dei mazzi di fiori per ringraziarli delle emozioni che gli avevano dato. Non lo faceva con cattiveria, o per togliere qualcosa alla sua compagna, ma lo faceva, ogni giorno. E in alcuni giorni Gabri avrebbe voluto tanto essere una pagina di carta toccata con estasi, o anche solo un segnalibro messo al posto giusto dentro la geografia di un innamorato. Nonostante questo non litigavano mai – ve lo posso dire con certezza – se non per la disposizione dei libri sul banco che avevano in via San Marco o per i consigli da dare a un cliente, milanese o turista che fosse. Bruno amava Calvino, Gabri invece Pasolini: la verve delle fantasmagorie contro la vis polemica del corsaro. Gabri spesso la metteva sul sociale: – Ci siamo distratti un momento, e Pasolini è diventato aggettivo, avverbio e, peggio ancora, un semplice intercalare. Pasolini non è più un nome, ha perso la maiuscola ed è a un passo dal diventare una imprecazione! – le sue parole avevano sempre una connotazione da disastro antropologico, unite all’intercalare appena punteggiato di strascichi da centro sociale: voglio dire, nella misura in cui, insomma, cioè. Bruno le rispondeva con uno sguardo il cui senso era più o meno: smettetela di


rimpiangere Pasolini. E per assecondarla aggiungeva: – Certo, magari Calvino sarà un perfetto scrittore minore, ma Pasolini è un grande scrittore mancato. Calvino è pieno di limiti ma è sempre presente a se stesso. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Per Gabri però Calvino era veramente troppo sabaudo; diceva: – È uno che cerca di tenersi stretto il suo lettore rassicurandolo con la scusa di storie ragionate in alambicco e vagamente comprensibili. Calvino per lei nascondeva le sofferenze senza commuoversi tanto quanto Pasolini, da buon friulano, ne faceva la linfa essenziale del suo verso. Lui, Pasolini, non avrebbe mai inventato Palomar, uno che guarda il mondo da un telescopio, e non si sarebbe mai ritirato sugli alberi come il barone rampante. Era uno che combatteva in trincea sul Carso ogni giorno con la sua penna, in onore ai reduci di guerra. Gabri amava Pasolini perché, come quando guardava a sé stessa, lo sentiva pieno di difetti: tutti i suoi libri sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi. Inesatti, magari, per nulla geometrici, ma capaci di affrontare la storia del mondo confessando senza filtri angosce e passioni inflessibili. Lui procede amando e accusando. E accusando chi non lo ama. Prende per la gola i suoi lettori. Agisce con un bisturi per radiografare il loro cuore ipocrita e le loro viscere più recondite. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Gabri, come il suo Pasolini, non poteva che esprimersi passionalmente, e ideologicamente, perché il suo dato di esperienza era una visione violenta, erotica, autobiografica del mondo. Gabri, mano nella mano con Pasolini, fiutava dovunque possibili lager, e vedeva in ogni burocrate un nazista potenziale. Da abbattere. Quando Gabri partiva con queste tirate, Bruno non ribatteva mai. Qualsiasi cosa lei dicesse non avrebbe mai potuto scalfire la sua passione per Calvino, tanto quanto non poteva dissuaderlo dall’impegnarsi nell’attività compulsiva che più amava: cancellare dai libri usati ogni traccia possibile di appunto. Pagina dopo pagina, con pazienza, anche per più giorni, per evitare di stropicciare le pagine del libro, di consumare l’inchiostro della stampa o di ammorbidire eccessivamente la costa. Cancellare tutti i segni possibili del passato per lui non era un hobby o una azione finalizzata alla attività commerciale, era un bisogno: una metafora del tentativo di tenere sempre pulita la sua coscienza dalle responsabilità o dai pareri altrui, per poter meglio galleggiare piacevolmente in un quotidiano dove aveva sempre bisogno di morbide certezze.

«Il segreto per superare la sua nevrosi ossessiva è un insieme di leggerezza e esattezza. Devi dare visibilità alla molteplicità delle cose ma senza perderti. Ricordati di cominciare e finire. Cominciare e finire. Sempre», gli aveva detto anni prima il suo psicanalista. E, allora, lui si applicava alla detersione delle note altrui con


dedizione e precisione, unendo la nuova passione letteraria e la vecchia dedizione da contabile.

A questo proposito, se dicono che Stendhal prendesse appunti sulla fodera del cappello, vi dico che non è stato il solo a scriversi addosso. Anche Bruno, il Dottor F. nella sua precedente vita, in prossimità delle chiusure fiscali era talmente ipnotizzato dal dovere da appuntarsi cifre dappertutto: scriveva sui polsi delle camicie, sul gilet, sulle bretelle. Facendo tornare sempre i conti ovunque. Per lui il numero era una ossessione, una paranoia da nutrire ogni giorno con cucchiaiate di calcoli esatti senza alcun computer ad aiutarlo. Negli anni, “Dottor F.” era diventato in ufficio una sigla e un ammonimento: nessuno pronunciava il suo nome di battesimo o il suo cognome per intero; per timore o riverenza era diventato una sigla, un avverbio e, soprattutto, una imprecazione. La sera quando tutto sarebbe cambiato, era tornato a casa verso le sette, aveva chiuso le porte e le finestre, il rubinetto del gas e dell’acqua e l’armadietto dei medicinali; aveva spento i fornelli e staccato la presa a tutti gli altri elettrodomestici. Era tutto sotto controllo: per la sua prima notte insonne da licenziato. Il Natale stava arrivando. Era una scadenza. Doveva finire la lista dei regali in fretta ed era in piena nevrosi: parola dopo parola, nome dopo nome, negozio dopo negozio, regalo dopo regalo stava compilando anche questa nota secondo i criteri del dare e avere. Finendo per scrivere anche fuori dal foglio, sul tavolo. Preso dall’enfasi, a un certo momento a Bruno sembrò quasi che le parole si muovessero. Si fermò un attimo e si strofinò gli occhi. E riguardò. A dire il vero si spostavano proprio e da sole. Mostravano una loro parabola, e lui iniziava a vederla solo in quel momento. E a stupirsi di quanto fosse incontenibile. Lui che le aveva sempre trattate come se fossero dei numeri di una partita doppia, commi di una legge ferrea a somma zero, sulla soglia del primo giorno di non lavoro improvvisamente le parole iniziavano a urlargli contro, a chiamarlo, addirittura pronunciando il suo cognome per intero. Una voce da anagramma. Inesatta. Così diversa da quella del numero. Talmente maleducata ai suoi occhi, da avere il coraggio di bussare ovunque con noncuranza. Un rumore insolente. Un ticchettio sempre più roboante. Vendicativo. Da restarci secchi. Gabri lo avrebbe trovato due ore dopo. Esatte. Geometricamente disteso sul tappeto, con i lombi in fiamme. Forse solo un milanese nato a Brera – e sino ad allora dirigente amministrativo di una multinazionale – poteva pensare di svenire così.


Concluse in quel momento che lo doveva aiutare e decise di rilevare la bancarella di libri di un suo amico. Per salvarlo; e per salvare entrambi. D’altronde, come diceva Scerbanenco, se riescono a sopravvivere al sabato per i milanesi la pazzia è un male come un altro; non ha nulla di intenso o di eccezionale. E, soprattutto, la miglior cura è il lavoro. Un altro lavoro. Passavo ogni mattina davanti a loro, al banco colmo di libri distribuiti con vago ordine estetico ma con irreprensibile vigore da catalogo: da sinistra a destra erano esposti per genere, come avrebbe voluto Bruno, ma non in ordine alfabetico, come gli aveva imposto Gabri. Non sempre mi fermavo, ma li salutavo sempre. E, quando mi fermavo, un libro lo compravo. Mi piaceva chiedere un consiglio a entrambi, per vedere come si accapigliavano proponendomi sempre autori contrapposti: Calvino contro Pasolini, certo, ma anche giallo versus poesia, americani contro russi, medicina contro omeopatia etc. Dopo averli visti odiarsi davvero sceglievo, facendo finta di aver capito e di compiere un’azione dotata di presumibile senno. Col tempo eravamo entrati in confidenza e, diventati quasi dei buoni amici, mi avevano chiesto di chiamarli da lì in avanti con i loro “nomi di battaglia”, un vezzo che si era diffuso nella sinistra degli anni settanta a rievocare il tempo dei partigiani, non chiedetemi perché. Così, nell’arco di pochi mesi, alla fine ero stato a cena da Umberto e Dolores, i miei nuovi amici con nuovi nomi, in due o tre occasioni. Erano serate lunghe come si usava una volta, alla fine degli anni ottanta, poco prima del crollo del muro; dove si parlava di USA e URSS, del socialismo irreale e del capitalismo reale, e non poteva mai mancare il Sudamerica o Cuba, come fulgido esempio di democrazia e progresso potenziale. In ossequio alla cultura post femminista del tempo, Umberto cucinava mentre Dolores stava con me a chiacchierare coi capelli raccolti a volte in uno chignon, a volte in due treccine sui lati che scendevano sin quasi sulle spalle. Nell’attesa bevevamo vino rosso e fumavamo molto, a parte nei periodi in cui lei stava cercando di smettere e allora provava a sostituire la sigaretta con un Chupa chupa. Li ho visti sempre insieme. Sempre. Ma quella mattina d’estate torrida Dolores non c’era, per cui Umberto avrebbe avuto campo libero nel consigliarmi i suoi amici, gli “storyteller” delle Americhe. Prima di conoscerli, da lettore ero sempre stato pigro e avevo sempre preferito quotidiani o riviste ai racconti e ai romanzi. Dunque, solo grazie a Umberto e alla sua accondiscendenza sono stato in


qualche bar di Sunset Boulevard con Bukowski, a San Francisco ad ascoltare bebop con Kerouac, nelle lavanderie a gettone di Carver, in coda sull’autostrada con Cortázar. Prima che li comprassi, lui i libri iniziava a raccontarmeli a voce e anche quella mattina ci provò con Cronaca di una morte annunciata di García Márquez, di cui un paio d’anni prima era uscito il film di Francesco Rosi. Ma, per essere sinceri, e con tutto il rispetto per Macondo, il mio problema era che mi mancava da giorni una bella dormita in pace, a occhi veramente chiusi; di quelle che schiariscono la mente e ritemprano. Su consiglio di un dottore biondissimo del Policlinico, anch’egli assiduo frequentatore della bancarella e probabilmente lontano parente di Konrad Lorenz, una mattina avevo sfogliato un testo che mai né Dolores né Bruno mi avrebbero consigliato. Secondo l’autore, un certo Sirin, il sonno avrebbe stimolato l’intuitività, la riorganizzazione delle memorie perdute o sedimentate in modo instabile o leggero durante il giorno. Il sonno, insomma, sarebbe stata la sede dell’apprendimento vero. Quindi: dovevo dormire. Per capire meglio cosa stava succedendo. Cosa mi stava succedendo. Grazie alle parole del dottore, e davanti allo sguardo inebetito di Umberto, dopo qualche secondo, tenendo sempre gli occhi aperti e in preda a una vaga sinestesia, iniziai così a bramare con tanto di colori e suoni il sonno perfetto dei delfini; che fanno riposare un emisfero cerebrale alla volta, senza mai disconnettersi del tutto dalle cose e rimanendo vigili rispetto ai pericoli e la ricerca di cibo. Oppure il sonno degli uccelli, che romanticamente ripassano durante la notte le melodie imparate di giorno. Optai alla fine per il sonno dei topi, che mentre dormono sognano di uscire dalla loro tana o dal labirinto del loro sottosuolo per scorrazzare liberi. Decisi, nello specifico della proiezione, che sarei stato un topo di montagna, una delle poche specie di mammiferi – il tre per cento del totale – che è monogama e si innamora davvero. Infatti, ero innamorato davvero. Di Gabri. Anzi Dolores. Durante la notte precedente, l’ennesima notte bianca, decisi di tentare il tutto per tutto dopo aver avuto una illuminazione: il problema era la mia faccia e se non l’avessi cambiata Dolores non si sarebbe mai decisa a stare con me. Ma che faccia poteva piacere a una donna comunista? Perché qualche anno fa le donne comuniste esistevano davvero. E Dolores era una di queste. Tutta d’un pezzo. Le mie contemplazioni si consumavano sospese tra il buio dei palazzi di piazza Udine, senza dubbio la più polacca delle piazze di Milano, dove abitavo; come se fino ad allora avessi seguito tutta la storia da un davanzale, un punto di vista


obbligato in cui l’innamoramento s’aggirava attorno al desiderio senza la forza di toccarlo. Limitandomi a osservarlo a distanza, mi sentivo un po’ come il ragazzo del Decalogo di Kieślowski, nell’episodio Non desiderare la donna d’altri: il tizio col telescopio che sbirciava la vicina con dedizione da entomologo. Come la donna del film, magari Dolores mi avrebbe sedotto ma non mi avrebbe mai amato, e mi avrebbe ucciso come il ragno femmina dopo il mio orgasmo precoce con la frase: – Ecco, è tutto qua l’amore. Lasciare una testimonianza che potesse evaporare prima di essere colta, dissolta sulla scia delle sue periferie sensibili, lasciandomi impigliato in uno stato di perplessità: questo mi sembrava l’obiettivo della sua tela. Così, non solo Dolores non l’avevo mai vista nuda, ma non riuscivo nemmeno a immaginarla. E questo era un grande problema. Che rapporto aveva lei con il suo corpo? Lo viveva come forza propulsiva del desiderio o come ingovernabile zavorra? E come aveva reagito quel piacere, mentre io ero ancora alle medie, alle prove di un consumismo a portata di mano e a quel piccolo benessere da moglie di un temuto dirigente? Quel benessere ne aveva placato le pulsioni o erano ancora vive? Ogni volta che le donne di Kieślowski fanno l’amore, il loro sguardo fugge altrove e la loro voce si fa udire da una terza persona. Ecco magari quello sono io. Ecco, chissà quante volte Dolores mi avrebbe voluto parlare appena dopo aver finito di fare l’amore con suo marito. Per questo avrei voluto avere in quel momento una fisionomia indimenticabile, degna delle sue lenzuola. Invece, intontito e goffo, stavo confusamente rovistando nel taschino della giacca per cercare i Ray-Ban a goccia utili a coprire le occhiaie, quando alcuni cubetti di ghiaccio giù per la schiena mi risvegliarono d’un botto. Era Dolores. A lei piaceva il freddo. Se non mi fosse stata davanti sicuramente mi sarebbe scappato un “Pasolini” come imprecazione; ma ovviamente me lo tenni accuratamente in bocca. Però, al netto di qualunque reazione, quale era il senso di quel gesto? Perché lo aveva fatto? Era tornata di corsa per me… o forse solo per vendermi un altro romanzo russo che a lei piaceva ma che non avrei mai letto? Mentre, compiaciuta, mi aiutava a togliere i cubetti dalla camicia, di nascosto per farsi perdonare mi regalò una copia di Lolita. – È un romanzo russo, ma è stato scritto in inglese e sembra di un americano – aggiunse sottovoce al mio orecchio. A me sembrò una splendida dichiarazione d’amore.


Nota ai lettori Cari lettori, anche la seconda edizione del concorso si è conclusa, siamo molto felici di presentarvi la prima raccolta dei dieci testi finalisti. Racconta un libraio è solo alla sua seconda edizione, eppure ci ha già sorpresi, perché diversi autori che sono arrivati in finale, nel 2015 e anche quest'anno, hanno intrapreso un percorso proficuo o hanno continuato quello che avevano già intrapreso. In ordine cronologico, Marco Cavaliere, vincitore della prima edizione, ha vinto il Premio Chiara Inediti; nel 2018 Andrea Siviero ha pubblicato un racconto nella raccolta Illusioni, ovvero tredici modi di raccontare i quadri di D Editore; Laura Frassetto, finalista alla prima edizione, ha pubblicato un romanzo dal titolo La terra dei sussurri con Elliot Edizioni; e anche Emanuele Finardi, finalista di quest'anno, ha pubblicato la raccolta Il paradosso del respiro con Ensemble. Queste conferme da parte di case editrici e di altre giurie non possono che renderci orgogliosi, continueremo a leggere i racconti di chi vorrà narrare di librai: il concorso nasce infatti per portare l'attenzione di autori e lettori su una figura della filiera editoriale che riveste un'importanza sempre maggiore in un periodo non facile. Il racconto vincitore, Eusebius Schnell di Valeria de Cubellis è stato pubblicato su Altri animali, il blog di Racconti edizioni. Il secondo e terzo classificato, rispettivamente Quasi come un racconto russo di Emanuele Finardi e Impressioni sul Longo di Simonetta Spissu sono stati ospitati dal blog Spazio B di Add Editore. È finita qui? No! Quando abbiamo annunciato i vincitori del concorso, abbiamo anticipato anche l'uscita dell'ebook con tutti i dieci racconti finalisti. Eccolo qui. Ringraziamo la redazione di Tre Racconti che, con la competenza alla quale ci ha abituati, è stata decisiva nella selezione dei finalisti; ringraziamo Stefano Friani, Emanuele Giammarco e Leonardo Neri di Racconti Edizioni; Enea Brigatti, insieme a tutta la redazione di Add Editore; grazie alle allieve del Laboratorio di editing Apnea di Francesca de Lena, per aver collaborato


insieme a noi nella delicata fase di editing dei racconti; un sentito grazie va ai giurati: Maddalena Fossombroni della libreria Todo Modo di Firenze, Andrea Geloni della libreria Nina di Pietrasanta, Caterina Biso della Nuova Avventura di Marina di Carrara, Leonardo Giovacchini della Tra le righe di Pisa, Cecilia Maffei dellarinascita di Empoli, Talitha Ciancarella di LuccaLibri e Paolo Zardi. Ăˆ il momento di scoprire anche i racconti degli altri finalisti: speriamo vi coinvolgano tanto quanto hanno coinvolto noi, come lettori e come editor. Buona lettura! Lorena Bruno e Andrea Siviero

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Racconta un libraio 2018 | I finalisti  

I dieci racconti finalisti alla seconda edizione del concorso letterario Racconta un libraio.

Racconta un libraio 2018 | I finalisti  

I dieci racconti finalisti alla seconda edizione del concorso letterario Racconta un libraio.

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