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n°5

2018

Dedicata a Topolò e alla Postaja per i suoi venticinque anni Posvečeno Topolovem in Postaji za njeni petindvajseti rojstni dan


n°5

2018

A Topolò e alla sua Stazione, ai topoluciani e ai loro ospiti Topolovem in njegovi Postaji, topolučanom in njihovim gostov


Letošnja zima v Topolovem ni bila običajna zima. Drva so kopnela hitreje kot sneg, voda v potokih in oblakih se je neprenehoma množila. Hiše so se zlivale z mehko meglo, rdeče strehe so sivele pod mrazom. Vsaka v svoji kamri smo se Vida, Dora in Janja, zavite v debele odeje, spuščale v branje težkih in malo manj težkih knjig ter dan za dnem prihajale bližje idejam, spoznanjem in smernicam, ki jim želimo slediti na svojih poteh. Zakaj smo izbrale Topolo, kdo nas je prepričal, čemu smo vztrajale? Morda odgovori niso tako jasni, pa vendar. Vsaka izmed nas je na določeni točki svojega življenja v tej vasi spoznala, da je kraj, da so ljudje v tem kraju, zgodbe, ki v njem nastajajo, nekaj, za kar je vredno samoumevno udobje zamenjati za morda bivanjsko nekoliko bolj zahtevno izkušnjo. Ob raziskovanju teme domačnosti v prejšnji številki R o b i d e, je v nas podoba Topolovega kot nečesa domačega sredi divjine neprestano čakala, da ji namenimo svojo pozornost. Zato smo se kot poklon vasi, ljudem in Postaji odločile, da zberemo skupaj arhivsko gradivo, stare fotografije, pregledane kataloge, lastne spomine, nove zgodbe in sanje in tokrat pišemo primarno o Topolovem in vsem, kar v naših percepcijah in srcih nosi ta prostor. Celota ne bo nikoli zaključena, saj je vsak od nas na popolnoma drugačen način zaznamovan z izkušnjo kraja. Vendar si želimo, da bi ob branju te revije, morda zaživeli spomini in se rodili novi dialogi, da bi se oglasila tišina in bi zadišalo po neskončnem gozdu. Nekaj, čemur je tu nemogoče ubežati. ( J)


Tre piccoli possibili editoriali

Dora Ciccone, Janja Šušnjar, Vida Rucli

La storia recente verrà scritta, speriamo dai nostri giovani, ai quali affidiamo il nostro ed il loro futuro. (Topolò. Racconto sulle origini di un paese delle Valli del Natisone, 1994) R o b i d a nasce a Topolò e qui ritorna, in ogni numero in modo diverso: i temi sui quali decidiamo di riflettere e invitare gli altri a riflettere sono sempre legati a questo piccolo paese delle Valli del Natisone. Non è possibile parlare di R o b i d a senza parlare di Topolò e mi sono resa conto che anche all’inverso si presenta lo stesso problema, ma forse non è un problema, forse è proprio quello che è successo alla Stazione inaugurata venticinque anni fa a Topolò e forse è per questo che anche noi che qui siamo cresciuti, abbiamo voluto dedicare al paese e alla sua Stazione un nostra riflessione. La storia del paese è cresciuta e si è inevitabilmente intrecciata con quella della Stazione di Topolò/Postaja Topolove e con quella di coloro che ogni anno hanno raggiunto questo paese, l’hanno visto cambiare e nel tempo iniziato a conoscere. Oggi sono in molti quelli che continuano a salire, ma anche loro sono cambiati insieme alla Stazione, insieme a Topolò. Sono proprio loro quelli che abbiamo interpellato e mi piace pensare che anche di loro sia difficile parlare senza parlare di Topolò. Topolò è ancora un nome sconosciuto agli amici ai quali mi capita di parlarne. In venticinque anni molto è cambiato, ma la curiosità di chi ci raggiunge per vedere e conoscere in prima persona questo paese è sempre la stessa. Forse oggi abbiamo più parole per descrivere questo luogo, ma non sono ancora abbastanza. In questo numero di R o b i d a ci siamo proposti di raccogliere testi pubblicati nei cataloghi che annualmente la Stazione realizza, testi originali di topolonauti che hanno un legame forte con il paese, di artisti e amici che a Topolò si sono fermati e sono tornati incuriositi dal nome e innamorati di un luogo. (D)

Per alcuni di noi, parlare della nostra vita e della nostra identità senza parlare di Topolò sarebbe impossibile. Lavorare a questo numero di r o b i d a è stato dunque anche un conoscerci meglio, un prendersi in mano e leggersi. Abbiamo deciso di iniziare a studiare il paese (e studiarci) a partire dai suoi luoghi, che sono ciò che del passato resta di più tangibile e ciò che ti permette di immaginare un futuro. E attraverso i luoghi chiave del paese e della Stazione abbiamo tentato di conoscere anche i suoi abitanti e la sua storia. Il confine, il paesaggio, il Koderjana, il mulino, le Ambasciate, l’Auditorium, la Sala d’aspetto, la scuola, la Pinacoteca, la Biblioteca, la Posta, il Cinema e l’Aeroporto sono i luoghi che abbiamo scelto: luoghi presenti, luoghi passati, luoghi immaginati, luoghi dell’anima affrontati attraverso una ricerca di materiale d’archivio - lettere, vecchi testi, idee di progetto - e creativamente, invitando amanti di Topolò a scriverne. Alcune sono storie leggere, di un passato che così leggero non è mai esistito, almeno recentemente. Storie, quasi fiabe, legate a luoghi reali del passato di Topolò. Non si chiedono perchè quel determinato luogo non esista più, perchè una gran parte di Topolò sia scomparsa. Altri testi sono concreti e pensano al futuro permettendoci ancora di immaginarne uno nuovo per Topolò, dove ci vediamo inclusi anche noi e del quale ogni giorno ci prendiamo cura. (V)


Prima parte In questa prima sezione raccogliamo testi scritti tra il 1995 e il 2018 da artisti della Stazione, passanti, entusiasti, abitanti di Topolò. Tutti in modo diverso ci raccontano di una Topolò dell’anima.

Topolò

di Patrik Gariup

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1994

Guida alla Stazione di Topolò tratto da A spasso per la Benečija

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aggiornato 2018 (originale 2004)

Stazione di Topolò : Postaja Topolove di Stefan Dalović

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2000

Catalogo : Katalog

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Vedere cosa di notte la marea deposita intervista a Moreno Miorelli

.16

1997

di Sofia Miorelli 2018

Topolò

di Gianfilippo Pedote, Alina Marazzi, Giorgio Collet

.20

1997

Sine-Stazione di Alma Mileto

.22

2017

Quel pane...

di Patrizio Esposito

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2018

Ascoltare l’abbandono di Maria Moschioni

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2014

Si kdaj živel v vasi, kot da bi bila tvoja hiša? Janja Šušnjar

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2018

Intervista a Renzo Rucli di Matteo Vianello

.32

2018

C’era una volta... Topolò Memory Map

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di Giuditta Nelli 2007

A possible future for Topolò New map of Topolò by Studio Wild 2018

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Indice

Seconda parte La seconda sezione è dedicata ai luoghi di Topolò e della Stazione: luoghi reali, immaginari o passati. Ogni sezione è aperta da una mappa che serve anche da indice della sezione stessa.

Confine : meja

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Paesaggio : krajina

.52

Koderjana

.64

Mulino : malin

.74

Ambasciate : embassies

.82

Auditorium

.98

di Piero Zanini e Anja Medved

di Vida Rucli, Iztok Osojnik, Janja Šušnjar

di Serafino Loszach, Janja Šušnjar, Laura Savina

di Studio Wild

di Jan van der Ploeg, Jesse van der Ploeg, Julian Dashper, Marie Shannon, Per Platou

di Alma Mileto

Sala d’aspetto : čakalnica

.104

Vecchia scuola : stara šola

.110

PUT

.114

Biblioteca : Knjižnica Valentino Gariup

.120

Posta : pošta

.132

di Miha Obit, Srečko Kosovel, Miljana Cunta, Peter Semolič, John Hirschman, Sofia Miorelli di Alma Mileto

di Guido Scarabottolo, Piero Zanini, Serafino Loszach

di John Hogan, Aljaž Škrlep

di Piermario Ciani

Cinema : kino

.140

di Dora Ciccone, Gregor Božič, Istituto di sociologia cinefila

Aereoporto : letališče

di Tommaso Chiarandini, Matteo Vianello, Marco Mangano

.150

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Moja vas se kliče Topolove, ker kadar tu ni bila vas, je bla na velika host puna topolov. Topolove je v občini Grmek, v sred briega Škarje. Telo vas so začel zidát skoraj 1000 liet nazaj, kar je bla vojskà proti Turkiji. Parve hiše so začel zidat v Zastrižnici, kjer je biu an lep prestor za se skrit. Kar vojskà je končala, so začel zidát, kjer je vas sada. An takuo za nardit hiše an vrte so usekali veliko an sada so samo še tri topoli.

Il testo è stato scritto da Patrik Gariup, allora bambino, nel 1993. Ora Patrik ha 32 anni e vive a Cividale. Il testo è stato pubblicato nel catalogo dellaprima Stazione nel 1994.

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Guida alla Stazione di Topolò


Guida alla Stazione di Topolò tratta da “A spasso per la Benečija” versione aggiornata

Durante le nostre ricerche nei cataloghi di Stazione Topolò delle scorse edizioni abbiamo incontrato questa Guida alla Stazione, scritta e pubblicata nel 2004. Ci è da subito sembrato che l’autore del testo avesse una penna finissima e dopo complesse ricerche per pervenire al suo nome, siamo riusciti a contattarlo e chiedergli, dopo quattordici anni, un aggiornamento della suddetta Guida. Buona lettura e buon viaggio a spasso per Topolò!

... Lasciatoci alle spalle il paese di Clodig-Hlodič con le sue ottime trattorie, risaliamo la valle formata dal corso del rio Koderiana. Dopo poche centinaia di metri si incontra il paese di Seuza-Seucè e, sulla sponda opposta della valle, si intravedono i tetti di Sverinaz-Zverinac. I due borghi sono stati per molti anni uniti tra loro dal camminamento che sovrastava la diga sul Koderiana, opera tra le più ardite nella storia delle grandi costruzioni pubbliche. Realizzata nel 1938, in pieno orgoglio nazionalistico e quale segno dell’impegno del Governo verso le popolazioni delle Valli del Natisone, il manufatto venne smantellato dagli abitanti dei paesi sottostanti, grati ma seriamente preoccupati dall’ eventualità di una catastrofe. Resti dell’opera si possono ancora incontrare nella zona, oggi boschiva, o incastonati nei muri di alcune case. Dopo 3 chilometri di leggera salita si giunge finalmente a Topolò. Il paese appare improvvisamente, come un diamante incastonato tra le verdi pendici della montagna. Si parcheggia in località Potok, che è anche l’Auditorium nel quale si svolgono i concerti di più vaste dimensioni come quello, storico, inaugurale, con l’Orchestra sinfonica giovanile YMISO. Prendendo la strada che si diparte verso destra, si incontra il primo degli strumenti a perdifiato, dono del vicentino G. Morbin (leggere le istruzioni affisse) e, proseguendo, in basso, Casa Juljova, donata da un benefattore di Topolò affinché diventi luogo di accoglienza e creatività. L’edificio è impreziosito al suo interno da geometrici affreschi del pittore olandese J.Van der Ploeg e ospita l’Ambasciata di Nuova Zelanda / Aotearoa e l’Earth Water Institute, fondato dall’artista tedesco Ulay. All’ultimo piano, la Pinacoteca Universale di Topolò, voluta dal grafico G. Scarabottolo che accoglie centinaia di riproduzioni di quadri appartenenti alla storia dell’arte e realizzati da artisti e comuni cittadini. In una ulteriore stanza sono contenuti i volumi della Biblioteca del Cuore “Valentino Gariup - Drjonu”, progettata da E. Ackerman e J. Hogan; si tratta di una raccolta di testi donati, uno per ogni donatore, da persone che hanno visto la loro vita cambiare o modificarsi grazie a un libro. V. Gariup era uno studioso autodidatta, storico e geografo di Topolò, proprietario di una vastissima raccolta di testi riguardanti tutte le lingue e le grafie slave, raccolta inopinatamente data alle fiamme alla sua scomparsa. Sulla sinistra, il piccolo edificio della Posta di Topolò-Pošta Topolove; fondata da P.M. Ciani nel 2002, la Posta di Topolò si rivolge soprattutto, attraverso particolari annulli, francobolli, timbri e altro materiale cartaceo, a Stati impossibili da raggiungere con i mezzi ordinari, quando non a Stati di coscienza. Sempre proseguendo, sulla sinistra si incontrano le rovine di una delle tre antiche sinagoghe di Topolò, probabilmente quella detta “ashkenazita”. Rimangono i muri perimetrali e le finestre vuote di quello che fu il centro di una delle più importanti comunità ebraiche del centroeuropa. I documenti, recentemente portati alla luce dallo storico D. Casali, hanno precisato i rapporti intensi che la comunità di Topolò intratteneva in particolare con l’ambiente musicale praghese e viennese. A creare una biforcazione stradale è la piccola casa sede, dal 1997, delle Ambasciate di Olanda e Repubblica Ceca. Non deve stupire la presenza di istituzioni così prestigiose nel paese di Topolò, necessario supporto all’andirivieni di passeggeri verso nord-ovest e verso nord-est. La casa reca, al suo esterno, un affresco dell’artista olandese J. van der Ploeg. Confinante con la sede diplomatica ecco la Casa Blu-Luščakova hiša, uno degli edifici più apprezzati dal forestiero, che ne coglie facilmente l’antica fattura ancora ben conservatasi. Ma ritorniamo sui nostri passi e, all’altezza della moderna fontana disegnata dall’architetto

Guida alla Stazione di Topolò

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R. Rucli, prendiamo il viottolo che, a sinistra, abbandona la strada maestra. Passiamo sotto un portico e soffermiamoci ad ammirare l’incantevole scorcio datoci dagli edifici in pietra e dal selciato che ne completa il quadro. Poco oltre, sulla sinistra, l’Istituto di Topologia di Topolò, voluto dall’architetto e geografo P. Zanini. L’istituto polivalente promuove studi concernenti l’indagine a 360° circa i luoghi periferici e, altresì, ospita importanti simposi di matematici riguardanti, appunto, la topologia; senza dimenticare che tale termine definisce anche una terza disciplina che è lo studio di Topolò. Al termine dell’edificio, una targa ci avvisa che siamo di fronte all’Ambasciata di Norvegia, inaugurata, con fastosa cerimonia, da P. Platou. Proseguiamo. La stradina, scendendo, svolta a gomito proprio dov’è una fontana decorata sempre dal Van der Ploeg. Pochi passi e si incontra, sulla sinistra, la piazza sede del cinema estivo e delle rassegne video dove registi italiani e stranieri proiettano in anteprima le loro opere. A lato, una piccola casa ospita il Caffè Dora, storico punto di ristoro e oasi di meditazione, gestito non a fini di lucro, ancora oggi, dall’omonima proprietaria e fondatrice. Al limitare del borgo, l’ultimo edificio del paese ospitava la vecchia scuola elementare, chiusa nel 1977. Oltre, nel folto, l’incantevole Stamorčak, dove si incontrano due rii, creando sorprendenti sonorità (vibrafoni d’acqua naturali). Il sito, per i suoi piccoli, pietrosi crateri e per una acustica particolare, è sede di leggende riguardanti le mitiche krivapete, creature abitatrici dei corsi d’acqua e delle grotte. Impressionante, più avanti nel sentiero, proprio la grotta denominata “od Kralja Matjaža”, ahinoi, oggi inesplorabile . Torniamo sui nostri passi e risaliamo la stradina che si inerpica verso il paese alto (Gorenja Vas) tra orti e vigne. Proprio alla base della breve salita, si trova un crocifisso dipinto da C. Miorelli, per poi giungere nella piazzetta centrale, con le sue belle case, restaurate sul finire del XX° secolo dall’arch. R. Rucli; alcune sono adibite ad accogliere il viandante o il turista amante della pace e della tranquillità. La casa ad angolo (numero civico 22) è stata, negli anni ’90, il laboratorio dell’avventura pittorica di Serafino Loszach, straordinario e instancabile disegnatore autodidatta. Il semiinterrato ospita, invece, l’Officina Globale della Salute, prestigioso istituto che promuove l’incontro tra scienza e creatività e la cui fondazione è opera dello scienziato italiano M. Raviglione. L’edificio è anche sede dell’Ambasciata dei Cancellati, rifugio e tetto per chiunque abbia subito le storture della Storia e le assurdità della burocrazia. Si sale, sempre, ed ecco la fontana progettata dall’americano J. Hogan. Una leggenda popolare indica quest’acqua come avente particolare qualità nel favorire i concepimenti. Scendendo sul sentiero erboso, eccoci nel luogo denominato Meja e contraddistinto da un masso erratico e dalla presenza della creatura in ferro realizzata nel 1995 con materiale recuperato a Topolò dai facenti parte del centro sociale Tienamment di Napoli. In lontananza, i resti imponenti delle Topolovske Toplice, le antiche terme di Topolò (progetto di recupero di A. Zucchi e A. Della Marina). L’edificio a fianco, in pietra, era lo studio-biblioteca di Valentino Garjup-Drjonu. Si sale, e si giunge nella piazza grande di Topolò, dominata dalle strutture del chiosco. Si sale, e si giunge alla Chiesa, edificata nel XIX secolo e dedicata a San Michele Arcangelo (mosaico con San Cristoforo sulla facciata). Al suo interno, notevolissima una grande terracotta raffigurante la Natività, opera di I. Dal Col. Il panorama si fa maestoso. Sul lato opposto alla chiesa, il monumento di D. M. Bortolot “el cielo no tiene frontera”, una riflessione sul divieto d’immagine, vigente fino a pochi anni or sono. Al suo interno è cementata una vera macchina fotografica Polaroid. Da qui, si diparte il Sentiero degli artisti, sentiero che, attraverso il bosco, porta ai confinanti borghi sloveni di Livek e Livske Ravne. Per quasi 50 anni il transito fu qui vietato e il sentiero non segnalato dalle mappe (come anche l’abitato di Topolò) a causa della prossimità con la cosiddetta cortina di ferro. Lungo il percorso, installazioni di artisti internazionali. Ritornando alla chiesa, si prosegue in direzione nord verso la fine della strada asfaltata. Sulla sinistra, un’arca in cemento progettata dal cileno R. Vivar, “El Baul de los secretos”; il manufatto contiene le memorie e i segreti (foto, messaggi, oggetti, video ecc.) degli abitanti di Topolò. L’arca, com’è inciso sul frontale, verrà aperta nel 2125, tra cinque generazioni, dai discendenti o dai nuovi abitatori del paese che troveranno così una straordinaria testimonianza del loro passato. Più avanti, il cimitero, ultima dimora, con il

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Guida alla Stazione di Topolò


monumento ai partigiani caduti per la libertà. L’interpoderale prosegue fino quasi ai cippi di confine, in località Javorsca (bellissima faggeta), dov’è posta la stele con inciso il testamento spirituale di Antonio Neiwiller, uomo e artista di confine; il testo riflette lo spirito della Stazione. Il confine, ben visibile in paese da più punti di osservazione, corre alle spalle di Topolò, lungo la cresta del monte Kolovrat (dove il giovane tenente Rommel diede prova del suo ingegno tattico durante la battaglia di Caporetto). La linea di separazione tra le due nazioni scende, poi, fino a mezza montagna, inglobando le case di Livške Ravne, per risalire ancora sulla cresta. Sempre dal borgo, erano ben visibili, di notte, le tre luci rosse intermittenti poste al termine della pista di atterraggio dell’Aeroporto di Topolò, sito in località Oznebrida dov’è l’ampio altopiano. L’aeroporto ebbe sul finire del XX° secolo una breve gestione da parte della compagnia aerea double-low budget Ingold Airlines. Il vecchio aeroporto, sito invece su un’ampia scarpata, venne chiuso, arato, dalla popolazione nel 1940, per evitarne un uso bellico e le sue conseguenze, come ha rivelato l’Archivio dell’Aviazione Civile esaminato da C. Della Libera. È ora di tornare a valle. La Stazione, inaugurata nel 1909 (studi e documenti di S. Dalović, L. Paic, R. Paci Dalò) non riposa. Incrociamo l’ultimo convoglio, quello che lascia Cividale alle 19.58 per giungere alle 20.28. La linea, progettata da P. Vischi e fortemente voluta dalla popolazione, conta dodici viaggi da e dodici viaggi verso Cividale con dieci fermate intermedie. Com’è difficile oggi immaginare la vita delle Valli senza questo prezioso servizio ferroviario, simbolo di progresso e di costante sensibilità verso chi abita le nostre montagne. Topolò-Topolove si trova a 600 m.s.l. e conta 15 abitanti. Info: numero verde: 800-1600-2400

Stella, opera di Gilberto Zorio, 1997

Guida alla Stazione di Topolò

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Stazione di Topolò Postaja Topolove

Stefan Dalović

La Stazione di Topolò, Postaja Topolove secondo la toponomastica slovena, si raggiunge per terra e per mare. Linee principali giungono da Mosca e da Londra e innumerevoli linee secondarie arrivano da luoghi quali Budapest, Palermo, Napoli, Cividale, Trieste e anche Thessaloniki e Lecce. La ferrovia venne inaugurata nel 1917 in una giornata un po’ afosa ma gradevole, in fondo. Per mare giungono navi e battelli che risalgono la valle del Natisone. Il letto del fiume è molto ampio e ciò permette una navigazione senza problemi anche a grossi bastimenti che solitamente trasportano tessuti, spezie provenienti dall’Oriente, libri. Stazione Topolò è più che una stazione. L’edificio accoglie una biblioteca in gran parte sotterranea che ha ereditato migliaia di volumi, in rotoli, salvati per miracolo dall’incendio della biblioteca di Alessandria. I sotterranei sono ampi e ben organizzati in modo da garantire sufficiente aria per coloro che li frequentano. In diversi punti un sapiente gioco di specchi permette di godere della luce del sole e di apprezzare codici e miniature con una luce naturale. Da sempre Stazione Topolò raccoglie studiosi provenienti da ogni parte del mondo che hanno qui la possibilità di accedere a documenti e informazioni di prima mano. Insieme a Sarajevo, Stazione Topolò è un crogiolo di etnie e culture che convivono e prosperano. Non è difficile incontrare tra i corridoi dell’edificio e nei vialetti del parco ebrei, musulmani, cristiano ortodossi, agnostici, atei impegnati in interminabili discussioni durante le quali l’universo intero viene continuamente sovvertito e riformulato a seconda del flusso della conversazione. Molte sono le lingue parlate e capite a Stazione Topolò e tutti i bambini crescono con almeno 12 differenti vocabolari di cui uno unicamente affidato ai suoni, perché è di grande importanza a Topolò giocare con le lingue. Le stagioni sono molto normali. D’inverno fa freddo (un freddo secco), d’estate è caldo e solo alla sera si alza una brezza fresca, simile a quella che si può ritrovare a Roma passeggiando nelle vicinanze di Piazza Navona nelle notti estive. La primavera è appropriata e vagamente piovosa,

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Stazione di Topolò Postaja Topolove, Stefan Dalović

specialmente durante il mese di marzo e l’autunno è il momento nel quale molte conversazioni si interrompono di fronte all’evidente mutazione dei colori degli alberi. Nessuno spazza le foglie dalle strade perché il tappeto di colori è considerato quasi sacro e sarebbe veramente strano pensare di fare a meno del piacere di osservarlo. Stazione Topolò è un posto strano. Si mangiano spesso panini anche nei posti eleganti e il sistema idrico della città ha sempre un doppio rubinetto: uno per l’acqua, l’altro per il succo di mele di cui tutti, ma proprio tutti, sono ghiotti da morire. Le strade sono fatte di materiali diversi di modo che, a seconda del materiale, il transitare produce un suono diverso. Questo crea concerti spontanei e i bambini e gli anziani sono tra i più accaniti utilizzatori di questo sistema costruito nel 1897 e inaugurato il 13 luglio in una giornata molto tranquilla, quando nessuno era in città a causa di una festa in alta montagna organizzata dall’allora Kaiser. Grande fu la sorpresa quella notte quando i topolovini tornarono in città e il loro semplice camminare creava suoni. Tuttora i cittadini sono molto orgogliosi di questo sistema unico al mondo. Tra gli eventi sorprendenti si ricorda l’arrivo dei cosacchi nel 1919 (vent’anni prima di un altro, più tragico, viaggio). Arrivarono con tutto. Mobili, bagagli, cibi, cammelli, tende. Sfilarono per le vie di Topolò e si sistemarono nella parte a nord del fiume, fino a quel giorno considerata una zona un po’ abbandonata. Dal loro arrivo si moltiplicarono le feste notturne e i bambini topolovini aggiunsero un’ulteriore lingua, un dialetto del sud della Russia, al loro già sterminato vocabolario. Per un qualche miracolo della storia Topolò fu sempre risparmiata dai facimenti e disfacimenti dei vari imperi europei. Sotto quello di Austria-Ungheria, Topolò venne considerato un luogo di transito dispensato dalle leggi e dalle consuetudini dell’Impero. Durante il nazismo gli venne garantita una inconsueta libertà a tal punto che diventò un posto importante per coloro, i molti coloro, che non la pensavano come l’ometto chiamato Adolf.


Ebrei, comunisti, zingari e tanti altri trovarono a Stazione Topolò un luogo di quiete e studio. Era diventato così famoso che un verbo venne coniato a quel tempo: topolare. Che significa più o meno un’azione multipla fatta di leggere, cantare, suonare, ballare, dormire contemporaneamente. Ed è nel giardino pensile della Stazione Topolò che al cittadino temporaneo Michele Pozvitij venne nel 1797 l’intuizione della trasmissione senza fili (ben prima di Popov e Marconi). È da lì, c’è ancora una targa a ricordarlo, che venne realizzato il primo esperimento di trasmissione tra il giardino e una torre a due miglia di distanza. Un suono piccolo piccolo, niente di più che una vocetta gracchiante, ma sufficiente a inaugurare una nuova era. Testo pubblicato nel catalogo della Stazione di Topolò nel 2000.

La vecchia scuola di Topolò, ora una delle sedi della Stazione

Stazione di Topolò Postaja Topolove, Stefan Dalović

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Catalogo Stazione di Topolò, 1997

Alle presenze che di anno in anno vengono invitate a Topolò non viene richiesta la realizzazione di un’opera. Se l’opera c’è è nel loro salire (e dei visitatori) verso un luogo che le mappe ignoravano, dove la Storia ha dato sovente il peggio di sé, soprattutto in questo secolo. Involontariamente Topolò-Topolove è diventato una piccola metafora, un microcosmo dove l’idea di confine la fa da padrona con il suo bagaglio di blocchi e di stimoli. Ma non c’è solo il confine. Chi viene invitato si confronta istintivamente con ciò che trova. Ognuno ne riceve stimoli diversi: l’architettura, le vicende vissute, i ritmi, il dialetto sloveno, l’invadenza della natura, la peculiarità culturale, la strada che qui finisce, il silenzio, i contrasti, i riti eccetera. Chiediamo agli invitati di lasciare una traccia anche ideale dell’avvenuto o temporaneo rapporto. La loro funzione qui è di ascolto, quasi di “servizio”. Hanno in comune, ci pare, oltre ad un chiaro percorso nei diversi ambiti della ricerca artistica, anche una curiosità onnivora e una estrema attenzione a ciò che li circonda. In un ambiente artistico è difficile rintracciare persone così, che sappiano la differenza tra vita e curriculum vitae. Se ci riusciamo lo dobbiamo a un tam tam sotterraneo, a un passaparola che conduce a Topolò nomi celebri o sconosciuti che talvolta operano solo qui, per riprendere la loro strada di operatori culturali, di uomini “dietro le quinte” ma sempre in ricerca. Per questo e altri motivi Postaja Topolove non è una mostra d’arte. Forse è il pretesto per un incontro, dove incontrarsi è sempre stato molto arduo. Oggi Topolò è aperto tutto l’anno, con brevi eventi e interventi realizzati anche nelle stagioni fredde in luoghi talvolta impervi. In una mappa ideale Topolò vorrebbe rappresentare un punto aperto di ospitalità, un piccolo laboratorio dove convivono esperienze culturali diverse. Noi cerchiamo di essere il più accoglienti possibile.

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Katalog Postaje Topolove, 1997

Od sodelujočih, ki so iz leta v leto vabljeni v Topolove, se ne pričakuje, da ustvarijo umetniško delo. Del njihove umetnosti je že v tem, da se, skupaj z obiskovalci, povzpnejo v kraj, ki ga zemljevidi ignorirajo; da se povzpnejo tja, kjer se je Zgodovina, še posebej v tem stoletju, pogosto pokazala v najslabši luči. Vas Topolò-Topolovo je nehote postala majhna prispodoba, mikrokozmos, kjer gospodari ideja o meji, z vsem njenim tovorom pregrad in izzivov. Toda ne gre le za mejo. Povabljeni se povsem naravno soočijo s tem, kar tukaj najdejo. Vsak prejme drugačno spodbudo: od arhitekture, življenjskih izkušenj, ritmov, slovenskega narečja, vsiljivosti narave, kulturnih posebnosti, do ceste, ki se tu konča, tišine, kontrastov, obredov itd. Goste prosimo, naj pustijo sled vzpostavljenega ali iskanega stika, lahko tudi zgolj idejnega. Njihova vloga je vasi prisluhniti, biti ji na razpolago. Zdi se nam, da sta sodelujočim, poleg njihove jasno začrtane poti na področju umetniškega raziskovanja, skupna tudi vsesplošna radovednost in skrajna pozornost do vsega, kar jih obkroža. V umetniških krogih je težko srečati ljudi, ki znajo ločevati med življenjem in življenjepisom. Če nam to uspeva, je to zato, ker prihaja do podtalnega, medsebojnega komuniciranja od ust do ust, ki privablja v Topolove slavne ustvarjalce ali tudi nepoznana imena, ki včasih delujejo samo tu in nato svojo pot nadaljujejo kot kulturni delavci, kot zakulisni ljudje, a ob tem vedno ostajajo v iskanju. Zaradi vsega tega in še iz drugih razlogov Postaja Topolovo ni umetniška razstava. Morda je le pretveza za srečanje tam, kjer se bilo je vse težje srečevati. Sedaj je Topolovo odprto vse leto, do majhnih dogodkov prihaja tudi v zimskem času in v včasih težko dosegljivih prostorih. Na popolnem zemljevidu bi bilo Topolovo označeno kot točka odprta za gostoljubje, kot majhen laboratorij, kjer skupaj živijo različne kulturne izkušnje. Mi se trudimo biti čimbolj gostoljubni. 15


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Vedere cosa di notte la marea deposita, Sofia Miorelli


Vedere cosa di notte la marea deposita intervista a Moreno Miorelli

Sofia Miorelli

Topolò è uno dei miei più cari ricordi d’infanzia. Mi affascinava l’idea dell’imprevisto, niente di quello che succede a Topolò è programmato nel minimo dettaglio, c’è sempre un margine dedicato all’imprevisto, quasi lo si invitasse. Mi sono sempre chiesta se nell’idea di Topolò ci fosse qualcosa di previsto, qualcosa di deciso. Mi viene da dire che l’imprevisto ci salverà. È quello che ci fa crescere, il segreto di ogni passione. Bisogna mettersi sempre nella condizione di accoglierlo, anche quando si presenta in maniera negativa: dietro ci sono buone possibilità che ci sia qualcosa di buono, di importante. Senza imprevisto non c’è incontro, nemmeno con se stessi. Nell’idea della Stazione di previsto c’era solo l’imprevisto. Sapevo che avrebbe fatto tutto lui. Ho ascoltato solo la pancia. La Stazione di Topolò ha sempre incluso il paesaggio nel suo programma, come se fosse parte del pubblico, se non addirittura l’artista principale. I ruscelli, il bosco, le cantine ed i fienili. Topolò dà visibilità e voce a luoghi che altrimenti verrebbero dati per scontato, mantenendoli autentici e dando loro personalità. Le case hanno nomi a Topolò, evidenziano la loro individualità e le rendono partecipi del processo di creazione artistica che ha luogo durante la Postaja. Camminando per la prima volta per Topolò ed immaginando il festival, hai mai pensato al paese ed il paesaggio circostante come principale artista ed attore del festival? È sempre stata tua intenzione coinvolgere ciò che comunemente consideriamo inanimato e scontato nel tuo progetto, dandogli così vita? Ho visitato diversi paesi per trovare il luogo adatto, prima di giungere a Topolò. Il paesaggio e l’aspetto del paese, delle sue case, delle sue vie sono fondamentali. Non saprei spiegare quale meccanismo emotivo-razionale ti fa sentire che quello è il posto giusto ma è così e dipende dal paesaggio. L’aspetto di un luogo non è solo un fattore meramente estetico, agisce profondamente sull’animo delle persone, le predispone a una vita piuttosto che a un’altra. Mi spingo a dire che per alcuni può essere decisivo anche nella scelta tra il bene e il male…penso alle orrende periferie di certe città o a certi agglomerati di villette. Ti posso dire che, avendo cambiato molte case, la prima cosa di cui mi assicuro, d’istinto, è proprio quella: cosa si vede dalle finestre. Mi interessa anche più del funzionamento dell’impianto di riscaldamento. Per la Stazione era una conditio sine qua non. Topolò è una metafora che risiede nell’immaginario delle persone. Ognuno di noi immagina e sperimenta il luogo in modo diverso, perché viene sempre lasciato un margine all’interpretazione personale. L’immaginazione è sempre presente e per quanto banale questa frase possa suonare, a Topolò tutto è possibile. C’è una stazione dei treni, un aeroporto, diverse ambasciate con ambasciatori, una sinagoga e perfino un porto. Il momento in cui da piccola mi resi conto che tutte queste storie su Topolò erano false, è quando, a sei o sette anni, un uomo (mi pare Corrado Della Libera) raccontò in piazzetta delle mura di Topolò e delle varie battaglie che ebbero luogo nella valle. Dopo il racconto chiesi informazioni e mi venne detto che era tutto inventato, e così anche tutte le altre storie. L’idea fantastica di Topolò rimane ancora oggi ed è rimboccata dagli artisti che vi ci partecipano ogni anno. Per rendere tutto questo possibile, però, dev’è essere stato necessario all’inizio invitare gli artisti giusti. Oggi è molto più facile descrivere la Stazione perché sono passati molti anni. Ma all’inizio, quando non c’era niente altro che un’idea mi chiedo in che modo e con quali parole hai descritto la Postaja. Che futuro avevi in mente? Come hai fatto ha trovare le persone giuste in grado di creare questa bolla intorno a Topolò? Mi sono messo nelle mani dell’imprevisto, cioè di incontri assolutamente imprevedibili. Non avevo in mente nessun futuro che non fosse un lasciar scorrere, lasciare che le cose avvenissero, semplicemente mettendo il filo spinato con le cose che sentivo non essere su certe frequenze, con le modalità solite dell’arte, ad esempio. Ho avuto la fortuna di essere circondato da subito dalle persone giuste: Donatella, Antonella, Renzo e molte altre persone del paese che si sono fidate di me forestiero. Poi, al gruppetto di artisti delle prime due edizioni e che già conoscevo, si sono aggiunti altri con i quali il feeling è stato immediato ed è stato da subito chiaro che poteva diventare un progetto condiviso: Julian, Jan, Gianfilippo, Miroslav, Alina, Antonio, Patrizio, quelli di Unikum e tanti altri. Tutte persone con le antenne sempre ben dritte e alle quali una Topolò non poteva restare indifferente. Grazie a loro la rete della Stazione si è allargata fino a dimensioni impensabili.

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Con chi ed in che momento ti è venuta in mente il progetto di creare una Topolò parallela? Dove l’immaginazione è stata lasciata libera di ideare un aeroporto o la stazione? La stazione dei treni è un mio luogo del cuore, da sempre. Poi l’aver aperto a caso un libro sulle pagine di Stazione di Zimà, proprio nei giorni in cui cercavo, senza riuscirci, un nome da dare alla “cosa di Topolò”, ha fatto il resto. Ma qui io mi fermo ed entra in gioco la creatività di altri, che io non avrei mai avuto: Vasco e l’orario dei treni, Corrado e l’aereoporto, Miha e la sala d’aspetto, Jan e le ambasciate, Piero e l’Istituto di Topologia, Davide e l’antica comunità ebraica, Piermario e le poste, Elisabeth e la biblioteca del cuore, Guido e la pinacoteca, Mario e l’officina globale della salute, Ulay e l’istituto delle acque, Antonella e l’idea dei Tambours. E cosa dire di Valerio? Cosa faremmo senza di lui? Per me, lui è il volto della Stazione, quello che fa qui ha del miracoloso. L’imprevisto di questi incontri continua a far marciare la Postaja. Donatella e io non facciamo altro che andare sulla spiaggia ogni mattina e vedere cosa di notte ha depositato la marea. Sappiamo di pancia cosa raccogliere e cosa lasciare.

Senza titolo, opera di Beppino De Cesco, 1994

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Negli anni in cui la Stazione è stata creata c’era nell’aria uno spirito di invenzione e di possibilità di progetti “folli”, che hanno poi dato luce alla Topolò parallela di cui ti ho appena chiesto. Quale aspetto di Topolò come paese ti ha convinto a realizzare questi progetti ed idea proprio qui? E quali aspetti dei primi anni di immaginazione folle sono stati mantenuti? Quali idee sono invece state lasciate (idee che magari erano dominanti nei primi anni)? Non c’è mai stata una “immaginazione folle”. Mi sembra che in tutti ci sia stata molta attenzione, che dell’immaginazione è il suo contrario. Non abbiamo fatto altro che evidenziare, magari interpretandoli, aspetti esistenti del paese. Topolò si presta a una tale quantità di interpretazioni, stimola una tale quantità di riflessioni, anche inconsce, da diventare il simbolo di innumerevoli cose. Gli spiriti inquieti, i ricercatori, qui trovano pace. Chi è assonnato, invece, si risveglia, il sangue torna a circolargli nelle vene, il mondo torna a parlargli. Per rispondere alla tua ultima domanda: abbiamo lasciato andare il “coinvolgimento degli abitanti”, un aspetto molto importante nei primi anni ma che rischiava di diventare stucchevole, buonista, ripetitivo, con il passare delle edizioni. Abbiamo lasciato andare anche ogni aspetto espositivo: la mostra, diciamo così… Questo fa sì che quello che prima era “il pubblico”, un corpo passivo, diventi parte attiva della Stazione, sia costretto a una specie di caccia al tesoro nascosto, a utilizzare facoltà di ascolto e presenza e attenzione emotiva che in una mostra restano assopite perché segui solo il percorso che ti viene indicato. Gli abitanti di Topolò sono sempre stati una parte molto importante della Postaja e della sua formazione. Alcuni di loro oggi non ci sono più, ma li ricordiamo con affetto perché sono sempre stati tra i più entusiasti sostenitori del festival. Mi ricordo ancora quando il telefono della Romilda era l’unico adoperato per le interviste radiofoniche o quelle giornalistiche. L’aiuto continuo dato da Alfonso, Italo, Silvio e Fabio, Leonardo, Vittorio e Renato nel mantenere i boschi puliti per le installazioni e le passeggiate. Insomma, gli abitanti hanno certamente influito nel rendere la Stazione un evento duraturo. Ovviamente senza il loro supporto la Postaja non sarebbe riuscita ad arrivare a 25 anni. Quali sono state le tue prime impressioni degli abitanti, in che modo sei riuscito a coinvolgerli nel festival? Ci sono stati molti attriti nei primi anni? Qual è il ricordo più caro che hai degli abitanti di Topolò (nei primi anni del festival)? Fui fortunatissimo: scesi dalla macchina e incontrai la Carla! Le dissi qualcosa, non ricordo cosa, riguardo l’idea e lei ne fu entusiasta, mi incoraggiò. Poi Romilda e Alfonso, mi pare. Poi, fu Renzo Rucli a farmi avvicinare nella maniera giusta al resto del paese, anche a quello più restìo. La partecipazione fu da subito formidabile. Ci aiutò molto anche il circolo Rečan di Seuza. Molti misero a disposizione case, fienili, spazi per accogliere le installazioni e gli artisti stessi. Pensa che io trascorsi a Topolò i 45 giorni (!) della prima edizione insieme ai miei primi tre figli, che erano piccoli: la gente del paese li teneva per far sì che potessi lavorare in pace, a pranzo e cena e a dormire, anche. Sembrava una comune. Abbiamo anche avuto forti opposizioni ma venivano da fuori. Invidia, soprattutto e qualcuno che ancora non si dava pace per la fine della guerra fredda. Le opposizioni interne, in paese, sono state modeste, isolate e caratteriali: persone che ce l’avevano con il mondo, quindi anche con la Stazione, persone abbastanza isolate anche all’interno del paese. Le persone sono sempre molto incuriosite da Topolò e spesso è difficile rendere a parole cos’è Topolò; è necessario che la gente la viva per poter realmente comprendere cosa succede a Topolò. Il festival è nella sua essenza un evento speciale ed unico, con un forza che deriva proprio da questa sua incapacità di venir descritto. Sei consapevole di aver creato un luogo tanto particolare? Se sì quando te ne sei reso conto? Quale aspetto, mantenuto nel tempo, mantiene questa forza e potenza? Proprio il fatto che non è un festival. La Stazione è…non saprei. Forse un laboratorio, un modello per una possibile vita, più intensa, più ricca, dove la ricerca, l’arte, il vivere quotidiano, la sobrietà con cui tutto si svolge, creano un ambiente fertilissimo, creano bellezza cioè la più grande e disturbante forma di resistenza verso quanto accade in questi tempi. L’intensità che c’è in quei giorni, lo sai, è impressionante e la provano anche coloro che riescono a fermarsi solo 24 ore. È una alchimia data in parti uguali dal luogo, da chi lo vive, da ciò che accade. L’aspetto mantenuto nel tempo è la passione, immutata. E la curiosità e anche la disciplina, mascherata da improvvisazione, da happening. Vedere ragazzi e ragazze cibarsi di quanto la Stazione offre è la soddisfazione più grande. Sapere che la loro vita è più ricca anche per merito di quanto s’è fatto e si farà, mette in pace con se stessi e con il mondo.

Vedere cosa di notte la marea deposita, Sofia Miorelli

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Gianfilippo Pedote e Miroslav Janek fotografati sotto i segnali stradali con i nomi dei luoghi in sloveno cancellati.

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Topolò, Gianfilippo Pedote, Alina Marazzi, Giorgio Collot


Topolò

Gianfilippo Pedote assieme ad Alina Marazzi e Giorgio Collet

Il testo è tratto dal catalogo della seconda edizione della Stazione, nel 1995. Il lavoro di Gianfilippo Pedote, assieme ad Alina Marazzi e Giorgio Collodet, dedicato alla Postaja aveva come tema le voci riprese nel loro pronunciare “Topolò”. Abbiamo conosciuto queste voci come sigla di Teletopolò, progetto di Leonardo Gervasi del 2008 e all’interno del cd “Šumi” (1998). Topolò, Topoluove - Tapoluove - in dialetto c’è chi pronuncia il nome del paese con la prima “o” che sembra quasi una “a”, Tòpolo - come dicono gli inglesi, accentando la prima “o”, Topolove, Topolòlovo - come dicono gli sloveni di Ljubljana... Sono rimasto affascinato prima di tutto dalla parola: Topolò, o, in sloveno, Topolove. Questa parola, che è il nome del paese, mi ha condotto a Topolò già favorevolmente predisposto: sedotto dal suono di quella parola, curioso. Ho visto Topolò in una condizione particolare: il paese era in quei giorni il bellissimo e particolare scenario di una serie di installazioni e opere di artisti. C’era una affascinante relazione tra gli oggetti d’arte e quel romito paese di confine. Topolò è un suono allegro, in un paese sacrificato dagli eventi della Storia. È un suono antico, che fa pensare alla civiltà contadina e alle sue leggi, le leggi che descrivono un rapporto di necessità tra uomo e natura, con le sue fatiche e le sue armoniche assonanze. Topolò è un suono armonico. Topolò fa pensare anche a Topolino - la più grande “star” dei tempi moderni - un piccolo nome che in una vertiginosa esplosione si espande sull’universo dei prodotti di massa, nella strana, innaturale dimensione della globalità contemporanea. In definitiva, e per ragioni semplicemente sentimentali, Topolò, non più solo il nome, ma il luogo, la gente, le case, le pietre, le vie, il maestoso verde intorno, il cielo che la sovrasta, il profilo delle colline che la cingono... e poi le strade che si spopolano, la vita che è cambiata, la frontiera con l’Est, quella di ieri e quella di oggi, le antenne delle tv sulle case, l’invasione di “artisti”, le persone che ho incontrato: tutto questo ha fatto sì che Topolò diventasse per me un luogo simbolico, un luogo carico di significati. Luogo simbolico: Topolò mi si è rivelata come la cellula di un immenso organismo che la contiene e di cui lei, Topolò, è lo specchio e il riflesso: la precisa rappresentazione infinitesimale. L’immagine di questo simbolo è un suono, il suono della parola e la sua appartenenza al mondo. Ho pensato a come rendere a Topolò questo valore simbolico che ho riconosciuto in un suono, che è una parola e un nome proprio. Ecco: registro questo suono decine di volte, enunciato (o “espresso”) da altrettante persone. Chiedo alla gente che rende ancora vivo questo luogo e connesso in qualche modo con la sua tradizione: chiedo agli abitanti che troverò ancora, e registro la loro voce su nastro magnetico. E altrettanto faccio con la gente che non vuole vedere morire il paese: i visitatori, passeggeri, amanti. La combinazione di questi suoni, o di questo nome enunciato da tante persone diverse, potrà suonare come una babele o come un piccolo canto d’amore. Ogni singola voce, o brevissimo canto, è l’espressione di un’identità, ed è preziosa come qualsiasi identità. Nel loro insieme queste voci fanno una folla, che nell’altoparlante di un registratore sembra venire dal grande mondo astratto dei mass media. Ma nel nome stesso c’è quell’identità particolare che combina uomini e memoria, e che appartiene a quel paese, proprio quello. Un paese che muore perchè il tempo degli uomini lo costringe a capitolare: ma non vuole morire e non deve morire. Prima ancora era un paese lanciato dalla storia su un confine più pesante di un muro... Per me il suono e il nome Topolò è la dichiarazione di un valore simbolico che ho voluto vedere in Topolò perchè ho amato Topolò quando ci sono stato. Mi sembra che Topolò esista su una duplice mappa, piena di ambiguità e molto caratteristica della nostra epoca. Ci credo.

Topolò, Gianfilippo Pedote, Alina Marazzi, Giorgio Collot

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Sine-Stazione Racconto fulmineo di un crocevia di sensi

Alma Mileto

C’è una realtà nascosta, nascosta a chi non la vuole vedere. Ci sono realtà che sembrano nascoste e invece non desiderano altro che stringere nelle loro braccia calde i nuovi avventori. Ti sembro strana? Dai avvicinati, sono io. Sono qui. Ho un nome che somiglia ad un’onomatopea, gustoso da dire. Pronuncialo, saltella sulla mia ‘o’ finale. Avvicinati… Quando si sale la prima volta in piazza grande il fiato è corto e i sassi sono scivolosi, ma dal giorno dopo le caviglie sono stabili e il respiro è ben cadenzato. Dal giorno dopo non ha nemmeno più senso guardare al giorno prima. Un arrivo? Un inizio? Che vogliono significare queste parole? Siamo qui, tutti qui. No? Svolta a destra, vai sempre dritto, scendi giù al cinema. Ah no, era a sinistra. Che scorcio, “salve”, che silenzio, che profumo. “Ciao”, che colori. Ah, sono arrivata. Che fai? Gioco. Ma da sola? Sì. Bello no? Molto. Il Pelinkovac scende giù amaro e bollente nel verde morbido e sonoro delle valli, il cielo cambia rapidamente. Le nuvole si mescolano alle pareti grigiastre e porose. Lo vedi che è piuttosto semplice? Bevine un altro sorso, di questa me fresca e antica, di questo fondo del bicchiere aromatico, denso, arioso. C’è un richiamo di legni che si accarezzano nella Vecchia Scuola. Ci sono sguardi che aspettano di posarsi, suoni che devono ardere nella materia prima che vengano dimenticati. C’è un balcone assolato, pronto ad accogliere le idee e le spezie; un rettangolo bianco pervaso da una chitarra che accompagna una bottarga grattugiata sugli spaghetti, un neonato che cerca il nostro seno con gli occhi liquidi di chi è ancora tutto da riempire, fami veraci che si tuffano nella zuppa fumante, tazze irregolari lasciate a far decantare i discorsi che hanno riecheggiato nelle loro rotondità. Nello specchio, due pendenti blu illuminano un sorriso rosso. Le parole scritte, i passi nel vicolo, tutto è condiviso. I saluti si insaponano nel lavabo di pietra insieme ai piatti del pranzo, non esistono vere soglie. L’odore più forte è quello scricchiolante del legno. Oggi ho deciso di piovere. Ma lo farò a modo mio, bagnando il sole che già sta per apparire di nuovo; muovendo le gocce nei raggi, raffreddando le vostre voci. Ma solo per poco. Versi agli aromi di vite lontane cullano la stanchezza del tramonto. Le gambe incrociate e le pelli che si sfiorano si riflettono negli schermi che si rovesciano bianchi sulle pareti, squarciando di luce i battiti dei muri dissestati. All’improvviso. La testa di un cavallo, un racconto, un pescatore in canoa; per i sentieri del bosco. All’improvviso. Una voce di donna nelle ragnatele di un buio stratificato, risonanze di pulviscolo; sogni che si accavallano in un baule. In uno scrigno d’infanzia. Il giradischi è acceso. La crema dei cornetti infarina le labbra, impasta la trasparenza seducente di un nuovo giorno che inizia. La corsa degli astri gira con calma e discrezione le pagine del tempo, chi dice che sia necessario cadere sulla sua linea? A questo orario faccio una piccola orecchietta: così mi ricordo di tornarci, al momento giusto. Lingue che si scontrano, radici lontane che affondano nel rombo alluminico dei tamburi. Nella stessa porzione di spazio; nello stesso, notturno, passo di danza. Stoviglie di carta rotolano sulla discesa in cerca di uno scalino che fermi il loro avido incalzare; a valle, sotto una cupola nera puntellata di stelle, una mano esperta disegna a

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Sine-Stazione, Alma Mileto


cascata la storia di tre generazioni. Il sonno è variopinto, la veglia schiamazza d’incanti pronunciati da strani accenti. I binari si frastagliano nei canti popolari. I vagoni gorgheggiano, i tasti del pianoforte ruggiscono ancora di Vexations; sul parquet, fogli e fogli di carta vengono raccolti con cura dai prossimi volti della Postaja. Sui treni ci si innamora. Di cosa? Dell’energia delle voci distanti, dei disegni delle erbe fritte, delle inquadrature spigolose e coraggiose di uno straniero. Delle lacrime. Tutto vive, l’ottone e le conchiglie scrosciano la loro memoria in un udito che si assottiglia. La nostra capacità animale scorre ingorda il suo dito sulla scia di un ascolto. La campana si allontana, ma tornerà. Tornerete anche voi. Tutto, vive.

Una sine-stazione è una stazione da cui si parte alla ricerca dei cinque sensi, trovandosi a mescolarli e a non aver più voglia di scegliere una meta precisa. Una stazione in cui è davvero possibile vivere la quarta dimensione del sentire sine-stesico. Divertente è il fatto che l’articolo sia nato conclusa l’esperienza della Postaja quindi letteralmente sine (lat. senza) stazione!

Sine-Stazione, Alma Mileto

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Quel pane...

Patrizio Esposito

[…] vi sono dei luoghi, delle esistenze a cui ritorno. Quando non riesco a farlo mi lego tenacemente ad un ricordo. E tento di custodirlo a lungo (affidando anche ad altri un dettaglio, una immagine). Quelle esistenze mi sono care, a loro dedico del tempo e del fare. D’altronde non saprei compiere altro, non credo occorra darsi da fare per altro. Non creo, osservo quello che c’è e a me preesiste. Tutti, in solitudine e nell’anonimato, mettono in ordine le proprie appartenenze e organizzano spazio e parole. Bisogna ammirare le opere degli sconosciuti (e favorirne l’ammirazione) prima ancora che proporne di nuove e di meno importanti. Vi è vita sufficiente anche dove non siamo, anche dove il nostro sguardo o il nostro fare non giunge. Creare è porsi in competizione con un qualche dio. Si può disertare il confronto, ci si può sottrarre alla gara. Rendersi irreperibili è un buon compito nella vita. A Topolò ritorno e ricordo, ho cura di un albero nei suoi boschi e per ogni permanenza trovo sollievo (vengo a mia volta curato). Volterra e Napoli sono altri luoghi cui penso quando lavoro con quella pianta su un ciglio alto del torrente. Altri alberi, altri uccelli ed insetti lontani qui hanno patria […] […] Molti anni fa, da studente, ho registrato il rumore delle sottili lastre di zinco usate in tipografia per la stampa offset. Nella casa dei miei genitori, nel cortile dell’Istituto d’Arte, facevo vibrare le lastre o le colpivo con un coltello, di punta e di piatto. Nel tempo, quei rumori li ho portati in viaggio, riproducendoli in strade sconosciute (avevo un mini registratore Grundig con una buona amplificazione del suono), nei boschi, sui fiumi, nei mercati delle città dove dormivo. Così ho portato con me dell’acqua di casa (ogni volta uno/due contenitori tappati col contagocce). C’è stata un po’ d’acqua domestica versata nei cunicoli di Cu Chi in Vietnam, nei boschi di Zakopane in Polonia, nella riserva di Sangradouro in Brasile, a Orano in Algeria, a Rovaniemi in Finlandia, a Scutari in Albania… A Topolò ho portato del pane preso in Algeria, giusto un pezzo. Da quel pane, spugnato, hanno mangiato uccelli e formiche sui rami dell’albero […]

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Quel pane..., Patrizio Esposito


Quel pane..., Patrizio Esposito

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Maria Moschioni

Ascoltare l’abbandono

Per arrivare oggi a Topolò, si percorre la strada strana e stretta che sembra arrestare la sua salita nel piazzale, prima che inizi la stradina che entra in paese. Si è invitati a seguirla, seguendo con passo incerto il selciato di pietra, e a proseguire il cammino in paese fra le sue case piccole, abbracciate dai terrazzi, con le vecchie stalle appoggiate ai loro fianchi e le finestre con gli infissi di legno che ci osservano in silenzio. Soffia quell’aria particolare che accarezza i luoghi in abbandono e che si fa annusare dal camminatore domenicale, dal cittadino accaldato, dal curioso in visita, e chiunque altro incontri questo gruppo di case accoccolato sul crinale, fra gli alberi. Quest’aria particolare ci affascina moltissimo. Ci fa camminare quasi in venerazione fra gli edifici, emettere ammirati oooh e aaah, e affacciarci agli angoli con una certa goffaggine, che le case del paese sembrano stare a guardare con silenzioso, placido, benevolo divertimento. Naturalmente, questo silenzio non è che una percezione: l’aria, in realtà, è densa del ronzio delle api, del frullo delle ali delle rondini, del solletico del vento sulle foglie dei castagni, e questi sono solamente i suoni più facilmente riconoscibili per l’orecchio del cittadino. Anzi, sono esattamente quelli che egli desidera e ricerca, chiamandoli ‘silenzio’ solamente per distinguerli dai rumori di persone e macchine, e altri venti e altri uccelli, dal cui volume più alto sfugge uscendo dalla città. Avendo abituato le orecchie a questa diversa situazione sonora, e ascoltando con molta attenzione, nella parte bassa del paese si può riuscire a distinguere, oltre all’eco della vallata, il fruscio lontano dell’acqua del fiume. Seguendolo, ci si trova a scendere lungo un percorso segnato dalla pietra, che affonda nella vegetazione disordinata sotto il paese e poi sprofonda dentro il bosco, arrivando finalmente al fiume, una striscia di acqua fredda in un letto profondo, su cui stanno seduti i resti di un mulino. Il visitatore soddisfatto inspira a pieni polmoni la freschezza del paesaggio, che gli sembra bello e pittoresco. L’abbandono fa apparire il paese, e la strada, e i prati, e il bosco, e il mulino, come se fossero sospesi, invisibilmente collegati ad un’origine, un tempo e un ordine di cose passate da fili che sono stati recisi. Così tutto galleggia semplicemente nel presente,

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Ascoltare l’abbandono, Maria Moschioni

e si osserva come si osservano nella vetrina di un museo gli oggetti recuperati dal relitto di un transatlantico naufragato, o i suppellettili di una donna vissuta nel Neolitico. Cercando di ricostruire questi fili tagliati, però, se ne ritrovano le tracce ovunque nel paesaggio: seguendole, e ascoltando i racconti di chi le conobbe, si può riuscire ad immaginare quello che era l’aspetto di Topolò prima che le case si svuotassero e i campi si riempissero di rovi. Proprio in mezzo a questi ultimi, nell’apparente disordine dell’erba e delle ortiche, sono visibili i muretti di pietra a secco che, invece, ne garantivano l’ordine: permettevano la coltivazione della terra scoscesa in terrazzamenti, suddividevano le proprietà, separavano il vigneto dal frutteto. La viuzza che li attraversa, scendendo verso il fiume, con le sue pietre si difende faticosamente dai rovi, probabilmente ancora grazie a tutti i passi che l’hanno percorsa un tempo, su al paese e giù al mulino, e viceversa, tutto il giorno, continuamente, come la strada principale in una città. Il letto del fiume, così profondo in alcuni punti, mostra nell’incavo delle sue pietre scure quella che doveva essere la sua portata. Alcuni alberi intorno ad esso fanno vedere fra i loro tronchi, giovani, ancora sottili, lo spazio che quella volta era una spianata d’erba, dove stendersi dopo il bagno nel fiume, meno freddo di ora perché più esposto al sole. E poi i resti del mulino ricordano che la corsa dell’acqua non offriva solo svago, ma lavoro e nutrimento, e muoveva avanti la vita del paese con il suo girare. Tutto questo ritorna nelle descrizioni e nei racconti, ma è difficile da disegnare nella mente; un po’ come se avessimo delle fotografie, e dovessimo immaginarci la realtà che rappresentano. Questa Topolò di oggi, immersa nell’abbandono (pur bellissimo) coi suoi terrazzamenti che si ricoprono di rovi, è la fotografia: un’immagine, ferma, apparentemente silenziosa, a partire dalla quale fatichiamo a immaginarci la realtà viva, in movimento e rumorosa di cinquant’anni fa. Effettivamente, per poterla immaginare ci sono vecchie fotografie, ma restano immagini ferme. Per provare a immergercisi, si può provare a pensare proprio ai rumori, ai suoni che


si sarebbero sentiti allora, e a quanto sono diversi dagli attuali. Attraversando il paese, probabilmente, avremmo sentito i versi di molti animali: il chiocciare delle galline, che razzolavano libere per le stradine. L’abbaiare dei cani, che più o meno ogni casa ospitava sull’uscio. Forse il muggire delle mucche dalle stalle. Camminando fra i terrazzamenti, probabilmente dovremmo solo aggiungere, al ronzio delle api e al fruscio delle foglie, le voci dei paesani al lavoro nei frutteti e i saluti di chi si incrociava sulla strada, che aumentano d’intensità scendendo verso il fiume, al cui scorrere si mescolano i suoni di tuffi, le grida di chi d’estate fa il bagno e prende il sole, oppure il giro della ruota del mulino e lo scroscio continuo dell’acqua. Tutto questo ce lo raccontano ancora le storie, le persone, e i muretti dei terrazzamenti, i cui spazi si confondono piano piano soffocati dal crescere dei rovi. Questi stanno a testimoniare non soltanto ciò che è stato, ma anche a indicare, discretamente, che qualcosa continua a essere, anche se a un volume molto più basso e con un’andatura molto più lenta rispetto a cinquant’anni fa, che tutto ciò che appare fermo e sospeso nell’abbandono è in realtà costantemente modificato dal tempo, e ci racconta il suo scorrere.

Ascoltare l’abbandono, Maria Moschioni

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Si kdaj živel v vasi, kot da bi bila tvoja hiša?, Janja Šušnjar


Si kdaj živel v vasi, kot da bi bila tvoja hiša? Si kdaj sanjal v gozdovih, kot da bi bili tvoj vrt? O arhitekturi, kraju, prebivanju in izkušnji

Janja Šušnjar

Topolò sem spoznala julija dva tisoč trinajst. Z Vladom Škafarjem sva se po okljukasti cesti, ki se dviga iz Hlodiča, pripeljala do table Topolò / Topolove, on že dober prijatelj, jaz popolna neznanka skrivnosti, ki sem jih kasneje tako vzljubila. Sprejel nas je topel objem in nasmeh ter prvi stik z vasjo - bos sprehod kot del performansa tajske umetnice. Vida mi je kar po vrsti predstavljala svojo družino in prijatelje, umetnike in sovaščane in ni trajalo dolgo, ko sem tudi sama čutila pripadnost prostoru, ki je širši od njegovih meja. Od takrat se vračam redno. Vsakič znova čakam tisti ovinek, na katerem se odpre pogled na vas, v kateri sem odkrila prijatelje, ljubezen in najljubšo knjigo. Ko se dvigam proti otoku sredi gozdov, hribov in dolin, si predstavljam, da se vračam v drug dom, kjer me kot v družini čaka varno zavetje. Spomini in trenutki so začeli plesti zgodbo, v katero ovita hodim vsakemu dnevu naproti. V maju dva tisoč sedemnajst sem, obogatena z izkušnjo petih let študija arhitekture, triindvajsetih let preživetih na našem planetu, krajšimi postanki okrog sveta in predvsem s tistim v norveškem Bergnu, spoznala, da je skrajni čas, da del svojih raziskovanj namenim Topolovem. Želela sem doživeti izkušnjo vsakodnevnega prebujanja v tišino, hladnih novemberskih večerov in sončnih juter, ki počasi rišejo slike na razpokane stene kamnitih hiš. Želela sem se sprehoditi v dežju do najbližje kopalnice in nabirati jabolka na zapuščenih drevesih. / V moji sobi je miza, trije stoli, omara in postelja. V vazah na okenski polici se soncu nastavljajo jesenske hortenzije. Afriške maske me spominjajo na poletje. Ni radiatorja, večere si grejem s termoforjem. / V odhajajočem septembru sem prišla opazovat spreminjanje barv neskončnega gozda, ugašanje petja ptic v hladnih nočeh, se čudit brezkončnim zvezdnatim obzorjem, pišu vseskozi prisotnega vetriča in se napajat v okusih dobre kave, sira in umetnosti testenin. Konec koncev sem se vendarle odpravila v Italijo. Oktobra so tla našle prve kostanjeve ježice. Kostanjev gozd se razteza preko meja, mlada drevesa so prerasla nekoč obdelane terase okrog vasi. Večeri so začeli dišati, medtem ko je ogenj prasketal. Dnevi so bili še vedno topli, sončni, drevesa so dnevno mešala barvno paleto, listje je letelo po zraku in šumelo v daljavi. Ostala sem do februarja. ::: si kdaj živel v vasi, kot da bi bila tvoja hiša? si kdaj sanjal v gozdovih, kot da bi bili tvoj vrt? Arhitektura je firmitas, zgodba, ki jo pripovedujejo kamni; je utilitas, odmev dežja, ki v sinkopah udarja po poševni strehi; in je venustas, priložnost slišati pesem srečnih in razočaranih dni bivanja med nebom in zemljo. Arhitektura je zahtevna umetnost, ki je del sveta poezije in deluje z namenom človeku nuditi prostor prebivanja. Svoje razumevanje arhitekture, kot tiste, ki človeku nudi prostor prebivanja, želim strniti v pripoved o lastni izkušnji bivanja v kraju, ki kljub arhitektovi anonimnosti, v veliki meri odgovarja tistim predpostavkam ideala, za katere si želim, da bi postale temeljni kamni mojega ustvarjanja v prihodnosti. Martin Heidegger pravi, da “odnos človeka do krajev in prek krajev do prostorov počiva v prebivanju. Razmerje človeka in prostora ni nič drugega kot bistveno premišljeno prebivanje. Ko na način, ki smo ga poskusili, premišljamo odnosnost med mestom in prostorom pa tudi razmerje človeka in prostora, zasije bistvo stvari, ki so kraji in ki jih imenujemo zgradbe ... Izvrševanje bistva grajenja je vzpostavljanje krajev prek usklajevanja njihovih prostorov. Le če zmoremo prebivanje, lahko gradimo.” 1 Skozi pozorno opazovanje naših izkušenj lahko doumemo, da je prav naša prisotnost, naše vidno zaznavanje, sinestetično doživljanje in zavedanje tisto, ki iz prostorov, v katerih

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se nahajamo, ustvarja kraje. Izkušnja pa je sinteza opazovanj fenomena, preko čutov, spominov, nezavednega ter hipotez, ki odgovarjajo na percepcije (te pa se prepletajo s spomini preteklih življenj in intuicijo prihodnjih). Naše prebivanje ni omejeno le na ožje prostore hiše, vas in mest, temveč je v osnovi bivanje na Zemlji, neprestano gibanje po poteh, premagovanje preprek z mostovi, povezovanje drugih krajev v enoten svet.2 Vasica Topolò/Topolove se nahaja na koncu poti, obkrožata jo gozd in državna meja s Slovenijo, je brez gostilne in trgovine, brez najosnovnejših storitev, kakršna je naprimer avtobusna povezava. Topolò/Topolove, vas, ki šteje 15 prebivalcev in več kot 120 stanovanjskih in gospodarskih poslopij, locirana na italijansko-slovensko meji, prav gotovo ni običajen kraj. Težka in izčrpajoča zgodovina, geografska odmaknjenost, topološka specifičnost, vprašanje identitete, izseljevanje iz ekonomskih in bivanjskih stisk, potres leta 1976, odstranitev meje, začetek in petindvajsetletna tradicija Stazione di Topolò ... ustvarjajo kompleksno mrežo in plastenje dejavnikov, ki so skozi čas vzpostavljali kraj in ga definirali kot prostor prebivanja. Prišla sem raziskovat prostor, ki mu v zaupanju lahko pripišem domačnost, kraj, ki ga prepoznam kot svojega. V meni se je porajalo vprašanje o obstoju kvalitet, vzrokov in lastnosti, ki so name in na osebe, ki sem jih v Topolovem spoznavala, vplivali do take mere, da smo si začeli prostor prisvajati, ga okupirati in spoznavati kot sebi lastnega. Ob raziskovanju pojma bivanja in poskušanju bolj zadovoljivega razumevanja odnosov med ljudmi in okoljem, naravo, sem se usmerila predvsem v študij fenomenoloških tekstov Heideggra, Merleau-Pontyja, antropologa Tima Ingolda, Juhanija Pallasme in bolj temeljito Norberg-Schulza in njegovih somišljenikov. Zanimalo me je iskanje kvalitet v prostoru, ki ga množica občutljivih ljudi označuje kot čudežnega, hkrati pa je število prebivalcev v zadnjih sedemdesetih letih iz več kot štiristo padlo danes pod dvajset. Med svojim bivanjem v vasi sem zares občutila umanjkanje prisotnosti človeka. Njegova sled je sicer močna, bolj kot glas zveni njegov odmev, sivi kamni, ki jih je nekoč skrbno zlagal, da so mu nudili zavetišče, pa postajajo vedno bolj hladni, saj je toplina doma, kot prenekatere peči v vasi, ugasnila že pred časom. Pa vendar je njegova prisotnost ta, ki ustvarja kraj, ta, ki definira in hkrati zabrisuje njegove meje. Prišla sem do novega spoznanja o kraju in človeku – da kraj ni isti, ko umre eden od njegovih ljudi – da kraj vpliva na ljudi in ljudje na kraj tako zelo, da je lahko na videz isti kraj povsem drugačen, ko umre njegov človek – tako drugačen, da ga nekateri ljudje ne morejo več obiskati, mi je v intervjuju o njenem bivanju v Topolovem povedala slovenska pesnica Barbara Korun.3 V zavedanju kompleksnosti konteksta obmejne vasi, ki jo sčasoma vedno bolj tesno objema kostanjev gozd, sem se prepustila doživljanju atmosferične izkušnje in predvsem neskončnem opazovanju. Želja po globokem spoznavanju eksplicitnega prostora me je vodila do premnogih pogovorov, sprehodov, neprespanih noči, prebranih besed in lebdečih misli. Študij fenomenologov s področja psihologije, filozofije, antropologije in nenazadnje arhitekture me je napeljal na morda metodološko nedefinirano raziskavo, kjer je bila moja lastna prisotnost v okolju predpogoj in hkrati orodje. Zavestno sem se ogibala vnaprej postavljenih hipotez, napovedi in definiranih zaključkov, namesto njih sem se oprijela generiranja tez, odkrivanja in razumevanja. Tekom bivanja v odmaknjenem okolju, kjer je glas ptic in šumečega potoka močnejši od zvokov njegovih prebivalcev, sem si poleg zavedanja same sebe v kraju svojega raziskovanja postavljala vprašanja, ki so se v veliki meri nanašala na odnos med naravo in človekom; na kakšen način se vzpostavlja kraj, kdaj in kako prostor postane udomačen, kje se nahajajo meje med divjim in domačim; v kakšnem obsegu narava neobremenjeno živi dalje in počasi preglaša prej človeško obvladovana polja, mline in kozolce ...

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Živeti v vasi, kot da bi bila hiša, in se sprehajati v gozdovih kot po neskončnih vrtovih je bila priložnost za poglabljanje in ponovno vzpostavljanje odnosa do sveta, ponotranjanje primarnih bivanjskih potreb, opazovanje spreminjanja narave v odnosu doživljanja lastnega obstoja, odnosa do arhitekture kot izpolnitve ... Moja izkušnja vasi, ki sem jo zavoljo bivalnih razmer bila primorana dojemati kot hišo, je torej v veliki meri izkušnja arhitekture. Sinestetično doživljanje sprememb naravnih procesov in percepcije časa, preko premikajočih se senc na obledelem ometu, ponotranjeno sprejemanje letnih časov preko sprehodov do stranišča med polnočnim metežem. Zbujanje v tišino, brez brnenja in siren, v sobo s stolom, posteljo in omaro, brez medmrežnih povezav. Odkrivanje odprtih in zaprtih prostorov vasi, namenjenim intimi in druženju. Preplet poti in čuječe opazovanje kamnov pod nogami, odkrivanje pomenov prostora in kraja. Spoznavanje modrosti uporabe materiala v tradicionalni gradnji, vpetost v krajino prek suhozidnih teras, ki jih počasi prerašča robida. Ritual zajtrka v hiši na drugi strani vasi, kjer ogenj segreje vsako mrzlo jutro. Globoko doživljanje in spominjanje, sorazmerno s počasnim, a vendar polnim vsakdanom. “Izkusiti kraj, prostor ali hišo je dialog” v Utelešeni podobi piše Juhani Pallasmaa.4 V tem dialogu nastajajo spomini, gradniki naše imaginacije. Preplet in igra skladnih korespondenc ustvarjata novo arhitekturo izkušnje. Ona je namreč izvor, predpogoj in hkrati namen arhitektovega ustvarjanja: nuditi ljudem prostor za izkustvo, prostor prebivanja. / Smrtniki prebivajo, kolikor sprejmejo nebo kot nebo. Soncu in luni dopuščajo njuno pot, zvezdam njihov tir, letnim časom njihov blagor in težave. Noči ne delajo za dan in dneva ne za drveči nemir. / 5 1_ Martin Heidegger: Grajenje, prebivanje, mišljenje; objavljeno v Arhitektov bilten, št. 141-142, november 1998, str. 78. Prevedel: Aleš Košar 2_ Ute Guzzoni, predavanje Martin Heidegger “Gradnja je v sami sebi že prebivanje”, Fakulteta za arhitekturo, Ljubljana, oktober 2017 3_ Barbara Korun, osebni arhiv J.Š. 4_ Juhani Pallasmaa, Utelešena podoba, Studia Humanitas, 2017, Ljubljana 5_ Martin Heidegger : Grajenje, prebivanje, mišljenje; objavljeno v Arhitektov bilten, št. 141-142, november 1998, str. 78. Prevedel: Aleš Košar

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Kašča. Primo progetto di Renzo Rucli a Topolò. Negli anni ha spesso cambiato facciata grazie ai disegni murali di Jan van der Ploeg. Una fotografia delle sembianze attuali della casetta si trova a pagina 92.

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Intervista a Renzo Rucli, Matteo Vianello


Intervista a Renzo Rucli

Matteo Vianello

Qual è il primo ricordo che hai di questi spazi? Il primo ricordo, avrò avuto tre anni - sono nato nel 1950 - è proprio lì dove c’è quel palo della luce: c’era una catasta con un muro demolito e conservo proprio il ricordo vivo che stavo mettendo dei sassi uno sopra l’altro! Con il senno di poi non so spiegarmi come stessi già costruendo con i sassi quella cosa là…[ride]… Ricordi gli spazi dove abitavi da bambino? La casa dove vivevo, ora abitata da mia figlia Vida, è stata rifatta nel 1960, dagli anni ‘60 agli ‘80 non ci sono state altre costruzioni nel paese. Il ricordo di quella casa ha profondità storica, alla fine degli anni ’50 era l’unica casa rimasta di Topolò con il focolare aperto, con il tetto in paglia, con il balcone in legno e con la seconda stanza, la izba, con la stufa in maiolica: mi ricordo, potrei disegnarti tutti gli elementi poverissimi di questa casa [inizia a disegnare], era fatta di nulla. Da bambino avevo ricordi nitidi: il focolare aveva una catena con la quale la pentola stava sul fuoco, mentre da un lato c’era una panca con i secchi dell’acqua per il lavatoio, qui invece c’era l’imboccatura con la peč, poi ancora la porta verso la izba…qui c’erano le panche e due piccole finestre. Davanti al focolare c’era una grande panca dove ci si stendeva davanti al fuoco. Il solaio era nero soffocato dalla fuliggine, il tetto era talmente marcito che io e mio padre mettevamo dei secchi quando pioveva. La casa era fatta così, una tipologia tipica: casa bicellulare con una stanza del focolare e un altro locale lontano dal fumo, dove dormivi vicino alla peč, (non tutti dormivano lì, alcuni dormivano nell’altra stanza). La stanza del focolare era tutta nera e si stava per terra, c’era il fuoco, l’altra invece era una stanza calda e pulita, con pavimenti di legno di castagno molto consumati. Le pareti si imbiancavano ogni tanto. Questo era il ricordo fino a quando avevo 10 anni, quando venne modificata. Potresti brevemente esporre come si svilupparono le tipologie abitative di Topolò e di questi territori? Naturalmente per capire l’architettura rurale è in generale importante seguirne un processo storico, di lunga durata con trasformazioni lente ma continue. In questo percorso storico scopri come nel tempo si sia arrivati alla situazione di come è il paese oggi. Il discorso sarebbe lungo ma è importante per rapportarsi con l’edificio, avere un po’ di conoscenza, poiché la trasformazione sull’esistente diventa più consapevole, non si fanno scelte casuali ma si cerca di capire come le cose sono state fatte in un certo modo e come si può portare avanti il filo. Molto sinteticamente l’evoluzione delle abitazioni seguì questo processo: la più antica tipologia di casa slava si chiamava zemianka, un’unica stanza di circa 3x5 m con un focolare aperto, il tutto sopra una eventuale stalla. Poverissima ma efficacissima era scavata per circa mezzo metro nel terreno, con un tetto in paglia appoggiato sopra e con il focolare posizionato in un angolo. La casa era seminterrata poiché il terreno sotto una certa quota mantiene una temperatura costante di 10 gradi, assicurando in inverno il contatto con un suolo molto più caldo. Nel medioevo poi la successiva trasformazione fu l’aggiunta di un secondo vano, ottenendo così due spazi diversi: […] la črna kuhinja, la stanza del fumo, e l’izba, stanza riscaldata e pulita. […] L’izba nella quale si riuniva la famiglia era presente in tutte le case del mondo slavo, anche in Russia. Malevič infatti espose il suo celebre Quadrato nero su fondo bianco come si esponevano le icone nell’isba russa; anche noi a Topolò conservavamo un altarino con immagini sacre, tra un lettino, la panca e la peč. Il metodo di riscaldamento ha riscritto radicalmente il modo di abitare. La cultura mediterranea ha il caminetto, mentre qui invece si usa la peč. Essa nacque (originariamente, nella zemianka) da pietre accostate tra loro attorno al focolare, le quali (per inerzia termica) mantenevano il calore. Con il tempo si sviluppò in una calotta di pietre che avvolgeva il fuoco, dalle quali derivano le peč di oggi. […] Ci sono aneddoti che nella reggia di Versailles, ricca di enormi caminetti (ma per

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nulla ben raffinati all’epoca), il vino gelava nei bicchieri durante i ricevimenti perché i caminetti non ce la facevano a riscaldare tutto lo spazio. La peč di invenzione slava permette invece di accumulare calore e di non avere dispersioni, rilasciandolo nel tempo: quindi dal punto climatico si stava meglio nella izba che nella reggia di Versailles! Il secondo elemento che trasformò l’architettura rurale sono i materiali da costruzione. Dalla zemianka si sviluppò poi la kašča, con uno sviluppo in altezza e l’aggiunta di un solaio intermedio, che è la tipologia di questa casetta (ambasciata Olanda, dove stiamo parlando). Quando il coppo prese piede nel XVII secolo grazie alle fornaci (anche Topolò ne aveva alcune, nella zona dove oggi c’è il parcheggio), il tetto poté ospitare un solaio perfettamente utilizzabile. Il fumo rendeva però molti spazi inabitabili, venne quindi scoperta la canna fumaria dai veneziani che migliorò l’efficacia della peč e rese riscaldata e libera dal fumo la stanza superiore, sviluppando così la tipologia di casa a ballatoio con scale esterne, stadio finale del processo. In questa dimensione qua ci stavano anche 10-15 persone, adulti e bambini insieme. La tipologia bicellulare era molto importante e permetteva una qualità del caldo di alto livello, delle condizioni di stare molto buone. Come si sviluppò invece il nucleo di Topolò? Per capire il processo di Topolò bisogna risalire la storia di tre elementi: famiglia, casa e campi. Essi sono legati tra loro e risalendo agli alberi genealogici si può individuare, ricostruire lo sviluppo del paese e la sua espansione. Nel paese basso la casa originaria era la mia e quella dell’osteria (casa di Lina e Italo, oggi). La parentela della casa si è espansa in questo senso e l’altra nell’altro generando il paese, per questo motivo il paese basso si sviluppa in lungo, mentre il paese alto si sviluppa in altezza, sopra la piazzetta. Raccontaci dei tuoi primi progetti a Topolò. Nel 1980 mi laureai e la prima cosa che feci fu questa casetta dove stiamo parlando adesso. Prima di questo c’era la kašča, un edificio rurale adiacente alla mia casa che aveva al piano inferiore un magazzino per le scorte alimentari e al piano sopra un volume fatto da tavole di legno grosse, con un’unica porta, contenente prodotti che dovevano essere essiccati e conservati per l’inverno. Le famiglie un tempo erano numerose e non trovando spazio per dormire la kašča diveniva all’occorrenza un po’ abitazione un po’ deposito. Quando mi laureai la kašča era abbandonata e iniziai così il primo progetto di architettura ristrutturandola. Posizione, dimensione e altezza sono già definite dalla forma preesistente. Dovevo intervenire con costi ridottissimi, in totale autocostruzione riuscendo a tenere insieme l’architettura esistente del paese con una nuova forma. Quello che mi interessava era di mantenere le dimensioni, ero interessato molto all’archetipo. Il mio obiettivo era di non fare una costruzione mimetica, ma una casa che come dimensione e rapporti mantenesse l’esistente, usando i materiali più economici, efficaci possibili e senza preoccupazioni stilistiche di riferimento all’architettura circostante, una casa dove si vedesse il processo di riscrittura contemporanea in modo molto essenziale. Dopo la stasi degli anni 70-80 viene emanata una legge per la ricostruzione dopo il terremoto del 1976, e dagli anni 90 ci furono dei fondi europei per l’adeguamento dei fabbricati esistenti a case per vacanze o a destinazione turistica I proprietari si sono interessati parecchio a questi contributi, all’inizio si arrivava fino al 90% del rimborso del costo, gli interventi erano inizialmente su fabbricati accessori alle case principali. I miei incarichi erano relativi a fornire una minima funzionalità, a seconda di ogni situazione. Ho lavorato caso per caso, come si fa nell’architettura rurale, nel caso specifico ottenendo maggiore flessibilità ma mantenendo però la visione generale di non voler creare modernità invasiva, imponendo la firma da architetto, volendo quasi tenersi bassi e voler utilizzare le tecniche costruttive dettate dalla condizione del luogo. Il colore, come accennavi prima, è un fatto interessante perché come vedi molte case hanno qui colori accesi. Come dicevo prima bisogna conoscere la storia. Succedeva che nelle case di un tempo la facciata principale era intonacata di un colore acceso perché una volta che si imbiancava ogni 2-3 anni l’interno della casa, il colore rimasto dalla pittura interna veniva usata per dipingere la facciata di ingresso. L’intonaco una volta era una finitura lussuosa, anche se veniva posato in modo impreciso, nelle case di Topolò è ancora possibile osservare la stratificazione di diversi colori e intonaci.

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E la Juljova? Dopo questo intervento su 15 case ed un progetto sullo spazio pubblico, è venuto il caso della Juliova. C’era una misura (di contributi ) molto specifica solo per 5 comuni nella regione, l’unico della valle del Natisone era Grimacco, gli altri comuni erano in Carnia. I contributi arrivavano a favore della conservazione di architetture tipiche che avessero un loro carattere di rappresentabilità dell’architettura della zona; a Topolò venne scelta questa casa, prima privata poi ceduta al comune. Juliova proviene da un processo di addizione, ora è molto grande ma venne implementata nel tempo aggiungendo un primo spazio, un secondo e via così. Un sistema di aggregazione di vani che presentava tra le parti più antiche e più moderne uno sfasamento complesso di solai, un vero labirinto. L’intervento consisteva nel rendere funzionale ciò che c’era. In alcune porzioni mantenni i solai invariati, nel secondo blocco invece ho tolto il solaio lasciando un grande vano di 3,5 metri dove ho inserito la scala: questa era il problema principale perchè doveva raccordare tutti questi livelli... poi, un utilizzo più attento dei materiali mi fece mantenere finestre e pavimenti in castagno, ballatoi e intonaco esterno verde, tutto restituito filologicamente. Cosa ricordi di quando eri ragazzo? Praticamente le stradine non sono cambiate, tutto era pavimentato a selciato, infatti ricordo che da bambini si andava alla chiesa e dopo la funzione sparivamo scendendo nel paese: ricordo che ho almeno quattro ferite avvenute correndo e inciampando sul selciato. Era molto usato e c’era molta meno erba di ora. Si portavano slitte, si camminava molto ed i bambini correvano. La vita in questi spazi era molto viva. L’Ave Maria era il suono che faceva terminare la giornata, si doveva tornare a casa al principio della sera. Il paese era luogo di nascondigli di giochi, i bambini erano molto più selvaggi di adesso: fienili e arrampicate... ancora ricordo gli appigli per superare alcuni muri. In strada ci si incontrava, davanti alle case gli adulti parlavano, gruppi di dieci discutevano e se la raccontavano, ciascun gruppo aveva i suoi spazi mentre i bambini dominavano l’intero spazio. Conosco ogni centimetro di questi selciati, ogni cosa che facevi era una avventura, si era sempre attivi, mai fermi. La strada di arrivo esistente oggi non c’era ancora, venne fatta nel 1954. Prima si usava la mulattiera. L’elettricità c’era in pochi punti, non c’erano fognature ma i servizi erano esterni alla casa. L’acqua corrente non era presente in casa, ma proveniva dalle fontane che si possono vedere anche oggi: esse erano un luogo di incontro molto importante. Tutto rimase molto immutato fino agli anni 60, il prete era abbastanza attivo e riuscì a disporre i primi allacciamenti alle fognature e il depuratore idrico. Negli anni 90 c’era già l’acqua in tutto il paese, fino a quel momento l’unica infrastruttura pubblica erano le fontane. So che c’era un bar, c’erano anche altri spazi pubblici? Oltre al bar c’era una piccola bottega che fungeva anche da alimentari vicino ad Alfonso. Di bar a Topolò ce n’erano due. La prima osteria era nella casa di Italo, poi ce n’erano di diverse. Ho un ricordo, di quando tutto il paese era riunito a guardare la prima televisione, un Sanremo del 63-64 davanti a questo piccolo televisore, sulla piccola discesa davanti all’entrata.

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Poi tu hai preso l’incarico di ricostruire lo spazio pubblico. Potresti descriverci alcuni interventi? Nel sistemare percorsi ho lasciato la stratificazione attuale, nei punti più pendenti e scivolosi ho trovato questa pietra prodotta in Cina, molto economica tagliata in pezzi regolari e aveva questa resistenza antiscivolo eccezionale, introvabile in questo territorio. Uno dei pezzi più ripidi venne fatto così, per questioni tecniche, non stilistiche. In altri punti per rendere accessibile il percorso ai disabili usai la burattata, una pietra piacentina formata da una lavorazione in betoniera che smussa gli spigoli, anziché avere una forma regolare, come la palladiana. In questo modo ho ottenuto un piano complanare e allo stesso tempo organico, che ricorda l’idea di un selciato formato da pietre dal disegno casuale. Un altro problema riguardava i parapetti, quelli esistenti erano di tipo stradale, dall’aspetto molto industriale e poco tipico, allora pensai di aggiungere delle lamelle e generare il ritmo verticale dei poggioli. Una cosa importantissima fu la luce, al principio c’erano questi grandi lampioni stradali, ma poi trovai queste lanterne più vicine al disegno urbano. Quando passi dal paese basso a quello alto non ci sono questi lampioni ma solo lampade basse, proprio per dare una separazione tra i due paesi. Questo, associato alla pendenza, ti dà la sensazione di transizione da uno spazio all’altro. Nello spazio del piazzale sotto la chiesa, dove d’estate si fanno le grigliate, invece serviva una costruzione per ospitare il chiosco della Postaja. Ho pensato ad una costruzione che chiude verso valle: si mantiene trasparente, come fanno i kozolci, grazie a tre pali che tengono su il tetto aprendosi con uno sbalzo verso la piazza. Tutto estremamente economico. Il pavimento lì è in cemento... l’architettura rurale non deve essere sempre uguale e non è detto che tutto debba essere realizzato con la stessa pietra: non mi disturba infatti che ci siano diverse componenti tattili, materiali e visive, l’importante è che queste abbiano una ragione, una giustificazione. Avresti mai immaginato che il mondo venisse a Topolò? Quando ero ragazzo pensavo non ci fosse peggior posto di Topolò, dal punto di vista morfologico! A Luicco (Livek) andavo spesso con mio padre e avevo la sensazione di arrivare in un posto bellissimo e armonioso, con doline e pianori, mentre qui è tutto più rude e contrastato. La facilità del lavoro agricolo lì era molto molto maggiore, qui a Topolò invece portavo 50-60 chili di letame in giro per i sentieri scoscesi! Io poi avevo la fortuna di vivere due mondi, mia mamma faceva la domestica a Milano, non viveva a Topolò. Finita la scuola andavo da lei a Milano, da questi ricchi industriali che avevano una casa con parco a Santa Margherita Ligure. Passavo quindi le vacanze in questo magico luogo, andando al mare... Vivevo quindi questa selvaggia vita coi bambini durante l’inverno a Topolò e poi questa vita alto borghese estiva, tra l’altro dal punto di vista linguistico un salto abbastanza alto. Coi bambini qui si parlava sloveno, perdevo un po’ di questa lingua acquistandone in italiano a Milano.

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Intervista a Renzo Rucli, Matteo Vianello


Intervista a Renzo Rucli, Matteo Vianello

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cava d’argilla scuola prima del 1953 chiesa canonica, pronto soccorso biblioteca ultima scuola 2. bottega

fabbrica di tegole

1. bottega sali e tabacchi fino al 1981

osteria asilo doposcuola e scuola

falegname specalizzato in bare

pista da sci

toro da monta 1 toro da monta 2

1. scuola comunale fabbro

impagliatore di gerle

osteria sala da ballo

scuola prima del 1953 3. caserma dei finanzieri

calzolaio inventore

piccolo negozio

barbiere ammaestratore di merli

1. caserma dei finanzieri

barbiere dalla gamba di legno

mulino e spiaggia del paese

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Topolò Memory Map, Giuditta Nelli

caserma dormitorio 1. osteria con sali e tabacchi 2. caserma


C’era una volta... Topolò Memory Map

Giuditta Nelli

C’era una volta e c’è tuttora un paese dal nome di fumetto e il cuore di combattente: Topolò. A vederlo da lontano sembra tranquillo, placidamente addormentato, steso stanco sotto il sole che spesso lo accarezza. Topolò inganna, con quel suo proporsi così, spudorato e ammiccante lungo la dorsale di un monte verdeggiante. Topolò è molto più di quel che sembra; a quel monte ci sta attaccato, arrampicato e stretto, dopo anni combattuti e grandi sofferenze. Io racconto la mia versione, racconto una storia che contiene tante altre storie, alcune udite, altre vissute, molte ricercate; racconto la mia Topolò, di cui ancora tanto devo capire. Ogni idea legata a questo villaggio resta in me sospesa, a cavalcioni tra il reale e l’immaginario; molto è misterioso e non mi spiace che tale rimanga: il suo nome, con molteplici versioni, la sua lingua, incomprensibile e affascinante, il suo passato, duro ma vitale. Lì dove sta, dentro di me, la penso femmina, forte e caparbia; la chiamo al femminile, nonostante sia un paese. La vivo; la sento anche un po’ mia. Topolò accoglie e si regala, ma ti interroga anche. E pretende: una vera donna. Ti scuote e ti spinge a riflettere su cosa sia stata prima dei tanti dolori, vinti con spirito e dignità; ti fa sentire quanto bello sia camminare tra le sue vie, con lentezza e al sicuro, ma ti fa anche percepire il peso di quel silenzio che solo ora si apprezza e di quell’isolamento che talvolta gli è stato nemico. Amo dire che in questo luogo esiste un tempo diverso, un tempo fatto di passato e presente, di memorie come se le memorie fossero l’attuale e l’attimo davvero vissuto diventasse immediatamente storia. E mi piace spiegare come, grazie ai racconti di chi lo ha visto popolato e arzillo, nulla sia stato cancellato e tutto permanga, come sospeso. Io ci sono arrivata in novembre, la prima volta; sotto la pioggia, fredda, ho sentito subito il desiderio di scoprirlo. Ci sono tornata d’estate e l’ho conosciuto vivo, triste ma non malinconico.

C’era una volta..., Giuditta Nelli

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Non c’è tempo per i pietismi. A Topolò non c’è tempo per i rimpianti, per i ricordi di confine o per le memorie di grandi povertà, se i ricordi sono dimessi. Vengo dal mare; a casa mia si mugugna, di tutto. Dalle mie parti si dice che lamentarsi sia gratuito, che sia sempre il caso di approfittarne. A Topolò sembra che nessun lamento costi così poco, da potere essere consumato senza sensi di colpa. A Topolò si ride di un’auto impazzita che in retromarcia va a distruggersi su una collina, si superano i lutti come se fosse semplice, si rientra nella casa diventata vuota in una fredda giornata d’inverno e si accende il fuoco, facendo finta che il vedere l’izba deserta non metta malinconia; si piange il non sapere essere più forti. Tra un racconto e l’altro, seduta sui gradini in pietra di antiche case recentemente recuperate, tra un bicchiere e l’altro, offerto per festeggiare un giorno anche se non di festa, tra un caffè e un ricordo, al tavolo di una forte signora della piazzetta ne ho imparate di cose su Topolò, ne ho sapute di buffe e di tristi. Sono rimasta colpita dalla quantità di segreti, molti ancora inconfessabili ed inconfessati ma sottintesi. Sono rimasta a bocca aperta, ascoltando il passato sul confine con storie di soldati, carabinieri, partigiani, freddati davanti alle porte del paese e caduti, a lungo tempo ignoti. Ho riso, tanto, quando ho saputo del toro; condannato per atti osceni in luogo pubblico, costretto a stare con la faccia rivolta verso il muro, imprigionato nella sua angusta dimora ad aspettare le ‘signore’ che venivano a lui portate anche dai paesi vicini. Mi sono divertita, ascoltando delle serate passate a ballare, in paese o giù, dalle caserme dei finanzieri, con il pretesto delle feste religiose o semplicemente per il gusto di farlo, con allegria e un pizzico di spudoratezza. Mi sono sforzata per immaginare quelle piccole porticine che ancora sono lì, vicino agli usci, chiuse a difendere i bimbi dai maiali che in piccole stanzette venivano fatti crescere ed ingrassare. Ho sentito il muggito delle vacche, allevate vicino casa. Mi sono lasciata stupire dalle regole fatte su sua misura, tutelate dalla distanza, chiuse in quell’anfiteatro naturale e che permetteva di avere osteria aperta e celebrazione eucaristica in corso, giornali anticlericali, ferventi cattolici e una comunità ebraica. Non ho pianto, ma mi sono fatta commuovere dal canto sloveno di una celebrazione funebre; ho ripensato alle confidenze di chi dice di essere stato umiliato nel sentirsi impedire di parlare la propria lingua, improvvisamente messa al bando, proibita anche se caparbiamente difesa. Mi sono immedesimata, ho provato a comprendere cosa possa significare divenire stranieri a casa propria, vedersi cambiare il cognome come se fosse possibile così nascondere le colpevolizzate origini. Quando sto lì, a Topolò, mi sembra di potere percepire tutte le vite che ci sono passate; con un piccolo, minuscolo salto di fantasia, lo vedo densamente vissuto. Lo immagino contemporaneamente abitato da funzioni e persone di epoche differenti. I miei occhi si impostano al sorriso, il mio sguardo si perde e vede una giornata di sole, nonostante le nuvole. Lo popolo di tutti coloro di cui ho saputo e chi ci sono passati: - le due famiglie, che gli hanno dato origine e che se lo sono spartito, diviso e disegnato - i 54 bambini, in attesa di un vescovo che fosse portato a cresimarli, seduto sulla sua lettiga - i costruttori della tanto utile ed agognata strada carrabile per Clodig - gli agricoltori, che curavano le loro viti e aravano campi che ora appaiono come pendii boschivi - gli austriaci che, tra le tante altre cose, se ne sono andati con le campane della chiesa - il mugnaio, l’oste e il tabaccaio, l’oste che era anche il tabaccaio - il curato, votato anche alla benedizione di latterie - gli operai della fabbrica che, intelligentemente, usavano le gambe delle donne per dare forma alle tegole - le donne che, infreddolite con le cosce prestate all’industria, intonavano canti per non lamentarsi e quelle che, fiere, sapevano resistere anni lontane dai propri figli, per curare ricche famiglie italiane e fare crescere la propria

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C’era una volta..., Giuditta Nelli


- gli innamorati, che di sera tardi camminavano al buio, tornando a casa - i portatori, che si preparavano a lunghi viaggi e inverni lontani da casa per consegnare tessuti al di là del confine o a brevi cammini, per portare legna alle case e materiale al mulino o alla fabbrica di tegole - gli insegnanti che crescevano, autodidatti - gli appassionati di libri e costruttori di bistrattate biblioteche, - i geografi intenti a fare emergere continenti dalla cenere, - gli illustratori, instancabili nelle loro stanze, serafini col dono del disegno. Tutti un po’ angeli, un po’ diavoli e un po’ eroi. Ho sempre amato le favole. Ho sempre amato inventarle; strane, strampalate, sconclusionate. E viverle, anche se viverle mi è sempre risultato difficile. Recentemente mi sono scoperta interessata a raccontarle. Una in particolare, quella che parla di Topolò, di quello che è adesso e di ciò che è stata. Anche oggi, davvero e per l’ennesima volta, mi sono sentita chiedere se sul serio esistesse quel luogo dal nome buffo che sa di fantasia. Anche oggi ho regalato un po’ di quelle suggestioni che io stessa ho vissuto e vivo, camminando in salita. Anche oggi ho visto Topolò sedurre un nemico. Grazie a M. Gariup, R. Gariup, R. Rucli per «Topolò - Topolove», G.M. del Basso per «Triste caso accaduto a Topolò», Donatella e Moreno, Vitalino e tutti gli Abitanti.

Questo testo è stato scritto nel 2007 da Giuditta Nelli in occasione del suo ritorno a Topolò. Lo stesso anno Giuditta, ascoltando i vecchi abitanti Topolò, ha costruito la mappa delle memorie del paese, La Topolò Memory Map.

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Lunar observation center

Library of lost memories

Juljova Hiša

Office for renovation concepts Institute of imaginary artworks

Retreat for modern art refugees

Topolò cinematographic production and screening center

Institute of scaleless architecture Caffè and hostel

Terraces reappropriation program This area was left blank intentionally

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A possible future for Topolò New map of Topolò

Studio Wild

Topolò is a village with a dense history. It is scarred by wars in the past century, with a tender position in a border area. Its population is slowly declining, and houses and terraces decay. Slowly parts are becoming less and less distinguishable from its surrounding nature. The small population of just twenty people, once a year grows to a large population of hundreds, for which the village was once built. A week after their arrival most of them disappear again, leaving merely tender traces. The village falls back in a characteristic ambiance for the larger part of the year, while inhabitants and their built structures are ever more drawn out by an encroaching forest. A village like Topolò can only stay alive, when new ideas get projected on the places of which it consists. It can only keep functioning when the declining of the population comes to a halt. The map portrays places which were analysed and selected during Stazione XXIV by a group of six friends, for portraying a certain strength. They carry the character of the place and spark ideas of what Topolò is and what it could become. The functions suggested in this map are not to be taken litteraly, but they neither are fractions of random ideas. They are based on wishes of a future Topolò derived from a series of interviews held in 2017. Topolò is very suitable for housing artists year-round, a refuge for artists who work in an ever growing urbanized context. There are endless hidden beautiful but overgrown terraces, waiting to be rediscovered. A rich history to learn and gain inspiration from. This library of memories is written in the stones of terraces and houses, and is being told by its inhabitants. With a new generation of artists, plentiful ideas, and many places suitable for renovation, Topolò acts as a blank canvas. This map is aimed at every reader, who is invited to project their own ideas of a future upon it.

Studio Wild is a collective of Dutch architects. Studio Wild is Jesse van der Ploeg, Jani van Kampen, Tymon Hogenelst.

A possible future for Topolò, Studio Wild

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Topolò talks, Studio Wild


Topolò Talks

Studio Wild

(V) I have never been anywhere else during this period. So I am here. I have never missed one edition. (S) Stazione of course. I come here every year for Stazione, it is a nice place I guess. (A) For me Topolò has always been a village in which I was afraid to get lost. It almost looked like it was enormous, full of small streets; I couldn’t figure how it works. Since that moment a new world has opened to me. (Ra) It is a sort of family-gathering, without the many bad aspects. (M) It is like one big house with a lot of rooms. Each house is a room and the streets are the corridors, you can always go in other houses and everything is everyone’s property. (Ra) It is like a seasonal ritual, like Christmas or New Year’s Eve. It is not for everybody but you just need a small critical mass of people to make the village livingly and enjoyable. (V) My relation to Stazione is more complex than my relation to the village. (S) The landscape, I really do like the idea of being surrounded by mountains. You are kind of isolated in a good way. (Ra) We consider this place as outside of civilization. (C) It sits beautifully on the slope of the mountain, it dripped from the top and just opened up at the bottom. (Re) One of the best things about Topolò is that the air here is perfect, it’s not too cold, not too warm, the humidity is perfect. My favourite area in Topolò is the gardens below the village, small gardens. I find this small cultivation very important. I did it since I was very little, for me it symbolises taking care of this place. (C) It has a strong character and a visual presence, it is at the end of the road and it is worlds end. This little mythical creature that pops up. (V) I like the old houses because they are beautiful and some of them you could imagine how they could be. (G) The people who live here and a lot of people come here in these days because something is happening. Probably that is why Stazione is not really a festival. People are meeting and meeting again during the years. It is a community. (C & M) You know the village is very different during the rest of the year, it is much more lonely and desolated and the people who still live here have somehow absorbed this loneliness. (E) Every place has a relation with a memory. My eyes are used to Topolò, it is something from within you. (A) It’s a

pattern of relations, of love, of artistic work and of all these interventions. All of them, so different, became a single texture, as it was a carpet. (M) I really love the way you are forced to walk around Topolò, I mean this kind of up and down. It is a constant change of your pressure inside your body. (E) The relation between the place and myself is really intimate. (A) Spaces we used to have twenty years ago and spaces we have now are completely different. I sometimes think about Stazione as some sort of tale of small, different lights, that shined intermittently, as a Christmas tree, as some sort of map of places that open and close. (D) I like encounters, being together, making projects together, I like its creative aspect. I see Topolò like a piece of a machine that has the power to transform a common situation into something peculiar/uncommon, as if it activated creativity. I would like Topolò to be a catalyst and a model for a possible lifestyle. (A) Another desire of mine would be a project or a person that would take care of the walls, the houses and the fields, forest and terraces in and around Topolò. (E) It would be nice to have a permanent installation like a bar, or a cultural centre, something that is always here. (C) A project, like setting up artist residencies, to repopulate the villages, could also be scientists, architects, normal people who want to spend three months here. Which requires facilities and services you should provide them with, these are the basics; internet, bus to the village. (V) I don’t want to see that houses are being renewed, I want to see that houses are being used.

Words by: Renzo, Vida, Sofia, Elena, Glauco, Randaz, Antonella, Moreno, Donatella, Cosimo and Maria. The Topolò Talks is a collage of sentences from interviews made during Stazione di Topolò 2017. Our goal is to continue the conversation with Topolò.

Topolò talks, Studio Wild

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confine:meja Durante il confine, di Piero Zanini Opera di Giacomo Manenti, 1997 Hrib nad Postajo, Anja Medved



Opera lungo il confine, Giacomo Manenti, dicembre 1997. L’artista trasportò per il ripido sentiero che collega Topolò a Livek pesanti rotoli di guaina bituminosa e li sistemò sul terreno segnando la linea di confine tra Italia e Slovenia.

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E se il confine fosse un tempo, invece che un luogo? Un tempo incerto. Inquieto. Scomposto? Durante il confine, ci ha detto anni fa una signora, poco fuori dal paese, ricordando un altro tempo. Durante la Postaja, si dice da anni, in paese, provando a far posto per dar tempo (anche) a questo tempo. In cerca di una misura, di un tono, non convenzionale. Tra noi. Tra noi e il mondo. Verso sera. O prima. Piero Zanini

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Hrib nad Postajo

Anja Medved

Ne spominjam se, kdaj sem prvič prišla v Topolovo, spominjam pa se presenečenja, ko sem prvič zagledala skoraj pravljično podobo grozdnate vasi viseče na hribu, ki sem ga sicer dobro poznala, vendar le iz druge strani. Na drugi strani hriba je namreč moja nona po očetovi strani imela senožet in od kar pomnim sem tam preživljala poletja. To so bila neskončna poletja brez staršev, z nono in nonotom, sestričnami in bratranci. Ne vem, ali takrat še niso izumili električnega pastirja ali ga na Livku še niso nabavili, vendar občutek smo imeli, da naša navzočnost ni bila le zaradi počitnic, ampak tudi zaradi krav, ki so nujno potrebovale pastirje. Svoje odgovornosti smo jemali resno in medtem, ko smo se igrali, tudi vestno pogledovali, če so vse krave z nami. Nekega poznega popoldneva so izginile. Panično smo jih iskali, klicali po imenih, gazili po gozdu, dokler se nismo objokani odpravili nazaj v vas. Krave so bile v štali, vsaka je na svojem mestu ravnodušno mulila svoj obrok sena. Še danes ne vem, ali je kdo od odraslih opazil, da so se točno ob uri domov odpravile same, in ali nas pred tem niso morda celo čakale, če se od kod pojavimo. Ne vem niti, ali so bile nona in krave zmenjene, da se delajo, kot da smo mi odgovorni zanje, ali nona ni nikoli izvedela za našo neodgovornost. Kakorkoli, to je ena od zgodb, ki so mi ostale v spominu iz druge strani hriba, šele veliko kasneje sem razumela, da tudi iz druge strani meje. Z mojo mamo Nadjo Velušček sva leta 2002 posneli dokumentarni film Moja meja, v katerem se zgodovina goriškega prostora prepleta z zgodbo mamine družine kot ene od mnogih družin, ki jih je meja razdelila. Tudi vasi Livek in Topolovo sta bili, preden so postavili mejo, povezani, veliko ljudi iz Topolovega se je poročilo na Livek in obratno. Poleg družinskih vezi jih je povezovala tudi blagovna izmenjava. Sosednji vasi, ki jih je družila ista govorica, je namreč od vedno ločevala višinska razlika in mediteranski veter, ki se je na poti v Alpe ustavil prav v Topolovem in omogočal, da so tu še odlično uspevale fige, sivka in trta. Tako so iz Topolovega stoletja na Livek prinašali vino, iz Livka v Topolovo pa skuto in sir. Ko sem leta 2014 na Postaji zbirala spomine iz starih družinskih fotografij

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Hrib nad Postajo, Anja Medved

(Ordinacija spomina Topolove – Livek), so Topolovčani na fotografijah Livčanov prepoznavali svoje prednike in obratno. Najpomembnejši skupni praznik je bil senjam na Sv. Martinu, hribu, na katerega so romali vsak iz svoje strani, ki pa ga takrat še ni delila meja. Prav po zaslugi gospoda Vladija Mateliča iz Livških Ravn, ki je že v 30. letih prejšnjega stoletja imel fotoaparat, je nekaj tedanjih trenutkov ostalo zamrznjenih za bodoče rodove. V filmu Sešivalnica spomina iz leta 2006 sva z Nadjo spomine na mejo raziskovali v Benečiji, ki je že zaradi zgodovinskih dejstev različna od Goriške, zdela pa se je tudi toliko hladnejša, kolikor so bili njeni ljudje toplejši. V filmu Moreno Miorelli, programski vodja Postaje, spregovori o tem, kako se mu je ta namišljena črta od nekdaj zdela vidna, kot da bi sončna svetloba na določenem mestu pobočja spremenila barvo. Na livški strani pa se nam je zdelo, kot da je za Sv. Martinom brezbarven nič, v katerega morda zaide le kakšna krivopeta. Mračna leta so tukaj trajala. Vasi so se izpraznile in senožeti zarasle. Sešivalnico spomina smo snemali v zadnjih letih meje in ko smo na slovenski strani v objektiv ujeli nekaj krav na paši, je mimo prišel možakar in pripomnil, naj kar snemamo, saj vprašanje, če jih bo čez par let še videti. Je pa meja tudi povezovala, staro blagovno menjavo je nadomestil šverc. Iz Italije kava in riž, iz Jugoslavije meso in žganje. Še v tako zaprti meji so se vedno našle luknje, skozi katere se je poleg dobrin pretakala tudi ljubezen. Letos mineva skoraj petnajst let od začetka snemanja filma Sešivalnica spomina in petindvajset od prve edicije Postaje, ki ves ta čas potrpežljivo šiva, ne samo spomine, ampak tudi zamisli in vizije. Vsaka postaja na meji je nujno prostor izmenjave. Topolove, ki je nekoč že bila postaja izmenjave dobrin, je leta 1994 postala Postaja izmenjave misli in idej. V reportaži Običaj in Prevara, ki sem jo o Postaji posnela leta 2009, programska voditeljica Donatella Ruttar spregovori o pomenu »daru«, kot tisti gesti, ki daje glavni smisel prireditvi. Danes, v vedno bolj zamejenem svetu, se ta gesta zdi ena politično radikalnejših. Kaj lahko bolj izniči mejo kot ravno »dar«. Čeprav mejnih zapornic tukaj ni več in bledi tudi namišljena senca na pobočju Kuka, se vse bolj zdi, da svet nikoli


ni bolj potreboval takih gest. Postaja pa ne krha le meje med ljudmi različnih svetov, ampak tudi tiste, ki ločujejo ustvarjalce od obiskovalcev, domačine od gostov in umetnost od življenja. Zadnjih 15 let se zaradi sodelovanja s Postajo skoraj vsako poletje vračam v Topolove, na livško stran hriba pa zaidem le redko. Tako smo se lani s prijatelji iz Postaje, glasbenikom in producentko iz Ljubljane ter glasbenikom iz New Yorka, odpravili peš iz Topolovega v Livek. V vas smo prispeli žejni in tudi malo lačni, vendar na Livku ni gostilne, niti trgovine. Izpred senika v daljavi smo zagledali dim, nekaj se je kadilo iz roštilja. Opogumila sem se in odpravili smo se proti travniku, kjer sem nekoč izgubila krave. Praznovali so rojstni dan ene od najmlajših Livčank in povedali so, da bi glede na število otrok lahko ponovno odprli vrtec. Posedli so nas za mizo in pred nas postavili poln krožnik in vino. Mislim, da ta dan ne bo ostal v spominu le meni, ampak vsem štirim, ki smo se tiste nedelje odpravili čez nekdanjo namišljeno črto.

Rada bi se zato zahvalila za »dar«, ki smo ga bili tisti dan deležni na Livku, pa tudi za vrsto »darov«, ki sem jih vsa ta leta prejela v Topolovem. Če pomislim na Livčane in Topolovčane, sorodnike, tako stare prijatelje kot tudi tiste nove, ki so na Postajo prišli od daleč, se mi zdi, da hrib nad Topolovim ni več drugi od tistega nad Livkom. In ko to začutim, je kot bi bilo možno spremeniti svet.

Opera lungo il confine, Giacomo Manenti, dicembre 1997

Hrib nad Postajo, Anja Medved

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paesaggio:krajina Spirala Kraja, Iztok Osojnik Topolò, fotografie, di Renzo Rucli Topolò è paesaggio, di Vida Rucli Kozolec, disegno di Janja Šušnjar



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Spirala kraja

Iztok Osojnik (Koderjana I)

Hiša Martinkina ( Ambasada izbrisanih), Topolovo Polica, Uaka, Pod britofan, Lebernica, Na skrli, Lopata, Du brieze, Kolomont, Pod čelan, Orehuje, Pod hlievnin, Par farnžji, Runja, Pod falecjam, Pod lazenco, Brieg, Za travnen, Za gorabo, Hlivne, Par studenc, Znamunje, Za britofan, Trebež, Dobca, Brce, Laze, Pod dobjam, Malinšče, Za malnan, Foran, Pustonjiva, Drienje, Za rupo, Blata, Koritce, Par potoce, Kunik, Svet liesan, Za seucan, Dobca, Par robe, Za strzenco, Stamarčak, Dobje, Za rojo, Fetarca, Štefnove, Log, Razpotje, Prez stalo, Za skalo, Tieja, Pod lozcan, Lesična, Brdo, Pod skalo, Za velin čelan, Skala, Na kladja, Koderjana, Trušnje, Travne, Konske, Blek, Par tedolenj, Za Vodico, Osriedak, Nad Tapoluoven, Doročica, Pod njivo, Pod glavo, Grnjača, Za vuotlin čelan, Jauorsca, Šeuje, Na gunah, Pod mokrico, Za verjan, Suopota, Fudra, Seuške, Pod koritan, Luljov senik, Za blekan, Par potoce, Razpotje, Par križe, Krajac, Pod koritan, Kjuč, Planjava, Pod planjavo, Plenjava, Škarje, Glava, Plazica, Sep, Ložac, Brieza, Doročica, Rupca, Za glavo, Sveti Martin, Ključ, Škarje.

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Le quattro fotografie mostrano l’avanzamento dei boschi, fino alla completa assenza di campi coltivati. Foto in alto scattata negli anni Settanta, sicuramente prima del terremoto. Foto in basso ca. 1980.

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Foto in alto circa 1985. Foto in basso, situazione attuale (vista da Sverinaz).

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Topolò è paesaggio, Vida Rucli


Topolò è paesaggio tra la selva e il giardino

Vida Rucli

Si orienta la selva ed è giardino. 1 Andrea Zanzotto A un primo sguardo parlare del paesaggio di Topolò sembra essere cosa molto semplice. Se osservi il paese da quel tornante in cui esso ti appare in tutta la sua interezza, appeso al crinale della montagna, lo vedi adagiato in mezzo al bosco. Se stacchi lo sguardo dal paese e guardi il paesaggio che lo circonda vedi una distesa verde e continua, fitta. Questo è ciò che hai davanti agli occhi in primavera ed estate. La stagione migliore, invece, per osservare Topolò e il suo paesaggio è l’inverno, quando il bosco scopre le sue forme. Tra gli alberi riesci a intravedere il profilo delle montagne, le strade che le tagliano, persino i torrenti più ampi che le attraversano e scopri che in realtà il paesaggio attorno a Topolò non è pura foresta ma custodisce opere di uomini. Quello che ora sembra selva, era fino a mezzo secolo fa giardino. Landscape is like a revelation It is both singular crystal and the remotest things. Geoffrey Hill 2 Se osserviamo questa selva ne possiamo riconoscere alcuni alberi, anche da lontano, quando in primavera fioriscono. Vediamo castagni, ciliegi selvatici, carpini, sambuchi, meli selvatici, frassini, querce, e poche conifere. Si tratta per lo più di un bosco giovane: ha preso il posto a qualcos’altro. Come il paese, anche il paesaggio ha risentito fortemente delle conseguenze della Storia: i topoluciani non hanno abbandonato solo le loro case ma anche lasciato il paesaggio all’abbandono. Gli abitanti più vecchi di Topolò ricordano come si dovesse camminare quasi mezzora dal paese per raggiungere i boschi dove fare la legna. Il bosco oggi circonda il paese, entra dalle finestre, passa sotto le porte, si arrampica lungo i muri. In alcuni casi cresce anche sopra i tetti. Il nuovo bosco di oggi nasconde sotto a sè, custodisce o a volte aggredisce - il bosco sa essere anche molto violento - chilometri di muri di pietra a secco che dividono il paesaggio in fasce parallele. Dove il bosco è più vecchio queste opere, a volte alte anche più di due metri, sono ben visibili: in questi casi spesso le radici degli alberi sono così forti da spingere la pietra dei muri e causare il loro parziale crollo. Dove l’abbandono è stato più recente ci sono i rovi: questi occupano i campi terrazzati non concedendoci la possibilità di intravedere nella loro fitta maglia la fattura dei muri a secco. Sembrano giungle, distese infinite di massa uniforme. Quando la guardi d’inverno, questa giungla di rovi secchi ti sembra così fragile, quasi bella. D’estate, quando il sole crea ombre profonde, pare una belva. Il paesaggio racconta una storia. 3 A Topolò racconta la Storia e sussurra storie minori. Parla di abbandono, e quindi è Storia, ma narra anche piccoli miracoli. Il filosofo Jean-Luc Nancy dice che il paesaggio è lo spazio della stranezza e della scomparsa degli dei. 4 Qui è la scomparsa degli uomini e la riapparizione degli dei. Cammini in questo che ora è bosco ed era giardino e incontri quelli che per me sono i luoghi del silenzio, le radure. Le incontri raramente ed è per questo che sono così preziose. Attorno a Topolò non ce ne sono di grandi, maestose, solo piccoli lembi di terra vuoti, falciati di rado, cirondati da una catena di rovi che avanza. Sono spazi miracolosi, che siano essi opera dell’uomo o della natura (degli dei riapparsi). Opere dell’uomo dalla natura inspiegabile, senza apparente senso. Spazi vuoti lontani da raggiungere di cui nessuno può godere realmente e direttamente, non visibili nemmeno da lontano, come parte del paesaggio. Con le radure il paesaggio è giardino: le incontri solo attraversando il bosco. Il percorso rende lo spazio un giardino concreto. Il giardino non è altro che il paesaggio esplorato. 5 Si incontra una di queste radure, così strane, così affascinanti, nel

Topolò è paesaggio, Vida Rucli

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sentiero che porta a Kjuč. È piccola, al centro aveva anche un’esile pergola che sosteneva una vite. Ora la pergola è mangiata dai rovi e la radura utilizzata solo dai caprioli come giaciglio. Queste piccole radure sono così inspiegabili, dalla natura così a-logica e a-funzionale che forse rientrano nella categoria delle opere d’arte. Il gesto di mantenimento di una radura, così effimero, legato alla singola volontà di una persona sembra la linea di erba abbassata nel prato, creata dal ripetuto camminare di Richard Long avanti e indietro lungo uno stesso percorso. 6 Apparentemente privo di senso, crea un segno nel paesaggio che con il tempo svanisce. Effimeralità diverse, temporalità diverse, ma intenzione e risultato apparentemente simili. Anche Topolò ha ospitato nel 2002 una simile “performance senza spettatori” 7: si trattava di un segno lasciato da una permanenza di una tenda su un prato per alcuni giorni. Il luogo fotografato alla fine del soggiorno sarebbe stato l’unica dimostrazione della permanenza a Topolò del duo di artiste olandesi MariaMaria. Un segno minimo, senza evidente autorialità. Poteva trattarsi solo, ancora una volta, del giaciglio di una famiglia di caprioli. Bisogna ammirare le opere degli sconosciuti (e favorirne l’ammirazione) prima ancora che proporne di nuove e di meno importanti. Patrizio Esposito 8 Se le radure sono opera dell’uomo che celebrano l’antimonumentalità - sono infatti manutenzione di un vuoto - ci sono altre opere nel paesaggio di Topolò che sono invece monumenti. I già citati muri a secco sicuramente rientrano in questa categoria, sono maestosi a volte, sicuramente fieri nel loro dilungarsi nel bosco. Templi di questo paesaggio di pietra poco visibile a distanza sono i kozolci, architettura in pietra e legno di origine slovena. La Valli del Natisone sono, nella continuità delle terre di lingua slava, quello più a Ovest - da un lato c’è Vladivostok, dall’altro la Benečija - e qui anche l’espansione della tipologia del kozolec si ferma (i kozolci sono presenti in Benečija solo nei comuni di Grimacco, Drenchia e Savogna). A Topolò ne sono rimasti due, uno conservato ottimamente, l’altro in condizioni critiche. Venivano utilizzati per asciugare il fieno - che veniva appeso sui bastoni in legno, orrizontali, sostenuti dai pilastri i pietra, come depositi di attrezzi e prodotti della campagna. Ora che hanno perso la loro funzione vivono la stessa fine dei campi coltivati, sono abbandonati o, nei casi migliori - come le radure - conservati, senza una nuova funzione. Nel bosco troviamo anche le rovine di altre architetture, di piccoli fienili (seniki), del mulino (malin) e della casa adiacente, di case usate per il riposo e il deposito di attrezzi (gruppo di case a Za hišo). E ancora, rovine di paesaggi agrari, filari di viti abbandonati, frutteti lasciati a se stessi, sentieri non più percorsi, abbeveratoi per animali vuoti d’acqua, prati non più falciati da un po’. La rovina, a chi la vive quotidianamente, non sembra nulla di romantico e affascinante. Reclama lavoro e cura, pretende da te attenzione concreta. E allora per fortuna che c’è il bosco che tutto copre, c’è il paesaggio visto da lontano che mostra solo il bello e non ci ricorda ogni giorno quanto la Storia anche qui abbia scaricato i suoi effetti. Guardando Topolò da lontano siamo sereni, il paesaggio è nozione di distanza. Appena lo attraversiamo diventa giardino e ci ricorda che è compito nostro curarlo. Nature does not complete things. She is chaotic. Man must finish, and he does so by making a garden and building a wall. Robert Frost 9

1_ Zanzotto, Andrea. Luoghi e paesaggi. Bompiani, 2013. 2_ Malpas, Jeff, ed. The Place of Landscape: Concepts, Contexts, Studies. MIT Press, 2011. 3_ Ingold, Tim. “The temporality of the landscape.” World archaeology 25.2 (1993): 152-174. 4_ Nancy, Jean Luc. “Paysage avec dépaysement.” Au fond des images (2003): 100-18. 5_ Bagliani, Francesca. “Il paesaggio: un’esperienza multiculturale. Scritti di Bernard Lassus.” (2010): 1-112. 6_ Richard Long, A line made by walking, 1967 7_ MariaMaria, Mark-Traccia, 2002. Testo su catalogo di Stazione di Topolò 8_ citazione tratta dal testo di Patrizio Esposito pubblicato su questo numero di r o b i d a a pagina 24 9 _ Malpas, Jeff, ed. The Place of Landscape: Concepts, Contexts, Studies. MIT Press, 2011.

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Topolò è paesaggio, Vida Rucli


Mark Stazione di Topolò, Postaja Topolove Topolò, Italy A station is a passageway, a place of arrival, sojourn and departure. We decide to leave a mark, directly on the green Topolo mountain slope. Together with Moreno we set out to find a location. A man who has been picking aromatic mushrooms in the forest knows a suitable spot. He leads the way towards the graveyard, a large hooked knife dangling from his belt. The site is fantastic: a view of the Slovenian mountains, with the graveyard right in front of us and the church at our back. We pitch our tent and spend the night there, the first night of august 2001. The grass is lush and high, puffing up the canvas and making for a soft mattress. We hear crickets jumping on and off the canvas. The night is silent and during sleep we slowly slide down - inevitable in this mountainous region. Early in the morning we get up to leave. Our stay in the tent has left a trail of flattened grass down the mountain slope. This mark is merely temporary: the grass will soon restore itself and the photograph we made of this event will be the only remaining proof of our stay. In 2002 MariaMaria return back to the Italian mountain village Topolò with postcards with on it the image ‘mark’ and the following text: “Gentili Signorie e Signore, volevamo ringraziarvi per averci fatto dormire sull’erba di Topolò. Distinti saluti, MariaMaria” MariaMaria thank the 42 inhabitants warm for the fact they could sleep on Topolò’s grass. The postcards they deliver personally to the inhabitants of the village to meet the people and their history, which was full of suspicion, fear and control until the Berlin wall came down. This was the moment of recognition of the existence of Topolò and the village came literally back on the map.

A Topolò, tra i luoghi immaginari ma realmente operanti, esiste anche l’Istituto di Topologia di Topolò (ITT-ZTT) il cui direttore è Piero Zanini. L’Istituto si occupa della ricerca su temi quali il paesaggio, il luogo, la topologia. Ogni anno cura una parte del programma della Stazione consigliando film, letture eccetera. Qui sopra il ritratto del paesaggio di Topolò di Giorgio Vazza.

Topolò è paesaggio, Vida Rucli

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sopra: kozolec semplice, sotto: l’interno del kozolec Tonu (disegnato nella pagina accanto)

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Il kozolec monumento dell’architettura rurale

disegno di Janja Šušnjar

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koderjana Ragazze, disegni di Serafino Loszach Koderjana, izvir zgodbe, ki ne presahne, Janja Šušnjar La spiaggia di Topolò, immagini e parole di Laura Savina



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Koderjana una piccola introduzione

... e Koderjana, sì, questo è il posto dove l’acqua ed il sibilo del falco dove l’acqua, che scorre rumorosa e veloce, che i sassi nel letto del fiume muove rocce scava ... Barbara Korun, Koderjana VIII

Koderjana è il nome del torrente che scorre vicino a Topolò, un tempo torrente dall’acqua abbondante tanto da mettere in funzione due mulini, uno usato dagli abitanti di Topolò, l’altro, più a valle, da quelli di Seuza. In un passato non ben definito il torrente era talmente ampio da riuscire ad ottenere la definizione di fiume. Questo era navigabile, come attesta S. Dalović: “Il letto del fiume è molto ampio e ciò permette una navigazione senza problemi anche a grossi bastimenti che solitamente trasportano tessuti, spezie provenienti dall’Oriente, libri.” Possiamo immaginare che la vita lungo le rive del fiume, in particolare quelle più vicine al mulino e quelle, più a valle, vicine al porto, fosse particolarmente frizzante e gli spostamenti tra il paese e il fiume costanti. Camminando lungo il sentiero che ancora oggi porta al mulino e che attraversa i campi terrazzati possiamo immaginarci gruppetti di persone intente a chiacchierare, uomini e animali che si riposano dal faticoso lavoro nei campi (i campi a Topolò, anche se terrazzati, non erano mai pianeggianti), persone che tornano dal mulino o scendono a macinare il grano. Gli anziani del paese ancora oggi ricordano con particolare piacere i giorni trascorsi nella spiaggia vicino al mulino, dove da ragazzi si prendeva il sole. Serafino Loszach, disegnatore del paese - ne parla Guido Scarabottolo a pagina 114 - ha ritratto da ragazzo alcune delle sue coetanee, quando, con tutti i giovani di Topolò, trascorreva le ore calde della giornata alla spiaggia del paese.

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Koderjana izvir zgodbe, ki ne presahne

Janja Šušnjar

… in Koderjana, ja, to je prostor, kjer voda in sokolov žvižg kjer voda, ki teče hrupno hitro, ki kamenje v rečni strugi premika skale dolbe … Barbara Korun, Koderjana VIII Nekje na poti med Topolovim in mlinom šum vetra postaja bolj zgoščen. Ni več jasno, ali prasketajo veje pod nogami ali se približuje poletna nevihta. Tudi tebe slišim slabše, medtem ko mi pripoveduješ o starih vrstah hrastov. Ko se ozreva proti dolini, zaznava bleščeče odseve žarkov, ki so si izborili pot med bukovimi vejami. Spodaj je voda, prišepneš, in kar naenkrat začutiva hladen piš, ki naju zbistri in postaneva bolj pozorna na okolico. Voda je jasna, čista, sveža. Vsak od naju izbere najljubši odtenek modre. Potok teče v bližini Topolovega in se hitro spušča proti dnu doline, kjer se zlije v reko Rjeko. Pri svojem spustu premaga skoraj 400 metrov višinske razlike na zelo kratki razdalji, zato je soteska polna slapov in tolmunov, kjer uživava poletni hlad. Nekoč je tu stal mlin. Poskušava si predstavljati vrteče se kolo, dvokapno streho in bele plasti moke na okenski prepiri. Tudi most, prek katerega so prišli Topoloučani z žaklji koruze in se vračali z moko in otrobi, si lahko zamišljava, medtem ko namakava utrujene pedi v hladnem potoku. Spuščava se niže in niže, včasih morava prečkati vodo, sicer spremljava njen tok med praprotjo in dišečimi ciklamami. / Nekaj prvobitnega je na potovanju po vodi, tudi če gre za kratke razdalje ( J. Brodski) / Kar naenkrat zagledava ozko skalnato stvaritev narave, tako imenovano Suopoto. Občutiva dvojino, tu sva sama, brez dvoma. Koderjana se ne ozira na naju in nadaljuje svoj spust, preskakuje kamne in pragove ter pluje dalje tja proti Jadranskemu morju do koder jo pripeljeta prej Nadiža in potem Soča. Topolovo je kraj, v katerega vstopiš v spremstvu. Kmalu bo polnoč. V hiši je peč, v peči je ogenj, zunaj je noč. Nisi nepovabljen, a prihod je nekaj kar traja. Moraš se odločiti, koliko tistega, kar se je zgodilo do nocoj, boš pustil za sabo. In koliko onega, kar boš doživel odslej, si boš vzel k srcu. Jutro prinese tišino, mrzlo peč in odejo čez ramo. Prihod je nekaj kar traja. A zgodbe vstopijo brez uvoda, s šumom in močjo Koderjane, brez trkanja in takoj zarana: na odklenjena vrata. (Nataša Kramberger, Koderjana X) Pred več kot desetimi leti je v Ambasado izbrisanih, v Martinkino hišo sredi Topolovega prispel avtor prve Koderjane, projekta, ki je dobil ime po bližnjem potoku. Njemu je sledilo še devet pesnikov in pisateljev, ki so se srečevali z vasjo in njenimi ljudmi ter iz prejetega ustvarili poezijo in pripoved, ki je zbrana v desetih izdajah Koderjane. Tako kot so srečevanja med ustvarjalci in vasjo temelj Postaje že od leta 1994, so tudi literati iz izkušnje ustvarili novo vez, ki je pustila sled tako v njih samih kot v Topolovem. Avtorji Koderjane so: Iztok Osojnik, Drago Jančar, Iztok Geister, Fabio Franzin, Taja Kramberger, Matjaž Pikalo, Marko Sosič, Barbara Korun, Miha Mazzini in Nataša Kramberger.

Koderjana, Janja Šušnjar

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Zvečer v Ljubljani gledam na temno pobočje Krima. Za hip sem spet v Topolovem, v vasi, kjer sem preživel skoraj mesec dni. V kamnitem gnezdu, ki se je prilepilo na visoko pobočje daleč na zahodu, pod Kolovratom. Kak samotni večer, ko mi je družbo delal samo »an suh tokaj« me je tam pod zvezdami bolj kot na gnezdo, ta vas, skozi katero je potegnil že skoraj jesenski veter, spominjala na kamnito ladjo. Ladjo, ki jo je tja gor dvignil zeleni val, globoko spodaj je ostala dolina. Drejova, Žnidarjova, Blažikova, Malnarjeva hiša, druga nad drugo na pobočju velikega zelenega vala, ki kipi navzgor, čisto zgoraj, na premcu kamnite ladje z imenom Topolove, je cerkev Svetega Mihaela, tu spodaj, v Dolenjem Topolovem je krma, zvonik cerkve rine navzgor, pod skalnate vršace. Topolove je ladja, ki se je po zelenem valu pognala navzgor in obtičala na njegovem grebenu. Tu je obstala, čas je obstal z njo, njeni popotniki pa so odšli na vse strani sveta. Tukaj čutim, kako se je ustavil čas, naenkrat je temno, nikamor drugam se ne vidi na levo in na desno, kakor v še višje zelene valove, na enem so lučke, tam plujejo skozi razburkano zelenje še neki ljudje, ki niso zmanjkali, gori v Trušnjah, redki preostali prebivalci davne Schiavonie. (Drago Jančar, Koderjana II) … Zadnje dni se zbujam v misli na Topolo. Zbuja me ptičje petje, ki ga kmalu po pol šesti preglasi brnenje dostavih vozil. Malo po pol sedmi me predrami zvok rezke budilke. Ta naznani nov dan v ritmu časa, ki sem ga ponovno sprejela za svojega. Jutranja rutina, odhod iz zaenkrat še ne domačega gnezda, pozno vračanje domov, boleče oči, pozabljeno kosilo, ki postane kar večerja, menjava krajev in nekrajev, vožnja z avtobusom, kolesom, vrsta na pošti, restavracije, knjižnica, polnočni koncerti, mestni vrvež. Vse, česar v Topolovem ni bilo in kar sem včasih na skrivaj pogrešala. Pa vendar se zadnje dni zbujam v misli na Topolo, v misli na Koderjano. “Topolovo kot prostor rešitve za čas, v katerem ni prostora za tišino,” mi je v intervuju na vprašanje o Topolovem, kot o prostoru bivanja v prihodnosti, odgovoril Marko Sosič.

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Koderjana, Janja Šušnjar


Koderjana, Janja Šušnjar

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La spiaggia di Topolò, Laura Savina


La spiaggia di Topolò

Laura Savina

“[...] e fu proprio a causa dello smottamento della crosta terrestre avvenuto a seguito dell’ultimo Grande Terremoto che lì, in quell’angolo di terra nascosto tra le montagne, emerse una sorgente d’acqua salata e piano, lenta come una marea, corrose la roccia e la mutò in sabbia.” Le Cronache della Terra e del Mare, William Hightower, 1856.

Non ho un costume. Anche quest’anno sono arrivata a luglio senza procurarmi un costume. Che poi non ci ho nemmeno provato, non ho fatto neanche finta di andarlo a cercare, di volerlo trovare. Mi dicono che lì tutti hanno costumi bellissimi, cuciti a mano, ritagliati da teli di seta variopinta che un tempo era servita per fabbricare mongolfiere. Non è una spiaggia qualsiasi, mi avvisano. Non un lido come tanti, non aspettarti ombrelloni, lettini, non aspettarti di vedere il mare. Di vedere il mare. La sera si prepara da mangiare, si spremono i limoni per le bevande ghiacciate, si taglia il pane. La mattina, il primo a svegliarsi mette a fare il caffè e bussa al vicino di casa che a sua volta mette a fare il caffè e bussa al vicino. Quando tutto il paese è pronto, si comincia a scendere nel bosco, ognuno col suo cesto, ognuno nel suo costume variopinto. Si va in spiaggia, dicono, si va a prendere il sole. Mi raccontano il rumore che fa la terra umida del bosco quando comincia a diventare sabbia. Un rumore di caldo, di vacanze, un rumore di mare. È una spiaggia grande, estesa, una spiaggia per tutti, precisano. Per tutti quelli che la cercano. Mi indicano dove andare, le curve da prendere, le discese. La troverai, basterà seguire l’odore dell’acqua, dell’estate. Cammino, attenta a non inciampare tra le radici scoperte di questa foresta. Cammino ed elaboro articolate teorie sul fatto che non ho un costume, che non ho proprio potuto portarlo, scusate. Scendo e vedo le cime degli alberi allontanarsi, scendo tra gole di rocce stratificate, tra felci ed edere velenose. Poi sento qualcosa nell’aria, è difficile ora descriverlo, come se l’aria stesse cambiando colore, da blu-verde ad azzurro-gialla. Sento l’odore d’umido asciugarsi. Respiro. Ci sono.

E il mare è vero, non lo vedo. Ma è lì.

Tratto dal diario di Grace Burch (1907 – 1972), nuotatrice paesaggista. Visitò Topolò nel 1925. Si fece seppellire con indosso un costume di seta.

La spiaggia di Topolò, Laura Savina

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mulino:malin Il passaggio per il mulino by Studio Wild Fotografie, di Studio Wild Fotografie antiche del mulino

L’esempio di Topolò, un borgo friulano che si sottrae all’abbandono, di Romano Bonifacci



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Il passaggio per il mulino, Studio Wild


Il passaggio per il mulino

Studio Wild

Every summer the village awakes for two weeks during Stazione; a festival which was originated in 1994. The contributions of artists, designers and musicians are intended as an interpretation or dialogue with the existing culture, population and its environment. Stories of local inhabitants, eroding ruins, and overgrown far stretching terraces echo traces of a rich culture and history. The mulino is one of the strongest beacons showing shatters of lives which were once lived. It is the ruin of their watermill complex, situated in Topolò’s valley next to the Koderjana stream. After a short downhill hike, you will find two small houses joined by a dam. Eroded by time and the elements the dam has been transformed into a small waterfall. Alongside the river natural walls of layered stone embrace the site. Our work ‘Il Passaggio per il Mulino’ consists of two architectural sculptures, one in the village, and one at the mulino. The sculpture in the villages shows a scale model, a way of referring to another place. The sculpture at the mulino makes for a place to reside. It emphasises the existence of a place. Together they form a single gesture, their purpose is to strengthen a now fading dialogue between the village and the mulino, as a contribution to the way Stazione di Topolò aims to connect Topolò with new people and ideas.

Il passaggio per il mulino, Studio Wild

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Il passaggio per il mulino, Studio Wild


Il passaggio per il mulino, Studio Wild

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La stalla delle pecore articolo sulla cooperativa di Topolò L’Unità, 23 febbraio 1978

L’Unità / giovedì 23 febbraio 1978, pag.6 L’esempio di Topolò, un borgo friulano che si sottrae all’abbandono Un intero paese fa vivere la cooperativa Un gruppo di giovani ha convinto le 40 famiglie del luogo ad associarsi - Duecento ettari di montagna strappati al degrado - Iniziato l’allevamento delle pecore - Già hanno venduto la prima lana Siamo a Clodig, in una delle valli del Natisone. (...) Più avanti, a quota 500, c’è il paese di Topolò, la frazione più periferica del Comune di Grimacco del quale fa parte la stessa Clodig, sede del municipio. E più in là ancora è già Jugoslavia. La neve la fa da padrona, c’è n’è più di due metri. Proprio sotto quella neve c’è l’azienda cooperativa San Michele, duecento ettari di terreno strappato all’abbandono, grazie all’iniziativa di un gruppo di giovani. E nelle vecchie stalle dei contadini di Topolò, chiuse da tempo, ci sono 400 capi di ovini, messi lì provvisoriamente, in attesa della costruzione della nuova stalla, che si farà in primavera. (...) I duecento ettari che la cooperativa ha messo assieme in pratica rappresentano il territorio dell’intera montagna, da quota 700 metri sino alla cima. Un tempo c’erano prati, bestiame, allevamento. Ma allora a Topolò gli abitanti erano almeno il doppio degli attuali 90, così come il doppio almeno erano gli abitanti dell’intero Comune, che oggi conta 900 anime in via di lenta ma continua diminuzione se non ci saranno interventi nel tessuto economico e produttivo. La gente che qui parla il dialetto sloveno e che porta sulle spalle il peso di decenni di angherie e di discriminazioni, appena ha potuto è scappata in fabbrica. Le stalle hanno chiuso, i prati non sono stati più sfalciati, il degrado si è impadronito di un territorio che in breve è diventato persino impraticabile, tutto sterpi e sfasciume. E la DC, che qui è maggioranza assoluta da…sempre, è rimasta a guardare, al massimo ha fatto dell’ordinaria amministrazione, il che significa niente a confronto dei bisogni di queste popolazioni tutt’altro che fortunate. È appunto dalla rivolta contro la DC che nasceva l’idea della cooperativa. (...) È il 1976. A Topolò si fanno riunioni di paese: i proprietari di quei 200 ettari che stanno andando in malora sono ancora tutti lì. Il problema è di mettere d’accordo, convincerli che il loro diritto di proprietà non ha alcun senso nelle condizioni in cui si trovano i loro terreni. È una battaglia dura, ma alla fine tutti decidono di dare le terre alla cooperativa, in concessione per la durata di 10-15 anni. E tutte le 40 famiglie del paese aderiscono alla cooperativa. La quota sociale è di cinquemila lire, il capitale di duecento. Risolto il problema della terra, bisognava ora risolvere il problema di cosa produrre. Di Clodig è il prof. Crisetig, veterinario, che insegna alla facoltà di biologia. A lui si chiedono lumi. È così che nasce la visita ad un’esperienza sull’Appennino emiliano dove il problema del recupero dei terreni è stato risolto con l’allevamento degli ovini. Il paese viene nuovamente riunito, si discute, si fa la scelta degli ovini da carne e da lana (...) e si raccolgono i fondi per le prime spese. In attesa dell’arrivo del bestiame, si sistemano i terreni almeno in parte: quaranta ettari vengono recintati a settori di quattro ettari l’uno. Il bestiame passerà periodicamente da un settore all’altro, questo sino a quando le condizioni climatiche lo permetteranno. (...)

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ambasciate:embassies Embassy of New Zeland: words by Marie Shannon letter by Julian Dashper Embassy of Netherlands: On public art and Topolò, by Jan van der Ploeg Grip n. 449, by Jan van der Ploeg letter by Jan van der Ploeg a dialogue between Jan and Jesse van der Ploeg Norwegian Embassy: The edge of things, by Per Platou



Juljova hiĹĄa Embassy of New Zeland

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My partner Julian Dashper showed the first version of his work Future Call at Stazione di Topoló in 1994. A phone from one of the houses was placed on the sill of an open window, next to a small square. At 5pm every evening, Julian would ring the phone, from our house in Waterview, Auckland, New Zealand, where it was 3am the next day. The phone would ring in the square for about half an hour. Not constantly, so it was annoying, but sporadically. Several women from the village would guard it carefully so nobody could answer it. In those days before cell phones were common, in a village that had seen the departure of its population over generations, an unanswered phone was a sound that could generate unease, or strong emotions. I had work in Stazione di Topoló in 1995, a pair of laminated photographs, hung outside, fixed to a tree. They blew away one night in a terrible storm, and were never found. I’ve only been to Topoló once, in 2005, with Julian and our son Leo, but it is an important place to our family, as it is to many New Zealand artists. Marie Shannon

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From Julian Dashper to Topolò, 1996 Embassy of New Zeland

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Paukarčnova kašča Embassy of Netherlands


On public art and Topolò

Jan van der Ploeg ambasciatore dei Paesi Bassi a Topolò

Dear Jan, Donatella told me that you once said that Topolò is the (right / perfect) place for public art? Is this correct? Dear Vida, thank you for your question. Now that I think about it again, I do not know whether it is true what I claimed at the time. Public art can of course function in many encounters if it is good. It is important that art respects its environment and vice versa. The special thing about Topolo is that you might be less likely to admit that you will come across art in public. Perhaps it was not the intention that contemporary art would relate to the centuries-old beauty of nature and architecture in the home of Stazione di Topolo / Postaja Topolove. But now that it is there, it surprises me every time I suddenly come across the corner of a building. It is probably because you do not expect it, the contrast between the different worlds and the isolation of art and Topolo itself, that the combination of them is so overwhelmingly beautiful! Beste Jan, Donatella vertelde me dat je ooit zei dat Topolò de (juiste / perfecte) plaats is voor openbare kunst? Is dit correct? Beste Vida, dank je wel voor je vraag. Nu ik er weer over nadenk, weet ik niet of het klopt wat ik destijds beweerde. Openbare kunst kan natuurlijk in veel situaties functioneren als het goed is. Het is belangrijk dat kunst de omgeving respecteert en anders om. Het bijzondere van Topolo is dat je minder snel verwacht kunst in de openbare ruimte tegen te komen. Misschien is het ook niet de bedoeling dat hedendaagse kunst zich verhoudt tot de eeuwenoude schoonheid van de natuur en de architectuur in het thuis van Stazione di Topolo / Postaja Topolove. Maar nu het er is, verbaast het me elke keer weer als ik het plotseling tegenkom om de hoek van een gebouw. Het is waarschijnlijk omdat je het niet verwacht, het contrast tussen de verschillende werelden en het isolement van de kunst en van Topolo zelf, dat de combinatie ervan zo overweldigend mooi is! Dus ja, Topolò is de (juiste / perfecte) plaats voor openbare kunst.


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A conversation on Topolò

Jan van der Ploeg Jesse van der Ploeg

How does Topolò give you inspiration? Jan: The inspiring things about Topolo are the people who live there, the stories that are passed on, its history, the smell of burning wood... Jesse: The village and its surrounding terraces are built for 400 people, now occupied by 20. When walking through its alleys and paths you constantly read traces of a once intense occupation. Overgrown rural landscape, and structures which have fallen into decay; they seem to be able to tell many stories, hidden at first sight. What are the differences in Topolò between now, and the first time you visited it? Jesse: Some places I found scary when I was young, like the area around what is now casa juljova. It was badly kept, and the ground around was muddy. Now this is one of the best kept places. Many paths were made of roughly textured concrete, which are now well crafted paths of natural stone. At the same time more houses get abandoned, and even some terraces flooded away, as less people can maintain them. Jan: The first time I arrived in Topolo, more people lived in the village than is now the case. In the photo book that Miroslav Janek of Topolo made it is nice to see who was still alive at that time. How do you imagine the future of Topolò? How do you wish it will be? Jan: It is nice to see that life is always going on and that a whole new generation has developed since the beginning of Stazione di Topolo. It is special to see that this younger generation is slowly returning to Topolo and decides to (temporarily) live there. Jesse: It would be good to see more reoccupation of the village. Artists working and living year round Topolò for Stazione, and maybe a small hostel for some tourism. It is great that there is a large group of people thinking of these themes, which strengthens the possibility of realising these ambitions. What is your favorite place in Topolò, and why? Jan: My favorite place in Topolo is probably the Blue House. It is the place where I first showed my work in Topolo. Many nights we sat, cooked, ate and laughed. It would be nice and important if the Blue House could be kept. Jesse: I find it hard to name just one. I like Topolò’s cosy kitchens, where a lot of social activities take place. Places where you tightly sit together in colder seasons, a fire and a coffee to get warm. Kitchens like the house of Carla, of Vida, and of course Caffé Dora. Secondly, all small streams, the tiny ponds, and the waterfalls. Last the terraces, they hold a great potential for becoming great places again, now mostly buried underneath thick bushes.

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Letter from Jan to Topolò, 1997 Embassy of Netherlands

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The Edge of Things Norwegian embassy

Strvarni rob Ambasada Norveške

Per Platou Norwegian ambassador, Norveški veleposlanik

Topolò is situated on the north-east border of Italy, in the south of Europe, and Norway as a country represents the northern border to Europe. We are both periphery. At school, a long time ago, our teachers told us that if we place a compass point in Oslo and start drawing a circle from our own northern border, the southern radius will pass straight through Colosseum in Rome. In other words; Norwegian children learn that they are the center of their world - periphery is only a metter of definition! This is also true in the world of art and music. “Edge” is a word that describes something as far as you can get from the center, and at the same time represents something that artists all over the world strive hard to achieve. As minorities we are more unique than the masses, and we are proud of it. All roads might lead to Rome, but at least one of those roads has its source in the middle of the mountains of Norway and another, very steep, very curvy and important one, starts right up here by the church in Topolò. It is the fate of both our people to be surrounded by woods, mountains, weather, mythical creatures, ghosts and history full of cultural and political hardship. I have learned that Topolonauts, like myself, have an open ear for the little things, the simple and sometimes rather unexpected. In these poignant surroundings we share the joy of exploring artistic ventures and some existential questions about life. We are stubborn, we are small, and Stazione teaches us to respect and trust each other. Topolò is the epicenter of periphery. This embassy shall be a symbol for everything that a handful loving people can achieve together on a 1:1 scale. Small is beautiful. ::: Topolove se nahaja na severo-vzhodnem delu Italije, na jugu Evrope, Norveška pa kot država predstavlja severno mejo Evrope. Obojni sva obrobni. V šoli so nam naši učitelji pred mnogimi leti rekli, da če bi zabodli šestilo na Oslo in bi ga odprli tako, da bi se dotaknili naše severne meje bi nastal krog, ki bi šel točno mimo Koloseja v Rimu. Povedano z drugimi besedami: Norveške otroke se uči, da so center svojega sveta – to se pravi, da je periferija le stvar definicije! To velja tudi v umetnostnem in glasbenem svetu. Beseda meja opiše nekaj, kar se nahaja na največji možni dosegljivi razdalji od središča, in istočasno predstavlja nekaj, kar so vsi umetniki na svetu skušali doseči. V kolikor smo manjšine, imamo neko edinstvenost napram množicam, edinstvenost, na katero smo ponosni. Vse poti peljejo v Rim, ampak vsaj ena med njimi se rodi v norveških gorah, druga pa, ki je zelo strma in polna ovinkov ter ravno tako pomembna, se začenja tu gor, pri cerkvi v Topolovem. Usoda naših ljudi je ta, da jo obdajajo gozdovi, gore, vremenske neprilike, mitološka bitja, prikazni ter zgodovina, polna političnih in kulturnih stisk. Naučil sem se, da imajo Topolonavti prav kot jaz poseben posluh za majhne, večkrat enostavne in nepričakovane stvari. V teh tako pogumnih krajih delimo radost za nove umetniške dosežke in pa tudi za bistvena življenjska vprašanja. Vztrajni smo, majhni smo, Postaja nas uči, da spoštujemo in zaupamo eden drugemu. Topolove je epicenter periferije. Naj bo ta ambasada simbol tega, kar lahko doseže majhna skupina oseb v slogi, v merilu 1:1. Majhno je lepo.

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The edge of things, Stvarni rob, Per Platou


Ambasciata di Norvegia Il margine delle cose

Per Platou ambasciatore di Norvegia

Topolò si trova sul confine nord-orientale dell’Italia, nel sud dell’Europa, e la Norvegia, come nazione, rappresenta il confine settentrionale dell’Europa. Siamo entrambi periferici. A scuola, molto tempo fa, i nostri maestri ci dissero che se avessimo puntato un compasso su Oslo e l’avessimo aperto fino a toccare il nostro confine settentrionale, il cerchio risultante sarebbe passato esattamente attraverso il Colosseo a Roma. In altre parole i bambini norvegesi imparano che sono il centro del loro mondo - la periferia è solo una questione di definizione! Questo è vero anche nel mondo dell’arte e della musica. La parola “limite” descrive qualcosa che sta alla distanza massima raggiungibile dal centro e al contempo rappresenta qualcosa che gli artisti di tutto il mondo si sono sempre sforzati di raggiungere. In quanto minoranze abbiamo una certa unicità rispetto alle masse e ne siamo orgogliosi. Tutte le strade portano a Roma, ma almeno una di esse ha origine tra le montagne della Norvegia ed un’altra, molto ripida, piena di curve ma anche importante ha inizio quassù, alla chiesa di Topolò. È destino di entrambe le nostre genti quello di essere circondate da boschi, montagne, intemperie, creature mitologiche, fantasmi ed una storia piena di avversità politiche e culturali. Ho imparato che i Topolonauti come me hanno sempre un orecchio particolare per le cose piccole, spesso semplici e inaspettate. In questi luoghi così intensi condividiamo la gioia di nuove imprese artistiche e anche questioni fondamentali della vita. Siamo ostinati, siamo piccoli, e la Stazione ci insegna a rispettarci e fidarci gli uni degli altri. Topolò è l’epicentro della periferia. Che questa ambasciata sia un simbolo di ciò che un piccolo gruppo di persone amorevoli può raggiungere insieme, su una scala 1:1. Piccolo è bello.

Il margine delle cose, Per Platou

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auditorium potok Ritrovarsi, di Alma Mileto per l’auditorium di Topolò Fotografie del primo concerto dell’orchestra YMISO.



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Ritrovarsi, Alma Mileto


Ritrovarsi

Alma Mileto

Mettiamo che si dia un’altra domenica, un altro sole sfuggente, un cestino da pic-nic e una tovaglia a scacchi. Una gita, su per i tornanti che avviluppano il rio Koderiana, subito sopra le casette di Clodig. Mettiamo anche che un luogo esiste soprattutto quando non è segnato sulle mappe. In questo capovolgimento di prospettiva, e in un bel fine-settimana arioso, un musicista decide di abbandonare i suoi spartiti e di tornare in uno spazio di cui ha un ricordo impreciso. Forse se ci tornerà, capirà perché ha l’impressione di avervi abbandonato qualcosa. Qualcosa che gli era caro, che non si spiega come da anni abbia potuto lasciare incustodito. Un piazzale un po’ in salita gli si staglia davanti, alle pendici di quel paese che l’ha segnato nel profondo, altro che un puntino su una cartina geografica. Tutto tace, a semicerchio sono disposte belve targate sul dorso, di smaglianti colori diversi. E tuttavia nell’aria qualcosa c’è che non torna. Il musicista – ah, precisamente un suonatore di flauto traverso – stende la sua coperta sul caldo asfalto e aspetta. Qualcosa dovrà pur accadere. Non è certo possibile che da anni si senta sospinto per nulla ad un ritorno. All’improvviso, da dietro un cespuglio, un fascio di luce e di pulviscolo illumina un angolo del piazzale. In una pozzanghera pianta dal cielo del mattino, qualcosa sbrilluccica più del dovuto. L’uomo si avvicina, si sporge, prova a toccare con la punta della scarpa lo sbrilluccichio. Non ci arriva, non tocca nulla, anzi stranamente affonda. Che pozzanghera profonda! Davvero non credeva che avesse piovuto tanto. Eppure qualcosa lì sul fondale c’è, qualcosa che va ripescato. Idea! Ha una canna da pesca, l’aveva portata per agguantare con la mosca qualche trota, chissà che non funzioni anche per quell’indistinta preziosità nascosta dal suo riflesso. Piano piano, con la manovella srotola il filo intorno alla guida, sempre più giù. Dopo interminabili minuti, l’amo tocca qualcosa. Qualcosa di duro, che fa un ‘tin’. Molto eccitato, il musicista comincia a tirare delicatamente su il suo pesce. Ma quando esce del tutto dalle increspature dell’acqua, meraviglia delle meraviglie: è il suo flauto. Davvero non può crederci, è il suo flauto. Il suo flauto. Ecco cosa aveva perduto! Ma non lo suona tutti i giorni a casa e in tour con la sua orchestra, il suo flauto? Bè che importa, anche questo a quanto pare è il suo flauto. È un flauto altro, un flauto di prima, un flauto di sempre. Quel che importa è che non l’ha mai sentito così suo. È il suo flauto. Avvicina la bocca allo strumento e all’incontro con le sue labbra questo dischiude con naturalezza note dimenticate, dimenticate solo apparentemente. Certo quella serata era stata bella, e quanto sarebbe bello ora se le macchine cominciassero a suonare, aprissero le portiere e battessero le mani, accompagnando quel piccolo miracolo. Aveva ragione il Maestro Igor: “Dopo questo concerto conoscerete un po’ di più voi stessi”. Non è solo la sinfonia schubertiana, ad essere rimasta Incompiuta. Uno strumento non finirà mai di voler dire qualcosa, una pozzanghera non smetterà mai di invogliare a pescare nelle sue profondità, un uomo non potrà mai smettere di voler conoscere se stesso. Ci sarebbe proprio bisogno di un altro bel concerto, proprio lì. Forse basterebbe che tutti i musicisti tornassero a pescare i propri strumenti.

Da Alma, per l’Auditorium Potok

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sopra e nella pagina precedente: orchestra YMISO all’auditorium potok

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sopra: l’auditorium potok raramente adibito a parcheggio.

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s a l a d’ a s p e t t o : č a k a l n i c a Graffiti dalla sala d’aspetto _ Grafiti s čakalnice Poesie per Topolò di Miha Obit, Srečko Kosovel, Peter Semolič, Miljana Cunta, Jack Hirschman, Sofia Miorelli



Postaja Topolove Francu Loiu in Micheleju Obitu Poezija še nikogar ni utrudila. Zaspan sem bil, zato nisem jedel. Matajur je imel krono iz zvezd. Domača mačka se mi je smukala ob nogah, ko sem se pripravljal na nastop. Vlaki so bili točni zaradi umetnikove domišljije. Ljudje so izstopali naravnost v pesnikove sanje. Nisem si mislil, da bom prav tu našel izgubljeni verz. Naslonjen na grob omet sem poslušal petje moških, hripavih od vina. Še neslišani ritmi so mi zanihali ušesno opno. Ki se kar ne izniha. Poletni veter je prebiral brajde. Pod skromno trto sem bil priča dvogovoru pesmi. Zato spet pišem. Izbiram in nizam podobe, “sensibili e di riservatezza”. V nov dan sem stopil s kozarcem vina. Kot v novo leto. Iz kuhinje je dišalo po cvrtju, rahlem kot rečni pršec. V dolini je tekla Nadiža. Rad bi se potopil v njeno kristalno srce. Peter Semolič

Topolovo 2012 Vsaksebi so previsni kraji, iščejo se, ne da bi imeli v spominu milost srečanja. Zmrznjeni v spogledovanju so v nevarnem upogibu navzodl. Ko se za hip uzrejo pod žarometom poletja, ki kuje zvezde iz navadnih ljudi, se staknejo stopala dolin mehko, a v viziji odtujitve. Od tam potem rastejo po vznožju zelenih tišin visoko proti nebu, a nikoli do tja. Obstanejo vmes, kakor zlatorog, ki ga lovi oddaljeni krohot. Je že kdo slišal klopot kopita in tanko nit strahu, ki priveže na prvo bližnjo bilko? Začarane višine se ne bojijo pasti, pasti se boji bližina. Hodimo pod kotom po mesečnih poteh, brlivka želje pridržuje ničeva telesca. Ko se križamo pod vrtoglavimi nakloni, smo sami, med psemijo in pesmijo je mogočna dolina brezčasja. Miljana Cunta

La sala d’aspetto della stazione di Topolò è il luogo dedicato all’attesa e alla lettura di poesie. Negli anni ha visto passare poeti di ogni dove, in particolare sloveni e italiani. Alcuni hanno dedicato dei versi a Topolò e alla sua stazione - alcuni anche senza esserci mai stati. Li pubblichiamo qui come graffiti sui muri della sala d’aspetto. Čakalnica Postaje Topolove je prostor posvečen čakanju in branju poezije. V letih so v njej brali pesniki iz celega sveta, posebno pa iz Slovenije in Italije. Nekateri so posvetili nekaj verzov Topolovemu in njeni postaji - nekateri, tudi če niso nikoli tukaj bili. Objavljamo jih tukaj v obliki grafitov na stenah čakalnice.

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Graffiti dalla sala d’aspetto, Grafiti s čakalnice


Graffiti dalla sala d’aspetto Grafiti s čakalnice

En este pueblo se acorderán de nosotros; en este pueblo se acorderán siempre; somos nosotros los que olvidaremos. Álvaro Cepeda Samudio

In questo paese si ricorderanno di noi delle pietre che cadevano e di come le abbiamo raccolte e levigate – degli sputi per profanare un confine – di sedie in vimini conficcate nei muri – della pagella di Fonso mostrata con orgoglio quasi quanto la grappa – si ricorderanno il fienile e le voci e i rombi degli aerei mai a orari normali – il peso di un seme e quello di un’arca una sussurro che giunge da un antro la domanda a che ora l’ultimo treno. Saremo noi a dimenticarlo. Michele Obit

Na postaji Vagon. Odprta vrata. In ograja. Na peronu se človek izprehaja. Rdeča kapa. Rdeča zasrava ustavlja vlak. V kvadratu vrat človek. Ograja. Zelena ravnina. Nekdo odhaja. Joj človek s srcem, bolje da nisi! Še enkrat se ozrem. V dalji srebrni dom. Srečko Kosovel

Graffiti dalla sala d’aspetto, Grafiti s čakalnice

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Topolò The stillness in every leaf of the tree-filled hill opposite me on the path high up Topolò looks out, looks like it was painted by a brush dipped in majesty. A faint mist over the hills beyond. The stillness transmits a breathless wonderment, a held breath at twilight which doesn’t burst but rather serenes one within and has been here so long my eyes wear and awe and quiet respect for what is, has been and will be over my shoulder when we have gone down this mountain, the foliaged sun. Jack Hirschman

Topolò Ero coltivata, “e adesso”? radicata... da cento e mille alberi sono il mio orologio, il mio tempo. Ho un mantello di case, rovine. La mia corona è una chiesa, la mia voce? un eco: rimbalza, risuona, ruggisce, s’acquieta e svanisce... Il mio sorriso è una crepa nascosta in ogni casa. Accoglie i miei abitanti, la mia anima, i miei amanti. Gioco nei ruscelli e le foglie, scompiglio capelli e le mie figlie. Rido di ch’inciampa, sono ripida...tremenda. Vengo amata perché distante, lontana da tutti. Sono parte di un ricordo, un sogno, un desiderio di ritorno. I miei figli mi visitano nel sonno, mi immaginano nei fiori, nei colori. Quando tornano mi cantano canzoni, raccontano storie, mi immaginano in un disegno.... e ballano ed io con loro seguo il ritmo. “E poi?” se ne vanno. Sofia Miorelli

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Graffiti dalla sala d’aspetto, Grafiti s čakalnice


Postaja Topolove A Franco Loi e Michele Obit La poesia non ha ancora mai stancato nessuno. / Ero assonnato, per questo non volevo mangiare. / Il Matajur aveva una corona di stelle. / La gatta del paese si strusciava sulle mie gambe / mentre mi preparavo alla lettura. / I treni erano in orario / per l’immaginazione artistica. / Le persone scendevano dirette / nei sogni poetici. / Non pensavo che proprio qui / avrei trovato il verso perduto. Poggiato al grezzo intonaco / ascoltavo il canto degli uomini / rauchi dal vino. / Ritmi ancora inascoltati / mi facevano oscillare i timpani. / Che non smettono di ondeggiare. / Il vento estivo faceva suonare i pergolati. Sotto la dimessa vite / sono stato testimone di un dialogo di poesie. / Per questo son tornato a scrivere. / Scelgo e dispongo le immagini, / “sensibili e di riservatezza”. Nel nuovo giorno sono entrato con un bicchiere di vino. / Come nel nuovo anno. / Dalla cucina usciva odore di frittata, / delicato come l’acquerugiola di fiume. / Nella valle scorreva il Natisone. / Immergermi vorrei nel suo cuore di cristallo. Peter Semolič (traduzione di Miha Obit) Topolò 2012 Ognuno per sé stanno / i luoghi in pendenza, si cercano / senza avere memoria / della grazia dell’incontro. / Irrigiditi nella leziosità / stanno in pericolosa flessione / all’ingiù. Quando per un attimo si scorgono / sotto il proiettore dell’estate / che conia le stelle da persone normali, / si scoprono lievemente i piedi delle valli, / ma nel presagio della separazione. / Di là poi crescono / ai piedi del monte dei verdi silenzi in alto verso il cielo, ma mai sin là. Rimangono in mezzo, / come l’auricorno che uno scroscio di risa lontano rincorre. / Ha qualcuno già sentito il rumore dello zoccolo ed il sottile filo di paura che lega /al più vicino filo d’erba? / Le alture incantate non temono cadute, / di cadere ha paura la vicinanza. / Camminiamo in pendenza per cammini lunari, / la lucerna del desiderio trattiene i piccoli corpi vani. / Quando / c’incrociamo sotto le vertiginose chine / siamo soli, /tra una poesia e l’altra / c’è una possente valle di atemporalità. Miljana Cunta (traduzione di Miha Obit) Topolò Tihota v vsakem listu / z drevjem napolnjenega griča nasproti mene / na stezi visoko v Topolovem / pogleda ven, / izgleda, kot da je bila naslikana / s čopičem pomočenim v veličastnost. // Bleda meglica preko hribov v daljavi. // Tihota prenaša / zasoplo čudenje, / zadržani dih v somraku, / ki ne plane, temveč / te raje notranje spokoji // in je tukaj že toliko časa // moje oči nosijo in občudujejo in / spoštujejo to, kar je, / kar je bilo in bo / preko mojega ramena, ko / smo se spustili iz te gore, / listnato sonce. Jack Hirschman (prevod Aljaž Škrlep) Topolò La quiete di ogni singola foglia / sulla collina fitta di alberi di fronte a me / dalla cima della strada Topolò / si affaccia, / sembra sia stata dipinta / da un pennello intinto di maestosità. // Una foschia tenue sulle colline, più in là. // La quiete comunica uno / stupore mozzafiato, / un respiro trattenuto al crepuscolo / che non esplode ma / rasserena dentro // ed è stato qui così a lungo // i miei occhi si vestono e di meraviglia e / di pacato rispetto per ciò che è, / è stato e sara / alle mie spalle quando / saremo scesi da questa montagna, / il sole verdeggiante. Jack Hirschman (traduzione Maria Moschioni)

Graffiti dalla sala d’aspetto, Grafiti s čakalnice

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vecchia scuola:stara ťola Primo giorno di scuola, di Alma Mileto vecchie fotografie dei bambini di Topolò



Vecchie fotografie di bambini a Topolò

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Primo giorno di scuola, Alma Mileto


Primo giorno di scuola

Alma Mileto

Sono silenziose le valli, ma è un silenzio che i bambini amano. Lo amano perché sono liberi di riempirlo, e più sono liberi di farlo più lo rispettano. Immacolato come una coperta bianca su cui scivola la mano attenta delle loro mamme. Come le nuvole che si rincorrono nelle mattine di pioggia, pronte ad essere trafitte da un arcobaleno. Il pavimento scricchiola, è adatto ai piedi scalzi. Nelle fessure legnose e sconnesse si annidano tutti i rumori del giorno. Poi, nella notte, riemergono. Così, quando i piccoli allievi tornano nelle loro case, i rumori delle loro matite sui quaderni e del loro frizzantino chiacchiericcio salgono su dalle assi del pavimento come vapore acqueo, si stiracchiano e si fanno un inchino di saluto prima di aprire le danze. È il ballo del suono quello che si accingono a figurare, nell’oscurità stellata di un tempo che non si sa. Rullo di tamburi, la materia comincia a vibrare. Gli occhi concentrati di tutti si incontrano e scintillano, i rumori danzanti sono diventati in un attimo provetti musicisti in carne ed ossa. Pelli e alluminio rompono definitivamente il silenzio, sfondano le pareti porose e abbracciano i vibrafoni d’acqua delle cascate Stamorčak. Ora la galassia percussiva sveglierà tutti! Si getta a capofitto nel teatro naturale solcato dal Natisone, come latte schizza di incanto animalesco l’albeggiare del paese. Sono i bambini a stiracchiarsi adesso, un po’ storditi da quel sonno pieno di battiti e schiamazzi di chissà quali strane creature.

È una calda estate in cui qualcosa sta per cambiare, lo si avverte chiaramente. Prendono le loro cartelle e scendono giù dalla ripida discesa verso la Vecchia Scuola. Cos’è accaduto, la notte passata? La maestra Anita li sta aspettando. Il chiacchiericcio riprende, è ora di tirare fuori di nuovo quaderni e matite. Ma quella mattina, dalle cartelle escono fuori solo sassi, e conchiglie, e ramoscelli. E i bambini sembrano più grandi, si guardano attorno, si osservano tra loro. Chi sono diventati? Tutti in cerchio a gambe incrociate, riscoprono negli occhi degli altri quella scintilla che nel sogno notturno di ognuno aveva dato il ‘la’ al concerto di tamburi, quando la musica era cominciata. Ah, hanno sognato anche loro allora. Quindi se inizio a far suonare questo oggetto che ho davanti, piano piano, gli altri mi seguiranno. Vedi, pensavo di essere diventato un altro, di aver perso quello che ero e quello che erano i miei compagni. E invece, anche se sono diversi da ieri, ora in quel guizzo io li riconosco. E li ritrovo a dare voce a questo spazio. Forse dopotutto non abbiamo mai smesso di farlo… I ragazzi, gli uomini, le donne, affondano i loro sorrisi negli abissi del rumore bianco, cavalcano le onde e bagnano di schiuma i ricordi di quelle mattine lontane, lontane e vicinissime, in cui scrivevano dettati. È strano. Per la seconda volta nelle loro vite, è il loro primo giorno di scuola. Da Alma, per la vecchia scuola.

Laboratorio di scrittura poetica per bambini con Chiara Carminati 2001

Primo giorno di scuola, Alma Mileto

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put:pinoteca universale di topolò Per Serafino, di Guido Scarabottolo Serafino, di Piero Zanini architetture di Serafino Loszach



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Per Serafino, Guido Scarabottolo


Per Serafino

Guido Scarabottolo

Quando mi hanno parlato di lui la prima volta Serafino Loszach era morto. E dei suoi disegni era già stata fatta una mostra, ad Amsterdam. Se capissi qualcosa di fisica sarebbe più facile, per me, orientarmi in questa storia, comunque. C’è stato un luogo, nello spazio, dove Serafino è rimasto tutta la vita, per quanto ne so, e dove io ho passato qualche giorno. Purtroppo questo è accaduto in momenti (luoghi del tempo) diversi. Il posto si chiama Topolò e io ci sono andato la prima volta stupidamente attratto dal nome. In un momento dell’anno preciso in cui Topolò, oltre ad essere un frammento dello spazio e del tempo, diventa anche un frammento dell’altro universo, anche questo per me incomprensibile, che indichiamo convenzionalmente col nome di arte. A Topolò erano rimaste tracce del passaggio di Serafino, a casa sua, su qualche parete, ma soprattutto in un armadio. Tracce di un momento dello spazio-tempo in cui Serafino ha disegnato quasi ininterrottamente. I disegni sono travolgenti, come devono essere stati per lui. Ma sono interessantissimi anche per un’altra ragione: essi rimandano, infatti, in modo lampante, ad altri momenti dello spazio-tempo, lontani da quello che ha cambiato la pittura europea e quindi occidentale. Quella rivoluzione dello sguardo indotta dalla camera oscura e da tutti gli strumenti ottici che l’hanno seguita e che ha portato alla rappresentazione della realtà basata sulla prospettiva centrale. I disegni di Serafino, pur partendo da immagini realizzate con i consueti apparati ottici, sono invece narrazioni del percorso dello sguardo sugli oggetti della sua attenzione. L’opposto della visione statica di cui oggi siamo tutti figli. Sono collassi spazio-temporali tra il suo momento (che è anche il nostro) e i momenti della pittura europea antecedenti il 1400, o tra la cultura visiva determinata dalla sua collocazione geografica (che è anche la nostra) e quella di altri luoghi della terra. L’anno scorso, in Iran, nel museo Armeno di Isfahan, ho fotografato (malissimo) un disegno che sembra fatto da Serafino e forse questo potrebbe essere un esempio di cosa intendo per collasso spazio-temporale. Adesso, vicino alla casa di Serafino, c’è la Pinacoteca Universale di Topolò. Un progetto, cui ho partecipato, che forse aveva anche, sottotraccia, il senso di verificare quali altri collassi si potevano provocare sollecitando persone di oggi e di tutto il mondo a riprodurre il dipinto preferito tra quelli di tutti i tempi e di tutti i luoghi dell’uomo. All’ingresso della Pinacoteca è posta la Madonna di Antonello da Messina ridisegnata da Serafino Loszach.

Per Serafino, Guido Scarabottolo

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Serafino

di Piero Zanini

Un disegno. Una parola. Un disegno come parola? Una parola disegnata? Un di-segno, cioè un segno più forte. Più forte di cosa? Di una parola assente? Un disegno al posto di una parola. Una parola come disegno. Una parola. Un disegno. Una mano. Un disegno. Una parola. Una mano che disegna. Un disegno come parola. Una parola smarrita. Un disegno. Una mano che non ha mai disegnato. Cosa sa la nostra mano che noi non sappiamo? Una mano che disegna. Felice. Quando disegna. Senza parole. Da dove vengono questi disegni? Da un errore. Che diventa altro. Racconto. Una mano che disegna ridisegnando. Ogni giorno. Più volte al giorno. Per anni. Mano a mano. Un disegno dopo l’altro. Segno su segno. ...

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biblioteca:knjižnica:library valentino gariup drjonu Catalogo aggiornato dei 155 titoli della biblioteca Lettera dal direttore dell’Accademia Americana di Topolò, di John Hogan Valentino Garjup in njegove knjige srca, Aljaž Škrlep



Catalogo aggiornato 155 titoli in ordine sparso

Biblioteca Knjižnica Valentino Gariup Library

Nel 2000 l’artista newyorkese John Hogan fonda a Topolò l’Accademia americana di arte e architettura. L’Accademia prevede la creazione di una Library, aperta agli abitanti e agli amici di Topolò: ecco che nel 2002 Hogan torna a Topolò assieme a Elisabeth Akkermann, direttrice della nuova biblioteca. La biblioteca si trovava inizialmente nella Casa Blu, cuore della Stazione: poi, alla chiusura della Casa Blu, la biblioteca fu spostata più volte senza mai trovare una sistemazione dignitosa. Negli ultimi anni la consultazione dei suoi libri era particolarmente difficoltosa. Siamo contenti di annunciare che per i venticinque anni della Stazione la biblioteca è stata accolta nel luogo di un’altra importante istituzione dove i libri potranno essere sfogliati e presi in prestito: la Posta di Topolò, accanto alla Juljova hiša. Pubblichiamo qui il catalogo della biblioteca nella speranza che possa essere ulteriormente ampliato. Attualmente conta 155 titoli in diverse lingue (italiano, sloveno, inglese, tedesco, olandese, francese, croato, friulano...). Nel catalogo sono segnati anche i nomi di coloro che hanno donato il loro libro del cuore alla biblioteca: spesso le firme risultano illeggibili. Se qualcuno riconoscesse il proprio libro del cuore donato alla biblioteca ce lo comunichi e ci impegneremo ad aggiornare il catalogo. La biblioteca è dedicata a Valentino Gariup, di Topolò, “uomo che molti decenni fa, sfidando il dileggio e condannandosi alla diversità, dedicò alla conoscenza buona parte del suo tempo.” Aljaž Škrlep ne scrive a pagina 129 aggiornandoci con nuove scoperte e rivelandoci alcuni titoli della sua bibioteca, andata alle fiamme dopo la sua morte.

1. Edvard Kocbeck, Zbrane pesmi 1, Ljubljana: Cankarjeva Založba, 1977 _ Janko Rožič 2. Edvard Kocbeck, Zbrane pesmi 2, Ljubljana: Cankarjeva Založba, 1977 _ Janko Rožič 3. Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano: Adelphi, 1995 _ Maurizio Falghera (Il narratore) (?) 4. Francois Truffaut, Jules et Jim, Paris: PAO Editions du Seuil, 1995 _ Catya Casasola 5. Matjaž Pikalo, Palčica, Ljubljana: samozaložba, 2002 _ Matjaž Pikalo 6. Susan Jowsey, Marcus Williams, When Night Comes, New Zealand: Rim Books, 1998 7. Ugo Mulas, La fotografia, Milano: Einaudi letteratura, 1973 _ Sandro Antoniolli 8. Remo Forchini (a cura di), Roberto Conz, Rovereto: Nicolodi editore, 2000 9. AAVV, Contemporaneamente, Arte contemporanea nelle Collezioni di Palazzo Silva, Domodossola: M.me Webb Editore, 2007 10. Claudio Farneti, Andrea Zanolla, Altri inverni, Cittadella (Pd): Amadeus Editore, 1997 _ Dobbia Lab 11. Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, Milano: Baldini & Castoldi, 1996 _ Luisa Anotti 12. Samuel Beckett, Aspettando Godot, Torino: Giulio Einaudi editore, 1999 _ Gian Luca Favetto 13. Fedor M. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Milano: Garzanti Editore, 1993 14. Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino: Giulio Einaudi editore, 2003 _ Francesco (?) 15. Antonio Emanuele Piedimonte, La città parallela, Napoli: Edizioni Intra Moenia, 1999 16. Hanne Darboven, Bismarckzeit, Koln: Rheinland-Verlag GmbH, 1979 17. Raymond Chandler, Playback, New York: Vintage Crime/Black Lizard (Random House, Inc.), 1988 _ Sofia & Michael (?) 18. Raymond Chandler, The Little Sister, New York: Vintage Crime/Black Lizard (Random House, Inc.), 1988 _ Sofia & Michael (?) 19. Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Milano: Adelphi, 1993 _ Cristiana Giacometti 20. Michael J. Crosbie, Steve Rosenthal, Architecture Shapes, John Wiley & Sons, Inc., 1993 21. Alberto Balestra, La dolcezza del mostro, Bologna: autoproduzione, 2002 _ Alberto Balestra 22. Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino: Giulio Einaudi editore, 2003 23. Božidar Stanišić, Bon voyage, Portogruaro (Ve), Ediciclo editore, 2003 24. Giorgio Baffo, Poesie, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1974 _ (?) 25. Elias Canetti, Auto da fé, Milano: Adelphi, 2001 _ Mauro Zannatano (?) 26. Charles Darwin, The Descent of Man, New York: Prometheus Books, 1998 27. Renata Capria D’Aronco, Paole e immagini dall’infinito, Roma: Edizioni Mediterranee, 1999 _ Renata Capria D’Aronco

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Catalogo aggiornato della Biblioteca Valentino Gariup


28. Joseph Conrad, La linea d’ombra, Roma: La biblioteca di Repubblica, 2002 _ Vincenzo (?) 29. Indiani d’America, Il grande spirito parla al nostro cuore, Como: Red Edizioni, 1999 _ Silvana Paletti 30. Paulo Coelho, L’alchimiste, Paris: Editions Anne Carrière, 1994 _ Celine (?) 31. Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 2000 _ Antonio Fraudatario 32. Luciano Neri, Del cuore di Daguerre, Firenze: Edizioni Gazebo, 2000 _ (?) 33. Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, Milano: Baldini & Castoldi, 1996 _ Alessandra (?) 34. Silvio Cumpeta, I dialoghi dell’ego, Gorizia: Biblioteca Statale Isontina, 2001 _ Marco Menato 35. Marisa Vescovo, Gian Luca Favetto, Arcipelago delle memorie, Torino: Fondazione italiana per la fotografia, la finestra blu, 2003 _ Gian Luca Favetto 36. AAVV, Tekens van Verzel, Amsterdam: Museum Fodor, 1989 _ MariaMaria 37. New Moment n.12, Ljubljana, 1999 _ Mateja Zorn 38. Robert Frank, The lines od my hand, Zurich, Frankfurt, New York: Parkett/Der Alltag Publish., 1989 _ Ada Sola 39. Ingold Airlines, Friederichshafen: Quantum Books, Zeppelin Museum, 2002 _ Ingold Airlines 40. Andy Dennis & Craig Potton, Images from a Limestone Landscape, Nelson (New Zeland): Craig Potton publish., 1997 _ Anne Munz 41. AAVV, Neorealismo e fotografia, Udine: Arte, 1987 42. Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, Milano: Adelphi, 1991 _ Corrado della Libera 43. Klaus Moritz, Leuchtturme, Bilder und Graphik, Koln: Klettenberg-presse 44. Paul & Melissa Eidia, The starving artists’ cookbook, New York: Eidia (idea) Books, 1991 _ (?) 45. Joža Vilfan (ur.), Leto borb ob Soči, Nova Gorica: Goriški muzej, 1983 _ Živa Gruden 46. AAVV, I moderni, Milano: Skira Editore, 2003 _ Olga Gamberi 47. AAVV, Himmels Licht, Koln: Schnutgen - Museum der Stadt Koln, 1998 48. Claudio Montanari, Musicisti di campane, Lucca: Libreria musicale italiana, 2009 _ Claudio Montanari 49. Burkhard Brunn, Diedrich Praeckel, Der Hauptbahnhof wird Stadttor, Giessen: Anabas-Verlag Gun- ter Kampf, 1992 50. AAVV, Silber und Salz, Koln und Heildelberg: Edition Braus, 1989 51. Daniele Zanettovich, Musica Sacra di Alberto Mazzucato (Quaderni del Coro Polifonico di Ruda V ), Udine: Pizzicato edizioni musicali, 2000 52. Daniele Zanettovich, Tre Messe Brevi, Magnificat, Miserere a due cori di Giovanni Battista Tomadini (Quaderni del Coro Polifonico di Ruda II), Udine: Pizzicato edizioni musicali, 1999 53. AAVV, Volkskulture zur Zeit, Wien: Osterreichisches VolksLiedWerk, 2003 54. Coro Zahre (a cura di), De Zahrar Meisse, Sauris: autoedizione, 1999/2000 55. Vincent Van Gogh, Lettere a Theo sulla pittura, Milano: TEA arte, 1998 _ Pierangelo Cavanna 56. Edmond Rostand, Cirano di Bergerac, Roma: edizioni e/o, 1999 _ Giuliana (timbrato) 57. Jacopo da Pontormo, Diario, Roma: Gremese editore, 1988 _ Luciano Pivotto (timbrato) 58. Schoffler-Wies, English-Deutsch Worterbuch, Stuttgart: Ernst Klett Verlag, 1974 (timbrato) 59. Schoffler-Wies, Deutsch-English Worterbuch, Stuttgart: Ernst Klett Verlag, 1974 (timbrato) 60. Italo Calvino, Lezioni americane, Milano: Mondadori, 2004 _ ? (timbrato) 70. Tom Nicholson, After action for another library, 2003 _ Rene Rusjan, Boštjan Potokar 71. Peter Handke, Canto alla durata, Torino: Einaudi, 1995 _ Sergio Scabar (timbrato) 72. Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano: Raffaello Cortina editore, 1996 _ Donatella Ruttar (timbrato) 73. Emil Cioran, La caduta nel tempo, Milano: Edizione CDE spa, 1996 _ Michele Bertoni (timbrato)

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74. Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, Milano: Mondadori, 1981 _ (timbrato) 75. Hermann Hesse, Siddharta, Milano: Adelphi, 1987 _ ? 76. Fabio Fazio, Il giorno delle zucche, Torino: Einaudi, 2003 _ ? 77. Bhagavad-Gita as it is, Sidney: The Bhaktivedanta Book Trust, 1986 (timbrato) 78. Camillo Sbarbaro, Kracim noci samotny, Vo nella notte solo, Olomouc (Cz): Votobia, 2000 _ ? (timbrato) 79. Friederich Holderin, Poesie, Milano: Mondadori, 1986 _ Fabio Franzin (timbrato) 80. Enrica Borghi, Zaping in love, Torino: Duet editore, 2002 _ Olga Gambari 81. Julio Cortazar, Bestiario, Torino: Einaudi, 1974 _ ? 82. Rauda Jamis, Frida Kahlo, Milano: Longanesi & co., 1991 _ Carolina del Sal (timbrato) 83. Enrico Strobino e Maurizio Vitali (a cura di), Suonare la città, Milano: Franco Angeli, 2007 _ ? 84. Johann Wolfgang Goethe, Faust, Leipzig-Utrecht: Pfeil Verlag, ? _ Martin Hansen (timbrato) 85. Andrè Leroi-Gourhan, Hand und Wort, Frankfurt am Main: Suhrkamp tashenbuch wissenschaft 700, 1980 _ Susanne ?, Rataplan (timbrato) 86. Greiner i Kropilar, Interkonfidental, Zagreb: Faust Vrančić, 1999 _ ? 87. Giulio, Al centro del rosso del tuo cuore, Autoproduzione, 1991 _ Franca e Giulio 88. Marino Sinibaldi, Pulp, Roma: Donzelli editore, 1997 _ Mariangelo ? (timbrato) 89. Italo Sveso, Senilità, Milano: Mondadori, 2004 _ Mario Treso ? (timbrato) 90. Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Milano: Adelphi, 1990 91. John Steinbeck, Pian della Tortilla, Milano: Bompiani, 1990 _ Dario della Libera (timbrato) 92. Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico, Torino: Einaudi, 1994 (timbrato) 93. Carlo Sgorlon, Il filo di seta, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2001 (timbrato) 94. James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, La Spezia, Fratelli Meita Editori, 1992 _ Manu ? (timbrato) 95. Howard Fast, Spartacus, Milano: Mondadori, 2000 _ Dario Pozzato (timbrato) 96. David Maria Turoldo, Cronaca di un passaggio, Udine, 2002 _ ? 97. Siegfried Gohr, Wahre Wunder, Koln: Oktagon, 2000 (timbrato) 98. Jacob in Wilhelm Grimm, Zvezdni Tolarji, Ljubljana: Mladinska knjiga, 2000 (timbrato) 99. AAVV, Sauris Zahre (2 volumi), Udine: Forum, 1999 (timbrato) 100. Ans Westra, Notes on the country I live in, Wellington: Alister Taylor Publishing Limited, 1972 _ Barbara Stradthee (timbrato) 101. Gabriel Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata, Milano: Mondadori, 1989 (timbrato) 102. AAVV, Tananai/Trastolons, Gorizia: associazione Zur de Zur, _ Paolo Cantarutti (timbrato) 103. Johann Wolfgang Goethe, La teoria dei colori, Milano: il Saggiatore, 1999 _ Flavio da Rold (timbrato) 104. Marvin Trachtenberg, The Statue of Liberty, New York: Penguin Books, 1977 (timbrato) 105. Dino Campana, Canti Orfici, Milano: Gazanti, 1989 106. Lele Viola, Pellegrino a pedali, Cuneo: Primalpe, 2002 _ ? 107. Marguerite Yourcenar, Alexis, Milano: Feltrinelli, 1997 _ Grazia Gilardi 108. Hans Kitzmuller, Le parole, la luna, Brazzano (Gorizia): Edizioni Braitan, 1996 _ ? (timbrato) 109. Michael Baigent, Richard Leigh, Il mistero del Mar Morto, Milano: Marco Tropea editore, 1997 _ ? 110. Leopold Von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia, Milano: ES, 1999 111. René Daumal, Il Monte Analogo, Milano: Adelphi, 1999 _ Donato Maria Bortolot (timbrato) 112. Carla Corradi, L’amore è un gatto blu?, Trento: Publiprint, 1992 _ Carla Corradi 113. Edwin A. Abbott, Flatlandia, Milano: Adelphi, 2001 _ Stefano Mano 114. Anton P. Čehov, Dvoboj, Ljubjana: Prešernova Družba, 1967 _ Anja Medved (timbrato) 115. Willy Maywald, Die Splitter des Spiegels, Munchen: Schirmer/Mosel, 1985 (timbrato) 116. Isaac Asimov, Il ciclo delle fondazioni, Milano: Mondadori, 1995 117. Antoine de Saint-Exupéry, Der Kleine Prinz, Zurich-Hamburg: Weltbild Verlag Olten, 2002 _ Marcus (?) (timbrato) 118. Jean-Paul Sartre, Das Spiel ist aus, Hamburg: Verlag GmbH, 1952 _ Gerhard Huber (timbrato) 124

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119. Fabrizia Ramondino, Polisario, Roma: Gamberetti editore, 1997 _ Fabrizia Ramondino (timbrato) 120. Josip Osti, Rosa mystica, Maribor: Litera, 2005 121. Elsa Morante, Menzogna e sortilegio, Torino: Einaudi, 1994 _ Elena Giacometti (timbrato) 122. Jonathan Kellerman, Survival od the Fitters, London: Warner Books, 1998 (timbrato) 123. Etty Hillesum, Diario 1941-43, Milano: Adelphi, 2001 _ famiglia Carta 124. Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Milano: Adelphi, 2001_ ? 125. Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba, Torino: Einaudi, 2004 _ Ivana Placer 126. Kirk Varnedoe, Adam Gopnik (ed.), Modern art and popular culture, New York: A Times Mirror Company, 1990 _ (timbrato) 127. Eugene Hansen, Marcus Williams, Filter, Rim books, 2000 _ (timbrato) 128. Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Milano: Garzanti, 1982 _ Alessandra Rosso (?) (timbrato) 129. Alberto Dufey Castro, La Emigracion Suiza en la Araucania, Ginebra (Suiza): Editions du Lion, 1999 _ ? (timbrato) 130. Italo Svevo, Una vita, Milano, Biblioteca Ideale Tascabile, 1995 _ (timbrato) 131. Elsa Morante, La Storia, Torino: Einaudi, 1995 _ Carla ? Feletig 132. Enrico di Ofterdingen, Novalis, Milano: Guanda, 1980 _ Luigi Bozza (timbrato) 133. Lucien Stryk, Takashi Ikemoto (ed.), Zen Poetry, New York: Grove Press, 1995 _ Pauline Rhodes (timbrato) 134. Ines Rosa Negri, Luci dall’infanzia, Genova: Feguagiskia’studios edizioni, 2003 _ Ines Rosa Negri 135. Vincenzo Cottinelli, Personaggi/Personalities, La quadra editrice, 2004 136. Jaka Železnikar, 54000 besed, Ljubljana: Cedra, 1994 _ Jaka Železnikar 137. Mario Vigiak (a cura di), Stepan Zavrel, viaggiatore incantato, Edizioni biblioteca dell’immagine _ Sandro Carta 138. Rataplan (artist collective), Reti-mreže, Wien: self publishing, 2002 139. Cym, No Man’s Land, Self publishing, 2005 140. Paolo Monelli, Roma 1943, Torino: Einaudi, 1993 _ ? 141. Documenti del processo di Don Milano, L’obbedienza non è più una virtù, Firenze: Libreria editrice fiorentina _ Area di ricerca Dobbia (Staranzano) (timbrato) 142. Sonia Mogno, Una vita tutta da vivere, Venezia Mestre: Edizioni CSC, 2001 _ Marco Serena 143. Frederick Leborey, Per una nascita senza violenza, Milano: Bompiani, 1981 _ ? 144. Jan Cvitkovič, Od groba do groba, Ljubljana, V.B.Z., 2005 145. Claudio Montanari, Il campanaro musicista, Lucca: Libreria musicale italiana, 2007 146. Claudio Montanari, Il campanaro musicista, Lucca: Libreria musicale italiana, 2007 147. AAVV, Un trésor gothique, La chasse de Nivelles, Paris: Editions de la Reunion des musees nationaux, 1996 _ (timbrato) 148. AAVV, Cronache da sotto le bombe, Torino: Multimage, 2000 _ (timbrato) 149. Luigi Meneghello, Libera nos a malo, Milano: Mondadori, 2000 _ Giorgio Vazza 150. Robert Ashley, Musik mit Wurzeln im Ather, Koln: MuzikTexte, 2001 _ Robert Ashley (timbrato) 151. Martine McDonagh, I have you waited, and you have come, Brighton: Myriad Editions, 2006 152. Flavio Massarutto, Luigi Onori, Note di frontiera, Udine: Associazione culturale Colonos, 2001 _ Flavio Massarutto 153. Raymond A. Moody jr., La vita oltre la vita, Milano: Mondadori, 1980 _ ? 154. Christopher Marlowe, Ero e Leandro, Torino: Einaudi, 1980 _ ? (timbrato) 155. Elena Ferrante, L’amore molesto, Roma: Edizioni e/o, 1992 _ Mario Martone

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John Hogan inaugura l’Accademia Americana di Topolò Foto a destra: inaugurazione con targa artigianale. Foto sopra: inaugurazione ufficiale.

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Lettera dal direttore dell’Accademia Americana di Topolò


Lettera dal direttore dell’Accademia Americana di Topolò

John Hogan

American academy for art and architecture in Topolò New York, June 20, 2018

It is with great honor we wish to announce the reactivation of “Library Valentino Gariup” The library was originally founded by Elisabeth Akkerman in 2002 who passed away in 2013. She created the library to honor Valentino Gariup a resident of Topolò and his library. The founding principal was a library of donated books coming from around the world. The american academy is proud to state that Stazione di Topolò Will now be the holder of this great cultural asset with hopes the legacy started so many years ago will continu to grow and inform the world. John Hogan, founder

Lettera dal direttore dell’Accademia Americana di Topolò

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Valentin Garjup, AljaĹž Ĺ krlep


Valentin Garjup in njegove knjige srca

Aljaž Škrlep

Kot vsako jutro me pot – skrbno in načrtno izbrana, pod nogami rad čutim mehek puh trave, ki bije izpod kaménja – ponese nekaj par metrov nižje, od koder sem nekoliko prej vstal iz postelje. In kot vsako jutro na zadnji postaji sprehoda spijem toplo kavo in kozarec soka v Caffé Dora. Takšne ozke poti ne dovoljujejo mimobežnih srečanj in neopaznih prehodov, vsak pogled je hkrati že dotik. Takšna zaprtost ozkih poti med visokimi hišami je nujni pogoj odprtosti naših pogledov in besed mimoidočim, kar mi postane jasno, ko se ob koncu poti nepričakovano odpre prelep razgled na listnato sonce in na kot s klasjem poraščen gozdni grič in na majhno strugo potoka. Vsako ljubezen – t. j. pravo odprtost – od vedno zaznamuje radikalna zaprtost; da se lahko porodi prava ljubezen, se morata ljubimca zapreti od zunanjega, nekoliko preveč vsiljivega, skorajda sovražnega sveta. Šele ko ostane pred menoj zgolj in samo in nič drugega kot obličje drugega, se ljubimcu lahko zares odprem. In se s tem odprem vsemu, kar je. Z zaprtostjo proti njej sami. Kot jadrnica, ki zajame veter in z njegovo pomočjo pljuje proti temu istemu vetru. Dorina hiša se nam komaj razgalja, šele v povojih je razkrivanje njenih skrivnosti. V spodnjem nadstropju je od vedno stala mogočna študijska miza, vsa prašna od dolgih let neuporabe, mogoče pa ostaja prašna tudi zato, da nekoliko prikrije svojo poslednjo skrivnost. V njenem predalu sem našel drobceno knjigo, v njej še drobnejši listič in na njem v komaj berljivi pisavi napisano: Poslušam često, ali ne bi verna samotna jeka zopet kdaj dovela ušesom željnim starodavnih, milih slavjanskih glasov! K zemlji se nagibljem, uho pritiskam na gomile puste, če ne bi še v globini zadnjo iskro življenja poplavljenega začutil; poslušam, grebem, v zemlje krilo rijem s krvavimi rokami, da bi vzbudil v globokih sanjah speče davne brate! Pod pesmijo Zamejski, neka letnica in, kar je zares pritegnilo mojo pozornost, na notranji strani platnice knjige na majhno – a odločno! – napisano ime Valentin Garjup. Še preden so v Topolovem leta 1944 ustanovili vikariat, čigar prvi vikar je bil Mario Černet, in še preden je NOB ustanavljal slovenske šole po celi Beneški Sloveniji, tudi v Topolovem, je bil tukaj Valentin Garjup, pričevalec slovanske kulture. O njem se ne ve veliko, a vendar dovolj, da si oblikujemo njegovo miselno podobo. Rodil se je leta 1872 kot sin Matevža Garjupa, vaškega domačega učitelja, umrl pa je leta 1957. Nikoli ni hodil v šolo. Kar je vedel, je izvedel od svojega očeta, pri njih doma se je namreč glasno govorilo slovensko, nekaj pa se je naučil tudi prav na skrito, v temnih kotih vasi od kakšnega čedermaca. Kot otrok je odšel z ostalimi guziravci po svetu, pomagal je prodajati platno, s seboj pa je domov prinašal knjige. Knjige. Še posebej zemljepisne in zgodovinske so polnile njegove police. Knjige iz vseh zakotnih krajev slovanskega sveta, knjige, napisane v vseh možnih slovanskih jezikih. Govori se, da je imel Valentin po dobrih tridesetih letih guziranja eno največjih knjižnic v celotni Benečiji. V predalu sem poleg knjige našel še manjši kupček knjižničnih izposojevalnih formularjev, temnih od dima, saj je bila poleg sobe, kjer je imel Valentin shranjene knjige, črna kuhinja, pa čeprav sam ni veliko kuhal – največkrat je namreč jedel pri ljudeh po vasi. Večina formularjev je bila praznih, nekoliko so se že naveličali čakati vedoželjne glave, da bi si izposodile katero izmed knjig. Nekaj pa jih je bilo le izpolnjenih, kar nam daje bežen vpogled v nabor knjig, ki jih je Valentin imel, bral in tudi izposojal. Med njimi najbolj pade v oko knjiga – s podpisom

Valentin Garjup, Aljaž Škrlep

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in posvetilom samega avtorja! – famoznega ruskega geografa, ihtiologa in biologa Leva Syemonovicha Berga, ɇɨɌɨÉ?É&#x;ɧÉ&#x;ÉĄ ɢɼɢ É—Éœɨɼɸɰɢɚ ɧÉš ɨɍɧɨÉœÉ&#x; ÉĄÉšɤɨɧɨɌÉ&#x;ɪɧɨɍɏÉ&#x;ÉŁ (sl. Nomogeneza; ali evolucija na podlagi zakonitosti) iz leta 1922, v kateri je opisal nomogenezo kot kombinacijo mutacionizma in usmerjene (ortogenetske) evolucije, s Ä?imer se je v anale zgodovine znanosti zapisal kot pisec ÂťdaleÄ? najboljĹĄe anti-darvinistiÄ?ne knjige 20. stoletjaÂŤ ( J. Haldane: The Causes of Evolution, 1932). Ostala zabeleĹžena strokovna literatura, ki je bila na voljo za izposojo v Garjupovi knjiĹžnici: - WĹ‚adysĹ‚aw Ĺ oziĹ„ski: Ĺťycie polskie w dawnych wiekach (sl. Ĺ˝ivljenje na Poljskem v starih Ä?asih), 1907; - Ä°brahim Peçevi: Tarih-i Peçevi (sl. Pecevijeva zgodovina), 1864–1866; - Josef Kalousek: Karel IV., Otec vlasti (sl. Karel IV., oÄ?e naroda), 1878; - Mikhail Nikolayevich Pokrovsky: 7 let proletarskoi diktatury (sl. 7 let proletarske diktature), 1924. Zanimal pa se je tudi za slovensko filozofijo, zabeleĹženo je namreÄ? ostalo, da je v svoji zbirki imel najmanj tri dela filozofa Franceta Vebra (Znanost in vera, 1923; Etika, 1923; Estetika, 1925) in celo kopijo danes Ĺžal izgubljene disertacije utemeljitelja samohodniĹĄtva in enega najbolj famoznih slovenskih niÄ?ejancev Klementa Juga. Garjup se ni brigal za politiko, rad je potoval skozi Ä?as, ki je Ĺže bil, Ä?as, ki ĹĄe bo, in tudi tisti Ä?as, ki ga mogoÄ?e nikoli ne bo. Rad je potoval tako skozi topos kot tudi u-topos. Knjige je tudi naroÄ?al, o Ä?emer priÄ?a pismo, zabeleĹženo v knjigi Topolove. Pripoved o koreninah beneĹĄke vasi (M. Gariup, R. Gariup, R. Rucli, 1994). V njem je zapisano: ÂťSpetabile Libreria popolare in Lubiana Jest Gariup Valentino sem beneĹĄki slovenez. Naznagnam vam de sem dobiu vaso slovensko knjigo gvala vam destemijo poslali brez plaÄ?no, prosim zdaj de mi poĹĄjete zdole zapisane knjige, con N‌ N 1 Urbanus, Knjiga o lepemvedenju Lj jk 1932 Br.50. N 1 S.k. Slovensko Italianski Slovar Lj Turk, Br. 18. N 1 Piskernik Angela, NemĹĄko-slovenski slovarÄ?ek v slovniÄ?nim podatki, Br. 20. N 1 Veliki vedes, 4. Izdaja Lj Turk Br. 14. N 1 Brezounik Anton, Ĺ aljivi slovenzi Br. 12. N 1 Sejdl Ferdo, Moderna izobrasba Lj Tz 1927 po 19 Br. 16. N 1 TisoÄ? in ena noÄ?: ĹĄopek pravjiz iz jutrovega Bape Andrej Lj. U.T 1924 U. 20.ÂŤ Seveda pa pravega popisa njegove knjiĹžnice ni opravil nihÄ?e. Ko je leta 1957 umrl in za sabo pustil hiĹĄo polepljeno z zemljevidi sveta in prenapolnjeno s knjigami, so sovaĹĄÄ?ani knjige zaĹžgali. ÄŒloveĹĄki spomin je resniÄ?no kratek. In knjige so med Ĺžganjem zaÄ?uda pokale, nekako tako kakor jokata bor ali jelka, ko stopita na svojo poslednjo pot. A moÄ?no upam, da lahko obrnem znano formulo Walterja Benjamina in reÄ?em: Skoraj nobeno dejanje ni znak barbarstva, Ä?e ni hkrati tudi znak civiliziranosti. Knjige je deloma odneslo v zrak, v izpraznjeni kozmos, na mesto, ki ga je nekoÄ? polnil neki bog. Up gre seveda vedno gor. Deloma pa so ostale doma, v domaÄ?i prsti, na svoji zemlji – oplajajo jo in gnojijo. In s svojim duhom v Topolovem omogoÄ?ajo blochovsko transcendiranje brez transcendence, zakoreninjeno rast, edino pravo vrsto rasti; bolj kot se dvigamo, tem globlje in globlji smo. Valentin Garjup je v naĹĄih oÄ?eh prerasel v lik upanja, v potovanje v Kalifornijo po veliki depresiji, v ĹĄtudentske krike in parole maja ‘68, v Aristotelove hodeÄ?e sanje, v kozarec toplega mleka, v kĂślnsko gotsko katedralo, v izbuljene oÄ?i Ivane Orleanske. AmeriĹĄka akademija za umetnost in arhitekturo v Topolovem zato z letoĹĄnjim letom ponovno odpira KnjiĹžnico Valentina Garjupa, kateri lahko podariĹĄ knjigo srca, saj – kot bi rekel Alexander Pope – upanje veÄ?no raste v prsih ljudi. 130

Valentin Garjup, AljaĹž Ĺ krlep


Skica Valentina in njegove hiše izpod svinčnika Renza Ruclija, Valentinovega vnuka. Renzo nam je opisal svojega nonota kot malega možica, vedno ogrnjenega s črnim pregrinjalom. Glavo pa mu je krasil prav poseben klobuk. Zadnja leta svojega življenja je prebival v majhni hišici - danes te ni več - zraven Gubanove hiše v spodnjem delu vasi. Imela je veliko dvorišče, od ceste ločeno z visokim zidom. Iz dvorišča se je vstopilo v majhno črno kuhinjo brez oken, iz te pa v nekoliko večjo, čisto spalnico, ki je imela okno s pogledom na dolino. Ta soba je bila za Valentina sveta: polepljena z zemljevidi sveta, z malo podokensko mizico, posteljo in nizkimi policami, polnimi knjig.

Valentin Garjup, Aljaž Škrlep

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ufficio postale:poťta Francobolli, di Piermario Ciani lettere ricevute dall’ufficio postale



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I francobolli della posta di Topolò 2005, Piermario Ciani


I francobolli della posta di Topolò 2005, Piermario Ciani

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I francobolli della posta di Topolò 2002, Piermario Ciani


I francobolli della posta di Topolò 2006, Piermario Ciani

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A dimostrazione dell’attività che le Poste di Topolò svolgono durante l’anno pubblichiamo qui una delle innumerevoli lettere ricevute. L’Ufficio Postale di Topolò è stato inaugurato il 6 luglio 2002, verso sera, da Piermario Ciani ed è attivo ancora oggi.

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Ufficio Postale di Topolò

un progetto di Piermario Ciani

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cinema:kino Cinema di Topolò, di Dora Ciccone e Istituto di sociologia cinefila Immagini per un film, di Gregor Božič



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Cinema di Topolò

Dora Ciccone

Spett. Istituto di Sociologia cinefila, Vi scrivo per portare alla vostra attenzione un ritrovamento che penso possa essere di vostro interesse. Sono venuta a conoscenza delle ricerche da voi condotte in merito al cinema di Topolò e vi contatto poiché ho preso di recente possesso della casa adiacente al cinema (Topolò, 90) che ho scoperto essere stata l’abitazione del proiezionista Eugenio (Blašcju). Tra gli oggetti privati e l’attrezzatura del cinema - conservati meticolosamente e ancora in ottime condizioni - ho rinvenuto una pellicola 8mm che però non sono in grado di visionare. Avreste modo e interesse di prenderne visone? Sperando di incontrare il vostro interesse, rimango in attesa di un riscontro. Cordialmente, Dora Ciccone

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Report della missione n.53 nel paese di Topolò

Istituto di Sociologia cinefila

Dopo un primo sopralluogo, abbiamo compreso meglio la natura del già noto episodio di spopolamento del paese di Topolò. Siamo giunti a conoscenza di questo emblematico caso grazie a uno studio precedente, durante il quale era stato preso in esame un campione di frazioni delle Valli del Natisone. Ricerche pregresse e testimonianze dirette avevano portato alla luce lo straordinario prolificare artistico-culturale che ebbe luogo tra queste montagne nei primi decenni del ventunesimo secolo. Il nostro studio si colloca quindi all’intento dipiù ampie analisi e riflessioni finalizzate a comprendere l’origine e l’evoluzione di questo fenomeno. I dati raccolti in un primo momento ci hanno permesso di avanzare diverse ipotesi non sempre coerenti tra loro e abbiamo perciò avviato ulteriori accertamenti. L’indagine, che inizialmente comprendeva l’intera area delle Valli del Natisone, si soffermava su autonomi nuclei abitativi, nei quali era stata rintracciata l’origine di altrettante pratiche artistiche. In questi nuclei, la naturale predisposizione del luogo si era integrata e aveva accolto la pratica che lì sentiva l’urgenza di nascere: il teatro itinerante di Lase/Laze, i cantori di favole di Sorzento/ Sarženta, il gruppo circense di Scrutto/Škrutove, lo studio fotografico di Tarcimonte/Tarčmun, i coloristi di tessuti di Gnidovica/Gniduca, gli iconografi di Montemaggiore/Matajur e il cinema sperimentale di Topolò. Queste pratiche nel tempo si sono perse o sono mutate in amatoriale intrattenimento semiprivato, ma possiamo oggi datarne l’origine già nei primi decenni del ventunesimo secolo, quando l’intera area vantava un respiro e una fama internazionale, rendendo questi luoghi ideali per sperimentazioni e incontri suggestivi. Di ritorno dalla missione nel paese di Topolò riportiamo qui le constatazioni che abbiamo potuto verificare in loco e che ci proponiamo ora di confrontare con il materiale già in nostro possesso. Il paese di Topolò oggi conta 15 abitanti, ma mantiene ancora intatta la struttura abitativa che proprio negli anni venti aveva raggiunto la capienza massima di quattrocento anime. Abbiamo potuto facilmente rintracciare i luoghi attorno ai quali si è costituito gradualmente il paese e con questo anche la vita e le pratiche sociale dei suoi abitanti. Oltre ai caratteristici “focolai sociali” (chiesa, bar, negozi, fontane, etc.), è del tutto eccezionale l’evoluzione che ha subito negli anni l’area, che ancora oggi ospita il cinema. Significativa è la modalità con la quale il luogo si sia adattato alla pratica e come questa negli anni sia mutata in simbiosi con il luogo stesso. L’edifico che ospitava il cinema dal 1928, fu costruito nel fervore architettonico di quegli anni, condensando al suo interno la funzionalità di uno spazio collettivo e la suggestione creativa e innovativa che si voleva respirare al suo interno. Un edificio ammirato dalla comunità accademica internazionale, e studiato ancora oggi nelle scuole d’arte e architettura per il peso simbolico che ha assunto sia in relazione al paese, sia in relazione alla comunità locale. Le testimonianze di chi ha visitato l’edificio prima che venisse definitivamente compromesso dal terremoto del ’76, narrano di una struttura imponente, dai colori accesi, ma perfettamente integrata al contorno. Al suo interno era stata collocata una sala che contava 76 posti a sedere e la corrispondente cabina di proiezione, sopraelevata alle spalle del pubblico. Le sedute erano disposte su una scalinata leggermente inclinata e le prime due file erano state adibite ad un pubblico prescolare, grazie a sedili più contenuti e cuscini confortevoli dove poter accomodare anche i più giovani spettatori (i quali possiamo ipotizzare fossero assidui frequentatori del suddetto cinema). Dalle esigue fotografie e le testimonianze raccolte abbiamo avuto conferma del fatto che la proiezione, già da quanto previsto nel progetto, doveva avvenire direttamente sul muro della casa confinante, non c’erano dunque quinte, teli o tende. Gli appunti dell’architetto - del quale la firma non risulta ancora comprensibile - fanno riferimento a un attento studio sulla predisposizione dello “schermo” in modo da poter eludere la dimensione teatrale che il cinema aveva

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a suo malgrado ereditato, rompendo così il mascherato distanziamento delle immagini proiettate: “il muro potrà così riflettere la materialità propria della pellicola. In questo modo saranno possibili iterazioni dei presenti in sala con la luce proiettata, non mero strumento di trasposizione ma potente fattore creativo e performativo delle immagini”1 L’innovatività dell’edificio era rappresentata inoltre dal soffitto decappottabile, il quale era stato pensato per rendere lo spettacolo accessibile anche alla parte alta del paese che poteva in questo modo fruire della componente sonora, per lo più eseguita dal vivo o riprodotta da un grammofono in sala2. Per amplificare la sala possiamo supporre che fossero stati adottati anche altri accorgimenti tecnici dei quali però non abbiamo trovato ulteriori prove. All’interno, tra il pubblico e lo schermo, era previsto uno spazio leggermente infossato dove si collocava una piccola orchestra della quale il numero di componenti e la formazione erano molto variabili - sembra che gli stessi spettatori spesso si intercambiassero nel corso dello spettacolo con i musicisti o in alcuni casi venissero dotati all’entrata di oggettistrumenti da suonare durante la proiezione. L’attività del cinema, inaugurato in un giorno di sole del luglio 1928 alla presenza delle autorità locali, riscosse grande successo fin da subito tra la comunità di Topolò e dei paesi limitrofi, sia italiani che sloveni, assumendo nel tempo un valore molto forte nel dialogo di due culture e popoli da sempre vicine ma di difficile incontro. Anche a livello internazionale sono stai in molti a studiare il caso e a vistare di persona questo curioso esempio di sperimentazione architettonica. Dai diversi e eterogenei scritti visionati è opinione comune che la sperimentazione concessa nella progettazione rifletta una volontà esplicita di fare di questo un cinematempio della sperimentazione visiva, che in quegli stessi anni stava assumendo sempre più rilevanza nel mondo dell’arte e delle immagini in movimento. Ancora non ci è dato sapere chi fosse il committente di questa struttura, ma è possibile ipotizzare che lo stesso paese ne avesse fatto esplicita richiesta. A dare voce e probabilmente anche ispirazione a questa insolita urgenza per un paese marginale come Topolò, ebbe sicuramente un ruolo cardine Eugenio (Blašcju), nato a Topolò a inizio secolo e emigrato all’età di 17 anni in Germania per trovare lavoro come carpentiere3. Con ogni probabilità, una volta tornato in paese, Eugenio portò nella comunità locale una ventata di idee innovative che aveva raccolto durante la sua esperienza fuori casa e che ora poteva mettere in pratica. Sarà proprio lui a seguire i lavori di costruzione del cinema e sembra che almeno nei primi anni ricoprì in prima persona il ruolo di proiezionista, dedicando a questa coraggiosa e nobile impresa il resto della sua vita. Eugenio morì nel 1964 e da quel momento non si ebbero più notizie dell’attività del cinema, che sembra essere stato dismesso dopo poco. A riprova di questa ipotesi negli stessi anni anche il paese iniziò a spopolarsi e le attività commerciali, le quali erano sopravvissute a lungo grazie all’entusiasmo che si muoveva intorno al cinema, non trovarono più ragione d’esistere. In pochi anni il paese si svuotò e anche le abitazioni furono gradualmente abbandonate. L’edificio del cinema non sembra aver subito sostanziali modifiche negli anni ed è stato demolito in modo definitivo dopo il terremoto del’76. Camminando lungo la parte bassa del paese si può ancora intravedere la struttura dell’edificio, della quale oggi i muri amputati sono adibiti a panchine. Qui ancora oggi ha sede il cinema di Topolò, a riprova che la suggestione del luogo è ancora forte.

1 Appunto al margine del progetto originale del cinema di Topolò che possiamo far risalire indicativamente alla primavera del 1926. 2 Anche una volta introdotto il sonoro nei film (all’inizio degli anni 30) non vennero apportate modifiche all’impianto, privilegiando sempre una componente performativa della proiezione. 3 Abbiamo potuto constatare che proprio in quegli anni prese parte alla costruzione dell’edifico che ospitò la Scuola del Bauhaus a Dessau.

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Immagini per un film

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aeroporto:letališče L’Aereoporto civile di Topolò, Corrado della Libera Un volo in salita, Tommaso Chiarandini, Marco Mangano, Matteo Vianello



Le luci dell’aereoporto di Topolò. Res Ingold, direttore della Ingold Airlines, compagnia che gestisce l’aereoporto di Topolò.

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L’Aereoporto civile di Topolò, Corrado della Libera


L’Aereoporto civile di Topolò

Domenica 4 luglio 1999 a sera inoltrata, nella piazza delle scuole di Topolò, fu presentato dal prof. Corrado Della Libera al pubblico della Postaja un aggiornamento sulle ricerche archeologiche inerenti la costruzione, l’attività e la demolizione del vecchio Aereoporto di Topolò. Ideato nel 1909, dopo la costruzione della stazione, l’aereoporto fu disattivato dagli abitanti nell’autunno del 1939. La pista fu arata e coltivata. Questo fatto determinò la rottura dei rapporti con il governo fascista che pensava di utilizzarlo per scopi militari. Nel corso del tempo la documentazione sull’argomento si è arricchita con il materiale proveniente da varie fonti, il gemellaggio con la cittadina di Kassel, i ritrovamenti di Seuza ed alcune foto e filmati amatoriali degli anni ’20 documentano in modo evidente la vivacità economica e politica del paese fra le due guerre. Nella primavera del 1929 il capomastro della città tedesca di Kassel giunse a bordo di uno Zeppelin in visita alla cittadinanza di Topolò e questo avvenimento destò molto interesse in Europa anche se in Italia venne quasi del tutto ignorato dalla stampa. Fu Marino Filipig (1865–1921) il pioniere del volo di Topolò. Amico di Tatlin, artista e scienziato russo conosciuto a Venezia nel 1905 e di Ugo Tabacchi, meccanico dell’aereo di Gianni Caproni che per primo volò nel 1910 presso la cascina di Malpensa, Marino Filipig sperimentò il volo nella località di Pod Dobje, a nord del paese ed ideò la famosa pista di atterraggio caratterizzata dalla pendenza atta e frenare la velocità dei velivoli in arrivo. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 l’aereoporto fu chiuso e riaperto solamente nel 1920. Un trimotore Savoia-Marchetti S.M.79 fu l’ultimo aereo a lasciare la pista nel settembre del 1939 e il rombo dei suoi motori fu registrato dagli assistenti al volo.

Alcune precisazioni sul vecchio aereoporto di Topolò.

Corrado della Libera

Una mia preziosa collaboratrice, la dottoressa Astrid Korsch di Essen, tutt’oggi impegnata in Germania nella difficile ricerca di ulteriore documentazione sul vecchio aereoporto di Topolò, nell’ottobre del 1990 scoprì casualmente, presso la cineteca comunale di Kassel, un vecchio filmato in bianco e nero ed un corposo carteggio attinenti i rapporti commerciali e culturali che si instaurarono durante gli anni venti e trenta del secolo scorso fra la cittadina tedesca e Topolò. Quel materiale, reso pubblico proprio a Topolò nel luglio1999 durante la Stazione, è databile con precisione nel periodo che va dal 1925 (alcune cartoline postali) alla fine del 1939. Nei testi originali in mio possesso è leggibile sempre molto chiaramente il nome “Aereoporto” e non aeroporto, come correttamente si dovrebbe scrivere in italiano. Più raramente, nei documenti non “ufficiali”, il luogo dove sorgeva la pista di atterraggio viene definito anche come “Pod Dobje”. L’equipe di Ricerca Archeologica Industriale (R.A.I.), che dirigo, dopo aver consultato gli abitanti del paese e le autorità di Kassel, ha ritenuto opportuno e corretto conservare la dicitura originale: “Aereoporto civile di Topolò”. Tutto ciò viene da me ancora una volta puntualizzato con la speranza che si ponga fine ai fastidiosi e zelanti richiami ad errori inesistenti.

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Un volo in salita Giuseppe Feletig e le nuove prospettive storiografiche sull’aviazione a Topolò

dott. Tommaso Chiarandini, Università di Teramo dott. Marco Mangano, University of Michigan dott. Matteo Vianello, Università IUAV di Venezia

Obiettivo di questo breve abstract è di presentare la singolare figura del pioniere dell’aviazione e dell’industria aerospaziale italiana ed europea Giuseppe Feletig, rimasta fino ad oggi ignota sia a causa della scarsità di tracce lasciate che – soprattutto – per l’inaccessibilità di molti degli archivi potenzialmente contenenti informazioni utili. Ciononostante, grazie ad un infaticabile lavoro di interviste orali compiute dal nostro staff, al ricorso ad archivi esteri – soprattutto i preziosi contributi forniti dalle ricerche condotte nel 1990 da Astrid Korsch di Essen, nella cineteca di Kassel – e, soprattutto, al ritrovamento fortuito di parte del carteggio di Feletig, è ora possibile tratteggiare un quadro sintetico, ma assai interessante, della sua vita, delle sue opere e dei suoi sogni. Già l’esatto giorno di nascita di Feletig è incerto: i libri parrocchiali di Topolò, suo paese natale, dicono 16 luglio 1895. I registri di leva, invece, riportano la data del 21 dello stesso mese. Sempre dai registri di leva – confortati in questo dai ricordi di alcuni compaesani – sappiamo con certezza che Feletig venne riformato. All’età di 15 anni, mentre stava spaccando della legna, si era gravemente ferito al ginocchio sinistro. L’incidente lo aveva lasciato con una pronunciata zoppia ma, almeno, gli risparmiò la chiamata alle armi e l’invio in trincea durante la Grande guerra. È ragionevole ritenere che Giuseppe abbia partecipato ai lavori per la costruzione del campo d’aviazione di Topolò, il futuro “aereoporto” – ed in materia si deve fare riferimento agli imprescindibili contributi di Corrado Della Libera – sorto nella località Pod Dobje in concomitanza con la costruzione della stazione. È invece sicuro, come dimostrato da alcuni accenni presenti nel diario del capitano Sciarra, che Feletig vi abbia successivamente trovato impiego con mansioni di bassa manovalanza. Dagli sviluppi successivi, è ragionevole dedurre che proprio in questo momento egli si sia avvicinato all’ingegneria aeronautica e, più in generale, al mondo dell’aviazione. Non si può inoltre escludere che proprio sul campo di volo il Feletig sia entrato in contatto con la straordinaria figura di Marino Filipig (1865-1921), pioniere del volo e ideatore dell’aereoporto di Topolò. L’incontro con una personalità così visionaria e ambiziosa avrebbe senza dubbio potuto galvanizzare il giovane Giuseppe, portandolo ad interessarsi alla tecnica dei velivoli, verso la quale avrebbe in seguito dimostrato un indiscutibile talento. Nonostante il parere prevalente nella storiografia indichi che allo scoppio del conflitto, nel 1915, l’aereoporto di Topolò fosse stato disattivato, alcuni documenti conservati presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercitò indicano che possibilmente il campo di aviazione rimase in attività, anche se solo per pochi mesi. A corroborare parzialmente queste fonti c’è anche il fatto che il già citato del capitano Sciarra parla del giovane Feletig impiegato lì, in via non ufficiale, nella tarda estate del 1915. Egli infatti venne aggregato al piccolo distaccamento stanziato presso il campo d’aviazione, diventando uno dei migliori motoristi di tutto il settore della 2^ Armata. Talmente prezioso il suo contributo, che in occasione dello sfondamento di Caporetto il tenente pilota Cristoforetti decise, di sua spontanea volontà, di farlo evacuare: una mattina piovosa di ottobre atterrò presso l’aereoporto di Topolò (la cui pista dalla celebre inclinazione era quindi ancora servibile), informò Feletig degli sviluppi e lo convinse a partire con lui verso occidente. È però sicuro che l’aereoporto di Topolò da quel momento cessò le operazioni, riaprendo le porte al mondo del volo soltanto nel 1920. Il Nostro ricomparve sui registri ufficiali del Regio Esercito nel dicembre del 1917: un decreto ad personam del generale Diaz in persona lo inserì, col grado di soldato semplice, nei ruoli del Servizio aeronautico, dove rimase – come meccanico e motorista – fino al 1919. Congedato in seguito al decreto Nitti, rientrò al paese natale, recuperando con fatica un motore trafugato due anni prima ed iniziando a costruirci attorno un rudimentale aeroplano. Il biplano autocostruito, di cui purtroppo non è stato possibile recuperare alcuna fotografia, prese il volo nei primi giorni di luglio del 1921, in concomitanza con le celebrazioni per la riapertura dell’aereoporto. Gli avvenimenti collegati alla riapertura del sito dimostrano la rilevanza dell’aereoporto sia per la locale comunità topoluciana che per quella aeronautica in generale, almeno per un decennio. Il 1921, oltre al successo del prototipo di Feletig, vide purtroppo anche la

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scomparsa di Marino Filipig, quasi a testimoniare un dolce-amaro passaggio di testimone tra due generazioni. Per i successivi 9 anni, il sito godette di una ampia visibilità nel mondo aeronautico europeo, anche se meno in quello italiano, sempre più infiltrato e plasmato dalla propaganda del regime fascista. Il culmine di tale interesse si registrò con il celebre sorvolo dello Zeppelin I sopra i cieli di Topolò, nella primavera del 1929. In tale occasione, come durante i voli condotti da Feletig, i campanili delle valli tennero accese anche di giorno le torce, solitamente utilizzate di notte per comunicare tra i paesi delle valli. Se sul resto dell’attività dell’aereoporto calò il silenzio, la notizia del volo di Feletig del 1921 si sparse invece a gran velocità in Italia. Arrivò anche a Milano, alle orecchie all’ing. Caproni, pioniere dell’aviazione italiana ed industriale aeronautico arricchitosi durante la Grande Guerra. Quest’ultimo offrì un posto di lavoro ad un giovane creativo e di talento come il Feletig, che accettò e si trasferì nella metropoli lombarda. Iniziò così una fase confusa, caratterizzata da una documentazione assai lacunosa dell’attività di Feletig: sappiamo per certo che, dopo pochi anni di lavoro presso Caproni, si trasferì alla rivale Macchi, dove lavorò ai motori degli idrovolanti da competizione che tanta attenzione si meritarono negli anni ‘30. Attirato l’interesse di alti vertici del Ministero dell’Aeronautica, svolse missioni informative in Germania (1935), dove sappiamo con certezza che conobbe Wernher von Braun, lasciando poi perdere le sue tracce. Dalla documentazione disponibile, possiamo dedurre che gli sviluppi della politica italiana a cavallo tra il 1937 e il 1939 portarono Feletig a subire un progressivo ostracismo da parte dall’intellighenzia fascista (complice soprattutto il cognome assai poco “italianissimo”, l’indisponibilità a “ridurlo” in italiano e, probabilmente, anche alcune spigolosità di carattere) con un conseguente esilio volontario in Egitto, ad Alessandria. Questo è forse il periodo più oscuro e meno documentato della vita di G.F., ormai lontano da casa da più di dieci anni. È lecito supporre che egli non fosse venuto a conoscenza della chiusura definitiva dell’aereoporto nel 1939 quando un S.M. 79, identico a quelli utilizzati dalla Regia Aeronautica nelle missioni nel Nord Africa, fu l’ultimo velivolo a decollare da Topolò, lasciando peraltro in eredità ai posteri una preziosa registrazione audio. Dopo essere stato internato dagli inglesi come civile nemico, Feletig, ora aderente al Regno del Sud, ricomparve nel 1943. Il governo cobelligerante, infatti, lo inviò in Inghilterra come collegamento presso la RAF, impegnata nei progetti di realizzazione di aerei a reazione sotto la guida del celebre Frank Whittle. Dai successivi scambi epistolari con ufficiali britannici, si deduce che il Nostro fornì un sostanzioso apporto alla realizzazione del Gloster Meteor, tra i primi modelli di velivoli a reazione. Bisogna però essere molto cauti a fidarsi della sua versione, dal momento che al suo rientro al paese natale, Topolò, nel 1948, egli era di fatto un alcolista, scorbutico, reso amaro da veri o presunti torti subiti nei decenni precedenti. Rientrato al paese dopo quasi un quarto di secolo di assenza, non trovò nessuno disposto a credere ad una carriera ed una traiettoria di vita che, effettivamente, aveva dello straordinario. Frustrato da questo atteggiamento dei compaesani, si ritirò sempre più in sé stesso, nella sua casa agli estremi limiti del paese, passando sempre più tempo in un

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capanno in mezzo al bosco, vicino al vecchio aereoporto, reso inservibile dagli abitanti del paese allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Lì, parve lavorare a qualcosa che poteva assomigliare ad un rudimentale motore a reazione, o ad un avanzatissimo alambicco per la distillazione della grappa. In materia, le poche fonti sono discordi. Certo è però che nell’agosto del 1954 il capanno esplose, e Feletig sopravvisse solo per miracolo. Raccolto da alcuni compaesani, dichiarò «Io, con quella roba lì, ho finito». Di nuovo, non è chiaro a cosa facesse riferimento, dal momento che smise sia di lavorare ai suoi misteriosi macchinari che di bere. L’ultimo capitolo finora conosciuto dell’aereoporto di Topolò si svolse a cavallo tra il 1958 ed il 1977, durante la corsa allo spazio da parte delle due superpotenze. In questo gioco a due, però, tentò di inserirsi anche la non-allineata Jugoslavia. Il programma spaziale jugoslavo, fortemente voluto da Tito a partire dal 1958, individuò fin dall’inizio l’aereoporto come sito strategico, in quanto localizzato in una sorta di “terra di nessuno” tra lo stato italiano e quello jugoslavo. Gli interessi scientifici e politici nello sviluppo di tecnologie capaci di portare un uomo nello spazio sono stati magistralmente descritti dal documentario Houston Imamo Problem, il quale restituisce moltissimo materiale finora rimasto celato negli archivi segreti titini. Per quanto in materia sia iniziata una qualche produzione storiografica, a tutt’oggi rimangono moltissime zone d’ombra: dalla plausibile partecipazione di Giuseppe Feletig al programma spaziale, fino alla segretezza con cui vennero svolti gli esperimenti su razzi e capsule nel ex-aereoporto, identificato dal 1962 sulle carte militari jugoslave con la sigla CLT: Cosmodromo di Livek-Topolò. Nonostante il clima di assoluta riservatezza delle operazioni, molti abitanti di Topolò ricordano con chiarezza eventi che oggi possiamo ricondurre a possibili lanci di razzovettori dall’aereoporto: lampi accecanti nel cuore della notte, rottami di difficile identificazione rinvenuti nei campi di Seuza, curiose chiusure temporanee delle mulattiere dovute ad inspiegabili frane. Sia la vicenda di Feletig che quella del cosmodromo rimangono un campo di indagine aperto sul quale le attività di ricerca dovranno concentrarsi per poter restituire una narrazione fedele dei fatti avvenuti sui terreni dell’aereoporto di Topolò fino alla sua definitiva dismissione, nel 1977, protrattasi fino ai giorni nostri.

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Fotografia 1: Testo sul Macchi M.C.72.. E’ possibile, ma non sicuro, che la figura in ombra che si intravede dietro al galleggiante sia il nostro Giuseppe Feletig. Fotografia 2: Il Caproni Campini N.1. Primo aereo italiano con motore a getto. Dai dati in nostro possesso, è ragionevole ritenere che Giuseppe Feletig abbia avuto un ruolo soprattutto nella progettazione del propulsore Campini. Nella pagina precedente: rara fotografia del sorvolo dello Zeppelin I nei cieli di Topolò nel 1929.

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disegni e illustrazioni Charlotte Chauvin _ pag 1 Giorgio Vazza _ pag 61 Serafino Loszach _ pag 66, 116, 118, 119 Elena Rucli _ 84, 88, 128 Renzo Rucli _ 131 fotografie MM _ pag 6, 11, 13, 16, 18, 20, 23, 24, 25, 27, 48, 51, 62, 95, 113, 126, 142 DR _ pag 25, 126 Janja Šušnjar _ pag 28, 31, 44, 68, 71, 144 Renzo Rucli _ pag 32, 35, 36, 37, 54, 56, 57, 63 Gualtiero Stoffella _ pag 8, 100, 102 Giuditta Nelli _ pag 39, 41 Maria Silvano _ pag 57 Vida Rucli _ pag 58, 108, 109 Elena Rucli _ pag 58, 97, 103, 106, 107 Maria Maria _ pag 61 Laura Savina _ pag 72 Studio Wild _ pag 76 Tanja Marmai _ pag 79 Jan van der Ploeg _ pag 92 Guido Scarabottolo _ pag 117 Gregor Božič _ pag 148, 149 francobolli Piermario Ciani _ pag 134, 135, 136, 137 cartine Janja Šušnjar

grafica Vida Rucli stampa Poligrafiche San Marco (Cormons) Ringraziamo tutti gli autori che hanno contributo e arricchito questa R o b i d a e in modo particolare a Donatella Ruttar per aver creduto fin dall’inizio a questo progetto, Antonella Bukovac, Moreno Miorelli, Renzo Rucli per averci messo a disposizione la loro esperienza e le immagini fotografiche che l’hanno immortalata e conservata negli anni - qui abbiamo trovato molto materiale che abbiamo voluto pubblicare, ma soprattutto ispirazione.

la pubblicazione è stata realizzata con il contributo di ERPAC

r o b i d a significa rovi. I rovi sono le prime piante che crescono su un terreno abbandonato. Nasce da un’idea di Maria Moschioni e Vida Rucli e cresce con Guglielmo Cherchi, Dora Ciccone, Elena Rucli, Janja Šušnjar e Matteo Vianello. r-o-b-i-d-a.tumblr.com