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IndociĂ ina


Piero Puccioni

Indociàina Ciapter uàn: Thailandia, Laos, Cambogia

Curryverde Editore


Copyright Š 2013, Curryverde Editore, Cianmai (LI).


Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare piĂš tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai. (Claudio Magris, L'infinito viaggiare)


Ouverture

Dice Teresa, la mia agente di viaggio, che Swiss è una compagnia aerea eccellente. “Una volta – mi racconta – una giovane mamma aveva macchiato la tutina al pargoletto; quando chiese alla hostess una salvietta bagnata, questa gli portò invece un completo nuovo, ancora nel cellophane”. Non ho motivo di non crederle, mi fido di Teresa; al punto che preferisco sia lei a comprarmi i biglietti dell'aereo, visto che da solo sono capace di sbagliare la data di un mese. Mi fido, non si discute, ma mi domando: perché allora, quando Carla mi ha rovesciato addosso un'intera tazza di caffè bollente nessuno è venuto a portarmi, non dico un paio di pantaloni di ricambio, ma almeno un tubetto di Foille, o magari l'olio lavato?

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27 luglio, sabato

Bangkok, stazione di Hua Lamphong. Alle otto in punto i poliziotti si schierano sull'attenti nell'atrio, il popolo si alza in piedi, e tutti ascoltano l'inno nazionale diffuso dagli altoparlanti, con gli occhi alla gigantografia del Re, paludato in broccati d'oro come fosse un Papa laico; vago di ricchi orpelli però, a differenza di Francesco, il testimonial della povertà evangelica. Nella sala d'attesa un settore di sedie è riservato ai monaci; i letti sui treni notturni per Chiang Mai sono tutti occupati, viaggeremo di giorno. Una gentile signora ci indica la strada per il fiume, che a differenza di quella per l'Inferno è seminata di negozi di piastrelle e sanitari. Zaino in spalla, si cammina immersi in una zuppa profumata di aromi vegetali, dolci e pungenti insieme; sudiamo senza ritegno. Il barcone che solca il Chao Phra batte bandiera arancio, la più economica fra quelle disponibili su questa turbolenta e limacciosa via d'acqua agitata dal

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vento e dal concorso di barche, con le onde che si schiantano sulle basse murate e ci spruzzano, assiepati in coperta a guardare lungo le rive i pochi ricordi degli splendori coloniali, e semmai i molti ruderi di magazzini dismessi, e le catapecchie di legno marcio e lamiera arrugginita, fra un landmark sacro e il successivo profano. A metà Ottocento, quando il Chao Pra si chiamava Menam, la circolazione era ancora più congestionata, a dar retta ai ricordi di Henry Mouhot, perché le barche sul fiume e sui mille canali fra gli isolotti erano il solo mezzo di locomozione nella Capitale del Siam. “Per accudire ai vostri affari, per andare a diporto, siete costretto a risalire o a scendere il fiume in battello. Bangkok è la Venezia dell'Oriente.” E il severissimo protocollo regale imponeva ai naviganti, quando passavano davanti al Palazzo, di inginocchiarsi e scoprire la testa; in caso contrario gli arcieri appostati lungo la riva li tempestavano di dure pallottole di terra. Nella sala massaggi al mercato di Chatuchak ci sono otto masseuses e dieci lettini, dobbiamo aspettare; le donne vanno dai venti ai cinquanta, 4


tutte impermeabilizzate in un'aria buddhista e assuefatte al profumo pungente di canfora aromatizzata con una delle infinite erbe odorifere dispensate da questa terra generosa. Ma facciamo un passo indietro, e torniamo al molo 13, quello dell'approdo. Il primo tassista thai approfitta loscamente della nostra apatia da jetlag e ci cattura cento baht per una corsa di pochi metri. La cosa bella è che non solo non m'inquieto, ma la prendo addirittura a ridere: lo spirito dell'Illuminato mi pervade già, in tutta evidenza. L'albergo è nuovo e bello, lo staff di giovanette in divisa assai efficiente; che sia anche sorridente non mette conto riferire. Iniziamo dal floating market di Taling Chan. E' piccolo, e ne guadagnano la grazia e l'autenticità; non a caso le coppie di ragazzi stranieri si contano sulle dita di una mano: per quelle di anziani stranieri basta un pollice. Cucinano sui barconi, o lungo una piattaforma su palafitte, dove ci si siede a gambe incrociate davanti ai tavoli bassi coperti di incerato, scegliendo fra i pesci da grigliare al momento, o fra le trentadue variazioni sul tema noodles. La stradina d'accesso al pontile è una collana colorata di banchetti dove friggono di tutto, spicchiano le frutta più insolite, preparano il gelato in un mastello di zinco, ruotandolo avanti e indietro dentro un recipiente analogo appena più grande. Una matriarca impettita cuoce spaghetti di riso in un caramello denso che fonde schiumando all'interno di un wok enorme; qualche cliente ne compra anche tre o quattro sacchetti. Devono essere squisiti, ed è frustrante sapere che non potremo assaggiare tutto. Le orchidee costano cinquanta cent al mazzo, e il pane certo è quasi gratuito, visto che i ragazzini ne buttano una quantità ai pesci, una flotta di carpe guizzanti, impazzite, in giostra una sull'altra per accaparrarsi i bocconi più grossi.La corsa in taxi è interminabile, forse anche per l'autista, che alla fine annuncia “Chatuchak”, e lo dice con un sospiro di sollievo, come se almeno per un attimo avesse dubitato lui stesso dell'esito felice di questa traversata per raccordi autostradali aggettanti sul nulla, in una periferia a perdita d'occhio di una città a perdita d'occhio, nella quale vivono più di otto milioni di persone. Approdiamo a quello che ha fama di mercato più grande del mondo dalla parte odorosa, il settore dei pesciolini variopinti, delle iguana tascabili, dei pappagalli variegati, dei furetti, dei gattini di 5


razze incomprensibili, e perché no? Di qualche serpente da salotto. Gli stretti passaggi ombrosi fra le botteghe offrono riparo dalla cappa di piombo che grava sulla città, ma non è ancora abbastanza, ed ecco uno dei motivi della scelta: dunque lasciamo gli orologi a due euro e le stoviglie dell'IKEA prive di marchio, e torniamo nella sala massaggi, dove ci strofinano piedi e zampe per mezz'ora con devota e silenziosa applicazione, imbibiti di profumo e soggiogati dal potere rilassante dell'aria condizionata. All'uscita ci aspettano il monsone pomeridiano e la sagra dei tassisti: il primo dice: “Tassametro? Ma non ci penso nemmeno”, e riparte; il secondo annuisce: “Certo, però vi porto in un negozio dove, anche se guardate e basta, mi mettono il timbro sulla tessera e ci faccio benzina”; il terzo e il quarto scuotono il capo e ripartono: “Ta Sen – fa uno dei due – figuriamoci! Sarà lunga venti chilometri ...” come se lui fosse un guidatore di risciò, o se i numeri civici non esistessero a Bangkok. In ultimo, mentre sia il monsone che la nostra pazienza si stanno affievolendo, arriva un ragazzino quasi imberbe, tale Panya Qualcosadilungo, e ci carica su, pur senza dimostrare eccessivi entusiasmi. A spasso fra le cianfrusaglie di Chao San, poi cena in un ristorante familiare, come quello nell'hudong di Pechino, la cui nostalgia ci divora: marito moglie e figlia, ciotola di deliziosa zuppa piccante di gamberi, il Tom Yum Kung, e noodles. Poi finalmente, dopo quaranta ore di veglia, il duro giaciglio del Tara Place.

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28 luglio, domenica trentaseiesimo anniversario di matrimonio.

La notizia più importante sul Grand Palace è che se eviti di visitarlo non hai perso niente. La cosa più originale del Grand Palace è il biglietto d'ingresso: cinquecento baht, come per gli Uffizi, per vedere dal basso il Buddha di smeraldo, passeggiare fra pitture insipide fatte con le decalcomanie, e farsi spintonare da carovane di famiglie ebbre all'idea di immortalare la prole al cospetto di tanta immortalità. Come nella moschea, e a differenza che in San Pietro, ci si tolgono le scarpe per entrare, fra i richiami dei cow boys che cercano di tenere unita la propria mandria; dentro si sfila davanti al sacello, e i devoti si buttano in ginocchio e iniziano la sequenza delle genuflessioni. Un anziano thai, evidentemente meno devoto, finge di non aver visto il divieto di fotografare; arriva una guardia, lo sgrida con acrimonia, e lo costringe ad inginocchiarsi e a chiedere scusa al buddhino verde genuflettendosi tre volte. Il resto dell'insipido complesso si tiene in non cale, con l'unica eccezione del nuovo, freschissimo Museo patrocinato dalla regina Sirit, che con la scusa del recupero delle tradizioni tessili del Paese, ha esposto il suo guardaroba; a cominciare dalla suite di vestiti indossati per la famosa luna di miele di sette mesi in Occidente, quando si aggiudicò la palma di regina più elegante del mondo (Bettina II, probabilmente, ultima). Proiettano anche un film in bianco e nero sul “gran tour” della giovanissima coppia reale: a parte una fugace apparizione impacciata di un vecchio De Gaulle, il resto dei monarchi sorridenti è una frittura mista di sovrani deposti o in via di deposizione. Nel film il giovane Re ha l'aria di un playboy intellettuale; il vecchio Re, sui cartelloni attuali, quella di un depresso: le due 9


supposizioni risulterebbero coerenti, a ben vedere. Nei piazzali hanno drizzato grandi gazebo con ventilatore, per smorzare la vampa sulla cervice. Squadre di militari con la baionetta inastata sfilano a passo di marcia: ci fosse il vecchio Tex Willer li guarderebbe ghignando e commenterebbe “marciano come coscritti ...”. Avrei preferito visitare il palazzo centocinquanta anni fa (anche per altri motivi, del resto) se non altro per vedere al posto di queste truppe di riporto le Amazzoni del Re, con i gonnellini di tartan, la sciabola, l'arco e il turcasso, come si chiamava allora la faretra. I monaci pregano spippolando sul telefonino, e i turisti più infoiati si fanno fotografare nella posizione dei Garuda giganti che sostengono il tetto del tempio. Sono inconsapevoli di mimare la realtà della propria condizione: lavorare come bestie per arricchire mandarini e preti. Se così non fosse, se ne avessero consapevolezza, smetterebbero di ridere e farebbero la rivoluzione. Non è facile capire il funzionamento dei battelli; al Chang Pier ci sono tre o quattro biglietterie fra le quali vengo rimbalzato senza spiegazioni, prima di guadagnare un biglietto da stranieri per un barcone con tanto di guida turistica in thai e in una 10


lingua d'invenzione che vorrebbe essere inglese ma non gli assomiglia neppure; al punto che quando la sciocchina in divisa parla di Chinatown restiamo tranquillamente seduti e andiamo oltre. Nel vasto caos anodino del quartiere cinese si mangia per strada: maiale arrosto con riso e verdura, e una zuppa rossastra a base di tofu (ientafò, dice la ragazza, dopo la mia ordinazione a vista), poi una lunga serie di assaggi dalle bancarelle della frutta, speziata e salata. Agli ATM non si riesce a prelevare, dubito sia solo colpa della mia inadeguatezza tecnologica. Di ritorno in centro ci tocca il numero della guida abusiva: “I'm a policeman – rotea rapido gli occhi e tira fuori lesto un tesserino marrone – I'm of the secret police in the Palace”. Non gli basta dichiararsi poliziotto; ha voluto aggiungere l'agente segreto per fare più effetto. Bancarellai e negozianti di Th Maha Prat vendono pillole di ginger, di cassia e d'altri semplici, e insieme amuleti: il settore è unico, ci si occupa sia della salute del corpo che di quella dell'anima; di rimedi naturali e soprannaturali, la gamma completa. L'ambiente ha un sapore autentico, a dispetto della contiguità con l'epicentro dell'assalto turistico palatino. Per il caffè scegliamo l'aria condizionata, entrando in una gelateria occidentale, uno di quei locali da cui sono esclusi la maggior parte dei thai, sicuramente tutti coloro che sbarcano il lunario vendendo un mango intero sbucciato e spicchiato a venti baht. In questi avamposti dell'Ecumene progressiva i ragazzini “svegli” arruolati nell'economia globalizzata si fanno le ossa per diventare prima possibile occidentali anche loro; senza immaginare che il numero degli occidentali affamati d'oriente è in costante aumento, e magari ci sarà una ragione. Il monsone oggi si contenta di una spruzzatina riscaldante, mentre ripercorriamo col disfavore della luce diurna il sacrario di Kaho San, restituito dall'impietosità del riscontro alla sua dimensione di strada normale; graziose semmai le vie contigue, dove da una vera sarta compro un completo in garza di cotone nei toni del verde per la cena dell'anniversario. Le sigarette costano poco, ma il terrorismo psicologico anti-fumo attinge livelli inimmaginabili sui pacchetti, dove si rappresentano con dovizia di dettagli orribili tumori che scoppiano in gole devastate e suppuranti. A quel punto il fatto di non poter leggere le scritte minatorie diventa irrilevante. Le 11


bande di ragazzini in divisa che abbiamo incrociato al Sanam Luang preludevano ad una festa serale che noi non vedremo, seduti in un ristorante di Thanon Rambuttri, ma che sentiamo distintamente quando cominciano a scoppiare i primi fuochi artificiali, alti nel cielo sopra i tetti delle shop-houses. Stasera green chili, e noodles ubriachi, mentre per strada sfilano magliette creative: quella di lei “same same” davanti, “but different” dietro, potrebbe anche ammiccare ad un orizzonte sessuale. Quella di lui “I'm fat. So, what?”, richiede un'esegesi più semplice. Il carrettino degli insetti fritti espone un cartello intimidatorio: dieci baht per ogni foto; la processione dei venditori di cianfrusaglie è inestinguibile, mai ossessivi però, ti senti quasi in colpa se non compri niente. I fasci apocalittici di cavi elettrici brandiscono laschi fra le case, poco più che ad altezza d'uomo. Aspettiamo Vientiane per verificare il sospetto, e soprattutto Phnom Penh, ma l'impressione è che queste capitali ex-coloniali siano imprigionate in un destino paradossale, che consegna il ricordo del loro splendore all'epoca in cui hanno fatto la felicità, e soprattutto la prosperità dell'occidente. “Sunday closed – recita il cartello sulla serranda abbassata del negozio – thank you for loyalty”. Un concetto shopenaueriano della fedeltà dei suoi clienti.

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29 luglio, lunedì (e da oggi siamo nel trentasettesimo)

Alle sette del mattino la temperatura è 26,5 C°, e l'umidità attinge il 72%. Il treno parte con quaranta minuti di ritardo, un buon inizio direi; ai passaggi a livello lungo l'interminabile attraversamento della periferia di Bangkok è il nostro convoglio che prima rallenta poi si ferma, finché le sbarre non sono abbassate. Dopo Lop Buri le mondine chine nelle risaie, garzette e altri trampolieri, poi improvvise le alture, isolate nella pianura, sorta di Colli Euganei scabri ed erosi, con qualche vecchio stupa a svettare fra gli alberi. Nel centro di una cittadina, fugace apparizione di un antico tempio popolato di scimmie. I villaggi si fanno più radi, le minuscole stazioni hanno un'aria svizzera, seppure temperata dal monsone che vela il paesaggio; ormai sono risaie a perdita d'occhio, ritmate dalle palme piantate sulle alzaie. Gli uccelli si alzano in volo all'avvicinarsi del treno, le mondine invece non drizzano la schiena. La linea diventa a binario unico e il treno affronta le montagne arrancando sulla salita, nel folto della jungla. Qualche bufalo bruca vicino alla massicciata, torrenti rossi di terra si perdono nel verde per riapparire più avanti. Si fuma all'aperto, sul predellino di collegamento fra una carrozza e l'altra, fermi a qualche stazione di montagna in attesa di un 15


incrocio. Leggo “The Nation”, quotidiano indipendente. Polemiche e aspettative di rivolta per la proposta di legge governativa sull'amnistia. In Thailandia un magnate delle comunicazioni ha governato a lungo prima di essere costretto all'esilio per non finire in galera. Adesso la moglie (ho detto la moglie, non la figlia ...), a capo del Governo, perora la pacificazione e gli opposti schieramenti si contano, in attesa di affrontarsi in piazza. Mi ricorda qualcosa, non so perché. La propensione thai al colpo di Stato data da prima dell'unificazione, addirittura dalla fine del '600, quando il sovrano del Regno di Ayuttaya, Narai, (una specie di Pietro il Grande “in piccolo”) fu deposto dai cortigiani, dopo che gli stessi avevano accusato di intenti analoghi il suo straniero preferito, un avventuriero greco che a colpo avvenuto fu giustiziato. E i Chakri del resto, la stirpe regnante, nascono da un coup d'etat settecentesco. Oggi il problema evidentemente persiste, se è vero che il Parlamento sta valutando una legge per limitare i poteri dell'esercito e assegnare al Ministero della Difesa compiti di protezione per la monarchia, ora che il vecchio e amato Re è malato, e il giovane Re ancora acerbo di adorazione popolare, nonostante le sue sessantuno primavere. La jungla infittisce, ora che abbiamo lasciato le pianure; un quarto del territorio della Thailandia è coperto dalla foresta, ma cinquant'anni fa era il 60%. Le stazioni si susseguono con inesorabile uniformità, finché l'apparire di un grumo di luce più vivo induce un ottimismo infondato; ma siamo solo a Lanphang: per Chiang Mai mancano ancora due ore, esattamente il ritardo del nostro Espresso. Dopo la colazione, il pranzo e la merenda, ci tocca anche la cena: non si può dire che non cerchino di farsi perdonare. Niente taxi alla stazione, solo i furgoncini rossi con il bagagliaio sul tetto, come gli autobus da noi nei film del Neorealismo. I turisti sono una pacchia per questi drivers di tarda serata, e una normale corsa da trenta baht diventa da cento con i clienti più stanchi, e da cinquanta con quelli rognosi (vedi alla voce Piero P.). L'albergo è un falansterio di ex-lusso che avrebbe bisogno di molti lavori per meritarsi almeno una parte della sua spocchia. Ma ormai ci siamo, e non è poco: “Chiang Mai taa …Chiang Mai taa …” 16


30 luglio, martedì Santa Cassazione

“La pazienza premia”, recita la massima dipinta sulla targhetta di legno appesa ad uno dei tanti alberi di cui non sapremo mai il nome. Dentro il Wat Phra Singh, altissimo, sorretto da imponenti colonne dorate, il monaco assiso sul trono basso snocciola il suo Mantra infinito con voce sempre uguale, confortato dalla saggezza del Buddha, ma anche da un robusto ventilatore elettrico. Le onnipresenti cassette per le offerte sono a forma di monaco bambino, con la bocca aperta al sorriso e all'inserimento del conio, o di cassaforte tipo “vecchio ufficio americano delle assicurazioni”. Sui gradoni del tempio più antico niente scimmie, solo piccioni, neanche fossimo davanti a Santa Croce; sul lato nord del tempio invece si annida il Monk Chat Club, dove si può discorrere con i monaci, e magari scoprire che durante la stagione delle piogge osservano il Wan Khao, ovvero il precetto di non pernottare fuori dal tempio di appartenenza per tre mesi consecutivi. La tradizione risale al Buddha, che durante lo stesso periodo non usciva mai dal monastero, neppure di giorno, per non calpestare i semi o uccidere inavvertitamente gli 17


insetti. Proprio come quel grande statista italiano, così buono che da piccolo si legava i campanellini alle gambine per avvertire del suo passaggio le formichine e permettere loro di mettersi in salvo. C'è da dire che con noi ha avuto meno riguardi. “Fare il bene per interesse non è vero merito”. E anche questa, volendo, si potrebbe rammentare all'Uomo Provvidenziale con le campanelle. Nel Wat Si Koet una comitiva di studenti giapponesi in divisa prega con devozione, mentre il fotografo professionale al seguito immortala singoli e gruppi; il salmodiante stavolta è celato, vediamo solo una fila di giovani monaci accoccolati sulla lunga panca laterale, le mani giunte, gli occhi persi nel vuoto, e ascoltiamo il distillato mantrico, le strofe dette con un fiato solo. Nel tempietto posteriore impressionante visione di una statua di cera nella trasparenza di una teca di cristallo, da parer viva. I Wat si dividono in due categorie: ci sono quelli in stile Lanna, e quelli in stile Tullio. Qualunque il concetto architettonico, per noi visitarne tre sui quattrocento edificati a Chiang Mai è sufficiente; dirottiamo i nostri passi verso il mercato alimentare di Thalat Thanin. I banchi dei macellai sono appartati in un settore separato; forse un segnale di gentilezza d'animo, un distinguo dal criterio cinese, che è solo per stomaci forti. Sui banchi centrali cataste di verdure e soprattutto di erbe a foglia larga e stretta, i sapori di questa cucina che è sostanzialmente vegetariana anche quando propone piatti di carne. Pranzo fra gli studenti in divisa e gli operai in pausa: prima due zuppe fantastiche, in particolare l'Eurehla, con palline di carne; poi tocca al Suki, una zuppa di carne, basilico dolce horapa, vermicelli e salsa sukiyaki. La preparazione è una cerimonia: rapida, composta, silente, pubblica; rinnova il mito dell'invenzione con il rito del servizio. Per dieci baht ci sgranocchiamo un tempura di verdure fritte, e per finire frutta self-service dalle vaschette allineate come colori ad olio su una tavolozza, e semmai da condire con le consuete salse nei sacchettini trasparenti. Per dessert banane fritte 18


in pastella di pistacchio; l'unico errore è scegliere il caffè tradizionale, una brodaglia dolcissima condita con latte e crema, al posto del più banale ma sicuro Nescafè. Anche qui al mercato traspare evidente l'approccio ludico al lavoro, l'attitudine dei Thai a cercare pretesti per scherzare, per far gruppo coi colleghi, a rendere meno arido e pesante la propria occupazione: lavorare in armonia è sà nùk. Lavorare da soli è mai sa nùk, non divertente, triste come i negozi fuori dal mercato, con l'unica eccezione di una bottega specializzata in offerte per i Wat, rigurgitante di cestini di cibarie di misura varia, come da noi per i regali di Natale al capoufficio o al medico della mutua, di ceri giganteschi e carissimi, di bastoncini d'incenso in confezione XXL. Nel pacchetto che la sagace manager del nostro albergo ci confeziona per domani, peraltro su nostra inequivocabile richiesta, è incluso anche il whitewater rafting, accanto al bamboo rafting, al trekking nella jungla, all'elefante, e non so che altro, in una corsa al rialzo che temo preluda ad una giornata sconsideratamente folle. La padrona dell'albergo è una giovane signora molto sveglia che parla e capisce l'inglese, e presiede da sola a tutto il business: i suoi pards quando manca lei non vanno neppure in bagno. La sala massaggi delle prigioniere del carcere femminile chiude alle quattro e mezza; tocca accontentarsi di un bassotto a piede libero, che ride ogni volta che io urlo di dolore, mentre mi pizzica uno dei tanti muscoletti affastellati e perennemente incordati nelle mie vecchie spalle. Carla più saggiamente ha scelto un foot massage. Cercando un ristorante per la cena incappiamo in un locale a gestione cinese che propone cucina dello Yunnan, e ci concediamo un tuffo nella memoria; per il caffè invece si torna nel mondo globale. Il modello Starbucks ha figliato qualche brand locale; il panorama si restringe, come già segnalato anche troppe volte, ma c'è da dire che almeno la qualità della miscela ne guadagna, declinata sulla casistica delle DOC locali, e quindi, come direbbe un Fabiopicchi qualsiasi: “nel rispetto del territorio”. Nel lounge bar accanto alla terrazza dove sorbiamo il nostro caffè di montagna, forse il più figo di Chiang Mai, stasera certo si consumerà qualche happening memorabile, perché stanno riempiendo intere 19


rastrelliere con meravigliose orchidee violacee, bordo bordo la veranda. La manager (un dato ricorrente?) sorseggia con affettazione un calice di rosso, che magari non le piace neppure, e impartisce ordini secchi.

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31 luglio, mercoledì San Turista Martire

I ragazzini maleducati che hanno sbatacchiato porte e chiacchierato ad alta voce fino a tardi fanno parte di un gruppo di giovani famiglie francesi, chiassose e petulanti anche nel settore adulti, che alle sette del mattino ha già monopolizzato il personale del ristorante per le necessità della loro colazione urgente. Probabilmente festeggiano il nostro medesimo patrono, e stanno aspettando che il loro Gurkha venga a prelevarli, come noi il nostro. Fuori dal suo emporio il bottegaio ha fumato la prima sigaretta; adesso inizia a trasbordare i carretti ammassati all'interno la sera prima, ricomponendo il variopinto caravanserraglio da cui ricava il suo sostentamento. Vende cappelli, borse, coltelli, chincaglieria, sigarette, e fa pure le visite oculistiche: un prodigio di ubiquità commerciale, una lezione, anche. La moglie è già ai fornelli e si prepara alla giostra dei sacchettini trasparenti per la minestra da asporto. I nostri compagni di avventure sono tre ragazzi belgi (lei, lui e l'uomo in più), e tre bocia trevigiani in Thailandia per figa. Periferia trafficata, donne che guidano il motorino con la destra mentre con la sinistra tengono il lattante in fasce al fresco nel refolo; nella migliore delle ipotesi donne che guidano il motorino con entrambe le mani, il poppante nel sacco, sulle spalle. Sopra al casotto dei vigili un casco gigante da poliziotto a mo' di tettuccio. Dopo una quarantina di chilometri di noiosa statale, e un'inutile sosta alla presunta piantagione di orchidee nonché fattoria di farfalle (morte, appuntate nei quadretti incorniciati in vendita al bookshop), il nostro giovanissimo e silente autista svolta a nord in una vallata boscosa rigata da un fiume di acque torbide giallo ocra, e la risale fino all'approdo della prima avventura, il rafting spumeggiante, per il quale ci danno severe safety and technical instructions; le 21


seconde sarebbero da indirizzare piuttosto ai capitani dei due canotti, che sembra siano a bordo solo per dirigere il gioco degli spruzzi. Pranzo a buffet, innaffiato da una noce di cocco gelata, sotto una grande tettoia, e c'è anche il necessario per prepararsi il Nescafè da soli. Sembra che tutta la vallata sia un'enorme cooperativa che lavora di conserva, ognuno alla sua specialità; si spera che del cospicuo bottino ricavino il più, lasciando agli organizzatori cittadini solo la giusta provvigione. Comincia a piovere sui primi preparativi del bamboo rafting, una mesta processione che ha il pregio di durar poco. Siamo quasi alla fine, è la volta del dondolante tratturo in groppa all'elefante; lungo il percorso si annida uno spaccio di canne da zucchero, e per la modica cifra di quaranta baht ti levi la voglia di vedere la famosa proboscide che si piega verso la tua faccia, perché ormai la bestia sa come funziona, ed è per questo che si ferma di sua iniziativa anche davanti allo spaccio delle banane. 22


Alcuni dei portatori sono inequivocabilmente minorenni; uno è addirittura un bambino, dalla pelle scurissima e dai tratti negroidi: il Myanmar è molto vicino. L'ultimo appuntamento programmato, quello con il trekking nella jungla, ci regala almeno una scoperta: le cicale imperversano anche qui, e fanno un rumore se possibile ancora più ossessivo delle nostre, qualcosa di molto simile ad una sega circolare; e poi è divertente assaggiare germogli di piante dai nomi impronunciabili, pronuba la nostra giovane guida, che mentre parla fa incetta di bamboo. Grazie a lei scopriamo che “pipì” in thai si dice “pipì”. Rapido bagnetto sotto una cascatella torbida, poi al gruppo fiammingo in esclusiva (hanno pagato di più) tocca l'ultima incombenza, la visita al villaggio delle long neck women, una delle quali, pur senza anelli al collo, non è altri che la moglie del nostro autista. Chi fa da sé, almeno in questo caso, fa la figura del coglione, perché oltre al taxi per venire, paga cinquecento baht per entrare nel serraglio dove si dipana lo spettacolino etnico; solo dentro però, perché fuori dal recinto le bambine in libera uscita si sono già tolto il cilicio. Le madri lo riporranno a sera, sparito l'ultimo turista, prima di andare alla Posta a spedire il vaglia in Myanmar, dove con questa manfrina qualche poveraccio, se Dio vuole, riesce a sopravvivere. E allora perché no?: “Vènghino vènghino, siore e siori …” Ci facciamo lasciare alla stazione degli autobus, a prenotare per domattina. Spassosa la scenetta del Bangkok corner: la linea all'evidenza più trafficata è gestita in concorrenza da una dozzina di compagnie, e ognuna di queste ha una ragazza appostata nel rispettivo gabbiotto; appena un viaggiatore, o magari solo uno che cerca il cesso dalla parte sbagliata, si avvicina al corner, cominciano a starnazzare tutte assieme per rubarsi il cliente a vicenda. Da restarci una serata, troppo bello! Cena in albergo: maiale massaman e maiale panang, pollo al ginger e birra Chang, forse la migliore di quelle assaggiate finora; finalmente dopo “soli” cinque giorni impariamo che grazie si dice Kob Khun Ka ad una donna, Kap ad un uomo. In Italia sono le quattro del pomeriggio, l'ora giusta per avviare Skype, anche per far vedere in diretta ai ragazzi il giardino tropicale dell'albergo. 23


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1 agosto, giovedì Santa Sentenza Scontata

Ha ragione Travaglio, che grazie ad Internet è qui e lotta insieme a noi, come si diceva una volta dei compagni del Movimento caduti per la causa. Qualunque la sentenza ha vinto lui: se assolto sarà la dimostrazione che era un politico perseguitato, se condannato sarà la dimostrazione che è un politico perseguitato. Il Partito Defunto ha fatto di tutto perché si arrivasse a ciò, e dunque ha ottenuto il suo scopo: onore al merito! Ha ragione Travaglio, ma siccome è meglio abbandonare le cronache giudiziarie e tornare a quelle vacanziere, diciamo che ha ragione anche Carla (come dubitarne, del resto?), la quale sostiene che Chiang Mai assomiglia a Playa del Carmen, se non fisicamente, quanto meno come atmosfera. E' vero, ed un riscontro inoppugnabile è nelle facce dei ragazzi occidentali che magari dormono nelle camerate degli ostelli, come là sulle amache, ma si abbandonano per giorni alla pania dell'atmosfera rilassata, di questi interlocutori sorridenti, al piacere di non domandarsi: “che ne farò del mio tempo, oggi?”. Noi spendiamo una parte del nostro in viaggio, sette ore di autobus per Chiang Khong, via Chiang Rai, attraversando le montagne boscose subito a ridosso della città, con la macchia che si apre di quando in quando a piccoli appezzamenti di coltivi, risaie soprattutto, e case di legno su palafitte. Ad intervalli regolari lungo la strada un Buddha pacioso sorride all'ombra degli alberi dalle chiome ad ombrello, e gli ossessivi ritratti del Re di tre quarti e della paffuta regina con il rossetto che le disegna la bocca a cuore, entrambi ormai sbiaditi dal sole, ma non per questo meno amati dal popolo. Sull'autobus trentadue posti, dodici dei quali di prima classe, più larghi e quasi interamente reclinabili; oltre all'autista due ragazzini in divisa, uno stewart e una hostess, che fa subito il giro 25


con i complimentary snacks anche in seconda, dove siamo seduti noi: altro che Trenitalia. Il Chiang Mai Mail ci offre la spiegazione a posteriori per i fuochi artificiali, per le bande, le truppe in parata, la polizia in alta uniforme e tutto l'apparato mediatico dispiegato quattro sere addietro a Bangkok: ricorreva il sessantunesimo compleanno del principe ereditario, che ci ricorda tanto Carletto d'Inghilterra, costretti entrambi ad un'eterna attesa dalla reale longevità. Del padre, rispettivamente, e della madre, primo e seconda nel ranking mondiale di durabilità sovrana: sessantasette anni contro sessantuno. A lui, a Maha Vajiralongkorn però non hanno arriso i fasti delle cronache mondane: a giudicare dagli esiti carleschi, forse un vantaggio. Lo stesso giornale ci informa anche che sono stati stanziati otto miliardi di baht per costruire la monorotaia a Chiang Mai; notizia ininfluente vista la durata del nostro soggiorno. Più attinenti le informazioni contigue: seicento casi di dengue fever accertati in città, quattromila in provincia: è in atto una campagna massiccia di prosciugamento delle acque ferme, e nelle fontane buttano i pesci, perché si mangino le larve degli insetti. Il treno da Bangkok l'abbiamo già preso, dunque che il 17 scorso sia deragliato ferendo anche gravemente trentanove persone, quasi tutti turisti, ci fa un po' meno effetto del dengue, di cui non conosciamo i tempi di incubazione. E se della monorotaia poco ci interessa, che invece la Kandara SpA abbia firmato un accordo con la prigione femminile per sviluppare il business dei massaggi, questo ci fa molto piacere: scommetto che quando torneremo l'orario pomeridiano risulterà più lungo, e il bassotto sadico non mi avrà fra le sue manacce. Pochi paesi, in genere assai piccoli, prima di Chiang Rai; ancora meno lungo il tratto successivo di statale, dove le risaie si fanno più fitte, e qualche villetta moderna occhieggia fra i bananeti, senza tradire lo schema architettonico tradizionale, ma interpretandolo in chiave creativa e coloristica, magari con l'impiego di veri tronchi d'albero al posto dei pilastri. La sit-com trasmessa dai due televisori sembra ancora più stupida delle nostre; forse se ne capissimo i dialoghi l'impressione ne uscirebbe addirittura rafforzata. Eravamo preparati a sette ore di 26


viaggio, di conseguenza quando dopo appena sei la gentile hostess ci ha sussurrato qualcosa che assomigliava a “Chiang Khong”, mi è sembrato giusto chiederle: “Must change bus?”. La poverina non capiva, e ha sussurrato ancora, solo appena più forte: “Chiang Khong”. A quel punto è stato chiaro anche a noi, notoriamente lenti, che eravamo arrivati. Il tuktuk applica una tariffa fissa di trenta baht dovunque tu debba andare, anche all'albergo sbagliato, come accade a noi. Il motivo dell'errore ce lo chiarirà più tardi la ragazza di Easy Trip: a Chang Khong l'unico motivo di attrazione è il fiume, per cui i nomi degli alberghi spaziano dal River View al Riverside View, dal River House al Riverside House; nella più fantasiosa delle strategie di marketing è stato partorito un Mekong River View House. Da Easy Trip, con un modesto supplemento pecuniario sulla tariffa standard, si ottiene l'indulgenza plenaria per le pratiche doganali di entrambe le parti, il prelievo all'albergo giusto e il pranzo a sacco. Manca solo il massaggio, ma non ho coraggio di chiedere l'upgrade. L'albergo è semplice, come previsto, ma carino, ovviamente affacciato 27


sul Mekong; l'upgrade lo facciamo qui, non per il massaggio ma per l'aria condizionata al posto del ventilatore, il che fa lievitare il conto da sette a dodici euro. Chiang Khong è il posto più trash che abbiamo visitato nel corso del nostro ormai datato peregrinare, se si eccettuano forse alcuni paesi di Baja California; lungo la statale, l'unica vera strada dell'abitato, botteghe oscure senza soluzione di continuità dove vendono di tutto, preferibilmente di plastica, e di fronte, lungo il bordo della strada senza marciapiede, la consueta teoria di bancarelle di street food. I bidoni della spazzatura sono a forma di pentola, panciuti e neri. Un'oasi di modernità solo in banca, con l'aria condizionata da pinguini e il consueto soprannumero di giovanissimi addetti, efficienti e gentili, anche se entri solo per cambiare cento euro in baht. Il prime rate è sul 7%. Lungo il Mekong quattro alberghi-ristorante con terrazza sul fiume; uno è il Rim Khong, consigliato dalla ragazza easy (absit injuria verbo) per il menù di pesce. Stasera si cena alle cinque e mezza, cullati dalla melopea del pop thailandese, che differisce da quello italiano o mongolo solo per la parte poetica, cioè l'inessenziale. Pesce del Mekong in curry rosso asciutto, riso con anacardi e gamberi, favoloso tempura di gamberoni con pastella di cocco, mentre la brezza della sera comincia a dondolare una lunga fila di lampadine colorate sulle nostre teste bollite dal sole. Il Chiang Mai Mail ospita anche la rubrica della posta del cuore; in mancanza di Natalia Aspesi la gestisce una certa Emma, che a giudicare dalla vignetta è la nonna che tutti vorremmo aver avuto, al tempo della nostra acerba giovinezza, quando anche noi sperimentavamo la difficoltà di comunicare con l'altro sesso; proprio come i giovani lettori del quotidiano, e soprattutto le lettrici, spesso alle prese con un lui costantemente assorto nel suo telefonino, o addirittura impelagato in qualche chat che si sospetta non del tutto innocente. Gli adolescenti hanno gli stessi problemi ovunque, primo, secondo o terzo mondo: non saprei dire se sia un conforto o una pena. Svuotata ormai la seconda bottiglia di Chang chiedo un caffé; le cameriere sono due bambine che non parlano inglese: una è musona e brusca, l'altra dolcissima e apparentemente ritardata. Il caffè lo chiedo a 28


lei, indicandole l'immagine sul menù. Dopo qualche minuto arriva una porzione di patatine fritte; è l'ora di pagare e tornare all'albergo per la doccia, anche perché sono già le sette e l'aria imbruna. Prenotiamo le stanze per domani a Pak Beng, e per sabato e domenica a Luang Prabang; è lavoro da fare per forza stasera, perché a Pak Beng non manca solo l'aria condizionata, ma a volte anche la corrente elettrica del tutto, e figuriamoci la wi-fi. Sulla facciata dell'albergo contiamo sedici gechi di varie taglie. Ecco perché le zanzare non si fanno sentire.

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2 agosto, venerdì San Vittore

Quattro anni di galera, ad un uomo che per vent'anni si è sacrificato per il Paese, sono una vergogna che non si cancellerà. Siamo un popolo irriconoscente; lo segnalò anche Bettino in fuga per Hammamet, citando Aristotele. Torniamo sul Mekong. Il sole trapela dalle nubi basse appoggiate sulle colline laotiane; non sembra abbia voglia di piovere. Stavolta giochiamo d'anticipo e tiriamo fuori il frasario laotiano: grazie si dice coop giai. I nostri assistenti doganali lavorano di conserva, sulle rispettive sponde; l'ufficio immigrazione è una catena di montaggio di timbratori: l'unico antipatico è l'ultimo della fila, quello che ci chiede trentacinque dollari a testa. Poche coppie agée, soprattutto giovani backpakers. Sulle bancarelle laotiane fanno la loro comparsa le baguettes; vicino al barbecue delle zampe di pollo una donna accucciata sta spulciando con meticolosa applicazione il suo cane, schiacciando i parassiti uno ad uno sul cemento. Davanti al ristorantino un cartello intima: “Please buy sandwich, they are very delicious here”. L'insistenza con cui si cerca di convincere i viaggiatori che sulla barca non si vendano generi di conforto, mi fa pensare che sulla barca si vendano generi di conforto. Ultimo atto della lunga 31


gestione in vista della partenza, una recita dell'assistente doganale, il quale ci spiega che “slow è bello”, neanche fosse un seguace di Carletto Petrini, e soprattutto ci ammonisce sui pericoli di Pak Beng, dove tutto è carissimo per i falang, che sarebbero gli stranieri, e dove quindi non conviene arrivare senza avere una camera. Il caso vuole che lui la possa prenotare da qui, a soli quattrocento baht. Il suo compare si chiama Pong, quindi lui dev'essere Ping, e non dubito che a furia di raggirare turisti gonzi si sia fatta una casetta nell'Honan, con il suo laghetto blu tutto cinto di bambù, proprio come il suo omonimo nella Turandot. La passerella per salire sulla barca è appoggiata alla meno peggio sul bordo della chiglia di ferro. Circa una volta ogni ora si sgancia e piomba nell'acqua rossastra del grande fiume. Un'ora fa è toccato a quella signora bionda che si sta asciugando i capelli al sole, adesso è la volta di Carla, del suo zaino, e della borsa, incluso malloppo e telefonicchio. Il bagno nel Mekong in teoria non sarebbe compreso nel prezzo del biglietto, ma i barcaioli sono molto carini e ce lo abbonano; mentre la barca si muove lenta cominciamo a stendere i panni ad un filo teso sulla murata al sole, che per fortuna è la nostra. Si siede su coppie di sedili d'autobus dismessi, non fissati alla chiglia, iles flottant. Una giovane laotiana strizza con accanimento i punti neri del suo compagno, apparentemente assopito; a poppa, prima della toilette e dell'infernale sala macchine, un bar fornito di cibi e bevande. Q.E.D. ὅπερ ἔδει δεῖξαι. Il fiume ribolle di schiume inquietanti; Carla ripensa alla sua bevuta, la vedo segnarsi con discrezione e bisbigliare preghiere buddhiste (anghingò … anghingò …). Le rive sono pressoché deserte, non stupisce che i laotiani siano solo sei milioni. Dopo un'ora e mezza di navigazione, approdiamo nei pressi di un villaggio sul quale sventola la bandiera nazionale affiancata da quella rossa con la falce e il martello del partito 32


al potere; uno della ciurma corre su per una scala, sulla riva scoscesa, a presentare le carte di bordo a qualche timbratore in divisa. Una ragazza dal viso dolcissimo, accoccolata sotto un riparo di fortuna, vende caschetti di banane; più che altro il fratellino, lei è indolente come un laotiano, ma il ragazzo è visibilmente divertito dalla propria abilità di arrampicarsi sulla barca a sollecitare gli acquisti, per poi tornare dalla donna con la mazzetta dei soldi, lo sguardo fiero, a chiedere altra merce da spacciare. Ascoltare il terzo atto del Tristano navigando sul Mekong non la direi una scelta peregrina, o addirittura incongruente. C'è l'acqua, il lungo viaggio, e l'attesa, che è sempre mimesi dell'altro viaggio, il più lungo. Certo il rombo assordante dei motori non giova alla delicatezza muschiosa del preludio orchestrale, alla dolcezza del tema del corno inglese, al cupo ordito degli archi di Karajan. Lungo le rive alte e boscose, capanne isolate di legno e frasche, accessibili solo dall'acqua, fra ripidi coltivi di granturco rubati alla macchia fitta. Il fiume ogni tanto si insacca in corte golene, ed è lì che magari spunta all'improvviso una torma di ragazzini che fanno il bagno; e quelli fra loro che sguazzano nudi si coprono subito, sottraendo le gioie agli scatti concupiscenti dei turisti barcaioli. Si vede qualche bufalo d'acqua, e mucche dal manto dello stesso colore del fiume. La longboat fa anche servizio locale; ogni tanto accosta con qualche cautela ai banchi di sabbia e un giovane 33


laotiano salta giù al volo, salutando mentre si infila nel canneto, verso il villaggio che si intravede in alto, fra i banani. La barca va zigzagando fra le rapide e i gorghi motosi nei punti in cui il fiume è più basso; il cielo è terso, popolati di bianchi cirri. In mancanza di approdo è un barchino a remi che dalla riva viene all'accosto, alla pagaia un ragazzo che recupera il padre di ritorno a casa con un paio di zaini e un saccone blu. Un pescatore sta pulendo la rete, tesa fra la barca e la sabbia affiorante; ragazzini scendono di corsa dai viottoli del paese, nel rito eterno del saluto all'alieno. Il solo rumore è il brontolio monotono, ora più basso, del motore. Isotta sta morendo proprio adesso, dolce e calma come al solito, e la combinazione dei due scenari, quello reale e quello immaginario, mi riempie gli occhi di lacrime. Dopo sei ore arriviamo a Pak Beng, che in laotiano vuol dire “buco del culo del mondo”, un misero villaggio abbarbicato all'unica strada che sale dal pelo dell'acqua e si perde nel nulla. A cena nel ristorante dell'albergo: l'unica cosa buona è un riso dolce cotto nel latte di cocco, con mango e banane. La birra è calda, i compagni di tavolo sono due, a volte anche tre gechi che cacciano farfalline sulla lampada, e un nugolo di minuscoli insetti neri dalla corazza dura, snobbati dai grigi predatori perché indigeribili. Una giovanissima ragazza incinta dal volto bello e triste aiuta il cameriere, un ragazzo anche lui. Su per il paese case dalle pareti di foglie di banano aperte sul poco refolo della sera, sull'esibizione serena del totem televisivo che troneggia davanti alla fila dei sedili di autobus, come fossero le poltrone del salotto, o addirittura accanto al tavolo da biliardo riciclato a tavolo e basta. In vista della macchinetta ATM, l'unico segnale di modernità del paese insieme alle wi-fi di scarso funzionamento, un ragazzo ci sussurra in un inglese stento che da lì in poi non c'è nulla da vedere, e che magari è anche meglio non inoltrarsi.

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3 agosto, sabato

Dormire con il ventilatore anziché con l'aria condizionata non è stato il dramma che immaginavamo. Nell'alba quasi silenziosa le colline sul fiume sono ancora ovattate di nubi. Sul cartello di un ristorante un curioso richiamo: “Good food, good conversation: my wife is a good cook”; è buffo, mi rammenta “la moglie Ada ai fornelli, il marito Beppe in sala”, lei cucina bene, lui è una sagoma ad intrattenere i clienti. La coppia di ragazzi italiani in giro per l'Asia da sei mesi è già seduta al tavolo della colazione; hanno meno di trent'anni e se ne sono presi uno sabbatico perché “ultimamente ci siamo resi conto di aver lavorato troppo, e che era il momento di staccare”. Si sono autoesodati per venire in India a farsi tatuare una scritta in sanscrito. Chissà se diventeranno mai adulti; forse se lo chiede anche la mamma di lei, che a quanto ci raccontano sta cominciando a sclerare, telefonata dopo telefonata. Avvolto nei fumi e nei profumi dei polli arrosto, l'angiporto di Pak Beng è invaso dai falang che risalgono sulla barca con il loro sacchetto pieno di banane, sandwiches, lichees e bottiglie d'acqua destinate a perdere rapidamente il velo di brina che ancora le ricopre. Il check-in è rigoroso: la famiglia Puccioni è registrata al rigo ventiquattro del fogliaccio scritto a mano. Leggevamo ieri che una delle minoranze etniche del Laos (“beati coloro che hanno una minoranza etnica, perché di essi sarà il regno turistico”) pratica l'agricoltura con la tecnica del disboscamento col fuoco. Sembra vero, a giudicare dai mozziconi anneriti che punteggiano il campo ripido dove crescerà il granturco. Le reti da pesca sono fissate ad una lunga canna di bamboo tesa fra l'isolotto che affiora e il tronco di un albero, in genere dove il fiume si insacca e la corrente si smorza. A poppa c'è la camera-cucina della ciurma, con un braciere ancora fumante, e il grande motore diesel con tutti gli organi di trasmissione a vista e la vaschetta piena di grasso per la lubrificazione al volo. 37


Messa in fa minore di Bruckner, nell'inarrivabile lettura del vecchio rumeno, il libro di Magris, e la consapevolezza malinconica che ne discende. Anche il riaffiorare improvviso e del tutto incoerente del sogno di stanotte. Harrison Ford gareggia alle Olimpiadi, nonostante l'età, e riesce ad aggiudicarsi una medaglia a cui teneva particolarmente, una specie di premio alla carriera. Si allena correndo con i guantoni da boxe; mi tira un diretto alla spalla e sogghigna. “Certo – mi sono detto – abbiamo la stessa età, ma lui ha il vantaggio che non fuma”. Il nuovo approdo non serve a far salire qualche passeggero, ma solo per consegnare un sacchetto con un massiccio pesce gatto, caricato qualche miglio più a monte; se lo accaparra una famiglia che vive su una longboat dismessa, nell'ansa del fiume subito sotto al villaggio. La figlia più piccola della barista, una minuscola bambina dal visino spaurito, drappeggiata in una maglietta con le trine identiche a quelle della barca e ugualmente sporca, sta piluccando con passione una pannocchia bollita. La mangia a morsi, ma il divertimento vero è spiccare i chicchi e infilarseli in bocca tutti insieme. Il motorista invece si è fatto preparare

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un laap liofilizzato: nella confezione anche le immancabili bustine del condimento e una forchetta di plastica ripiegata che si assembla a scatto. Mi pare che abbia pagato mille kip, come dire dieci centesimi. Il cielo si è riempito di nubi basse e grigie, minaccia di pioggia e certezza di afa che si attenua solo alle svolte del fiume, per un fiato improvviso di vento. L'approdo è a dieci chilometri da Luang Prabang, per motivi che ci sfuggono, con la sola eccezione dell'opportunità di finanziare la cooperativa dei taxi collettivi. Sul motorino che ci segue fino in città un ragazzo, forse quattordicenne, ne trasporta tre più piccoli; quello in piedi aggrappato al manubrio prima richiama la nostra attenzione, poi nasconde la faccia vergognoso quando iniziamo il rito delle foto. L'albergo è una bella villa in teak, restaurata da poco. La terrazza davanti alla camera si affaccia sul convento adiacente; è un viavai di giovani monaci che si danno il cambio alle finestre per trovare campo al telefono cellulare. Al Night Market soprattutto merce da turisti, ma anche bancarelle alimentari genuine, ad uso e consumo soprattutto autoctono. Quando paghi prendono le banconote e le battono ripetutamente per terra, descrivendo un semicerchio; il guidatore di tuk-tuk fa lo stesso sul serbatoio del motorino. Evidentemente un gesto propiziatorio, uno dei tanti sedimenti che la Storia ha depositato sulla scena del mondo che noi percorriamo, e che riusciamo a leggere con tanta maggior proprietà, quanto più ci sforziamo di non considerare il paesaggio come una cartolina, qualcosa di immobile, di dato una volta per tutte. Il paesaggio, esattamente come noi stessi, è il risultato di una Storia in divenire che continua a svolgersi sotto i nostri occhi, obbligandoci a ricercare le tracce di un'evoluzione, a interpretare i gesti, le attitudini, le apparenti stranezze, come i segni tangibili di una vita autonoma e pulsante. Nella notte il That Chomsi, lo stupa dorato in cima alla collina Phu Si che domina la città, sembra sospeso nel cielo, come una casa di Nazareth in trasferta.

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4 agosto, domenica

Subito fuori dall'albergo, alle sei del mattino, il mercato dei contadini è in pieno fermento: erbe di tutte le fogge, pseudo-zucchine, piccole melanzane viola chiaro screziate di bianco, scorze di legno per insaporire chissà quale piatto; e poi pesci gatto con le teste squartate e sanguinolente, rane grandi come rospi, gamberetti microscopici disidratati, germogli di bamboo e galline stivate in stie che sembrano nasse. Le massaie contrattano, proprio come noi, e semmai in maniera più accesa; un vecchio seminudo che pare Ho Ci Minh si lava ad una fontanella. Sabbe dhamma nalam abhinivesaya. Non ci si dovrebbe attaccare a nulla. E' uno dei precetti centrali dell'insegnamento buddhista, e il cartello promemoria pende dall'albero, accanto al Wat Xieng Thong, il più bello e antico della città, brillante di pitture e intagli dorati che rappresentano le ruote del Dharma. Da uno dei tempietti adiacenti, poco più grandi di una tomba monumentale, Lonely Planet ha ricavato la copertina della sua guida del Laos. Ci invitano a suonare il gong, tre volte di seguito, possibilmente sempre più forte. La 41


strada in lieve discesa per tornare in centro è un susseguirsi di vecchie case coloniali, spesso pittoresche, quasi sempre riattate a guesthouse o in via di restauro. Si precisa la sensazione della febbre turistica, colta fra l'insorgere dei primi sintomi e la diagnosi del male. Uno dei riscontri precoci è l'Elephant Vert, “ethno-botanical-living-cuisine: the first in south Asia” e si spera anche the last, ma non ci conterei. Il panegirico stampato e affisso all'ingresso recita: “ i cibi sono preparati in modo che importanti enzimi e fattori nutritivi non vadano distrutti nella cottura”. Come dire il principio ispiratore che da millenni definisce tutta la cucina asiatica, l'invenzione di centinaia di generazioni di massaie ignoranti, che non aspettavano certo che la vagina secca di una cuoca tedesca partorisse un'idea geniale sulla conservazione degli enzimi. Loro no, ma le torme dei turisti idioti ammalati di gastronomia culturale sì, e dunque un modello che purtroppo sarà imitato. Nel Wat Pa Huak pitture sbiadite dell'800 che raccontano storie cittadine di arrivi e partenze. Sulla facciata in legno, alla quale hanno fortunosamente risparmiato il restyling coloristico, Buddha ha preso il posto di Vishnu sull'elefante a tre teste Airavata, lo stesso che fino al 1975 compariva sulla bandiera del Laos. All'interno due vecchi, un gatto, un ragazzo che prega con espressione rapita. All'inizio del rito uno dei monaci ha interrogato un novizio, che probabilmente ha risposto in maniera inappropriata, perché tutti si sono messi a ridere; ma nessuno li ha sgridati. Non sembra una religione seriosa, e del resto non sarebbe un atteggiamento coerente con il precetto del distacco come strumento di abolizione del dolore, figlio delle passioni. Magari i laotiani l'hanno capito e sono diventati tutti buoni, perché non s'è ancora visto un poliziotto da quando abbiamo lasciato il confine; solo stasera un pick-up della polizia, ma vuoto. Al mercato passa una ragazza che raccoglie una banconota da ognuno dei venditori. Ceniamo per strada, nel vicolo occupato alle bancarelle alimentari, dove una masnada sudata e vociante di cuochi ammannisce di tutto, dall'antipasto al dolce. Buonissime la salsiccia e il pollo alla brace, i dolcetti di cocco fritti e naturalmente sublimi i frullati di frutta, come sempre. 42


5 agosto, lunedì

Il rito dell'elemosina ha un nome, come in genere avviene di tutte le cose destinate a durare: si chiama Tak Bat, e a Luang Prabang resiste inalterato, nonostante la petulanza dei turisti reporter e l'indelicatezza dei turisti compassionevoli, quelli che si mescolano alle vecchine laotiane per offrire il riso ai monaci in processione, alle sei del mattino. Il tuk-tuk doveva arrivare alle sette e venti, ma già alle sette il guidatore si affaccia impaziente, per ottimizzare i suoi trasbordi mattutini, mentre ancora ci dedichiamo ai frullati di frutti della passione, e ai pancakes con banana e ananas. La stazione sud degli autobus è inghirlandata dalla consueta teoria dei negozietti. Davanti ad uno di questi una coppia laotiana abbiente sta facendo incetta di specialità regionali, prima di risalire sul Toyota nuovo; la ragazzina al banco ha gli occhi lustri mentre riconta i 265.000 kip che la signora le ha allungato con una certa degnazione, se ho visto bene. Allo sportello del check-in un cartello diffida dal presentarsi in bikini. L'autobus VIP ha più rughe di Briatore, tanto per restare in tema, e a differenza di lui molte cicatrici di servizio; è a due piani, in quello inferiore caricano i nostri zaini, ma anche una moto e qualche sacco di derrate alimentari. Gli autobus non-VIP stanno 43


in piedi grazie alla vernice: l'aria occidentale del terminal di Chiang Mai è lontana. Strada nazionale stretta, fondo problematico: si viaggia lentissimi su per una salita che costeggia un torrente gonfio e motoso; al primo paese degno di questo nome ci fermiamo, per ragioni incomprensibili fuori dal quadro del “Lao time”. La giovanetta seduta vicina a noi, quella che ci sta tormentando dalla partenza con i gracidii del suo cellulare su cui gioca senza posa, ne approfitta per andare a pisciare in casa di qualcuno. Passa un ragazzo e ci consegna un sacchetto celeste, non saprei se per i rifiuti o in previdenza dei conati di vomito da curve e contro-curve. Quando lungo la strada si palesa un mercato di contadini il conducente accosta e le donne scendono a fare la spesa, che poi finisce nel capace ventre del bus. Paesaggio affascinante di montagne erte e boscose; il ritmo dei paesi è largo ma costante, uguale in ognuno l'impianto urbanistico: una larga strada centrale di mota rosso cinabro su cui si affacciano le case più grandi, una serie di soi laterali per le catapecchie; poi gente che compra e vende ai banchetti di legno, e si ferma a guardare l'autobus che passa, uno degli avvenimenti della giornata. Quando la valle si apre su prospettive più lontane, compaiono picchi di basalto macchiati di verde profondo; pochissime le strade che si staccano da questa statale stretta e dissestata; poco granturco, soprattutto bananeti e orti. In prossimità di Vang Vieng si comincia a scendere; le piogge causano frane ricorrenti, a volte ci fermiamo dove la ruspa sta rinforzando la massicciata 44


lato valle. Con l'apparire improvviso del fiume le prime risaie, poi l'autobus si ferma per la pausa pranzo. Col nostro tagliando abbiamo diritto ad una ciotola di zuppa o, in alternativa, ad un buffet di verdure, entrambi molto gustosi. Vang Vieng: si cerca di indovinare da che parte scorra il mitico fiume su cui impazza il tubing, nascosto dalla vegetazione. Anche la città è invisibile, ma in fermento giovanilistico evidente già alla stazione degli autobus, dove cerco di approfittare della breve pausa per un caffè e una sigaretta. La ragazza della bancarella-bar ride della mia evidente apprensione per i tempi stretti, ride e si gingilla con l'apparecchio: infila la spina, mi fa cenno che ci vorrà un po', prepara la miscela. Il driver per fortuna è un fumatore. Immagino l'apprensione di Carla seduta sull'autobus quando lui risale e io sono sempre lì alle prese con la ridente che, più il tempo passa, più si diverte. Al primo colpo di clacson ci siamo quasi; al secondo comincio a trottare mentre il caffè bollente mi cola sulla mano. Lei ride, Carla mi guarda male. L'infittire delle case in muratura, dei mercati, delle officine, una scuola, annunciano nell'imbrunire l'arrivo a Vientiane. Alla stazione solo taxi collettivi, e la consueta manfrina contrattuale; saliamo sul mezzo di un giovane occhialuto e prudente 45


oltre ogni limite, non tanto per la nostra incolumità quanto per la durata delle sospensioni del suo anziano trabiccolo, visto lo stato del fondo stradale. Viaggiamo così lenti, che lungo la strada le zanzare ci sorpassano e poi tornano indietro a pungerci; Schumacher ci abbandona al crocicchio di Sihone street, l'albergo ce lo troviamo da soli, zaino in spalla. Ragazzini complimentosi ci accolgono con salviette ghiacciate e drink di benvenuto; l'Hotel sembra essenziale ma carino, in posizione perfetta per raggiungere rapidamente il Mekong, con la vasta passeggiata lastricata e le venti bandiere, dieci per la Nazione e altrettante per il Partito, che brandiscono piano nella brezza lieve, troppo lieve. Una giovane lustrascarpe incrocia in bicicletta, la mascherina sulla bocca, gli occhi tristi di chi non trova clienti; vorrebbe pulirmi le ciabatte, ma non c'è niente da pulire. In attesa del Night Market cena “Dalle tre sorelle”, tripudio di piatti tradizionali, in mezzo ai laotiani e a pochi turisti. Con due bottiglie grandi di birra il conto attinge la cifra di euri sette e centesimi cinquanta. Carla mi aiuta a spendere i soldi risparmiati comprando quattro borse ricamate; la ragazza del banco è bellissima, la laotiana più bella vista finora, in un popolo di donne belle. Anche lei sorride, tiene dietro alla clientela che si ferma a palpare la merce, ma guardandola lavorare si capisce che non si danna l'anima per il PIL. Come dice il proverbio? “I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare, i laotiani lo ascoltano crescere”.

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6 agosto, martedì

Per colazione ci sarebbe anche la zuppa, o il riso fritto, ma possono bastare i pancakes, il frullato, la frutta fresca, e il pane tostato con marmellata di ananas. Poi affrontiamo con serena consapevolezza la vampa di un sole brillante e feroce lungo l'itinerario su cui si dispiegano i pochi reperti monumentali di Vientiane. Bello il chiostro del Wat Si Saket, con le innumeri statue del Buddha di legno, bronzo, argento, allineate lungo i quattro lati: ammiccanti dalla penombra delle nicchie le più piccole, dispiegate sui gradoni di pietra le grandi. Il mercato Talat Khua Din si trova dopo l'algida vastità del Palazzo Presidenziale, svoltati davanti al complesso dell'ambasciata francese, protetto da alte mura bianche, oltre la chiesa cattolica più brutta del mondo, compresa quella di Lastra a Signa che pensavamo fosse un termine di riferimento inalterabile. Dentro al mercato si cammina su tavole appoggiate sulla fanghiglia, poi sotto le tettoie basse e scure, e si compra il pepe, il cardamomo, ma non la testa di cane spaccata in due per il lungo, con l'occhio immoto nell'ultimo guizzo di vita. L'altro mercato, Talat Sao, il più famoso della capitale, ormai soffoca e langue sotto la 49


mole immensa del Mall omonimo, un palazzone dall'aria cinese, quasi nuovo ma già vecchio. Acquistiamo due cestini per il riso in vimini, di forma panciuta, con il coperchio che scorre lungo il filo intrecciato che fa da impugnatura. Oltre il grande viale che porterebbe all'arco di trionfo (per chi ne avesse voglia), uno stupa antico, poi il fortilizio dell'ambasciata americana, che anche a Vientiane ha sequestrato le strade adiacenti per le imprescindibili necessità della sicurezza. Per il pranzo due strappi alla regola; andiamo al ristorante, e addirittura lo scegliamo seguendo le indicazioni della guida: due rare occorrenze combinate. La descrizione parla di “una continuazione del salotto di casa, per gustare piatti squisiti della vera tradizione … bla bla”, così quando vediamo due signore che cucinano nel giardinetto davanti al salotto di casa, per una clientela di commesse e impiegati laotiani, ci diciamo: “incredibile, ce l'abbiamo fatta al primo colpo”. Naturalmente non è così, il ristorante deamicisianamente descritto dalla guida è di fronte, dall'altra parte della strada, e non sembra il salotto di casa, anche se il cibo è molto buono e la clientela tutta locale. Portano prima la mia ordinazione, e subito dopo un vassoio di lattuga, fagiolini, menta, germogli di mung, e basilico. Carla ha ordinato un'insalata e pensa che sia il suo piatto, ma il patron la previene: è il corredo per mangiare la carne. Si prende una foglia di lattuga e la si riempie con gli altri ingredienti formando un involtino: condimenti a piacere. Relax in piscina, navigando sia nell'acqua fresca che sulla rete, calda come 50


sempre. Prenotiamo il volo per domani con Vietnam Airlanes, l'albergo di Phnom Penh e addirittura il taxi per l'aeroporto. Siamo un prodigio di efficienza; sarà perché questa cucina vegetariana non ci pesa sullo stomaco. Gli ultimi Wat per aperitivo, poi di nuovo dalle tre sorelle, per assaggiare quel piatto misterioso che sul menù è battezzato banalmente mixed vegetables, con le polpette di carne sbriciolate sulle verdure. La birra induce nuove riflessioni. Ci chiediamo quale valore testimoniale assegnare a questo viaggio; quale riscontro adrenalinico rispetto, poniamo, al memorabile periplo cinese. Viaggiare significa anche mettere in crisi la sensazione di certezza che ci assicura il contesto quotidiano, la garanzia del conosciuto e dunque la premessa del gestibile, per consegnarsi all'incertezza del nuovo. E' operazione che ammette il rischio di scoprirsi diversi; magari migliori, o più verosimilmente indifesi di fronte al noi stesso che non conoscevamo, e che il paesaggio casalingo non basta a mettere a nudo. La Cina è stata un banco di prova magistrale in tal senso; questo viaggio, seppure in misura appena più lieve, lo è di nuovo, e ci consegna ogni giorno allo stesso spaesamento, e dunque allo stesso cimento di guardarsi allo specchio, per tentare se possibile di ritrovare una faccia conosciuta, dopo che le domande fondamentali, quelle che a casa abbiamo dimenticato, sono riaffiorate una dopo l'altra, giorno dopo giorno, con una facilità che è parte del fascino di questo itinerario che si srotola in crescendo. Intanto, abbandonata la metafisica grazie ad un paio di sorsi di whiskey laotiano, torniamo alla fisica: al mercato notturno c'è ancora qualcosa da comprare, ca va sans dire …

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7 agosto, mercoledì

Nella serena indifferenza di Carla consumo all'aeroporto di Vientiane la più madornale delle mie ricorrenti defaillances mentali, riempiendo uno zaino di sigarette e liquori... prima di arrivare al duty free. Da non raccontare, serbando semmai alla cronaca soltanto il fortunoso reperimento di un bellissimo volume sul sito di Angkor. Nell'aeroporto privo di aria condizionata leggo il Vientiane Times, l'unico quotidiano del Paese in lingua inglese, ma non per questo indipendente: come tutti i mezzi di informazione è controllato dal Ministero dell'Informazione e della Cultura; il MINCULPOP insomma. Il Laos dovrebbe essere un Paese felice: ci sono solo 183 avvocati. A parte il chiasso, (come si diceva una volta, prima di beside the joke), nelle aree rurali le controversie si risolvono in genere nella maniera tradizionale: le famiglie ricche hanno ragione, quelle povere hanno torto, anche se i poveri sono assai numerosi, e nei distretti più arretrati, Xaisonboun e Hom, il governo promuove corsi sull'accoppiamento dei bovini, pur di tentare l'ottimizzazione delle risorse di un'economia arretrata e stagnante; almeno finché i cinesi non avranno colonizzato di nuovo il sud est asiatico, come tante altre volte nel corso dei millenni, nelle forme di volta in volta più consentanee. Non è tanto mia la preoccupazione, quanto del premier giapponese Abe, che ha organizzato un tour de force estivo in tutti i paesi dell'ASEAN, con lo scopo dichiarato di rintuzzare le advances commerciali del gigante vicino. Phnom Penh: dal taxi il primo spettacolo è il rovescio di pioggia improvviso e violento che mette alla prova le fogne della città, e come ogni giorno riporta una vittoria schiacciante: le strade diventano un fiume che macchine e motorini solcano senza darsi pena; a parte il nostro tassista, che allunga l'itinerario per evitare la corrente più forte. L'albergo è bello e nuovo, di design elegantissimo, gestito da una congrega di ragazzini laboriosi e servizievoli. 53


Davanti stazionano guidatori di tuk-tuk con la maglietta arancio sponsorizzata “Friends of the Tea House Hotel”. Uno di loro, bestemmiando contro il concierge che mi ha suggerito di pattuire due dollari, ci porta al Tuol Sleng, che prima fu una scuola, poi un carcere, e adesso è un Museo. “L'orrore … l'orrore ...” Dice il Colonnello Kurtz prima di venir ucciso; macellato per l'esattezza, proprio come il toro rituale nel controcampo della cerimonia cambogiana officiata dal suo esercito selvaggio; le stesse parole che il capitano-sacerdote ripeterà nell'inquadratura finale del capolavoro di Coppola. Le stesse che ci vengono in mente visitando la prigione museo dove un numero imprecisato ma impressionante di cittadini cambogiani fu scientificamente torturato e ucciso dai khmer rossi. Ma il nostro orrore discende da un ragionare più che da un osservare, perché l'apparato espositivo è stupidamente grottesco. Una visita anche sommaria ad Auschwitz sarebbe bastata agli organizzatori per capire che la follia sistematica si descrive per sottrazione, non per aggiunte. L'enfasi serve alle storie grigie, ombreggiate in chiaroscuro: a quelle lucidamente in bianco e nero giova l'esposizione della normalità, come avviene con la lunga teoria di foto segnaletiche nel block 18, appunto ad Auschwitz, capaci da sole di descrivere gli esiti inumani della follia scientifica, quando penetra nel tessuto quotidiano della vita, e abolisce l'umanità. Grottesche, e soprattutto offensive per le vittime, le vetrine con i 54


teschi ammucchiati. Inutili, se non a parlare alla pancia della gente, ovvero al lato peggiore di tutti noi, le foto dei carnefici sogghignanti, non a caso sfregiate con accanimento dalla furia iconoclasta dei visitatori più emotivi, quelli inconsapevolmente già pronti a diventare i secondini obbedienti del regime prossimo venturo. In principato commutando, saepius nihil nisi domini nomen mutant pauperes. Per andare al Wat Phnom di dollari ne servono tre. “E' lontano – implora l'autista – con due non ci rientro”. La meta è una delusione totale: niente scimmie, biglietto d'ingresso per uno sbiadito Wat, nessuna traccia del vecchio elefante; solo galline e sporcizia. A piedi lungo il fiume, e all'improvviso eccole le scimmie, danzanti sull'insegna colorata di un ristorante, in cima ad un palazzo: un peana di ringraziamento al turismo-fai-da-te. Dal porticciolo sul Mekong partono barconi per l'isola della seta, e soprattutto crociere sul fiume nella doppia versione, sunrise e sunset: romanticismo garantito in entrambi i casi.. A differenza del Laos la città pullula di poliziotti, qualunque la divisa; davanti al Blue Pumpkin, locale occidentale dove fanno il gelato artigianale e dopo una certa ora del pomeriggio anche il remainder's delle brioches, un gruppo di donne 55


fa aerobica, come a Vientiane: dev'essere un vezzo delle capitali. Il vecchio mercato in muratura è già semi-deserto, ma non le bancarelle tutt'intorno, dove si vende soprattutto verdura, ma anche pesce e carne. Orde di motorini si infilano dappertutto; gli acquirenti si fermano davanti ai banchi senza scendere di sella, contrattano, prendono il sacchetto, e si spostano all'acquisto successivo, incuranti di cosa accade dietro. Mamme bambine allattano mentre puliscono mazzi di erbe, una ragazza cerca inutilmente di tagliare la testa ad un pesce gatto ancora guizzante; visto inutile ogni sforzo lo tramortisce con una mazzata, come facevano i khmer rossi nei campi di lavoro, con esiti semmai più immediati, poi lo decapita e squarta. Sugli angoli, accanto ai normali tuk-tuk, anche i ciclo-taxi a un posto, quelli che ormai pensavamo di vedere solo nei film. In Cambogia il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con un dollaro al giorno, ed ha un'aspettativa di vita di cinquantaquattro anni. Diciamo che a Phnom Penh non si fatica a crederci. Pieghiamo nella traversa che conduce al Mekong: da un lato della strada c'è un grande tendone affollato di gente elegante e chiassosa che mangia e beve. Un matrimonio, probabilmente. Carla dice: “Strano, vedi che sono tutti vestiti di bianco” Infatti la bara è a cavallo fra il marciapiede e il dehor, scoperta, con il ragazzo disteso e la foto incorniciata e inghirlandata di fiori pallidi giallo e arancio. C'è anche un cameraman, e dentro uno stanzone, di fronte all'altare buddhista, un gruppo di giovani che pregano, inginocchiati in semicerchio. Cena lungo il Mekong, al Camory, che al piano di sopra gestisce anche una guesthouse: letti a partire da dodici dollari. Il bagno sul mezzanino è di una pulizia impeccabile, con un grande lavabo in ceramica pieno di sassi bianchi e di fiori. Sul marciapiede lo spettacolo dei bambini scalzi e seminudi non conosce pause, proprio come il traffico, indescrivibile; l'espressione è stantia, ma in questo caso funziona, a patto di prenderla nel suo significato letterale. Il menù propone ovviamente anche l'Amok, che sempre mi ricorda il racconto di Zweig, ma lì siamo in Malesia e si parla di invasamento, qui siamo in Cambogia. L'amok è il piatto nazionale, buono, a quanto si deduce da questo primo assaggio, anche se 56


non da invasamento. Tasty and flavoured, quello sì, come ci ha promesso il giovane cameriere, tutto per noi dall'inizio alla fine della cena, che ride in continuazione e mi batte colpetti confidenziali sulla spalla. E' buffo e simpatico, e parla un inglese spassoso: sembra Pippo Franco nel film di Wilder, “Cosa è successo fra tuo padre e mia madre?”. Phnom Penh, il riscontro è condiviso dai vecchi viaggiatori, rilassati dopo la seconda bottiglia di birra e dunque inclini alle confessioni reciproche, è una città affascinante. Anche perché non c'è quasi niente da vedere. Sembrerà assurdo, ma in fondo siamo convinti che il solo rischio insito nel viaggiare, se si escludono le poche mete realmente pericolose per ragioni di instabilità politica, sia ormai soprattutto un fatto paradossale: con il mondo intero a disposizione, facilmente e rapidamente raggiungibile, gestito da una rete di complicità commerciali che coinvolgono anche milioni di ex-emarginati conquistati all'economia del turismo di massa, il rischio diventa quello di vedere troppe cose, e quindi alla fine, distratti dalle sollecitazioni più disparate e incongruenti, di non vedere nulla; almeno, nulla di autentico. Di ignorare la messe di dati reali, la Storia che fa capolino dappertutto, nella vita di tutti i giorni, a dispetto di ogni invasione turistica, di ogni sovrabbondanza di proposte “imperdibili” e di mete che “valgono il viaggio”. Nella peggiore delle ipotesi “una deviazione”.

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8 agosto, giovedì Almeno fino all'acquazzone pomeridiano il sole splendente promette una giornata cocente. La iniziamo di buon'ora con il Palazzo Reale e tutti i suoi annessi, almeno quelli visitabili. Un cartello all'ingresso avverte che non si possono portare dentro armi ed esplosivi; la toponomastica del sito non è spiegata con troppa dovizia, lo spazio è vasto, la guida reticente, ci si orienta con qualche esitazione in una selva di edifici inizialmente misteriosi. Nel secondo dell'itinerario, teche polverose racchiudono quello che sarebbe il tesoro reale, a dar retta ai rari cartellini didascalici; un'esposizione assai meno curata di quanto non siano i giardini, cui sovrintendono schiere di giardinieri con buffi cappelli. La statua a Re Norodom I è dedicata: “Dai suoi mandarini e dal suo popolo”. Dentro la Pagoda d'argento qualcosa di nuovo nell'asfissiante uniformità dell'iconografia religiosa: i piccoli Buddha con il parasole a cinque piani, sempre più stretto dal basso verso l'alto. Invece il Buddha di smeraldo, visto da dietro, complice la luce violenta che filtra dall'ingresso, rivela impietosamente la sua natura cristallina. Sei figurine dell'Illuminato in oro massiccio rappresentano i sei momenti salienti della sua vita; sono un regalo del Principe dandy Sianouk, uno dei primi colpevoli del macello a parer mio, subito dopo zio Richard. Carla scopre il quarto principio della termodinamica: “Se ti fa caldo mettiti accanto alla sedia vuota di un custode: sicuramente c'è un ventilatore nascosto puntato su di essa”. Una piccola parte delle cinquemila piastrelle d'argento da un chilo ciascuna emerge dai feltri protettivi vicino all'ingresso, come i nostri pavimenti cosmateschi nelle basiliche ombrose, ma assai più trascurate, e malamente connesse una all'altra da lunghe strisce di scotch quasi altrettanto antico. Anche le piante ornamentali sempreverdi all'interno del chiostro sono tagliate nella foggia dei cinque parasole. Purtroppo non si può passeggiare negli ombrosi giardini del Palazzo; un poliziotto sorridente ma inflessibile mi dirotta ad 59


ogni tentativo di entrare nelle acque territoriali. Dall'alto della torre dorata che sovrasta la Sala del Trono, un Buddha bianco e paffuto controlla i quattro punti cardinali con quattro facce ugualmente impassibili. Vicino al Mercato Russo palazzi fatiscenti invasi dalle peggiori erbacce, da far impallidire i quartieri spagnoli di Napoli, ma accanto, subito prima di svoltare in Mao Tze Toung Boulevard, grandi lavori edilizi, cartelli epifanici, e rulli di tamburo annunciano la prossima apertura dello Zeon Mall, “a Phnom Penh project”, la nuova dimensione del benessere. Mercato Russo: non siamo ancora entrati e Carla mi ha già fatto comprare un paio di bermuda; c'è scritto sopra “Columbia” e lei che se intende dice che è un dettaglio di rilievo. Non ho motivo di non crederle. Dice anche che il cotone è buono: dovrei dubitarne? Il prezzo è ottimo, cinque dollari, questo lo capisco anche da solo, quindi sono felice, tre volte felice. Quello che capisco anche senza certificazioni carlesche è che le tettoie basse riverberano nei corridoi pur ombrosi il caldo torrido che abbiamo lasciato fuori, insieme al nostro driver, disposto ad aspettarci anche due ore se necessario, pur di portarci ai campi di sterminio. A vederli naturalmente, nulla di più. Fa caldo dentro, ma non importa: chi bello vòle apparire, un pochino deve soffrire. Vendono sigarette “Alain Delon”, neanche fossimo a Dien Bien Phu. Mentre la 60


Carlina saccheggia magliette Gap, registro sul mio taccuino di viaggio che nel reparto alimentare vendono agli a spicchi, per chi non può permettersi un capo d'aglio intero; avveniva anche a Bangkok per le sigarette, tre alla volta, e anche nell'appalto di mio nonno, tanti anni fa, e bisognava soffiare nella bustina per aprirla e infilarci le due o tre nazionali senza filtro, forti e amare. Un taroccaro di Lacoste ha partorito con sforzo un cartello stampato che recita: “Vente exclusive par reseau de distribution selective Lasocte”. Era stato bravo quasi fino in fondo; si è tradito solo all'ultima parola. Un'intera zona del mercato è occupata da botteghe di ricambi per motorini e tuk-tuk, e la cosa buffa è che si trova accanto al settore dedicato alla cianfrusaglia turistica più vieta: finiscono gli spinterogeni e iniziano i Buddha di plastica, senza pause di riflessione. Carla è talmente fusa che si sventola col cappello, e intanto tiene il ventaglio chiuso nell'altra mano. Alle dodici e trenta, con un'ora di anticipo sull'orario canonico, scoppia il temporale; lo scroscio violento sulle tettoie è una sorta di segnale orario. Si tira il fiato, prima mentalmente, poi letteralmente, affacciati ad uno degli sbocchi cardinali del mercato, mentre l'acqua sale nella parte più bassa della strada, e i guidatori di tuk-tuk calano gli incerati protettivi. Finisce all'improvviso com'era cominciato, e l'aria sembra appena più fresca. Pranzo al mercato, nella zona centrale che sembra la fucina di Vulcano, con l'infilata dei wok e i calderoni scuri dei bollitori. Il Ban Chao è una crepe sottile di farina di riso, curcuma e uova, ripiena di foglie di crisantemo, convolvoli d'acqua, lattuga e basilico appena saltati; le spremute d'arancia sono dolcissime anche senza zucchero, il Gec-frut è 61


buono come un mango, ma ha una polpa di consistenza strana: sembra di gomma. Più difficile trovare un caffè: quella che da lontano sembrava una macchinetta si rivela un trapano per le riparazioni volanti dei motorini. Volendo ci sarebbe un the da asporto, nel sacchettino trasparente con la cannuccia infilata dentro, pratico da attaccare al manubrio, nel caso. Il tour dei mercati organizzato dal nostro operatore di fiducia prevede il passaggio al Psar Thmei, una specie di enorme ziggurath gialla vicino al Wat Phnom, un omaggio cambogiano all'Art Deco. Da un camion scaricano barre di ghiaccio lunghe due metri, che incanalano su una slitta mobile di legno fino all'approdo delle pescherie. In un angolo, appartate, una fila di sarte chine sulle vecchie Singer. Nella zona alimentare cinque donne appollaiate dietro un grande banco di frutta, la sesta davanti, a sbucciare polpe colorate; hanno un'aria distesa, chiacchierano e sgranocchiano con pacata lentezza. Compriamo casacche e pantaloni di garza. Se l'erba non costasse troppo per un guidatore di tuk-tuk, direi che il nostro è fatto alla grande. Gli chiedo il Wat Ounalom e ci porta verso il Phnom. Me ne accorgo quando siamo davanti al Mercato Centrale: “Amore – gli dico sbirciando Carla – abbiamo già dato ...”. Ride come un pazzo e svolta bruscamente contromano senza mettere la freccia, come tutti del resto, e continua a ridere finché non arriviamo. Quando poi lo saluto con un sorridente: “Drive carefully” non si tiene più; lo sento ancora sghignazzare mentre si allontana. Un monaco pacioso e soprattutto vanesio mi propone di farci una foto assieme, mentre mi spiega l'iconografia vedica, un ripasso prezioso in vista di Angkor; poi sul lungofiume, fra venditori di loto e noccioline, e ragazzi che giocano con uno strano aggeggio, una specie di volano che si rilanciano di tacco, abilissimi. Mi capita tra i piedi uno dei pochi tiri sbilenchi, ci provo anch'io e ci riesco quasi. Mi fanno capire che per uno straniero non è male, approvano, fanno gesti di incoraggiamento: magari mi fermo e mi alleno. Le passeggiatrici di Phnom Penh incedono a coppie, o a piccoli gruppi, sorrisi smargiassi sulle labbra rosso fuoco, vestiti succinti di foggia occidentale, sguardo provocante; bassotte in genere. Un vecchio dalla carnagione scurissima 62


incartapecorita dal sole siede davanti ad una gabbia brulicante di un centinaio di uccelli colorati; forse è quello di cui parla la guida: paghi per liberarne uno che poi, ammaestrato, ritorna in prigione. Davanti alla reggia un anomalo spiegamento di forze attira noi ed altri curiosi; qualche minuto d'attesa, poi tre Mercedes color crema con i vetri oscurati escono dal cancello. Garriscono al vento bandierine cambogiane e neozelandesi intrecciate, sono il leader australe e la sua signora in visita al Re. Il ristorante raccomandato dalla guida non esiste più: era talmente buono che al suo posto c'è una gelateria. Ceniamo alla Noodle House, dove gli spaghetti li fanno all'impronta, sotto i tuoi occhi, annodando e snodando la matassa bianca e oleosa, proprio come nell'hudong di Pechino, due anni fa; si gode doppiamente: prima a guardare, poi a mangiare. I cambogiani, mi confessa il giovane cameriere, preferiscono il curry verde a quello rosso. Mentre ceniamo, inizia pochi metri più avanti la commemorazione del defunto, anche se stasera la bara non c'è più; sempre pieno però il gazebo con gli invitati in bianco. In strada una giovane mamma trascina un carretto pieno di cartoni, con le sponde alte di ferro; dentro, aggrappata e spaurita, una bambina piccolissima. Il maschietto, di poco più grande, è appena passato correndo, scalzo e seminudo. La donna ha un'espressione angosciata, la bambina è sull'orlo del pianto e si guarda intorno con occhi velati di tristezza e paura. La madre se ne accorge, ferma il carretto, si china, e si mette a coccolarla ridendo, finché anche alla piccola non sboccia di nuovo il sorriso. Mi rendo conto, mentre tento di raccontare questa minuscola storia, che probabilmente suona patetica e mielosa. Non così per me, lì e allora; una piccola illuminazione invece: ho capito che loro due insieme, e in quel preciso momento, erano più felici di me con tutti i miei dollari in tasca, e tanto mi basta. “Che cos'è l'amore? Lo saprai quando sarai Me”, ha scritto un poeta persiano del XIII secolo, un sufi di nome Gialal Al-din Rumi.

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9 agosto, venerdì

Come i monaci colorati il riso a Luang Prabang, così gli eleganti commessi della Giant Ibis Bus raccolgono dagli alberghi di Phnom Penh i pellegrini in partenza per Siem Reap. Da noi arrivano in anticipo, quando siamo ancora impegnati nel rito fisiologico mattutino, il nostro modo di salutare il sole. Terminata la colletta umana ci aspetta un bus nuovo fiammante, stavolta davvero VIP e non LERC come a Luang Prabang. Sulla boarding card si precisa che non si possono portare a bordo “strong smelling foods” e si menziona a titolo d'esempio eponimo il famoso durian, quel frutto che secondo la guida, se resisti al puzzo, quando lo assaggi entri in estasi; in realtà, se non lo butti via dopo averlo annusato, lo getti appena assaggiato. Ma forse siamo stati solo sfortunati nel nostro ormai remoto assaggio a Bangkok, perché anche il buon Henry Mouhot nella sua cronaca del 1859 dice che il durian “merita ben a ragione il titolo di re delle frutta; la squisitezza del suo sapore supera ogni immaginazione”. Mentre attraversiamo un sobborgo musulmano con casbah e moschea verde mela, recupero fortunosamente sull'Ipad la 65


conferma dell'albergo, grazie alla wi-fi disponibile sul bus. Il nome lo ricordavamo solo con una certa approssimazione: sarebbe il famoso “viaggio avventura”, di cui siamo specialisti anche per ragioni anagrafiche. La pianura è un seguito di campi allagati, sui quali scivolano barche leggere; poi allevamenti di pesce, case su palafitte, e la trina delle palme fra una risaia e l'altra, col fregio colorato di sporadici Wat. Prima sosta ad un'area di ristoro; il caffè lo preparano in maniera rudimentale, prelevando acqua bollente con un mestolo da un paiolo sul fuoco, ed aggiungendola ad un'infusione forte già pronta. E' inaspettatamente buono e profumato. Piace anche al vietnamita seduto accanto a noi, con il figlioletto che ha vomitato nell'apposito sacchetto dopo pochi chilometri, appena ha smesso di giocare con la Playstation, ingurgitando contestualmente le peggiori scelleratezze gastronomiche. Il padre fa l'esportatore di caffè, quindi il suo parere è attendibile; due anni fa è stato a Roma, e ne parla ancora entusiasta. Sono venuti in autobus da Ho Ci Min, e in quel caso nessun disturbo di stomaco, mi rassicura. Probabilmente la Playstation s'era guastata. Stanno raddoppiando la statale; diventerà una bella superstrada asfaltata, come quella che il partito al potere ha raffigurato sugli striscioni, a testimonianza dell'indefesso lavoro svolto a favore del progresso, o forse del popolo, tanto cominciano entrambi con la P. In attesa del progresso popolare registriamo i

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consueti mercatini polverosi, con le presse a rulli per tritare le canne da zucchero e gli apparecchi per il cibo da preparare e consumare in strada. Intanto la versione moderna del Mahabarata si dipana sullo schermo al plasma dell'autobus; i vestiti di entrambe le schiere, i buoni e i cattivi, sono decisamente più volgari di quelli che vedremo nei prossimi giorni, immortalati nel marmo dagli artisti sconosciuti che hanno illustrato i templi di Angkor, almeno a quanto racconta il volume su cui sto pregustando la visita. Donne staccano foglie dai banani; ci involteranno il cibo sui carretti, magari pinzando il fagottino con le grappette di metallo, oppure ci ricaveranno il fondo dei cesti intrecciati, che dondolano al vento fuori dalle botteghe scure. Magre mucche pascolano l'erba lungo la strada. I due autisti si danno il cambio; l'hostess precisa al microfono che alla prossima sosta per il pranzo la compagnia non sarà responsabile di eventuali furti agli effetti personali. Ci vende anche il trasporto all'albergo, a soli due dollari (la tariffa standard a Siem Reap è di un dollaro), evitandoci il fastidio di cercare un tuk-tuk da soli. Naturalmente il fastidio è immaginario; i tricicli ubiqui affollano già la stazione al nostro arrivo. Uno dei guidatori, uno degli esclusi dal racket, inalbera un simpatico cartello: “one dollar, and I don't disturb”. Allude al fatto che mentre ti portano in albergo cercano anche di accaparrarsi i tuoi giri ai templi. L'hotel è molto grazioso, nuovo ed elegante; l'accoglienza da cinque stelle, la piscina grande e l'acqua piacevolmente tiepida. Non guasta, perché comincia a piovigginare e l'aria si è rinfrescata. Cena in Pub street, con BBQ cambogiano servito su una strana macchinetta circolare scaldata a gas, con una cupola di lamiera piena di buchi, sulla quale il cameriere appoggia due pezzi di grasso di maiale, il lubrificante per la superficie convessa sulla quale cuoceremo uno dopo l'altro i lacerti di manzo, coccodrillo, serpente, gamberi e cosce di rana. Tutt'intorno alla cupola una vaschetta circolare in cui si spezza un uovo e si versa acqua calda, e dove bolliremo la verdura e le tagliatelle. Anche il ragazzo che ci spiega il meccanismo è un giocherellone, e forse ci ha presi in giro indicando gli ingredienti del barbecue, perché quello che ha battezzato coccodrillo è tenerissimo, il serpente 67


duro come il cuoio; in comune hanno il fatto che senza il suffragio della salsa di tamarindo il sapore è inesistente, anche a prescindere dalla tenacia. Una pinta di birra costa cinquanta centesimi; non è buona come la Bierlao, ma bere gratis è divertente. Per dessert crepes suzette e caffè vietnamita, con il filtro di alluminio appoggiato sulla tazza, dolce e profumato di cacao. Pub street è un crocicchio di giovanilismo spalmato su una fila ininterrotta di locali al pianterreno di altrettante shop-houses; ristoranti per lo più, ma anche spacci di massaggi e agenzie turistiche, senza dimenticare i pochi ricettacoli di souvenirs cinesi. Prima di andare a letto sosta di rito al Night Market, anzi, “ai” mercati notturni, perché a Siem Reap ne esistono tre o quattro, ognuno dei quali rivendica il titolo di original, ed è pieno della stessa merce, agli stessi prezzi. A meno che tu non contratti fino ad ottenere un sì piagnucoloso e l'assicurazione che la tua spacciatrice ha guadagnato sì, ma poco “really small margin”; e mentre lei ti fa sentire un verme, (anche se tu sai che non è vero …) il marito continua a seguire l'avvincente serial televisivo, senza smettere di dondolare con un piede l'amaca su cui dorme il figlioletto. Abbiamo imparato a dire grazie: “oo coum”. Mi gratto il pizzico della prima zanzara in tutto il viaggio, sperando sia della razza buona.

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10 agosto Sant'Indiana Giòns

Davanti alla porta della camera un casco di banane sta maturando lentamente, indifferente al nostro andare e venire, come sempre la Natura, che in qualche modo riprende il sopravvento. Angkor è un esempio mirabile di questo assioma, e se, come sempre accade visitando un sito archeologico, il godimento della visita incorpora una vena di malinconia, per il dispetto di poter solo immaginare lo splendore originario, qui il sovrappiù di fascino è dato proprio dalla forza della riconquista naturale, dal quadro surreale degli alberi che colano sulle pietre, del muschio che disegna nuovi fondali alle storie scolpite, delle scimmie vere che giocano a nascondino con quelle rappresentate nella pietra dalla fantasia umana, e umanamente abbigliate in vesti guerresche. La ragazza che si è scordata di svegliarci era già in servizio quando siamo arrivati, ancora ieri notte quando siamo andati a letto, e di nuovo stamani alle sei e trenta. Non ho cuore di sgridarla. Ieri sera abbiamo prenotato il tuk-tuk che ci ha riportati in albergo senza ricattarci con la tariffa ore di punta. Stamani il ragazzo si presenta alle sette, ma solo per dirci che è impegnato, e che ci affida al suo “real old brother”. Quella che fino a cento anni fa era una pista sabbiosa che si percorreva in tre ore, a dorso di bue per lo più, adesso è un largo viale asfaltato che abbandonata la periferia di Siem Reap si infila nella frescura della foresta e approda in breve all'Angkor Wat, il tempio eponimo, al quale dedichiamo l'intera prima giornata di visita affrontandolo da est, in favore di luce radente, di scimmie ancora padrone della scena; in solitudine turbata solo da uccelli blu e monaci arancioni, silenziosi entrambi.

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Centododici anni fa a Pierre Loti toccò un arrivo di ben altra suggestione: “Quando siamo giusto ai piedi delle masse incombenti di pietre scolpite, delle terrazze, degli scaloni, delle torri che puntano al cielo, è allora che incontriamo il villaggio da cui salgono quelle preghiere cantate: in mezzo a qualche alta, esile palma, delle casette su palafitte, in legno e stuoie, molto leggere, con piccole eleganti finestre a festoni, che si riempiono subito di teste curiose del nostro arrivo. Sono persone dal cranio rasato, tutte uniformemente abbigliate di una veste color limone e d'un drappo arancione. Cantano a mezza voce e ci guardano, senza interrompere la loro litania pacata” (Un Pelerin d'Angkor, cap. VII). Nel recinto del terzo chiostro inizia la processione lungo le pareti scolpite, invidiando Delaporte, Mouhot e i pochi altri a cui toccò l'emozione di scoprirle alla luce delle torce, sotto la volta buia di alberi giganteschi, a quel tempo signori assoluti del luogo. Siamo soggiogati dal lungo rilievo col rimescolamento dell'Oceano di latte, forse la più intrigante delle narrazioni, anche per l'incredibile risonanza di miti apparentemente lontani, a cominciare da quello nibelungico. Come sempre avviene nei racconti più suggestivi, anche qui il mito non acquista autorevolezza di racconto morale rinunciando alla dimensione incredibile ma al 70


contrario, esasperando gli aspetti meravigliosi, quelli inconciliabili con la realtà dell'esperienza quotidiana che spesso è solo apparenza. E se il banale inganna, dunque, perché meravigliarsi dell'incredibile? Se la realtà è apparenza, perché non dovremmo credere che una tartaruga possa sostenere una montagna pericolosamente inclinata sull'oceano ribollente? L'essenziale è che l'Amrita riaffiori, per assicurare la salvezza degli Dei, cioè l'immortalità del tutto, noi compresi. Affidarsi al mito è scelta saggia; l'attesta il Rig Veda, ovvero la fonte primaria di queste opere d'arte, ma anche Aristotele: “L'amante dei miti, i quali sono un insieme di prodigi, è nel contempo un amante della saggezza” (Metafisica, 982b). C'è un filo comune, ed è un filo di saggezza, che lega gli Dei indiani che appassiscono senza Amrita e quelli renani che sfioriscono una volta privati di Freia; Vishnu assomiglia a Loge in maniera impressionante, e in entrambi gli scenari gli alleati sono beffati con l'inganno. Alla mia ignoranza, cosmica anch'essa, resta da sapere se ci sia un Crepuscolo irredimibile anche per il mito dell'Oceano rimescolato; quell'Oceano che rappresenta il Tutto in cui le innumerevoli individualità si perdono per ritornare all'origine, dove ogni contrasto sarà infine ricomposto: “e 'n la sua volontade è nostra pace / ell'è quel mare al qual tutto si move” (Paradiso, III, 85-86). Dopo un paio d'ore di sereno godimento inizia la sarabanda delle gite organizzate; coreani e cinesi i gruppi più rumorosi e distratti, mandrie riottose e muggenti, spesso disinteressate, sempre rapide nel loro apparire e sparire. A volte, nei punti più impervi del percorso, sembrano chiatte in fila alle chiuse. La parte alta della grande struttura a forma di montagna Mehru è tuttora consacrata, e l'accesso per l'impervia scala di legno appoggiata ai gradoni di pietra è custodito da un gruppo di ragazzine che ci esaminano con annoiata severità e lasciano passare solo i visitatori abbigliati con pudicizia; non è il caso di Carla, che prima si infila un paio di pantaloni lunghi sopra i bermuda, poi è costretta anche a scambiarsi la maglietta con la mia, che ormai pesa più di un cappotto grazie alla lunga sudata nel sole vibrante. Mi fotografa anche, l'impudica, con indosso la sua canottiera arancio, appena più leggera della mia. 71


Il miracolo architettonico di questa struttura ammirevole, cui manca al primo sguardo il riscontro con l'idea di grandioso che ce ne siamo fatti da casa, è forse nell'equilibrio con la dimensione enorme del contesto, con l'immensità della jungla che non si può abbracciare ma solo percepire nella distanza. Gli ananas in fiamme di cui parla con incomprensibile disprezzo Claudel, riferendosi alle cinque grandi torri di foggia circolare, danno il meglio di sé indagati da occidente, da subito dietro il piccolo stagno sulle cui rive si appostano i fotografi, quelli ancora più mattinieri di noi, per cogliere il sole che trapela dalla grande porta monumentale e disegna un profilo indimenticabile. Le bancarelle non sono fornite di elettricità: le bibite vengono ghiacciate con le barre che abbiamo visto scaricare e tritare al mercato; per i ventilatori, indispensabili ad impaniare i turisti, usano batterie d'automobile. E mentre noi visitiamo tranquillamente i templi, compriamo sciarpe di finta seta a un dollaro e trangugiamo frullati di papaya, “la Cambogia – come direbbe quel bischero di Bondi – è sull'orlo della guerra civile”. Accade infatti che il capo dell'opposizione Sam Rainsky rivendichi la vittoria alle elezioni politiche, che invece il Cambodian People Party, al potere dai tempi della “liberazione” vietnamita, si assegna. Ieri è scoppiata una bomba davanti al tribunale della capitale. Deve aver fatto molto chiasso, svegliando anche il sonnolento Norodom Sihamoni, il Re in carica, figlio di Sihanouk; Sua Maestà ha diffuso un discorso notturno in cui invita le parti alla pacificazione, nell'interessa del Paese e (cito testualmente) del suo business. Pacificazione e business: endiadi ricorrente a tutte le latitudini; senza, o preferibilmente con intervento esterno a ripristinare la pace. Al vecchio mercato di Siem Reap, quello che a differenza del Mercato Notturno e della Settimana Enigmistica non vanta nessun tentativo di imitazione, espongono la consueta paccottiglia in voga; unico elemento di originalità la t-shirt con la scritta: “Cambodia: danger, mines!” Un'iniziativa che non credo abbia avuto il sostegno del Ministero del Turismo. Cena al ristorante del mercato: amok, tofu fritto aromatizzato, e una squisita insalata di mango, se Dio vuole senza salsa di pesce. Con un margarita e due boccali di birra il conto schizza a nove dollari. 72


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11 agosto, domenica SanTa Phrom

E se davvero una civiltà di tale spessore fosse anche e soprattutto il prodotto di un'anomalia geografica? La tesi è affascinante e non a caso conta diversi sostenitori. Il primo riscontro in ordine cronologico è quello di Zhou Da Guan, funzionario cinese in missione imperiale, che arrivò ad Angkor nell'agosto del 1296. Fra le notazioni più meravigliate di Zhou c'è quella sulla fertilità: “Si raccoglie il riso tre o quattro volte, ad Angkor!” L'ingegneria Khmer, certo, con i grandi Barays dove l'acqua si accumula nella stagione dei monsoni per essere ridistribuita in quella secca, ma soprattutto la stranezza del fiume Tonle Sap, che durante la stagione delle piogge inverte il suo corso e porta l'acqua del Mekong a triplicare la superficie del lago. Molto riso molte braccia, molte braccia molti soldati, molti soldati molte vittorie, e dunque moltissimi schiavi per tagliare e trasportare le pietre, prima di morire schiacciati dalla fatica. Zhou dà un riscontro dettagliato di questo Regno; osserva non solo i segni del potere, ma anche i ritmi della vita di ogni giorno. Indaga con curiosità gli aspetti più privati della mentalità Khmer, e ad esempio scopre che le donne sono sessualmente assai attive ed esigenti, al punto che dodici notti senza marito nel letto è considerato da loro un periodo non plus ultra. Ed è facile immaginare i suoi connazionali cinesi che si buttano infoiati nei fiumi, dietro la torma di donne che si bagnano nude, senza pudore; quegli stessi marinai cinesi che nel corso dei decenni non sono mai ripartiti da un Paese in cui “i vestiti non servono, il riso cresce facilmente, le case sono facili da costruire, le donne facili da trovare, e il commercio facile da praticare”. Un Paradiso, e non solo per un marinaio cinese. Archiviato il tempio maggiore, oggi andiamo in cerca di alberi alieni e 75


santuari più appartati. Il giovane portiere dell'hotel ci ha procurato un tuk-tuk per un giro custom a dieci dollari. Ancora non sa che il suo coordinatore lo sgriderà per questo, dunque sorride, orgoglioso della propria abilità nel soddisfare la richiesta del cliente. Un po' meno contento il driver, un quarantenne dall'aria occidentale e dal sorriso schivo, quando gli mostro la rotta: “ma questo è il gran tour” mi fa, con aria sconsolata. Neppure stamani ci hanno chiamato: dev'essere un vizio, oppure la considerano una richiesta importuna. Intanto il camioncino del ghiaccio fa il suo giro precoce di ristoranti e botteghe, e il guidatore taglia le lunghe barre con una sottile sega dentata, a pezzi più o meno grandi, a seconda dell'importanza dello spaccio. Cominciamo dal Ta Phrom. Spung è il nome volgare della Tetrameles Nudiflora, l'albero che meglio di ogni altro spot descrive l'affascinante unicità di Angkor. La parte bassa del tronco e le radici assomigliano a colate di metallo cangiante, specie nella luce del primo mattino, quando la corteccia trascolora dal piombo argentato al bronzo dorato, senza per questo che il quadro perda l'incanto dell'abbraccio mostruoso e intrigante. Nella 76


zona del Ta Prohm la flora è segnalata da vecchi cartellini di ferro smaltato, da cui a volte bisogna grattare la terra per riuscire a leggere i caratteri sbiaditi: Dicterocarpus alatus, Knema corticosa, Diospyros selvatica ‌ finalmente riusciamo a dare un nome all'inconsueto, invece di fermarci al fascino anonimo e dunque incompleto e frustrante. E scopriamo che l'Irvingia malayana, detta anche mandorlo selvatico, gelosa del ruolo di primadonna della Tetrameles, cerca di imitarne il viluppo radicale, per rubare qualche scatto ai fotografi. All'apogeo della civiltà Khmer, quando lungo la Strada Reale sorgevano 102 ospedali e 121 alberghi per i pellegrini, l'amministrazione di questo cospicuo complesso benefico, voluto dal Re in persona per venire incontro ai bisogni del suo popolo, era dislocata proprio nel Ta Prohm, dove vivevano 12.640 persone, 615 dei quali con la qualifica di danzatori: il controcanto vivente delle innumerabili apsaras, le danzatrici celesti, che occhieggiano ancora oggi dalla pietra grigia in ogni angolo di ogni tempio: sorridenti, a volte addirittura invitanti. 77


Pagato l'omaggio al sole che indora le teste dei cobra affacciati sullo Sras Srang, offriamo voti anche al progetto escatologico del Banteay Kdei che riflette la sue torri e il viluppo degli alberi nello specchio del laghetto antistante. Anche il Pre Rup è un tempio dal decimo secolo; la montagna Mehru si indovina ancora, e con qualche sforzo ulteriore anche la magnificenza dell'ingresso di un tempo, per lo scalone a quattro balze, fino al panorama del piano superiore, su cui le cinque torri resistono tuttora, con poche perdite marginali. Per arrivare al Banteay Samre si esce dalla zona canonica e si attraversano villaggi e gruppi di case isolate, con i contadini che guidano sui margini della strada coppie di mucche o di bufali scuri. Il nostro driver sbuffa e riduce ancora di più la velocità del suo triciclo per risparmiare benzina. Con le comitive dei coreani lontane, e dunque silenti, la serenità di questo luogo appartato guadagna altra bellezza; i muri giallo oro si confrontano sereni col verde profondo della jungla tutt'intorno, e nella ricca iconografia hindu sulle architravi, buffe donne sfacciate esibiscono allo spettatore i loro seni floridi ingemmati di perle. Che siano loro le Khmer che fecero eccitare anche il buon Zhou Da Guan? East Mebon, uno dei templi vecchi, consacrato nel 953, con i cinque elefantini di guardia. Nel Ta Som si ripete la magia arborea, e il grazioso dettaglio della Devata che si guarda allo specchio, sorridendo sorniona della propria bellezza. Neak Pean: Jayavarman VII, il re vittorioso, fece costruire il Baray ad est del Preah Khan come “uno specchio della fortuna, adorno di gemme, oro, e ghirlande. All'interno c'è un'isola famosa: essa lava lo sporco dei peccati di coloro che vengono a bagnarsi nelle sue acque. Essa è come una barca che attraversa l'oceano dell'esistenza” A quest'ultima suggestione si deve la presenza del cavallo Balaha, con i marinai aggrappati ai fianchi. Nella stagione delle piogge il tempio si può osservare solo dal margine del bacino settentrionale, dopo aver percorso la lunga passerella sospesa sulla palude verde, affacciandosi su questa strana congerie di piscine probatiche, nelle quali i fedeli erano guariti grazie alle erbe magiche dell'isola, e alle acque risanatrici del tempio. 78


La nostra pozione meridiana è altrettanto rituale, ma meno impegnativa dal punto di vista escatologico: granita di lime e di cocomero accanto alla piscina, e sandwich di pollo, per ingannare l'attesa della cena, nuotando e leggendo il giornale. Ancora nessun accordo sui risultati delle elezioni. Dovrebbe decidere la

Corte Costituzionale, istituita nel 1993, quattro anni dopo la fine dell'occupazione vietnamita. Il fatto però che la Corte sia composta quasi interamente da membri o ex-membri del CPP non piace troppo al CNRP, che vorrebbe dunque una 79


supervisione esterna e indipendente. Il che non piace al CPP. Il Re, come abbiamo visto, balbetta solo banalità utilitaristiche. Curioso (si fa per dire): tutti i giornali in lingua Khmer hanno ignorato il ritorno in patria di Rainsky, mentre i cinque quotidiani cambogiani in lingua cinese ne hanno fatto la notizia di apertura, per non parlare di quelli in lingua inglese, che hanno raccontato molti dettagli della querelle. Anche buffi, come la dichiarazione di Rainsky, sicuro di aver vinto perché: “un alto ufficiale di cui non posso fare il nome mi ha assicurato che il settanta per cento dei militari ha votato per noi”. Neanche Silvio Primo, l'Imperatore del Reame di Improntitudine, oserebbe esternare una sciocchezza simile. Speriamo che il buon Sam abbia altre frecce al suo arco dialettico, e magari più appuntite. Trascorrendo dalla Politica alla Cultura, leggiamo sull'Advisor (Phnom Penh's Art & Entertainment Weekly) che nella capitale è stato inaugurato un ristorante nel quale il menù “cambia a seconda della disponibilità del mercato”. Non cita il “rispetto del territorio”, ma forse è solo un problema di impaginazione. Il bischerismo dilaga da Occidente a Oriente, indifferente al livello di povertà del Paese aggredito, alla congerie talora intricata dei suoi problemi politici, alla centralità o perifericità socio-geografica. Dilaga, autentico esperanto del mondo progressivo, ignorante di ogni tradizione, di qualunque portato originale, unicamente rispettoso degli istinti gastroculturali di una esigua minoranza di ricchi incolti, e quindi bisognosi di conforti non impegnativi, spiritualmente recepibili senza angosce: e lo sformatino di indivia belga su letto di misticanza, su questo non ci piove, si deliba e soprattutto si digerisce più agevolmente di un paragrafo di Heidegger. Nel tardo pomeriggio foot massage in centro; la ragazzina che tocca a me è brava, quella di Carla non sa cosa stia facendo, e le paralizza una gamba. Cena al mercato, un po' deludente al riscontro della sera avanti; poi il giovane mite e cortese di un'agenzia in Pub Street inventa un rimedio alla mancanza di posti in aereo: a Bangkok ci andremo in taxi. Sembra una proposta indecente, ma anche intrigante, e rispettosa semmai della nostra voglia di “viaggiare”. L'aereo ce lo concederemo poi, dalla capitale siamese a Krabi, porta maestra delle spiagge 80


andamane. Compriamo spezie e mango essiccato, poi a piedi all'albergo, ignorando il basso continuo delle offerte di tuk-tuk, ovvero la premessa di quelle magliette che molti ragazzi occidentali indossano, con la scritta cubitale: “No tuk-tuk today�.

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12 agosto, lunedì

E neppure stamani ci hanno svegliato, e a differenza dei due giorni precedenti anche la nostra sveglia biologica ha fatto cilecca. Si parte agitati, al punto di scordarsi di infilare le scarpe al posto della quotidiane ciabatte. In beata solitudine il Bayon, maestosa sintesi di struttura e decori, punto d'arrivo della forsennata edificazione religiosa, approdo sacro del progetto

urbanistico che vedeva nella città fortificata di Angkor Thom uno strumento non fungibile di resistenza alle sempre più frequenti invasioni, e dunque alle avvisaglie del declino. Su tutto domina la ieraticità maestosa e inquietante delle 83


grandi facce, a cui il mancato ritrovamento della stele dedicatoria del tempio serba ancora oggi la grazia del mistero, rimarcata da quel sorriso di cui a volte percepisci il lato sardonico, la voluttà di custodire un enigma che poggia su basi troppo poco documentate per additare una soluzione solida. Ma che le facce siano quelle di Lokeshvara, del gran Re, o di Vajrasattva in fondo poco importa: l'invenzione è suggestiva e resiste nel tempo. I rilievi della galleria interna sono faticosi da scoprire e ardui da seguire; infatti i gruppi si limitano a visitare la galleria esterna, a scorrere le grandi scene di battaglie marine o terrestri, i quadri saporosi di vita quotidiana, e l'enigma dei Cham, ora alleati ora avversari; neanche troppo misterioso peraltro, a ben vedere la storia di questa regione turbolenta. Preah Khan: fu dedicato nel 1191 dall'onnipotente Jayavarman VII in memoria del padre, rappresentato come Lokeshvara, il Bodhisattva che rinuncia all'approdo finale per assistere gli uomini che soffrono sulla via

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dell'Illuminazione; Dio della Compassione dunque, con undici teste, per meglio ascoltare le sofferenze umane, e mille braccia per raggiungerli ed assisterli tutti. E' un tempio-città, circondato da fossati, e la colata bronzea degli alberi sul muschio degli edifici è solo uno dei motivi di fascino che regala alla visita, insieme alla bellezza dei rilievi, primo fra tutti il Vishnu reclinato sul serpente Ananta, disteso sull'Oceano cosmico popolato di pesci e tartarughe. All'uscita il nostro tuk-tuk sembra scomparso; in un soprassalto di panico ingiustificato mi rifaccio a passo di carica il lungo attraversamento del tempio, fino alla porta ovest; ma il nostro driver si era solo addormentato ed era lì, pronto a scarrozzarci nell'immensa città fortificata, per l'ultimo raid sui bollenti gradoni del misterioso Baphuon, in quel che resta del Palazzo Reale, alla Terrazza degli Elefanti, e sulla scena bucolica e strana delle mucche al pascolo davanti ai tempietti seminati nella campagna, a ridosso del folto degli alberi. Si dice che Angkor Thom, con gli immediati dintorni, ospitasse un milione di abitanti al tempo in cui le più grandi città europee non arrivavano ai centomila; adesso è una foresta altissima e fitta seminata di ruderi rossastri, e ancora guardata dalle sue porte monumentali, custodite dalla processione dei devas, gli spiriti celesti, e degli asuras, quelli infernali, che sorreggono colossali serpenti a mo' di balaustra; come un tempo a Montecitorio, anche qui i cattivi sono a destra e i buoni a sinistra. Intorno alla porta sud le scimmie giocano tranquille nel via vai dei motori, rastrellando rifiuti e avanzi di cibo dai tratturi degli umani in visita. E mentre chiedo a Carla che ore sono, scopro che ognuna delle quattro ere della creazione, di durata che varia da 432.000 a 1.728.000 anni è divisibile per 108, quante sono (non a caso) le torri del Phnom Bakheng e gli spiriti guardiani alle porte di Angkor Thom; che quattro ere fanno un maha yuga, e mille maha yuga un kalpa, ovvero quattro miliardi e trecentoventimila anni, corrispondenti a sole ventiquattr'ore nella vita di Brahma. Il tempo è un concetto assai relativo, e sebbene questa sia un'osservazione di offensiva elementarietà, ricordarlo serve a riconsiderare con maggior pacatezza il nostro ruolo nella totalità del quadro, qualunque sia il nome che vogliamo dare al nostro Brahma. Ciò premesso, è quasi 85


l'una; la terza ed ultima puntata di questa visita puntigliosa è finita, anche stavolta come spesso in passato lasciando volutamente qualcosa di non fatto, sigillando un percorso incompiuto con la segreta speranza di un'occasione futura per rivedere, ripensare, corroborare o smentire quello che nel presente è un retaggio forte di emozioni, un bagaglio di tesori indagati, intravisti, o soltanto sognati nella grandiosità del quadro. A bordo piscina tempura di gamberi e granite; cerchiamo l'albergo sulla spiaggia di Ao Nang, impresa non facile ma necessaria. Cena al “Cambogian Soup”, in Pub Street, per assaggiare di nuovo la zuppa favolosa di verdure amarognole. Un gruppo di ragazzi inglesi viene gentilmente scacciato dal tavolo che sta occupando da ore, seminato di un numero impressionante di boccali di birra vuoti. Sono in cinque e si sono fatti tre o quattro pinte ciascuno. Il conto non arriva a dieci dollari, troppo poco per rinunciare al corteggio dei turisti inclini a cenare.

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13 agosto, martedì Santa Levataccia

I galli spennacchiati salutano la nostra partenza in mezzo alla viuzza che porta all'Hotel. I primi tuk-tuk sono già appostati, i guidatori sonnecchianti sul sedile posteriore. Il taxi arriva alle sei e dieci. In uno dei villaggi senza nome lungo la statale, a ridosso del Wat, coloratissime urne cinerarie alte e snelle, a differenza delle donne cambogiane, il cui fascino maggiore è nell'ammiccare degli occhi scurissimi nel pozzo degli zigomi alti. La strada è buona, ma ogni tanto si guasta all'improvviso, dove le esondazioni dai campi hanno sbrecciato l'asfalto; i guidatori, compreso il nostro, usano più spesso il clacson del freno. La lingua degli ex-padroni resiste e riaffiora, a dispetto di ogni rivoluzione, del legittimo orgoglio nazionale recuperato insieme alle pietre dell'impero Khmer. Riappare nei punti salienti; non a caso alla stazione di polizia il cartello recita: “Gendarmerie”. Sul bagagliaio di qualche motorino, dentro una cesta di giunchi intrecciati larga un paio di metri, quattro o cinque lattonzoli rosa occhieggiano nella trama. Solo le pietre miliari segnalano l'umanizzazione di queste distese a perdita d'occhio di risaie punteggiate di qualche ciuffo d'alberi, e i radi paesi. Il prossimo, fra tre chilometri, si chiama Chop Bari, e forse anche lui, come quello che abbiamo attraversato ormai da molti minuti, si fregia di una rotonda stradale, di estetica incoerente al consueto contesto di casupole e baracche di legno, con una statua moderna di Garuda che sostiene sulle sue spalle possenti Vishnu vittorioso. Onnipresenti lungo la strada i grandi ritratti a sfondo celeste con la Regina sorridente o il Re, assai più giovanile che nella posa in divisa militare, mentre saluta col gesto di ringraziamento, le mani giunte e la testa leggermente inclinata in avanti, vestito all'occidentale come un giocatore di golf, ma con la coccarda 87


nazionale appuntata sul petto. Al secondo posto per assiduità i grandi cartelli con la trimurti del CPP di tre quarti, imbalsamati come i vecchi del Politburo alle parate sulla Piazza Rossa. Monaci e vacche attraversano la strada con la medesima, attenta circospezione. A Poipet ci attaccano un bollino rosso, proprio come alle vacche, e ci abbandonano davanti alla frontiera. Si attraversa a piedi, come una volta, riempiendo moduli, rilasciando impronte digitali su macchinette futuristiche incongruenti al clima di mercato contadino ribollente di frontalieri; una pioggia fine e calda inzuppa i nostri zaini. All'arrivo in Thailandia ci instradano in un corral già pieno di gente col bollino giallo; faccio notare la nostra colorazione anomala ed è solo a quel punto che chiamano il taxi. L'atmosfera è cambiata da un momento all'altro, sembra di arrivare in un Paese europeo; c'è perfino un clone di Starbucks con il logo copiato fin nei minimi dettagli, e il Re mesto drappeggiato in broccati d'oro ruba la scena al giovane Re golfista. Cambiano anche gli acronimi: il GPL si chiama LGP; alle risaie succede il granturco, e all'esile apparato tecnologico delle linee elettriche fa eco un più robusto ordito di cavi e la selva dei ripetitori per i telefoni cellulari. Il nostro driver sembra un boss della droga: ha lo sguardo truce e ingrugnito, ma dev'essere solo un'impressione, a giudicare dai tre amuleti buddhisti e dalla ghirlandina di fiori arancio sospesi allo specchietto retrovisore. Ogni pochi chilometri posti di blocco della polizia; fermano tutte le auto, controllano l'interno, a volte chiedono i documenti al guidatore. A ottanta chilometri da Bangkok il tessuto urbano infittisce, compaiono le fabbriche, addirittura un centro commerciale, e infine la vecchia, caotica, bollente, irrespirabile metropoli, con il suo ingorgo stradale perenne, e le code che nascono e muiono senza motivi apparenti. La facciate dei palazzi sono pavesate di enormi cartelli. “Ti immagini in Cambogia – dice Carla – la pubblicità di quattro canini felici intorno ad una ciotola di cibo?” No, in effetti non riesco ad immaginarla. Gli autisti di campagna non sono pratici dell'intrico bangkokiano; il nostro telefona più volte, sbaglia lo stesso, e alla fine si ferma ad un distributore con la 88


scusa della toilet e domanda di nuovo. Air Asia è una compagnia lowcost; i seggiolini sono tarati sulle misure di Brunetta, con rispetto parlando. Il motto recita: “Now everyone can fly”; “better if short” dovrebbero chiosare … All'aeroporto di Krabi, nell'imbrunire che sempre inquieta il viaggiatore pur avventuroso, si scoprono due fatti concomitanti: non esistono taxi, ma sussistono autobus-taxi. Per centocinquanta baht ti fanno il check-in amanuense, segnando su un quaderno il nome del tuo albergo, caricano i bagagli, durante la corsa l'autista impara a memoria la lista, e a quel punto è in grado di portare tutti a destinazione, una fermata dopo l'altra, una chiamata dopo l'altra. L'albergo si chiama L Resort. “L” sta per luxury. Lo descrivo con le parole della recensione che domani affiderò agli internauti di Booking.com: “Ex resort di lusso mai rinnovato, spocchia e gentilezza tirata; per aprire la porta del bungalow dall'interno bisogna aggrapparsi al chiavistello. L'I-pad in comodato gratuito serve solo a farti scegliere i carissimi servizi proposti dall'albergo. Colazione ottima, personale di basso rango gentilissimo e sinceramente affabile”. Ciò premesso, e assecondata dunque la parte umorale che in genere è la più stupida, resta da dire che non è affatto male, e la lunga spiaggia rosa di Ao Nang, fatta di minuscole briciole di conchiglia, è proprio lì davanti, dall'altra parte della strada. Cena di pesce, obliabile e cara.

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14 agosto, mercoledì San Macaco

Per un camminamento di legno impervio e periclitante scaliamo lo sperone roccioso all'estremità est della baia, per approdare ad una spiaggetta inorgoglita da un fitto di palme svettanti e da un faraglione piantato nell'acqua a duecento metri dalla riva, ormai privatizzata dall'Hotel Centara. Alle spalle dell'Hotel solo pareti di roccia a strapiombo; tutto avviene dal mare, compresa la raccolta dei rifiuti (“Anche i ricchi sporcano”). Arriva una longtail boat con quattro ragazzi allegri; il giovanissimo capitano manovra con perizia sulle onde della risacca lunga, poi trasportano i sacchi neri con un carretto che affonda nella sabbia molle della battigia, ma senza interessarsi della piccola discarica a cielo aperto infrattata all'inizio della spiaggia, proprio sotto l'approdo del Monkey Trail, davanti al casotto della security che ci ha registrato all'arrivo, e dove una scimmietta solitaria sta completando indisturbata il suo dejeuner sur l'herbe. L'acqua del mare è calda e profumata di fiori; nell'aria un invito a rilassarsi. Forse c'è davvero, o forse è il frutto tardivo di suggestioni 91


lontane nel tempo e nello spazio. Torniamo alla spiaggia rosa, e dietro di noi una frotta di scimmie, come una slavina (umana, stavo per scrivere) attesta la veridicitĂ del nome assegnato al sentiero; i piccoli stanno aggrappati al vello della pancia, come Odisseo con il montone. Incuranti degli intrusi umani, ai quali sono ormai avvezzi, puliscono gli avanzi di cibo e si arrampicano sugli alberi a mangiare la frutta. Sulla spiaggia lacerti di tempi passati sopravvivono al contatto ravvicinato con la varia arroganza del turismo ricco: l'uomo che arrostisce le pannocchie, il barista sdentato che serve frullati sotto le palme per pochi baht. Vorrei capire come accada, e quanto possa durare, ma non ho appigli, e mi accontento di sperare che qualcosa sopravviva al progresso.

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15 agosto, giovedì

Le spazzine sono tutte musulmane, infagottate in veli neri, con la scopa di saggina leggera che danza veloce nell'aria, mentre passano i venditori di biglietti della lotteria con la cassetta di legno attaccata al collo, come il ragazzo del bar nei cinema della nostra infanzia. Il minivan ormai pieno di turisti in fregola corre in mezzo ad un paesaggio di bellezza struggente: picchi rocciosi, jungla, laghetti; si indovinano le paludi, e la macchia vasta delle mangrovie che arrivano fino al mare. A Krabi lo smistamento, di nuovo con i cartellini segnaletici; sul nostro c'è scritto Lanta. Gli abitanti di Krabi sono particolarmente devoti a Sirit, rari i cartelloni del Re triste, addirittura scomparsi quelli del giovane Re che impugna la sua reflex, assecondando una passione familiare che risale a Phrabat Somdet Phra Pormen Maha Mongkut, per gli amici Monkgut, per i sudditi Rama IV, precoce cultore dell'arte di Daguerre, protagonista postumo e involontario di un filmaccio con Yul Brynner e Deborah Kerr, “The King and I”. Il nuovo van è ancora più affollato del precedente; gli ultimi due ospiti li fanno sedere su un seggiolino e mezzo, accanto alla catasta degli zaini. Lei è una bella ragazza anglosassone, con gli occhi ridenti; e infatti non si inquieta e la prende a ridere. “Che vuoi – dico a Carla – sono giovani, hanno tutta la vita davanti” “Per ora – ribatte lei – hanno tutti gli zaini addosso”. Sulla cima dei lampioni lungo il canale un'aquila ad ali spiegate di ghisa colorata; un'aquila di mare, come quelle vere che ancora non abbiamo avvistato. Sul primo dei due ferry per l'isola restiamo chiusi dentro il veicolo a guardare la fila di giubbotti di salvataggio appesi alla ringhiera esterna, quelli che in caso di bisogno non riusciremmo mai ad indossare. Ko Lanta ha un aspetto polveroso e trasandato; l'isola soffre la bassa stagione ma anche un'aria di crisi immobiliare che si precisa sui troppi cartelli affittasi, o spesso vendesi. Coppia dopo coppia scendiamo al rispettivo albergo, seguendo il cantabile appello 93


del guidatore, tutti invariabilmente con un'aria di vaga incertezza, frutto evidente di un'impressione condivisa. Il nostro albergo dal nome impronunciabile è un mini-resort di dieci bungalows allineati su due file a ridosso della spiaggia di Klong Nin; costa ventitre euro a notte, compresa la colazione servita sul balconcino, è fané, ma non cadente. Giochiamo con le onde alte e violente come bambini rincitrulliti per ragioni anagrafiche. Accanto all'albergo un tizio dai tratti malesi sta ricostruendo la terrazza della sua casa-ristorante. Ogni tanto si volta e ci sorride, agitando la mano. Nel 2004 lo tsunami spazzò dall'isola venti vite umane e molte case: sembra che sia successo ieri. Cena sulla spiaggia, al ristorante del Miami Resort. Gli alcolici li serve il bar accanto, e sul menu si precisa che sono due ditte diverse, e che dunque arriveranno due conti separati. Nel mojito mettono anche il tamarindo, amaro come il pesce della zuppa, che sembra anguilla e magari lo è.

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16 – 18 agosto, Koh Lanta

In gita alle quattro isole, seduti sulle panche di un pick-up; sul cassone, in mezzo alle nostre gambe, anche un motore di longtail boat che torna dalla revisione. A Koh Ma e Koh Chuak si nuota in mezzo ai pesci dell'acquario, alle spugne multicolori, vicini ad un grongo che fa il morto fra due rocce, in attesa di riconquistare la scena. La ciurma è composta da due ragazzi thai-malesi, ed è uno di loro che impugnando una torcia ci guida nella Grotta di Smeraldo, un nome stupido per un approdo emozionante alla laguna interna dell'isola, dopo un'ottantina di metri di buio e faticoso nuotare, con i giubbotti che abbiamo dimenticato di allacciare all'inguine e che si vendicano tentando di strozzarci. Premio a tanta fatica la quarta stazione, l'isola di Koh Ngai, la sua spiaggia bianca dalle acque turchesi che l'esposizione a sud protegge dal monsone, il picnic di curry, l'aquila di mare che volteggia lenta mentre ci rilassiamo cercando coralli morti e conchiglie, e osserviamo con immutata curiosità lo spettacolo dei granchi trasparenti che volano anzichè camminare; sempre rigorosamente di lato però, anche qui come a Klong Nin. Per la cena cambiamo ristorante: il Kook Kai invece che sul mare è affacciato su un fosso, ma i recensori del nostro albergo su Booking ne parlano entusiasti. La prima pagina del menu racconta la storia della famiglia: sono quattro fratelli con le rispettive mogli e i figli, una vera tribù. Hanno venduto un ristorante piccolo su una spiaggia famosa, per aprirne uno grande accanto al fosso; tavoli e sedie li hanno costruiti da soli laccando 95


massicci tronchi d'albero contorti. Sono a maggioranza buddhista a giudicare dall'altarino, ma con infiltrazioni musulmane, forse favorite dalla prossimità della moschea, dal muezzin che prega due volte nello spazio di una cena; la ragazza che serve al tavolo vicino, ad esempio, quando il cliente le chiede se il maiale è buono gli risponde sorridendo, con l'aria di scusarsi: “non saprei, io sono musulmana”. Per non rischiare imbarazzi precettuali mangiamo barracuda e gamberi, curry rosso e insalata di papaya verde, tutto assai buono Nel bungalow accanto al nostro c'è una coppia giapponese. Sono giovanissimi, carini e inquietanti. Fumano dal primo mattino, con accanimento, e confabulano con gli occhi persi nei loro tablets, emergendo dal bungalow solo in rare occasioni. Mi fanno pensare a “L'impero dei sensi”, ad una storia torbida, irreversibile e terminale. E' una sciocchezza lo so, ma suggestiva. Affittiamo un motorino senza benzina e partiamo alla scoperta dell'isola, sperando di trovare quella spiaggia incantevole che ci risparmierà la fatica di un nuovo spostamento. La strada sale e scende ripida sulle alture dell'estremo sud, dov'è anche il Parco Nazionale che non visitiamo: il corrispettivo dei cinquecento baht richiesti sono un faro, una scogliera piatta e la stessa fitta vegetazione di piante dalle foglie abnormi e dal colore brillante, che fa da bordura alla strada principale. Una lunga serpe nera ha trovato il suo karma sulla carreggiata, peraltro semideserta di traffico, a parte due vecchi coglioni che spingono un motorino rimasto a secco. Il censimento delle spiagge restituisce un quadro che non innamora, almeno nella bassa stagione. La cosa più bella che ci capita sono i varani, piccoli o enormi come quello lungo la statale, più di un metro, grigio 96


acciaio, che svolta sculettando come una papera quando si accorge del motorino in arrivo, e si infila nel fosso. Il Pad Thai del Miami è il più buono che abbiamo mangiato finora, profumatissimo e fresco, la granita di cocco, se si resiste al tenore di dolce, un prodigio. Il caffè altrove, e oltretutto a credito, perché la signora non ha il resto. Il muratore che sta ancora lavorando alla terrazza per la prossima apertura dell'alta stagione ha messo anche un cartello sulla strada, in legno pirografato. C'è scritto Cafè Char Lee; come se un siciliano a Londra scrivesse Caffè You Riddu, stesso concetto. Magari il siciliano, a differenza di lui, non rovescerebbe accanto al locale tutta la spazzatura che nessuno raccoglie, e che prima o poi ascenderà al cielo sub specie fumigationis: plastica, gomma e tutto il resto. I nostri bungalows hanno buffi parafulmini in legno; ma siccome un parafulmine in legno non si può dare, è più probabile che siano modellini di minareto, della cui vicinanza abbiamo avuto prove certe ad orari canonici. Per la colazione sarebbe ancora presto, ma il ragazzo ci dice: “E che problema c'è? Vado a preparavela” “Guarda che vengono a prenderci alle sette” “OK, no problems” Alle sette e venti, quando arriva il pick-up, stavolta in ritardo, di lui nessuna traccia, né della colazione. 97


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18 – 20 agosto, Koh Phi Phi

La nave per Phi Phi (che noi ci ostiniamo a chiamare fi-fi) è un vecchio carretto bianco e blu che impiega un'ora e mezza per approdare alla rada di Tonsai Village, dove si ferma all'abbordaggio del traghetto per Puhket, con i passeggeri che saltano da un ponte all'altro, e si fanno lanciare i bagagli. Si paga una tassa di venti baht per contribuire alla pulizia dell'isola, e ci sembra addirittura poco, ma la toilet del ristorante vicino al molo costa cinquanta baht, che ci pare davvero tanto; a Chiang Mai si spende meno per pranzare, cioè per l'operazione indispensabile ad usare poi una toilet. E in tema di esagerazioni chiudiamo con la segnalazione dell'Horror House 6D. Tre D sembravano poche per un'idea idiota. Le biciclette, unico mezzo di trasporto sull'isola, si fanno strada a fatica nella calca: i guidatori cercano di farsi sentire gridando “pi pi!” Un'idea dell'Ente del Turismo? L'albergo è un palazzotto verde di recente edificazione, a pochi passi dalla baia di Ao Lo Dalam; la congrega musulmana che lo dirige non brilla per affabilità, ma la pulizia è impeccabile, e la stanza ha una parete finestrata che guarda il mare, anche se la wi-fi in camera è più virtuale di una battaglia sulla Playstation. Ci impigriamo sulla spiaggia bianca, osservando il lavoro discreto ma continuo della marea, l'affiorare lento ma percettibile degli scogli nella parte ovest della baia, il trascolorare dell'acqua; ascoltiamo il battito stanco della risacca che si affievolisce sempre di più, fino a morire. Nel silenzio sboccia improvviso il lamento del giovane rapsodo sconosciuto, che cammina sulle secche emerse; un canto alto, ma venato di nostalgica tristezza: “Lasciatemi cantaaaare, perché ne sono fieeeero, io sono un italiaaano, un italiano vero”. Un'affermazione indiscutibile. A piedi a Long Beach, per erti sentieri e resort acquattati nella jungla, bungalows su palafitte che approdano quasi alla spiaggia; sabbia impalpabile e a differenza di quanto avviene a Dalam molti ragazzi, che da ieri notte sentono già 99


nostalgia di Tonsai e si sono portati le radioline, per non soffrire crisi di astinenza. Non l'Ipod, come si usa oggidì: questi spagnoli sono vecchio stile, misericordiosi, preoccupati della nostra voglia di musica, oltre che della loro. Temerici alte come eucalipti e altrettanto asciutte danno ombra alla spiaggia ripida. Al bar ordino un caffé al banco: mi consegnano una contromarca con scritto il valore dell'ordinazione, la porto per il pagamento al market, dove mi danno un'altra contromarca come attestazione di pagamento, da riportare al banco per ritirare il caffè. Un processo cervellotico, l'antitesi del sistema di Pol Pot, che aveva abolito il denaro per la semplicità del baratto. Sulla via del ritorno Carla predispone le trappole per l'ultima battuta di caccia, stavolta al pesce sarong e al pesce casacca. Vorrebbe qualche esca anche per il pesce borsa, ma le faccio notare che ne abbiamo mangiati già troppi. A cena al ristorante del Mama Beach, il resort più bello della baia di Tonsai, appartato all'estremità ovest della spiaggia, sotto lo strapiombo di roccia. L'arredo è insolitamente elegante, i tavoli apparecchiati con tovaglie vere: sotto la pedana di legno, la spiaggia. Hanno tirato su anche un suggestivo bar a capanna, che attizza la voglia di Margarita, ma tutto quello che riescono a 100


proporre è “Iced vodka” e “Bacardi breezer”, che mi ricorda sempre il doppiaggio dei Puffi fatto dal Nido del Cuculo: “Per forza hai rigozzato, bevi troppi Bacardi breezer”. La cucina è un misto di scelleratezze occidentali per nostalgici incalliti, e rivisitazioni anche geniali della tradizione locale: ne sorte un'ottima cena. Vicino al resort un locale nuovo di zecca, non si capisce bene se un bar o un ristorante in incognito, dispensa uno squisito caffè americano. La padrona è una giovane, bella signora musulmana, con tre bambini che alle nove della sera hanno ancora abbastanza energia per rincorrersi senza posa lungo la veranda dello chalet; la più piccola è una bambina incantevole. Il programma di oggi è impegnativo: cinquanta metri di dura passeggiata fino ad Ao Lo Dalam, teli distesi sulla spiaggia, e poi poltrire, dormire, sognare forse. A proposito: stanotte ho sognato che ero amico di Zubin Metha, e che lui era simpatico; due cose ugualmente improbabili, come si vede. Gli chiedevo ragguagli sul mestiere di Direttore, e ad un certo punto ho domandato: “Ma devi ricordare tutto a memoria?” “Mah – mi fa – sarebbe meglio, ma se ti scordi qualcosa non è un problema (teneva in mano una penna biro blu, col cappuccio, e si mette a 101


dondolarla piano), fai un po' così e tutto va a posto”. Gli ho detto che la sua lettura della seconda di Brahms non mi era sembrata un granché e lui ha annuito, facendo smorfie. Poi siamo andati a donne, ma di questo non sono sicuro. La marea altissima nell'ora precoce ci consegna ad una bagno inaspettato: nel punto centrale della baia la spiaggia non esiste, almeno per un altro paio d'ore. Sul lato nord, dove allignano i ristoranti, un giovane atticciato sposta in pieno sole un tavolo pieno di pesci messi a seccare; si ferma un attimo a scacciare le prime mosche, poi sorride e se ne va; il seguito è facile da immaginare. Pranzo sotto un albero di Hu-quan, che produce grosse noci dalla scorza verde tenera e profumata. Dopo che una è caduta dal ramo fra il mio Pad Thai e l'insalata di tonno di Carla, chiedo all'ometto come si chiama questo frutto nella sua lingua. Lui non parla inglese, dunque non capisce la domanda. Provo con la figlia, lei parla inglese, dunque capisce la domanda, ma non sa come si chiama l'albero. Quello su cui concordano entrambi, anche separatamente, è che il frutto non si mangia, nonostante il profumo promettente di susina acerba. La wi-fi in camera continua a non funzionare, e la ragazza della reception continua a sfilare bigliettini con nuove password da un mazzetto, come il pappagallo alle fiere, con il becco in quel caso, per il pronostico della fortuna. Le password cambiano ogni venti minuti e svariano dall'angrybird all'happymonkey, con una discriminazione incomprensibile sull'umore animalesco, forse legata a casi esistenziali del gestore. A cena in uno dei ristoranti barbeque-di-pesce sul mare, il modello più copiato a Phi Phi, e per questo il più sospetto, almeno agli occhi diffidenti del 102


vecchio snob. Una masnada di camerieri indolenti cerca di sopravvivere alla lunga giornata lavorativa ciondolando negli angoli meno illuminati, nei recessi più lontani dai tavoli. Una comitiva di cinesi euforici si esibisce nel numero della congrega schiamazzante; il pesce da grigliare si ordina direttamente davanti al barcone colorato in cui giace, stupidissima mimesi, confortato da quintali di ghiaccio tritato. Se sia il famoso “pescato del giorno” non saprei; d'altra parte, evitando di precisare a quale giorno ci si riferisca l'assioma è salvo e il turista contento. Con uno scatto di reni conquistiamo l'ultimo tavolo fronte mare; il resto, a parte lo spiedino di Carla, ma compreso il conto, è da dimenticare. Per il caffè ci spostiamo dalla nostra amica musulmana, ma lei è assente; la rimpiazzano due donne, intabarrate anch'esse, ma nessuna delle due sa preparare l'infusione. Timorose di una nostra partenza prematura ci riempiono il tavolo di dolcetti fatti in casa, per aspettare l'arrivo della barista in carica, alla quale nel frattempo hanno telefonato (sia lodato San Sung …). Lei compare, i suoi occhi nerissimi sorridono furbi, ci fa: “Americano?” “Yes, thanks”. Come non amarla? Per il terzo e ultimo giorno di mare in Paradiso fughiamo le residue, pallide voglie di escursioni alle grotte apodittiche, alle spiagge cinematografiche, 103


alle lagune blu che più blu non si può, nemmeno con il turchinetto, e ci spalmiamo sulla soffice impalpabilità di Long Beach al mattino presto, con la marea ancora alta che ci lambisce i piedi. Un ragazzo tira fuori dall'acqua una conchiglia candida grande come una zuppiera; niente musica oggi, i bagordanti sono ancora a letto. Passiamo il tempo leggendo e scrivendo, attività elementari e per questo da rivalutare entrambe, e osservando il trascolorare dell'acqua che si ritira senza parere, fino a lasciare dieci metri di sabbia scoperta e seminata di coralli morti e conchiglie. Ci toccano l'ultimo Pad Thai, gli ultimi frullati coloratissimi. Anche un po' di malinconia per la fine del viaggio, temperata però dalla lunghezza del medesimo, che induce un'insolita nostalgia di casa. Taxi-boat anche al ritorno, niente sentiero nella jungla per oggi. L'ultima cena a Phi Phi di nuovo al Mama Beach, per gustare ancora una volta il curry verde e il tempura di gamberi. Ultimo caffè americano, anche per fotografare la bambina della barista.

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Nostos

Sulla nave per Krabi, seduti per terra; gli ultimi passeggeri li caricano da un barchino, a ormeggi già mollati. Appena in mare aperto uno dei marinai si siede accanto a Carla e apparecchia la sua colazione: pesce arrosto, cipolline e riso: per fortuna c'è vento.

A Krabi invece l'aria è ferma e incandescente. Ultimi scriteriati acquisti: salse, spezie, anacardi non oleati e poco salati (precisa la bottegaia senza smettere di parlare al telefonino), e nel mercato semi-deserto assaggi di un frutto delizioso, il Pa Me Loh, una specie di pompelmo privo di acidità . Ne esistono due versioni: 105


dieci spicchi di quello giallo costano venti baht, tre spicchi del rosso cento baht. “E quando ci ritocca?” Dice giustamente la Carlina. I semafori sulla via principale sono sorretti da statue di gorilla, e restando in tema di stranezze, un fornello Zanussi a due fuochi costa quaranta euro: sospetto sia fabbricato in Thailandia. Troviamo rifugio alla vampa in un ristorante con wi-fi, cullati da un refolo intermittente che arriva dal canale delle mangrovie, e sotto il sospiro costante di un ventilatore a pale. Mentre pranziamo emerge dal nulla una musica che sembra un pop da asporto, come le minestre. Proviene da un camioncino con altoparlante: nel cassone è seduto un monaco, il trono rivolto all'indietro, serio e guardingo sotto l'ombrellone orlato di nappe colorate. Davanti a lui la statua di un altro monaco; una ragazza con la ciotola per le offerte passa sul marciapiede e sorride, anche se non le dai nulla. La Pucket Gazette ci ricorda che oggi è il compleanno di Sirit, l'ottantunesimo. “Sua Maestà è in salute – ci rassicura la Principessa per il tramite del gazzettiere – ma sai com'è, le donne sono vanitose, ecco perché da tempo non si mostra in pubblico ...”. Siamo sollevati, oltre che felici di aver festeggiato ben due compleanni Reali nell'arco di una sola vacanza. La città-smistamento che vive del traffico incessante di autobus, minivan e taxi di ogni tipo, si addormenta nel calore meridiano, mentre noi ci rifugiamo nell'aria condizionata dell'aeroporto. Il nostro volo partirà con un'ora di ritardo: la legittima apprensione per la coincidenza ci guadagna un trattamento da Vip, una boarding gate in esclusiva, con tanto di rinfreschi a ufo e due ragazze tutte per noi. Nel senso buono, naturalmente. Mai come questa volta un claim è stato più veritiero: “Fly Boutique, feel unique!” Più unici di così, in effetti, è difficile. I pellegrini sulle spiagge e fra le foreste thailandesi sono stimati quest'anno in ventisei milioni, contro i ventidue del precedente; ma questo non impedisce al Ministero dell'Economia di stilare al ribasso le previsioni di crescita dal 5,3 al 3,8%. I Reali stanno meglio e si sono trasferiti al mare; Sirit però non si fa ancora vedere, forse aspetta di poter sfoggiare il giusto tono di abbronzatura. E non è solo il nostro aereo in ritardo: anche il programma “one student one tablet” dopo i primi entusiasmi langue nelle secche della crisi globale. 106


L'ultima notizia prima di partire: Thailandia e Laos ce l'hanno quasi fatta, il 96% dei confini adesso è tracciato. Nel quattro per cento mancante non rientra certo quello che abbiamo varcato noi, in una mattina brumosa di molti giorni addietro, solcando con una barca stretta un fiume gonfio di schiume e di relitti naturali, spiando dall'altra parte dell'acqua quei segnali che aspettiamo con ansia ad ogni frontiera: la rassicurazione, una delle convincenti, che il mondo conserva qualche scampolo di diversità , e che dunque il nostro viaggiare ha un senso e uno scopo. Anche a prescindere dalle cartoline illustrate.

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Indociàina  
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