#25 - La Città invisibile - Firenze

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EDITORIALE

SOMMARIO

Cari/e amici/e, la Città invisibile riprende la pubblicazione dopo una pausa estiva e vi arriverà regolarmente ogni due mercoledì a partire da questo 9 settembre. In apertura abbiamo voluto ricordare Riccardo Torregiani, la cui scomparsa alla fine di agosto ha lasciato sgomenti tutti noi. Lo vogliamo rivedere com'era nel video di Dagmawi Yimer che lo ha ripreso nel gennaio del 2013 mentre curava il luogo, in piazza Dalmazia a Firenze, in cui il 13 dicembre 2011 sono stati uccisi da un fascista due ragazzi senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, e con il ricordo della Rete Antirazzista fiorentina. A seguire il testo con cui 'A piedi scalzi' lancia l'appuntamento dell'11 settembre a Venezia proprio sulla terribile situazione degli immigrati per cui tanto si è battuto Riccardo. Con la formula delle “10 cose da sapere su...” che la redazione della rivista ha introdotto nei numeri scorsi, pubblichiamo qui una scheda su corruzione e grandi opere, augurandoci che si riveli uno strumento utile per una sintesi in materie complesse. E, concettualmente connesso, un contributo che lancia l'appuntamento romano del 17 settembre contro la prescrizione dei reati per la strage di Viareggio. Troverete poi tre articoli sull'aeroporto di Firenze, e tre sull'inceneritore di Case Passerini: sono contributi che chiariscono da più punti di vista i motivi dell'opposizione alla annunciata realizzazione di queste due opere impattanti e inutili nel territorio della Piana fiorentina, dove da tempo è attiva una mobilitazione che unisce comitati storici e centri sociali, nuovi gruppi e singoli abitanti di una zona che andrebbe risarcita dai molteplici inquinamenti che la opprimono. Le responsabilità del comune di Firenze sull'appalto della scuoladell'infanzia sono al centro di un articolo a cui abbiamo fatto seguire uno sullo stato di abbandono di una zona come “l'altra Leopolda”, vicinissima ma evidentemente al di fuori dalla luccicante ribalta renziana. Sul fronte dell'antifascismo militante vengono qui lanciate le due giornate 12 e 13 settembre a Fontesanta della Brigata Sinigaglia e, a seguire, nel 71° anno della Liberazione, riproponiamo la mappa degli eccidi nazifascisti in Toscana.

PRIMO PIANO

LA CITTÀ INVISIBILE Voci oltre il pensiero unico

La Città invisibile è un periodico on line in cui si dà direttamente spazio

Direttore editoriale Ornella De Zordo Direttore responsabile Francesca Conti

un pensiero critico delle politiche liberiste; che sollecita contributi

www.cittainvisibile.info www.perunaltracitta.org/la-citta-invisibile

In ricordo di Riccardo Torregiani, l'uomo che piantava radici di umanità di perUnaltracittà La Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi. Appello per una manifestazione l'11 settembre Le dieci cose da sapere, più cinque, su corruzione e grandi opere di Alberto Vannucci, docente di Scienze Politiche a Pisa Strage di Viareggio: No alla prescrizione! di Riccardo Antonini, Assemblea 29 giugno Aeroporto di Firenze: per il Ministero una valutazione da rifare di perUnaltracittà Sul progetto per il nuovo aeroporto di Firenze di Paolo Baldeschi, urbanista Ah, non siamo scientifici? La risposta a Corporacion America Italia di Claudio Greppi, docente di Geografia all’Università di Siena Rifiuti: note critiche su schema di decreto applicativo art. 35 c.d. “Sblocca-Italia” di AA.VV. Le dieci cose da sapere sul nuovo inceneritore di Firenze di Gian Luca Garetti, medico Rifiuti, se il Pd non conosce il principio di Lavoisier di Antonio Fiorentino. docente di Chimica, attivo in perUnaltracittà

Palazzo Vecchio: Scuola dell’Infanzia, ancora un appalto sulla pelle dei lavoratori di USB Firenze L’altra faccia della Leopolda di Moreno Biagioni, Comitato per la Rinascita della Leopolda Brigata Sinigaglia... Sempre Presenti di Antifascisti/e, Parenti e Partigiani della Brigata Sinigaglia A 71 anni dalla Liberazione la mappa con gli eccidi nazifascisti a Firenze e dintorni di Cristiano Lucchi, giornalista e mediattivista

LE RUBRICHE Cultura sì, cultura no a cura di Franca Falletti, Nomine ad personam di F.F. Pistoia l'altra faccia della Piana a cura di Antonio Fiorentino, L’oscura vicenda dei laghi Primavera di Mauro Chessa, geologo Kill Billy a cura di Gilberto Pierazzuoli, Lo scaffale del debito 4. David Graeber, Debito. I primi 5.000 anni di G.B. Ricette e altre storie a cura di Barbara Zattoni e Gabriele Palloni, Dolmas Foglie di vite ripiene di B.Z.

Nelle rubriche leggerete un intervento sulle discusse nomine dei direttori dei 20 musei più importanti, per la sezione “Pistoia, l'altra faccia della Piana”, un approfondito intervento sui laghi Primavera, poi nello “Scaffale del debito” la recensione al libro di David Graeber Debito, I primi 5.000 anni. Chiudiamo con un'imperdibile ricetta settembrina. Buona lettura e, se condividete, diffondete! La redazione

alle voci di chi, ancora troppo poco visibile, sta dentro le lotte o esercita di chi fa crescere analisi e esperienze di lotta; che fa emergere collegamenti e relazioni tra i molti presìdi di resistenza sociale; che vuole contribuire alla diffusione di strumenti analitici e critici, presupposto indispensabile per animare reazioni culturali e conflittualità sociali. Perché il futuro è oltre il pensiero unico.

Testata in attesa di registrazione

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Anche a Firenze e in Toscana.

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PRIMO PIANO

Gli interventi con e per gli immigrati sono strettamente collegati a quelli contro le guerre, fra le cause principali delle condizioni in cui versano i paesi da cui provengono richiedenti asilo e profughi. Per questo Riccardo è in prima fila nella realizzazione delle Tende della Pace, che vengono installate in Piazza San Giovanni allo scoppio delle cosiddette guerre umanitarie – in Iraq, nei Balcani … -, nella organizzazione di incontri di confronto e di elaborazione costruiti in alternativa a quelli istituzionali, nella promozione del Comitato contro la guerra (che cerca di mettere insieme con continuità le varie realtà che hanno dato vita alle Tende ed ai convegni). Si impegna anche all’interno di un partito – Rifondazione – e nei molteplici tentativi di dar vita ad una sinistra unita e plurale. Ma anche in questo cerca, come prima cosa, di inserire nel dibattito e nei programmi quei contenuti – l’antirazzismo, la solidarietà con i migranti e con i Rom e la lotta per i loro diritti, l’azione contro le guerre – che sono al centro della sua attività di movimento (e che dovrebbero caratterizzare una forza autenticamente di sinistra). Frequenti sono le delusioni, le incomprensioni, il prevalere di piccole logiche di bottega e, ultimamente, il diffondersi di un clima politico sempre più ostile agli ideali che Riccardo ha portato avanti per tutta una vita. Ma l’ottimismo della volontà sorregge il suo impegno, anche in questo ultimo periodo, nonostante i segnali che provengono dal pessimismo della ragione, per cui egli continua ad essere attivo – e dovunque è presente porta un contributo importante, sia di idee, sia pratico/organizzativo, senza alcuna smania di protagonismo – nella Rete Antirazzista fiorentina, nel Comitato contro la guerra (che riesce a far diventare una consuetudine, in collegamento con l’Istituto De Martino, un’iniziativa anti-militarista collegata alla Giornata delle Forze Armate del 4 novembre), nell’Associazione di Amicizia con il Popolo Palestinese, nell’Associazione Italia-Cuba, nel Laboratorio per la laicità, nella Casa del Popolo dell’Isolotto. Nonostante il grandissimo dolore che lo colpisce quasi due anni fa – la perdita di un figlio.

In ricordo di Riccardo Torregiani, l'uomo che piantava radici di umanità di perUnaltracittà

Riccardo Torregiani ci ha lasciato sabato 29 agosto. Compagno e amico in mille battaglie per i diritti dei più deboli lo ricordiamo con il video di Dagmawi Yimer [http://youtu.be/XMIdnYcdPE4] che lo ha ripreso mentre curava il luogo, in piazza Dalmazia a Firenze, in cui il 13 dicembre 2011 sono stati uccisi da un fascista due ragazzi senegalesi, Samb Modou e Diop Mor e con il ricordo delle compagne e dei compagni della Rete Antirazzista fiorentina che pubblichiamo integralmente. Al presidio contro la presenza di Netanyahu a Firenze mancava Riccardo Torregiani, che per anni è stato animatore instancabile delle iniziative per il popolo palestinese. Perché Riccardo stava spegnendosi all’Ospedale di Careggi, colpito da un male inguaribile. Ci ha lasciato alle ore 22 di sabato 29 agosto. Lo ricordiamo prima di tutto come persona che ha vissuto l’intera sua vita avendo sempre presente il motto di Vittorio Arrigoni “restiamo umani” e sviluppando così affetti, amicizie, relazioni ed anche rapporti conflittuali. Una vita condotta secondo una linea coerente di impegno sociale, nel sindacato, nella cooperazione internazionale, nei movimenti antirazzista e pacifista. Nella Firenze dei raid razzisti e delle campagne contro i Rom, sul finire del secolo scorso, è fra gli organizzatori di un Coordinamento cittadino fra i vari soggetti dei migranti e dei Rom (o comunque impegnati a sostegno dei migranti e dei Rom). Ne costituisce la figura principale per molti anni, mentre, nel contempo, partecipa alla costruzione della Rete Antirazzista – che dal 1995 al 1999 porta avanti molte iniziative a livello nazionale, collegando le diverse realtà locali, promuovendo manifestazioni, incontri di riflessione e di elaborazione, campagne, vertenze, proposte di legge di iniziativa popolare. LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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loro. Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma è incivile e disumano non ascoltarle. La Marcia degli Uomini Scalzi parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civiltà. E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano. Non è pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie. Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace. Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Dare accoglienza a chi fugge dalla povertà, significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione di ricchezze. Venerdì 11 settembre lanciamo da Venezia la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi. In centinaia cammineremo scalzi fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica. Ma invitiamo tutti ad organizzarne in altre città d’Italia e d’Europa. Per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali: 1) certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature 2) accoglienza degna e rispettosa per tutti 3) chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti 4) Creare un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino Appuntamento 11 settembre, ore 17.00, Piazza Santa Maria Elisabetta al Lido di Venezia.

Ci vorrebbero più compagne e compagni per portare avanti la mole di lavoro sociale e politico di cui Riccardo è stato capace. E che ha contribuito a produrre risultati straordinari: ne vorremmo ricordare uno per tutti, il Forum Sociale Europeo del 2002, con la sua grande manifestazione conclusiva contro la guerra. Da questo quadro sintetico e incompleto di come e per cosa Riccardo si è impegnato, rimane in ombra una parte importantissima della sua esistenza, fatta di affetti, di amicizie, di relazioni, di rapporti conviviali, che si è intrecciata con la dimensione più strettamente politica, rendendo anche questa, come si è accennato all’inizio, profondamente umana (e facendo sì che in tante e tanti lo si apprezzasse e gli si volesse bene). E’ nostra convinzione che grazie a persone come Riccardo rimane credibile, al di là della durezza della situazione attuale, l’obiettivo di un altro mondo possibile. E che i segni del suo operare rimarranno sempre fra di noi.

La Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi Appello per una manifestazione l'11 settembre

E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare. E’ vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo è sempre più complessa. Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte. Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi. Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere. E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo. Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno. Sono questi gli uomini scalzi del 21°secolo e noi stiamo con

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Primi firmatari e indirizzo mail per adesioni: donneuominiscalzi@gmail.com Lucia Annunziata, Don Vinicio Albanesi, Gianfranco Bettin, Marco Bellocchio, Don Albino Bizzotto, Elio Germano, Gad Lerner, Giulio Marcon, Valerio Mastandrea, Grazia Naletto, Giusi Nicolini, Marco Paolini, Costanza Quatriglio, Norma Rangeri, Roberto Saviano, Andrea Segre, Toni Servillo, Sergio Staino, Jasmine Trinca, Daniele Vicari, Don Armando Zappolini

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attesi maggiori profitti illeciti, come quello delle grandi opere (oltre a forniture militari, etc.). Le fasi di progettazione, finanziamento, realizzazione, etc. delle grandi opere presentano a loro volta molteplici passaggi particolarmente vulnerabili alla realizzazione di scambi occulti. 3) La natura intrinsecamente criminogena delle grandi opere. Nella letteratura scientifica sono stati individuati una serie di fattori (sintetizzabili in una “formula della corruzione”) che descrivono le condizioni nelle quali è più alta la probabilità che vi sia corruzione. Tutti questi fattori, senza eccezione, convergono nel rendere più redditizie e meno rischiose le opportunità di corruzione nel caso di grandi lavori pubblici. Molto brevemente, la probabilità che si realizzino scambi occulti crescono se: 4) Il soggetto che prende decisioni pubbliche opera in un regime di monopolio, e chi voglia conseguire quello specifico beneficio non ha altri cui rivolgersi. La grande opera non ha alternative, la sua realizzazione è programmata, progettata, deliberata, realizzata sotto la supervisione di un unico soggetto pubblico di fatto monopolista, che potrà “capitalizzare” in tangenti la sua posizione privilegiata rispetto agli imprenditori e agli altri soggetti privati che partecipano alla procedura di aggiudicazione dei corrispondenti contratti. 5) Le rendite create tramite le decisioni pubbliche sono consistenti. La grande opera permette per sua stessa natura la gestione di ingenti, talora estremamente ingenti, talora colossali quantità di risorse pubbliche, facile preda degli appetiti di corrotti e corruttori. Lo “spread etico” che separa i paesi più corrotti da quelli meno corrotti è quantificabile nel differenziale del costo medio delle opere nei paesi dove le tangenti sono la regola (vedi ad esempio linee Tav, passante ferroviario, Mose, etc., costati in Italia tra il doppio e sei volte tanto rispetto a equivalenti realizzazioni in altri paesi). 6) L’opacità dei processi decisionali, dalla fase della giustificazione e del finanziamento a quella della realizzazione, che si lega alla grande complessità degli aspetti tecnici, al fatto che molti di quei passaggi – stante la strutturale inefficienza delle strutture tecniche pubbliche che dovrebbero gestirli, particolarmente marcata

Le dieci cose da sapere, più cinque, su corruzione e grandi opere di Alberto Vannucci docente di Scienze Politiche a Pisa

Al Forum internazionale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte – Bagnaria Arsa (UD) tra il 17 e 19 luglio scorso – si è tenuto un’intervento di Alberto Vannucci, autore dell'”Atlante della corruzione”, Edizioni Gruppo Abele (Torino 2012) di cui pubblichiamo una sintesi in 15 punti. 1) Le nuove forme della corruzione sistemica in Italia: non più e non solo un’attività illecita, una violazione del codice penale, ma un meccanismo complesso, consolidatosi nel tempo, realizzato con modalità sofisticate frutto di un lungo processo di apprendimento, attraverso il quale un piccola minoranza di soggetti che appartengono alla classe dirigente (politici e burocrati corrotti, imprenditori, professionisti, faccendieri) e soggetti criminali (organizzazioni mafiose) si impossessano congiuntamente di beni comuni, attraverso una privatizzazione di fatto di risorse di proprietà collettiva: risorse di bilancio, ma anche ambientali, paesaggistiche (consumo di territorio), politiche (reinvestimento dei proventi per acquistare consenso), ecc.. La realizzazione della grande opera permette di accrescere considerevolmente la scala di questo processo di appropriazione criminale di rendite parassitarie, concentrando le opportunità di profitto illecito entro sedi istituzionali e processi decisionali circoscritti e più facilmente controllabili, minimizzando così i rischi delle corrispondenti attività illecite. 2) Corruzione e pressioni politiche per la realizzazione di grandi opere (denominate nella letteratura internazionale “white elephants” – elefanti bianchi – per la loro capacità di gravare con costi insostenibili su una comunità) si sviluppano in simbiosi. Grande opera è spesso sinonimo di grande corruzione, e viceversa. La presenza di un tessuto di corruzione capillare e le aspettative di guadagno illecito dirottano quote crescenti di bilancio verso i settori nei quali sono LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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nel caso italiano – sono di fatto delegati a soggetti privati, o utilizzano forme pseudo privatistiche (project financing, general contractor) che di fatto sottraggono alla trasparenza dei processi decisionali pubblici i corrispondenti passaggi decisionali. Informazioni confidenziali possono così diventare una risorsa di scambio nella corruzione. Particolarmente preoccupante è l’opacità che investe la fase di definizione delle stesse esigenze collettive e dei bisogni pubblici che la grande opera dovrebbe soddisfare, resa possibile dall’ambiguità che circonda molti parametri utilizzati nei calcoli dei “costi-benefici” dell’eventuale realizzazione, che permette ai decisori di accampare un qualche reale “interesse pubblico” come motivazione della decisione di investire ingenti risorse in quella specifica realizzazione, che appare invece di dubbia utilità (o nel peggiore dei casi di sicura nocività). 7) L’elevata discrezionalità dei processi decisionali, che spesso si associa alle condizioni di pseudo-emergenza costruite fittiziamente o a tavolino (emergenza legata anche alle vischiosità dei corrispondenti processi decisionali “ordinari”, che possono essere aggirati solo tramite ordinanze in deroga a tutte le disposizioni vigenti, secondo il modello “cricca della protezione civile”). Nella grande opera le iniziali decisioni di fondo sono altamente discrezionali – quali “grandi opere” siano meritevoli di finanziamento per la realizzazione – e un analogo livello di discrezionalità accompagna molti altri passaggi. Naturalmente la decisione discrezionale può essere più facilmente “venduta” dagli amministratori e dai politici corrotti in cambio di tangenti. 8) L’indebolirsi dei controlli, di tutti i meccanismi di supervisione e sanzione delle condotte devianti e della corruzione (non solo il controllo giudiziario, ma anche quello amministrativo, contabile, politico, sociale, concorrenziale). Nelle grandi opere spesso i controlli istituzionali sono largamente vanificati dalle caratteristiche “straordinarie” adottate in molte procedure di aggiudicazione e di gestione dei lavori, oltre che dalla estrema complessità dei contenuti tecnici dei corrispondenti atti e provvedimenti, dal moltiplicarsi di soggetti istituzionali e di attori LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

pubblici coinvolti (che offusca le responsabilità individuali nella decisione finale). Il controllo politico (oltre che dal reinvestimento nella creazione di reti clientelari di consenso dei proventi degli scambi occulti) è vanificato dal cemento invisibile delle reti di corruzione: il reciproco potere di ricatto che fa sì che si formi un “partito unico degli affari”, avente natura bipartisan dato il coinvolgimento di soggetti di ogni colore politico, che protegge i corrotti, ne favorisce l’ascesa nelle rispettive carriere, si compatta assicurando un convergente appoggio quando occorre, ossia nelle diverse fasi dei processi decisionali che accompagnano la realizzazione delle grandi opere. Il controllo concorrenziale è vanificato dall’orientamento collusivo largamente prevalente tra gli imprenditori, specie tra i pochi di dimensioni tali da poter partecipare alle gare per la realizzazione di grandi opere: nessuno denuncia l’altrui corruzione, preferendo aspettare il proprio turno in una spartizione che assicura a tutti ingenti margini di profitto, irrealizzabili in un contesto economico aperto e concorrenziale. 9) L’utilizzo estensivo nel discorso pubblico di argomenti di ordine simbolico legati al un presunto valore intrinseco delle grandi opere, accompagnati spesso da una retorica giustificatrice che si accompagna al richiamo alle esigenze del “progresso” o all’”orgoglio di patria” nella loro realizzazione (vedi il caso della diga del Vajont, la più alta diga al mondo con quelle caratteristiche tecniche, “orgoglio dell’ingegneria italiana”) produce un duplice effetto: (a) crea un clima favorevole (ovvero non ostile) in settori dell’opinione pubblica in ordine alla sua realizzazione, attenuando ulteriormente il controllo sociale; (b) può attenuare nei partecipanti ai corrispondenti processi decisionali – tramite un meccanismo psicologico di autogiustificazione – le barriere morali al coinvolgimento in attività illecite, che finiranno per essere ritenute in qualche modo funzionali al “bene superiore” per gli interessi collettivi della realizzazione dell’opera. 10) La grande opera si associa spesso a lunghi tempi di realizzazione. Si dilatano i tempi anche a seguito delle frequenti lacune progettuali 4

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di corrotti e corruttori. I protagonisti delle estese reti di corruzione e di scambio illecito che si formano attorno alle grandi opere, in altri termini, formulano una “domanda di protezione” nei loro scambi occulti che può essere soddisfatta dalle organizzazioni mafiose, le quali si inseriscono stabilmente in quel tessuto criminali dandogli forza e stabilità – vedi i casi Mose (alcune piccole imprese subappaltanti confiscate per mafia), Salerno-Reggio Calabria, (irrealizzato) Ponte sullo stretto. 14) Grande opera significa grande rischio di disastro: disastro ambientale od ecologico (vedi Mose), ma anche catastrofe in termini di vite umane – si veda il caso della diga del Vajont. 15) Come spezzare il nesso simbiotico che lega grandi opere e grande rischio corruzione? Difficile credere nella palingenesi di soluzioni ed efficaci proposte anticorruzione calate dall’alto – nelle sedi istituzionali dove troppo spesso dominano lobbies, cricche, comitati d’affari che grazie alla corruzione hanno costruito le proprie fortune, e di quella realtà criminale sono partecipi, beneficiari o conniventi. Occorre piuttosto sostenere, promuovere e valorizzare tutte le esperienze di anticorruzione dal basso, a livello di comunità e di enti locali, attraverso la conoscenza della reale natura di questi fenomeni criminali, della zavorra insostenibile che essi rappresentano degradando la qualità della vita civile e dei servizi pubblici, cancellando opportunità di sviluppo economico, conducendo all’affievolirsi o all’espropriazione di fatto dei diritti politici e civili. Movimenti, gruppi, associazioni, comitati di cittadini possono e devono contribuire a riallacciare i circuiti di controllo democratico che li legano ai loro amministratori locali e ai decisori pubblici, elaborando insieme le migliori strategie di prevenzione e controllo delle distorsioni e delle degenerazioni nella gestione della cosa pubblica e del bene comune.

(causate dalla debolezza dell’amministrazione) e del fatto che per sua stessa natura la realizzazione della grande opera espone a una probabilità più elevata – per la sua complessità progettuale, per l’alto impatto sui territori, etc. – di incorrere in difformità rispetto a quanto inizialmente previsto. Questi fattori costringono a interruzioni e ritardi legati all’esigenza di rinegoziare i termini contrattuali. La rinegoziazione espone di per sé a un ulteriore rischio corruzione, mentre l’allungamento dei tempi giustifica inefficienze nella realizzazione che diventano il “serbatoio” cui attingere per prelevarvi le risorse di scambio della corruzione. 11) Grande opera significa anche grande complessità e difficoltà tecniche nella gestione che si proiettano nei futuri lavori di manutenzione. Questo è un valore aggiunto nella prospettiva di corrotti e corruttori, i quali sanno che una volta completata la realizzazione della grande opera potranno comunque continuare a contare su un flusso ininterrotto e costante di tangenti grazie appunto alle successive forniture, opere di supporto, contratti per la manutenzione, etc. (vedi caso Mose). 12) L’inutilità della grande opera è un valore aggiunto quando la sua finalità è l’arricchimento di pochi. Infatti la grande opera utile, che risponde a un concreto bisogno sociale da soddisfare, crea aspettative e attese nella popolazione, e dunque un diffuso controllo sociale su tempi e costi della realizzazione. Ma la grande opera inutile, quando si siano vinte le resistenze degli (talora sparuti) oppositori che ne contestano le ragioni, diventa semplicemente un “bancomat” cui attingere per l’arricchimento illecito dei corrotti e dei corruttori, senza che vi siano pressioni dal basso per accelerarne e neppure completarne la realizzazione. 13) L’infiltrazione mafiosa è più facile nel corso della realizzazione di grandi opere, perché i soggetti criminali possono inserirsi facilmente in quei lavori in subappalto e forniture a bassa intensità tecnologica, riciclandovi capitali, sversandovi rifiuti tossici (vedi realizzazione dell’autostrada Bre-Be-Mi) e soprattutto possono fornire utili servizi di “regolazione interna” nelle transazioni illegali che coinvolgono un’estesa rete LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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Strage di Viareggio: No alla prescrizione!

politica di abbandono sulla sicurezza. Il cav. Moretti ha sempre dichiarato che non vi è un problema sicurezza e che “Viareggio” è stato uno “spiacevolissimo episodio”. Neppure il coraggio di definirlo incidente. Invece, proprio sulla sicurezza, accadono incidenti gravi e gravissimi. Il 20 luglio di quest’anno, una porta di salita del treno regionale 3171 (Jazz) Firenze-Arezzo si è staccata ed è volata via mentre percorreva la galleria S. Donato sulla “direttissima”. Un incidente potenzialmente gravissimo. La notte del 4 agosto, a La Spezia, nello scalo ferroviario portuale, durante le manovre di un convoglio merci, Antonio Brino, 28 anni, dipendente della società SerFer, è rimasto schiacciato tra il convoglio e i respingenti del binario. Soccorso e sottoposto a delicati interventi chirurgici, il suo fisico ha resistito alcuni giorni, ma la mattina del 18 agosto si è arreso. Dal 2006, sui binari delle ferrovie hanno perso la vita 56 lavoratori! Una statistica drammatica ed impressionante. Il 25 agosto, a Napoli, un treno di pendolari e viaggiatori va in fiamme. La prontezza del personale evita il peggio. Il 29 agosto, l’ultimo vagone di un treno con 150 passeggeri è uscito dai binari alla stazione di Piombino Marittima (Li). Grazie alla bassa velocità il convoglio non si è ribaltato. Il macchinista lo ha fermato a pochi metri dall’ingresso nella stazione. Solo per citare gli ultimi fatti di cui siamo a conoscenza. Su altri, che avvengono sicuramente, riescono ancora a nasconderli. Ma già questi fatti mostrano quanto sia un optional la sicurezza in ferrovia, e che competitività, mercato e profitti non possono e non debbono essere subordinati alla sicurezza, alla salute e ad un servizio proprio al servizio dell’intera collettività.

di Riccardo Antonini Assemblea 29 giugno

Il disastro ferroviario del 29 giugno 2009, trasformatosi in strage con 32 Vittime e feriti gravissimi, rischia la prescrizione. Alcuni reati, con 3 anni di prescrizione, sono già decaduti (gli articoli del Testo unico Dlg. 81/08 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro). Altri, come incendio colposo e lesioni gravi e gravissimi, sono a rischio. Il processo in corso, al Polo fieristico di Lucca, è iniziato il 13 novembre 2013 e sul processo, pende la spada di Damocle della prescrizione. E’ (sarebbe) inaccettabile e impensabile che il reato di incendio colposo, motivo per cui hanno perso la vita 32 bambini, ragazze, donne e uomini, possa essere prescritto. Per questo l’Associazione dei familiari “Il mondo che vorrei” e Assemblea 29 giugno (nata dopo la strage) hanno deciso di essere giovedì 17 settembre di fronte a Montecitorio per una protesta forte e chiara (da Viareggio partirà almeno un pullman), per dire che non si può scherzare, che non si può giocare, su questa immane tragedia. I familiari, per tre anni, hanno chiesto un incontro al precedente capo dello Stato, Napolitano, che si è sempre rifiutato; hanno chiesto un incontro al nuovo capo dello Stato, Mattarella, che ha risposto di non poterli incontrare perché c’è un processo in corso. Lo stesso Mattarella che in questi mesi ha incontrato più volte il cav. Moretti, principale imputato nel processo, si rifiuta di guardare negli occhi i familiari delle 32 Vittime. Coerenti, Napolitano e Mattarella, con il fatto che lo Stato non si è costituito parte civile nel processo, che i governi Berlusconi e Letta hanno rinnovato la nomina a Moretti di Ad delle ferrovie e che il governo Renzi lo ha addirittura promosso Ad in Finmeccanica con una retribuzione milionaria (si parla di euro, naturalmente). Giovedì 17 settembre a Montecitorio, e dopo di fronte al Quirinale per (tentare di) essere ricevuti da Mattarella. La strage ferroviaria, ovviamente, riguarda la mancanza di sicurezza o, meglio, una

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Aeroporto di Firenze: per il Ministero una valutazione da rifare

diversa distribuzione dei decolli» (4.4.2). La pista perciò non sarà unidirezionale. Perdono del tutto significato le affermazioni di Naldi-CarraiEurnekian: altro che va tutto bene, che anzi l’aeroporto riduce il rischio idraulico della piana e che abbassa i livelli di inquinamento acustico (“Corriere fiorentino”, 18 luglio 2015). Le motivazioni scientifiche non mancavano a gufi, comitati e università, mancavano invece al Proponente! Nel Masterplan non ci sono dati sufficienti per una valutazione propriamente detta: data la mole delle integrazioni, il Ministero obbliga il proponente a ripubblicareil Masterplan, che sarà sottoposto a nuove osservazioni e, auspicabilmente, come sarebbe previsto per legge, anche a un’inchiesta pubblica. Resta l’illegittimità di una VIA su un Masterplan anziché su un progetto definitivo.

di perUnaltracittà

Sedici pagine di richiesta di integrazione alla documentazione di VIA prodotta dall’ENAC. Il Masterplan è avulso dal contesto che prevede un nuovo inceneritore, un nuovo reticolo idrografico e il raddoppio dell’autostrada. E la pista non è unidirezionale. Il Ministero dell’Ambiente vuole sapere ben più di 10 cose sul nuovo aeroporto di Firenze e conferma le critiche espresse da Ilaria Agostini, urbanista del Laboratorio politico perUnaltracittà, nell’articolo Le 10 cose da sapere sul nuovo aeroporto da noi pubblicato su “La Città invisibile” lo scorso 8 luglio. La richiesta ministeriale di integrazioni alla documentazione di VIA prodotta dall’ENAC dà la misura delle carenze del Masterplan per il nuovo aeroporto di Firenze (valutato positivamente invece dalla Regione Toscana che pare essersi piegata platealmente alle volontà del giglio magico). Mentre Carrai (presidente della Toscana Aeroporti) e Naldi (Corporacion America Italia) minacciano querele all’autrice dell’articolo, il Ministero richiede al proponente chiarificazioni su «le interazioni, le correlazioni e la coerenza delle opere idrauliche previste dal Masterplan oggetto della procedura di VIA con i progetti attesi dalle altre pianificazioni-programmazioni che insistono nella area di influenza dell’aeroporto» (punto 2.2). Ossia con: l’autostrada A11, l’inceneritore, il PIT, la pianificazione dei comuni coinvolti, i vari piani idrici (di bacino, lo “Stralcio Riduzione Rischio Idraulico”, PAI e PGRA). Non è poco. Dal punto di vista sanitario è tutto da rifare: «le conclusioni del Proponente sono esposte in maniera qualitativa (!) e per alcuni aspetti contraddittorie e/o imprecise» (4.1.8). I valori di inquinamento di fondo non sono presi in considerazione (4.1.9) e «gli inquinanti analizzati dal Proponente sono quelli per cui non esiste un valore limite/obiettivo stabilito dalla normativa» (4.1.2). Inoltre il Ministero invita il proponente a valutare l’«ipotesi bidirezionale della pista [e la]

LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

Sul progetto per il nuovo aeroporto di Firenze di Paolo Baldeschi urbanista

I sostenitori del nuovo aeroporto di Firenze chiedono che le contestazioni siano fatte su solide basi scientifiche. Perché no? Ma non si sono accorti della mole di dati e osservazioni scientifiche che il mondo accademico ha già prodotto e messo a disposizione. Ricordiamoli allora questi dati, perché il nuovo aeroporto di Firenze non è un intervento qualsiasi: inciderà infatti fortemente sulla salute e la sicurezza degli abitanti e modificherà le condizioni di vita nella Piana e nei comuni limitrofi. Ecco alcune delle numerose osservazioni al progetto: 1) non è definitivo, come richiede la legge, ma solo un Master Plan; 2) la pista di 2400 è difforme rispetto ai 2000 metri previsti dalla pianificazione regionale, e perciò sono altrettanto difformi le modifiche al reticolo idraulico e alla viabilità; 3) il progetto non valuta adeguatamente l’efficienza del nuovo sistema di smaltimento

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delle acque alte e basse ed è da dimostrare il non aggravio delle attuali condizioni di rischio idraulico; 4) non sono stati valutati gli effetti cumulativi dell’inquinamento provocati dall’esercizio contemporaneo dell’aeroporto e del termovalorizzatore di Case Passerini, altra opera di cui si prevede tra breve la realizzazione. Sono solo alcune delle segnalazioni di criticità e carenze del progetto che provengono non da ‘comitatini’ o da ‘gufi’, ma dal Nucleo di valutazione di impatto ambientale della Regione Toscana e dall’Università di Firenze. È bene riportare le conclusioni del documento dell’Ateneo fiorentino: “Si ritiene che, già sin d’ora, nella procedura di valutazione dell’impatto ambientale relativa al progetto siano rilevabili evidenti profili di illegittimità tali da giustificare un parere negativo da parte dell’Autorità competente”. Evidenti profili di illegittimità: non si tratta di bazzecole, se dall’Università, quindi in sede scientifica, viene segnalata addirittura “la carenza degli elaborati rispetto al rischio di catastrofe aerea”. In un paese normale, in cui leggi e procedure fossero rispettate, la Commissione VIA chiederebbe integrazioni al progetto, sospendendone l’iter autorizzativo fino a che non fossero superate le criticità evidenziate. Viceversa, sembra che la strategia sia di approvare il progetto così come è, rimandando le eventuali modifiche alla fase esecutiva dove i controlli sono praticamente impossibili. Così è stato fatto per la Tav nel Mugello, con le conseguenze che tutti conosciamo: sarebbe una vera iattura se altrettanto si facesse per il nuovo aeroporto di Firenze. È doveroso, perciò, che il progetto, in questa fase non definitiva, sia portato a conoscenza delle popolazioni interessate da un soggetto ‘super partes’ e sottoposto a dibattito pubblico o a una forma ampia ed effettiva di partecipazione: così si era impegnata la Regione Toscana che ora sembra dimenticare quanto prescritto nella variante al Pit che ha dato il via all’aeroporto (con pista – ricordiamolo – di 2000 metri). Un comportamento che non ispira fiducia nelle istituzioni rappresentative e cui, si spera, il Presidente Rossi vorrà ovviare mantenendo fede LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

alle proprie determinazioni. Infine, un’ultima considerazione: nella mole dei documenti, ancorché incompleti, presentati dal proponente ne manca uno fondamentale: uno studio serio e approfondito sui vantaggi e i costi del nuovo aeroporto. Finora sono stati prodotti dall’IRPET due documenti: uno contiene un algoritmo, mutuato dalla letteratura internazionale, che correla passeggeri con occupazione diretta e indotta per l’area interessata, come se tutte le situazioni, New York o Peretola, fossero uguali! L’altro si limita a dire che, col nuovo aeroporto vi sarà un risparmio di tempo per i viaggiatori diretti a Firenze (circa 20 minuti rispetto a Pisa). Veramente troppo poco! Ma cosa importa. Adf conosce benissimo i propri vantaggi e perciò, insieme alla maggior parte della stampa, a tutti i politici o quasi, ripete che il nuovo aeroporto porterà “lo sviluppo”. Quale e per chi non viene detto. Ma noi lo sappiamo benissimo: soldi per il privato, magari con qualcosa che potrebbe finire in tasca ai politici. Sviluppo del rischio idraulico, dell’inquinamento, del rumore e dei sorvoli su Firenze. Ma cosa importa! Basta per mettere a tacere i gufi, l’Università e qualche Comune dissidente. E se poi il progetto incompleto e sbagliato costerà il doppio, cari contribuenti preparatevi a contribuire.

Ah, non siamo scientifici? La risposta a Corporacion America Italia di Claudio Greppi architetto, docente di Geografia all’Università di Siena

“Non siete scientifici”. Così Roberto Naldi, presidente di Corporacion America Italia, futuro vice presidente in pectore della nuova società unica Toscana Aeroporti, su Repubblica, in risposta all’intervento di Ilaria Agostini dell’8 luglio, "Le dieci cose da sapere sul nuovo aeroporto di Firenze" [http://goo.gl/5dnCeq], pubblicato su La Città invisibile e ripreso da Eddyburg e Repubblica.it.

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Allora vediamo che cosa dicono gli esperti dell’Università di Firenze, che il 25 maggio (in piena campagna elettorale per le amministrative) hanno presentato un corposo pacco di osservazioni a nome del Rettore. Si tratta di membri del Dipartimento di Ingegneria Industriale (Prof. Ing. Monica Carfagni , Dott. Ing. Francesco Borchi, Ing. Chiara Bartalucci, Ing. Alessandro Lapini), del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale (Prof. Ing. Lorenzo Domenichini , Dott. Giovanni Pedaccini, Prof. Ing. Enio Paris, Dott. Ing. Simona Francalanci) e del Dipartimento di Fisica e Astronomia (Prof. Giovanni Modugno). Si tratta di un documento di 300 pagine (troppe, per i nostri politici?) articolato in 11 osservazioni e un congruo numero di allegati tecnici. Da notare che altre osservazioni, come quella presentata dalla Rete dei comitati, contestavano la procedura seguita nel procedimento VIA, considerando il progetto del tutto illegittimo: è stata più volte denunciata (si vedano gli articoli di Paolo Basldeschi del 4 giugno e del 13 giugno) la sistematica confusione fra progetto preliminare e definitivo così come la mancanza di occasioni di partecipazione e dibattito sul progetto come era previsto dalla Regione. I colleghi dell’Università di Firenze entravano invece nel merito del progetto stesso, sviluppando una serrata analisi critica degli elaborati proposti (preliminari o definitivi che fossero) con una competenza specifica in materia di Ingegneria per la Tutela dell’Ambiente e del Territorio, Ingegneria dei Trasporti, Ingegneria Idraulica, Acustica. Quella che segue è una sintesi delle osservazioni presentate dall’Università di Firenze. Per Master Plan 2014-2019 si intende la variante al PIT che nel luglio 2013 definiva i termini per la “qualificazione dell’aeroporto di Firenze”. Per SIA si intende lo Studio di Impatto Ambientale presentato da Aeroporto di Firenze (ora Toscana Aeroporti), in vista di una VIA affidata ad Autorità competente. Si noterà che se alcune osservazioni prevedono eventuali adeguamenti e rimedi, altre sono del tutto incompatibili con qualsiasi progetto di pista parallela. La prima si riferisce alla “definizione di aeroporto LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

strategico”, che non risulta applicabile al caso di Firenze: questa infrastruttura infatti sarebbe a meno di 70 km da altre due similari (Pisa e Bologna), con le quali entrerebbe dunque in conflitto: mancano i requisiti di cui al Regolamento UE n. 1315 del 2013[1]. In sostanza questa previsione “non è stata preceduta da un’adeguata pianificazione finanziaria e un’adeguata ottimizzazione dell’uso di fondi pubblici”. L’osservazione contesta quindi la violazione del Regolamento UE citato e dunque la possibilità di accedere ai finanziamenti destinati alle infrastrutture aeroportuali. In più se ne deduce che una simile mancanza di adeguata pianificazione preventiva non potrà comunque essere rimediata a posteriori. La seconda contesta la mancata osservanza delle prescrizioni del PIT della Regione, cioè del Master Plan 2014-2019, in quanto il SIA “non ha previsto un percorso di integrazione fra gli aeroporti di Pisa e Firenze che garantisca l’utilizzazione più sostenibile, dal punto di vista ambientale ed economico, della capacità aeroportuale complessiva”, e addirittura si sarebbe basato “su un’errata costruzione dei modelli previsionali di sviluppo, non coerenti con la dimensione dell’aeroporto proposta dal Master Plan 20142019[2]”. I modelli previsionali non tengono conto delle caratteristiche di City Airport a cui è destinato lo scalo fiorentino. La terza osservazione contesta la metodologia seguita nel calcolo del coefficiente di utilizzazione della nuova pista. Il tema è molto tecnico: riguarda l’orientamento della pista rispetto ai venti dominanti. L’osservazione introduce alla successiva. Qui si ritorna sull’incoerenza del progetto con il PIT della Regione che come è noto stabiliva una lunghezza di 2000 metri e in particolare imponeva un utilizzo esclusivamente monodirezionale. Dagli allegati si evince che l’uso monodirezionale, con provenienza solo da e per Prato, ridurrebbe il coefficiente di cui sopra: dunque aumenterebbe – anche rispetto all’attuale pista del Vespucci – il rischio di dover dirottare voli su altri scali. L’inconveniente sarebbe rimediabile solo se la pista potesse essere utilizzata occasionalmente anche in direzione di Firenze: si stima questa 9

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eventualità nell’ordine del 12 % dei voli. Dunque la molto sbandierata assicurazione della monodirezionalità non è altro che un bluff: un volo su otto potrebbe sorvolare Firenze. Va da sé che se la nuova pista si giustifica solo nell’ipotesi di utilizzo “prevalentemente” e non “esclusivamente” monodirezionale, tutte le valutazioni di impatto e di rischio andrebbero completamente riviste. Qui si considera l’impatto del progetto sulla sicurezza, rispetto al rischio di catastrofe aerea, dei frequentatori delle aree vicine e in particolare del Polo Scientifico. Si osserva che il progetto non tiene sufficientemente conto di questi rischi. Le carenze in questo caso riguardano sia Il PIT che il SIA. Analogamente non sono stati adeguatamente valutati i rischi dovuti ai pericoli per la navigazione aerea presenti nell’area, quali edifici previsti come l’inceneritore di Case Passerini. Negli allegati si considera in particolare il rischio del bird strike, dovuto alla presenza delle aree naturalistiche, anche di quelle che il progetto ritiene di poter spostare. Sull’impatto del progetto sull’equilibrio idrogeologico e idrografico della Piana di Sesto. Qui si tocca un punto decisivo per quanto riguarda l’assetto del territorio. L’osservazione rileva rilevanti criticità, che sono ben documentate negli allegati. In particolare la deviazione del Fosso Reale, che raccoglie tutto il sistema delle acque alte, comporterebbe un delicatissimo sottopasso dell’autostrada A11 in prossimità del casello di Prato est, dove mancherebbe l’altezza necessaria per assicurare un manufatto adeguato al regime delle piene. Nell’allegato tecnico si dimostra che il problema potrebbe essere risolto solo alzando il livello dell’autostrada di almeno 70 cm. Non è compito degli osservanti valutare i costi aggiuntivi di una simile operazione, ma viste le carenze del progetto anche dal punto di vista delle previsioni economiche e finanziarie, non c’è dubbio che si tratterebbe di un ulteriore aggravio piuttosto rilevante. Per quanto riguarda l’inquinamento acustico si osserva che gli elaborati presentati non tengono conto delle particolari criticità legate alla LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

presenza nel Polo Scientifico di attrezzature didattiche e scientifiche, per le quali non sono previste (e non sarebbero neppure prevedibili) efficaci misure di mitigazione. Altre carenze riguardano il riassetto della viabilità a seguito dell’inserimento della nuova pista fra autostrada e rete urbana della Piana di Sesto. Soluzioni migliori possono essere studiate, sempre però con relativo aumento dei costi. Al punto 10 si mette in evidenza come la nuova pista metterebbe in crisi non solo l’attuale assetto del territorio, ma in particolare gli sviluppi già programmati del Polo Scientifico fino alla compiuta realizzazione delle strutture didattiche e tecnologiche previste (e finanziate). L’ultima osservazione riguarda la “difformità del progetto presentato per la VIA rispetto al PIT della Regione Toscana e alle prescrizioni presentate in sede di VAS”. E dunque “se ne desume che il progetto di qualificazione dell’Aeroporto di Firenze non può essere ritenuto assentibile in questa sede” Le conclusioni sono drastiche: “Alla luce di tutto quanto rilevato, si ritiene che, già sin d’ora, nella procedura di valutazione dell’impatto ambientale relativa al progetto siano rilevabili evidenti profili di illegittimità tali da giustificare un parere negativo da parte dell’Autorità competente”. Come sono state accolte le osservazioni dell’Università? Con sufficienza, naturalmente: lasciamoli dire, tanto poi si adegueranno; ne terremo conto come prescrizioni da affrontare in sede di esecutivi. Del resto anche l’Università, che nel frattempo ha eletto il nuovo Rettore, non si è fatta più sentire. Lanciato il sasso, ritirata la mano? Viene da pensare che siano state offerte adeguate contropartite, se vogliamo pensar male. Ma noi vogliamo pensar bene: crediamo che i colleghi che hanno esaminato e demolito il progetto della nuova pista siano davvero i migliori esperti scientifici su questi temi. Certo, Ilaria Agostini è urbanista, come Paolo Baldeschi, Tomaso Montanari è storico dell’arte: io poi sono un geografo esperto di paesaggi e cartografia. Ma sappiamo riconoscere un discorso scientifico da un minestrone politico-affaristico, quale il progetto della nuova pista. Credetemi, alla mia età posso ben dire di aver 10

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− l’integrazione del sistema aeroportuale fiorentino con lo scalo pisano attraverso forme di coordinamento operativo, e gestionale delle infrastrutture e dei servizi; − la qualificazione dell’aeroporto con funzioni di cityairport nell’ambito del sistema aeroportuale toscano, migliorandone la funzionalità;”

visto cose che voi umani …: una pista sulla vetta della Calvana (1963, qualcuno la prendeva sul serio), un’altra a San Giorgio a Colonica vicino a Poggio a Caiano (1965, ma disturbava la ciminiere dei lanifici di allora). Ma il tempo porta consiglio, e la soluzione piano piano è venuta da sola, in un certo senso: l’aeroporto c’è già ed è quello di Pisa che una volta si chiamava di San Giusto. Negli anni Settanta si poteva fare il check-in a Santa Maria Novella e arrivare in treno fin dentro l’aeroporto. Troppo comodo. In seguito hanno fatto di tutto per smantellare i collegamenti ferroviari, fino a eliminare il raccordino stazione di Pisa – aeroporto per sostituirlo in futuro con un cosiddetto people-mover, tanto per evocare qualcosa di molto moderno. La soluzione ci sarebbe: ristabilire il collegamento ferroviario delle città toscane (non solo Firenze) con l’aeroporto Galilei, investire sulla rete del ferro che non serve solo i Vip ma anche i pendolari.

Rifiuti: note critiche su schema di decreto applicativo art. 35 c.d. “Sblocca-Italia” di AA.VV.

Lo schema di Decreto è costruito in modo da valutare le “necessità di ulteriore capacità di incenerimento” nelle diverse aree. Il documento presenta diversi errori, sia concettuali che fattuali. A) sul piano generale (errore di impostazione concettuale): lo Schema di Decreto presuppone di volere rispondere alle criticità presenti sul territorio nazionale, onde evitare procedure di infrazione per mancato rispetto delle Direttive. Ci si riferisce, con ogni evidenza, alla Direttiva 99/31 sulle discariche, ed in particolare al mancato rispetto (in alcune parti del territorio nazionale) dell’obbligo di pretrattamento, sancito dall’art. 6, punto a) (“solo il rifiuto trattato viene collocato in discarica”, obbligo poi ripreso dal Dlgs. 36/03 di recepimento della Direttiva). Il problema è che lo Schema di Decreto assume che tale obbligo vada rispettato mediante sistemi di trattamento termico, e che il rifiuto urbano residuo (RUR) debba dunque passare attraverso sistemi di incenerimento (o co-incenerimento): questo non è condivisibile, né corretto, in quanto non c’è nulla che attesti un tale obbligo nelle Direttive UE, ed esistono invece altri sistemi di pretrattamento B) nel merito tecnico (errori e distorsioni fattuali) tanti passaggi di calcolo sono errati, artificiosamente errati, ed al solo scopo strumentale di massimizzare il calcolo delle necessità di ulteriore incenerimento. Tra le distorsioni di calcolo ed assunti erronei fondamentali elenchiamo:

Note [1] “Gli aeroporti sono conformi ad almeno uno dei seguenti criteri: a) per gli aeroporti adibiti al traffico passeggeri il volume totale annuo del traffico passeggeri è almeno pari allo 0,1 % del volume totale annuo del traffico passeggeri di tutti gli aeroporti dell’Unione, a meno che l’aeroporto in questione si trovi fuori da un raggio di 100 km dall’aeroporto più vicino appartenente alla rete globale o fuori da un raggio di 200 km se la regione nella quale è situato è dotata di una rete ferroviaria ad alta velocità;. b) per gli aeroporti adibiti al traffico merci il volume totale annuo del traffico merci è almeno pari allo 0,2 % del volume totale annuo del traffico merci di tutti gli aeroporti dell’Unione.” [2] “Articolo 5 bis. Obiettivi strategici per la qualificazione Aeroporto di Firenze-Peretola Sulla base del quadro conoscitivo, con riferimento all’intervento di qualificazione dell’aeroporto di Firenze-Peretola, il presente masterplan individua i seguenti obiettivi strategici: − l’aumento dei livelli di competitività del territorio regionale, con particolare riferimento all’area metropolitana, in coerenza con la programmazione regionale; LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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vanno dunque in detrazione al computo delle necessità complessive di incenerimento, sono largamente sottostimati, essendo basati sui dati 2013 che non tengono conto degli effetti incrementali determinati dal “Decreto Clini” - nell’ultimo biennio, soprattutto, non si prevedono assolutamente scenari operativi alternativi, come gli impianti a freddo con recupero di materia (cosiddette “Fabbriche dei Materiali”) che non solo sono praticabili e praticati, anche per la riconversione di vecchi impianti di TMB (per i quali lo Schema di Decreto assume invece la continuazione della produzione di CSS), ma si stanno diffondendo nelle programmazioni locali in molte parti d’Italia in modo da rispondere da subito all’obbligo di pretrattamento, farlo secondo declinazioni virtuose e rispettose della primazia del recupero materia, farlo con minore impegno di risorse finanziarie per unità di capacità operativa installata (i costi di investimento specifici di tali impianti sono di 300-500 Euro/t.anno, contro 1000-1500 Euro/t.anno necessari per gli impianti di incenerimento) il che consente di riservare maggiori risorse alla attivazione dei sistemi di RD ed all’impiantistica dedicata al riciclo ed al compostaggio, mantenere flessibilità nel mediolungo termine, grazie alla convertibilità di tali impianti a trattare materiali da RD, il che consente di accompagnare la crescita delle raccolte differenziate e la minimizzazione progressiva del RUR C). C) infine, e questo è il maggiore difetto di analisi dello Schema di Decreto (errore di prospettiva), non si prendono neanche in minima considerazione gli scenari incrementali di recupero materia attualmente in discussione a livello UE, nel corso del dibattito sulla “Economia Circolare”; scenari che con ogni probabilità porteranno ad un aumento degli obiettivi di recupero materia (70% rispetto all’attuale 50%, assunto dallo Schema di Decreto). Evidentemente, la cosa non potrà coesistere con una situazione di infrastrutturazione “pesante”, come previsto dallo Schema di Decreto, mediante impianti che richiedono alimentazione con flussi di RUR garantiti per 20-30 anni. Questo sarebbe lo stesso errore fatto negli anni ’90 dai Danesi, che tuttavia

- si assume il conseguimento del 65% di RD (e non un decimo di percentuale di più, come se tale livello fosse il livello massimo e non minimo di RD previsto dalle disposizioni nazionali; sappiamo invece che ulteriori scenari virtuosi e livelli incrementali di RD si aprono sempre, quando si consolidano schemi basati su RD porta a porta e tariffazione puntuale) - non si tiene conto di quei Piani Regionali che già da tempo prevedono comunque obiettivi di RD superiori, ed in certi casi (es. Veneto) marcatamente superiori al 65%: le Regioni verranno costrette a rivederli al ribasso? - non vengono minimamente considerati gli effetti quantitativi di programmi di prevenzione/riduzione del rifiuto (si assume solo una “invarianza del quantitativo di RU”), che sono però resi obbligatori dalla Direttiva 2008/98, art. 29 (la citazione delle Direttive da parte del documento è dunque decisamente sbilanciata, e l’impianto del documento stesso ci mette a rischio infrazione quando invece dichiara di volerle evitare), dallo stesso Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti, incluse le indicazioni fornite dal Comitato Tecnico Scientifico per l’attuazione del Programma Nazionale di Prevenzione viene impropriamente computata una necessità di incenerimento del 10% dei materiali da raccolta differenziata, quando le percentuali di scarti, nei modelli domiciliari (quelli di riferimento per il conseguimento degli obiettivi nazionali di RD e soprattutto per quelli incrementali ora in discussione nell’ambito del dibattito su Economia Circolare a livello UE) sono inferiori, a volte marcatamente inferiori, non tutti gli scarti da attività di riciclaggio sono inceneribili (es. scarti da vetrerie), gran parte degli scarti inceneribili sono anche, in modo più coerente con le gerarchie UE, e con migliore profitto economico, riciclabili (es. plastiche eterogenee) si assume una produzione del 65% di CSS dagli impianti di pretrattamento (dato artificiosamente al rialzo, rispetto alla realtà degli stessi impianti di preparazione CSS, che pure non rientrano nelle strategie che noi condividiamo) - pur non condividendo noi la strategia del coincenerimento, occorre rilevare che gli stessi quantitativi avviati a co-incenerimento, che LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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se ne sono accorti e non a caso hanno adottato una strategia nazionale di gestione delle risorse che prevede ora una “exit strategy” dall’incenerimento al grido di “ricicliamo di più, inceneriamo di meno”.

Le dieci cose da sapere sul nuovo inceneritore di Firenze

Nota di Rilascio Come esperti e ricercatori che agiscono in supporto alle campagne per una evoluzione virtuosa dei sistemi di gestione dei materiali post-consumo, secondo le direttrici di una strategia Rifiuti Zero ed in coerenza con la visione di una Economia Circolare, ci è stato chiesto di predisporre alcune note di valutazione critica dello Schema di Decreto applicativo dell’art.35 del cosiddetto “Sblocca-Italia”, fornendo al contempo evidenze e valutazioni sugli errori fattuali e concettuali dello stesso. Questa nota è il prodotto delle riflessioni da noi condivise, e viene messa a disposizione di chi, decisore, attivista, amministratore, cittadino che ha a cuore il tema, intende informare in modo corretto il dibattito locale, e stimolare la formazione di posizioni istituzionali (a partire dalle Regioni, destinatarie della proposta di Decreto) avverse allo schema di Decreto, e concordi con i principi di sostenibilità e beneficio economico e sociale alle comunità locali. Gli estensori della nota mettono a disposizione la stessa per tutte le azioni e valutazioni di conseguenza, e sono disponibili per gli eventuali approfondimenti.

In dieci punti tutto ciò che non torna nella narrazione delle pubbliche amministrazioni in merito alla costruzione del nuovo inceneritore di Case Passerini a Firenze. Sapevate, ad esempio, che per il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) riciclare consente di occupare un numero 10 volte maggiore di persone rispetto all’incenerimento di quella preziosa risorsa che sono i rifiuti? Leggeteli, indignatevi, attivatevi e fate conoscere a chi vi è vicino i buoni motivi per sostenere le campagne dei cittadini organizzati a favore di una virtuosa gestione attraverso la Strategia Rifiuti Zero.

di Gian Luca Garetti attivo in Medicina Democratica e perUnaltracittà

1) «Andiamo avanti. Penso che l’inceneritore sia un’opera utile, non farà male ai cittadini, ma sarà utile anche all’ambiente» con queste parole il sindaco di Firenze e presidente della Città metropolitana, Dario Nardella, benedice il nuovo impianto di Case Passerini (7 agosto 2015). Una tipica azione di greenwashing, cioè spacciare per sostenibile/utile l’incenerimento quando non è affatto sostenibile per la salute, per l’ambiente, per l’economia ed è invece utile solo a Qtermo spa (Quadrifoglio più Hera) la società che lo gestirà. In Toscana, non c’è nessuna emergenza rifiuti, li stiamo addirittura importando dalla Regione Calabria e dalla Regione Liguria. 2) Il primo ministro Matteo Renzi lancia un Piano che prevede 12 nuovi inceneritori in Italia (2 in Toscana da 150.000 t/anno), con uno schema di decreto ai sensi dell’art.35 dello “Sblocca italia”, da far approvare a settembre dalla Conferenza Stato-Regioni. ignorando i trend in atto (riduzione consumi, riduzione imballaggi, aumento raccolta differenziata, innovazione tecnologica per recupero di materia) che fanno diventare “rifiuti zero in discarica” non più uno slogan utopistico ma piuttosto una frontiera raggiungibile. Pregustano lauti guadagni le multiutility A2A, Iren, Hera, Acea. 3) Con le raccolte differenziate che superano l’80% – ove siano attuate come di dovere e non come a

Natale Belosi - Coordinatore Scientifico Ecoistituto di Faenza Agostino Di Ciaula - Medico, Coordinatore Comitato Scientifico ISDE Enzo Favoino - Scuola Agraria del Parco di Monza, Coordinatore Scientifico ZWE – Zero Waste Europe Beniamino Ginatempo - Professore Ordinario di Fisica, Università di Messina Andrea Masullo - Ingegnere Ambientale, Direttore Scientifico Greenaccord Piergiorgio Rosso - Ingegnere Esperto Sistemi Industriali Federico Valerio - Chimico Ambientale.

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diventa un metodo di diffusione incontrollata di pericolosi inquinanti persistenti, cancerogeni, mutageni (diossine, furani, metalli pesanti, IPA) nell’ambiente. (Di Ciaula A and Gentilini P. Utilizzo delle scorie da incenerimento di rifiuti e rischi per la salute e l’ambiente. Professione & Clinical Governance 2011;6:7.). 7) L’inceneritore fiorentino avrà ripercussioni negative sulla salute dei cittadini, in particolare dei bambini. L’origine di molte patologie cronico/degenerative tipiche dell’età adulta è da ricondursi ad esposizioni ad agenti inquinanti durante la vita intrauterina (Gluckman PD, Hanson MA, Cooper C et al. Effect of in utero and early-life conditions on adult health and disease. New England Journal 2008;359:61-73). Non si è voluto istruire una nuova VIS, non si è valutata la pressione combinata del nuovo aeroporto e dell’inceneritore, che avrà pure un impatto negativo, sul sistema delle zone umide facenti parte della Rete Natura 2000, zone di grande interesse naturalistico. 8) Questo inceneritore emetterà inquinanti che possiedono azione tossica, mutagena, cancerogena. Molte di queste sostanze sono anche interferenti endocrini, sono persistenti e bioaccumulabili, entrano nella catena alimentare e sono trasmissibili alle future generazioni. Quindi ci saranno ricadute neoplastiche e non neoplastiche sulle popolazioni interessate, specie sui bambini. Vedi l’ampia letteratura scientifica su Progetto Ambiente e Tumori, AIOM: 2011, e su La gestione sostenibile dei rifiuti solidi urbani, Isde Italia: 2015 9) Il rispetto dei limiti di legge delle emissioni al camino non significa affatto non avere alcun effetto sulla salute. Si sta parlando di un micidiale cocktail di diossine, furani, PCB, metalli pesanti, particolato ultrasottile, per i quali, molto più delle concentrazioni di emissione normalizzate per m3 di fumi al camino, conta la quantità totale di inquinanti emessi per unità di tempo, che sono responsabili dei processi di bioaccumulo nel lungo periodo. 10) “Il riciclo è meglio dell’incenerimento“, rispetto ai gas clima alteranti (The dirty truthsincineration and climate change, Friends of the Earth, Eunomia), così “riciclare e compostare è

Firenze – non rimane che il Rifiuto urbano residuo (RUR), ovvero quanto resta a valle del processo di differenziazione. Ma non esiste nessun obbligo di incenerimento del RUR, nessuna direttiva UE che lo giustifichi. Dal RUR è possibile estrarre ancora molti materiali riciclabili, per cui non c’è alcuna giustificazione per l’incenerimento. Intanto, mentre si programmano nuovi inceneritori, infuria la lotta contro gli impianti di riciclaggio: 18 roghi dolosi negli ultimi due mesi. Cui prodest? (vedi punto due). 4) L’inceneritore di Firenze non chiuderà affatto il ciclo dei rifiuti dell’ATO Toscana Centro, come vorrebbe far credere la retorica dei vari greenwashers, perché produrrà tra 30.000 e 50.000 tonnellate/anno di ceneri e scorie, di cui non si vuol dichiarare la destinazione. Per cui avremo dipendenza da discariche per rifiuti pericolosi, conseguente riduzione dell’autosufficienza dell’ATO e diffusione di inquinanti tossici e persistenti nell’ambiente. Per le criticità ambientali e sanitarie conseguenti alla ‘valorizzazione dei residui’, vedi quanto scritto da Isde Italia nel documento intitolato “La gestione sostenibile dei rifiuti solidi urbani” uscito lo scorso 15 agosto. 5) L’inceneritore di Firenze non può fare a meno delle discariche. La frazione delle ceneri cosiddette leggere, circa 9.000 tonnellate/anno, considerate rifiuto pericoloso, dovranno essere collocate in discariche idonee all’estero. Ma è in corso una ri-classificazione dei residui solidi degli inceneritori, che potrebbe diminuire l’autosufficienza dell’ATO e comportare ingenti costi aggiuntivi, che ovviamente ricadrebbero sui cittadini. La Città Metropolitana di Firenze, nella Conferenza dei Servizi del 6 agosto 2015, anche su questo problema, ha lasciato carta bianca a Qtermo spa. 6) “Se si vuol ridurre al minimo l’impatto ambientale nella gestione di un inceneritore si devono inviare tutti i residui da incenerimento a discarica“, S.Larini su www.inforifiuti.com. Questo perché l’alternativa alla discarica, il cosiddetto riciclo/valorizzazione dei residui solidi nell’edilizia (cioè la produzione di materiali, come cemento, mattoni, argilla espansa e manufatti) LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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chimica di combustione in cui i rifiuti, la “monnezza”, bruciano in presenza dell’ossigeno e, guarda caso, le sostanze che si producono non scompaiono, non si trasferiscono nell’iperuranio, ma restano, qui sulla nostra testa, sulla nostra Piana fiorentina, sotto forma di polveri, composti chimici altamente pericolosi e cancerogeni, anidride carbonica e migliaia di altri composti di cui difficilmente si potrà prevedere la composizione visto che l’ambiente della reazione non è controllabile. Il 70% della “monnezza” si trasformerà quindi in aria sospesa sulle nostre case o sarà trasportano in aree limitrofe a seconda della circolazione locale dei venti. Il restante 30% si trasformerà in ceneri, il cui contenuto di inquinanti, metalli pesanti, ecc., sarà molto concentrato e che comunque saremo costretti a smaltire e spero a non dover riciclare, come Gatteschi afferma. Per esempio, su 100 tonnellate di rifiuti bruciati, l’impianto di Case Passerini molto probabilmente produrrà 30 tonnellate di ceneri pericolosissime (dove le mettiamo?) e ben 70 e passa tonnellate di scarichi e fumi che il camino disperderà nell’atmosfera. Il tanto decantato bosco della Piana – vera operazione di greenwashing per i fautori dell’inceneritore – potrà mai mitigare un simile impatto? La barbara e micidiale pratica dell’incenerimento non chiude il ciclo dei rifiuti, ma li trasforma nella speranza che diventino invisibili, ma sempre “monnezza” restano, “monnezza” saremo costretti a respirare, “monnezza” saremo costretti a mangiare. Come le persone più avvedute sanno, i migliori rifiuti sono quelli non prodotti. Nostro compito è quello di superare il modello distruttivo di società dell’”usa e getta” e di considerare i rifiuti come materie prime seconde da utilizzare per innumerevoli nuovi cicli di impiego. In tutto il mondo si chiama Strategia Rifiuti Zero, è adottata da innumerevoli metropoli, ma a Firenze si sa, a volte in politica ultimamente è utile essere provinciali, approssimativi e lontano dalla modernità.

meglio che incenerire” (Executive Summary di Waste management options and climate change, UE) – rispetto all’occupazione riciclare da un numero 10 volte maggiore di posti di lavoro (UNEP. Towards a Green Economy: pathways to sustainable development and poverty eradication. Vol. ISBN: 978-92-807-3143-9.; 2011). L’energia elettrica ottenuta dall’inceneritore, è una quota del tutto marginale, nel 2013 ha rappresentato solo l’1,4% rispetto alle altre fonti.

Rifiuti, se il Pd non conosce il principio di Lavoisier di Antonio Fiorentino docente di Chimica, attivo in perUnaltracittà

Il dibattito sull’impiego degli inceneritori, sollecitato dalle vicende fiorentine e meritevolmente ospitato da la Repubblica e a cui hanno contribuito le ottime Mamme No Inceneritore con la lettera aperta al sindaco Nardella intitolata “Accettiamo la sfida del progresso, non costruendo l’impianto“, molto spesso avviene sulla base di considerazioni approssimative o addirittura antiscientifiche, cosicché le conclusioni cui si perviene spesso peccano di ignoranza se non di mala fede. Affermare che l’incenerimento dei rifiuti, come fa Sergio Gatteschi del Partito Democratico (partito dell’incostituzionale Salva Ilva) nel suo intervento “Quattro motivi per dire sì all’inceneritore”, è una pratica virtuosa che consente di chiudere il ciclo dei rifiuti per consegnare un pianeta migliore ai nostri figli mi fa sobbalzare sulla sedia e mi costringe a tirare fuori dal cassetto delle conoscenze del liceo il buon vecchio Lavoisier e il suo Principio di conservazione della massa. Come tutti noi abbiamo studiato, ma sembra che Gatteschi abbia dimenticato, sappiamo che in natura nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Legge universale con la quale non si può non concordare. L’incenerimento dei rifiuti, in qualsiasi quantità, urbani o industriali, secchi o umidi, materie plastiche o organiche, ecc., è una reazione

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Palazzo Vecchio: Scuola dell’Infanzia, ancora un appalto sulla pelle dei lavoratori

si interpongono tra il reale datore di lavoro (il Comune in questo caso) e il lavoratore. L’USB ribadisce che una situazione del genere è inaccettabile, e chiede a gran voce che, come già successo a Bologna e ad Arezzo, il Comune faccia un passo indietro ed assuma direttamente le insegnanti della scuola dell’infanzia. Altri sindacati hanno preventivamente siglato intese con le cooperative che hanno vinto il bando, anche se i lavoratori ancora non sono stati di fatto assunti. Noi invece vogliamo che siano i lavoratori stessi a rivolgersi al sindacato e a scegliere insieme al sindacato la strada migliore per far valere i propri diritti, perché non c’è sindacato che non parta dai lavoratori! Perché non siamo sudditi, siamo cittadini e insieme siamo invincibili.

di USB Firenze, Unione Sindacale di Base

E’ arrivato settembre ed è venuto il momento di fare i conti con la riforma delle scuole dell’infanzia fiorentine, che tanto ha fatto discutere nei mesi passati. Purtroppo dobbiamo constatare che i timori espressi qualche mese fa e che hanno dato vita ad accese polemiche e a molte partecipate manifestazioni ignorate completamente dai palazzi del potere, si sono avverate: 56 sezioni della scuola comunale dell’infanzia, di fatto nel pomeriggio non saranno più scuola. Sono state appaltate le ore pomeridiane ai privati e le cooperative che hanno vinto il bando non applicheranno un contratto valido per i docenti, ma il contratto delle cooperative sociali inquadrando il personale nel profilo di educatore. Questo significa due cose: assunzione di personale qualificato, con esperienza e abilitato che però viene demansionato e sottopagato (650-700 €). E che i bambini e le bambine delle sezioni interessate il pomeriggio non faranno scuola,ft ma qualcosa che scuola non è, perché manca la figura professionale che della scuola è il perno: l’insegnante. In più i lavoratori e le lavoratrici che accetteranno questo lavoro non potranno neanche avere un punteggio nella graduatoria delle insegnanti. Non si può fare a meno di dire che avevamo previsto le gravi falle di questo sistema, pubblicizzato dall’Amministrazione come il migliore che ci sia, ma che in realtà nasconde una nuova fabbrica di precari, differenze tra lavoratori e oggi per la prima volta anche tra fruitori, perché i bambini e le bambine delle 56 sezioni appaltate non faranno scuola nel pomeriggio, come tutti gli altri. Ma soprattutto nasconde la vera grande piaga odierna della pubblica amministrazione: l’appalto, che non serve a risparmiare ma solo a prendere la giusta retribuzione di un onesto lavoratore e dimezzarla, per far arricchire i soggetti terzi che

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L’altra faccia della Leopolda di Moreno Biagioni Comitato per la Rinascita della Leopolda

Matteo Renzi ha reso celebre in tutta Italia la Leopolda con le sue iniziative di grande effetto scenico, tutte “chiacchiere e lustrini”. Proprio da questo luogo, un mix di memoria storica (la stazione ferroviaria del Granduca Leopoldo) e di eventi contemporanei (la moda, le rassegne musicali etc.), il piccolo Caudillo ha preso slancio per il suo percorso politico da Firenze a Palazzo Chigi. Ma la Leopolda, dietro il proscenio sfavillante, ha anche un’altra faccia, in cui predominano incuria e degrado, proprio a ridosso del Teatro dell’Opera, il Nuovo Teatro Comunale, ancora incompiuto (punto centrale di quello che dovrebbe diventare il Parco della Musica). Passano i sindaci – a Renzi è seguito Nardella – ma il degrado che caratterizza “l’altra faccia della Leopolda” è ancora ben presente, senza peraltro che si prospettino soluzioni adeguate. Eppure sia per Renzi che per Nardella risulta prioritaria la lotta senza quartiere ai lacci ed ai lacciuoli posti dalla burocrazia e dalle lungaggini amministrative (o i lacci e lacciuoli che essi intendono eliminare sono soltanto quelli che 16

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riguardano le imprese, e che spesso coincidono con i diritti di chi lavora?).

Comitato per la Rinascita della Leopolda – ed hanno denunciato la situazione, fatto assemblee, incontri in Palazzo Vecchio, sopralluoghi insieme agli amministratori, raccolto firme su petizioni, richieste, proposte, messo in atto varie forme di protesta. Ma le questioni principali che essi ponevano e pongono rimangono irrisolte, né vengono indicati dei tempi certi per la loro soluzione. Occorre, ovviamente, eliminare il degrado, ma anche sanare una condizione che vede la mancanza di luoghi di aggregazione, di servizi, di spazi verdi adeguati. Non devono più esistere due Leopolde, quella luccicante di Renzi ed un’altra (“l’altra faccia della Leopolda”) in stato di abbandono. La zona denominata Leopolda deve essere un tutt’uno e costituire una parte, piccola ma importante, della città, sia dal punto di vista culturale (va portato a termine, finalmente e davvero, al di là delle varie inaugurazioni parziali, il Parco della Musica), che nell’ottica abitativa ed urbanistica (dopo anni di latitanza delle istituzioni, si impone la realizzazione di un ambiente che ponga al primo posto la qualità della vita di chi vi abita).

Uno stato di abbandono Scendiamo allora nel merito del caso della Leopolda (quella dietro le quinte). E’ possibile che una zona abitata da migliaia di persone viva da oltre 5 anni in uno stato di abbandono e che le indispensabili opere di urbanizzazione (il completamento di una piazza, i collegamenti stradali, la realizzazione degli spazi verdi previsti, l’illuminazione, la realizzazione di una pista ciclabile e di un minimo di arredo urbano – cestini, panchine -) siano rinviate di anno in anno, con un degrado (dovuto anche allo stato di abbandono in cui versano i capannoni, ancora delle Ferrovie, al di là dei binari), che progressivamente porta ulteriore degrado e insicurezza? E’ accettabile che l’area accanto a piazza Bonsanti, destinata all’edificazione da una lottizzazione poco attenta alla qualità della vita (altrimenti sarebbe stata destinata a verde e non ad accrescere il cemento), sia oggi un terreno incolto, da bonificare, sempre più assimilabile ad una discarica? E che mentre si facevano, tre anni fa, turni notturni di lavoro per portare a parziale compimento il Teatro (in modo da giustificare la prima inaugurazione) e successivamente si sono avuti turni continui per finire nei tempi previsti la grande piazza davanti al Teatro stesso, rimanga nella sua condizione di eterno cantiere lo spazio a 100 metri di distanza? In che modo un’amministrazione opera a favore della cittadinanza, se non è in grado di far effettuare alle ditte costruttrici, a cui spetterebbero [la CEPA, poi fallita, il Consorzio ACLI/Giotto] o di effettuare essa stessa, le indispensabili opere di urbanizzazione? Oppure esistono cittadini di serie B, ed anche Z, che hanno minori diritti e che non vengono minimamente ascoltati quando presentano le loro richieste e le loro proposte al Comune?

Un’urbanistica al servizio di venditori (di terreni) e costruttori Dalle vicende, tutto sommato assai limitate, di una piccola zona di Firenze è possibile trarre alcune indicazioni su quella che è stata, e continua ad essere, la politica urbanistica del Comune di Firenze (e, più in generale, ai criteri che hanno impostato le politiche urbanistiche nella maggior parte delle città) durante gli ultimi decenni. La zona denominata Leopolda è sorta sui terreni delle Ferrovie (un tempo c’erano delle officine per la riparazione di locomotive e vetture) messi in vendita dall’Azienda e resi disponibili per nuove edificazioni dal piano di urbanizzazione comunale redatto al tempo della giunta Domenici, con Gianni Biagi Assessore all’Urbanistica. Il piano prevedeva lo sviluppo di strutture abitative, e quindi l’arrivo di centinaia e centinaia di abitanti, senza individuare alcuno spazio per servizi sociali, con il verde ridotto ai minimi termini delle aiuole spartitraffico e di alcuni fazzoletti di terra fra un edificio e l’altro.

Il Comitato per la Rinascita della Leopolda In effetti le persone che abitano alla Leopolda, dopo aver portato a lungo pazienza, si sono organizzati, da circa tre anni, in un Comitato – il LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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Ne viene fuori una prima considerazione: l’Amministrazione, nel predisporre i propri interventi di pianificazione urbanistica, ha presenti in primo luogo gli interessi dei venditori dei terreni e dei costruttori, mentre le esigenze della cittadinanza (di avere un ambiente dotato di servizi e di verde) rimangono sullo sfondo, magari per essere citate nelle relazioni che accompagnano i piani. Ma il prevalere di tali interessi non si limita alla fase della pianificazione.

tanti anni e che sta nei poteri del Comune non rinnovare la concessione e definire, con una variante, una diversa destinazione dell’area. Il ricorso all’utilizzo della cauzione per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione a carico della CEPA, divenuto obbligatorio dopo il suo fallimento, ha comportato oltre un anno di trattative con l’Assicurazione (trattative che non si sono ancora concluse). Altro che eliminazione dei lacci e lacciuoli quando si tratta di dare risposte concrete alle esigenze della cittadinanza! Sull’altro costruttore che dovrebbe provvedere alle opere di urbanizzazione, il Consorzio ACLI/Giotto, l’Amministrazione, sempre a detta dei tecnici a cui l’Assessora demanda le risposte, vuole esercitare una “moral suasion” (ma visto che sono anni che tale opera di persuasione è in atto e che i risultati non sono stati certo significativi, non c’è molto da sperare per il futuro).

Le opere di urbanizzazione Ai costruttori spettano le opere di urbanizzazione, ma le abitazioni vengono messe in vendita prima che tali opere vengano realizzate (è quello che si è verificato nella zona Leopolda, ma non credo che sia un caso isolato). Cosicchè quando le case cominciano ad essere abitate le opere di urbanizzazione sono ancora ben lontane dall’essere completate. Nella situazione della Leopolda ciò continua ad essere realtà a distanza di 5 anni da quando l’ultimo palazzo è stato finito. L’Amministrazione, così sollecita nel garantire i diritti di edificazione garantiti dalla pianificazione urbanistica, si mostra impotente di fronte alle inadempienze dei costruttori. In tutto ciò si registra una notevole continuità di comportamenti fra la Giunta Domenici e quelle che l’hanno seguita.

I progetti di sviluppo oltre la ferrovia Il destino della Leopolda è strettamente collegato ai progetti urbanistici riguardanti gli spazi oltre i binari, quelli ancora in possesso delle Ferrovie. Dai primi elementi che abbiamo si tratterà di un’ulteriore processo di cementificazione, fra l’altro, con edifici molto alti. L’Amministrazione si era impegnata ad un’ampia consultazione sui suoi progetti, ma per ora si sono avuti continui rinvii delle date previste al riguardo. Se il confronto non sarà solo d’immagine – com’è stato nell’operazione “cento luoghi” -, sarà necessario battersi per cercare di ridurre i volumi previsti, e le altezze degli edifici, per garantire il collegamento con Le Cascine, per recuperare nei nuovi spazi le strutture socializzanti e per i servizi sociali che mancano completamente nella zona della Leopolda. Tali posizioni potranno essere portate avanti dal Coordinamento delle realtà di base esistenti nell’area Porta a Prato-San Jacopino, di cui il Comitato per la Rinascita della Leopolda fa parte. E’ soltanto sulla base di progetti costruiti in modo partecipato, quindi insieme alla cittadinanza, che si potrebbe operare una svolta nella politica urbanistica comunale, facendo della Leopolda e dell’area oltre la ferrovia un virtuoso intreccio di

Risposte politiche, risposte tecniche Ultimamente, di fronte alla richiesta del Comitato che l’Amministrazione provveda a sanare un difetto di partenza riconvertendo a verde l’area su cui non è stato costruito l’edificio previsto a causa del fallimento della CEPA, la ditta costruttrice, l’Assessora all’Urbanistica Elisabetta Meucci (oggi Consigliera regionale) aveva detto di essere politicamente d’accordo, salvo poi passare la parola ai tecnici che hanno invece messo in evidenza l’impossibilità di procedere in tal senso. Ma il Sindaco non dovrebbe avere anche funzioni volte a tutelare la salute e la sicurezza delle persone? Va sottolineato che la realizzazione dell’immobile in questione si basava su una convenzione con il Ministero dell’Interno probabilmente non più in funzione a distanza di LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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A 71 anni dalla Liberazione la mappa con gli eccidi nazifascisti a Firenze e dintorni

funzioni culturali, ambientali, residenziali e dando così vita ad una cerniera attiva e vitale fra la zona centrale e la parte ovest di Firenze. Per un’urbanistica non più non più solo al servizio dei venditori (di terreni) e dei costruttori.

di Cristiano Lucchi giornalista e mediattivista

Oltre sessanta luoghi mappati a Firenze e dintorni. Per ognuno di essi un eccidio compiuto dai nazifascisti durante la lotta partigiana per la Liberazione. Oltre sessanta storie collettive, che hanno provocato centinaia di vittime oggi ricordate da un’infografica multimediale ricca di informazioni a scopo divulgativo. La mappa storica interattiva, intitolata “1944: Geografia degli eccidi nazifascisti a Firenze e dintorni”, è visibile alla pagina http://goo.gl/LJLLps è prodotta dalla rivista “La Città invisibile” insieme al giornale l’Altracittà della Comunità delle Piagge. La mappatura è centrata sugli eventi dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, in particolare tra l’aprile e l’agosto del 1944 quando tutta la Toscana fu teatro della “ritirata aggressiva” dell’esercito tedesco compiuta per bloccare l’avanzata degli Alleati prima degli Appennini tosco-emiliani. Si apre la fase delle stragi di civili e l’annientamento di intere comunità, culminata negli eccidi di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, ma costellata di sanguinosi episodi di rastrellamenti, rappresaglie, “punizioni” esemplari, che hanno interessato praticamente la totalità del territorio toscano, come del resto dell’Italia centrale. Una lunga e continua scia di violenza e di sangue di cui è necessario mantenere viva la memoria, insieme a quella della resistenza partigiana e delle popolazioni civili. In questi mesi i partigiani toscani, e fiorentini nel merito, si organizzarono e riuscirono a costo spesso della vita, a cacciare l’invasore nazista dalle proprie città e campagne; un’invasore sempre accompagnato, va ricordato, dalle armi e dalle infamie dei fascisti italiani della Repubblica Sociale Italiana. La maggior parte dei dati raccolti proviene dagli studi pubblicati dalla Regione Toscana nel portale Storie e memorie del Novecento. In particolare le

Brigata Sinigaglia... Sempre Presenti di Antifascisti/e, Parenti e Partigiani della Brigata Sinigaglia

C’è chi decise di tradire mettendosi al servizio dell’occupante nazista e di repubbliche fantoccio complici dei peggiori eccidi che la nostra storia ricordi, di torturare, di sparare dai tetti della nostra città contro civili inermi. C’è chi decise di combattere per la libertà e la giustizia, per l’uguaglianza, in clandestinità, nelle città come nei boschi, convinto che solo assumendosi il peso della lotta si può sperare, oggi come ieri, in una società migliore. Abbiamo raccolto il loro testimone e al loro fianco continueremo a camminare verso la libertà. Tutte le iniziative si svolgeranno alla casina di Fontesanta: da San Donato in Collina (Bagno a Ripoli) seguire a destra per Parco di Fontesanta. Sabato 12 /9 - ore 15:00 camminata sui sentieri della resistenza dalla casina di Fontesanta verso Panzalla con arrivo al cippo della Marescialla - ore 19:00 al ritorno dalla camminata merenda - ore 20:00 cena - ore 20:30 spettacolo teatrale del gruppo Operina ribelle dal titolo “E come potevamo noi cantar” - ore 22:00 concerto con I canti radagi Domenica 13/9 - ore 11:00 appuntamento al cippo partigiano per i caduti della Brigata Sinigaglia in località Lonchio (Antella) con la presenza de Il coro del 900. A seguire il pranzo

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LE RUBRICHE

ricerche “Geografia delle Stragi” e “Azioni tedesche contro i civili in Toscana”. In alcuni casi sono state utilizzate fonti come l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, altri siti dedicati alla Resistenza in Toscana o Wikipedia. In particolare segnaliamo il grande lavoro di documentazione compiuto dal sito ufficiale della Federazione Regionale Toscana delle Associazioni Antifasciste e della Resistenza di cui fanno parte fra le altre ANPI, ANED e FIAP. La mappa “1944: Geografia degli eccidi nazifascisti a Firenze e dintorni” dispone di un codice aperto e gratuito che può essere richiesto per essere incluso nei siti di chi vorrà ospitarla. Se si registrassero degli eventi assenti dalla mappa è possibile inviare una segnalazione all’indirizzo info@perunaltracitta.org.

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Cultura sì, cultura no a cura di Franca Falletti storica dell'arte

Nomine ad personam di F.F.

Le recenti nomine dei nuovi direttori/managers dei venti musei ritenuti di maggior interesse dal Ministero dei Beni Culturali, già commentate con ampiezza e puntualità di argomenti in numerosi articoli fra cui si segnalano quelli di Tomaso Montanari, credo meritino anche una riflessione di taglio più politico. Perché ritengo che esse siano in primo luogo un atto politico che segue un preciso disegno i cui contorni vanno completandosi via via che l’attuale governo conclude le sue così dette “riforme”. Se ci chiediamo in cosa differiscano i nuovi direttori dai precedenti – lasciando perdere la questione dell’essere o meno italiani su cui merita tornare in altro contesto – siamo sicuri che non differiscono in quanto a maggior livello di competenza e di titoli posseduti, come è stato ampiamente dimostrato e come ci aspettiamo che venga ancor più ribadito se e quando verranno comunicati i nomi delle famose terne all’interno delle quali il Ministro ha operato la sua scelta. Aggiungiamo, semmai, che la maggior parte dei nominati non ha esperienza di direzione di grandi e complessi musei analoghi a quelli che si accinge a dirigere. Questi sono fatti e non si può ulteriormente cercare di celarli dietro le fanfare di una millantata grande innovazione. La vera grande differenza che resta è la seguente: i direttori precedenti erano funzionari di carriera, il che non significa che fossero dei burocrati con la testa quadra come vuol far credere il Ministro Franceschini, ma significa che avevano una posizione lavorativa tale da permetter loro di esprimere un parere anche quando contrario a quello del Ministero, facoltà che hanno esercitato più volte opponendosi (o quantomeno tentando di 20

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morfologiche e idrauliche adeguate, ma viene presto accantonata. C’è chi dice che toccasse la sensibilità e gli interessi di un politico, chi che costasse troppo per gli espropri. Fatto sta che non se ne fa nulla. A monte ci sono altre aree papabili. La migliore dal punto di vista morfologico e idraulico, è quella del campo di volo ma… dove starebbe una cassa d’espansione dell’Ombrone, viene costruito il nuovo ospedale: il luogo ha la conformazione di una vasca da bagno, a ridosso dell’argine del fiume, su di un terreno che quando piove sembra una palude, e che dialoga con la città attraverso la Breda e il raccordo autostradale. Nasce quindi l’esigenza di operare anche per la messa in sicurezza dell’ospedale, come sta scritto a chiare lettere sullo stesso progetto dei laghi Primavera. L’Autorità di Bacino del Fiume Arno individua e vincola, a monte del campo di volo, dieci aree dove è virtualmente possibile la realizzazione di casse di laminazione: viene scelta quella dei Laghi. Non è la migliore dal punto di vista idraulico, ma ha il vantaggio di non interessare terreni produttivi e quindi ridurre il costo dell’esproprio. Ha anche alcuni “difetti”, tra i quali quello di essere un’area di particolare interesse ambientale e sociale, molto frequentata dai pistoiesi, di trovarsi in corrispondenza di una zona dove la falda è particolarmente superficiale e che, con le oscillazioni causate dalla cassa, potrebbe creare problemi non trascurabili. Ma l’aspetto che anche i non esperti possono facilmente comprendere (comprendere come incomprensibile) è che l’area è posta sensibilmente a quota più alta dell’alveo dell’Ombrone, quindi il progetto prevede la lucida follia ingegneristica di realizzare uno sbarramento nel letto dell’Ombrone, cosicché durante le piene il flusso dell’acqua venga ostacolato ed il livello si alzi fino a consentire la tracimazione nelle aeree casse d’espansione. Inoltre il progetto – se letto con attenzione e non con la strumentale miopia di certi paladini della sicurezza idraulica miracolosa – mostra debolezze insostenibili, a partire dalla strana forma data allo sviluppo degli argini, anzi all’inviluppo degli argini che catturano un fabbricato residenziale imprigionandolo. Già, si tratta di un escamotage

opporsi) a decisioni che sulla base della loro competenza ritenevano dannose per le opere d’arte, soprattutto nel campo dei prestiti internazionali o degli interventi di restauro. Non diciamo nulla di nuovo se diciamo che il nostro Primo Ministro non ama perdere tempo con chi dissente e nemmeno più di tanto con chi chiede il dialogo e per eliminare questi fastidi, dopo essersi costruito un governo modellato con le sue mani, sta procedendo a sostituire anche nell’apparato pubblico (nei grandi musei esattamente come nella scuola, ad esempio) tutte le voci libere e potenzialmente dissenzienti, collocando ai vertici persone che siano debitrici a lui solo della loro posizione. Ecco a cosa è servita davvero la riforma dei venti musei: a fare sì che il nostro Ministro e chi lo comanda non debbano più trovarsi a discutere con direttori che non sono d’accordo con loro.

Pistoia l'altra faccia della Piana a cura di Antonio Fiorentino urbanista, attivo in perUnaltracittà

L’oscura vicenda dei laghi Primavera di Mauro Chessa, geologo

Prosegue la serie di interventi sui temi più scottanti della realtà pistoiese. In questo numero si fa riferimento alla temuta distruzione di un’area, quella dei Laghi Primavera, vera e propria oasi naturalistica a pochi passi dalla città, molto amata e frequentata dagli abitanti. È un luogo di grande diletto che potrà essere spazzato via da una cassa di espansione dell’Ombrone, resasi necessaria per compensare i volumi del Nuovo Ospedale costruito in area di allagamento del fiume! È in corso una mobilitazione e una raccolta di firme per bloccare l’inutile e dannoso intervento. La storia della cassa di laminazione dei laghi Primavera a Pistoia comincia in maniera oscura. In un primo momento, la localizzazione per una cassa d’espansione viene individuata molto a valle dei laghi: pare avere le caratteristiche

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per evitare l’esproprio e la demolizione di una colonica antica e di pregio, una bega da risolvere imbozzolandola dentro una convoluzione di muri di terra che neanche la fantasia di Carroll, l’autore di “Alice nel paese delle meraviglie”, avrebbe saputo disegnare. Ma la cosa più eclatante è l’assai dubbia efficacia di questo intervento per l’obbiettivo della messa in sicurezza della piana dalle frequenti alluvioni. I confronti pubblici, le discussioni nelle sedi istituzionali hanno costantemente evidenziato la debolezza, per non dire l’assurdità di quella scelta, se valutata con il raziocinio del rapporto costi/benefici. Persino le osservazioni presentate dalla Regione criticano aspramente la soluzione dei Laghi Primavera: il parere firmato nel dicembre scorso dal nucleo di valutazione regionale rileva «carenze documentali significative» nella progettazione, tanto che la Regione ha chiesto al Ministero di pretendere una lunga serie di integrazioni da parte dei proponenti dell’opera, mentre emergono contraddizioni e ritardi in sede di Valutazione dell’Impatto Ambientale presso il Ministero. Ma l’iter prosegue come un fiume carsico, un meccanismo burocratico sordo e cieco che avanza motu proprio. Perché? La risposta, la mia personale risposta, l’ho consolidata partecipando a un convegno fiorentino proprio sulle grandi opere inutili. Non che questa sia una grande opera, ma per dimostrarne l’inutilità ci ho speso un po’ di impegno senza ricevere sostanziali smentite. In quel convegno, dove tra i relatori erano presenti docenti universitari, che hanno e hanno avuto ruoli istituzionali, ed esperti capaci di snocciolare cifre e dati verificabili da chiunque, è emersa chiara la logica che sta dietro a certe operazioni tecnicamente, economicamente e socialmente surreali. Apparentemente queste scelte sono il frutto di un misto tra insipienza e arroganza amministrativa, cioè l’incapacità di chi ci governa, ad ogni livello istituzionale, di valutare correttamente il rapporto costi/benefici. Ma se così fosse si arriverebbe al momento della verità, quando l’evidenza dell’insostenibilità di una scelta la renderebbe impraticabile, persino dannosa per le LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

ambizioni personali di chi la sostiene. Se questo non succede, se non accade che si vogliano seriamente considerare le alternative anche di fronte a obiezioni fondate, quando si piegano o si azzerano i momenti istituzionali di confronto e partecipazione significa che c’è una volontà precisa, la precisa volontà di alimentare e non smentire un sistema perverso, capillarmente diffuso in questa nostra sempre più triste Nazione. È un sistema codificato a livello centrale con atti normativi inequivocabili, come la Legge obiettivo, lo Sblocca Italia e il complesso regolativo del project financing (quello che sta dietro la realizzazione dei nuovi ospedali toscani), atti normativi su cui si sono espressi esperti e istituzioni europee e nazionali per segnalarne la pericolosità. Queste operazioni spregiudicate, dove un serio confronto tecnico viene sistematicamente eluso e disinnescato, sono un modo efficace per “far girare l’economia”: una certa economia. È un modo per impegnare professionisti, tra quelli di fiducia, incaricare ditte, tra quelle di fiducia, dare incarichi, appalti, consolidare quindi quel sistema di potere che cresce rigoglioso nell’area grigia che, nei paesi di debole democrazia, sta tra la politica e la società civile. È un modo efficace per privatizzare profitti (a volte nemmeno finanziari ma riconducibili a rendite di posizione e carriere politiche) socializzando le perdite, non solo economiche, queste tutto sommato sono le meno rilevanti perché rimarginabili nel tempo; perdite di territorio, di qualità della vita, di coscienza, quella che dovrebbe impegnare ogni generazione a consegnare alle future una Terra non violentata. E allora avanti tutta, che lo Sviluppo non può arrestarsi per dar retta a dei pazzi che si oppongono persino agli ospedali e alle casse d’espansione!

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Kill Billy

più lungo della gamba e altre congetture e giudizi morali che sono poi per esempio sfociati in una descrizione che tende a considerare i paesi del sud Europa esser stati immeritevoli e scialacquoni con anche una presupposta bassa efficienza lavorativa e di aver goduto così di privilegi che i laboriosi abitanti del centro nord Europa non si sono potuti permettere (per altro questa affermazione è, come abbiamo visto in altra recensione, smentita dai dati oggettivi). A smontare l’affermazione che i debiti devono essere saldati, è l’osservazione che, se così fosse, e se tutti i crediti dovessero essere garantiti eliminando ogni carattere di rischio, non ci sarebbe nessuna ragione per non concedere un prestito stupido (p. 11). Nasce quindi, fin dalle prime pagine, un’ipotesi che vede il debito essere uno dei caratteri fondanti dell’esperienza sociale che anticipa e poi accompagna gli altri elementi che compongono l’insieme dei caratteri precipui del comparto economico con la notazione – da cui consegue il suo ridimensionamento – che quest’ultimo non abbia avuto i caratteri tali per poter da solo rendere conto di tutti gli aspetti sociali e psicologici delle relazioni tra gli umani. Per questo si amplia il campo semantico del debito fino a fargli comprendere anche le obbligazioni morali, con l’unica differenza che quest’ultime non possono essere esattamente quantificabili. Primo risultato di questo approccio è la “scoperta” che il baratto non ha preceduto lo scambio monetizzato e che la propensione umana agli scambi affermata da Smith (ma accettata da tutti gli economisti classici) è semplicemente un altro mito duro a morire. Si scopre invece che tutti i documenti etnografici escludono di fatto l’esistenza di società costruite intorno al sistema del baratto, ma anche – contrariamente appunto a quel che pensava Smith – che le istituzioni “politiche” (le organizzazioni sociali) precedono e non seguono la proprietà, il denaro e i mercati e non sono il modo di organizzarli e garantirli. Nasce da questo ambito di riflessioni il concetto che fa del denaro soltanto un metro di valutazione del quale inizialmente è difficile capire che cosa misura se non un qualcosa di particolare che non è altro che il debito. «In questo senso, il valore di un’unità di una data

a cura di Gilberto Pierazzuoli attivo in PerUnaltracittà

Lo scaffale del debito 4 David Graeber, Debito. I primi 5.000 anni di G.B.

Tra i sei testi che vi stiamo proponendo a proposito del concetto di debito, questo è il più voluminoso proprio perché tenta di raccontarne la storia lunga ben 5000 anni. L’autore è un antropologo già insegnante a Yale ora alla Goldsmiths University of London, attivo nei movimenti americani da Seattle a Occupy. La chiave di lettura antropologica apporta a questi studi storici un contributo che serve principalmente a smascherare la gratuità delle affermazioni che economisti di varia scuola hanno detto in rapporto alla storia che riguarda il mercato, la moneta e il baratto. Ne consegue una indagine e una riflessione sui ruoli della coppia concettuale di stato e mercato rapportati a quello di debito. In discussione è l’attuale problematica connessa con l’indebitamento degli stati. O, meglio, è la ricetta proposta da alcuni stati e da organizzazioni sovranazionali per ottemperare alla restituzione dei debiti contratti. Essa, in termini semplicistici, consisterebbe in una forma di austerità accompagnata con l’obbligo del pareggio di bilancio. Il risultato di questa politica è una contrazione del welfare e l’apertura a pseudo riforme che incidono sui rapporti di lavoro contraendo salari, contributi e diritti acquisiti. Questa situazione di per sé da considerarsi un’assurdità, è però giustificata da un concetto profondamente radicato nel senso comune che afferma che i debiti devono essere pagati. Si entra perciò in un circolo vizioso per il quale, comunque e al di là degli evidenti effetti collaterali negativi dell’applicazione della ricetta, essa ci appare incontestabile. Il carattere morale e non strettamente economico di questi presupposti, conducono anche ad ampliare le ragioni originarie del problema. Siamo cioè in questa situazione perché abbiamo fatto il passo

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determinati. Il credito presuppone un rapporto di fiducia che soltanto tra uguali può essere veritiero, a differenza dello scambio commerciale che è invece caratterizzato dal fatto di essere totalmente impersonale. Muovendosi in questo ambito, Graeber, racconta anche una storia della moneta che ci si mostra da un lato non preso in considerazione nemmeno da M. Amato (qui), quello usato per organizzare i matrimoni nei quali esso rappresenta non tanto un pagamento, ma la testimonianza di un debito contratto nel passaggio di un soggetto da un clan all’altro, memoria di un debito e non una sua quantizzazione: denaro come pegno e non come misura. Parallelo al matrimonio c’è l’istituto del guidrigildo dove egualmente il denaro ha funzioni simboliche e non di valore perché le vite umane possono essere scambiate soltanto con altre vite umane e mai con oggetti fisici (p. 142) proprio per questo gli schiavi essendo privati dalle reti di mutua obbligazione che permettevano di dare loro identità pubblica, si potevano vendere e comprare. Questi esempi immettono nelle considerazioni sullo scambio elementi non mercantili quali l’onore che comunque, in alcuni casi, poteva esso stesso prezzato. Il termine può infatti essere tradotto ora con “prezzo”, ora con “onore”. A questo proposito l’autore conia la locuzione “economie umane” nelle quali i beni più importanti di una persona non si possono vendere o comprare, essendo oggetti caratterizzati dall’essere coinvolti in una rete di relazioni con gli esseri umani i quali non possono essere oggetto anch’essi di nessuna compravendita. Qui, una persona strappata dal proprio contesto, di fatto scompare. Se si prendono in considerazione i concetti di moneta, mercato, debito, guerra e schiavitù si possono distinguere età diverse nelle quali il loro rapporto è indicativo dei caratteri stessi dell’epoca relativa. L’età assiale (termine preso in prestito da Jasper ed esteso sino all’ 800 d.C.) vede la nascita della coniazione e l’uso della moneta metallica per pagare i mercenari che usati in guerra producono schiavi che possono essere utilizzati nelle miniere di oro e argento che serviranno per la produzione delle monete stesse. In età assiale videro anche la luce le merci e i

moneta non è la misura del valore di un oggetto, ma la misura della fiducia che si ha negli altri individui» (p. 50). Proseguendo sullo stesso terreno di indagine di stampo storico antropologico, di nuovo si smentisce il presupposto dell’economia classica che vede stato e mercato in opposizione, constatando invece che le società senza stato tendono a essere anche società senza mercati e che fondamentalmente sono stati gli stati a creare i mercati i quali hanno poi bisogno degli stati stessi per esistere. (p. 73) Presso alcune popolazioni si ha come una pervasività del debito che fa percepire la sensazione che le intere vite siano un prestito temporaneo concesso dalla morte. Sarebbe questo un debito che per essere ripagato prevedrebbe l’annichilimento che viene invece sostituito soltanto con dei pagamenti parziali, una sorta di interessi sborsati tramite il sacrificio animale. Questa originaria visione con aspetti fondativi, permea nel sottofondo ogni tipo di organizzazione sociale costruendo intorno al debito i suoi caratteri moraleggianti, costituendo così il riferimento organizzante di una specie di inconscio collettivo che si dipana tutto intorno al debito, alla colpa e alla redenzione. Il significato originario di redenzione è infatti riacquistare, riottenere, saldare un debito. L’idea utilitarista dell’agire umano che permea i ragionamenti del pensiero moderno, viene smentita da altre forme di pensiero quale quello ad esempio che si può attribuire a popolazioni di cacciatori raccoglitori per i quali la dimensione pienamente umana rifiuta i calcoli economicistici rifiutandosi di misurare e voler ricordare chi ha dato cosa a chi, riducendo così l’umano, tramite il debito contratto, a schiavo del suo creditore. Là dove invece il debito creava schiavitù, si inventò il dispositivo del Giubileo attraverso il quale ogni debito veniva cancellato, le terre ridistribuite e gli schiavi per debiti liberati, consci che altrimenti i sistemi sociali e le relazioni tra individui, sarebbero collassate. D’altra parte la relazione in forma di debito, rimane un modo della responsabilizzazione reciproca. Ciò che rende la relazione di debito diversa da altre forme di scambio è che essa si presuppone avvenga tra uguali e non tra soggetti gerarchicamente

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mercato tra Europa e Cina. Verso il Capitalismo. I prodromi del capitalismo si possono manifestare a seguito di una serie di eventi concatenati. Una delle cause fu la promozione della moneta metallica a scapito del sistema di fiducia locale che si basava invece su cambiali o semplicemente sulla registrazione di chi era in debito con chi. L’imposizione forzata della moneta metallica provocò un aumento dei prezzi che si accompagnò alle recinzioni delle terre comuni (vedi anche M. Bloch, La fine della comunità e la nascita dell’individualismo agrario, Jaka Book, Milano 1978), fenomeni che produssero quella massa di disoccupati che fornirono la manodopera e costituirono l’esercito di riserva per la nascente industria. «Quasi tutto questo fu compiuto attraverso una manipolazione del debito» (p. 304) dichiara Graeber e confronta questa situazione con quella dei villaggi inglesi prima della rivoluzione industriale nei quali il credito rimaneva una questione di onore e reputazione e dove ogni sei mesi o una volta all’anno, le comunità organizzavano una giornata pubblica di “resa dei conti” nella quale, compensati i debiti tra loro, si pagava in moneta o in merce soltanto il debito residuo. Le cose funzionavano perché immerse in un quadro morale di massa che ne costituiva la costola economica, ma che era figlio di quella convivialità che si ritrovava e si definiva all’interno di relazioni costruite anche dentro le feste popolari quali il Natale e le Calende di maggio. Ad illustrare i cambiamenti dell’etica pubblica figlia di queste trasformazioni sociali è l’accoglimento di un termine quale il ”self-interest” (interesse personale) che voleva descrivere la pulsione dominante dell’uomo di Hobbes. Concetto che fu accolto come cinico e machiavellico, ma che non tardò a diventare senso comune, con il risultato per il quale si pensò che la maggior parte delle decisioni importanti fosse basata su un calcolo razionale di vantaggio materiale. Curioso che tutto questo venisse descritto con un termine che riguardava la penale per il ritardato pagamento di un prestito. Si passa così da un’economia di credito a un’economia di interesse. Le radici di questa forma di pensiero hanno però un carattere teologico. L’uso del termine “interesse

mercati in contemporanea con la nascita delle religioni universali. Sempre secondo Graeber, nell’età successiva – nel Medioevo – queste due istituzioni iniziarono a fondersi. Anche in questo caso l’analisi spazia dall’India, alla Cina, all’Europa. In India, ad esempio, si trova l’istituto del prestito ad interesse che riesce a comprendere anche “l’interesse corporeo” del lavoro cioè di quello da rendere fisicamente nella casa o nei campi del creditore sino all’esaurimento del debito stesso. In Cina si mostra altresì il connubio tra burocrazia statale e promozione dei mercati che smentisce una volta di più l’ipotesi che esista una conflittualità di fatto naturale tra i due comparti. Quello che è anche da sfatare è il matrimonio consensuale tra mercato e capitale che – come dimostra Braudel citato da Graeber – vede quest’ultimo alla ricerca di situazioni monopolistiche che di fatto limitano la competizione del mercato. Sempre in Cina, in questo periodo, si manifesta il concetto della vita come un debito infinito spesso proveniente da vite precedenti, ma comunque mitigato dalle periodiche amnistie. Un altro aspetto ancora che caratterizza il Medioevo asiatico è l’influsso del Buddismo che permise l’accumulo di veri e propri capitali in forma dei tesori che i monasteri e i templi accumularono in seguito ai lasciti e alle donazioni che detta dottrina praticamente imponeva. Il Medioevo è dunque l’età che vede la scomparsa degli stati centralizzati con l’oro e l’argento che prendono la strada verso i luoghi sacri determinando una situazione nella quale l’accettazione del prestito a interesse oscilla tra l’equiparazione dell’interesse stesso con il rischio e il suo rifiuto in toto, con la posizione intermedia che condanna soltanto l’interesse predefinito che, in quanto tale, elimina il rischio. Eccoci all’età dei grandi imperi capitalistici che per Graeber andrebbe dal 1450 al 1971 (l’ultima data l’avevamo già incontrata e segna il momento in cui Richard Nixon scollega il dollaro dalla copertura costituita dalla riserva aurea). Si ha un inizio nel quale la moneta si rarefà in Europa, mentre si espande in Cina tanto da poter assorbire la nuova disponibilità dei metalli preziosi provenienti dal nuovo mondo determinando anche la possibilità di un florido LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

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individuale” risale a Francesco Guicciardini che l’usò quale sinonimo o eufemismo per il concetto agostiniano di “amor proprio” opposto ad “amore di Dio”. Quest’ultimo ci porterebbe alla benevolenza verso gli altri, mentre quello proprio testimonierebbe la presenza di un desiderio insaziabile di autogratificazione. Ma desiderio infinito in un mondo finito significano competizione senza fine. Concetto teologico chi si secolarizza, diventando ricerca infinita di profitto per soddisfare un interesse personale. La precedente rete di relazioni basate sulla reputazione si scardina e l’affermazione di Smith – per la quale possiamo accedere all’acquisto di carne o di birra non in relazione ad un atto di benevolenza dei negozianti, ma al tornaconto che essi troveranno per soddisfare il loro egoismo – diventa plausibile. Affermazione questa che non corrispondeva ancora allo stato dei fatti e che invece diventerà veritiera soltanto poco dopo, quando la nozione di credito fu separata dalle relazioni di fiducia tra individui e si poteva produrre moneta con un tratto di penna. Questo poteva però portare a situazioni di grande oscillazioni dei prezzi; il sistema, in Inghilterra, si stabilizzò quando si adottò il gold standard (1717). Da allora in poi i meccanismi di assoggettamento del debito si faranno sempre più efficaci, è questo il caso di aziende locate lontano dalle abitazioni dei loro dipendenti che affiancano alla loro linea di produzione negozi e servizi ai quali è possibile accedere a credito con la possibilità di estinzione del debito contratto attraverso il lavoro prestato. Il dipendente «è completamente alla mercé del suo signore» (p. 339). Alla schiavitù per debiti si sostituì la servitù per gli stessi. Il matrimonio sbandierato tra capitalismo e libertà non può che liquidare come incidenti di percorso «tutti quei milioni di schiavi, servi, coolies e debitori schiavizzati» (pp. 340-341). Il meccanismo del debito rende conto di più tipi di condizione, il rapporto di subordinazione tra operaio e padrone non ne esaurisce le possibilità. Graeber fa notare che nella Londra dei tempi di Marx – come lui certamente sapeva – «c’erano più lustrascarpe, prostitute, soldati, maggiordomi, venditori ambulanti, spazzacamini, fioraie, musicisti di strada, galeotti, nutrici e tassisti (…) LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

che non operai (p. 344). Ma eccoci ai giorni d’oggi, a quei giorni successivi all’operazione di Nixon che dichiara la non convertibilità del dollaro. La prima conseguenza fu di far schizzare alle stelle il prezzo dell’oro con la conseguenza simmetrica della svalutazione relativa del dollaro con l’ulteriore conseguenza di un enorme trasferimento di ricchezza dai paesi poveri, che non avevano riserve auree, ai paesi ricchi quali ad esempio Stati Uniti ed Inghilterra che mantenevano riserve in oro. L’indebitamento successivo porterà ad una nuova forma di colonialismo e di subalternità per gran parte dei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il dollaro diventa la moneta di riserva globale. Qui entra in gioco un ulteriore meccanismo. Attraverso spese per armamenti superiori ad ogni altro paese e per i consumi largamente promossi, gli Stati Uniti hanno un enorme deficit di bilancia commerciale, per questo una grande quantità di dollari circola all’estero e, con questi, le banche centrali estere possono soltanto comprare titoli del tesoro americano. Ma questi pagherò del tesoro americano sono parte integrante della base monetaria mondiale e quindi non saranno mai rimborsati, ma saranno continuamente rifinanziati. Il resto del mondo invece doveva osservare politiche monetarie restrittive e ripagare scrupolosamente i propri debiti. «Quando Saddam prese la decisione unilaterale di passare dal dollaro all’euro nel 2000, seguito dall’Iran nel 2001, presto il suo paese fu bombardato e occupato dalle forze statunitensi» (p.356). Graeber racconta anche i modi dello sviluppo delle relazioni debitorie e delle loro conseguenze sociali. Lo stop al finanziamento del welfare fu giustificato con la possibilità di potersi tutti permettere una casa di proprietà attraverso una richiesta di prestiti incoraggiata dai governi liberisti che, nello stesso tempo, non solo non arginavano le avventatezze finanziarie, ma incoraggiavano tutti a giocare in borsa. Nei soli Stati Uniti ci sono oltre 401.000 fondi pensione usati spesso per fare scommesse finanziarie. L’indebitamento è ormai universale e non determinato da persone che giocano ai cavalli o che scialacquano in cianfrusaglie e questo avviene perché si è messo in atto un dispositivo culturale 26

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per il quale «le relazioni umane non possono essere messe in stand-by nello stesso modo delle immaginarie “spese discrezionali”: una figlia compie cinque anni una sola volta» e cose così. (p. 454, nota 31). La macchina della speranza è stata sabotata e molti non si possono immaginare un futuro al di fuori del capitalismo e del “libero mercato”. Ma proprio sulla speranza che si dipanano alcune tra le ultime pagine. Ad esempio sul ripristino dei codici di onore, sulla fiducia, sulle comunità e sul mutuo supporto sui quali si erano basate le cosiddette economie umane. Sullo smascheramento dei meccanismi di assoggettamento che svelano che la differenza tra dovere a qualcuno un favore e dovergli un debito, sia che l’ammontare del debito può essere precisamente calcolato. Ma questo calcolo richiede un’equivalenza tra esseri umani del tutto particolare. Un’equivalenza che li estrapola dal proprio contesto così tanto da poter essere trattati come identici a qualcosa d’altro. Anche i mercati hanno una loro fisionomia. I primi mercati nascevano intorno alla possibilità di scambiarsi le merci preziose. Preziose perché saccheggiate e rese anonime. Anonime perché non avevano una storia e quindi potevano essere accettate dappertutto senza fare domande. Ma poi il mercato, allontanato dalla violenza originaria che l’aveva fondato, si sviluppa in qualcosa di completamente diverso, in reti di onore, fiducia e relazioni, dimensione questa da dover forse recuperare. Con una impellenza lasciata sullo sfondo si conclude questa storia del debito, con una aspettativa, una richiesta, forse un programma al quale ci piacerebbe associarsi: «c’è da tempo bisogno di un giubileo del debito in stile biblico, che riguardi tanto i debiti internazionali quanto quelli dei consumatori» (p. 378). Un giubileo laico che torni all’origine della sua istituzione nella quale venivano rimessi i debiti e non i peccati (ma anche ridistribuite le terre), da usare come parola d’ordine che cresca sull’onda di quello mediatico che si scatenerà tra poco in relazione a quello “santo” proclamato per il 2016, per infine comunicare e pretendere, oltre e non solo la misericordia* annunciata, ma i diritti e gli LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

interessi degli ultimi. *La misericordia è il tema del prossimo giubileo straordinario che Francesco ha proclamato per il 2016. David Graeber, Debito. I primi 5.000 anni, il Saggiatore, Milano 2012. Pagine 455 note comprese, escluso indici e bibliografia. Euro 23.00.

Ricette e altre storie a cura di Barbara Zattoni e Gabriele Palloni chef

Dolmas Foglie di vite ripiene di B.Z.

Settembre e riparto con le mie “molestie culinarie” augurando a me e a voi un autunno pieno di foglie rosse, di sottoboschi palpitanti e odori, di humus in fermento, di voglia di “cucinare a dovere” chi lo merita e di lasciare alle bocche riconosciute, il meglio del nostro sapere. Dei nostri ricordi, di tempi meno avari di tempo. E così nella nostra virtuale tavola condivisa da quasi un anno, propongo un “riciclo” storico, nel senso di un tempo davvero lontano, ma sempre divertito e guizzante, come la nostra memoria sa essere: Estate, Grecia, giovinezze a scapicollo tra odori e colori dei posti di mare, quelli mediterranei. La prima “salata monotomata”, il primo bicchiere di moscato di Samos, il più ostico Retsina, il polpo lesso divorato ai tavolini del porto e i primi involtini di vite: i Dolmas. Potevo non approfittare delle belle foglie e non cimentarmi in una versione meno levantina? Le ho staccate e ho tolto loro il picciolo, ho scelto le più piccole, giovani e con le costole meno tenaci. Lavate, sbollentate in acqua per 2 minuti e ben asciugate le ho adagiate sul banco con la parte opaca verso di me. Ho scelto un ripieno più “polpettoso”, lavorando in un recipiente della carne macinata di manzo mescolata a patate lesse schiacciate, uovo, parmigiano e un trito di timo e nepitella. Messa una cucchiaiata d’impasto per

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foglia, si va a chiudere il nostro fagottino con uno stuzzicadenti o legandolo con del filo. Versiamo in una padella poco olio extravergine e spicchi d’aglio schiacciati e facciamo rosolare da ambo le parti i dolmas. Si sfuma con vino bianco e una volta ritirato, si aggiunge salsa di podoro, finendo di cuocere coperto per 20 minuti. Diciamo pure che la foglia è una scusa e che il ripieno può infinitamente variare (solo vegetariano, riso, orzo, maiale, cinghiale, agnello) ma val la pena provare e non solo per bearsi nell’arte del riciclo ma perché il gusto della foglia è davvero curioso.dolmas 2 Ho poi scoperto che il piatto è assai citato nel fumetto di Astrerix e Obelix, che non si cibavano di solo cinghiale, ostriche, verze, formaggio corso e altro, come ci racconta la GASTRONOMIA DI ASTERIX e riporto per amor di storia, la ricetta, ingredienti per 6 persone: - Una tazza d’olio d’oliva - Una tazza di riso - Una tazza di uvetta di Corinto - 500 g di cipolle fresche tagliate a pezzetti - Un mazzetto di menta fresca o di aneto - 2 cucchiai di pinoli - Un limone - 30-40 foglie di vite fresche - Sale, pepe Fare rosolare le cipolle in una padella con la metà dell’olio e lasciare cuocere finché non diventano morbide. Aggiungere il riso, coprire e lasciare cuocere cinque minuti prima di aggiungere l’uvetta, la menta oppure l’aneto, i pinoli, sale e pepe. Lasciare cuocere a fuoco lento ancora per cinque minuti e, quindi, far raffreddare. Preparare le foglie di vite: sciacquarle in acqua fredda e sbollentarle per cinque minuti. Sgocciolarle bene prima di raffreddarle rapidamente sotto l’acqua fredda. Posarle con il lato lucido riverso verso il basso e mettere al centro di ciascuna foglia un cucchiaio di ripieno. Ripiegare ogni foglia, senza stringere troppo, poiché durante la cottura il riso aumenterà di volume. Mettere man mano le foglie ripiene in un tegame poco profondo. Innaffiare con il succo di limone, il resto dell’olio e mezza tazza di acqua calda. Mettere un piatto sul tegame preparato, per evitare che i pacchetti si aprano durante la LA CITTÀ INVISIBILE #25 del 9 settembre 2015

cottura. Lasciare cuocere per un’ora a fuoco lento, quindi far raffreddare nel tegame. Servire come antipasto freddo. I dolmas possono essere preparati in abbondanza, poiché è possibile conservarli per qualche giorno in frigorifero.

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