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La medicina moderna, e la psichiatria, erano quanto più scuotevano nell'intimo Michel Foucault – le vedeva come delle mostruosità enormi e tentacolari. Se il Capitalismo è lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la scienza medica è la conoscenza dell'uomo sull'uomo ottenuta con gli effetti di una centrifuga che separa gli elementi, o per colorazione di una cartina al tornasole. Leggendariamente, Michel Foucault morì di AIDS nei primi anni Ottanta del '900, cioè quando di questa patologia la medicina non era capace se non di diffondere un'incredibile quantità di paura superstiziosa. Proprio la morte di Foucault rivela la necessità della sua opera come rimozione dell'arroganza del sapere baconiano.

No! No! No! Niet! Nein!

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Adesso ci penso io. Ecco, ora prendo e le scrivo che mi dispiace molto, ma ho da lavorare e il capo quest'oggi gira a sbirciare tra i monitor di tutti. Fatto. Metto Skype su invisibile. Kaputt. Anzi, no! Che se tanto-tanto mi manda anche solo uno smile qualsiasi capisce che sono invisibile perché non voglio parlare. Spengo, meglio. Tanto è solo una distrazione, mai una volta che l'abbia usato per delle vere e utili faccende di lavoro, e infatti il lavoro sta fermo con le carte ad affastellarsi sulla scrivania, figurati. È comparsa venti minuti fa per dirmi che lei (una conoscenza in comune tra noi) lo ha lasciato (altra conoscenza in comune). Notizia del giorno. E quando le ho risposto che in effetti era da un po' che lui mugugnava e lasciava trasparire a mezza bocca, ma anche nei gesti e nell'aspetto quotidiano che la sua storia non stava andando affatto bene, secondo me c'è rimasta male per tre secondi. Pensava di darmi una notiziona, e invece la cosa non mi ha neanche incuriosito, perché è vero: non è stata per me una “novità” la notizia, ma solo una possibile eventualità che si è verificata in un ventaglio relativamente ampio. Soprattutto – e qui ho fatto una cazzatella – ho fatto capire di saperne fin troppo della loro storia, dei fatti di questi due insomma, e ciò ha incuriosito il mio nunzio, portandola a voler approfondire sulla cosa, a volerne far tema di riflessione. L'ho smollata, per carità e per favore se sono io la persona che si mette a discettare di questi cazzi altrui, di questi affari privati. E poi ho del lavoro da fare. Ho perso concentrazione, mi serve un caffè, e anche una sigaretta. Su, faccio pausa dalla pausa lasciando la scrivania per andare nel corridoio, verso la macchina del caffè. Mi rode più per il fatto che questi venti minuti scarsi mi hanno inutilmente distolto dalle mie faccende che per tutte le possibili implicazioni. È che sono troppo intelligente e ho un cervello troppo attivo e rapido, quindi è questione di un attimo che mi metta a riflettere sulla cosa mentre automaticamente infilo le monetine e premo il bottone. Così derùbrico tutto il malloppo a qualcosa per la quale non vale

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affatto l'affanno di pensarci, ma questo avviene solo dopo che ho definito e circostanziato il fatto di oggi, e l'ho pure giudicato, negativamente. Insomma lei lo ha mollato perché lo ha “pizzicato” a parlare un po' troppo scioltamente con un'altra. S'è infuriata perché si stava divertendo un quarto d'ora a vedere cosa finiva col dire e fare la tipa con cui stava discorrendo, se lui tirava un po' la corda, mettendoci dei “quasi-quasi”, o almeno così pare sia accaduto. Cioè, sembra il caso della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso? In un certo senso sì, ma da quello che ne è uscito in giro, pare più un orrido pretesto costruito su una minchiata grande quanto un palazzo. – Hanno cambiato la miscela del caffè nel distributore automatico, a quanto pare, è più cremoso, è proprio piacevole da bere. Avrei dovuto chiamarla qui a quella di Skype che tanto voleva parlare della cosa, così si gustava questo caffè. E adesso, mentre sorseggio il caffè, come le carte sulla mia scrivania, anche le domande si affastellano: mi contattò per sapere il mio parere sulla cosa, e quando è venuta a conoscenza del mio essere in possesso di tanti particolari, decise di arricchire il proprio bagaglio? Ah! Questo è un bel mistero. Sono sicuro che neanche chiedendole direttamente cento volte, avrò mai una risposta sincera e precisa – poiché non è una cosa su cui si può avere una posizione o un interesse unilaterale e univoco. Insomma: prendi lei che lo ha lasciato per la prima buona cazzata utile: ha trovato la scusa, in quanto quel discorsetto che aveva fatto con quell'altra, ha avuto delle ricadute “esterne” inevitabili. In altre parole, la loro storia, la loro vita di coppia si era aperta, o meglio, si era crepata un pochino perché una terza persona c'era finita in mezzo, e quindi la cosa è iniziata a volare di bocca in bocca, allargandosi a portare dubbi su tante cose: come la fedeltà di lui, l'onore di lei, e via dicendo. Solite cose. Che parere dovrei avere su tutto questo? Francamente non mi sembra neanche essere un prodigio di intelligenza relazionale: rompere sfruttando la prima cosa giustappunto incresciosa per scaricare così ogni altra problematica che riguardava strettamente loro due e basta, è una cosa tutti sono in grado di

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fare, è un istinto umano appreso, una logica di sopravvivenza psicologica: punto tutto su ciò che è avvenuto al di fuori della mia sfera di controllo diretto. Cioè non mi assumo alcuna responsabilità e mi approprio di tutti i diritti, così “vinco sempre”, perché non dialogo, non mi metto in discussione ma cerco solo di raggiungere i miei obiettivi attraverso ordini dispotici. Poi magari l'importunatrice su Skype avrebbe pure potuto proporre la questione del perché lui, che sembrava così felice e soddisfatto della sua relazione, è finito col fare tale stronzatella, così come avrebbe potuto rigirare la cosa con: “Forse lei ha sbagliato qualcosa alla fin fine, forse lo aveva fatto arrabbiare e allontanare con la testa da lei”. Sì, insomma, le solite domande a doppia lettura, le domande “palindromiche”, che semmai uno adesso viene e me la pone per davvero, la sentieri come una sorta di trabocchetto. Io so delle cose riguardo loro due che permettono di vederci chiaro, dovrei vuotare il sacco! – A dir la verità qualcuno dovrebbe vuotare il cestino dei bicchierini da caffè usati, piuttosto, in quanto: ma che dovrei mai dire? Dovrei essere giusto ed esprimere un giudizio negativo su di lui? Cedere all'ammissione che il senso comune esige e sottolineare: ma se lui già da un po' vedeva come tutto si stava sfasciando, perché non ha fatto lui il grave e doveroso passo virile di chiudere la storia prima di rimanerci inculato? Perché lui la ama, e tanto basta – e adesso andiamo a fumarci una sigaretta in terrazza. C'è un bel sole oggi, e anche se la terrazza è solo cemento e piastrelle mai curate e lucidate, e non c'è alcun comfort, fa piacere starsene al sole a rollarmi una sigaretta che poi mi fumerò. Mi porta addirittura a compiere riflessioni elevate: lui la ama, e innamorarsi in un periodo come questo, con così tanta crisi e incertezza dei valori, delle strutture sociali, più la scarsità collettiva di prospettive per il futuro! È un bel casino finire innamorati di questi tempi. Sembra che tutti noi preferiamo di gran lunga l'accortezza e l'astuzia, il nascondere i nostri veri sentimenti e intenzioni perché uscire alla luce del sole è proprio uscire allo scoperto nudi e fragili, con più punti deboli che di

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forza. Se poi finisci innamorato di una donna che ha il carattere tendente ad avere il vizio di cambiare idea con relativa facilità, è la fine. Ecco: ho iniziato a fumare e il mio di vizio mi ha fatto subito scendere di livello nel pensiero, ahimè! Tanto vale che ci resti a questo livello e che mi riprometta di evitare assolutamente di discutere con chiunque di questa faccenda, pure solo un minimo accenno al momento del caffè. Altrimenti sembrerà che io voglio difendere lui a ogni costo, e chissà poi cosa va a pensare la gente! Sappiamo che poi si finisce sempre a voler capire perché uno decide di propendere per una parte e tutto diventa vischioso, il discorso si fa infinito, le sfaccettature delle cose si moltiplicano risalendo in aria come il fumo della mia sigaretta, alto in cielo a creare un cumulonembo giganteggiante. Meglio non guardarlo e tenere gli occhi più ad altezza degli uomini e delle cose non manipolate fino all'adulteramento. Così lo vedo. Lui: dietro il vetro della porta-finestra, dall'altra parte della terrazza, al lavoro dietro la sua scrivania come sempre. Non è necessario neanche che lo saluti, per fortuna, perché sembra stare come tutti gli altri giorni, ma non è vero, ovviamente. E se fosse vero, sta come tutti gli altri giorni, da quando i suoi giorni sono divenuti una crescente e progressiva acquisizione di consapevolezza d'aver fatto l'errore di lasciarsi andare con lei, di farlo comparire completamente l'amore che provava, senza strategie, senza baratti, senza voler ottenere nulla in cambio per davvero, perché aveva già tutto. Lui si era innamorato e nella sua vita questo amore aveva preso piede come necessità, ragione d'esistere. Tutti siamo più o meno fatti così, tutti prima o poi ci cadiamo in questa dimensione di vita, non c'è nulla di giusto o sbagliato, né di bene o di male, in tutto ciò; c'è solo da condividere e comprendere come stanno le cose. Quindi, certo, lo difendo in qualche modo – perché non vorrei mai trovarmi nella sua stessa situazione e lo augurerei solo al più bastardo che conosco di innamorarsi di una donna che poi,

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superata l'ubriacatura della fascinazione per ciò che un uomo è, dopo essergli entrata in tutti gli interstizi della vita, si mette a centellinare sul bilancino tutto quello che lui le “dà”, sotto ogni profilo; passa un altro po' di tempo e inizia un percorso affatto dolce e molto traumatico nel quale – una volta lui me lo confidò con una vena di frivolezza: era stanco e scazzato di – gli unici discorsi che si fanno sono quelli che riguardavano i difetti, le imprecisioni, le smagliature di lui agli occhi di lei – altro segnale chiarissimo che indica a chiunque dotato di buon senso di chiudere la partita. Le storie possono finire in molti modi, ma quando sei un adulto, e pensi di esserti ormai sviluppato sufficientemente sotto ogni profilo, venire “scartati” perché non abbastanza è una vera e propria tragedia. Non mi meraviglierei affatto se finisse seriamente depresso o in qualunque condizione severamente inguagliata, ma non è per questo che lo difendo a modo mio. Lo faccio sostanzialmente perché nonostante lui sia intelligente il giusto e perspicace quanto basta da essere stato capace di capire tutto: le regole, tutte le sfaccettature, ogni singola e minima sfumatura, perché innamorato se ne fregò e andò in cerca di un principio e di una forza di rango e animo superiori. Ecco perché lo stimo: non perché credo sia immune e inattaccabile a queste logiche, non perché credo che non ci stia pensando alla sua storia finita e alla sua donna perduta – sicuramente ci spenderà ogni secondo delle sue giornate – ma perché lui ci ha provato ad andarci sopra e oltre. Probabilmente, se si salva da se stesso, se ne uscirà con qualcosa di buono per sé e per chi troverà di nuova. Ecco... Torno verso la mia scrivania e vedo da lontano il capo un po' nervoso. Speriamo che non stia cercando me e quegli ordini che dovevano partire quando sono stato interrotto da Skype. Maledetto, mi ha fatto perdere un sacco di tempo a pensare a una cosa che in fondo non mi riguarda, e credo proprio di aver raggiunto – al limite – delle conclusioni che non solo sono completamente inutili sotto ogni profilo, ma sicuramente è quanto chiunque dotato di un po' di buon senso e conoscenza dei fatti direbbe. Niente di geniale, neanche di “singolare”.

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Allora, l'ultima cosa che mi pul servire, è riuscire a capire perché ho fatto tutto questo. Quante volte noi spendiamo del tempo a elevare a solennità la banalità di quotidiane miserie? Minuzie di umanità quali invece dovrebbero essere superate subito in un discorso realmente “alto”? Riflettendo su ciò, mi si apre immediatamente una biforcazione su me stesso; sul me stesso che ha sempre fatto presa d'atto del vissuto e della sua soppressione nel rapporto tra l'autentico e l'instillato. Voglio superare tale contraddizione apparente distinguendo l'uso del vissuto, il come il “vissuto viene vissuto”. Le leggende nere. Una volta fu Michel Foucault a mettersi a giocare con le infamie di un po' di gente. Raccolse informazioni su dei poveracci condannati, imprigionati o interdetti; i soliti soggetti primari delle sue ricerche a volte quasi poetiche. Si diede però – in tale occasione di lavoro – delle “regolette” capaci di trasformare il lavoro in un gioco vero e proprio, poiché in verità s'era messo a ricostruire storie reali di esistenze che furono giocate nel giro delle poche parole quali potevano essere immesse tra le righe delle Lettres de Cachet su cui tanto Foucault ebbe modo di puntare l'attenzione. Riordinare e sistemare fatti sparsi e notizie brevi su personaggi per nulla noti, o su persone molto note delle quali però si sa davvero poco, pone tutte le condizioni necessarie alla nascita delle leggende. Ci sono le leggende sulle persone esistite, esse vanno sempre verso le iperboli e gli straordinari per far sì che queste siano state più del realmente avvenuto e poter funzionare – per l'estensore – in vista di qualche fine specifico. Poi ci sono le leggende sugli uomini immaginati, e queste si differenziano dalle prime in quanto tutte si concentrano sull'esigenza di corroborare, di circostanziare, di attribuire sostanza, realtà e verità al soggetto sebbene altro non sia stato se non frutto di una fantasia. Le tipologie delle leggende non si esauriscono qui; può nascere una leggenda anche a partire da minimi “pezzettini” di vite reali.

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Realissimi, oggettivissimi e confermatissimi fattarelli i quali, una volta apparsi sullo scenario della pubblica informazione, dopo essere stati resi disponibili e visibili a tutti, svaniscono come segni sulla sabbia al primo sbadato calpestamento, sferza di vento o flutto d'onda. Se qualcosa resta e poi si trasforma in leggenda è quasi inevitabilmente perché i dettagli che fanno osservare portano cose ben poco edificanti: notizie di infamie, di disperazioni, perpetrazioni di atti debosciati da valere giusto la loro raccolta in registri e casellari giudiziari dove si testimonia e si dà loro – in un perpetuo e contemporaneo infinito ricorrente – legittima punizione. Queste sono le leggende nere: storie esemplari finite sul limitare dell'esistenza effettiva solo per scarsezza di articolazione e dettagli che rendono più difficile la loro “narrabilità”. Sono puntini a costellare una ben determinata dimensione del sociale, eppure reggono tranquillamente il confronto con tutte le altre tipologie di leggende; si nota con evidenza pratica quanto le leggende nere resistano ed insistano nelle teste di tutti anche se non le riconosciamo mai per tali.

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Le leggende nere Foucault stabilisce che “leggendario”, quale che sia il suo nucleo di realtà, non è che alla fine nient'altro se non “la somma di quello che se ne dice”, con l'aggiunta che il leggendario è destinato o riesce a produrre un qualche effetto sull'im-maginazione di chi lo riceve. In particolare, le vite dei suoi “uomini infami”, sembrano capaci di produrre uno shock fatto di un misto di “bellezza e spavento” tale da creare la Leggenda Nera degli “uomini infami” se le storie rispettano i seguenti punti: •

che si tratti di personaggi realmente esistiti

che queste esistenze siano state insieme oscure e sfortunate

che siano raccontate in qualche pagina o meglio in qualche frase, nel modo più breve possibile

che questi racconti non costituiscano semplicemente degli aneddoti strani o patetici, ma che in un modo o nell'altro (dato che si tratta di querele, denunce, ordini o rapporti) abbiano fatto davvero parte della storia minuscola di queste esistenze

La Vita degli Uomini Infami1

1La Vita degli uomini infami è un’antologia di esistenze, che in poche righe riassume una serie di

vite singolari, con le loro avventure e sventure: era il progetto a cui Michel Foucault pensava mentre raccoglieva i documenti di internamento degli “uomini infami” dagli archivi delle prigioni e dei manicomi parigini. Di questo lavoro restano solo poche pagine, che evocano le storie di individui ignobili e sconosciuti, reietti della società, strappati all’oblio solo perché il potere li ha attesi al varco, abbattendo su di essi il giudizio penale. Foucault quando ci parla delle vite degli uomini infami cerca di descrivere quelle vite di cui ci è giunta solo qualche riga come testimonianza, qualche parola che hanno pronunciato nel momento in cui sono entrati in contatto con il potere (che li punisce): il termine “infame” indica una vita che non

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A Michel Foucault il merito di averci fatto capire una delle possibili origini del fenomeno leggenda nera, e l'attribuzione anche del carattere epistemologico per la quale “La vita degli uomini infami” assume una ricchezza nell'inevitabile urto con il potere. Ma voglio ringraziare Foucault soprattutto per il suo suggerimento a riguardo, quando lui spiega perché iniziò quel gioco di raccolta di condanne e precetti capaci, in poche righe, di “terminare” un'esistenza. «Vi sospetto un cominciamento; in ogni caso un avvenimento importante in cui si sono instaurati dei meccanismi politici e degli effetti del discorso».

La tenace acutezza di Foucault nello scoprire quanto e come le ricadute delle architetture istituzionali arrivino direttamente sul vivo delle persone passate e presenti è preziosa proprio perché leggere di «meccanismi politici» e di «effetti del discorso» qui ci fa vedere il loro perfetto combaciare con il quesito d'inizio: “perché così tanto spesso ci si sofferma sull'analisi, sulla catalogazione, nell'enumerazione di 'fattarelli' poco brillanti su persone a noi vicine o lontane (senza che ciò sia una distinzione importante), e vi facciamo sopra dei discorsi proprio nel senso fondamentale del termine?” Scrivo “discorso” in quanto logismo, dimostrazione, creazione di effetto concreto nello spazio sociale, pubblicazione/esplicitazione di opinione. Si fa ciò perché dietro ci sono uno o più meccanismi politici che frustrano gli intenti a sviluppare un'urgenza per l'attivazione di una pratica che è di potere. Poi è la scienza storica di Foucault a toccarci e a illuminarci proprio su quanto è più di una formula rituale del quotidiano, ma per l'appunto convinzione insita nelle coscienze. Si deve parlare delle infamie, delle aberrazioni e di disgrazie morali in qualità di politica e discorso sociale. Difatti bisogna saper puntare a come i modi di fare nei confronti del potere e della coscienza si costituiscono. Qui lo Storico ci segnala come i documenti da lui raccolti sugli infami provengano da un'epoca nella quale l'ideale della confessione religiosa era caduto in disfavore nei confronti contiene gloria o meriti particolari. Le parole chiave dell’opera sono casualità e antologia, perché le storie sono state ritrovate per caso e riunite in una raccolta che possa conservarle.

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proprio di queste “raccolte”, cioè segnalazioni in forma scritta di abominii comportamentali e conseguenti punizioni, perciò erano delle registrazioni. Ecco quindi la trasformazione di cose e fatti, di rapporti estrinseci nella società e intrinseci nella vita individuale. La confessione con cui dialogando si tentava una liberazione dal male e la registrazione con la quale invece le miserie si accumulano. Si accumulano: come se – e proprio come – il potere giuridico e politico si muovessero in parallelo con quello economico, sfruttando le stesse regole e meccaniche – dove tutto è Capitale, tutto può avere una funzione se adeguatamente utilizzato e trasformato. Questo merita un approfondimento, vale la pena fermarsi un attimo a riflettere su “noi stessi” e su come e su quante volte nel nostro presente pluritecnologico, invece di scegliere “il parlarsi”, il confrontarsi o persino lo sfidarsi fino all'annientarsi direttamente in un “duello” con un altri all'insegna dell'antiquato ultimo sangue, mettiamo da parte tutto ciò, lo de-modiamo in favore di pratiche di silenziosi sospetti e di opere da tarlo accumulatore di note, analisi, segreti, dettagli... Di miserie e debolezze sugli altri, spesso senza neanche il fine di sfruttare il tutto contro questi altri e neppure di far imperversare la chiacchiera e la maldicenza in giro – a volte ci basta ottenere una spettrografia di sciagure, infamie e miserie su qualcun altri – quanto sia confacente alla verità non importa – per ottenere per noi supremazia e sicurezza del nostro Io. Per spiegare questo non è sufficiente additare i deficit di “coraggio” o l'ossequio alla discrezione in qualità di difesa dei patti sociali e civili – il tema appare troppo potente piuttosto che complesso perché possa passare tra le grate dell'articolazione di quel comune buon senso che non significa mai nulla. Perché non pensiamo, invece, a quanto possiamo essere simili agli estensori di quei registri consultati da Foucault quando si sofferma a raccogliere e definire sanzioni e concetti sulle persone in modalità censoree? Sui registri di Foucault il lavoro del discorso termina con delle condanne e, constatato il periodo storico e l'organizzazione della Giustizia allora corrente, gli infami si trovarono sottoposti al regime dello Stato Assoluto, perciò a subire

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gli effetti del Potere Assoluto. Certo oggi molto è cambiato nel comparto della giustizia estrinseca, ma per quanto riguarda la nostra giustizia? Siamo effettivamente sempre lì: sullo stesso piano del XVIII secolo. Quei poveri disgraziati, così racconta la storia, subirono condanne su segnalazione di altre persone: congiunti, conoscenti, consociati e altri. Questi si appellarono alla giustizia del re alzando lamenti nei confronti del proscritto cercando di muovere a loro favore quella Giustizia assoluta e divina tenuta nel pugno del sovrano sotto forma del suo scettro. In altre parole? In altre parole i “querelanti” tentavano di usare loro stessi per primi gli strumenti della giustizia di uno Stato Assoluto sfruttando la capacità e l'intelligenza di riuscire a trovare modi per captare l'uso di questi strumenti, e cioè di avvicinarsi al Potere per sedurlo. È magnifico, agghiacciante, sorprendente e straziante al tempo stesso vedere come chiunque poteva usare per sé e per i propri fini l'enormità del potere assoluto (homo homini rex, giunse a scrivere Foucault), e tutto ciò lo è ancora di più osservando come sia perfettamente possibile farlo a tutt'oggi, e non per scherno o scimmiottatura ma esattamente perché il sistema che Foucault finì con l'analizzare (mettendo da parte le tematiche del gioco e delle leggende nere) aveva una potenza interna fondamentale: permettere la «nascita quindi di un'immensa possibilità di discorso». Ritrovarsi magari poi a notare come in verità sia solo un antidiscorso sarebbe forse una divagazione poco utile rispetto alla necessità sociale dell'averci un discorso potenziale da poter sempre fare, e di come questo trovi la sua materia prima in quella accumulazione che era già raffinamento: reazione chimica di trasformazione di un fluido in un solido, o quello che più vi può piacere come metafora; la sostanza, la validità del discorso politico sulla miseria umana è il suo essere ancora diffuso e praticato. Lo sapeva di già Foucault, lui stesso non ha resistito a farci notare come la scomparsa de re sedotti dagli scaltri era una necessità: «Verrà un giorno in cui tutta questa disparità sarà cancellata», cioè la differenza tra chi postulava un lamento al re e il re che somministrava la giustizia. «Il potere che si eserciterà a livello della vita quotidiana non sarà quello di un

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monarca vicino e lontano, onnipotente e capriccioso, fonte di ogni ingiustizia e oggetto di non importa quale seduzione al contempo principio politico e potenza magica; sarà sostituito da una rete sottile e differenziata continua, in cui si collegano le diverse istituzioni della Giustizia, della polizia, della medicina e della psichiatria. E il discorso che si formerà allora non avrà più la vecchia teatralità artificiale e maldestra, si sviluppò in un linguaggio che pretende d'essere quello dell'osservazione e della neutralità».

Rodoguna. Veniamo ora all'approdo parziale di questa indagine mettendo le mani su un documento che rappresenta al tempo stesso modello e testimonianza del discorso politico sul privato dei secoli XVII e XVIII, la Tragedia, relativamente famosa, di Cornellius: “Rodoguna”. Atto I, Scena I Laomide: Ma fra quelle, e qual maggiore, e più strana novità, che il vedere dimettersi da Cleopatra la Corona sol perché il figliuolo, che sarà destinato a riceverla ne cinga la tempia di Rodoguna? Non penserà ella à far un Rè, che per far Regina l'oggetto de' suoi passati furori? Innalzar al Trono colei, cui già godette tener depressa frà ceppi, ed in virtù della stabilita Pace ridursi ad abbracciare come Nuora quella, che incatenò qual Nemica? Timogene: Appena arrivo à concepirlo per possibile, non che per vero la speranza de' continuati infortuni à i quali hò veduto soggetto questo Regno, non mi lascia sperare quella prosperità, che voi promettete ed impressa la mia mente del barbaro costume di Cleopatra malagevolmente mi induco à figurarmi in lei così magnanima mutazione. È un gran pezzo, che a questi miseri stati è ignoto il Nome, neanche l'effetto della tranquillità. Le disaventure l'una all'altra concatenate, si sono ormai rese stabile ascendente di

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questo Clima. E quali si viddero mai già più continuate di quelle, che per tant'anni oppressero questo Regno? E quali più funesti? Restar prigioniero de' Parti fu nostro Rè Nicanoro allor quando di lor proseguiva troppo animosamente il corso delle sue vittorie. Spargersi così universalmente la voce di sua Morte, che da essa prendesse ardire il perfido Trifone di ribellarsi contro della Regina creduta priva di Sposo, e di occupar gran parte di questo regno creduto privo di Rè. Ridursi Cleopatra a isposare illegittimamente il Cognato per dare un legittimo Capo à queste desolate Province. Scoprirsi finalmente l'errore della morte di Nicanoro ed incorrere Cleopatra stessa in quel tanto maggiore anzimai abbastanza detestabile eccesso d'uccidere il Marito appena ch'il conobbe non ucciso dà suoi nemici. Nella mia dimora di Menfi alla custodia de' Principi colà rifugiati fin dall'ora che Trifone mise in scompiglio questi Stati rivolgendo ogn'or nel pensiero le scorie calamità non son mai giunto à penetrare i fini di Cleopatra in molte sue azzioni, ed in quella principalmente dell'omicidio di Nicanoro non hò saputo, né saprò mai concepire in suo favore discolpa che voglia in parte alcuna mitigare l'eccesso. Laomide: Della felice mutazione, che si prepara a questo regno dobbiam noi riconoscere per autore il Cielo più che il Genio di Cleopatra. La Pace ora stabilita è una fortunata necessità dall'Armi di Fraate, che circondando ultimamente queste Mura era in procinto di vendicare la schiavitù della Sorella Rodoguna ed è condizione indispensabile di questa pace, che dovendo ella in Siria divenir Regina, conosca il Rè a cui deve isposarsi; Mà veggio venir Antioco, ond'è forza

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rimettere ad altro tempo il proseguimento di questo discorso, e ben molto ve ne bisogna per giustificare in qualche parte le passate risoluzioni di Cleopatra. In questa Siria immaginaria sembra esistere una sorta di “retroterra storico” a partire dal quale la Tragedia prende le mosse; in verità per quanto abilmente tratteggiate le vicende a pretesto narrativo, sono solo un grande “buco nero” – delle incognite enormi per i due personaggi: Laomide e Timogene, i quali avranno i loro ruoli funzionali nel prosieguo. Parti da “esterni”, parti le quali sono già in funzione sin dalla Scena Prima: i due cercano di capire, di spiegare, di dar conto e ragione a quanto è accaduto al Regno e magari anche di chiarire e trovare una soluzione all'attuale e malversata situazione dello Stato. Ma una cosa sola è certa: azzardare un'analisi razionale vera appare improbo, e ciò è perfettamente in linea con il canone classico della Tragedia Barocca: i due discutono delle imprese e delle decisioni della sovrana e si trovano di fronte al mistero delle sue scelte. Tuttavia pure questa è una visione parziale delle cose; non è affatto vero che Laomide e Timogene non riescono a realizzare e a dipanare la matassa logica aggrovigliata di tutto quanto causato da Cleopatra – loro vi riescono felicemente seppure non se ne accorgono. È che i due, in modo del tutto inavvertito e immediato, depongono le categorie razionali del giudizio politico, diplomatico, militare, e tutti gli altri strumenti degli “Affari di Stato” per mettere a discorso dell'altro. In fin dei conti è solo uno “scivolamento dialettico” tipico: solitamente quando un determinato raziocinio fallisce e non si riesce ad avere presa sui fatti, succede di finire trasportati dal senso di sgomento, dalle emozioni e tutto sembra ineluttabile e fatale. Iniziano perciò a comparire termini come «sciagura» o «disgrazia» per dare agli eventi un ordinamento e una consequenzialità di causa-effetto trascendente l'umano. Si direbbe, insomma, che nessuno dovrebbe essere considerato il responsabile della situazione, eppure una volta ancora non è vero. Laomide e Timogene, con la loro funzione “estranea” da non coinvolti nei giochi di potere, riescono efficacemente a dare una soluzione razionale a tutta la storia; solo che lo fanno su un altro

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livello, sotto un profilo diverso da quello che tutti si aspettavano. Lo fanno mettendo in discussione quel “microscopico privato” de: «Della felice mutazione, che si prepara à questo Regno, dobbiamo noi riconoscere per autore il Cielo più, che il Genio di Cleopatra», come arriva ad ammettere Laomide. Questo è un giudizio, netto e chiaro: la situazione è tale in quanto la regina Cleopatra è semplicemente una cretina, a livello di capacità mentali essenziali piuttosto che nelle arti di governo e negli intrighi di corte. Atto I, Scena II Antioco: Trattenetevi Laomide. Non men di quella di Timogene può essermi giovievole l'opera vostra. Nello stato inquieto, in cui à raggione hor mi trovo, posso sperar molto, egli è vero, ma posso temere anche molto. Oggi una sola parola arbitra della mia sorte è per concedermi, ò togliermi fin ch'io vivo, e Rodoguna e lo Scettro. Lo scoprimento di quel gran segreto, che si rivelerà in questo giorno, m'hà dà rendere il più lieto, ò il più miserabile di tutti gli uomini. Veggio in mano della Fortuna tutti i beni, ch'io spero, e per tutti à disposizione del suo incerto capriccio. Questo solo è per me certo, che la mia proprietà non può andar disgiunta dalla disaventura d'un Fratello, e d'un Fratello a me sì caro che mi farebbe forza portar la metà de' suoi danni, anzi, perdere, nel compatimento de' suoi danni la metà delle mie contentezze. Adunque per meno arrischiare io risolvo di men pretendere, e per sottrarmi à quel colpo fatale, che io non ardisco d'incontrare, vorrei cedendo al Fratello quello che de' due beni è più specioso agli occhi altrui, assicurar per me quello, che è più pretioso al mio Cuore. Ohimé fortunato se non più dipendendo da una dubbiosa ragione di Primogenitura

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arrivo à cam[b]iare la speranza del Trono nell'acquisto della mia Principessa, e mercé di questa divisione à risparmiare gli affanni, che sovrastano, ò al mio Amore, ò alla mia fraterna amicizia. Sì caro Timogene. Và, trova Seleuco, e digli, che per una bellezza, a lui cedo di buonavoglia un'Impero. Và, e poni ogni studio in dipingergli così bella la felicità del regnare, e così splendido il lume della Corona, che egli ne rimanga abbagliato fino al segno di non discernere il gran prezzo, con cui lo compra. E voi Laomide andate a Rodoguna, ne men eloquenza abbisognarvi in mio favore per pregarla ad abbassar i suoi begli occhi sovra d'un suddito; d'un suddito, però, che lascia d'aspirar al Trono per aspirare a lei sola: d'un suddito che salirebbe forse in questo giorno, se non preferisse à così illustre grado il suo Amore, d'un suddito insomma, ch'avria ben a cuore di posporre al Regno la Vita, ma che con maggior cuore pospone a Rodoguna la vita, e il regno. Antioco è uno dei due figli di Cleopatra, e sembra, al pari del fratello Seleuco, “innamorato” di quella stessa Rodoguna che fu già sposa del loro padre e ora “ostaggio” del regno siriano con il suo sposalizio da celebrarsi con uno dei due figli di Nicanoro come garanzia di pace tra la Siria e il Regno dei Parti. Antioco sembra anche nobile, sincero e genuinamente verace nei soi “sentimenti” riguardo Rodoguna, ma presentata in una situazione così tanto intricata e complessa la ragazza appare più un “oscuro oggetto di desiderio” piuttosto che una vera donna di cui ci si innamora per la sua bellezza, dolcezza o altre qualità umane e morali; è un po' difficile anche solo scorgerle, figurarsi esaltarle quando tutto è ben più offuscato da un retroscena pregresso di fatti e avvenimenti dove, gerarchicamente, per primo spicca l'astio da parte della madre di Antioco per la ragazza, Cleopatra che cambia atteggiamento solo perché costretta dalla grave condizione

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politica; quindi per seconda viene la Ragione di Stato, per terze e quarte ci saranno sicuramente il fatto che Rodoguna è stata già sposata proprio con il padre di Antioco e Seleuco e l'ovvia competizione tra i due fratelli sia per il regno che per Rodoguna. Perché affermo siano questi gli aspetti più influenti sulla psiche e sugli atteggiamenti di Antioco? Perché lui in verità non spiega, non analizza niente, non discute di nulla in realtà. Il suo discorso è un banale infiorettamento di ragionamenti nobili e coscienziosi che possono sembrare “teneri”, forse addirittura probi e onesti, ma non è così, proprio per nulla. Dove sta Rodoguna nel discorso di Antioco? Cioè la reale Rodoguna, quella conosciuta, vista e sentita; quella vissuta in modo tale da permettere al suo “innamorato” di avanzare il diritto a volerla? Anche i desideri più ciechi necessitano a volte di una giustificazione, e la situazione di Antioco di fronte a Laomide e Timogene impone una giustificazione, in quanto non si sta parlando della favola d'amore di due giovanetti scapestrati, ma Rodoguna è quel nodo scorsoio a stringere i destini di uno Stato intero, e Antioco ha una responsabilità nonostante tutto, compartecipata con suo fratello e sua madre. Dove sta l'assunzione di responsabilità da parte di Antioco? Ancora una volta non appare da nessuna parte, è quando un'assunzione di responsabilità non viene compiuta, evidentemente, non c'è. Antioco non si sofferma neanche un minuto a ragionare della situazione politica o della Ragione di Stato; potrebbe essere un discorso che lui ha già fatto, è ammissibile – ma non può essere ammissibile come sembri ignorare completamente ogni questione non riguardante il suo “dichiarato amore”, e la sua cieca determinazione ad abbandonare la corsa al trono per scegliere di avere unicamente Rodoguna. Su questa scelta ci sono molte cose da dire. Innanzitutto spicca più che evidente, come Antioco spinga Timogene a lavorare per lui, supportando la sua causa presso il fratello Seleuco, caldeggiando, anzi indirizzandolo a tentare tutti i sistemi di corruzione e persuasione, raggiro incluso: «Và, e poni ogni studio in dipingergli così bella la felicità del regnare, e così splendido il lume della Corona, che ne rimanga abbagliato fino al segno di non discernere il gran prezzo, con cui lo compra». Di fronte a ciò,

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viene da chiedersi “ma di quali nobili e genuini intenti blatera Antioco?” Di fronte a una condizione così importante per la Siria, di fronte a un momento di transizione nella situazione politica dello Stato, dovrebbe scambiare la pace con i Parti per l'amore di Rodoguna attraverso il raggiro? In effetti c'è pochissima nobiltà nell'atteggiamento di Antioco, tanto che si scredita in modo completo agli occhi di un osservatore attento: insomma, Antioco è figlio di re, ha visto e vissuto in prima persona tutte le disgrazie e le inaspettate peripezie della Siria da quando iniziarono le ostilità con i Parti; può lui essere davvero così egoista e infantile fino ad apparire completamente stupido se crede di poter sposare Rodoguna rinunciando al trono? Ovviamente nessuno può essere tanto cretino (a parte, forse, il figlio meno dotato di Cleopatra), e quindi la faccenda non convince affatto, come se Antioco avesse sotto qualche piano misterioso e segreto. E l'amore per Rodoguna? A questo punto si può dire che ne sia rimasto in piedi giusto l'apparenza, spacciata per indorare la pillola. Atto I, Scena III Seleuco: S'io voglio? Voglio anche più – Voglio io stesso apprestarvelo cedendovi la Corona – Sì, mio Sire (poiché comincio à parlare al mio Rè) per lo Trono ch'io vi cedo, cedetemi Rodoguna, ne havrò, che invidiare alla grandezza di vostra sorte . Così il nostro Destino avrà di vergognoso, così la nostra Fortuna nulla d'incerto, e così l'uno, e l'altro ci renderemo superiori à questa debole ragione di maggioranza, contenti amendue, voi dello Scettro, io della Principessa. Qui Seleuco durante l'incontro con Antioco sembra stare un passo avanti rispetto al fratello, come se tentasse – e almeno teoricamente vi riesce – di bruciarlo sull'iniziativa. Benché Seleuco sembra opporsi specularmente ad Antioco – vuole la stessa cosa di lui, Rodoguna e basta, e offre di cedere la successione a Trifone (e

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non “a Nicanoro”, in quanto l'ultimo re di Siria fu Trifone, sposo in seconde nozze di Cleopatra). Però, anche se non legittima la pretesa dei suoi sentimenti sulla ragazza, si “stacca” rispetto alle azioni di Antioco per diversi aspetti, Infatti non c'è una vera “specularità” nella Tragedia di Cornellius, almeno non in questa sezione, poiché Seleuco non usa un “mezzano” a sua volta, ma parla direttamente con il suo antagonista, e invece di replicare le stesse e identiche argomentazioni (in questo caso si doveva aspettare un raggiro in risposta), sotto la copertura di stilemi espressivi sempre uguali, Seleuco aggiunge un nuovo argomento: «Così il nostro Destino nulla avrà di vergognoso, e così la nostra Fortuna nulla d'incerto, e così l'uno, e l'altro ci renderemo superiori à questa debole ragione di maggioranza». Se prima avevo criticato Antioco e lo avevo definito addirittura un “cretino” nella sua “genialata” di poter scindere la pace coi Parti dall'incoronazione di Rodoguna in qualità di sposa del nuovo re di Siria, non possiamo dire lo stesso di Seleuco. È vero che anche la sua idea non ha alcun appiglio concreto: né logico, né storico, né legale, ma proprio per questo è più convincente di quello di Antioco, a partire dalla formula del colloquio diretto e privato, e perché la sua proposta ha perlomeno un fine importante, “filosofico” si può dire: elevarsi al di sopra della futile logica del senso comune e della Ragion di Stato imposta da altri e dalle contingenze, che vorrebbero indissolubile il legame tra Rodoguna, la corona di Siria e il matrimonio con uno dei due, “tutto compreso”. Seleuco invece fa un discorso di senso tutto nuovo, il quale è in linea con quanto diceva Walter Benjamin sul senso della Tragedia Barocca riguardo lo «scrollarsi di dosso del determinazioni del destino». Infatti diventa possibile una “divisione dei beni” tra i due: a uno la ragazza e all'altro il trono, perché loro sono due principî e sono al tempo stesso investiti della responsabilità di governare un regno e gettati in una sorta di competizione, o così vuole la «logica di maggioranza». Quindi cosa prova di fare Seleuco? A rovesciare la situazione: loro due, che sono principî, non hanno doveri, ma poteri, e possono usarli da privilegiati, disobbedendo alle volontà generali imposte su di loro – e tutto questo dovrebbe avvenire come un accordo privato tra i

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due di cui, una volta stabilito e concluso, non dovranno rendere conto a nessuno. Creeranno così un nuovo status quo tramite l'effetto che si produrrà. Va riconosciuto a Seleuco una capacità da homo novus, faber (o “rex”, come suggerisce Foucault) poiché in effetti questa sua idea, tutta fondata su un patto segreto in grado di far deviare il corso degli eventi, di sottrarne il controllo a Cleopatra e a Fraate (il re dei Parti e fratello di Rodoguna), i quali si trovano in posizione di comando con la facoltà di decidere i destini delle persone. L'idea di Seleuco è un vero e proprio colpo di spugna su tante questioni che, tornando sugli altri personaggi della Tragedia, ancora li impegnano, li tormentano, o meglio: li relegano a doversi spendere per indagare, formulare decreti morali su una dimensione “ristretta” e non solo – apparirà anche asfittica e superata dopo la Scena III dell'Atto I. Chi è colpevole e chi innocente? Laomide e Timogene – con la loro funzione di “esterni” ai fatti, coinvolti solo di riflesso come tutto il popolo siriano devono ancora capire questo, stabilire una verità la quale magari potrebbe finire ordinata in una gerarchia graduata: chi ha la colpa maggiore e più infame, chi magari è semplicemente caduto in errore a causa degli inganni insolubili delle contingenze. Cleopatra, per esempio, è rea di aver fatto giungere tutta l'armata dei Parti in guerra fin sotto le mura della capitale a partire dall'essersi ri-sposata con Trifone il quale riprese la guerra avviata in precedenza da Nicanoro; dopo la ripresa del conflitto Cleopatra scoprì sia che Nicanoro era ancora vivo, sia che lui stesso aveva tradito la sua regina prendendo in moglie Rodoguna. Da qui “l'ira” di Cleopatra, la presa in ostaggio di Rodoguna con il susseguente rovescio bellico ai danni della Siria che pose la disperata necessità di negoziare una pace. Ma Cleopatra, quando sposò in seconde nozze Trifone, sapeva e credeva a quello che tutti in Siria sapevano e credevano (ancora una volta “il pensiero della maggioranza”), cioè Nicanoro morto, cioè in un regno senza re. Invece, il secondo matrimonio di Nicanoro? Non è forse lui “più colpevole” di Cleopatra?

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Laomide: […] Sordo alle raggioni, avverso al disinganno, inesorabile alle preghiere risolvette imitar la Moglie nelle seconde Nozze, e con un'infedeltà volontaria volle invedicare l'involontaria Cleopatra. Vendetta barbara, perché castigo d'una sola credulità. Vendetta dolce; perché consigliata dall'Amore, che nella sua prigionia concepì per la sorella di Fraate, per quella stessa Rodoguna, verso cui hanno ereditata i nostri Principi la paterna tenerezza. Si comprende in modo immediato e lampante come la questione sia di natura decisamente più grave e importante del “minuscolo” bisticcio tra consorti per storie d'infedeltà e tradimenti, entra in causa il non rispetto dell'istituto nuziale, proiettato nella dimensione delle leggi dinastiche e del diritto a possedere e a governare un territorio e dei sudditi. A quanto pare, non si può imputare l'adulterio a Cleopatra, anzi, lei condusse un atteggiamento corretto come regina che si risposa subito per non lasciare la Siria senza un uomo al governo. Eppure nessuno qui pare voler assolvere Cleopatra in questa specie di processo; lei ebbe la colpa di aver fatta prigioniera Rodoguna e aver così causato l'invasione dei Parti in Siria, e nessuno sembra voler trovare scusanti, giustificazioni o altro in favore di Cleopatra, poiché tutti i favori sembrano per Rodoguna. Dopotutto Laomide sembra compiacente verso la ragazza, questo “oscuro oggetto di desiderio” che ammaliò Nicanoro – il quale avrebbe potuto rinunciarvi ed evitare ogni genere di problema – e che ora sta ammaliando anche Antioco e Seleuco, o forse Laomide stessa è sotto l'influsso di Rodoguna o privilegia la prigioniera e futura sua regina unicamente per dar contro a Cleopatra? Rispondere a ciò è molto difficile, si può tuttavia dire che Laomide non coglie minimamente la possibilità di interpretare il “grande errore” di Cleopatra come legittima ritorsione di una moglie tradita e di una regina che vede nella sposa illegittima non tanto un'offesa personale al suo onore, quanto un pericolo per lo Stato.

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Atto I, Scena V Laomide (a Rodoguna): Credetemi ò Madama, voi fate torto a Cleopatra sospettando a tal segno di lei. È ormai tempo che vi scordiate gli effetti di quella disperazione, ove trasportolla l'infedeltà del marito. Se tinta ancora del di lui sangue vi trattò già come odiata rivale, l'impeto de' primi moti regolava tall'hora i suoi furori spingendola alla vendetta. Ci voleva pur qualche tempo per raffreddare i bolori del suo sdegno. Ci voleva pur qualche pretesto, perché ella potesse cangiar con voi stile. Eccolo opportunamente suggerito dalla Pace. Nella scena precedente Laomide conferiva con Timogene sempre sullo stesso argomento, ma tale “offesa” di Cleopatra non compariva, viene tirata in ballo ora, quando l'ancella si rivolge a quella che ritiene sarà la sua futura regina, e pare volerla rassicurare, blandirla, persino sedurla. Forse questo “surplus” messo in campo da Laomide soltanto adesso è esclusivamente funzionale al rapporto con il potere, ma ancora nessuno affronta qui realmente uno dei possibili nodi cruciali della storia: che Cleopatra poteva pure temere d'essere ripudiata in favore della seconda moglie e perdere il trono; di fronte a tale minaccia persino l'assassinio diventa contemplabile, e allora la vera domanda prende le forme del: “perché Cleopatra, una volta avuta in pugno Rodoguna, non l'ha uccisa?”. Alcune risposte le avremo in successione nelle Scene VI e VII dove Cleopatra prima conferma la “vera ragione” dei suoi atti, cioè il pericolo d'essere spodestata da Rodoguna e in seguito, conferendo con Laomide, cerca di precisare, di chiarire come l'odio e la gelosia o qualunque tipo di sentimento basso e viscerale non hanno mai avuto parte in causa nelle sue decisioni, ma: Laomide: Come? Voi parlate di Vendetta contro quella, ch'avete promessa in moglie al nuovo Rè.

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Cleopatra: Come? Nominerò io dunque in moglie il nuovo Rè sol per proveder d'un appoggio la mia nemica? Scenderò io dal Trono sol per rendermi più commodo bersaglio agli aspettati colpi del di lei risentimento? È possibile che non impari tu mai Anima bassa, e plebea à mirar con altr'occhi, che quelli del Volgo? Per la regina una plebea è incapace di capire le motivazioni della Ragion di Stato e applica delle tipologie di giudizio rozze e volgari che “accomunano” ogni uomo e donna a un basso novero e cerchia, una plebea vede solo gelosia e odio vendicativo e non può prendere coscienza del fatto che se a Rodoguna è stata risparmiata la vita, ciò avvenne per calcolo militare: l'esercito siriano aveva subito troppe perdite per poter resistere all'urto dei Parti, sicché Cleopatra preferì la strategia dell'ostaggio per negoziare la pace – una “mente plebea” è forse incapace di addentrarsi e sostenere certe congetture, oppure era questo un dettaglio semplicemente sconosciuto fino ad ora? E quanto, poi, questa storia dell'esercito siriano ridotto di numero e mezzi è vera? Ricordo di due Laomide e Timogene ottimamente informati sulle vicende recenti di politica e di imprese militari, difficilmente un aspetto così decisivo poteva sfuggire, perché non è quel genere di aspetto che può essere tenuto segreto con facilità. Piuttosto sembra essere solo una falsità inventata da una Cleopatra messa alle strette. Tuttavia il punto decisamente più oscuro di tutta la Tragedia appare la primogenitura. Sappiamo solo che Antioco e Seleuco sono due fratelli, non riusciamo a sapere chi è il maggiore e il minore, non ci viene offerto alcun riferimento normativo sulla successione al trono – a differenza della precisione con cui vengono affrontate le seconde nozze di Cleopatra e Nicanoro – sappiamo unicamente che, da accordi stipulati con Fraate, la scelta di designare al tempo stesso il re di Siria e il marito di Rodoguna, sta in mano a Cleopatra. Mentre Seleuco ha cercato di scindere la questione in due cose separate, Cleopatra, per perseguire i suoi scopi personali e di

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Stato chiederà ai suoi figli di uccidere Rodoguna, e in base a chi si proporrà per compiere l'atto sceglierà il re. Cadono, con questo passaggio, molte maschere, molte ipocrisie, e tante supposizioni “plebee” trovano conferma. Di fronte alla richiesta della madre, i due fratelli tentano la scappatoia chiedendo a Rodoguna la rinuncia al suo diritto di regnare, ma lei a sua volta declina “garbatamente”, dicendo che in verità non spetta a lei il potere di prendere questa decisione sulla propria sorte, in quanto, la sovranità legittima non è sua ma riposa tutta nei patti stretti tra Cleopatra e Fraate dei Parti – suo fratello – al momento della stipula della tregua. A causa di un arbitrio ben più grande di quello congegnato da Seleuco, lo schema dei rapporti legali si fa intricatissimo tra la fine dell'Atto I e l'inizio del II, per ottenere poi una situazione completamente ribaltata. Atto II, Scena IV Rodoguna: Non è più tempo. La sentenza è già pronunziata. Quando io volevo tacermi, voi non me l'avete permesso. Più a me non dovete ricorrere, ma all'ira, al rigore, allo sdegno. Per guadagnar Rodoguna bisogna vendicare un Padre. A questo solo prezzo io mi vento. Vedrò chi frà voi oserà maritarmi, ò per meglio dire chi frà voi crederà, ch'io meriti essere da lui acquistata. Addio Cadono, dopo questo passo, molte altre cose. Innanzitutto ogni parvenza che Rodoguna possa essere solo una ragazza ingenua e intrappolata dalle circostanze. I veri prigionieri della faccenda sono i due fratelli: stretti e oppressi da volontà più grandi, più forti e meglio attrezzate di loro. Cleopatra vuole morta Rodoguna sia per il potere sia per prestigio. La vuole morta per continuare a regnare in un certo modo, in quanto Rodoguna in effetti è regina di Siria quanto lei dopo aver sposato Nicanoro. I Parti potrebbero conquistare la Siria e sottometterla, l'opzione di chiedere ai due fratelli di mettere fuori gioco la prima moglie del re deceduto è

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solo una strategia che, sfruttando la logica delle congiure interne a una casa regnante, renderebbe tutto più semplice e facile. In questo frangente – anche per via dei termini usati – si scopre la caratteristica di Rodoguna in qualità di “oggetto di desiderio”, strumento abilmente sfruttato per l'accesso al potere; qualità di cui lei è perfettamente consapevole e ne fa lei stessa uso in prima persona. Atto II, Scena XII Seleuco: Voglio crederlo. Ma ditemi ancora, qual ragione ci fa amendue primogeniti? Quando, e come a voi piace? Chi di noi due v'ha da prestar fede? Qual giustizia vi consiglia à considerar lo stesso Amore in uno, come merito, nell'altro come colpa; onde ne riporti quegli il premio, questi le pene. Cleopatra: Come Reina comparto à mia voglia, e grazia, e giustizia, e mi meraviglio ch'un temerario figliuolo macchiato di tradimento ardisca dimandare ragione de' miei favori. Come già avevo detto prima, Seleuco sembra tra tutti i personaggi della Tragedia, quello più capace di andare “oltre”, di innovare, di compiere scelte particolari e anche coraggiose. Infatti è lui a porre la questione direttamente alla madre, ricevendo come risposta la conferma dell'inattuabilità dei suoi piani, perché il potere più grande di Cleopatra impedisce tutto. E, sicuramente, è stata questa mossa, questa critica sia a Cleopatra che al potere assoluto da lei detenuto la causa scatenante della morte di Seleuco nell'Atto III dove la Tragedia si compie finalmente.

Le spinte del Potere. Mi domando: cosa c'è di più solenne dello sforzo di osservazione, di catalogazione, di dettagliamento e di analisi che

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ben oltre le spesse volte ma praticamente sempre viene usato dalle persone, impegnando anche saperi di alto valore intellettuale per ottenere quel genere di conoscenza tale da permettere di compatire o distruggere o svilire una persona con un “povero disgraziato!”, alla fine di una ben ponderata dissertazione? Dove sta lo spreco e la perversione in tutto ciò? Nell'asservimento: «Sarebbe indubbiamente facile smantellare il potere, se esso si limitasse a sorvegliare, spiare, sorprendere, proibire e punire; ma esso incita, suscita, produce, non è semplicemente occhio e orecchio, ma fa agire e parlare...»

...perché dall'accumulazione della miseria nasce ricchezza, in vaste quantità ma anche in forme e mode a dir poco inaudite se osservate per la prima volta. Per le paginette di Foucault esiste un altro ordine di lettura possibile. Esso ci spinge verso riflessioni di tipo più letterario riguardo le leggende nere degli uomini infami, i quali, sostanzialmente sono una teoria di figure dotate di nomi e di accenni a imprese e malefatte «che dietro questi nomi non dicono nulla» a parte fatti di uomini vissuti e morti patendo sofferenze, terminando assoggettati a delle cattiverie, divenendo oggetto di gelosie e tema di dicerie – cioè di tutta quella spicciolatura la quale sì costella il vivere quotidiano di tutti (come s'era detto) ma desta in molti sdegno e raccapriccio quando diviene materiale utilizzato per l'assoggettamento giuridico di qualcuno, spesso a favore di altri in dispute concernenti rapporti di proprietà o di ubbidienza sociale. Insomma, l'analisi storica si mescola a quella letteraria in quanto, la ricostruzione scientifica sembra proprio spostarsi verso la scoperta di una effettiva “drammaturgia del reale” che nella Francia del XVII e XVIII Secolo si costituiva intorno alle indagini, alle inchieste, alle implorazioni fatte al sovrano perché “Egli” mettesse il suo occhio potente sopra gli sciagurati e provvedesse a raddrizzare i torti. Se davvero furono i Teatri a prendere il posto dei Fori per questi piccoli eventi, allora diventa difficile sminuire ed evitare una comparazione con i modelli letterari dello spettacolo ai quali quella stessa umanità compartecipava in molti modi e a più livelli. E drammi e tragedie avevano al loro interno il

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tema della vendetta; e quanto facile è dire che le avances dei postulanti al re costituivano lo strumento di una vendetta? L'arma di un odio? È molto facile dirlo, ovviamente, è più difficile dimostrarlo perché questo suo lavoro Foucault è riuscito a trovare solo le voci dell'accusa e quelle del giudizio, e crediamo altamente improbabile riuscire a ritrovare dei documenti di difesa dei condannati, forse perché non ebbero la possibilità di difendersi: colti alla sprovvista dalla richiesta dell'avversario al sovrano, forse non c'era un vero processo equo; o forse una volta pervenuti alla condanna nessuno si preoccupava di conservare la documentazione dei passaggi intermedi: il potere e il giudizio dello Stato assoluto era “Mosaico”, funzionava nella solitudine eremitica del “padre di un popolo” arroccato sulla cima del monte e nessun altri aveva diritto a essere testimone su come il fuoco incideva la pietra. Ma in fondo che senso avrebbe andare alla ricerca della voce di una “controparte”? Poiché l'analisi storica è capace di rendere la caratterizzazione culturale dello “spirito del discorso” sarebbe semplicemente incoerente e assurdo ritenere gli “infami” capaci di esprimersi diversamente dai loro accusatori, forse anche dai loro giudici. Se dalle loro storie-lampo scaturiscono cose vicine a sembrare episodi di battaglie, disperazioni variopintamente gesticolate sotto forma di suppliche e ordini, allora gli infami non vengono “ritratti” e delineati in ciò che di loro si legge, ma troveremo solo le loro condanne: le trappole in cui sono caduti, le armi che li hanno offesi e feriti, e le grida, gli atteggiamenti a coprire o scoprire – secondo il caso – le astuzie e gli intrighi usate e intessuti per mezzo dello strumento-linguaggio. Quindi in questa realtà “tragediografata” salta fuori come unica essenza umana un altro tema cruciale di quel periodo: il destino dell'uomo. Solo che quando il palcoscenico si abbassa al livello della strada, dove chiunque poggiando i piedi sul terreno può assumere una parte nella “recita”, allora il destino assume una forma ben precisa: non un concetto morale a fine didattico scelto dal tragediografo, ma sempre e solo l'impatto con il potere, il rapporto con o contro esso, in quanto – e in fin dei conti – al di là di tutte le piccole macchinazioni avvelenate del quotidiano è pur sempre il potere ciò che decide e definisce la vita di un uomo in

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ogni tempo e società, è il punto più intenso di un'esistenza, laddove l'energia si concentra al massimo e quando si scontra e si dibatte con il potere, tenta di usare la forza di questo o di sfuggire alle sue trappole. Si è visto quanto Foucault insisteva sulle Lettres de Cachet vedendole come uno strumento che ridisegnarono il tipo dei rapporti stabiliti tra il potere, il discorso e il quotidiano. Volendo, la “tragediografizzazione” è il tessuto connettivale per ottenere tutt'altro modo di governare proprio il quotidiano arrivando a formularlo in prima istanza, cioè precedendo la sua autocodificazione. Si può dire seriamente, quindi, che per la vita ordinaria nacque una nuova messa in scena sotto quella specie di “servizio pubblico di dispotismo” in precedenza evidenziato. La sovranità politica – insomma – andò a inserirsi a un livello più elementare del corpo sociale: da soggetto a soggetto – e a volte si trattò proprio dei soggetti più umili – all'interno e tra i membri della propria famiglia, nei rapporti di vicinato, di corporazione del mestiere, di rivalità, di odio e d'amore. Va qui aperta una finestra critica su una contraddizione a dir poco gigantesca. Basta scorrere quella trafila di tematiche dove il potere del sovrano riesce a inserirsi per accorgersi in modo indubitabile di stare a parlare di spazi, tutti, nessuno escluso, della sfera privata degli uomini. Ebbene, questa sfera privata sembra il più grosso problema e la più grande falsità dell'evoluzione sociale dell'Occidente, in quanto sembra essere risaputo e pacifico come e lo sviluppo del Capitalismo e l'attestarsi della Borghesia come classe dominante, abbiano portato alla costituzione di una sfera privata, legittimamente autonoma, realmente sigillata rispetto l'esterno, davvero indipendente da tutto. Ma no, non pare essere affatto così, questa è una percezione erronea e distorta a ben vedere. A ben vedere la sfera privata di una famiglia (o di qualunque altra associazione sociale) era molto più tutelata nel passato, nella società medievale e in quelle antiche, perché non abbiamo mai avuto se non rarissime notizie del potere che scendeva a livello del quotidiano, entrava nelle case dei grandi e degli umili a regolare usi, costumi, decisioni e libertà dei singoli. È una contraddizione e una stupida illusione la supposizione di essere riusciti a conquistare il nostro spazio privato, esclusivo,

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dove poter usare le nostre proprie leggi? Probabilmente è così, almeno per certi aspetti, e altrettanto probabilmente il privato borghese è finito col risaltare così tanto nel discorso sociale perché col tempo si fece sempre più interessante. Ma interessante come e perché? Ovviamente per il potere che trovò nuova materia prima su cui agire. Quindi non c'è alcun motivo di stupirsi per questa evoluzione di un privato che privato non è, e che invece ha aperto a poco a poco le relazioni tradizionali d'appartenenza e di dipendenza (correlate alla famiglia, ai vincoli di lealtà, eccetera...) ai controlli amministrativi e politici mozzando e pervertendo quell'intoccabilità della sfera borghese la quale invece sembrava sotto un'opera di accanita costruzione difensiva. Quindi il potere è partito dal male minuscolo di vite senza importanza per creare delle ragnatele con circuiti assai complessi attraverso i quali finivano coll'impigliarsi dispute di vicinato e liti tra genitori e figli, i malintesi delle coppie, le baruffe pubbliche e tante passioni segrete. C'è stato qui, insomma, come un incessante e onnipresente appello per la messa in discussione (o a discorso) di tutte quelle agitazioni e di tutte queste piccole sofferenze. Le forma del discorso. Si può forse dire che sia stato uno “sforzo spregevole”? Lo è stato nella misura dell'uso politico dei risultati dello sforzo, in quanto il macchinario messo in moto fu indubbiamente importante per il costituirsi dei “nuovi saperi moderni”, la psicologia e la sociologia anzitutto al seguito nel nuovo imperativo in formazione intorno a quello che Foucault azzarda a nominare come «etica immanente del discorso letterario dell'Occidente»; mano a mano le funzioni cerimoniali della letterarietà andarono cancellandosi, trascurando il compito di manifestare in modo evidente grazie e splendori per mezzo dell'arte letteraria, l'esaltazione della retorica eroica e della potenza declinarono perché non più interessanti in quanto fin troppo visibili e il discorso letterario invece sembra appropriarsi dei una missione e di una dimensione investigativa andando a cercare quel che è più difficile da scorgersi, il più nascosto, il più disagevole a dirsi e a mostrarsi per giungere al proibito e allo scandaloso.

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Che cosa, infatti, rimpiazzò il favoloso e il didattico dei Poemi e delle Tragedie tra fine XVIII Secolo e inizio XIX? La fiction del Romanzo, ma liberandosi esattamente dal romanzesco arabeggiante, non più proponibile perché ingenuo e irreale, così evidentemente sciocco da divenire superfluo e inutile ai fini del discorso sociale, perché il lettore è mosso principalmente ad addentrarsi tra le pagine di un Romanzo dalla voglia di sapere e conoscere di una storia e dei suoi protagonisti, e non da quella di “sognare” o di ritrovare il ridondante affermarsi di lezioni morali, principi etici e ideologie esaltate. La letteratura ebbe quindi la sua parte in questo grande sistema di costrizione mediante il quale l'Occidente ha obbligato il quotidiano a mettersi a/in discorso/discussione. Dato che il sistema è vastissimo e presenta i suoi effetti ultimi su oggetti storici d'importanza come il Diritto Privato, la Psichiatria e il Romanzo, credo sia giusto seguire l'allargarsi del cerchio, sfruttando l'opportunità di aver da poco concluso quel lavoro sugli appunti riguardanti “La Storia dello Spirito Europeo”, nel quale il concetto di idea d'Europa era stato ripercorso guardando alla letteratura continentale, dove proprio Tragedia e Romanzo ebbero le loro parti come spunti e oggetti di analisi per questo studio. Da una parte il Romanzo interviene sulla scena europea esattamente come “prodotto” letterario principe della cultura borghese, questo è certamente un punto assodato; più peculiare e “nuovo” è invece l'aspetto di cui ho discusso poco fa, di come “l'arte del raccontare le vite dei borghesi” avesse la sua funzione nel discorso sociale in qualità di regolo; il Romanzo nasce e si sviluppa come un discorso sul reale, e lo ordina, non è specchio ideale che riflette gli abbagli, è opera decisa a dare la realtà, vuole gestirla o perlomeno trovare un modo di controllare e dare forma, offrire un significato a quell'immenso panorama di futilità e anarchia che appariva essere il mondo in grande e in piccolo: dagli enormi sconvolgimenti iniziati con l'industrializzazione e culminante nelle catastrofi belliche, ai profondissimi orrori dell'animo umano e delle sue privatissime sciagure. Anche questo può essere stato un esercizio di potere, il quale è andato probabilmente di pari passo con il perfezionamento del

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sistema di soggiogamento del quotidiano, passando per varie fasi e anche momenti d'incertezza, come quelli di chi, vedendo certi effetti di quel “servizio di dispotismo pubblico” che per l'appunto diffondeva, disperdeva, faceva anche spuntare caoticamente i risultati dell'arbitrio e ovviamente richiedevano, o speravano in un ritorno di poteri “più superiori” e di una “Giustizia più giusta”. La dinamica più importante riguarda sempre e comunque il potere. Non abbiamo infatti ancora affrontato questo potere in se stesso, cioè in base alle forme che ha assunto e con queste ha dato vita ai metodi e ai sistemi descritti con larghezza di dettagli e dovizia di particolari. L'autodeterminazione. Il nodo cruciale ed epocale della trasformazione del Potere dall'uscita del Medio Evo verso l'Età Moderna è stato il suo acquisire capacità di autodeterminazione. Innanzitutto per il sovrano assoluto, con la sua facoltà di decisione autonoma, sciolta (assolta) da tutti i vincoli precedentemente a limitare conti, duchi, sacri romani imperatori e via dicendo. Nella Tragedia Barocca il fulcro delle vicende saranno proprio le decisioni del principe: autonome, spesso oscure e quasi sempre ingiuste tramutate nello specchio catartico e introspettivo dell'Europa del Cinque, Sei e Settecento. Tornando nell'ottica di Foucault si può “aprire una finestra” come spesso faceva lui dicendo che è l'oscurità il tarlo assurdo e immanente dell'uomo: quanto non è chiaro pone domande sui perché. Quindi i tragediografi dovevano porre con urgenza epistemologica questa ambiguità ai loro eroi; era compito loro illustrare al pubblico l'esistenza di una possibilità del reale sulla scena tragica per far sussultare le coscienze al fine di carpire un'emozione. Altri, in altri generi e ambiti del discorso culturale, però, avrebbero potuto agire con diverse finalità, domandandosi dove il salto nel vuoto nel caos senza vincoli e ordine che certuni lamentavano a posteriori, avrebbe potuto condurre, e come poter trovare un Filo d'Arianna per uscire dal labirinto limaccioso che l'autodeterminazione presentava come rischio intrinseco. Questi “altri” possono essere stati gli storici, e il caos può essere stato individuato nella sfera privata borghese dove tutto era concesso,

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che si stava inspessendo coll'avanzare del tempo come spazio di vita importante ma veniva dissolto in contemporanea dal potere quando questo andava a incidere la sua libertà. Per capire il processo è sufficiente osservare come la Tragedia prende “la storia”, il materiale del reale e i contenuti intimi e privati degli uomini e li pone su un piano inclinato da cui non c'è ritorno. E una volta giunti alla fine, tutte le imprese narrate e/o inscenate si rivelano – o meglio non si rivelano – come una storia raccontata da un povero ragazzo pazzo, colma di frastuono e furia che non significa nulla. Sembra che alla chiusura di Quinta, in verità, per l'eroe tragico non ci sia presenza reale di significato e concetto, come se quel “Fato” caduto sui protagonisti si fosse unicamente divertito a spingerlo, a trascinarlo, a strapazzarlo facendolo rotolare e ruzzolare tra angosce, ambasce, disgrazie e dolori che lo “degradano”. Non per caso Foucault scrisse che di fronte alle leggende nere degli uomini infami gli sembrava di trovarci dentro certi passi di alcune Tragedie coeve ai registri; era come se condividessero lo stesso materiale – la disgrazia orrida e minuscola – e la utilizzano nello stesso modo – ingigantendola fino a decidere le sorti degli esseri umani e di strutture sociali più grandi di loro coinvolte. Ma dietro a tutte queste «gesticolazioni disperate» che producevano e riproducevano continuamente sia in finzione sia nella realtà solo gli effetti di volontà egoistiche e corrosive – la riparazione di un torto o di un danno, la sopraffazione di un individuo quando gli era impedito di agire e disporre liberamente di sé e dei propri beni, la cruda e “semplice” vendetta per quanto complicatamente potesse essere ricercata – c'era una scena, un fondale. Tutti questi soggetti si muovono con esso sullo sfondo e per quanto i soggetti sembrano poter agire senza freno alcuno perché autodeterminati, oppure perché capaci di sedurre e sfruttare i meccanismi del Potere, la scena-fondale è il loro limite ultimo, li incatena perché come dotata di una straordinaria forza di gravità nel senso che era tipico per i personaggi della Tragedia Barocca trovarsi l'incombere della necessità di “levare le tende” dai luoghi fisici e geografici dove le vicende si ambientavano; oppure togliersi da lì era un loro intensissimo desiderio, la speranza di una vita, o infine una loro ineluttabile e fatale

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decisione. Ma per contro nessuno si muove mai, nessuno concilia i fatti con se stesso e sceglie di allontanarsi; tutti restano dove si trovano a perpetrare o subire le ultime conseguenze delle liti, delle rivalità, di congiure e vendette. E sono tutti imbambolati, come se «In ultima analisi [sia] lo spazio tragico a fondare la Tragedia […] ogni tragedia sembra consistere in un volgare non c'è spazio per due. Il conflitto tragico è una crisi di spazio». Da dove nasce questo sentimento di mancanza di spazio? È senza dubbio un sentimento di crisi; forse era indotto da fenomeni che conducono a questioni di “storia materiale”, oppure è l'Enigma polare e immane scaturito dalla dissoluzione dei limiti e dall'assoluzione dei comportamenti (assolvere e assolutizzare sono in pratica quasi la stessa cosa a ben pensarci) che fa apparire la libertà qualcosa di mostruoso e devastante nei riguardi dello spazio di vita comune e condiviso? La soluzione che si propone rovescia completamente la causa e l'effetto. Il sentimento di oppressione psicotica e il feticismo compulsivo verso uno spazio sociale che diventa letteralmente invivibile nella pace e nella concordia, proviene da una riorganizzazione dello spazio, riuscita fin troppo bene. È stato il potere a riuscire in quest'opera, creando lo spazio come cosa, come “bene” di cui è possibile appropriarsi. E nessun tipo di spazio resta immune a questa riorganizzazione: lo spazio degli altri, i loro beni, il loro tempo, i loro codici di condotta e di espressione possono passare di mano in mano a qualcun altro ancora, con una brutalità e un'efficienza persino più grande e capziosa della schiavitù nel Mondo Antico. Tutto questo è reso possibile dalla messa a discorso del quotidiano e dal raffinamento degli strumenti politici con i quali agire su di esso; come già per l'eroe tragico il paradosso nasce dal prendere le pretese dell'assolutismo troppo sul serio, troppo alla lettera, come Walter Benjamin annotò: «La teoria della sovranità imponeva di perfezionare l'immagine del sovrano nel tiranno».

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La strutturazione dell'infamia