Page 1

Pastiche versicontroversi

n. 41 | 03/2015 mensile gratuito


Cambiare non è mai una cosa facile, ma a volte è necessario per capire meglio chi siamo e dove stiamo andando. In casa Pastiche qualcosa sta per cambiare; che i mutamenti siano con noi! Diamo il benvenuto a Eugenio Pozzilli, e salutiamo e ringraziamo Moodif. Pastiche si evolve!

Pastiche Pensata e redatta da Paolo Battista www.facebook.com/pasticherivista http://issuu.com/pasticherivista Grafica e impaginazione a cura di Eugenio Pozzilli www.eugeniopozzilli.it www.behance.net/pozzilli www.linkedin.com/in/pozzilli Collaboratori Chiara Fornesi I e IV di copertina “Hardtimes” e “Godrust” di Giacomo Clerici Chi collabora con Pastiche lo fa senza ricevere compensi. La proprietà intellettuale resta agli autori. Per abbonarsi scrivete a: pasticherivista@gmail.com, indicando nome e recapito; costo 15€. Per inviare il vostro materiale (poesie, disegni, fotografie in b/n, racconti con lunghezza da concordare, racconti per immagini) scrivete a pasticherivista@gmail.com, oppure a Paolo Battista, via Carducci 77, 83100 Avellino.


Restare vivi, di Paolo Battista Arrivo al Ser.T e subito mi accorgo che una strana eccitazione aleggia nell’aria. Oggi il sole lancia frecce infuocate che fendono l’asfalto impestato d’olio e grasso, oggi il sole è troppo vistoso, invadente, accecante, ma giornate di questo tipo danno un po’ di respiro alla mia anima che di tanto in tanto ha bisogno di qualche grammo di luce per riscaldarsi. Almeno oggi i raggi sono lucenti come code di gabbiano: il papà de li vagabondi, freme Lisa attaccata alla sua birra mezzavuota. Io ho voglia di roba, e cazzo ogni volta finisce sempre così! Tiro fuori un tocco di fumo e rollo una canna. Olimpia e Lisa discutono del tempo: oggi sembra bbono ssssorella mia, frigna Lisa; armeno c’è ‘n po’ de sole, ribatte Olimpia; e che st’urtimi giorni, sssorella mia, c’è stato ‘n delirio de nuvole da nun potenne più, riattacca Lisa; poi però quando Giancarlo, con la faccia da Giugliacci, dice che domani dovrebbe ripiovere, tutti lo guardiamo male come licantropi affamati. Io me n’accorgo da subbito come dev’esse er tempo quanno fa le previsioni quer nanetto, sbotta Giancarlo marcando quell’inusuale teoria metereologica con strani piegamenti del corpo. Giocherella sempre co ‘na penna, l’ho visto io, nun ve sto addì cazzate...e ‘nsomma quanno sto Giugliacci se gira sta cazzo de penna ner parmo de la mano stanne certo che deve da fa n’acquazzone, se ‘nvece, continua mulinando le braccia, la penna resta dritta e ferma come ‘n cazzoduro allora deve da esse ber tempo. Te dico che nun ho mai sbajato ‘na vorta! Te giuro, è ‘n metodo ‘nfallibbile!, ripetendo convinto che il suo favoloso pronostico è veritiero. Ma che cazzo ssssssssssstai addì, sputa Lisa fischiando come un trenino. Te dico che è così, attacca Giancarlo. Ma nun dì cazzate, interviene Olimpia in difesa dell’amica. Poi sento da dietro, la mano ruvida e callosa di Schizzetto in tuta cinese della Pike che mi strattona fastidiosamente. A Pierpà meme-me-me servono ‘n par dede-de-de piotte, cheche’ cell’hai? Nei suoi occhi si celano tutto il dolore e lo smarrimento di una preghiera fatta con la più umile delle invocazioni, e allora prendo dieci euro e faccio per darglieli. Schizzetto mi guarda risollevato, compra una birra e me la passa. Poi frigna: sta ssss-se-sesettimana è annata abbastanza dede-de-demmerda, c’avevo ‘n ber carico dede-de-de moto ma poi è finita che nun se n’è fatto p-p-p-p-pppiù gnente! Me conviene da fermamme, sputa deluso, armeno quarche giorno, ssss-s-s-sennò finisce che m-m-m-me pijano. Ma come se fa!, raglia subito dopo immaginandosi inattivo. Poi finalmente gli squilla il telefono e come suo solito schizza via più veloce della luce. Io invece mi butto sullo scalino con Olimpia e Lisa, pensando che per Schizzetto


la vita non dev’essere per niente facile, una vera battaglia quotidiana: la strada è diventata la sua casa e da sempre vive sotto i ponti con i suoi amici veri o immaginari. Quando rimetto piede sulla terra anche Giancarlo è svanito senza salutare nessuno. Olimpia invece sorride e applaude, ma non si capisce per cosa: ad ogni smorfia la vena sul collo le si gonfia facendo saltare fuori un piccolo livido nero, in gergo valvolino, che quando non trova vene per bucarsi sulle braccia, usa senza ritegno. Oggi sembra felice Olimpia o forse è solo che stamattina si è fatta ed ha voglia di euforia. Ha i capelli rossicci, a differenza dell’altra volta che erano un impiastro biancobiondiccio e le guance viola e due stivali da neve bianchi. Gianni ancora non si è visto, quindi può dire quello che le passa per la testa senza che nessuno le dica: ‘statte zitta’ oppure ‘vedi d‘annattene!’ Anch’io dopo una scusa banale m’avvio tra i palazzi che accerchiano la strada di casa pensando che ci stanno abituando a chiamare case quei piccoli striminziti buchi in cui ci costringono a vivere, ma che in realtà ci allontanano sempre più dal socializzare con le persone. Ci sono giorni che sono così stanco di tutto che non ho voglia di ascoltare e farmi ascoltare, giorni in cui penso ma perché faccio quello che faccio, perché amo quello che amo, perché sono quello che sono: giorni in cui mi convinco che non posso dare nulla alle persone che mi amano: giorni in cui penso di mollare tutto e starmene solo come un cane. Poi fortunatamente torno in me e mi sforzo di fare la cosa giusta, anche se ancora non ho capito qual è. L’unica cosa certa è che non voglio far star male chi cerca di starmi vicino, e neanche voglio star male io perchè amo scrivere e con le parole voglio conquistarmi il diritto di vivere decentemente. Tutti abbiamo il diritto di vivere decentemente: non solo i preti, i politici o i banchieri. Cazzo, sono stanco e vorrei tanto credere in Dio, così di sicuro tutto sarebbe più facile ma non si può, Dio non esiste, è una fregatura, il futuro non esiste, la politica non esiste, l’amicizia: una delusione, l’amore? Forse! Ma l’amore ha le sue regole, che ogni tanto devono essere infrante, l’amore è complicato. Di sicuro l’amore è l’unica cosa per cui vale la pena vivere, l’amore alimenta i sogni, l’amore dà speranza, ma l’amore comporta anche tanti sacrifici, il più delle volte dolorosi. Poi non so come mi risveglio dopo due ore con la mano piegata sotto la faccia e il corpo in una strana posizione fetale…mi riaddormento per altre due ore ma è un delirio d’insonnia che mi sfiacca e succhia le forze. Un altro dei miei soliti incubi marchia i miei ricordi sfumati. La notte scema velocemente nel dormiveglia dei miei pensieri ingabbiati: un’altra notte del cazzo dove cercare di sopravvivere è la prima regola per restare vivi: un’altra notte del cazzo schiude il suo manto nerognolo e non posso far altro che restare vivo: devo restare vivo e continuare ad amare è l’unica possibilità che ci rimane per restare vivi!


“Bealert” di Elena Pellegrini


“I raise up in a black friday...” di Libeth Libet

L'odore di tikka masala si espande per Queen Mary Avenue. Il black friday mi riporta alla realtà sincopata e degradabile di acquisti veloci e convenienti, giacche made in UK come stilema di una nazione sistematicamente attiva. Mi sveglio dopo un'overdose di melatonina e pensieri letargici. C'è una luce spettrale, una grigia presa di posizione che si ripete da mesi. Ottobre, novembre, dicembre. Le giornate seguono orari fissi e frasi intonate in maniera impropria. Ho conosciuto qualche volto per poche ore. Smilze compagnie senza una reale direttiva. Da tempo bevo caffè istantaneo e fumo tabacco overpriced, da tempo seguo una sceneggiatura minimalista e fatalista di cui conosco tutto. L'iconografia è diventata iconoclastia. Sto crescendo con occhi semi-lucidi, mentre i pomeriggi si riducono a dati essenziali e ricordi divergenti. La continuità tra il passato continentale e il presente insulare è in questo statico caos. Io ne sono responsabile. IO SONO. Questo basta. "The next please" mi chiamano senza conoscere il mio nome.


di Veronica Falco e Simone Carucci

“PORTE ACCESE” I Lana grigia negli occhi sopra una coperta di tram e semafori come una fattoria di unghie che scalciano e nitriscono. Alberi di caffè del Brasile cresciuti oltre il triangolo del sole ragno aspettano barbe rasate di palloncini come seta su un labirinto di ghiaccio.

III Hanno ballato per tutta la notte sopra al tetto della macchina ha danzato una pioggia forzuta e senza speranza che è caduta nel ricordo del ricordo di un fiammifero arso. Un uomo con un visone punta il dito verso il sonno freddo portando una coperta di lana grigia bacio caldo entrata viscida un gabbiano, cielo verde e l'ascesa nel temporale denti bianchi in mezzo ai fulmini e un cappello e uno scivolo: sogno.

II Hanno ballato per tutta la notte quindici schiavi quindici scheletri sopra al letto di tamburi hanno ballato col mio sonno Sventrando il ricordo del ricordo di un fiammifero acceso attraverso una spirale di vetro e plastica ha danzato il canto di un uccello di fuoco sopra al tetto della macchina ha danzato una pioggia forzuta e senza speranza luce attraverso lampioni.

IV Il risveglio, un'orchestra: alberi e caffè coperta forzuta sonno dentro al bacio scheletri senza speranza uomo con cappello visone di fiammifero pioggia di lana grigia unghie del Brasile viscido gabbiano verde barbe di temporale fattorie di palloncini seta su labirinti senza lampioni luce di uccello di fuoco schiavi di spirali semafori sopra uno scivolo plastica di cieli tram spenti ghiaccio dentro tamburi. Il risveglio, oh, un'orchestra.


“Hands I” di Ivana Pistorozzi


Haiku di Floriana Porta I primi versi, da qui all’infinito: è poesia!

L’io conserva le crepe del respiro e del ricordo.

Segretamente la voce del poeta è blu celeste.

Spazi sfuggono. Il nulla primordiale guida i venti.

Primo respiro, alle porte dei cielo: primo istante.


Cosmo fangoso. Tra le pieghe oblique urla il nulla.

Un puro canto. Ascolto e respiro l’evoluzione.

Nell’eternità: orizzonti marini luminescenti.

L’arte respira l’assenza e la vita, verso l’ignoto.

In un altrove, alla luce del tempo, il buio muore.

Haiku tratti dall'ebook "Da qui all'infinito" http://issuu.com/florianaporta/docs/da_qui_all_infinito


di Carmen De Sario

Come può la mia torcia accendere un fuoco, divorare un rogo e spegnere una luce? I miei piedi si perdono in questo campo senza orizzonti. Sono figlio di questa terra e sono stato chiamato a compiere un assassinio proprio qui, nella pancia verde e rigogliosa di mia madre. Vengo in nome di una croce. Dove finisce la brina e comincia il palmo di una foglia di grano, si raccoglie lo sguardo di quella donna esile che si porta sulle spalle forzute il peso delle battaglie e delle vittorie. E a me adesso manca il fiato. Ha la testa piegata ma non si rassegna, lo vedo. E sento ancora più grande la sua forza, nonostante l’abbiano denudata dell’armatura come si scuoia una bestia. Lei è ancora libera, ancorata da quella corda. Guardatela. Guardate come cade il sospiro dalle sue narici. Non c’è più nessun elmo a coprire l’indecenza dell’audacia di una donna che ha guidato mille uomini. Quella chioma castana si perde per un filo di vento, eppure è la stessa che ha visto trafitti i costati inglesi, amate le terre francesi. La sua giustizia era aguzza e terminava in punta di metallo. Adesso io devo dare da vivere alle fiamme e lasciare morire il suo coraggio. Devo dare la ragione a chi la chiama eretica. Ma io sono soltanto un figlio della terra. Avrei voluto io stesso vestire quella pelle e contare una ad una tutte quelle cicatrici. Era compito del mio essere uomo bagnare di sangue questi campi per restituirli alla mia patria. Eppure non l’ho fatto. Eppure non è virile questa vittoria. Ma l’uomo non ringrazia, e mette fuoco se c’è da condannare. Vorrei che un uomo ti amasse e schiacciasse i fusti di questo grano troppo acerbo da raccogliere, per venirti a salvare. Ma questa terra non ha orizzonti né gratitudine, e nessuno verrà a fermare la mia mano che ora trema. Perdona questa fiamma, Giovanna.

`

“Giovanna D’arco” F. De Gregori


di Carmen De Sario Un bicchiere, poi un altro, e un bicchiere ancora. Ho ingurgitato tutti i miei giorni miscelati ad alcol scadente. E avevo le vene gonfie di alcol quando ho conosciuto la mia donna. Ha lo spirito buono e la pretesa di guarire la gente. Così ha preso la sua vita e me l’ha consegnata, ha lasciato la sua storia senza mai dimenticarla. È di famiglia semplice, figlia di germogli e di colture. Si dice che chiamino suo padre “Eroe”.

Mi ha rinfacciato più volte di voler tornare in campagna per abbandonare la mia casa sporca. Ma è rimasta ogni volta al suo posto, dove non voleva più stare. E ancora la mia gola ansimava di alcol quando abbiamo fatto finta di amarci. Quando l’ho resa madre tre volte e ha partorito il nostro incerto futuro tra la casa e la fabbrica in cui va a versare sudore ogni santo giorno. Con le braccia unte e sporche cullava tre pianti. E piangeva con loro, ritornando bambina. Pensando a quanto sarebbe stata più fortunata senza il mio fiato al suo fianco nel letto. Lei è schiava ogni giorno del suo macchinario, dalla mattina fino alla sera. Le sue forze sono triturate da quegli ingranaggi. È l’unico modo che abbiamo per mangiare e grazie alla fatica lei non ha il tempo di pensare. Rimpiange ogni giorno i sorrisi di suo padre, il calore dell’estate e la gioia di essere semplicemente figlia. Me ne accorgo quando è china sul camino e si sfrega i tagli delle mani. L’ultimo bicchiere. E l’alcol al posto del mio respiro. Sto per lasciarla da sola con la vita che abbiamo demolito insieme.

`

Millworker di J. Taylor


HOMO HOMINI VIRUS (Meridiano Zero) in libreria dall'8 aprile 2015

di Ilaria Palomba In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. In principio credevo bastasse amare. Ora provo solo odio. La parola corpo, svuotata di senso, perde la propria dignità d’essere. Tutto procede nel caos. E non credere stia parlando del niente. Il vuoto che mi pervade non ha nulla a che fare con l’assenza di materia. Al contrario, si tratta di un eccesso. Un surplus di esistenza che non sono in grado di contenere. Da ciò ne consegue, con una stringata logica del non-senso, l’odio viscerale che nutro nei confronti dei ben riusciti. Non ci sono Übermensch in questa storia, Bowie. Non vertiginose altezze. Non ideali. Tutto mi sovrasta. E da questa totalità sono escluso in definitiva. La protervia della comunicazione si è insinuata in me avviluppandomi. La comunicazione porta alla ribalta soltanto una parte di questa eccedenza. E in linea di massima la parte più inutile. Ciò che consola, non ferisce, non crea dubbi. L’eccedenza accolta è soltanto quella che non getta nel dubbio. Sono stato battuto da quell’eccedenza, quel residuo di realtà che non posso più esperire. È l’odio a tenermi in vita. Il giornalismo come l’arte, la moda come il degrado, l’estetica del nulla come l’etica dell’assoluto. Di tutto io vedo l’opposto. Non vi è più nulla al mondo in cui valga la pena credere. Certo, vi è stato un tempo in cui ho creduto. Vi è stato un tempo in cui ho amato. Vi è stato un tempo in cui ho lottato. Ma contro cosa, Bowie? Mi sono illuso. Ho creduto di vincere il fato e infine lui ha vinto me. Ora mi domandi giustificazioni teoriche per l’odio che mi nutre. Non ve ne sono. Ho provato a elaborare teorie, a estrapolare significati reconditi, a mitigare il senso d’impotenza con bieco altruismo da gregge. Ho provato a figurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano. Sono arrivato a Roma per cercare un lavoro, una posizione sociale, un ruolo. Ho trovato una donna. Io l’adoro. Io la venero. Io la amo. Ma lei è morta.

`

TRACCIA 1 – TU ODI (Rammstein – Du Hast)


“PLUG-IN” di Roberta Sirignano

invitato invito

. to

dritta

In corrispondenza dell'abitudine di pensare in modalità , ho rivitalizzato il senso di questo che (in fondo) è un elastico. E, totalmente disabituata a lasciarlo andare, ho evitato di racco glierlo e di stringerne la forma. H o s p a z i a t o. Ho 1nvEntat0. Ho infinitato. infinitato infinitato infinitato infinitato infinitato Ho ESPERTIZZATO parte di me. . Ho Ho declinato l' . Ho assunto la mia posizione .

disattivata Lungo la schiena e la spina dorsale che si è attivata in modo che non potessi controllarla inizialmente neppure io. Ho infine Ho esag .

era

Ho

.

Non preoccupatevi. Non rendo a voi i vostri debiti. Non immagino. Non penso. Non metto nulla in piana evidenza. Annerisco. Sfumo. Pastello. E gesso. Contrasto le Cromie e divento Effluvio. Seppure e SiaPure Impuro.


Pastiche #41 online  

Cambiare non è mai una cosa facile, ma a volte è necessario per capire meglio chi siamo e dove stiamo andando. In casa Pastiche qualcosa sta...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you