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Esercizi ermeneutici in forma di autoritratto

Hermeneutic exercises as selfportraits

Diana Pacelli


SEI FOTO, UN BOSCO E UNA RADURA

Six photographs, a forest and a clearing

Giuseppe Limone

Giuseppe Limone

Queste sei fotografie di Diana Pacelli – intitolate Esercizi ermeneutici – danno a pensare. Il titolo è parte integrante dell’insieme, che si legge come un unico itinerario di meditazione.

These six pictures of Diana Pacelli, entitled Hermeneutic Exercises, are intended to make you think. The title is an essential part of the whole, that can be read as a single meditation itinerary.

Una fotografia, al suo primo apparire, sta tra le cose e le parole. Una cosa non dice nulla: dice se stessa senza dirlo. La parola possiede, invece, due livelli del dire: dice ciò che dal suo vissuto esprime e ciò che, in base a un certo codice convenzionale, ulteriormente dice. Ma una fotografia, se liricamente pensata, non sta tra le cose e le parole. Essa è cosa che si fa parola ed è parola che si nasconde in una cosa. Il doppio livello semantico che la parola combina nel suo dire, è dalla fotografia concentrato nell’essere contemporaneamente ciò che dice e ciò che è. La fotografia è una realtà anfibia. Una parola che respira. Un teatro muto.

A photograph, at its first arising, stays between things and words. An object, alone, does not say anything: it speaks of itself without pronouncing it. The word, instead, speaks of its past experiences and of what it is supposed to mean, according to a certain established code. But a photograph, if lyrically thought, does not stay between objects and words. It is an object that becomes words and words that hide inside of an object. The double semantic level that words combine, is concentrated by photography into something that at the same time speaks words while staying an object. Photography is an amphibious reality. A breathing word. A silent theatre.

Se guardiamo queste foto – sia una alla volta che nella loro sequenza – si offrono immediatamente alla luce i vari livelli attraverso cui esse parlano a chi guarda. Un paesaggio autunnale. Un chiarore diffuso. Foglie multicolori cadute. Un bosco. Una radura squadrata. Un ramo centrale. Un nudo umano. Di donna. Che non mostra il volto ma è ritmato da una sequenza di posture. Già tutto questo mette in cortocircuito tanti possibili modi di guardare. A un primo approccio vediamo cose accanto a cose. A un secondo approccio, vite insieme con vite. A un terzo approccio, vite che guardano vite. A un quarto approccio, vite che energeticamente si innestano in altre vite: energificano altre vite. Cose accanto a cose. Uno sfondo di bosco, un riquadro di suolo contornato, un ramo, un nudo umano. Ma perché mai dire nudo? Anche gli alberi sono nudi. Anche le foglie sono nude. Anche il ramo è nudo. Diciamo nudo perché è vivo. Ma anche il bosco è vivo. Anche i tronchi sono vivi. Anche gli oggetti della vita quotidiana sono vivi.

When we look at these photographs - one by one, or in a sequence -, they immediately show themselves under the light of all the diverse levels they speak through. An autumn’s landscape. A diffused glimmer. Colorful fallen leaves. A forest. A squared clearing. A branch in the middle. A nude human. A woman nudity. Who does not show the face but pulses in a posture sequence. All this already creates a short circuit among several possible ways of seeing. At a first glance we see things beside things. At a second glance, lives together with other lives. At a third glance lives that observe lives. At a fourth one, we see lives that energetically graft themselves into other lives: energizing other lives. Things beside things. A forest in the background, a square on the ground, a branch, a nude human . But why do we say nude? Threes are nude too. Leaves are nude too. the branch as well. We say nude because it is alive. But the forest itself is alive, as well as the trunks and all daily life objects are alive.

Non si tratta di cose, quindi, ma di vite. Vite che vivono insieme. Che mettono in questo momento in comune – all’aperto e in silenzio – i loro modi di vivere, che nelle vite formali sono normalmente separati e, per un improvviso colpo di occasione e di sguardo, oggi si ritrovano qui. In una dimensione che non è né pubblica, né privata, ma semplicemente della vita. Della vita a crudo, libera da ogni compartimentazione e da ogni solennità.

It’s not about things then, but lives. Lives that live together. That in this very moment - out in the open and in the silence - share the way they live, which shows these formal lives, are normally separated and for a sudden circumstances and the stroking of gazes, they are here and now. In a dimension that is neither public nor private, but simply that of life. Of raw life, freed from any categorization and from any solemnity.

Non si tratta solo di vite che abitano insieme, quindi, ma di vite che guardano vite. Gli oggetti della vita quotidiana cadenzano non solo memorie, ma le varie età della vita. E non solo cadenzano memorie, ma le fanno zampillare, ora, qui. In più colori, in più espressioni del corpo, in più tonalità di significati. Un carillon, un maglione vivo, uno specchio in cui cercarsi, una cornice attraente in cui proiettarsi, un insieme di segni in cui indovinarsi. Indovinarsi, come in una macchia di Rorschach. Tutto, in uno svolgimento silenzioso e tranquillo, qua e là frastagliato da scosse, raccontato dalle posture in sequenza di un corpo vivo: l’essere in piedi, seduti, sdraiati, accovacciati, rannicchiati, inteneriti, preoccupati, intenti, pensosi.

It is not only about lives that reside together then, but about lives that observe those lives. The objects of the daily life mark, not only the rhythm of memories, but also that of life’s ages. And not only mark memories pace but make their gush, here and now. In diverse colors, in many bodily expressions, in several significant nuances. A carillon, a living jumper, a mirror, where you search for yourself, an attracting frame, to project yourself, a chaos of signs to guess about yourself. To guess as if in a Rorschach inkblot. This, in a silent and quiet elaboration, here and there bevelled by shakes, described by sequences, postures of a body, alive: stood, sat, lain, crouched, curled up, touched, worried, intent, thoughtful.

Ma qui non c’è solo un essere umano che guarda vite. Ci sono vite che guardano vite. Chi guarda chi? Nell’aria viva un maglione si accende di braccia e accarezza l’interlocutrice. Dal suolo vivo uno sguardo si rivolge a una memoria – infantile? filiale? – che erompe ora qui. Un volto si cerca allo specchio. Si troverà? Un volto si proietta in un

But here, it is not only a human being that watches and observes lives. There are many lives involved in this observational process. Who watches whom? In the living air, a jumper lights up in its arms and caresses its interlocutor. From the living ground a look turns back to a memory - childish? filial? - that erupts, here


riquadro di famiglia, attraente come un gorgo. Si re-inventerà? Un volto si scava in una macchia di geroglifici interiori. Si indovinerà? Alla luce di un sole autunnale, tutto divampa invisibile e si cela. Non ci sono abiti di gala né finzioni di mondi, ma solo il sorgere e durare che quegli abiti e quelle finzioni sempre precede. Mettendo ordine. Prendendo coscienza. Cercando. Vivendo. Non solo ogni vita guarda ogni vita, ma tutto è ora presente. Ogni vita è energeticamente innestata in ogni altra vita. Un corpo umano – un corpo di donna – ha improvvisamente chiamato alla luce tanti altri corpi. Tutti vivi. Tutti umani. Tutti presenti. In quei silenzi d’autunno in cui la policromia delle foglie dice, al tempo stesso, un lussuoso sonno e la desiderata resurrezione. Ma non c’è solo il livello delle cose tra le cose, delle vite insieme con le vite, delle vite che guardano le vite e delle vite che danno energia alle altre vite. C’è – nascosto – il doppio livello dello sguardo che fotografa e dello sguardo vegetale che è stato chiamato alla vita dal fotografare. Sei foto, sei prospettive, sei livelli di sguardo. Forse, l’intera vita è un bosco da cui cerchiamo di salvare, attraverso un ordine squadrato, una radura. Siamo noi stessi la radura, e a quel bosco siamo perennemente chiamati a tornare. Mentre pensare è essere immersi in un silenzio a colori. Pur non distaccandoci mai dal travaglio e dal parto del sé. Abbiamo molti occhi interiori che attraversano le vite della natura. Siamo attraversati da molti occhi della natura che ci zampillano dentro. Infiniti sguardi sulle vite circostanti, infiniti interrogativi su di noi. La fotografia è un teatro muto che si fa parola. Parole. Lo sguardo del fotografo è l’arte del soffio che, svegliando come colombe quelle parole, le fa volare in una strana serenità.

*Professore Ordinario in Filosofia presso la Seconda Università degli Studi di Napoli

and now. A face looks for itself in a mirror. Will it find itself? A face project itself in a family frame, seductive as a wirlpool. Will it reinvent itself? A face digs for itself in a hieroglyphic fleck. Will it find itself? In the light of an autumn’s sun, everything burns up, invisible and hides itself. There are no gala dresses or world fictions, just those, who arise and the lasting that always precedes them. Sorting out. Becoming aware. Searching. Living. Not only any life watches and observes another life, but everything is now present. Any life is energetically grafted, transplanted in any other. A human body - a woman’s body - has suddenly called to light many other bodies. All alive. All human. All present. In those Fall silences where the leaves polychromy says, at same time, about lavish sleep and desired resurrection. However, this is not the level of objects among objects, things within things, of lives together with lives, of lives watching other lives and lives that give energy to others. Therein is - hidden - the double level of the gaze that photographs and of that plant gaze that has been called to life by the act of photographing. Six photographs, six perspectives, six gaze levels. Maybe, the whole life is a forest where we attempt to save, through a squared order, a clearing. We ourselves are this clearing, and to that forest we are steadily called to get back. While thinking is about being fully immersed in a colorful silence. Even when there is no detachment from the labour and the delivering of the self. We have several internal eyes that pass through nature’s lives. We are crossed by many of nature’s eyes that gush inside us. Countless gazes on adjacent lives, countless questions about ourselves. Photography is a silent theatre that becomes word. Words. Photographer’s gaze is the art of puff that, wakes up words as doves, makes them fly in an unusual serenity.

*Professor in Philosophy at the Second University of Naples


In uno spasmodico tentativo interpretativo


In a sporadic interpretative effort


emozioni ed esperienze, che baluginano come bagliori improvvisi carichi di valore simbolico


emotions and experiences may appear as sudden as glares


vengono racchiusi in metafore


encased and shrouded in a symbolic value as metaphors


che la coscienza cerca di sciogliere, di afferrare ed organizzare razionalmente.


when our conscience tries to disclose, to grasp or to organize these abstract perceptions in a rational manner.


Eppure, esse restano in grossa parte chiuse, rinchiuse in se stesse.


Despite our best attempts they remain, at most vague, closed and withdrawn into themselves.


E altro non resta che stare a guardare queste sfingi che noi stessi abbiamo contribuito a creare.


Thus, it appears all one can do is to stand watching these sphinxes, whose creation we have contributed to, yet we still fail to decipher.


www.dianapacelli.com


Esercizi ermeneutici  
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