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materiali tradizionali e architettura contemporanea

seminari 2016 a cura di Massimo Gennari | Simone Tellini | Rodolfo J M Pieri

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in copertina Recinzione Particolare ph Massimo Gennari 2017 elaborazione grafica dell’autore progetto grafico e impaginazione Massimo Gennari | Rodolfo JM Pieri| immagini e fotografie: pagine 6-10 archivio M. Gennari pagina 15 archivio S. Tellini pagine 18 archivio Ministero Beni Culturali pagina 20 A. Benci, M. Dallago pagina 21 W. Tscoll pagina 22 S. Tellini- T. Vecci, I. Sailko pagine 25-45 archivio MDU pagine 49-69 archivio Iotti+Pavarani Architetti pagine 71-95 archivio Vincenzo Latina Architetti pagine 96-102 archivio M. Gennari Ordine APPC Arezzo via V Veneto 5 52100 Arezzo +39 0575 350022 www.architettiarezzo.it tutti i diritti sono riservati finito di stampare in Italia Aprile 2017

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Commissione Territoriale Valdarno CtV | 2013-2017 hanno contribuito AGNOLETTI Alessio BIANCONI Leonardo BURZI Ilaria CALOSCI Claudio CHIOSI Ilaria D’AQUINO Roberta DREASSI Elisabetta EPIFANI Antonio FEI Antonio FORZONI Francesco GARRASI Giuseppe GENNARI Massimo MENGUZZATO Luca NALDINI Andrea NOSI Andrea PIERI Rodolfo JM POSFORTUNATO Martina SACCONI Marco TELLINI Simone


materiali tradizionali e architettura contemporanea

interventi di

MDU Architetti Iotti + Pavarani Architetti Vincenzo Latina Architetti

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INDICE MeA 01 | 2016 Materia e luoghi 7 Paola Gigli Presidente ordine appc Arezzo Introduzione 9 Commissione territoriale valdarno Editoriale 11 La cassetta dell’architetto Massimo Gennari Materiali tradizionali e architettura contemporanea Simone Tellini

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L’architettura è una scienza 25 MDU Architetti Architettura come paesaggio 49 Iotti + Pavarani Architetti Costruzione e ricostruzione dei centri storici Il contemporaneo genera l’antico Vincenzo Latina Architetti

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Dettagli urbani 97 MvdR Massimo Gennari

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MATERIA E LUOGHI Paola Gigli

Presidente Ordine Architetti PPC della provincia di Arezzo

Recentemente, durante un incontro con Werner Tscholl *, abbiamo ragionato di materiali e di luce, di dettagli da dominare, dell’architettura e del mestiere di architetto. Un mestiere fatto di capacita’ di immaginare e di saper fare, di conoscenza profonda di quella materia che, sapientemente utilizzata, rende gli spazi luoghi dove e’ bello vivere, abitare, lavorare. La buona architettura parte da quel “coraggio della normalità”, richiamato da Vincenzo Latina **, attraverso cui generare e rigenerare spazi. Questa e’ la responsabilità che abbiamo noi architetti. E dobbiamo sentire tutto il peso e la bellezza di questo onere morale, tema dominante anche dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia. Per costruire e ricostruire città, case, luoghi occorrono coscienza e conoscenza, forte attenzione a materiali e tecniche costruttive, rispetto dei contesti, equilibrio dialettico tra tradizione e innovazione. Perché come scrive Souto de Moura *** “non credo che esistano l’architettura intelligente, sostenibile, ecologica. Credo ci sia solo la buona architettura che per essere tale naturalmente tiene conto dell’ambiente, del contesto e delle priorità”.

Fabbrica Castello Spandau Laboratorio di scultura Berlino, 2014

* Architetto italiano 2015 ** Architetto italiano 2016 *** Pritzker Architecture Price 2012

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Tomba Brion Carlo Scarpa Altivole TV

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INTRODUZIONE C.t.V. Questo volume è il risultato tangibile del primo ciclo di incontri sul rapporto che si instaura tra la materia e lo spazio che definisce i luoghi. I tre seminari su “Materiali tradizionali e architettura contemporanea” sono stati organizzati dalla Commissione Territoriale Valdarno dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Arezzo. Il fine dell’iniziativa è confrontare diverse esperienze di progettazione nelle quali l’uso dei materiali tradizionali è enfatizzato attraverso un linguaggio architettonico contemporaneo, sia dal punto di vista della ricerca formale che tecnologica. Crediamo che confrontarsi con il progetto architettonico di qualità, approfondire le problematiche tecnologiche connesse alla scelta di un materiale specifico e analizzare il lavoro di ricerca dell’unione tra forma, funzione e prestazione dell’oggetto architettonico sia cosa buona e giusta e comunque è l’obiettivo dichiarato dei seminari. Per questo sono stati invitati tre studi di architettura di punta all’interno del panorama nazionale. Ognuno dei quali ha affrontato il tema con sfumature e angolature differenti contribuendo a rendere anche più interessanti gli incontri che si sono svolti in prestigiose sedi: Studio MDU, Prato, 17|06|16, sede Banca del Valdarno, San Giovanni V.no; Iotti + Pavarani, Reggio Emilia 14|10|16, Aula Consiliare, Terranuova B.ni; Arch. Vincenzo Latina, Siracusa, 11|11|16, Palazzo del governo Prefettura, Arezzo. Questo primo quaderno ne raccoglie i risultati e profitta dello spazio per ringraziare i relatori e i componenti della Commissione organizzatrice.

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Pieve di Sant’Agata Facciata, particolare Scarperia 2013

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Editoriale La cassetta dell’architetto Massimo Gennari

Fortunatamente, dopo lunghe ricerche, trovai la cassetta del falegname di bordo. Robinson Crusoe. Daniel Defoe, 1719

La cassetta di Dante era di castagno: legno leggero e resistente; profumato e lavorabile alla bisogna; durevole e pregiato quanto basta per usarlo per travi e infissi. Raccontava di averla disegnata e costruita qualche anno prima della guerra del “quindici -diciotto”. A quel tempo era uno sbarbatello che imparava il mestiere alla bottega di mastro Ferdinando; falegname del paese e anche suo babbo. Le assi della scatola erano la rimanenza avanzata dalla costruzione della finestra della camera del padrone della fattoria. Il manufatto era composto di cinque pezzi più uno: due fianchi stretti e lunghi stondati in sommità giuntati a squadra ad altrettanti fronti bassi e larghi; un fondo e un bastone di raccordo in alto. Tutto assemblato con incastri a coda di rondine, spinotti e colla a caldo. Una favola. Dentro ci stavano tutti i suoi attrezzi e un pezzetto del suo mondo. Me la ricordo imbellita dall’usura di cinquant’anni di mestiere quando io ne avevo poco più di cinque. Un sabato dell’estate di metà dei sessanta ci ho pure giocato, sostituendo martelli cacciaviti e tenaglie con soldatini di plastica verde militare, usandola come fortino.

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Con la scomparsa del nonno durante l’alluvione di Firenze se ne sono perdute le tracce per sempre. La cassetta mia è di legno anche. Una scatola di abete rosso che una volta conteneva certe ottime bottiglie di Morellino; regalo per un lavoro venuto particolarmente bene. Anche questa è tenuta insieme da una serie d’incastri a pettine e però è chiudibile tramite cerniere e clippers. C’ha pure il manico per agevolare il trasporto. Ho cominciato ad usarla alcuni anni dopo aver scolato l’ultima bottiglia. Mi sentivo come un medico condotto il giorno prima della prima visita a domicilio. Come colui che va a riparare e raccomodare oppure reinventare un muro, uno spazio, un luogo. Volevo allestire il contenitore in maniera tale da farlo assomigliare ad una versione in miniatura delle camere delle meraviglie dei tempi che sono stati. Una roba stupefacente e meravigliosa come doveva apparire ai contemporanei lo studiolo di Francesco in Palazzo Vecchio. L’apprestamento richiese parecchio tempo nei ritagli del quale mi istruivo sulle scatole dei mestieri di strada adesso desueti: lustrascarpe o arrotino, ombrellaio o norcino, fontaniere o scrivano, stagnaio o lattaio, ciabattino o fotografo e via. Lavori dove conta la materia e la manualità. Attività che sento in simbiosi con la mia. E infine al termine del ventunesimo giorno l’aggeggio fu finito e pronto al varo. Il cantiere era in una stanza. Anzi meglio: il progetto era una stanza. Un locale di quarantotto metri quadri e spiccioli oltre a ripostiglio di passo e bagno. Quel luogo era un tempo usato come ufficio postale del paese di Venturino. E adesso ci trasferivo il mio. C’era da ragionar con gli artigiani su finiture, materiali e colori. La cassetta fu quanto mai utile considerato che conteneva l’occorrente per guardare e toccare e provare tutto quello di cui stavamo discutendo. Confesso che il battesimo fu soddisfacente. Da allora l’ho usata molte altre volte e in differenti condizioni di esercizio. Col tempo l’ho migliorata attrezzandola con scatole, scatoline e scomparti. C’erano serie complete di legni e finiture, laminati e cartelle colore, marmi e pietre di diverse lavorazioni, ceramiche e terrecotte, materiali compositi e plastici, ottone e rame, acciaio con la ruggine, titanio e via con la rumba. Ricordo che ci avevo pure cacciato uno specchio alla bisogna. Era in verità un poco pesante. Anzi ad onore del vero era molto pesante. Ma questo era il dolce fardello da pagare all’assoluta mancanza di gingilli elettronici. In quel contenitore il tempo si era fermato a prima del web e di sicuro il 2.0 era un semplice numero arabo. Poi un giorno durante l’ultima visita all’ultimo cantiere; quello sul dirupo tra le rocce e il fiume; succede che, improvvidamente, la cassetta mi accompagna sopra al ponteggio esterno. Siamo proprio sull’acqua che scorre impetuosa e lascia schiuma, schizzi e grande frastuono. Pare quasi di poterla toccare tanto è vicina. E comunque il rumore è tanto assordante che si fatica a sentire la voce degli astanti. Siamo in tre, come i so-

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mari della canzone di Modugno, e discutiamo sopra all’opportunità di una finitura di facciata piuttosto che un’altra. Si tratta di scegliere la grana dell’intonaco a calce e la conseguente tinteggiatura. Apro la cassetta e ci poniamo accoccolati a toccar campioni ed osservare tinte. Ragiona e discuti; discuti e ragiona il confronto di opinioni si fa acceso e sfocia inevitabilmente in battibecco tra i due artigiani. Una telefonata mi distrae alcuni minuti e tanto basta. Il contrasto diventa litigio e volano le mani e anche i calci. Uno di questi colpisce il contenitore che, di concerto al contenuto quasi fossero una cosa sola, finisce in fondo al dirupo dove l’acqua è più impetuosa. Lo vedo appena mentre si inabissa come un Titanic qualsiasi. E ciao. Questo succede ventuno giorni esatti fa. Da quel momento mi sono ingegnato e fortemente impegnato a replicare l’oggetto e allestire il suo interno con quanto più materiali possibile. Anche qui ho lavorato negli avanzi rubati alla professione. E finalmente ieri ho finito. Domani mi devo ricordare di dotarla del manico come l’originale. Ma intanto la 2.0 è operativa. Adesso ne catturo l’immagine a perenne ricordo. La cassetta dell’architetto.

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Materiali tradizionali e architettura contemporanea Simone Tellini

Un paio d’anni addietro, noi componenti della Commissione Territoriale Valdarno dell’Ordine degli Architetti della provincia di Arezzo, abbiamo deciso con entusiasmo di lavorare su questo tema: il rapporto tra materiali tradizionali ed architettura contemporanea. Ci è sembrato fin da subito interessante valutare se ed in che modo tali elementi, all’apparenza antitetici, possano interagire e relazionarsi tra loro e soprattutto come gli stessi permettano di declinare, in architettura, il rapporto tra modernità e tradizione. I materiali hanno la caratteristica unica di definire -con le proprie peculiarità- il limite del costruito, si mostrano esplicitamente stabilendo così relazioni tra un qualsiasi manufatto, l’ambiente ed il contesto in cui lo stesso si colloca. Definiscono contemporaneamente il rapporto con i fruitori, costituendo il primo elemento fisico e percettivo al quale gli utenti si rapportano. In passato molti intellettuali e maestri dell’architettura hanno ragionato sul tema del rapporto tra modernità e tradizione lasciandoci il loro contributo, a volte teorico, altre più concreto e fattivo. In “Parole nel vuoto” Loos scrive: “Non temere di essere giudicato non moderno. Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione”. Pur rivendicando una libertà connessa ai miglioramenti della tecnica applicata al costruito e pur rinnegando in maniera assoluta il gusto del pittoresco, lo stesso Loos pone una questione di adeguatezza dell’architetto nell’operare modifiche al modo di costruire tradizionale, se introdotte esclusivamente per le proprie velleità formali. Questo approccio è estremamente interessante perché pone nuovamente al centro della questione il costruire “consapevole” che dalla nostra storia deriva per una lenta stratificazione di conoscenze e che si fonda sostanzialmente su alcuni imprescindibili elementi: il rapporto con l’ambiente ed il contesto, il fine ultimo della costruzione, la disponibilità di materiali, l’organizzazione relazionata degli spazi. Nel medesimo periodo storico, con atteggiamento fortemente critico rispetto all’appiattimento culturale

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Pagina precedente Michelucci Gruppo Toscano Stazione di Santa Maria Novella a Firenze

A fianco Ponte Santa Trinita “Doveracomera� Firenze

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proprio dei processi di mera riproduzione possiamo citare Tucholsky che sostiene in maniera inequivocabile: “Il folclore è il bastardo della tradizione”. Anche questa è una posizione chiarissima, che ritiene imprescindibile una profonda comprensione della tradizione intesa come bagaglio culturale e che, nel contempo, rifiuta la riproposizione di elementi che alla tradizione si rifanno, quando privati del loro intrinseco valore culturale. Sul rapporto tra modernità e tradizione in architettura, la Toscana è stata, fin dal secolo scorso, avanguardia e luogo privilegiato di dibattito. Il primo - e forse il più eclatante - episodio in cui è stato sviluppato un approccio progettuale che si fonda sulla coesistenza e sulle possibili interazioni tra materiali tradizionali ed un linguaggio architettonico contemporaneo è, senz’altro, il Progetto di concorso per la Stazione di Firenze. Ne nasce un edificio moderno e razionalista, in un ambito urbano fortemente caratterizzato dalla presenza dell’abside della chiesa di Santa Maria Novella e dell’edificio dell’Istituto Nazionale di Assicurazioni. Viene scelta la pietra forte a contestualizzare la nuova stazione. Ci si affida, quindi,ad un semplice materiale come unico elemento che dialoga con l’omologo delle citate e vicine preesistenze, rinunciando esplicitamente a qualsiasi elemento formale mutuato dal contesto. Sempre in Firenze, nel dopoguerra, prende corpo il dibattito sulla ricostruzione postbellica del centro storico. Si discute ampiamente se riedificare, perseguendo la logica del “dov’era com’era”, oppure se procedere evitando la riproposizione di quanto preesistente attraverso la costruzione di manufatti del tempo, contestualizzati attraverso l’uso dei materiali della tradizione fiorentina. Ancora in Toscana negli anni successivi a quelli della ricostruzione troviamo alcuni importanti architetti che continuano a lavorare nel solco della coesistenza tra materiali tradizionali e forme architettoniche contemporanee. Possiamo citare Leonardo Ricci a Monterinaldi, lo stesso Michelucci, che nella Chiesa di San Giovanni Battista propone la pietra di San Giuliano ed utilizza il cemento armato come elemento formale, plastico e non più come mero elemento strutturale. Tema, quest’ultimo, poi ripreso e sviluppato da Leonardo Savioli, ad esempio con l’edificio di Via Piagentina a Firenze. Sulla base di tali premesse ci è sembrato interessante provare a testimoniare l’evoluzione di quanto accaduto dagli anni ‘30 in avanti, ossia se e in quale modo, dopo i primi significativi approcci, viene ancora affrontato e declinato il rapporto tra architetture contemporanee e materiali -definiti- tradizionali. Questo è in sintesi il tema sul quale abbiamo deciso di lavorare, per portare in evidenza altre possibili interazioni tra modernità e tradizione. In Italia continuiamo a trovare esperienze molto interessanti. Alcune di queste, proprio nell’anno 2016, han-

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A fianco Carmassi Cimitero Urbano, Arezzo Franzoso Casa Sociale, Caltron

Pagina successiva Tscholl Disttilleria Puni, Glorenza

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A fianco Ricci Monterinaldi, Fiesole Pedevilla Chalet San Viglilio di Marebbe Savioli Via Piagentina, Firenze

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no ricevuto riconoscimenti unanimi. Il fatto che i premi di architetto dell’anno e di giovane talento dell’architettura italiana* vengano assegnati a due progettisti che si sono distinti per la propria ricerca sul rapporto tra contesto ed edificio, tra preesistenza e progetto, tra materiali e contesto è sintomatico della centralità di questa tematica in architettura. Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di organizzare una serie di incontri nei quali poter capire quali sono i possibili approcci al progetto, con chi ha strutturato il proprio specifico modus operandi. L’intera Commissione Territoriale Valdarno si è spesa in maniera importante nell’individuare e selezionare le esperienze che a livello nazionale ed europeo hanno portato contributi concreti e teorici di rilievo. È da qui che è nato il primo ciclo di incontri che ha ci ha impegnato per tutto l’anno 2016 ed è da qui che nasce questa prima pubblicazione. Le significative attitudini e specificità progettuali maturate sul tema dallo studio MDU di Prato, dallo studio Iotti+Pavarani di Reggio Emilia e dallo studio siracusano Vincenzo Latina Architetti vengono qui raccolte, ognuna con le proprie peculiarità, così come declinate nel corso dei tre incontri. Auspicando che in futuro, nel nostro contesto territoriale, vi siano maggiori spazi per veder realizzate -accanto a quelle già presenti- opere significative ed apprezzabili per la dialettica sviluppata sull’equilibrio tra modernità e tradizione, continueremo a lavorare su questo tema portando un contributo squisitamente culturale, di conoscenza e di condivisione di singole e specifiche sensibilità progettuali che si caratterizzano per un approccio sia moderno che fortemente contestualizzato.

* Nell’ordine: Arch. Werner Tscholl; Arch. Mirko Franzoso.

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MDU Architetti Le misurazioni di MDU Lo studio si occupa di progettazione architettonica alle varie scale. Partecipa a concorsi, i suoi lavori sono pubblicati su numerose riviste nonché portali web, è invitato a workshop, conferenze, seminari, mostre, a scrivere testi e saggi critici su libri e riviste. E’ inoltre presente anche all’università perché uno dei soci insegna progettazione architettonica alla Facoltà di Architettura: prima a Parma e attualmente a Ferrara. MDU cerca, attraverso la propria attività culturale, di ricerca e progettazione, di comprendere le dinamiche della società contemporanea pensando a cosa fare per migliorare la vita dell’uomo e non solo. L’uomo, con le sue necessità, le sue qualità, le sue debolezze, le sue idee, le sue emozioni, i suoi sogni, le sue paure e la sua millenaria cultura sempre diversa per estrazione politica, religiosa sociale ed economica, è costantemente al centro dei nostri pensieri. L’uomo, in perenne movimento e trasformazione, alimenta la nostra ricerca progettuale sempre attenta e sensibile a ciò che lo circonda. Il progetto è prima percezione del reale e poi conoscenza e la percezione non dipende dai 5 sensi o dalla ragione nè da ciò che sappiamo o abbiamo studiato. La percezione, ovvero il nostro sentire e vedere, dipende dalla nostra sensibilità interiore, dalla nostra capacità di sognare e amare, dalla nostra volontà di trasformazione. Siamo però consapevoli che ogni trasformazione implica sempre il progetto di una crisi. La collisione in architettura è il punto di partenza di ogni progetto che elaboriamo ed è legata alla sua dimensione percettiva, poetica e fenomenologica del contesto, ma anche a quella delle forme. C’è un’affermazione di Fuller che fotografa il nostro modo di agire dove riflessione e azione si sommano, dove corpo e mente si uniscono: “quando lavoro ad un progetto non penso mai alla bellezza: penso solo a come fare il progetto e che questo funzioni. Ma quando ho finito, se il progetto non è bello, allora capisco che non funziona”. Misuratori del Differenziale Urbano Il progetto di architettura è concepito come una misurazione, un esperimento scientifico-creativo che si pone come obiettivo, quello di scoprire il differenziale latente in ogni paesaggio, ciò che non è immediata-

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mente visibile: quello che noi chiamiamo supercontesto. Il progetto è una misurazione percettiva della realtà umana e l’architettura è una collisione tra le identità che compongono ogni paesaggio...perché un progetto nasce sempre da ciò che manca, da una necessità reale, ma deve anche stupire, meravigliare, stimolare e non essere remissivo o rassicurante: se così non fosse allora l’architettura non servirebbe a niente. Se è vero che i paesaggi si trasformano, così come l’uomo si trasforma, allora noi di MDU siamo anche dei misuratori del differenziale Umano oltre che di quello urbano. Lo studio MDU è uno studio associato di architettura nato a Prato nel 2001 e composto da tre soci: Alessandro Corradini, Cristiano Cosi e Marcello Marchesini. MDU si è distinto in ambito concorsuale per i numerosi riconoscimenti conseguiti, tra cui nove primi premi. I risultati del dibattito e la ricerca che MDU svolge costantemente insegnando all’università oppure all’interno dello studio anche insieme agli amici che vi transitano, ha favorito la partecipazione a mostre ed iniziative intorno alla dimensione teorica dell’architettura. Tra le opere realizzate si segnalano il Teatro Polivalente di Montalto di Castro (VT) (vincitore del premio “Property Awards, The Architecture Award Public Services 2010” e segnalato nel 2014 nella categoria “Premio per un intervento di nova costruzione” indetto da IN/ARCH nell’ambito dell’iniziativa “romArchitettura5”), la Biblioteca Comunale di Greve in Chianti (FI) (selezionata per il premio “Architettura Territorio Fiorentino” nella categoria “Nuove Costruzioni”), la nuova sede della Camera di Commercio di Prato, il Centro Espositivo Permanente Italian Trade Centre a Quanjiao, in Cina nella provincia di Anhui, l’Aula Magna del Rettorato di Milano dove è stata presentata la Carta di Milano per EXPO 2015, il complesso commerciale-residenziale Metropolitan di Livorno, la galleria Contemporary Art Association dedicata alle opere di Giuliano Vangi all’Antella (FI) e il Circolo Ricreativo di Castelnuovo (PO). Tra le opere quelle attualmente in cantiere e i progetti in corso, si segnalano il Teatro Comunale di Acri (CS), quelli per il PIUSS di Lucca, la sede per uffici CGF costruzioni e il Nuovo Complesso Parrocchiale della Chiesa della Visitazione a Prato. MDU è presente in Storia dell’architettura italiana 1985-2015, Marco Biraghi, Silvia Micheli, Ed. Einaudi ed è stato selezionato per la 14. Mostra Internazionale di Architettura la Biennale di Venezia, Innesti/grafting, Padiglione Italia, Ed. Marsilio. Marcello Marchesini ha insegnato Teoria e Tecniche della Progettazione a Parma dal 2004 al 2012 e attual-

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mente è professore a contratto presso la Facoltà di Architettura di Ferrara dove insegna Progettazione Architettonica al terzo anno dal 2013. I soci Siamo in tre e tutti abbiamo iniziato a sperimentare l’architettura esplorando opportunità diverse. Persone diverse che hanno interessi diversi: c’è chi fa surf, chi gioca a tennis e chi per sport viene in studio a piedi ogni mattina. Chi ascolta De Andrè, chi Vinicio Capossela, chi Baustelle, Mannarino, Fossati, Gaber, Conte, Guccini o Piero Ciampi. Chi tifa Juventus e chi Fiorentina, chi il calcio non lo considera uno sport a differenza invece del rugby. Chi legge Montale e chi invece solo la Gazzetta. Persone diverse che hanno fatto anche esperienze accademiche diverse: si spazia dal radical fiorentino, alla lezione di E.N. Rogers. Tutti, però, siamo stati rapiti dalla poesia di Michelucci e dalla sua capacità di sognare, sentire e amare l’architettura. Persone eterogenee quindi, che hanno deciso di unirsi per l’architettura e credono che la diversità possa davvero fare la differenza... Architetto toscano, Alessandro Corradini (Firenze, 1964) è socio fondatore dello studio MDU costituitosi a Prato nel 2001. Ancora studente dimostra di avere una passione per l’arte e il design. Si laurea in architettura nel 1993 con Alberto Breschi a Firenze dove, dal 1995 al 2000, svolge attività didattica e di ricerca con il Dipartimento di Progettazione. Nel 1994 partecipa alla “Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo” di Lisbona e nel 1995 vince la Borsa di Studio in Architettura presso l’Accademia Schloss Solitude di Stoccarda. Nel 1997 pubblica il catalogo personale T.A.T. 1996-1997, edito da Maschietto & Musolino dove raccoglie la propria attività artistica. Alessandro è invitato a presentare il lavoro dello studio in conferenze e workshop. Architetto toscano, Cristiano Cosi (Montevarchi, Arezzo, 1974), socio MDU dal 2001. Si laurea in architettura nel 2004 con Alberto Breschi a Firenze dove, dal 2005 al 2010, svolge attività didattica e di ricerca con il Dipartimento di Progettazione. Al lavoro in studio alterna una grande passione per il surf che lo ha portato a girare le spiagge di mezza Europa. Attualmente è invitato a partecipare come tutor a numerosi workshop e a presentare il lavoro dello studio in conferenze e convegni di architettura. Cristiano vive a Greve in Chianti (FI) e lavora a Prato. Architetto toscano, Marcello Marchesini (Prato, 1970) è socio fondatore dello studio MDU costituitosi a Prato nel 2001: nella vita vorrebbe soltanto giocare a tennis. Si laurea in architettura nel 1999 sotto la guida di Aurelio Cortesi a Firenze dove, dal 1998 al 2002, svolge attività didattica e di ricerca con il Dipartimento

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di Progettazione. Nel 2004 discute la tesi del Dottorato di Ricerca (XVI ciclo), vinto a Reggio Calabria con Laura Thermes, dal titolo “Innovazione come trasgressione in architettura”. Dal 2004 al 2012 insegna Teoria e Tecniche della Progettazione Architettonica nella Facoltà di Architettura a Parma e dal 2013 insegna Progettazione Architettonica al terzo anno nella Facoltà di Architettura di Ferrara. Dal 2010 al 2014 lavora nella redazione della rivista “Opere” dove ha curato la sezione “Altre Architetture”. Scrive regolarmente articoli e saggi su riviste e libri di settore ed è invitato a partecipare come tutor a workshop e master, a presentare il lavoro dello studio in convegni e conferenze e ad essere chiamato come membro di giuria in concorsi di progettazione e premi di architettura.

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A fianco I Principi d’Italia Anhui, Chuzhou, Quanjiao, Rulin Rd, Cina

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Nuovo Teatro Montalto di Castro

Il Nuovo Teatro di Montalto di Castro, opera di mdu architetti, inaugura un periodo di fertile produzione per lo studio pratese, impegnato nella realizzazione di diversi progetti animati da un comune filone: quello dell’architettura come frammento urbano. Il Teatro di Montalto di Castro interpreta il tema proponendosi come un monolite spaccato al suo interno capace di suggerire un nuovo ingresso alla città. Il Nuovo Teatro di Montalto di Castro, realizzato da mdu architetti, si trova nella Maremma laziale, in provincia di Viterbo. L’edificio è situato ai bordi della città, in una zona di confine fra il tessuto più consolidato e quello più rarefatto ai margini urbani. Collocazione, questa, che suggerisce una delle principali vocazioni del teatro: quella di mediazione fra le due aree della città. Opera pubblica, frutto di un concorso di progettazione internazionale bandito dal Comune di Montalto di Castro nel 2002 (con esiti nel 2004), il teatro è stato realizzato in sei anni. L’obiettivo dell’Amministrazione comunale era quello di riqualificare l’area “Ex Esso” e le aree limitrofe per destinarle alla realizzazione di una struttura teatrale polivalente -con utilizzo per attività di spettacolo, congressuali, ricreative, di svago e di gioco- che costituisse un “volano per la crescita culturale della comunità”. Il teatro, un parallelepipedo che si conclude con la torre scenica a sviluppo verticale, ospita - su una superficie coperta di 963 metri quadrati- il foyer, la sala da 400 posti, l’arena all’aperto da 500 posti, locali amministrativi e di servizio, il parcheggio per circa 60 posti auto. Due gli elementi che contribuiscono a dare forma al progetto: le vicine vestigia etrusche e la centrale elettrica Alessandro Volta. Le prime, in particolar modo il basamento del Tempio Grande di Vulci, ispirano il monolite parallelepipedo, sede del foyer e della platea; la seconda suggerisce l’idea della torre scenica a vetri che sviluppandosi in verticale diventa punto di rife-

A fianco Particolare sezione

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Pagina successiva Pianta Sezione


dimensioni superficie del lotto: 10.888 mq. superficie coperta edificio: 963 mq. superficie lorda del progetto: 1220 mq. volume: 8.600 mc. progettisti mdu architetti :Alessandro Corradin, Marcello Marchesini, Cristiano Cosi collaboratori Strutture:Alberto Antonelli, Iacopo Ceramelli impianti meccanici ed elettrici Federico Boragine progettazione acustica Gianluca Zoppi valutazioni economiche Antonio Silvestri progettazione scenica Roberto Cosi direzione lavori Alessandro Corradini coordinatore della sicurezza in fase progettazione ed esecuzione Bettina Gori costo di realizzazione â‚Ź 2.400.000 cronologia concorso: 2002 (esito: 2004) progetto: 2004-2005 inizio lavori: 2006 termine lavori: 2011 fotografia Lorenzo Boddi, Valentina Muscedra, Pietro Savorelli

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rimento e segnale sul territorio. “Arcaicità etrusca versus estetica della macchina”, spiega MDU, alludendo a un “corto circuito” temporale che anima l’architettura e la proietta in una dimensione immaginaria nella quale storia e modernità coesistono e si confrontano. All’interno, il monolite rivela una profonda fenditura che percorre la sua massa da un estremo all’altro: un gesto di erosione che rende l’architettura fluida e aperta, canale di interazione con la città. In questo modo il teatro si lascia attraversare idealmente dal contesto urbano, diventandone nuovo frammento urbano. Lungo questa sezione il foyer si immerge nella platea senza filtri, senza soluzione di continuità, creando uno spazio liquido attraversabile dall’ingresso fino all’arena estiva. Il teatro diventa una “galleria urbana” che convoglia cultura e la trasmette in città. I materiali principali sono il cemento per il monolite, il legno suddiviso in lamelle e appoggiato alle strutture verticali, come a creare una sequenza di tende calde e vibranti, il policarbonato alveolare per la torre scenica che di giorno si smaterializza confondendosi con il cielo, mentre di notte si illumina come un faro a scala urbana. L’ edificio, ora attraverso il confronto che esercita con le preesistenze ora con il gesto di erosione al suo interno, interpreta due temi cari a MDU: da un lato la “misurazione poetica” del territorio, così come la definiscono i progettisti, dall’altro la volontà di creare un luogo concepito come un “viaggio di avvicinamento allo spettacolo”. “Il nuovo teatro si propone come modello concettuale di misurazione del territorio e contemporaneamente cerca di esprimere architettonicamente la magia esercitata dall’evento teatrale nello spettatore”, aggiunge MDU. Il teatro diventa un catalizzatore di attenzione fin dal suo ingresso, attraverso il quale si scorge il foyer che si immerge direttamente nella platea descrivendo un ambiente unico, un nastro continuo reso dinamico dalla teoria frammentata delle pareti rivestite in legno che guidano lo spettatore verso l’atmosfera dello stupore, della meraviglia, dello spettacolo. Le gerarchie spaziali si allentano, rilassano le loro classificazioni, cedono a una organizzazione democratica dello spazio, nella quale i vari settori si fondono l’uno con l’altro. Un viaggio fluido che non si ferma incontrando il palcoscenico; piuttosto lo attraversa per descrivere un’arena all’aperto dalla quale sarà possibile godere -grazie alla trasparenza della torre scenica- delle rappresentazioni teatrali anche durante la stagione estiva. Con la sua fisionomia, il teatro offre un nuovo ingresso alla città, proponendosi come porta permeabile, come luogo idealmente attraversabile, come flusso che indirizza i suoi frequentatori verso il paesaggio urba-

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no. L’ingresso, con la sua imponente cornice aggettante, è il primo elemento che sottolinea l’invito alla città; il suo profilo si apre in un disegno di benvenuto e di raccolta dello spazio aperto innanzi a sé fino a donargli l’anima della piazza. “Tutto è stato progettato per incoraggiare l’individuo a vivere il ‘luogo del teatro’ e quello ‘intorno al teatro’ in modo correlato”, racconta MDU. DESCRIZIONE DEL PROGETTO “Il progetto per il Nuovo Teatro di Montalto di Castro nasce con un duplice obiettivo: si propone come modello concettuale di “misurazione” del territorio e contemporaneamente cerca di esprimere architettonicamente la magia esercitata dall’evento teatrale nello spettatore. Il territorio di Montalto di Castro affonda le origini nell’antropizzazione etrusca le cui vestigia testimoniano un’architettura di grandi masse stereometriche in tufo; nell’immaginario collettivo contemporaneo Montalto di Castro evoca il mondo delle macchine della più grande centrale elettrica italiana. Il progetto propone un cortocircuito temporale rispetto al quale l’evoluzione del territorio viene concentrata ed espressa in un unico momento architettonico: arcaicità etrusca versus estetica della macchina. Il Nuovo teatro è un grande monolite in cemento, caratterizzato da leggere variazioni cromatiche e di texture, sul quale la torre scenica appare appoggiata in modo etereo: un volume in policarbonato alveolare che si smaterializza di giorno confondendosi con il cielo e che di notte, illuminandosi dall’interno, si trasforma in una grande “lanterna” alla scala territoriale. Una nuova, allungata, piazza in travertino e cemento, concepita come deviazione del tracciato della strada di accesso al centro storico, conduce all’ingresso del Nuovo Teatro individuato da un’imponente copertura a sbalzo. Attraverso di esso lo spettatore viene introdotto in un ambiente continuo in cui foyer e platea fluiscono liberamente l’uno nell’altra. Le pareti in legno dall’andamento spezzato generano uno spazio che deriva concettualmente dallo scavo del monolite in cemento. Questa pesantezza morfologica è contraddetta dalla vibrazione del materiale che sembra avvolgere lo spazio con una grande tenda ed introduce lo spettatore alla magica attesa dell’apertura del sipario. Alla platea per 400 persone è contrapposta un’arena all’aperto per 500 persone che può, così, usufruire della scena del teatro.”

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Sopra Vedute Teatro

Pagina successiva Ingresso Teatro


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Nuovo Biblioteca Comunale di Greve in Chianti Nuova Biblioteca Comunale di Greve in Chianti_MDU architetti DESCRIZIONE PROGETTO Il progetto della nuova biblioteca nasce dalla volontà di realizzare, un elemento significativo nel tessuto urbano e sociale del paese con un immagine fortemente riconoscibile e rappresentativa propria di un istituzione pubblica. La scopo della biblioteca di Greve sarà quello di costituirsi come nuova centralità e luogo di incontro pubblico, oltre che come sito preposto allo svolgimento di precise attività culturali, un elemento significativo nel tessuto urbano e sociale del paese con un immagine fortemente riconoscibile e rappresentativa propria di un istituzione pubblica. L’ immagine architettonica della biblioteca è riconducibile a due soli temi: la “solidità” del basamento formato da blocchi in travertino colore noce di Rapolano, con lastre di altezza di 20, 30, 40, 50 cm, spessore 2 cm e lunghezza variabile, disposte a correre, e la leggerezza del volume in terracotta sovrastante. Il basamento, appare pesante, durevole, solido, ma al suo interno trova posto un ampio atrio di ingresso a doppia altezza, il banco informazioni e prestito, mentre una grande scaffalatura alta due piani divide questo spazio dall’ufficio dell’amministrazione e da latri locali destinati ad attività di carattere culturale e ricreativo. Al piano superiore all’interno del volume in cotto si trova la sala di lettura, che si affaccia sul vuoto centrale a tutta altezza, garantendo lo svolgimento delle diverse funzioni in ambiti separati ma comunicanti visivamente tra loro. Nella sala di lettura il dosaggio della luce naturale, e la sua diffusione in modo armonico,quali scelte determinanti per sottolineare il carattere più intimo e raccolto della lettura, conducano a realizzare le pareti perimetrali con una particolare soluzione di parete ventilata. Il materiale utilizzato, il cotto del Ferrone, è tipico della tradizione costruttiva locale ma in questo progetto il suo utilizzo è stato ripensato, utilizzando una modalità costruttiva a secco e rendendo le superfici delle pareti molto più astratte, discostandosi dai riferimenti costruttivi esistenti. Elementi rettangolari di 50 cm per 15 cm di lato e 5 cm di spessore rivestano il volume prismatico, creando pareti “diaframma” ricche di fenditure, tessiture, e di ritmi chiaroscurali, che danno vita ad un’affascinante variazione materica che arricchisce l’immagine complessiva dell’edificio. Un

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DATI DIMENSIONALI Volumetria complessiva 1780 mc, superficie coperta 320 mq, due piani fuori terra,superficie totale 420 mq, sala lettura 255 mq, spazi di gestione 55 mq, spazi destinati ad attivitĂ di carattere culturale e ricreativo 67 mq, posti a sedere 80. PROGETTISTI MDU architetti, , Alessandro Corradini, Cristiano Cosi, Marcello Marchesini collaboratori progetto impianti_ing. Gianluca Gori progetto strutture_ing. Alessandro Incerpi progetto sicurezza_ geom. Fabio Alinari rup_geom. Gianfranco Ermini valutazione economica_geom. Antonio Silvestri foto_Pietro Savorelli PARTNER committente_Comune di Greve in Chianti impresa edile_EDILFAB srl arezzo rivestimento in cotto_Palagio Engineering srl rivestimento in travertino_ Querciolaie Rinascente elementi in vetro_Application Glass Di Damen Fabio infissi in legno_Gasparrini Infissi impianto elettrico_Tecnoelettrica srl impianti idraulici_C.I.R. Laurenzi PERIODO DI REALIZZAZIONE inizio lavori aprile 2008, fine lavori maggio 2011 COMMITTENTE Comune di Greve in Chianti TIPO DI INTERVENTO nuova costruzione

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trattamento particolare che conferisce al volume superiore l’aspetto di una grande “trina in terracotta”, in grado di trattenere e riflettere la luce secondo un ritmo variabile sia in base all’articolazione delle pareti sui diversi lati dell’edificio, sia in base alle condizioni atmosferiche esterne. Al calare del sole il volume in cotto si accende internamente e svela in negativo la sua trama di vuoti e cavità, configurandosi come una grande “lanterna”, segno nel territorio. Il sistema costruttivo in pilastri e setti in cemento armato si accosta ad un sistema di tamponatura e rivestimento con pareti ventilate in cotto in grado di assolvere ai requisiti di isolamento acustico del fabbricato oltre a garantire la durata nel tempo e bassi costi di manutenzione. Le murature perimetrali sono i blocchi di laterizio a cassetta con pannelli termoisolanti inserti all’interno. Le strutture orizzontali sono costituite da solai in soletta piena in cemento armato con spessore di 24 cm al piano primo, mentre la copertura ventilata è sorretta da travi in profilati di acciaio IPE 300 ,ed è composta da lamiere grecate, pannelli in osb, coibentazioni in pannelli in polistirene, massetto delle pendenze , guaina impermeabilizzante,barriera al vapore e strato di finitura in elementi in cotto con finitura arrotata. I pavimenti del piano terra sono in lastre 30 per 60 cm di travertino di Rapolano chiaro, anche le scale di collegamento con il piano primo sono rivestite in lastre di travertino, mentre il pavimento della sala lettura è in cemento industiale. Pagine precedenti Piante e Particolare costruttivo

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Sotto Sezione biblioteca

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Tutti i locali della biblioteca sono areati e illuminati da finestre aperte direttamente verso l’esterno, gli infissi vetrati dei diversi locali sono costituiti da profili in legno di larice al naturale e con taglio termico e pannellature vetrate costituite da pannello in vetro camera bassoemissivo. Il Taglio di luce in copertura che illumina lo spazio a doppio volume della hall è definito da un luncernario realizzato con profili in alluminio a taglio termico.

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Sotto Progetto prospetto biblioteca


A fianco Prospetto biblioteca

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Sotto Progetto Particolari costruttivi

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Camera di Commercio di Prato

L’edificio esistente non è mai stato un esempio significativo di archeologia industriale. Il progetto propone di enfatizzare la più importante delle sue qualità che è la dimensione. L'idea è quella di trattare in modo uniforme l'intero volume con un rivestimento in alluminio anodizzato color bronzo con l'obiettivo però di non cancellare completamente la preesistenza. Questa nuova pelle metallica avvolge interamente l’edificio rafforzando la sua grande volumetria e il suo essere “un fuori scala” nel contesto urbano ma, allo stesso tempo, grazie all’effetto di trasparenza consente di mantenere parzialmente visibili le caratteristiche architettoniche dell’edificio esistente. La nuova immagine che la Camera di Commercio di Prato offre alla città è una sorta di sfocatura dell’edificio industriale del quale si continuano a vedere gli elementi principali: la serialità delle aperture, le cornici marcapiano e gli elementi decorativi rappresentativi. Una sorta di vedo-non vedo che moltiplica le possibilità di percezione del nuovo edificio contemporaneo.

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A fianco Ingresso Camera Commercio

Pagian successiva Esterno Corte interna

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IOTTI+PAVARANI Architetti

IOTTI+PAVARANIARCHITETTI Nel 2006 la partecipazione all’esperimento “Vema 2026”, un collage di visioni di 20 diversi studi di architettura sulla città del futuro (tema del Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia), ha costituito un momento importante nella ridefinizione degli interessi del nostro studio. L’attenzione e l’attitudine già maturata a trattare l’architettura come programmazione di brani di paesaggio, anziché come disegno di oggetti, è stata infatti estesa al tema e alla scala della città, con uno sforzo teso a definire gli obiettivi del nostro operare. Da allora, buona parte del nostro lavoro si è concentrato sulla scala allargata, principalmente con progetti sviluppati attraverso occasioni concorsuali all’estero e centrati sul confronto tra architettura e paesaggio, progetti nei quali abbiamo sperimentato organizzazioni spaziali e programmatiche in cui gli spazi dell’abitare, del lavoro, della ricreazione e della mobilità si confrontano, si attraversano e generano sinergie. Tra i progetti presentati in occasione dell’incontro con l’Ordine degli Architetti di Arezzo presso la sala consiliare di Terranuova Bracciolini, il masterplan Urban Living Rooms per un’area di 24 ha a Riga (Lettonia), avanza un’ipotesi alla scala vasta che richiama a esigenze quali la densità, la prossimità, l’integrazione degli spazi, quali modalità per testare una reale efficacia del contributo dell’architettura contemporanea nel generare una qualità “diffusa” dello spazio. Il progetto indaga infatti una forma urbana che articola pieni e vuoti come unica materia e non procede per pezzi isolati ma per brani di paesaggio, trattandola come organismo frammentato e complesso ma unico. La stessa divisione tra tessuto urbano e parco viene sfumata nel nostro progetto in una continuità in cui le categorie si intersecano e si compenetrano, senza perdere le loro identità: viene anzi massimizzata la superficie di contatto tra elemento artificiale e naturale ad aumentare il piacere visivo del contrasto. Una sequenza di spazi che ibridano le caratteristiche di piazza, strada e parco diventa così il principio organizzativo dell’insediamento, infrastruttura verde continua e coinvolgente che si dilata e si restringe ad

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assecondare un movimento fluido ed organico tra “paesaggio artificiale” e “paesaggio naturale”. L’architettura stessa si pone in opposizione alla “logica del gesto isolato”, dalla forte valenza iconografica quanto dalla velocità con cui viene “consumata”: per “farsi città”, l’architettura vuole rimanere uno sfondo, ricco quanto discreto, assecondando una lettura della città italiana quale tessuto scenografico ma non “spettacolare”. In occasione di questo incontro, abbiamo raccolto tuttavia alcuni nostri progetti che “scendono” fino alla scala del “singolo” pezzo architettonico, muovendo attraverso passaggi intermedi. Riconosciamo infatti il tentativo comune in questi progetti, nati in situazioni completamente diverse (per luogo, contesto, committenza, programma), di trascendere le “dimensioni” del intervento a favore di un’intenzione comune: quella di produrre un centro di gravità, un luogo dall’identità marcata che sappia raccogliere una rete di percorsi, prospettive, eventi, attività.. e di generare dunque, a tutti gli effetti, uno “spazio pubblico”. Crediamo infatti che anche contesti “limitati” (quale, al limite estremo, può essere l’atrio di una sede aziendale) possano offrire piccole ma preziose occasioni per innescare “frammenti di urbanità”. PROFILO STUDIO IOTTI + PAVARANI ARCHITETTI opera negli ambiti della progettazione architettonica, urbanistica, paesaggistica e della ricerca. Lo studio è impegnato in progetti dalla scala del design a quella del masterplan, per entrambi i settori, pubblico e privato. Progetti e realizzazioni all’attivo includono luoghi per il lavoro (uffici, spazi commerciali, edifici produttivi), edifici pubblici e spazi per la cultura, edifici sportivi, residenziali, ristrutturazioni, così come piani di recupero urbano e opere di paesaggio. Lo studio si distingue per la progettazione di architetture felicemente inserite in contesti urbani e paesaggistici ad alto valore ambientale e basate su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Obiettivo l’individuazione di strategie di programma, compositive, materiche, capaci di produrre inserti densi nel paesaggio, nel tentativo sempre perseguito di conferire nuove “energie” ai contesti in cui si opera, “energie” coerenti con le potenzialità spesso inespresse dei luoghi stessi.   IOTTI+PAVARANI ARCHITETTI, costituito nel 2001 da Paolo Iotti e Marco Pavarani, ha ricevuto più di 20 premi in concorsi di architettura e urban design e ha ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali

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per la realizzazione di architetture innovative e sorprendenti ma al contempo perfettamente inserite nel loro contesto. Nel 2011 Paolo Iotti e Marco Pavarani hanno ricevuto il Premio della Fondazione Renzo Piano come migliori giovani talenti dell’architettura italiana. Nel 2006, 2012, 2014 sono invitati a partecipare alla X, XIII, XIV Biennale di Architettura di Venezia. Dal 2006 svolgono attività di insegnamento presso la Facoltà di Architettura di Ferrara; Marco Pavarani come responsabile del Laboratorio di Progettazione I dal 2010 al 2013, Paolo Iotti come responsabile del Laboratorio di Progettazione III dal 2011.

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CENTRO PARROCCHIALE REGINA PACIS Reggio Emilia Il nuovo centro vuole nascere dalla presa di coscienza del proprio ruolo di “luogo di incontro” e dalla sua interpretazione in termini di impianto, scala, linguaggio, scelte tecniche e materiali. Il corretto inserimento ambientale del nuovo edificio, la massima funzionalità degli spazi e dei percorsi delle attività legate alla vita della comunità, costituiscono gli aspetti cardine del progetto. Il carattere di tale edificio crediamo debba principalmente conno­tarsi per la forte integrazione con gli edifici della chiesa e an­nessi, pur qualificandosi come intervento contemporaneo: si è sviluppato quindi un progetto di edificio “murario”, pur con ampie porzioni vetrate a rendere evidente l’apertura e il senso di acco­glienza del centro verso l’esterno.

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Pagina precedente Veduta ingresso A fianco Veduta retro abside Sotto Veduta interno ingresso

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Sopra Veduta notturna A fianco Veduta retro abside

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DOMUS TECHNICA Centro di Formazione Avanzata Immergas Brescello (RE)

Il Centro di Formazione Avanzata Immergas ospita sale didattiche e dimostrative dedicate alla formazione di tecnici e professionisti sulle tecnologie impiantistiche di nuova generazione legate allo sfruttamento di risorse rinnovabili, verso le quali l’azienda (già brand leader nella produzione di caldaie) ha esteso la propria ri­cerca e produzione. L’edificio si configura come “laboratorio aperto”, spazio di la­voro e accoglienza, in cui le scelte distributive, tecniche e im­piantistiche contribuiscono a creare una macchina sofisticata e flessibile, capace di funzionare alternativamente con le tecnolo­gie “esposte” (producendo interamente l’energia necessaria al proprio fabbisogno e contribuendo anche ad erogare l’energia in eccesso all’edificio per uffici esistente).

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A fianco Veduta nottorna Sotto Schemi assonometrici

Sistema Energia

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Veduta prospetti Al lato Veduta dal giardino

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STADIO di SIENA

Il progetto del Nuovo Stadio prevede la riorganizzazione di una area vasta di circa 40 ha a Isola d’Arbia (5km a sud del centro città) quale parco dello sport e l’inserimento di una nuova struttura sportiva – dimensionata su un campo di gioco regolamentare per la massima categoria ed una capienza di 20.000 spettatori a sedere coperti – “adagiata” e conformata sulla morfologia del paesaggio circostante, con una proposta che si afferma per il riuscito inserimento paesaggistico di una infrastruttura – generalmente invasiva - nel contesto delicato e stimolante delle colline toscane intorno a Siena e per l’attenzione prestata al rispetto di principi di sostenibilità ambientale. Il progetto sviluppa infatti il tema dello stadio assumendo l’eccezionale geografia delle aree proposte come condizione irripetibile: superando il consueto modello del contenitore chiuso ed introverso, come un Anfiteatro Greco lo stadio si apre per accogliere il paesaggio ed inquadrare Siena sullo sfondo.

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Pagina precedente Fotoinserimento

Sopra Planimetria Sezione Plastico

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A fianco Vedute


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METROLAND NEW RAILWAY LINE IN TRENTINO Rovereto, Riva del Garda, Tione, Comano Terme

Il progetto si propone di verificare le potenzialità di sviluppo di una “rete ferroviaria capillare” nel territorio trentino - e in particolare tra le valli Giudicarie, l’Altogarda e la val Lagarina, al fine di fornire opportunità per una mobilità sicura e sostenibile, alternativa al trasporto stradale. Metroland è vista come un’opportunità per mettere a sistema mobilità, economia, ecologia, cultura, al fine di migliorare la competitività e la vivibilità dei territori, attivare i valori economici e culturali del territorio e incoraggiare l’uso turistico, attirare flussi di traffico internazionale così come favorire l’integrazione con le reti di trasporto locale e mobilità sostenibile. Il Paesaggio costituisce la risorsa più preziosa e attraente del Trentino. L’intervento infrastrutturale su un territorio così delicato e dalla morfologia così complessa, persegue il minor impatto ambientale. Il percorso suggerito è così principalmente in galleria naturale, per limitare il più possibile l’impatto diretto sul territorio. Anche il numero delle stazioni è limitato, per garantire una maggiore rapidità dei collegamenti, attraverso l’individuazione dei punti nodali nelle valli come fulcro della mobilità locale. In questi nodi, l’infrastruttura si adatta ai segni del paesaggio e ne accresce il carattere, generando sinergie efficaci.

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Pagina precedente Veduta ingresso

Fotoinserimenti Pagina successiva Fotoinserimenti

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VINCENZO LATINA Architetti Vincenzo Latina, nel 1989 consegue la Laurea in Architettura presso lo IUAV di Venezia. Dal 1990 al 1991 collabora -a Napoli- presso lo studio di Francesco Venezia. Nel 1992 inizia l’attività professionale a Siracusa. E’ Professore Associato di Progettazione Architettonica e Urbana presso la scuola di Architettura di Siracusa dell’Università degli Studi di Catania, dove insegna e ricerca. Negli ultimi anni, nell’isola di Ortigia -centro antico di Siracusa-, ha realizzato alcuni interventi mirati di rivitalizzazione e riqualificazione urbana. Tali interventi hanno posto i suoi progetti all’attenzione della critica e dei principali mass media dell’architettura contemporanea nazionale ed internazionale. Ha redatto numerose pubblicazioni ed esposto i propri lavori in mostre nazionali e internazionali. Ha esposto le sue opere in più edizioni della Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia. Ha vinto i seguenti concorsi d’architettura: Nel 2010, il primo premio al concorso internazionale “Progetto artistico-Architettonico di rifunzionalizzazione di due gru nel porto di Palermo”; Nel 2009, il primo premio per la realizzazione della stazione marittima di Siracusa. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti: Nel 2015 vince il Premio “Architetto Italiano 2015” promosso dal Consiglio Nazionale degli Architetti; Nel 2014 riceve dall’Associazione Climiti e Dintorni un “Riconoscimento alla Carriera”. Prima edizione Floridia SLOW 2014 . Manifestazione internazionale di gioiosa resistenza culturale; Nel 2013 vince il Premio ARCH&STONE’13 Architetture in pietra del nuovo millennio.Premio Internazionale – 2 ^ edizione. Botticino; Nel 2012 viene invitato a partecipare alla I e II fase del “Mies Van der Rohe Award”, Barcellona 2013 ; Vince la “Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2012” della Triennale di Milano; Nel 2008 vince i premi: “Premio Innovazione e Qualità Urbana” ed. 2008, Rimini Fiere EuroP.A.; il Premio G.B. Vaccarini; Nel 2006 Vince ex-aequo il Premio Gubbio 2006 promosso dall’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici; Nel 2004 è finalista al Premio Nazionale Accademia di S. Luca. Lo stesso anno vince il Premio Internazionale alla Committenza di Architettura Dedalo Minosse, under 40; Nel 2003 E’ finalista al premio “Medaglia d’Oro della Triennale di Milano”; Vince i premi: “Il Principe e l’Architetto” e il “Premio Internazionale Architetture di Pietra 2003”.

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Padiglione di Artemide , Siracusa, Ortigia

In passato, costruire sui resti e con i resti degli edifici antichi era una comune pratica di rigenerazione. Oggi, invece, sembra qualcosa di “straordinario”. La realizzazione del padiglione, un “piccolo” edificio, sui resti delle fondazioni del tempio ionico pone l’archeologia come materia attiva e fondativa dell’architettura, determinando una ricucitura urbana che ripristina la continuità dei fronti di piazza Minerva. I materiali e l’illuminazione interna del padiglione sono interpretati come evocazione contemporanea di un ipogeo. L’edificio si sviluppa su una superficie di 200 mq, con un’area sotterranea che si estende per 1.000 mq Il progetto realizza, mediante lo scavo archeologico, il collegamento con un’area “sepolta”, oggi poco conosciuta, quella dei sotterranei dell’edificio comunale che custodisce parte della testimonianza millenaria dell’isola di Ortigia. In questa si individuano i resti delle fondazioni del tempio ionico, di alcune capanne sicule della tarda età del bronzo e la cripta della chiesa di S. Sebastianello. La struttura del padiglione, del tipo a telaio, non poggia direttamente sul sito archeologico ma su cuscinetti elastici e ha richiesto la realizzazione di un giunto sismico perimetrale all’edificio. Il giunto denota lo stacco dell’edificio dal suolo e conferisce alla compatta massa dell’edificio, “vestito” da un omogeneo strato di blocchi di calcare, un senso di levitazione.

A fianco Piazza Minerva

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PROGETTISTA Arch. Vincenzo Latina DIRETTORE LAVORI Arch. Vincenzo Latina Collaboratori I fase: Vincenzo Mangione, Luca Sipala II fase: Rossella D’Angelo, Cristina Speranza, Fabio Tantillo

Il rivestimento perimetrale dell’edificio è caratterizzato da una trama ed una tessitura muraria poco enfatica che favorisce la strutturazione di un paramento murario e rimanda ad un carattere di tipo medievale o catalano. A tal proposito, su piazza Minerva si intende realizzare il fronte di un edificio “silente”, che ascolta il suono proveniente dagli straordinari monumenti limitrofi. Un unico accento è costituito da un taglio verticale nella parete che opera una connessione visiva e spaziale diretta tra i reperti del tempio ionico e la colonna d’angolo del tempio di Atena. La realizzazione del giardino di Artemide (200-2005) è stata la prima fase di un intervento globale che ha riguardato anche l’assetto dell’area libera su via Minerva tramite la realizzazione del padiglione di accesso agli scavi del Tempio Ionico.

Consulente Prof. Ing. Nicola Impollonia PARTNER Committente Comune di Siracusa Impresa edile 2G Costruzioni PERIODO DI REALIZZAZIONE Progetto, 2005 Fine lavori, 2012 COMMITTENTE Comune di Siracusa

Pagina Precendente Sala interna al padiglione Planimetria generale

A fianco Sezione trasversale Piazza Minerva

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Nuova Corte interna all’isolato ai Bottari in Ortigia Il progetto nasce nell’ambito di un sistema organico d’ interventi previsti dal Piano Particolareggiato per Ortigia, che hanno lo scopo di risanare dal degrado gli ambiti più interni di alcuni isolati, tra i quali appunto i Bottari. Il sito caratterizzato da una millenaria stratificazione, porta inevitabilmente a confrontarsi con oggetti, tracce, reperti, memorie, segni sia palesi sia nascosti, carichi di valore e di tensione, in cui il contesto nel progetto diventa risorsa, un “giacimento”. L’intervento presso un’area utilizzata come una discarica, ha comportato in primo luogo la sua “liberazione” dalle sostruzioni. Attraverso un atto “rifondativo” mediante la ri-appropriazione di valori dimenticati, è stato rintracciato, con orientamento Est/Ovest, lo ”stenopos” che attraversa la nuova corte. Il fine è quello di riconfigurare, in chiave contemporanea, l’impianto viario originario di matrice greco-arcaica ordinato per “strigae”. Lo “stenopos” passante per i cortili intercetta le strutture esistenti, assume valenza di misura del fluire delle stratificazioni presenti e ricomponendo gli aspetti frammentari, diventa metafora della storia millenaria dell’isolato. L’intervento ha puntato al recupero delle potenzialità dell’area attraverso la demolizione “mirata” delle superfetazioni recenti ed il riuso delle rovine condotto con operazioni di spolio, che hanno visto alcuni blocchi celati sotto le macerie ritornare in “gioco” come materiale da costruzione, un palinsesto in cui operare tra preesistenze e nuovo. Gli interventi di recupero sono stati attuati rifacendosi ad una pratica consolidata nei secoli, in cui edifici ridotti a rovina, tornati ad uno stato originario di cava o giacimento, carichi di materiale da costruzione già cavato, ritrovano impiego nelle nuove fabbriche. Molti edifici dell’isola di Ortigia sono testimonianza tangibile di tali operazioni. Alcune fabbriche, le più importanti, si sono alimentate costantemente delle pietre presenti nell’isola ed immediati dintorni, per oltre 2500 anni, ripercorrendo le straordinarie quanto mai alterne vicende, secondo un susseguirsi millenario di guerre, carestie, cataclismi e rinascite. La seconda fase dei lavori, già eseguita, consiste nel collegamento del Ronco ai Cassari con la corte ai Bottari, è interpretata come completamento della corte; in essa l’accessibilità risulta mortificata dalla ridotta visibilità dell’attuale accesso presso via Amalfitania, caratterizzato da un varco anonimo e angusto.

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PROGETTISTA arch. Vincenzo Latina, ing. Daniele Catania DIRETTORE LAVORI arch. Vincenzo Latina, ing. Daniele Catania Espropri Geom. Sebastiano Fortuna Collaboratori Arch. Silvia Sgariglia, Nadia Montuori, Rudiano Macaione Foto Maurizio Montagna PARTNER Committente Comune di Siracusa impresa edile Nuteco di Nigita Salvatore PERIODO DI REALIZZAZIONE Progetto, 1997 Fine lavori, 2001 COMMITTENTE Comune di Siracusa

A fianco I tracciati greci

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Sopra Particolare del contrafforte Basamento del contrafforte Sopra Dettaglio contrafforte

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Pagina successiva Vista corte


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Sopra Costruzione modulare

Pagina successiva Vista del giardino di pietra

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“GIARDINI DI BRUCOLI” GISIRA

Le residenze i “giardini di Brucoli” sono inserite in uno straordinario contesto paesaggistico, un parco privato di 58 ettari situato sulla una balza” calcarea affacciata sul mare di Brucoli, piccolo borgo di pescatori caratterizzato dalla singolare presenza di un castello aragonese del XV secolo. Le residenze sono a pochi metri dalla spiaggia, con un panorama su una delle baie più belle della Sicilia; sull’orizzonte svetta la cima imponente dell’Etna, le calette di molte insenature e un fiordo naturale con le sue pareti verticali forate da grotte preistoriche, utilizzate come abitazioni nell’età neolitica. La straordinaria orografia del sito da cui si può ammirare il fiordo di Brucoli, le scogliere e il paesaggio costiero da oltre venti anni è stato avversato dal notevole degrado costituito da una lottizzazione in stato di totale abbandono. La lottizzazione Gisira risalente agli anni ’70-’80 è costituita da oltre 400 unità abitative, in prevalenza residenze bifamiliari e quadrifamiliari, occupanti un lotto di circa 2000 mq ciascuna, e da una serie articolata di servizi. Il villaggio non è stato mai completato del tutto, e la maggior parte degli alloggi sono stati abbandonati e spoliati da ogni suppellettile. Il progetto prevede interventi di sostenibilità ambientale attuati attraverso la realizzazione di nuovi edifici che rispettano le norme di piano, con forma e volumetria simili all’edificio demolito, per evitare “contrapposizioni” con l’ambiente circostante; il rispetto della tradizione costruttiva del luogo; l’utilizzo di materiali che rispondano alle norme sul risparmio ed efficienza energetica.

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Pagina precedente Veduta dell’ingresso A fianco Veduta dalla corte Sotto Planimetria

L’intervento prevede una progettazione eco-compatibile con riciclo di materiali degli edifici demoliti; uso di materiali facilmente reperibili nel mercato locale; uso di materiali riciclabili e rinnovabili; uso di materiali a basso contenuto energetico; impiego di sistemi di riciclo dell’acqua piovana; salvaguardia dell’ambiente naturale; efficienza energetica. In questo momento sono in corso i lavori per i primi 17 lotti di 34 ville. Il “recupero” delle ville avviene con interventi di demolizione e ricostruzione che si possono ascrivere al “restauro tipologico”. Si prevede di “sostituire il costruito” eliminando il superfluo. La realizzazione di un ampio programma di edificazione ha imposto di costruire di qualità rinunciando intenzionalmente ad accenti formalisti o enfatici. Sono in corso di realizzazione quindi edifici in apparenza “normali” dai caratteri essenziali & ordinari che in realtà compongono un tassello singolare nel territorio costiero.

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LE CASE BLU A TREMILIA. SIRACUSA

“...mi dipingevo le mani e la faccia di blu, poi d’improvviso venivo dal vento rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito...” [D. Modugno, F. Migliacci......anno?]

Le case blu sono ubicate in un comparto urbano di recente espansione di edilizia residenziale, denominato Tremilia. Tale area situata a nord di Siracusa, a ridosso delle Mura Dionigiane e del Castello di Eurialo . Il progetto è costituito da due recenti interventi residenziali: “a valle” (dieci alloggi) e “a monte” (un residence di otto minialloggi) insediati su un terreno fortemente inclinato con orientamento sud-nord. I due interventi sono fisicamente separati da un costone roccioso sul quale si attesta una preesistente villa isolata. Il progetto ha cercato di conseguire una configurazione unitaria dei due separati interventi attraverso pochi ed essenziali elementi compositivi; i principali sono: la compatta massa degli edifici, equilibrata da ampi portali che ne modulano i volumi; la continuità della copertura che conferisce un carattere unitario all’intervento; le verande e le logge che connettono e legano i singoli alloggi; le campiture e i rivestimenti degli edifici. La copertura dell’edificio “a valle”, adattandosi alla pendenza al suolo sembra distendersi del terreno. Simile alla colonna vertebrale di un di un fossile, struttura la disposizione degli alloggi e li lega ad un unico sistema.

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PROGETTISTA arch. Vincenzo Latina DIRETTORE LAVORI Ing. Massimo Riili DIRETTORE ARTISTICO arch. Vincenzo Latina Collaboratori I fase: Vincenzo Mangione, Luca Sipala II fase: Rossella D’Angelo, Cristina Speranza, Fabio Tantillo Consulente Ing. Gaetano Gallito PARTNER Committente Assennato Costruzioni edilizie srl impresa edile Assennato Costruzioni edilizie srl PERIODO DI REALIZZAZIONE Progetto, 2007 Fine lavori, 2013 COMMITTENTE Assennato Costruzioni edilizie srl

A fianco Vista complessiva a valle

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Gli edifici sono caratterizzati da un rivestimento “a guscio” che sintetizza la complessiva orografia del terreno. Per cui, “a valle”, è possibile percepire una visione d’insieme dell’intervento dei prospetti; invece “a monte” la copertura ne diventa l’elemento caratterizzante. La copertura delle residenze diventa così il prolungamento dei prospetti laterali e ne definisce la “quinta faccia”. La gradazione delle tonalità cromatiche dei fronti, delle logge e delle verande, contribuiscono alla ulteriore scomposizione della massa dell’edificio. La scelta cromatica dell’intervento è stata suggerita dalle suggestioni suscitate dalla loggia del Villino Tipo A ad Ostia di Adalberto Libera. Il soffitto blu interno alla loggia, incastonato nella rigorosa e razionale composizione dell’edificio, in particolari condizioni di luce della volta celeste sembra dissolversi. Sembra smaterializzarsi e conquistare finalmente il cielo.

A fianco Dettagli edifici

Il progetto le case blu, attraverso l’ausilio del colore ha cercato di rappresentare la scomposizione e la dissolvenza della massa degli edifici “immersi” nel magico càngiare della volta celeste.

Pagina successiva Dettaglo del residenca

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A fianco Planimetrie e sezione generale dell’intervento

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A fianco Vista del seridence

Sotto Vista della veranda interna

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GRU DI PALERMO

Il progetto artistico – architettonico di rifunzionalizzazione delle due gru scaricatori di rinfuse, site nel porto di Palermo, quale futuro luogo simbolo dell’interazione porto - città, diventa un’occasione privilegiata per ridisegnare un tratto del Water-front del porto, e recuperare una vasta area riconnettendola alla città. Il progetto di modifica ed ampliamento dei moli pone tali infrastrutture in posizione baricentrica all’interno del bacino del porto, tra l’area di attracco delle grandi navi da crociera e quella delle imbarcazioni da diporto. Il sistema costituito dalle due gru, situato sulla linea di confine tra acqua e molo, assume il ruolo strategico di una nuova centralità, che lo rendono simile ad uno “strumento”, un artefatto, che diventa anche un centro di attrazione. La finalità è quella di interagire con l’area circostante in modo da costituire una cerniera tra il mare e la città retrostante. La proposta per la ridefinizione delle gru, nord e sud, cerca di coniugare le peculiarità del contesto, le richieste del bando e la ricerca espressiva del progetto, che tende ad attivare una innovazione mirata, attenta ai caratteri urbani, territoriali e ambientali. Il progetto si pone quindi con alterità “determinata”, come integrazione di corpi indipendenti e astratti, carichi di espressività e di identità. Così come richiesto dal bando, si è usato l’input della rifunzionalizzazione, come occasione per l’ideazione di edifici a carattere misto: ludico, culturale e sportivo; pertanto il progetto ricerca rispondenze nel “gioco” spettacolare del contesto, gioco che vede, a livello progettuale, permanere la struttura principale delle gru, contaminata da elementari prismi: un parallepipedo, un cubo e una geometria ad “L” capovolta, che costituiscono dei corpi “aggiunti” alla struttura del caricatore. Questi diversi volumi diventano così contenitori di attività, donando all’area l’operatività che è mancata alle gru per anni, e che è differente per ognuno dei tre edifici, infatti, mentre la gru sud è stata interamente destinata ad attività ludiche, sportive e ricreative, divenendo contenitore per una palestra, un’arrampicata sportiva ed un trampolino di bungee jumping, la gru nord manifesta una vocazione alle attività turistico-culturali, pertanto alloggia l’approdo della teleferica, un ristorante ed un bar, un museo della marina mercantile, uno spazio commerciale ed uno spazio espositivo per mega-istallazioni.

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Concorso di idee internazionale di architettura Progetto artistico - architettonico di rifunzionalizzazione delle due gru scaricatori di rinfuse site nel porto di Palermo quale futuro luogo simbolo dell’interazione porto-città Ente banditore : AUTORITA’ PORTUALE DI PALERMO ANNO 2010 Esito del concorso: PRIMO PREMIO GRU NORD e GRU SUD TEAM DI PROGETTAZIONE : Capogruppo arch. Vincenzo Latina Componenti del gruppo: Ing. Raimondo Impollonia progettista strutture arch. Enrico Reale progettista architettonico arch. Giudice Massimiliano progettista architettonico Arch. Saverio Renda progettista architettonico Jorge Garces progettista architettonico VIVAENGEENERING progettista architettonico e arredi ARPLAN progettista architettonico e arredi ing. Angela Tortorella progettista impianti ing. Giuseppe Falzea progettista impianti e meccanica ing. Placido Impollonia progettista strutture Consulenti Ing. Nicola Impollonia (Consulenza strutturale) Michele Ciacciofera (Consulenza artistica allestimento spazi interni)

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Sopra Gru sud

Pagina precedente Gru sud progetto e sottrazioni Gru sud, free climper indoor

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Sopra Gru nord-sud

Pagina successiva Simulazione diurna


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A lato Sagrada Familia Particolare Porta A. GaudĂŹ

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Dettagli urbani Massimo Gennari Introduzione Lo scritto di seguito ragiona sopra un viaggio immaginario a Barcellona. Il testo è in forma di racconto e accompagna(va) un progetto di concorso per la sede di una prestigiosa fondazione. In città ci dovevo andare per una settimana diversi anni or sono ma alla Uno diesel Fiat che mi ci portava dal Portogallo si bruciò il motore a trecento chilometri dalla meta. Risultato? Sette giorni passati in una località che ricorda Rimini, ma di cui non ricordo il nome, ad aspettare il nuovo motore che non arrivò mai. A quel tempo della metropoli vidi solo la stazione del treno mentre ci passavo verso le dieci di sera. La città l’ho visitata poi alcuni anni dopo. Le immagini ne raccontano alcuni dettagli urbani. Il racconto prende il titolo dalle iniziali del tipo che ci ha costruito, quasi novanta anni or sono, uno splendido padiglione con fantastici dettagli. O forse era una casa?

MvdR

Lo stridore dei freni destò il ragazzo che aprì gli occhi e si alzò di scatto dalla poltroncina numero centouno. Le ossa doloranti per la posizione assunta nelle ultime ore e la bocca impastata dall’ultimo sorso di vino rosso. La bottiglia del Chianti giaceva vicino al sedile mentre una vistosa macchia rosso sangue sulla camicia denunciava i gusti alcolici del giovane. Ricordava vagamente le ultime ore passate sfogliando stancamente la vecchia guida turistica della città che andava a visitare. Barcellona ultima tappa del suo lungo viaggio [... alla ricerca delle mie radici ...] in Europa. A Londra in aeroplano, a Parigi in treno passando sotto la Manica, in Germania e in Italia in visita di certi lontani e sconosciuti parenti secondo il suo, ormai, solito itinerario labirintico e immaginifico così come le sue letture e interessi. Ad Aquisgrana a trovare i discendenti del nonno naturale e a Firenze a incontrare i fratelli della sua giovane madre. Più volte si era domandato, durante l’adolescenza, dello strano legame che si poteva essere innescato nel suo codice genetico per il fatto di avere nelle vene un miscuglio di sangue tedesco e italiano. La mamma gli aveva spesso parlato del nonno naturale, del suo pensiero, della sua grande cultura e delle

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A lato Giardino urbano Contenitore mobile per rifiuti

sue ricerche . In realtà il giovane adolescente era più interessato ai videogiochi e alle ragazze, alla musica e ai viaggi piuttosto che ai discorsi su questo suo grande [... o presunto tale...] consanguineo. Il babbo lo aveva interessato più al football che al soccer, più alla musica che all’arte. Forse la mania dei viaggi [...sempre più labirintici, lunghi e solitari...] che aveva cominciato a sperimentare fin dall’età di quindici anni gli era derivata dalla nonna che in gioventù [… come raccontava la mamma …] aveva molto viaggiato per tutti i continenti, con tutti i mezzi di locomozione, prima di approdare sullo sponde del lago Michigan e incontrare il nonno nel millenovecentotrentanove [... allo scoppio dell’ultima guerra mondiale...]. Chicago era la sua città ma lui si sentiva profondamente cittadino del mondo. Col tempo aveva abbandonato i videogiochi e lo sport ma la musica no. La musica [...il caldo jazz degli anni trenta - cinquanta e le ballate delle grandi voci femminili dei neri d’America...] e gli spaghetti [... con la pomarola in goppa..] ; il vino rosso [...Chianti e solo Chianti...] e i viaggi alla scoperta del mondo ; le donne [... sarann belli gli occhi neri ... sarann belli gli occhi blu ...ma le gambe ... ma le gambe ... a me piacciono di più... -canticchiava spesso ricordando una vecchia canzone intonata dal babbo sotto le doccia - ] e le letture del fantastico [...tutto il fantastico...] erano i suoi unici , veri, interessi fisici e mentali. Forse il miscuglio di razze che componeva il suo d.n.a., il suo sangue e la sua struttura ossea erano alla base di questa sua continua irrequietezza; questo disinteresse per le materie scolastiche tradizionali e per la società organizzata in generale. Si sentiva un po’ come un anarchico dei primi del novecento [...che lanciava bombe alle locomotive...] ma girava il mondo con i dollari del babbo banchiere e con il g.s.m. satellitare in tasca. Con la zaino in spalla, gli ultimi travel cheque in tasca ed il vecchio sassofono in mano discese dal treno e andò incontro al caldo settembre del sud della Spagna. La metropolitana era il suo mezzo di trasporto ed il luogo naturale delle sue esibizioni alla ricerca del denaro [...per mangiare...] e degli occasionali compagni [...e compagne...] che, come le mosche sul miele, sottoterra si riunivano. Lungo il viaggio decise per un giro nella città storica con passeggiata sulle Ramblas [...come un qualunque turista...] fino al porto. Snobbava le chiese e i musei ma era curioso di vedere il tempio della Sagrada Familia con i suoi fantastici torrioni che un grande architetto [...pazzo?...] aveva iniziato alla fine del secolo scorso. Le offerte dei fedeli contribuivano alla costruzione che [...secondo le notizie ricavate dalla vecchia guida turistica...] sarà inaugurata il trentuno dicembre della fine del millennio. Si riposò all’ombra del Portal du la Pau e per scaricare la tensione, accumulata nei tre mesi del suo itinerante viaggio, intonò la melodia della vecchia composizione [...Sophisticaded lady del grande Duke...] che più amava. Poi, con calma, si incamminò lungo l’Avingua del Paral-lel verso la Plaça d’Espagna con l’intenzione

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A lato Padiglione Tedesco vasca interna E.U. 1927 M. v. d. Rohe

di onorare la promessa fatta alla madre. Dalla piazza verso la collina e il Parquet de Montjuic costeggiando i palazzi costruiti per l’Esposizione universale del millenovecentoventinove. Caracollò lungo le rampe e salì la scalinata fino alla Plaça de Carles Buigas. Si sedette sul muretto della grande fontana ellittica. Da lì poteva spaziare la vista su gran parte della città ottocentesca con i suoi ordinati isolati quadrati. Quindi, percorrendo un bel viale alberato fiancheggiato da un doppio filare di aranci e limoni su vasi in terracotta, si diresse verso l’etereo edificio che ospitava il padiglione tedesco. Entrò nel complesso e si appoggio un momento ad un cruciforme pilastro cromato. Ammirò la formale eleganza della poltrona in acciaio e cuoio bianco [...uguale a quella che abbiamo a casa...] sul quale aveva appoggiato [...in posizione di riposo...] il sudicio zaino. Subito un custode lo apostrofò in Catalano stretto invitandolo a toglierlo. A tutta prima il giovane non capiva che cosa volesse costui. Lo comprese bene quando le parole furono accompagnate da chiari gesti e spintoni. Stizzito girò lo sguardo verso le grande vetrata di cristallo smerigliato e notò certi strani oggetti luccicanti che si trovavano nel giardino di fronte al padiglione. Uscì costeggiando una grande parete di verde marmo di Tinos intenzionato a scoprire cosa fossero. Lungo il percorso gettò lo sguardo entro una certa scala che si infilava nel verde prato circostante. Dal terreno sbucavano dei piccoli lucernari in cristallo e acciaio [...arrugginito?...] che certo alludevano a locali sottostanti. Si approssimò ai manufatti oggetto della sua curiosità e, avvicinandosi, scoprì che si trattava di modelli in bronzo [...in scala...] di certi palazzi dall’aria razionalista. Una panca circondava il grande cortile quadrato sottostante mentre i plastici erano sorretti da piedistalli in bianco travertino. I piedistalli continuavano verso il cortile impostando i tozzi pilastri del portico interrato. Stancamente si interessò alle ombre che i piccoli volumi proiettavano nel cortile in pietra. Percorse il quadrilatero e ritornò alla scala che lo aveva incuriosito. Portava verso il cortile che aveva appena visto da sopra. Decise di provare la discesa nelle viscere della terra. Una targa su lastra di ottone incisa da eleganti caratteri italici lo informò che stava entrando nella “Fondaciò Mies Van Der Rohe, Monttjuic, Barcellona”. Percorse d’infilata il portico dalle tozze colonne e godé della fresca aria condizionata del locale d’ingresso. Da lì uno stretto corridoio illuminato da un ampia vetrata lo condusse alla caffetteria dove si ristorò con della pura acqua naturale e un buon caffè [...espresso italiano...]. Si affacciò sul cortile e notò l’ingresso alla biblioteca. La sala della consultazione era gremita da giovani dalle molteplici lingue. Pareva una babele biblica: tedesco, inglese, italiano, francese, spagnolo e tanti e tanti altri. Scelse un libro sull’architettura tedesca nel periodo tra le due guerre. Si interessò alle lontane teorie di quei maestri del movimento moderno e si accorse, con piacere, della perfetta luce; diffusa, schermata e zenitale che proveniva dai lucernari visti poco prima sul prato.

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A lato M. v. d. Rohe Chicago 1961

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Concentrò la sua attenzione sull’architetto che aveva edificato il padiglione da poco visitato e a cui era intitolata la fondazione. Le belle foto in bianco e nero dei lontani [...nel tempo e nello spazio...] edifici lo affascinarono e lo introdussero allo studio delle piante e delle sezioni. Terminata la lettura si avviò lungo il portico verso la parte opposta alla biblioteca. Un grande velario tutto dipinto alludeva ad una esposizione di quadri di giovani pittori italiani [... toscani in verità...] delle ultime generazioni. Il riso dell’Universo era il titolo sul cartellone. Il locale adibito alla mostra aveva accesso da un ballatoio sul portico e si sviluppava sotto la quota di calpestio del cortile esterno. Una grande sala rettangolare dalle proporzioni interessanti e dalla strana illuminazione zenitale lo accolse. Tutto il soffitto era costruito in cristallo voltato a forte spessore sorretto da una elegante struttura in acciaio. Delle strane ombre in movimento si notavano da sotto. Aguzzando la vista si accorse che erano pesci [...rossi...] che stancamente increspavano la bassa superficie di acqua soprastante. La luce del sole era filtrata dal liquido in copertura e l’effetto era molto ma molto piacevole. Si interessò alle vicende pittoriche di quei giovanotti di belle speranze e decise per l’invio di un pensiero a sua sorella che era rimasta a casa. Il telefono cellulare era accesso entro la tasca dello zaino ma gli pareva troppo brutale affidare le proprie sensazioni alla macchina elettronica. Ricordò che nel vicino negozio aveva notato quello che faceva per lui. Una bella cartolina riproduceva [...in bianco e nero...] la foto della poltrona che aveva innescato il diverbio con il custode del padiglione. Un anziano signore in giacca e cravatta, con camicia bianca e fazzoletto al taschino [... il taglio della foto e il suo abbigliamento denunciavano il periodo dello scatto – “M.V.D.R., Chicago, 1961” - lesse sul retro...] gesticolava con le mani stringendo un grosso sigaro. Guido J. indirizzò la missiva postale alla sorella Giulia e compose poche parole a formare quattro brevi frasi [...illogiche, labirintiche e scollegate come era suo costume...] che vergò con grafia piccola e minuta munito di un mozzicone di grafite arancione. Le riportiamo integralmente così come ci sono pervenute anche con gli errori di sintassi e di grammatica: “cara Sorella ... alta e snella e bella bella... sono molto felice. Guarda la poltrona di casa nostra con sopra il nonno. ho Deciso. da Grande farò l’Architettore”.

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dato alle stampe Aprile 2017

Tutti i diritti sono riservati Ordine Architetti PPC provincia di Arezzo via V Veneto 5 52100 Arezzo +39 0575 350022 www.architettiarezzo.it

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