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La palestra dello scrittore Le parole e la forma a cura di Paolo Restuccia


La palestra dello scrittore. Le parole e la forma a cura di Paolo Restuccia Prima edizione novembre 2007 Seconda edizione aprile 2010 Š Omero, Roma 2010. Tutti i diritti riservati. www.omero.it www.omeroeditore.it Isbn: 978-88-901869-4-3 Illustrazione di copertina di Flavia Brandi Impaginazione e graďŹ ca di Luigi Annibaldi


Indice

Premessa Lezione 1 - Dove si scopre che una storia può avere tante forme ma un racconto finisce solo quando è davvero finito Editor mani di forbice Farsi un bagno nella paura Una telefonata all’improvviso Un dottore dalla pelle morbida e abbronzata Un finale davvero «alla Carver» Non uccidere (quasi mai) Un finale non piccolo, ma buono Tutti hanno un nome adesso, o quasi Morte del bambino che compiva gli anni La morte non è la fine Esercizio 1 Lezione 2 - Dove si scopre che tutti abbiamo la stessa lingua ma solo lo scrittore ne ha una tutta sua L’unico a conoscerla Sei «nominato» Cazzare la scotta «E addio Tommaso» A Zigo-Zago «Montalbano sono» Simme ’e Napule, paisà! Romanzo criminale e un po’ romanesco Esercizio 2

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Lezione 3 - Dove si scopre che i ragazzi si raccontano le loro storie e i vecchi le leggono I dolori del giovane Holden Lo stopper sul fieno Cavalcata in groppa al Giovane Una razza bastarda Le cattive ragazze vanno dappertutto La singolare inchiesta di Susie Salmon La scoperta della Paura Giovani Holden non crescono Esercizio 3 Lezione 4 - Dove si scopre che il lettore è come una ragazza, preferisce chi lo fa ridere I modi per ridere Benni e il «comico» Il Colosso di Sedaris Esercizio 4 Lezione 5 - Dove si incontrano assassini, alieni, mostri & co. L’assassino non è il maggiordomo Giocare con i generi L’astronave di Landolfi Il mago e le magie realistiche Le parole del giallo Il racconto secondo James Ellroy Esercizio 5 Lezione 6 - Dove le storie non cominciano dall’inizio e i morti invece di riposare in pace raccontano C’era una volta, ma precisamente quando? Fin dai tempi di Omero

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L’ordinatore del tempo Tre atti sull’albero I tre atti di Kinder Appesi a testa in giù Esercizio 6

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Lezione 7 - Dove si scopre che i racconti hanno molte forme ma l’autore ha sempre l’ultima parola

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Dall’incipit al climax Dal cerchio al montaggio alternato: alcune forme di storie Quando è il personaggio a trascinare la storia Vivere in un racconto Una semplice intervista televisiva Testi, ipertesti e blog Il mondo di quelli che non esistono Ammazzare un cane Esercizio 7 Esercizio 8

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Premessa

La palestra dello scrittore, le parole e la forma fa parte di una serie di manuali di scrittura creativa pubblicati da Omero, che si possono leggere separatamente oppure uno dopo l’altro come momenti successivi di un laboratorio in aula. Contiene un gruppo di lezioni e degli esercizi che suggeriscono di scrivere durante la lettura del testo almeno un racconto. Rispetto a quelli che lo precedono, La palestra dello scrittore e La palestra dello scrittore. Il ritmo e il movimento, questo manuale non si limita sempre al territorio del racconto, anche se lo fa in modo prevalente. Per parlare delle parole che si usano per scrivere una storia e della forma che un autore le dà, ci siamo serviti di esempi tratti da qualche romanzo e anche da sceneggiature di film. Ma la via maestra per chi in un laboratorio comincia a pensare come trasformare in narrativa le proprie idee resta il racconto. Soprattutto perché nello spazio di un corso sarebbe impossibile portare a termine un romanzo, ma anche perché, oltre a trovare spesso soluzioni brillanti e divertenti per il lettore, chi scrive un racconto affronta molte delle questioni principali che riguardano la scrittura di storie. Questo già avviene nei laboratori in aula e via internet della Scuola Omero, come anche nel corso on line attivato con la facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma. In queste lezioni sulle parole e la forma abbiamo raccolto molti esempi di scrittori italiani e stranieri, soprattutto dei nostri tempi, perché probabilmente nella scrittura non c’è molto che cambi tanto velocemente quanto il linguaggio usato e la struttura che le storie prendono. Non ci sono formule facili da applicare, ma esempi da seguire, quelli sì, non mancano. Leggere queste pagine significa già un po’ mettersi nei panni di chi scrive e si arrovella su quale sia la parola più giusta da usare o se raccontare partendo dall’inizio, dal mezzo o dalla fine di una storia. Quindi buona lettura e buona scrittura.

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Lezione 1 Dove si scopre che una storia può avere tante forme ma un racconto finisce solo quando è davvero finito

Sono anni che nella Scuola Omero c’è un laboratorio di scrittura che tratta insieme la lingua dei racconti e la loro struttura. Ma c’è qualcosa che unisce davvero la lingua della narrativa e la struttura dei racconti o dei romanzi? Insomma, le parole sono una cosa, la forma delle storie un’altra, o no? Sono due temi distinti oppure è giusto trovare un modo per trattarli insieme? Sì, va bene, posso cavarmela dicendo che le storie scritte con una lingua più densa e più ricca in genere hanno una struttura più lunga e complessa. In effetti l’Ulisse di Joyce, La ricerca del tempo perduto di Proust o Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda sembrerebbero stare lì a dimostrarlo. E però ci sono anche dei romanzi lunghi scritti con un linguaggio stringato e racconti brevi con una lingua complessa. E costruzioni ingegneristiche dalle soluzioni spericolate erette con parole semplici. Ma pure brevi testi lineari quasi ermetici. Non tutto è semplice, come in Raymond Carver: storie brevi, linguaggio sintetico, perfetto, amen. E a proposito di Carver, Mondadori ha pubblicato un Meridiano con dentro tutte le sue storie. Così mi sono andato a rileggere quei racconti che finora stavano separati in raccolte dal titolo Vuoi star zitta, per favore o Di cosa parliamo quando parliamo d’amore o Cattedrale o Se hai bisogno, chiama (cavolo, quant’era bravo Raymond Carver a trovare i titoli!). E proprio lui, uno degli autori più amati, o perlomeno più citati nelle scuole di scrittura, mi ha suggerito una risposta. Insomma, non proprio direttamente, visto che un autore morto parla attraverso i suoi libri, ma si capisce solo se lo si intende per bene. E la risposta è che ogni testo, quando è riuscito, trova il suo equilibrio tra la struttura della narrazione e la lingua usata, insomma tra la sua forma e le sue parole. Il modo in cui Carver me l’ha suggerito, lo vedremo tra poco, analizzando il modo in cui usa le parole e la forma che dà a una sua storia, pubblicata due volte e con due titoli diversi, Il bagno e Una cosa piccola ma buona.

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Dove si scopre che una storia può avere tante forme

Editor mani di forbice Per parlare di questo racconto multiforme di Carver (che ci permetterà di rispondere anche a una domanda che spesso viene posta da chi vuole scrivere narrativa: quando un racconto può dirsi finito?), dobbiamo velocemente sbrigare una questione preventiva, e cioè la relazione tra questo scrittore americano e il suo principale editor, Gordon Lish. Il rapporto tra uno scrittore e il suo editor è decisamente un rapporto complesso. C’è chi, come Stephen King, dice: «L’editor ha sempre ragione... Per dirla in altri termini, scrivere è umano, editare è divino.» E c’è chi non lo ringrazia nemmeno nei suoi libri, come la maggior parte degli scrittori italiani, per cui il nome di un editor lo conoscono solo gli addetti ai lavori e se lo sussurrano tra iniziati come fosse il nome di Voldemort, il misterioso mago malvagio di Harry Potter. Per quanto riguarda Carver e Lish, sappiamo che il lavoro dei due fu comune fino a un certo punto della vita dello scrittore, e doveva funzionare più o meno così: uno scriveva e l’altro sforbiciava. D’accordo con l’altro? In disaccordo? Non è facile rispondere a queste domande e forse non lo sapremo mai. Ecco cosa ne dice uno scrittore italiano come Alessandro Baricco, che qualche tempo fa si è preso la briga di andare a scartabellare gli originali di alcuni racconti dello scrittore rivisti dal suo editor. Per lui non ci sono dubbi e sposa la tesi dell’autore totalmente manipolato dal suo editor: «Carver stesso non era in grado di tenere quello sguardo implacabile sul mondo che i suoi racconti sfoggiano. Anzi, in un certo modo lui aveva l’antidoto contro quello sguardo. Lo abbozzava, quello sguardo, forse l’ha perfino inventato, ma poi tra le righe, e soprattutto nei finali, lo confutava, lo spegneva. Come se ne avesse paura. Costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice “ti amo”. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome. Gordon Lish dovette intuire che, al contrario, la visione pura e semplice di quei deserti ghiacciati era ciò che di rivoluzionario aveva quell’uomo in testa. Ed era ciò che i lettori avevano voglia di sentirsi raccontare. Cancellò minuziosamente tutto ciò che poteva scaldare quei paesaggi, e quando ce n’ era bisogno, aggiunse perfino del ghiaccio.» La discussione sul rapporto tra Carver e Lish è stata rilanciata con la pubblicazione italiana di Principianti (Einaudi 2009, traduzione di Riccardo Duranti). Si tratta dei racconti che già si trovano nella raccolta intitolata Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, però qui possiamo leggerli nella versione originale di

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Lezione 1

Carver prima dell’intervento di Gordon Lish. Chiunque può confrontare le due edizioni e farsi un’idea anche delle titubanze e dello sconcerto dello scrittore di fronte all’intervento del suo editor mani di forbice. Sembra di spiare un uomo colto nella sua intimità più indifesa (e l’operazione sa pure un po’ di disdicevole gossip letterario) quando si legge la lettera in cui Raymond scrive: «Se il libro fosse pubblicato nella forma attuale, non riuscirei più a scrivere un altro racconto, Dio non voglia.» Fortunatamente proprio la pubblicazione di quel volume in quella forma l’ha reso uno dei maggiori scrittori americani del ‘900 e altri ottimi racconti sono poi giunti. Quindi sarebbe stato Lish a creare in laboratorio la prosa di Carver. Sarà, ma lo scrittore americano, parlando di Cattedrale, una raccolta scritta dopo aver smesso di collaborare con Lish, dice proprio: «C’è un’apertura in questo libro, come mai nei libri precedenti. Per diversi mesi non avevo scritto nulla. Dopodiché ho scritto Cattedrale, totalmente diverso da qualsiasi cosa scritta prima. Tutte le storie presenti in questo libro sono in qualche modo più dense e più interessanti. Sono più generose, e non più ridotte al minimo.» Sembrerebbe una dichiarazione d’intenti molto precisa, no? Di uno che sa di aver scritto in un certo modo, ridotto al minimo, e che adesso ha scelto di diventare più denso, più interessante, più generoso. Uno che vuole dare un’altra forma alle sue parole. Del tutto consapevolmente? Carver la raccontava così: «Non ho piani, ma sono cambiate le circostanze della vita. Ho smesso di bere e forse ora che sono più vecchio sono più fiducioso. Non so, ma ritengo importante che uno scrittore cambi, che ci sia uno sviluppo naturale e non una decisione.» Comunque quello che mi interessa qui sono solo i racconti – siano stati o no creati da Carver o dal suo editor mani di forbice o da tutti e due insieme – e un po’ come succede per la musica pop, che m’importa se era Lennon o se era McCartney la mente dei Beatles? O se Il mio canto libero era più di Battisti o più di Mogol?

Farsi un bagno nella paura La storia di cui parliamo è dura. Senza scampo. Americana per tanti versi (e Robert Altman nel 1993 l’infilò nel suo film tratto da Raymond Carver, Short cuts, in italiano America oggi), universale per altri. Un bambino che sta per compiere gli anni viene investito. I genitori lo vegliano in ospedale, lui dorme senza che si capisca bene che cosa abbia davvero.

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Dove si scopre che una storia può avere tante forme

La versione pubblicata per prima, nel 1981 con il titolo e bath, nella raccolta What We Talk About When We Talk About Love (Alfred A. Knopf, New York, NY ), si chiama Il bagno nella traduzione di Riccardo Duranti (da Tutti i racconti, Mondadori, 2005, pagg 461-470), comincia così: Sabato pomeriggio la madre andò in macchina alla pasticceria del centro commerciale. Dopo aver sfogliato un raccoglitore con le foto delle torte incollate sulle pagine, ne ordinò una al cioccolato, la preferita di suo figlio. La torta che aveva scelto era decorata con un’astronave sulla rampa di lancio sotto una pioggia di stelle bianche. SCOTTY, il nome del bambino, sarebbe stato scritto in glassa verde come fosse il nome dell’astronave. Il pasticcere rimase ad ascoltarla assorto mentre lei gli spiegava che il figlio avrebbe compiuto otto anni. Era anziano, il pasticcere, e indossava uno strano grembiule, pesante, con lacci che gli passavano sotto le ascelle, si incrociavano sulla schiena e poi tornavano sul davanti dove erano legati in un grosso nodo. Mentre la stava ad ascoltare, si asciugava continuamente le mani sul grembiule. Gli occhi umidi le fissavano le labbra, mentre lei esaminava i campioni e parlava. Le diede tutto il tempo che voleva. Non aveva mica fretta. La madre scelse la torta-astronave e gli diede il proprio numero di telefono. La torta sarebbe stata pronta lunedì mattina, con largo anticipo sulla festa di compleanno del bambino, prevista per lunedì pomeriggio. Fu tutto quello che il pasticcere era disposto a dire. Nessun complimento, solo le informazioni essenziali, niente che non fosse indispensabile. Il lunedì mattina il bambino stava andando a scuola. Era insieme a un suo compagno. Si passavano un sacchetto di patatine e il bambino che compiva gli anni stava cercando di far dire al suo amico che regalo gli avrebbe portato. A un incrocio, il bambino che compiva gli anni scese dal marciapiede senza guardare e fu subito gettato a terra da una macchina che passava. Cadde su un fianco, la testa nel canalino di scolo, le gambe verso la strada che si muovevano come se stesse cercando di arrampicarsi su un muro. Il suo compagno rimase lì con le patatine in mano. Si stava chiedendo se doveva finirle o proseguire fino a scuola. Il bambino che compiva gli anni non pianse, ma non gli andava neanche più di parlare. Non volle rispondere quando l’altro bambino gli chiese che effetto faceva essere investiti da una macchina. Si rialzò e s’incamminò verso casa, al che l’amichetto lo salutò con la mano e si diresse a scuola. Il bambino che compiva gli anni raccontò a sua madre quello che era successo. Si sedettero sul divano. Lei gli teneva le mani in grembo. Stavano così, quando il bambino ritrasse le mani e si stese sul divano. Naturalmente, la festa di compleanno non si fece. Invece, il bambino che compiva gli

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anni era in ospedale. La madre gli stava seduta accanto. Aspettava che il figlio si svegliasse. Il padre si precipitò in ospedale dall’ufficio. Si sedette accanto alla moglie. E così tutti e due aspettavano che il bambino si svegliasse. Aspettarono per ore, poi il padre tornò a casa per farsi un bagno. L’uomo tornò a casa dall’ospedale. Percorse le strade a velocità più sostenuta del dovuto. Finora la sua vita era stata bella: il lavoro, la paternità, la famiglia. Era stato felice e fortunato. Ma la paura gli aveva fatto venire voglia di farsi un bagno.

Una telefonata all’improvviso Da notare alcune cose. Non ci sono nomi, tranne quello del bambino, che così risalta tra tutti gli altri personaggi. Addirittura è scritto già nel primo paragrafo in lettere maiuscole, che stanno a indicare il modo in cui compare sulla torta di compleanno, ma che si accendono come un neon nella mente del lettore: SCOTTY. E comunque per tutto il resto di questo breve incipit il nome non si ripete, ma viene invece ripetuto continuamente il termine bambino anzi la frase il bambino che compiva gli anni come a suggerire una forma di fragilità assoluta, quasi impersonale. Anche il modo in cui il padre decide di tornare a casa per farsi un bagno è casuale. Eppure questo bagno dà il nome al racconto, e infatti poco dopo arriva la frase che introduce uno degli elementi essenziali, anch’esso ripetuto più tardi, della storia: la paura, la paura gli aveva fatto venire voglia di farsi un bagno. E poi arriva una telefonata, stiamo a vedere: Entrò nel vialetto di casa e rimase seduto in macchina, cercando di mettere in moto le gambe. Il bambino era stato investito ed era in ospedale, ma sarebbe andato tutto bene. Scese dall’auto e si avviò verso la porta di casa. Il cane abbaiava e il telefono squillava. Continuò a squillare mentre l’uomo apriva la porta e tastava il muro in cerca dell’interruttore della luce. Alzò la cornetta e disse: «Sono entrato in casa in questo momento!» «C’è una torta che non è stata ritirata.» Ecco cosa disse la voce all’altro capo del filo. «Come dice, scusi?» chiese il padre. «La torta» disse la voce. «Sedici dollari.» Il marito si tenne la cornetta premuta contro l’orecchio, cercando di capire. «Non ne so niente» disse. «Non se ne esca con questa scusa» disse la voce. Il marito riattaccò. Andò in cucina e si versò del whisky. Poi chiamò l’ospedale.

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Le condizioni del bambino erano stazionarie. Mentre la vasca si riempiva, l’uomo si insaponò la faccia e si fece la barba. Era appena entrato nella vasca quando sentì di nuovo il telefono. Uscì e attraversò di corsa la casa, dicendosi: «Che stupido! Che stupido!», perché non si sarebbe trovato in quella situazione se non se ne fosse andato dall’ospedale. Alzò la cornetta e gridò: «Pronto!» La voce disse: «È pronta.» Il padre tornò in ospedale poco dopo mezzanotte. La moglie era ancora seduta sulla sedia accanto al letto. Alzò gli occhi sul marito e poi tornò a guardare il bambino. Da un impianto sopra il letto pendeva un flacone con un tubicino che lo collegava al bambino. «Cos’è?» chiese il padre. «Glucosio» rispose la madre. Il marito le mise una mano dietro la testa. «Tra poco si sveglierà» disse l’uomo. «Lo so» disse la donna. Dopo qualche secondo, lui disse: «Va’ a casa per un po’. Ti do il cambio.» Lei scosse la testa. «No» disse. «Davvero» disse lui. «Va’ a casa per un po’. Non ti devi preoccupare. Sta solo dormendo, tutto qui.» Un’infermiera aprì la porta. Li salutò con un cenno del capo mentre si avvicinava al letto. Tirò fuori il braccio sinistro del bambino da sotto le coperte e gli tastò il polso. Poi rimise il braccio sotto le coperte e scrisse qualcosa su una tabella attaccata al letto. «Come sta?» chiese la madre. «È stazionario» rispose l’infermiera. Poi disse: «Il dottore ripasserà tra poco.» «Stavo dicendo a mia moglie che forse dovrebbe andare a casa a riposarsi un po’» disse l’uomo. «Dopo la visita del dottore.» «Certo che può farlo» disse l’infermiera. La donna disse: «Sentiamo che cosa ci dice il dottore.» Si portò una mano agli occhi e abbassò un tantino la testa. L’infermiera disse: «Naturalmente.»

La telefonata che interrompe il bagno del padre è un altro evento casuale, ma aumenta la tensione nella storia. Inoltre noi sappiamo che a farla è il pasticcere, invece il padre non sa niente della torta fatta preparare e non ritirata. Su questa telefonata Carver, nel saggio Fuochi (Fires, pubblicato sulla rivista «Anteaus», 47, autunno 1982, ora in Tutti i racconti, traduzione di Riccardo Duranti, Mondadori, 2005), ci ha detto una cosa interessante sul modo in cui agli autori vengono le idee e anche su come sono pronti a cogliere gli influssi esterni che per altri sarebbero insignificanti: «Non molto tempo fa a Syracuse, dove abito, ero nel bel

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mezzo della stesura di un racconto quando ha squillato il telefono. Ho risposto. All’altro capo del filo c’era la voce di un uomo, chiaramente nero, che chiedeva di un certo Nelson. Aveva sbagliato numero, gliel’ho detto e ho riattaccato. Sono tornato al mio racconto. Ben presto, però, mi sono accorto che stavo introducendo nella storia un personaggio nero, un personaggio per certi versi sinistro di nome Nelson. Da quel momento la storia ha preso una piega diversa. Per fortuna, lo capisco adesso e in qualche modo l’avevo capito anche allora, era proprio la piega giusta. Quando avevo cominciato a scrivere quel racconto, non avrei potuto preparare o prevedere la necessità della presenza di Nelson. Ma ora, a racconto ultimato e di prossima pubblicazione su una rivista, il fatto che Nelson ci sia dentro, col suo aspetto sinistro, mi pare giusto e appropriato e, credo, corretto da un punto di vista estetico. E mi pare giusto, anche, che questo personaggio sia finito dentro il mio racconto con una sua appropriatezza, qualcosa di molto occasionale, di cui ho avuto il buonsenso di fidarmi.» E come vedremo più avanti, oltre alla telefonata in questo racconto compare anche Nelson, in un modo inatteso e lasciato vago dall’autore, ma sicuramente, come la telefonata che arriva fin dentro casa dei genitori di Scotty, anche questo nome è il senso di un annuncio – certo non benevolo. Le parole che Carver usa in questa versione della storia sono davvero ridotte al minimo, i personaggi non hanno un volto, non hanno un aspetto, non hanno nemmeno nomi, sono solo il padre, la madre, l’uomo, la donna, l’infermiera, il dottore, il bambino. E non ha un nome nemmeno finora la malattia del bambino, che resta misteriosa, non detta. Anche se il lettore pensa già di sapere di cosa si tratta e la paura aleggia su tutta la storia.

Un dottore dalla pelle morbida e abbronzata Quando finalmente arriva un medico, qualche particolare in più ci viene svelato, cominciamo a conoscere il nome della madre – è il dottore a pronunciarlo, non il marito che non la chiama per nome, così non ci appare nemmeno sotto una luce intima, è solo un’informazione che serve per alcuni passi successivi del racconto – e veniamo a sapere come lei vede e giudica il dottore che arriva, come lo considera lontano da sé e dal suo dramma, un uomo di successo incapace di capire davvero qualcosa di quello che succede. In questo caso, la brevissima descrizione del medico, cosa rara in questa versione poco descrittiva ci dice tantissimo su come la madre lo vede e a cosa davvero pensa. Mentre intanto la paura aumenta.

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Il padre fissò per un po’ suo figlio, il minuscolo petto che si alzava e si abbassava sotto le coperte. Sentì la paura aumentare. Cominciò a scuotere la testa. Diceva tra sé e sé: il bambino sta bene, solo che invece di dormire a casa, dorme qui. Il sonno è uguale dovunque si dorma. Il dottore entrò nella stanza e strinse la mano all’uomo. La donna si alzò dalla sedia. «Ann» disse, salutandola con un cenno del capo. «Vediamo prima di tutto come sta» disse il dottore. Si avvicinò al letto e misurò il polso del bambino. Gli sollevò prima una palpebra e poi l’altra. Tirò giù le coperte e auscultò il cuore. Gli premette le dita in diversi punti del corpo. Andò ai piedi del letto e consultò la tabella. Vi annotò l’ora, scribacchiò qualcosa e poi osservò il padre e la madre. Il dottore era un bell’uomo, con la pelle morbida e abbronzata. Indossava un completo col panciotto, una cravatta a tinte vivaci e ai polsini aveva i gemelli. La madre diceva tra sé e sé: È appena tornato da un evento pubblico. Magari gli hanno dato una medaglia. Il dottore disse: «Non c’è da esaltarsi, ma neanche da preoccuparsi. Si dovrebbe svegliare abbastanza presto.» Guardò di nuovo il bambino. «Dovremmo saperne di più quando arrivano i risultati delle analisi.» «Oh, no» esclamò la madre. Il dottore disse: «A volte succede.» Il padre disse: «Allora lei non lo chiamerebbe coma, vero, dottore?» Rimase in attesa, guardando il medico. «No, non voglio definirlo coma» disse il dottore. «Dorme. Si rimette in forze. Il corpo sta facendo il suo dovere.» «È coma» disse la madre. «Una specie di coma.» Il medico disse: «Non lo definirei così.» Prese le mani della donna tra le sue e le diede dei colpetti affettuosi. Strinse ancora la mano al marito.

Ora la paura ha preso corpo e la parola che nessuno voleva pronunciare viene detta: coma. Ma quasi a sottolinearne l’importanza e la paura che provoca, Carver non la fa entrare in scena direttamente, la fa annunciare da una frase detta al negativo, quasi un inutile, estremo esorcismo: «Allora lei non lo chiamerebbe coma, vero, dottore?» Da questo momento in poi, nello spazio di poche righe, questa parola si ripete altre tre volte, si raggruma nella trama delle parole che formano il racconto, diventa un grumo densissimo. E tornerà più avanti, ripetuta due volte in un altro momento del racconto. Ripetere una parola per caricarla d’intensità drammatica o per aggiungere tensione a una scena, è una tecnica usata tanto spesso da poter dire che (al contrario di quello

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che si insegna nella scuola elementare) le ripetizioni spesso funzionano. Uno dei maestri della letteratura americana moderna, in effetti quasi un padre o un nonno artistico di Carver: Ernest Hemingway, ce ne dà un esempio difficilmente superabile nel racconto Hills like white elephants (in Men without women, prima edizione Charles Scribner’s sons, New York 1927, traduzione italiana di Giuseppe Trevisani: Colline come elefanti bianchi, in I quarantanove racconti, Einaudi 1947). In questo racconto a un certo punto la protagonista femminile, giunta al massimo dell’esasperazione di fronte alle parole vuote dell’uomo che ha di fronte, esclama: «Would you please please please please please please please stop talking?» Ben sette please ripetuti per dirgli di tacere. E come risuonano nella mente del lettore! Ma continuiamo a leggere il racconto di Carver. La donna appoggiò le dita sulla fronte del figlio e le tenne lì per un momento. «Almeno non ha la febbre» disse. Poi aggiunse: «Però, non so. Sentigli un po’ la fronte.» L’uomo sfiorò la fronte del bambino. Disse: «Secondo me, è normale che abbia questa temperatura adesso.» La donna rimase lì in piedi ancora un po’, tormentandosi un labbro con i denti. Poi tornò a sedersi. Il marito le si sedette accanto. Avrebbe voluto dirle qualcos’altro. Ma non aveva idea di che cosa dire. Le prese la mano, e se la portò in grembo. Questo lo fece sentire meglio. Gli dava l’impressione di dire qualcosa. Rimasero seduti così per un po’, guardando il bambino senza parlare. Di tanto in tanto lui le stringeva la mano. Alla fine lei la ritirò. «Ho pregato» disse. «Anch’io» disse il padre. «Ho pregato anch’io.» Un’infermiera tornò e controllò il flusso del flacone. Passò un altro medico e si presentò. Il medico indossava dei mocassini. «Lo portiamo di sotto per fare altre lastre» disse loro. «E vogliamo anche fare una TAC.» «Una TAC?» chiese la madre. Era in piedi tra il nuovo dottore e il letto. «Non è niente» rispose lui. «Oddio mio!» disse lei. Arrivarono due portantini. Spingevano un coso con le ruote che pareva un letto. Staccarono la flebo al bambino e lo fecero scivolare sul coso con le ruote. Era da poco passata l’alba quando riportarono fuori il bambino che compiva gli anni. Il padre e la madre seguirono i portantini nell’ascensore e poi su nella stanza. Ancora una volta i genitori ripresero il loro posto accanto al letto. Aspettarono tutto il giorno. Il bambino non si svegliò. Il dottore era tornato e aveva vi-

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sitato di nuovo il bambino, poi se n’era andato dicendo le stesse cose. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, altri medici. Poi un tecnico che prelevò del sangue al bambino. «Non capisco» disse la madre al tecnico. «L’ha ordinato il dottore» rispose quello. La madre si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. C’erano macchine che entravano e uscivano con i fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale. Disse tra sé e sé: Ormai siamo dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile. Aveva paura. Vide una macchina fermarsi e una donna con un lungo cappotto vi salì. Finse di essere quella donna. Finse di allontanarsi da lì in macchina e andare altrove. Tornò il dottore. Pareva ancora più abbronzato e in salute che mai. Si avvicinò al letto e visitò il bambino. Disse: «I segni sono buoni. Tutto normale.» La madre disse: «Però dorme ancora.» «Sì» disse il medico. Il marito disse: «È stanca. Non ha mangiato niente.» Il medico disse: «Dovrebbe riposarsi. Dovrebbe mangiare qualcosa, Ann.» «Grazie» disse il marito. Strinse la mano al dottore, che gli diede qualche colpetto sulla spalla e uscì.

Un finale davvero «alla Carver» Da questo momento in poi, la storia arriva velocemente alla sua conclusione, lo scrittore ci dice pochissimo di più di quello che già non sappiamo. Per prima cosa ci introduce il personaggio di nome Nelson, che come abbiamo letto occupa un certo spazio nella sua immaginazione e descrive una famiglia di neri, ma senza dirlo, lasciandocelo capire da certi particolari, come le treccine crespe di una ragazza e i vestiti degli adulti. Ritorna la parola coma, due volte come dicevamo. Le parole ripetute, in una scrittura ridotta al minimo come in questo racconto, sono importanti, sono degli elementi che segnalano, nel senso che non sono semplici termini della lingua, sono come dei segnali che lo scrittore ci pone lungo la via per indicarci in che direzione stiamo andando. E poi nel racconto torna il bisogno di farsi un bagno e ancora un’ultima definitiva telefonata. Ma leggiamo tutto fino al finale, sospeso, drammatico e non detto, anzi, di più, senza il bisogno di dire o aggiungere parole, né per il lettore né per lo

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scrittore, o almeno così sembrerebbe… «Mi sa che uno di noi dovrebbe andare a casa a controllare le cose» disse l’uomo. «Bisogna dare da mangiare al cane.» «Telefona a uno dei vicini» disse la moglie. «Qualcuno gli darà da mangiare, se glielo chiedi.» Provò a pensare a chi chiederlo. Chiuse gli occhi e provò a pensare a qualcosa, qualunque cosa. Dopo un po’ disse: «Magari vado a casa per un pochino. Magari se non me ne sto qui seduta a guardarlo si sveglierà. Magari è perché sto qui a guardarlo che non si sveglia.» «Può darsi» disse il marito. «Vado a casa, mi faccio un bagno e mi metto qualcosa di pulito» disse la donna. «Credo che dovresti fare proprio così» disse l’uomo. Lei prese la borsetta. Lui l’aiutò a indossare il soprabito. Lei si avvicinò alla porta e si voltò. Guardò il bambino e poi guardò il padre. Il marito annuì e le sorrise. Superò la postazione delle infermiere e percorse tutto il corridoio. In fondo al corridoio si voltò e vide una piccola sala d’attesa dove una famiglia era seduta su delle poltroncine di vimini: un uomo con una camicia cachi e un berretto da baseball tirato indietro, una donna grassa in vestito da casa e pantofole, una ragazza in jeans e con tante treccine crespe. Il tavolino era ingombro di involucri di cellophane, bicchieri di polistirolo, palette per girare il caffè e bustine di sale e pepe. «Nelson» disse la donna. «Si tratta di Nelson?» Spalancò gli occhi. «Me lo dica subito, signora» disse la donna. «Si tratta di Nelson?» Cercava di alzarsi dalla poltroncina, ma l’uomo le aveva appoggiato una mano sul braccio. «Calma, calma» le disse. «Scusate» disse la madre. «Stavo cercando l’ascensore. Mio figlio è ricoverato in ospedale. Non riesco a trovare l’ascensore.» «L’ascensore è da quella parte» disse l’uomo, indicandole la direzione con il dito. «Mio figlio è stato investito da una macchina» disse la madre. «Ma se la caverà. È ancora sotto shock per il momento, ma può anche darsi che si tratti di una specie di coma. Quello che ci preoccupa è proprio questa faccenda del coma. Io esco per un po’. Magari mi vado a fare un bagno. Ma con lui c’è mio marito. Gli bada lui. Può darsi che mentre sono via la situazione cambi. Mi chiamo Ann Weiss.» L’uomo si mosse nervosamente sulla poltrona. Scosse la testa. Disse: «Il nostro Nelson.» La donna entrò nel vialetto. Il cane arrivò di corsa da dietro la casa. Si mise a correre in

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cerchio sul prato. Lei chiuse gli occhi e appoggiò la testa al volante. Ascoltò il ticchettio del motore. Scese dalla macchina ed entrò in casa. Accese le luci e mise su l’acqua per un tè. Apri una lattina e diede da mangiare al cane. Si sedette sul divano con la tazza di tè. Squillò il telefono. «Sì?» rispose lei. «Pronto?» disse. «Signora Weiss» disse una voce maschile. «Sì» disse lei. «Sono io la signora Weiss. Si tratta di Scotty?» «Scotty» disse la voce. «Si tratta di Scotty» disse la voce. «Già, riguarda proprio Scotty.»

Ecco, finisce così. Senza dirci se Scotty sopravviva o muoia, oppure come si sentiranno padre e madre e cosa risponderanno al pasticcere insistente. Che sia lui a chiamare anche stavolta non viene detto, ma si intuisce dal fatto che sappiamo che è lui a telefonare in quella casa per avere i soldi della torta e che decisamente nessuno dall’ospedale per comunicare notizie del bambino alla madre userebbe quel tono («Scotty» disse la voce. «Si tratta di Scotty» disse la voce. «Già, riguarda proprio Scotty»). E quindi l’annuncio della morte di Scotty che per tutti noi lettori è ormai sicura, ci viene dato dalla voce sgarbata e seccata di un tizio che chiama al telefono, versione moderna e assurda della vecchia immagine con la falce e il manto nero. Si chiude il cerchio, il pasticcere all’inizio e il pasticcere alla fine, una torta ordinata e una torta pronta che nessuno ha ritirato e pagato. La madre è protagonista all’inizio e torna a esserlo nella conclusione, dopo aver lasciato al padre il punto di vista del racconto nella parte centrale. E due tentativi di fare un bagno interrotti dalle telefonate. Due tentativi falliti di sfuggire alla paura. Una prima risposta sulla struttura dei racconti: un racconto si conclude quando le sue premesse sono portate alle estreme conseguenze, è inutile dirci se Scotty muore, tanto la paura dei genitori, l’assurdità dei gesti intorno a loro, l’incapacità di tutti noi di avere a che fare con questo evento enorme, sono già chiari. Superfluo scrivere di più, se è questo che vogliamo dire. Questo sembra consigliarci Raymond Carver.

Non uccidere (quasi mai) La scelta di non mostrarci la sorte del piccolo Scotty, in questo racconto di Carver, può essere d’insegnamento a molti scrittori esordienti che fanno terminare una storia con una morte. Far morire il protagonista o l’antagonista, farli uccidere o co-

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stringerli al suicidio, oppure a esalare l’ultimo respiro dopo una malattia, sembra una soluzione efficace. In realtà è una scelta apparentemente “naturale” (in natura la storia di una vita finisce inevitabilmente con una morte), che spesso non produce nessuna emozione nel lettore. Uccidere qualcuno (anche un personaggio!) non è certo una cosa da fare a cuor leggero (o solo per chiudere un racconto!), quindi nelle storie questa sorta di “soluzione finale” va realizzata solo quando serve davvero all’obbiettivo drammaturgico e psicologico che l’autore ha deciso di ottenere. Altrimenti il rischio è quello della banalità, un pericolo che si corre sempre quando si scrive ma che aumenta quando si vogliono descrivere i momenti essenziali nella vita dell’uomo. Provate a leggere i racconti e i romanzi in cui sono descritte nascite, grandi amori e morti. Ebbene, queste scene saranno noiose e scontate negli scrittori minori, mentre saranno potenti e originali nei grandi autori. Per avere un esempio classico, procuratevi il racconto La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj (Smert’ Ivana Il’iča, 1887-1889, traduzione di Giovanni Buttafava, Garzanti 1975) e anche se avete il cuore indurito da troppi noir, non potrete non trasalire di fronte a questa frase: «Da quel momento incominciò il grido, che durò tre giorni, senza arrestarsi, così tremendo che non si poteva ascoltarlo neanche dietro due porte chiuse, senza sentirne orrore.» E se avrete la forza di andare avanti, sarete ricompensati da un finale fortissimo: «Sì, li faccio soffrire,» pensò. «Mi fanno pena. Staranno meglio, quando sarò morto.» Voleva dirlo, ma non aveva la forza di articolare una frase. «Del resto, perché parlare? bisogna fare,» pensò. Con uno sguardo indicò alla moglie il figlio e disse: «Portalo... via... mi fa pena... e anche tu...» Voleva aggiungere «perdonami,» ma disse «ridona»: non avendo più la forza per correggersi, agitò una mano, sapendo che chi doveva capire avrebbe capito. E all’improvviso comprese chiaramente che ciò che lo tormentava e non voleva abbandonarlo, se ne stava andando via di colpo, tutt’insieme, da due parti, da dieci parti, da tutte le parti. Gli facevano pena: bisognava fare in modo che non soffrissero più. Liberare loro e liberare se stesso da quelle sofferenze. «Com’è bello e com’è semplice,» pensò. «E il dolore?» si chiese. «Dov’è andato? dove sei dolore?» Si mise in ascolto. «Ah si, eccolo. Non importa, resta pure lì!» «E la morte? Dov’è?» Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’era? Ma quale morte? Non c’era

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nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. Invece della morte c’era la luce. «Ah, è così!» esclamò d’un tratto a voce alta. «Che gioia!» Per lui tutto s’era compiuto in un attimo, e il significato di quell’attimo non cambiò più. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il suo corpo esausto sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero sempre più radi. «È finita» disse qualcuno su di lui. Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. «È finita la morte,» disse a se stesso. «Non c’è più.» Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì.

Oppure ascoltate il finale della Bohème di Giacomo Puccini, dove c’è l’esempio di una morte, quella di Mimì, annunciata come non mai e che pure emoziona in modo irresistibile lo spettatore, che la vive attraverso il dolore di Rodolfo. Talvolta la morte esige tempo e spazio per essere efficace. Ho sottomano Madame Bovary di Gustave Flaubert (nell’edizione tradotta da Oreste Del Buono, Garzanti 1965). Ebbene a pagina 254 Emma Bovary: «Afferrò il boccale turchino, ne tolse il tappo, poi ci ficcò dentro la mano, la tirò fuori, alla fine, piena d’una polvere bianca, cominciò a inghiottirla.» Ma bisogna aspettare pagina 263 perché la polverina faccia fino in fondo il suo effetto: «Una convulsione la rovesciò sul materasso. Tutti si avvicinarono. Non esisteva più.» Dieci pagine di tensione emotiva e di lenta agonia per una delle morti più memorabili nella storia della letteratura.

Un finale non piccolo, ma buono Qualche anno dopo, Carver riprende il suo vecchio racconto, lo rilegge e si accorge che il finale non lo soddisfa più, ecco come la racconta lui: «Il bagno apparve su una rivista. Vinse non so più che premio ma la storia mi intrigava. Non mi sembrava conclusa. C’erano altre cose da dire, e scrivendo Cattedrale (non ho mai scritto un libro così velocemente – detto di passaggio, non ci ho messo più di diciotto mesi), mi accaddero delle cose. Il racconto Cattedrale mi sembrava completamente diverso da tutto quanto avevo scritto prima. Mi trovavo in un periodo generoso. Diedi un occhio a Il bagno e lo trovai come un dipinto incompiuto. Così lo riscrissi. Ora è molto meglio.» Molto meglio. Ma cosa vuol dire che è molto meglio? Intanto è diverso. Diversa la struttura, diversa la lingua, insomma sono cambiate la forma del racconto e le

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parole usate, e per prima cosa, dura molto di più. Quindi adesso riprenderemo la lettura di questa storia da dove finiva la prima volta, perché tra Il bagno e Una cosa piccola ma buona (A small, good thing, Alfred A. Knopf, New York, NY, 1983; tr. it. in Tutti i racconti, Mondadori 2005, pagg 671-702) ci sono parecchie differenze però una salta agli occhi, il secondo racconto continua oltre il punto dove il precedente finiva. Riprendiamo la lettura proprio dal punto dove finisce Il bagno. [...] «Scotty» disse l’uomo. «Si tratta di Scotty, già. Il problema riguarda proprio Scotty. Si è dimenticata di Scotty?» disse la voce. Poi riagganciò. Lei fece il numero dell’ospedale e domandò del terzo piano. Chiese informazioni sul figlio all’infermiera che rispose al telefono. Poi di parlare con il marito. Si trattava, disse, di un’emergenza. Restò in attesa, avvolgendosi il filo del telefono attorno alle dita. Chiuse gli occhi e fu assalita da un senso di nausea. Avrebbe dovuto costringersi a mangiare qualcosa. Slug venne dalla veranda sul retro e si sdraiò ai suoi piedi. Agitò la coda. Lei gli tirò un po’ un orecchio mentre il cane le leccava le dita. Howard arrivò al telefono. «Qualcuno ha appena chiamato qui» gli disse, tormentando il filo del telefono. «Ha detto che si trattava di Scotty» gridò. «Scotty sta bene» le disse Howard. «Cioè, dorme ancora. Non ci sono stati cambiamenti. L’infermiera è già venuta due volte da quando te ne sei andata. O l’infermiera o un dottore. È tutto a posto.» «Ha chiamato un tizio. Ha detto che si trattava di Scotty» ripeté lei. «Tesoro, cerca di riposare un po’, ne hai bisogno. Dev’essere lo stesso a cui ho risposto io. Non ci pensare. Torna qui appena ti sei riposata un po’. Così magari facciamo colazione insieme.» «Colazione» disse lei. «Non voglio fare colazione.» «Sai che cosa voglio dire» disse lui. «Un succo di frutta, qualcosa. Non so. Non so niente, Ann. Gesù, neanch’io ho fame. Ann, adesso è un po’ difficile parlare. Sono qui in piedi al bancone delle infermiere. Il dottor Francis ripasserà alle otto. Quando arriverà potrà dirci qualcosa di più preciso. Me l’ha detto una delle infermiere. Non sapeva altro neanche lei. Ann? Tesoro, magari per allora ne sapremo di più. Alle otto. Torna prima delle otto. Intanto, io non mi muovo di qui e Scotty sta bene. Sta sempre uguale» aggiunse. «Stavo bevendo una tazza di tè» disse lei «quando il telefono ha squillato. Hanno detto che si trattava di Scotty. C’era come un ronzio in sottofondo. C’era un ronzio quando hanno chiamato te, Howard?» «Non me lo ricordo» rispose lui. «Magari è quello che guidava la macchina, magari è uno psicopatico che ha sentito la storia di Scotty, vai a sapere. Ma ci sono qui io con lui. Cerca di riposarti come volevi. Fatti un bagno e torna qui verso le sette, così parliamo insieme

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con il dottore quando arriva. Andrà tutto a posto, tesoro. Ci sono qua io e ci sono un sacco di medici e di infermiere. Dicono che le condizioni sono stazionarie.» «Ho una paura da morire» disse lei. Fece scorrere l’acqua, si spogliò e s’infilò nella vasca. Si lavò e si asciugò rapidamente, senza concedersi il tempo di lavarsi i capelli. Si mise della biancheria intima pulita, calzoni di lana e un maglione. Andò in soggiorno, dove il cane alzò lo sguardo su di lei e batté la coda con forza sul pavimento. Fuori cominciava appena a fare giorno quando uscì per andare alla macchina. Entrò nel parcheggio dell’ospedale e trovò un posto vicino all’ingresso. Si sentiva in qualche misterioso modo responsabile di quello che era successo al bambino. Lasciò che i suoi pensieri si rivolgessero alla famiglia di colore. Ricordava il nome, Franklin, e il tavolo coperto da involucri di hamburger, e la ragazza che la fissava fumando. «Non fare figli» disse all’immagine della ragazza mentre entrava in ospedale. «Per l’amor di Dio, non farli.»

Tutti hanno un nome adesso, o quasi Innanzi tutto, adesso quasi ogni personaggio ha un nome, fin dall’inizio del racconto nella nuova versione, perfino il cane si chiama Slug. E i parenti di Nelson si chiamano Franklin e in questa versione sono definiti direttamente la famiglia di colore. Il marito si chiama Howard, il dottore Francis. L’unico che continua a non avere un nome e non ce l’avrà fino alla fine è il pasticcere, il suo ruolo è forse troppo importante, viste le telefonate che annunciano il destino di Scotty e la scena finale che vedremo tra poco, per essere un tipo comune con un nome e un cognome. Ma il resto è tutto abbastanza definito, perfino la paura di soffrire per la sorte di un figlio diventa esplicita nella battuta «Non fare figli» rivolta alla ragazza nera. In più Ann stavolta fa il bagno. Le descrizioni sono più lunghe (anche se di poco, è pur sempre Carver, eh!) e proprio un elemento descrittivo, le spalle curve di Howard, si trova al centro della scena successiva. Di lui non solo ora sappiamo il nome, ma vediamo anche alcuni tratti fisici. Il racconto perde forse la sua atmosfera di tensione sospesa, però ci offre dei particolari sui quali la nostra immaginazione si appoggia per cercare di osservare mentalmente la scena che l’autore ci mette di fronte. Il racconto continua. Salì al terzo piano insieme a due infermiere che dovevano prendere servizio. Era mercoledì mattina, qualche minuto prima delle sette. Appena le porte dell’ascensore si aprirono

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al terzo piano, l’altoparlante chiamò un certo dottor Madison. Ann uscì dietro le infermiere, che voltarono dall’altra parte e ripresero la conversazione che avevano interrotto quando era entrata in ascensore. Percorse tutto il corridoio fino alla piccola sala d’attesa dove c’era la famiglia di colore. Adesso se n’erano andati, ma le poltroncine erano sparse in giro come se gli occupanti fossero saltati in piedi un attimo prima. Il tavolo era ancora ingombro degli stessi involucri e bicchieri, e il posacenere era pieno di cicche. Si fermò alla postazione delle infermiere. Una di loro era dietro al bancone e si spazzolava i capelli, sbadigliando. «C’era un ragazzo nero in sala operatoria stanotte» disse Ann. «Si chiamava Franklin. La famiglia era di là in sala d’attesa. Vorrei qualche informazione sulle sue condizioni.» Un’altra infermiera, seduta a una scrivania dietro al bancone, alzò lo sguardo da una tabella che stava consultando. Il telefono squillò e lei rispose, ma tenne gli occhi su Ann. «Non ce l’ha fatta» disse l’infermiera al bancone. Tenne alzata la spazzola e guardò fissa Ann. «Lei è un’amica di famiglia?» «Ho conosciuto la famiglia ieri notte» rispose Ann. «Ho anch’io un figlio ricoverato qui. Credo sia sotto shock. Non sappiamo con precisione cos’ha. Mi chiedevo solo come stava Franklin, tutto qui. La ringrazio.» Proseguì lungo il corridoio. Le porte di un ascensore dello stesso colore della parete si aprirono e un uomo calvo e magrissimo, con pantaloni bianchi e scarpe di tela bianche, tirò fuori un carrello pesante. La notte precedente Ann non aveva notato quelle porte. L’uomo spinse il carrello nel corridoio, si fermò accanto alla porta più vicina all’ascensore e consultò una tabella. Poi si abbassò ed estrasse un vassoio. Bussò piano alla porta ed entrò nella stanza. Appena passò accanto al carrello, Ann sentì lo sgradevole odore di cibo caldo. Accelerò il passo, non guardò nessuna delle infermiere e aprì la porta della stanza del figlio. Howard era in piedi davanti alla finestra con le mani dietro la schiena. Appena lei entrò, si voltò. «Come sta?» chiese Ann. Andò dritta al letto. Lasciò cadere la borsetta sul pavimento accanto al comodino. Le pareva di essere stata via un secolo. Sfiorò il viso del bambino. «Howard?» «Il dottor Francis è stato qui poco fa» disse Howard. Lei lo guardò meglio e le parve che tenesse le spalle un po’ curve. «Credevo non sarebbe venuto fino alle otto» si affrettò a dire lei. «Con lui c’era anche un altro dottore. Un neurologo.» «Un neurologo» ripeté lei. Howard annuì. In effetti teneva proprio le spalle curve, adesso ne era sicura. «Che cosa hanno detto, Howard? Per l’amor di Dio, che cosa hanno detto? Che c’è?» «Hanno detto che lo porteranno di sotto e gli faranno altre analisi, Ann. Pensano di doverlo operare, tesoro. Tesoro, lo operano senz’altro. Non riescono a capire come mai non si sveglia. C’è qualcosa di più, oltre allo shock e alla commozione cerebrale, adesso lo

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sanno. È qualcosa nel cranio, la frattura, c’è qualcosa, qualcosa che ha a che fare con quello, così credono. Per questo lo operano. Ho cercato di avvertirti, probabilmente eri già uscita.» «Oddio!» disse lei. «Oh, Howard, ti prego» disse, afferrandolo per le braccia. «Guarda!» disse Howard. «Scotty! Ann, guarda!» La voltò verso il letto. Il bambino aveva aperto gli occhi, poi li aveva richiusi. Ora li riaprì. Lo sguardo rimase fisso per qualche secondo, poi le pupille si mossero finché non si posarono su Howard e su Ann, quindi ripresero a vagare. «Scotty» disse la madre, avvicinandosi al letto. «Ehi, Scott» disse il padre. «Ehi, figliolo.» Si chinarono sul letto. Howard gli prese una mano e cominciò a carezzarla e a stringerla tra le sue. Ann si piegò sul bambino e gli baciò ripetutamente la fronte. Gli prese il viso tra le mani. «Scotty, tesoro, siamo noi, papà e mamma» disse. «Scotty?» Il bambino li guardò, ma senza dar segno di riconoscerli. Poi la bocca si spalancò, gli occhi si chiusero con forza e lanciò un lungo ululato fino a che non ebbe più aria nei polmoni. A quel punto il suo volto parve rilassarsi e ammorbidirsi. Le labbra gli si schiusero, e l’ultimo respiro gli soffiò nella gola ed esalò delicatamente attraverso i denti serrati.

Morte del bambino che compiva gli anni A questo punto lo scrittore è andato giù davvero duro. Ha utilizzato tutta la sua forza espressiva per descriverci l’ultimo momento di Scotty. Mentre nella versione precedente la sorte del bambino che compiva gli anni aleggiava, la paura restava sospesa e l’ultimo atto non veniva scritto, qui invece la scena viene descritta in pieno, con particolari estremi e umani, che risultano quasi melodrammatici. Ma non è crudeltà, spettacolo macabro, ingenuità o violenza gratuita, a questo punto è davvero necessario per la struttura del nuovo racconto che la morte avvenga e arrivi sulla scena con tutta la sua forza orrenda. Scopriremo il perché tra un po’: è l’unico modo per superarla. Per elaborare questo lutto, anzi, per raccontare in una forma narrativa convincente lo sforzo estremo di superare questo lutto, è necessario che il lutto avvenga e sia terribile. Da questo momento in poi, Ann e Howard devono cercare di riprendersi, di sopravvivere alla realtà drammatica nella quale sono stati scaraventati, mentre tutti sono scossi, compresi i dottori che hanno fallito la loro missione, dandosi alibi più o meno scientifici e stupidi, applicando con inutile zelo al corpo di Scotty anche l’ormai inutile tecnicismo di un’autopsia.

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I dottori la definirono un’occlusione nascosta e dissero che si verificava una volta su un milione. Magari se la si fosse potuta scoprire prima e l’avessero operato subito, sarebbero riusciti a salvarlo. Ma era più probabile di no. In ogni caso, che cosa avrebbero dovuto cercare? Le lastre e le analisi non avevano rivelato niente. Il dottor Francis era scosso. «Non riesco a dirvi come sto male. Mi dispiace talmente tanto che non so come dirvelo» disse mentre li faceva accomodare nella saletta dei medici. C’era un dottore sprofondato in una poltrona con le gambe appoggiate allo schienale di un’altra sedia che guardava un programma del mattino alla televisione. Indossava uno di quei completi verdi che si usano in sala parto, ampi calzoni verdi e camiciotto verde, e anche una cuffia verde che gli copriva i capelli. Guardò Howard e Ann e poi lanciò un’occhiata al dottor Francis. Si alzò immediatamente, spense il televisore e uscì dalla stanza. Il dottor Francis fece accomodare Ann sul divano, si sedette accanto a lei e cominciò a parlarle a voce bassa, consolatoria. A un certo punto si chinò su di lei e l’abbracciò. Lei sentiva il petto che si alzava e si abbassava con regolarità contro la sua spalla. Tenne gli occhi aperti e si fece abbracciare. Howard andò in bagno, ma lasciò la porta aperta. Dopo un violento attacco di pianto, aprì il rubinetto e si sciacquò la faccia. Poi uscì e si sedette accanto al tavolino su cui era posato un telefono. Lo fissò come per decidere quale cosa fare per prima. Fece alcune telefonate. Dopo un po’, anche il dottor Francis usò l’apparecchio. «C’è qualcos’altro che posso fare per il momento?» chiese loro. Howard scosse la testa. Ann fissò il dottor Francis come se non riuscisse a comprendere quello che diceva. Il dottore li accompagnò fino all’ingresso principale dell’ospedale. La gente entrava e usciva. Erano le undici del mattino. Ann si rese conto di muovere i piedi con lentezza, quasi con riluttanza. Le pareva che il dottor Francis li stesse mandando via, mentre lei sentiva che sarebbero dovuti rimanere, che la cosa più giusta da fare era rimanere. Fece vagare lo sguardo nel parcheggio, poi si voltò ancora una volta verso l’ospedale. Cominciò a scuotere la testa. «No, no» disse. «Non posso lasciarlo qui, no.» Si sentì pronunciare quelle parole e pensò quanto fosse ingiusto che le sole parole che le uscivano erano quelle che le persone dicono alla televisione quando sono colpite da perdite violente o improvvise. Voleva che le sue parole fossero solo sue. «No» disse, e per qualche ragione le tornò in mente la testa della signora nera che ciondolava sulla spalla. «No» ripeté. «Ci sentiamo più tardi» il dottore stava dicendo a Howard. «Ci sono ancora alcune cose che dobbiamo fare, cose che dobbiamo appurare per essere soddisfatti. Alcune cose che richiedono una spiegazione.» «Un’autopsia» disse Howard. Il dottor Francis annuì. «Capisco» disse Howard. Poi aggiunse: «Oh Gesù. No, non capisco, dottore. Non ci rie-

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sco, non ci riesco. Proprio non ci riesco.» Il dottor Francis mise un braccio sulle spalle di Howard. «Mi dispiace. Dio, quanto mi dispiace.» Tolse il braccio dalle sue spalle e gli tese la mano. Howard la guardò e poi la strinse. Il dottor Francis abbracciò di nuovo Ann. Pareva pieno di una bontà che lei non capiva. Gli appoggiò la testa sulla spalla, ma tenne gli occhi aperti. Continuava a fissare l’ospedale. Anche quando uscirono in macchina dal parcheggio, si voltò a guardarlo. A casa, Ann si sedette sul divano con le mani sprofondate nelle tasche del cappotto. Howard chiuse la porta della stanza del bambino. Mise su il caffè e poi trovò una scatola vuota. Aveva pensato di raccogliere un po’ delle cose del bambino che erano sparse per il salotto. Invece si sedette accanto a lei sul divano, spinse la scatola da una parte e rimase lì, chinato in avanti, con le braccia tra le ginocchia. Cominciò a piangere. Lei gli fece appoggiare la testa sul proprio grembo e gli massaggiò la spalla. «Se n’è andato» disse. Continuò a massaggiargli la spalla. Tra un singhiozzo e l’altro del marito, sentì la caffettiera in cucina che fischiava. «Su, su» gli disse con tenerezza. «Howard, se n’è andato. Se n’è andato e ormai dobbiamo abituarci all’idea. Al fatto che siamo rimasti soli.» Dopo un po’, Howard si alzò e cominciò a vagare per la stanza con la scatola, senza metterci dentro niente, ma radunando un po’ di cose sul pavimento vicino al divano. Lei continuò a restare seduta con le mani in tasca. Howard mise giù la scatola e portò il caffè in soggiorno. Più tardi Ann telefonò ai parenti. Quando le persone rispondevano Ann proferiva poche parole e piangeva per un momento. Poi, più calma, con voce misurata, spiegava quello che era successo e li informava dei preparativi per il funerale. Howard portò la scatola in garage, dove vide la bici del figlio. Lasciò cadere la scatola e si sedette a terra accanto alla bici. L’abbracciò goffamente in modo da stringersela al petto. La tenne così, con la gomma del pedale che gli spingeva contro il petto. Fece fare un giro alla ruota. Ann riattaccò il telefono dopo aver parlato con sua sorella. Stava consultando la rubrica per fare un altro numero, quando il telefono suonò. Rispose al primo squillo. «Pronto?» disse e sentì qualcosa, una specie di ronzio in sottofondo. «Pronto!» ripeté. «Per l’amor di Dio» disse. «Chi è? Che cosa vuole?» «Il vostro Scotty, ce l’ho qui pronto per voi» disse la voce maschile. «Ve ne siete dimenticati?» «Brutto bastardo!» Ann gridò nella cornetta. «Come può fare una cosa così cattiva, brutto figlio di puttana?» «Scotty» ripeté l’uomo. «Vi siete dimenticati di Scotty?» Poi riagganciò. Howard la sentì gridare e quando rientrò di corsa: la trovò che piangeva con la testa sulle braccia, appoggiata al tavolo. Raccolse la cornetta e sentì solo il suono di libero.

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La morte non è la fine Una cosa è chiara, comunque. La morte di Scotty non è la fine. Non è così che lo scrittore vuole concludere la seconda versione del suo racconto, lui vuole dirci qualcos’altro, e per farlo cambia proprio la forma della sua narrazione. Se prima al centro della vicenda c’era il ritorno a casa del padre e della madre che ricevevano la telefonata del pasticcere, adesso la conclusione che ci si presenta di fronte muta non solo il senso complessivo del racconto, ma anche la sua struttura. Il bagno cominciava con l’incidente di Scotty, continuava con la veglia in ospedale e la telefonata ricevuta dal padre tornato a casa per il bagno, quindi finiva con la telefonata del pasticcere alla madre che era tornata a casa per il suo bagno. Una cosa piccola ma buona comincia con l’investimento, dilata le scene in ospedale, poi ha al centro la morte di Scotty e si conclude con un finale lungo e sorprendente, che comincia con un’altra telefonata che arriva a Howard e Ann a notte fonda. Leggiamolo. Molto più tardi, poco prima di mezzanotte, dopo che avevano sistemato un sacco di cose, il telefono suonò di nuovo. «Rispondi tu» disse lei. «Howard, è ancora quell’uomo, me lo sento.» Erano seduti al tavolo di cucina davanti a una tazza di caffè. Howard aveva anche un bicchierino di whisky, accanto alla tazza. Rispose al terzo squillo. «Pronto» disse, «chi parla? Pronto! Pronto!» La linea cadde. «Ha riagganciato» disse Howard. «Chiunque fosse.» «Era lui» disse lei. «Quel bastardo. Vorrei tanto ammazzarlo» disse. «Vorrei sparargli e vederlo scalciare» disse. «Mio Dio, Ann!» disse lui. «Sei riuscito a sentire qualcosa?» gli chiese lei. «In sottofondo? Un rumore, come di motore, qualcosa che ronza?» «No, niente. Niente del genere» rispose lui. «Non c’è stato tempo. Mi pare d’aver sentito della musica, una radio. Sì, c’era una radio accesa, è l’unica cosa che posso dire. Quant’è vero Dio, non so proprio che cosa sta succedendo.» Lei scosse la testa. «Se solo potessi, se potessi mettergli le mani addosso.» A quel punto le venne in mente. Capì chi era. Scotty, la torta, il numero di telefono. Spinse indietro la sedia e si alzò dal tavolo. «Portami al centro commerciale» disse. «Howard.» «Ma che dici?» «Al centro commerciale. Ho capito chi è che chiama. So chi è. È il pasticcere. Quel figlio di puttana del pasticcere, Howard. Gli avevo ordinato una torta per il compleanno di Scotty. È lui che chiama. È lui che ha il nostro numero e continua a chiamarci. Per darci

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fastidio per via della torta. Il pasticcere, quel bastardo.» Andarono in macchina al centro commerciale. Il cielo era sereno e si vedevano le stelle. Faceva freddo e accesero il riscaldamento. Parcheggiarono davanti alla pasticceria. Negozi e grandi magazzini erano tutti chiusi, ma c’erano delle macchine ferme all’altra estremità del parcheggio, davanti al cinema. Le vetrine della pasticceria erano buie, ma scrutando attraverso i vetri videro un chiarore provenire dal retrobottega e di tanto in tanto un omone in grembiule che entrava e usciva da un riquadro di luce bianca e intensa. Attraverso i vetri riuscirono anche a intravedere le sagome degli espositori e alcuni tavolini con le sedie. Ann provò ad aprire la porta. Bussò ai vetri. Ma se il pasticcere li udì, non lo diede a vedere. Non si girò verso di loro. Fecero il giro della pasticceria e parcheggiarono sul retro. Scesero dall’auto. C’era una finestra illuminata, ma era troppo alta perché potessero guardarci dentro. Un cartello accanto alla porta del retrobottega diceva: PASTICCERIA LA DISPENSA, ORDINAZIONI SPECIALI. Ann riusciva a sentire una vaga eco di musica e qualcosa che cigolava – lo sportello di un forno che si apriva? – provenire dall’interno. Bussò alla porta e aspettò. Poi bussò di nuovo, più forte. Il volume della radio si abbassò e si sentì un cigolio, il rumore inequivocabile di un cassetto che veniva aperto e richiuso. Qualcuno fece scattare la serratura e aprì la porta. Il pasticcere si stagliò nella luce e li scrutò. «Sono chiuso per i clienti» disse. «Che cosa volete a quest’ora? È mezzanotte. Siete ubriachi o cosa?» Ann fece un passo avanti per mettersi nella luce che proveniva dalla porta aperta. Il pasticcere sbatté le palpebre pesanti appena la riconobbe. «Ah, è lei» disse. «Sono io» disse lei. «La mamma di Scotty. E questo è il papà di Scotty. Vorremmo entrare un momento.» Il pasticcere disse: «Adesso ho da fare. Devo lavorare.» Ma lei oltrepassò la soglia lo stesso. Howard la seguì. Il pasticcere indietreggiò. «C’è un buon odore di forno qui dentro. Senti quest’odore di forno, Howard?» «Che cosa vuole?» chiese il pasticcere. «Magari vuole la sua torta? Ecco, ha finalmente deciso che vuole la torta. Aveva ordinato una torta, vero?» «Per essere un pasticcere, è perspicace» disse Ann. «Howard, questo è il tizio che ci ha fatto quelle telefonate.» Serrò i pugni. Lo fissò furibonda. Si sentiva qualcosa bruciare in fondo all’anima, una rabbia che la faceva sentire più grande di quello che era, più grande di quei due uomini. «Un momento, un momento» disse il pasticcere. «Vuole ritirare la sua torta di tre giorni fa? È questo che vuole? Guardi, signora, non ho alcuna voglia di litigare con lei. Eccola laggiù, la sua torta, eccola là, è diventata vecchia. Gliela do per la metà del prezzo che le avevo chiesto. Non la vuole? Se la prenda. lo non ci faccio niente, nessuno ci fa più niente, ormai. Mi è costato tempo e denaro farla. Se la vuole, va bene, se non la vuole, va bene lo stesso. Ora devo tornare al lavoro.» Li guardò e si passò la lingua dietro i denti.

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Lezione 1

«Per fare altre torte» disse Ann. Sapeva che ormai l’aveva sotto controllo, quello che cresceva in lei. Era calma. «Signora, io lavoro sedici ore al giorno in questo posto per guadagnarmi da vivere» disse il pasticcere. Si pulì le mani sul grembiule. «Lavoro qui dentro giorno e notte per far quadrare il bilancio.» L’espressione che attraversò il volto di Ann fece indietreggiare il pasticcere e gli fece dire: «Non mi crei problemi, adesso.» Allungò una mano sul bancone, prese un mattarello nella destra e cominciò a picchiarlo sul palmo dell’ altra mano. «Insomma, la torta la vuole o no? Devo rimettermi a lavorare. I pasticceri lavorano di notte» ripeté. Aveva gli occhi piccoli, cattivi, pensò Ann, quasi si perdevano nella carne ispida delle guance. Aveva il collo spesso e grasso. «Lo so che i pasticceri lavorano di notte» disse Ann. «E fanno anche telefonate, di notte. Brutto bastardo!» aggiunse. Il pasticcere continuò a picchiare il mattarello sul palmo della mano. Lanciò uno sguardo a Howard. «Attento, attento» gli disse. «Mio figlio è morto» disse lei in tono freddo, definitivo. «È stato investito da una macchina lunedì mattina. Siamo stati al suo capezzale finché non è morto. Ma, naturalmente, non ci si può aspettare che lei lo sapesse, vero? I pasticceri non possono sapere tutto – vero, signor pasticcere? Però lui è morto. È morto, brutto bastardo!» Con la stessa rapidità con cui era cresciuta, la rabbia scemò e lasciò spazio a qualcos’altro, un vertiginoso senso di nausea. Si appoggiò al tavolo in legno coperto di farina, si coprì il volto con le mani e cominciò a piangere, con le spalle che si alzavano e si abbassavano. «Non è giusto» diceva. «No, non è giusto.» Howard le appoggiò una mano sulla schiena e guardò il pasticcere: «Si vergogni» gli disse. «Si vergogni.» Il pasticcere posò il mattarello sul bancone. Si slacciò il grembiule e gettò anche quello sul bancone. Li guardò e poi scosse lentamente la testa. Tirò fuori una sedia da sotto il tavolinetto dove teneva, tra carte e ricevute, una calcolatrice e un elenco del telefono. «La prego, si sieda» disse. «Lasci che prenda una sedia anche per lei» disse a Howard. «Ora si sieda, prego.» Il pasticcere andò in negozio e tornò con due piccole sedie di ferro battuto. «Vi prego, sedetevi.» Ann si asciugò gli occhi e guardò il pasticcere. «Volevo ucciderla» disse. «La volevo morto.» Il pasticcere aveva sgomberato uno spazio per loro sul tavolo. Spostò la calcolatrice da una parte, insieme ai blocchetti per gli appunti e le ricevute. Spinse l’elenco del telefono e lo fece cadere sul pavimento con un tonfo. Howard e Ann si sedettero e avvicinarono le sedie al tavolo. Anche il pasticcere si sedette. «Permettetemi di dirvi quanto mi dispiace» disse, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Dio solo sa quanto mi dispiace. Sentite. Io sono solo un pasticcere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, anni fa, forse, ero una persona diversa. Me ne sono dimenticato,

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non ne sono sicuro. Comunque non lo sono più, se mai lo sono stato. Ora sono solo un pasticcere. Questo non mi scusa per quello che ho fatto, lo so. Ma mi dispiace veramente. Mi dispiace per vostro figlio e mi dispiace per la parte che ho avuto in tutto questo» disse il pasticcere. Allargò le mani sul tavolo e le girò per mostrare i palmi. «Io figli non ne ho, così posso solo immaginare quello che state passando. Tutto quello che posso dirvi ora è che mi dispiace. Perdonatemi, se potete» disse. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo, come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire, il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare. Vi prego» disse l’uomo, «permettetemi di chiedervi se ve la sentite in cuor vostro di perdonarmi.» Nel retrobottega faceva caldo. Howard si alzò dal tavolo e si tolse il cappotto. Poi aiutò Ann a togliersi il suo. Il pasticcere li guardò per un attimo, poi annuì e si alzò anche lui. Andò al forno e spinse alcuni interruttori. Scovò un paio di tazze e le riempì di caffè da una caffettiera elettrica. Mise un cartone di panna e una ciotola di zucchero sul tavolo. «Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa» disse il pasticcere. «Spero vogliate assaggiare alcune delle mie paste calde. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola ma buona in un momento come questo.» Servì loro delle paste alla cannella appena sfornate, con la glassa ancora morbida. Mise del burro sul tavolo e dei coltelli per spalmarlo. Poi anche il pasticcere si sedette al tavolo. Aspettò. Aspettò finché non presero una pasta dal vassoio e cominciarono a mangiare: «Fa bene mangiare qualcosa» disse, osservandoli. «Ce ne sono altre. Mangiatene. Mangiate tutte quelle che volete. Qui ci sono tutte le paste del mondo.» Mangiarono le paste e bevvero il caffè. Ann sentì all’improvviso una gran fame e le paste erano calde e dolci. Ne mangiò tre, cosa che fece contento il pasticcere. Poi lui si mise a parlare. Loro lo ascoltavano con attenzione. Anche se erano esausti e angosciati, ascoltarono quello che il pasticcere aveva da dire. Annuirono quando l’uomo cominciò a parlare della solitudine e del senso di dubbio e limitatezza che l’aveva assalito con la mezz’età. Disse che cosa si provava a non avere figli per tutti quegli anni. Giorno dopo giorno a riempire forni senza posa, e poi ogni volta a svuotarli. Le ordinazioni per le feste e gli anniversari su cui aveva lavorato. Le dita sempre incrostate di glassa. Le statuine degli sposi che aveva infilato sulle torte. A centinaia, anzi a migliaia, ormai. Compleanni. Immaginate tutte quelle candeline accese. Lui faceva un mestiere di cui c’era bisogno. Era un pasticcere. Era felice di non essere un fioraio. Dar da mangiare alla gente era meglio. C’era sempre un odore più buono di quello dei fiori. «Sentite» disse il pasticcere, spezzando una pagnotta di pane nero. «È un pane pesante, ma nutriente.» Ann e Howard lo odorarono, poi lui glielo fece assaggiare. Sapeva di melassa e di frumento integrale. Continuarono ad ascoltarlo. Mangiarono tutto quello che poterono. Mandarono giù quel pane scuro. Sembrava giorno sotto le luci fluorescenti. Rimasero lì a parlare fino all’alba, quando dalle vetrine cominciò a entrare la luce alta e pallida del primo sole, e a loro non venne in mente di andarsene.

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Lezione 1

Ecco, ora è davvero finito. Il racconto è cambiato totalmente. La prima versione lasciava del tutto aperta la ferita spaventosa della perdita di un figlio. La seconda ci mostra il tentativo di cominciare a elaborare il lutto di questa perdita e ci dice che qualunque cosa può andare bene per riprendere a vivere, anche un pasticcere chiacchierone con delle assurde idee sul proprio lavoro e la propria vita, un povero uomo solo che si è convinto che fare il fioraio sarebbe peggio e telefona di notte ai clienti che non vengono a ritirare le torte. Uno che racconta la tristezza di una vita senza figli, quasi a dire che bisogna rischiare la sofferenza e il dolore della perdita per raggiungere un’esistenza piena. E in questo modo risponde anche alla disperazione della madre di Scotty che silenziosamente ha detto alla sorella di Nelson in ospedale di non avere figli, per sfuggire al dolore. Ecco, perfino uno come lui può dire la frase essenziale di questa seconda versione, quella che dà il titolo al racconto: Mangiare è una cosa piccola ma buona in un momento come questo. Carver lo sapeva che era questo che voleva narrare stavolta. Lo ha espresso chiaramente in un’intervista del 1987 alla rivista francese «La quinzaine littéraire», sentite cosa dice, partendo da un altro suo racconto, Cattedrale: «Beh, il personaggio è pieno di pregiudizi sui ciechi. Cambia, cresce. Non ho mai scritto un racconto così. È il primo che ho scritto dopo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e avevo lasciato passare sei mesi. Poi, quando lo scrissi, sentii che era davvero diverso. Sentii un vero impeto scrivendolo, e non capita per tutti i racconti. Ma sentii d’aver attinto da qualcosa. Il tutto era molto stimolante. Il personaggio cambia. Si mette nella situazione del cieco. Il racconto afferma qualcosa. È una storia positiva e mi piace proprio per questo. La gente dice che è una metafora per qualcos’altro, per l’arte, per il fare... ma, no, io pensavo al contatto fisico della mano del cieco con la sua. È del tutto immaginario. Non mi è mai successo niente del genere. Beh, è stata una scoperta straordinaria. Mi accadde lo stesso con Una cosa piccola ma buona. I genitori sono dal pasticcere. Non vorrei dire che il racconto eleva l’anima, ma anche se lo facesse, finisce con una nota positiva. La coppia è in grado di accettare la morte del figlio. Ciò è positivo. C’è una comunione di destini. Le due storie finiscono con una nota positiva e questo mi piace moltissimo. Sarei felicissimo se queste due storie durassero nel tempo.» Ecco, lo sguardo spietato sul mondo si è trasformato in una sorta di messaggio confortante. Noi lettori siamo liberi di scegliere quale dei due racconti gradiamo di più e magari possiamo anche dire che in tutti e due i racconti si sente la mancanza di qualcosa, ma la lezione di queste due versioni della storia è chiara. Per comunicare 35


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un’idea in narrativa con efficacia, le parole e la forma di un racconto devono diventare un organismo unico, adatto a ciò che deve raccontare. Lo stile asciutto, quasi impersonale, del primo racconto è perfetto per restituire il senso di una perdita irreparabile, da tragedia greca, così come la stringatezza e la struttura che si conclude sospesa nell’aria. Ma per narrare la morte di un figlio e il faticoso tornare a vivere di due individui normali, due Ann e Howard come tutti, c’è bisogno di umanità, di spalle curve, di pane appena sfornato e di uno scrittore generoso anche a rischio di sembrare retorico.

Esercizio 1 Questo esercizio riguarda la capacità di controllare e variare la struttura di un racconto e le parole che si usano per scriverlo. Inoltre da qui dovrebbe partire un nuovo racconto. Si tratta di cominciare a riflettere su un’idea di storia tra le tante che sicuramente avete in mente (se non ne avete vi consiglio di consultare il capitolo su come si trovano le idee nella Palestra dello scrittore, a cura di Enrico Valenzi, Omero 2010). Una volta che l’avete ben considerata, pensate in che modo secondo voi dovrebbe svilupparsi e finire. Poi ipotizzate due versioni, una con un finale aperto e l’altra con un finale chiuso. Se non vi viene il finale, pensate almeno a due possibili sviluppi, uno più breve e uno più lungo. Quindi cominciate a scrivere due incipit di un paio di pagine ciascuno, uno utilizzando una scrittura con le caratteristiche di quella che Carver usa nel racconto Il bagno, l’altro più simile a Una cosa piccola ma buona. Attenzione, non dovete copiare o scrivere come Carver, dovete essere voi con le vostre idee e il vostro stile a scrivere in modo più o meno descrittivo, con più o meno particolari, usando nomi e cognomi oppure no, insomma in modo più o meno generoso, per usare un termine dello scrittore americano. A questo punto fermatevi e leggete i due incipit. Quale vi piace di più? Quale corrisponde meglio al vostro stato d’animo attuale? Scelto? Bene, continuate solo quello che vi sembra più vicino al vostro modo di scrivere e a quello che volete dire come autori. L’altro però non buttatelo, potrebbe arrivare il momento in cui il vostro vecchio modo di scrivere non vi soddisferà più e avrete bisogno di una scrittura diversa. È successo pure a Carver.

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La palestra dello scrittore. Le parole e la forma a cura di Paolo Restuccia Quali sono le parole più giuste da usare quando si scrive una storia? Come fanno gli scrittori a incutere paura, oppure a far ridere, solo scrivendo un racconto? Ed è meglio cominciare a narrare partendo dall’inizio, dal mezzo o magari dalla fine? Leggere La palestra dello scrittore. Le parole e la forma significa mettersi nei panni di chi scrive e cominciare a scoprire come sono fatte le storie più efficaci, si tratti di racconti, romanzi, film o serie tv. Per acquistare l’intero libro: www.omeroeditore.it 10€ - pp. 109 - 17x24cm www.omero.it www.omeroeditore.it www.fantareale.it

La palestra dello scrittore - Le parole e la forma  

Quali sono le parole più giuste da usare quando si scrive una storia? Come fanno gli scrittori a incutere paura, oppure a far ridere, solo s...

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