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L’editoriale

di Martina Brandi

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Dicembre 2013. Fa uno strano effetto svegliarsi la mattina e sentire alla radio che Nelson Mandela è morto. Nella semioscurità della cucina, ancora tra il sonno e la veglia, il pensiero torna ad offuscarsi e nella testa si espandono come in un sogno gli orizzonti infiniti del Sudafrica... La radio riporta stralci dei discorsi di Madiba, seguiti dalle affettuose parole pronunciate in sua memoria dai grandi della terra; una frase, in particolare, mi colpisce, del presidente Obama: “Un uomo che visse seguendo le sue speranze, non le sue paure”. Sono scossa: può forse il brulichio umano proseguire imperterrito dopo lo spegnersi di una simile fiamma, che fu un barlume nella notte terrena? Eppure sì, nulla si ferma, il tempo continua a compiere imperturbabile il suo corso. Assale la voglia di essere forti, per poter riempire quei buchi lasciati vuoti nella maglia umana dall’inarrestabile scomparsa dei “giganti giusti”. Con questo spirito, Carducciani, vorrei introdurvi oggi alla lettura di questo Oblò: in tempi incerti e precari come quelli correnti, in Italia soprattutto, è bene che le nostre migliori speranze siano salde e che il nel nostro impegno rimanga lucido e coerente sempre. Ma vorrei introdurvi a questo Oblò anche con una punta d’orgoglio, inevitabile per una direttrice davanti a un lavoro

ben riuscito. Come avrete già notato dal peso, questo numero, il secondo, è riuscito di 40 pagine, evento incredibile per la storia del giornale: ancora ricordo lo scarno Oblò in cui scrissi il mio primo articolo, ormai cinque anni fa. Merito di un tale miglioramento è da attribuirsi sicuramente al succedersi di ottime amministrazioni ma, soprattutto, alle redazioni che di anno in anno vedono affiancarsi ai veterani storici nuovi redattori. Quest’anno, in particolare, il fattore di “ripopolamento” è stato sbalorditivo! E così, al mio ultimo anno, vedo con piacere realizzarsi sotto i miei occhi quella che fin dall’inizio è stata la mia idea di giornalino scolastico: un’occasione di incontro, confronto e collaborazione fra gli studenti del liceo, per mettersi in gioco e scoprire che, attraverso la fatica e l’impegno comune, si ottengono dei risultati; una piattaforma di libera espressione; una sfaccettatura diversa e stimolante della altrimenti solita routine; una palestra di crescita dove si imparano a sviluppare responsabilità e competenza; una fonte di soddisfazione e, perché no, di successo. Incoraggio dunque, chi ancora titubasse, a scrivere, scrivere, scrivere, per condividere i propri pensieri e punti di vista, per arricchire gli altri ma soprattutto se stessi. Vi auguro buone vacanze, che siano siano per tutti foriere di riposo...

La redazione dell’oblò

redattori | Cleo Bissong, Francesco Bonzanino, Bianca Carnesale, Giulio Castelli, Julia Cavana, Rebecca Daniotti, Alice De Gennaro, Federica Del Percio, Letizia Foschi, Sofia Franchini, Alice de Kormotzij, Martina Locatelli, Edo Mazzi, Beatrice Penzo, Francesca Petrella, Carlo Polvara, Beatrice Sacco, Claudia Sangalli, Andrea Sarassi, Sara Sorbo, Alessia Tesio, Alessandra Venezia vignettisti | Leonardo Zoia, Silena Bertoncelli DIRETTRICE | Martina Brandi Capo redattore | Chiara Conselvan Docente referente | Giorgio Giovannetti Collaboratori esterni | Francesca Bassini, Bianca Brinza, Cristina Isgrò, Pietro Klausner, Matteo Lorenzi, Filippo Nicotra, Simone Possenti, Michele Spinicci 2

L'Oblo' sul Cortile | Anno VIII, n° 2

Pag

sommario

4-5 scuola laica 6

greenpeace

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8-9 paola bonzi 10 cdi 2013

emergency in afghanistan

11

concorso

12nto 13 orientame

14 bookcity

shadowhunters

15 16

olivetti

17 museo del 900 1819 storia della prostituzione

20

milano

21

milano

2225

cinema

26

audiophiles

27 daft punk 2829 30

vasco rossi monsieur dumont

31

3120

32 battiti di ciglia 33 vita e morte

fumetti

34

35 macchie d’inchiostro 36 OSTRICHE SENZA PERLA 37

tweet anatomy

38

trova il personaggio

39 giochi io

r 40 concorso lettera


MUOvi-mi

di Chiara Conselvan

U

na parola perché ci attiri deve essere efficace e facile da ricordare, e questo il mondo della pubblicità lo sa bene: le parole ci devono suonare fin da subito familiari, quasi amiche direi, per portarci a mostrare interesse verso un determinato articolo. La parola della mobilità milanese è ormai da qualche tempo: “sharing”, e già so che avete capito tutto. Bike sharing, e-sharing, car sharing stanno aprendo Milano alla modernità e all’ecologia. Ma andiamo con ordine. “BikeMi” è un servizio comunale attivo dal 2008 che solo quest’anno ha aumentato i suoi abbonamenti del 46%. L’utilizzo delle bici a Milano è in crescita e il Comune ha saputo cogliere questa novità. Qualche pecca però c’è: le stazioni per il parcheggio sono molte, più di 170, ma si trovano solo all’interno della zona delimitata dalla circonvallazione esterna (per capirci entro il percorso di 90 e 91), e per chi, come me, vive all’esterno di esse, il servizio è pressoché inutile. Ma la bici non è per tutte le stagioni. L’inverno è il vero nemico dei ciclisti: freddo, pioggia e talvolta addirittura neve rendono difficile il tragitto. Ed ecco che, arrivati a diciotto anni, la patente appare come la grande conquista.

E la macchina comoda, chiusa e soprat- contemporanea promuove i Frecciarossa (infatti il colore sarà rosso).(?) Il tutto riscaldata risolve ogni problema. Già da tempo è presente il car shar- prezzo dovrebbe essere più competitivo ing “GuidaMi”, sempre del Comune di (25 centesimi al minuto) e alcune auto Milano, che propone modelli di diverse dovrebbero essere alimentate a gas e dimensioni e funziona a tariffa oraria persino a metano. o giornaliera. Per fortuna stavolta le Abbiamo parlato di sostenibilità anche stazioni di parcheggio si trovano in tutta per quanto riguarda le auto, ma forse non ancora abbastanza. Per i più inguarMilano e nelle zone limitrofe. Da agosto, in vista dell’Expo 2015, il ibili “eco-friendly” c’è anche il car sharing elettrico. Zone di parservizio non è più il solo. La parola cheggio chiamate “isole Il sindaco Pisapia ha libdella mobilità digitali”, per il momento eralizzato il car sharing e solo una quindicina, ospimilanese è la prima a farsi avanti è tano quadricicli elettrici a stata la compagnia “Carormai da 2Go” operativa, oltre che qualche tempo: due posti e rappresentano anche uno spazio in cui si a Milano, in undici città “sharing”. può accedere al wifi graeuropee (tra cui Amburgo, Amsterdam, Berlino, Londra e Vienna) e tuito, ricaricare il cellulare o informarsi in dieci città tra Canada e Stati Uniti. sulle novità milanesi grazie ad uno schQuest’estate in poche settimane ha rag- ermo. Il progetto si chiama “EqSharing” giunto i 50 mila abbonati e ora si sta e a mio parere è il più interessante: 30 spostando verso Roma. Il principio è lo euro di abbonamento annuale più un stesso di “GuidaMi” ma con un’ottima costo di 13 centesimi al minuto. innovazione: il problema del parcheg- L’obiettivo è la riduzione, entro il 2030, gio è risolto dato che la macchina si può del 50% del numero delle auto tradizionlasciare sulle strisce gialle, su quelle blu ali (benzina o diesel) nelle nostre città e o nell’Area C senza costi aggiuntivi. Più la loro totale eliminazione entro il 2050. di 400 Smart (ecologiche) sono disponi- Milano ci sta offrendo tante possibilità bili al costo di 29 centesimi al minuto. per vivere in modo più pratico e sano A breve si aspetta anche un nuovo car la nostra città: non lasciamocele scapsharing: Eni ci mette l’energia, Fiat le pare! auto (modello 500) e Trenitalia, che in

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Attualità

scuola laica: un altro punto di vista di Carlo Polvara

I

l tema del rapporto e della relazione intercorrenti tra lo Stato e le differenti comunità religiose è sempre stato uno dei più dibattuti. Attualmente il modello di riferimento nei paesi democratici è o dovrebbe essere quello dello “Stato laico”. In effetti è superfluo e quasi pleonastico distinguere tra stato democratico e stato laico: essi infatti sono necessariamente coesistenti e imprescindibili l’ uno dall’ altro. Se democrazia significa partecipazione dell’ intero corpo sociale, naturalmente attraverso forme e metodi di rappresentanza definiti, pluralisti, rispettosi delle minoranze, è inevitabile che lo stato democratico sia assoluto (nel senso letterale di ab- solutus), cioè sciolto da qualunque potere o condizionamento estranei al pronunciamento diretto (elezioni) o indiretto (Costituzioni) dei cittadini. Lo stato laico è per sua natura anche lo stato in cui vige la libertà religiosa, che altro non è se non una derivazione della libertà di pensiero. Esso tutela ogni convinzione filosofica o credo religioso purchè essi non nuocciano all’ ordine pubblico o alla libertà altrui. Tuttavia esso esige che nell’ amministrazione dello stato e in tutti i settori di pertinenza statale i cittadini non debbano obbedire o applicare altro se non le leggi dello stato stesso. Ciò, lungi dal comportare totalitarismo, prevede semplicemente che nessuno si trovi in una condizione diversa da un altro in ragione del suo credo filosoficoreligioso. Il luogo in cui tale principio deve essere applicato in maniera ancor più rigorosa è la scuola statale. La scuola statale è laica. All’ interno di essa si è valutati in funzione di molti parametri da cui è rigidamente esclusa l’ appartenenza a una religione o una scuola di pensiero. Questo comporta che lo Stato debba educare i suoi studenti attraverso programmi totalmente epurati da ogni forma di condizionamento ideale, filoso4

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fico o ideologico, consistenti quindi “nei puri contenuti”? No, perché ciò è impossibile. In una globale educazione dell’ individuo non si può prescindere dalla proposizione di un modello umano e valoriale. Questo può apparire in contraddizione con quanto sostenuto prima in merito all’ assoluta indipendenza della scuola dello stato da qualsivoglia adesione personale ad un singolo gruppo. In realtà tale apparente contraddizione si risolve attraverso l’ esplicitazione del sopraddetto modello. Il modello culturale è quello proposto dallo Stato e tratto dai principi fondamentali dello Stato stesso. Principi che, lungi dall’ opporsi e dallo scontrarsi con altri, fungono da substrato su cui si innestano le differenti scuole di pensiero. In questo senso ogni cittadino all’ in-

terno della scuola costruisce il proprio sistema di valori liberamente sulla base comune che costituisce il collante e il fondamento della nostra società e della nostra comunità. Tale funzione educativa non espropria affatto le famiglie dal proprio ruolo: la famiglia resta la prima e fondamentale cellula formativa dell’ individuo, ma non è mai esclusiva. E’ lo stesso senso comune a dirci che, in presenza di modelli educativi familiari che ledono la libertà e la dignità del bambino, è preciso compito dello stato o di

altri agenti completare o correggere il processo educativo. Anche escludendo questi casi estremi, la famiglia non ha mai comunque il monopolio sull’ educazione: infatti l’ associarsi stesso dei bambini in comunità come quelle scolastiche impone l’ adozione di un sistema di regole comuni che mai potrà essere perfettamente aderente a quello di un singolo nucleo familiare. Entrando maggiormente nel merito, i valori da trasmettere all’ interno della scuola sono essenzialmente quelli di democrazia e libertà, con tutto ciò che esso comporta nell’ ambito di rispetto delle differenze e della dignità altrui, di partecipazione attiva e responsabile alla vita della comunità e di tutela della possibilità per ognuno di esprimere le proprie posizioni senza vincolare in nessun modo ad esse quelle degli altri. La scuola quindi ci forma tutti come persone e come cittadini. Si possono compiere tutte le scelte possibili ma mai si può prescindere da questa identità di persone e cittadini. Lo stato non potrà accettare che ci si appelli alla propria religione per disobbedire alle sue leggi: tale disobbedienza, che comunque potrebbe essere un atto lodevole a livello morale, non può essere tutelata e giustificata dalle leggi dello stato. Avvallare una differenza normativa in nome di una differenza religiosa significa di fatto negare l’ uguaglianza di tutti i cittadini. Naturalmente la laicità prevede una relazione reciproca: l’ intervento dello stato è da ritenersi illegittimo e dunque non vincolante quando effettua un potere coercitivo su un individuo nell’ ambito di una scelta morale. Naturalmente in tale scelta l’inclinazione di un individuo verso l’ uno o l’ altro parere non deve comportare a sua volta un’ azione coercitiva o lesiva della libertà di un altro uomo. Il rischio potrebbe essere quello di restringere la sfera morale e religiosa a un ambito esclusivamente privato, negando


l’ importanza culturale e sociale delle varie comunità. Questo rischio è tuttavia inevitabile se vogliamo mantenere le singole persone come principali detentori di diritti. Riaffermare l’importanza vitale delle persone, intese come individui liberi e dotati di diritti è, a mio parere, una delle questioni cruciali dei nostri tempi. La laicità è strumento imprescindibile per garantire davvero la dignità e la libertà degli esseri umani. In un momento di ridefinizione e sconvolgimento del mondo occidentale, è essenziale che tutti gli uomini di buona volontà si ancorino su questo sistema di valori. Tale ancoraggio comune è possibile in quanto la grande divisione delle società contemporanee non è “tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti” (C. M. Martini): i “pensanti “, proprio in quanto tali, troveranno sempre un accordo, una forma di dialogo, una mediazione, mai al ribasso, senza mai svilire il proprio credo di appartenenza, Purtroppo, specie in tempi recenti, sono state formulate teorie sulla laicità “diverse”, che criticano duramente il principio della neutralità dello Stato rispetto all’esperienza religiosa: senza tale neutralità, tuttavia, è la laicità stessa a decadere. Analizzandole

attentamente, tali teorie si mostrano chiaramente per ciò che sono: tentativi di creare uno stato “cripto-confessionale” che nelle intenzioni dei suoi fautori dovrebbe difendere la società dal “secolarismo”. In cosa si esplicherebbe tale “difesa dal secolarismo?”. Semplicemente nella negazione o nell’ indifferenza verso diritti che tutelano tutti i cittadini, non ledendo affatto la libertà di singole persone o comunità nell’ambito della loro esperienza religiosa, in nome di concezioni antropologiche o sociali del tutto personali, non necessariamente condivisibili per tutti. Questi tuttavia sono casi nobili, in cui si dibatte di valori , morale, etica. In altre situazioni sembra che la miglior cura dal secolarismo della laicista scuola statale siano delle nutrite prolusioni di denaro pubblico alle scuole private e alle famiglie che di esse si avvalgono, a tutela “della libertà di scelta”. Sinceramente fatico a comprendere come il semplice, logico, lineare principio che lo stato finanzi solo le scuole dello stato possa ledere alla religione o alla fede, tuttavia posso intuire che spesso dietro le grandi “questioni di principio” stiano nascosti interessi, posizioni di potere o anche soltanto piccole “zone franche” .

Troppo spesso da questa situazione derivano grandi mali per le comunità religiose: la laicità dello stato è infatti la miglior garanzia per le religioni stesse, che possono autogovernarsi senza tema di pressanti influenze interne da parte di autorità esterne e senza correre il rischio che relazioni troppo ambigue con l’esercizio del potere inficino la stessa esperienza religiosa. La laicità comporta una scelta coraggiosa sia per lo stato, che deve giustificare le proprie scelte senza ricorrere a criteri che non gli sono propri, sia per le religioni, che devono ora abbandonare posizioni conquistate nei secoli per divenire credibili in un mondo così mutato. La laicità contribuisce però a generare immensi vantaggi: la costruzione di una società di liberi ed eguali, fondata sulla dignità e sul rispetto reciproco, superando una visione “tollerante”, che comunque prevede l’esistenza di una cultura migliore o superiore che ne “sopporta” altre, in favore di una davvero pluralista , in cui le persone, libere di riconoscersi nel credo in cui più si riconoscono o in alcuno credo, unite da un sistema di valori comuni tutelati dallo Stato, costruiscono insieme un avvenire di libertà, uguaglianza, fraternità.

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Attualità

the artic 30

di Beatrice Penzo

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8 settembre 2013: due attivisti dell’associazione ambientalista Greenpeace vengono fermati dal governo russo in seguito ad un blitz su una piattaforma petrolifera della Gazprom, colosso del settore energetico. Il giorno dopo altri venticinque attivisti a bordo della “Artic Sunrise” vengono fermati dalla polizia russa in acque internazionali, con un’ abbordaggio che il direttore internazionale di Greenpeace, Kumi Naidoo, ritiene decisamente illegale. Gli attivisti vengono incriminati con un’ accusa di pirateria, rischiando quindici anni di carcere. La vicenda, sin da subito, suscita l’indignazione a livello mondiale, che in tantissimi paesi (primi fra tutti quelli che hanno qualche connazionale tra i sequestrati) viene manifestata con proteste pacifiche, proprio come quella di Greenpeace. Ciò che stupisce è la durezza esercitata dal governo russo nei confronti di una protesta assolutamente non violenta. Gli ambientalisti infatti si trova6

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vano nel mare a nord della Russia per protestare contro le trivellazioni della Gazprom, poiché quelle sono zone con un delicato equilibrio ambientale che le trivellazioni mettono a serio rischio. I due attivisti che sono stati fermati dalla guardia costiera russa avevano tentato di scalare la piattaforma petrolifera per appendere uno striscione. Loro, e i venticinque compagni sequestrati il giorno seguente, sono stati portati a Murmansk, dove sono cominciati i processi. Durante i mesi di detenzione, da tutti gli angoli del mondo, sono arrivate a Vladimir Putin lettere, singole o collettive, che chiedevano la scarcerazione dei ragazzi di Greenpeace. Tra coloro che hanno mandato le lettere, ci sono undici premi Nobel per la pace, l’ENI, Paul McCartney e molte altre personalità in vista nei più svariati campi. L’attenzione che ha ricevuto questo evento a livello mondiale è incredibile. Benché abbia probabilmente influito il fatto che in un gruppo di trenta persone ci fossero ragazzi di diciotto nazionalità diverse, la partecipazione

di così tante persone ad una protesta per un’ unica causa non è cosa che si vede tutti i giorni. L’odissea degli ambientalisti è stata seguita in tantissimi paesi e molti hanno tirato un sospiro di sollievo quando, dietro cauzione, sono stati liberati i primi tre ragazzi. A questi ne sono seguiti altri sette, tra cui Cristian D’Alessandro, unico italiano della spedizione. Infine, il 28 novembre, è stato scarcerato l’ultimo attivista, Colin Russell. Questo però non vuol dire che le accuse siano cadute. Infatti gli attivisti, anche se non corrono più il rischio di essere incriminati come “pirati”, potrebbero diventare “vandali” e, nonostante gli anni di detenzione previsti per il vandalismo siano meno (sette) in confronto ai quindici per pirateria, non ci si può ancora del tutto rilassare. Greenpeace però non si arrende. Lo dimostra Cristian D’Alessandro, che dopo la scarcerazione ha dichiarato che continuerà a combattere per l’Artico, per evitare che, come ha scritto in una lettera alla Stampa, “si tinga di nero”.


a scuola per (ri)nascere emergency, apre il centro di maternità in Afghanistan

di Rebecca Daniotti

E

mergency vi dà il benvenuto nella valle del Panshir! L’unica zona dell’Afghanistan senza talebani, né oppio né militari della Nato. È qui che Emergency ha deciso di aprire il centro di Maternità affiancandolo all’ospedale già costruito nel 1999.

Forse la prima domanda che vi sorgerà spontanea è che cosa abbia di speciale un’iniziativa di questo di tipo: beh, siamo in Afghanistan, dove la violazione dei diritti delle donne è purtroppo all’ordine del giorno. Nel 1996, quando i talebani sono saliti al potere, molte donne esercitavano le più diverse professioni: erano ingegneri, infermiere, medici. Oggi invece sono nascoste sotto il burqa e segregate in casa. Secondo l’ultimo rapporto dello Human Rights Watch (Hrw) la condizione femminile in Afghanistan è in continuo peggioramento. La donna è un oggetto, da vendere al miglior offerente. Scappare di casa è per molte l’unica via di salvezza, ma per la Corte Suprema è un «crimine contro la moralità», punito con la prigione fino a quindici anni. Da vittima la donna diventa criminale. Le sue colpe: fuggire da mariti violenti o da matrimoni forzati; avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio, anche se ciò accade perché stuprata o costretta a prostituirsi. Inoltre solo un anno fa il presidente

afghano Hamid Karzai ha firmato la dichiarazione del consiglio degli Ulema (i dotti islamici, principale autorità religiosa) che afferma che le donne non dovrebbero «mischiarsi a uomini estranei in attività di carattere sociale come l’istruzione, nei mercati, negli uffici e in altri aspetti della vita» e che «molestare, importunare e picchiare le donne» è vietato «a meno che non avvenga per un motivo legato alla shari’a (legge islamica)». Questo malgrado il fatto che la costituzione afghana consenta alle donne il diritto di voto, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro in ogni genere di contesto e il diritto a viaggiare da sole.

dispensabile per la salute di donne e bambini. L’ Hrw ha denunciato che in Afghanistan la mortalità infantile è 115 volte più elevata che in Italia: quello che da noi è la normalità – essere seguiti durante il parto e poter partorire in condizioni di sicurezza – in Afghanistan è una rara eccezione. Sono moltissime infatti le donne che vengono da lontano pur di far nascere i loro bambini al Centro. Esso infatti è l’unica struttura specializzata e completamente gratuita in un’area molto vasta, abitata da almeno 250.000 persone che possono usufruire di assistenza ginecologica, ostetrica, prenatale e neonatale.

Alla luce di tutto ciò, il ruolo del Centro di maternità di Anabah assume profondi significati che vanno al di là dell’assistenza sanitaria. In questi dieci anni, infatti, Emergency non si è occupata solo di questo ma anche della formazione del personale afghano, un’ équipe solo al femminile che ha la possibilità di studiare, laurearsi e specializzarsi per diventare ginecologa, ostetrica o infermiera. Al momento quattro donne stanno frequentando la specializzazione in ginecologia nel centro di maternità e fra quattro anni saranno ginecologhe riconosciute dal Ministero della sanità.

Quando dieci anni fa Emergency ha aperto il Centro di maternità, la prima cosa che la gente ha pensato è stata: «Un Centro di maternità in Afghanistan? Voi siete pazzi». Quella che poteva sembrare una pazzia, per Emergency è stata invece un’impresa riuscita. L’Associazione umanitaria ha dato vita a un Centro che aiuta a nascere e a ri-nascere. Infatti impegnarsi anche sul fronte dell’istruzione e della formazione del personale femminile afghano significa contribuire ogni giorno a far rinascere il futuro delle donne in Afghanistan, rendendole sempre più autonome ed indipendenti. L’Associazione afferma infatti: “il nostro obiettivo è fare in modo, un giorno, di non essere più necessari.”

Durante i suoi dieci anni di attività il centro di maternità di Emergency ha dimostrato di essere un centro in-

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Attualità

come far nascere una mamma Intervista a Paola Bonzi, fondatrice del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli

di Giulio Castelli

L

a notte tra il 21 e il 22 novembre a Palazzo Marino si sono svolte le votazioni per l’assegnazione dell’Ambrogino d’oro, onorificenza conferita dal comune di Milano a personalità rilevanti per il loro impegno civile. Tra i 52 premiati o con la medaglia d’oro o con gli attestati di civica benemerenza, compare il nome di Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e direttore del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli che, il 7 dicembre, riceverà la medaglia d’oro. Paola, cos’era in origine e cos’è oggi il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli? Il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli è attivo dal 12 novembre dell’84, e da allora ha incontrato più di 18mila donne in gravidanza con problemi di accettazione della maternità. Oggi come allora, il nostro modo di ascoltare la donna ha le modalità del metodo consultoriale, tanto che dal 2002 siamo anche un consultorio familiare, chiamato “Genitori Oggi”, accreditato a tutti gli effetti. Lo strumento principale del nostro intervento è il colloquio, un colloquio di counseling umanistico-esistenziale, ispirato ad autori come Karl Rogers ed Eric Fromm. Secondo questa “scuola” al centro sta la persona e non i suoi problemi. Quindi quando noi incontriamo una nostra utente, che sia la donna o la coppia, ci adoperiamo per stabilire una relazione d’aiuto in cui si prendano in considerazione tutte le sue difficoltà che un po’ alla volta esamineremo insieme per trovare le risposte adeguate. Qual è stato l’evento, l’intuizione che ha maturato e che l’ha portata a fondare il CAV Mangiagalli? La prima motivazione è personale: per una grave malattia che ha colpito i miei occhi, i medici avevano sconsigliato una seconda gravidanza. Non ho avuto dubbi e, fortunatamente, mio figlio è nato “in barba” a tutti i consigli negativi. La seconda motivazione viene da lontano: era il tempo di Solidarnosch e, in Polonia, a Varsavia, donne solidali stazionavano fuori dall’ospedale dove si andava per interrompere la gravidanza. Si accostavano con serenità alle donne che entravano per offrire il loro esserci e le cose che sarebbero state utili al bambino se fosse nato. 8

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Dal punto di vista organizzativo, com’è strutturato il Centro? Siamo aperti tutti i giorni feriali dalle 9 alle 18, anche nelle vacanze di Natale, di Pasqua e di ferragosto, quindi ci siamo sempre. Al CAV Mangiagalli si può arrivare senza appuntamento e, ogni mattina, tre operatori sono pronti per i colloqui. Come aiutate concretamente a diventare mamme le donne che vogliono abortire? Esiste un’espressione di Silvia Vegetti Finzi, grembo psichico, che cerchiamo di tradurre in pratica facendo sentire la donna accolta perché, facendole provare questa sensazione, anche lei sia in grado di accogliere suo figlio. Il nostro slogan è, infatti, “OGGI È NATA UNA MAMMA”. A tutto ciò si aggiungono quegli aiuti materiali perché sia la mamma sia il bambino, se nascerà, possano godere di ciò che è indispensabile: sussidi economici, accoglienza in una delle nostre case, visite mediche, corso di preparazione alla nascita, incontri con l’ostetrica per l’allattamento al seno, massaggio del neonato, gruppi bebè per l’osservazione della buona crescita, scuola dei genitori,

corredino e attrezzature per il neonato, pannolini fino all’anno del bambino. State vivendo anche voi un momento di crisi: cosa vi sostiene e cosa vi spinge a continuare? La forza della vita, perché noi, quando incontriamo una donna che accetta il nostro aiuto per continuare la gravidanza, siamo così felici che ci diamo da fare in tutti i modi per mantenere le promesse che le facciamo durante il colloquio. Quindi ci rivolgiamo prima a noi stessi, poi alle altre persone, poi agli enti pubblici. Organizziamo eventi, incontri,… insomma, ci manca di fare i clown e tutto il resto lo abbiamo già fatto in questi 29 anni. (ride) Però sono nati 16mila bambini e non è poco! Cosa ne dici? Alcuni vi accusano di condizionare la libertà della donna, e di essere spinti da ideologie medioevali ormai superate da leggi come la 194, definita da questi una legge di civiltà. La 194 è quella legge che ci ha permesso di entrare all’interno dell’ospedale. Infatti, intitolandosi “Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza”, ha una parte positiva dove afferma


Giuliano Ferrara nella prefazione del suo libro afferma che “nella sua semplicità di stile, di vita, di eloquenza, di prassi, non è difficile scoprire qualcosa di eroico, di santo e di profetico”. E dopo aver incontrato l’esperienza del suo Centro, lo descrive come “l’umile, modesta e gloriosa esperienza di una piena intesa umana, di una convinzione etica prepoe ultrapolitica, deQuesto nostro litica cisiva per una battaglia slogan che tutti dicono di voler Secondo lei la legge an“Oggi è nata fare e che solo i pazzi, drebbe modificata? Dal mio punto di vista una mamma” gli scriteriati, i visionari non serve tanto cambiare credo dica tutto hanno la forza di intraprendere”. la legge ma cambiare la mentalità. Viviamo una il nostri impegno Lei, Paola, si sente un a far nascere eroe, una santa o una solidarietà con la donna pazza visionaria? gravida, che spesso si nella donna Niente di tutto questo, io sente da sola, condividila madre, sento scriteriata, un amo con lei le sue diffiche non è così mi po’ pazza, tutto il resto coltà, facciamoci vicini e automatico. no, e con la voglia di inprobabilmente la sua scelcontrare il maggior numeta sarà per la vita. ro possibile di donne. Mi ha colpito nel suo libro “Oggi è nata una mamma” l’importanza che lei dà Qual è la persona, che più l’ha sostenuta nel suo sì alla vita? all’ascolto, perché? Viviamo in una società in cui tutti par- Io continuo a pensare che, avendo dediliamo, tutti vogliamo dire la nostra; se cato questa nostra opera alla Madontutti parlano, però, nessuno ascolta. nina del Duomo, Maria Nascente, Lei ci Noi consideriamo l’ascolto un’arte, abbia dato una mano. Vediamo anche la qualche cosa per cui ci prepariamo, che Madonnina dalle fincontinuiamo ad affinare. L’esperienza estre della nostra sedell’ascolto fa sentire le persone ac- greteria, quindi direi colte e importanti, è la parte essenziale che ci è molto vicina. del nostro lavoro. C’è un motto o una Cosa si sente dire più spesso dalle frase per lei illumidonne che incontra nei colloqui alla nante e significativa? Mangiagalli? Io tutti i giorni scrivo sul mio blog, che Questo nostro sloè una specie di diario, tutti i casi parti- gan “Oggi è nata una colari che abbiamo incontrato la mat- mamma” credo dica tina e le cose che dicono più spesso le tutto il nostro impegdonne sono: “non posso, non ce la fac- no a far nascere nella cio, sono da sola, non me la sento, tutti donna la madre, che mi dicono di interrompere, il padre del non è così automabambino non lo vuole, la mia famiglia tico. Una donna acnon è d’accordo…” tutte cose negative colta fa l’esperienza e che incidono sul desiderio di vita della dell’accoglienza donna. La loro fatica è una fatica di forse trova la voglia vivere anche concreta, per questo dob- di far provare tutto biamo trovare delle risposte altrettanto questo al suo bambino e quindi porta concrete. avanti la gravidanza. La mia frase personE lei cosa risponde, come le affronta? Anzitutto cercando di ascoltare e di ale, che forse non decodificare la domanda che loro por- sanno nemmeno le tano; poi insieme si fa un progetto di persone che lavoraaiuto conseguente a una relazione di no al CAV, è questa: aiuto che speriamo di essere riusciti a “Vivi come se dovessi stabilire. È un continuo cercare di es- morire domani. Ama sere pronti a quello che ci succederà e come se non dovessi che non sappiamo mai che cosa sarà. morire mai.” Quando una donna apre la porta della raccontarci mia stanza io non so chi entrerà, non so Vuole che cosa mi chiederà, quindi bisogna es- l’incontro che più sere pronti un po’ a tutto, magari anche l’ha segnata negli anni trascorsi al a qualche salto nel buio. CAV? che bisogna mettere in campo tutti gli aiuti, ordinari e straordinari, perché la donna non vada ad abortire. La donna soffre per un aborto; magari pensa che finita la sala operatoria tutto sia terminato e invece no, perché i problemi veri vengono dopo e spesso insorgono situazioni difficili a livello psicologico che le impediscono di vivere serenamente. Quindi è giusto proporre un’alternativa.

Sono tantissimi gli incontri e le storie di donne coraggiose che mi hanno anche insegnato tanto. Ma c’è stato un incontro molto significativo con una persona che non aveva nessun bisogno economico. Era una studentessa di filosofia, ed era andata a prenotarsi per abortire. Dopo essersi prenotata ha chiesto il colloquio di riflessione previsto dalla legge e alla segreteria della 194 l’hanno spedita da noi. Ha raccontato la sua storia che ho ascoltato profondamente, e le problematiche emerse erano, appunto, che la sua famiglia il bambino non lo voleva, il padre non lo voleva, lei studiava ma faceva anche teatro... Alla fine io ho detto: “Va bene: lei ora farà quello che le sembrerà meglio per la sua vita sapendo che noi siamo qui e se vorrà tornare..” questa persona non è più tornata e io ero convinta che fosse andata ad abortire. Un giorno è arrivata lei col suo bambino e la sua mamma, portandoci dei vestitini che questo Tommaso non aveva mai potuto mettere perché era nato cicciottello. Questa donna, senza alcun problema economico, ha veramente preso una decisione diversa per il colloquio che abbiamo fatto insieme. Per questo io considero il colloquio una occasione particolare, anzi fondamentale.

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1) attraverso la mail carducci.oblo@gmail.com; 2) attraverso la pagina facebook (dove potrete trovare il numero online a colori, i bandi di tutti i concorsi, novità, aggornamenti e notizie dell’ultimo minuto, gli articoli in forma integrale o quelli non pubblicati); 3) lasciando un bigliettino all’interno della scatola posta in ingresso presso il banco della signora Elena. Sono ben accette critiche, consigli, idee, commenti riguardanti il giornalino; articoli di cronaca, attualità, cultura generale, cinema e musica; racconti; pensieri, poesie e componimenti liberi; indovinelli, dediche, lettere; disegni; “strafalcioni” detti in classe e diligentemente appuntati...e chi più ne ha più ne metta!

cdi 2012-2013

APPLICATA STRATEGIA DI “RAZIONALIZZAZIONE” DEI FONDI DI ISTITUTO di Michele Spinicci

Il consiglio di circolo o di istituto elabora e adotta gli indirizzi generali e determina le forme di autofinanziamento. Esso delibera il bilancio preventivo, il conto consuntivo e dispone in ordine all’impiego dei mezzi finanziari per quanto concerne il funzionamento amministrativo e didattico del circolo o dell’istituto.” Questo sono i due primi paragrafi dedicati alle attribuzioni del consiglio d’istituto. Infatti, il primo compito di quest’organo è la gestione delle risorse di cui la scuola dispone, risorse che possono provenire da due fonti: private e pubbliche. Le entrate provenienti da privati, che al Carducci nel 2012 sono state l’88% del totale, sono costituite per la maggior parte dal contributo volontario delle famiglie (quei 120 euro che sono richiesti a inizio anno), ma anche da enti esterni che utilizzano i locali della nostra scuola, come l’università della terza età, o il nostro bar. Le entrate pubbliche sono costituite da soldi che la provincia e lo stato erogano alle scuole. La prima considerazione che viene da fare, è che i primi finanziatori di questo istituto sono i suoi studenti e le loro famiglie, in forma diretta. E’ ancora più vero quindi dire che il CdI deve rispondere delle sue azioni a voi che leggete. Ma come ha lavorato e quali sono state le 10

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linee guida del consiglio nel 2012-13? ad altre scuole. Il CdI ha quindi lavoraSenza voler semplificare eccessiva- to principalmente per evitare questo e mente, i principali imperativi sono manovre significative in questo senso, stati due: l’ammodernamento degli oltre a quelle già citate, sono state ambienti scolastici e l’ammodernamento del l’aumento del numero sito, il maggiore invesI principali d’iscrizioni. Vi sarete timento negli open day imperativi accorti che nell’ultimo o anche la giornata apsono stati due: anno diverse aule organizzata dagli l’ammodernamento erta, sono state imbiancate studenti. Per questo degli ambienti o i disgustosi bagni del secondo imperativo, il scolastici e pianterreno ristrutturisultato è stato piutl’aumento rati, che sono state actosto buono, anche se del numero quistate 4 lavagne LIM, non ancora sufficiente; d’iscrizioni che l’istituto ha una infatti, nel 2013-14 qui nuova rete WiFi e i proal Carducci si sono forfessori dei tablet al posto dei registri. mate 6 prime. E’doveroso dire che ovTutte queste novità derivano da una viamente ad ogni maggior investimenscelta del CDI: investire più risorse to da una parte, corrispondono tagli sugli spazi e le tecnologie. Questo da un’altra. Il nostro CdI ha tagliato sia per garantire ambienti di lavoro fortemente le spese per i progetti e le decorosi, che in molti casi ancora consulenze esterne, di cui un esempio mancano, sia per permettere al nos- sono i corsi teatrali, il torneo Perrone, tro istituto di rimanere al passo con i questo stesso giornalino o gli esperti tempi. Queste due forme di progresso che vengono al Carducci ricevendo un sono ovviamente funzionali anche per cachet. La cifra spesa per le consuil secondo imperativo: attrarre nuovi lenze esterne è stata di circa 40 mila studenti al Carducci e fermare il calo euro (il 43% in meno dell’anno precd’iscrizioni. Avrete forse sentito, e edente). Il tentativo è sempre quello se siete in questa scuola da qualche di operare una “razionalizzazione”, anno non potete non averlo notato, ovvero spendere meno e in modo più che il nostro istituto ha sempre meno oculato, garantendo un arricchimento iscritti. Questa è una tendenza tipica ampio dell’offerta formativa, senza dei licei classici, ma particolarmente essere costretti a spendere grandi accentuata dalle parti di via Beroldo cifre. Potrà sembrare fazioso, ma 9, dove cominciavano ad aleggiare i personalmente sono convinto che sia timori di un possibile “accorpamento” qualcosa di assolutamente possibile.


odore di vernice al carducci di Martina Brandi

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rmai il 2013 sta per finire e guardandosi indietro si può fare un bilancio di quali propositi siano stati portati a termine e in che misura. A dir la verità, dall’analisi che segue, si può evincere che molti degli obbiettivi che ci si era preposti sono stati raggiunti, soprattutto dal punto di vista dell’ammodernamento e della manutenzione dell’edificio. I più importanti passi fatti in questa direzione sono stati 1) l’imbiancatura di tutte le aule al piano terra, i cui muri, come in tutte le classi, erano scrostati e imbrattati di scritte (spesa: circa 3.500 euro); 2) il rifacimento dei bagni al piano terra, sia maschili che femminili, dove oltre alla riverniciatura è stato effettutato un cambio di tutti i sanitari (spesa: circa 5.000 euro);

3) il cablaggio dell’intero istituto (spesa: circa 20.000 euro); 4) l’acquisto di 60 tablet, preventivamente più del necessario, per permettere l’utilizzo del registro on-line (spesa: circa 14.000 euro); 5) la sostituzione di tutte le lampade a neon e la messa a norma dell’intero impianto elettrico, che a quanto pare prima non lo era (spesa: circa 3.500 euro); 6) l’imbiancatura e il riarredo dell’aula professori, con 4 nuovi computer e cassettiere metalliche dotate di chiavi (spesa: circa 4.000 euro); 7) la compera di moderni e specifici apparecchi destinati al laboratorio di fisica e chimica (spesa: circa 2.500 euro); 8) la riabilitazione della palestrina nel seminterrato con la messa in sicurezza di tutte le macchine; 9) la sostituzione o la pulitura di tutte le tende della scuola; 10) l’inserimento di 4 bidoni per piano per la raccolta differenziata. Sono inoltre state adibite due delle aule vuote dell’istituto al laboratorio di lingue (3° piano) e al laboratorio di storia dell’arte (piano terra). In fine, alle due aule lim già esistenti e

anch’esse rimesse a nuovo, se ne sono aggiunte altre due. Tuttavia, sebbene l’idea iniziale fosse quella di fornire in pochi anni ogni classe della propria lavagna multimediale, si è optato in seguito per un cambio di rotta; le attuali aule lim sono dunque rimaste per il momento di comune utilizzo. Certo è che non si è rimasti con le mani in mano! Per il nuovo anno si è deciso di investire, a grande richiesta, sul rifacimento del campetto da calcio e del laboratorio di informatica; si pensa di intervenire, inoltre, sul fronte biblioteca, i cui libri, una volta ripuliti e ben catalogati, potrebbero essere messi a disposizione dell’intera comunità cittadina, in modo da valorizzare, finalmente, il patrimonio che essi costituiscono. La nostra scuola, insomma, si sta rimettendo in brevissimo tempo al passo con i tempi: si sta trasformando in un ambiente dedicato ai suoi giovani studenti, per i quali mette a disposizione non solo spazi ma anche nuove tecnologie, e in un polo culturale di una certa rilevanza all’interno della città e aperto ai suoi cittadini.

APPELLO AI CARDUCCIANI ViSTE LE INGENTI SOMME SPESE PER RIVERNICIARE, AMMODERNARE E RIMETTERE A NUOVO GLI AMBIENTI SCOLASTICI, è NEL NOSTRO INTERESSE NON IMBRATTARE Nè DETURPARE IN ALCUN MODO MURI, ARREDI O APPARECCHIATURE ELETTRONICHE DEL LICEO. DIMOSTRIAMOCI COSCIENZIOSI E RISPETTOSI NEI RIGUARDI DI CIò CHE è NOSTRO MA NON CI APPARTIENE. Novembre - Dicembre 2013 | L'Oblo' sul Cortile

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cronache carducciane

C

medicina

osa fare dopo, questo è il dilemma. Beati quelli, pochi, che sin dalla prima elementare hanno già idea di “cosa fare da grandi” e fin da allora non hanno fatto altro che perseguire quel sogno. Per gli altri comuni mortali, invece, arrivati solitamente a questo punto della vita, il futuro si prospetta come un grosso punto di domanda, a partire dalla scelta dell’università. Ecco dunque che mille dubbi si affollano nella testa. Ed è proprio questi dubbi che le seguenti pagine di orientamento tentano di risolvere, almeno parzialmente. Si succederanno, perciò, di numero in numero, le risposte che ex carducciani hanno dato alle nostre domande, ogni volta in merito a facoltà universitarie diverse, una scientifica e una umanistica. Purtroppo, per motivi di spazio, alcune risposte sono state tagliate; troverete tuttavia la versione integrale sulla pagina facebook dell’Oblò, unitamente agli scritti di altri ex carducciani. Tutti loro, inoltre, hanno dato la disponibilità a essere contattati privatamente per ulteriori chiarimenti. Buon orientamento!

le domande 1) Dopo un percorso di 5 anni al Carducci, quali difficoltà si riscontrano scegliendo la facoltà di (...) dal punto di vista della preparazione ai contenuti, del metodo e delle ore di studio? In cosa invece si è facilitati? 2) A cosa va incontro lo studente che sceglie la facoltà di (...)? Che cosa si studia, di fatto? Quali competenze si assumono? A quali aspettative risponde un tale corso di studi? 3) Quanto è impegnativa questa facoltà in termini di ore di lezione + ore di studio individuale? Ci sono materie riconosciute dalla maggior parte come particolarmente ostiche? 4) E’ previsto un test d’ammissione? Se sì, quanto lo hai trovato difficile, quanto e come ti sei preparato, quanto il risultato incide sulla possibilità di essere ammessi o meno all’università? In generale, quali competenze sono richieste allo studente di (...), in cosa dev’essere portato? 5) Quale università (milanese/ italiana/estera) frequenti? Come hai trovato la qualità dell’insegnamento? Quali servizi (laboratori/stage/ scambi....) offre la tua università? Com’è l’ambiente che si viene a creare fra gli studenti? 6) Sei soddisfatto della scelta che hai fatto? Perché? Consiglieresti la tua facoltà (o il tuo corso nello specifico)? Perché? 7) Se sei al terzo anno: quali sbocchi concreti per il futuro offre il tuo corso di studi? Sai già cosa vuoi fare dopo?

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giulia freddi, medicina in statale, ii anno 1. Nessuna difficoltà, tutte le materie si iniziano da capo e i 5 anni al Carducci danno sicuramente un ottimo metodo di studio e capacità di concentrazione 2. L’approccio è sia scientifico che umano e dal 3^ anno anche pratico 3. Bisogna avere molta determinazione perché si studia tanto, tanto, tanto. Materie ostiche? Per ora anatomia. 4. Si molto selettivo. In questo il classico non aiuta, bisogna studiare tanto da soli e recuperare le lacune nelle materie scientifiche ma la gente del classico che entra è molta, non sarà un caso (anche del Carducci siamo un po’) , quindi basta rimboccarsi le maniche! Nessuna particolare predisposizione. 5. Statale di Milano Polo Centrale. Nel complesso molto bene, ma dipende come sempre dagli insegnanti che capitano. Le iniziative ci sono, basta saperle sfruttare. Il rapporto tra compagni è come in tutti gli ambienti scolastici; da noi si è creata molta collaborazione e amicizia ma dipende dalle persone. 6. si mi piace molto, lo consiglio a chi ha abbastanza determinazione e voglia. Anche se è lungo è un percorso molto affascinante e che dà molte soddisfazioni!

sergio cereghini, medicina in statale, ii anno 1. Il fatto di passare da un liceo classico a una facoltà scientifica penalizza da un punto di vista matematico/fisico, ma devo dire che gli anni passati al Carducci mi hanno insegnato un metodo, ponendo le fondamenta che permettono di recuperare in breve tempo. Inoltre al primo anno di Medicina le difficoltà derivano da materie nuove, anche per gli scientifici, come l’istologia o l’anatomia che sono decisamente materie di studio per cui bisogna passare molto tempo sui libri (e in questo il Carducci aiuta) e che non richiedono particolari competenze. 2. Il programma del primo anno di Medicina è diverso a seconda del polo; nel mio caso si studiano: chimica, fisica, e materie nuove come introduzione alla medicina (un corso composto da diverse materie: igiene, storia della medicina, bioetica e una sorta di statistica), istologia (studio della cellula e dei tessuti, affiancato anche allo studio dell’embriologia) e anatomia (l’ esame-incubo del primo anno ma decisamente il più bello!). 3. Le ore di lezione sono variabili. Il primo semestre del primo anno è decisamente pieno (circa 6 ore al giorno), ma già dal secondo semestre le ore diminuiscono (si fa solo anatomia e biologia), ora invece (primo semestre del secondo anno) ho solo 14 ore a settimana. Ma lo studio individuale è sempre molto e probabilmente tende ad aumentare con gli anni. Le materie considerate più ostiche sono: anatomia, fisiologia e patologia. Questi infatti sono gli studi base per poter capire le materie cliniche che si affrontano dal 4° anno e che ovviamente non possono essere più facili. 4. Il test per entrare a medicina comprende domande di logica, cultura generale, chimica, fisica, matematica e biologia. Io lo ho preparato in circa 20 giorni di studio pieni, che durante l’estate sono tanti (per questo è meglio non affrontarli da soli), e ho partecipato ai Prepost: 3-4 giorni di aiuto per il test organizzati da ragazzi delle facoltà sanitarie a cui ho contribuito quest’anno. Penso che per passare il test sia più utile saper ragionare e avere dimestichezza con il tipo di verifica piuttosto che sapere tutto di tutto (c’è sicuramente qualcosa che non saprai!!) ma andare in panico alla prima incertezza. 5. Frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia della Statale di Milano al Polo Centrale. La qualità dell’insegnamento è buona, ma ovviamente certi corsi sono fatti meglio di altri e certi professori sono più competenti e appassionati di altri (come al liceo del resto). L’università offre la possibilità di partecipare a corsi elettivi svolti in laboratori di ricerca o reparti che permettono di ottenere un certo numero di crediti da raggiungere entro i 6 anni. Pochi sono gli studenti che fanno anni all’estero o erasmus, ma la possibilità esiste. 6. Sono soddisfatto della mia scelta perché sto cominciando a capire come siamo fatti e quali sono i meccanismi affascinanti che stanno alla base anche delle più semplici funzioni dell’organismo. Per questo consiglierei la medicina a chi è innanzitutto curioso e, in qualche modo, artista.

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lettere giulia biolcati, lettere moderne in statale, iii anno

1. Certamente aver frequentato il liceo classico facilita il percorso di chi decida di iniziare la facoltà di lettere moderne. Nonostante si sia abituati ad una imponente mole di studio, però, l’approccio con l’università presenta sempre dei rischi: io stessa al primo anno ho pensato che non ci volesse poi tanto a preparare un esame per poi ritrovarmi con quattro libri da studiare in due settimane. Il mio consiglio quindi è questo: non si deve pensare di essere preparati a tutto “solo” perchè si è fatto il Carducci. 2. Non si studia solo letteratura, si affrontano anche materie mai viste (linguistica, filologia romanza e così via). Si ha la quasi completa responsabilità nella scelta del proprio piano di studi, questo vuol dire che solo 5 o 6 esami sono davvero obbligatori, per il resto dovrete scegliere tra vari elenchi di esami, anche di altre facoltà (geografia, filosofia, beni culturali ecc.). In ogni caso affrontare questa facoltà porta ad avere una conoscenza a 360° sulla letteratura. Si tratta di un corso per cui è fondamentale fare una specialistica per avere uno sguardo attento sui singoli autori. 3. Per quanto riguarda le ore di lezione forse la mia è la facoltà meno “impegnativa”: nessuna lezione è obbligatoria, anche perché si hanno molti corsi a scelta. Altro discorso, invece, sono le ore di studio: questo è un corso che presuppone uno studio approfondito di un’intensa mole di libri (dai 3 agli 8, dipende), quindi per riuscire a fare le cose con calma bisogna prendersi un po’ di tempo e tendenzialmente non dedicare meno di 3/4 settimane ad un esame. In generale i corsi riconosciuti come parecchio ostici sono Letteratura Latina, Linguistica Italiana. 4. Non è previsto alcun test, ma se si prende meno di 70 alla maturità si deve fare un piccolo esame di accertamento delle proprie conoscenze, una cosa assolutamente formale e molto banale. 5. Io frequento la Statale di Milano. Finora mi sono trovata piuttosto bene, il livello dell’insegnamento è alto (a parte rare eccezioni). A mio parere però non vengono affrontati abbastanza da vicino i testi, e spesso in alcuni argomenti si finisce con l’avere una preparazione solo manualistica. In Statale c’è un ampia scelta di laboratori (bisogna farne 2 entro i 3 anni). Un problema della statale è l’organizzazione quindi se le cose non vai a cercartele probabilmente potresti non scoprirne mai l’esistenza. 6. Sì, in generale posso dirmi soddisfatta, ho scelto bene, continuo ad essere interessata al corso che ho scelto come al primo anno. Certamente la consiglierei perchè chiunque si senta veramente appassionato dagli studi letterari troverà un ambiente stimolate e insegnanti validi. 7) Sì, sono al terzo anno e ho già deciso che frequenterò la specialistica. Per quanto mi riguarda quello che vorrei fare dopo è iniziare ad insegnare italiano e latino al liceo. Si sa però che parlando degli sbocchi lavorativi di lettere che si entra in un campo difficile.

nadia brigandì, lettere classiche in statale, iii anno

1. A lettere classiche si affrontano per lo più materie con cui si ha una certa dimestichezza e su cui si è già sviluppato un metodo di studio, quindi le difficoltà sono minori rispetto ad altri corsi di laurea. Tuttavia si incontra un livello omogeneamente alto e soprattutto all’inizio mi è sembrato di avere qualche lacuna perché non padroneggiavo con destrezza ogni minimio dettaglio, ma mi sono resa conto che il Carducci aveva supplito a una preparazione meno “nozionistica” fornendomi solide basi su cui poter lavorare, oltre che tutti gli strumenti per sviluppare senso critico e capacità di ragionamento. 2. Chi sceglie lettere si dedica principalmente alla letteratura ma ci sono anche materie come la filologia o la linguistica che permettono di acquisire competenze di tipo tecnico e che costituiscono un supporto alla letteratura stessa. Per il versante antichistico, nello specifico, non ci sono versioni da tradurre se non per un brevissimo periodo prima degli scritti, la traduzione in aula è svolta rapidamente senza indugiare troppo sulla ricostruzione dei periodi o sulla grammatica. 3. La frequenza non è obbligatoria per nessun corso, ma per alcuni è quasi necessaria, sia per capire meglio sia per non ritrovarsi un programma infinito. Lo studio a casa varia principalmente a seconda del valore in crediti di ciascun esame, dalle due settimane ai due mesi. 4. L’accesso è libero, ma è previsto un test valutativo per chi abbia riportato meno di 70/100 alla maturità. 5. Frequento la Statale di Milano. La preparazione dei professori è sempre molto alta, ma purtroppo non sono sempre stata soddisfatta del loro approccio alla materia e agli studenti. Alcuni tendono a semplificare, altri al contrario indugiano eccessivamente su particolari secondari, arrivando a fare un’autopsia al testo più che a renderlo vivo. C’è poi una tendenza a una concezione elitaria della cultura e dell’insegnamento che spesso sfocia in atteggiamento di supponenza o in una scarsa considerazione degli studenti. Tuttavia non mancano felici eccezioni di professori che ricercano un costante confronto coi ragazzi. Tra i servizi che offre la Statale ci sono vari laboratori, il progetto Erasmus con circa 15 sedi convenzionate e stage di formazione presso aziende e associazioni. Per quanto riguarda il rapporto con gli altri studenti in generale ho trovato un ambiente vivace e tante persone con cui scambiare opinioni, consigli, e condividere passioni. 6. Sono molto soddisfatta della mia scelta: sotto esame mi manca frequentare i corsi, vivere l’università e vedere i miei compagni. Quando studio, pur nella comprensibile stanchezza e a volte esasperazione, rimango convinta che non potrebbe esserci un’altra facoltà capace di donarmi lo stesso entusiasmo. Consiglierei lettere classiche, ovviamente a chi nutre una viva ed autentica passione, per la stessa ragione per cui si può consigliare un liceo classico: una preparazione solida, ampia, che predispone a una duttilità in più campi. 7. Quando dico che studio lettere classiche la domanda che mi rivolgono può essere, in alternativa: -“Ma poi che cosa vai a fare?” (intendendo in realtà “Ma poi rimani disoccupata?”). Lettere non prepara ad un lavoro preciso, ben riconoscibile, come architettura o medicina, e perciò la tendenza è credere che non esista un’effettiva possibilità di occupazione. E se invece pensassimo che proprio il non tracciare confini netti induca a una versatilità in grado di aprire più porte? Una prova è data dalla varietà di magistrali a cui si può accedere: editoria, archeologia, filologia, critica dell’arte,musicologia… - “Quindi vuoi insegnare?”. L’insegnamento è forse lo sbocco lavorativo più classico e naturale, pur con tutti le problematiche di questo periodo, tra concorsi e precariato. Da parte mia, sono certa di voler proseguire con la magistrale in “Filologia, letterature e storia dell’antichità” (un nome altisonante che indica semplicemente la seconda tranche di lettere classiche), ma ancora non ho idea del lavoro che mi piacerebbe fare. Per il momento mi godo il momento dello studio, sperando di chiarirmi le idee man mano!

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cultura

di Beatrice Sacco

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iumi e fiumi di persone accorrevano per un libro, una lettura, un dialogo, uno spettacolo, una mostra. Fiumi e fiumi di parole scorrevano da una bocca a un orecchio. Anche quest’anno, come il precedente, dal 21 al 24 novembre Milano ci ha regalato Bookcity: un evento sempre e comunque nuovo. E’ un’iniziativa voluta dal Comune di Milano e dal Comitato Promotore, composto da vari sponsor. Molti tra gli editori italiani si sono rimboccati le maniche realizzare questa manifestazione culturale, incentrata sul libro, la lettura e i lettori e che si è sviluppata in una serie di incontri in spazi pubblici di Milano, a partire da Piazza Castello, dedicando anche un giorno alle scuole. A disposizione per tutti un programma da cui scegliere l’incontro ideale tra un lungo ordine di proposte. Dalla semplice lettura ad alta voce di un libro antico ad una aperta riflessione su un testo nuovo, da uno spettacolo teatrale a una conferenza scientifica: ogni personalità ha scelto un modo diverso di presentarsi. Uno spazio accogliente e aperto a tutti, adulti e bambini: ciascuno ha avuto la possibilità di trovare un angolino per sé. Per farvi assaporare giusto una punta degli incontri che si sono tenuti, vi propongo qualche frammento dalle relazioni di studenti carducciani: Diversamente Svezia, di Beatrice Sacco “Diversamente” in che senso? La Svezia è un Paese modello e ideale agli occhi di tutti, dove tutti vorrebbero andare a vivere, dove tutto funziona, dove la società è perfetta e si prende 14

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cura del cittadino, ma solo alcuni hanno saputo coglierne il cosiddetto Dark Side, il lato oscuro, e questo è ció che l’autore Marco Buemi ci ha spiegato. Infatti la Svezia è uno Stato-paradosso perché al suo interno ci sono una serie di problemi latenti, riguardanti in particolare il fenomeno della violenza sulle donne e quello degli immigrati (disuguaglianze e discriminazioni sociali), che rendono questo paese in contraddizione con se stesso. Il codice Trivulziano di Irene Busoli Il codice Trivulziano di Leonardo da Vinci è un libretto degli appunti in cui Leonardo scriveva per associazione di idee tutto quello che gli passava per la testa e spesso troviamo pagine con disegni artistici, (connotati da una bellezza incomparabile o al contrario mostruosi dato che riteneva la bellezza e la bruttezza i due poli attraverso cui si impara la vita umana) associati a poderose liste lessicali che ci proiettano la simultaneità sorprendente della sua mente.

Bankitalia of America insieme al Castello Sforzesco si stanno impegnando per crearne una copia online, affinché quella originale non si deteriori e per far sì che sia reso accessibile a tutti. Città e adoloscenti, di Giulia Villa “Educare al futuro”, questo è il titolo scelto per il libro di Lamberto Bertolè e Paolo Tartaglione, due dei quattro professionisti invitati a questo incontro di bookcity e partecipanti alla comunità educativa ARIMO per il sostegno di adolescenti con problematiche familiari, vittime di bullismo o con problemi con la giustizia. Un libro che nasce dalla voglia di raccontare l’esperienza di giovani che si trovano in un contesto educativo molto carente e che per questo frequentano comunità che permettono loro di guardare al proprio futuro. Infatti un problema che accomuna tutti gli adolescenti, dal più bisognoso d’aiuto al più autonomo, è cercare la propria identità e ricevere un’educazione utile per aprire le porte del destino.


Shadowhunters: prescelti dalla nascita di Alice De Gennaro

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na realtà sconvolta. Una scelta negata. Una lotta senza fine. Questa è la vita ordinaria degli Shadowhunters: cacciatori di demoni fin dalla nascita, evitano che interferiscano con la nostra realtà. Ma siamo veramente sicuri di conoscerla? Questo è il mistero che si cela dietro alla saga bestseller Urban Fantasy - Young Adult di Cassandra Clare. Gli Shadowhunters, o Nephilim, sono generazioni che portano con sé sangue di angelo, donatogli tempo fa dall’angelo Raziel, come narra la leggenda: la loro intera vita si basa su discendenza, abilità e coraggio. Credete che sia la solita nauseante storia d’amore? Pur coinvolgendo varie storie d’amore (come molti altri libri apprezzabili), la saga racconta un mondo ancora sconosciuto a molti, più crudele e intrigante di quanto si possa mai immaginare. I dettagli sono la sua forza: particolari interessanti fanno di questi libri una fresca e provocante novità nella realtà che abbiamo sempre conosciuto, o meglio, creduto di conoscere. La quotidianità si scontra con problemi che, pur essendo completamente diversi, sono spesso paralleli a quelli che da sempre affrontiamo anche noi: due mondi che si fondono, desideri e paure di entrambi, tutti in un’irresistibile epopea che ipnotizza le più varie fasce di età. La saga è divisa in tre “sotto-saghe”:

The Infernal Devices, The Mortal Instruments e, confermata ma non ancora pubblicata, The Dark Artificies. Mentre la prima è ambientata nel tardo 1800, le altre sono ambientate rispettivamente nel 2008 e nel 2012, ma - anche a distanza di tempo - la storia alla base dei libri resta un’eccitante realtà parallela, che ha emozionato le più disparate zone del mondo. Della seconda, The Mortal Instruments, è uscito nelle sale italiane a fine agosto l’adattamento cinematografico della Eagle Pictures e della Sony Pictures del primo libro, Città di Ossa, che vede protagonista la quindicenne Clary Fray, Cacciatrice dal dono molto speciale, il cui destino è indissolubilmente legato agli Strumenti Mortali, come spiega il titolo: strumenti di immenso potere legati alle origini degli Shadowhunters. Il film, diretto dal regista Harold Zwart il cui produttore è Martin Moszkovicz, ha come protagonisti Lily Collins (Clary Fray) e Jamie Campbell Bower (Jace Wayland). La prima saga invece, parla della giovane Tessa Gray, in viaggio a Londra per andare a vivere con suo fratello Nate dopo la morte della zia: circostanza che potrebbe rivelarsi un inganno ingegnoso e che la porterà a scoprire un mondo completamente diverso da quello che conosceva. Si trovano frequenti collegamenti tra il primo e il secondo episodio che creano un’aura di mistero intorno all’intero mondo

degli Shadowhunters. La storia fa riferimento a molti luoghi realmente esistenti e a vari fatti storici, rendendo appassionante il labile confine tra realtà e finzione. Un particolare molto interessante consiste nella citazione di libri, famosi e non, all’inizio di ogni capitolo, ma anche tra le righe dell’intera vicenda di Shadowhunters,. I carducciani più accaniti troveranno non di rado citazioni, formule, motti e molto altro in latino, lingua alla base del Mondo delle Ombre. Sono già usciti in kindle i primi libri della saga spin-off Cronache di Magnus Bane, personaggio spesso considerato onnisciente, tanto da renderlo misterioso e intrigante agli occhi dei lettori, l’unico a comparire in tutti i libri. Per il 2014 ci sono grandi progetti: tra questi la pubblicazione dell’ultimo libro della saga The Mortal Instruments (City of Heavenly Fire) e del primo libro dell’ultima (o forse no?) The Dark Artificies (Lady Midnight), nonché l’uscita al cinema del secondo film, Città di Cenere. Tra vampiri e lupi mannari, fate e stregoni, demoni e angeli, in un modo per nulla stereotipato, la saga di Shadowhunters è un’epopea coinvolgente, misteriosa e affascinante, una brezza di novità in qualunque direzione: una nuova verità, un nuovo modo di vedere il mondo, un’ originalità intrigante. E tu? Pensi di essere all’altezza della sfida?

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cultura

la programma 101 come gli italiani inventarono il pc di Pietro Klausner

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computer non sono sempre stati piccoli e compatti come li conosciamo, anzi; prima del 1965 erano grossi (occupavano interi stanzoni!), costosi e difficilissimi da usare: solo una ristretta cerchia di tecnici ne era capace. Questi enormi calcolatori erano impiegati soprattutto in ambito militare o per gestire movimenti finanziari, tasse e molte altre funzioni statali; erano estranei alla vita quotidiana e la gente, in un certo senso, li temeva, vedeva in loro uno strumento di controllo da parte del governo. Nel 1962, però, Roberto Olivetti, capo dell’omonima azienda, diede il compito a una squadra di ingegneri di creare un nuovo, rivoluzionario macchinario, differente da quelli esistenti. Il capo del gruppo, Pier Giorgio Perotto, propose un’idea rivoluzionaria: un computer personale, accessibile a tutti per prezzo e possibilità d’uso e abbastanza piccolo da stare su un tavolo. Nei due anni seguenti, si lavorò duramente per realizzare questo progetto. Uno dei più grandi ostacoli fu creare una memoria interna che fosse

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sia poco ingombrante sia economica; a tale scopo ne inventarono una, chiamata linea magnetostrittiva. Ancora, dovettero creare un linguaggio di programmazione (quello che serve per interagire col computer) accessibile a tutti; dobbiamo sempre ricordarci che prima di allora i computer potevano essere usati solo da pochissimi specialisti. Anche questa difficoltà venne superata. Infine, l’ingegner Perotto ebbe un’ultima, geniale idea: la carta magnetica. Era una carta sul cui retro vi era una striscia magnetica che aveva le istruzioni per far compiere al computer determinate azioni;

una volta inserita, la macchina ne eseguiva i comandi. Questa carta magnetica non era altro che il predecessore dei dischi. Nel 1964 il PC era pronto. Tuttavia la nuova direzione dell’Olivetti non aveva fiducia in questo rivoluzionario oggetto, poiché pensava che, se gli americani non l’avevano ancora inventato, allora era inutile. Passò un altro anno e si arrivò l’occasione per presentare la 101: una fiera sul futuro e i progressi tecnologici a New York. In una saletta secondaria dell’esposizione Olivetti, il primo PC fu mostrato al pubblico. Il successo fu immenso e la 101 divenne l’attrazione principale della fiera, lasciando tutti increduli. I giornalisti americani, entusiasti, scrissero pagine e pagine su questo miracolo tecnologico, che, tra tutti i suoi punti di forza, aveva anche il prezzo: costava 3’500 $ contro gli almeno 100’000 degli altri computer. La Programma 101 entrò nella vita quotidiana del mondo e ne furono vendute oltre 44’000 unità. La stessa NASA ne utilizzò molte per il progetto Luna. Era il 25 ottobre 1965. Neanche 50 anni fa, un gruppo di ingegneri italiani, che aveva osato sfidare i colossi americani, allora leader indiscussi nel campo dell’informatica, aveva appena gettato le basi per il mondo che oggi conosciamo. E pensare che di questo vanto italiano pochissimi sono a conoscenza.


100 anni su tela di Alice De Gennaro

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ggi il modo più veloce per comunicare è Internet. E prima? Come si comunicavano le proprie critiche, i propri pensieri? Quale sfogo aveva la gente? Per molti, anche solo parlare del ‘900, risulta quasi un racconto da libro di storia. Ma quanto ci ha veramente coinvolto questo periodo storico? 100 anni di ribellione, di innovazione, di emozioni: 100 anni di arte. Le più grandi correnti artistiche come il futurismo e molte altre si sono sviluppate nell’ultimo secolo. Ma come si possono rivivere i fatti di allora, come si può sentire il vento di innovazione soffiare anche in noi? La risposta è l’arte. Nell’ultimo secolo la pittura si è fusa con la scultura, il bidimensionale con il tridimensionale. Il museo del ‘900, aperto nel dicembre 2010, è un portale per un altro mondo: infiniti pensieri dipinti su tela o scolpiti su marmo, e racchiusi in un edificio che catapulta in una nuova (o antica) realtà. Il museo è strutturato su 5 piani e l’ingresso è gratis per gli Under 25. Partendo da una scala a vortice senza gradini, si arriva man mano al primo piano, e così via, attraverso vari percorsi, fino all’ultimo, dal quale si può ammirare uno dei lati più favolosi di Milano. Una sottile vetrata separa i due secoli e, come in uno specchio, le opere che hanno segnato la storia si riflettono nell’arte che costruiamo noi tutti i giorni, con il lavoro e il desiderio di un

futuro migliore. Il primo quadro che si vede è Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, il quale rappresenta un duro e significativo messaggio: la miseria, il lavoro, la fatica, il desiderio di una vita migliore, la lotta del proletariato; si muovono insieme, verso un mondo più luminoso, donne, uomini e bambini uniti, per una lotta che è durata fin troppo, e a cui adesso vogliono mettere fine una volta per tutte; questo quadro rappresenta la determinazione, nonostante la situazione disperata, di questi individui estremamente poveri: una richiesta,

rivolta anche a noi, non di sognare il futuro, ma di cambiare il presente. Un’altra esposizione degna di nota è quella del quinto piano: oltre a poter ammirare Milano nel suo massimo splendore odierno, appesa al soffitto troviamo una fantastica struttura al neon di Lucio Fontana, famoso per i suoi “tagli nelle tele”, alcuni dei quali sono rappresentati nell’apposita sala;

lo scopo di questi tagli era quello di abolire le barriere tra pittura e scultura, fondere l’arte in un solo grande concetto, detto appunto Concetto Spaziale; la struttura appesa al soffitto sembra quasi sospesa al di fuori dello spazio-tempo: un’opera ferma per sempre nella sua impostazione astratta e irraggiungibile, come lo spazio, come il futuro. Infine si può apprezzare un’esposizione temporanea, nel corridoio del piano terra, di un video che rappresenta l’essenza del ‘900: le condizioni degli operai, la fatica, il lavoro; il video sembra volerci catapultare nella loro realtà e mostrarci chi e in quale modo ci ha portati al nostro presente; la sofferenza che noi non conosciamo, la fatica che, grazie a loro, non proveremo mai. Il museo del ‘900 riflette perfettamente la vita del secolo scorso, facendoci allontanare, anche se solo per un attimo, dall’oggi, e trasportandoci in un passato che pensiamo di conoscere, ma che forse non conosciamo veramente: può sembrare utopia ciò che si è potuto fare in un secolo di lavoro e fatiche, proteste e guerre. Eppure, ce l’hanno fatta. E noi? Cosa siamo destinati a fare noi? Solo il futuro potrà dircelo, ma una cosa è certa: non possiamo affermare di conoscere veramente il presente, senza prima conoscere il passato. Non possiamo veramente capire la mentalità dei suoi protagonisti se prima non capiamo le loro emozioni, la loro realtà, la loro arte.

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cultura

il mestiere più antico del mondo

di Martina Locatelli

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igitando su Google ‘prostituzione femminile’ compaiono in prima pagina una sfilza di siti internet dal titolo “Lotta alla prostituzione”, “Ragazze doccia”, “Allarme prostitute”, “Prostituzione a Milano”, “Baby prostituzione”. Tutta attualità che è bene conoscere: ma perché non spingersi un po’ oltre, per tornare indietro nei secoli fino alle origini di questo fenomeno? E’ una pratica così antica, che è impossibile stabilire con precisione quando sia nata. Per questo motivo è interessante analizzare la prostituzione femminile delle due più grandi antiche civiltà europee, quella greca e quella romana. A Roma la presenza delle prostitute nella società e le relazioni amorose che intrattenevano specialmente con uomini giovani non erano fatti anomali ma venivano definite da Cicerone nella Pro Caelio “consuetudini degli antenati e usanze dei contemporanei”. Nel mondo greco e romano era una vera e propria attività che a certi livelli godeva di estimazione sociale. Le caratteristiche che accomunavano le numerose categorie di prostitute di territori limitrofi o distanti erano: la retribuzione del rapporto sessuale, la pluralità dei rapporti e l’assenza di coinvolgimento emotivo in essi. La prostituzione poi prevedeva cause, fini, ma soprattutto denominazioni differenti. In Grecia e nella Magna 18

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Grecia per l’influenza fenicia si svi- dalla miseria, si procuravano il denaro luppò prevalentemente la prostituzi- con il proprio corpo erano screditate one cosiddetta “sacra”. A Roma, oltre agli occhi della società e non potea questa, troviamo la vano assolutamente spoIl fenomeno di sarsi con un uomo libero. “profana” svolta dalle prostituzione Plauto giudica le meretere, dalle arpiste o femminile dalle musicanti. Poi vi etrici molto attrattive erano le prostitute di più interessante come personaggi comici. livello inferiore, le merdell’antichità Nelle commedie plautine etrici. Tra di loro c’erano queste fanciulle sono spè però la molte donne straniere esso oggetto di desiderio prostituzione dei protagonisti e alla prese come bottino di sacra. guerra e rese schiave. fine delle vicende vengoMentre le etere erano emancipate, di no riconosciute come di liberi natali o nobili origini e avevano contatti esclu- altrimenti vengono riscattate dai loro sivamente con uomini pubblici, le mer- ruffiani con del denaro, potendosi così etrici erano proprietà di un lenone, unire con gli amanti in un matrimonio un protettore, e a partire dall’impero accettabile. La figura del lenone nella di Caligola, furono registrate e tas- società era quella di un uomo intolsate sul denaro retribuito. Si trova- lerante al lavoro che viveva dei profvano facilmente presso i lupanari ma itti delle sue donne riscuotendo ogni erano presenti anche nei luoghi pub- volta la metà dei loro guadagni. blici molto frequentati come osterie, Il fenomeno di prostituzione femminile più interessante dell’antichità è però la prostituzione sacra, perché questa pratica è distante dal nostro mondo ed è qualcosa che difficilmente riusciamo ad immaginarci dal momento che era considerata un obbligo religioso. La “iero-porneia” presenta in sé due distinzioni. La prima forma di prostituzione sacra era quella templare, che era permanente, in quanto praticata da donne consacrate che vivevano in un santuario alloggi, forni etc.. Si riconoscevano dove tra gli altri compiti, quali la sordalle toghe maschili che dovevano veglianza, la cura del tempio e altre indossare sopra gli abiti. Queste pov- mansioni ad esso collegate, vi era aperette che di madre in figlia, spinte punto la vendita del proprio corpo,


ritenuta del tutto consueta. Probabilmente per questo motivo le fonti che ci documentano la prostituzione templare sono scarse. Possediamo notizie riguardanti singole situazioni e manifestazioni di questo fenomeno, sicuramente presente presso il santuario etrusco-fenicio di Pyrgi, porto sulla costa laziale, e quello di Erice in Sicilia. Sembra infatti che i Fenici entrando in contatto con le coste italiane del Mediterraneo e fondando colonie in Sicilia abbiano portato con sé la venerazione e la devozione per la loro dea della fertilità, della fecondità e della guerra Astarte, corrispondente alla greca Afrodite. Il suo culto includeva la prostituzione delle templari che ne erano al servizio. Furono costruiti così in queste zone della penisola dei santuari in onore della Grande Madre fenicia e si diffuse conseguentemente anche qui il rituale della prostituzione sacra. Famose erano allora le “scorta pyrgensia”, come il poeta Lucilio chiamava le meretrici di Pyrgi. Ad Erice Astarte fu identificata con la Venere Ericina e le sacerdotesse del tempio erano serve di questo luogo sacro, ogni loro bene era proprietà del santuario. Si svincolavano da questo legame comprando la propria libertà e diventando liberte. Secondo le testimonianze di Diodoro Siculo, grande storico del I secolo, in questo santuario si recavano spesso consoli, pretori e notabili romani, che, quando venivano in Sicilia, non mancavano di onorare il tempio di Erice, intrattenendosi con donne in grande allegria perché in questo modo, scriveva Diodoro, rendevano gradita alla dea la propria presenza. Se da una parte non possiamo stabilire con certezza quale fosse la reale condizione di queste donne, cioè se fossero devote al tempio oppure prostitute comuni, che qui esercitavano il loro mestiere, dall’altra si riconosce il legame con il culto divino che caratterizzava queste unioni. Lo stesso vincolo profondo che gli antichi avevano con il “mondo sacro” era causa della prostituzione di giovani donne libere in Fenicia, Etruria ed Asia Minore. Queste fanciulle prima di sposarsi erano obbligate a perdere la propria verginità con uno straniero in un tempio di Afrodite, poiché secondo il pensiero magico del tempo questo atto era considerato pericoloso e comportava rischio di contaminazione

per il marito. Si parla in questi casi di prostituzione sacra circoscritta a singoli momenti e occasioni, quali appunto quella prenuziale, che era un rito di passaggio dalla pubertà all’età adulta, quella festiva, e infine quella di adempimento di un voto. In particolari periodi dell’anno presso i santuari si svolgevano feste notturne, origine di incontri sessuali, ma anche di stupri, e il tempio spesso traeva profitti da questo genere di celebrazioni festive. La terza unione sacra tra quelle menzionate era compiuta per la necessità di sciogliere l’obbligazione contratta verso la divinità in mancanza di denaro. Infatti i voti che prevedevano d’offrire sacrifici e somme di denaro al tempio avevano un tempo limite di adempimento.

Il denaro ottenuto da ogni prestazione sacra apparteneva al santuario, luogo cardine di tutto il meccanismo in questione. I santuari erano sedi di grandi ricchezze e si costruivano appositamente nei luoghi di maggiore traffico. Edifici dalle forme più svariate, che si scagliavano imponenti e maestosi sulle dolci alture greche, immersi nel silenzio della natura mediterranea. Un’entità misteriosa ne è signora e lì rivolge il suo sguardo, attendendo sacrifici. Il suo nome richiama l’atto d’amore (in greco Αφροδίσια ζείν) e come dea delle unioni sessuali è pertanto coinvolta in tutta la sfera della sessualità, anche per il fenomeno della prostituzione, sia sacra che profana.

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cultura cantaMI LA NOstra città, o Musa... di Martina Brandi Un giorno amavi la città/perchè fu la tua giovinezza. Ma che ti/scalda/ora in un tuffo al cuore se svolti l’angolo/ con ali di bitume ai calcagni?/Non quel volto selvaggio e patetico che conobbero gli/amici,/ma la brace discreta che ti consuma/con il tempo, non-eterna salamandra./Qui sto più a mio agio che dentro un vecchio/abito, è il mio corpo che sente usure/morsi, s’intorpidisce con il sonno, si stira la mattina/in un grigio fumoso delicato come una perla./In una parola: è la città dove invecchio, dove imparo/ogni giorno a tendere al centro. (“Perchè amo questa città” di Giuliano Gramigna)

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er uesto numero è andata così; ho scelto di raccontarvi due luoghi a mia avviso straordinari non tanto per il loro valoro artistico bensì per l’atmosfera che li caratterizza e nella quale non si può fare a meno di immergersi con grande piacere. Corso Como 10 - Corso Como: pagante, un po’ “zarro”, pieno di gente “ me la tiro perché c’ho il cash”. Bene, consapevoli di ciò, recatevi pure con animo sereno e nobile sorriso verso il cuore pulsante del corso, al numero 10. Non potete sbagliarvi: l’ingresso che vi interessa è sovrastato da un gigantesco mosaico che annuncia “CORSO COMO 10” e su ogni lato è circondato da piante rampicanti che gli conferiscono un aspetto incantato. Oltrepassato il portone, vi ritroverete in un affascinantissimo cortiletto interno: ovunque piante, alberelli, cespugli in mezzo ai quali, al calar della sera, vedrete brillare caldi lumini variamente dislocati fra gli eleganti tavolini in ferro battuto lì pronti ad ospitarvi per un delizioso aperitivo. Corso Como 10, infatti, è un locale...

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ma non è solo un locale. Naturalmente, dove vi trovate. Qualsiasi cosa ne pense vi fermerete a ristorarvi, non aspet- siate, la loro vista da quest’angolo di tatevi di degustare il solito cocktail al città è uno spettacolo davvero mozzafiprezzo proletario di 7 euro: vi spenner- ato. Li vedete troneggiare alti davanti a anno, come è facile immaginare, ma in voi, poiché spuntano come giganti fra i cambio sarete immersi nell’eleganza tetti delle basse case che vi circondano, più pura e senza dubbio vi sentirete un mentre i colori del cielo al tramonto, po’ signori. Mentre vi starete godendo variamente riflessi sulle pareti a specquesta vertigine, insieme al raffinatis- chio, producono giochi di luce e guizzi simo cocktail che avrete in ogni momenVi spenneranno, cangianti ordinato, spiatevi atto. Un posto ideale per come è facile torno con aria disinvolta una chiacchierata con un immaginare, e curiosate fra gli ecamico o per una lettura centricissimi tipi umani pacifica, o semplicema in cambio che vi circondano, ricmente per lasciar corsarete chi dalla punta dei piedi rere i pensieri insieme immersi alla punta dei capelli, ai colori sui vetri fino al nell’eleganza anch’essi compresi fra le loro lento sbiadirsi e conpiù pura. attrattive del locale. Se fondersi. Un po’ a malinpoi sceglierete di stare cuore tornate di sotto, all’interno, la vostra attenzione sarà al primo piano che prima avevate atcarpita prevalentemente dal modernis- traversato di corsa, e soffermatevi alla simo design dell’arredamento e dal gio- mostra, mai la stessa, che di solito occo di specchi, bagliori e luci soffuse. Es- cupa la vasta sala che si affaccia sul perienza finita? Nossignore. Se arrivate corridoio. Fotografia, pittura, ogni volta all’ora del tramonto, e ve lo consiglio varia, ma ciò che rimane costante è il vivamente, fiondatevi in terrazza! Non tratto di originalità, e a volte eccentricmi è tutt’ora chiaro se la terrazza fac- ità, che sempre le caratterizza. Per non cia parte del locale, poiché la sera chi- parlare poi dello “shop”, se così può esude e in generale non è mai affollata di sere chiamato, della mostra. Questo, gente, ma questo è un bene. L’accesso invece, permanente, raccoglie i cataè leggermente nascosto e se non ve lo loghi della mostra presente e di tutte indicassi non vi verrebbe in mente di quelle passate ed espone in vendita ogprendere le scale appena sulla sinistra getti e pezzi d’arredamento bizzarri, rispetto all’ingresso del locale. Seguen- ma così bizzarri, che se foste milionari do questo percorso, tuttavia, vi trover- non avreste un attimo d’esitazione a ete in una grande terrazza, assai tran- comprarli. quilla, arredata con eccentriche sedie e poltroncine che ben si combinano con Naviglio Grande - Ancora sopravvivono, la natura del luogo. Di fronte a voi, an- a sud di Milano, due dei numerosi Navigli tiche case a ringhiera sbarrano la visu- che anni addietro percorrevano in lungo ale sul corso, così da isolarvi in un clima e in largo la nostra città, utilissimi per di pace. Ma non dimenticate, siete a lo spostamento e il trasporto di merci. due passi da Garibaldi, a due passi dagli Oggi, purtroppo, la maggior parte di altissimi grattacieli di vetro che vedrete questi corsi d’acqua è stata coperta, ma stagliarsi a davvero poca distanza da la toponomastica ancora ci suggerisce i


luoghi in cui un tempo un corso d’acqua sostituiva cemento e asfalto. Dico purtroppo perché penso che il fascino di una città sia grandemente accresciuto dalla presenza di più o meno vaste distese d’acqua (Venezia, Genova, Roma, Firenze...). Se anticamente, infatti, le città sorgevano per motivi strategici presso il mare o il corso dei fiumi, oggi, che le necessità di un tempo sono ampiamente soddisfate da altri mezzi, l’acqua mantiene ancora su di sé una grande attrattiva, tanto è vero che intorno ad essa si sviluppano i cuori della “movida” cittadina. Questo è senz’altro dovuto alla bellezza degli scenari che sempre, e sempre diversi, accompagnano la presenza di un corso d’acqua: i giochi di luci e riflessi, il rincorrersi placido e ipnotico delle onde, i mille colori che variano ad ogni minimo cambiamento di luce. E dunque, attratta anch’io da questi luoghi, appena posso mi rifugio sul Naviglio Grande, dove un’atmosfera particolare mi accoglie sempre e immancabilmente e avviluppa, almeno per il tempo che si rimane sotto il suo magico influsso, tutte le preoccupazioni. Il Naviglio Grande è bello a qualsiasi ora e in qualsiasi stagione: in estate, quando prima dell’alba si possono osservare le anatre destarsi intorpidite dal sonno per poi frangere delicatamente la superficie argentata dell’acqua ancora immobile; in autunno, quando l’aria ingiallita ma ancora tiepida del pomeriggio permette

di sedersi lungo rive, con i piedi penzoloni, e leggere ininterrottamente per delle ore, fino a quando ci si accorge che è calata la sera in inverno, quando l’aria gelida è riscaldata dalle luci dorate che filtrano attraverso le finestre delle case dell’alzaia e le vetrine dei negozi. Il Naviglio Grande, in effetti, è circondato da mille locali dai target più diversi, che in ogni stagione colonizzano le rive pedonali con i loro tavolini ed ombrelloni, creando delle location perfette per un aperitivo. E poi piccole botteghe e negozietti tra i più curiosi e vari si alternano tra un portone e l’altro: boutique di abiti vintage (costosissimi, naturalmente, e un po’ hipster!), più di una vetrina di antiquariato, negozi di libri vecchi, ben due negozi di dischi in vinile (il Discomane, sulla sponda destra, è senza dubbio il più fornito), una famosa nonché ottima ghireria, atelier espositivi e non poco stravaganti, un libraccio che vende TUTTO a 2 euro. Potete dunque decidere di saltellare di negozio in negozio, da una sponda all’altra del fiume attraverso i numerosi ponticelli, facendo attenzione, di tanto in tanto, a buttare un occhio in uno dei portoncini delle abitazioni private: solitamente vi affaccerete su un cortiletto circondato da vecchie e basse case di ringhiera, e avrete così l’impressione di aver fatto un salto indietro nel tempo, nella Milano in cui le porte di casa si tenevano aperte e il via vai di vicini era

continuo. Decidendo di percorre il Naviglio in bici, si può arrivare anche più lontano: arrivati fino alla fine del tratto pedonale, sulla sponda destra, la strada prosegue dritta verso la circonvallazione esterna. Mentre la riva sinistra è decisamente trafficata, quella destra è attraversata solo da qualche macchina e cosicché è possibile di procedere tranquillamente. Viaggiando in inverno, al calar del sole, vi troverete a seguire un Naviglio che sembra proseguire dritto sino all’orizzonte, dove nel cielo rossoviola si stagliano le sagome degli ultimi grattacieli, avvolti da una leggera foschia. Se avrete fortuna potrete correre insieme ai veloci canottieri che si allenano sull’acqua, slittando via veloci. Superata la circonvallazione, che attraversa il Naviglio come una sopraelevata, raggiungerete in poco tempo la chiesetta di San Cristoforo, molto particolare all’interno poiché il complesso nasce dall’unione di due diverse chiese, molto suggestiva all’esterno, dove le sue forme rosse di cotto si stagliano contro il blu del cielo. Ripercorrendo il tragitto sulla via di casa, una tappa obbligatoria è la gelateria - creperia situata proprio in cima al Naviglio, dove potrete gustare delizie per il palato in ogni stagione, in un piccolo locale elegante e accogliente in compagnia. Se siete fortunati chiedete di Johnny e dite che vi mando io!

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INGLORIOUS REVIEWERS

I cavalieri che fecero l’impresa

di Bianca Carnesale

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rendendo spunto dalla intervista all’aiuto regista di Pupi Avati, Roberto Farina (ex carducciano), che leggerete nel prossimo numero, vi propongo la recensione di un film di Pupi Avati, I cavalieri che fecero l’impresa (2001). La prima scena del film è ambientata nel 1272 con la rievocazione dell’impresa –il recupero della Sacra Sindone- di cinque giovani molto diversi tra loro per temperamento ed esperienze. Giovanni da Cantalupo (Carlo delle Piane) narra sulla tomba del re Luigi IX di Francia, morto durante il ritorno della fallimentare settima crociata, la storia, raccontata attraverso un flash-back. L’idea generatrice del film è quella di contrapporre alle tante ricerche del Sacro Graal di impronta anglosassone la ricerca della Sacra Sindone. Per i cavalieri si tratta di un processo di formazione, tipico dell’epica medievale, in cui “cavalieri non si nasce, ma si diventa”. Così Simon di Clarendon, incaricato dal padre di consegnare una lettera contenente il segreto della Sacra Sindone, che durante il viaggio mostra tutta la sua giovinezza e innocenza (tanto da morire per poi miracolosamente resuscitare), Giacomo di Altogiovanni (Raul Bova), fabbro di animo buono, ma posseduto dal Maligno, allontanato dapprima, poi esorcizzato, infine proclamato cavaliere dai suoi quattro compagni, Ranieri di Panico, audace, ma dedito a prepotenze e angherie, Vanni delle Rondini, cavaliere esperto, che ottiene una spada invincibile dal fabbro e lo fa suo scudiero, Jean de Cent Acres, colui che “cuoce il pane del re”, ragazzo dal cuore semplice e deciso, destinato a trovare la sacra reliquia, si ritrovano insieme ad affrontare la difficile impresa. In uno scenario cupo e funereo- l’inizio nella Cattedrale di St.Denis, alle porte di Parigi, con le tombe dei reali di Fran22

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cia, il ritorno dalla crociata segnato dal senso di fallimento e dalla morte del re Luigi, mostrata nel rituale medievale che enfatizza la fragilità umana- i cinque diverranno cavalieri pronti a compiere la Sacra missione: recuperare la Sacra Sindone, nascosta a Tebe dal traditore Amaury De La Roche. Percorrendo i paesaggi di un’Italia inedita, ricostruendo consuetudini e riti con fedeltà storica, attraverso esorcismi, segni

premonitori, tradimenti e profezie, i cinque riescono a recuperare la Sindone, ma nel tentativo di riportarla in Francia, vengono sconfitti dall’esercito di un traditore: i cinque cavalieri muoiono combattendo, dopo essersi giurati fedeltà eterna, consapevoli di appartenere a un disegno più grande di loro, tanto che le loro voci riecheggiano nella scena finale che ci riporta sulla tomba del re. A differenza di altri film storici

sull’epoca, I cavalieri si caratterizza per la fedeltà storica delle ricostruzioni che non banalizzano il Medioevo, come spesso accade in film che intendono solo fare incasso. Un precedente di Medioevo realistico, sia pure di tutt’altro segno e finalizzato al comico, si era avuto nella cinematografia italiana col capolavoro di Monicelli, L’armata Brancaleone, dove la sgangherata banda di “ultimi” e diseredati trova nella coesione e nella vicinanza la forza di compiere eroiche imprese. Nei Cavalieri che fecero l’impresa la fisicità medievale è rappresentata con violenza che può sembrare eccessiva –il corpo del fabbro messo nel forno, il corpo del re bollito per ricavarne le ossa come reliquie, mentre poco più in là Giovanni e Jean mangiano una zuppa, il cane che sbrana le budella uscenti dal soldato ancora vivo- ma rende l’immagine di un mondo diviso tra spirito e carne. Restano indimenticabili i paesaggi, la faticosa quotidianità dell’uomo medievale la cui vita è troppo spesso solo pena e sofferenza. Le vicende stesse di questi cavalieri – ben lontani dagli idealizzati cavalieri senza macchia e senza paura - che diventano tali malgrado le loro origini, fino a morire per una causa superiore, sono l’elemento chiave del film: il loro pellegrinaggio è un percorso di maturazione interiore. La realizzazione mostra un grande impiego di mezzi cinematografici, tanto che nell’ultima scena di combattimento sono utilizzate quattro macchine da presa per cinque giorni di lavorazione. Per il cattolico Avati il progetto divino coinvolge tutti, non solo i cinque cavalieri; ma anche chi non vive la fede non può non sentire il valore solidale dell’amicizia che si costruisce nelle difficoltà e quindi della condivisione di progetti che danno un senso al quotidiano faticare.


la notte del giudizio james de monaco (2013)

di Andrea Sarassi

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tati Uniti, 2022. La situazione socio-economica è ottimale, i tassi di criminalità e povertà sono ai minimi storici e la disoccupazione sta scomparendo. Tuttavia, c’è un prezzo da pagare per questa pace sociale: una notte all’anno la legalità cessa di esistere ed è lasciato libero sfogo ad ogni tipo di violenza. Non esiste alcuna forma di controllo o soccorso in questa “Notte del Giudizio”, per dodici ore vige la pura anarchia. E’ la storia della famiglia di James Sandin, venditore di sistemi di sicurezza, e della sua famiglia i quali da questa notte di follie saranno segnati per sempre. Tuttavia, questo articolo non è mirato a raccontare un film, bensì a descrivere un tema, un’idea... Dunque, non vi anticipo niente e vi lascio l’onere e il piacere di guardare il film per vostro conto. Mi interessa approfondire con voi una tematica: il rapporto tra società e socievolezza. Infatti, una delle principali vicissitudini di un cittadino è rapportarsi alle istituzioni

del proprio tempo nella maniera più corretta e personale possibile. Tuttavia che prezzo può assumere questo tentativo di inserimento? Quanto influenza il benessere comune quello personale di ogni uomo? E viceversa? Indubbiamente uno Stato moderno deve basarsi su rigidi principi legali per indirizzare la collettività a tenere un comportamento corretto, necessario e indispensabile alla vita in società. La legalità, quindi, viene investita anche di un carattere morale ed è su questo punto che James De Monaco ha sviluppato il suo film. Il regista ha ipotizzato il conseguimento di uno Stato utopico, perfettamente organizzato e praticamente privo di problemi sociali. Questa sistema, tuttavia, mostra una falla, una valvola di sfogo che rende consapevoli su quanto, in realtà, questo Stato sia perverso e distopico: la Notte del Giudizio. Nell’arco di queste dodici ore gli uomini sono lasciati liberi di giudicarsi vicendevolmente e non c’è controllo né limitazione da parte dello Stato, che, anzi, pubblicizza e invita a

partecipare attivamente. Infatti, tale manifestazione non solo è vista positivamente e ha il beneplacito dello Stato, ma gli viene desunta anche una motivazione ideologica-spirituale. L’uomo, in quanto animale, non potrà mai essere completamente ubbidiente alla ragione, motivo per cui è autorizzato e spronato a sfogarsi e a “purificarsi”. Solamente in questo modo la pace sociale può essere mantenuta viva per tutto il resto dell’anno, tutti gli anni. De Monaco, decidendo di raccontare le terrificanti avventure della famiglia Sandin, ci trasmette un messaggio decisamente negativo su questo sistema. Il punto di vista del film è quello degli innocenti, coloro che non riescono a sfogare se stessi a danno dei propri simili e ad accettare che questo sia il metodo giusto. Coloro che rifiutano uno Stato, che non è più la rappresentazione della volontà comune di vivere in società, ma che invece è diventato uno strumento altolocato di vessazione e maltrattamento sul popolo. Voi, invece, che ne pensate?

visti per voi dai redattori: Alla ricerca di Jane (J. Hess, USA, 2013): adatto alle Orgoglio e Pregiudizio dipendenti. Fuga di cervelli (P. Ruffini, Italia, 2013): un ottimo lavoro sulla comicità del quotidiano. La Mafia uccide solo d’estate (P. Diliberto, Italia, 2013): per sorridere lottando contro la mafia. Novembre - Dicembre 2013 | L'Oblo' sul Cortile

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INGLORIOUS REVIEWERS

la vita di adele di Federica Del Percio, Julia Cavana, Sara Sorbo

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dele dorme con la bocca schiusa, il respiro è affannoso come quello di una bambina, la gamba stretta al petto e la guancia sul cuscino. Adele passa insistentemente le mani tra i capelli tormentati, le cola il naso quando piange e il suo sguardo sfiora tutto senza posarcisi. Adele mangia tutto, sempre, ghiottamente. Non solo gli spaghetti al sugo di suo padre e le barrette nascoste sotto al materasso, si nutre con la stessa foga di tutta la sua vita: divora insaziabile i suoi incontri, le sue emozioni, le sue esperienze. Quando per la prima volta vede Emma, sente che con Thomas non può funzionare, l’attrazione per quella ragazza è inevitabile e viscerale. E’ appena adolescente ma il bisogno dell’altra, così intenso e affamato, vince paura e incertezza; presto l’amore esplosivo e accecante di una ragazza che si scopre e scopre, che è fisica in tutto ciò che sperimenta e sente, e quello esperto e materno di una donna matura si trasformano in qualcosa di animalesco, esclusivo e carnale. Il film non è nient’altro che questo rapporto: vivo, presente, reale, che brucia e illumina a lungo e intensamente tutto ciò che tocca. Il regista Abdellatif Kechiche si insinua nella loro relazione, ne scopre i lati più nascosti, che le parole non riescono a raccontare e anche gli occhi più attenti fanno fatica a vedere. Vuole che la finzione impersonifichi la realtà, pretende che tutto si spinga oltre, dove talvolta è scomodo guard24

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are, che le attrici si infilino nei loro personaggi aderendovi talmente alla perfezione da diventare i personaggi stessi; ed è straordinario alla fine come ottiene che tutto questo avvenga. Sublime è l’abilità con la quale Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux (rispettivamente Adele e Emma nel film) si muovono nelle loro vite finte non imitando, non impersonando, non facendo finta, ma essendo fino all’ultima lacrima e all’ultima smorfia. Improvvisamente, nel corso della storia, ci accorgiamo di quanto però le anime siano distanti rispetto ai corpi. Il rosso appassionato e viscerale di Adele e il blu astratto e controllato di Emma non trovano più un punto d’incontro, mentre l’una ricerca la carne l’altra lo spirito, mentre l’una è terra l’altra è cielo. Il momento nel quale il loro equilibrio giunge ad una rottura coincide nel film con una discussione accesa, scontro inevitabile di due caratteri che non si comprendono. In nessun’altra parte emerge la loro incompatibilità come in questa scena, curata nei minimi dettagli: Adele piange, cerca di ristabilire un contatto fisico con Emma, che reagisce fredda e arrabbiata, e la respinge. Ancora una volta pancia contro mente. La maggior parte delle critiche giudica le scelte registiche: le inquadrature nude e crude, ravvicinate e spesso invadenti sui gesti e sugli sguardi dei personaggi, la colonna sonora assente, che lascia spazio ai rumori della vita: respiri, tintinnii, fruscii, passi, battiti… e forse, so-

prattutto, il modo esplicito e impudico con cui il regista decide di mostrarci il rapporto sessuale tra le due donne. Ma la nostra opinione è che le due donne sono per la maggior parte soltanto questo: due amanti che scavano l’una nel corpo dell’altra, che si respirano, che si necessitano (almeno all’inizio) fisicamente più che spiritualmente, in un desiderio dell’altra quasi primitivo. E le scelte di Abdellatif richiamano questa fisicità, evidente in Adele più che in Emma: una musica estranea, una ripresa più superficiale o disattenta avrebbero frapposto un velo tra noi e loro. Benché tre ore ci siano risultate un tempo eccessivo e dispersivo per una storia così elementare, e il regista abbia voluto spingerla fino ad un punto in cui le scene si susseguivano ripetitive e superflue, uscendo dalla sala abbiamo avvertito inaspettatamente gratitudine. Ci siamo sentite grate a un film che non ha nessun’ altra pretesa se non quella di trasmetterci l’amore autentico; perché il film di Kechiche non ci racconta l’omosessualità, non denuncia l’omofobia, non ci spiega cosa è giusto o sbagliato, accettato o condannato, ma ci comunica l’amore come sentimento, come attrazione, come bisogno, l’amore come qualcosa che lega due persone. Adele e Emma si trovano, si vogliono, si amano e poi soffrono e si separano; e per una volta questo è sufficiente, la storia è semplice. Per una volta niente cattivi, cospiratori, eroi o giustizieri.


sole a catinelle Catching Fire di Alice de Kormotzij

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el suo terzo film Zalone è un rappresentante di aspirapolveri, lasciato dalla moglie perché sommerso da debiti. Egli promette al figlio Niccolò una vacanza straordinaria se otterrà una bella pagella. Costretto a mantenere la promessa, Zalone porta Niccolò in un paesino del Molise, in compagnia della zia avarissima. Qui Checco aiuta Lorenzo, un bambino problematico. La madre di Lorenzo, ultraricca, li invita a trascorrere la villeggiatura con loro. Checco e Niccolò sono catapultati in un mondo di ricchi borghesi nel quale Zalone si comporta da pasticcione. La comicità di Checco si basa sulla rottura di regole convenzionali in situazioni tipiche. Le battute sono esilaranti e hanno il grande pregio di divertire tutti. E’ proprio da questo che deriva l’enorme successo di Zalone. Si osserva qui il tentativo di un salto di qualità: l’ambientazione è più complessa rispetto alle precedenti, ma i personaggi appaiono superficiali e si dissolvono dopo poco tempo. Zalone è sempre divertentissimo e alcune battute risultano irresistibili, ma la struttura narrativa è debole e prevedibile e ogni filo narrativo ha una risoluzione troppo immediata. “Sole a Catinelle” rispecchia la comicità moderna. L’ignoranza è esasperata e sdoganata. Non si tratta di qualcosa di cui vergognarsi, ma qualcosa che viene apprezzato, che fa ridere. Ciò contrasta con la comicità degli anni precedenti (quella di Totò, di Sordi), dove la comicità nasceva dalla farsa, dalla tragedia. Si nota però una comicità garbata, che non equivale a quella dei cine panettoni. Zalone non basa la sua comicità solamente sull’indecenza. Il suo modo di far ridere è garbato, spesso geniale e, soprattutto, riesce ad alleggerire numerosi temi affrontati in modo a volte troppo pesante. “Sole a Catinelle” è un inno alla positività, che però non risponde alle aspettative e ha qualcosa in meno dei due film precedenti. E’ però l’ideale per guardare la crisi che ci tormenta con occhio più ottimista. Andate dunque a vederlo, in compagnia, per alleggerire la mente con un po’ di sano divertimento, che ci ricorda che la realtà, pur problematica, non è così pessima se affrontata con il sorriso.

di Francesca Petrella

E

possa la fortuna sempre essere a vostro favore! E’ la frase più significativa di Hunger Games, film che ha affascinato milioni di ragazzi, la stessa che colpisce di nuovo in “Hunger Games-Catching Fire”. Tratto dal secondo volume della trilogia di Suzanne Collins, la protagonista, Katniss Everdeen, interpretata da Jennifer Lawrence, viene affiancata da Peeta Mellark, impersonato da Josh Hutcherson. Il film inizia con il Tour della Vittoria, l’attraversamento in trionfo di tutti i Distretti: i ragazzi si addentrano in focolai di ribellione, pronti a diventare rivoluzione. Simbolo di tale evento sembra proprio essere la nostra Katniss, rappresentata dalla Ghiandaia Imitatrice. Anche il presidente Snow, interpretato da Donald Sutherland, se ne rende conto e minaccia la ragazza. Snow ha un’idea per eliminare Katniss: è tradizione che ogni 25 anni ci sia l’Edizione della Memoria, in cui i partecipanti degli Hunger Games saranno i vecchi vincitori dei giochiDa qui il film diventa una lotta per la sopravvivenza: si stringono alleanze e si decretano le condanne a morte. Ma che valore hanno questi Giochi, che giochi non sono? Questa pellicola vuole insegnarci qualcosa di più che vivere una storia emozionante: è una storia di coraggio e di lotta per la libertà. I Distretti ormai sono pronti a tutto e vogliono riconquistare la libertà di cui sono stati per troppo tempo privati, ribellandosi contro Capitol City. In questo mondo post apocalittico sembra riecheggiare un altro mondo, il nostro. Una scena evidente è quella in cui Katniss e Peeta sono a casa di Snow: un invitato propone al ragazzo di bere un liquido che gli permette di rigettare, solo in questo modo potrà assaggiare tutte le prelibatezze del banchetto. Questa abbondanza è antitetica rispetto alla povertà del Distretto 12, nel quale le persone riescono appena a sopravvivere. La stessa polarizzazione della ricchezza avviene nella realtà, dove esistono stati troppo agiati e altri troppo sottosviluppati. È in un’ambientazione futuristica questa storia, ma di futuristico ha ben poco: ricchezza e povertà sono senza tempo. Ma queste sono allusioni casuali o ben volute dall’autrice?

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musica audio philes

“ Because you’re lonely in your nightmare let me in Because there’s heat beneath your winter let me in ” (Duran Duran, Lonely in Your Nightmare) Duran Duran Rio (EMI, 1982)

David Bowie Heroes (RCA, 1977)

di Edo Mazzi

di Andrea Sarassi

I

Duran Duran, gruppo britannico fondato nel 1978, sono stati un vero e proprio emblema della musica degli anni ’80. Rio è certamente il loro album di maggior successo, che li ha condotti a raggiungere la fama mondiale. Un disco molto singolare caratterizzato da melodie in grande stile Pop, in cui i classici strumenti sono affiancati da un grandioso sound creato da Nick Rhodes al sintetizzatore. Il lato A inizia con la title track “Rio”, che con il suo ritmo veloce e allegro, in cui sono inconfondibili i riff del basso di John Taylor, definisce subito il tema della festa, che caratterizza l’intero disco: «Her name is Rio and she dances on the sand». Segue “My Own Way”, che riprende molto il ritmo del brano che la precede, e anch’essa, quindi, ricca degli inconfondibili suoni realizzati con il synthesizer. “Lonely in Your Nightmare” si differenzia dalle prime due canzoni; notiamo, infatti, un’affievolirsi dei rimbombanti suoni da synth, rendendo così l’atmosfera del brano più piacevole da ascoltare, nonostante il tema cupo. Dal ritmo e dalla melodia molto singolari e anche un po’ familiari, forse perché ripresi di recente in qualche altra canzone, è “Hungry Like the Wolf”, in cui ancora una volta si distinguono facilmente le melodie del sintetizzatore, che, come potete ben capire, all’epoca era uno strumento davvero innovativo, e per questo anche molto usato. Chiude la prima parte dell’album “Hold Back the Rain”. “New Religion” apre le danze del lato B con l’avanzare del suo ritmo aggressivo (post-Punk), seguita da “Last Chance on the Stairway”. Assolutamente splendida e unica è “Save a Prayer”, una delle canzoni in assoluto più celebri dei Duran Duran, che, distaccandosi dal ritmo delle precedenti, ne assume uno più lento e armonioso, in cui si può apprezzare la splendida voce di Simon Le Bon, accompagnata da una soave melodia che ricorda quella di un flauto.« Don’t say a prayer for me now, save it till the morning after/No don’t say a prayer for me now, save it till the morning after». L’album si conclude con “The Chauffeur”, canzone caratterizzata da un ritmo originale, con un susseguirsi di arpeggi del synthesizer accompagnati dal basso. Un album, quindi, molto particolare e suggestivo e in grado di rappresentare la tipica atmosfera degli anni ’80, di cui è stato protagonista, densa di divertimento e spensieratezza. 26

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Q

uesto disco fu realizzato da David Bowie nel 1977 presso gli Hansa Studio, in quella che ai tempi era ancora Berlino Ovest. “Heroes” riflette la disperazione e l’oppressione degli anni della Guerra Fredda. La realizzazione di questo disco fu molto sentita e partecipata dall’artista, soprattutto la località dello studio di registrazione, che Bowie ci dice essere: «A circa 500 metri dal muro. Le guardie rosse ci osservavano con un binocolo potente attraverso la finestra della nostra sala di controllo». L’inizio del disco è pura energia, e sono le note dell’assolo iniziale di chitarra elettrica di “Beauty and The Beast” a immergerci nell’atmosfera: «There’s Slaughter in the Air/ protest on the Wind/ someone else inside me/ someone could get skinned – how?». Con queste poche parole Bowie musica il malessere interiore che l’apparente pace armata di quegli anni gli suscitava. Quest’inquietudine morale diviene simbolo ultraterreno di amore incondizionato nella title track “Heroes”, dove viene raccontata la storia di due giovani innamorati al limitare del muro. Sono i seguenti pochi versi ad aver fatto passare alla storia questa canzone, e a innalzare l’amore a strumento di pace universale: «I remember/ standing by the wall/ the guns above our heads/ and we kissed as though nothing could fall/ and the shame was on the other side/ oh we can beat them for ever and ever/ then we can be Heroes just for one day[...]» Subito dopo segue l’emblematica traccia “Songs of The Silent Age”, che descrive l’atmosfera di oppressione e terrore, tipica di tutta la Guerra Fredda: «The sons of the Silent Age/ pacing their rooms like a cell’s dimensions […] don’t walk just glide in and out of life/ they never die just go to sleep one day». Il disco procede con quattro brani interamente strumentali dall’atmosfera inquietante e tetra; si conclude con “The secret life of Arabia”. A chi non l’avesse ancora fatto, consiglio vivamente l’ascolto di questo disco, capolavoro della musica contemporanea e testimonianza di un pezzo di storia così importante.


daft punk di Filippo Nicotra

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urante l’estate appena trascorsa, ogni volta che avete ascoltato la radio, vi saranno arrivate alle orecchie le note inconfondibili del jingle estivo che ha interessato, affascinato, o alla lunga magari annoiato adulti, ragazzi italiani e di tutto il mondo; sto parlando di “Get Lucky”, singolo del disco “Random Access Memories” del duo francese di musica elettronica conosciuto sotto il nome di Daft Punk. Ma chi sono veramente i Daft Punk e che innovazione hanno portato nella musica elettronica? Partiamo dalle origini. I Daft Punk nascono da una brillante idea di due ragazzi parigini, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, che, dopo essersi conosciuti al liceo nel 1987, nel 1993 danno vita a questa realtà musicale di grandissimo spessore. Il nome “Daft Punk” deriva da una recensione del primo lavoro in cui erano stati criticati aspramente e definiti «a bunch of daft punk», cioè «un gruppetto di stupidi ragazzini», e di conseguenza questo appellativo è diventato ironicamente lo pseudonimo dietro il quale i due si celano. Nel 1994 esce il loro primo lavoro, intitolato “The New Wave”. Come anticipa il titolo, questo disco rappresenta una svolta, un’innovazione, una “nuova onda” per tutta la musica: il disco è composto da quattro tracce da cui emerge la grande abilità dei giovani Guy-Manuel e Thomas nell’utilizzo del sintetizzatore; queste tracce hanno anche alcune sonorità che influenzeranno molto il genere della techno minimal. Nel 1996 viene pubblicato il loro primo singolo di successo, “Da Funk”, e successivamente “Alive”, le quali, assieme ad altre quattordici

tracce, vengono incluse in quello che possiamo definire l’album ufficiale di debutto “Homework”, del 1997; possiamo soffermarci su tre tracce in particolare,importanti per la loro peculiarità musicale, e in ordine sono: “Da Funk”, in cui sonorità funk e acid riescono a trovare una giusta armonia insieme; “Phoenix” che combina elementi di gospel e house; e, infine, “Around the world”, che può essere considerata un perfetto esempio delle sonorità dei Daft Punk. ”Around the world” rappresenta, quindi, il manifesto musicale dei Daft Punk, proprio per il suo coinvolgente ritmo, per la sua grandissima orecchiabilità e soprattutto perchè frutto di un prodigioso lavoro di riadattamento di sonorità disco-dance anni ‘80, in chiave elettronica. Da questo momento in poi, Thomas e Guy-Manuel appariranno in pubblico indossando solo maschere da robot, diventando delle inconfondibili icone proprio sotto queste sembianze. La spiegazione ce la fornisce ironicamente lo stesso Bangalter: «Ci fu un incidente nel nostro studio. Stavamo lavorando con il campionatore e questo, esattamente alle 9.09 del 9 settembre 1999, esplose. Quando riprendemmo conoscenza, ci accorgemmo che eravamo diventati dei robot». Nel 2001 arriva l’album che consacra definitivamente i Daft Punk nella scena mondiale, “Discovery”. Questo album è una riscoperta delle sonorità care all’infanzia dei due componenti, ed esso può essere inteso come un concept album - cioè ascoltato tutto di fila sembra come raccontare una storia. Nelle quattordici tracce di “Discovery” sono presenti numerosissimi campionamenti, e molti temi e sample della musica anni ‘70/80.

Le tracce più importanti sono “One more time”, “Areodynamic”, ”Harder Better Faster Stronger”, e “Stronger”, famosa per il campionamento del rapper Kanye West. Quattro anni dopo, nel 2005, arriva un altro album, “Human After All”, registrato nel tempo record di sei mesi,contenente nove tracce che, al contrario di Discovery, divide i pareri della critica, forse proprio per l’elevato tasso di sperimentazione. Da esso, comunque, emergono tracce come “Robot Rock” e “Technologic” che hanno avuto un grande successo commerciale. A seguito di un tour, e in particolare della registrazione dell’esibizione live, caratterizzata da mashWW-up delle più famose canzoni del gruppo, del 14 giugno 2007 nel palazzetto della musica di Bercy a Parigi, esce l’album dal vivo “Alive” nel 2007. Durante il 2010, il duo è stato chiamato dalla Disney per produrre la colonna sonora del film “Tron: Legacy”, uscito il 29 dicembre, in cui hanno fatto WWanche un piccolo cameo. Dopo una lunga pausa dalle scene musicali di circa sei anni, esce finalmente il 21 maggio 2013 l’ultimo album dei Daft Punk, “Random Access Memories”. Con quest’album, grazie al ritrovato suono electro-dance annie alle grandi collaborazioni, in particolare del rapper Pharrel e del chitarrista e produttore Nile Rodgers nelle canzoni Get Lucky e Lose Yoursel To Dance, i Daft Punk sono stati riportati in auge, ed è stata ampliata la fascia di ascolto ad un pubblico più variegato, trasformandoli definitivamente in icone di successo. Non sappiamo cosa ci si può aspettare dal futuro di questi Daft Punk, ma suggerisco, per chi non l’avesse ancora fatto, di farsi una propria idea ascoltando le loro tracce più significative. Fidatevi, ne vale la pena.

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musica

primo bilancio di una vita spericolata

di Matteo Lorenzi

A

l primo ascolto, l’ultimo singolo di Vasco – Cambia-menti – può apparire “scanzonato” e lontano dai contenuti che hanno contraddistinto larga parte della produzione del rocker, interpretazione suggerita senza dubbio anche dalla musica. Tuttavia, ritengo che in esso vi sia la sintesi e in qualche modo il primo bilancio di una Vita Spericolata, cioè di una vita vissuta intensamente, di petto. Pochi giorni prima del lancio in radio, Vasco scriveva su facebook, mezzo da lui prediletto per comunicare con il suo pubblico, “I cambia…menti sono sempre dovuti alla necessità”. Questa è la chiave interpretativa del brano. Mi scuso in anticipo per le espressioni gergali presenti nell’articolo, ma è una scelta stilistica che trovo appropriata per parlare di un artista che ha costruito la sua arte sul linguaggio semplice ed essenziale. La canzone suscita in me l’immagine di un uomo eroso dal più grande degli agenti esogeni, la vita. Una sorta di selezione naturale che la realtà nuda e cruda compie sull’essere umano, senza connotati positivi o negativi. Non certo volta al selezionamento del meg-

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lio di noi, solo un’azione necessaria inscritta dentro le regole della vita. Per sopravvivere bisogna scendere a compromessi con se stessi, tenuto conto che siamo talmente radicati nelle nostre convinzioni e profondamente aggrappati alle certezze conquistate giorno per giorno, che l’equilibrio sopra la follia tra “io” e “cambia-menti” diventa spesso una guerra. Perciò “cambiare macchina è molto facile / cambiare donna un po’ più difficile / cambiare vita è quasi impossibile”, perché vi sono parti di noi che non concediamo alla violenza della realtà, che conserviamo strette, buone o cattive che siano. Eppure può diventare necessario “cambiare tutte le abitudini / eliminare le meno utili / e cambiare direzione”. L’impressione, però, è che sia sempre un “cambiamento di Pirro”, niente di definitivo, specchio di una società in continuo mutamento che non permette a nessuno di sedersi. Impressione che viene confermata anche da una musica diversa rispetto allo stile vaschiano classico, un blues con suono americaneggiante, in cui emerge, dopo la prima strofa, un trombone che sembra accarezzarti e allo stesso tempo prenderti in giro, ma che, in fin dei

conti, vuol dirti: è così, ti sto dicendo cose serie, ma conviene prenderle con ironia. Parti di noi vengono facilmente spazzate via dalla forza erosiva della vita, come sabbia. In fondo, sotto la spinta della necessità, “cambiare marca di sigarette / o cercare perfino di smettere / non è poi così difficile”, certo, “è tenere a freno le passioni / non farci prendere dalle emozioni / e non indurci in tentazioni”. Qualcosa però si perde. Il verbo “decidere” – dal latino decido – significa letteralmente “tagliar via”, “recidere”. Dunque, l’atto della decisione prevede il “tagliar via” delle altre alternative. Allo stesso tempo, è come se, oltre a un tagliar via esterno, ve ne fosse anche uno interno, e quindi come se venisse tagliato via qualcosa anche dentro di noi. Ogni decisione presa recide parte dell’essere, parte del proprio destino, per avviarlo dentro confini più stretti. Ogni volta si perde qualcosa: forse per questo può essere così difficile. Letteralmente, deve valerne la pena. In “Io perderò” dall’album “Nessun Pericolo Per Te” uscito nel 1996, Vasco canta il valore della vita proprio in questi termini: “Lo so / io perderò.. / Questa partita qui / finirà così.. / che io mi pentirò / che io rimpiangerò / questi momenti qui… / Vale la pena!? / Sì” (suggerisco l’ascolto di questa canzone nella versione live 2010 contenuta nel London Instant Live). La canzone prosegue con il continuo differenziamento dei livelli di predisposizione al cambiamento: “cambiare logica è molto facile / cambiare idea già un po’ più difficile / cambiare fede è quasi impossibile”. In parte siamo anche roccia, o quantomeno così ci pare, ed erodere la roccia non è semplice. Di sicuro ci vuole più tempo. Infatti, continua: “cambiare tutte le ragioni / che ci hanno fatto fare gli errori / non sarebbe neanche naturale”. Esiste un elemento di continuità, quella pervicace dannazione che ci rende uomini. Come la storia insegna, nei periodi di crisi, a maggior ragione laddove si assiste a un distacco dalla vita politica, vuoi per perdita di speran-


za vuoi per insorgere di regimi non democratici, l’uomo tende a rifugiarsi in se stesso e a ricercare quei valori che rendono la vita dignitosa in sé, all’interno del proprio microcosmo. Vasco sembra incarnare questo spirito quando dice: “si può cambiare solo se stessi / sembra poco ma se ci riuscissi / faresti la rivoluzione”. Perché, come dice poco prima, “cambiare il mondo è quasi impossibile”, è troppo grande, troppo potente e ci siamo dentro fino a subirlo: la vera rivoluzione è cambiare se stessi. Questo è il casino. Il cambiamento non è mai indolore e sempre necessario. Per sopravvivere. Il “parapapa” che segue, cantato puramente “alla Vasco”, sembra proprio ricordarci quel poco di follia autoironica necessaria per mantenerci vivi e non farci sommergere, ma allo stesso tempo porta con sé il carico di dolorosa coscienza proprio della sua voce sempre struggente. Se i primi due giri finiscono nel vuoto della leggerezza, il terzo sembra s’incastri nell’ostinazione stizzita di affermare il proprio “io”, il proprio essere uomo. La conclusione della canzone è evidente sintomo dell’età raggiunta da Vasco. “Vivere bene o cercare di vivere / fare il meno male possibile / e non essere il migliore. / Non avere paura di perdere / e pensare che sarà

difficile / cavarsela da questa situazione”. Il giovane Vasco non avrebbe mai scritto una frase del genere, la canzone si sarebbe infuocata dentro una rabbia per una condizione insopportabile. Il giovane Vasco non avrebbe mai accettato la cosa, non se ne sarebbe fatto una ragione, avrebbe gridato, come in “C’è chi dice no”, come in “Liberi.. Liberi”. Ora, invece, vince il desiderio di tranquillità e di equilibrio. Sembra quasi cullarsi dentro la mediocrità, averci trovato un compromesso accettabile e consolante. Non che vada bene, sia chiaro, ma a sessant’anni la prospettiva cambia. Vasco nel 2005, all’età di 53 anni, affermava: “Per me, la vera trasgressione è essere normali, farsi una famiglia, crescere dei bambini. Io sono un sopravvissuto. Veleggio verso la vita. Adesso arriveranno i conti. E io ho messo da parte i soldi per pagare. Non mi lamenterò più di tanto, lo farò comunque a bassa voce”. Il pezzo preso in esame sembra in contraddizione con una delle canzoni più celebri di Vasco, “Vita Spericolata”, con cui mi sento in debito enorme, ma dai più fraintesa, in particolare da tutti coloro che riducono la vicenda umana di Vasco solo e unicamente alla tossicodipendenza. Eppure, più che una contraddizione, ai miei oc-

chi emerge un cambiamento, appunto necessario ma sempre all’insegna di una continuità. Dopo anni, benché abbia cambiato prospettiva, il cuore che pulsa dentro al petto è sempre lo stesso, con gli stessi desideri, ma segnato dall’età. Più consapevole, non credo più contento, ma sempre vivo. Vasco ha scoperto il valore della mediocrità dentro un equilibro, di non essere il migliore. Ha imparato non a fare il bene, ma a fare il meno male possibile. Un po’ di male è inevitabile, è dentro di noi. Una volta Vasco ha detto: «È più semplice credere che il Diavolo esiste, invece è una parte di noi con cui dobbiamo convivere». L’uomo nuovo, quello di oggi, è colui che, sognando una Vita Spericolata, si ritrova a cercare di vivere adattandosi con necessari cambiamenti a una realtà in inarrestabile mutamento, dove si perde sempre qualcosa, ma in fondo ne vale la pena, oggi come in passato. Allo stesso tempo porta con sé tutte le ragioni che gli han fatto fare gli errori, identità che nonostante tutto non vuole perdere, ad ogni costo. È un uomo che vive dentro un contrasto che non trova pace: è tutto un equilibrio sopra la follia. In poche parole, la canzone può essere riassunta con un proverbiale “si fa quel che si può”.

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Racconti

Monsieur Dumont continua dallo scorso numero...

di Silena Bertoncelli «Qui dentro» e apre una cassaforte a muro dietro la sua scrivania. «L’ho acquistato ad un’asta due settimane fa, per un quarto di milione» «Mi serve il nome dell’ente che l’ha organizzata e la location» «È tutto qui» e gli porge un volantino con rilegatura oro su cui compare in bordeaux Casa d’aste Chevalier, una vita per l’arte. «Ne organizzano una tra due giorni, le lascio il mio invito, un esperto d’arte come lei non può perdersi un simile spettacolo» risponde stizzito ma controllando di non aver offeso il giovane uomo scultoreo che gli stava davanti.

«

Polette, un caffè e il fascicolo Blanchard sulla mia scrivania, ora» e intanto richiude l’enorme porta vetrata del suo ufficio. È sicuro che esista un collegamento tra il caso Fabergè e altri due di cui si era occupato e quello Blanchard: si immerge allora tra i fogli per trovare il capo della matassa. Troppi elementi comuni per non destare sospetti: modus operandi, segni di scasso assenti, il ladro era sicuro che la casa fosse vuota: un professionista. Dopo qualche ora si sta facendo strada tra gli ombrelli cupi di Boulevard de Magenta per raggiungere il luogo del furto. Esce dall’ascensore e si dirige all’interno 547, sta per bussare quando un ometto paffuto con un completo scuro e degli occhialetti sul naso lo anticipa aprendo la porta. Dopo aver goffamente congedato due agenti «Lei è?» dice infine tendendogli la mano con esitazione. «Lucas Dumont, Limier Assicurazioni, indago sulla sparizione del collier di Maria Luisa d’Austria» «Ah, ehm, perfetto, benvenuto, le carte e i documenti sono in salotto, se vuole seguirmi» indicandogli con 30

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un ampio gesto del braccio il corridoio fa un grande ingenuo sorriso. «In realtà non mi occupo delle scartoffie, signor Blanchard: sono l’investigatore che ha il compito di rintracciare il suo prezioso e sono qui per porle alcune domande, se vuole mostrarmi il luogo preciso del furto..» quasi si blocca, atterrito dall’impeto de L’onda di Coubert. «Ah, pensavo che di queste cose si occupasse la polizia. E - gonfio d’orgoglio - no: non è una copia» «Le forze dell’ordine arrestano i colpevoli, io mi assicuro che le opere d’arte tornino ai legittimi. È curioso: Coubert posava il colore con una piccola spatola e la sfumatura rimaneva più intensa del mare tempestoso, tormentato e sofferente, tutte le forze della natura selvaggia catturate nell’opera..» quasi si pente di aver deluso il ricco sempliciotto, che colto alla sprovvista farfuglia: «Cosa vuole, signor Dumont?» «Dove teneva il collier?»

Ha smesso di piovere, ma le strade sono piene di pozzanghere. «Oh, va chier!» parcheggiare un metro più avanti gli avrebbe evitato di rovinarsi le sue Fabi boutique da 300 €. Saluta e consegna le chiavi a Gèrard, il parcheggiatore, e sale in casa. Spinge l’enorme porta d’acciaio e ripone compiaciuto l’invito nello svuotatasche dell’ingresso. Andando verso il suo ufficio sente un profumo, un profumo delicato che abbraccia l’appartamento. “Finalmente Naïri ha cambiato fragranza, la mirra mi entrava nel cervello” riferendosi all’aroma intenso proveniente dalle coste del Senegal, l’unico profumo che faceva sentire davvero a casa la sua adorata colf. Sono già le 2. Una sigaretta sul terrazzo e non avrebbe chiesto nulla di più: Parigi di notte ha un fascino prorompente. Dopo aver riposto lo zippo di suo padre vicino al portasigari, torna alla scrivania. È pignolo e caparbio e ha sposato il suo lavoro: non vi dico la sua reazione quando scatta la combinazione, la cassaforte si apre e il fascicolo Fabergè è sparito, insieme a mesi di indagini.


3120 di Letizia Foschi

L

a metropolitana arrivò alla stazione di Cologno nord, cigolando rumorosamente alla frenata. In quel momento era vuota, ma la banchina brulicava di passeggeri, tra cui anche sei ragazzi, un maschio e cinque femmine, che andavano a scuola. Tre fermate dopo, in galleria, la metro rallentò e si fermò. “Un guasto” pensarono i ragazzi, che avevano tirato fuori latino e si erano messi a ripassare e a discutere sui compiti. Le luci nel vagone si abbassarono, lasciando quasi al buio il treno che, dieci minuti dopo essersi fermato, era ancora immobile in galleria. I ragazzi chiusero i libri, si guardarono tra loro, e Giulia si strinse a Erica in una crisi claustrofobica, strizzando gli occhi. Venti minuti dopo erano ancora fermi nel tunnel. Alessandra prese dalla tasca il suo telefono e si mise a giocherellare nervosamente con la cover azzurra. La prima ora ormai l’avevano persa. Pietro cominciò a sfogliare rapidamente le pagine del libro di chimica, a scrivere calcoli in matita sui margini delle pagine e a copiare formule su un quaderno a quadretti. Un uomo nell’angolo del vagone lanciò a terra il proprio telefono cacciando un urlo di rabbia che attirò l’attenzione di tutto il treno. “Lo sapevo! Se arrivo in ritardo anche stavolta la mia ragazza mi lascia. E non ho campo. Tu!” urlò furioso e si lanciò verso

Alessandra. Le strappò di mano il telefono e tentò di inserire la password per sbloccarlo. Lei si alzò stizzita e cercò di riprenderlo, ma lui urlò e la spinse sul suo sedile. Pietro si alzò. “Ridaglielo. Non è tuo. Hai problemi? Muoviti” disse con tono fermo. Ma l’uomo si infuriò ancora di più. Lanciò il telefono con tale energia verso la fronte di Alessandra da provocarle un taglio verticale, dal quale subito uscì una discreta quantità di sangue. Erica urlò. La gente attorno aveva cominciato a nascondersi. L’uomo si spinse con forza contro la parete del vagone, batté la testa e cadde a terra svenuto. Dopo dieci minuti si alzò un altro uomo, tirò fuori dalla ventiquattr’ore il suo computer e lo scagliò contro il finestrino, scheg-

giando il vetro, ma senza romperlo. “Mi hanno licenziato! É il terzo ritardo! Mi hanno licenziato! Devo chiamare l’azienda, ho due figli, non posso perdere il lavoro. Dammi immediatamente il telefono ragazzina” disse, e si lanciò su Alessandra, che nel frattempo aveva nascosto il cellulare nella tasca interna della giacca. Pietro lo fermò, dicendo di lasciarla in pace. L’uomo era ancora più arrabbiato di prima. “Non t’immischiare, ragazzino” disse estraendo dalla tasca una pistola e puntandogliela al cuore. “Perché stanno tutti impazzendo?!” pianse Erica stringendosi alle amiche. “Sta’ zitta!” urlò l’uomo, puntandole contro la pistola. Poi si spostò su Alessandra, e cominciò a frugare in tutte le tasche che trovava. Lei fece per tirarlo fuori ma Pietro tirò indietro l’uomo dicendo: “Non toccarla!”. “T’avevo detto di non immischiarti!” rispose sbraitando e spingendolo a terra. Gli puntò contro la pistola e premette il grilletto tra gli urli dell’intero vagone. Dopo aver sparato un primo colpo, si spinse la pistola sulla tempia e ne sparò un secondo. Il treno riprese a viaggiare. Pietro riuscì a tornare a casa dopo giorni di convalescenza in ospedale solo grazie ad un dottore presente al momento. La paura era finita. La metropolitana 3120 arrivò a destinazione, insieme ai suoi passeggeri.

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Racconti

CONCORSO: COSA VI TRASMETTE “VITA E MORTE” DI KLIMT (1916)? il racconto di un redattore

battiti di ciglia

di Claudia Sangalli

I

suoi occhi stanchi si spalancarono in una mattina qualunque e non avevano voglia di piangere: erano solo leggermente infastiditi da una luce intensa che dominava l’intera stanza. Delle presenze confuse si agitavano intorno a lei: si sentiva circondata da un calore indescrivibile che l’avvolgeva e non le faceva provare la minima nostalgia della sua vecchia casa. Il primo nitido ricordo fu il sorriso di sua madre: le venne subito voglia di imitarlo, sperando di possedere almeno un briciolo dello splendore che aveva visto in lei. Così, in quel soleggiato dieci novembre, il mondo diede il benvenuto a una nuova vita, Selene, che ricambiò il saluto non con urla di dolore ma con una timida risata piena di tenerezza. E’ strano come riesca a ricordarsi la sua nascita: nessuno ne è mai stato in grado. Sembra quasi che ognuno di noi cominci a vivere a soli cinque anni. Ma prima? Come siamo stati accolti? Selene lo sapeva, e questo ricordo le bruciava nella mente: lo conservava come il suo più grande tesoro. Ma oltre al bagliore dei raggi che riscaldava l’atmosfera, oltre all’estrema bellezza di sua madre e alla commozione di suo padre, Selene quel giorno colse, quasi per sbaglio, anche un dettaglio cupo, in contrasto con quell’esplosione di serenità: una figura pallida vestita di scuro, che osservava la scena dalla penombra del corridoio. Quello sguardo le provocò un brivido: conteneva tutto il gelo dell’inverno che tardava ad arrivare; ma nonostante questo lo sostenne, incuriosita da una visione così insolita: ma al primo battito di ciglia, la figura svanì. Col trascorrere del tempo Selene di32

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venne una donna, e nonostante fossero passati anni, il giorno della sua nascita le lasciò segni indelebili. I suoi capelli, biondi e mossi come spighe di grano esposte all’umore del vento, erano stati un dono del sole; i suoi occhi erano neri e infiniti, ma osservandoli bene si notava un’angoscia di fondo, causata proprio da quella visione delle sue prime ore di vita. Selene non l’aveva mai dimenticata: questo pensiero infatti tormentava le sue notti, provocandole incubi spietati. Trovava conforto nella luna; ne era sempre stata attratta e sentiva che qualcosa intrecciava i loro destini: il

suo stesso nome ne era la prova. Con il cuore spaesato o afflitto, osservare la sua pace la tranquillizzava: nonostante fosse lontana anni luce, si sentiva capita. L’aiutava a guardare dentro di sé, a compiere un viaggio difficile e impalpabile che le avrebbe permesso di trovare le risposte a tutti i suoi dubbi. Col tempo gli incubi diminuirono, e Selene riuscì a trovare quell’equilibrio interiore che desiderava da tempo; si dedicò pienamente alla sua vita, senza accontentarsi di esistere solt-

anto. Cominciò a coltivare tutti quei sogni che finora aveva messo da parte per paura di osare troppo; concesse la sua anima all’amore, a cui prima aveva chiuso le porte timorosa di un’ulteriore delusione, per scoprire invece la forza e l’energia che esso regala. Scoprì la meraviglia di un’altra nascita, rivivendo il calore e la felicità del suo primo giorno. Negli anni passati gli incubi riguardanti la figura misteriosa si erano ammassati come nubi nere, presagi di una disastrosa tempesta, che ora venivano dissolte e sostituite dalla quiete di intensi raggi di sole. Dunque la vita di Selene trascorse, con i suoi imprevisti e le sue soddisfazioni. Era il venti giugno, quando accadde. Si trovava su una scogliera, sul calar del sole, mentre aspettava l’apparire dell’ultima luna: sentì un brivido gelato percorrerle la spina dorsale, e allora capì. Si voltò, e per la seconda volta nella sua vita, ebbe un incontro ravvicinato con la Morte: le sorrise, come fece da neonata. I risentimenti tra loro erano ormai cessati: Selene emanava pace, la serenità traspariva dal suo volto e nel suo cuore. La prese per mano come una vecchia amica, e si fece condurre oltre lo spazio e il tempo. Sparirono in un battito di ciglia. Il sole rideva il giorno del suo funerale, proprio come nel giorno della sua nascita: Selene se n’è andata senza rimpianti, consapevole di aver vissuto davvero. Le sue uniche certezze sono state, fin da subito, la nascita e la morte; il viaggio che separa le due è stata una sua decisione. Dunque sta a noi decidere se farci influenzare dalle angosce continue dell’esistenza, o vivere e godersi le meraviglie che essa può offrirci.


CONCORSO: COSA VI TRASMETTE “VITA E MORTE” DI KLIMT (1916)? il racconto vincitore

vita e morte

L

a Morte navigava sullo Stige da dove poteva osservare tutti i viventi, lucine immerse nell’acqua; si sentiva superiore, migliore, senza però avere una vera motivazione. Poi, in un certo momento di ciò che viene chiamato tempo, nacque l’uomo. Egli, così intelligente, così brutale, così abile, in poco tempo sconfisse tutti gli altri viventi e prese a controllare il proprio destino. Non solo: riusciva a ingannare perfino la Morte. Infatti le lucine dei singoli, quando si spegnevano, andavano a unirsi a un’altra luce, la cui provenienza era ignota; più il tempo passava e più diventava intensa. Come era possibile che si trasformassero in qualcos’altro? Dovevano solo scomparire. La Morte li odiava e, al colmo dell’ira, decise di strappare un uomo dalla vita per portarlo sulla sua barca e interrogarlo, per capire come ciò fosse possibile. “Uomo, io sono la Morte; so che sei saggio, e sei qui perché voglio che tu mi risponda: che cosa rende l’uomo diverso dagli altri viventi?” L’uomo non rispose e cominciò a guardarsi intorno, a scrutare il buio che circondava la barca e le piccole lucine che illuminavano l’acqua. Spostò quindi lo sguardo verso la Morte, che intanto diventava sempre più impaziente; la osservò mentre compiva il suo dovere e poi riprese ad osservare i viventi. Infine, sorrise e disse: “La tua domanda è ambigua e si presta a varie risposte. Potrei risponderti che l’uomo è l’unico che si copre con pelli per ripararsi dal freddo e l’unico che costruisce ampi ripari per sé e i suoi simili; potrei risponderti che è l’unico che sa comunicare e l’unico che sa scrivere; op-

di Pietro Klausner

pure che è l’unico che sa utilizzare il fuoco e la ragione. Che cosa tu volessi mi era ignoto e per questo ho taciuto. Ma, dopo aver osservato, ho compreso: tu vuoi capire perché l’uomo riesce a sconfiggerti.” La morte tacque, quasi oltraggiata dalla lucidità di quell’essere. Poi disse: “Ebbene hai una risposta?” “Sì. Da dove partire?” sospirò. “Tra tutte le caratteristiche dell’uomo, di certo la più peculiare è la ragione. Noi umani abbiamo la capacità di migliorare grazie alle esperienze che facciamo e agli ostacoli che sorpassiamo.

Noi riusciamo a procedere con la ragione, la capacità di mettere in rapporto diversi fenomeni e di capirne i rapporti di causalità. Ecco, poniamo un esempio. Fa freddo, piove e un uomo si trova disperso in montagna. Vaga alla ricerca di un riparo, finché non vede una grotta: capisce che all’interno non piove ed entra per trovar rifugio; eviterà il fastidio di bagnarsi. Intanto, osservando il cielo scuro, comprende pure che la pioggia cade dalle nubi; allora, in futuro, alla vista di nuvole scure, egli cercherà riparo prima ancora che incominci a

piovere”. “E questo che cosa c’entra?” lo interruppe la Morte, impaziente di avere la sua risposta. “Come, non vedi? Grazie alla ragione è salvo. Riesce a collegare il futuro, il presente e il passato con una funzione della mente che noi chiamiamo memoria. Ed è questa che ti sconfigge”. “Non capisco ancora che cosa intendi.” Disse la Morte, incerta. “Vedi, con la memoria noi non solo impariamo a migliorare la nostra vita, ma ricordiamo pure coloro cui abbiamo voluto bene e da cui siamo stati amati; essi sono stati parte fondamentale della nostra formazione, sono stati parte dei mattoni su cui abbiamo costruito la nostra esistenza; quando scompaiono, rimangono in noi. E così la catena che lega gli uomini è indissolubile, per la naturale socialità che ci caratterizza. Questo legame, che coinvolge tutti, è quella luce che vedi lì; e non diventa più luminosa solo con le memorie dei cari, ma anche con i progressi culturali: io che, come hai detto, sono sapiente, ho influenzato molti uomini con il mio contributo, perfino quelli che non conoscevo. Il mio nome rimarrà vivo in molti. Ora vedi? Quella luce è la somma della società umana, della cultura, di tutto: è l’anima collettiva, che è in ogni uomo. Tu uccidi i singoli, ma non potrai mai portarti via tutto; ti è impossibile.” La Morte, finalmente, comprese. Comprese di essere piccola in confronto a questi grandi uomini; che sebbene fossero mortali, avevano trovato un modo per ingannarla. Si alzò e cominciò a scrutare l’acqua e sospirò: “Vedo. Chi sei tu per sapere ciò?” “Io?” sorrise “Io sono Mente.”

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Macchie d’inchiostro

BLOODY NIGHTMARE I just want to leave my body down I got no tears for you but drops dirty with red-end. I just got to bear another sound a conspiracy of silence too menaces that mercy can’t mend. Burst of heat raving worthless crying out, worn-out ablaze alive nevertheless empty out-and-out. Unacknowledged, now you reject the unshakeable was demaging taken aback, I feel abject I catch a glimpse of disparaging. Never awaken glorified but gloomy living up to gibberishes. Always shaken exuding but roomy obsessed by obstinate wishes. Simone Possenti

S

Non tutti i contenuto della mente possono essere tramutati in parole. Qualcuno ci prova, qualcuno alla fine ci riesce...

ono sempre stata convinta che l’amore fosse come acqua che scroscia via veloce, facendo un gran chiasso e non lasciando altro che una lunga scia, segno del suo passaggio. Non ero sicura di aver mai provato quel sentimento tanto descritto in libri e canzoni, quella sensazione in grado di sconvolgere la tua quotidianità fino a farti compiere le più folli azioni. Anzi, ne ero certa: mai l’avevo provato e mai sarebbe successo. Quei “mai” volteggiavano nella mia testa come ballerini esperti pronti a demolire ogni mia speranza di un amore da oscar. Come quelli dei film, quelli che fin da piccola la televisione ci propina creandoci aspettative nettamente superiori alla realtà. Tutte le donne ne hanno visto almeno uno nella vita, a partire dalla loro infanzia con quelli della Disney, dove il bellissimo principe azzurro monta sul suo cavallo bianco per salvare la sua bella. Nessuno spiega però alle bambine che la vita reale è un tantino diversa. Ci sono persone, infatti, che sono destinate a guardare l’amore da lontano, senza avere il privilegio di toccarlo, di assaggiarne la dolcezza o l’amarezza. Restano dietro un vetro oscurato ad osservare Cupido scoccare le sue frecce e a chiedersi quando arriverà il loro momento. E sono le persone che soffrono in silenzio più degli altri, perché una delle cose più odiose è attendere qualcosa che sembra non arrivare mai. Nessuno può capire come ci si sente quando si è sempre l’ultima scelta. Niente è più brutto di aspettare l’amore, perché più cerchi di immaginare come sarebbe più ti crei false aspettative e ti senti morire dentro. I libri, i film, le canzoni diventano la tua Bibbia e ti senti dannatamente stupida nel pensare che nessun ragazzo ti ha mai scelta fra tante per amarti con tutto sé stesso. Tutto quello che vorresti è sentirti un fuoco dentro il petto pronto a divampare di passione. Un fuoco che neanche l’acqua è in grado di placare. Una nube di fumo e di coraggio che ti spinga a rischiare qualcosa. Una persona che accenda dentro te quella sconosciuta ardente sensazione, che con un solo gesto ti faccia sentire invincibile. Ed era ovvio che non sarebbe mai successo, non sarei mai stata speciale per qualcuno. Sarei sempre stata la ragazza dietro il vetro, la stupida sognatrice alla finestra della torre stregata in attesa del suo principe azzurro. Pensavo questo e il mio povero cuore si fermava ogni volta, poi ricominciava a battere a ritmo coi miei singhiozzi e le mie guance erano inondate di lacrime di ghiaccio. Proprio come i miei sogni, congelati in una cella di aspettative. Cris

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e solo avessi saputo chi sarei stato nello spaccato spazio-temporale in cui ho gettato la penna su questo foglio, non avrei detto, non avrei agito, non avrei, credo, soprattutto, provato quel che ho dovuto, mai. Non sarei io. Ora, chi sarei, se non me? Un corpo da macello, una mente suicida? Un’anima lugubre, probabilmente, come l’antro del vulcano che dorme gorgogliando, freddo all’ apparenza e con magma bollente che ribolle nelle vene gonfie, nel cuore stanco, nella testa? Un angolo corrotto di Purgatorio, una persona animata da ottimi e candidi propositi, non solo per l’anno nuovo, ma per la nonna, l’amico Fritz o la comunità? Sinceramente ora so che prefirei scorticarmi i miei lembi di pelle più delicati piuttosto di pensare che avrei lasciato nuovamente i miei sporchi soldi in quei depositi di pietra, finanziatori di distruzione e manipolatori di automi ignoranti. No, mai più darei credito morale o fiscale alle banche, non dopo lo scoppio della quarta bomba, la penultima. Sarei solo un altro deficiente. Ma quello che non capisco è perchè sarei semplicemente un ALTRO deficiente . Uno degli altri, uno dei tanti. Perchè tra più di sette miliardi di persone non ci sono state sufficienti forze per impedire l’autosterminio del genere umano, la sua spettacolare -da un punto di vista meramente scenografico-implosione? Ormai non ha più senso parlarne, l’uomo è la specie più infima, quella che scopre il fuoco e non si brucia più. Si carbonizza. Non voglio tornare alla ‘civiltà’ o a quello che ne è rimasto. Non voglio vedere i pochi sopravvissuti, perchè l’uomo non cambia mai; imparerebbe, forse, solo in quella dimensione trascendentale che molti si augurano di raggiungere dopo questa vita e con il senno di poi, quel senno che qui è sempre mancato. Mi lascerò morire qui, dopo aver imbottigliato questa lettera. No, anzi, se queste parole vivessero sotto forma di messaggio, sarebbe un messaggio muto, o il destinatario sordo; lascerò semplicemente che diventi polvere e terra con me, in questo angolo dimenticato di mondo, incastonata nella stretta della mia mano che finalmente non ha più niente di umano. Anonimo

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ostriche senza perla

Quanto spesso quei signori che vogliono parire dotti e ineccepibili ai vostri occhi si tradiscono nel modo più brutale ed esilarante? Inviaci a nche tu le peggiori frasi dei TUOI prof... DURANTE LA LEZIONE DI GRECO Prof: Questa parola poi è diventata il prefisso “sin-“ in italiano. Fatemi qualche esempio. X: Sinonimo. Y: Sinfonia. Z: Sinatra… DURANTE LA LEZIONE DI STORIA X: Prof, sto cercando di imparare a memoria il catalogo delle navi dell’Iliade. Prof: Ah, ci stai provando? Y (che non ascoltava): CON CHI?! AL RECUPERO DI LATINO X: Mi scusi l’ignoranza prof, ma Enea era una femmina? ALLA PRIMA LEZIONE DI RELIGIONE X: Mi scusi, ma come la dobbiamo chiamare? Don o prof? Prof: Come preferite. Y: Don-prof va bene? DURANTE LA LEZIONE DI GRAMMATICA Prof: Adesso analizziamo questa frase: “E’ stata dura, ma siamo riusciti nell’impresa”. X: E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta. Y: Amaro montenegro. Z: Sapore vero… IN AULA LIM NON RIUSCENDO AD APRIRE LE IMMAGINI CON LA PENNA Prof: Ragazzi occorre centrare il punto G! NON RIUSCENDO A USARE IL TABLET Prof (con tono minaccioso): Ti faccio mettere la nota da solo!! DURANTE L’INTERROGAZIONE DI STORIA DELL’ARTE X: In alto a destra l’artista collocò il punto di figa... DURANTE LA LEZIONE DI INGLESE Prof (esasperata): I will probably get drunk when you leave school!!! DURANTE LA LEZIONE DI ITALIANO Prof: La religione non è l’oppio dei popoli, al massimo il ginseng. DURANTE L’INTERROGAZIONE DI ITALIANO X (facendo la parafrasi di “A Silvia” gesticola in modo ambiguo): Le man veloci sulla faticosa tela... Prof: Per favore non diamo allusioni porno a Leopardi. DURANTE LA LEZIONE DI MATEMATICA IL PROF SPIEGA LE LEGGI DI KIRCHHOFF Prof (alla classe basita): Ragazzi queste leggi hanno di mostruoso solo il nome dell’inventore.

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tweet anatomy Verba volant, screenshot manent...

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preside

per problemi “tecnici” babbo natale non è riuscito a portare al preside il regalo che aveva chiesto: una nuova aula lim per i suoi studenti. monopoli, però, non si arrende e lo va a cercare di persona...riesci a trovarlo?

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g io c h

i

sudoku killer

Dicono sia micidiale da risolvere: ha soluzioni? Probabilmente sì, noi non lo sappiamo. Un normale sudoku nel quale i numeri inseriti, però, devono rispettare le proporzioni indicate dai simboli < o >. Il primo campione che riuscirà a risolvero riceverà una speciale menzione nel prossimo numero e un premio cioccolatoso se verrà a ritirarlo in classe della diretttrice (5E) con la soluzione in mano. Onore al merito. Buon lavoro!

indovinello

Secondo la leggenda, il grande Albert Einstein inventò questo indovinello ed asserì che il 98% della popolazione mondiale non sarebbe stata in grado di risolverlo. Volete cimentarvici per verificare se siete nel restante 2%? N.B. Non rientrerete nel 2% sbirciando la soluzione su internet!!!!!! In una strada ci sono cinque case dipinte in cinque colori differenti. In ogni casa vive una persona di differente nazionalità. Ognuno dei padroni di casa beve una differente bevanda, fuma una differente marca di sigarette e tiene un animale differente. Domanda: a chi appartiene il pesciolino? Ecco alcuni indizi: 1) L’inglese vive in una casa rossa. 2) Lo svedese ha un cane. 3) Il danese beve tè. 4) La casa verde è all’immediata sinistra della casa bianca. 5) Il padrone della casa verde beve caffé. 6) La persona che fuma le Pall Mall, ha degli uccellini. 7) Il proprietario della casa gialla fuma le Dunhill’s. 8) L’uomo che vive nella casa centrale, beve latte. 9) Il norvegese vive nella prima casa. 10) L’uomo che fuma le Blends, vive vicino a quello che ha i gatti. 11) L’uomo che ha i cavalli, vive vicino all’uomo che fuma le Dunhill’s. 12) L’uomo che fuma le Blue Master, beve birra. 13) Il tedesco fuma le Prince. 14) Il norvegese vive vicino alla casa blu. 15) L’uomo che fuma le Blends, ha un vicino che beve acqua.

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concorso carducciano: arte & racconti L’Oblò mette alla prova la VOSTRA creatività! Noi vi proponiamo unA FOTO, voi ne ricavate ispirazionE per un racconto. Ne verrà pubblicato soltanto uno, messo a confronto con quello di un redattore. Cosa vi trasmette QUESTO SCATTO DI STEVE MCCURRY? INVIATE I VOSTRI ELABORATI ALLA MAIL CARDUCCI.OBLO@GMAIL.COM

la redazione vi augura

BUONE VACANZE


SECONDO NUMERO, Novembre/Dicembre, a.s. 2013/2014