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sono io progetto collettivo di fotografia

i ragazzi de la serra Andrea braconi Noris Cocci Gianfranco Mancini Emanuele Zoppo Martellini Michela Valeri


sommario

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Michela, Emanuele, Gianfranco, Andrea e Noris Introduzione

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LA SERRA Un progetto fotografico collettivo

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mario dondero Fotoreporter

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angelo ferracuti Scrittore

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Marco valentini Presidente del Club L’Altritalia - Montegranaro

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lino olivieri pennesi Responsabile funzione area gestione servizi Cooss Marche - sede di Fermo

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Ringraziamenti


sono io Michela, Emanuele, Gianfranco, Andrea e Noris

A chi piace la fotografia? E’ stata la nostra prima domanda. Di fronte avevamo Paola e Paolo, Andrea e Michela, Sergio e Graziano, Mario, Alida e ben due Francesco. Un punto di partenza fatto di sguardi. Quello scrutarsi, quasi ad arrivare ad annusare il prossimo per carpirne l’odore. E’ stato l’unico momento di dubbio. Il loro. Ed anche il nostro. Certo, c’era chi aveva già fotografato. Chi ne era quasi un cultore, di questa travolgente arte. Chi, al contrario, bagnava il suo debutto cercando di scardinare l’obiettivo. Lo abbiamo fatto per conoscerci. E per capire che, sì, siamo diversi. Tutti. Lo siamo nell’impugnare una macchina fotografica. Nel fare spazio ad un albero dentro al display. Nel capire che, forse, questa volta l’abbiamo presa dalla parte sbagliata, rovesciandola. Siamo diversi nello stupore. Diversi nel correre tra le irrigazioni in cerca di un gioco di luci. Diversi nel salutare. E nell’aspettarci. Nell’attendere il mercoledì ed un laboratorio che ha portato tante novità, tanti momenti - anche questi diversi. E mai, mai una sola volta uguali. Siamo diversi perchè abbiamo storie diverse. Abbiamo famiglie diverse. Viviamo e ci muoviamo in spazi diversi. Non possiamo essere uguali nello scivolare del tempo. Nell’aspettarci, la prossima

settimana. Nell’indossare scarpe, preferibilmente comode. Nel richiamare il nostro cane. Nel saltellare. Nello scendere da un pulmino. Nell’evitare il fango. E nel metterci in posa. E lo siamo anche nel plasmare scatti e parole. Immagini e carta. Ecco perchè “Sono io” è diventata, quasi senza volerlo, una testimonianza preziosa. Sospesa nel tempo, tra incontro e consapevolezza. Tra pazienza e dignità. Tanti respiri si sono aggiunti in questi mesi. Andrea Molini è diventato un altro elemento di diversità, uno sguardo ulteriore che ci ha aiutato a crescere. E mescolando i ricordi, ritroviamo anche Pierluigi ed i suoi asini, la tabaccaia, il panettiere, i commessi del supermercato, i pescatori, il parcheggiatore, la palestra di Guglielmo, Roberta e quel sipario sempre aperto. Siamo noi.


sono Io La Serra

Il progetto legato alla pubblicazione del libro fotografico “Sono io” - sviluppato tra l’ottobre 2013 ed il giugno 2014 da quattro fotografi ed un giornalista insieme agli utenti ed agli operatori del Centro Socio Educativo Riabilitativo “La Serra” di Sant’Elpidio a Mare - ha previsto numerose attività laboratoriali con i soggetti inseriti presso il Centro. Gli utenti, di differenti fasce d’età e con disabilità di vario tipo, provengono dai Comuni dell’Ambito XX (Porto Sant’Elpidio, Sant’Elpidio a Mare, Monte Urano), ma anche da Comuni extra ambito come Fermo, Montegiorgio, Monte San Pietrangeli e Montegranaro. A loro sono state consegnate macchine fotografiche digitali, che gli hanno permesso di raccontare le attività quotidiane dentro e fuori “La Serra”, attraverso il supporto dei fotografi e degli operatori del Centro. L’educazione al racconto fotografico ha previsto anche alcune uscite in luoghi come il Santuario di Macereto, il Lago di Fiastra, i Monti Sibillini, il porto di Ancona e la spiaggia di Portonovo. Scopo della pubblicazione - oltre che descrivere

attraverso gli occhi e gli scatti degli utenti una realtà fondamentale in termini di formazione, crescita ed integrazione di persone con compromessi livelli di autonomia personale e limitate ed alterate capacità relazionali - è quello di raccogliere fondi per il recupero di una delle due serre presenti, per sviluppare ulteriori attività didattiche e laboratoriali.


Sono io Mario Dondero Fotoreporter

Il valore della fotografia? Non avrei fatto questo mestiere se non avessi creduto che ha un ruolo molto importante nel raccontare il mondo, nell’accompagnare la società e nel capirne i singoli aspetti. Le fotografie sono fondamentali, soprattutto quando sono autentiche, scattate con uno spirito da cronista leale e sincero. Anzi, sono persino convinto che in molti casi la foto - non l’ho inventata io questa teoria, ma Walter Benjamin ci ha scritto molto - supera le stesse parole. Credo sia proprio così: si può scrivere benissimo, si può restituire un clima, magari si inventa un’aurea poetica che può anche non esistere. Con la scrittura si può fare molto, ma è la fotografia ad essere incontrovertibile quando diventa un documento che vuole assolutamente essere inoppugnabile. La fotografia, infatti, se contemplata e guardata con cura, riesce a cogliere delle situazioni, ad individuare degli aspetti che poi sono il fondo della storia. E riesce a captare le emozioni. Mi viene in mente la storia di alcuni soldati inglesi che avevano involontariamente passato la frontiera iraniana ed erano stati trattenuti. La stampa occidentale era preoccupatissima per questa situazione, ma poi in uno scatto fatto al momento

della liberazione si vedevano gli inglesi che abbracciavano i soldati iraniani. Questo perchè la foto ti racconta tutto più in profondità. Il giorno della presentazione del mio archivio fotografico - che sta curando in maniera impeccabile la Fototeca Provinciale di Fermo, con sede ad Altidona - ho detto che di questo lungo percorso porterò con me il privilegio di aver visto. Perchè il fotografo, intanto, deve allenarsi a guardare e c’è una crescita che diventa, giorno dopo giorno, quasi deformazione. Nel mio caso ho passato tutta la vita a guardare per raccontare delle situazioni, cercando soprattutto gli aspetti minori, quelli che apparentemente non si vedono ma che poi sono i più significativi. E questa è una cosa che diventa mestiere, se noi lo vogliamo veramente. Però quello che conta moltissimo è la partecipazione emotiva ed umana di chi questo mestiere lo fa e ha il dovere di essere vicino alla gente. Non sei lì in un ruolo predatorio ma piuttosto documentativo, che serve a far capire le cose. E l’intelligenza della vita.


sono io Angelo Ferracuti Scrittore

Quando ho conosciuto Mario Dondero, il Kapuściński italiano, fu il suo modo rabdomantico di fare reportage fotogiornalistici ad affascinarmi e spingermi verso la scelta di una scrittura dal vero. Anzi, sempre grazie a lui, cominciai a collaborare al “Diario”, dove poi alcune delle mie storie uscirono in anteprima. Da allora non ho scritto più una riga di fiction e non ho smesso più di scrivere in questo modo un po’ ibrido, rabdomantico, che sento davvero congeniale. E’ una forma di scrittura molto duttile, dentro il suo sedimentato possono finirci materiali diversi che concorrono tutti insieme allo stesso racconto: notazioni di viaggio, informazioni storiche, geografiche, racconto in presa diretta, frammenti di un film, persino dei versi. Molte volte dentro un disordine prestabilito di cose, qualcosa di molto ondivago e libero, tutto il contrario di una trama di un romanzo. Sia la narrativa tout court che il giornalismo si stanno reinventando in questi anni, e forse una nuova idea di realismo può venire solo da queste scritture se sono anche scritture con un alto tasso di emotività e stilisticamente riuscite. Ho fatto tutto questo in modo abbastanza istintivo, naturale, anche se ogni scelta espressiva comporta un ragionamento estetico anche molto profondo, e certo per scrivere un reportage serve anche tutto l’armamentario

dello scrittore, le forme, i modi. Solo che tutto questo deve scomparire un secondo prima che possa diventare finzione. La letterarietà deve restare nell’efficacia dei dialoghi, la maggiore espressività della lingua, nella descrizione dei luoghi, dei paesaggi, delle persone, e anche nel riuscire a creare un immaginario capace di andare oltre la soglia di un fatto per illuminare quella zona grigia dove si nasconde la verità di una storia. In tutto questo però il regista, il centro, l’occhio onnisciente che controlla ogni cosa è sempre quello di chi scrive, che partecipa, mette in comunione se stesso con gli altri nel rapporto di empatia, fondamentale in questo tipo di lavoro sul campo. Il problema, molte volte, è trovare lo spazio adeguato per il reportage e, siccome sulla carta stampata ce ne è sempre di meno, almeno in Italia, il libro è l’oggetto più meditato dove l’arte dell’avvicinamento a una storia, personale o collettiva, può compiersi nel modo migliore.


sono io Marco Valentini Presidente del Club L’Altritalia - Montegranaro

Come Presidente del Club L’Altritalia di Montegranaro, a distanza di poco più di un anno dal precedente volume “Campi di Polvere – L’Aquila 06.04.09”, mi trovo nuovamente e con grande piacere a presentare un secondo straordinario libro fotografico. Il libro è il risultato finale di una bellissima esperienza condivisa all’interno del Centro Socio Educativo Riabilitativo “La Serra” di Sant’Elpidio a Mare. Il racconto fotografico che troverete in queste pagine è stato realizzato dagli stessi utenti del Centro “La Serra”, coadiuvati da quattro fotografi, da un giornalista e dagli operatori del centro: una sorta di diario-verità di un arco di tempo che va dall’ottobre 2013 al giugno 2014. Con piccole macchine fotografiche in mano, gli utenti della “Serra” hanno appreso e messo in pratica l’arte del “racconto fotografico” come meglio non si potrebbe: senza orpelli, senza infingimenti, hanno ritratto nei loro scatti la vera vita quotidiana all’interno del Centro. Ma non solo. Hanno anche fotografato i momenti che li hanno visti protagonisti di uscite nei dintorni. Hanno raccontato e “si sono raccontati” in un percorso di crescita e di integrazione che li ha visti protagonisti assoluti. Senza dimenticare che le loro foto, i loro pensieri, le loro sensazioni hanno fatto

crescere anche noi, offrendoci nuove lenti e prospettive per osservare il mondo. Non trovo di meglio, per riassumere il senso ultimo di questo volume, che ricordare uno degli ultimi scatti, laddove si chiedeva agli utenti cosa rappresentasse “La Serra” per loro: uno di essi, usando dei vecchi caratteri da stampa, ne ha raccolti tre e ha composto la parola “noi”. Ecco, mi piace pensare che in quelle tre lettere ci siamo un po’ tutti. Chi acquisterà questo libro, e non ho dubbi che saremo in tantissimi, oltre a contribuire alla raccolta di fondi per il recupero di una delle due serre presenti nel Centro porterà a casa un’esperienza unica: e non sarà un punto di arrivo ma un punto di partenza. Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno contribuito alla creazione di questo libro e a tutti coloro che vorranno aiutare, ora e in futuro, il Centro “La Serra”.


SONO IO Lino Olivieri Pennesi Responsabile funzione area gestione servizi Cooss Marche - sede di fermo

Il libro che state sfogliando rappresenta lo sguardo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze sulle attività e sulle suggestioni di una parte del loro mondo quotidiano, quella parte condivisa nel CSER La Serra che frequentano. Le foto non hanno filtri o ritocchi, spesso sono scatti senza posa, rubati all’attimo, descrizioni di momenti reali della vita del Centro. Il libro va assaporato con leggerezza ma attenzione perché nelle inquadrature, nei colori, nei paesaggi e nei soggetti scelti da ciascuno di loro, appaiono tutta la dolcezza, tutta l’allegria, tutta la fantasia e tutta la magia che hanno e hanno saputo trasmettere, sorprendendo ed entusiasmando tutti quelli che hanno interagito con loro nel laboratorio fotografico. Il laboratorio è nato dall’incontro tra la voglia di raccontare il mondo che ci circonda (Club di Fotografia L’Altritalia) e la voglia di dare, a ragazzi e ragazze del CSER La Serra, occasioni di espressione il più possibile gestiti da loro stessi (COOSS Marche). E così fin dalla prima volta che ci siamo visti con Noris, Gianfranco, Michela, Emanuele, Marco ed i due Andrea, gli spunti sparsi sul tavolo sono stati tanti e stimolanti ed il laboratorio è volato dal limbo delle idee alla sua realizzazione. Forse nessuno di

noi sapeva come l’avremmo condotto e gestito ma tutti sapevamo che l’avremmo realizzato, così come sapevamo che avrebbe riservato divertimento ai partecipanti e sorprese a noi. Il percorso fatto in questi mesi ci ha dato ulteriori idee e stimoli per altre proposte per i nostri ragazzi e ragazze, ma loro intanto ci hanno regalato centinaia di scatti dai quali l’occhio professionale dei volontari ha scelto la selezione di foto che viene presentata ora in queste pagine. La loro bellezza ci ha spinto a farne un volano per raccogliere fondi per la sistemazione della serra, attualmente poco utilizzabile per le condizioni strutturali, e dell’orto secondo un progetto elaborato nell’ultimo trimestre 2012 e presentato al Comune di Sant’Elpidio a Mare nel febbraio 2013. Gli obiettivi di questa iniziativa sono indubbiamente ambiziosi. La collocazione del Centro offre a chi lo frequenta notevoli opportunità per fare esperienze importanti sul versante prassico (mantenere competenze, acquisirne di nuove, organizzare la giornata secondo ritmi normali, acquisire prerequisiti lavorativi ecc.), sul versante


degli stimoli intellettivi ed emozionali (laboratori didattico, teatrale, fotografico ecc.) ma tutto questo richiede uno sforzo economico e di mantenimento di struttura e spazi che, nel tempo, è stato sicuramente sottostimato o valutato come poco importante o incidente. Per questo pensiamo che il Centro sia un valore aggiunto del territorio che abita, una risorsa da curare perché la sua decadenza sarebbe una perdita incolmabile. Questo può essere fatto anche esplorando nuove strade per reperire risorse, che non siano semplici donazioni ma il riconoscimento della sua esistenza e importanza. Reperire risorse, il più costanti possibile, per la sistemazione ed il mantenimento della serra e dell’orto significa mantenere opportunità per i nostri ragazzi e ragazze ma, soprattutto, per chi fruirà del servizio nel prossimo immediato futuro perché il CSER dovrà collegarsi con il territorio (Scuole e Servizi ad esempio) per creare percorsi aperti ad altri con difficoltà, non necessariamente inseriti nel CSER, per aiutarli in un percorso di reinserimento nel tessuto sociale e produttivo. L’acquisto di “Sono io” è quindi solo il primo passo del percorso… La stampa di questo libro è il termine dell’esperienza

del laboratorio di fotografia, il suo imprevisto prodotto finale e per questa esperienza dobbiamo ringraziare molti e tra questi vogliamo evidenziare: i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al laboratorio, per quello che ci hanno mostrato sul loro punto di vista del mondo circostante e del loro animo; i soci del Club di Fotografia L’Altritalia per la professionalità, la passione, la leggerezza, l’umiltà, la disponibilità date nello sviluppare un percorso che era tutto da scoprire e per l’impegno messo per gli obiettivi che il libro si propone; le famiglie dei ragazzi e delle ragazze del Centro, che fin dal primo momento hanno colto con entusiasmo la valenza del laboratorio; tutti gli Enti che hanno aderito all’iniziativa come patrocinatori, credendo e dando fiducia al percorso che ci proponiamo.


sono io una quotidiana storia


“Con queste foto ho scoperto la magia della natura che c’è intorno a noi”.


“La prima volta che sono venuti tutti i fotografi siamo andati sul prato per poi arrivare al campo pieno di abeti. E’ stato bello, non avevo mai camminato in mezzo a tanti cespugli. Mi ricordo di aver fotografato il cielo di un bel azzurro, i tronchi degli alberi e le nostre ombre e quelle degli altri�.


“E’ giusto far conoscere a tutti cosa facciamo qui, dove andiamo. Posso far vedere ai miei amici cosa faccio alla Serra”.


“Mi sono sentita felice mentre scattavo�.


“Quando siete arrivati voi ero emozionatissimo e felice: vi ho spiegato tutto, vi ho raccontato come passo la mia giornata, come pulisco�.


“La prima volta che ho preso la mia macchinetta fotografica viola mi sono emozionata, ero felicissima�.


foto di Emanuele Zoppo Martellini

pasquale persico

Ogni uomo è un mondo a sé. Pasquale, 49 anni, campano, ama citare il filosofo tedesco Max Stirner, toccando con le parole quell’unicità che ti fa comprendere come, anche nella diversità, si ha sempre un qualcosa da dare. E da ricevere. Si diverte soprattutto ripercorrendo le scene del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” nel raccontare il suo essere amico, prima che autista. Il muoversi, il protrarsi verso qualche meta, a bordo di quel bianco pulmino, ti fa un po’ andare su di giri.“Dentro fai il giocherellone, chiacchieri con loro, dai spunti di divertimento. E se ci fosse una videocamera a filmare, beh… vedrebbe proprio ‘nu matt!”. Sì, è scontato dirlo, c’è la forte responsabilità di accompagnare delle persone. Ma anche il piacere di condividere un viaggio. Come si fa, appunto, con gli amici più cari. Gli piace mescolarsi ai ragazzi, proprio per evitare una differenziazione. Ma anche Pasquale è consapevole della propria unicità. E lo rivendica. In un mondo dove tutti, tacitamente, si stanno trasformando in meri codici a barre. Nessuno escluso.

foto di Noris Cocci

foto di Gianfranco Mancini

foto di Michela Valeri


foto di Emanuele Zoppo Martellini

selene bagalini

C’è sempre un suono nella sua stanza. Spesso è il telefono. A volte un fax. Lo sportello del minuscolo frigo o la porta d’ingresso che si apre e si chiude, continuamente. Il più incantevole, però, è il riverbero di una voce. Di tutte le voci, che si muovono e si incontrano. Ha solo 31 anni Selene, ma ha già un incarico importante: è la coordinatrice della struttura, quella che “le vede tutte”, quella a cui “il nodo da risolvere arriva sempre”. Ma anche quella che “non toccate li frichi mii” (il dialetto, anch’esso un suono, bellissimo e ricorrente tra queste pareti). Quando qualcuno afferma che “questi qua non sono normali”, lei arriva ad infastidirsi. Lo fa con un’eleganza granitica, rimarcando: “io lavoro con le persone e le disabilità che sono qua si trovano anche fuori”. Perchè quello che non è normale è l’arroganza, l’ignoranza di chi porta avanti idee che la storia ha dimostrato essere sbagliate. Ed è proprio nelle battaglie di civiltà, come in ogni laboratorio o momento di riflessione collettiva, che lei da tutto. Sempre operativa. Sempre raggiungibile. Soddisfatta di esserci, tra queste pagine di vita. E con la coscienza a posto.

foto di Noris Cocci

foto di Gianfranco Mancini

foto di Michela Valeri


“Quando siamo andati al panificio Noris mi ha insegnato a fotografare il viso della ragazza che stava dietro il bancone (molto carina!). Dentro di me, veramente, avevo paura che le prendavamo! Ma alla fine lei ci ha risposto con un bel sorriso�.


“Mi è piaciuto tantissimo passeggiare e fare le foto nelle vie di Casette, anche perché c’erano tutti i miei amici”.


foto di Gianfranco Mancini

andrea acciarresi

In una padella il sugo prende forma e sostanza. Un soffritto di carote, sedano, cipolla e un po’ d’aglio, tutto macinato e mescolato a pomodorini. E alla fine prezzemolo e le mitiche farfalle. Anche se qui, a dire il vero, le regine della tavola sono le pennette. Con ragù variegati, per carità, ma se fai scegliere ai ragazzi non ci si muove. Giusto gli gnocchi possono far cambiare direzione. Da quasi due anni questo è il piccolo regno di Andrea, perito meccanico, aspirante operatore socio sanitario o educatore. Con una nonna e una mamma che la pasta l’hanno sempre fatta in casa. Così, prossimo ai trent’anni, si è preso la sua qualifica e, pietanza dopo pietanza, da poco meno di ventiquattro mesi è entrato in quella cucina. Lui mette odori, sapori ed estro. I ragazzi lo aiutano a pulire piatti, bicchieri e posate, passando anche scopa e straccio. E in quei momenti si parla. Anche delle notizie prese dai giornali, cercando di capire cosa arriva loro e quali reazioni scatenano. Con il suo omonimo pronto a dispensare consigli per gli acquisti. In questo caso non carni, uova o frutta. Ma calcio. Tanto calcio. Soprattutto il lunedì.

foto di Noris Cocci

foto di Emanuele Zoppo Martellini

foto di Michela Valeri


foto di Gianfranco Mancini

caterina marcaccio

Gli occhi prima delle parole. E dei gesti. Un rimprovero o una carezza seguono lo sguardo, non lo precedono mai. Questo Caterina lo porta impresso. Dentro. Ha lavorato qui un anno e mezzo, da educatrice del didattico: laboratori di lettura e scrittura, racconti, quotidianità. E’ rimasta colpita dal punto di vista, spostato sul versante istintivo. Il filtro lo mettono loro. E, fortunatamente, è diverso dal nostro. Tralasciano cose che noi riteniamo importanti, per andare direttamente all’emozione. Rivoltando la prospettiva. La tua. “La normalità? Ho 41 anni e prima di lavorare qui avrei risposto in maniera diversa. Avrei detto che sì, esiste la differenza tra normalità e non. Ma adesso mi rendo conto che per me non esiste più quello che è normale o meno”. E’ innegabile: il rapporto con gli altri ed il lavorare al fianco delle persone ti modifica.Ti lascia una predisposizione maggiore all’ascolto. E l’altalena di sensazioni la affronti come nelle giornate consumate avendo accanto i tuoi figli. Li vivi, li senti. Nei momenti colorati come in quelli dove, a farti compagnia, può anche esserci una nuvola.

foto di Noris Cocci

foto di Emanuele Zoppo Martellini

foto di Michela Valeri


“All’inizio è stato difficile accendere la macchinetta, dopo ho imparato. Mi è piaciuto usarla per vedere le persone come sono”.


“Oggi, mentre stavo nel pulmino con gli altri, ho visto una scena di un cane molto simpatica e avrei voluto avere con me la macchinetta per fermare quell’immagine�.


“Non è molto difficile da usare, bisogna far attenzione a mettere “lungo o corto” cioè registrare lo zoom. E se la lasci sul tavolo si spegne da sola”.


foto di Michela Valeri

roberto lauretani

Suo padre - uno a cui il lavoro e le responsabilità non hanno mai fatto paura - lo chiamava il “sonno del giusto”. Ogni sera, sul letto, devi fare un’analisi esaustiva. Per poi addormentarti senza avere risentimenti o altro. E devi saper vivere ventiquattro ore alla volta. Senza rimandare i tuoi impegni. Svegliandoti, sempre, con un sorriso. Una filosofia che Roberto, 47 anni, ha fatto propria e che applica in ogni segmento della giornata. Nel suo amore per la moglie. Nella sua vicinanza alla mamma. E nel lavoro, tra medicinali, docce e tavole da stiro, dove il vero motore è il divertimento. Qui si scherza, si gioca, perchè così si impara meglio. Nel modo giusto, con la giusta confidenza. E si riesce ad entrare veramente nel privato. Con i ragazzi che si aprono di più. Riprendendosi dignità ed autostima. “Io? Sono un semplice operatore che fa quello che deve. Tutti i giorni. E con il gioco. Perché se ai ragazzi imponi delle cose, non la prendono nel modo giusto e rispondono con distacco. E poi ridere, come insegna Patch Adams, fa molto ma molto bene”.

foto di Noris Cocci

foto di Gianfranco Mancini

foto di Emanuele Zoppo Martellini


foto di Michela Valeri

rosa faiella

Lavorava in un manicomio, nella sua ingarbugliata Napoli. Una signora chiusa lì da anni le regalò un anello, che ancora conserva, dicendole: “portalo sempre con te, perchè visto che ci aiuti tanto sono sicura che ti porterà fortuna”. E la sua fortuna sono stati i volti e le storie di oltre un decennio nella Serra. La normalità? E’ una parola che non le appartiene affatto. Dentro e fuori da queste pareti, più che altrove, è forte il noi. E le cose si cerca di farle insieme, superando anche i problemi. La vicinanza che diventa un tesoro da custodire. E l’affetto, il tanto affetto che riceve, un punto per ricominciare. E’ stata capace di trasmettere il suo amore per il disegno: da piccola i pastelli a cera; da educatrice acquarelli, acrilici, tele, cartapesta, sassi e minuteria per presepi. Le piace andare con i ragazzi a ricercare “cose nuove” in ambito espressivo, giocando con la fantasia. Ma non sopporta le “storte”, di cose. Anzi, non vuole proprio sentirle: non toccate i suoi artisti, non trattateli come spettatori. Perché anche loro vivono. E creano. Con un pennello o con la parola.

foto di Noris Cocci

foto di Gianfranco Mancini

foto di Emanuele Zoppo Martellini


“Fare una foto significa non perdere l’occasione: fermare un abbraccio, il cane di Mario che gioca”.


“Non mi ero mai soffermato a vedere tutte le cose che ci sono dentro la Serra, oppure tutti gli alberi che abbiamo dietro. E’ stato divertente, sono curioso di vedere cosa verrà fuori con tutte le nostre foto”.


“Rivedere le foto che fai è una bella emozione. Non capita tutti i giorni di fare le foto sulla pista del ghiaccio”.


“Ho fatto le foto ai ragazzi in tipografia che lavoravano, le foto al giardino, agli alberi, fiori, rose, al cuoco in cucina, ai capannoni delle fabbriche�.


foto di Noris Cocci

alessandra ercoli

Quanto le piace scrivere. E leggere ad alta voce. E quel bisogno di fermarsi a riflettere, 6 anni dopo il suo primo giorno qui, tra i suoi ragazzi. Fermare il tempo. Fermare i pensieri. Un vortice di passione che, sì, i suoi occhi fanno fatica a contenere. A 35 anni decidi di investire te stessa senza che qualcuno si aspetti nulla in cambio. Perché alla Serra tutto è naturale, vero, autentico. Una genuinità che si traduce in gesti. In un costante scambio. Tra persone. Già, le persone. “La normalità siamo noi, insieme. Non c’è un me e un loro. Qui siamo noi. E me lo hanno insegnato proprio loro. Perciò faccio questo lavoro, con il sorriso”. Alessandra ha imparato a non porsi limiti: si mette in gioco, in tutto e per tutto, perchè occorre trovare dei compromessi e in quell’istante ti accorgi che è bellissimo ricorrere a patti. L’altro ti da qualcosa di sé, ma anche tu devi ricambiare: devi ricambiare in sostegno, in allegria, in praticità, in sicurezza, in presenza. Devi esserci. E allora ti fermi e rifletti: ma chi è che ha più bisogno della presenza dell’altro?

foto di Gianfranco Mancini

foto di Emanuele Zoppo Martellini

foto di Michela Valeri


foto di Noris Cocci

halima ajrhourh

Educarli ad essere presenti nella quotidianità è un’azione che, forse, esula dai suoi compiti. Da quelle attività rituali e così indispensabili. Ma Halima non può (e non vuole) rinunciare ad inseguire i bisogni e le istanze degli altri. Di un’esistenza lunga 49 anni, le ultime due decadi le ha vissute curando l’organizzazione quotidiana e sanitaria - quello, per intenderci, che resta poco visibile agli occhi - e lavorando ad un unico obiettivo. Magari seguendo direttrici diverse da altri operatori. Ma sempre con la stessa energia. Li aiuta ad apparecchiare, i ragazzi. Sistema il sapone per le mani, misura la pressione, cura le ferite, condivide la lettura dei giornali. E quante risate con Daniela quando fa la doccia. Tutti la seguono. Tutto si fa insieme. Anche se i tempi si dilatano. E’ importante. E’ necessario. Soprattutto fuori da qui. Come è importante chiedere a Marco: “ma tu a casa apparecchi con mamma, sì?” E la sera una preghiera come compagna. Perché il giorno successivo sia sempre migliore. E ancora più pieno.

foto di Gianfranco Mancini

foto di Emanuele Zoppo Martellini

foto di Michela Valeri


“Quando scattavo con la macchinetta fotografica mi sentivo grande. Ho pensato a fotografare le noci che erano cadute con il vento�.


sono io una giusta parola


Cucire. Luce. Divertimento. Gioia. Affrontare. Albero. Foglie. Fichi. Tanto. Telaio. Sorriso. Trascorrere. Tranquillità. Raccogliere. Campagna. Galera. Compagnia. Salute. Ci sto bene. Armonia. Insieme. Amiche.

Le parole, come la maggior parte delle istantanee, le hanno messe loro. Per descrivere una quotidianità di grande suggestione, senza confini o barriere. Hanno impresso - e forse qualcuno, attraverso la scrittura, lo ha persino urlato - cosa questo microcosmo rappresenta. Punti di vista, opinioni, sentimenti, spazi: c’è tutto, ma proprio tutto, in poche sillabe, anche riflessioni contrastanti. E non poteva essere altrimenti. Vivere la Serra significa assaporare i loro sguardi. Uno per uno. Significa ascoltare le loro domande. Tutte. E significa trovare casa proprio alle loro parole. Sempre. Ecco perchè fermarle è diventata una sorta di dovere. Giocando. Appoggiando. Capovolgendo. Mantenendone vivo il respiro.


Ringraziamenti Quasi un anno insieme. Quante confidenze, quanti racconti. E quante volte i nostri ed i vostri occhi hanno mostrato una vita intera. Le foglie nella gancia. Le letture, meticolose, di un mondo rovesciato. Sotto ad un canestro o seduti lungo le scale. Tra gomitoli e carretti. I colori degli orari. Le sciarpe. Abeti e stelle. Le mani verso la terra. Gli spicchi di mela. Le luci. Una molletta, un ago ed un filo. Dentro, il sugo di pomodoro. Fuori, l’odore della pioggia. Una spazzola e quei capelli sospesi. Il tè, con una forchetta in mano. Il mescolarsi delle carte. La panchina e le pose. Danzando. Faticando. Tenere la scena e saper cercare la vetrina migliore. La finestra e la scala. Le bancarelle. Persino accarezzare il ghiaccio. E poi il fieno. I passi. La coda di un cavallo. Mentre gli asini si dissetano. Gli stivali. Un guinzaglio. Un recinto murario. Il bianco e una magia che tutti abbiamo voluto toccare. I sassi capaci di creare cerchi. Le barche rovesciate. Le reti che abbracciano il mare. Le corde che lo stringono. Il silenzio che sa diventare frastuono. I piedi che sanno liberarsi. Un panino, anzi, due. Un salto dalla roccia. E l’orizzonte alle spalle. A Paolo Bordoni, Andrea Mellini, Francesco Mercuri, Francesco Mazzocchetti, Paola Abbadini, Michela Scoccia, Sergio Grasselli, Graziano Torquati, Mario Berdini, Serena Dezi e Alida Zincarini: i ragazzi del nostro laboratorio fotografico. Grazie. Ed anche a Daniela Basso, Claudia Ripani, Moira Fortuna, Gianfranco Ramaceri, Marco Sciamanna, Giacomo Cristallini, Sesto Marcoionni, Dorotea Vesprini, Daniele Battilà, Giuseppe Vinciguerra, Paola Bordoni, Annalisa Marinelli, Guerrino Iacopini e Massimo Strappa. Per averci donato parole e gesti. Per averci fatto scoprire una nuova prospettiva. E per la vostra bellezza.


biografie noris cocci Nasce a Sant’Elpidio a Mare, nelle Marche, il 21 giugno 1977, e si avvicina alla fotografia fin dall’adolescenza. Dopo gli studi inizia a occuparsi di comunicazione, come art director in un’agenzia pubblicitaria; contemporaneamente svolge l’attività fotografica legata a tematiche di analisi sociale e antropologica. Viaggiatore per necessità e per vocazione, dal 2003 intensifica la produzione fotografica, ritrae il mondo del lavoro, e realizza il reportage sulla “Delocalizzazione del lavoro” in Cina per un’agenzia fotografica, documentando gli investimenti delle imprese italiane nei nuovi mercati produttivi asiatici. Nel 2005 approfondisce la ricerca e l’analisi della cultura nomade e realizza un racconto fotografico in Libia, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiano a Tripoli. Nel 2005 è presente con il lavoro “La protesta contadina” svolta nella francia del sud alla v° Biennale di fotografia marchigiana “Laboratorio Luigi Crocenzi”. È del 2006 il reportage in India in collaborazione con l’Associazione Darma Charitable Hospital. Nel 2007 il reportage in India diventa il libro “Dharma” (Damiani editore). Nel 2007 è presente nel catalogo della 24° Biennale dell’Umorismo nell’arte di Tolentino con due opere inerenti al tema “Che fine ha fatto il Maschio?”. Nel 2009 co-fondatore di Pholio, network di fotografia. nel 2009/10 pubblica “Diario di una Terra Vicina”, scatti che raccontano la Marca Fermana nelle Marche (QCSbook). Nel 2010 vince il primo premio “Oltre” del Festival “Face Photo News” in Sassoferrato (AN) con il lavoro “Sine Tempore”. Nel 2011 è presente alla rassegna “51° Internatinal Art Exhibition G.B Salvi” a Sassoferrato (AN) con un’ opera. Nel 2012 pubblica il libro “Sine Tempore- A timeless travel into the middle ages” reportage di rievocazioni medioevali in Italia con nota intrododuttiva di Ferdinando Scianna. Nel 2013 pubblica nel libro collettivo “Campi di Polvere” il racconto “Povera Patria” sulla tragedia del terremoto a l’Aquila. Le sue foto sono state pubblicate da quotidiani e periodici.

Gianfranco Mancini Nasce ad Adria (RO) il 23 luglio 1946. Si trasferisce nel 1950 con la famiglia a Montegranaro, paese natale del padre. Appassionato della fotografia, inizia, a matura età, un’esperienza reportagistica attraverso il racconto fotografico. Due sono i suoi maestri: Luigi Crocenzi (nato a Montegranaro) e la sua forza nel fare di una fotografia un racconto; e l’amico, in realtà compagno, Mario Dondero e la sua fotografia al servizio del debole e comunque di vite autentiche. Nel 2013 pubblica nel libro collettivo “Campi di Polvere” i racconti “La vita è più grande del destino” e “Finché ci sarà almeno una donna al mondo la vita continuerà” sulla tragedia del terremoto a l’Aquila.

emanuele zoppo martellini È nato a San Severino Marche nel marzo 1987 e vive a Sant’Elpidio a Mare. Ha affrontato un percorso di studi improntato sulle dinamiche sociali concluso nel 2012 con la laurea in Teorie Culture e Tecniche per il Servizio Sociale. La sua passione per la fotografia nasce ufficialmente nel 2009 dall’incontro con l’associazione L’Altritalia di Montegranaro ed in seguito con la frequenza ai corsi organizzati dalla stessa che hanno contribuito alla sua crescita come fotografo. È da considerarsi come l’inizio di un grande amore, che lo ha portato a frequentare persone stupende e a scoprire luoghi nascosti e meravigliosi. Nel 2013 pubblica nel libro collettivo “Campi di Polvere” i racconti “Gino” e “Il tempo immutato” sulla tragedia del terremoto a l’Aquila.

michela valeri Nata nel 1985 vive a Porto San Giorgio. Dopo aver conseguito la laurea in Teorie, culture e tecniche per il servizio sociale e l’abilitazione professionale, ha svolto attività attinenti al suo corso di studi in vari servizi. Incontra la fotografia nel 2010, anno nel quale entra a far parte dell’associazione l’Altritalia. L’amore per la fotografia nasce con una vecchia yashica e, per una serie di sfortunati eventi, continua in digitale. Espone a Montegranart nel 2013 con alcune opere. Il suo carattere scherzoso la spinge a cercare per questo progetto, come nella vita, un punto di vista ironico.

ANDREA BRACONI Nato nel 1974, scrive per testate giornalistiche cartacee e online locali e regionali dal 2000. Si muove tra cultura, sociale, politica, ambiente, economia e turismo. Ha ricoperto dal 2010 al 2014 responsabilità di comunicazione per la Provincia di Fermo. Riversa la sua passione moderando incontri pubblici con giornalisti, scrittori, magistrati e rappresentanti delle istituzioni. Curioso del web, cura i suoi profili social (Facebook, Twitter e Instagram) con continuità, gettando lo sguardo alla fotografia ed alla creazione di video reportage. è impegnato in progetti di narrazione sociale su disabilità, mondo carcerario ed immigrazione. In cantiere anche un progetto musicale (insil3nzio) in equilibrio tra nu-metal, rap e cantautorato, attraverso il quale raccontare le infinite maschere di questo Paese. Non rinuncerebbe mai alle parole e agli sguardi di Paola, Tommaso e Nicola.


promotore

enti sostenitori

Comune di Montegranaro

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Provincia di Fermo

Comune di Sant’Elpidio a Mare Assessorato alle Politiche Sociali

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I ragazzi de LA SERRA 2014 © tutti i diritti riservati NORIS COCCI 2014 © tutti i diritti riservati GIANFRANCO MANCINI 2014 © tutti i diritti riservati EMANUELE ZOPPO MARTELLINI 2014 © tutti i diritti riservati michela valeri 2014 © tutti i diritti riservati

ANDREA BRACONI

EMANUELE ZOPPO MARTELLINI

progetto grafico NORIS COCCI CRISTINA MARINOZZI stampato in Italia da CDC Arti Grafiche - Città di Castello - PG comunicazione Gallicantus

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione dei proprietari dei diritti e dell’editore.

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