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Periodico bimestrale, Registro Tribunale di Pisa n° 612/2012, 7/12 “Network in Progress” #15 Luglio/Agosto2013


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Casa Editrice: ETS, P.za Carrara 16/19, Pisa Legale rappresentante Casa Editrice: Mirella Mannucci Borghini

Network in Progress Iscritta al Registro della stampa al Tribunale di Pisa n° 612/2012, periodico bimestrale, 7/12 “Network in Progress” ISSN 2281-1176

Copertina a cura di: Giuseppe di Carlo www.giuseppedicarlo.com Editing and graphics: Valerio Massaro Vanessa Lastrucci Luca Casarano


Editoriale I

mondo dei bambini è altro da quello degli adulti, solitamente diverso non significa migliore, ma senza dubbio è un qualcosa che ci invita a pensare e ci fa capire punti di vista che non immaginiamo.

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ecentemente era possibile vedere un video in internet che portava a riflettere sul concetto di generosità e condivisione. Una telecamera nascosta osservava le reazioni di due bambini al momento in cui veniva loro offerta la merenda, servita in un piatto coperto, uno dei due piatti una volta scoperchiato era però vuoto.

Osservando una scena di questo tipo ci si aspetta che il bambino fortunato si butti sul suo ricco piatto ignorando che quello del vicino sconosciuto sia completamente vuoto, perché tutti lo sappiamo: “i bambini sono egoisti!”. E invece no, quelli del video hanno tutti diviso, con allegria e soprattutto senza pensarci nemmeno un attimo, con semplicità, la merenda con il vicino!

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arà sicuramente una creazione mediatica questo piccolo video, ci saranno stati nelle riprese anche alcuni egoisti, ma non è questo il punto, que-

sto ha fatto riflettere. Non sappiamo quanti adulti avrebbero reagito con tanta naturalezza all’idea della condivisione. Quando è che gli adulti si dimenticano degli altri e del piacere di condividere?

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ondivisione significa prendersi cura delle altre persone, ma anche delle cose che non sono strettamente tue ma comuni; città, spazio pubblico, spazi di passaggio e d’incontro che rientrano senza dubbio in quelle categorie che sono percepite dalla maggior parte delle persone non come proprie, ma ad uso di tut-


ti. Ed ecco qua che l’adulto medio italiano, si dimentica completamente del comportamento che avrebbe tenuto se fosse stato un bambino e là dove la cosa non è sua la percepisce come estranea, trattandola senza cura.

via. E’ sempre inferiore il contatto con la natura, è sempre minore la varietà degli spazi, è sempre maggiore la standardizzazione, nelle dimensioni, nei materiali. Eppure ancora si possono salvare da questa costrizione moderna.

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ppure i bambini di oggi sono sempre più costretti a vivere in spazi artificiali, costruiti, pensati apposta per loro, che devono rispondere a una miriade di norme tecniche e di sicurezza, lo scivolo di plastica, il terreno di tartan, la casetta di legno trattato, l’altalena di gomma, il tunnel di cemento e così

anti, ma ancora troppo pochi, i progetti che considerano il bambino in prima persona.

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n questo numero qualche esempio di come può essere il bambino a decidere e progettare il proprio spazio del gioco, del divertimento, vedremo lo spazio pubblico da

un punto di vista diverso dal solito. Abbiamo strutturato un piccolo progetto sviluppato attraverso la raccolta fotografica di Frames,che cerca di vedere lo spazio pubblico attraverso gli occhi dei bambini, capire che cosa è per loro, che cosa rappresenta. Il risultato, pur se tratto da un campione molto ristretto, conferma quanto già detto sopra, e cioè che i bambini hanno uno sguardo particolare più attento di quello di un adulto a quello che è uno spazio comune. Sopratutto la cosa che ci ha colpito maggiormente è il fatto che a tale concetto venga quasi sempre


associato quello di relax, uno spazio creato ed utilizzato come migliorativo della vita dell’individuo, e soprattutto un luogo dove essere felici che viene da loro vissuto come un luogo speciale.

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unque è così, i bambini sono consapevoli del fatto che sia importante cercare di essere felici e associano a questo la condivisione e la vita in uno spazio comune.

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anche vero però che i bambini non nascono con questo concetto innato, ma piangendo ed esigendo quello di cui hanno bisogno dai loro genitori e solo con il tempo dopo alcuni mesi imparano a ridere coscientemente e a godere delle cose, una volta imparato cercano di metterlo sempre in pratica.

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er gli adulti è uguale, è facile lamentarsi, stare male e non prendersi cura di ciò che è altro, occorre impegnarsi per imparare

a rilassarsi, sorridere ed essere felici…chissà seduti su una panchina in un giardino di città….


La copertina è un’illustrazione originale a cura di “Mi chiamo Giuseppe, in arte Mr.G. vivo e lavoro a Firenze, città dove vivo da ormai 10 anni. Faccio l’ illustratore da 9 - 10 anni, tutti i lavori anche quelli in digitale nascono da schizzi su carta. Ho iniziato disegnando collezioni per t shirt, locandine per corsi di teatro e loghi, negli ultimi anni ho portato i miei lavori su vari muri di Firenze”

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info@giuseppedicarlo.com www.giuseppedicarlo.tumblr.com search me on facebook


Contents

#15 RUBRICHE

Architettura che ci piace

La terra dei bambini Un centro per l’infanzia per Um Al Nasser

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di Paola Pavoni

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Frames p

Un parco, una piazza, una strada: Lo spazio pubblico visto dagli occhi dei bambini a cura della redazione

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FOCUS ON

Progetto dello spazio ludico e giardino:

intersezioni fantastiche di Anna Lambertini

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IL PROGETTO

Solidarietà condivisa e senza marchio di Luigi Castelli Gattinara

Giardini scolastici Ascoltiamo gli esperti a cura di ABCittà CREATIVITÀ URBANA

Le piazze dei bambini Un luogo di pace e felicità di Daniele Zavalloni

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Clown in corsia di Giulia Cavallini LE RECENSIONI

_il libro_ Camminare il paesaggio di Gabriele Corsani

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supporta

acquistando questo spazio pubblicitario! per info: redazione@nipmagazine.it


Architettura che ci piace/ non ci piace “LA TERRA DEI BAMBINI”

UN CENTRO PER L’INFANZIA PER UM AL NASSER di Paola Pavoni

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l progetto di un Centro polifunzionale per l’infanzia, “Terra dei Bambini”, è il risultato di una stretta cooperazione tra la Onlus Vento di Terra e due importanti studi di architettura e ricerca, Arcò – Architettura & Cooperazione e MCA - Mario Cucinella Architects, nel rispondere ad una richiesta di aiuto proveniente dalla comunità di Um al Nasser, a Nord della Striscia di Gaza, per garantire accessibilità a servizi educativi ai bambini della comunità e alle donne del villaggio.

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l progetto realizzato tra 2011 e 2012, ospita circa 150 bambini in età pre-scolare e reinterpreta il modello della tenda beduina, valorizzando l’identità della “civiltà della tenda” di cui la comunità di Um al Nasser fa parte.

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l Centro per l’infanzia è un edificio ad un piano, parzialmente interrato, per una superficie totale di 400 mq di patio giardino e 600 mq che comprendono 6 aule, libreria, direzione, aula docenti, area accoglienza, laboratorio attività psicomotorie, spazio polifunzionale, sportello famiglie, infermeria e servizi igienici. Un’ampia copertura che ripiega su se stessa richiama la disposizione ondulata dei teli e favorisce il controllo climatico interno all’edificio, attraverso l’innesco di moti convettivi dell’a-

ria, e la raccolta dell’acqua piovana che viene convogliata in una cisterna interrata; un sistema di brise-soleil in legno, le cui linee orizzontali richiamano le tipiche decorazioni dei tessuti autoctoni, controllano l’irraggiamento solare; i muri dell’edificio, costruiti con la tecnica dell’heart bag, sacchi riempiti di terra disposti uno sull’altro, garantiscono l’isolamento termico e acustico, tenendo i bambini al riparo dal clima e dalla realtà esterna.

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’impiego di materiali a basso costo e reperibili sul luogo hanno permesso il coinvolgimento di manodopera locale non specializzata nella realizzazione dell’edificio ed ha contribuito alla sua formazione nella realizzazione di un impianto di fitodepurazione e di un impianto fotovoltaico che permette alla scuola di funzionare con l’energia solare. “La Terra dei Bambini” è un’architettura di pace. Credits: Progetto Architettonico: Arcò – Architettura & Cooperazione; Mario Cucinella Architects Donatori: Ministero Degli Affari Esteri - Cooperazione Italiana; Cei – Conferenza Episcopale Italiana; Comune Di Milano; Comune Di Sesto San Giovanni (MI); L.U.S.H. Italia; Rete Sostenitori Vento Di Terra Ong Immagini fornite da Studio MCA- Mario Cucinella Architects Info: http://www.mcarchitects.it/project/la-terra-dei-bambini http://www.ventoditerra.org/la-terra-dei-bambini-la-scuolaper-linfanzia-di-gaza/

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Un parco, una piazza, una strada: lo spazio pubblico visto dagli occhi dei bambini foto e testi a cura della Redazione


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o spazio pubblico visto con occhi e scopi diversi, con gli occhi dei bambini. Anche i più piccoli, come gli adulti, hanno bisogno di luoghi pubblici, di conoscerli, di viverli, di dare il loro punto di vista su spazi che fanno parte della loro vita quotidiana. er questo abbiamo chiesto a loro di essere fotografi per un giorno, portando alla nostra attenzione quello che per loro rappresenta uno spazio pubblico, quello che non deve mancare nei luoghi dove trascorrono il tempo libero. Giovani esploratori tra i sette e gli undici anni ci hanno raccontato la loro idea di luogo pubblico, l’hanno disegnata ognuno secondo le proprie sensibilità e in un “gioco di parole”, di confronto reciproco, hanno spiegato quali sono gli elementi che secondo loro caratterizzano un parco, una piazza, una strada. Una ricognizione d’idee a loro e a noi necessaria per lasciarli liberi, con solo uno strumento in mano, la macchina fotografica, di ritrarre tutti gli oggetti e i luoghi che per loro rappresentano lo spazio pubblico. Lasciamo che siano loro a raccontare… aura (11 anni): …abbiamo fatto un progetto sugli spazi pubblici… io ho disegnato un parco con i dei grandi sassi per sdraiarsi, Sofia ha disegnato un parco con tanti giochi, e Federica ha disegnato la strada. Siamo andate in giro per la città e abbiamo fotografato le cose che abbiamo scritto e disegnato ederica (7 anni): … siamo andati a fare le foto e i disegni agli spazi urbani. Io ho disegnato la strada e il mare… udovica: …Per me uno spazio pubblico è una strada, un parco, una piazza. Uno spazio qualsiasi utilizzato da chiunque … Sarebbe molto bello secondo me se ci fosse più verde a disposizione, e che questi luoghi fossero pensati e studiati per far vivere meglio l’uomo. eonardo: … per me uno spazio pubblico è: uno spazio dove tutti, bambini, anziani, possono giocare, passeggiare e riposarsi. Io vorrei che in questi luoghi ci fosse più natura e più piste ciclabili così le persone potrebbero rilassarsi ed essere più felici…

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Hanno collaborato con la redazione di NIP Silvia Lanfranchi, Ludovica Marinaro e i fotografi Federica, Laura, Leonardo, Ludovica e Sofia. 11


Anna Lambertini Architetto e paesaggista socia AIAPP/IFLA, specializzata in Architettura dei giardini e Progettazione del Paesaggio, con Phd in Progettazione Paesistica, dal 1995 lavora nel campo dell’architettura del paesaggio, come progettista e ricercatrice free lance. Ha fondato con Tessa Matteini lo studio Limes. Docente al Master in Paesaggistica di Firenze, è autrice di più di ottanta pubblicazioni ed è coordinatrice di redazione della rivista Architettura del Paesaggio.


Progetto dello spazio ludico e giardino: intersezioni fantastiche

di Anna Lambertini

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siste una fitta trama di connessioni, reali e metaforiche, che ci permette di utilizzare con vantaggio, e assoluta pertinenza, il riferimento all’arte del giardino come ambito culturale e disciplinare privilegiato per guardare alla produzione degli spazi ludici della città contemporanea.

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er cominciare, si può dire che riferirsi all’arte dei giardini permette di appuntare con immediatezza l’attenzione su un luogo speciale, il giardino, storicamente riconosciuto come spazio del libero gioco dell’immaginazione. Un resistente legame tra giardino e spazio ludico è da subito introdotto: entrambi si configurano come ambiti destinati a

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stimolare la fantasia e la libertà d’immaginazione dei loro fruitori. Una seconda suggestione connettiva è data dalla tradizionale identificazione di entrambi i dispositivi spaziali come di luoghi circoscritti, protetti e definiti da limiti: giardini e campi gioco nascono come speciali “recinti” creati per far vivere esperienze fisiche, percettive e sensoriali, reali.

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ollocandoci in una prospettiva di lettura storica e interdisciplinare retrospettiva, troviamo poi altre promettenti relazioni semantiche. Pensiamo ad esempio alla introduzione del termine kindergarten (giardino d’infanzia): nel 1837 il pedagogista tedesco Friederich Fröbel lo usa per la prima volta


per designare un nuovo tipo di scuola per l’infanzia, ideata in applicazione di specifici indirizzi educativi. Secondo le teorie fröbeliane, fortemente intrise dello spirito igienista positivista dell’epoca, i bambini sono simili a fiori e devono crescere in un giardino. Grazie all’uso di particolari elementi-gioco, definiti doni fröbeliani (in tutto venti combinazioni tra figure solide, forme geometriche, oggetti vari come ciottoli e perline), i bambini sono sollecitati all’uso dei loro sensi e delle loro capacità adattive al reale. Per Fröbel, facendo leva sulla consuetudine con la manipolazione di forme pure, i piccoli creativi sono stimolati a riconoscere una idea superiore di “armonia naturale” e a comprendere il principio di unità: tra materia, intelletto e spirito e tra natura, conoscenza e bellezza.

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ltre al giardino metaforico, il metodo fröbeliano contempla l’uso di un giardino reale, luogo di partecipazione comunitaria, da realizzare come pertinenza dell’edificio scolastico e da organizzare secondo uno schema rigorosamente geometrico. L’orto-giardino, dove i bambini possono dedicarsi personalmente alla coltivazione di fiori, piccoli alberi da frutto e ortaggi, diventa spazio educativo per eccellenza in cui si impara il valore dell’aver cura delle cose, a riconoscere lo scorrere delle stagioni e la dinamica evolutiva dei processi naturali. Il giardino fröbeliano costituisce senza dubbio l’antenato “Romantico” di un fertile e sempre più diffuso filone di orti-giardino scolastici e didattici che arriva ai nostri giorni. Inoltre, proprio come un campo-gioco per bambini ben proget-

nella pagina precedente Un kinder garten fondato ai primi del Novecento in Australia http://www.ku.com.au/about/history.aspx in alto Esempi di doni froebeliani: versioni primi del Novecento e (in basso) contemporanee http://www.letsgrow.ie/shopping_admin/product_details/product. cgi?product=L5072S1

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tato, l’orto-giardino fröbeliano è un luogo pensato per favorire lo sviluppo psico-fisico dei suoi piccoli fruitori, la socializzazione, l’uso delle capacità sensoriali, la creatività e l’apprendimento. a metafora di Fröbel che associava il bambino ad una giovane pianta da curare, l’educatore ad un giardiniere e la scuola ad un giardino e l’impostazione didattica che privilegiava l’osservazione della forma pura, ebbero grande fortuna nell’Ottocento: alla fine del secolo XIX trovarono ampia diffusione in tutta Europa manuali e trattati pedagogici derivati dagli scritti dello studioso tedesco1, e i doni

fröbeliani furono presto commercializzati anche negli Stati Uniti. La forza delle suggestioni ludiche fröbeliane e dei metodi educativi del pedagogista tedesco, pare essere stata dirompente. In Inventing Kindergarten, un volume pubblicato nel 1997, l’autore Norman Brosterman indaga ad esempio le relazioni tra il sistema educativo proposto da Fröbel, la sua influenza sulla nascita e l’affermazione dell’arte astratta, e la produzione teorica e pratica del Movimento Moderno. Per Brosterman, l’uso dei doni fröbeliani da bambini ha funzionato come basilare orientamento estetico per molti di coloro che, divenuti adulti, si affermarono quali

1. In Italia per esempio ebbe diffusione quello di Pitagora Conti, pubblicato per la Hoepli nel 1892.

in alto Un ritratto di Isamu Noguchi con il plastico del Contoured Playground tratto da Isamu Noguchi. A Study of Space, di Ana Maria Torres, The Monacelli Press, New York 2000 (p. 24).

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In basso Campo gioco provvisorio in Dijkstraat, ad Amsterdam, prima e dopo l’intervento realizzato su progetto di Aldo van Eick, nel 1948. http://teorieetecniche.blogspot.it/2012/11/ oltre-il-playground_16.html

figure chiave delle avanguardie artistiche e culturali del XX secolo, contribuendo a rivoluzionare i codici estetici delle arti visive e dell’architettura: Klee, Kandinsky, Wright, per esempio.

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a ricerca di una nuova estetica del Moderno nella cultura del progetto di spazio aperto, costituisce un tratto costitutivo della produzione di due noti progettisti del Novecento, a cui la più raffinata produzione contemporanea di architettura del paesaggio in generale e in particolare quella applicata ai campi gioco e ai giardini urbani, deve molto.

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el 1941, l’artista nippo-americano Isamu Noguchi immagina un innovativo “Contoured Playground” da realizzare nel Central Park

di New York. Il progetto, mai costruito e documentato da un lucente plastico di bronzo, prevedeva di modellare un’ampia area come una grande scultura ambientale, attraverso manipolazioni plastiche della morfologia del terreno (earth modulations) che le avrebbero conferito l’aspetto fluido e avvolgente di uno spazio proteiforme, misterioso e attrattivo. Una topografia ludico-poetica a misura di bambino, un paesaggio astratto di sintesi dove coltivare l’immaginario, lanciandosi in esplorazione di collinette,lievi depressioni,cavità minime e dove i piccoli fruitori avrebbero potuto giocare liberamente attivando le loro capacità inventive. Noguchi, che credeva nel ruolo sociale dell’artista e al fatto che a questi spettasse di rendere la vita delle persone comuni ricca e piacevole, si applicò in tutto il suo lavo-

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ro a un formidabile esercizio di sintesi multipla, finalizzato a combinare insieme idea di luogo e opera scultorea, forme del giardino contemplativo giapponese e nuove configurazioni dello spazio pubblico “moderno”.

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n altro straordinario esercizio di sintesi inventiva, questa volta tra teorie funzionaliste e concetto di spazio pubblico plasmabile liberamente dall’immaginazione dell’utente, si riconosce nel lavoro dell’architetto olandese Aldo van Eyck, che dal 1947 fino al 1978 si applicò alla costruzione di più 700 spazi gioco distribuiti negli interstizi e nei vuoti urbani di Amsterdam, con soluzioni mai banali che operavano anche in forma temporanea sulla trasformazione di spazi minimi degradati. Si trattò di coraggiosi e innovativi esperimenti spaziali, avviati nello stato di necessità connesso agli scenari postbellici della ricostruzione delle città europee, che hanno influito positivamente sulla vita quotidiana di più di una generazione di abitanti della capitale olandese.

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Bibliografia -Brosterman Norman, Inventing Kindergarten, Abrams, 1997. -Lambertini Anna, Fare parchi urbani. Etiche ed estetiche del progetto contemporaneo in Europa, Firenze University Press, Firenze, 2006. -Lambertini Anna, Urban Beauty! Luoghi prossimi e pratiche di resistenza estetica, Editrice Compositori, Bologna, 2013 (in corso di stampa). -Munari Bruno, Codice Ovvio, Einaudi, Torino, 1971. -Rodari Gianni, Grammatica della Fantasia, Einaudi, Torino, 1973. -Romitti Ines, Petrella Florinda, a cura di, Gli spazi verdi per il gioco dei bambini, Alinea, Firenze, 1998. -Torres Ana Maria, Isamu Noguchi. A Study of Space, The Monacelli Press, New York, 2000. -Kreyder Laura, Laitue et violettes: le jardin et l’enfant, de la comtesse de Ségur à Zola, pagg. 378 – 394 in Balmas Enea ed altri, a cura di, La letteratura e i giardini, Leo S. Olschki, Firenze, 1987. -Walker Peter, Simo Melanie, Invisible Gardens, MIT Press, Cambridge 1994. -Weilacher Udo, Between Landscape Architecture and Land Art, Birkäuser, Basel, Berlin, Boston 1999.


Luigi Castelli Gattinara è nato a Roma nel 1988. Si è laureato nel 2010 in Architettura presso l’Università di Roma Tre, dove a ottobre conseguirà la laurea magistrale. Ha studiato nel 2011 alla Oxford Brookes University e partecipato a workshop a Istanbul e Buenos Aires. Ha lavorato con lo studio C.F. Møller a Copenhagen e partecipato con il Team Rome al Solar Decathlon 2012. Si interessa particolarmente di sostenibilità e sviluppo sociale, collaborando con la ONG Hisani in Tanzania, dove si occupa della progettazione, raccolta fondi e direzione dei lavori dell’orfanotrofio.

BrochureOrfanotrofio: http://www.youblisher.com/p/646222-Brochure-progetti-per-l-orfanotrofioHisani-Mwanza-2013/ Portfolio: http://www.youblisher.com/p/475509-Portfolio-Luigi-Castelli-Gattinara/ Video Orfanotrofio: http://www.youtube.com/watch?v=8ns58Bymhtw Video differita webinar: http://www.youtube.com/watch?v=5-5vymaldG8&feature=youtu.be Facebook Filippo Astori Onlus: https://www.facebook.com/pages/Filippo-forever/91402063594 Sito Filippo Astori: http://www.filippoforever.it/


Solidarietà condivisa e senza marchio “La sola cosa necessaria per la tranquillità del mondo è che ogni bambino possa crescere felice.” Chief Dan George

di Luigi Castelli Gattinara hanno contribuito al disegno del progetto Francesco Cusani e Simone Cammilletti

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l pensiero di un famoso nativo americano è alla base del progetto che l’ONG Hisani porta avanti nel villaggio di Buswelo, nella regione di Mwanza, Tanzania. In questo luogo bellissimo e poverissimo, pieno di sole e di bambini, è stato realizzato un piccolo orfanotrofio, la casa di accoglienza Hisani (in swahili “prendersi cura”) per offrire alloggio, cibo, cure e un po’ d’istruzione a una moltitudine di bambini di strada e orfani di tutte le età. La struttura è gestita da Luigi Lo Pinto,un medico siciliano che vive in Tanzania da oltre 10 anni. I bambini oggi sono 93,ma ogni giorno arrivano nuove richieste di aiuto, a cui è difficile dire di no. Circa un anno fa uno dei dormitori ha cominciato a cedere e i bambini sono stati sistemati nel refettorio, dove tuttora dormono anche in tre per letto. Insieme a un mio compagno, anche lui studente di architettura a Roma, ci siamo offerti di realizzare un progetto che permettesse di risolvere l’emergenza, tenendo conto della particolarità del contesto. Volevamo che i punti di forza del nuovo dormitorio fossero la sostenibilità per la comunità locale, la possibilità di realizzazione in più fasi, e la coniugazione tra massima economicità e migliore qualità della vita: una vera casa per i bambini, accogliente, vivace e colorata.

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Un dormitorio per i bambini di Buswelo

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er prima cosa abbiamo scelto di coinvolgere la comunità di Buswelo nella costruzione del dormitorio, integrando il più possibile metodi e materiali costruttivi tradizionali con soluzioni semplici ma migliorative, cercando di capire quali fossero i materiali a disposizione e le capacità delle maestranze locali. Nell’area rurale di Mwanza piccole ditte composte da giovani operai poco specializzati costruiscono per lo più con utensili manuali. Le costruzioni tradizionali sono quasi scomparse, sostituite da piccoli edifici in muratura a un piano. Blocchi di terra o cemento, capriate in legno e lamiere per il tetto a falde sono i materiali utilizzati per costruire le case dei villaggi suburbani.

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uando abbiamo iniziato a disegnare il nostro intento era di realizzare un edificio che si allontanasse dal tradizionale dormitorio-camerata, recuperandone l’identità persa: una “casa” per i bambini dell’Hisani, che garantisse a ciascuno uno spazio più intimo e personale, da personalizzare all’esterno con un colore e all’interno con disegni e oggetti personali. Avevamo bisogno tuttavia di ospitare il maggior numero di letti possibile, per accogliere ogni nuo-

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va richiesta di asilo, e dovevamo confrontarci con le poche risorse a disposizione. Abbiamo pensato quindi a una struttura che sfruttasse tutto lo spazio a disposizione garantendo anche aree comuni per la socialità e lo studio.

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l lotto dove andavamo ad inserirci comportava delle scelte molto vincolanti: avremmo dovuto sostituire un tassello alla corte rettangolare dell’orfanotrofio, composta dai tradizionali edifici mono-piano a due falde. Mantenendo la continuità formale con il complesso, un tetto più pendente ci ha permesso di creare uno spazio per una zona soppalcata centrale: siamo così riusciti ad ottenere il maggior numero di posti letto senza dover ricorrere a costosi permessi necessari per costruire su due piani. L’idea del soppalco è piaciuta immediatamente ai ragazzi più grandi, che non avendone mai visto uno prima si sono subito prenotati i letti in alto. Capendo quanto fosse importante per loro avere un luogo più privato rispetto alle grandi camerate, abbiamo suddiviso la superficie in stanzette più piccole, di 2 o 3 posti letto ciascuna. Ogni cameretta ha un piccolo spazio personale e uno scaffale dove riporre i pochi oggetti .

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a pianta consiste in due spazi speculari (divisi per età) con stanzette e letti a castello tripli. Il soppalco corre sopra il corridoio centrale, ospitando altri letti e zone studio. Tra le due camere sono state ricavate due aree comuni dove trascorrere il tempo libero, una all’aperto ed una al chiuso soppalcata.

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ella scelta dei materiali abbiamo cercato di coniugare la massima economicità con il miglioramento del comfort, posizionando sotto il tetto in lamiera un controsoffitto in cartongesso con un’intercapedine di 20 cm che termina in un “cappello-camino”, per garantire la ventilazione e l’abbattimento del calore. Per le capriate è stato scelto un legno dolce molto economico e facilmente reperibile nel luogo, reso resistente dalla disposizione reticolare della capriata.

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razie ai primi fondi, a luglio 2012 mi sono recato sul posto per avviare il cantiere. Dopo un mese di lavoro e non poche resistenze dei costruttori locali, le maestranze cominciavano a interessarsi al nuovo modo di costruire, e chiedevano di portare i committenti a visitare il cantiere.

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er raccogliere i fondi necessari a completare la costruzione ho studiato un metodo che si è rivelato di grande successo: suddividere le due grandi camere in modulistanzetta ben definiti e con un costo variabile, che i donatori possono scegliere e personalizzare con un colore o con una dedica. Questo sistema permette il coinvolgimento concreto di chi contribuisce, che non solo riconosce materialmente il frutto della propria donazione, ma partecipa al progetto e instaura un legame diretto con i bambini che andranno a dormire nei letti da loro donati. Si può scegliere di donare un singolo letto, i tre letti a castello, la stanzetta completa con pannello divisorio e scaffalatura, o il modulo soppalco con letto e zona studio, con un costo che varia dai 100 ai 400 dollari.

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Un nuovo progetto: il cortile

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razie al clima temperato del luogo, i bambini dell’Hisani potrebbero passare l’intera giornata all’aperto, nel cortile. Con i suoi ruderi e gli spazi arrangiati, le cataste di legna e i rottami di macchine, il cortile non viene sfruttato come dovuto. Nella stagione delle piogge violente inoltre il fango lo rende inagibile per lungo tempo, costringendo i bambini a rintanarsi sotto lo stretto porticato.

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o proposto di occuparmi di questa seconda necessitĂ con un progetto di risistemazione del cortile, che abbiamo iniziato lo scorso febbraio.

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Attraverso pavimentazioni, tettoie e canali di scolo lo spazio sarà agibile anche nella stagione delle piogge. Il progetto include la realizzazione di una tettoia continua e curva, che preserva gli alberi da frutto e copre diverse funzioni: aule didattiche all’aperto, un’area per la cucina, zone gioco a vasca per i bambini piccoli e spazi più riservati per i ragazzi. Le parti non incluse dalla tettoia saranno coperte da prati, piante e aiuole, con livellamenti del terreno che creano opportunità per giocare, sedersi e riposare all’aperto.

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bambini seguono i lavori con curiosità e interesse, occupando i nuovi spazi appena realizzati. Gli operai acquisiscono via via competenze nuove e sono orgogliosi dei risultati. Mentre i lavori proseguono, sto sviluppando un progetto per la tesi di laurea che spero di realizzare: un Centro di accoglienza per persone vulnerabili a Lukobe, a pochi chilometri da Buswelo. Una comunità completamente autosufficiente, anche dal punto di vista energetico, dove alcuni ragazzi dell’Hisani riceveranno una formazione professionale, i bambini con disabilità verranno accolti e seguiti, mentre le loro mamme cureranno insieme ai ragazzi più grandi l’orto, la stalla, la mensa e la lavanderia per tutti.

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ABCittà società cooperativa sociale onlus ABCittà è una società cooperativa sociale costituita da un gruppo di professionisti con esperienze diverse in progettazione partecipata. Le competenze riguardano le scienze umane e sociali, lo sviluppo sostenibile, l’organizzazione e la gestione di sistemi complessi, la pianificazione e la progettazione urbana, la psicopedagogia dello sviluppo e la cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Si rivolge a istituzioni, enti, agenzie pubbliche e del privato non-profit e profit. Opera dal 1999 a livello locale, nazionale e internazionale. http://www.abcitta.org/


GIARDINI SCOLASTICI: Ascoltiamo gli esperti

a cura di ABCittà società cooperativa sociale onlus

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“Cosa ti piace di più del giardino della scuola?”

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iocare a calcio contro il muro o andare sullo scivolo, rispondono i bambini, qualche bambina preferisce la casetta, correre, salire sul castello; altri ancora giocano a nascondino dietro alberi o panchine; poi c’è Matteo a cui piace rapire le femmine e Lorenzo che ama l’astronave – che in realtà piace a molti. Nei disegni si riconoscono i giochi classici ma anche le amiche del cuore, prevale il verde e il cielo è sempre azzurro, e i fiori, spesso sproporzionati, sono dei colori dell’arcobaleno. Siamo nella scuola dell’infanzia di Via Branca a Milano, i bambini hanno cinque anni e inizia così, dai loro ricordi e dai loro vissuti, il laboratorio di progettazione partecipata: dopo sette incontri con un architetto facilitatore e il paziente raccordo delle educatrici, diventeranno i progettisti di un nuovo giardino.

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el metodo che ABCittà propone (IVAC, investigazione – visione – azione – cambiamento) anche i più piccoli sono messi in grado di partecipare alla progettazione del giardino: la sua percezione avviene con l’esplorazione dei sensi o il “misurabimbo”, la ricostruzione degli elementi nello spazio è un gioco che dà voce alle sensazioni e alla preferenze di tutti, e la fantasia non ha limiti nella visione del giardino dei desideri: scivolo a spirale, anellidondolo, fiore-toppa per nascondino, laghetto... Racchiusi in palloncini, tutti questi sogni volano in cielo in attesa che un architetto li raccolga per poi confrontarsi con loro e redigere il progetto tecnico. na preoccupazione da sfatare negli adulti è che la partecipazione porti a qualcosa di impossibile, che i bambini vengano delusi o, al contrario, canalizzati in direzioni prestabilite. È compito

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dei facilitatori del processo decodificare i desideri per tradurli in indicatori alla portata di ogni progetto. La selezione successiva è fatta insieme ai tecnici (architetto, agronomo, referente comunale del verde) che incontrano i bambini proprio per capire le richieste e dove necessario spiegare i limiti di fattibilità o di costo e le alternative possibili. iochi inventati, natura, percorsi e salti, altalene diventano le aree di interesse. Più spesso nella primaria chiedono orto, alberi da frutto, prati erbosi, ma ai più piccoli non mancano mai i fiori. Le “strutture-gioco” fanno parte inevitabilmente dell’immagina-

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rio dei bambini, specialmente se sono alte o permettono di nascondersi, ma si trovano facilmente soluzioni anche nell’ambiente naturale – labirinti vegetali, percorsi sensoriali, colori e farfalle, piccoli animali, meglio se sugli alberi. egli ultimi incontri, dopo il voto che concentra le preferenze, i progetti prendono la forma del “plastico”: con materiali di recupero i particolari si precisano e il confronto tra i risultati dei diversi gruppi e con i genitori in un workshop comune porta alla proposta finale, sulla quale l’architetto elabora il progetto preliminare.

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lla scuola Branca c’è Gardenio il giardiniere, un personaggio che guida il lavoro dei bambini tramite lettere recapitate alla facilitatrice: dopo la realizzazione del plastico, li invita a costruire anche il prototipo del treno, uno dei quattro desideri prioritari. “Il bello del treno è quello di muoversi e vedere il paesaggio fuori”: così, se non si può realizzare un treno mobile per motivi di sicurezza… ecco che a cambiare saranno gli scenari. In un nuovo laboratorio di realizzazione che occupa la seconda parte dell’anno, i bambini provano a crearli e a posizionarli sul muro della scuola, mentre si inizia a piantare i fiori e si attende la nuova pavimentazione in calcestre per il gioco dei birilli animati autoprodotti. l giardino di Via Branca è uno dei 9 giardini scolastici (dell’infanzia o primaria, uno in ogni Zona di decen-

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tramento) che il Comune di Milano sta riqualificando, grazie ai fondi della L.285/97, con il coinvolgimento di “esperti” particolari: i bambini che quotidianamente ci vivono. Si risponde così a una richiesta fondamentale dei bambini e delle famiglie di un contesto urbano: rafforzare il legame con lo spazio naturale valorizzando il verde esistente, spesso scarso o sottoutilizzato. Partner del progetto sono la Cooperativa Sociale ABCittà, nella fase di progettazione partecipata e nell’accompagnamento alla realizzazione; e Legambiente Lombardia, che ha curato le opere di giardinaggio e orticultura. estinatari sono innanzitutto i bambini che frequentano le scuole dei giardini individuati, insieme ai docenti che possono migliorare l’offerta didattica; in secondo luogo le famiglie, coinvolte nella trasformazione e nella pos-

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sibile apertura del giardino anche fuori dall’orario scolastico, costruendone insieme occasioni e modalità attraverso eventi di sperimentazione, animazione e costruzione di regolamenti condivisi. Indirettamente, però, esso è destinato anche alle Istituzioni competenti – una rete trasversale di competenze che dall’infanzia coinvolge il verde, il decentramento, l’edilizia scolastica – come strumento replicabile in altri contesti per la dotazione di verde per l’infanzia, e alle realtà formali o informali del territorio che possono beneficiare dei nuovi spazi e collaborare alla loro cura e gestione nel tempo. l progetto offre allora un metodo per favorire il senso di appartenenza ai giardini scolastici da parte dei bambini, sensibilizzare alla cura del bene comune e incentivare la fruizione degli spazi verdi. Sono i bambini stessi che diven-

tano catalizzatori di questo nuovo senso civico verso gli adulti e la comunità: “guardate come crescono le piante!” cita un cartello colorato accanto alle vasche orto e alla fontana selvaggia della materna Narcisi; i tavolini all’aperto della primaria Gabbro sono uno diverso dall’altro, invito al gioco di gruppo; il percorso della Arcadia è un doppio anello per grandi e piccoli e il labirinto della Clericetti sarà coperto da rampicanti grazie ai genitori che continueranno ad annaffiarli.

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Daniele Zavalloni Ho cinquantanove anni, due figli, i baffi bianchi e vado a lavorare in bicicletta con qualsiasi condizione meteo, anche con la neve. Ho lavorato per 17 anni presso l’Azienda Regionale delle Foreste dell’Emilia Romagna, da 18 anni lavoro al Servizio Tecnico di Bacino Romagna, sede di Cesena, mi occupo di acqua e di fiumi. Ho una lunga esperienza di educatore nel mondo dello scoutismo, e come volontario in diverse associazioni. Sono vicepresidente del G.R.T.A.-Cin (Ecoistituto - Cesena); organizzo attività e corsi di formazione, interventi educativi, sono direttore della Biblioteca dell’Ecoistituto. Sono stato consigliere del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, monte Falterona Campigna. Tutte le informazioni sull’associazione si trovano nel sito: www.tecnologieappropriate.it


Le piazze dei

bambini

un luogo di pace e felicitĂ di Daniele Zavalloni

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La biblioteca dell’Ecoistituto, un’istituzione privata aperta al pubblico

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opo un anno di lavoro insieme, Gianfranco ci lascia per diventare, l’anno successivo, maestro di scuola materna, il mondo della scuola diventerà il suo luogo di lavoro.

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on è facile parlare delle persone che non sono più tra noi perché sono morte, senza cadere nella facile retorica; purtroppo, in molti casi, il ricordo di queste persone si limita a uno sterile elenco delle cose che hanno fatto in vita.

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ianfranco è morto un anno fa. Gianfranco è mio fratello. Vorrei mantenere viva la sua memoria anche per dare concretezza alla famosa frase di Baden Powell “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato”1.

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vevamo iniziato a lavorare insieme, Gianfranco ed io, nel 1978; facevamo parte di una squadra di quattro persone, (che coordinavo), ci occupavamo di rilievi cartografici che servirono per elaborare la carta dei boschi pubblici della regione Emilia Romagna. 1

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L’ultimo messaggio di B. P. agli Esploratori

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li ambiti d’intervento dell’Ecoistituto sono stati diversi: il primo che viene in mente e che caratterizza tuttora l’associazione è la costituzione del Centro di documentazione non-violento, inizialmente il materiale raccolto fu catalogato con il sistema SATIS in uso presso l’Unesco. Col tempo il centro di documentazione è diventato la “Biblioteca dell’Ecoistituto” e fa parte della Rete Bibliotecaria di Romagna e San Marino; ora cataloghiamo con il sistema SBN. Abbiamo organizzato cantieri di lavoro per costruire abitazioni con le balle di paglia e terra cruda, forni in terra cruda, staccionate in legno, muri a secco, spirali delle piante odorose e l’orto sinergico e poi costruzioni con materiale vegetale vivo, utilizzando in particolare salice; sono nate così capanne viventi dalle molteplici forme in alcune scuole sparse per l’Italia, oppure sono divenuti arredi per le rotonde stradali.


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rande impegno è stato dedicato al mondo della didattica con la realizzazione degli orti scolastici. L’idea si è diffusa in molte scuole d’Italia sia autonomamente sia per effetto imitazione, ne abbiamo avuta conferma durante i sei convegni nazionali che l’Ecoistituto ha dedicato agli “Orti di pace”. I convegni hanno avuto grandissima adesione, le persone provenivano da tutte le parti del Paese. Il luogo giusto per incontrare le persone

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ell’anno 2001 il GRTA - Cin elaborò per conto del Comune di Cesena il progetto che aveva come titolo “Le piazze dei giochi e dei diritti naturali di bambini e bambine”; il sottotitolo sintetizza ancora meglio e in maniera puntuale il contenuto “Progetto di rappresentazione della città da parte dei più piccoli attraverso la realizzazione di luoghi di gioco e di vita”. Era, e tuttora rimane, un progetto ambizioso perché attuarlo significa sovvertire il concetto che normalmente si attribuisce alla piazza.

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al punto di vista urbanistico la piazza è un luogo racchiuso all’interno di un abitato, normalmente è un tratto più largo delle normali strade che vi convergono. Allo stato attuale la piazza svolge ruoli diversi come parcheggio di auto e motociclette, mercato per venditori ambulanti e in molti casi è l’affaccio degli edifici pubblici e/o religiosi. Come possiamo costatare ogni giorno, le nostre piazze non sono certo il luogo dell’incontro delle persone e tanto meno può essere il luogo d’incontro di bambini e bambine bensì sono il luogo del perico-

Le attività manuali: con piccoli attrezzi si può costruire un arco

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lo, dove i frequentatori possono essere investiti in qualsiasi momento perché i ritmi della quotidianità sono frenetici e ci impongono l’utilizzo sempre più massiccio di mezzi veicolari a motore; ciò impedisce di spostarsi a piedi. Pur essendo la piazza continuamente piena è il luogo del “non incontro”.

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a proposta del progetto delle nove piazze è anche un modo diverso di concepirne la realizzazione e l’utilizzo; il progetto si rifà al concetto dell’Agorà cioè il luogo dove raccogliere, adunare persone. Nella Grecia antica l’agorà indicava la piazza principale della Polis, dove gli abitanti potevano, adottare la forma di un governo basato su: -Uguaglianza di tutti i cittadini; -Diritto di riunirsi in assemblea; -Luogo del dibattito pubblico dove il rapporto tra i cittadini assume la forma di una relazione d’identità di equilibrio e di reciprocità che sono alla base della “democrazia”. Nell’Agorà si creavano e si potevano

mantenere relazioni interpersonali e di gruppo, si prendevano decisioni insieme.

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uesta premessa è necessaria per capire come impostare la realizzazione delle nove piazze. Decisivo sarà il coinvolgimento e la partecipazione diretta dei bambini (e se questo modo va bene per i bambini, ancora migliore si adatta per gli adulti) che con il loro lavoro manuale potranno contribuire fattivamente al progetto.

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ra proviamo a vedere quali sono le piazze che intendiamo proporre: -la piazza delle biglie; -la piazza delle trottole; -la piazza del selvaggio -la piazza delle capanne viventi; -la piazza del silenzio e dell’ascolto della natura; -la piazza dei profumi; -la piazza delle albe; -la piazza dei tramonti; -la piazza dei racconti.

In alto: La costruzione delle capanne viventi con i bambini delle scuole materne 46

Nella pagina seguente: Sono stati organizzati 6 convegni “Orti di pace”


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l progetto è stato composto in modo tale da richiedere per la realizzazione, la partecipazione diretta, per quanto possibile, delle persone che vivono in prossimità dei luoghi dove s’intende costruire le piazze stesse. Ancora più interessante e utile è la presenza e la partecipazione dei bambini e bambine, partecipare significa rendere evidente il concetto dell’appartenenza, partecipare ai lavori con la propria manualità rende più immediato il conseguimento di questo obiettivo che è anche un obiettivo culturale . Per l’esecuzione dei lavori non sono necessari grandi strumenti, sono attrezzature semplici che rappresentano in modo concreto le tecnologie appropriate,sono fondamentali per il compimento del nostro progetto. La vanga; il badile; la zappa; il rastrello; la sega per il legno; la cazzuola; la corda; la livella; l’accetta; il coltellino a serra manico, le pinze e le tenaglie.

La piazza delle biglie

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uò sembrare strano proporre la realizzazione della piazza delle biglie, eppure avere un luogo dove poter giocare con le biglie permette di assolvere diversi intenti, per quanto apparentemente banali; infatti, i giochi svolgono

un ruolo importante nella formazione della socialità di una persona, ma anche nella formazione della propria fisicità che va vista nella sua interezza e che è inscindibilmente collegata con la mente.

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iocando insieme con altre persone s’impara il significato delle regole e a gestirle; esse sono alla base dei rapporti interpersonali impostati sulla collaborazione. È l’occasione giusta per ritornare a giocare con le mani e con tutte le dita e non solo con il pollice e l’indice! Le biglie, per forma, colore e materiali sono tante e di diverse dimensioni, perciò le piste possono essere realizzate in modo diverso e con materiali diversi. La pista dentro una sabbiera può assumere forme in continua evoluzione, il tracciato della pista sarà definito all’inizio di ogni gioco! La pista realizzata in mattoni (fatti a mano), è lo strumento ideale per le biglie di vetro, avrà un percorso predefinito che potrà essere reso maggiormente difficoltoso, di volta in volta, aggiungendo ostacoli lungo il percorso.

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A sinistra: Le attività manuali: la cesteria

La piazza delle trottole Parlare di trottola, nell’era del digitale significa parlare di preistoria eppure è stato un giocattolo che ha fatto divertire intere generazioni. La trottola è un gioco per bambini conosciuto in tutto il mondo fin dai tempi antichi, risale a più di 6000 anni fa. Alcune trottole perfettamente conservate, con le fruste utilizzate per metterle in moto, sono state ritrovate durante gli scavi di Ur in Mesopotamia. Esemplari della trottola sono stati rinvenuti inoltre negli scavi dell’antica Troia, a Pompei, in alcune tombe etrusche, e in Cina, in Giappone e in Corea. Il gioco della trottola era famosissimo nell’antica Grecia e a Roma: Platone, Aristotele, Plinio, Virgilio e Ovidio tutti subivano il fascino e il contagio della trottola, in latino chiamata “turbo”. Catone il Censore consigliava ai genitori il gioco della trottola, perché lo riteneva molto più adatto ai bambi-

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ni di quanto lo fossero i dadi. Anche in questo caso vi è la necessità di grande manualità e abilità che non si apprende di certo in un giorno come capita per l’uso di un video gioco. In questo caso potrebbe essere utilizzata la parte centrale della piazza delle biglie, quella costruita in mattoni.

La piazza del selvaggio E’ la piazza che, nell’accezione comune del nome, ne modifica la composizione in virtù dei materiali con i quali si realizzerà. Sarà caratterizzata come il luogo delle piante selvatiche, dei cespugli, del canneto, cioè un luogo dalle parvenze di naturalità. Le nostre città sono prive di qualsiasi elemento di naturalità, anche se sono presenti alcuni giardini, dove al loro interno troviamo piante coltivate e modellate in modo innaturale. E’ importante avere un luogo dove poter

La realizzazione di una spirale (didattica) delle piante odorose Nella pagiana successiva: La spirale delle piante odorose finita


piantare arbusti selvatici, lasciare crescere un prato con fiori non domestici ma che appartengono alla flora spontanea locale, ne avremo sicuramente un grande beneficio, perché sono il presupposto per avere di seguito anche una moltitudine di piccoli animali.

La piazza delle capanne viventi e degli oggetti naturali

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a piazza delle capanne viventi e dei materiali naturali è un’alternativa ai soliti parchi gioco che, in molti casi, sono attrezzati con giochi di materiale plastico, tappeti sintetici (per garantire la sicurezza!). In questa piazza costruiremo capanne viventi utilizzando piante di salice e nell’intorno troveremo materiali naturali come tronchi, massi ciclopici. Le capanne potranno avere forme, le più diverse: a igloo, a tepee, a tunnel lineare oppure circolare. E’ un luogo che entusiasma i bambini soprattutto per i modi di frequentazione, permette il gioco non strutturato, è possibile trovare rifugio nelle giornate di sole. L’Ecoistituto ha un’esperienza consolidata nella realizzazione di queste strutture, soprattutto nelle scuole oppure come arredo urbano, ornando le rotonde stradali.

La piazza del silenzio e dell’ascolto

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’ quasi un controsenso parlare di piazza del silenzio e dell’ascolto, quando per definizione la piazza è il luogo dell’incontro per parlare, del salutarsi, del commerciare. Siamo più che mai convinti che in questo momento storico, che è vissuto all’insegna dell’urlare (imporre) le proprie ragioni, i propri pensieri, i propri torti, sia necessario fare silenzio per imparare ad ascoltare.

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nche in questo caso la piazza sarà caratterizzata dalla presenza di piante il più possibile disetanee e perché no! Anche con piante morte. E poi uno stagno naturale, tutto questo per dare ospitalità alla fauna che in molti casi si manifesterà proprio attraverso i suoni che abitualmente emette. E’ un esercizio che molti di noi, da troppo tempo hanno dimenticato. Praticare questo esercizio, il silenzio, ogni tanto fa bene al cuore e alla mente.

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La piazza dei profumi e della spirale delle piante odorose

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differenza delle precedenti piazze, questa si caratterizza per lo spazio aperto dedicato alla vista; è la piazza dei cespugli e delle erbe, dove circola l’aria liberamente che porta con sé gli odori soprattutto delle piante della macchia mediterranea. E’ una piazza esposta al sole, come lo è la macchia mediterranea, dove cresce una vegetazione dall’odore forte, marcato, ben definito che ha assorbito per intero i raggi solari. Questi odori si trovano nei cespugli come il rosmarino anzi i rosmarini, le salvie, le lavande, l’alloro, il timo, ma vanno bene anche il basilico, la melissa. Sono piante dai fiori piccoli ma ben definiti nei colori. Un nuovo abbellimento alla piazza può essere aggiunto con la realizzazione della spirale delle piante odorose, dove su di una superficie di pochi metri quadrati possiamo collocare fino a 40 specie di piante odorose. Il contenitore sarà costruito con muretto a secco.

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La piazza delle albe

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on sarà facile trovare le condizioni per questo spazio per realizzare questo luogo di osservazione, dove, se vogliamo, alzandoci presto il mattino possiamo andare ad osservare un fenomeno che si ripete tutti i giorni da milioni di anni ma che molti di noi non hanno mai visto. Forse, in questo caso, è impropria la definizione di piazza, è più una suggestione che non sempre ci accorgiamo che avviene e che si ripete tutti i giorni da secoli, è una suggestione che possiamo vivere senza difficoltà. Sono sufficienti un buon sedile comodo e uno spazio aperto davanti a noi, se poi l’orizzonte non è disturbato da inutili orpelli creati dall’uomo ancora migliore. La piazza, in questo caso ha un orientamento ben preciso e cioè a est.

La realizzxaazione di case con balle di paglia e terra cruda


La piazza dei tramonti

La piazza dei racconti

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’ la sequenza diametralmente opposta della piazza delle albe. Il tramonto è un fenomeno naturale che è presente nella nostra vita quotidiana, ma purtroppo anche in questo caso è un fenomeno del tutto casuale che difficilmente riusciamo a cogliere nella sua manifestazione estetica ed emotiva per tante ragioni esogene ed endogene. Anche in questo caso è impropria la definizione di piazza, è più una suggestione e quindi è sufficiente un buon sedile e uno spazio aperto davanti a noi, se poi anche in questo caso l’orizzonte non è disturbato da inutili costruzioni volute dall’uomo è ancora meglio. Mettiamo tutto il nostro impegno per cercare questo luogo. La piazza, in questo caso ha un orientamento ben preciso e cioè a ovest.

nfine ritorniamo alla proposta di una piazza dal significato proprio della piazza cioè il luogo dell’incontro. La piazza sarà dotata di una pedana e di un fondale, di fronte avrà, a forma di anfiteatro, una serie di sedili per gli ascoltatori. Sarà il luogo dove potranno esibirsi burattinai di professione oppure dilettanti, giocolieri, classi di studenti, associazioni culturali e poi il luogo per chi vorrà esprimersi in vernacolo con racconti, poesie canzoni, favole. Se necessario potranno tenersi incontri pubblici, perché non è sempre necessario incontrarsi in luoghi al chiuso per parlare dei problemi della comunità. (finito di scrivere nel giorno di San Giovanni patrono di Cesena) Cesena, 24 giugno 2013

L’accesso a tunnel di una capanna vivente

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Due idee progettuali per le piazze per i bambini e le bambine.

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In alto: Una costruzione in balle di paglia e terre cruda a Vaiano (Po) In basso:: L’arredo di una rotonda stradale a Vaiano (Po)

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Giulia Cavallini Attrice e insegnante teatrale, attualmente presso il Teatro della Pergola di Firenze, ha seguito presso l’Ecole National du Theatre a Parigi il Laboratorio biennale fondato da Jacques Lecoq. Interessata alla Teatroterapia ha tenuto corsi di Mimo presso L’Ospedale Psichiatrico Sant’Anna di Parigi occupandosi di pazienti psicotici gravi internati, ha tenuto corsi di Teatro per ragazzi diversamente abili delle scuole medie inferiori grazie al progetto “Le chiavi della città” a Firenze e presso “I ragazzi di Sipario” Cooperativa Sociale di tipo B insieme a Riccardo Massai, Michele Redaelli e Valentina Berti. Laureata nel 2011 in Psicologia Clinica, ha intrapreso dal 2013 il percorso di Specializzazione in Psicoterapia presso Istituto Gestalt Firenze tenuto da Paolo Quattrini e Anna Ravenna.


di Giulia Cavallini

CLOWN IN CORSIA

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l Clown di corsia nasce in America sull’esempio del medico Hunter “Patch” Adams sostenitore della teoria che in una persona malata (e in particolare ospedalizzata), esiste, accanto ad una sofferenza di tipo fisico, una sofferenza più profonda, psicologica, che si manifesta in forma di tristezza, paura, solitudine. Questa sofferenza non impedisce di per sé la guarigione, ma tende a renderla più lunga e difficoltosa, e amplifica la percezione del dolore fisico.

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l sorriso ha molteplici risultati sul paziente; accanto al più noto effetto psicologico di distrarre la persona dalle proprie sofferenze, il sorriso ha un’azione positiva anche da un punto di vista strettamente biologico: infatti il ridere è considerato un esercizio muscolare e respiratorio e, in secondo luogo, è un efficace metodo per stimolare la produzione di endorfine che servono ad abbassare la percezione del dolore e ad aumentare le difese immunitarie.

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o iniziato questa attività, dopo aver partecipato ad un laboratorio di due anni a Parigi nella Scuola internazionale del Teatro fondata nel 1956 da Jacques Lecoq.

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ssere mimo è in principio un incessante lavoro su sé stessi, percorso formativo di una mente e di un corpo, a partire dalla costruzione e dalla valorizzazione del silenzio, componente fondamentale e imprescindibile di tale dimensione lavorativa; edificare, anziché palazzi o grattacieli, impalcature gigantesche e solide, tolte le quali ci si trova di fronte ad un immenso spazio vuoto, silenzio costruito al posto delle rumorose città, predisposto alla perfezione per un pubblico attento.

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lla fine di questo lungo percorso formativo, ho imparato a conoscere ogni dettaglio espressivo attraverso l’esclusiva comunicazione del mio corpo.


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perimentando queste mie acquisite capacità espressive con i figli di una mia amica, ho capito che il Mimo è un grande amico dei bambini: li trascina in quel “gioco” che Lecoq considerava l’essenza formativa del Mimo. Da questa esperienza, al salto in ospedale insieme a due mimi-attori conosciuti durante le mie performances teatrali, il percorso è stato breve.

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elle stanze di ospedale non mettiamo in scena uno spettacolo, non facciamo intrattenimento, ma improvvisiamo e giochiamo “con” le persone; non utilizziamo strumenti professionali di sicuro impatto, ma spesso giochiamo con le cose di tutti i giorni… aggiungendoci la fantasia. Così un imbuto diventa un megafono, una paletta da spiaggia si trasforma in una racchetta per spostare le bolle di sapone (mai provato?), un piccolo rastrello diventa un gratta-schiena fenomenale e ovviamente… uno scopettino del wc diventa microfono per divertenti inter-

viste. Una chiave di lettura che utilizziamo per affrontare la corsia di ospedale e gli incontri nelle diverse stanze è questa: lui, o lei, non è un “paziente”, ma una “persona” con la quale possiamo entrare in contatto, cercando di far leva sulla sua vitalità; perché più che “far ridere”, cerchiamo di “ridere con”. Spesso il clown di corsia suscita emozioni, le fa emergere; anche la commozione, lo sciogliersi di tensioni che l’ospedalizzazione può dare. Le emozioni che si manifestano, una risata o anche un pianto liberatorio, sono sempre positive perché sono le emozioni trattenute ad appesantirci.

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’attività del clown di corsia, all’interno dell’ospedale, può essere suddivisa in tre momenti principali, ognuno importante per la buona riuscita degli interventi e della loro sostenibilità nel tempo.

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reparazione – vestizione: vestirsi e prepararsi non è un’azione superficiale, non è mettersi una divisa, ma è un momento di concentrazione, di separazione dagli eventi giornalieri e dai sentimenti disturbatori come la stanchezza, la noia e la tristezza, è un momento di felicitazione del proprio personaggio durante il quale, in convivialità, si cerca di scaldare la propria comicità interiore. Una vestizione diventa di valore quando si spoglia del suo carattere puramente materiale e si pregna del senso dell’attesa e dell’iniziazione.

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ntervento stanza per stanza: l’intervento si struttura sempre in coppia per diversi motivi: nell’interazione tra i due clown emerge la comicità più efficace (come vedremo nel prossimo capitolo); è ottimale per condividere con il compagno le possibili situazioni d’imbarazzo o le difficoltà di approccio con persone in un particolare stato di sofferenza; per avere un diverso punto

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di vista necessario per gestire nei migliore dei modi l’intervento-relazione. Spesso capita che un eccessivo coinvolgimento nella situazione determini degli errori e nel confronto con l’altro è più facile che questi emergano e vengano risolti. Il partner-clown è feedback, sostegno e calibro dell’intervento. Di norma le uscite avvengono stanza per stanza, fatta eccezione per la sala d’attesa del pronto soccorso dove è più semplice e funzionale un approccio collettivo.

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rima di far visita nelle varie stanze è fondamentale chiedere al personale medico-infermieristico il permesso di entrare, in modo da poter evitare quelle in cui la nostra presenza potrebbe essere motivo di disturbo (bambini appena usciti dall’operazione, bambini addormentati) o addirittura di complicanze mediche (bambini allergici al lattice, bambini immunodepressi).


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cambiarsi le emozioni della serata, condividere i propri disagi relativi ai pazienti ma anche quelli relativi alla propria performance, individuale e di coppia (clown), raccontare ciò che è stato vissuto, diventa una prassi per me e i miei colleghi Mimi fondamentale, una necessità. Il proprio punto di vista viene messo al centro della discussione ed elaborato in un contesto di ascolto e di condivisione. Questo è il Diario di sbordo: un contenitore di emozioni che dura nel tempo (essendo in forma scritta), uno strumento per esorcizzare le proprie paure, le emozioni negative e, perché no, un modo per condividere i sorrisi profondi e viscerali che la nostra attività ci regala.

spettiva. I Clown non guariscono le persone, ma, cambiando loro la prospettiva, le aiutano ad un più ampio processo di guarigione.

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’ospedale è un luogo di sofferenza, ma se proviamo a guardarlo da un’altra prospettiva è soprattutto un luogo dove entri sofferente e la maggior parte delle volte torni a casa sano. E i Clown in corsia fanno proprio questo: aiutano i pazienti a cambiare pro-

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il libro

Gabriele Corsani è professore ordinario di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura (DIDA) dell’Università di Firenze, ove insegna Storia dell’Urbanistica moderna. Fa parte della redazione di “Contesti”. È da giugno 2009 Coordinatore del Dottorato in Progettazione paesistica. È membro del Consiglio Direttivo e della redazione di Storia dell’urbanistica dell’Associazione di Storia della Città (ASC); è anche membro dell’Advisory Board di “Medicina e Storia – Rivista di storia della medicina e della sanità” (Firenze).

Enrico Falqui, con D. Galeotti, M.T. Idone, S. Minichino, C. Serenelli, Camminare il paesaggio, Pisa ,ETS, 2012

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Le recensioni di Camminare il paesaggio di Gabriele Corsani

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i usa oggi forzare gli statuti dei verbi, con esiti di originalità curiosa e feconda. È il caso del titolo Camminare il paesaggio, che mette l’accento sul percorrere a piedi il paesaggio per esperirlo da vicino e, più in generale, sul camminare come pratica eccellente di conoscenza.

Le coordinate del libro sono completate dall’appartenenza alla Collana Terre e Paesaggi di Confine diretta dallo stesso Falqui e dal sottotitolo L’itinerario culturale come strumento di progetto lungo la via Lauretana. L’ampia raccolta di saggi è inquadrata e orientata dalla Prefazione di Franco Zagari e dalla Introduzione di Falqui.

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ella prima cogliamo all’inizio il parallelo fra il progetto di paesaggio e il viaggio liberato dall’ansia di arrivare rapidamente alla meta, da raggiungere invece con un percorso obbediente alle leggi dell’elemento e del mezzo di trasposto scelti, da quello guidato dall’«arte del marinaio» (p.13) a quello umile del lento andare per terra, guidato dalla forma dei luoghi. Che si fa cifra, quest’ultimo, della ricerca da cui è scaturito il volume. Seguono l’apprezzamento per la scuola di paesaggio di Firenze, «ormai da molti anni un costante riferimento in Europa» (ibd.), per il valore paesaggistico dei percorsi di pellegrinaggio «come sistema

il libro

L’epigrafe nell’occhietto del volume – «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove Terre, ma nell’avere nuovi occhi. Marcel Proust» – integra l’assunto del camminare con le dimensioni del viaggio e della scoperta, legate da un motivo antico, caro alla sensibilità occidentale: per i «nuovi occhi», nel nostro caso resi vigili anche dalla lieve eccitazione sensoriale, le scoperte non necessitano di mete esotiche ma presuppongono sedimentazione, conoscenze e consapevoli seppur trepide attese.

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il libro

fra percezione e comunicazione» (p. 14), per la figura del pellegrino (p. 15), per la valorizzazione del Cammino Lauretano come «una straordinaria risorsa» (p. 16) fatta dal gruppo di ricerca.

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ella seconda si dispiegano le premesse della ricerca: data la perdita della «percezione emotiva e sonora del mondo della natura» e della «catalogazione visiva e culturale delle forme e dei segni distintivi della città e del territorio» (p. 18), è rivendicata la necessità di una pedagogia ermeneutica del paesaggio (pp. 18-19). L’educazione al paesaggio è il passaggio ineludibile per recuperare la distinzione fra «questo passato senso del luogo» (p. 19) e l’epidermico apprezzamento della sua bellezza, per avviare un nuovo radicamento degli abitanti o dei visitatori, condizionati dalla frammentazione dei riferimenti e afflitti da una «patologia della mente» (p. 20) indotta dal mito della velocità degli spostamenti sempre e comunque. Se il lento incedere non può tornare ad essere regola generale, non possiamo annullare la riserva di immaginario che da sempre si è accompagnata alla pratica del viaggio e alle sue premesse, che comprendono anche la sfida a ciò che non era stato previsto, in senso materiale e spirituale.

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l volume si divide in due parti, Delineare, interpretare e comprendere gli itinerari culturali e I cammini lauretani fra Assisi e Loreto: elementi progettuali per un itinerario culturale europeo. L’articolazione in capitoli offre una intelligente panoramica della ricerca: 1.1. Itinerari europei e contesti di riferimento; 1.2. Chiavi di lettura per il progetto; 1.3. Linguaggi e approcci disciplinari; 2.1 Approcci teorici e metodo di ricerca; 2.2. Applicazioni e risultati del Laboratorio di ricerca.

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e finalità progettuali sono esplicitate in Chiavi di lettura per il progetto, composto da cinque saggi. Zagari rileva la pregnanza dei contributi di Massimo Sargolini, Percorsi veloci e percorsi lenti (ovvero elogio della lentezza), e di Gabriele Paolinelli, Frammentazione paesistica: una chiave interpretativa per il progetto; non minori spunti vengono da Adele G. Caucci, Riconoscere le matrici del paesaggio agrario (attraverso i percorsi), da Bernardino Romano, Rete ecologica: strumento per wildlife and human connectivity, da Almo Farina, Paesaggi e cammini sacri: aspetti biosemiotici.

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a dimensione sacrale del paesaggio, per riprendere il titolo del bel libro di Iolanda Lima (1984), è richiamata in più contributi, non soltanto per la diretta valenza religiosa di Assisi e di Loreto, ma per la più ampia religio che è anzitutto unione con la terra degli abitanti e dei viandanti.

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n questo senso spicca la dignità dei luoghi e dei loro nomi, come ovunque nei nostri territori ma con maggiore intensità in una via come la Lauretana. Possiamo richiamare la nota forzatura linguistica dell’etimologia di territorio-teritorium proposta da Varrone: «quod maxime teritur» (De Lingua Latina, V, 4), perché si sfrega, o si solca, al massimo. Nella via Lauretana più che altrove il ‘consumo’ prodotto dall’andare è stato apportatore di arricchimento, dispensatore di appartenenza, di partecipazione: caratteri salienti di un itinerario che unisce la bellezza dei paesaggi alla spiccata preminenza dello spirituale.

il libro 69


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NIP #15 Luglio 2015  

Rivista bimestrale di paesaggio, architettura e cultura contemporanea / Bimontly Webzine about Landscape, Urbanism, Architecture and urban C...

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