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Periodico bimestrale, Registro Tribunale di Pisa n° 612/2012, 7/12 “Network in Progress” #25 Marzo/Aprile 2015


www.nipmagazine.it redazione@nipmagazine.it

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Vanessa Lastrucci_ vanessalastrucci@nipmagazine.it con il patrocinio di

Casa Editrice: ETS, P.za Carrara 16/19, Pisa Legale rappresentante Casa Editrice: Mirella Mannucci Borghini

Network in Progress Iscritta al Registro della stampa al Tribunale di Pisa n° 612/2012, periodico bimestrale, 7/12 “Network in Progress” ISSN 2281-1176

Copertina a cura di: ColHub Editing and graphics: Valerio Massaro Federica Simone


Editoriale N

ella storia delle costituzioni la sovranità dei popoli e i diritti umani sono sempre stati centrali. Nella storia dell’Unione Europea, però, ciò che è diventato centrale è il ruolo del mercato. Nel Trattato di Lisbona del 2007, che rappresenta quanto di più vicino ad una costituzione europea, la parola mercato compare ben 88 volte, a dimostrazione della volontà di perseguire politiche dedicate allo sviluppo di tale istituzione. Negli anni questo ha portato al centro dell’attenzione indicatori come il prodotto interno lordo (PIL) che in poche parole è la capacità di un paese di produrre beni e servizi e delle famiglie di acquistarne;

simboleggia dunque il benessere di una collettività nazionale. In quest’ottica, il PIL come indicatore non fa distinzione tra attività che apportano benessere o quelle che lo diminuiscono, riducendo la nostra identità di cittadini al ruolo di consumatori e misurando il valore aggiunto che apportiamo alla comunità solo in base alla nostra capacità di comprare e di produrre beni “consumabili”. Ad esempio ciò che non è misurabile, ma che comunque apporta benessere come possono essere i legami, gli affetti, la comunità o lo scambio di beni e servizi, non viene minimamente considerato. L’affermazione di questo

modello socio-economico è stata possibile grazie alla disponibilità di combustibile fossile a basso costo ed alla convinzione che un tale sfruttamento delle risorse del pianeta potesse durare. Oggi sappiamo che non è così. Sempre più persone non si identificano in questo modello e negli ultimi anni sono nati innumerevoli movimenti che cercano di superare questa idea di crescita, progettando un modello di sviluppo che incorpora nella sua struttura anche il benessere dell’individuo in rapporto al suo ambiente di vita, alla sfera sociale cui appartiene e ai servizi culturali ed ecologici che utilizza. Molte delle esperienze che applicano


Editorial the history of the conItynstitutions the sovereignof communities and the

human rights have always been central. In the history of the European Union, however, what has become central is the role of the market. In the Lisbon Treaty of 2007, which is comparable to a European Constitution, the word market appears even 88 times, demonstrating the commitment to pursue policies dedicated to the development of this institution. Over the years this led to the focus of attention indicators such as gross domestic product (GDP), which in a nutshell is the ability of a country to produce goods and services and the household’s purchasing power; therefore

symbolizes the welfare of a national community. From this slant, GDP as an indicator does not distinguish between activities that bring welfare or those that decrease it, thus reducing our identity as citizens to the role of consumers and measuring the added value we bring to the community only according to our ability to buy and produce consumption goods. For example what is not measurable, but still brings well-being as may be relationships, affections, the community or the exchange of goods and services, is not barely considered. More and more people do not identify themselves in this model and

in recent years were born countless movements that seek to get over this idea of growth, designing a development model that considers within its vestments also the welfare of the individual in relation to his living environment, to the social sphere he belongs to, to the cultural and ecological services he uses. Many of the experiences that apply solutions and alternative models can be positioned within the movement called Transition Towns. The “Transition� wished for is the one that moves from the status quo towards a resilient socio-economic model, convertible to the change that we necessarily have to face relatively


soluzioni e modelli alternativi possono essere messe a sistema all’interno del movimento chiamato Transition Towns. La “Transizione” auspicata è quella che dallo status quo si muove verso un modello socio-economico resiliente, che si adatti al cambiamento che necessariamente dobbiamo affrontare rispetto alla ripianificazione energetica e alla rilocalizzazione delle risorse di base. È un elemento fondamentale dei processi di cambiamento e di innovazione verso la sostenibilità e quindi verso uno stato di maggiore benessere e felicità. Ciò implica naturalmente un nuovo e migliore rapporto con le risorse, con la mobilità, con la tecnologia, con

gli spazi della produzione e con i luoghi della vita. A partire da questo concetto vogliamo comunicarvi che anche la nostra Redazione sta intraprendendo un percorso di miglioramento: siamo in un processo di Transizione che ci porterà ad un gradino successivo, per il Magazine e per il Network intero. Vogliamo essere promotori di una progettazione della città che tenga in considerazione tutto questo. Vogliamo raccontarvi quelle esperienze che riescono a rendere i luoghi resilienti, flessibili e multifunzionali, teatro della Transizione. Vogliamo parlarvi di quelle persone che si rendono protagoniste consapevoli

di un cambiamento semplice individualmente, ma complicato sulla larga scala, che sanno valorizzare gli insegnamenti della tradizione grazie agli strumenti conquistati dal presente. Vogliamo dimostrarvi che abbiamo tecnologie e competenze per costruire un mondo diverso da quello attuale, più sostenibile e più giusto.


to energy re-planning and the relocation of the basic resources. It is a fundamental element in change and innovation processes towards sustainability and thus towards a state of greater well-being and happiness. Of course this requires a new and better relationship with the resources, mobility, technology, spaces of production and places of life. From this concept we want to inform you that our Editorial staff is undertaking a process of improvement, a process of transition that will lead

us to higher standards, for the magazine and for the entire Network. We want to be promoters of a town planning that takes into account all of this. We want to tell those experiences that can make the places resilient, flexible and multifunctional, theatres of Transition. We want to tell you about those people that become protagonists aware of a simple individual change, but complicated on a large scale, those who know how to value the teachings of tradition through the tools gained from the present.

We want to show you that we have technology and expertise to build a different world, more sustainable and fair one.


Contents

#25 RUBRICHE

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Architettura che ci piace p Kunsthof passage, Dresda, Germania by Paola Pavoni

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Frames p CHERYL will ruin your life

by Flavia Veronesi

FOCUS ON

il paesaggio è raccontare 18 Progettare una storia

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Designing landscape is telling a story by Paolo Villa INTERVISTA

Public Spaces: il lusso 32 Contemporary di camminare su un percorso infinito.

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intervista a Enric Batlle

Contemporary Public Spaces: the luxury of walking on an infinite path. Interview with Enric Batlle by Ludovica Marinaro IL PROGETTO

54 Making space in Dalston

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Un approccio alternativo alla rigenerazione

Making space in Dalston

An alternative approach to regeneration

by J & L Gibbons in collaborazione con muf architecture/art

LE RECENSIONI

_il libro_

TEMPORIUSO. Manuale per il riuso temporaneo

di spazi in abbandono, in Italia

TEMPORIUSO. Manual for the reuse

of abandoned temporary spaces in Italy by Simona Beolchi

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p


COVER STORY / COLHUB

www.colhub.it / info@colhub.it

C

ome poterci definire? Ironicamente un gruppo di “pazzi ostinati” che sta cercando di diffondere un concetto molto semplice: NON SI PUÒ NON COMUNICARE ed è possibile farlo bene con delle basi solide, fatte di alcune regole semplici ma fondamentali. Tutto parla di noi, quello che possediamo, come ci muoviamo, quello che facciamo, diciamo o non diciamo, TUTTO È COMUNICAZIONE. Questo ignorato principio è la base su cui impostiamo la nostra strategia e con il quale cerchiamo di convincere i nostri clienti sul valore aggiunto che una buona comunicazione può dare a un’azienda. Quando e da dove siamo partiti? Circa un anno fa da un luogo ricco di potenziale, di imprese artigiane e industrie che tengono in piedi la produzione del vero made in Italy nel sistema moda “il comprensorio del cuoio toscano”. In questo territorio c’è la voglia di fare come l’abbiamo noi, ci sono imprese che realizzano prodotti e progetti di una qualità e cura indiscutibile, forti delle maestrie artigiane che solo qua si riescono a trovare ma spesso nascoste o schiacciate dalle esigenze produttive conto terzi. Ecco, uno dei nostri obiettivi è di far emergere queste realtà, di dar loro la giusta rilevanza e questo è possibile solo con la comunicazione, con la fiducia e con l’impostazione di una squadra di lavoro che integri le nostre competenze con l’esperienza dei clienti in un affiancamento costante. ColHub è un gruppo di professionisti con profili diversi ma complementari, capaci di coprire praticamente tutte le fasi progettuali. Amiamo “creare”, creare piani di comunicazione e svilupparli con le nostre teste e le nostre mani: teorie e strategie della comunicazione, grafica, illustrazione, web design, video e fotografia si bilanciano per ascoltare realmente le esigenze del cliente e supportarlo; una buona collaborazione tra emisfero destro e sinistro insomma, ma anche voglia di condividere spazi, passioni e progetti con chi crede nella nostra stessa filosofia. Ci stiamo mettendo in gioco e sicuramente non è un periodo facile per realtà come la nostra; intraprendere questa strada è sicuramente rischioso ma è quello che amiamo fare e non potevamo farci scoraggiare. La nostra più grande soddisfazione oggi è aver trovato delle persone che credono in noi e che stanno investendo tempo e risorse perché credono alle nostre potenzialità.


Cover Story La cover per NIP magazine nasce da una riflessione personale sul concetto di transizione, concentrandoci sull’aspetto sensoriale del termine. Diverse sono state le immagini affiorate nella mente di ognuno di noi. Tra queste una ci ha trovati tutti d’accordo, perché capace di esaltare metaforicamente una sensazione e uno stato fisico che tutti abbiamo provato: tornare a respirare, riaffiorando dall’acqua dopo aver passato qualche secondo in apnea, forzando i nostri limiti. Un grande respiro che dà ossigeno ai nostri polmoni dopo essere arrivati fino all’estremo delle nostre possibilità, attraversando due stati differenti. L’istinto guida il nostro corpo a ricercare le condizioni di benessere fisico, la ragione successivamente ci consente di analizzare le differenze che l’ambiente ci presenta, apprezzarle e rispettarle. Tecnica: illustrazione vettoriale in stile flat. Software: Adobe IllustratorCC


COVER STORY / COLHUB

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ow to define ourselves? Ironically, a group of “crazy stubborn” that is trying to spread a very simple concept: IT’S IMPOSSIBLE TO NOT COMMUNICATE and it’s possible to do it well with a strong foundation, made of some simple, basic rules. Everything is about us, what we have, how we move, what do we do, say or do not say, ALL IS COMMUNICATION. This ignored principle is the basis on which we set our strategy and with which we try to convince our customers of the added value that good communication can give to a company. When and where we started? About a year ago from a place full of potential, of small businesses and industries that hold up the production of the real made in Italy in the fashion district of “Tuscan leather”. In this area there is the desire to make as we have, there are companies that make products and projects of unquestionable quality and care, strong mastery of the craft that you can find only here, but that are often hidden or crushed by the production needs of third parties. So, one of our goals is to bring out these realities, to give them due importance and this is possible only with communication, with confidence and with the setting of a working team that supplements our skills with the experience of customers, through a constant support. ColHub is a group of professionals with different but complementary profiles, able to cover pratically all project phases. We love “create”, create communication plans and develop them with our heads and our hands: theories and strategies of communication, graphic design, illustration, web design, video and photography are balanced to really listen to customer requirements and support it; therefore good cooperation between right and left hemispheres, but also desire to share spaces, passions and projects with those who believe in our philosophy. We are putting ourselves on the line and definitely this is not an easy time for company like ours; taking this path is certainly risky but that’s what we love to do and we could not discourage us. Our greatest satisfaction today is to have found people who believe in us and who are investing time and resources because they believe in our potential.

Cover Story The cover for NIP magazine comes from a personal reflection on the concept of transition, focusing on sensory appearance of the term. The pictures that filtered through the minds of each of us were different. Among these one found us all agree, because metaphorically capable of enhancing a feeling and a physical state that we all felt: to breathe again, surfacing from water after spending a few seconds in apnea, forcing our limits. A big breath that oxygens our lungs after arrivingto the extreme limit of our possibilities through two different states. Instinct drives our body to investigate the conditions for physical wellness, then the reason allows us to analyze the differerences of the environment, appreciate and respect them. Technique: vector illustration in flat style. Software: Adobe IllustratorCC


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Architettura che ci piace/ non ci piace KUNSTHOF PASSAGE, DRESDA, GERMANIA Testo e Foto di Paola Pavoni

Hof der Tiere, la facciata con gli animali in rilievo / Hof der Tiere, facade with animals in relief

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Dresda, conosciuta come la Firenze sull’Elba, è una città con una storia difficile che si riflette nei contrasti tra le sue due facce, la Altestadt monumentale segnata dalla presenza di opere architettoniche come l’Opera di Semper, lo Zwinger, la Frauenkirche e l’altra, al di là dell’Augustusbrücke che attraversa il fiume Elba, la Neuestadt, quasi interamente ricostruita dopo il grande incendio del 1685. È proprio al di là del ponte che entrando nella “città nuova” si inizia a percepire un’atmosfera diversa, fuori dagli schemi della città monumentale. I graffiti iniziano a percorrere le facciate degli edifici accompagnando lo sguardo dei passanti. Tra Alaun Strasse e Görlitzer Strasse si sviluppa un percorso molto particolare, visibile solo a visitatori attenti e curiosi: é il Kunsthof Passage, un inaspettato labirinto di corti a cielo aperto,

situate tra gli edifici residenziali, che si snodano in un continuo cambiamento di colori, temi e sensazioni, a metà strada tra sogno e realtà, tra arte e architettura. Il progetto ha avuto inizio nel 1997 in concomitanza con il restauro di un edificio posto sotto la tutela dei beni culturali situato in Görlitzer Strasse 25. Non si poteva risanare lo stato dei luoghi senza intervenire sugli spazi interni tra gli edifici circostanti, anche per rispondere alla mixité di funzioni commerciali, artigianali e abitative, necessaria a rivitalizzare il luogo. Così, con la volontà di creare qualcosa di unico e stupefacente, l’intervento d’iniziativa privata ha visto coinvolti tre studi1 di architettura di Dresda, che si sono occupati del piano dell’area e del restauro, e cinque artisti locali, che hanno collaborato per realizzare il progetto composto da cinque corti tematiche che si


Architettura che ci piace/ non ci piace KUNSTHOF PASSAGE, DRESDEN, GERMANY Text and Photos by Paola Pavoni

Dresden, known as the «Florence on the Elbe», is a city with a difficult history which is reflected in the contrasts between its two faces, the monumental Altestadt marked by the presence of buildings such as the Semper Opera, the Zwinger, the Frauenkirche and the other, beyond dell’Augustusbrücke crossing the river Elbe, the Neuestadt, almost entirely rebuilt after the great fire of 1685. It is just across the bridge entering the “new city”, outside the box of the monumental city, that a different atmosphere becomes sightable. Graffiti begin to dress the facades of the buildings accompanying the gaze of passers-by. Among Alaun Strasse and Görlitzer Strasse develops a very particular path, visible only to attentive and curious visitors: is the Kunsthof Passage, an unexpected maze of courtyards in the open, located between the residential buildings, which twist and turn in a

continuous change of colours , themes and feelings, halfway between dream and reality, between art and architecture. The project started in 1997 in conjunction with the restoration of a building under the protection of cultural heritage located in Görlitzer Strasse 25. Being impossible to restore the state of the places without intervening on the internal spaces between the surrounding buildings and also to answer to the mixité of commercial, trade and housing functions, was necessary to revitalize the place. Thus, with the desire to create something unique and amazing, the intervention, of private initiative, has involved three studios 11 of architecture of Dresden, which studied the restoration and the plan of the area. Also 5 local artists were invited to collaborate to realize the project composed of five thematic courtyards following one another and connecting Alaun Strasse with

Hof der Elemente, la facciata che riflette i raggi del sole / Hof der Elemente, the facade that reflects the sun’s rays

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Architettura che ci piace/ non ci piace susseguono collegando Alaun Strasse con Görlitzer Strasse: Hof der Fabelwesen, Hof des Lichts, Hof der Elemente, Hof der Tiere e Hof der Metamorphosen2. Architettura e arte s’incontrano in particolar modo nella Corte degli Elementi, la più conosciuta, dove la contrapposizione di sole e pioggia si riflette nei colori delle facciate, una gialla con appesi fogli di metallo dorato che riflettono la luce vitale del sole e l’altra con un motivo di onde azzurre, che fa da sfondo ai veri elementi architettonici, le gronde e i pluviali, lavorati a forma di strumenti musicali, che oltre alla loro funzione specifica rilasciano un suono particolare provocato dal passaggio della pioggia. Anche nella Corte degli Animali questo dialogo si manifesta non solo nella decorazione della facciata, dove una giraffa in rilievo sembra voler tirar via la coperta d’intonaco giocando con scimmie e cigni, bensì nella realizzazione di terrazze dalla struttura in legno e vimini e nella fontana in arenaria che assume la forma di una piccola montagna sulla quale sedersi. Questo luogo, grazie alle sue caratteristiche particolari e alla diversità di funzioni che accoglie, caffetterie, negozi di artigianato, residenze e spazi per spettacoli all’aperto come la Corte delle Luci, è diventato un vero e proprio centro accentratore di cultura e socialità interno alla zona residenziale della Neuestadt. Plan of the Kunsthof Passage

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Riferimenti web / Web references: http://www.kunsthof-dresden.de http://www.kunsthofpassage.de

Görlitzer Strasse: Hof der Fabelwesen, Hof des Lichts, Hof der Elemente, Hof der Tiere e Hof der Metamorphosen2. Architecture and art come together especially in the Court of the Elements, the best known, where the contrast of sun and rain is reflected in the colours of the facades, a yellow one with hanging sheets of golden metal that reflect the vital light of the sun and the other one with a pattern of blue waves, which is the background to the true architectural elements, gutters and drainpipes, worked in the shape of musical instruments, which in addition to their specific function, release a particular sound originated by the passage of the rain. Even in the Court of the Animals this dialogue is manifested not only in the decoration of the facade, with a giraffe in relief that seems to be about to pull the blanket of plaster off while it’s playing with monkeys and swans, but in the realization of terraces from the wood and wicker structure and in the sandstone fountain that takes the form of a small mountain on which you can sit. This place, thanks to its special characteristics and diversity of functions that welcomes, cafés, craft shops, residences and spaces for outdoor performances, such as the Court of Lights, has become a real centralizing centre of culture and sociability inside the residential area of Neuestadt.


Architettura che ci piace/ non ci piace Hof der Elemente, l’edificio in cui la pioggia emette suoni particolari passando all’interno delle canale di gronda a forma di strumenti musicali / Hof der Elemente: the building in which the rain emits particular sounds passing through the gutter-shaped musical instruments

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I tre studi di architettura coinvolti: MüllerMüller, Knerer&Lang, Heike Böttcher e Meyer Bassin.

In ordine: La Corte delle Favole di Viola Schöpe, la Corte delle Luci, la Corte degli Elementi, di A. Paul, C. Roßner, A. Tempel, la Corte degli Animali e la Corte delle Metamorfosi di A. Zwinker.

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The three architecture firms involved: MüllerMüller, Knerer & Lang, Heike Böttcher and Meyer Bassin.

In Order: The Court of the Fables of Viola Schöpe, the Court of Lights, the Court of the Elements,of A. Paul, C. Roßner, A. Tempel, the Court of Animals and the Metamorphoses’ Court of A. Zwinker.

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Flavia Veronesi Responsabile Photo editing per NipMagazine. Fotografa e Paesaggista, ama osservare le molteplici forme con cui la creativitĂ umana si manifesta, in una continua danza tra presente e passato, tra innovazione e tradizione. Flavia Veronesi Photo editing responsible for NipMagazine. Landscape architect and photographer, likes to observe the many forms in which human creativity is manifested, in a continuous dance between past and present, between innovation and tradition.


CHERYL will ruin your life Diario di un fotografo mascherato! 16 Gennaio 2015, ore 19:00, io e la mia collega Nicoletta percorriamo di gran passo le strade di Firenze, la nostra destinazione è La Strozzina dove sta cominciando una serata all’insegna della provocazione artistica e dell’ironia, realizzata da un collettivo newyorkese dal nome CHERYL. La fila all’ingresso è impressionante e mentre mi guardo in giro, sperando che tutta quella folla sia in coda per l’ingresso alla mostra di Picasso ospitata da palazzo Strozzi, si fa largo tra la gente una donna dalle lunghe corna di cartone e dal trucco estremo: la visione dura un attimo, giusto il tempo per impugnare la macchina fotografica ed immortalarla in tutta la sua fugace irriverenza. Dopo un’ora di fila ci apprestiamo finalmente ad entrare, quando il ragazzo di guardia all’ingresso guarda il mio cavalletto come fosse un “kalashnikov” e mi sollecita a metterlo via «…perché dentro non avrai spazio!», «cominciamo bene» penso io, ripongo velocemente l’oggetto incriminato, scendiamo le scale e siamo dentro. All’entrata, dei giovani collaboratori ci invitano ad indossare una maschera, io e Nicoletta ci trasformiamo in men che non si dica in due gatti, che perplessi cominciano a saggiare lo spazio circostante fatto di luci bassissime, di video allucinogeni, di musica, “gluco-sangue” e persone stravaganti. La scarsità di luce e le masse di persone in movimento, generano in me un iniziale senso di “terrore fotografico”; ogni schema è rotto, ogni tecnica è obsoleta, c’è solo un modo per poter “riprendere” questo evento, bisogna lasciarsi trasportare, entrare nel mood e vivere questa esperienza surreale di totale decostruzione spaziale ed apparente illogicità. Al mio rientro a casa scarico le foto scattate e le osservo attentamente, pensando che nella loro “confusione cromatica” ed “imperfezione”, raccontino perfettamente la folle nottata appena vissuta.

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CHERYL will ruin your life Diary of a photographer in disguise! January 16, 2015, 19:00, Me and my colleague Nicoletta are speeding along the streets of Florence, our destination is “The Strozzina” where it’s starting an evening of artistic provocation and irony, made by a New Yorker collective named CHERYL. The line at the entrance is impressive and as I look around, hoping that all that crowd is in line for the Picasso exhibition hosted by “Palazzo Strozzi”, a woman, with long cardboard horns and an extreme make-up, makes her way through the people: the vision lasts a moment, just long enough to grab the camera and immortalize her in all her fleeting irreverence. After an hour waiting we are finally about to enter, when the security guard at the entrance look at my tripod as if it was a “Kalashnikov” and urges me to put it away, ««...because inside you will not have space!», «Good start» I think, putting quickly away the offending object, then we go down the stairs and we are inside. At the entrance, the young staff invite us to wear a mask, Nicoletta and I become two cats in less than no time, who puzzled begin to test the surrounding space made of very low lights, hallucinogenic videos, music, “gluco-blood” and oddballs. The lack of light and masses of people in motion, generate in me a sense of original “photo terror”; each scheme is broken, each technique is obsolete, there is only one way to “take back” this event, I need to get carried away, get in the mood and experience this surreal reality of total spacial deconstruction and apparent illogicality. On my return home I download the pictures and observe them carefully, thinking that in their “chromatic confusion” and “imperfection”, perfectly tell the crazy night I just lived.

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Flavia VeronesiŠ


Paolo Villa, Architetto del giardino e del paesaggio, fonda lo Studio AG&P (1985); progetta paesaggio a tutte le scale. Presidente AIAPP 2009-2012, già docente a contratto all’Università di Genova e Milano, insegna presso corsi di specializzazione, master; pubblica numerosi articoli, libri, manuali, promuove eventi. Paolo Villa, Architect of the garden and landscape, founded the Studio AG&P (1985); he designs landscape at all scales. President AIAPP 2009-2012, former lecturer at the University of Genoa and Milan, teaches at postgraduate courses and masters; Paolo publishes numerous articles, books, manuals and promotes events.


Progettare il paesaggio è raccontare una storia di Paolo Villa

Designing landscape is telling a story

Appunti di viaggio. Paesaggio presso il lago Trasimeno Travel notes. Landscape at Lake Trasimeno


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er fare paesaggio, devi averlo dentro. Niente conigli estratti dal cilindro, niente magie, solo applicazione, indagine, metodo, conoscenze. C’è una piccola componente creativa, la più evidente, quella che rimane impressa in immagini, disegni e foto. È una parte a cui sono affezionato perché mi ha dato tante soddisfazioni. Ma non ne scriverò qui, perché ho lo spazio e il tempo per dire come la penso sul mestiere di fare paesaggio. E naturalmente, è un’altra cosa. È un percorso lungo, tortuoso. Irto di fatiche e di preoccupazioni. Un percorso affascinante. Nasce da lontano. Dall’osservazione, dall’ascolto dei sensi. Non dai libri, nè da internet. Dal profumo della terra mossa: quando si scava la prima zolla, si sente il profumo della terra. Quel profumo non si sentirà più per anni, fino a quando il suolo non si sarà ricostruito e consolidato. Quel profumo è dentro ad ogni zolla di terra che non tocchiamo. E quando lo liberiamo è perché abbiamo aperto lo scrigno e infranto la teca. Sentire il profumo è perderlo per sempre. Ci penso ogni volta che sono costretto a muoverla e annusare il suo umore.

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Per capire il proprio lavoro, il paesaggista deve vivere con intensità tutti i tipi di paesaggio. Anche se la Convenzione Europea del Paesaggio ha gettato le basi per una definizione comune e condivisa, ognuno ha di fatto il suo paesaggio. C’è quello di chi apprezza la poesia, di chi fa cinema, di chi ama l’avventura o l’arte. Quello di chi fa autostrade, di chi fa il vino e di chi passeggia. C’è il paesaggio del giardiniere e quello dell’urbanista. Paesaggista è un termine talmente abusato che ormai ognuno lo usa come crede; molti se lo attribuiscono senza neppure sapere cosa significhi esattamente: architetti, designer, urbanisti, giardinieri. Ho imparato da un progettista di strade il suo sillogismo. «Faccio strade. Le strade, sono paesaggio. Faccio paesaggio, quindi sono un paesaggista». Mi sono permesso di alzare il mignolo per interrompere lo sproloquio. Gli raccontai di quella volta che caddi rovinosamente in una cantina buia e squarciai un telo che riparava dei mobili. Ad un risultato analogo arrivò anche Lucio Fontana, ma non mi è mai venuto in mente di spacciarmi per artista. Più che lasciare il segno, conta il significato. Non ha capito e continua a distruggere paesaggi.

Tra tanti sedicenti paesaggisti ce n’era uno che non pensava di definirsi tale, benché lo fosse più di tutti. Tonino Guerra non si definiva paesaggista: lo era nell’animo. Ha parlato e scritto di paesaggio e ha concretizzato i suoi sogni, prendendo per mano una comunità e conducendola a scoprire il valore della propria terra. Ha lasciato nella sua Valmarecchia, orti e giardini. Molti altri ne ha ispirati e propiziati in tutto il mondo. Un sentimento dilagato a macchia d’olio, che si è appropriato di piccoli e grandi spazi, valorizzati dall’animo delle persone che hanno compreso il messaggio. Mi piace il paesaggio di Tonino, perché nasce dalla poesia e finisce per essere terra, fiori, piante, frutti, opere d’arte e luoghi da vivere. Il titolo del suo libro “Poesie nel paesaggio” è eloquente e coniuga la descrizione della nebbia con gli stati d’animo di tutti i giorni: «I paesaggi si stampano dentro la memoria» ricordava. «Tutte le volte che si sottrae una parte di paesaggio, per costruire qualcosa, si incide direttamente sulla memoria della gente. Si porta via un pezzo di loro. Si rovina anche il paesaggio Il Santuario dei Pensieri Tonino Guerra, Pennabilli The Sanctuary of Thoughts, Tonino Guerra, Pennabilli


T

o make landscape, you have to have it inside. No rabbits extracted from the cylinder, no magic, only application, investigation, method, knowledge. There is a small creative component, the most obvious one that remains etched in images, drawings and photos. It is a part I’m attached to because it gave me a lot of satisfaction. But I’ will not write it here, because I have the space and the time to say what I think about the craft of making landscape. And, of course, is another thing.

Appunti di viaggio. Salice nel cilento Travel notes. Willow in Cilento

It is a long, tortuous way. Fraught with hardships and worries. A fascinating journey. It is born from a distance. From the observation, by listening to the senses. Not from books, nor from the internet. The scent of moved soil: when you dig the first sod and you feel the smell of the soil. That scent will not be smelt for years, until the soil will not be rebuilt and consolidated. That scent is inside every clod of soil we do not touch. And when we free it is because we opened the trunk and broke the shrine. To smell it means losing it forever. I think about it every time I have to move it and sniff its lymph. To understand his own work, the landscaper has to live with intensity all types of landscape. Although the European Landscape Convention has laid the foundation for a common and shared definition, everyone has his own landscape. There is the one of those who appreciate the poetry, the other of those who make movies, of those who love adventure or art. The one of who designs highways, of who makes the wine and the one of the walkers. There is the landscape of the gardener and the one of the town planner. Landscape architect is a term so abused that now everyone uses it as he wish; many attribute themselves with it without knowing exactly what it means: architects, designers, urban planners, gardeners. I learned from a streets designer his syllogism. «I make roads. The streets are landscape. I do landscape, so I’m a landscape architect». I allowed myself to raise the little finger to stop the rambling speech. I told him about the time I fell head over heels into a dark cellar and I ripped a cloth that protected the furniture. Also Lucio Fontana came to a similar result, but I never

thought to pass for an artist. Rather than leaving the mark, counts the meaning. Anyway he did not understand and continues to destroy landscapes. Among the many self-styled landscapers there was one who did not expect to be defined as such, although he was a landscaper more than everyone. Tonino Guerra did not called himself a landscaper: he was it in the soul. He spoke and wrote about landscape and he finished off his dreams, joining hands and leading a community to discover the value of its land. He left in his Valmarecchia, orchards and gardens. Many others has inspired and propitiated worldwide. A feeling swept like wildfire, which appropriated small and large spaces, enhanced by the soul of the people who understood the message. I like the landscape of Tonino, because it comes from the poem and ends up being soil, flowers, plants, fruits, art work and places to live.

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Tutto quello che si può sbagliare muovendo la terra; il campionario All that can be wrong by moving the soil; samples

che abbiamo dentro alla memoria». Ai paesaggisti l’ha detto chiaramente: «Dietro ad ogni tecnica ci deve essere una grande anima». Un insegnamento che Guerra riferisce a San Francesco: «La sua poesia sta a significare che se abbiamo una sorella acqua e una sorella luna, nella natura siamo tra di noi.» Dovrebbe essere la prima lezione, prima di permettere a qualcuno di toccare la terra o piantare alberi.

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Molte opere realizzate ed osannate sarebbero bocciate secondo questo metro di lettura. Quante piante soffrono dal giorno che sono state piantate: condizioni avverse, forzature, materiali usati a sostegno dell’arroganza, tecniche a supporto di idee presuntuose. Penso alle colline di pianura, alle piante che galleggiano nell’aria, alle pareti che sembrano invase da muffe giganti, applaudite come soluzioni geniali. Si leggano le bollette dell’acqua, i costi di riparazione, le spese di rifacimento. Ho visto rifare il prato sulla parete inclinata del palazzetto di Bercy a Parigi. Sedici tecnici hanno lavorato un pomeriggio con gru,

camion e cestelli aerei, per realizzare un centinaio di metri quadrati. In agricoltura lo stesso sforzo avrebbe consentito di realizzare un prato di decine di ettari. Quattro pareti uguali per quattro esposizioni diverse. Lavoravano sulla parete nord. Aveva ragione Tonino quando diceva: «Per noi è più difficile concepire certe cose, non abbiamo il senso orientale di diventare l’albero». Si riferiva al paesaggio che abbiamo dentro, senza il quale non possiamo realizzare quello che vediamo fuori. Aveva una grande capacità di spaziare dagli alberi, alle strade, al teatro, al cinema. Un uomo che guardava col cuore e scriveva con gli occhi. Parole serene: la lezione di paesaggio di un poeta, che ha fatto più paesaggio di molti. Il piacere e la bellezza sono riconosciuti come i valori fondamentali per arrivare alla qualità della vita. Dato che la natura resta la migliore maestra e il modello perfetto, è logico cercare bellezza e piacere nella natura dialogandoci insieme. Il paesaggista fa questo. Il suo tratto distintivo è lavorare


The title of his book “Poems in the landscape” is eloquent and combines the description of the fog with the every day moods: «The landscapes are printed in memory» he remembered. «Every time you subtract a part of landscape, to build something, it has a direct impact on people’s memories. It takes away a piece of them. It also ruins the landscape that we have within the memory». To landscapers he clearly said: «Behind every technique there must be a great soul.» A teaching that Guerra refers to St. Francis: «His poetry is to mean that if we have a sister water and a sister moon, in nature we are among us». It should be the first lesson, before allowing someone to touch the ground or plant trees. Many glorified works would be rejected according to this criteria. How many plants suffer from the day that were planted: adverse conditions, forcing, materials used in support of arrogance, techniques to support presumptuous ideas. I think about the hills of the plains, to the plants that float in

the air, the walls that seem invaded by giant moulds, acclaimed as brilliant solutions. Please read the water bills, the repair costs, the costs of rebuilding. I saw redo the lawn on the sloping wall of the sport building of Bercy in Paris. Sixteen technicians worked for an afternoon with cranes, trucks and planes baskets, to realise one hundred square meters. In agriculture the same effort would have allowed to make a lawn of tens of hectares. Four equal walls for four different exposures. They worked on the north wall. Tonino was right when he said: «For us it is more difficult to conceive certain things, we don’t have the eastern sense of becoming a tree». He was referring to the landscape that we have inside, without which we can not realise what we see outside. He had a great ability to range from trees, to roads, theatre and cinema. A man who looked with the heart and wrote with the eyes. Serene words: the lesson of the landscape of a poet, who has done more landscape than many.

La natura modella la terra con gentilezza Nature shapes the soil with kindness

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con i materiali naturali. Li studia, li capisce, li usa. Conosce le tecniche, sa lavorare con la terra, con l’acqua con il legno e la pietra. Soprattutto sa gestire la vegetazione e le sue esigenze. Un aspetto tanto importante, che qualcuno ancora lo confonde con il paesaggio stesso. Non di sole piante vive il paesaggista, ma da come le usi, capirò chi sei. Quando Paolo Peirone nel 1982 ci disse: «I giardini si fanno anche con le piante», per me, giardiniere da quattro generazioni, cresciuto a pane e azalee, fu uno shock. Mi sto riprendendo.

Parco Nord Milano. Il parco cresce intorno all’albero spontaneo North park in Milan. The park grows around the spontaneous tree

Un po’ il chiodo rimane, perché le piante interpretano bene l’approccio paesaggistico, che interpreta con duttilità le diverse vocazioni di ogni elemento. Se non ti fai albero, non capisci l’albero. Bisogna guardarlo, osservare come cresce, come occupa lo spazio, come lo condivide con i suoi simili e con gli altri elementi minerali; il colore del tronco, i rami. Le radici che affiorano e spingono, ma non si capisce in quale direzione: vogliono prendere aria o preferiscono ripararsi sottoterra? Secondo me sono come le nuvole, non vogliono perdere il privilegio di sognare, a cavallo tra due mondi opposti. E loro lì, a presidiare il confine. Certi libri sugli alberi percorrono scorciatoie ardite e sono deleteri. Si concentrano sulla geometria, sul riconoscimento e trascurano le caratteristiche: in che terreno vive, quanta luce ha bisogno, come cresce, a cosa può essere utile. Un amico che conosceva le piante aveva proposto di sostituire il nome con un codice che riporta una quindicina di caratteristiche. Il nome non ti dice niente, meglio un soprannome, se ti aiuta.

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Le piante introducono alla nozione di pazienza. Se il paesaggista fa meno, è perché più interessato a ciò che c’è, c’è stato o ci sarà. Con calma. Il celebre annuncio del Governo Britannico «Keep calm, and carry on» era rivolto ad un popolo di giardinieri. Fu compreso all’istante. Noi abbiamo un dna diverso e vediamo l’attesa come tempo perso. Per fare paesaggio occorre cambiare registro. Quando tolgono i ponteggi, un edificio può essere ammirato nel suo momento migliore. Quando si inaugura un giardino, è poco più di una promessa. Crescerà l’erba, sbocceranno i fiori, cresceranno le piante, arriverà la

gente, si formerà il muschio, si ossideranno i metalli. Il paesaggista aspetta. (Rimane sempre un mistero perché l’attesa sia così faticosa). Pochi mesi fa un giornalista mi ha chiesto se avessi un progetto recente da pubblicare. Ho risposto che ne avevo uno di tre anni fa, ma secondo me era ancora presto per pubblicarlo. «Ma io li cercavo dell’anno in corso», mi ribatte insistente. Forse cercava un’installazione, non un’opera di paesaggio. C’è una mirabile lezione di paesaggismo contenuta in un disegno di Sir Geoffrey Jellicoe. Rappresenta la trasformazione del suo giardino di Londra, lungo un arco di tempo che va dal 1936 al 1976. Solo un albero passa indenne tutte le trasformazioni. Unico testimone silenzioso di un posto che non muore. Nel commento di Jellicoe, si legge che l’umore del giardino sembra cambiare di propria iniziativa, imponendo i suoi cambiamenti di idee ai proprietari. Se lavori con la natura devi


Appunti di viaggio. Platano a Caprino Veronese Travel notes. Plane tree in Caprino Veronese

The pleasure and beauty are acknowledged as fundamental values to get the quality of life. As the nature is the best teacher and the perfect model, it is logical to look for beauty and pleasure in nature conversing with it. The landscaper does this. His trademark is to work with natural materials. He studies them, understands them and he uses them. He knows the techniques, knows how to work with soil, with water, wood and stone. Especially he knows how to manage vegetation and its requirements. An aspect so important, that someone still confuses it with landscape itself. A landscaper doesn’t live only of plants, but from how you use them, I will understand who you are. When Paolo Peirone in 1982 told us: «The gardens are also made with plants», for me, gardener from four generations, raised on bread and azaleas, was a shock. I’m recovering. It stays on the brain, because the plants well interpret the landscape approach, which

interprets with ductility the different vocations of each element. If you don’t make yourself a tree, you do not understand the tree. You have to watch it, see how it grows, how it occupies the space, how it shares it with its fellows and other minerals; the colour of the trunk, the branches. The roots that emerge and push, but it is unclear in which direction they want to take air or do they prefer to take shelter underground? To me they are like the clouds, they do not want to lose the privilege of dreaming, in between two opposing worlds. And them, there, to guard the border. Certain books on trees go through daring shortcuts and are deleterious. They focus on geometry, on recognition and they neglect the characteristics: in which soil the tree lives, how much light it needs, how it grows, what can be useful for. A friend who knew the plants proposed to replace the name with a code that shows around

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essere pronto ad accettarne le leggi, le trasformazioni che impone e devi fare i conti anche con l’umore del giardino. In tutti i passaggi che compi devi lasciare uno spazio alle variabili. Il problema è che non sai quale ti servirà. Definire la sostenibilità di uno spazio aperto è certamente complicato, ma infinitamente affascinante. Mi definisco giardiniere sia per i trascorsi familiari, sia perché intendo il giardino come la cellula base di cui è composto il paesaggio. Una cellula insostituibile sulla cui misura si modula il tutto. Non faccio differenza tra piccoli e grandi spazi o tra le scale di intervento. Quello che conta è il metodo con cui le si affronta e il sentimento. Ovvero il carattere e lo strumento che ritengo fondamentali per il mio modo di fare paesaggio. Mi occupo anche dell’invisibile, di ciò che tiene in piedi il giardino, ma resta nascosto. Ciò che non trapela dalle immagini fotografiche di giardini e parchi pubblicate sulle riviste. La gente vuole l’immagine, dimenticando che per il paesaggio non esiste catalogo. Le istallazioni, Milano. L’attesa ripagata per la fioritura Milan. The wait paid off for flowering

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le composizioni, le soluzioni standard e gli arredi possono essere catalogate, ma non le opere dove la natura, il posto e il committente dettano condizioni sempre mutevoli. Il giardiniere deve saper ascoltare le richieste, scegliendo consapevolmente se rispondere a tono o se adeguare le condizioni ambientali. Ogni cambiamento di queste (stato del terreno, esposizione, microclima, pendenze, vegetazione esistente, ecc.) comporta inevitabilmente una seconda fatica che qualcuno o qualcosa dovrà sopportare. Saranno forse costi maggiori, irrigazioni più abbondanti, manutenzioni più attente, potature più frequenti. O tutto insieme. La sostenibilità non è fare vivere un giardino. È farlo vivere benissimo, senza ricorrere a eccessive risorse. C’è uno strumento che più di ogni altro utilizzo per esprimere dubbi e certezze, sovrapponendolo al lavoro grafico dei disegni. Spesso risulta anche più efficace per comunicativa e suggestione. È il racconto, la storia che ogni giardino merita. Pur breve e semplice, che narri le aspettative e le


fifteen characteristics. The name does not mean anything to you, it’s better a nickname, if it helps. Plants introduce to the smattering of patience. If the landscaper doesn’t, it’s because he is more interested in what there is, there has been or there will be. Calmly. The famous announcement of the British Government «Keep calm, and carry on» was addressed to a nation of gardeners. Was understood instantly. We have a different DNA and see the wait as time lost. To make landscape you need to change register. When the scaffolding are being removed, a building can be seen at its best. When a garden is inaugurated, it is a little more than a promise. Grass will grow, the flowers will bloom, the plants will grow, people will come, moss will form, metals will oxidise. The landscaper awaits. (It remains a mystery why the wait is so tiring). A few months ago, a journalist asked me if I had a recent project to publish. I replied that I had one of three years ago, but for me it was Appunti di viaggio. Tolè, Appennino Emiliano Travel notes. Tolè, Emilian Apennines

still too early to publish it. «But I was looking for projects of the current year,» he answered back insistently. Maybe he was searching for an installation, not a work of landscape. There is a wonderful lesson in landscaping contained in a drawing by Sir Geoffrey Jellicoe, it represents the transformation of his garden in London, over a period of time ranging from 1936 to 1976. Only a tree passes unscathed all the transformations. Unique silent witness to a place that does not die. In the commentary of Jellicoe, we read that the mood of the garden seems to change on its own initiative, imposing its changes of ideas to the owners. If you work with nature, you have to be ready to accept its laws, the transformations that imposes and you have to deal also with the mood of the garden. In all the steps that you take you have to leave space to variables. The problem is that you do not know whom you will need. To define the sustainability of an open space is certainly complicated, but endlessly fascinating. I define myself a gardener both for familiar reminders and because I interpret the garden as the basic cell of which landscape is made of. A cell irreplaceable on which measure everything is modulated. I do not make difference between small and large spaces or between the scales. What matters is the method by which they are faced and the feeling. That is the character and the instrument that I consider fundamental to the way I make landscape. I also deal with the invisible, of what holds up the garden, but remains hidden. What doesn’t leaks through photographs of gardens and parks published in magazines. People want the image, forgetting that for landscape doesn’t exist a catalogue. The facilities, the compositions, the standard solutions and furnishings can be catalogued, but not the works where nature, the place and the customer dictate ever changing conditions. The gardener must be able to listen to the demands, consciously choosing whether to respond adequately or to adapt the environmental conditions. Any change of these (state of the soil, exposure, micro-climate, slopes, existing vegetation, etc.) inevitably involves a second effort that someone or something will have to endure. Will probably be higher costs, more abundant irrigation, more accurate maintenances, more frequent pruning. Or all together. Sustainability is not making a garden live. Is making it live without using excessive resources. 27


scelte. Una storia che descriva e valorizzi tutte le risorse disponibili del sito e che le esprima in modo facilmente comprensibile. La storia di un giardino nasce dal luogo, dalle risorse, dalle piccole e grandi scoperte, dalle persone che lo interpretano, vivendolo. Cose giĂ presenti che il progettista deve solo rivelare. Non esiste luogo che non abbia qualcosa di bello da raccontare, non esiste persona a cui non piaccia sentirsi raccontare una storia. Per questo la cerco dentro ad ogni luogo, come Pablo Neruda la vedeva nascosta in ogni persona. Una storia avvincente ha bisogno di interpreti, di una buona trama. Di un bel finale. 28

Sono un paesaggista giardiniere che si guarda attorno, rispetta equilibri, progetta, aspetta, racconta. Disegno il silenzio, la pausa, ricucio gli spazi, li recupero tutti. Rivelo storie per fare paesaggi che mi diano sempre nuove favole da raccontare. Sono troppo vecchio per illudermi di avere capito qualcosa e sono troppo giovane per pretendere di insegnarlo. Semplicemente osservo, penso; e quando racconto che il paesaggio sta tutto in una storia, è un invito ad ascoltarmi, non a credermi.


Appunti di viaggio. Gelsi ghiacciati Travel notes. Frozen mulberries

There is a tool that I use more than any other to express doubts and certainties, superimposing it to the graphic work of the drawings. Often it is also more effective for communication skills and suggestion. It is the tale, the story that every garden deserves. While short and simple, which narrates the expectations and the choices. A story that describes and enhances all the available resources of the site and that expresses them in an easily understandable way. The story of a garden is born from the place, from resources, small and great discoveries, from the people who interpret it, living it. Things already existing that the designer must only disclose. There is no place that does not have something nice to tell, there is no person who

does not like to be told a story. This is why I search for it in every place, as Pablo Neruda saw the story hidden in every person. A compelling story needs interpreters, a good plot. A nice ending. I am a landscaper gardener who looks around , respects balances, designs, wait,narrates. I draw the silence, the pause, I sew spaces, recovering them all. I reveal stories to make landscapes that give me always new stories to tell. I’m too old to fool myself to have understood something and I’m too young to pretend to teach it. Simply I observe, I think; and when I tell that landscape is all in a story, it is an invitation to listen to me, not to believe me.

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Flavia VeronesiŠ


Enric Batlle i Durany, architetto e partner fondatore dello studio “Batlle & Roig Architects”, a Barcellona. I suoi lavori, riconosciuti a livello internazionale, coprono una vasta gamma di progetti principalmente riguardanti l'architettura del paesaggio e l'ambiente. Enric Batlle i Durany, architect and founding partner of “Batlle & Roig Architects” studio based in Barcelona. His international recognized works cover a wide range of projects mainly dealing with landscape architecture and environment.

Ludovica Marinaro, architetto e PhD candidate in architettura del paesaggio presso l'Università di Firenze, dirige la sezione Atelier per Nipmagazine nella ricerca costante di un punto di incontro tra le arti, lo spazio e il movimento. Ludovica Marinaro, architect and PhD candidate in landscape architecture at the University of Florence. She directs the Atelier for Nipmagazine in constant search of an encounter point between arts, space and movement.

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Recuperació mediambiental dels marges del llobregat (2007-2011)


Contemporary Public Spaces: il lusso di camminare su un percorso infinito.

Intervista a Enric Batlle A cura di Ludovica Marinaro Fotografia: Jordi Surroca

Contemporary Public Spaces: the luxury of walking on an infinite path.

Interview with Enric Batlle Edited by Ludovica Marinaro Photography: Jordi Surroca


Enric Batlle i Durany, classe 1956, combina architettura e architettura del paesaggio come partner fondatore dello studio “Batlle & Roig Architects” dal 1981. Insegna all’Università Politecnica della Catalogna (UPC) dove nel 2002 discute la sua tesi “El jardin de la metròpoli” ottenendo il Premio Straordinario di Dottorato dalla Commissione di Dottorato e il Premio Lluís Domènech i Montaner per la Teoria e Critica dell’Architettura. La tesi è stata recentemente pubblicata dall’editore Gustavo Gili per la collana Land&ScapeSeries ed ha vinto il Premio FAD Teoria e Recensione 2012. Lo andiamo a trovare nel nuovo studio all’Espluges de Llobregat, nell’area metropolitana di Barcellona, per parlare con lui del progetto dello spazio pubblico nella metropoli contemporanea. #1 La sua attività professionale con Joan Roig inizia all’età di 25 anni, mentre la sua tesi di ricerca che diventerà poi libro, “El jardin de la metròpoli”, viene discussa nel 2002. Si può dire che questo lavoro sia figlio della sua esperienza diretta sul campo? Sono arrivato a fare teoria sicuramente dopo aver fatto molta pratica e collezionato varie esperienze nel mondo del Progetto. Con Joan abbiamo iniziato a lavorare su progetti di spazi pubblici in un periodo in cui a Barcellona la maggiore preoccupazione era rivolta al mondo del giardino, del parco e degli spazi aperti in generale. Vennero promossi Abocador del garraf a begues, panorama. (2001-In corso/ongoing)

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Enric Batlle i Durany, born in 1956, combines architecture and landscape architecture as a founding partner of “Batllle & Roig Architects” since 1981. He teaches at the Polytechnic University of Catalonia (UPC) where in 2002 he discusses his thesis “El jardin de la metropolis” getting the Extraordinary Prize of Doctorate by the Doctorate Commission and the PhD Prize Lluis Domenech i Montaner for Theory and Criticism of Architecture. His thesis was recently published by the publisher Gustavo Gili for the series Land&ScapeSeries, winning the FAD Theory and Review Prize 2012. We meet him in his new study based in Espluges de Llobregat, in the metropolitan area of Barcelona. We will discuss with him the design of public space in the contemporary metropolis. #1 Your professional career began with Joan Roig at the age of 25, while your PHD thesis, that will later become the book, “El jardin de la metropolis”, was discussed in 2002. Can we say that this work is the outcome of your direct experience on field? I started doing theory certainly after making a lot of practice and collecting various experiences in the world of the Project. With Joan we started working on projects of public spaces, in a period when in Barcelona the major concern was pointed to the world of the garden, of the park and of the open spaces in general. Many interventions were

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Abocador del garraf a begues, panorama. (2001-In corso/ongoing)

moltissimi interventi e proprio grazie a questo clima e ad un’intensa attività professionale iniziai a maturare l‘idea che il parco e lo spazio pubblico avrebbero potuto giocare un ruolo più importante per la città. Il “giardino” infatti non è da intendere come la decorazione dell’ultimo angolo della città, può invece diventare uno degli elementi che vertebra la metropoli, come ad esempio faceva il sistema di parchi di Olmstead a Boston o le 7V di Le Corbusier a Chandigarh.

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#2 Quali sono state le discipline che hanno contribuito di più alla visione che esprimono prima la tesi e poi il libro? Una delle discipline che ha influenzato maggiormente la mia ricerca è senza dubbio l’agricoltura, che nella mia storia personale potrei equiparare ad una vera “eredità” che mi ha lasciato la mia famiglia. Sin dai nostri primi progetti di spazi pubblici l’agricoltura è stata molto presente nel processo di riscrittura dello spazio pubblico e con il progetto


promoted and precisely thanks to this spirit and intensive professional activity, I began to mature the idea that park and public space could really play a more important role for the city. The “garden”, in fact doesn’t have to be interpreted as the decoration of the last corner of the city, instead it may become one of the elements that structures the metropolis, such as, for example, the park’s system of Olmstead in Boston or the 7V of Le Corbusier in Chandigarh. #2 What were the disciplines that contributed the most to the vision expressed in the first thesis and then in the book? One of the disciplines that most influenced my research is undoubtedly agriculture, which in my personal history could be equated to a true “legacy” that my family left me. Even from our first projects of public spaces, agriculture has been very present in the process of rewriting the public space and in the project of the Abocador of Garraf, in Parc del tramvia (1999-2001) aeral view

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dell’Abocador del Garraf a Begues si usa addirittura come “sistema di coltivare la vita!”. Mi piace spiegare così questo concetto poiché, nel desiderio innato dell’uomo di imitare la Natura e nel tentativo di riprodurre i paesaggi naturali originari, l’agricoltura ci viene in aiuto in due modi: come una “tecnologia” e come immaginario estetico. Nel primo caso diventa un sistema di accelerazione biologica capace di riportare più rapidamente la vita ad un luogo: l’agricoltura infatti può essere usata non soltanto per produrre alimenti ma come strumento per disegnare un paesaggio logico anche in territori brutalmente incisi. Accanto a questo argomento di carattere più tecnico c’è il forte fascino che tutti i paesaggi agricoli del mondo esercitano, in modo discreto ma continuo anche oggi che sono sovrastati dalle immagini opposte della metropoli cruda e della natura vergine. Io vivo questa fascinazione perché disegno paesaggi guardando immagini e l’agricoltura infondo è un’immagine. Io infatti dico sempre: «disegno immagini», che ai più potrebbe apparire un argomento frivolo (dire: «disegno un parco» pare più logico, no?!) ... ma a me diverte molto! #3 E l’immagine della metropoli? Rispetto alla scuola di Manuel De Solà Morales e di Busquets che nella “città stratificata” enfatizzava l’importanza del layer dell’infrastruttura, lei invece introduce l’idea di un nuovo strato: il sistema degli spazi pubblici. Che ruolo ha questo sistema nella metropoli contemporanea? È vero, nei lavori di Busquets o di Solà Morales allo spazio pubblico solitamente veniva destinato un ruolo inferiore o almeno questo appariva. Si pensava che la sola Recuperació mediambiental dels marges del llobregat (2007-2011)

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Begues is used as a “system for cultivating life!”. I like to explain this idea this way because, in the innate human desire to imitate nature and in attempt to reproduce the original natural landscapes, agriculture helps us in two ways: as a “technology” and as aesthetic imagination. In the first case it becomes a system of biological acceleration able to report more quickly life to a place: agriculture indeed can be used not only to produce food but as a tool to draw a logical landscape in territories brutally engraved. Next to this topic, of more technical nature, there is the strong appeal created by all the agricultural landscapes in the world, if, in a discrete way but continuously, even today that are dominated by the opposite images of the raw metropolis and of the virgin nature. I live this fascination because I draw landscapes looking images, and Agriculture, in the end, is an image. That’s why I always say that «I design images», which may appear to the most a frivolous topic (saying «I draw a park» seems more logical, isn’t it ?!) ... but I really enjoy it! #3 What about the image of the metropolis? Compared to the school of Manuel De Solà Morales and to the one of Busquets that in “layered city” emphasized the importance of the layer of the infrastructure, instead you introduce the idea of a new layer: the system of public spaces. What role does this system has in the contemporary metropolis? It is true, in the works of Busquets or Solà Morales was usually given an inferior role to public space or at least this was what appeared. The common thought was that only the infrastructure could structure the territory, that the

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infrastruttura potesse strutturare il territorio, che le destinazioni d’uso e l’edificato fossero la cosa più importante e che evidentemente il destino dello spazio aperto potesse essere trascurato. Oggi non esiste più la città compatta che tanti ancora amano ricordare e, se analizziamo le metropoli attuali, notiamo che oltre ai parchi e alle piazze nel territorio urbanizzato permangono molti fatti geografici. Parlando della metropoli, quindi, bisogna recuperare un termine importante: la geografia. La costa, il mare, le montagne che la città non ha ancora occupato diventano un’immensa risorsa per la metropoli contemporanea, sono spazi ogni giorno più vissuti e giocano un ruolo importante sia per gli usi connessi al tempo libero, sia perché sono serbatoi di biodiversità. La mia idea è che possiamo sommare tutti gli spazi aperti, quelli convenzionali (il parco, la piazza, la strada) e gli spazi geografici, che sopravvivono nel paesaggio urbano, per generare un’infrastruttura ecologica continua e creare un nuovo layer che avrebbe finalmente la stessa importanza di quello dell’edificato e dell’infrastruttura. #4 Quali sono quindi le strategie progettuali ma ancora prima le idee da cui deve muovere il progetto dello spazio pubblico? Tutte le strategie progettuali devono partire dalla consapevolezza che quello che abbiamo appena definito sia un layer importante. Quando progetto, io ho una certa tendenza a pensare subito a come sarà il layer dello spazio pubblico, mentre riservo per il secondo giorno il progetto dell’infrastruttura, ma so che il mio è un iter molto diverso da come si è sempre progettata la città. Per chiarire un po’ questo punto vorrei ripercorrere, alla mia maniera, la storia dell’urbanistica. Possiamo dire che ci sono tre momenti: c’era un momento, molto tempo fa, in cui la scelta prioritaria di un uomo riguardava la migliore ubicazione per l’insediamento, del tipo: «voglio vivere qui!». Una volta deciso questo, lo stesso uomo diceva a se stesso «Bene, ora devo arrivarci!» e quindi costruiva l’infrastruttura. Il terzo giorno diceva: «Hey, ora però ho bisogno di qualche cosa in più..», per esempio di una scuola e un bel giardino dove possano giocare i bambini. E così cominciava a creare i servizi. Sinteticamente quello che voglio dire è che in primo luogo si decidevano gli usi e si progettava lo spazio edificato, poi l’infrastruttura e infine i servizi. Sono molti anni che nella maggioranza delle città d’Europa le decisioni si prendono invece a partire dai grandi tracciati infrastrutturali e questa credo sia la “seconda fase” che ancora imperi nel mondo. Quello che sto proponendo io, ed altra gente con me, invece sarebbe una “terza fase”, dove il primo atto è il progetto dello spazio aperto. Penso che questo sia l’unico modo oggi di fare città sostenibili.

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La mia strategia quindi sta nel disegnare uno spazio pensando come prima cosa a quali elementi geografici, morfologici e naturali siano essenziali nella configurazione del luogo tenendo a mente due questioni centrali: la produttività e la continuità dello spazio aperto. Intendo la produttività degli spazi aperti come l’attitudine


purpose and the built were the most important thing and that evidently the fate of the open space could be ignored. Today the compact city that so many still love and remember doesn’t exist anymore, if we analyse the metropolis of today, we note that in addition to parks and squares, still many geographical facts remain in the urbanized territory. Speaking of the metropolis, then, it’s necessary to retrieve an important term: geography. The coast, the sea, the mountains that the city has not yet occupied, become a huge resource for the busy contemporary metropolis, those are spaces every day more experienced and they play an important role both for purposes related to leisure, either because they are tanks biodiversity. My idea is that we can add together all the open spaces, the conventional ones (the park, the square, the road) and the geographical spaces which survive in the urban landscape, to create a continue ecological infrastructure and create a new layer that would finally have the same importance as that of built and infrastructure. #4 So what are the design strategies, but most of all which are the ideas from which the project of public space should move? All design strategies must come from the consciousness that what we have just defined is an important layer. When I design, I have a certain tendency to think immediately to how it will the layer of public space be,while I reserve for the second day of work the infrastructure project,but I know that my process is very different from how it was always designed the city. To clarify a bit this point I would like to go back, in my own way, the history of urbanism. We can say that there are three moments: there was a moment, a long time ago, when the first choice of a man concerned the best location for the village, such as: «I want to live here.» Once this was decided, the same man said to himself, «Well, now I have to get there!» and then he built the infrastructure. On the third day he said: «Hey, but now I need something more ...», for example a school and a beautiful garden where children can play. And so began to create services. Briefly what I mean is that in the first place were decided the purposes and planned the built environment, than the infrastructure, and then finally the services. Since many years, instead, in most of the cities of Europe decisions are based on large infrastructure’s layouts and this, I believe, is the “second phase” that still empires in the world. On the other hand what I am proposing, and other people with me, would be a “third phase”, where the first act is the project of the open space. I think this is the only way now to make sustainable cities. Therefore my strategy is to design a space thinking as the first thing to which geographic, morphological and natural features are essential in the configuration of the place, keeping in mind two key issues: the productivity and the continuity of the open space. I mean productivity of open spaces as the ability to integrate different functions useful to citizens, I’m not just

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ad integrare funzioni diverse utili al cittadino, non parlo solo dell’agricoltura urbana, ma anche della possibilità di creare sistemi di raccolta e riciclo dell’acqua o spazi per la produzione di energia rinnovabile. Nel progetto della città è poi essenziale smettere di parlare di connessione solo in termini di trasporto pubblico o privato, oppure di connessione telematica, e recuperare il tema della connettività ecologica nonostante sembri qualcosa che non ci riguardi. Sappiamo dall’ecologia che la vita può saltare, per l’effetto stepping stones, però sono convinto che la continuità sia una buona scusa per progettare! “Il giardino della metropoli” rappresenta infatti una nuova dimensione, che permette non soltanto all’uomo di attraversare lo spazio urbano ma che è capace di accogliere il movimento dolce della fauna, della flora e dell’acqua. Costituisce una rete di spazi produttivi in cui ozio ed ecologia si uniscono e stimolano un modo differente di attraversare la città, in maniera più rilassata. #5 La Metropoli dunque può essere ancora percorsa a piedi contrariamente a quanto pensa la gente? Io credo che unire un luogo all’altro e lasciarsi percorrere liberamente sia il lusso principale dello spazio pubblico, che non concepisco infatti come qualcosa di statico, dove uno va e si siede. Sovvertiamo l’antico concetto di piazza! Lo spazio aperto nella città del XXI secolo deve essenzialmente permettere di camminare, di attraversare la metropoli. In più se pensiamo che il progetto possa essere lo strumento Parc del tramvia (1999-2001)

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Parc del tramvia (1999-2001)

talking about urban agriculture, but also of the possibility to create systems for collecting and recycling water or areas for the production of renewable energy. In the design of the city, moreover, is essential to stop talking about connection just in terms of public or private transport, or of telematic connection, it’s time to retrieve the theme of ecological connectivity despite it appears as something that does not concern us. We know from ecology that life can jump, for the stepping stones effect, but I’m convinced that continuity is a good excuse to design! “The garden of the metropolis “ represents a new dimension, which nay allows humans to cross the urban space, but that is able to accommodate the gentle movement of fauna, flora and water . It constitutes a network of productive spaces in which idleness and ecology come together and stimulating a different form of walking through the city,a more relaxed one. #5 The Metropolis therefore can still be hiked contrary to what people think? I believe that joining one place to another and walk through it freely is the main luxury of public space, which I can not conceive as something static, where one goes and sits down. Let’s subvert the ancient concept of the square! Open space in the city of the XXI century must essentially allow to walk, to pass through the metropolis. Plus, if we think that the project can be the tool for sewing the different

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Nus de la trinitat (1990-1993)

per cucire i differenti tessuti urbani e gli elementi geografici, si riesce a stabilire una nuova rete di cammino che permette alla gente di arrivare a piedi al mare, in bicicletta al fiume, di corsa sulle colline e pertanto offre una nuova infrastruttura pubblica molto più estesa rispetto a quella convenzionale. È necessario quindi un nuovo disegno di città, poiché in origine non era stata pensata per permettere quest’uso, ce ne accorgiamo bene quando il taglio netto di un’autostrada interrompe la nostra passeggiata, quando dobbiamo scavalcare, quando siamo di fronte a spazi inaccessibili e barriere di molti tipi. In questo momento a Barcellona ci sono pochi progetti di grandi spazi pubblici, però quei pochi che si stanno facendo, e quelli di cui noi come studio ci interessiamo, cercano di ricucire il tessuto urbano creando una rete continua di spazi pubblici percorribili. Ad esempio, il progetto che stiamo curando ora ha l’obiettivo di unire il Parque de Cervantes alla zona dell’Esplugues de Llobregat, poiché una volta arrivati al parco non si può proseguire dato che l’autostrada nega il passaggio. I progetti più importanti oggi non sono più “maestosi”, sono invece quegli interventi chirurgici che vanno a disegnare l’anello che manca e permettono di far funzionare l’intera catena! La sfida odierna del progetto dello spazio pubblico si gioca in una città che nel tempo ha costruito molte muraglie, molte barriere che impediscono la relazione con la geografia, e sta nel concedere ai cittadini il lusso di poter camminare su un percorso infinito.

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#6 A proposito di interventi chirurgici nel contesto della grande frammentazione della metropoli, un progetto molto significativo per il vostro studio è stato il Nus de la Trinitat. Come deve essere affrontato il tema della relazione infrastruttura-paesaggio? L’ideale sarebbe poter progettare l’infrastruttura nello stesso momento in cui si progetta tutto il resto e con il Nus de la Trinitat ci fu un momento in cui provammo a farlo. La


urban fabrics and the geographic features, it’s possible to establish a new network path that allows people to reach the sea by walk, to ride to the river, to go running up to the hills and therefore offers a new public infrastructure much more extensive than the conventional one. Then a new design of the city it’s necessary, because originally it was not intended to allow this use, we realize it well when the clear cut of a motorway stops our walk, when we have to leap over, when we face inaccessible spaces and barriers of many types. At this time in Barcelona there are few projects of large public spaces, but those few that are being made, and those of which we are interested as an atelier, try to mend the urban fabric, creating a continuous network of accessible public spaces. For example, the project we are now looking after, aims to unite the Parque de Cervantes area to the Esplugues de Llobregat, because once you get to the park you can not continue because the highway denies the passage. The most important projects, today, are no longer “majestic” ones, but those surgeries that draw the missing link and allow to put in operation the entire chain! Today’s challenge of the project of public space is played in a city that over time has built many walls, many barriers that prevent the relationship with geography, and the aim is to grant citizens the luxury of being able to walk on an infinite path. #6 About surgeries in the context of the great fragmentation of the metropolis, a very significant project for your studio has been the Nus de la Trinitat. How has to be addressed the issue of the relationship between infrastructure and landscape? The ideal would be to design the infrastructure at the same time that you design everything else and with the Nus de la Trinitat there was a time in which we tried to do it. Nus de la trinitat (1990-1993)


prima versione del Nus de la Trinitat infatti entrava di più nel progetto dell’infrastruttura stessa, quando però l’incarico finale fu determinato, la questione si fece più difficile. A quel punto sapevamo realmente quanto poter fare e da lì il lavoro si sviluppò in tre fasi: la prima fu correggere e convivere con l’infrastruttura, la seconda si concentrò sul tema dell’accessibilità e i servizi e la terza fu interamente dedicata al paesaggio. Per fare un parco pubblico in un luogo di così elevata complessità, abbiamo cercato di ricreare un paesaggio interiore, che mirasse ad evitare la visione delle auto per far sì che la gente lo sentisse proprio. Torniamo però al progetto ideale: io credo che si dovrebbe progettare tutto, imparando quindi a progettare in modi differenti, con l’acqua, con la natura, con le infiltrazioni e ovviamente anche con gli ostacoli! Si deve disegnare la città in modo logico, mentre attualmente si progetta molto in modo tematico: chi è specializzato in autostrade fa solo quelle, c’è chi fa solo parchi, chi solo certi tipi di architetture... e credo che in questo modo si perdano moltissime opportunità per dare luogo a progetti migliori. Il caso di Plaça de les Glòries Catalanes a Barcellona è uno di quelli in cui si stanno facendo errori su errori. Io, che mi considero giovane ancora, ho già visto tre Plaça de les Glòries diverse nella mia vita, mentre ci sono posti nel mondo, se si va in Piazza del Campo a Siena ad esempio, che sono eterni. Qui ci accingiamo a vedere il quarto progetto di una piazza che continuiamo a disegnare, cancellare e correggere. Parte di questo problema penso dipenda dal fatto di concepire questo lavoro come una somma di contributi indipendenti di ogni singola disciplina, senza trovare una sintesi felice dei diversi approcci.

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#7 Secondo lei quindi come deve cambiare il ruolo dell’architetto rispetto alle pressioni attuali? Si deve optare per la specializzazione? Questa domanda è sempre motivo di grande riflessione e dibattito. Specializzazione o no? Qui potrei rispondere tanto a favore di una cosa come dell’altra. Ultimamente nelle varie discussioni all’interno della mia scuola e nelle assemblee di architetti in città, io a differenza di altri miei colleghi, ho difeso la specializzazione. Mi hanno attaccato in molti, chiedendo come proprio io possa difendere questa posizione quando nel mio studio faccio edifici, parchi, pianificazione... Bisogna specializzarsi mantenendo però quell’attitudine multidisciplinare distintiva della professione dell’architetto. Io credo che il problema per cui la società oggi non vede di buon occhio noi architetti è che non siamo in grado di spiegare che sappiamo fare molto bene una cosa, siamo troppo generalisti e questo è dannoso perché la gente si affida più volentieri agli specialisti. Nonostante nel nostro studio noi facciamo di tutto, abbiamo una specifica connotazione paesaggistica che ci accompagna da sempre e che a volte diventa un’arma a doppio taglio, mi spiego: noi abbiamo sempre cercato di fare concorsi per ospedali ma non è mai stato possibile realizzarne uno perché hanno sempre vinto studi che si vendono come esperti in quella tipologia edilizia. Fino


The first version of the Nus de la Trinitat, in fact, scrutinized more the project of the infrastructure itself, but when the final assignment was given, the issue became more difficult. At that point we really knew how much was possible to be done and from there the work developed in three phases: the first was to correct and coexist with the infrastructure, the second focused on the theme of accessibility and services, and the third was entirely devoted to the landscape. To make a public park in a place of such high complexity, we tried to recreate an inner landscape, which was aimed at avoiding the vision of cars so that people would feel it their own. But let’s return to the ideal project: I think that everything should be designed learning doing it in different ways, with water, with nature, with the infiltration and of course also with obstacles! The city has to be drawn in a logical way, while currently design is very thematic: those who are specialized in highways just make those, there are those who just make parks and those who only make certain types of architectures... and I think in this way many opportunities to give risen to better designs are lost. The case of Plaça de les Glories Catalanes in Barcelona is one of those are being made mistakes on errors. I still consider myself young and I have already seen three Plaça de les Glories in my life, whereas there are places in the world, like Piazza del Campo in Siena for example, that are eternals. #7 According to you so how has to change the role of the architect in relation to the pressures of today? It’s advisable to opt for specialization? This question is always a source of great reflection and debate. Specialization or not? Here I could answer so much in favour of such a thing as the other. Lately in the various discussions in my school and during the assemblies of architects in the city, I, unlike my colleagues, defended the specialization. They attacked me in many, just wondering how I can defend that position while in my studio I make buildings, parks, planning ... Specialization has to be done keeping that multidisciplinary attitude distinctive of the architectural profession. I think the problem for which society today doesn’t look kindly upon architects is that we are not able to explain that we are able to make something very well, we are too generalist and this is dangerous because people rely more heavily on specialists. Although in our studio we do everything, we have a specific landscape connotation that accompany us all along, and that sometimes becomes a double edged sword, let me explain: we have always tried to do competitions for hospitals but it has never been possible to make one because the studios that always won are the ones deceived as experts in that building type.

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Nus de la trinitat (1990-1993)

ad un ora fa ero in riunione con dei clienti per un nuovo progetto di “uffici” e non sapevano minimamente che sono paesaggista, in quel momento per loro stavo parlando come esperto di architetture per uffici. La specializzazione quindi serve per poter stare sul mercato, se poi oltre ad essere esperti in qualcosa si possiede la capacità, che abbiamo noi architetti, di conservare una conoscenza trasversale a molte discipline e aspetti della vita, dalla tecnica alla politica, avremmo capacità superiori agli altri specialisti. ...la nostra chiacchierata con Enric Batlle prosegue, potete seguirci nel corso di questi due mesi su NIP blog!

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Until an hour ago I was in a meeting with customers for a new project of “offices” and they barely didn’t know that I’m a landscaper, at that moment to them I was talking as expert in office’s architecture. Therefore the specialization it’s necessary to be able to stay on the market, then if in addition to being experts in something you have the ability, that we architects have, to preserve knowledge across many disciplines and aspects of life, from art to politics, you would have higher capacities than other specialists. ...our conversation with Enric Batlle goes on, you can follow us during these two months on NIP blog!

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Flavia VeronesiŠ


Flavia VeronesiŠ


Johanna Gibbons è un architetto paesaggista e socio fondatore dello studio J & L Gibbons. La sua pratica riguarda la rigenerazione urbana e del patrimonio, sviluppando diverse modalità per offrire paesaggi significativi attraverso un processo di pianificazione deliberativa. Johanna Gibbons is a Landscape Architect and founding partner J & L Gibbons. Her practice concerns heritage and urban regeneration, developing ways to deliver meaningful landscapes through a deliberative planning process.

Liza Fior ha studiato architettura e lavora come uno dei soci fondatori di muf architecture/art. Nel suo lavoro affronta progetti riguardanti il tessuto urbano e sociale, per committenti pubblici e privati. Liza Fior studied architecture and practises as one of the founding partners of muf architecture/art. The work of the practice negotiates between the built and social fabric and between public and private in projects.

Analisi degli spazi aperti a Dalston - image credit J & L Gibbons and muf architecture|art / Dalston open space plan


MAKING SPACE IN DALSTON Un approccio alternativo alla rigenerazione

di J & L Gibbons in collaborazione con muf architecture / art.

Una collaborazione tra gli studi J & L Gibbons e muf architecture / art, Making space in Dalston è un progetto riguardante un approccio alternativo alla rigenerazione. Il progetto ha esaminato come lo spazio pubblico potrebbe essere creato senza perdere le qualità esistenti del quartiere. Abbracciare il cambiamento alimentando i caratteri distintivi di Dalston, intrinsechi sia nel capitale sociale sia nelle sue caratteristiche fisiche.

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alston, identificato nel Piano di Londra come uno dei maggiori centri dell’est di Londra, è una delle aree prioritarie per la crescita della capitale Inglese. È un’area di drastico cambiamento risultato del potenziamento infrastrutturale che comprende la East London Line. Sebbene Hackney sia uno dei quartieri più verdi di Londra, Dalston Ward è carente in quantità di spazi aperti ed

è ai primi posti in tutti gli indici di deprivazione. In media a Londra il 38% dei terreni è dedicata allo spazio verde, a Dalston è inferiore al 12%. Dalston è rinomata per la sua lunga storia di attivismo sociale e culturale, vantando una grande diversità etnica e concentrazione di industrie creative. Making space in Dalston è un progetto riguardante un approccio alternativo alla rigenerazione. Ispirato dalle diverse e creative comunità che abitano Dalston, attraverso l’evoluzione di un processo di comunicazione e di ricerca-azione per aiutare a sviluppare visioni condivise con i residenti, le imprese e le organizzazioni. Lo studio iniziale ha osservato come sarebbe possibile creare più spazio pubblico, quale uso migliore potrebbe essere fatto del denaro del settore pubblico, senza perdere


MAKING SPACE IN DALSTON An alternative approach to regeneration

by J & L Gibbons in collaboration with muf architecture / art.

A collaboration between J & L Gibbons and muf architecture / art, Making Space in Dalston is a project concerning an alternative approach to regeneration. The project looked at how public space could be created without losing the existing qualities of the neighbourhood. Embracing change while nurturing the distinctiveness of Dalston that is inherent in both its social capital and physical character.

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alston, identified in the London Plan as a Major Centre within East London, is one of the London’s priority areas for growth. It is an area of dramatic change as a result of the enhanced infrastructure including the East London Line. Although Hackney is one of the greenest London boroughs, Dalston Ward is deficient in open space and ranks high on all indices of deprivation. On average in London 38% of land is given over to green space, in Dalston it is less than 12%. Dalston is renowned for its long history of social activism and grass roots culture, and ranks high in terms of ethnic diversity and concentration of the creative industries.

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Making Space in Dalston is a project concerning an alternative approach to regeneration. It is inspired by the diverse and creative community of Dalston, through evolving a process of communication and action research to help develop shared visions with the residents, businesses and organisations. The initial study, looked at how more public space could be created, how better use could be made of pockets of public realm, without losing existing assets of local significance. A key concern and driver was the consideration of how to embrace change while nurturing the self-organising distinctiveness of Dalston, inherent in both its social capital and physical character, thereby avoiding a process of what might be perceived as gradual neighbourhood sanitisation. The initial mapping explored the wider cultural context of both external and internal public space where complementary strategies were analysed with programme opportunities. The mapping acknowledges and gave value to the existing creative activity and suggested the role that public realm could play to support it.


i beni esistenti di rilevanza locale. Particolare interesse è stato dedicato alla modalità con cui poter abbracciare il cambiamento e allo stesso tempo promuovere l’auto-organizzazione distintiva di Dalston, inerente sia il suo capitale sociale sia le sue caratteristiche fisiche, evitando così un processo che sarebbe potuto essere percepito come un graduale risanamento del quartiere. La mappatura iniziale ha esplorato il contesto culturale più ampio, sia dello spazio pubblico esterno che di quello interno, dove sono state analizzate strategie complementari con le opportunità del programma. La mappatura ha riconosciuto e dato valore alla attività creativa esistente e ha suggerito il ruolo che potrebbe svolgere la sfera pubblica per sostenerlo. Piuttosto che un masterplan top-down tradizionale, l’azione progettuale si prefigge di identificare i progetti attraverso il dialogo con una grande rete di comunità, partendo dalla gente comune, utilizzando la conoscenza locale per apprezzare le attività di valore culturale e ambientale esistenti. L’ambito di opportunità potrebbe quindi

essere definito e discusso con le parti interessate che diventano, in alcuni casi, la forza motrice e i promotori del cambiamento, piuttosto che opporvisi. Il conseguente alto livello di approvazione è stato desiderato per garantire il finanziamento del progetto ed un futuro al prodotto finale, al suo supporto e alla sua sostenibilità. Le direttive ricercavano inizialmente dieci progetti correlati della stima dei costi e un piano d’azione per la programmazione e gestione culturale. Di fatto oltre settanta progetti sono stati associati a dieci tematiche, attraverso la discussione con quasi 200 individui o gruppi. Si sono tenute molte riunioni tra il gruppo direttivo e le parti interessate, quali ristoranti, teatri, in sedi locali come le sale della comunità e imprese, per rendere il processo di facile partecipazione. In parallelo sono state organizzate una serie di presentazioni di alto livello per LDA, TfL, DFL, GLA, Gol, per i consiglieri di quartiere di Hackney, vicedirettori e funzionari di livello della Cultura, Rigenerazione, Pianificazione, Streetscene e Parchi. L’elenco

Toy box, installazione dell’Artista Gary Webb – photo credit Sarah Blee/ J & L Gibbons Toy box, installation by Artist Gary Webb – photo credit Sarah Blee/ J & L Gibbons

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Semina alla Scuola Princess May – photo credit Sarah Blee/ J & L Gibbons Planting Princess May School – photo credit Sarah Blee/ J & L Gibbons

Rather than a traditional top-down masterplan, the project set out to identify projects through dialogue with a large community network, from grass roots up, using local knowledge to appreciate existing assets of cultural and environmental value. The scope of opportunity could then be defined and discussed with the stakeholders who themselves became the driving force and promoters of change, in some instances, rather than resisting it. Subsequent high-level endorsement was sought to ensure project funding and an afterlife of project deliverability, support and sustainability.

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The brief initially called for ten costed projects and an action plan for cultural programming and management. In fact over seventy projects were identified in ten themes, through discussion with almost 200 individuals or groups. Many Steering Group and stakeholder meetings were held in local venues, such as restaurants, theatres, community halls and local businesses, to make the process easy to participate in, in parallel with a number

of high level presentations were made to LDA, TfL, DfL, GLA, GoL, Hackney councillors and borough Assistant Director level officers in Culture, Regeneration, Planning, Street-scene and Parks. The list of projects identified varied from small-scale interventions to larger infrastructure projects. Some were permanent, some temporary, others were termed “meantime” projects for space awaiting development, which in the meantime could be put to good use which might in turn influence the nature of development. As a creative collaboration J & L Gibbons and muf architecture/art took the lead. From the beginning it was decided that conventional reporting would not be adequately representative of the natural culture of the neighbourhood, and that progress should be celebrated with well illustrated publications that the community could feel proud of, and actually want to own. Alongside the evolutions of project potential was a series research projects, which sought to engage the young, the


dei progetti identificati variava da interventi su piccola scala a grandi progetti infrastrutturali. Alcuni erano permanenti, alcuni temporanei, altri sono stati definiti progetti “frattempo” per lo spazio in attesa di sviluppo, che nel frattempo potrebbero essere attuati e che potrebbero a loro volta influenzare la natura dello sviluppo. Come collaborazione creativa J & L Gibbons e muf architecture / art hanno preso il comando. Fin dall’inizio è stato deciso che una presentazione convenzionale non sarebbe stata adeguatamente rappresentativa della cultura naturale del quartiere e che il progresso doveva essere celebrato con pubblicazioni ben illustrate di cui la comunità potesse sentirsi orgogliosa, e che volesse realmente possedere. Accanto alle evoluzioni del potenziale di progetto sono stati affiancati una serie di progetti di ricerca, che hanno cercato di coinvolgere i giovani, i più vulnerabili e coloro che erano scettici riguardo al processo di pianificazione e che giudicavano la consultazione insincera. Il team di progetto si è impegnato nella creazione di networks, per stimolare fiducia

tra le persone coinvolte e la conoscenza dell’eredità culturale e degli edifici storici del quartiere, in modo da elaborare dei progetti non superficiali e che potessero rispondere alle effettive necessità del quartiere. Grazie a questo metodo, Making space in Dalston, è diventato un progetto esemplare di pianificazione partecipata; il processo di costante feedback tra il pensare e il fare, dove la preferenza è stata data allo “sporcarsi le mani” in attività con gruppi di interesse locale, imprese indipendenti e artisti, piuttosto che a spendere soldi per documenti che potrebbero rimanere su uno scaffale per sempre. «Le arti non riguardano più concerti sinfonici, il balletto o un musical di Broadway. Questi tipi di progetti risultano più attivi, più accessibili e più comunicativi1». Essendo stata concepita più di cinque anni fa, la metodologia di valutazione dell’esistente, che promuove il possibile e definisce le mancanze, precede il Localism Act2 e offre una prima panoramica sulle implicazioni pratiche e di progettazione a cui porta

Dalston proposte per l’Eastern Curve - image credit J & L Gibbons and muf architecture|art Project mapping in Dalston - image credit J & L Gibbons and muf architecture|art

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more vulnerable and those who were skeptical of the planning process and deemed disingenuous consultation. The project team spent time building networks, trust and shared knowledge in each other, as well as in the cultural and built heritage of the neighbourhood, in order that the projects would reflect actual need, rather than delivering patronising. In this way, Making Space in Dalston is a design led example of deliberative planning; the process of constant feedback between thinking and doing, where there is a preference for getting “hands dirty” in activities with local interest groups, independent businesses and artists, rather than spending money on reports that might just sit on a shelf. «The arts are no longer about going to the symphony, the ballet or a Broadway musical. They are more active, more accessible, more polyglot»1. Having been conceived over five years ago the methodology of valuing what’s there, nurturing the possible and defining what’s missing, pre-dates the Localism Act2 and offers an early insight into the practical

and design implications of shifting the balance of power. By involving local people in decision-making, it allowed local partners to take ownership of the projects, discuss governance and evolve together the mechanisms for future sustainability. The project has promoted the role of an open dialogue in delivering responsive and meaningful change. By building enthusiasm about public space in Dalston, and with a modest spend matched with a significant quantum of sweat equity from stakeholders, the project provides a test case for how the idea of the Big Society will play out at the point of delivery of new urban plans. It demonstrates the possibilities of incremental regeneration in evolving fine-grained deliverable innovations, particularly given an area of natural cultural diversity, and the entrepreneurial approach of the designers. The process forged new alliances, formal and informal, delivering relevant projects within a tight time-frame to composite client groups and interested parties, under a strategic umbrella, with modest means, not reliant on economic fortune.


Mappatura del processo progettuale - image credit J & L Gibbons and muf architecture|art Mapping the project process - image credit J & L Gibbons and muf architecture|artDevitt

il cambiamento degli equilibri di potere. Coinvolgere la popolazione locale nel processo decisionale, ha permesso ai partner locali di assumere la proprietà dei progetti, discuterne la governance ed insieme evolvere i meccanismi per la sostenibilità futura. Il progetto ha promosso il ruolo del dialogo aperto per fornire un cambiamento sensibile e significativo. Creando entusiasmo attorno al tema dello spazio pubblico a Dalston, e con una spesa contenuta abbinata ad una considerevole quantità di sforzi pari a quelli degli stakeholders, il progetto fornisce un banco di prova per come l’idea 1

della Big Society inciderà a livello di redazione dei nuovi piani urbani. Dimostra le possibilità di rigenerazione incrementale che l’elaborazione di innovazioni dettagliate precise e possibili può fornire, soprattutto in relazione a un’area di naturale diversità culturale e all’approccio imprenditoriale dei progettisti. Il processo ha forgiato nuove alleanze, formali e informali, realizzando, in un periodo di tempo limitato, progetti rilevanti per gruppi di clienti compositi e parti interessate, attraverso uno stratagemma, con intenzioni modeste e non dipendendo dai propri mezzi economici.

Mark Stren and Susan Seifert ‘Cultivating “Natural” Cultural Districts

Il Localism Act 2011 (c. 20), è una legge del Parlamento che cambia i poteri del governo locale in Inghilterra. Lo scopo della legge è quello di facilitare il trasferimento dei poteri decisionali di controllo del governo centrale a favore degli individui e delle comunità.

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Mark Stren and Susan Seifert ‘Cultivating “Natural” Cultural Districts

he Localism Act 2011 (c. 20) is an Act of Parliament that changes the powers of local government in England. The aim of the act is to facilitate the devolution of decision-making powers from central government control to individuals and communities.

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Flavia VeronesiŠ


Flavia VeronesiŠ


Simona Beolchi Urbanista, ha studiato al Politecnico di Milano. Si occupa di progettazione urbana partecipata, cittĂ a misura di bambino, educazione alla sostenibilitĂ  ambientale nelle scuole primarie e secondarie.

il libro

Simona Beolchi Urban planner, she studied at the Polytechnic of Milan. Deals with participatory urban design, city suitable for children, education to environmental sustainability in primary and secondary schools.

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Le recensioni di TEMPORIUSO. Manuale per il riuso

temporaneo di spazi in abbandono, in Italia Isabella Inti, Giulia Cantaluppi, Matteo Persichino A cura di Simona Beolchi

il libro

Quante volte passeggiando per le nostre città ci siamo accorti delle saracinesche chiuse definitivamente, di spazi transennati non più utilizzabili, di fabbriche chiuse e abbandonate, di luoghi una volta centrali, ora dimenticati? Quante volte ci siamo chiesti cosa ne sarà di quegli spazi? Temporiuso parla di questo, affronta il tema del riuso degli spazi in abbandono, raccontandoci di una geografia in movimento, di una rete informale di esperienze e persone che stanno piano piano ribaltando le logiche di sviluppo delle città che da anni siamo abituati a subire. È un libro che dovrebbe essere presente sulle scrivanie di tutti gli amministratori e che i cittadini dovrebbero leggere per riavvicinarsi alle proprie città, per smuovere la coscienza collettiva che abbiamo dimenticato e la sensibilità verso il bene comune. Temporiuso non è solo un libro che smuove le coscienze, ma propone soluzioni concrete per immaginare strategie e progetti di riuso temporaneo degli spazi abbandonati delle nostre città. Il libro presenta inizialmente una panoramica di ricerche, esperienze, riflessioni che hanno alimentato il dibattito urbanistico europeo. Già dagli anni ‘60 si discuteva del tema dell’autorganizzazione, della sperimentazione di sistemi abitativi autonomi; negli anni ‘70-‘80 in alcuni quartieri degradati di New York i cittadini si riappropriavano di lotti abitativi abbandonati; negli anni moderni numerose esperienze di riuso temporaneo e di politiche pubbliche a riguardo, hanno animato le più importanti città europee. Temporiuso guarda a queste situazioni e ci propone, a seguito di esperienze realizzate negli ultimi anni dall’Associazione omonima (spin-off del Politecnico di Milano), un manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono nel contesto italiano. Si tratta di un percorso che si articola in sette mosse e che muove dall’idea di fondo che la prima risposta a questo importante tema è l’adozione di un approccio

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TEMPORIUSO. Manual for the reuse

il libro

of abandoned temporary spaces in Italy Isabella Inti, Giulia Cantaluppi, Matteo Persichino

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Edited by Simona Beolchi How many times, walking through our cities, we noticed shutters closed permanently, space cordoned and no longer usable, factories closed and abandoned, places that once were central and now forgotten? How many times we wondered what will happen to those spaces? Temporiuso talks about this, addresses the issue of reuse of abandoned spaces,telling us about a geography in movement, about an informal network of experiences and people who are slowly reversing the logics of development of the cities that we are used to suffer in years. It is a book that should be present on the desks of all the administrators and that citizens should read to approach again to their cities, to move the collective consciousness that we have forgotten and the sensitivity towards the common good. Temporiuso is not just a book that rouses the consciences, but offers concrete solutions to imagine strategies and projects of temporary reuse of abandoned spaces of our cities. The book begins by presenting an overview of researches, experiences, thoughts that fuelled the European urban debate. The issue of self-organization, the trial of autonomous housing systems were already themes of discussion during the 60s; in the 70s and 80s in some slums of New York, the citizens were reclaiming their abandoned residential lots; in modern years many experiences of temporary reuse and public policies in this regard, have animated the most important European cities. Temporiuso look at these situations and proposes, as a result of experiences gained in recent years by the Association of the same name (a spin-off of the Polytechnic of Milan), a manual for the reuse of temporary abandoned spaces in the Italian context. It’s a path divided into seven moves and it’s based on the idea that the first answer to this important issue, is to adopt a multidisciplinary approach that combines the architectural design to some devices of public art and of urban planning, participatory activism and social design.


il libro

pluridisciplinare, che accosta al progetto architettonico alcuni dispositivi della public art, dell’urbanistica partecipata, dell’attivismo e del social design. Il primo passo è quello della mappatura e della tassonomia degli spazi vuoti per conoscere l’esistente, le tipologie di spazi e la loro potenziale offerta; in seguito è necessario capire quali popolazioni e gruppi d’interesse potrebbero essere interessati a fruire degli spazi, con quali tempi e modalità, andando quindi a immaginare nuovi cicli di vita degli spazi (da pochi mesi a qualche anno). In base alle nuove esigenze e bisogni delle popolazioni che utilizzeranno lo spazio, sarà necessario definire il livello di intervento in termini di infrastrutture e architetture temporanee utili a rendere lo spazio vivibile in base al suo utilizzo. Sarà successivamente importante definire delle regole d’accesso e di assegnazione degli spazi e, poiché non esiste ancora nessuna codificazione a riguardo, Temporiuso suggerisce la via dei bandi pubblici, degli “Inviti alla creatività”, di concorsi di idee con alle spalle una delibera comunale che sancisca le garanzie giuridiche per l’avvio del processo. Lo start-up di uno spazio è il nodo cruciale per il funzionamento del progetto, una volta chiariti i soggetti che utilizzeranno lo spazio, questi dovranno condividere un business plan per mantenere le spese comuni del

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il libro

The first step is the one of mapping and taxonomy of the empty spaces, to experience the existing, the typologies of spaces and their potential; later it’s necessary to understand which populations and interest’s groups might be interested in using the spaces, with which timing and methods, therefore imagining new life cycles of the spaces (from a few months to a few years). On the strength of the new requirements and needs of populations who will use the space,will be necessary to define the level of intervention in terms of infrastructures and temporary architectures useful to make the space liveable as necessary. Later will be important to define the access’ and space allocation’s rules and since there is still no coding about, Temporiuso suggests the way of public announcement, of the “Invitations to creativity”, of competitions of ideas backed by a municipal resolution enshrining the legal guarantees for the launch of the process. The start-up of a space is the crucial bond for the operation of the project, once clarified the subjects that will be using the space, they will have to share a business plan to sustain the common expenses of the new place, defining together common rules of the use of the space. Finally, the last step is the transition from practices to public policies, that is understanding how the trials may become common and everyday procedures. In support of this proposal, in the second part of the book, the authors recount numerous experiences of temporary reuse of the spaces, made by them and by others scattered around Italy. The book concludes with the voices of nine respondents who reason about the role of the practices of temporary reuse in Italy, highlighting important issues. What is expressed loudly, both by public and private actors, is the need for an appropriate legislation for the relaunch of an economy linked to the cycles of reuse and for a review of the Architect Profession, stressing that the issue of reuse is both cultural and political. Temporary projects are tools for a post-capitalist city, which «is achievable when citizens become political subjects, researchers become militants, when there is a real re-appropriation of technologies and devices development, when the soil becomes common good, when mobility and production are autonomous».

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Il libro si chiude con le voci di nove intervistati che ragionano sul ruolo delle pratiche di riuso temporaneo in Italia, mettendo in luce questioni importanti. Ciò che viene espresso a gran voce, sia dagli attori pubblici che privati, è la necessità di una normativa adeguata per il rilancio di un’economia legata ai cicli del riuso e una revisione della Professione dell’Architetto, sottolineando che il tema del riuso è sia culturale che politico. I progetti temporanei sono strumenti per una città post-capitalista, che «è realizzabile quando i cittadini divengono soggetti politici, i ricercatori divengono militanti, quando c’è una reale riappropriazione delle tecnologie e dei dispositivi di sviluppo, quando il suolo diviene bene comune, la mobilità e la produzione sono autonome».

il libro

nuovo luogo, definendo insieme regole comuni d’uso dello spazio. Infine, l’ultimo step è il passaggio dalle pratiche alle politiche pubbliche, cioè capire come le sperimentazioni possano diventare prassi comuni e quotidiane. A supporto di questa proposta, nella seconda parte del libro, gli autori raccontano numerose esperienze di riuso temporaneo degli spazi, realizzate da loro e da altri soggetti sparsi per l’Italia.

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NIP #25 Marzo 2015  

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