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Pubblicazione mensile di cultura e cinema Anno I - numero 1 - marzo 2013 Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 193 del 24 aprile 2009

Direttore responsabile: Sara Sagrati Direttore editoriale: Heiko H. Caimi Caporedattore: Lara Gregori Redazione: Silvia Accorrà, Anna Anzani, Michele Curatolo, Anna Ettore Art director: Samantha Franza Webmaster: Giovanni Poli Supervisori alle traduzioni: Chiara Canova, Robert Mardle Collaboratori: Antonia Buizza, Fausto Capitanio, Giuseppe Ciarallo, Marina Croci, Graziano Fornari, Sergio Volterrani, Gino Udina, Davide Verazzani Immagine di copertina: Michele Larotonda Grafica di copertina: Gianfranco Caimi Sede, redazione e amministrazione: Magnolia Italia Via A. Giiuffré 8/Q 20159 Milano e-mail: info@inkroci.it

SOMMARIO     EEED O D ORRRIIIAAALLLEEE    DIIITTTO

333   

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IIILLL  R N O O G N U O NTTTO ON O    GO NG UN  RRAAACCCCCCO O   LLLU

M M Miicicchhhaaaeeell l e ee  M  M Maaarrryyy    dddii  iS SSeeeuuum m maaass s O  O O’’K ’KKeeelllllylyy 

LLLEEE  I IIN N NTTTEEERRRVVVIIISSSTTTEEE   

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CCCeeeccciitittààà,, , d m  ddii i J JJooosssééé  S SSaaarrraaam maaagggooo    dddii  iG  Gi Giu iuussseeeppppppeee  C  CCiiaiaarrraaalllllo loo   

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NOTA SUI DIRITTI D'AUTORE I diritti sui testi e sulle immagini presentati in INKROCI sono e restano di esclusiva proprietà dei rispettivi autori, che prestano quanto pubblicato a puro titolo di favore. Pertanto ogni riproduzione, anche parziale, non preventivamente autorizzata dall'autore è da considerarsi una violazione del diritto di copywight. Resta inteso che gli autori si assumono piena responsabilità per quanto riguarda il contenuto e la proprietà delle proprie opere.

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EDITORIALE

INKROCI, PIACERE DI CONOSCERVI di Sara Sagrati

Eccoci qui per la prima volta insieme. Prima di tutto, come la buona educazione impone, presentiamoci. Al momento stai leggendo il primo numero di una nuova rivista on-line che si chiama Inkroci. Non ci conosciamo ancora, ma speriamo tu possa passare momenti piacevoli in nostra compagnia, attraverso la lettura di racconti inediti, interviste, recensioni e consigli di lettura. Ma perchè Inkroci? Domanda legittima, ma ambigua e che richiede più risposte. Da una parte c'è il motivo per cui abbiamo deciso di lanciarci in questa nuova avventura e dall'altra andrebbe spiegata la scelta del nome. Ma andiamo con ordine. Inkroci nasce dall'esigenza di fare cultura. Sì, lo so, sono paroloni e sembra anche ce la stiamo tirando. Com'è possibile assumersi tale ruolo? E che superbia! Vero, ma dipende da che cosa si intende con la parola cultura. In un periodo di crisi economica la cultura sembra un bene accessorio e invece è fondamentale per una società moderna che voglia svilupparsi. Fare cultura vuol dire osservare il mondo e immaginare qualcosa di nuovo, significa partecipare attivamente alla vita sociale, al riconoscimento dell'identità, della dignità e della memoria come valori fondanti dell'esistenza individuale e collettiva (George Orwell). Quindi non si tratta di superbia, ma di una necessità. Allora perché proprio una rivista letteraria? Si dice sempre che in Italia ci siano più persone che scrivono di quante siano quelle che leggono. Vero, però quanti sono gli scrittori validi che non riescono a farsi leggere da nessuno? Impossibile a dirsi, ma per la legge dei grandi numeri immaginiamo che i talenti incompresi siano molti. Noi ci auguriamo di poter essere loro d'aiuto, allietandoti, caro lettore, con racconti nuovi e originali. Abbiamo scelto la forma del racconto, innanzitutto perché si accosta bene alla distribuzione online, e poi perché nel nostro Paese questa forma narrativa non ha mai raggiunto, purtroppo, una vera e propria dignità letteraria. Ma non ci saranno solo le storie inedite. Sì perchè, e qui si torna a "faggiuolo" sulla scelta del nome, Inkroci non è solo scrittura, ma anche contaminazione di generi ed esperienze. Parlare di cultura vuol dire anche andare al cinema, ascoltare musica, scattare fotografie, incontrare persone, porsi delle domande e, a volte, semplicemente bersi un caffè. Questo è ciò che vorremmo essere e che speriamo ci aiuterete a diventare: attori di cultura, attraversatori di incroci, autori di contaminazioni e sollevatori di dubbi. Quindi piacere di conoscerti caro lettore, nella speranza che vorrai inkrociarci ancora e continuare il cammino con noi. Allegramente.

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Sara Sagrati ha geni al 100% marchigiani, ma per uno scherzo del destino nasce (nel 1973) e cresce in Brianza. Fin da piccola si appassiona al cinema e già a 11 anni esclama a un professore: “voglio fare il critico cinematografico”. Ci prova disperatamente, ma i tempi sono duri e, come da insegnamento di Morando Morandini, fa di tutto, dall’impiegata al web content, pur di ampliare conoscenze ed esperienze. Ma il primo amore ritorna prepotente e dopo corsi di cinema, di regia, di sceneggiatura inizia una lunga collaborazione, ancora in corso, con svariate webzine (Hideout, UZAK, Nouvellevague, Filmforlife) e magazine (Nocturno, Zero). Con Hideout partecipa al progetto Dispersi (film inediti in Italia) con il quale promuove rassegne cinematografiche, organizza il festival Dispersival e cura il libro Dispersi. Guida ai film che non vi fanno vedere (2010, Edizioni Falsopiano). Nel 2009 promuove il Mouse d'Oro, premio della critica online ai festival di Venezia, Roma, Torino e Courmayeur. Per un po' è stata redattrice al settimanale Film Tv, potendo finalmente dire: “faccio il giornalista cinematografico”. Eppure, ha poi scelto la via del video on demand, collaborando con Chili, la videoteca online. Per fortuna anche lì c'è una webzine di Cinema di cui fa il caporedattore.


IL RACCONTO LUNGO

MICHAEL E MARY di Seumas O’Kelly

Mary aveva trascorso molti giorni a raccogliere la lana dai ginestroni

Seumas O’Kelly (Loughrea, contea di Galway 1881 – 1918). Drammaturgo, romanziere, autore di racconti e giornalista, dopo aver frequentato la scuola locale (St. Brendan's College), O’Kelly iniziò la carriera giornalistica al Southern Star di Skibbereen, quindi si spostò a Naas per il The Leinster Leader, dove rimase in redazione fino a quando andò a lavorare per l'amico Arthur Griffith al Nationality, organo del Sinn Féin fondato da Griffith stesso nel 1906. Suo fratello venne arrestato durante la Rivolta di Pasqua e Seumas tornò al Leinster Leader per un breve periodo. Davanti agli uffici del Leader una targa in suo onore riporta 'Seumas O'Kelly - un rivoluzionario gentile'. Morì prematuramente, nel novembre 1918, negli uffici del Nationality, per un’emorragia cerebrale a seguito di violenze compiute all’interno del giornale da parte di truppe inglesi anti-Sinn Féin che festeggiavano la fine della prima guerra mondiale. Nella sua breve vita ebbe un’intensa produzione letteraria, in buona parte pubblicata postuma, e scrisse per numerosi giornali, tra cui il Saturday Evening Post e il The Sunday Freeman di Dublino. Scrisse diversi racconti, romanzi e commedie. Il suo The Weaver's Grave è considerato tra i racconti irlandesi più famosi. Una versione radio di questo racconto, adattata e prodotta da Mícheál Ó hAodha, ha vinto nel 1961 l'ambito Premio Italia per teatro radiofonico.

sul promontorio. Erano i ciuffi di lana persi dalle pecore prima della tosatura. Quando ne formava una massa morbida che riempiva il cesto la portava giù al canale e la lavava. Quando l’aveva lavata rendendola un fiocco soffice, bianco, setoso lo metteva di nuovo nel cesto di corda marrone, premendolo con le lunghe dita delicate. Si era alzata per andare via, tenendo il cesto appoggiato alla vita, quando i suoi occhi seguirono il sottile rivolo d’acqua che serpeggiava attraverso la palude. Non riusciva a seguire quel rivolo giallo molto più in là. La luce del giorno si stava abbassando. Una foschia stava sospesa sopra la grande Palude di Allen che si estendeva piatta tutto intorno a lei. La barca si profilava in lontananza fra la foschia nello stretto canale d’acqua. Appariva, all’inizio, molto lontana e sembrava arrivare in una nuvola. La tenue luce rosata che saliva in cielo avvolgeva la barca e la lustrava come oro grezzo. Avanzava con calma, trainata da un cavallo, come una Barca Dorata al tramonto. Mary piegò la testa bruna un po’ di lato in modo da guardare il tranquillo movimento della barca. Il cavallo si trascinava deliberatamente lento, la testa paziente saliva e scendeva a ciascun passo pesante. Una gru si alzò dalla palude, batté due ali pigre attraverso la scia della barca e, stendendo il lungo collo davanti a sé, si perse nella foschia. La figura che ondeggiava accanto al grande braccio del timone sulla Barca Dorata era inizialmente vaga e priva di forma, ma Mary avvertì che i suoi occhi ne seguivano i lenti movimenti del corpo. Mary pensò che fosse molto bello ondeggiare di tanto in tanto accanto al braccio del timone, guidando una Barca Dorata nel tramonto. Poi all’improvviso comprese che la barca era molto più vicina di quanto avesse pensato. Poteva vedere precisamente le sagome degli uomini, specialmente la sagoma snella accanto al timone. Poteva seguire la corda che si allentava e si tendeva allungandosi dalla barca al cavallo. Una volta l’acqua schizzò, e fece un piccolo spruzzo d’argento. Lei notò la frusta arrotolata sotto il braccio del conducente. Al momento riusciva a contare ogni passo pesante del cavallo, e fu colpita dalle grandi dimensioni dei peli ispidi del garretto. Ma i suoi occhi tornavano sempre indietro alla sagoma accanto al timone. Si spostò un po’ indietro per veder passare La Barca Dorata. Veniva da uno strano mondo molto lontano, e dopo aver attraversato la palude se ne andava via in un altro mondo sconosciuto. Un uomo dal viso arrossato se ne stava seduto con aria sonnolenta sulla prua. Mary sorrise e fece un cenno del capo, ma l’uomo non rispose. Non la vedeva; forse si era addormentato. Il conducente che camminava accanto al cavallo aveva la testa chinata e gli occhi fissi sul terreno. Non guardò su quando passò. Mary notò le sue labbra muoversi, lo sentì mormorare fra sé; forse stava pregando. Era una piccola sagoma rattrappita, deformata e teneva il passo con l’animale nel viaggio

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lungo la palude. Ma Mary sentì su di sé lo sguardo dell’uomo accanto al timone. Alzò gli occhi. La luce era incerta e il cappello con la visiera gli gettava un’ombra sul viso. Ma la sagoma era agile e giovane. Lui sorrise quando Mary alzò lo sguardo, poiché lei colse un bagliore sui suoi denti. Poi la barca passò. Mary non ricambiò il sorriso. Aveva fatto un passo indietro e rimase lì tranquilla. Una volta lui guardò indietro e goffamente si toccò il cappello, ma lei non fece alcun gesto. Quando la barca ebbe percorso un po’ di strada lei si sedette sulla riva, tenendosi il cesto di lana accanto, guardando La Barca Dorata finché entrò nell’oscurità. Rimase lì per un po’ di tempo, pensando a lungo nel grande silenzio della palude. Quando infine si alzò, il canale sotto di lei era chiaro e freddo. Ci guardò dentro. Una pallida luna nuova scintillava nell’acqua. Mary spesso stava alla porta della capanna sull’altipiano guardando le barche che avanzavano come serpenti neri sullo stretto corso d’acqua attraverso la palude. Ora però non erano tutte come serpenti neri. C’era fra loro una Barca Dorata. Ogni volta che lei la vedeva sorrideva, gli occhi sulla sagoma che stava accanto all’asta del timone.

Una sera stava camminando lungo il canale quando passò La Barca Dorata. La luce era molto chiara e penetrante. Mostrava ogni tavola, inclinata e macchiata di catrame, sullo scafo ruvido, ma ciononostante per Mary non perse nulla della sua magia. Il piccolo conducente rattrappito, a testa bassa, con le labbra in movimento, camminava accanto al cavallo. Mentre passava sentì il suo mormorio sommesso. L’uomo dal volto arrossato stava chinato su un lato della barca, facendo dondolare fuori un recipiente legato a una corda per raccogliere l’acqua. Cantava una ballata con voce monotona. Un uomo alto, scuro, sparuto stava accanto alla ciminiera, guardando avanti distrattamente. Poi gli occhi di Mary andarono al timone.

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Illustrazione di Samantha Franza


Mary fece alcuni passi indietro con un certo imbarazzo quando vide il viso. Indietreggiò in un biancospino che cresceva tutto solo sulla riva del canale. Era coperto di fiori. Quando spostò i rami le cadde addosso una cascata di petali. Le si adagiarono sui capelli come un velo. Lui sollevò il cappello e sorrise. Mary non sapeva che il suo viso fosse così appassionato, così ragazzino. Alla fine sorrise un po’ nervosamente. Il viso di lui si illuminò e si toccò ancora il cappello. L’uomo dal viso arrossato era accanto al boccaporto aperto e stava andando nella stiva con il secchio d’acqua in mano. Guardò Mary e poi la sagoma accanto al timone. «Eh, Michael?», disse scherzosamente l’uomo dal viso arrossato. Il giovane tornò indietro sulla barca e Mary percepì il calore diffondersi sul proprio viso. «Michael!». Mary ripeté fra sé il nome un po’ sommessamente. Gli dei avevano svelato uno dei loro grandi segreti. Guardò La Barca Dorata fino a che le due fessure allineate sulla poppa, che servivano come feritoie, sembrarono due piccoli occhi giapponesi. Poi sentì risuonare un corno. Era il corno che suonavano per avvertire i guardiani che la barca si avvicinava. Ma la chiusa più vicina era a un miglio di distanza. Inoltre, quello che il corno fece fu un suono lungo, basso, non il colpo breve, secco, di comando che facevano per i guardiani. Mary ascoltò il suono basso del corno, sorridendo fra sé. Da quella volta, il corno suonò sempre così ogni volta che La Barca Dorata passava dal biancospino solitario. Mary pensò che fosse davvero meraviglioso che La Barca Dorata si trovasse nella chiusa il giorno in cui lei stava camminando con il suo cesto verso il mercato del lontano villaggio. Si fermò un attimo, esitante, accanto alla chiusa. Michael la guardò, nei suoi occhi un benvenuto. «Diretta a Bohermeen?» chiese l’uomo dal viso arrossato. «Sì, a Bohermeen», rispose Mary. «Potremmo portarti alla prossima chiusa», le disse, «ti accorcerà il viaggio. Sali». Mary esitò quando le porse una grande mano per aiutarla a salire. Lui notò l’esitazione e si voltò verso Michael. «Su, Michael», disse. Michael venne al bordo della barca e le porse la mano. Mary la prese e salì sulla barca. L’uomo dal viso arrossato rise un po’. Lei notò che l’uomo scuro che stava accanto alla ciminiera contorta non toglieva mai gli occhi dalla distesa d’acqua davanti a sé. Il conducente sulla riva stava già sollecitando il cavallo a partire. L’animale stava radunando le sue forze per il tiro, i muscoli tesi sulle cosce. Avanzarono scivolando fuori dalla chiusa. C’era mezzo miglio da una chiusa all’altra. Michael le aveva offerto di stargli accanto, al timone. Quando Mary lo guardò pensò che il suo viso fosse timido ma molto appassionato, il viso più appassionato che mai avesse attraversato la palude. In seguito, ogni volta che aveva tempo, lei faceva una scorciatoia attraversando la palude fino alla chiusa. Saliva e faceva il viaggio di un miglio con Michael sulla Barca Dorata. Una volta, mentre stavano viaggiando insieme, Michael le fece scivolare qualcosa in mano. Era un ciondolo d’altri tempi e brillava come oro. «L’ho avuto da uno strano marinaio», disse Michael. Un altro giorno in cui erano sulla barca, si abbatterono su di loro gli accecanti scrosci di pioggia che spesso colpivano la palude.

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L’uomo dal viso arrossato e l’uomo scuro entrarono nella stiva. Mary si guardò intorno, ridendo. Ma Michael stese per lei il suo grande impermeabile. Mary vi scivolò dentro e lui glielo avvolse intorno. La pioggia li tempestava, ma loro stavano insieme, e Michael le teneva il grande mantello intorno. Lei rideva un po’ nervosamente. «Ti bagnerai», disse. Michael non rispose. Lei vide il suo viso appassionato abbassarsi vicino al suo. Si piegò un poco contro di lui e sentì la forza delle sue braccia intorno a sé. Navigarono insieme nella Barca Dorata attraverso tutti i mari scintillanti degli dei. «Michael», disse Mary, «non è bellissimo?». «Il vasto oceano è bellissimo!», disse Michael. «Penso sempre al vasto oceano andando sulla palude». «Il vasto oceano!» disse Mary con sgomento. Non aveva mai visto il vasto oceano. Poi la pioggia passò. Quando i due uomini risalirono dalla stiva, Mary e Michael stavano insieme al timone. Dopo quella volta, Mary non andò per molto tempo alla chiusa. Lavorava nel terreno bonificato sull’altipiano. Una volta il corno suonò tardi nella notte. Suonò a lungo, molto dolce e basso. Mary si sedette nel letto ascoltandolo, le labbra dischiuse, davanti a sé il ricordo di Michael sulla Barca Dorata. Sentì il suono smorzarsi lontano, a distanza. Poi si sdraiò sul cuscino dicendosi che sarebbe andata da lui quando La Barca Dorata fosse tornata indietro. La sagoma che stava al timone al ritorno non era quella di Michael. Quando Mary venne alla chiusa l’uomo con il viso arrossato stava srotolando la corda, e al timone dove stava sempre Michael c’era la strana sagoma bassa di un uomo con un viso sciupato, butterato. Quando l’uomo dal viso arrossato avvolse la corda attorno al paletto della chiusa, portando la barca alla fermata, si volse verso Mary. «Michael è andato a navigare», disse. «Andato a navigare?» ripeté Mary. «Sì», rispose l’uomo. «Parlava sempre dei marinai stranieri nel porto dove finisce il canale. Teneva gli occhi sui grandi alberi delle navi. L’ho sempre detto che se ne sarebbe andato». Mary rimase là mentre La Barca Dorata era nella chiusa. Sembrava una barca giocattolo racchiusa da una scatola di legno. «E’ andato in una tre-alberi», disse l’uomo dal viso arrossato, mentre si preparavano a partire. «Ieri sera l’ho vista pronta per il mare. Michael è sotto grandi vele spiegate. Aveva in sé il sangue per il vasto oceano, il sangue selvaggio del corsaro». E l’uomo dal viso arrossato, che era il capo della barca, vagò con gli occhi lungo il sottile corso d’acqua davanti a sé. Mary guardò La Barca Dorata allontanarsi; al timone stava la sagoma grottesca. Rimase là finché una pallida luna non brillò sotto di lei, e rigirava fra le dita un piccolo ciondolo. Infine lo lasciò cadere nell’acqua. Fece un piccolo spruzzo, e la visione della mezzaluna si spezzò. FINE (Traduzione di Anna Anzani)

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LE INTERVISTE

IL TESTIMONE INAFFIDABILE Intervista a Erri De Luca a cura di Lara Gregori con la collaborazione di Heiko H. Caimi

Quando gli abbiamo scritto per chiedergli un’intervista, Erri De Luca ci ha risposto asserendo che considerava un privilegio ricevere questa attenzione. E’ da questa sua affermazione che siamo partiti, quando l’abbiamo incontrato sotto i portici della Scala di Milano, in un assolato pomeriggio di maggio.

Erri De Luca, nato a Napoli il 20 maggio del 1950, è uno scrittore e traduttore italiano. Negli anni Settanta è stato dirigente del movimento politico Lotta Continua. In seguito ha svolto numerosi mestieri, e ha pubblicato il primo libro (“Non ora, non qui”) nel 1989. A questo ne sono seguiti molti altri. Ha vinto il premio France Culture per “Aceto, arcobaleno”, il premio Laure Bataillon per “Tre Cavalli” e il Femina Etranger per “Montedidio”. È considerato uno dei massimi scrittori italiani viventi.

Sentir parlare di privilegio in un mondo in cui si avverte un’enorme distanza con la dimensione dell’arte ci ha riportato all’umanità delle relazioni, al significato di privilegio nei rapporti umani. Un’umanità che si avverte molto nelle sue opere, sono racconti di vita densi di un senso di naturalezza e di appartenenza alle cose e all’umanità che parte dal basso, tant’è che riescono a oltrepassare i confini della realtà territoriale di cui lei narra. Perché, quindi, “privilegio”? Perché questa parola? Che cosa significa per lei? Un privilegio per me è ricevere delle domande da persone che sono curiose di me, delle cose che faccio, dei racconti; curiose di una persona. Le domande che vogliano avvicinarsi a una persona, che vogliano conoscerla: ecco, questo è un privilegio. Io ho appartenuto a una generazione che è stata interrogata dai magistrati, i quali non volevano chiedere per sapere, ma chiedere per ottenere. C’è una differenza tra i due verbi, e il latino la specifica bene. Chiedere per sapere è il latino del verbo querere, quindi questionare, fare delle questioni, e appartiene al chiedere per sapere, per conoscere. Poi c’è il verbo petere, che è chiedere per ottenere, e quello è un chiedere sapendo già, dando già per scontata la risposta e volendo ottenere semplicemente una reazione da mettere agli atti, da allegare agli atti. Dunque, conoscendo la differenza fra questi due modi di porre domande, considero un privilegio per me ricevere queste domande del verbo querere. Leggendo le sue opere siamo rimasti colpiti dalla delicatezza del linguaggio, dalla capacità di percepire la compassione. Si avverte un senso di profonda umanità scaturire dalle parole, che in qualche modo sono ricercatissime e in qualche modo, invece, suonano estremamente semplici e arrivano dritte al cuore. Se dovessimo dare una definizione, diremmo che è uno scrittore che scrive con amore… Marcos Ana, un vecchio poeta spagnolo che ha passato molto tempo nelle carceri franchiste, e che proprio lì è diventato poeta, uscendo dopo venti e passa anni di prigione e cominciando a girare il mondo con le sue poesie, aveva incontrato, una volta, il poeta Nobel spagnolo Miguel Ángel Asturias, e riportava i dettagli della loro conversazione.

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Asturias gli diceva che, quando lui scriveva una poesia e gli capitava di avere sotto la penna un aggettivo abbastanza consumato, ovvio, scontato, andava a cercare nel vocabolario l’aggettivo più raro, più prezioso, più ricercato. Marcos Ana gli rispose che lui faceva il contrario, che quando si trovava sottomano una parola non troppo semplice, allora cercava nel vocabolario la più evidente, la più schietta, la più semplice, la più conosciuta. Io non faccio né l’uno né l’altro: per me il racconto è il tono di voce di uno che lo sta narrando dall’interno, e allora devo solo azzeccare quel tono di voce, raggiungerlo nell’ascolto. Una volta che lo sento, che sono ricevente di quel tono di voce, viene da sé l’uso delle frasi, e anche la loro lunghezza, perché le mie frasi non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle. Non so se c’entri l’amore, secondo me c’entra solo la possibilità di seguire un tono di voce. Il tono di voce di uno che sta raccontando la storia dal suo punto di vista, dall’interno, quindi non da un punto di vista panoramico, non dalla distanza della terza persona, che lo scrittore ha quando scrive una storia di personaggi. I miei personaggi non sono personaggi, per me sono prima di tutto persone. Considero “personaggio”, alla lettera, un peggiorativo della parola “persona”. In numerose interviste ha dichiarato che molte di queste voci le sono state affidate da esperienze dirette, da racconti di persone con cui ha vissuto o che ha conosciuto. Ad esempio, nel suo libro “Il contrario di uno” lei narra di un urlo, udito e riportato dallo zio del protagonista, che colpisce il lettore con una tale intensità, con una tale empatia che non resta soltanto una parola, ma diventa un sentimento di comunanza, di riconoscimento. Ci chiedevamo, quindi, quanto sia importante l’oralità nella trasmissione di una memoria, nella continuazione di una memoria. Un’oralità che sembra non esserci più, come se non ci fosse più niente da raccontare, o, forse, orecchie abituate ad ascoltare… A me sembra che, fra le generazioni susseguenti la mia, manchi qualcuno che racconti le storie, qualcuno in famiglia. Nelle case non abitano più i nonni: se non sono in crociera, quando se lo possono permettere, sono negli ospizi, quando non se lo possono permettere. Tutta l’età adulta, l’età anziana, è considerata da rottamare, e quindi non c’è più l’ascolto di questi racconti. Nella mia infanzia, invece, questo ascolto c’era: si raccontavano le storie, quindi mi si è formato un orecchio capace di trattenerle. Posso trattenere lunghe storie: le ho sentite tante volte, e quindi per quello si sono fatte strada. Non ho una memoria prodigiosa, semplicemente l’abitudine ad ascoltarla. Posso sentire le storie e trattenerle dentro di me da qualche parte. E poi tirarle fuori andando a risentire, però, sempre quel tono di voce, senza il quale la mia pagina è muta. Non trovo né l’aggettivo né il sostantivo giusto: devo trovare il tono di voce. Il tono di voce come memoria… Sì… Una memoria anche nel senso di costruzione di un’identità? La memoria non è un archivio, non è una collezione, non è un album di figurine. E’ quel rimasuglio che rimane trattenuto da qualche parte. Nel mio caso io non sono neanche il proprietario della mia memoria, e non posso andarla a consultare quando mi pare. Ogni tanto la

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memoria mi rilascia qualche dettaglio trascurato, dimenticato; allora, intorno a quel dettaglio posso ricostruire l’intero. Intorno a quell’osso posso ricostruire tutto lo scheletro mancante del dinosauro, perché l’ho visto il dinosauro; allora, siccome me lo sono dimenticato, quando ritrovo un osso della coda, poi da lì posso partire per ricostruirlo. La scrittura è abbastanza visionaria, riesce a fare questo, insomma. Per me la memoria è un innesco della ricostruzione di un tempo passato, che mi permette di stare di nuovo insieme con le persone che ho perduto. In genere per me la scrittura è un modo per tenermi compagnia. La migliore che ho conosciuto. Un’altra cosa che si nota leggendo le sue opere è la ricchezza di linguaggio. Questo può essere dovuto anche al fatto che, tra le varie forme dialettali italiane, il napoletano è una tra le più ricche? In genere l’italiano è bello perché è alluvionale, cioè sta in fondo all’affluenza dei dialetti. E’ una lingua che si è arricchita dell’abbondanza di dialetti, che lo hanno reso bello, vario. E’ una bella lingua per questo. Ma il mio vocabolario credo dipenda dal fatto che faccio traduzioni. Quando uno traduce per ammirazione, e perché ama quella lingua o quella storia, o quella scrittura di quella lingua, allora sforza la propria lingua a essere precisa, a essere quella, la più fedele possibile. Ecco, questo esercizio di precisione, spinto sempre però da un sentimento di ammirazione, permette di radicarsi nel proprio vocabolario, nel vocabolario della propria lingua; di essere un proprietario della lingua, e non un cliente. Quando qualcuno mi chiede, a proposito, come si fa a diventare scrittore, io rispondo tranquillamente: diventando prima traduttori. Ma non per mestiere, perché allora lì si è costretti per forza ad andare di fretta per consegnare il compito e quante più cartelle possibile per guadagnar qualcosa, perché i traduttori comunque guadagnano poco. No, tradurre per propria passione, tradurre anche scrittori infinitamente noti, tradurre anche Shakespeare, per dire, ma tradurre da sé, per essere il più preciso possibile, per trasportare il testo, nella maniera più illesa possibile, nella propria lingua. Questo permette di disporre di un vocabolario: la traduzione. Lei tra l’altro ha scelto anche di appropriarsi di lingue non proprio facili da fruire, e di tradurre alcune parti dell’Antico Testamento. Si, ho tradotto da diverse lingue, ma a me non importa parlare quelle lingue, mi importa saperle leggere, riuscire a leggerle. Non voglio parlare con Mosè, insomma. Voglio leggere la storia, e la posso tradurre, con un accanimento di fedeltà che non trovo in nessuna delle traduzioni di quella scrittura sacra, che sono tutte traduzioni a uso religioso. Quindi in qualche modo addomesticate? Non addomesticate, sono traduzioni che considerano l’ebraico antico una specie di materia grezza, un petrolio grezzo che poi viene raffinato successivamente, dalla rivelazione seguente. Il cristianesimo vuol essere la raffineria dell’Antico Testamento, e quindi c’è un rapporto di scarsa attenzione, perché comunque è un prodotto considerato imperfetto, impreciso, sommario, una lingua minore. Il Concilio di Trento decide che è canonica, santa, sacrosanta, la traduzione di San Tommaso: come se uno dicesse che una storia di

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pastori sardi ha la sua formula precisa scritta in inglese, che quello è il suo vero formato e la lingua che parlavano quei pastori sardi era una lingua insignificante, della quale non tenere conto. Con l’ebraico antico è andata così. Poi ho tradotto anche dallo yiddish, una lingua che non si può parlare con nessuno, tranne scambiare qualche battuta con qualche vecchio a Tel Aviv. Oppure ho tradotto qualcosa dallo spagnolo, dal tedesco, dal russo. Però non ho bisogno di parlarle quelle lingue: mi basta leggerle. Per percepirne il tono? Non lo so. Non credo che c’entri il tono, perché non è un apprendimento acustico, non è un apprendimento che sento dalla voce: lo apprendo dalle parole, dalle parole scritte. Manca completamente la trasmissione a voce. Se lo ricevessi a voce sarei anche capace di ripeterlo, di parlarlo; invece no, io non sono capace di parlare quelle lingue. Le leggo soltanto. Su “Alzaia” lei scrive: “Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via. Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch’io un pezzo dell’idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana”… La letteratura, infatti, si vuole strusciare vicino al lettore, vuole tirarlo dentro, catturarne l’attenzione, farlo partecipare della storia. Questo è il suo gioco, e quella buona ci riesce. In un libro ciascuno trova qualcosa che è stato scritto per lui. Capita anche qualcosa che lui sapeva di sé ma che non aveva ancora trovato scritto, non aveva ancora trovato la formula per dirlo, per farlo emergere alla coscienza; quindi, quando lo legge, anche se è la prima volta che legge quella notizia di sé, la riconosce. E’ un atto secondo, insomma: non semplicemente la conosce, ma direttamente la riconosce. E questo è il gioco della letteratura. Io mi sono trovato buona compagnia con la letteratura, e quindi di queste occasioni di immedesimazione me ne sono capitate molte. Ma questo è l’unico motivo per cui un libro mi resta in mano. Se non fa questo gioco, anche se è solennissimo, come certi libri di Joyce, per me quel libro è inerte, può rimanere lì dov’è, mi cade di mano. Quindi conservo delle ignoranze, delle insofferenze letterarie che sono molto più grandi di quello che conosco. Dei buchi che sono più grandi del formaggio. Non si può leggere di tutto, tocca operare delle scelte… No, si può provare a leggere tutto, ma io non sono capace di leggere nemmeno quello che mi capita sotto le mani, perché la gran parte delle volte è una materia per me inerte quella narrativa che ho sotto gli occhi, o quella poesia. La lascio cadere. Un aspetto che mi sembra molto importante nelle sue opere è la leggibilità. C’è una scelta molto precisa delle parole, che sono cesellate in maniera straordinaria, ma restano sempre leggibili da chiunque. Questo l’abbiamo già detto, riguarda il tono di voce: se quello funziona, funziona tutto. E’ leggibile perché ascoltabile. Lei ha detto che nelle famiglie non c’è più nessuno che racconti delle storie. Sembra che la generazione dei nostri padri abbia perso quello che, invece, ha ricevuto.

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Eppure, questi padri crescono negli anni del ’68, anni di fermento politico e culturale, anni densi di storia; tuttavia, ad un certo punto, quel periodo è rimasto muto, come se fosse sbagliato consegnarne la storia. Tant’è che quella storia non è diventata patrimonio delle generazioni successive, nemmeno nei racconti “di famiglia”. Perché, visto che lei quegli anni li ha vissuti? Che cosa è accaduto a chi doveva farsi testimone? E’ accaduta una reticenza di massa da parte di una generazione politica che è stata fisicamente, militarmente vinta, quindi ha taciuto. Lei dice, sempre ne “Il contrario di uno”, che non ha preso distanza dalle idee, prende distanza dalla lotta militare, cioè da un confronto che era diventato soltanto uno scontro militare e, perciò, dalla possibilità che quegli anni si riducessero esclusivamente a quello. Eppure gli anni settanta non sono solo la lotta armata, ma anche anni di un grande movimento culturale che, però, sembra improvvisamente svanito. Eh, è svanito. Quei tempi sono svaniti, non ci trovo niente di strano. Lei crede che i movimenti di oggi potrebbero portare nuovo fermento? Sono movimenti a ricarico di scadenze altrui, non hanno una vitalità propria. C’è una scadenza altrui e allora vanno a brontolarci intorno, ma non sono movimenti che consistono in se stessi: consistono nel momento di aggregazione dovuto alla circostanza imposta, alla scadenza esterna. Tant’è che basta spostare la sede dell’appuntamento, che non c’è più niente. Mi pare che la presa di coscienza che può avvenire nel presente poggi sulla comprensione del passato, quindi sulla memoria, sull’appartenenza, sulle radici. Ma, guardi, la mia appartenenza è che sono uno di Napoli che se n’è andato di lì. Sono stato un rivoluzionario che ha perduto la propria battaglia, quindi, come appartenenza, ho poco da rivendicare. Ho appartenuto e ne sono fuori, da quelle appartenenze. Fanno parte della mia materia narrativa. Non spiegano niente, se non il racconto di quella circostanza. Scrivere è anche un modo per mantenere le storie, tramandare la storia? No, i libri durano cinque minuti, non tramandano un accidente, i libri. Sono più effimeri dei giornali. Non tengono niente, è carta. Però ci sono libri che restano, libri che si leggono ancora dopo decenni. Si, su 30.000 titoli all’anno, quindi su alcune centinaia di migliaia di titoli a decennio, forse due o tre restano. Una volta si pubblicava molto meno, però… C’erano molti meno lettori. Forse c’erano anche autori un po’ più incisivi. Non mi pare: la letteratura italiana del dopoguerra era scadente come quella di adesso. Era minore, poco significativa rispetto a quello che si pubblicava in giro per il mondo. Era poco importante.

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Non pensa che il sovrannumero di pubblicazioni attuali possa influire su questo? No, è solo un fatto commerciale, di occupazione spazi da parte delle case editrici. Eppure lei scrive per… Mi tengo compagnia. E tiene compagnia anche ai lettori che la leggono? Questo è un buon effetto secondario. Se succede, meglio per me; e anche meglio per il lettore, che non ha buttato via i quattrini dell’acquisto. Nel momento in cui lei risente il tono, rivive il tono, e riesce a trasmetterli all’interno della scrittura, in qualche modo è come se condividesse, se facesse un dono; nel senso che, quando si riesce ad essere emozionati, o comunque a sentirsi partecipi, identificandosi, si riceve qualcosa. Sì, è uno scambio, uno scambio che avviene a distanza e di cui io non ho nessuna nozione, notizia, tranne quando qualcuno mi dice “si, ho letto quel libro e mi è piaciuta quella frase”, o quella virgola, o quel momento. E’ uno scambio a distanza di cui non ho alcun controllo. Tutto quello che posso fare è sapere che quelle pagine meglio di così non le so scrivere; poi, per il resto, non posso controllare, né decidere dove vanno a finire e in quale modo vengono accolte. Eppure lei dice che i toni grazie ai quali scrive li ha ricevuti dall’oralità dei racconti che le sono stati portati… No, quello è uno sbriciolare quell’immensità come tutte le volte che si scrive, tutte le volte che la scrittura interviene per fissare qualcosa del passato, perché tutto quel passato, quella voce, si sta perdendo, è perduta, e ne restano dei rimasugli, scritti. Poi quei rimasugli scritti hanno la pretesa di sostituire tutto quello che è stato detto, pronunciato, tutta la vita precedente. Ma comunque è un abuso di confidenza con l’immensità della vita. Si strappano rimasugli. Ritornando al suo uso del linguaggio, che è molto ricco e preciso, lei mi sembra da un certo punto di vista in controtendenza; nella maggior parte degli autori contemporanei noto un linguaggio sempre più appiattito, sempre meno variegato. Non lo so, io non leggo, quindi non so dire. Non so rispondere su questo. Non leggo quello che fanno gli altri, io leggo libri vecchi, libri scaduti. Insomma, non leggo quello che c’è in circolazione adesso. Aspetto che invecchi. Volevo proporle una frase dello scrittore turco Yashar Kemal: "Se la gente di un paese vuole vivere bene e felice prima deve rispettare e fare propri i valori universali, e garantire la libertà di pensiero senza confini. […] La ricchezza culturale del nostro paese è nelle nostre mani". Che esagerazioni! Solenni, generiche, compiti che i letterati credono che gli siano stati affidati da qualcuno, o dal fatto che pubblicano dei libri. Una sopravvalutazione dell’usato. Lei scrive anche che lo “scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta”.

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Si immagini se Tolstoj era più grande della materia che raccontava! Più grande di “Guerra e pace”, più grande di quell’epopea gigantesca tra francesi, russi, europei. Era più piccolo, no? Per questo quella storia è così grandiosa, perché lui è più piccolo di quella storia: ne prende solo un dettaglio, ne racconta un frammento, e da quel frammento si può ingrandire e capire, fiutare, accorgersi di che tempo è stato. Rappresentarlo per intero… sempre con quella pretesa del rimasuglio che fa perno sull’intero, sulla vita svolta. Più piccolo dell’immensità della vita. Eh, certo. La vita di qualsiasi persona è inenarrabile… Sì. Quindi anche quel senso di umiltà che è importante che uno scrittore abbia quando verga le sue righe? Mah, non lo so se lo scrittore è umile; magari può anche essere molto ambizioso, e la sua ambizione può coincidere con l’umiltà, perché l’essere ambizioso vuol dire anche pensare come descrivere, pensare che quella pagina meglio di così non la so scrivere, e quindi riuscire a mantenere l’ambizione di spremere il meglio da me stesso. Le ambizioni e le umiltà si mischiano, non è francescana, la scrittura. Molti dei suoi racconti e romanzi sembrano lezioni di vita. Quando chiudo il libro mi sembra di aver vissuto un’esperienza, non semplicemente di aver letto un libro. Anche questo è dovuto al suo raccontare storie di vita ascoltate? Racconto pezzi di vita svolta. Non la devo costruire, non la devo fabbricare, non ci devo mettere niente della mia immaginazione. Comunque la infetterebbe, vorrebbe dimostrare qualcosa, vorrebbe tirare acqua a qualche mulino, a qualche ragionamento, a qualche tesi. Non ce l’ho la tesi: racconto la vita svolta e un mucchio di cose che capita improvvisamente addosso alle persone. Insomma, sempre dentro a questo Millenovecento, che è stato un secolo di storia maggiore che è andata a schiacciare le storie minori, a separare figli da padri, mariti da mogli, popoli da suolo. Il Millenovecento è stato un secolo ingombrante, molto invasivo. Io racconto delle storie piccole del Millenovecento, storie che non hanno nessuna lezione da trasmettere: sono solo storie. Non c’è nessuna formazione in queste vite, nessun progetto, nessuna edilizia: c’è una resistenza alla deformazione. Una testimonianza, in qualche modo? Ma i testimoni non capiscono niente. I testimoni sono quelli che ci capiscono meno di tutti, perché si trovano in mezzo al guaio e non hanno preso nessun biglietto per essere stati invitati alla rappresentazione: si trovano in mezzo alla mischia, tra capo e collo gli capita l’accidente intorno e non capiscono niente. Solo molto dopo sanno ciò che hanno visto. Il testimone è inaffidabile per definizione, perché è un malcapitato.

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I RACCONTI BREVI

I FIORI PERDUTI di Michele Curatolo

Adesso Alberto lavora a Milano. Per lungo tempo, da quando aveva iniziato a vivere con Carla, e gli erano serviti un po’ di soldi per tirare avanti, aveva fatto il commesso in un negozio del centro di Brescia, non lontano da Piazza del Mercato. Era un negozio molto antico, ampio, dalle pareti interne foderate di legno, con grandi vasi di vetro colmi di bulbi e sementi, in fila l’uno accanto all’altro negli scaffali dietro al bancone. Il negozio vendeva fiori, e apparteneva al signor Paolo Giuliani, un lontano parente di Alberto. Già anziano, il Giuliani si era improvvisamente spostato da Como a Brescia, aveva rilevato una vecchia drogheria, l’aveva trasformata in un negozio di fiori, e si era ricordato del pronipote, proponendogli di lavorare per lui. All’inizio Alberto gli aveva tenuto soltanto la contabilità, ma ben presto, su invito del Giuliani stesso, si era dedicato anche ai fiori. Gli piaceva molto lavorare con i fiori: li spostava dal magazzino alla vetrina seguendo il corso delle stagioni, li curava, ne sorvegliava la crescita; poi riempiva i grandi vasi di vetro con fagioli e lenticchie e, mentre il signor Paolo sedeva tranquillo alla cassa, serviva i suoi clienti abituali, anziani come lui che, da quando il negozio aveva aperto, si erano come passati parola l’un l’altro e ora si ritrovavano lì quasi ogni giorno, con una sorta di serena allegria. A Giuliani Alberto era simpatico e chiacchierava volentieri con lui. Di una cosa sola però non gli aveva mai parlato: del motivo per il quale, a quasi settant’anni, aveva lasciato la sua città per venire a Brescia. Finalmente una sera in negozio – l’aria era calda, e la primavera alle porte – Alberto aveva inaspettatamente saputo qualcosa di più: «Ma a Como non ci stava bene, signor Paolo? Il lago è bellissimo in questa stagione» aveva chiesto al Giuliani. «No, Alberto. A Como non potevo più starci. E non solo perché mia moglie è morta. Troppe discussioni, troppi litigi con mio cugino Bruno…». «Bruno Giuliani l’industriale, quello delle caldaie?». «Siamo cugini primi, figli di fratelli. Non siamo mai andati d’accordo, ma negli ultimi anni era sempre peggio. Aveva rubato l’anima a tutti, a Como, anche Giovanni e Giacomo lo ammiravano perché è pieno di soldi. Ma io non ho mai voluto seguirlo, non ho mai voluto mettere la mia vita nelle sue mani. E quando Arianna è morta, sono scappato via e me ne sono venuto qui». «Però a Brescia lei non abita da solo. Non si sono trasferiti qui anche Giovanni e Giacomo? Andrà un po’ meglio adesso, no?». «Sì, Giovanni e Giacomo sono venuti qui con le loro attività. Ma sai come cambiano le cose quando si invecchia, Alberto. Anche i legami più stretti sembra che si allentino: loro sono qui, ma li vedo poco, non li sento quasi: è come se fossero rimasti a Como. La vecchiaia è una brutta bestia, caro mio. Per fortuna che c’è questo posto».

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Michele Curatolo. Un altro uomo invisibile che galleggia in mezzo al mare del nulla, è arduo definirlo sia per tratti somatici che per età. Campa la vita lavorando, di contraggenio, in uno dei templi assoluti della brescianità e, ciò nonostante, ne prende ispirazione per le cose che scrive. Espulso da tutti i circoli cui si è aggregato, gli amici lo chiamano “Wikipedia” a causa dei discorsi incomprensibili e della pronunzia, che confonde in un unico suono le erre, le elle, le vu, le pi, le bi, le esse e le effe. Sostiene di essere pacifista, ma si vanta di aver redatto, molto tempo fa, alcuni testi rivoluzionari per un ex-guerrigliero irascibile e avarissimo, ora convertitosi al libero mercato.


Un paio d’anni dopo, il signor Paolo era morto senza quasi recare disturbo, appassito silenziosamente come una pianta non curata. Senza consultare Alberto, i suoi figli avevano subito chiuso il negozio di fiori e, dopo qualche settimana, ne avevano rivenduto i locali a un’agenzia immobiliare. Il negozio di fiori e sementi foderato di legno era stato sostituito da una banca in marmo, vetro e cemento. I figli del vecchio Giuliani avevano poi spiegato ad Alberto che quello era un affare da prendere al volo. Dopo qualche settimana dai funerali erano venuti di loro iniziativa a casa di Alberto e Carla, al Villaggio Ferrari; anche lei era lì quando si erano presentati. Entrambi sui quaranta, eleganti e di bell’aspetto, ciarlieri ma piuttosto sbrigativi, i due erano rapidamente arrivati al punto: «Era un’occasione da non perdere, Alberto. Sai, era già da un po’ che l’agenzia ci stava sotto. Papà non lo sapeva, o forse lo immaginava ma noi non glielo abbiamo mai detto direttamente per non inquietarlo. Comunque, siamo sicuri che adesso sarebbe contento di noi». «E poi» aveva aggiunto Giacomo, il più giovane, «mattone vuol dire sicurezza, no? E, insomma, i soldi bisogna pure farli girare perché solo in questo modo l’economia può crescere e creare prosperità. Altro che fiori, Alberto. Capisci adesso perché abbiamo venduto così in fretta?». Mentre i due Giuliani gli parlavano così, Alberto pensava molte cose, ma replicava poco o nulla. Era la sua natura. Sentiva che non era giusto che fosse finita in quel modo con il negozio, ma i due non gli avevano dato scelta. Alle loro parole aveva assentito quasi senza protestare, anche se gli dispiaceva aver dovuto lasciare quel lavoro e aver perso i fiori. Del resto, che cosa avrebbe potuto dire a quei due? Era solo un pronipote di Paolo Giuliani, né gli era mai piaciuto mettersi in urto con qualcuno. Tanto meno con i suoi figli. Anche per questo accettò il piccolo assegno che Giovanni gli firmò alla fine dell’incontro, per compensarlo, come disse, «del suo disturbo e in ricordo di papà». In effetti, come avevano previsto i Giuliani, l’economia crebbe e creò prosperità a tal punto che i due iniziarono ben presto a girare per Brescia con auto di lusso. Come sempre, anche dopo quell’incontro Carla, la dolce, lo aveva sostenuto. Una sintonia totale. Un’unione perfetta con lei. Carla era dolce e bella, sempre entusiasta e curiosa del mondo, e aveva totalmente condiviso le scelte di Alberto. Volutamente si erano cercati dei lavori poco impegnativi e tranquilli, lui nel negozio di fiori e lei commessa in un’erboristeria al centro commerciale “Brescia Mart” di San Polo, perché volevano costruirsi un futuro diverso da quello cui quasi tutti aspiravano nella loro città. Il resto del mondo attorno a loro sembrava preso da un vortice. Quante volte avevano riso Alberto e Carla di fronte a quelli che passavano il loro tempo in preda a sogni di ricchezza; che si esibivano per corso Zanardelli e piazza Arnaldo come in passerella, sempre vestiti all’ultima moda; che curavano la loro persona come maniaci invasati. Anche quando aveva perduto il lavoro dei fiori e, poco tempo dopo, i soldi avevano cominciato a scarseggiare, Carla gli era stata al fianco senza riserve. Dopo l’incontro con Giovanni e Giacomo l’aveva consolato: «Non preoccuparti, Alberto. Hai fatto benissimo. Inutile protestare con quella gente. Vedrai che il male che hanno fatto a te e a Paolo Giuliani ricadrà su di loro».

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Aveva sorriso, Alberto, dell’ingenuità della compagna. Gli seccava ammetterlo, ma stentava a trovare quale male potesse veramente ricadere sui due figli di Paolo Giuliani. Incassato il denaro della vendita del negozio di fiori, ora guidavano le loro fuoriserie, e si circondavano di amiche sensuali e sempre abbronzate. Alberto non era sicuro se questo fosse l’ideale di Como; certamente sapeva che era l’ideale di Brescia: abiti costosi e alte cilindrate. Alberto e Carla giravano insieme in bicicletta. Ma Carla insisteva: «Aspetta e vedrai che prima o poi il loro karma li porterà alla rovina. Vedrai che in questa vita o in un’altra pagheranno per quello che hanno fatto. Perché», spiegava, «nel ciclo delle esistenze è la perfezione interiore che deve essere perseguita. E rendersi schiavi del denaro in questo mondo ti può perdere sicuramente in quello che verrà». Alberto non era contento quando Carla faceva di questi discorsi. Era l’unico punto sul quale, pur non dicendoglielo apertamente, spesso non si trovava d’accordo con lei. Alberto non amava gli eccessi misticheggianti di Carla. Non perché non li capisse, ma perché andavano contro al suo tranquillo progetto di serenità, contro al suo personale senso di equilibrio. Un romanzo, un film, e una passeggiata in bicicletta era ciò che desiderava fare. La mistica orientale lo intristiva. Ma Carla era fatta così: talvolta si faceva prendere da improvvise passioni, e Alberto non aveva né l’energia né la volontà di cambiarla. Era così dolce. Da qualche tempo lei, che ultimamente leggeva libri un po’ troppo stravaganti per Alberto, si incontrava spesso con Rajiv, un indiano dalla fama di illuminato, e con un gruppo di suoi seguaci, che aveva conosciuto al “Brescia Mart”. Durante le loro riunioni Alberto preferiva rimanere a casa o stare da solo. Solo una volta aveva intravisto Rajiv e aveva iniziato a preoccuparsi. Un giorno d’estate Carla era uscita di casa nel primo pomeriggio, dicendogli che sarebbe tornata presto. Invece era passata la mezzanotte senza che lei fosse rientrata. Alberto aveva preso la bicicletta per andarla a cercare. Era giunto sotto la finestra al piano terreno di una vecchia casa del centro, dietro a San Faustino, dove sapeva che il gruppo di Rajiv si incontrava. La finestra era spalancata per il caldo, e le voci ne uscivano distinte nel silenzio della notte. Alberto aveva sbirciato dentro e aveva visto un uomo grassoccio vestito di bianco. Con gli occhi socchiusi e l’accento straniero parlava al gruppo. Fra i presenti, nella stanza piena di fumo, Carla, la dolce, lo fissava incantata, con uno sguardo estatico, gli occhi umidi nei suoi occhi, totalmente incatenata, silenziosa e madida di sudore.

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Immagine di Samantha Franza


Vuoto, immobile, muto, Alberto non era entrato nella casa. Non visto, aveva ascoltato per qualche minuto i discorsi di Rajiv. I soliti argomenti ripetuti anche da Carla. La catena delle esistenze. La vita piena di illusioni. La perfezione interiore. Il nuovo equilibrio. Il Nirvana. Poi era tornato a casa silenziosamente, con in testa l’immagine di Carla in estasi davanti a Rajiv. E lei era arrivata il mattino dopo. Da quel momento Carla cambiò. Rapidamente, duramente, senza remissione. L’accordo di un tempo andò in frantumi di schianto. Furono pronunziate parole di commiserazione, poi d’insofferenza, e infine di disprezzo. Carla, la dolce, gli disse che da tempo non lo considerava più un uomo, anche se continuava a fare l’amore con lui. Lo accusò di non bastarle più né di assecondare la sua ricerca di assoluto. Gli confessò che non vedeva nulla di male nell’essere innamorata di altri contemporaneamente a lui. Alberto ascoltava fulminato, ad ogni parola di lei sempre più sorpreso. Al solito non replicava. Non sapeva che cosa dire. Finché lei se ne andò via di casa senza più farsi trovare. Passarono molti mesi. Alberto aveva ricominciato a lavorare. Niente più fiori, adesso: li aveva persi, e non poteva più curarli. Aveva un posto da impiegato in una compagnia alla periferia di Milano, dalle parti di viale Monza. Senza ribellarsi era entrato nel vortice. Si alzava presto alla mattina, solo, nella casa di Brescia abbandonata da Carla, e correva alla stazione. Lavorava di corsa. Mangiava un boccone di corsa. Riprendeva il lavoro e, di corsa, ritornava a Brescia. A volte, dopo essere rimasto in ufficio fino a tarda sera, prendeva nel cuore della notte l’ultimo treno dei pendolari da Centrale o da Lambrate. Sempre di corsa, sempre solo, senza mai parlare con nessuno. Quando poi scendeva dal treno e attraversava in fretta l’atrio della stazione di Brescia, aveva appena il tempo per dare un’occhiata a quelli che passavano la notte lì. Uomini e donne senza un’età, sdraiati sulle panchine di cemento, carichi di sporte di plastica lurida. Gruppi di extracomunitari addormentati che aprivano per un istante grandi occhi vuoti su di lui che li sfiorava passando. Giovani che russavano negli angoli, e al loro fianco grossi cani spelacchiati e bottiglie di vino frantumate. Alberto li guardava e correva via. Pensava ai fiori perduti. E entrava in un buco nero. Adesso Alberto lavora a Milano. Qualche tempo fa, mentre si affrettava verso Centrale per prendere il treno della sera verso casa, ha rivisto Carla, la dolce. Lei invece non ha potuto vedere Alberto, che si è nascosto appena in tempo per non farsi scorgere. No, stranamente non era con Rajiv, né con uno dei suoi seguaci. Era sfolgorante, con un nuovo colore di capelli, un’altra acconciatura, vestita all’ultima moda, dimagrita, quasi perfetta. La accompagnava un uomo alto e distinto, anche lui bello ma dall’espressione accigliata. Alberto lo ha riconosciuto: era Giacomo Giuliani. Alberto li ha seguiti con lo sguardo. Correvano e litigavano ferocemente, con frenesia, rimbeccandosi l’uno con l’altra. Senza gioia sui loro volti. Nessuna felicità. Duri, freddi, arcigni. Persi nel vortice. FINE

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I RACCONTI BREVI

LA GRAZIA di Lara Gregori

Cinque

punti di sutura il polso destro, sei il sinistro; da ore Sam White marciava senza sosta da una parete all’altra della propria cella. Chirurgo cane! Come aveva potuto? I tagli che si era inferto erano perfetti: quattro centimetri per polso, un centimetro di profondità. La sua precisione di calcolo era assoluta; e quell’imbecille del pronto soccorso aveva messo un punto in più. O in meno. Come aveva potuto? A lui! A Sam, il chirurgo! Lui che aveva scuoiato tutte le sue vittime come opere d’arte, senza nemmeno una sbavatura! Lui, che ne aveva lisciato la pelle, restaurato le imperfezioni, curato ogni minimo dettaglio fino a farla diventare un unico quadro d’insieme, un’unica sagoma definita e immutabile. Conservata in formalina. Mai più usura. Mai più degenerazione. “Orrende mutilazioni”, scrivevano i giornali. Bastardi ottusi! I suoi polsi sì che erano orrendi, ora. Deturpati senza rimedio. «Mangia, Zorro, che la pappa si fredda!». Dal pertugio della porta John, la guardia di turno, lo osservava. Sam si voltò e con un calcio rovesciò il tavolo e il vassoio. Il chili dei tacos si infranse sul muro. «Fottiti!», e ricominciò a marciare. «Come sta il 22548?». «E’ molto agitato. E’ tutto il giorno che cammina nella sua cella, imprecando. Poco fa ha ribaltato la cena con un calcio». «Mmmhh… capisco. Il cappellano che ha detto?». «Il 22548 non ha voluto riceverlo, signore!». Il direttore del carcere smise di spulciare i documenti sulla sua scrivania. Guardò John, ritto di fronte a lui, ma non incrociò i suoi occhi. «L’incontro con la moglie?». «Non ha voluto nemmeno lei, Signore». Il direttore si accigliò: «Ha spiegato il perché?». «Nossignore! Ha detto soltanto che non permetteva a nessuno di vederlo così». «Che cosa intendeva?». «Non lo so, Signore. Se posso…». La guardia smise di parlare. Sapeva che il Direttore non gradiva opinioni nei resoconti. Gli interessavano soltanto i fatti. Preferì guardarlo, aspettando un cenno di conferma. «Cosa?». «Signore, il 22548 è furioso da quando, tre giorni fa, lo abbiamo salvato dal suo tentativo di suicidio. Ha iniziato in ospedale, dopo essersi ripreso. Si è sfasciato le bende e ha cominciato a urlare, scagliandosi sul medico del pronto soccorso. Grazie a Dio era debole per il sangue perso. Siamo intervenuti appena in tempo, aveva già in mano un bisturi per ammazzarlo. Credo che abbia paura per stasera. Si aspettava la grazia. Ripete ossessivamente questa parola, nei suoi improperi». John pronunciò quel discorso tutto d’un fiato, con gli occhi al pavimento.

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L'esperienza non è quello che succede a un uomo; è quello che un uomo realizza utilizzando quello che gli succede. (Aldous Huxley) Lara Gregori nasce straniera in terra straniera, nel giugno del 1968. A tre anni rientra in Italia, ma, forse perché cresce in una stazione ferroviaria, forse perché migrante di nascita, sviluppa una passione tenace per il viaggio, reale e sognato. Cerca l’amore, in ogni incontro che intreccia la sua vita. Qualche volta lo trova e assapora il senso della vita.


«La grazia?». Il Direttore esplose in una risata. Si alzò di scatto, con i pugni chiusi puntati sulla scrivania. «Quello è un pazzo. Un lurido cane bastardo e pazzo. Come può sperare che gli arrivi la grazia dopo quello che ha fatto? Dovrebbero scuoiarlo vivo. Ecco quello che si meriterebbe!». Si pentì immediatamente di quello sfogo. Fissò la guardia, cercando di carpire dalla sua espressione i rischi di quell’errore. Ma John aveva già smesso di guardarlo, restando dritto di fronte a lui. In una frazione di secondo il Direttore calcolò che era stato proprio John a trovare il corpo esanime del 22548. L’aveva salvato in extremis. Era un buon esecutore. Fidato. Riprese il solito contegno. Si accomodò di nuovo, prendendo la carta intestata dal cassetto: «A ogni modo, non voglio che stasera il 22548 si presenti in quello stato. I parenti delle vittime hanno già sofferto troppo e non voglio pagliacciate. Rimediamo subito». Cominciò a scrivere. Poi chiuse il foglio in una busta e la consegnò alla guardia. «Porti questo ordine di servizio al dottor Davis. Deve somministrare un sedativo al detenuto. Immediatamente. Abbiamo ancora due ore. Vada». «Sissignore!». John salutò il Direttore e uscì di corsa, diretto all’infermeria.

Illustrazione di Samantha Franza

Nella cella del 22548 il dottor Davis aveva risistemato il tavolo e appoggiato la propria borsa medica. Quattro guardie, con il manganello alla cintola, erano schierate lungo la parete d’ingresso. Sam continuava a marciare, ignorandoli. «Fermati. Devo farti un’iniezione». Sam White si voltò: «Che iniezione?». «Un sedativo. Ti aiuterà a non accorgerti…». Sam lo guardò con sarcasmo: «Grazie, dottore per questa gentilezza. Ma non ho bisogno di alcun sedativo. Sono tranquillo. Non ho paura della sedia elettrica. L’unico orrore era insudiciarmi con tutte quelle bruciature deformi, ma ormai…». Cieco d’odio si osservò i polsi. Riprese a marciare. «Ordine del direttore, 22548. Mi dispiace». Il dottor Davis preparò la siringa. «Fermati. Non costringermi a far intervenire le guardie». Si avvicinò al detenuto, con cautela. Sam cominciò a urlare e a tirare calci al muro: «Non mi farete nessuna iniezione, bastardi!». Poi si voltò, alzando le braccia verso il viso del dottore: «Tutti devono vedere questo scempio! Tutti! Questa volta non me lo impedirete. Le mie incisioni erano perfette. Non mi impedirete di urlarlo stasera. Per conservare la Bellezza ci vuole Grazia! Voi, tutti voi che vi credete gli esseri civili, gli esseri giusti, non sapete nemmeno cosa sia la Grazia!». Le guardie si scagliarono sul 22548, piegandolo sul letto. Il dottor Davis fissò il laccio emostatico. Infilò l’ago in vena. Mentre le ultime gocce del farmaco si diluivano nel sangue, Sam biascicò: «Non avete capito niente. Non avete mai capito niente. E’ la Grazia che fa la differenza. Ci vuole Grazia». FINE

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I RACCONTI BREVI

FIORI D’ARANCIO di Antonia Buizza Ancora oggi è opinione largamente diffusa che la compiuta felicità di una donna risieda nel focolare domestico. Ma per te, Elsa, non è mai stato così. Tu non hai mai sognato l’abito bianco e hai sempre riso di me che, sin da bambina, mi vedevo madre di famiglia: fra noi due tu eri quella emancipata, quella che diceva: «La libertà prima di tutto». Ti rivedo con lo zaino sulle spalle e gli anfibi ai piedi, mentre mi trascini in uno tuoi folli viaggi, che di programmato avevano soltanto il volo di andata, e mi risuona ancora nelle orecchie la tua voce maliziosa che mi ripete: «Se vuoi un figlio, non ti serve necessariamente un marito». E per l’ennesima volta mi chiedo che cosa ci faccio qui o, meglio, che cosa ci fai tu, su questo altare oppresso da stucchevoli rose in boccio. Che cosa fai inguainata in questo abito bianco, con i capelli raccolti in un barocco tripudio di riccioli, gli occhi resi artificiosamente grandi da un trucco sapiente? Anche qui, come al solito, sono al tuo fianco; del resto come avrei potuto sottrarmi io, la tua migliore amica, al ruolo di testimone della sposa? La voce del prete è solo un vago ronzio mentre sbircio il tuo viso, rigido e concentrato sotto lo strato di fondotinta color albicocca e, accanto a te, il sorriso beato del tuo promesso. Ma che cazzo ti è saltato in mente? Non ho dubbi che lui sia una brava persona, ma ti ci vedi ogni santa domenica a pranzo dai suoi, su quelle sedie che - tu stessa mi hai raccontato ridendo - conservano ancora il cellophane protettivo dell’imbottitura? Il prete prosegue il rito, ci si alza tutti in piedi. Quel gran cornificatore di tuo padre si asciuga gli occhi umidi; io incrocio lo sguardo di tua madre, velato dal Tavor, e la imploro mentalmente di fare qualcosa, di impedire a te, figlia così diversa da lei, un errore troppo simile al suo. «Se dunque è vostra intenzione unirvi in matrimonio…». Pure un’aspirante buddhista come me sa che è giunto il momento delle promesse. La voce di Gianluigi è incerta, le parole si distinguono a fatica: «Io, Gianluigi, accolgo te, Elsa, come mia sposa». Ora tocca te e io voglio urlare che no, non si può fare, che è tutto sbagliato. «Io, Elsa…». La tua voce si incrina, le mani si contraggono in un pugno e il silenzio avvolge la navata. Ti schiarisci la voce e sollevi il mento con quell’aria di sfida che conosco tanto bene. «…accolgo te, Gianluigi, come mio sposo». Le tue mani finalmente si rilassano per lo scambio degli anelli. Che cosa ci attende adesso? Io andrò a stordirmi di alcool, mentre a te spettano “due settimane in un meraviglioso villaggio vacanze per giovani coppie: sole, mare e cultura in Messico”, come recita il dépliant dell’agenzia viaggi. Che ironia: ritorni, sposata, dove ci scambiammo i nostri primi baci. FINE

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Illustrazione di Samantha Franza

Antonia Buizza, nata a Brescia nel 1972, vive in Franciacorta dove svolge l'attività di insegnante. Dopo una vita da lettrice, si è accostata in tempi recenti alla scrittura.


I RACCONTI BREVI

DICIASSETTE di Sergio Volterrani

Il luogo dista dal paese quel tanto che basta a impedire ai bambini di

Sergio Volterrani, nato e vissuto a Brescia, ha lavorato come informatico presso importanti aziende del settore. Ora in pensione, si è trasferito a Torbole Casaglia, dove vive con la moglie Gabriella. Nel tempo libero si è occupato di teatro amatoriale come attore, entrando a far parte di diverse compagnie: “G.A.V”. 1975/80, “I Senzavergogna” 1984/86, “La Vela” 1992/94. Ha partecipato a vari laboratori teatrali, condotti rispettivamente da Vittorio Pedrali, Giangiacomo Colli, Maddalena Ischiale. Ha studiato fonetica e dizione con Patrizia Volpe. Nel 1996 ha contribuito alla formazione di una compagnia giovanile di teatro amatoriale, per la quale, come autore/sceneggiatore e regista, ha scritto e diretto il musical “Senzanome News” (1997), le commedie brillanti “Pensione Miralago” (1998) e “Obalon” (1999) e il recital “Francesco 2000” (2000). Condivide con la moglie la passione per il canto corale: entrambi fanno parte di un Coro Polifonico impegnato in opere di solidarietà e concerti di beneficenza.

recarvisi da soli a giocare. Gli adulti preferiscono non passare di lì: per raggiungere l’altro versante della vallata utilizzano il ponte che attraversa il fiume, più a sud, vicino alla segheria. Il luogo, in sé, non è brutto: un prato, circondato da alti cipressi, in una conca naturale posta ai piedi di una breve discesa. È chiamato “il Lazzaretto”, perché durante la grande epidemia che colpì la zona in un lontano passato, lì venivano confinati gli ammalati di peste e, sempre lì, venivano sepolti. Quasi al centro del prato sorge una modesta cappella, oramai cadente, affiancata dai resti di un basso campanile, sulla cui cima diroccata una solitaria campana si erge in precario equilibrio. All’interno della cappella, sulla parete meno esposta agli assalti del tempo, affiora un rustico dipinto miniato dalla mano un po’ ingenua di un artista ignoto: in primo piano, una figura ritratta di spalle, incappucciata e coperta da un lugubre saio nero, stringe una falce; ai suoi piedi, un gruppo indistinto di persone emaciate, con abiti ridotti a brandelli, è inginocchiato in atteggiamento supplice; sullo sfondo, nubi grigiastre offuscano un pallido sole. A lato del dipinto campeggia il disegno di una meridiana, sotto la quale una scritta ammonisce: Ricordati sempre di questo giorno, il tempo che passò non fa ritorno. La gente del paese evita questo luogo, forse per rispetto, forse per una paura alimentata dalle voci che, da qualche tempo, circolano tra i valligiani. Si allude a inquietanti presenze che talvolta si manifestano nei pressi della cappella. Il primo a farne cenno è stato Bartolo, il pastore che vive in una casupola arroccata sul monte, da cui si domina l’intera vallata. Bartolo scende in paese di tanto in tanto, per vendere i suoi formaggi e procurarsi ciò di cui ha bisogno per vivere lassù; e, nell’occasione, trascorre buona parte del tempo all’osteria, dove di frequente gli capita di alzare un po’ troppo il gomito. Per questo il suo racconto non è stato preso sul serio dagli astanti, impegnati a organizzare un onorato funerale per l’anziano e stimato farmacista del paese. Per un po’ di tempo tutto è stato tranquillo. Poi è avvenuta la morte, tanto inaspettata quanto improvvisa, di Gina, la figlia del macellaio. E ancora una volta Bartolo, giunto in paese, ha affermato di aver avvistato misteriose figure aggirarsi nell’ombra della cappella. Naturalmente non è stato creduto. Finché Tonio il carpentiere, di ritorno dal lavoro alla segheria, è passato sovrappensiero lungo il sentiero che corre accanto al Lazzaretto: giunto ansante e trafelato in paese, ha raccontato la stessa cosa. Quella notte, la vedova Borlin è passata a miglior vita. È quasi sera. Al Lazzaretto tutto appare quieto. Ma, spingendo lo sguardo fino all’angolo della cappella, dove i frondosi cipressi proiettano la loro ombra, si possono scorgere tre sagome. Sono figure

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Illustrazione di Samantha Franza

vestite di nero, tre donne, vecchie, magre, quasi rinsecchite, inginocchiate a terra, i volti nascosti dagli ampi scialli scuri. Stanno giocando a dadi, lentamente. Lanciano a turno, controllano il punteggio e ricominciano, in attesa che si formi la funesta sequenza: sei, sei, cinque. Ad un tratto, un corvo si alza in volo, gracchiando. Il gioco si ferma. Una nube grigiastra nasconde il pallido sole del tramonto. Una folata di vento agita le fronde dei cipressi. Le tre vecchie rialzano la testa, si guardano, annuiscono all’unisono, poi abbassano il capo, mentre lenti e lugubri rintocchi ripetono l’infausta sequenza appena formata: sei, poi altri sei, e infine cinque. È la conferma che un’altra anima se n’è andata. Scende la sera, nelle case si accendono le luci, le donne si affaccendano attorno ai deschi, le porte si chiudono lasciando fuori la notte incombente mentre le famiglie si riuniscono per consumare insieme la cena. In un'altra casa, in quella casa, la luce tremula delle candele accompagna il gemito doloroso dei suoi occupanti, riuniti in preghiera. Una pallida falce di luna illumina il Lazzaretto, rischiarando di luce quasi spettrale l’angolo della cappella dove prima sedevano le tre vecchie: se ne sono andate verso un altro luogo. Un nuovo paese dove ricominciare il funesto gioco.

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LETTERATURE DAL MONDO

RAHMAN BABA: IL POETA DEI MISTERI di Anna Ettore

Anna Ettore è nata e vive a Milano. Laureata in lingue, lavora come bibliotecaria e interprete. Ha frequentato Scuola Forrester di scrittura creativa della Casa Editrice Tranchida per alcuni anni e crede che il suo destino sia diventare scrittrice. Nel frattempo si appassiona a culture, lingue e paesi lontani.

Praticamente sconosciuto in Italia, Abdul Rahman Baba è uno dei poeti più amati e riveriti tra i Pashtun dell’Afghanistan e del Pakistan. Nasce verso il 1650 nella città di Peshawar, attuale Pakistan, che in quel tempo era parte dell’Impero Moghul. Molto della sua vita rimane avvolto nell’oscurità ed è stato tramandato solo da una lunga tradizione orale nella quale i fatti storici si sono mescolati al mito. Per ciò che si sa, Rahman Baba era un asceta membro di una confraternita Sufi, un ordine religioso che pratica la dimensione mistica dell’Islam. Durante il XVII secolo gli Afghani si trovavano nel mezzo di guerre in ogni angolo del paese; eppure, proprio quando lo studio era l’ultimo interesse nella vita della gente, nacque questo poeta che diventò una leggenda. Abdul Rahman è comunemente considerato un santo tra i poeti Pashtun. E’ per questo che viene chiamato “Baba”, parola che significa padre, ed è un comune appellativo di rispetto per l’età o per la saggezza. Nessun poeta Pashtun ha raggiunto la popolarità universale di Rahman Baba: è stato un grande mistico e fonte di ispirazione per gli altri poeti e scrittori, oltre a essere un inesauribile argomento di studio per i ricercatori e i critici della lingua Pashto. Rahman Baba conosceva la cultura, il folklore e le caratteristiche positive e negative tipiche della società Pashtun. Non era un mistico distaccato e solitario, ignaro e cieco davanti ai problemi quotidiani della gente attorno a lui. Era un vero rappresentante dello spirito dell’epoca in cui viveva: la sua poesia è uno specchio delle virtù e dei mali del suo tempo, tanto che molti dei suoi versi sono diventati proverbiali nella lingua Pashto e spesso vengono citati all’interno di discorsi pubblici o sermoni. La reverenza con cui Rahman viene onorato dai Pashtun oggi, non riflette però il modo in cui potrebbe essere stato considerato durante la sua vita. Una questione controversa è legata al rifiuto che egli manifestava verso l’osservanza delle pratiche esteriori dell’Islam. Nella tradizione popolare si ritiene ancora oggi che la sua ricerca di Dio al di fuori della moschea e il suo scarso interesse per le pratiche formali della religione lo abbia portato più volte a trovarsi in conflitto con l’establishment religioso del tempo. L’opera poetica di Rahman Baba mostra un uso sottile di diverse lingue, tra cui il Pashto, l’Arabo e il Persiano, così come una vasta conoscenza della storia, della filosofia e della teologia. Particolarmente rilevante è il fatto che Rahman deve essere stato istruito sia nella giurisprudenza islamica (fiqh) che nel sufismo (tasawwuf), per essere in grado di scrivere come faceva. Sebbene apparentemente in contrasto, l’insegnamento di entrambe le discipline deve essere stata la norma durante il suo tempo, come è accaduto per altri poeti, e per ricevere tale istruzione Rahman non deve essere andato molto lontano, dato che Peshawar stava cominciando ad 24


ottenere una certa reputazione come centro di studi religiosi, che l’avrebbe portata più tardi a rivaleggiare con Bukhara. Rahman fu autore di un grandissimo numero di poesie raccolte in un’antologia – Diwan – la maggior parte delle quali è scritta nella sua lingua nativa, il Pashto. Le prime copie del Diwan erano scritte a mano, ed ebbero ampia circolazione già a partire dal 1728. Il primo Diwan stampato in Pashto fu prodotto a Lahore nel 1877. Almeno tre differenti tentativi sono stati fatti per raccogliere un’antologia da diversi manoscritti. In alcune versioni il Diwan è diviso in due volumi separati (daftar). Le poesie in ogni volume sono ordinate secondo la rima della lettera che termina ogni verso. La traduzione del Diwan in inglese è stata limitata. Delle 343 poesie Henry George Raverty ne ha tradotte 36, Plowden 35, J. Enevoldsen 50 e A.R.Benawa 12. In ogni caso molte sono traduzioni delle medesime poesie, così il numero totale delle singole opere tradotte ammonta solo a un’ottantina. Il Diwan contiene 343 poesie. Di queste la maggioranza sono sotto forma di ghazal, di lunghezza compresa tra gli 8 e i 12 versi. Sei poesie sono tra i 40 e i 50 versi di lunghezza, e la più lunga ha 94 versi. Seguendo la struttura dei ghazal, che fu perfezionata da Hafez e altri poeti persiani, ogni linea ha due parti (misre) che rimano una con l’altra solo al primo verso. La fine di ogni verso è in rima, e finisce con la stessa lettera dell’alfabeto. L’ultimo verso contiene il nome del poeta, seguendo lo stile usato per primo da Sana’i di Ghazna. Rahman Baba ci ha lasciato in eredità un messaggio universale: nella sua poesia tratta di amore, compassione, pace e umanità. La sua opera ha affascinato molti linguisti, studiosi e ricercatori attratti tanto dal suo simbolismo quanto dal desiderio di conoscere la saggezza collettiva del popolo Pashtun. La città di Peshawar gli ha dedicato un mausoleo con annesso centro culturale.

Testo in pashto della poesia di Rahman Baba presentata nella pagina successiva

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Rahman Baba (Illustrazione di Samantha Franza)


XIV di Rahman Baba

Il giardino dell’esistenza non sarà fiorito per sempre. Il mercato della vita non sarà per sempre in trambusto. Come il fiume Aba Sind rimbalza lungo il suo corso, Con tale estrema precipitazione è il progredire della vita. Proprio come il lampo, che si mostra e non è più; Così rapido, senza dubbi, è il rapido corso della vita. E’ violento e impetuoso a tal punto, che nessuno è in grado di governare le briglie della vita. Poiché il suo rapido destriero non ha né morso né briglia, Il coraggioso cavaliere della vita alla fine cadrà. In un’ora sola spezza le amicizie di anni – In tal modo, infedele è l’amico di una vita. Non lascerò la mia casa, nemmeno viaggerò; Perché, senza intraprendere viaggi, si attraversa la strada della vita. Sarà, in fine, tagliato dalle cesoie del destino— Non rimarrà per sempre allacciato questo filo della vita. Osserverà il suo stesso sé con l’occhio di una bolla, Chi, nel proprio cuore, volesse calcolare la lunghezza della vita. O Rahman! Non vi sono occasioni di nuovo in questo mondo Per colui su cui è trascorso il tempo della vita.

(Traduzione comparata dall’inglese e dal pashto di Anna Ettore e Samaruddin Zazai)

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PAROLE DI CELLULOIDE

ZAZIE NEL METRO’ di Giuseppe Ciarallo

Il film, del 1960, è tratto dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau, autore molto in voga in quegli anni. La trama, come in tutti gli scritti di Queneau, è semplice e non particolarmente avvincente: un’impertinente e sveglia bambina di dieci anni viene accompagnata a Parigi dalla madre (la quale ha un appuntamento galante con il proprio amante) e affidata a una stramba coppia di zii: lui, in particolare, è un originale pazzoide elegantone, che di notte lavora in un locale notturno vestendo i panni di una drag queen ante litteram. Sfuggita alla custodia degli zii, Zazie tenterà per tutta la durata del film di viaggiare sulla metropolitana parigina, senza peraltro riuscirvi a causa di uno sciopero, e nel suo peregrinare per i quartieri popolari della capitale, la bambina farà strani incontri, incapperà in ambigui personaggi e si troverà in bizzarre situazioni. Paradossalmente, quando alla fine del racconto Zazie prenderà l’agognato métro, nemmeno se ne accorgerà, stanca e stremata per l’ininterrotto girovagare. Raymond Queneau non è nuovo, come già detto, a questa sorta di “scarnificazione” delle storie narrate, convinto com’è che più del “cosa” è importante il “come” si racconta. Già nel suo capolavoro Esercizi di stile, magistralmente tradotto in Italia da Umberto Eco, Queneau descrive un banalissimo episodio occorsogli – l’incontro con un tizio vestito in modo particolare, notato su un autobus e nuovamente incrociato qualche ora dopo nei pressi della Gare Saint-Lazare – e lo fa in novantanove modi diversi. L’autore snocciola, come fossero grani di un rosario letterario, novantanove variazioni sul tema per scrivere di un “fatterello” insignificante, che in sé non contiene alcun apparente motivo d’interesse per il lettore. In Zazie nel métro, Queneau fa la medesima operazione, seppur passando dal racconto breve, ripetuto, al romanzo. E’ il linguaggio che conta, l’espressione verbale dei personaggi, il ritmo dell’argot, l’uso schizoide del fonema. Un plauso va dunque tributato al visionario regista Louis Malle, non tanto per essere riuscito nella difficile impresa di girare un film apparentemente impossibile, quanto per aver addirittura pensato, prima, di poterlo realizzare. E per portare a termine l’arduo compito, verranno messe in atto tutte le diavolerie possibili all’epoca conosciute, antesignane dei moderni effetti speciali: montaggio con sequenze di scene ripetute, utilizzo di fumetti, accelerazioni e rallentamenti della velocità della pellicola, il tutto a scandire il gironzolare di una moderna Cappuccetto Rosso, peraltro null’affatto spaventata e capacissima di sfangarsela da sola anche nella situazione più problematica, in giro per un bosco/Parigi davvero molto poco da cartolina. Avviso per i cine-naviganti. Zazie nel métro non è un film per tutti: è vietato ai lettori di meno di 18 libri all’anno. Perché quello di Louis Malle è un prodotto letterario bell’e buono. E come tutte le opere che nascono dal genio umano, troverà detrattori e adulatori in egual misura: per alcuni sarà solo un incomprensibile e insulso spreco di pellicola, per altri la lucida e ironica follia di un genio della parola, magicamente prestata a un genio dell’immagine.

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LIBRO Raymond Queneau - Zazie nel metro - Traduzione di Franco Fortini Editore: Einaudi 2005 - Pagine: 192 Prezzo di copertina: € 9,50 FILM Zazie nel metrò di Louis Malle Con Philippe Noiret, Hubert Deschamps, Catherine Demongeot, Antoine Roblot, Jacques Dufilho, Vittorio Caprioli Titolo originale: Zazie dans le métro Durata: 88 min - Francia 1959. Edizione DVD: Dolmen Home Video - Prezzo: € 14,99 Lingue: Francese, Italiano Sottotitoli: Italiano;Italiano per non udenti Formato video: 1,33:1 Contenuti: filmografie,interviste

Giuseppe Ciarallo, molisano di origine, è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di shortstories “Racconti per sax tenore” (Tranchida, 1994) e “Amori a serramanico” (Tranchida, 1999), un poemetto politico dal titolo “DanteSka Apocrifunk – HIP HOPera in sette canti” (paginauno, 2011) e ha partecipato con un suo racconto ai libri collettivi e militanti “Sorci verdi – Storie di ordinario leghismo” (Alegre, 2011) e “Lavoro vivo” (Alegre, 2012). Scrive di letteratura su Nuova Rivista Letteraria e paginauno. Compone versi, molti dei quali pubblicati in raccolte di poesia, rigorosamente in quartine di endecasillabo a rima alternata.


SOGNI DI CARTA

IL FOGLIO BIANCO di Heiko H. Caimi

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Heiko H. Caimi, scrittore e sceneggiatore, insegna scrittura creativa dal 1999. Ha collaborato con la Casa Editrice Tranchida dal 2007 al 2009 come docente di Scuola Forrester e come membro del CdA e redattore del comitato editoriale, nonché come autore sulle riviste telematiche “Gluck59” e “Tenekè”. Ha collaborato come autore di novelle con gli editori Mondadori e GVE e pubblica racconti, articoli, recensioni e poesie su diverse riviste telematiche. Ha partecipato come poeta alla VII Edizione della Carovana dei Versi nel 2012-2013, e sue opere saranno pubblicate nel 2013 all’interno dell’antologia edita dalla Casa Editrice Abrigliasciolta di Varese. Ha tenuto corsi di scrittura e di sceneggiatura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano, in svariate biblioteche del comprensorio bresciano e in alcune scuole svizzere. Un film per cui ha scritto la sceneggiatura è stato opzionato due volte e ha collaborato come sceneggiatore a una produzione internazionale (“Haiti Voodoo”, 2011). In un lontano passato ha suonato in svariati gruppi musicali e ha collaborato a numerosi cortometraggi. Attualmente vive e lavora a Brescia. Dal 2002 è Presidente dell’APS Magnolia Italia.

ne sto qui, davanti al maledetto foglio bianco. Tanti bei personaggi, una bella storia in testa e non riesco a scrivere una riga. Crisi da foglio bianco, la chiamano. Una definizione come un’altra. La possono chiamare come vogliono, ma il problema resta. Non è perché diamo un nome ad un problema che lo risolviamo. E io resto qui, davanti a questo cazz di foglio bianco, senza sapere che cosa scrivere. “Era una notte di primavera”. Sì, tanto varrebbe che scrivessi “era una notte buia e tempestosa”. Ma per favore! Sempre stato bravo a scrivere, sì, fino a quando non mi sono cimentato sul serio. Sul serio. Ma che cosa vuol dire, fare le cose sul serio? Investire su se stessi. Cazz…! Una bella responsabilità! E lo stile? Dove lo vogliamo mettere, lo stile? Come cavolo lo trovo uno stile bello, originale, che non mi faccia sfigurare? Mi vengono in mente centinaia di autori. Bravi, bravissimi, amati, amatissimi. Hanno un bel dire che per imparare a scrivere bisogna leggere molto. Proprio una bella idea! A me leggere molto inibisce e basta. Colpa forse delle letture che mi scelgo. Se mi leggessi la Tamaro, probabilmente mi sentirei un grande. Ma io proprio non ce la faccio a leggere la Tamaro. E mi sento terribilmente inadeguato. Boh, già che ci sono, quasi quasi mi pulisco la tastiera. Un po’ di cotone, il detersivo giusto e mi ritorna quasi nuova. Si, ecco, mi dedico a questo. 1234567890’ ì’0987653212347890’097879789865789674346590543211’1278718 97ì’90ìì’0ì’0ì0’ì’ì’ +pèoi+ù +pètreyu+ùpè qwe+àèùioqew we +ewqdrftgkjilòàùòhgfhòàùàòlòlkjlkòkòlklloookjijhgfdfdsaAS qqq°àààùàòùòùòlgfdsefàù§-vcxzzxbvnm,.-ANB ,KM_°§_.,KJMZXC§KM,N,KJBVZXJNM,K , ++++ BVVCBNM,.-,VNB X CJH Opòàè ...Ecco, bel pastrocchio che ho fatto! Potevo almeno chiudere il documento prima di pulire la tastiera! Ma tanto lo so perché mi sono finalmente degnato di pulirla, dopo mesi che la lasciavo così com’era: per poter tergiversare ancora un po’ e non mettermi a scrivere. Se devo dire come mi sento rispetto allo scrivere, in questo momento, direi che mi viene voglia di urlare. Dove sono andati a finire l’entusiasmo, la passione? E l’ho mai avuto davvero, il talento per la scrittura? Mi hanno sempre detto di sì, ma chi l’ha visto mai? E’ talento forse restare imbalsamati davanti alla tastiera e, tanto per riempire il tempo, scrivere di questo sentirsi imbalsamati? Il talento, sì… bella merda! Bella illusione! Che cantonata! Scambiare lucciole per lanterne! In poesia sì che me la cavo bene, ma lì è facile menare il can per l’aia! E ci sono pure cascato: mi sono

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rimesso, per l’ennesima volta, a parlare per frasi fatte! Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino…! Ma chi cavolo gliel’ha detto, a quelli che l’hanno detto a me, che io ho talento? Da dove gli è uscita questa bella pensata? …Sadici! Maledetti sadici! …Avrei evitato di sottopormi a questa tortura. Perché sì, è proprio una tortura: avere in mente storie, tante cose da dire, e non avere la forza di farlo. La forza? Forse è il coraggio che mi manca. Il coraggio di cimentarmi davvero. Di mettermi in gioco davvero. Davvero, fino in fondo. Forse non la amo abbastanza, la scrittura. O forse, semplicemente, non ho ancora familiarizzato abbastanza con questa forma espressiva. In ambedue i casi, forse dovrei procedere per gradi o buttarmi a capofitto. Non questo continuo rimandare, o fare sforzi immani per partorire il nulla; o, quando proprio mi ci metto, quando proprio riesco a costringermi, a partorire delle banalità che neanche uno scrittore alle prime armi oserebbe buttar giù.

Uno scrittore alle prime armi? Cavolo, ma io SONO un cazz di scrittore alle prime armi! Che cosa mi aspetto da me? Di sfornare un capolavoro la prima volta che mi metto a scrivere? L’altra cosa che dicono, a proposito dell’imparare a scrivere, è che oltre a leggere bisogna scrivere, scrivere molto. Prendere confidenza con la propria scrittura. Con la PROPRIA, non con quella di Dos Passos, di Fitzgerald, di Saramago, di Kundera, di Céline, di Pirandello, di Cechov, di Pavese… A proposito di Pirandello, mi ricordo che quand’ero piccolo chiesi a mio padre: “Che cos’è un pirandello?”. Non avevo gli strumenti per capire che il pirandello era un nome proprio, anzi, un cognome proprio (si dice così? Vedi… tanti strumenti mi mancano ancora!, e forse non li avrò mai). Come posso pensare di acquisire gli strumenti della scrittura avendo solo letto molto, avendo scritto pochi striminziti raccontini appena passabili e molte e-mail nel corso degli anni? Devo prendere confidenza con la mia scrittura. Prendere confidenza con questo lato di me stesso. Con calma, con amore, con pazienza. Senza la tensione delle aspettative che ho verso me stesso, e che altri, come grandi fratelli ipotetici, hanno su di me. Io sono io. Scriverò a modo mio. E vadano a impiccarsi Dos Passos, Fitzgerald e Kundera. No, Pirandello no: ci sono troppo affezionato.

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Illustrazione di Samantha Franza


E allora va bene anche così, come sto scrivendo ora. Chi cazzo l’ha detto che non si può scrivere in questo modo? Se una, una sola persona è arrivata a leggermi fino a qua vuol dire che non si è annoiata a morte, non ha trovato irresistibilmente noioso ciò che ho scritto, non ha trovato insopportabile questo stile raffazzonato e privo di fronzoli e raffinatezze. Già, ma mica posso andare avanti a scrivere queste cazzate. Poi, appena mi metto a scrivere sul serio, mi torna l’ansia. L’ansia? Che cosa ci posso fare con l’ansia? Con questa paura di non saper scrivere? Hmmmm… Forse qualcosa posso farci, oltre ad averla scritta qua. Usarla per scrivere qualcosa di nuovo. Vediamo un po’… Per esempio... Chissà se mi funziona. Ecco, proviamo… “Si svegliò nel cuore della notte. Per l’ennesima volta. Un urlo muto gli rimase intrappolato nella gola”. Hmmm… se è muto, può essergli rimasto intrappolato nella gola? Boh… chi se ne importa. Lo rivedrò poi, sennò mi fermo a pensare a questi particolari e non riesco ad arrivare fino in fondo. C’è sempre tempo per rivedere. Ma le storie vanno scritte fin che le abbiamo in testa, prima che si perdano in troppi pensieri. Dunque… “Un urlo muto gli rimase intrappolato nella gola. Le lenzuola sembravano esserglisi appiccicate alla pelle come un sudario, e si sentiva prigioniero. Le immagini del sogno gli erano sfuggite un’altra volta, eppure le sensazioni che aveva provato gli erano orrendamente presenti. E quelle lenzuola che lo stringevano come una camicia di forza avevano una strana attinenza con quelle sensazioni. “Cercò di liberarsi, a strattoni, senza riuscirci. Emise uno squittio, l’imitazione grottesca dell’urlo che si sentiva dentro. Tirò ancora, dibattendosi in quella trappola di stoffa. Finalmente riuscì a liberare un braccio. E, con la mano libera, si strappò di dosso il resto delle lenzuola. Poi si gettò giù dal letto, e restò a contemplare il giaciglio disfatto. “Si portò una mano alla testa, come a voler fermare le emozioni violente che il sogno gli aveva provocato. La sua fronte era sudata, come tutte le altre volte. Quel sogno lo perseguitava. Era sempre lo stesso sogno, lo stesso sogno che non ricordava. “Ma, se non lo ricordava, come faceva a sapere che si trattava sempre dello stesso sogno? Si era già interrogato su questa questione, senza mai riuscire a venirne a capo. Eppure aveva quella certezza, quella strana certezza emotiva: che si trattasse sempre del medesimo sogno, delle stesse immagini misteriose. Ma allora perché non gli affioravano alla coscienza? Che cosa gli impediva di avere accesso a quelle forme del buio? “………………(omissis)”. FINE

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FOTOGRAFARTE

IL MUSICISTA JAZZ di Fausto Capitanio

“Credo che la cosa più importante per un musicista sia quella di trasmettere a chi lo ascolta un’immagine di tutte le cose meravigliose che sente e avverte nell’universo; questo è ciò che la musica significa per me, semplicemente una possibilità, tra le molte altre, di dire che viviamo in un mondo immenso e meraviglioso, un mondo che ci è stato donato”. (John Coltrane, 1962)

Fausto Capitanio, allievo dell’ Accademia Internazionale di Fotografia di Ken Damy (Brescia) e dei fotografi Jean Janssis e Rafael Navarro, ha esposto le proprie opere in numerose mostre collettive, partecipando a svariati progetti sul territorio bresciano. Una sezione del suo lavoro viene pubblicato, nel libro Santa Giulia, frammenti di architettura (Grafo 2001). La sua prima mostra personale, dal titolo “why not”, è stata realizzata presso l’Agenzia Provinciale per il Turismo di Iseo (2005).

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ATTENTI AL LIBRO!

IL GENIO E LA DEA recensione di Lara Gregori

“Il guaio con la narrativa è che ha troppo senso. La realtà non

Aldous Huxley Il genio e la dea Mattioli 1885, 2008 Pagine: 109 – € 16,00

ha mai senso”. Con questo incipit Aldous Huxley da subito offre ai lettori la chiave con cui assaporare la tragica armonia di questo breve romanzo - il genio e la dea - scritto nel 1955 e scomparso dal panorama letterario italiano per molti anni. A che cosa servono i ricordi? A raccontare l’esperienza. A che cosa serve l’esperienza? A trovare il soffio vitale del proprio esistere. A segnare, come il tocco finale di un pittore, l’attimo in cui un quadro diventa un’opera d’arte. E’ questo che il vecchio John Rivers consegna all’amico scrittore, la notte di Natale del 1951. In una sorta di testamento spirituale John ripercorre i 15 mesi trascorsi come assistente di Henry Maartens, premio Nobel per la Fisica ma embrione d’uomo nella vita privata. Invitato a vivere con la famiglia di Marteens, John conosce Katy, la giovane e affascinante moglie del genio da cui è irresistibilmente attratto, e i loro due figli, il piccolo Timmy, che concentra il suo mondo nei trenini elettrici, e l’adolescente Ruth, che inzuppa la realtà con la letteratura e s’invaghisce del nuovo ospite. A reggere le fila della strampalata famiglia c’è Beulah, un’anziana domestica di colore “delle commedie vecchio stile”. Siamo nel 1922 e Rivers, ventottenne inesperto e goffo, figlio di un pastore luterano morto troppo presto e di una madre bigotta, si trova catapultato in un mondo che scardina, con ferocia ed estasi, i rigidi stereotipi nei quali è stato cresciuto. Con uno stile raffinato, a tratti ridondante di citazioni letterarie, Huxley ci consegna una riflessione intensa sugli intrecci invisibili delle relazioni intime. Si possono raccontare gli accadimenti, ma non esistono parole adatte per fermare il senso non sensato della realtà, perché il linguaggio “è sempre giudicante”. E i sentimenti e l’essenza dell’essere umano possono trovare una parziale collocazione soltanto chiedendo aiuto ai termini e ai confini della teologia. Bisognerebbe inventare parole nuove per “esprimere la naturale connessione tra le cose”, come “mucospirituale” o “dermatocarità”. O “viscerosofia”. Ma nessun vocabolo, e nessun romanzo, saprà fissare l’Empietà e la Grazia dell’Amore. Di cui ognuno di noi fa esperienza.

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ATTENTI AL LIBRO!

CECITÀ recensione di Giuseppe Ciarallo

In

una città non indicata, e che proprio per questo potrebbe essere qualsiasi luogo, un uomo diventa cieco all'improvviso. A questo primo imprevisto avvenimento seguono in rapida sequenza analoghi e molteplici casi di cecità, tanto da far pensare a un'epidemia. Quale sarà il comportamento dei singoli individui colpiti dal male? E cosa invece comporterà la reazione delle istituzioni, del potere, di fronte a quel dramma, apparentemente incontrollabile? Saramago, scrittore portoghese tra i più letti e tradotti al mondo, ci prende per mano e ci guida, come fossimo non vedenti noi stessi al pari dei personaggi del suo libro, attraverso le pieghe/piaghe dell'esistenza umana. L'autore estremizza puntando freddamente la lente su particolari aberranti, esaspera il racconto per meglio scandagliare l'animo umano in situazioni limite, creando così arcobaleni di sentimenti anche contrastanti tra loro, che nascono, si fondono per poi separarsi di nuovo. Il lettore si trova così profondamente immerso nello sgomento di chi perde la capacità di vedere e con essa la sicurezza e l'autonomia, la speranza di riacquistare la vista, la delusione e la rabbia nei confronti delle "contromisure" adottate dal potere (contromisure che ne smascherano il cinismo ma anche i limiti), la mortificazione nello scoprire egoismo sfrenato anziché solidarietà nelle persone vicine, legate dallo stesso problema, la ribellione, che sfocia addirittura in voglia e capacità di uccidere, nei confronti di queste vessazioni, e poi schifo, pietà, rassegnazione, e infine ancora speranza. Finché c'é vita, c'é speranza. Non é un luogo comune. Non in questo libro. Non tra queste pagine dove una donna, per amore, si finge cieca per poter continuare a vivere accanto al proprio uomo colpito dal male. Scrittura tanto dolce quanto violenta, quella di Saramago, parole usate come bisturi forse solo per arrivare a sussurrarci, per dirla alla De Andrè, che "non esistono poteri buoni".

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José Saramago Cecità Feltrinelli, 2010 Pagine: 276, € 9,50


ATTENTI AL LIBRO!

LA BANDA DEI BROCCHI recensione di Michele Curatolo

Jonathan Coe La banda dei brocchi Feltrinelli 2010 pagine 380, € 8,50

Leggetelo e saprete finalmente che cosa sono l’estratto di carne Bovril e il cioccolato Dairy Milk. Leggetelo e misurerete una volta per tutte la distanza fra il rock progressivo degli Yes e il punk dei primi Clash. Leggetelo e vi sarà davvero chiara la differenza che a Birmingham passava fra il King William, la scuola migliore della città, e il quartiere-ghetto di Handsworth, dove vivevano (e forse vivono ancora) gli immigrati giamaicani. Insomma, se lo leggerete, sulle labbra, nelle orecchie, davanti agli occhi e nella testa in poco tempo vi resteranno i sapori, le musiche, le immagini e le idee di un paese che ormai non esiste più se non nel ricordo, di un paese dove governava con pugno di ferro la signora Thatcher, dove Enoch Powell annunciava l'avvento dei "fiumi di sangue", e dove esplodevano le bombe degli indipendentisti irlandesi: in breve, dell’Inghilterra degli anni Settanta. Tante volte ci sono passati per le mani i cosiddetti “romanzi di formazione”. Tante volte ci siamo immersi nelle storie di ragazzi e di ragazze colti nel problematico tragitto dalla condizione di bambini a quella di giovani. Anche La banda dei brocchi di Jonathan Coe rende omaggio a questo modello, e ci narra la storia della maturazione di quattro adolescenti di Birmingham, il protagonista Benjamin Trotter e i suoi compagni Harding, Anderton e Chase, in una rappresentazione corale ove si dipanano anche le vicende parallele dei loro familiari e dei loro amici, lungo un percorso ininterrotto di felicità e di tragedie, di miserie e di amori. Eppure c’è qualcosa di diverso in questo libro, qualcosa che lo rende più fresco, più leggero e insieme più pregnante rispetto a tanti altri esempi ultimamente pubblicati. Qualcosa che ce lo fa considerare una inaspettata, preziosa sorpresa, e un po’ ci fa rimpiangere il tempo trascorso, inconsapevolmente persi in altre letture, senza averlo potuto conoscere prima. Se, raffreddando l’entusiasmo, tentiamo poi di dare una forma più razionale a ciò che tanto ci è piaciuto dell’arte di Coe, due sono le qualità che in questo romanzo ci balzano agli occhi, due aspetti che, a ben giudicare, sono uniti saldamente, quasi fossero parti indistinguibili nate dall’esercizio di un medesimo talento. La prima caratteristica non costituisce, a dire il vero, una novità, dal momento che accade spesso di incontrarla in molti testi moderni, libri o film che siano. Si tratta della tipica struttura a incastri giustapposti, ove la materia appare all’inizio franta e dispersa, e viene declinata in molteplici scansioni di generi e di stili, per poi chiarirsi nel finale della storia. Appare evidente che anche La banda dei brocchi non si offre alla lettura come un unicum, ma anzi risulta composto di parti distinte e giocato su approcci linguistici e tematici differenti. Così, accanto alle classiche descrizioni di ambienti e di personaggi si trovano frammenti di diario e stralci di dattiloscritti; ai dialoghi e alle riflessioni d’autore si alternano testi di canzoni alla moda e articoli di giornale; alla narrazione in terza persona, che è la 34


voce predominante della vicenda, si affiancano qua e là “storie nelle storie” in prima persona singolare, come lo splendido racconto che apre la seconda parte del libro e il sorprendente monologo interiore del capitolo finale. Dobbiamo comunque ammettere, dopo la lettura di questo romanzo, che da tempo non gustavamo un’abilità di costruzione tanto funzionale al racconto, e nel contempo così fluida e apparentemente priva di artificio. Tutto, a differenza di altri testi, ha un senso ne "La banda dei brocchi". Tutto sembra collocarsi con facilità nel posto giusto al momento giusto. È difficile infatti notare una vera e propria stonatura nel romanzo di Coe: potremmo forse segnalare qualche eccesso nella tragicità di alcuni accadimenti, tanto dolorosi da apparire stereotipati, o qualche sporadica ingenuità nella rappresentazione dei sentimenti di alcuni personaggi. Ma si tratta, a nostro giudizio, di peccati veniali, facilmente perdonabili se paragonati all’impressione di credibilità dell’opera, e alla sua capacità di rendere mimeticamente la complessità del reale. Questa intrinseca naturalezza è da attribuire, secondo noi, alla seconda caratteristica vincente dell'autore: alla sua scrittura o, per dir meglio, alla pieghevolezza e alla duttilità del suo stile. Sorreggendosi sulla struttura di cui si è già parlato, la sua prosa - coadiuvata, per quello che possiamo intendere, da un’eccellente traduzione - riesce infatti scintillante e a tratti spassosa senza essere dozzinale, precisa nella rievocazione senza essere calligrafica, nostalgica e a volte struggente senza scadere nella melensaggine, netta nei giudizi senza indulgere al moralismo. Da questa capacità di orchestrare, anche con qualche ricercata dissonanza, le molte voci della vicenda derivano, a nostro giudizio, la leggibilità e il fascino insieme sorridente e pensoso del libro. Proprio all’inizio de La banda dei brocchi, uno dei personaggi afferma che la storia che si appresta a raccontare (che è poi la storia narrata nel libro stesso) “non ha una vera fine, [anzi] si interrompe e basta”. Sembra quasi una dichiarazione programmatica, in cui l’autore affermi, per interposta persona, la mancanza di senso di ogni umana vicenda, al di là dello scorrere indifferente e meccanico della vita. Eppure, se ci si chiedesse, come si faceva un tempo, di ravvisare in questo romanzo la morale suggerita da Coe, noi la indicheremmo nei valori della tolleranza e, se non proprio del perdono, del bisogno di comprensione fra gli esseri umani. È questa, come spesso accade nella letteratura moderna, un’affermazione tutt’altro che netta, anzi un po’ dubbiosa, quasi che l’autore la negasse proprio nel momento in cui la fa intravvedere ai lettori. Tuttavia se ne scorgono qua e là i segni, disseminati soprattutto nella seconda parte del libro, proprio quando Benjamin inizia a riappacificarsi con se stesso e con il mondo: è questo, secondo noi, il senso della storia del suo incontroscontro, insieme all’amico tedesco, con i fratelli ebrei conosciuti durante la vacanza in Danimarca; è questo il senso del suo rapporto in chiaroscuro con il patriota gallese, zio di Cicely, che gli consente, forse, di rendersi conto delle durezze della dominazione inglese e, retrospettivamente, di farsi una ragione dell’attentato subito dalla sorella Lois da parte dell’IRA; è questo il senso dell’amore sbocciato fra gli stessi Benjamin e Cicely che, a nostro modo di vedere, non simboleggia solo un’esplosione di sensualità, ma segna anche il sorgere di un nuovo equilibrio dopo una lunga vicenda di incomprensioni e di dubbi che non aveva mai permesso loro di incontrarsi veramente.

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ATTENTI AL LIBRO!

LAVORO VIVO recensione di Heiko H. Caimi

Proporsi

di raccontare il mondo del lavoro, quello reale, vivo, vissuto giorno dopo giorno da chi lo fa o lo subisce, attraverso dieci racconti di autori diversi, è un'impresa coraggiosa e quasi disperata. Eppure questo libro, nato da un'idea del compianto Stefano Tassinari insieme alla FIOM di Bologna, ci riesce pienamente. Il che dimostra come autori diversissimi tra loro possano avere un terreno comune e lavorarci, ognuno nel chiuso della propria stanza, con una perfetta sintonia. Ne esce un mosaico che, pur raccontando storie differenti, e collocate in epoche diverse, compone un romanzo sul lavoro di impagabile valore. "Giungla d'appalto", di Gianfranco Bettin, è un racconto amarissimo sui malaffari condotti da ditte specchiate e autorevoli al porto di Marghera, scritto da un autore ben documentato (ha pubblicato tra l'altro "Petrolkimiko. Le voci e le storie si un crimine di pace") e nato proprio a Porto Marghera. Un pugno nello stomaco, ma ancora dolce rispetto alle storie che seguono.

Autori Vari Lavoro Vivo Alegre 2012 Pagine: 130, € 14,00

Drammatica e senza scampo, la scrittura finissima di Giuseppe Ciarallo scava, in "Eqquessaè", in un passato non così lontano come gli anni Sessanta per ricomporre la lunga scia dello sfruttamento in fabbrica, "dove si moriva, ci si ammalava, ci si infortunava, e dalla quale si veniva sbattuti fuori appena non servivi più". L'autore abbandona la graffiante ironia che lo contraddistingue per immergersi completamente nell'atmosfera cupa delle illusioni spezzate. New York, 1911: un incendio devasta la fabbrica della Triangle. Maria Rosa Cutrufelli, in "Fuoco a Manhattan", racconta i fatti drammatici che portarono all'istituzione dell'8 marzo, e lo fa attraverso le vive voci di tre testimoni. Una scrittura lucida e asciutta per una narrazione drammatica ed equilibrata. Con il merito di ricordarci che l'8 marzo non è una festa dei fiori. "Manovia" è la concitata narrazione di un operaio che fabbrica scarpe, orgoglioso del proprio lavoro. Angelo Ferracuti parte dallo sfruttamento e dalle condizioni sul lavoro per arrivare alla famosa livella di Antonio De Curtis. "Senza buccia", di Marcello Fois, racconta la resa al lavoro"in nero, senza garanzie, senza contratto, senza assicurazione" e la voglia, anzi la necessità, di riscatto, anche di fronte a quella maggioranza che china la testa senza ribellarsi mai e ostacolando chi lo vuole fare.

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Carlo Lucarelli, in "Devo dirti una cosa", rappresenta un classico caso di morte nei cantieri edili, una di quelle morti che ci voleva un niente ad evitare. Ma la sicurezza sul lavoro è solo una regola scritta, non praticata. E la connivenza di chi non vuole perdere il lavoro e per questo è disposto a rinunciare a qualsiasi garanzia ne rende impossibile l'applicazione. "No Cap", di Milena Magnani, è una storia di braccianti africani in Salento, sfruttati e ricattati dai caporali di turno; ma è soprattuto la storia di una riscossa, di come l'unione faccia la forza e di come non ci sia una sola ragione valida di abbassare la testa: si ha solo da perdere. Un racconto efficace nonostante qualche momento eccessivamente retorico. In "Ma scrivere è un lavoro?" Giampiero Rigosi non sa rispondere alla domanda, e ci mette quindici pagine a farcelo capire. Non sa cosa scrivere, e ci spiega perché; si sente in colpa verso chi fa un lavoro manuale, e ci spiega perché; ma non arriva mai a rispondere, né sa rappresentare efficacemente la fatica, la dedizione e il sudore che richiedono lo scrivere. Viene un dubbio angoscioso: perché sprecare tante pagine per questo racconto insulso, invece di lasciare spazio ad un altro autore, che avesse qualcosa da dire? Stefano Tassinari sa come nessun altro mettere il dito nella piaga con un racconto struggente, doloroso e mai retorico, scritto col cuore. "Il ricordo amaro di un'assenza" sa andare a fondo, con lucida amarezza, al crimine delle cosiddette morti bianche: omicidi per profitto e per negligenza. Perché è in atto una guerra, "da una parte gli aggressori e dall'altra chi è costretto soltanto a difendersi, ma a mani nude". Chiude la raccolta "Pezzi di ricambio", di Massimo Viaggi, una commovente testimonianza di un operaio costretto a lavorare per anni in mezzo all'amianto. "Pensi che al centro dell'Officina c'era un posto dove lavoravano gli operai di una ditta in appalto, che dentro a una camera formata con i teloni di cellophane spruzzavano le fiancate delle carrozze di amianto in fiocchi. Sono morti tutti". Interessanti anche le note finali di Bruno Papignani, che narra la nascita di questa antologia e commenta ogni singolo racconto mettendoci la propria esperienza. Un libro che, anche quando inventa, è testimonianza, che non perde quasi mai di mordente e che dovrebbe figurare in tutte le librerie di chi ha una coscienza. Ma che dovrebbe essere letto, soprattutto, da chi una coscienza non ce l'ha.

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MAKING MOVIES

IL MESTIERE DELLE ARMI recensione di Davide Verazzani

Il grande condottiero è morto. Distrutto in seguito ad un colpo di cannone che gli ha spappolato la gamba, la cui cancrena lo ha poi devastato. Lascia una scia di cordoglio in chi lo aveva amato, e di rispetto ossequioso in chi lo aveva contrastato. E, infine, di attonito silenzio in chi, con la propria ignavia ne ha accelerato la fine, dando così dato il via ad una nuova era. Quella in cui, per vincere una battaglia, non servirà più essere coraggiosi davanti al nemico, ma basterà avere dalla propria parte il fuoco assassino delle nuove armi, macchine da guerra sempre più potenti e distruttive.

Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi Con Sandra Ceccarelli, Christo Jivkov, Sergio Grammatico, Dessy Tenekedjieva Durata: 105 min. Produzione: Italia 2001

E' così che inizia “Il mestiere delle armi”, il film con cui Ermanno Olmi narra gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere, morto nel 1526 a soli 26 anni, dopo uno scontro a fuoco con una pattuglia di Lanzichenecchi cui sbarrava la strada verso Roma. Nella pellicola si ripercorre la settimana che precede la sua morte, spesa tra inseguimenti notturni, appostamenti sulle rive del fiume gelido, ricordi di un passato lasciato dietro alle spalle e una solitudine resa ancora più tetra dalla tattica dilatoria del comandante bavarese. La morte di Giovanni de' Medici, giovane aristocratico che ha scelto di vivere in battaglia anziché fra i divertimenti delle corti, è per Olmi un pretesto per parlare dei temi a lui cari, ovvero il tramonto della tradizione, la solitudine dell'eroe, l'impossibilità della felicità terrena, frammischiandoli in un gioco di luci ed ombre. Così il giovane Giovanni non è un eroe senza macchia e senza paura, ma un uomo smarrito di fronte a un nemico più metaforico che reale. Così l'inetto duca di Mantova, prigioniero dei doveri di regnante, si smarrisce di fronte a quel corpo malato che lo implora di essergli amico e lo fissa in silenzio, incapace di comprendere il mistero della morte. Così, infine, l'anziano comandante tedesco, che di nascosto compra dagli Estensi i nuovi cannoni, appare egli stesso vittima del destino e, stanco e malato, non gli sarà concessa la gioia di partecipare al sacco di Roma. Con la consueta purezza di sguardo, e il rigore che gli è proprio da sempre, Olmi costruisce un affresco sull'ineluttabilità del fato che si erge come uno dei più fulgidi prodotti della nostra cinematografia di questi ultimi anni, partecipando da par suo alla rinascita del cinema italiano, che ha così ritrovato, dopo anni, un maestro dello sguardo. 38


MAKING MOVIES

36 QUAI DES ORFÈVRES recensione di Heiko H. Caimi

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arigi. Da alcuni mesi una banda di malviventi opera in totale impunità commettendo crimini di efferata violenza. Il direttore della polizia giudiziaria ha detto a chiare lettere ai suoi due più diretti collaboratori che chi riuscirà a sgominare la banda prenderà il suo posto. I due, un tempo grandi amici, sono ormai lontani su tutto, separati per sempre dalla vita, dal lavoro, dai loro uomini e dall'amore per la stessa donna. Ormai tra i due grandi poliziotti è guerra aperta. Senza esclusione di colpi. Sembra la trama di un film d'azione, o di un classico poliziesco alla "Affari sporchi", ma non ci troviamo, in realtà, di fronte ad una pellicola di genere. Del "polar" solca la tradizione, ma questa pellicola dell'ex-poliziotto Olivier Marchal travalica i limiti apparenti imposti dal cinema di genere e ci propone una storia dove in primo piano ci sono sempre gli esseri umani, con i loro difetti, con le loro passioni, con la loro umanità. La storia è semiautobiografica, ed è dedicata dal regista al capitano Dominique Loiseau, morto in un conflitto a fuoco nel 1989, e della cui squadra Marchal faceva parte. Una testimonianza in diretta, quasi una versione dei fatti, nella quale i volti scavati di Auteuil e Depardieu ci narrano tutta l'umanità anche delle scelte sbagliate, ce la fanno vivere, ce la fanno sentire. E anche Dussollier ci mette del suo, impassibile e di circostanza fino alla fine, anche di fronte ai drammi e ai sentimenti. Valeria Golino, pur non essendo un personaggio centrale, sostiene molto bene la sua parte come motore della vicenda. La storia è condotta con sensibilità e senza compiacimento, le battute scarne ed efficaci; le situazioni drammatiche non scadono mai nel mélo o nel ricatto emotivo, anche se in alcune sequenze le emozioni si fanno strada, andando a toccare sentimenti elementari ma inalienabili. I personaggi rappresentati, come dicevo, sono umani, fin troppo umani, e l'autore non evita di scavare dentro alla loro umanità mostrandone tutta l'ambiguità, tutti i limiti. Depardieu è grandioso nella parte del poliziotto senza scrupoli disposto a tutto, ma veramente a tutto, pur di raggiungere una posizione di potere. Insolitamente baffuto nella prima parte del film, sembra un cowboy uscito stanco da mille duelli, e riesce perfettamente a ritrarre il poliziotto sconfitto nelle proprie aspettative che tenta l'ultima carta per raggiungere almeno nell'apparenza quella grandezza che non ha mai avuto. E, nella seconda parte, sbarbato e ripulito, è magnifico nella parte del politico corrotto e senza scrupoli. Ma riesce a farci sentire anche la sofferenza del suo personaggio, dilaniato tra rigurgiti di sentimento e ambizione senza freni. Dussollier ne è il perfetto contraltare, e ci fornisce una chiave di lettura della realtà attraverso la politica, con poche, chiare e piccanti battute. Paternalistico e indifferente come chiunque abbia imparato a coltivarsi il pelo sullo stomaco per andare avanti. Con buona salute della digestione. Il personaggio di Auteuil, invece, di peli non ne ha neanche sulla lingua, e sarà questo a metterlo nei guai. Con la sua faccia da pugile suonato e l'aspetto dimesso, ancora più crepuscolare che ne "Il figlio perduto", è un uomo spezzato che combatte ancora i mulini a vento, e rischia di esserne spazzato via. Al punto che, quando potrebbe essere libero, sceglie di perdere per la seconda volta tutto ciò che già gli era stato sottratto. I comprimari sono tutti perfettamente in parte, e forniscono ottime prove di recitazione. La regia è curata e perfettamente funzionale, al punto da pensare che possa suscitare l'invidia di molti registi americani. La violenza è asciutta, mai gratuita, e il ritmo incalzante pur senza premere sull'acceleratore come avrebbero fatto negli USA. Le immagini immergono perfettamente nella vicenda, facendoci dimenticare per quasi due ore dove siamo. Ma la vera forza di questo film è la sceneggiatura, con una struttura perfetta, con personaggi delineati perfettamente senza bisogno di descrivere, ma solo mostrandoceli attraverso le loro azioni e i loro dialoghi: asciutta, essenziale, priva di sbavature. I dialoghi, poi, presentano una forza e una credibilità davvero rare nel cinema d'oggi. La prevedibilità del finale è perdonata dal tessuto della vicenda, e non è comunque fuori luogo. Non un film di genere, ma un autentico capolavoro. Da vedere assolutamente.

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36 Quai Des Orfèvres di Olivier Marchal Con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussollier, Roschdy Zem, Valeria Golino, Daniel Duval, Francis Renaud Durata: 110 min. Produzione: Francia 2004


IL FRULLACINEMA a cura di Gino Udina

LE 5 LEGGENDE

DreamWorks |USA| Animazione Digitale in 2D e 3D | 2012 | 97 minuti Regia: Peter Ramsey | Cast (voci originali): Chris Pine, Hugh Jackman, Jude Law, Alec Baldwin.

CINETWITTATA Quando l’Uomo Nero minaccia la felicità dei bambini, le “5 Leggende” si uniscono per combatterlo e far tornare il sorriso ai piccoli che ancora credono in loro...

INGREDIENTI FILMICI “Le 5 Leggende” (in originale, “Rise of the Guardians”) è l’ultimo film d’animazione della Dreamworks, da tempo alla ricerca di nuovi “franchise” dato che “Shrek” è ormai concluso, che utilizza cinque personaggi classici dell’infanzia rivisti in una chiave supereroistica quasi alla “Avengers”, il film di Joss Whedon più che i fumetti (Guillermo del Toro produce e nel mondo del Coniglio forse c’è la sua direzione artistica...) Tratto dai libri per ragazzi di William Joyce “Guardians of The Childhood” il film rivisita in chiave fantasy superomistica Babbo Natale, un cosacco tatuato armato di doppia sciabola con slitta spaziale; la Fatina dei Denti, una specie di mutante ragazza colibrì; il Coniglio Pasquale, armato di boomerang e doppiato da Hugh “Wolverine” Jackman; SandMan, un mini bonzo muto e potente – ma utile solo a far svolgere la trama e il protagonista Jack Frost, il “padre inverno” della tradizione norrena qui diventato un triste ragazzino incappucciato. All’inizio divisi poi (Vendicatori) uniti per affrontare la minaccia di Pitch Black, alias l’Uomo Nero, caratterizzato - rimanendo in tema - come un Loki truccato da Marilyn Manson, che per sconfiggere le “5 leggende” deve far perdere ai bambini la magia del credere in loro. Un prodotto la cui qualità non si discute (ma difficile trovare difetti anche nelle ultime produzioni Sony o Fox, con Pixar sopra tutti). Ha dalla sua un’ottima regia di un maestro di storyboard con però troppe scene studiate per il 3D, che diventano spesso superflue in 2D, e una storia ben scritta dallo stesso autore dei libri che è fresco di Oscar 2011 per il corto “The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore”. Ma alla fine c’è come un senso di vuoto che si spera venga colmato da una seconda parte dove, oltre allo spettacolo, si comincia a scavare nei personaggi: perché - ad esempio - non si vede “L’uomo nella Luna”, presente nei libri, che condiziona i “Guardiani”?! In sostanza il film è una bella caramella colorata il cui gusto rimane troppo poco, anche se il seguito sicuramente colmerà le molte lacune di questo episodio, con magari altri personaggi. Attendiamo fiduciosi.

FRULLATA FINALE:

Un cartone animato ricco di scene d’azione, con momenti anche adulti, un po’ videogioco in 3D, dove i bambini rappresentati nel film passano, a volte, stranamente in secondo piano... Si salva grazie alle molte idee visive, ma ha una caratterizzazione superficiale. L’errore clamoroso è un cattivo ben scritto che - in fondo - è uguale ai protagonisti (a Jack Frost in particolare): ha solo bisogno di qualcuno che crede in lui, perché altrimenti si sente (è) solo. Interessante che il Coniglio Pasquale spieghi nel film l’importanza della sua festa, cioè l’annuncio della primavera, mentre Babbo Natale rimane uno che porta doni in una notte meglio di UPS, la Fata Dentina ti lascia i soldi, Sabbiolino serve all’Uomo Nero e Jack Frost, parole sue, è da amare perché fa chiudere le scuole d’inverno!!! Ma - occhio! - anche slittare le auto nei burroni... E, forse, proprio mentre state andando al cinema a vedere le “5 leggende”... E per i libri andate su... http://www.theguardiansofchildhoodbooks.com/index.php

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007 - SKYFALL

MGM |UK-USA| Film d’azione | 2012 | 143 minuti Regia: Sam Mendes | Cast: Daniel Craig, Javier Bardem e Naomie Harris.

CINETWITTATA 007, dato per morto in missione, deve tornare in azione per fermare un nemico misterioso che, distrutto l’MI6, sta facendo uccidere vari agenti solo per vendicarsi di M...

INGREDIENTI FILMICI “007-SKYFALL” è il 23° film ufficiale di James Bond che festeggia i 50 anni di produzione della serie, funestata all’inizio dal fallimento dell’MGM, poi fortunosamente ripresasi a Gennaio 2011. Buco finanziario che ha ridotto drasticamente le location di una serie famosa per i suoi viaggi avventurosi e che si deve accontentare di una mezzoretta tra Istanbul e Shanghai e poi tutto Londra e Scozia per un finale in stile “Cane di Paglia” di Peckinpah. Poca roba rispetto a quello che si è appena visto nell’ultimo divertente capitolo di “Mission Impossible”, con la spettacolare sequenza a Dubai. Di cosa parla esattamente “007-SKYFALL”?! Di un nemico figliol prodigo, bastardo e vendicativo, scarto di un mondo dello spionaggio ridotto a far tutto in ufficio, dai propri server, mentre l’MI6 si ostina ad avere in servizio un dinosauro come Bond perché, dice lui, una mano sul grilletto serve sempre (anche se a quelli veri oggi basta mettere il polonio nel sushi...). La regia teatrale di Sam Mendes rende quasi umano il “Bond-Terminator” che i Broccoli hanno cucito addosso a Daniel Craig che ammazza senza la classe di Connery, né beve Martini, né si porta a letto belle donne ogni quindici minuti ma pensa solo alla vendetta (se era italiano, solo alla Mamma!). A questo Bond rimane una birretta e vecchi ricordi con tanti acciacchi sulle spalle, e un nuovo Q: un ragazzetto petulante a cui, nei romanzi, avrebbe sparato subito. I critici ovviamente osannano questa scelta “raffinata e intimista” che però sta dimostrando quanto Bond oggi abbia poco da dire (o è meglio che lasci parlare solo Jason Bourne e Ethan Hunt). Se i personaggi della fantasia fossero al cinema a omaggiare il grande vecchio dell’intrattenimento popolare vedremmo pacche sulle spalle, un mazzo di fiori, l’orologio placcato con logo 007. Immaginiamo a fine proiezione James raccontare vecchie barzellette sul tempo a Londra e sul fatto che con lui la guerra fredda è rimasta a temperatura ambiente. Tante risate, un sorso di champagne e rimane, a sistemargli il plaid sulle ginocchia, solo il ragazzo che pulisce la sala. Oggi Bond non è sedotto da Ursula Andress ma dal cattivo del film: il fratello biondo di Anton Chigurh di “Non è un paese per vecchi”, a cui Javier Bardem da una patina bisessuale alquanto ridicola. Quindi un ultimo brindisi al vecchio Bond prima di riportarlo all’ospizio dei veterani dell’intrattenimento. Lo attendono Zorro, Dick Tracy e Braccio di Ferro per una partita a bridge mentre Betty Boop poi passa con le medicine per rallentare gli effetti del suo (filmico) Alzheimer...

FRULLATA FINALE:

Dovrebbero smetterla di fare Bond al cinema e riaggiornare il personaggio riportandolo in televisione (apparso la prima volta nel 1954 nella serie tv americana CLIMAX con un adattamento di “Casino Royale”) tirando fuori tutta quella parziale “umanità” di cui si vanta questo film. Sam Mendes è più a suo agio nei momenti di riflessione che nell’azione dove “Casino Royale” di Campbell era, decisamente, più grintoso. Javier Bardem fa il cattivo bisessuale perché è destino degli attori spagnoli, seduttori nei film in patria, di trovare solo parti ambigue in America. Le Bond Girls sono diventate Bond Women vale a dire che a Bond non gliela danno più e il poveretto, forse, si consola coi giornaletti in bagno. Film consigliato alle spie inglesi in pensione e ai critici che amano i film d’azione intimisti (!!) e una tisana calda alla sera riguardando Toro Scatenato sentendosi come Jack la Motta: con tanta voglia di tornare sul ring (panza permettendo).

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FORMIDABILI, QUEI DISCHI!

JETHRO TULL – THICK AS A BRICK recensione di Giuseppe Ciarallo

Pubblicazione: marzo 1972 Durata: 43'50 Tracce: 2 Produzione: Ian Anderson e Terry Ellis

Thick as a Brick è un disco che all’epoca della sua uscita divise nel giudizio sia la critica che i fan del gruppo: posto che da tutti veniva definito un prodotto di ottimo livello, alcuni lo indicarono come il punto più alto nella carriera dei Jethro Tull, altri videro invece un leggero passo indietro rispetto al lavoro precedente, l’elettrizzante, coinvolgente, avvolgente Aqualung. Io mi incammino per una terza via e affermo che sia Aqualung che Thick as a Brick sono due indiscutibili capolavori, ognuno nel proprio genere; sì, perché il primo è disco pensato e realizzato nella classica forma canzone (undici brani, di varia lunghezza, uno più bello dell’altro), mentre il secondo è un’unica, sontuosa suite con forti connotazioni rock, blues e folk, venata di elaborate armonie proprie del jazz e colte variazioni pescate a piene mani dalla musica classica. Un’unica suite, dicevo, divisa equamente in due parti per rispettare le esigenze tecniche del vinile (per i lettori più giovani, quei padelloni neri antesignani dei moderni CD, che i vostri genitori/fratelli maggiori chiamavano 33 giri o più semplicemente ellepì), le cui due facciate avevano una durata che generalmente andava dai venti ai trenta minuti. Ma Thick as a Brick non è solo la musica affascinante che contiene, non è solo il flauto magico e la voce unica e inimitabile del band leader Ian Anderson, non sono solo gli intarsi di chitarra di Martin Barre, né la maestria degli altri componenti del gruppo. Thick as a Brick è molto di più, forte di un testo poetico visionario, grumoso, in cui Anderson esprime tutta la forza dirompente del proprio pensiero. A cominciare dalla storia che ruota intorno al disco: la copertina, una delle più originali della storia del rock, altri non è che un vero quotidiano locale che si apre e si può leggere realmente (al botteghino delle rarità, una copia originale dell’LP non si trova a meno di 150 euro), un ipotetico The St. Cleve Chronicle di venerdì 7 gennaio 1972, che mostra in prima pagina la fotografia di un bimbo di otto anni, immusonito e dall’aria antipatica, nell’atto di ricevere un premio, affiancata all’editoriale che narra le vicende del piccolo genio, tale Gerald “Little Milton” Bostock, bambino prodigio e poeta in erba, dapprima premiato per la sua maestosa opera “Thick as a Brick”, poi squalificato dal concorso per le tematiche oscure dei suoi versi. Nella finzione, e qui emerge tutta la potenza sarcastica e dissacrante di Anderson & Co., al bambino vengono attribuiti passaggi deliranti quali “il vostro sperma è nello scarico, il vostro amore nel lavandino”, parole che giustificano l’estromissione del giovanissimo artista dalla rassegna poetica che in prima battuta aveva addirittura vinto. Concept album o meno che sia - in molti sostengono che la forma data al disco, unico brano di una quarantina di minuti, sia stata proprio un’ironica e provocatoria presa di distanza dalla moda imperante dei concept album, opere le cui canzoni erano legate da un unico filo conduttore - Thick as a Brick avrà sempre un posto d’onore nell’Olimpo della musica rock anni ’70, per quell’alone di lucida follia capace di trasformare un ottimo disco in autentica opera d’arte.

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FORMIDABILI, QUEI DISCHI!

THE CURE - DISINTEGRATION recensione di Davide Verazzani

L’anno è il 1989. Quando il decennio dell’edonismo e del riflusso sta per concludersi, i sogni di libertà sembrano in procinto di realizzarsi con la caduta del Muro e gli alfieri della new wave stanno mettendo pancia. I Cure, dopo le incertezze iniziali, sono finalmente riusciti a ottenere un successo planetario, ma a Robert Smith, leader carismatico del gruppo nonché autore di testi e musica, questo non basta: vuole scolpire sulle colonne del tempio della musica il proprio capolavoro. Estromette dalla band il batterista Lol Tolhurst, ormai alle soglie dell’alcolismo più sfrenato, e con la restante formazione dà alle stampe Disintegration. Dopo la dance di Japanese whispers, la psichedelia di The top, il pop di The head on the door e le schitarrate di Kiss me kiss me kiss me, ascoltare Plainsong, brano con cui inizia la loro nuova fatica, è come ritornare nella culla dove si è sguazzati da piccoli: una tastiera eterea, fantasie sonore in minore, una voce che viene da una caverna colma di cupa malinconia; insomma, l’essenza stessa del movimento dark di cui i Cure furono alfieri. “Credo sia buio, e sembra che piova, e il vento soffia come se fosse la fine del mondo”, canta placida e morbosa la voce di Smith, riportandoci in un mondo dove non vi è riconciliazione e anticipando le lacerazioni degli anni a venire. Subito dopo appare la seconda anima del suono Cure, Pictures of you, perfetta canzone pop dove l’amore fa rima con dolore. Potrebbe perfino bastare, ma naturalmente non è così. Si prosegue con la cavalcata immaginifica di Disintegration, dove il basso di Simon Gallup troneggia gigantesco, con l’alchimia compiuta di Lovesong, inno all’amore nonostante tutto (“Anche se sarò distante, ti amerò sempre, qualsiasi cosa io dica, ti amerò per sempre”), quintessenza dell’anima lacerata fra sogno e realtà, e con la tetra ninna-nanna di Lullaby, inno dark nel testo e nel cuore grazie a una chitarra deliziosamente horror. Disintegration è un Robert Smith pieno di incertezze, diventato suo malgrado un’icona per milioni di giovani, che si guarda indietro e vede il meraviglioso deserto da cui proviene; che si guarda avanti e vede solo le bottiglie rotte di una festa insensata; che si guarda dentro e vede il nulla. E che decide di urlarlo, questo niente che possiede, per far arrivare all’universo intero, almeno, l’orrore esistenzialista di una vita senza presente. Una pietra tombale sull’ultimo decennio in cui i giovani hanno provato a gridare al mondo la propria inquietudine inventando suoni nuovi, ma reali, che la registrassero. Dopo ciò, il diluvio.

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Pubblicazione: maggio 1989 Durata: 72'21 Tracce: 12 Produzione: Robert Smith e David M. Allen


RECENSIONI BONSAI

IL CENTENARIO CHE SALTÒ DALLA FINESTRA E SCOMPARVE di Jonas Jonasson Traduzione di M. Podestà Heir - Bompiani, 2012 - 446 pagine, € 15,00 Un irritante guazzabuglio Romanzo che entra di diritto nella categoria dei libri da dimenticare, narra le picaresche avventure, dalla nascita fino all’estrema vecchiezza, di uno strano tipo di svedese che, insieme ad altri biechi personaggi, troverà anche il tempo di lasciare un’impronta sulla storia del mondo. Poco credibile nel suo continuo appellarsi ai valori dell’amicizia, piatto nella descrizione dei caratteri e meccanico nella messa in scena, l’autore confeziona per il protagonista una sequela squinternata di vicende che forse il solo Paperino, con la sua simpatia e il suo spessore esistenziale, avrebbe saputo nobilitare. Sfortunatamente Jonas Jonasson non è né Walt Disney né Carl Barks. E questo si vede chiaramente dalla prima all’ultima pagina. (MC)

I RECINTI DI DON PIETRAVIVA di Cataldo Russo Tranchida, 2002 - 180 pagine, € 10,50 Un capolavoro senza tempo Un romanzo moderno che è già un classico: sia per il verismo con cui è concepito, sia per la sua storia e per la sua struttura. Una storia che, risalendo alle origini del sopruso, ci mostra la fitta trama senza speranza di complicità, volute e subite, alla quale in Italia, e specialmente al sud, ci si è ingiustamente rassegnati. Un capolavoro che dovrebbe essere presente nella libreria di chiunque e inserito a pieno titolo nei classici del Novecento. (HHC)

L’ELEGANZA DEL RICCIO di Muriel Barbery Traduzione di Emanuele Caillat e Cinzia Poli - e/o, 2012 - 318 pagine, € 12,90 L’indigeribilità dei libri cattivi Pasticcio di cliché intellettualistici in salsa parigino-giapponese, questo romanzo narra dell’inverosimile riscatto di una tristissima portinaia, grazie all’aiuto di un saggio inquilino del Sol Levante e di una tredicenne aspirante suicida. Il finale è di una maestosa banalità. In tempi non sospetti Francesco Guccini aveva cantato, con altri fini: "Come in un libro scritto male/Lui si era ucciso per Natale”. Parole che, a distanza di anni, sembrano stilate apposta per questo romanzo. (MC)

COLPA D’AMORE di James Hadley Chase Traduzione di Gianna Tornabuoni - Mondadori, 2012 - 172 pagine, € 4,90 Un autore inossidabile Un classico noir nell'altrettanto classico stile di James Hadley Chase, ineccepibile maestro del genere in grado di creare trame al fulmicotone in ogni occasione. I personaggi sono convincenti, i colpi di scena si sprecano, le psicologie non sono mai banali e il finale è imprevedibile. Che cosa si può desiderare di più da un romanzo di intrattenimento? (HHC)

L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE di Sigmund Freud Traduzione di Oskar Pfister - Bollati Boringhieri, 1990 - 204 pagine, € 13,00 Una profezia ben scritta ma sbagliata Breve saggio del padre della psicoanalisi, finissimo scrittore, sulla religione, descritta come pulsione consolatoria, escogitata dagli uomini per sfuggire alle durezze della vita e alla certezza della morte. Dio non è che una costruzione illusoria del Super Io collettivo, fonte onnipotente di leggi e norme, cui prostrarsi per sfuggire all’autodistruzione. Secondo l’autore l’illusione religiosa si dissolverà con l’avvento di un’era educatrice, che consentirà all’uomo di dimenticarla. A giudicare dal mondo d’oggi, non è certamente andata a finire così. (MC)

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SOTTO COPERTURA a cura di Otto Penzler Traduzione di Stefano Di Marino - Mondadori, 2012 - 420 pagine, € 7,90 La miglior spia è quella che ci rivela la Storia Una discreta antologia, questa curata da Otto Penzler, con autori di spicco e quattordici racconti che, se nella maggior parte dei casi non spiccano per particolare originalità, sono però ben condotti e ben rifiniti. I momenti più deboli sono rappresentati da "La città del destino" di James Grady, confusionario e difficile da seguire, da "I vicini" di Joseph Finder, prevedibile e telefonatissimo, e da "Accerchiato" di Stella Rimington, banale e privo di interesse. I punti più alti, invece, sono raggiunti da "A est di Suez, a ovest di Charing Cross Road" di John Lawton, da "A letto con il mio assassino", di Andrew Klavan, e soprattutto da "Tecniche di interrogatorio" di David Morrell, tre piccoli capolavori che da soli valgono l'acquisto dell'intera antologia e che ci danno spaccati di realtà credibili, ben costruiti e illuminanti, rendendo inquietante la realtà che ci circonda. (HHC)

IL DOTTOR SEMMELWEIS di Louis-Ferdinand Céline Traduzione di Eva Czerkl - Adelphi, 1991 - 136 pagine, € 11,00 Guarda che cosa si fa per il pezzo di carta! È (o si dice che sia) la tesi di laurea in medicina dell’autore, scrittore maledetto, antisemita e nazistoide. Narra la storia di Philip Semmelweis, scienziato le cui ricerche, respinte dalla medicina ufficiale mentre era in vita, si rivelarono dopo la sua morte decisive per debellare la febbre puerperale, grave infezione che decimava le madri dopo il parto. Ritratto di un genio incompreso, è fortemente squilibrato dall’enfasi di uno scrittore ancora distante dai capolavori della maturità. (MC)

NOI SAREMO TUTTO di Valerio Evangelisti Mondadori, 2010 - 427 pagine, € 10,50 Un passato senza colpi di spugna Trent'anni di sindacalismo americano visti con gli occhi di Eddie Florio, un uomo in vendita, senza né scrupoli né morale. Da Roosevelt a McCarthy, dalle prime istanze sindacali a Martin Luther King. Evangelisti, sintetico e avvincente, si riconferma uno dei migliori narratori italiani viventi. (HHC)

LA FORNACE di William McIlvanney Traduzione di Cristina Cicognini - Tranchida, 2008 - 402 pagine, € 19,50 Noi siamo il libro, il libro è noi Più che una lettura, un'esperienza. Non si esce indenni da questo romanzo di McIlvanney: se ne esce trasformati, con una consapevolezza nuova, più ampia. Perché i meandri dei ricordi di Tom Docherty, il protagonista, riguardano, in un modo o nell'altro, chiunque di noi. E affondano nella nostra coscienza personale e collettiva. Universale. (HHC)

FAVOLE di Fedro Traduzione di Balilla Pinchetti - Oppurtunity Books, 1996 - 318 pagine, € 1,55 Tristi bestiari latini Ispirandosi a Esopo, Fedro narra versificando apologhi di animali parlanti, facilmente riferibili all’esperienza umana. Rispetto alla serenità del classico modello greco, l’autore, schiavo in gioventù, poi liberto di Augusto, e sul finire della vita vittima di Seiano, conferisce alle sue favole una coloritura autobiografia, dolente e piena di amarezza, che dà loro un tono più moderno e, diremo quasi, a noi più vicino. (MC)

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GLI ALTRI REDATTORI E COLLABORATORI

 

 

  Silvia Accorrà. Poeta, narratrice, fotografa. Ha pubblicato tre sillogi di poesia dal 1992, l’ultima nel 2007. Una raccolta di racconti nel 2008. Ha pronta per la pubblicazione una trilogia di romanzi giapponesi. Ha avuto una personale di fotografia nel 2006 e una nel 2010. Lavora principalmente come traduttrice, ma anche come insegnante di lingua e cuoca. Vive a Milano dalla nascita (1969), ma il suo cuore è altrove.

“Scegliendo con metodo una lentezza svagata, passo dopo passo scopriremo l' ineludibile richiamo filosofico e poetico del camminare come arte e stile di vita. [...] Ci educhiamo a desiderare l' imprevisto, ad accettarlo, ad andargli incontro”. (La lentezza come filosofia, Duccio Demetrio) Anna Anzani: Milano, 1963. Laurea in Architettura, Politecnico di Milano; MPhil in Building Engineering, University of Bath (UK); PhD in Geotecnica, Politecnico di Torino; Professore associato presso il dipartimento di Design al Politecnico di Milano, coautore di 90 papers scientifici prevalentemente in inglese. Revisore per le riviste Construction and Building Materials, Materials and Structures, International Journal of Architectural Heritage. Nel 2003 partecipa a un laboratorio teatrale, presso Tranchida frequenta il Laboratorio di Scrittura Creativa e per sei anni Scuola Forrester. Traduce Lungo le strade di Seumas O’Kelly, Tranchida 2009, titolo originale: Waysiders. Stories of Connacht, Talbot Press, Dublin 1917. Nel 2010 frequenta una Scuola di Counseling e collabora nella conduzione di un laboratorio teatrale presso una scuola elementare pubblica. Scopre la felicità nell’arrendersi e lasciarsi sopraffare dai doni straordinari di Ananke. Ama tradurre dall’inglese, sogna di provare a scrivere. Inkroci è il luogo del reciproco "riconoscimento", della condivisione di parti di sé, dell’appartenenza.

 

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Sam (Samantha) Franza (1970), artista milanese, lavora nel campo dell’illustrazione, della grafica, della pubblicità e della fotografia. “Nella fotografia, ama valorizzare situazioni e oggetti, cercando di donare loro una prospettiva e una dimensione emotiva. Nei ritratti cerca di trasmettere l’anima e i lati inconsueti delle persone che fotografa. Il disegno in bianco e nero a china è la forma espressiva più utilizzata, il tratto e lo stile viene associato al fumetto. Spesso utilizza anche l’acquerello, ma anche altri materiali e tecniche. Un lavoro di ricerca e creatività che si può riscontrare anche negli ultimi lavori, creando da materiali di riciclo, tele irregolari e dinamiche” (Daniele Bergamaschi). Ha pubblicato per “Blow Up (Photography magazine, 1993), Tips & Tricks (Supplement to “Amiga Byte” – Cover 1993), “Obscure” (Supplement to “L’Informatore Comunale” di Novate Milanese, 1994), “Happy Fun Club (Bob Geldof’s fanzine magazine), WSFWords Social Forum (Magazine on line). Ha esposto i suoi lavori nella mostra “Donna Italia” (Collective exhibition – March/April 2012 - Vedano Olona – VA - Italy) e nella mostra “Deixando para tràs os limites estabelecidos pela tradição: uma viagem para o desconhecido”Exposição de Arte 2Mondi (Collective exhibition - April 2012Porto Alegre - Brazil). Per Inkroci, oltre ad alcune illustrazioni e foto, è autrice di tutti i ritratti degli autori pubblicati.


GLI ALTRI REDATTORI E COLLABORATORI

 

 

  Gino Udina (Milano, 1970) è uno sceneggiatore di fumetti e cinema. Dal 1993 al 1998 scrive e coordina la serie a fumetti “Demonhunter” (Xenia Edizioni). Nel 1997 realizza per il mercato americano la sceneggiatura del film horror “Hellinger”, sponsorizzato dalla Troma Entertainment. In seguito collabora con Sergio Bonelli Editore per le serie “Martin Mystère” e “Nathan Never”, e con Magnolia Italia come insegnante di scrittura creativa e di fumetto (organizzando anche mostre e incontri con autori). Sempre nell’ambito del fumetto fonda il “Golden Frames Studio” insieme ad un gruppo di disegnatori. Nel 2002, insieme all’artista Fabio Bono, pubblica sul “Messaggero dei Ragazzi di Padova” il fumetto per ragazzi “Tao”, e nel 2012, in Francia, il fumetto cartonato “Tigre Blanc” (Editions Physalis) per i disegni di Salvatore Improda.

Davide Verazzani è nato a Milano nel 1965. Ama il cinema da quando ebbe la fortuna di vedere sul grande schermo "Guerre stellari" e "Lo squalo". Ha collaborato come recensore con Ciemme, L'Informatore, Lanetro.it, mymovies.it, 16noni.it. E' fondatore del sito www.nouvellevague.eu. Scrive sceneggiature di cortometraggi e lungometraggi.

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Il suo motto è: “Fai quello che sai fare e rendilo unico”. Michele Larotonda è nato nel 1977. Della sua infanzia ricorda il momento in cui suo padre gli mise in mano una Rollei 35, ed è stato amore a prima vista. Nel 2004 comincia ad affiancare un importante studio fotografico di Varese, nel frattempo si diploma in fotografia presso la John Kaverdash School di Milano e si avvicina alle tecniche del fotoritocco con Photoshop CS4, CS5 e CS6. Organizza corsi di fotografia e digital imaging rivolti a privati ed aziende. Ha esposto in associazioni culturali e locali e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani quali: Living, Inkroci, La Prealpina, Il Quotidiano, Milanosette, Varese io C’ero… E’ il titolare del Kronych Image Studio di Milano e ha fondato il mensile on line KRONYCH IMAGE MAGAZINE.



Inkroci - Marzo 2013