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Cerindustries SpA

Periodico edito da Cerindustries SpA 4 8 0 1 4 C a s t e l B o l o g n e s e ( R A ) I TA LY via Emilia Ponente, 1000 w w w. c e r d o m u s . c o m w w w. c e r d o m u s . n e t Direttore responsabile Luca Biancini Progetto Carlo Zauli Luca Biancini Grafica e impaginazione Laura Zavalloni – Cambiamenti per Divisione immagine Cerdomus Coordinamento editoriale Alessandro Antonelli Redazione To m m a s o A t t e n d e l l i Giuliano Bettoli Franco De Pisis Angelamaria Golfarelli Italo Graziani Paolo Martini Alba Pirini Manlio Rastoni Va l e n t i n a S a n t a n d r e a Ta t i a n a To m a s e t t a Carlo Zauli Foto Archivio Stefano Berti Archivio Giuliano Bettoli Archivio Carosello Records Archivio Cerdomus Archivio Comune di Montescudo Archivio Francesco Galeotti Archivio Paolo Martini Archivio Pinacoteca Civica di Forlì Archivio Romagna Air Finders Archivio Ufficio Parchi della Provincia di Ravenna Massimiliano Arbia Laura Zavalloni Si ringraziano Agriturismo Rio Monte Roberto Amadio Gilberto Arcangeli A s s o c i a z i o n e R o m a g n a A i r F i n d e r s ( L e o Ve n i e r i , I v a n A l v i s i ) Stefano Berti Comune di Montescudo Massimiliano Costa Giuseppe Felice Francesco Galeotti

Si ringrazia per la preziosa collaborazione Maddalena Becca / Divisione immagine Cerdomus Tr a d u z i o n i Tr a d u c o , L u g o Stampa FA E N Z A I n d u s t r i e G r a f i c h e

© Cerindustries SpA Tu t t i i d i r i t t i r i s e r v a t i

A u t o r i z z a z i o n e d e l Tr i b u n a l e d i R a v e n n a nr. 1173 del 19.12.2001 (con variazione iscritta in data 11/05/2010)

numero 25 febbraio 2011


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entrovati nuovamente tra le pagine di ee. La Romagna che raccontiamo ci offre in questa parte dell’anno le sue suggestioni invernali, come subito appare dal protagonista dell’articolo d’apertura: il lupo. Non è però il lupo sanguinario delle leggende popolari, ma un gradito abitante delle selve che ha ormai stabilito con l’uomo un rapporto di convivenza pacifica. D’altronde i romagnoli sono ospitali per natura, al punto da accogliere come un fratello anche chi viene dagli antipodi, se dimostra di saper amare questa terra. Una terra con cui sono continuamente in contatto, cercando di preservarne le usanze, i frutti, le tipicità e impegnandosi a curarne le “ferite”. Quelle lasciate dai tragici avvenimenti del passato e quelle inferte dalle negligenze del presente. Un tentativo che si lega idealmente all’impegno di tramandarne la bellezza, attraverso l’arte, e di accrescerla promuovendo la cultura del bello. Non vogliamo, però, correre il rischio di apparire manichei dipingendo una realtà idilliaca senza contraltari. Il carattere autoctono, ad esempio, non possiede solo tratti solari. Per rovescio della medaglia, può capitare che un romagnolo accecato dalla rabbia reagisca in maniera plateale, e che talvolta i risultati abnormi dei suoi gesti restino impressi negli annali della storia. Fortunatamente capita con una frequenza infinitamente inferiore a quella con cui in Romagna si celebra il nascere di una nuova amicizia davanti a una tavola ben imbandita.

Welcome to the new issue of ee. Romagna at

La Redazione di ee

ee editorial team

EDITORIALE

this time of year begins to turn wintry, and that’s a feeling that’s nicely captured by the animal on the cover: a wolf. Not the savage wolf of popular legend though, but a welcome forest dweller who now lives in harmony with its former predator, man. But then the people of Romagna are hospitable by nature, to the point that they’ll embrace as one of their own, a man who hails from the other side of the world in recognition of his love for their home territory. And they like to live in direct contact with this territory - preserving its customs, its produce and its characteristics, tending its wounds

- inflicted by the tragic

events of the past or the negligence of the present - and preserving its beauty for coming generations by promoting its appreciation in the here and now. But let’s not paint too idyllic a picture of Romagna. There is another side to the local character, an impetuous streak that can drive a man blinded with rage to exact his revenge in an exploit so spectacularly violent that it has gone down in the annals of history. Fortunately these manifestations of the “dark side” of Romagna are few and far between, and nowhere near as frequent as the uncomplicated pleasures of celebrating a new friendship around a sumptuously-laid table.

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e a r th e lem e nt


valentina santandrea

immagini: archivio ufficio parchi della provincia di ravenna

Bentornato lupo

Il lupo ha diritto a chiamarsi lupo solo quando combatte con un lupo, non quando aggredisce un agnello. Proverbio curdo

la presen z a del canis lupus italicus sulle alture r o m agn o le

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Sarà per l’affine sensibilità gastronomica tra il lupo e il romagnolo DOC, entrambi onnivori con spiccata preferenza per la carne, o per l’esistenza di luoghi ancora poco antropizzati tra i valichi appenninici; certo è che la specie più bistrattata tra i canidi, il vero “Cenerentolo” di fiabe e leggende, ama rifugiarsi sulle colline romagnole, in particolare in quelle sovrastanti la provincia di Forlì.

W elc o m e bac k , w o lf the return of canis lupus italicus to the hills of Romagna Maybe it’s the affinity with Romagnol wine - both have a marked preference for meat - or maybe it’s because there are still some folds of the Apennine valleys where the presence of man is an exception, not a rule; what’s certain is that the most ill-treated of the canine tribe, the Cinderella of the animal world, has carved out a habitat for itself in the hills of Romagna, especially those overlooking Forlì province.

Vista la sua importanza per la conservazione delle biodiversità e dell’equilibrio ecologico, sta finalmente cominciando ad affrancarsi dalle infelici nomee che i detti popolari gli hanno assegnato. Il lupo europeo in passato conviveva equilibratamente con il temibile predatore che è l’uomo grazie alla scarsa densità di popolazione di entrambe le specie. È facilmente intuibile come l’avvento dell’allevamento abbia determinato il conflitto per la sopravvivenza tra i due predatori: i capi allevati dall’uomo costituivano infatti per il lupo prede particolarmente facili per via della loro mansuetudine. Le leggende popolari, che “tradiscono” queste sopraggiunte difficoltà di convivenza, hanno contribuito alla stigmatizzazione secolare del lupo. Tra queste, vi è quella del “Lupo di Sant’Ellero”, nata in seno all’omonima abazia, nei pressi di Galeata. Si narra che l’abate Ellero fabbricasse il monastero servendosi di un docile asinello, il quale fu brutalmente sbranato da un lupo la notte di Natale, mentre il Santo pregava. Quest’ultimo, cogliendo il lupo sul fatto, lo condannò a sostituire l’asino: se avesse cercato di scappare, la sua coda sarebbe divenuta lunghissima rendendo più facile la sua cattura. L’espressione “lungo come la coda del lupo di Sant’Ellero” è tutt’ora utilizzata nel Forlivese e si I

Sensi

dice che ogni anno, a Natale, si possano scorgere le tracce di un lupo nel terreno che circonda l’abazia. In Romagna, tuttavia, l’abitudine dei pastori a muoversi su piccole distanze, utilizzando ricoveri per il bestiame e cani addestrati per difenderlo, resero la convivenza più equilibrata e, pur persistendo il bracconaggio, il lupo non fu sistematicamente cacciato. Ancora dibattuta è l’ipotesi che vedrebbe il lupo permanere nelle foreste casentinesi durante il periodo di “minima popolazione” della specie, quando questa sopravviveva in piccoli branchi solo in Abruzzo e in Calabria. Ciò che è certo, è che proprio qui furono ritrovati i primi capi in seguito al ripopolamento che, negli anni ’70, seguì all’iscrizione del lupo tra le specie protette. Nel parco delle foreste casentinesi al momento vivono tra i quaranta e i cinquanta lupi, organizzati in circa otto gruppi familiari. Si riproducono nelle zone meno antropizzate, sopra gli 800 metri, tuttavia, una quindicina di esemplari frequentano regolarmente anche la provincia di Ravenna, seguendo i cinghiali nella parte alta dei crinali, tra i corsi d’acqua, scendendo fino ai 500 metri di quota. Se doveste trovarvene uno davanti non fatevi prendere dal panico, oggi tra lupo e uomo è pace fatta. di

Romagna

5] Given its importance for the preservation of biodiversity and the balance of nature, the wolf is finally beginning to shake itself free of the stigma which centuries of myth and legend have burdened it with. In the past, the European wolf and that most terrible of predators - man - co-existed in an uneasy equilibrium, thanks mainly to the low population densities of both species. This equilibrium came to an end with the advent of animal husbandry, and it’s easy to see why the conflict arose: livestock was easy prey for the wolf. The popular legends that document this enmity have contributed to the long-standing stigmatization of the wolf. Among these legends is the story of the Wolf of Sant’Ellero, set in the abbey of the same name near Galeata. The legend relates that the abbot, Ellero, built the abbey with the help of a friendly donkey who was savagely torn limb from limb by a wolf on Christmas Eve, as the saint prayed. Catching the wolf in the act, Ellero punished it by making it do the donkey’s work: and if it tried to escape, its tail would grow to an inordinate length, making it easy to catch. This gave rise to the local expression “long as the tail of St Ellero’s wolf”, which is still used in and around Forlì. And it’s also said that every Christmas the paw prints of the wolf can be seen in the land around the abbey. In Romagna, shepherds have traditionally ranged over relatively short distances, overnighting in shelters with dogs posted outside to guard their livestock. This practice made cohabitation between man and wolf less conflictive, and although the odd bit of “poaching” still goes on the wolf was never been systematically persecuted here. It’s still unknown whether the wolf retreated into the Casentino woodlands when its numbers dwindled to a record low, as it was known to survive only in small packs in Abruzzo and Calabria. But what’s certain is that it was here in Romagna that the first signs of revival were detected during the repopulation drive of the 1970s, after the wolf was declared a protected species. At present there are some 30-40 wolves living in the Casentino natural park, organized in 7 or 8 family groups. They reproduce in the remoter reaches of the park, at altitudes over 800 metres, although some fifteen wolves have been spotted in Ravenna province, where they chase wild boars over the crests of the hills at altitudes as low as 500 metres. But don’t panic if you find yourself face to face with a wolf - man and wolf live in peace again. Territorio


Ospitalità d’antan

M o ntescud o e i su o i paraggi

franco de pisis

immagini: archivio comune di montescudo, tatiana tomasetta

massa

Seguendo i tornanti della media Valconca, ai confini della Signoria dei Malatesta con San Marino e il Montefeltro, si nota una trecentesca lombarda, torre quadrangolare innalzarsi sulla cima degli alberi.

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Al mio paese non si contano i giorni della settimana e, non contando i giorni della settimana, si vive felici. Carlo Perasso

È la torre di Montescudo, paese adagiato sul crinale che separa la piana riminese dalle prime alture appenniniche e, dai suoi 400 metri di altitudine, offre una visione panoramica che lambisce la Riviera Romagnola. Passeggiando nel centro si ha quasi l’impressione di trovarsi in un salotto privato e il modo in cui i motescudesi vivono il borgo conferma questa sensazione. Benché disti solo 16 chilometri dalla costa, infatti, i principi di fredda professionalità che imperano in Riviera, tra queste mura lasciano spazio ad un’idea di ospitalità più vicina a valori umani come la cordialità spontanea. Partecipando ad uno degli eventi che animano la vita del borgo, come la Sagra della Patata (che si tiene ogni anno il secondo fine settimana di agosto) è come se si entrasse a far parte della “tribù” di un villaggio. Un “villaggio” che vanta peraltro origini antichissime, quasi certamente etrusche, e durante i principali momenti della storia antica e moderna, a dispetto delle sue dimensioni, non si è tenuto in disparte. Ai tempi dell’imperatore Augusto serviva come stazione militare, all’epoca delle signorie il paese giurò fedeltà a Rimini sottraendosi all’influenza di Urbino, durante la campagna napoleonica si schierò con Bonaparte, che ebbe a dire: “Montescudo è degno della bandiera francese”. Partecipò poi attivamente al Risorgimento, alla campagna garibaldina e ai due conflitti mondiali, venendo semidistrutto durante le azioni belliche del 1944. Fortunatamente il paese conserva ancora molte vestigia del suo passato: i resti delle mura di cinta, l’antica ghiacciaia, l’ottocentesco teatro intitolato ai fratelli Francesco e Giuseppe Rosaspina, maestri incisori montescudesi che nel Settecento fecero conoscere l’arte italiana in tutta Europa, e la Chiesa parrocchiale di Montescudo, che custodisce un crocifisso del 1300 considerato miracoloso. Vale poi la pena di percorrere qualche chilometro per visitare nei dintorni la Chiesa della Pace di Traviri, anticamente una pieve, con il suo Museo della Linea Gotica Orientale, il Santuario di Valliano, a cui è annesso un museo dedicato alla cultura contadina, e il Castello di Albereto, piccolo nucleo di origine medievale circondato dal bosco. Spingendosi fino alla frazione di S. Maria del Piano si potrà poi curiosare nelle botteghe artigianali dove prendono forma piccole opere d’arte in terracotta. Sul fronte del palato, oltre alla patata di Montescudo, varietà prelibata ottima per la preparazione degli gnocchi, la zona è conosciuta per la produzione tipica di olio, formaggio, miele e vino. Dalle migliori uve locali viene poi prodotto il Sangiovese in purezza Monte dello Scudo, che può dimostrarsi anche un eccellente ambasciatore, considerando che per entrare in contatto con la gente del posto il miglior modo è sempre un brindisi.

Old -fas hi oned ho spitalit y Montescudo and around

not far from the road that winds along the middle valconca, where the historical region of the malatesta dynasty borders on san marino and the montefeltro, a rectangular 14th-century tower rises above the treetops. The tower in question belongs to Montescudo, a village nestled on the ridge separating the Rimini plain from the first foothills of the Apennines. At a height of 400 metres above sea level, the tower offers panoramic views which stretch as far as the riviera. Walking through the centre of the village is like suddenly finding ourselves in someone’s living room; and the way the inhabitants of Montescudo live only serves to confirm this feeling. Although it’s only 16 kilometres from the coast, Montescudo has remained entirely untouched by the stiff professionalism that passes for hospitality in the resorts of Rimini. Behind its walls there still reigns a sense of hospitality which prizes human values such as spontaneous warmth. To participate in one of the village’s annual feasts, the Sagra della Patata (held every year on the second weekend of August), is almost to become part of the village “tribe”. The origins of Montescudo are ancient, almost certainly Etruscan. And it has featured strongly in many of the key events of history, both ancient and modern. Under the emperor Augustus it housed a military garrison, in the seigniorial period it turned its back on Urbino by pledging loyalty to Rimini, and during the Napoleonic wars it sided with Bonaparte, who was so impressed as to pronounce: “Montescudo is worthy of the French flag”. It also looms large in the Risorgimento and the campaigns of Garibaldi, as well as both world wars - and was partially destroyed during the bombardments of 1944. Fortunately, the village still retains many vestiges of its past: the remains of its walls, its old icehouse, its 19th-century theatre (named after the brothers Francesco and Giuseppe Rosaspina, the 18th-century master engravers whose work brought Italian art to the attention of all Europe), and the parish church with its 14th-century crucifix, which many believe has miraculous powers. There are sights of interest in the vicinity of the village too. Just a few kilometres away is the former parish church of Pace di Traviri with its museum dedicated to the Eastern Gothic Line, the Santuario di Valliano with its museum of rural culture, and the castle of Albereto, a medieval hamlet surrounded by woods. A little further on is the village of S. Maria del Piano, which is well known for its terracottas. As for eating and drinking, besides the Montescudo potato celebrated in the annual sagra and especially prized for making gnocchi, the village and environs are major producers of olive oil, cheese, honey and wine. The cream of the local grape harvest is used for making Monte dello Scudo, a Sangiovese wine which over the years has proved an excellent ambassador for the village - for the best way to strike up a rapport with the locals is simply to raise a glass with them.

I

Sensi

di

Romagna

Territorio

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manlio rastoni

immagini: archivio romagna air finders

LA MEMORIA STORICA “RELITTI ALATI”

VIVE

ATTRAVERSO

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Romagna Air Finders Dietro il nome Romagna Air Finders si rivela il sodalizio nato da un gruppo di volontari ravennati che hanno deciso di impegnarsi nella ricerca e recupero di velivoli della Seconda Guerra Mondiale, spinti dal desiderio di mantenere viva la memoria di un drammatico momento storico e da umana pietà per i piloti ed equipaggi degli aerei dispersi.

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Se n o Edwa n ricor d rd M orga iamo no n n Fo rste possia mo r

Sono più numerosi di quanto non si potrebbe immaginare, infatti, gli aerei abbattuti che precipitando hanno impattato al suolo con una violenza tale da “inabissarsi” nella terra fino quasi a scomparire. Oggi, dopo più di mezzo secolo, il ritrovamento dei loro resti è una vera e propria sfida, che richiede strumentazione adeguata, fiuto ed esperienza. Ma questa attività trascende il semplice ritrovamento fisico dei reperti, divenendo una minuziosa indagine storica nei meandri dei rapporti ufficiali delle Aeronautiche coinvolte e delle memorie locali.

comp

rend

ere.

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Oltre ai reperti, emergono spesso avvenimenti sconvolgenti che hanno lasciato profonde ferite nelle comunità che abitano le zone su cui vengono portate avanti le ricerche. Dai ricordi e aneddoti raccontati dalle persone intervistate, oltre a indizi preziosi per i ritrovamenti, emergono momenti di terrore appartenenti a un’epoca in cui il valore della vita umana veniva spesso ridotto in freddi numeri, quelli con cui si registravano le perdite di militari e civili. Cronache che giungono quasi sempre dalla voce di chi ai tempi del conflitto era appena bambino, e magari era corso sul luogo dello schianto spinto dalla curiosità e dal desiderio di accaparrarsi qualche pezzo dell’aereo ancora utilizzabile. Capita che il Gruppo RAF porti le sue ricerche su siti in cui è già stato tentato un recupero dai parenti del pilota, come nel caso di Mirandola, in cui i proprietari del terreno su cui era precipitato l’aereo ancora ricordavano che un anno dopo la fine della Grande Guerra, da Monaco di Baviera era giunto sul posto un signore anziano che portava con sé un bambino. Questi aveva ingaggiato gente del luogo per tentare di riesumare la salma del pilota, ma con i mezzi dell’epoca e a causa della pioggia che continuava a cadere, riempiendo lo scavo, si era reso impossibile arrivare alla profondità necessaria. Nelle parole del Presidente dell’Associazione Leo Venieri si esprime a chiare lettere lo spirito umanitario che è la base fondante dell’intero progetto: “Quando un Pilota risulta disperso in azione, non è morto. Per i suoi cari rimane sempre una piccola speranza. Per noi è un ragazzo di 20 anni intrappolato nel terreno da 65 anni. Ritrovare questi poveri ragazzi con i loro velivoli è l’unico modo che ci rimane per donare a lui stesso ed ai suoi cari la pace dell’anima”. Con le loro ricerche, i membri della RAF hanno esplorato in lungo e in largo le province di Ravenna, Ferrara, Bologna, Modena Padova e si sono spinti anche fuori dall’Emilia-Romagna per gli scavi effettuati a Pegognaga (Mantova) e Castelnuovo di Assisi (Perugia). Dal 13 Agosto 1998, giorno della costituzione del Gruppo, con regolare atto notarile, ad oggi sono stati riportati alla luce 20 aerei e le salme di 10 piloti: quattro tedeschi, due inglesi, due italiani, un brasiliano e uno statunitense. I

Sensi

di

Romagna

Storia


Di questi sventurati ragazzi rimasti per oltre mezzo secolo prigionieri delle carlinghe, sono state celebrate le esequie funebri, con gli onori militari e civili. Il risultato più evidente delle fatiche dei RAF si è concretizzato nell’allestimento di una struttura museale pubblica aperta non solo agli appassionati, ma pensata in particolar modo per le nuove generazioni, che visitandola possano meditare sugli orrori della guerra. Lo spazio idoneo è stato fornito dal Comune di Fusignano che ha donato all’Associazione la piccola chiesa sconsacrata che sorge in via Santa Barbara, proprio a fianco dei giardini pubblici in cui è collocato il monumento cittadino dedicato ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale. Nelle sue tre sale, ognuna ampia 100 metri quadri, è esposta una collezione comprendente oggettistica personale, vestiario, uniformi, armi inertizzate, equipaggiamenti, simulacri scala 1:1, documenti e varie curiosità. Gli allestimenti permanenti comprendono i cimeli del Messershmitt Bf.109G-6 (e del suo pilota Hans Joachim Fischer), quelli del Thunderbolt P-47 (e del suo pilota John Richardson Cordeiro e Silva) e quelli degli aviatori fusignanesi. A questi è affiancata una sezione che viene ciclicamente rinnovata per permettere di esporre a rotazione il maggior numero possibile di reperti. Le dimensioni del museo, infatti, non consentono di esporre tutti i pezzi rinvenuti, che puliti, ordinati ed in parte anche rilasciati e certificati dalle autorità militari, vengono stoccati in un deposito dedicato a Conselice. All’interno del museo è anche possibile consultare documentazioni audio e video. Essendo il personale integralmente costituito da volontari, è visitabile solo ogni prima e seconda domenica del mese. Oltre che per il valore storico della collezione esposta, vale la pena visitarlo anche solo per entrare in contatto con il senso di responsabilità nei confronti della collettività che questo progetto esprime, un sentimento che emerge spontaneo dalle parole e dai gesti degli uomini che lo portano avanti. Non stupisce infatti che il Gruppo di Ricerca e Recuperi Storico Umanitari Romagna Air Finders faccia parte del Coordinamento di Protezione Civile della Provincia di Ravenna.

Si costruiscono fortezze, si fabbricano sottomarini, si minano intere regioni, e si fanno test sugli aeroplani per il loro uso in guerra. Tutto questo perché sembri che attaccare il proprio vicino sia una funzione inevitabile e la più importante di una Nazione. Bertha von Suttner

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Ro m agna A ir F inders bringing history back to life

Romagna Air Finders is an association founded by a group of Ravenna-based volunteers dedicated to locating and recovering World War II plane wrecks. Their motives: to keep alive the memory of a dramatic episode in our history, and to give a proper resting place to the pilots and crews who perished. The reason so many of these planes are still missing is that when shot down many - more than we might at first imagine - hit the ground with such a violent impact that they were all but swallowed up by the earth. Today, 60 years on, finding the remains of these aircraft is a difficult task which requires experience, intuition and special equipment. And it’s about much more than in situ localization of plane wrecks - it also involves painstaking examination of the official reports of the air forces of the belligerent nations, as well as simply asking around. And when a wreck is unearthed, it often revives painful memories among the communities resident in the search zone. The memories and anecdotes of the people interviewed during the search can yield not only precious information on crash sites, but also revive the sense of terror many experienced in a period when the value of human life was often measured in mere numbers - those with which military and civilian losses were recorded. These accounts almost invariably come from the mouths of people who, at the time, were children, who ran to the crash site driven by curiosity or the desire to get their hands on some part of the aircraft which could be put to some use. The activities of the Romagna Air Finders occasionally take the association to sites where the families of dead pilots have already attempted to recover their bodies. One such case occurred in the town of Mirandola, where the owners of a field in which a plane had crashed remembered how a year after the end of the Great War an elderly gentleman came from Munich in the company of a young boy. The old man had engaged the services of a few locals in an attempt to exhume the remains of the pilot, but with the machinery available at the time and the rain which fell continually, filling in the hole as fact as they could excavate it, they were unable to get far enough below the surface. The salvage attempt failed. The words of the president of the Associazione Leo Venieri nicely sum up the humanitarian spirit which drives the whole project: “When a pilot goes missing in action, he isn’t dead. For his loved ones there always remains a little bit of hope. For us, it’s about a young man of 20 who’s been trapped in the earth for 65 years. Recovering the remains of these poor lads and their aircraft is the only way remaining to put their souls, and the minds of their loved ones, at rest”. The members of the Romagna Air Finders have conducted extensive investigations in the provinces of Ravenna, Ferrara, Bologna, Modena, and Padua, and have even ranged as far afield as Pegognaga (Mantova) and Castelnuovo di Assisi (Perugia). Since the association was legally constituted on 13 August 1998, it has recovered 20 plane wrecks and the bodies of 10 pilots: four Germans, two Britons, two Italians, one Brazilian and one American. After languishing for over half a century in the twisted wreckage of their fuselages, these pilots were finally given funerals with full military and civilian honours. The endeavours of the RAF have now been given concrete expression in a museum directed not only at enthusiasts but also, and principally, at younger generations, who can meditate on the horrors of war as they visit. The museum is housed in a small deconsecrated church on via Santa Barbara, Fusignano - right beside the public gardens with their civic I

Sensi

di

Romagna

monument to the fallen of the Second World War - which the local council graciously made over to the association. The three rooms of the museum, each with an area of 100 square metres, contain a selection of personal effects, uniforms, weapons (deactivated), equipment, fullscale models, documents and memorabilia. The permanent exhibition comprises the remains of a Messerschmidt Bf.109G-6 (and the personal effects of its pilot, Hans Joachim Fischer), a Thunderbolt P-47 (whose pilot has been identified as John Richardson Cordeiro e Silva) and the belongings of several local airmen. These artefacts are accompanied by a rotating exhibition which is periodically renewed to exhibit as many relics as possible - the size of the museum does not allow all the finds to be put on display simultaneously. Instead they’re cleaned, classified and in some cases cleared and certified by the military authorities before being consigned to storage in a special repository in Conselice. The museum also has audio and video installations. Since the museum is staffed exclusively by volunteers, it is open to the public only on the first and second Sundays of each month. Besides the historic value of its collections, the museum is well worth a visit if only to experience the sense of responsibility towards the community in general that it makes manifest - a feeling that emerges spontaneously as we witness the efforts of the men who turned a project into reality. No surprise, then, that the Romagna Air Finders - full name Gruppo di Ricerca e Recuperi Storico Umanitari Romagna Air Finders - are part of the Civil Protection directorate of Ravenna province. Storia


“Faentino Lontano” un neozelandese? giuliano bettoli

immagini: archivio giuliano bettoli

A rt h ur di vera

G ladst o ne , un ese m pi o integra z i o ne culturale

Per ricevere il titolo di “Faentino Lontano”, che viene annualmente conferito il giorno del Palio del Niballo, festa di San Pietro, un faentino deve essersi distinto per l’amore dimostrato alla sua città, vivere altrove e, naturalmente, essere nato a Faenza.

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L’ so uomo si Jo tto ha nn qual rico Go sia str tt li si l uisc eb e e un Fi mbo a ch d te i c pat ie lo ria .

Eppure, nel 2002, Faenza ha proclamato “Faentino Lontano” un certo Arthur Gladstone, uno straniero che, all’infuori degli anni compresi tra il 1942 e il 1946, è sempre vissuto nella nativa Nuova Zelanda. Cosa ha portato il Comitato ad infrangere questa regola tassativa? Facciamo un bel salto indietro nel tempo, fino alla sera del 19 dicembre 1944. Da tre giorni i tedeschi hanno abbandonato una Faenza semidistrutta. Tutto è desolazione, paura e morte. Alla testa del suo gruppo di mitraglieri neozelandesi, Arthur Gladstone bussa alla porta della Curinàza, una casa da contadino tra Celle e Casale. Gli apre una donna, Lucia, che si trova davanti questo ragazzone in divisa, infangato sino agli occhi, il quale, nonostante il freddo, gocciola di sudore sotto il peso dello zaino. Invece di spaventarsi, gli dice a braccia aperte, in dialetto: “Pure ˜, ve˜n de˜ntar, ch’u n’t’ciàpa una fardasiõ” (Poverino, entra, che non ti debba prendere un raffreddore). Gli offre poi un gran bicchiere di Sangiovese, un catino d’acqua per lavarsi la faccia e, incredibile, un asciugamano bianco di bucato, un “pezzo” che Arthur non vedeva da anni. È fatta! In quella casa Arthur incontra Antonietta Dalmonte, figlia di Lucia. Si innamorano e devono affrontare le più incredibili difficoltà burocratiche. Lui è cattolico e il cancelliere vescovile, novello Don Abbondio, cerca di trovare tutti i cavilli per impedire il matrimonio ai “Promessi Sposi”, ma essi riescono ugualmente a sposarsi a Faenza un anno dopo e si trasferiscono in Nuova Zelanda nel 1946, dove li seguirà anche Lucia.

I Sensi di Romagna

Per le due donne poteva essere un’avventura disgraziata in un paese sconosciuto, ma Arthur è una persona eccezionale, un uomo “vero”. L’uno dopo l’altro vengono al mondo dieci figli: sette maschi e tre femmine. Oggi quella tribù di faentinineozelandesi è cresciuta a dismisura e si è dilatata anche in Australia. Ma da allora Arthur Gladstone è diventato un autentico faentino. Tutti i suoi, figli, nipoti o pronipoti, devono visitare obbligatoriamente Faenza e la Curinàza, casa dove incontrò la sua “Netta”. Arthur è in continuo contatto con gli allievi del locale Istituto Strocchi, a cui invia materiale sulla sua terra, gli studenti per ricambiare portano i fiori sulle tombe dei neozelandesi nel cimitero cittadino alleato. Oltre a ciò ospita nella sua casa a Nelson i faentini di passaggio, è abbonato ai giornali locali della città e capisce il dialetto. Tanto amore per Faenza ha costretto il Comitato a proclamare Arthur Gladstone “Faentino Lontano”. C’erano due dei suoi figli a ricevere diploma e medaglia d’oro quel giorno. In Nuova Zelanda ne hanno parlato molti giornali. Ecco come un neozelandese è diventato faentino.

A N ew Zealander fr om Faenza the story of Arthur Gladstone, or an example of real cultural integration Every year on St Peter’s day, during the Palio del Niballo, the dignity of Faentino Lontano is conferred on a native of Faenza who lives elsewhere but whose love for his home city has never faded. In 2002, however, something strange happened. Faenza proclaimed one Arthur Gladstone, who apart from a brief period between 1942 and 1946 had never left his native New Zealand, as Faentino Lontano of the year. So what possessed the committee to break one of its strictest rules - that candidates must be born in Faenza? To answer this question we have to go back to the evening of 19 December 1944, 3 days after retreating German forces had abandoned a half-destroyed Faenza to its fate. It was a scene of desolation, fear and death. At the head of his platoon a New Zealand soldier named Arthur Gladstone knocked at the door of the Curinàza, a humble farmhouse between Celle and Casale. A woman named Lucia opened the door and found herself face to face with a strapping lad in uniform, up to his eyes in grime and dirt, yet despite the cold dripping with sweat under the weight of his kitbag. Lucia wasn’t afraid. In fact she welcomed the soldier with open arms, exclaiming “Pure ˜, ve ˜n de ˜ntar, ch’u n’t’ciàpa una fardasiõ” (dialect for “you poor thing, come in before you catch a cold”). She brought him a large glass of Sangiovese, a basin of water to wash his face, and a freshly-laundered white towel - something Arthur hadn’t seen for years. And then in walked Antonietta Dalmonte, Lucia’s daughter. Antonietta and Arthur fell in love, but bureaucracy reared its ugly head. Arthur was a Catholic, and the local episcopal chancellor, a second Father Abbondio tried every trick to stop the “Betrothed” from marrying. To no avail - they were wedded in Faenza one year later and in 1946 left for New Zealand, where Lucia joined them later. For the two Italian women it was a journey into the unknown, in a country on the other side of the world. Things could have gone terribly wrong for them - but Arthur was no ordinary man. One after the other he and Antonietta produced ten children: seven boys and three girls. This original tribe of Faenzo-New Zealanders has since multiplied and has even spread to Australia. Yet Arthur Gladstone has never forgotten that it all started in Faenza. Even today, he makes sure all his children, grandchildren and great-grandchildren visit Faenza and the Curinàza, the house where he met his “Netta”. Arthur is in constant contact with Faenza’s Istituto Strocchi and sends it materials on his native country. In return, the students take flowers to the graves of the New Zealand war dead in the city’s Allied cemetery. His house in Nelson is open to any native of Faenza who happens to be passing through, he subscribes to Faenza newspapers, and even understands the dialect. With so much love for Faenza, it was inevitable that Arthur Gladstone be proclaimed a Faentino Lontano. Two of his children were present to receive his certificate and gold medal on the special day. The story even made the news back in New Zealand. And that’s how a New Zealander became an honorary citizen of Faenza. Storia

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Mari o B uda , il r o m agn o l o c h e fece saltare N ew Y o r k paolo martini

immagini: archivio paolo martini, laura zavalloni

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Ottobre 1999, New York. I visitatori della mostra The Italians of New York, osservano compiaciuti i ritratti fotografici di Fiorello La Guardia, Martin Scorsese ed Enrico Caruso: le icone della Little Italy che hanno conquistato un posto nella storia della Grande Mela e, va da sé, statunitense. In mezzo a queste immagini, fissano il ritratto a mezzo busto di un uomo calvo, con baffetti e carnagione scura, il viso dominato da un naso pronunciato.

Un volto sconosciuto. La didascalia, due righe scarse, raggela i visitatori: «Mario Buda, l’uomo che fece saltare New York». Quest’uomo, nato a Savignano sul Rubicone nel 1884, arriva al suo orribile appuntamento con il destino il 16 settembre 1920, poco prima di mezzogiorno. Conduce un carretto trainato da un cavallo, si ferma di fronte allo Stock Exchange, la febbrile Borsa newyorchese e lega le redini a un palo. Le cronache, piuttosto romanzate, affermano che si sistemò il cappello e si avviò tranquillamente verso altre mete. Pochi minuti dopo un’esplosione devastò Wall Street, l’intero quartiere è sconvolto: i vetri in frantumi, gli edifici a fuoco, il palazzo della Morgan Stanley raso al suolo. Il cavallo e il carretto ridotti in cenere. Quando la polvere si dirada, rimangono sulla strada trentatré morti e più di trecento feriti. I danni materiali ammontano a oltre due milioni di dollari dell’epoca. Mario Buda ha appena compiuto il più sanguinoso attentato terroristico della storia americana, triste primato che verrà superato solo con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle. Il New York Times dell’epoca titola: Act of war. Parole che un secolo dopo fanno rabbrividire. Le indagini partono immediatamente, viene fissato un compenso di centomila dollari per chiunque fornisca indizi utili alle indagini, si distribuiscono per il paese oltre tremila fotografie di sospetti sovversivi. In pochi giorni l’FBI arriva al nome dell’attentatore. Si tratta dell’italiano Mario Buda, conosciuto anche come Mike Boda, negli Usa dal 1907. Il movente dell’attentato è presto detto. Buda è un anarchico, membro del gruppo di Luigi Galleani e durante le sue peregrinazioni ha conosciuto e stretto amicizia con Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti. Questi ultimi sono stati incriminati per una sanguinosa rapina pochi giorni prima: l’undici settembre 1920. Scosso dalla sorte degli amici ed esacerbato dalle leggi draconiane degli USA sull’espulsione degli anarchici, decide di farla pagare a una nazione che sente nemica. Appronta così una rudimentale autobomba e cammina verso Wall Street. Non verrà mai catturato, dopo una fuga precipitosa in Messico, rientra in Italia. Morirà nella natia Romagna, nel 1963. Per il resto della vita fece il calzolaio, mestiere imparato, quasi una beffa del destino, negli Stati Uniti, la nazione a cui aveva dichiarato guerra. I

Sensi

di

Romagna

Chi ha il cuore pien di polvere, non vi accosti la fiaccola dell’ira. Proverbio italiano

The Wall Street bombing

The Wall Street bombing the story of Mario Buda, the Romagnol who first brought terrorism to New York New York, October 1999. Visitors to the exhibition The Italians of New York admire the photo portraits of Fiorello La Guardia, Martin Scorsese, Enrico Caruso: those icons of Little Italy who have won themselves a place in the history of the Big Apple and, a fortiori, the whole United States. As their gaze slides from one portrait to the next, the visitors find themselves confronted with the half-bust portrait of a bald man with a moustache and a dark complexion, his face dominated by a large nose. An unknown face in a sea of familiar ones. The caption is just two lines long but it freezes visitors to the spot: “Mario Buda, the man who blew up New York”. Mario Buda was born in Savignano sul Rubicone in 1884, and kept his dreadful date with fate a little before noon on 16 September 1920. Driving a horse and cart, he pulled up outside the New York Stock Exchange and hitched the horse’s reins around a post. According to (doubtless embellished) eyewitness accounts, he then set his hat straight and walked away in no hurry at all. A few minutes later Wall Street was devastated by a huge explosion which shattered windows all over the neighbourhood, set fire to buildings and razed the offices of Morgan Stanley to the ground. Horse and cart were reduced to shreds. When the dust had settled and the smoke had dispersed, there were 33 dead and over 300 injured. Material damages came to over 2 million dollars - a vast amount of money for the time. And Mario Buda had just committed the bloodiest terrorist atrocity in the history of the United States, a dubious record which stood until the attacks on the Twin Towers in 2001. The headline on the following day’s New York Times was Act of War - words which still reverberate today, nearly a century after the facts. An investigation into the outrage began immediately and a reward of 100,000 dollars was offered to anyone coming forward with information as to the identity of the perpetrator. Over 3,000 photographs of suspected subversives were distributed around the country. In just a few days the FBI had their man - or his name at least. This was Mario Buda, an Italian also known as Mike Boda, and a US resident since 1907. The motives were readily at hand: Buda was an anarchist and a follower of Luigi Galleani, and during his peregrinations in the US had become a close friend of Bartolomeo Sacco and Nicola Vanzetti - the men convicted just a few days earlier, on 11 September 1920, on charges of murder committed during a bank robbery. Devastated by the conviction of his friends and embittered by draconian US legislation on the expulsion of anarchists, Buda resolved to exact revenge on a nation he increasingly felt was his enemy. And so he assembled his rudimentary wagon bomb and set off for Wall Street. Buda was never captured: after a hurried escape to Mexico, he returned to Italy where he was to die, back in his native Romagna, in 1963. He spent the rest of his life as a shoemaker - a trade he had learned, ironically enough, in the United States, the nation he had declared war on.

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Storia


tommaso attendelli

immagini: archivio carosello records

Funambolismo per voce sola

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la speri m enta z i o ne v o cale di John De Leo Il talento naturale è un dono, ma saperlo condurre attraverso strade impervie verso una direzione originale è un merito artistico esclusivamente personale. Il risultato di questa tensione entra a far parte del patrimonio comune. Il dono di Massimo De Leonardis, in arte John De Leo, si esprime attraverso le sue corde vocali, la sua voce è stata definita uno strumento polisemantico che, in qualche modo, rappresenta la terza via alla sperimentazione iconoclasta di Demetrio Stratos e al paradigma jazzistico di Bobby McFerrin. Semplicemente, questo quarantenne lughese dai modi posati e riflessivi è in grado di fare con il suo “strumento” qualsiasi cosa voglia. Senza sforzo apparente si arrampica sulle più ardite scale vocali passando da acuti che rasentano le frequenze ultrasoniche a note basse che si direbbero impossibili considerando la cassa armonica non così estesa del suo petto. Era inevitabile che De Leo si avvicinasse all’universo musicale, nel suo caso questo approccio è avvenuto da autodidatta partendo dal semplice contatto con la musica americana degli anni ’40 e ’50 che ascoltavano i suoi genitori, con l’adolescenza iniziano le esperienze nelle prime band. La sua naturale curiosità lo spinge ad esplorare un ampio ventaglio di generi musicali assimilandone i codici, dalla musica classica al rock. Questa fase lo porta peraltro a vincere numerosi concorsi musicali e a incidere i primi brani inediti (oggi rarità estremamente ricercate dai fan). Il nome di De Leo, comincia a salire agli onori delle cronache nel 1995, quando decolla l’avventura dei Quintorigo, ensemble di musicisti tecnicamente e creativamente dotatissimi, dediti a una formula colta del pop, capaci di comporre musica affidando la sezione ritmica ai soli strumenti a fiato e a corda. La band riceve un crescente riscontro da pubblico e critica vincendo alcuni tra i più importanti riconoscimenti musicali italiani, come Arezzo Wave, il Premio Tenco, il Premio della critica a Sanremo 1999 e quello per il miglior arrangiamento in quell’edizione e in quella del 2001. I

Sensi

di

Romagna

Benché De Leo sia l’unico componente limita al campo squisitamente musicale. del gruppo ad essere privo di una Dal dialogo con il teatro di ricerca, le Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce formazione conservatoriale, il suo arti visive e la letteratura, nascono le di chi canta ed il battito timbro vocale diviene il marchio sue “videomusicazioni” di testi letterari. del cuore di chi ascolta. Kahlil Gibran di fabbrica dei Quintorigo e si fa Esempio ne è lo spettacolo Zolfo, conoscere nel mainstream italiano. costruito su testi di Leonardo Sciascia. Nel 2005, però, l’urgenza di seguire un Accompagnato dal violoncello di percorso autonomo e interdisciplinare Paolo Damiani e dalla voce recitante lo porta a lasciare la band per di Stefano Benni, De Leo ha anche dedicarsi a progetti più sperimentali. interpretato il brano Chiudete la cella, Intensifica le sue collaborazioni con scritto dallo stesso Benni e inizialmente alcuni tra i protagonisti della scena pensato per il cantautore genovese musicale nazionale “alta” (Rita Fabrizio De André, di cui De Leo esegue Marcotulli, Teresa De Sio e Metissage, spesso nei suoi live, come brano di Ambrogio Sparagna, Paolo Damiani, chiusura, la cover di Amore che vieni, Banco del Mutuo Soccorso, Stefano amore che vai. Esplorando le molteplici Bollani, Paolo Fresu Quintet, Danilo possibilità dell’espressione vocale, Rea, Furio Di Castri, Roberto Gatto, John si è cimentato anche nell’arte Enrico Rava, Alter Ego, Gianluca Petrella e Gianluigi del doppiaggio, in particolare per filmati d’animazione Trovesi) e parallelamente inizia a lavorare anche con artisti tra cui citiamo La Fiera dei Morti di Stefano Vecchi e internazionali di chiara fama (Louis Andriessen, Lê Nguyên Barbara Dossi, ispirato ad un testo di Aldo Palazzeschi. e Trilok Gurtu). A seconda del progetto, De Leo passa Dall’esterno si ha la netta impressione che il rapporto da dalla semplice interpretazione di brani all’uso della propria lui instaurato con scrittori come Alessandro Bergonzoni. voce come “strumento propriamente musicale”, arrivando Stefano Benni e Carlo Lucarelli non sia catalogabile come ad autocampionarsi e comporre estemporaneamente semplice scambio professionale, e che i risultati delle melodie con i loop che ne derivano. Nelle sue acrobazie joint venture nate tra loro siano più gli effetti “collaterali” vocali utilizza anche amplificatori giocattolo vintage e altri di un fervente salotto culturale che progetti studiati a strumenti improvvisati per ottenere distorsioni calibrate tavolino. Non a caso De Leo ha rifiutato di trasferirsi della propria voce di sorprendente effetto. Ad oggi, l’unico stabilmente in qualche metropoli italiana o europea, che album della sua carriera solistica è Vago svanendo, avrebbe potuto offrirgli una visibilità certamente superiore, uscito nel 2007, che è stato salutato dalla critica come un per usare un eufemismo, preferendo la “protezione” e esordio folgorante. Ma l’attività artistica di De Leo non si l’ispirazione delle brume della sua Bassa Romagna.

Per voce sola the vocal virtuosities of John De Leo Natural talent is a gift, but knowing how to take this talent into new and unexplored territories is a question of artistic merit, and a personal achievement, too - an achievement whose ultimate value lies in our recognition of it. The gift of Massimo De Leonardis - John De Leo to his fans - is in his vocal cords. His voice has been defined as a multifunctional musical instrument that in many ways negotiates a course between the iconoclastic experimentalism of Demetrio Stratos and the jazz-tinged virtuosities of Bobby McFerrin. Put quite simply, this modest and retiring 40-something native of Lugo can get his voice to make absolutely any sound he wants. De Leo’s voice has an impressive range, swooping with no apparent effort from high notes that verge on the ultrasonic to bass notes so deep as to seem improbable in a man of his physical stature. While it was inevitable that De Leo’s gift would lead him to a career in music, he is a self-trained musician whose earliest contact with his future vocation was the American music of the 40s and 50s that his parents listened to at home. As a teenager, De Leo moved from one band to another, his natural curiosity leading him to explore and assimilate all kinds of music, from classical to rock. After a string of talent contest victories, De Leo made his first recordings (now rarities which are much sought after by his fans). De Leo began making a name for himself in 1995 as a member of Quintorigo, an ensemble of extremely talented and creative musicians who played a refined form of pop and composed their own horn and string arrangements. Quintorigo were quick to receive public and critical acclaim, winning some of Italy’s biggest song contests such as Arezzo Wave, the Tenco Prize, the Critic’s Prize at the 1999 Sanremo festival and the best arrangement award at the same festival in 1999 and 2001. Although De Leo was the only member of the group with no formal musical training, his unique vocal timbre became the trademark of the Quintorigo sound and established him as a major name in mainstream Italian pop. Passioni

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Allo stesso modo, alle tournée estenuanti preferisce date dosate, scelte accuratamente, che lo portano ad esibirsi in tutta Italia, in numerosi paesi europei e occasionalmente negli Stati Uniti. La sua generosità, oltre che sul palco si esprime anche nella scelta dei palchi stessi su cui decide di esibirsi. Non è infatti insolito che per supportare un festival, o un evento che promuove una causa di cui condivide il principio, accetti di cantare gratuitamente oppure per cachet fuori scala. Dalla sua idiosincrasia per i “riflettori” emerge poi il profilo di un artista che non si dimostra schivo per soli motivi caratteriali, ma in quanto depositario del senso di responsabilità che discende da una matura dignità artistica. Atteggiamento che si può leggere come il deciso rifiuto di quella “passerella mediatica” sempre pronta ad appiattire con violenza ogni prezioso particolare “asimmetrico” nella frenetica ricerca univoca del formato meglio vendibile. Un personaggio d’altri tempi, dunque, o forse sono questi tempi ad essere “altri” rispetto ai canoni di un’idea condivisibile di arte.

A solo career soon beckoned, however, and in 2005 De Leo left the band to dedicate himself to more experimental projects. Since then he has worked with some of the major names on the Italian music scene (Rita Marcotulli, Teresa De Sio and Metissage, Ambrogio Sparagna, Paolo Damiani, Banco del Mutuo Soccorso, Stefano Bollani, Paolo Fresu Quintet, Danilo Rea, Furio Di Castri, Roberto Gatto, Enrico Rava, Alter Ego, Gianluca Petrella and Gianluigi Trovesi) as well as established international artists like Louis Andriessen, Lê Nguyên and Trilok Gurtu. De Leo can use his voice more or less conventionally, to sing words or to use it as a musical instrument in its own right, using loop tapes of his own voice to assemble improvised tapestries of melody. He also uses vintage mini-amplifiers and other improvised instruments to obtain startling and unusual distortion effects. De Leo’s only solo album to date is Vago svanendo, released in 2007 and acclaimed by the critics as a stunning debut. But De Leo’s artistic talents are not limited to music. He also sets literary texts to musical and video accompaniment, combining elements of experimental theatre, the visual arts and literature. One example is Zolfo, based on texts by Leonardo Sciascia. De Leo has also performed alongside Paolo Damiani on cello and Stefano Benni on voice on Chiudete la cella, originally written (by Benni) for the Genoan singer and songwriter Fabrizio De André, with whose Amore che vieni, amore che vai De Leo frequently closes his live shows. Exploring the multiple possibilities of vocal expression, John De Leo has even recently been lending his voice talents to animated films such as La Fiera dei Morti by Stefano Vecchi and Barbara Dossi, based on a story by Aldo Palazzeschi. Projects with writers such as Alessandro Bergonzoni, Stefano Benni and Carlo Lucarelli could have been no more than joint ventures bringing together two talented professionals for purposes premeditated, but in fact the results attest more to a far more spontaneous and artistic meeting of minds. De Leo has resisted the temptation to move permanently to a major Italian or European city and the greater visibility such a move would give him, preferring instead the inspiration and fogbound “obscurity” of his native Bassa Romagna. Gruelling tour schedules are not for De Leo, either.

In fondo mi chiedo se il vero movimento del mondo non sia proprio il canto. Muriel Barbery

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He prefers a saner itinerary with carefully-selected dates, in an orbit which has taken him all over Italy, Europe and the United States. But in another way he’s extremely generous in the stages he chooses to grace: he’s often been known to perform for free at festivals or events in favour of causes he himself supports. This rather idiosyncratic approach to limelight perfectly defines the profile of an artist whose reserve is more than just a question of personality, but rather the reflection of a man whose sense of responsibility derives from an artistic dignity well beyond his years. De Leo refuses to court celebrity, and maintains his artistic integrity in the face of a media industry that reduces everything to the lowest common denominator in its endless search for the best-selling formula. Almost as if he was out of step with the times - or perhaps it’s the times that are out of step with his vision, and the vision of every true artist.

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Sensi

di

Romagna

Passioni


italo graziani - testo raccolto da alessandro antonelli immagini: laura zavalloni

La seconda vita degli alberi I “ trapianti di cu o re ” vegetali eseguiti da R o bert o A m adi o Gli alberi secolari di un territorio, insieme alla sua lingua, costituiscono un elemento indispensabile per capirlo.

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Sensi

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Romagna

Second Life (for trees) Roberto Amadio puts the plant back in “transplant” Just like its language, the trees which populate a region offer a valuable clue to its identity.

Credo che non vedrò mai una poesia bella come un albero. Joyce Kilmer

Recita un vecchio detto popolare: “fortunati quei popoli dove gli anziani piantano alberi alla cui ombra non siederanno mai”. Lungo qualche migliaio di anni, la cura e l’addomesticamento degli alberi è stato un impegno umano importante che ha conferito prestigio e fama ai nostri avi. Per chi possiede questo senso del futuro e della vita, anche salvare, trapiantandolo, un vecchio albero, è un grande gesto d’amore e di civiltà. Si tratta di “presenze” così imponenti che ispirano amare riflessioni sulla leggerezza con cui spesso si decide di trasformarle in semplice legna da ardere. Roberto, faentino autodidatta in campo botanico, ma di fiera discendenza contadina, ha una personale teoria sulla possibilità delle piante di vivere in eterno. C’è infatti una parte degli alberi, il cosiddetto “libro”, posto tra la corteccia e il primo legno, in cui le cellule della pianta possono continuare perennemente a rinnovarsi. Da più di vent’anni Roberto acquista gigantesche carcasse di ulivi secolari su cui impianta nuove piantine, precedentemente scortecciate e messe a contatto con il “libro” delle piante morte. La nuova vita si sviluppa così sul vecchio legno “resuscitando” l’antica pianta. Nella sua tenuta in via Ramona hanno trovato asilo anche alcuni esemplari di vite secolare trapiantati dal vigneto di una vicina parrocchia, dove per mancanza di cure stavano lentamente spegnendosi. Tra i molti casi di piante salvate, il più stupefacente è però quello risalente a due anni fa, il trapianto di un olmo addirittura bicentenario. Chi possiede anche solo qualche nozione di botanica sa che una simile operazione è paragonabile a un trapianto di cuore umano su una persona anziana. Per rendere possibile l’”intervento”, l’albero è stato capitozzato completamente (è stata tagliata tutta la chioma), il tronco, tranne la ceppaia, è stato poi fasciato con sacchi di iuta tenuti costantemente umidi. L’intera pianta e la terra trattenuta dalle radici, per un peso di circa 100 quintali, è stata poi sollevata da una gru (messa gentilmente a disposizione dall’Associazione Patriarchi della Natura in Italia, grazie all’interessamento del Presidente Sergio Guidi) e trasportata nella sua nuova sede. È quindi iniziata la lunga “degenza” del “paziente”, giornalmente seguito da Roberto come fosse un essere umano. Decidere di allungare una vita può apparire un tentativo di sconfinare nel campo della divinità, ma, mostrando una non comune capacità e dedizione, Roberto è riuscito infine a salvare una pianta di almeno 250 anni. Molte antiche religioni ritenevano sacri gli alberi “patriarchi”. Se le generazioni future potranno essere più consapevoli in questo senso, lo si dovrà anche a uomini come lui, che, trovandosi un “cromosoma preistorico”, dedicano una parte della propria vita alle piante e alla possibilità che questa coscienza futura possa trovare terreno fertile.

As the old proverb has it: “Happy are those peoples whose elders plant trees in whose shade they will never sit”. Over the course of thousands of years, the management and domestication of trees has been a major human activity which has brought prestige and fame to our forebears. For those with a sense of the future and of life itself, saving an old tree by transplanting it is a gesture of love and civilization. So imposing is the presence of some old trees that they inspire rueful reflections on how thoughtless we can be when we chop down a tree just for firewood. Roberto Amadio, a Faenza-born selftaught biologist who is proud of his peasant heritage, has his own theory on the possibility of plants living eternally. There’s a part of every tree, the bast or liber, found between the cortex and the outermost layer of wood, whose cells are capable renewing themselves perennially. For over twenty years, Roberto has bought gigantic carcasses of centuries-old olive trees onto which he grafts new shoots, stripping the bark of the carcass so that the graft shoot is in contact with the liber of the dead plant. In this way the newly-grafted shoot grows from the old wood, “resuscitating” the dead tree. In his estate in via Ramona, Ravenna, Amadio has offered a new home to several ancient vines transplanted from a neighbouring vineyard, where due to neglect they were slowly dying. Of the many trees he has saved, the most amazing case is his transplant of a centuries-old elm tree two years ago. As anyone with even the remotest inkling of biology will appreciate, such an operation is comparable to performing a heart transplant on an extremely old patient. To prepare it for the “operation”, the tree was stripped of all its foliage and its trunk, except for the stump, was swaddled in jute bags which were kept constantly moist. The whole tree - complete with the earth held by its roots, weighing some 10,000 kilograms in all - was then lifted by a crane (kindly placed at Amadio’s disposal by the Associazione Patriarchi della Natura in Italia after the intervention of its president, Sergio Guidi) and transported to its new home. Here began the long confinement of the “patient” as Amadio nursed it back to health. Giving new life to a dying organism may seem dangerously like playing God, but with rare capacity and dedication Amadio has indeed succeeded in saving a tree which was at least 250 years old. Many ancient religions held their “patriarchal” trees to be sacred: if future generations are to be aware of this heritage they will owe their awareness to men like Roberto Amadio, who have dedicated part of their lives to the lives of trees in the hope that this future awareness has fertile ground to grow in. Passioni

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alba pirini

immagini: laura zavalloni

Tenero, dolce, delicato: il caci o raviggi o l o Soft, sweet, delicate: raviggiolo cheese

Il primo documento storico in cui viene citato il formaggio raviggiolo risale al 1515 e riporta l’episodio in cui ne fu donato un canestro a Papa Leone X. Pellegrino Artusi (vedi ee N° 1) lo indica invece nel suo capolavoro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene come ingrediente del ripieno dei cappelletti (vedi ee N° 6).

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The earliest historic reference to raviggiolo cheese dates from 1515, in a document recording the gift of a basket of the cheese to pope Leo X. Pellegrino Artusi (see ee issue 1) later mentions it in his masterpiece La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene as a filling for cappelletti pasta (see ee issue 6).

Dal 1998 questo caratteristico formaggio morbido dal sapore inconfondibile, tipicamente presentato su un letto di rametti di felce, è stato iscritto nell’elenco dei prodotto agroalimentari tradizionali italiani. La sua ricetta ha origine nelle zone appenniniche della Romagna-Toscana, sul fronte romagnolo viene storicamente preparato nell’area dei Comuni di Bagno di Romagna, Portico e San Benedetto, Premilcuore e Santa Sofia. È un formaggio fresco, molle a pasta bianca e senza crosta, ottenuto dalla cagliatura di latte vaccino crudo bovino, più raramente ovi-caprino, di provenienza strettamente locale. La cagliatura viene effettuata subito dopo la mungitura, quando il latte appena munto inizia a raffreddarsi. Dopo circa mezz’ora si forma la cagliata, che non viene rotta, ma prelevata in piccole quantità con un mestolo e fatta scolare avvolgendola in foglie di fico, cavolo o felce (da cui il termine “felciata”, usato come sinonimo di raviggiolo) funzionali alla scolatura del serio e in grado di donare al formaggio aromi particolari. La salatura, non sempre effettuata, avviene in superficie con pochissimo sale. Benché si ottenga dal latte crudo, il raviggiolo non richiede alcuna stagionatura, va consumato al massimo entro cinque giorni dalla caseificazione. Anche per questo motivo viene prodotto in modo esclusivamente artigianale. Date le sue esigenze di conservazione, il periodo di produzione del raviggiolo va da ottobre fino a marzo, facendone un alimento tipico delle stagioni più fredde. Si presenta in forme rotondeggianti di altezza variabile tra i due e i quattro centimetri, con un diametro compreso tra i 15 e i 25 centimetri ed un peso che va dal chilo al chilo e mezzo. Di colore bianco latte, tenerissimo, si rivela al palato con quel gusto dolcemente delicato, quasi burroso, che ne ha fatto una vera prelibatezza, sempre presente attraverso i secoli sulle tavole imbandite dei ceti abbienti come delle famiglie più modeste. La sua popolarità è testimoniata anche dall’antico proverbio, ancora in uso in Romagna, che recita: “chi non è marzolino sarà raviggiolo”, ad indicare la fatalità del destino.

Typically served on a bed of fern leaves, this soft cheese with its unmistakable flavour has been listed as one of Italy’s traditional food products since 1998. Its origins lie in a region of the Apennines which straddles Romagna and Tuscany. Here in Romagna it’s traditionally made in the towns of Bagno di Romagna, Portico e San Benedetto, Premilcuore and Santa Sofia. Raviggiolo is a soft, fresh cheese with white paste and no rind, made from unpasteurized cow’s milk - or on occasion a mixture of ewe’s and goat’s milk - which is always locally produced. Curdling starts shortly after milking, just when the milk is beginning to cool. The curd forms after about half an hour. It’s removed in small ladlesized doses without breaking it up, then wrapped in fig, cabbage or fern leaves (thus the alternative name for raviggiolo, felciata, from felce, fern), a step which not only allows the whey to drain off but also imparts special aroma to the curds. No salt is used in the actual cheesemaking process - if used at all, salt is applied to the surface of the finished cheese in very small doses. Although it’s made with raw milk, raviggiolo does not require ripening and is best enjoyed no more than five days after production - which means it is never mass-produced. Again, since it doesn’t keep for long raviggiolo is only produced from October to late March, making it a typical winter food. It’s made in small rounds in sizes ranging from 2 cm high and 15 in diameter to 4 cm high and 25 cm in diameter. The weight can vary from one to one and a half kilos. This extremely soft white cheese is exceptionally delicate, almost buttery, on the palate, and for centuries has graced the tables of rich and poor alike. It’s popularity is also attested by an old proverb which is still in use in Romagna: “If it isn’t marzolino it must be raviggiolo”, used to indicate the inexorability of fate.

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Un dessert senza formaggio è come una bella a cui manchi un occhio. Anthelme Brillat-Savarin

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Sensi

di

Romagna

Enogastronomia


Affinità di carattere

Nel caso di quest’azienda, quell’uomo è Stefano Berti, persona dotata, per fortuna sua e di quanti si trovano ad assaggiare il suo vino, di un ottimo carattere. La mancanza di una lunga tradizione in campo vitivinicolo alle sue spalle rende poi ancora più diretto il filo che lo lega alla propria produzione. Nel 1963 infatti, quando la generazione precedente acquistò i 12 ettari sulle prime alture forlivesi, ai margini del territorio predappiese, che costituiscono la tenuta Berti, non esisteva neanche un filare di viti. Solo nel 1968 verranno impiantati i primi vitigni di Sangiovese su due ettari (di cui uno è ancora oggi in produzione), che rimarranno gli unici vitati fino al 1985. Negli anni Ottanta Stefano Berti subentra nella direzione dell’azienda di famiglia. In questa fase gli investimenti sono ancora strettamente legati all’indirizzo della Cantina Sociale a cui si conferisce la quasi totalità delle uve e, paradossalmente, riguardano i vitigni di Trebbiano, Chardonnay e Pagadebit che vengono impiantati senza dare particolari risultati. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, però, gradualmente Stefano inizia ad aumentare la quantità di vino che viene vinificato in proprio per essere venduto sfuso in proprio. Sono i primi timidi passi che porteranno l’azienda Berti verso l’indirizzo della viticoltura, spinta anche dalla crisi che investe il settore agricolo tradizionale. Colpito dall’esempio di Michele Satta, un vignaiolo varesotto che, trasferitosi in Toscana, riesce in tempi brevi ad ottenere ottimi vini, Stefano decide di esplorare seriamente il potenziale delle sue vigne. Coadiuvato anche dallo stesso Satta, diventato nel frattempo suo sodale, e dall’enologo Attilio Pagli, progetta per la vendemmia 2000 i suoi primi due rossi DOC: Il Calisto e il Ravaldo II. Da allora, confortato dai crescenti risultati, ha aumentato costantemente la produzione, che si attesta oggi intorno alle 30.000 bottiglie. In un solo decennio il nome Stefano Berti è divenuto una piccola certezza per l’identità e qualità che contraddistinguono i suoi vini. Una costanza che sta ad indicare un altro particolare del suo carattere: oltre che ottimo, non è mutevole.

il vin o sec o nd o S tefan o B erti

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Il vino che nasce in una piccola azienda a conduzione familiare è lo specchio fedele del carattere di chi lo accompagna personalmente dalla vigna alla cantina. carlo zauli

immagini: archivio stefano berti

Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo. Ernest Hemingway

Affinities of character Stefano Berti’s approach to winemaking The wine produced in a small, family-run winery will inevitably be a faithful expression of the character of a man who has personally overseen every step in the production process, from vine to bottle. The man in question, Stefano Berti, is blessed with an excellent character - as anyone who’s tried his wine will tell you. Since he has no family winemaking tradition to fall back on, Berti’s link with his product is all more immediate. In 1963, when his family bought 12 hectares of land near the village of Predappio in the hills above Forlì, not a single row of vines was to be found on the estate. Not until 1968 were the first vines planted here - two hectares of Sangiovese (one of which is still in production) which remained the only vines on the estate until 1985. It was in this decade that Stefano Berti took over management of the family business. At this point, the Berti family’s investments were still closely geared to the requirements of the local cooperative to which almost all of the estate’s grapes were sent - ironically, these grapes were from the Trebbiano, Chardonnay and Pagadebit vines which had now been planted, without any particularly impressive results. As the eighties gave way to the nineties, Stefano Berti gradually began to increase the amountdell’arte, of wine produced the conversione, estate, selling it La scoperta come on ogni in bulk in his own name. These were the first faltering steps on a journey that èwould gradually di orientate the estateanteriore towards thefra exclusive la rottura un rapporto un production of wine - a move that the crisis in the traditional farming sector madeuomo it easier to take. Inspired by the example of Michele Satta, e un mondo. André Malraux a Varese-born wine grower who had moved to Tuscany and managed to obtain excellent wines in a very short time, Stefano decided to put some serious effort into tapping all the potential of his vines. He enlisted the help of none other than Satta - who is now his business partner - and the oenologist Attilio Pagli, and together the three men made plans for the 2000 harvest and the estate’s first two DOC reds: Calisto and Ravaldo II. Results have improved constantly since then and the estate’s production has increased constantly too, currently standing at some 30,000 bottles per year. In a single decade, the wines of Stefano Berti have earned themselves a reputation for character and quality. That’s a record that attests to one more trait of Berti and his wines: not only are they excellent, they have the virtue of constancy, too.

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Calisto_ Sangiovese di Romagna DOC Superiore 2007_ Uve/Grapes 95% Sangiovese, 5% Cabernet Sauvignon Nasce dalla selezione in vigna delle migliori uve Sangiovese presenti in azienda vinificate a parte. Presenta un colore rubino impenetrabile e si rivela al naso ricco di espressività. Una caratteristica nota speziata si sovrappone ai sentori di prugna e ciliegia. L’uva viene vendemmiata a mano nella prima decade di ottobre e messa a fermentare in vasche di acciaio a temperatura controllata senza aggiunta di lieviti selezionati per tre settimane. Affina per 12 mesi in barrique francesi di Allier, nuove e di secondo passaggio, attraversando la fermentazione malolattica senza inoculo di batteri. Temperatura di servizio 18° C. Abbinamento consigliato con arrosti e carni saporite. Made from the estate’s finest Sangiovese grapes, selected straight from the vine and fermented separately. The colour is inky ruby when poured, and on the nose it’s richly expressive with hints of plum and cherry overlaid by a characteristic spicy note. The grapes are hand-picked in the first ten days of October and fermented at controlled temperature for three weeks in inox vats with no addition of cultured yeasts. Aged for 12 months in new and second-fill barriques made in Allier, France, without the addition of acetobacters. Serving temperature: 18° C. Goes well with roasts and strongly-flavoured meats.

Ravaldo_ Sangiovese di Romagna DOC Superiore 2008_ Uve/Grapes 100% Sangiovese

Ottenuto da uve Sangiovese raccolte manualmente a fine settembre da vigneti di età compresa tra i 7 e i 16 anni la cui produzione viene controllata tramite potatura invernale e diradamento manuale in agosto. Il colore è un rosso rubino profondo. Rivela al naso profumi di viola, more, vaniglia e tabacco. Vellutato al palato denota tannini rotondi e ottima progressione gustativa. Fermenta in acciaio a temperatura controllata per 16 giorni senza aggiunta di lieviti selezionati. Affronta la fermentazione malolattica sempre in acciaio senza inoculo di batteri. Temperatura di servizio 18° C. Si abbina felicemente ai sapori autunnali, come funghi e tartufo. Made from Sangiovese grapes hand-picked in late September from vines aged between 7 and 16 years, whose yield is controlled by winter pruning and manual thinning in August. The colour is deep ruby red. On the nose it has aromas of violet, blackberry, vanilla and tobacco. Velvet-smooth on the palate, it has wellrounded tannins and excellent follow-through. Fermented at controlled temperature for 16 days in inox vats, with no addition of cultured yeasts. Malolactic fermentation is also in inox vats, with no addition of acetobacters. Serving temperature: 18° C. Goes well with autumn flavours like mushroom and truffle.

Bartimeo_ Sangiovese di Romagna DOC 2008_ Uve/Grapes 100% Sangiovese Si ottiene da uve Sangiovese di vigneti giovani, dai 4 ai 6 anni, raccolte a mano nella seconda metà di settembre. Si offre alla vista con un bel colore rubino e concede al naso note soffuse di rosa, ciliegia e sentore di cannella. Fresco al palato, sviluppa un tono vivo e leggermente fruttato. Attraversa una fermentazione alcolica in vasche di acciaio inox a temperatura controllata per 10 giorni. Anche la fermentazione malolattica avviene in acciaio dove, dopo un travaso, il vino rimane per un periodo di affinamento di 5 mesi. Temperatura di servizio 17° C. Abbinamento indicato con bolliti e carni bianche. Made from Sangiovese grapes from young vines aged between 4 and 6 years, picked by hand in the second fortnight of September. An attractive ruby-red when poured, on the nose it has suffuse notes of rose and cherry with a hint of cinnamon. Fresh on the palate, developing a lively, slightly fruity tone. Fermented at controlled temperatures for 10 days in inox vats. Next comes racking and malolactic fermentation, also in inox, where the wine is aged for 5 months. Serving temperature: 17° C. Goes well with stews and white meats. I

Sensi

di

Romagna

EnogaA sr tt re onomia


BEYOND SURFACE

AU DELA DE LA SURFACE


Wildt e Paulucci di Calboli

tatiana tomasetta

Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare. Elsa Morante

immagini: archivio pinacoteca civica di forlì

una c o lle z i o ne wildtiana “ f o rlivese ”

“Il suo pensiero mi giunge intanto che lavoro alla testa del Santo e mentre mi reca viva gioia perché venuto da Lei mi dà maggiore ansia per la mia scultura”. Comincia con queste parole il biglietto autografo scritto da Adolf Wildt a Raniero Paulucci di Calboli il 10 dicembre del 1925. Un biglietto in cui l’artista esprime tutta la sua gratitudine allo stimato diplomatico di Forlì, una stima nata dalla passione del colto forlivese per l’opera di Wildt, al quale comprò un corpus di opere notevole, tra le più belle sculture dell’artista milanese. Wildt - uno dei maggiori scultori del Novecento - nasce l’uno marzo del 1868 a Milano ed entra molto giovane nella bottega del maestro Giuseppe Grandi, dove impara a lavorare il marmo. La sua abilità fa sì che sia subito notato e, nel 1894, firma un contratto della durata di 18 anni con il collezionista prussiano Franz Rose, vivendo così una condizione che gli permette di immergersi completamente nel suo lavoro. Con la morte del mecenate, nel 1912, l’artista è obbligato a misurarsi con il mercato dell’arte. Raniero Paulucci entra nella vita di Wildt per la prima volta nel 1919, quando viene commissionato allo scultore il ritratto del figlio Fulcieri Paulucci di Calboli, morto ventiseienne per le ferite di guerra.

I

Sensi

di

Romagna

All’inizio del Novecento è una figura di gran rilievo nel panorama politico italiano, collezionista dal gusto raffinato teso ad occuparsi del bello, che di Wildt - tra i più grandi artisti del secolo scorso, benché ancora oggi sottovalutato – colse l’abilità quasi parossistica a manipolare l’elemento marmo e della cui opera si volle circondare. I preziosi capolavori raccolti in vita dal diplomatico, e donati dopo la sua morte alla città, rendono la Pinacoteca di Forlì, che conserva negli spazi dei Musei Civici ben sette sculture tra le più significative, il luogo più rappresentativo del percorso artistico wildtiano. L’ampio corpus contiene, oltre al ritratto marmoreo del figlio Fulcieri Paulucci de’ Calboli (1919), la testa Santa Lucia (1926), un vero e proprio esercizio di virtuosismo, e il busto San Francesco d’Assisi (1926). Fervente devoto del Santo, Paulucci commissionò l’opera a Wildt e, trovandosi in visita allo studio milanese, comprò altre tre pezzi: Lux (1920), La fontanella santa (1921), La Protezione dei bambini o Pargoli (1918). La Maschera del dolore o Autoritratto fu invece acquistata nel ’31, datata 1908-1909 è considerata “il suo capolavoro” e rappresenta l’espressione della crisi esistenziale che aveva colpito Wildt in quegli anni. Il volto tragicamente scavato da un crescente disagio costituisce uno degli esiti più alti dell’espressionismo wildtiano. Anche in questo caso Wildt seduce il marmo tra effetti di trasparenza lattiginosa e un senso d’inquietudine che l’artista rende attraverso il vuoto delle orbite occipitali e il significato drammatico dell’espressione dei volti, l’estrema levigatezza delle superfici marmoree conferisce ai suoi busti una completezza plastica perfetta.

Adolf Wildt and Paulucci di Calboli the collection of Wildt’s sculptures in Forlì “I think of it while I work on the head of the Saint, and though it brings me great joy because it comes from you it makes me still more anxious about my sculpture.” Thus begins the letter written by Adolf Wildt to Raniero Paulucci di Calboli on 10 December 1925. It’s a letter in which the artist expresses all his gratitude to his friend the Forlì-born diplomat, a friendship born out of Raniero’s passion for the works of Wildt, of which he formed an impressive collection - including some of the Milanese sculptor’s finest works. Wildt was one of Italy’s leading sculptors of the 19th century. Born in Milan on 1 March 1868, while still a boy he entered the studio of master sculptor Giuseppe Grandi, where he learned to work marble. His talent got him noticed, and in 1894 he signed an 18-year contract with the Prussian collector Franz Rose, an arrangement which allowed him to dedicate himself fully to his work. With the death of his patron in 1912, Wildt found himself obliged to return to the marketplace. Raniero Paulucci first came into Wildt’s life in 1919, when the sculptor was commissioned to produce a portrait of the diplomat’s son, Fulcieri Paulucci di Calboli, who had died at the age of 27 as a result of wounds sustained in the war. Raniero Paulucci was a leading player in Italian politics in the early 20th century. He was also a discerning collector of art, and from Wildt - one of the greatest artists of the 19th century and even today sadly under-rated – he gained his passion for marble sculptures, acquiring several of Wildt’s works for himself. The masterpieces collected by the diplomat in his lifetime were donated to the city of Forlì after his death, making the local pinacoteca - with no fewer than seven of Wildt’s most accomplished sculptures in its collections - the best one-stop introduction to Wildt’s work anywhere in the world. In addition to the marble portrait Fulcieri Paulucci de’ Calboli (1919), the collection includes the virtuoso head of Santa Lucia (1926) and a bust, San Francesco d’Assisi (1926). A fervent devotee of St Francis, Paulucci commissioned this work from Wildt, and while on a visit to the sculptor’s studio in Milan bought another three works: Lux (1920), La fontanella santa (1921), and La Protezione dei bambini or Pargoli (1918). The seventh work on display in Forlì is Maschera del dolore or Self-portrait. Although Paulucci bought this sculpture in 1931, it actually dates from 1908-09. Now considered to be Wildt’s all-time masterpiece, it was produced at a time when the artist was going through a profound existential crisis. The hollowed features and tragically sunken face of this Mask of Pain make it the most vividly harrowing example of Wildt’s strain of expressionism. Wildt brings all his virtuosity to bear on this work, teasing the marble into milky transparency and imbuing it with a sense of anguish in the scooped-out eyes with their tortured expression, the marble burnished to a gloss which gives the work its visual and tactile perfection.

Arte

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immagini: archivio francesco galeotti, massimiliano arbia

la pittura di F rancesc o G ale o tti

Una paloma variopinta e sognante... Naif è un termine che tradotto esprime un concetto di essenza ingenua e primitiva. Proprio in questi due aggettivi l’arte naif declina al meglio la sua vocazione.

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Ciò che rappresenta è infatti il tripudio del colore che, descrivendo scene di vita rurale e quotidiana, incontra il fantastico in un matrimonio felice sancito dall’immaginario. Di questa importante corrente artistica Francesco Galeotti rappresenta senza dubbio uno degli esponenti più significativi. Nato a S. Adriano di Marradi il 25 maggio del 1920 da una famiglia di tradizioni contadine, la sua poetica è molto vicina ad una raccolta di versi che coglie con uno sguardo più attenuato e delicato le grandi passioni che muovono la circoscritta realtà rurale che lo circonda. Galeotti infatti dipinge assorto nella grande ammirazione per la poesia, sia essa della natura o della parola, ma anche di quella semplice quotidianità che egli tinge della sua visionaria malinconia. Nascono così tele coinvolgenti e suggestive che attraverso i suoi soggetti cari (le faraone e i girasoli, gli animali dell’aia) coniugano la sua ingenua sensibilità con il bisogno autentico di trovare alla sua urgenza espressiva un immediato riscontro. Tele che non sanno celare l’intrinseca capacità di Galeotti di narrare l’ammirazione per il quotidiano attraverso lo stupore e l’umiltà del suo sentire. Un sentire a volte sgrammaticato ed istintivo, che diviene colto nella sua molteplice sensibilità e nella sua apertura al mondo. Che dialoga intrecciandosi alla sconosciuta cultura latino-americana di cui indubbiamente non avverte le sinergie, ma a cui la sua pittura sincera e sognante si avvicina. In quel proscenio magico che non esclude gli animali dalle creature pensanti, che coltiva il culto dei morti e che attraverso i colori, anche i più sgargianti, sa intingere e trafiggere la sofferenza di quell’ineluttabile destino la cui traccia è segnata in ognuno di noi. Le opere di Francesco Galeotti restituiscono il vissuto di un uomo semplice che la pittura ha consegnato a quell’elevata dimensione culturale che è l’arte. Senza sottrarsi allo sguardo ancora oggi pieno di ammirazione e curiosità con il quale egli osserva ancora la vita e la difende silente con la bellezza ingenua che traspira dalle sue tele.

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Sensi

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Romagna

Sovrano di una corte di frutti e di fiori e di un mondo popolato di visionarie rappresentazioni d’animali e persone che insieme danzano e festeggiano il piacere della pacifica convivenza. In un’allegoria senza tempo, a rendere il colore la magica essenza di un sogno e di un pensiero che in Galeotti toccano l’infinito. Che emoziona senza alcuna misura e che fa di questo uomo, vissuto con disarmante semplicità, una delle più autorevoli ed alte voci della pittura naif. Capace di segnare con la sua opera l’impronta immortale di una cultura, quella contadina, a cui nessuno può pensare di togliere dignità e valore. Perché ciò che essa ha reso possibile è la grandezza dell’umile. La poesia della Terra.

Multicoloured dream doves the paintings of Francesco Galeotti Naïf is a term which conveys a sense of ingenuousness and primitiveness. Two adjectives which perfectly capture the essence of naïf art. Naïf art exults in the use of colour, and its descriptions of rural and everyday life are shot through with fantasy and imagination. One of the most representative exponents of the genre is Francesco Galeotti. Born in S. Adriano di Marradi on 25 May 1920 to a family of humble origins, Galeotti paints rich and lyrical pictures that capture with a remarkably delicate eye the passions that animate the restricted rural milieu in which he lives and works. His work is full of rapt admiration for the poetry of nature, but also for the simple ways of rural life which he overlays with a visionary touch of melancholy. His pictures are charming and beguiling creations whose recurrent subjects (guinea fowls and sunflowers, farmyard animals) combine an ingenuous sensibility with a deep-felt need for immediate expression. Paintings that are unable to conceal Galeotti’s innate capacity for celebrating the everyday with all the humility and amazement his senses bring to him. His perception is unmediated and instinctive, yet extremely cultivated in its myriad sensibilities and openness to the world. And although Galeotti is not as familiar with South American art as many more learned people are, his sincere, dreamlike paintings have much in common with it - a kind of magical realism that makes no distinction between the human and the animal, the living and the dead, with bright, often gaudy colours that are full of the awareness of the ineluctable fate whose traces are marked on every one of us. The works of Francesco Galeotti speak of the experiences of a simple man, but his paintings have reached the eminence of high art. Without ever losing the sense of admiration and curiosity with which he observes life, celebrating it silently with the simple beauty of his paintings. Like a sovereign whose court is made up of fruit and flowers, a world populated by visionary representations of animals and people who dance together in celebration of the pleasures of living together in harmony. A timeless allegory whose colours have the magical essence of dreams, an awareness which in Galeotti’s world touches on the infinite. The effect is endlessly charming, and makes Galeotti, a man who has only ever known a simple life, one of the most authoritative living exponents of naïf painting. His works exude the timeless fascination of the rural milieu culture in all its dignity and value. A milieu which speaks of the grandeur of simplicity - the poetry of planet earth.

Arte

Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi. Pablo Picasso

angelamaria golfarelli

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TERRITORIO

B ent o rnat o lup o _ l a pre se nz a de l c ani s l upus i t al i c us sul l e al t ure ro magn ole W elc om e bac k , wo lf_ t he re t urn o f c ani s l upus i t al i c us t o t he hi l l s o f r om agn a Ospitalit à d ’ antan _ mo nt e sc udo e i suo i paraggi Old -fas hi oned hospitalit y _ mo nt e sc udo and aro und

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STORIA

Rom agna A ir F inders _ l a me mo ri a st o ri c a v i v e at t rav e rso i “ re l i t t i al at i ” Rom agna A ir F inders _ bri ngi ng hi st o ry bac k t o l i fe “Faentino Lontano” un Neozelandese?_ arthur gladstone, un esempio di vera integrazione culturale A New Zealander from Faenza_ the story of arthur gladstone, or an example of real cultural integration Th e Wall Street b ombing _ mari o buda i l ro magno l o c he fe c e sal t are n ew y or k The Wall Street bombing_ the story of mario buda, the romagnol who first brought terrorism to new york

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PASSIONI

F una m b olis mo per voce so la _ l a spe ri me nt az i o ne v o c al e di j o hn de leo P er v o ce s o la _ t he v o c al v i rt uo si t i e s o f j o hn de l e o L a sec o nda vita degli alberi _ i “ t rapi ant i di c uo re ” v e ge t al i e se gui t i da r ober to am adio S ec ond L ife ( f or trees ) _ ro be rt o amadi o put s t he pl ant bac k i n “ t ran s plan t”

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ENOGASTRONOMIA

T ener o, do lce , delicat o: _ i l c ac i o rav i ggi o l o So ft, sweet, delicate: _ rav i ggi o l o c he e se A ffinit à di carattere _ i l v i no se c o ndo st e fano be rt i A ffinities o f c h aracter _ st e fano be rt i ’ s appro ac h t o wi ne maki ng

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ARTE

W ildt e Paulucci di Calb oli _ una c o l l e z i o ne wi l dt i ana “ fo rl i v e se ” A do lf W ildt and Paulucci di C alb oli _ t he c o l l e c t i o n o f wi l dt ’ s sc ulptu r es in for lì U na palom a variopinta e s ognante ... _ l a pi t t ura di franc e sc o gal eotti Multic oloured dream d oves _ t he pai nt i ngs o f franc e sc o gal e o t t i

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Sensi

di

Romagna


Cerindustries SpA

Periodico edito da Cerindustries SpA 4 8 0 1 4 C a s t e l B o l o g n e s e ( R A ) I TA LY via Emilia Ponente, 1000 w w w. c e r d o m u s . c o m w w w. c e r d o m u s . n e t Direttore responsabile Luca Biancini Progetto Carlo Zauli Luca Biancini Grafica e impaginazione Laura Zavalloni – Cambiamenti per Divisione immagine Cerdomus Coordinamento editoriale Alessandro Antonelli Redazione To m m a s o A t t e n d e l l i Giuliano Bettoli Franco De Pisis Angelamaria Golfarelli Italo Graziani Paolo Martini Alba Pirini Manlio Rastoni Va l e n t i n a S a n t a n d r e a Ta t i a n a To m a s e t t a Carlo Zauli Foto Archivio Stefano Berti Archivio Giuliano Bettoli Archivio Carosello Records Archivio Cerdomus Archivio Comune di Montescudo Archivio Francesco Galeotti Archivio Paolo Martini Archivio Pinacoteca Civica di Forlì Archivio Romagna Air Finders Archivio Ufficio Parchi della Provincia di Ravenna Massimiliano Arbia Laura Zavalloni Si ringraziano Agriturismo Rio Monte Roberto Amadio Gilberto Arcangeli A s s o c i a z i o n e R o m a g n a A i r F i n d e r s ( L e o Ve n i e r i , I v a n A l v i s i ) Stefano Berti Comune di Montescudo Massimiliano Costa Giuseppe Felice Francesco Galeotti

Si ringrazia per la preziosa collaborazione Maddalena Becca / Divisione immagine Cerdomus Tr a d u z i o n i Tr a d u c o , L u g o Stampa FA E N Z A I n d u s t r i e G r a f i c h e

© Cerindustries SpA Tu t t i i d i r i t t i r i s e r v a t i

A u t o r i z z a z i o n e d e l Tr i b u n a l e d i R a v e n n a nr. 1173 del 19.12.2001 (con variazione iscritta in data 11/05/2010)

numero 25 febbraio 2011

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numero 25 febbraio 2011 Cerindustries SpA La Redazione di ee 1] EDITORIALE ee editorial team earth element immagini: archivio ufficio parchi...

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