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foglio periodico di piccoli pensieri sull’ a r c h i t e t t u r a e sull’ a r c h i t e t t u r a d e l l e c o s e . a periodical paper of small thoughts concerning a r c h i t e c t u r e and r e l a t e d s u b j e c t s .

ponte su Val polcevera (Riccardo Morandi, 1967), foto di Léa Siémons-Jauffret, 2011

n. 4 05.2011


fondato nel dicembre 2010 e diretto da alberto ficele, guglielmo giagnotti e rossella tricarico. referente contatti esteri per la Francia ed il Belgio etienne de champsavin, per gli Stati Uniti shauni lin. collaborazioni in questo numero di amaury prud’homme, domenico fallacara, etienne de champsavin, filippo, minora, francesco erriquez, frédéric timmermans, lauren rebecca li porter, léa siémons-jauffret, marina barbieri, maruzza masciopinto, mita vostok,xenia valentini. si ringrazia l’ école nationale supérieure d’ architecture de Versailles, la faculté d’architecture de l’UCL (LOCI) de Bruxelles, la facoltà di architettura di Bari per aver accolto la rivista nelle loro biblioteche; si ringraziano, inoltre, gli studenti di architettura di Bari per il sostegno strategico, economico e sentimentale della stampa e della diffusione del foglio. contatti su minimoarch@gmail.com

founded on december 2010 and directed by alberto ficele, guglielmo giagnotti e rossella tricarico. foreign country delegate for France etienne de champsavin, for USA shauni Lin. featuring amaury prud’homme, domenico fallacara, etienne de champsavin, filippo, minora, francesco erriquez, frédéric timmermans, lauren rebecca li porter, léa siémons-jauffret, marina barbieri, maruzza masciopinto, mita vostok,xenia valentini. special thanks to école nationale supérieure d’ architecture de Versailles, faculté d’architecture de l’UCL (LOCI) de Bruxelles and facoltà di architettura di Bari to host our magazine in thier libraries; also thanks to the Bari’s students of architecture for the strategic, the financiang and the sentimental effort made in order to print and to spread out the magazine. contacts minimoarch@gmail.com

editoriale

tutti sanno cosa c’è sotto la gonna di Pei about the plasure of ephemera

a. ficele

student of architecture, politecnico di Bari

C

on la primavera le gonne vengono su. È un fenomeno che si deve a questioni antropologiche/sensuali, ma sopratutto a reazioni legate alla ventilazione della pelle. talvolta, a infrangere queste rationes, c’è il vento. Il vento le tira su senza onta alcuna e spesso trova il consenso di chi colpisce, che a sua volta ne approfitta e ne fa pretesto per vanità inedite. Inedite, ed di lì a poco, prevedibili. Tutti sanno cosa c’è sotto una gonna. Vedere, invece, una mano gentile che tenta di rimediare all’impudenza del vento provoca un certo amore per la discrezione ed il piacere del giusto. Provoca ammirazione. La gonna è un progetto a favore delle gambe per via di un buon rivestimento a coronamento della zona basso pubica e basso lombare (zone fra loro imprescindibili). Ecco come una gonna inguinale non avrebbe ragion d’essere. Molti me ne vorranno. Credo, però, che un’architettura silenziosa ed un po’ effimera sia più eccitante di qualsiasi cour carrée du Louvre a campata ipertrofica e iper-reiterata (le eccezioni e le varianti d’angolo ci sono, ma anch’esse annoiano). Ricordo un piccolo padiglione in legno grezzo (sebbene malrifinito, giustamente malrifinito), un possibile abete nodoso verniciato in bianco, dove tutte le chiodature (e non i nodi o gli ammecci: il valore dell’effimero) conquistavano la mia stima. Era su pianta leggermente ellittica, direi paffuta, e il buon rapporto con l’alzato esprimeva la stessa autorevolezza di un tempietto del Bramante. Un “kiosque à rêves”, dicevano.* Era di aprile, c’era vento, la piramide del Pei ci ammiccava un po’ volgarotta con la gonna all’aria ed un serpente di turisti trovava riparo dal sole sotto le sue intimità riflettenti. Tutti sanno cosa c’é sotto la gonna di Pei, eppure pochi se ne saziano. Che noia. Era lo stesso aprile, lo stesso vento, il padiglione bianco ospitava un tavolaccio anch’esso bianco e anch’esso leggermente elissoidale. Le sedici porte che ne costituivano l’intero corpo di basamento erano quasi tutte al vento e a tratti nascondevano il tavolo, a tratti ne rivelavano i commensali di passaggio. Il desiderio di entrare e goderne l’ombra, il desiderio di immaginare delle cose belle nel bianco. Scopri così che ripararsi dal sole sotto un cappello bianco di paglia è ben più gradevole che sotto un cappello in vetro hi-tech d’ultima generazione. Riecco la storia della gonna che abusa del vento per esibire le solite cose, e quella che gentilmente lo educa infondendo desiderio di curiosità. Un po’ come il paviglioncino elegantemente ammiccante con le sue sedici ciglia al vento.

*rotunda II , alexander brodsky, jardin des tuileries, FIAC 2010, Paris.

le kiosque à rêves, g. giagnotti, 2011


architettura e riproduzione

architettura e sguardo

architettura e pittura

Ctrl+C, Ctrl+V

il collegio

metafisica naturale

a. prud’homme

m.barbieri

d. fallacara

copy and plagiarism in art and architecture student of architecture, école nationale supérieure de Versailles

”T

out ce qui n’est pas copie est plagiat˝, ainsi s’exprimait avec provocation Arnold Schönberg. Selon lui, tout projet artistique se nourrit de multiples références plus ou moins conscientes et plus ou moins explicites afin de créer une œuvre originale et autonome qui pourra à son tour servir de référence. “Everything is a remix˝ comme le dit Kirby Ferguson. Mais aujourd’hui encore, reprendre à son compte telle œuvre pour en créer une autre reste tabou. Pourtant, si l’on en croit Ferguson tout le monde copie! C’est évident: la copie est créatrice. Elle est même à la base de l’acte de créer! L’art, comme l’architecture, ne sont pas des processus spontanés et isolés. Ils n’émanent pas d’un quelconque génie créateur, mais s’inscrivent au contraire dans un continuum, intégrant une œuvre collective inconsciente, le Zeitgeist (« l’esprit du temps »). Et qui se ne l’avoue pas est donc un plagiaire.

D’ailleurs je dois signaler que pour écrire cet article, j’ai copié le cours de B. Carrié. « L’existant, matériau de l’imaginaire », et le court-métrage de K. Ferguson « Everything is a remix »

neuf tours tournantes, collage, a. prud’homme, 2011

architettura e archeologia

Coo

about archeological missions in Kos (Dodecanese)

m. masciopinto

the residence hall student of graphic design, ISIA di Urbino

the atmosphere of architecture in de Chirico’s paintings student of architecture, politecnico di Bari

D

M

architettura e sguardo

Parlo della mostra che si sta tenendo presso Castel del Monte, una mostra su Giorgio de Chirico, 12 dipinti, 4 disegni e 4 sculture. sono ri-disegni e re-interpretazioni dipinti dall’autore negli anni ’60 -’70, sono, più che altro, meditazioni e variazioni sul tema metafisico.

i giorno, dalla finestra della mia stanza, vedo un colle e di fianco al colle la massa del collegio universitario; di notte, vedo due colli gemelli, uno fatto di luci.

detail

about a territory under cover

l. siémons-jauffret

student of architecture, école nationale supérieure de Versailles

L

e large manteau de la Madone1 est habité d’une foule de petites gens. C’est ainsi que, protégés par un simple rapport d’échelle, une poignée d’immeubles d’habitation sont nés tout contre les pieds du pont Morandi, un géant autoroutier qu’on croirait issu directement de la montagne elle-même – la trace d’une couche géologique plus dure, d’une matrice mise à nu par des millions d’années d’érosion. En elle, sous elle, se redéveloppe un autre système, fourmillant, parasite, indifférent; des constructions inclassables de 6 étages avec balcons et corniches, le genre d’architecture de faubourg qui ne se regarde pas, urbaine sans être rien d’autre, égale à ellemême du nord au sud de l’Italie; celle qui n’a pas de nom, pas de visage, mais dont on comprend, avant même d’en croiser les habitants, toute la gravité ordinaire. Habiter a un poids, et c’est là qu’il se manifeste, dans la non-grandeur de ces moules de vie 2 qui n’ont à offrir que leur être-là. C’est seulement en y allant voir de près qu’on remarque le détail: au passage de la jambe du pont3, la corniche saute, laissant la trace d’une drôle de collision, comme si le pont s’était lui-même encastré dans les petits immeubles. Si vous vous approchez encore, vous verrez qu’en réalité la corniche ne s’interrompt pas: elle contourne le pilier, dans un très joli jeu d’angles, avec un retrait délicat de quelques centimètres à peine, comme une caresse, un hommage. Il y a là, dans un seul détail, toute l’essence du comment de Gênes: le moment où la ville, aux prises avec un site difficile, recule élégamment d’un pas et choisit la révérence.

i piace l’architettura di Giorgio De Chirico. Mi piace la pittura di Giorgio De Chirico e mi piace l’architettura dipinta da Giorgio De Chirico.

Ad ogni modo, la visita a questa mostra mi ha dato lo spunto per dare un nuovo sguardo a tutta la stagione pittorica di de Chirico (è assai semplice in fin dei conti, basta digitare de Chirico sulla pagina principale di Google come fa la gente normale). Bene, quello a cui vi troverete davanti è un tripudio di architettura. Sì, di architettura. Per anni (i primi 30-40 anni del 1900 per lo meno) de Chirico si dedica, seppure in maniera discontinua, a dipingere piazze. Dipinge un numero enorme di piazze, le Piazze d’Italia. Sono ampi spazi deserti, assolati, racchiusi fra edifici porticati, edifici candidi, edifici bassi, il portico ombroso a terra ed il primo piano schiacciato con le finestre nere e vuote. Al centro della piazza una statua distesa o un cavallo di bronzo, all’orizzonte il cielo giallo e verde, o una torre, o due camini rossi, spenti. È una composizione di architettura, ed è una composizione di architettura classica. L’architettura classica non è quella fatta di colonne ioniche. È quella fatta di proporzioni. È quella fatta di ritmi, è quella fatta di campate, è quella fatta di vuoti alternati ai pieni, è quella fatta di ombre, è quella fatta da regole naturali. Le regole naturali, per intenderci, sono le più semplici, sono quelle che il cervello di un bambino assume come vere in maniera automatica, inconscia, naturale (scusate la ripetizione necessaria). Le regole naturali sono quelle che il cervello di un bambino assume come belle. Personalmente credo che la bellezza delle architetture delle piazze d’Italia di de Chirico stia in questa loro estrema naturalezza, in questa familiarità, in questa tremenda semplicità, che vuol dire, detto in breve, nella loro classicità. Non so se la classicità sia una cosa vecchia. Da quello che ho visto mi è parsa essere una cosa bella.

1. Madonna della Misericordia, Piero della Francesca, 1462, Museo Civico di Sansepolcro 2. Emile Aillaud, Désordre apparent, ordre caché, Fayard, 1975, p. 131. 3. pont sur le Val polcevera, Riccardo Morandi, 1967 (voir en coverture)

student of architecture, politecnico di Bari

S

ono tornata questa primavera da Kos con un’invidiabile abbronzatura da cantiere e una manciata di pietre raccolte in spiaggia. Pietruzze naturali sbozzate, poco più grandi di un centimetro, buone per decorazioni pavimentali: ho immaginato fossero state duemilaetanti anni fa tessere di mosaico. Bianche, nere, verdi, rosse. Cosa mi porti così lontano dal monitor di un pc fino ad una per me semisconosciuta isola del Dodecaneso è una storia che inizia meno di duemila anni fa, più di ottanta. Pezzettini di pietre degli stessi colori di quelli che tra qualche giorno saranno incastonati in un paio di orecchini, con buona pace per i luoghi comuni sull’eccentrico modo d’abbigliarsi degli pseudoArchiQualcosa, ho avuto modo di vederli in una vastissima collezione di materiale per il reintegro dei mosaici di una residenza romana, subito a Sud dell’Agora dell’antica Kos, poco ad Ovest delle Terme Centrali (georeferenziarsi, prima di tutto). Cataste affascinanti di pietre e marmi predisposti per dei restauri, per lo più incompiuti. Lavori di restauro che risalgono agli anni 30 del Novecento, quando Kos era Coo ed era territorio italiano. Talmente italiano che, dopo il terribile terremoto del 1933, la città omonima venne fornita, tra le altre opere edilizie in un grazioso eclettismo orientaleggiante, di una poco virile Casa del Fascio, tutta trine ed arabeschi. Il terremoto del 33 aveva permesso la riprogettazione dell’intera città, con l’attuazione di quello che potremmo definire uno dei primi piani urbanistici modernamente intesi, con destinazione di zone, individuate dal pianificatore, a futuro studio archeologico, oltre quelle già scavate ed i siti già noti. Grazie a quel Pianificatore lungimirante non si è ancora finito di scavare, rilevare, scoprire. Mi pare arrogante tentare di giustificare un paio di orecchini di pietroline con una storia del genere: tengo i monili, vi lascio la Storia ed il Restauro.

cover di “Piazza d’Italia con torre rossa”, Giorgio deChirico,1934, d.fallacara, 2011.

architettura e urbano

narrative trajectories about morphology of cities

l. r. li porter

student of architecture, Glasgow School of Art

T

Madonna della Misericordia, Piero della Francesca, 1462, Museo Civico di Sansepolcro

he urtext of British utopian thought, Thomas More’s 1516 Utopia, displays the principal tropes of the spatial propositions that characterise insular spaces -a peninsula is physically separated from the main landmass with a broad moat that divorces the now-island from the existing society that it critiques As spatially manifest socio- moral commentary, this device of the Island is particularly apt, a figurative Venn-Diagram in which a buffer of neutral and insurmountable territory (green-belt, ocean, sky) prevents cross-contamination of the singular ideology that characterises much of insular depictions. The language of pathology and accompanying moral analogy that pervades utopian literature and cinematic depictions serves to underline the contrast between the existing cancer of


constructed islands of More’s Utopia, Ebeneezer Howard’s Garden Cities and others. Nevertheless, this trend is reversed in depictions of desert islands such as Lord of the Flies, Battle Royale and Robinson Crusoe amongst others in which marooned characters cut off from the world, find that the insular setting elicits base behaviour and a descent to savagery, the implication being that the true nature of humans is systematically suppressed by the imposed constructs of society. Indeed, such cinematic and literary depictions seem to suggest that the setting by virtue of its very quality of insularity possess an implicit consciousness that holds sway over its occupants, inciting them to activity outside the bounds of social norms. It could be argued that it is to this that such marginalised environments owe their enduring fascination.

architettura e mestieri

il sarto

some pills about a tightrope walker

architettura e geometrie

la courbe the curve

m.vostok

art student, Beaux-Arts de Versailles

U

n jour la ligne se brisa et l’œil aveuglé s’illumina la ligne féconde s’éprit de croisements de retours de frôlements de césures d’ondulations de ressacs en filaments cheveux d’ange en suspension de volutes ininterrompues de spirales essentielles à l’origine imprécise la courbe

x. valentini

et, l’œil ébloui à la brûlure incisée hurla

foreign language high school student, liceo linguistico di Bisceglie

L

a specie umana si dirama in due propaggini differenti: gli uomini che, di un palazzo, guardano solo la struttura visibile, e coloro che ne guardano lo spazio negativo circostante. Dei secondi si conosce molto poco. Passeggiano spesso con una corda nel taschino, hanno un tempo lineare e non usano mai verbi al passato. Mentre Budapest si accartoccia sotto il peso della neve, avvalla i tetti e china le guglie, un uomo fissa il cielo con gli occhi chiusi, misura la distanza interstellare e riempie di buio il vuoto tra una chiesa e una casa. E’ il sarto dell’assenza. Con un cavo d’acciaio e delle scarpe di pelle cuce gli angoli sdruciti di palazzi in rovina, materno accudisce ringhiere scrostate di balconi dai quali non si affaccia più nessuno e cornicioni abbandonati dagli uccelli migratori e da gatti troppo vecchi. Tempera la punta dei suoi occhi per guardare a fondo attraverso l’indifferenza opaca dei passanti, che dal basso lo fissano strabici nelle loro esistenze tubolari, loro grafite lui diamante, cucito alla vita da un legame covalente, re tetraedrico dell’eleganza, guarda l’umanità a i suoi piedi sfaldarsi fragile nel suo abito cristallino e sorride, ad arco. Ragno silenzioso, sutura lo spaziotempo col suo bilanciere, avvicina le coincidenze, rende l’entropia una domanda e stravolge la struttura delle relazioni umane, chiude gli scarti in geoidi irregolari e li nasconde in tasca, per proteggerci. Ogni seconda domenica del mese, il funambolo si concede il suo giorno giù dal cielo, e nella sua soffitta azzurra costruisce Calder per i suoi amori settimanali. Tutte le notti aggiunge una stella alla mappa dei cieli sulle sue pareti, dove non ci sono eroi ma solo cerchi concentrici e sinusoidi, e l’unica donna presente è un triangolo senza voce. Della sua infanzia ricorda solo le mani di sua madre, mentre stendono lenzuola bianche su un filo troppo alto.

architettura e sguardo

un pezzo di legno

thinking about modernity starting from simple stuffs

f. erriquez

student of architecture, politecnico di Bari

I

l vento suonava le fronde dell’immenso salice, custode della soleggiata ed antica facciata. Le cicale intonavano il loro rituale canto estivo in un sol d’agosto che indorava il cielo limpido, immenso. Al mio sguardo si offrì l’occasione di osservare quella rossa facciata: rifatta in bello stile ottocentesco, espressione di un’architettura che faceva dell’eclettismo il suo baluardo, essa era la rappresentazione più vivida del suo tempo. Erano ancora visibili le tracce di un passato in cui il casolare era un piccolo fortino rurale, abbarbicato sulla collina da cui osservava ed osserva tutt’oggi il bel territorio pugliese, boschi, colline rigogliose, ulivi statici e secolari. Scricchiolò la porta d’ingresso, di legno scuro, verniciata da poco. Entrai e subito mi assalì un odore acre di umido e muffa. La grande sala, forse un tempo stalla, ospitava varia mobilia tra cui una sedia. In quella masnada di oggetti il mio sguardo si posò su quel pezzo di legno rozzamente lavorato, ma tuttavia ben riuscito.Un piccolo manufatto dunque di circa duecento anni. Il problema era: perché mi ero soffermato su quel pezzo di legno?... mi si pose innanzi una riflessione. Stanco della corsa alla genialità, alla novità, alla moda, mi arrestavo e rimanevo attonito di fronte alla semplicità e alla funzionalità di quell’oggetto. Ma guardandolo più attentamente mi accorsi che era anche, semplicemente e banalmente bello, nonché funzionale appunto, nelle sue forme composte, squadrate, lavorate con sudore ed arte. E così, stanco della corsa, figlia della moderna vita, sostai sotto il grande albero, mentre il vento ne suonava con maestria le secolari membra.

architettura e oggetto

un non-ponte

story about a non-bridge

f. minora

student of architecture, politecnico di Milano

I

l Pont Transbordeur di Marsiglia costruito nel 1905 collegava le due banchine dell’imboccatura del Porto Vecchio con l’obbiettivo di fluidificare il traffico congestionato di pedoni e carri provenienti dai quartieri a sud della città diretti verso il porto industriale. La sua struttura a ponte strallato, figlia dell’ingegneria dell’acciaio, consentiva a una piattaforma di scorrere avanti e indietro restando sospesa a due metri sul livello dell’acqua mentre trasportava persone e mezzi. Dopo essere stato mutilato dalle truppe naziste nel ‘44 e successivamente fatto abbattere del tutto dalla Ponts et Chaussées nel ‘45, il ponte è divenuto un mega-fantasma della città. Era un mostro, una macchina urbana, un’infrastruttura, una mega struttura, un mezzo di trasporto senza essere ne auto, ne barca, ne treno e neanche aereo, una arco di trionfo, una Tour Eiffel, una promenade che consentiva una percezione in movimento del paesaggio circostante proiettando le persone che uscivano dalle strette vie degli isolati densi del centro storico in uno spazio sospeso, aperto e leggero sull’acqua. Questo ragno, delicatamente appoggiato sulla città, definiva il territorio di Marsiglia e come primo oggetto che appariva all’orizzonte arrivando dal mare, era Marsiglia. Un oggetto che oggi sarebbe imprigionato dal maniaco desiderio di riconversione, preservazione archeo-industriale electro indie anale, di architettura necrofila e coprofaga, espressione di un ansia di toccare e modellare tutto per poter possedere, e, quindi godere. Invece questo è un oggetto libero, libero di essere puramente se stesso e democraticamente di tutti ma intoccabile, fuori da ogni interesse semplicemente perché non esiste più, come una rockstar: morta prematuramente di overdose, sfuggita al lento declino del suo successo e a una vecchiaia che non gli appartiene, divenuta eterna nell’immaginario collettivo.

Pont Transbordeur de Marseille, Ferdinand Arnodin, 1911

architettura e urbano

vers de nouveaux espaces urbains about the urban spaces of Tokyo

f. timmermans

student of architecture, Wetenschap en Kunst, Sint Lucas Architectuur, Gent

L’

architecte Yoshiharu Tsukamoto, nous a pertinemment bien fait remarquer lors de la biennale de Venise, la différence entre les quartiers d’habitations à Tokyo et ceux que l’on retrouve dans nos villes Européennes. La différence, comme il l’explique, vient de l’autorité et des règles urbanistiques qui régentent ces villes.  A Tokyo on observerait

un « cycle vital urbain qui se répète tout les quarts de siècle, les espaces de terrains vides qui entourent les unités d’habitation subissent des transformations qui renouvelle en permanence le tissus urbain » et donc le vide.  On assiste à une sorte de respiration du vide urbain qui s’opère plusieurs fois à l’échelle d’une vie humaine.  En Europe, et par exemple à Bruxelles, les îlots bougent peu; de temps en temps de vieux bâtiments se font remplacer.  Mais le vide public reste presque statique à l’échelle d’une vie humaine. Cependant, derrière les façades immobiles (et parfois à tout prix préservées) du centre bruxellois, les arrières cuisines et ajouts pullulent et se transforment dans les jardins en intérieur d’îlot.  Il n’y a pas de raison de changer le fonctionnement ne nos vieux quartiers, cela reviendrait à changer l’essence même de nos villes.  Là où le phénomène Tokyoïte peu être un outil intéressant à utiliser c’est dans les nouveaux projets de logement à grande échelle.  Les tissus urbains créés de toute pièce sont souvent maladroits, les vides n’y sont pas aussi intéressants que dans les centres ville où les couches de bâti déposées au fil des siècles participent à un vrai dialogue avec le vide public. L’exemple le plus flagrant est celui de Louvain-la-Neuve, ville universitaire construite en urgence au milieu des années 70.  Malgré la volonté de garder la ville à l’échelle humaine,  en la rendant principalement piétonne et en évitant la construction de grands boulevards, celle-ci reste plutôt mal perçue par les étudiants.   La ‘barre’ de logement est encore utilisée dans les nouveaux plans urbanistiques créant les mêmes conséquences que dans les grands projets sociaux modernistes: la barre efficace peut dégager beaucoup d’espace dans lequel il ne se passe au final que peu de choses.   Ainsi dans l’édification de ces nouveaux quartiers, ne serait-il pas intéressant de rompre avec nos vieilles habitudes urbanistiques, cherchant des solutions inspirées à petite échelle des expériences d’habitats expérimentaux et des phénomènes à grande échelle comme celui de la ville de Tokyo ?  Créant ainsi des espaces urbains plus souples, qui auraient la possibilité de respirer et de s’adapter à ses habitants.  Il est toute fois vrai que les défis énergétiques nous imposent une compacité toujours plus exigeante.  C’est justement par ce que cette contrainte s’impose à nous qu’il ne faut pas perdre de vue l’importance de ces exemples.

architettura e urbano

l’ordre caché

about the hidden order in the Cairo urban design

e. de champsavin

student of architecture, école nationale supérieure de Versailles

E

ncore une gorgée de café et quelques bouffées de cigarette bon marché, avant de rejoindre cette rue qui me fascine et m’effraie à la fois. Toujours dans la pénombre, je me dirige lentement en direction de ce monde étrange. Là une porte cochère cadre le décor, le contraste lumineux laisse deviner le passage rapide d’ombres anonymes, elles s’agitent, s’arrêtent un instant, puis repartent aussitôt. Au son de mes pas viennent progressivement s’ajouter l’écho d’un brouhaha de plus en plus intense, ma vue s’estompe, se trouble, aveuglé je résiste encore un instant, avant de fermer les yeux, tout disparait… Une poignée de secondes se sont écoulée et je suis là, au beau milieu des tumultes de l’espace public. Tout y semble aléatoire, désordonné, anarchique: deux-roues et micro-bus bataillent à coups de klaxon pour pouvoir se frayer un chemin parmi la foule; ici, les passants esquivent encore de justesse un cycliste chargé de marchandises; là, les commerces ambulants débordent sur la chaussée; les piétons traversent de toutes parts; camionnettes submergées de bric et de broc… Encore un peu d’espace, on y discute, on y vend, on y vit. Finalement, tout cela se combine, s’organise, se hiérarchise, et se structure naturellement. Nous sommes au Caire, et pourtant, il me semblait avoir déjà vécu semblable aventure. Nous l’avons tous vécu un jour. Si, rappelez-vous de cet espace de friction, chargé de spontanéité, qui oblige à garder son esprit éveillé, toujours en attente; cet espace à échelle humaine, favorisant les échanges en mettant en avant la mobilité douce. Malheureusement, un grand nombre de ces lieux ont étés effacés de nos villes modernes, pour être progressivement transformées en machine à circuler. Alors que les trottoirs, barrières, feux ou autres panneaux de signalisation abondent et font de la rue un lieu toujours plus réglé, certains urbanistes re-questionnent cette politique: la spécialisation des voies laisse place à un unique espace, partagé par tous ses utilisateurs et dénué de toute signalétique superflue, tout en redonnant la priorité aux piétons. Un concept retrouvé dans les années 70 aux Pays-Bas et qui a été relancé en 2004 par un programme européen appelé “Shared space” (espace partagé). Malheureusement, cette initiative, encore marginale, ne semble pas avoir été entendue en France. Mais serait-elle réellement en contradiction avec la politique urbaine actuelle ?

minimo numero quattro  

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