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La tecnologia del ben Essere Il ruolo dei campi morfici e della logica benformata nei processi di cambiamento

Massimo Rossello


La tecnologia del ben Essere ©2011, Massimo Rossello download gratuito: http://goo.gl/knGmk email: counseling.mr@gmail.com

Questa opera è distribuita con licenza CC-BY-NC-ND (Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia). La redistribuzione per fini non commerciali è concessa e gradita. Tu sei libero: di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest'opera Alle seguenti condizioni: Attribuzione — Devi attribuire la paternità dell'opera nei modi indicati dall'autore o da chi ti ha dato l'opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l'opera. Non commerciale — Non puoi usare quest'opera per fini commerciali. Non opere derivate — Non puoi alterare o trasformare quest'opera, ne' usarla per crearne un'altra. Per consultare la licenza nella sua interezza visita il sito: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/ Se il libro ti piace, acquista una copia cartacea ai link: Lulu.com:

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«Oh, Regina di Vita, - dissi - perché è tutto così radioso, felice e sereno attorno a Voi? […] Come potete sorridere gioiosamente […] quando tutto muore e tutto morirà, quando tutto è condannato a morte, persino ciò che ancora non è nato?» L'Imperatrice mi guardò sorridendo, e sotto il suo sorriso sentii che si stava aprendo nel mio animo il fiore di qualche chiara illuminazione, come se qualcosa fosse sul punto di essermi rivelato, e il terrore della morte cominciò ad allontanarsi da me. Piotr D. Ouspensky Commento all'arcano maggiore III, l'Imperatrice


SOMMARIO La tecnologia del ben Essere....................................................9 Prefazione........................................................................11 Ringraziamenti................................................................15 Introduzione....................................................................17 Il ruolo evolutivo della coscienza digitale.................21 Il disagio...................................................................24 L'interazione con i campi morfogenetici...................25 Struttura dell'opera....................................................27 Presupposti teorici..................................................................29 Elementi di psicologia.....................................................30 Sensazione e percezione............................................30 I principi percettivi della Gestalt...............................32 Felt sense (sensazione sentita)...................................33 Livelli di comunicazione e metalinguaggi.................35 Comunicazione analogica e numerica.......................37 Ridondanza...............................................................39 Fenomeni di trance quotidiana..................................42 Elementi di carattere scientifico......................................45 Analogico e digitale, simboli e significati..................45 Teoria dei sistemi complessi......................................47 Teoria dei tipi logici e metalivelli..............................53 Il modello olografico della mente..............................57 Campi morfogenetici e campi informati....................63 5


I limiti del metodo scientifico....................................69 Elementi di PNL e comunicazione...................................75 Le dis-funzioni della mente e il metamodello............76 Buona formazione semantica.....................................78 SottomodalitĂ ............................................................81 M.E.S.I......................................................................84 Incongruenza.............................................................84 Funzioni confuse.......................................................88 Riprospettazione........................................................89 I livelli logici di Dilts................................................92 Elementi di Costellazioni Familiari e Sistemiche............97 Caratteristiche generali..............................................97 Gli ordini dell'amore................................................104 L'irretimento............................................................110 L'amore cieco..........................................................110 Modelli per il cambiamento..................................................113 Caratteristiche delle informazioni analogiche e digitali. 114 L'analogico..............................................................114 Il digitale.................................................................119 Il modello sistemico della conoscenza...........................125 Quantizzazione percettiva.......................................125 Riconoscimento olografico......................................130 Stratificazione della conoscenza..............................137 L'anello percettivo...................................................147 Comparazione con altri modelli esistenti.................153

6


Modello di buona formazione logica.............................156 Buona formazione logica.........................................156 Il disagio..................................................................161 L'emersione del “no” e il suo effetto motivazionale 164 Implicazioni dei modelli................................................167 Simboli, processi, nominalizzazioni........................167 Scelte ed esclusioni.................................................173 I valori.....................................................................175 Combattere contro, combattere per, accogliere........182 Il pensiero positivo..................................................185 L'identità profonda e la presenza consapevole.........189 Personalità e spazio interiore...................................196 Lo spostamento.......................................................199 I fenomeni di trance quotidiana...............................200 Imparare ad apprendere...........................................202 La prospettiva morfogenetica........................................207 L'anello percettivo universale..................................207 I campi morfogenetici e il punto di vista.................213 Evoluzione morfogenetica e superconscio...............218 La motivazione del “sì”...........................................220 Ridondanza e risonanza morfogenetica...................222 L'interazione malformata con il campo..........................227 I comportamenti del “no”........................................227 Incongruenza...........................................................234 Le illusioni della negazione.....................................238

7


Le possibilità di cambiamento.......................................247 Il principe delle risorse: il corpo..............................247 Chiavi di trasformazione.........................................248 Esplorazione alternativa verso ciò che c'è...............255 Meta-posizionamento semantico.............................264 Risonanza morfogenetica........................................273 Applicazioni pratiche............................................................279 Esperienze.....................................................................280 Aperture ed introduzioni..........................................282 Lo stile di conduzione.............................................292 Esempi di costellazioni............................................297 Conclusioni e considerazioni finali.......................................311 Valutazione della ricerca................................................312 Prima ipotesi...........................................................312 Seconda ipotesi........................................................314 Terza ipotesi............................................................317 Altre considerazioni.......................................................321 Sull'utilità dei modelli.............................................321 Riguardo alle persone “mentali”..............................324 Considerazioni sulla prospettiva spirituale..............325 Conclusioni...................................................................331 Soluzione al quesito di pag. 134..............................334

8


LA TECNOLOGIA DEL BEN ESSERE di

Massimo Rossello

9


10


PREFAZIONE A dispetto di ogni tecnica di persuasione, devo dirti che qualsiasi estrazione culturale tu abbia questo libro non sarà una lettura semplice. La buona notizia è che ciò che non la rende semplice è il fatto che il libro è stato scritto integrando più punti di vista, perciò ha ottime probabilità di fornirti informazioni nuove ed utili per la tua crescita personale e – se operi nelle professioni di aiuto – per il tuo lavoro. Una volta compresane la filosofia ed interiorizzati, gli strumenti proposti sono semplici da usare: a patto di saper armonizzare l’apprendimento cognitivo con l’esperienza interiore. È proprio questa la sfida che ti è richiesta: accogliere l’idea che, in un percorso di evoluzione, la mente cognitiva non sia solo un ostacolo, ma anche e soprattutto uno strumento potente da utilizzare opportunamente, parte integrante di te, e quindi impossibile da escludere: cosa che peraltro essa dovrebbe fare riflessivamente. Se non la si esclude, la mente si mette volentieri al servizio nel selezionare le esperienze ove poi lasciare spazio al sentire. Benché la stesura, come lavoro di ricerca, sia il più possibile rigorosa, devi sapere a priori che nulla potrebbe essere stato scritto senza un forte ancoraggio al sentire, nei profondi meandri dell’Essere. Proprio l'intento di includere tutto ed escludere il meno possibile ha consentito questa espressione in 11


forma logica di una sostanza altrimenti inafferrabile o accessibile solo come atto di fede. A dispetto dell’attenzione posta nel cercare di rendere i contenuti il più possibile comprensibili, i motivi per cui la lettura può risultare complessa sono vari. Il primo motivo è che questo libro tenta di illustrare un insieme di modelli che sono in stretta relazione fra di loro, tali per cui non è facile capire a fondo un aspetto senza averne già compreso almeno parzialmente un altro, e viceversa. La discussione contiene dunque delle retroazioni di significato non lineari che hanno reso difficile la sequenzializzazione della stesura, e che molto probabilmente renderanno necessario ritornare più volte sui punti precedenti al fine di ottenere una comprensione soddisfacente. A questo ho cercato di ovviare parzialmente fornendo una prima parte ove è possibile allinearsi almeno con i fondamenti teorici – in varie discipline – su cui si basa il discorso. Gli esperti dei vari campi, siano essi psicologi, scienziati o formatori, potranno certamente saltare alcune parti. Ciò nonostante, molte delle informazioni riportate necessitano di una precedente esperienza per essere comprese. L’aver partecipato esperienzialmente ad uno dei seminari – oggi molto diffusi – di Costellazioni Familiari e Sistemiche, oppure a sessioni di Focusing, è un elemento che facilita estremamente la comprensione generale del discorso. 12


Il secondo motivo è che, data la mia formazione come ingegnere ma anche come counselor, il discorso aggrega sia una dimensione della logica scientifica sia una dimensione del sentire, che storicamente sono state due parrocchie nettamente distinte. Qui si cerca di mettere in relazione dei modelli relativi all’Essere con alcune caratteristiche fondamentali della fisica, e questo fa sì che il linguaggio utilizzato risulti nuovo quasi per tutti. Il modo di rendere scientifica una teoria in psicologia, infatti, è quella di usare modelli statistici di efficacia terapeutica, ma le formulazioni poggiano su concetti come l’”Io”, o la “personalità”, che sebbene ampiamente condivisi ed accettabili sono arbitrari ed astratti, e risultano coerenti fintanto che si rimane entro i confini del paradigma secondo cui sono definiti. Queste categorie saranno sostanzialmente riprospettate a partire da un diverso paradigma, definendone le origini nella fisica e nei meccanismi della teoria dei sistemi, cosa che potrà causare un qualche sconcerto. Viceversa, alcune persone con una forma mentis radicalmente scientifica troveranno arbitrario disquisire a partire da un livello fenomenologico, ovvero su osservazioni che molto dipendono dalla coscienza. Tuttavia, questo è il confine che la scienza tutta, ed in primis la fisica, sta toccando. In terzo luogo, a causa di tutto ciò che ho già espresso, questo non è il classico libro in cui vengono forniti dei consigli o dei 13


principi per rendere più piacevole, funzionale o di successo la propria vita, che seppur utili non forniscono solitamente altra leva motivazionale se non la fede nelle sue varie forme: il ricorso all’esistenza di Dio o dell’intelligenza universale, alla spiritualità delle sensazioni amorevoli o alla persuasione manipolatoria. Il contenuto stesso spiega perché nel viaggio verso il cambiamento, sia esso diretto verso l’astrazione spirituale o il successo materiale, sia importante rimanere saldamente in relazione con la realtà, e quindi con il pragmatismo. Poiché questo è un lavoro di ricerca, il punto di vista è quello tipico

della

divulgazione

scientifica,

in

cui

alcune

considerazioni vengono illustrate ai facilitatori che le potranno adoperare, nelle professioni di aiuto, a beneficio dei clienti. Non troverai dunque qualcuno che ti parla dandoti del “tu”, come se fossi in una sessione terapeutica o di fronte a un maestro, ma potresti invece identificarti nella fredda figura del ‘cliente’. Ciò non toglie che il facilitatore e il cliente possano essere la medesima persona, e che quindi l’opera possa essere letta come strumento per la tua evoluzione personale. In definitiva, consiglio a tutti di avanzare nella lettura con la dovuta calma, digerendo i concetti a poco a poco ove si possano incontrare delle difficoltà, cercando di portare a verifica esperienziale le informazioni ricevute. È un libro da tenere sotto al cuscino. Buona lettura. 14


RINGRAZIAMENTI Un ringraziamento sentito a tutti coloro che mi hanno fatto da maestri ed alla mia famiglia, laboratorio fondamentale per la mia formazione e luogo di conforto nelle difficoltà. Un ringraziamento particolare ad Attilio Piazza, che con il suo lavoro e la sua capacità di presenza consapevole ha ispirato gran parte delle intuizioni qui esposte. Grazie a Daniele Antoniazzi, che oltre ad essere un grande amico ed un ottimo insegnante di Taiji, mi ha aiutato, con la sua revisione approfondita, a rendere il più possibile divulgativa una prima stesura tecnica. Grazie a Dario Urzi per la splendida panoramica, registrata dalla viva voce in formato audio, che mi ha fornito informazioni utili e conferme rispetto a scoperte che spaziano dalla neurofisiologia alla spiritualità. Grazie a Lorenzo Campese e Stefano Casalini per la loro amicizia, la motivazione che riescono ad infondermi, e le splendide

chiacchierate

sui

temi

a

noi

cari

della

comunicazione, della sistemica e dell'evoluzione in genere. Grazie al team di One Consulenza Evolutiva, in cui ho trovato un contesto di collaborazione e di scambio di informazioni illuminato. Grazie inoltre ai partecipanti della mailing list nominata “F7 e 15


oltre�, nata a partire dal nucleo iniziale di compagni nel corso di Costellazioni Familiari e Sistemiche del Centro Studi Piazza nella

particolare

annata

denominata

sequenzialmente

“Formazione 7�, che in una splendida espressione di intelligenza collettiva emergente da un sistema di relazioni umane profonde hanno collaborativamente contribuito a migliorare il testo. Grazie infine a tutti i miei compagni di studi, con cui ho condiviso momenti indimenticabili.

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INTRODUZIONE Un tema centrale nelle professioni di aiuto, che le distingue in particolare da attività di coaching e consulenza che mirano al raggiungimento di obiettivi definiti, è l'apprendimento. Raggiungere

degli

obiettivi

pratici

non

implica

necessariamente apprendimento: spesso si ha solo fatto o acquisito qualcosa in più. Ciò che è invece richiesto implicitamente ad un counselor o ad uno psicologo è di creare le condizioni affinché il cliente possa apprendere nuove modalità di relazione che siano affini alla concezione di benessere del cliente stesso. L'intervento dunque non riguarda l'ottenimento, nel regno dell'avere, di risultati esteriori, ma modificazioni

dei

comportamenti

spontanei1

nel

regno

dell'essere. Se siamo abituati a manipolare facilmente ed efficacemente la realtà esteriore per ottenere dei risultati, altrettanto non si può dire rispetto al cambiamento dei nostri o altrui comportamenti; difatti, come brillantemente dimostrato ormai da parecchio tempo [1], le ingiunzioni sovente enunciate nella speranza di 1

Con il termine 'comportamento spontaneo' si intende la modalità di interazione con l'ambiente che non è ragionata e cosciente, ma ricorrente e attuata dai meccanismi di comportamento subconsci, che comprende ad esempio l'ampia gamma delle gestualità, le modalità di comunicazione e i movimenti istintivi in reazione ai pericoli

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generare

l'apprendimento

di

nuovi

comportamenti,

sinteticamente equivalenti alla frase «Sii spontaneo!», risultano paradossali2. Non è possibile usare per l'essere il medesimo approccio fondato sull'azione che usiamo efficacemente per l'avere: possiamo fare ma non essere spontaneamente in modo arbitrariamente deciso. Occorre perciò trovare la chiave per l'apprendimento nell'incontro fra la volontà, e fors'anche il destino, di cambiare, e le competenze professionali di chi aiuta. In una accezione comune l'apprendimento è una facoltà dell'uomo e, in maniera più limitata, degli animali, di incorporare nozioni, conoscenze o associazioni di tipo causaeffetto utilizzabili in seguito nei propri processi logici. Secondo questa interpretazione la memorizzazione di nozioni, regole e rapporti costituisce la base cognitivista su cui un individuo andrebbe a maturare la propria capacità di adattamento al mondo circostante. In ambito professionale è tuttavia molto chiaramente condivisa una definizione di apprendimento più ampia e congruente con i processi di cambiamento ed evoluzione dell'individuo. Secondo tale

definizione

l'apprendimento

è

una

“modificazione

relativamente permanente del comportamento e/o delle conoscenze e/o delle funzioni cognitive che ha luogo per effetto 2

18

È impossibile infatti obbedire al comando ed essere spontanei, al tempo stesso. Della stessa specie di ingiunzioni fanno parte molte delle 'soluzioni' evolutive che ci possono essere consigliate, ad es. «Amati!» oppure «Pensa positivo!»


dell'esperienza” [2], ove la parte interessante per le professioni di aiuto non è ciò che riguarda nozioni e problem solving ma ciò che riguarda specificamente il comportamento. In questa definizione è importante notare che, affinché abbia luogo un processo di apprendimento, non sarebbe sufficiente riscontrare una modificazione del comportamento che sia solo temporanea, come ad esempio con l'assunzione di sostanze psicotrope o alcoolici; ma ancora più importante è che si riconosce nell'esperienza un tratto significativo e necessario3. Ciò nonostante, questa definizione non accenna al significato da intendere per la parola 'esperienza', di cui si possono trovare diverse interpretazioni.

È

possibile riferirsi alla semplice

esposizione alle sensazioni ed alla loro osservazione, all'accumulo di competenze utili per interagire col mondo, o ad altro ancora. Ad ogni modo, l'esperienza innesca un processo complesso in cui l'enorme mole di dati sensibili analogici 4, disponibili nel continuum della realtà, viene filtrata, percepita (ovvero 'digitalizzata' ed organizzata in oggetti in relazione fra loro, con una attribuzione di significato), e consolidata in 3

4

È interessante notare che l'acquisizione cognitiva di nozioni (con i possibili effetti di apprendimento) si basa anch'essa su esperienze, benché indirette: ad esempio, leggere un manuale induce il lettore ad immaginare la messa in opera delle istruzioni in termini di movimenti del corpo e altre percezioni, e l'apprendimento che ne consegue può essere considerato frutto di tale esperienza indiretta. Si veda il capitolo 'Analogico e digitale, simboli e significati' a pag.45 per una definizione delle caratteristiche analogiche e digitali.

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modelli di conoscenza ('mappe') che fungono da filtro interpretativo per le sensazioni successive 5. Queste mappe costituiscono l'insieme di credenze che da una parte consentono una risposta competente a nuovi stimoli simili in maniera rapida ed efficiente, dall'altra, in quanto filtri della realtà percepibile

che

si

riferiscono

ad

esperienza

passata,

costituiscono un possibile ostacolo all'apprendimento futuro. Per trasformarle, occorre trovare nuovamente la via d'accesso verso la sensibilità analogica nel qui-ed-ora. È questo il motivo per cui l'approccio di facilitazione nelle professioni di aiuto è oggi spesso orientato a tecniche che si attuano con il corpo (ancoraggi, uso del respiro, ...) fino a fondersi talvolta con attività di espressione come la danza, oppure riguardano l'essere presenti in ascolto dei segnali del corpo e dei canali sensoriali. Infatti anche una tecnica diffusa come la PNL6 che, almeno alle sue origini, appariva agire principalmente sul linguaggio, svolge il suo effetto terapeutico non tanto nell'analisi e comprensione cognitiva di relazioni 5

6

20

È importante comprendere che questa descrizione è solo un modello di funzionamento dell'elaborazione della percezione a partire da una visione del sistema nervoso umano come 'scatola nera' che non è possibile aprire ed analizzare senza perderne le funzionalità. I modelli sono validi fino a che sono pragmaticamente utili nell'interpretazione e manipolazione dei fenomeni, ma non pretendono di enunciare alcuna verità fondamentale. «Le ipotesi di lavoro possono essere vere o meno. Il problema non è se siano vere, bensì se siano utili» [3] Programmazione Neuro-Linguistica, tecnica originariamente creata da R. Bandler e J. Grinder


psicologiche nascoste, le quali magari sono pur utili per spiegare a posteriori il processo di cambiamento che è avvenuto, bensì nella possibilità di dirigere l'attenzione a possibilità non ancora esplorate dai nostri canali sensoriali7, ed in definitiva nella possibilità di aprirsi a nuove esperienze percettive che, una volta sperimentate, mantengono una certa persistenza degli effetti.

Il ruolo evolutivo della coscienza digitale L'esperienza analogica diretta attuata con i sensi è dunque una chiave fondamentale per il cambiamento. È ragionevole supporre che la dipendenza della possibilità di apprendimento dall'esperienza sia strettamente correlata con le necessità di adattamento all'ambiente che la specie ha affrontato nell'arco dei millenni. Le prime condizioni a cui è fondamentale adattarsi sono quelle che sostanzialmente minacciano la sopravvivenza, ovvero gli stimoli ambientali avversi. Sarebbe tuttavia un errore pensare che gli effetti trasformativi dell'esperienza

siano

riducibili

al

solo

regno

delle

comunicazioni e percezioni analogiche. È evidente che l'uomo possieda capacità di adattamento ed apprendimento superiori tali per cui comportamenti apparentemente radicati nella specie possano cambiare più volte nell'arco di una sola generazione, 7

Fra cui i 5 sensi, ed in particolare vista, udito e cinestesia (tatto, sensazioni corporee)

21


ed una grande varietà di culture differenti si possano di conseguenza manifestare sul pianeta8. E, se esiste una caratteristica fisiologica evidente che rende particolare l'essere umano a cui si può associare questa capacità, è proprio la presenza di una corteccia cerebrale sviluppata a cui la scienza ha attribuito le capacità cognitive. L'esperienza è un atto di partecipazione che, nell'uomo, si attua anche

nel

regno

dell'introspezione,

immaginario, ove

le

astratto

sensazioni

e da

'non

reale'

percepire

analogicamente sono associate principalmente9 a memorie e ricordi. È quindi lecito supporre che, sebbene il cambiamento dei processi inconsci sia influenzato fenomenologicamente dall'esposizione a stimoli percettivi di tipo analogico, tuttavia la 'mente digitale', cognitiva, umana abbia un ruolo non trascurabile nella possibilità di indirizzare l'attenzione, che è la capacità di filtro della percezione cosciente. Perciò, essa è in grado di generare ulteriori possibilità di apprendimento per mezzo dell'orientamento a esperienze ottenute in condizioni ambientali (perfino interiori, di auto-osservazione, come nella meditazione) deliberatamente e strategicamente scelte. Ad esempio, facendo di nuovo riferimento alla PNL, l'esplorazione 8

9

22

Ciò non facilita affatto l'ottenimento di un cambiamento quando un individuo desidera esplicitamente ottenerlo, tuttavia, da cui deriva la necessità di ricorrere alle professioni di aiuto Nel seguito sarà più chiaro perché non viene usata qui la parola esclusivamente


delle strutture linguistiche profonde – ove tutto è specificato – a partire dalle strutture superficiali – ove compaiono generalizzazioni, omissioni e/o distorsioni che rendono ambigua la natura profonda del significato – è un modo strategico per orientare l'attenzione verso nuove ed opportune possibilità esperienziali. Pertanto, riconosco senz'altro che l'attività cognitiva sia strategicamente affiliata al passato, al fine di poter realizzare aspettative o prevenire problemi nel futuro – cosa che sovente distrae l'attenzione dall'essere nel presente ma che d'altra parte molto ha aiutato la sopravvivenza della specie –, e concordo con l'idea che una chiave fondamentale del cambiamento e del benessere sia la presenza consapevole a ciò che è nel qui ed ora; tuttavia, date le osservazioni fin qui espresse, la prima ipotesi di questa ricerca è che per ottenere un ampliamento delle possibilità, e raggiungere come atto autonomo – anche quando guidato – quel momento di presa di consapevolezza dove emerge il tipico 'a-ah!', sia opportuno non solo maturare capacità di ascolto ed osservazione, ma anche utilizzare una visione realmente olistica che non escluda l'utilizzo opportuno della logica come componente strategico fondamentale per la scelta degli ambiti percettivi verso cui orientarsi nel qui-edora.

23


Il disagio Facendo un passo indietro emerge la domanda: cosa ci spinge a cercare un cambiamento? È mia opinione che a un certo livello il cambiamento accada inevitabilmente all'interno delle possibilità di un 'flusso' e che, semmai, ciò che chiamiamo 'cambiamento' è spesso solo l'allineamento della rappresentazione interna a ciò che è accaduto comunque, nonostante noi stessi. In ogni caso, quale che sia l'interpretazione, ciò che spinge una persona alla ricerca di un aiuto è la percezione di un disagio. Probabilmente, anche la sensazione di disagio esistenziale è precipua degli esseri umani e riconducibile alle facoltà avanzate di ragionamento logico e astrazione dalla realtà. La seconda ipotesi che facciamo qui è che tale disagio10, che è tanto più ampio quanto maggiore è la distanza fra ciò che è e ciò che pensiamo che sia o che debba essere, dipenda fortemente da un utilizzo particolare delle capacità di adoperare la logica, soprattutto con operatori di negazione o di alternativa (o...o) incompatibili con la natura analogica della realtà che possiamo esperire, e con ragionamenti deduttivi che delimitano determinate 'verità' per separarle da qualcosa d'altro. Viceversa, un uso della coscienza digitale in termini di 10 Si noti che non stiamo discutendo di casi patologici, né tanto meno di casi con menomazioni (neuro-)fisiologiche

24


integrazione, affermazione ed inclusione (e...e), e dei ragionamenti induttivi, può essere il fattore fondamentale di un cambiamento di 'livello superiore' che ci distingue dagli animali i quali, pur vivendo in continuo stato di attenzione alla realtà analogica, rimangono tuttavia sostanzialmente affiliati ai modelli di comportamento ed evoluzione acquisiti nel primo periodo della vita (imprinting) e, comunque, sempre entro limiti non troppo ampi definiti dall'appartenenza ad una specie. Va da sé che, da un punto di vista privo di giudizio, l'esistenza di una possibilità di 'errore' nell'uso della logica negata diventa d'altra parte una leva motivazionale, il disagio, per l'evoluzione verso il nuovo.

L'interazione con i campi morfogenetici In ultima istanza, nel momento in cui l'attenzione è finalmente diretta a qualcosa di inesplorato, si osserva che l'apprendimento non è necessariamente un processo di lunga durata che si modella per prove ed errori ma può essere invece, dato uno stimolo esperienziale particolarmente efficace, relativamente breve e può portare con sé effetti ben più grandi di quelli apprendibili con tale singola 'prova'. Si osserva inoltre, e ciò sarà trattato specificatamente nel corpo dell'opera, che la 'spontaneità' dei nuovi comportamenti accede a nuove possibilità creative che eccedono ciò che è possibile ipotizzare come apprendibile semplicemente per prove ed 25


errori dal singolo individuo. È come se (terza ipotesi), accogliendo una nuova dimensione dell'essere, l'individuo potesse accedere non soltanto a ciò di cui ha fatto esperienza diretta, ma bensì a una serie di competenze inconsce ed intuitive molto più ampie. Già C. G. Jung osservò un fenomeno simile attribuendolo all'inconscio collettivo. Si potrebbe descriverlo come una connessione a informazioni esterne all'individuo stesso, come se l'esperienza e l'apprendimento riguardassero precisamente l'accostamento a un campo che, una volta risonante, costituisce una fonte implicita di informazioni accessibili. Rupert Sheldrake [4] fu il primo ad ipotizzare formalmente la dipendenza dei comportamenti delle specie a campi di informazione da lui denominati campi morfogenetici11, mentre dalla fisica subatomica giungono segnali di convergenza verso i medesimi concetti con il tema dei campi informati, di cui Ervin Làszlò [5] è uno fra i più noti divulgatori. Non mi preme formulare una dimostrazione scientifica di questo

fenomeno,

se

non

evidenziare

esperienze

fenomenologiche disponibili soprattutto con il metodo delle Costellazioni Sistemiche. L'intento, in questa sede, è quello di formulare una interpretazione dei campi morfogenetici ed 11 I campi morfogenetici sono, secondo Sheldrake, un sottoinsieme dei campi morfici che influenzano e sono influenzati specificatamente dalle specie viventi, in verità non solo per quanto riguarda il comportamento ma anche la struttura biologica

26


inserirla in un modello di interpretazione più ampio che includa anche l'apprendimento e, di conseguenza, la possibilità di modificare l'affiliazione e la risonanza con un campo a beneficio di un altro. Tale modello può poi in definitiva essere di aiuto nella pratica di facilitazione al cambiamento.

Struttura dell'opera Lo svolgimento è suddiviso in 4 parti. Nella prima parte saranno introdotti i presupposti teorici, ovvero concetti e conoscenze disponibili in letteratura utili per comprendere la discussione che segue. In questo contesto stiamo assistendo ad una convergenza fra gli ambiti psicologico-umanistici e gli aspetti delle scienze finora considerate 'esatte' che, di recente, si trovano a dover includere la coscienza nei loro modelli, perciò necessitiamo di introdurre entrambi.

Gli

elementi

selezionati

ci

sono

forniti

principalmente dalla PNL (R. Bandler, J. Grinder, R. Dilts et al.), dalla scuola del Mental Research Institute di Palo Alto (G. Bateson, P. Watzlawick et al.) e dall'esperienza delle Costellazioni Sistemiche (B. Hellinger) per quanto riguarda la prima sfera di conoscenze, e dalla teoria dei sistemi complessi e dalla fisica (e sue derivazioni) per quanto riguarda la seconda. Il lettore che fosse già a conoscenza di determinati argomenti può

selezionare a piacere eventuali sezioni di interesse in 27


questa parte, oppure ritornarci se necessario nel momento in cui, nel seguito, un concetto venga utilizzato. La seconda parte costituisce il corpo teorico della tesi in cui verranno presentate le prove indiziarie a sostegno delle ipotesi, con l'aiuto di alcuni esempi pratici unicamente a beneficio di una migliore comprensione del discorso per mezzo di casi reali di applicazione. Una piÚ estesa e sistematica dimostrazione di esempi di casi d'uso dei modelli presentati, infatti, è il contenuto a cui la terza parte è dedicata. La quarta ed ultima parte, infine, è dedicata alle conclusioni ed alle considerazioni finali.

28


PARTE 1 PRESUPPOSTI TEORICI

29


ELEMENTI DI PSICOLOGIA Sensazione e percezione La sensazione e la percezione costituiscono le modalità fondamentali dell’essere umano per acquisire le informazioni sul mondo esterno. Sono attività specifiche e selettive che ci consentono di stabilire un rapporto adeguato con la realtà fisica che ci circonda. Esiste una distinzione importante tra sensazione e percezione. La sensazione può essere definita come una modificazione del sistema neurologico in seguito all'interazione degli organi di senso con l'ambiente. Ciascun organo di senso è adibito alla ricezione di uno stimolo particolare e va a costituire uno dei canali sensoriali normalmente a disposizione dell'individuo: vista, udito, olfatto, gusto, tatto, cinestesia ed equilibrio, sensazione di dolore. Esistono innumerevoli recettori chimici, termici, di posizione, e di angolazione delle articolazioni. Lo studio

delle

sensazioni

si

attua

principalmente

sulle

funzionalità dei recettori sensoriali a livello fisiologico. Le percezioni corrispondono, invece, ai processi psichici che sintetizzano i dati sensoriali in una esperienza complessa dotata di significato, sono cioè il prodotto finale di un processo di elaborazione

30

interno

all’organismo

dell'informazione


sensoriale.

Lo

studio

delle

percezioni

è

prettamente

psicologico, poiché tali sono le leggi di funzionamento mentale che generano un certo tipo di organizzazione degli stimoli e la conseguente coscienza percettiva della realtà. Difatti i classici studi sulla percezione mostrano come la realtà fenomenica, cioè la realtà così come appare alla nostra coscienza come frutto della elaborazione percettiva, può essere illusoria e ingannevole, nel senso che può discostarsi anche in modo netto rispetto alla realtà fisica misurata oggettivamente. Esiste una discrepanza tra lo stimolo fisico e il piano percettivo, come nelle illusioni ottico-geometriche (ad esempio, illusione di Zöllner e illusione di Müller –Lyer). È importante sapere che nel processo di rilevazione di uno stimolo sensoriale esiste un processo decisionale circa la sua esistenza o meno. Secondo la teoria della detenzione del segnale applicata in psicologia, oltre alla sensibilità specifica dell'organismo esiste un criterio soggettivo di decisione che contribuisce alla rilevazione di uno stimolo. Quindi oltre alle capacità recettive di un soggetto è importante tenere conto anche dei fattori soggettivi legati al processo di decisione. La realtà in sé e per sé, dunque, come già affermato da molti filosofi del passato è inconoscibile, sia perché il sistema dei nostri organi di senso percepisce solo un certo tipo e una certa gamma di stimolazioni, sia perché altri aspetti soggettivi interferiscono sulla possibilità di recepire lo stimolo. 31


I principi percettivi della Gestalt La scuola della Gestalt sviluppò in Germania, fra gli anni '10 e '30 del XX secolo, una omonima teoria della percezione. In tale teoria si riconosce un aspetto sistemico per cui la totalità della percezione è qualitativamente differente dalla somma dei singoli elementi sensoriali e non è riducibile ad essi, analogamente a quanto descritto in termini generali dalla teoria dei sistemi complessi. La Gestalt riconosce un insieme di regole e principi di organizzazione che sarebbero innati, anche se in parte si sviluppano durante la crescita. Essi sono: •

buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice);

prossimità (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze);

somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili);

buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo);

destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente);

32


figura-sfondo (tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo);

movimento indotto (uno schema di riferimento formato da alcune strutture che consente la percezione degli oggetti);

pregnanza (nel caso gli stimoli siano ambigui, la percezione sarà buona in base alle informazioni prese dalla retina).

Inoltre, la percezione della profondità sarebbe legata ai meccanismi fisiologici di messa a fuoco e all'effetto di parallasse. Tuttavia, esistono anche indizi di profondità pittorici e psicologici come: •

l’oggetto più grande viene percepito come quello più vicino (paragone con gli altri elementi del contesto);

l’oggetto più luminoso appare come il più vicino;

gli oggetti più nitidi e brillanti sono percepiti come più vicini, mentre gli oggetti che hanno una trama di punti e linee più fitta appaiono come più lontani.

Felt sense (sensazione sentita) Eugene Gendlin, collaboratore di Carl Rogers, notò negli anni '60 che alcuni pazienti in psicoterapia avevano una qualità naturale di auto-ascolto che permetteva loro di cambiare e trovare nuove soluzioni. Notò che essi non si limitavano al 33


racconto della loro storia, ma la arricchivano degli elementi sensoriali fisici vissuti in quel momento (felt sense, sensazione sentita), che davano luogo ad un cambiamento nel corpo (body shift) il quale portava ad un successivo felt sense. Egli, cogliendo questi segnali, era in grado di prevedere quali soggetti avrebbero avuto un decorso terapeutico soddisfacente. Felt sense è il nome che Gendlin diede al senso non espresso verbalmente, ancora non chiaro, dell'esistenza di 'qualcosa', così come il corpo ne fa esperienza diretta. Può essere la consapevolezza di una situazione o di un dolore passato, o di qualcosa che sta per 'arrivare' per intuizione. Per definizione, esso è fondamentalmente vago e non chiaro, ed è sempre qualcosa di più di ciò che possa essere espresso verbalmente. È diverso da un'emozione. Felt sense è ad esempio ciò che proviamo quando rimaniamo a bocca aperta, non sapendo come formulare in parole la bellezza di un tramonto particolare, oppure ciò che potremmo chiamare presentimento. Il felt sense può essere esplicitato, ad esempio con l'aiuto di un facilitatore, trovando parole che possano esprimerlo, il che è un processo per tentativi sulla base della risonanza che le parole hanno nella capacità di chiarirlo. Quando il felt sense è esplicitato diventa sempre tangibile, cioè è percepibile nel corpo e può causare una reazione emotiva. Gendlin elaborò un processo terapeutico basato sul processo 34


osservato come sequenza di felt sense, body shift e orientamento al nuovo felt sense, che chiamò Focusing [21].

Livelli di comunicazione e metalinguaggi Liberamente tratto da [1]. Ogni comunicazione non soltanto trasmette informazione, ma al tempo stesso impone un comportamento. Secondo l'impostazione di Bateson queste due operazioni costituiscono l'aspetto di notizia e di comando di ogni comunicazione. L'aspetto di 'notizia' di un messaggio trasmette informazione ed è quindi sinonimo nella comunicazione umana del contenuto del messaggio. Questo può riguardare qualunque cosa comunicabile senza tener conto se l'informazione particolare sia vera o falsa, valida, non valida, indecidibile. L'aspetto di 'comando', d'altra parte, si riferisce al tipo di messaggio che deve essere assunto e perciò, in definitiva, alla relazione tra i comunicanti. Così, ad esempio, i messaggi: “È importante togliere la frizione gradatamente e dolcemente” e “Togli di colpo la frizione, rovinerai la trasmissione in un momento” recano più o meno lo stesso contenuto di informazione ma definiscono relazioni molto diverse. Le relazioni solo di rado sono definite deliberatamente o con piena consapevolezza. In realtà, sembra che quanto più una

35


relazione è spontanea e 'sana', tanto più l'aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa, le relazioni 'malate' sono caratterizzate da una lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l'aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante. Secondo Bateson, le istruzioni (comandi) sono di un tipo logico più elevato dei dati (notizie): sono metainformazione perché sono informazione sull'informazione e ogni confusione tra i due porterebbe ad un risultato privo di significato. La capacità di metacomunicare in modo adeguato non solo è la conditio sine qua non della comunicazione efficace, ma è anche strettamente

collegata

con

il

grosso

problema

della

consapevolezza di sé e degli altri. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.[1] Il contesto qui sopra esposto è tuttavia un solo esempio di ciò che può costituire un sistema di livelli logici. In generale, anche rimanendo a livello di contenuto è possibile parlare delle cose oppure sulle cose, o anche sulle cose sulle cose, in una catena virtualmente infinita, rientrando in particolari regole e dinamiche espresse nella teoria dei tipi logici di Whitehead e Russell12.

12 Vedi il paragrafo 'Teoria dei tipi logici e metalivelli' a pag.53

36


Nella scuola del Mental Research Institute di Palo Alto si fa ampio riferimento alla teoria dei tipi logici per quanto riguarda gli aspetti paradossali della comunicazione con situazioni di indecidibilità che derivano da una sostanziale confusione fra espressioni di livello logico differente; fino a giungere ad ipotesi di generazione di comportamenti schizofrenici secondo la teoria del doppio legame.

Comunicazione analogica e numerica Liberamente tratto da [1]. Nella comunicazione umana si hanno due possibilità del tutto diverse di far riferimento agli oggetti (in senso esteso): o rappresentarli con un'immagine (come quando si disegna) oppure dar loro un nome. Ogni volta che si usa una parola per nominare una cosa è evidente che il rapporto tra il nome e la cosa nominata è un rapporto stabilito arbitrariamente. Non c'è alcuna ragione particolare per cui la parola g-a-t-t-o denoti un particolare animale: è solo una convenzione semantica della lingua (eccezione: le parole onomatopeiche). D'altra parte, nella comunicazione analogica c'è qualcosa che è specificatamente 'simile alla cosa'. Essa ha radici molto più arcaiche e la sua validità è quindi molto più generale del modulo numerico13 della comunicazione verbale, relativamente recente e assai più astratto. Comunicazione analogica è 13 Numerico è sinonimo di digitale

37


praticamente ogni comunicazione non verbale, non limitandosi al solo movimento del corpo ma includendo le espressioni, le inflessioni di voce, ritmo e cadenza delle stesse parole, etc. L'uomo è il solo organismo che si conosca che usi moduli di comunicazione sia analogici che numerici. Se l'uomo non avesse sviluppato il linguaggio numerico sarebbero impensabili molte, se non tutte, le opere di civiltà che ha compiuto. Il linguaggio numerico ha un'importanza particolare perché serve a scambiare informazione sugli oggetti e anche perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. Tuttavia, facciamo assegnamento quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica nel settore della relazione. È lecito dedurre che l'aspetto di contenuto ha più probabilità di essere trasmesso con un modulo numerico, mentre in natura il modulo analogico avrà una netta predominanza nella trasmissione dell'aspetto di relazione. Importante notare che il materiale del messaggio numerico ha un grado di complessità, di versatilità e di astrazione molto più elevato di quello analogico. Nel linguaggio analogico non c'è nulla che equivalga ad elementi come 'se-allora', 'o-o' e molti altri, e che l'espressione di concetti astratti è difficile, se non impossibile. Inoltre, manca la semplice negazione, cioè una espressione che sostituisca il 'non', ed anche indicatori che consentano di distinguere tra passato, presente o futuro. Viceversa, alla comunicazione numerica manca un vocabolario 38


adeguato agli accadimenti particolari della relazione. L'uomo ha la necessità di combinare questi due linguaggi (come trasmettitore e come ricevitore) e deve costantemente tradurre dall'uno all'altro, cosa assai difficile. Non solo non si ha nessuna traduzione dal modulo numerico a quello analogico senza una notevole perdita di informazione, ma anche il caso contrario presenta enormi difficoltà (parlare sulla relazione richiede una traduzione adeguata dal modulo di comunicazione analogico in quello numerico). Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni.

Ridondanza Liberamente tratto da [1]. La ricerca di un modello è la base di ogni indagine scientifica. Dove c’è un modello c’è un senso, e questa massima epistemologica vale anche per lo studio della interazione umana. Questo studio sarebbe relativamente facile se ci limitassimo a interrogare coloro che si trovano in un rapporto di interazione e ad apprendere direttamente i modelli che essi 39


di solito seguono o, in altre parole, le regole di comportamento che hanno stabilito tra di loro. Una applicazione d’uso comune di questa idea è il questionario tecnico. Tuttavia, una volta che ci si sia resi conto che il valore nominale delle dichiarazioni è spesso dubbio, soprattutto in psicopatologia — i soggetti possono benissimo dire qualcosa e voler dire qualcos’altro — e che ci sono domande che ricevono risposte del tutto prive di consapevolezza, allora è chiaro che occorrono altri metodi di indagine. Assumiamo il gioco degli scacchi come un modello concettuale e supponiamo di rappresentare la mancanza di consapevolezza che i ‘giocatori’ manifestano nella vita reale con una ipotesi assai semplice, e cioè che l’osservatore non parli né capisca la lingua dei giocatori e non sia quindi in grado di chiedere spiegazioni. L’osservatore noterà presto che il comportamento dei giocatori mostra diversi gradi di ripetizione, di ridondanza, da cui si possono trarre conclusioni abbastanza indicative: per esempio, che quasi sempre la mossa di un giocatore è seguita dalla mossa di un altro giocatore. Si può quindi dedurre subito da questo comportamento che i giocatori stanno seguendo la regola di alternare le mosse. Non altrettanto facilmente si possono dedurre le regole da seguire per muovere i pezzi, in parte per la complessità delle mosse e in parte per l’irregolarità della frequenza con cui si 40


spostano i pezzi singoli. Ad esempio, è senz’altro più facile dedurre la regola da seguire per muovere gli alfieri piuttosto che per arroccare, che è certo una mossa più insolita e meno frequente, tanto che accade che non vi si ricorra affatto nel corso di una particolare partita. L’osservatore noterà anche che l’arroccare comporta due mosse consecutive da parte dello stesso giocatore e quindi la regola di alternare le mosse ne risulta invalidata. Ma l’alternare le mosse ha una ridondanza di gran lunga maggiore dell’arroccare per cui si impone come regola generale nella teoria che l’osservatore sta elaborando. Che si debbano alternare le mosse è un’ipotesi che resta valida per lui, anche se l’arroccare è una contraddizione palese che rimane irrisolta. È dunque probabile che, dopo aver assistito a una serie di partite, l’osservatore sia in grado di stabilire con molta esattezza quali sono le regole e qual è l’obiettivo del gioco (cioè dare scacco matto). Ci preme sottolineare che potrebbe giungere a formulare queste regole senza avere la possibilità di chiedere alcuna informazione. Un risultato simile significa che l’osservatore ha 'spiegato' il comportamento dei giocatori? Noi diremmo che ha identificato un modello complesso di ridondanze. È chiaro che se volesse potrebbe attribuire un significato ad ogni singolo pezzo e ad ogni regola. Nulla gli vieta di creare anche una mitologia complessa del gioco e del suo significato ‘più profondo’ o 41


‘reale’ che includa anche una narrazione fantastica dell’origine del gioco, come in realtà è stato fatto. Ma sono tutte cose che non servono a capire il gioco; una spiegazione del genere o una mitologia avrebbe col gioco degli scacchi lo stesso rapporto che ha l’astrologia con l’astronomia.

Fenomeni di trance quotidiana Secondo Stephen Wolinsky,

fondatore della Psicologia

14

Quantica , lo stato di ipnosi non accade solo durante sessioni appositamente create per scopi terapeutici, ma è un tratto comune che tutti gli individui sperimentano quotidianamente in una forma o in un'altra. Wolinsky sostiene che la coscienza 'normale' sia composta da tali fenomeni, in cui entriamo ed usciamo costantemente per tutto il giorno. Le tipologie di fenomeni sono le seguenti: •

Progressione di età: immaginare come sarà il futuro

Regressione di età (regressione infantile): riavviare discussioni intercorse con qualcuno decine di anni prima

Dissociazione: sentirsi separato dal corpo e dalle emozioni

14 Oggigiorno in verità, sull'onda del successo della fisica quantistica e delle sue implicazioni correlate alla coscienza, esistono diversi autori che si definiscono creatori di una psicologia definita quantica o quantistica, dai tratti che possono essere tuttavia estremamente differenti.

42


Suggerimenti post-ipnotici: darsi istruzioni su cose da fare, ad esempio “devo veramente chiamare mia madre”

Amnesia: dimenticare un'esperienza, ad esempio dove abbiamo lasciato le chiavi

Allucinazioni negative: non riuscire a vedere qualcosa che c'è, ad esempio quando cerchiamo freneticamente qualcosa che è davanti ai nostri occhi

Allucinazioni positive: percepire qualcosa che non c'è, come in un sogno ad occhi aperti

Confusione: ad esempio trovarsi in una stanza non ricordando perché si è andati lì

Distorsione temporale: un senso di rallentamento o velocizzazione del tempo, come ad esempio quando si assiste a una riunione noiosa o ci si diverte

Distorsione sensoriale: filtrare o accentuare la consapevolezza sensoriale, come non avvertire più il passaggio dei treni vivendo accanto alla ferrovia

I fenomeni di trance quotidiana (FTQ) sono comportamenti funzionali in contesti ben determinati, ma giocano anche un ruolo nel mantenere vivi i problemi. Nel caso di ansia, ad esempio, la progressione di età e l'allucinazione positiva possono essere riconosciute nella tendenza a figurarsi un futuro terribile e a vedere i segni di una catastrofe imminente. Inoltre, 43


possiamo riconoscere la distorsione sensoriale negli ansiosi quando diventano acutamente sensibili a sensazioni spiacevoli nel corpo, come delle palpitazioni che accentuano l'ansietĂ .

44


ELEMENTI DI CARATTERE SCIENTIFICO Analogico e digitale, simboli e significati La differenza fra grandezze analogiche e digitali è a fondamento della discussione che seguirà, ed è pertanto necessario introdurre i due concetti. Ogni grandezza fisica è, per sua natura, intrinsecamente continua nel tempo e, in quanto oggetto finale di una osservazione, non è simbolo di alcunché: è semplicemente ciò che è. Per questo si può dire che possieda caratteristiche analogiche. Ha le medesime caratteristiche analogiche anche una grandezza astratta come una funzione matematica che non presenta discontinuità. È altresì analogica ogni rappresentazione o trasformazione di una grandezza fisica tale per cui ogni parametro caratteristico del risultato varia in modo direttamente proporzionale e continuo rispetto a un parametro corrispondente. Ad esempio, un segnale elettrico può replicare le caratteristiche di ampiezza, frequenza e forma di un'onda sonora che esso rappresenta pur utilizzando un mezzo fisico completamente diverso (elettricità in vece della pressione dell'aria). In questo modo l'onda può essere trasmessa a lunga distanza, ad esempio via radio, per essere poi infine riconvertita in onda sonora.

45


Si può definire digitale (o numerica) ogni rappresentazione o trasformazione non continua di una grandezza fisica, la quale ammette un numero finito di stati possibili (simboli) convenzionalmente associati in istanti di tempo definiti (campionamento) a intervalli di valori dei parametri della grandezza fisica. Gli intervalli rappresentati non sono necessariamente proporzionali fra di loro, pur possedendo ciascuno un simbolo associato. Ogni rappresentazione digitale necessita di una convenzione riguardante il significato dei simboli comunicati affinché sia possibile una trasformazione inversa ad una grandezza analogica approssimata a quella originale. Anche le rappresentazioni di classi di oggetti possono essere sia analogiche (emblemi) che digitali (simboli). Ad esempio, un disegno di una casa è un emblema che descrive analogicamente ciò che esso rappresenta in termini di forma, elementi e proporzioni. Viceversa, le lettere C-A-S-A non hanno alcuna relazione, se non convenzionale, con la classe di oggetti rappresentata e quindi la parola 'casa' è un simbolo digitale. Il simbolo di un cuore a rappresentare il sentimento dell'amore è altresì una rappresentazione digitale poiché, sebbene come disegno sia una rappresentazione analogica di un cuore, esso è una rappresentazione convenzionale che non contiene alcun tratto simile al sentimento che vuole simboleggiare. I simboli possono dunque individualmente rappresentare in 46


toto un campione rappresentativo analogico (come il termine linguistico 'casa' ne rappresenta uno nella sua interezza), oppure possono rappresentare, in una sequenza di simboli appartenenti al medesimo codice, la variazione nel tempo di una grandezza. Inoltre, i simboli digitali possono rappresentare non solo grandezze analogiche, ma anche altri simboli. Nel momento in cui si definisce un codice tale per cui una grandezza analogica o digitale viene rappresentata da un simbolo o una sequenza di simboli, tale grandezza diventa il significato dei simboli. Nella comunicazione umana l'aspetto non verbale (gestualità, espressioni e più in generale il comportamento) è considerato analogico, mentre il linguaggio verbale è una rappresentazione digitale.

Teoria dei sistemi complessi La teoria dei sistemi complessi è un insieme formale di osservazioni applicabili a molteplici ambiti di interesse e tuttavia esprimibili in termini generici, così come è possibile applicare la teoria della gravitazione ad ogni tipo di oggetto fisico. Essa si occupa dell'analisi delle dinamiche generali che si dispiegano grazie all'interazione, all'interno di un sistema, di più componenti di natura più semplice. L'attenzione della teoria si concentra in particolare non tanto sulle capacità funzionali 47


dei singoli componenti, quanto sulle proprietà che emergono globalmente nel sistema a causa del fatto che i componenti sono in relazione ed interagiscono fra di loro. La teoria riconosce dunque la possibilità che emergano funzionalità superiori

riconducibili

non

alla

sostanza,

bensì

alla

organizzazione che il sistema assume. In particolare, una delle capacità tipiche dei sistemi complessi è quella di essere dotati di metodi di autoregolazione attraverso meccanismi di retroazione che sono in grado di mantenere in equilibrio omeostatico una certa variabile, a prescindere dagli stimoli favorevoli o avversi che provengono dall'ambiente. Ad esempio, il corpo umano è in grado di mantenere una temperatura

interna

costante

indipendentemente

dalla

temperatura esterna. La particolarità della teoria è che apre alla possibilità di osservare i fenomeni in termini scientifici da un punto di vista qualitativo, riconoscendo schemi tipici di interazione, piuttosto che quantitativo. Definizione di sistema Un sistema è un insieme di oggetti, e di relazioni fra gli oggetti ed i loro attributi. Gli oggetti sono componenti del sistema, gli attributi sono le loro proprietà, e le relazioni 'tengono insieme' il sistema. L'ambiente di un dato sistema è costituito da tutti gli elementi 48


esterni, tali per cui un cambiamento nei loro attributi ha un'influenza sul sistema, o per cui il comportamento del sistema influenza i loro attributi. Un sistema costituisce col suo ambiente l'universo delle cose interessanti nell'osservazione, suddivisibili in molti modi ma in maniera arbitraria. Nulla vieta, infatti, di considerare arbitrariamente gli elementi dell'ambiente all'interno del sistema, salvo che le proprietà sistemiche osservate potranno essere diverse e saranno attribuibili ad una definizione diversa di sistema. Dalla definizione di sistema ed ambiente è chiaro che ogni sistema può essere suddiviso in più sottosistemi, ove gli oggetti che compongono un sottosistema vanno a costituire parte dell'ambiente degli altri sottosistemi. I sistemi organici sono aperti, hanno cioè uno scambio di materiali, energia o informazione con il loro ambiente. Proprietà dei sistemi aperti •

Totalità Ogni parte del sistema è in relazione al resto in modo tale che ogni cambiamento in una parte causa un cambiamento in tutte le parti e nell'intero sistema. Il sistema si comporta come un tutto inscindibile. Ciò è diverso da un agglomerato, che non ha una

49


complessità

maggiore

dalla

somma

dei

suoi

componenti, e per il quale sussiste la proprietà inversa della totalità, ovvero la sommatività. Sommatività e totalità si trovano a due poli opposti di un ipotetico continuum ove è possibile affermare che un qualche grado di totalità caratterizza sempre i sistemi. •

Non sommatività Per contrasto alla proprietà di totalità, si può dire che un sistema non può esser fatto coincidere con la somma delle sue parti: il tutto è più della somma delle sue parti. Per la Gestalt, infatti, è necessario trascurare le parti e fare invece attenzione a ciò che dà vita alla complessità, ovvero l'organizzazione. Inoltre, ciò esclude la possibilità di effetti unilaterali che si attuino da un elemento ad un altro del sistema, ma non viceversa. Ad esempio, nel sistema formato da una coppia di interlocutori, è un'illusione della punteggiatura (interpretazione) della sequenza di eventi dire che il comportamento di uno (ad esempio l'indignazione) è linearmente 'causato' da quello dell'altro (ad esempio aggressività), mentre è evidente che lo stato della comunicazione si regge sulla mutua interazione dei due elementi che non ha un momento di inizio definito.

50


Retroazione Le correlazioni circolari, e non quelle lineari, sono il modello causale più appropriato per i sistemi. L'informazione su un effetto, se trasmessa indietro (feedback) all'effettore, garantisce la stabilità di quest'ultimo. Finché la scienza si è occupata dello studio di rapporti lineari, unidirezionali e progressivi di causaeffetto, sono stati esclusi fenomeni che hanno il loro comune denominatore nei concetti affini di crescita e cambiamento. La retroazione può essere positiva o negativa. In entrambi i casi, parte dei dati di uscita sono reintrodotti nel sistema come informazione circa l'uscita stessa. In caso di retroazione negativa si usa questa informazione per far diminuire la deviazione all'uscita rispetto a una norma prestabilita o previsione dell'insieme (come ad esempio un sistema di termoregolazione che prevede l'accensione della caldaia in seguito a una misurazione troppo bassa della temperatura rispetto al valore di riferimento programmato, oppure come un pilota automatico che attua una correzione più ampia tanto più ampio è l'errore misurato verso la rotta prestabilita), mentre nel

caso

di

retroazione

positiva

la

stessa

51


informazione agisce come una misura per aumentare la deviazione all'uscita ed è quindi positiva in rapporto alla tendenza già esistente verso l'arresto, la saturazione o la distruzione. La

retroazione

negativa

caratterizza

dunque

l'omeostasi, mentre quella positiva provoca invece un cambiamento, ovvero una perdita di stabilità o di equilibrio. •

Equifinalità In un sistema circolare ed autoregolantesi, le modificazioni dello stato dopo un certo periodo di tempo non sono determinate tanto dalle condizioni iniziali quanto dalla natura del processo o dai parametri del sistema (ad esempio: la temperatura programmata dal termostato, indipendentemente dalla temperatura iniziale della stanza). In un sistema aperto i medesimi risultati possono aver luogo a partire da origini diverse perché ciò che fa la differenza è l'organizzazione (diversamente da un sistema chiuso). Analogamente, risultati diversi possono essere prodotti dalle stesse 'cause'. Nei sistemi aperti, l'organizzazione del sistema può operare

in

modo

da

ottenere

una

assoluta

indipendenza dalle condizioni iniziali: in tal caso limite, il sistema è la miglior spiegazione di se stesso,

52


e lo studio della sua organizzazione è l'unica metodologia di analisi appropriata. Una modificazione dei parametri a cui il sistema tende è definita calibrazione (come ad esempio modificare la temperatura desiderata sul termostato). L'omeostasi si mantiene all'interno di un certo intervallo di valori, oltre il quale i parametri possono essere

calibrati

diversamente,

e

si

possono

manifestare delle 'funzioni a gradino', ovvero dei cambiamenti bruschi del comportamento del sistema, che va a tendere verso un equilibrio diverso.

Teoria dei tipi logici e metalivelli La teoria dei tipi logici fu enunciata da Bertrand Russell e Alfred North Whitehead nei Principia Mathematica [36], in parte per venire a capo del cosiddetto paradosso di Russell. Il paradosso può essere sintetizzato dalla seguente affermazione antinomica:

“l'insieme

di

tutti

gli

insiemi

che

non

appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso”. La teoria evita il paradosso creando in primo luogo una gerarchia di tipi, e poi assegnando un tipo ad ogni entità, matematica o non. Gli oggetti di un dato tipo sono costruiti esclusivamente da oggetti di tipi gerarchicamente inferiori, prevenendo così l’insorgere di dipendenze circolari. 53


L’n-esimo

tipo

logico

sarà

costituito

da

proposizioni

appartenenti fino al (n- 1)-esimo livello ma non superiori; in questo modo, poiché i tipi sono mutualmente esclusivi, il livello n può esprimere proposizioni sui livelli precedenti senza incorrere in contraddizioni con essi, e quindi non è possibile alcuna fallacia riflessiva. Nello specifico del paradosso di Russell, l’affermazione sull’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi è di un tipo logico superiore rispetto agli insiemi che non appartengono a se stessi, e quindi l’insieme degli insiemi non è membro della classe costituita da esso stesso: un insieme di insiemi non è paragonabile con un insieme di oggetti, tanto quanto non si possono paragonare mele e pere. Di conseguenza, il processo logico che ha portato al paradosso contiene una fallacia logica che rende la conclusione falsa, o addirittura priva di senso: è esclusa già in principio la possibilità che un insieme appartenga a se stesso, perché è un’eventualità senza senso. Al di là delle speculazioni meramente matematiche, fra le varie applicazioni della teoria vi è quella di G. Bateson nelle scienze sociali, con la definizione dei livelli logici dell’apprendimento (da non confondere con i livelli logici di Dilts). Bateson definì delle

categorie

logiche

dell’apprendimento

e

della

comunicazione per descrivere come sappiamo ciò che (pensiamo che) sappiamo. Nel suo modello, ogni tipo di 54


apprendimento è distinto da quello al livello precedente ed è un ‘contenitore’ dei livelli inferiori, così che si configura lo schema seguente: Livello 0

Agire basandosi su regole

Aderire alle regole, senza apprendimento

Livello 1

Apprendere

Selezionare le opzioni disponibili, imparare dai feedback

Livello 2

Apprendere come apprendere

Creare nuove opzioni se necessario, correggere le alternative presenti sulla base della conoscenza del processo di apprendimento

Livello 3

Apprendere come apprendere come apprendere

Correzioni sugli insiemi di alternative possibili con i quali si prendono decisioni

Livello 4

Apprendere come apprendere come apprendere come apprendere

Correzioni sul livello 3, probabilmente impossibile a qualsiasi essere vivente sulla Terra

I livelli più elevati comprendono una ‘meta-comunicazione’ riguardo al modo in cui la comunicazione ai livelli inferiori va

55


compresa e può essere modificata. Nella colonna destra dello schema, infatti, è chiaro come Bateson intendesse i livelli superiori come quelli in cui è possibile generare cambiamento nei processi di apprendimento, con una chiara dipendenza dei livelli inferiori rispetto ai superiori. In particolare, il cambiamento in un livello non potrebbe avvenire comunicando a quel livello, ma solo ad un metalivello superiore. Infatti, secondo Bateson non è possibile uscire da un sistema di regole definito senza comunicare sul contesto, e sulle regole stesse. Facciamo un esempio. Allungare una mano è un gesto, di per sé generico. Allungare una mano sul fuoco è in un contesto che dà una valenza diversa al gesto. Un essere vivente primordiale, forse un rettile, non potrebbe trarre conclusioni sul contesto ed instaurerebbe una regola tale per cui o ignorerebbe il pericolo e continuerebbe comunque ad ‘allungare la zampa’, oppure se ne asterrebbe sempre. Data l’esperienza di questo imprinting, porterebbe con sé una volta per tutte questo apprendimento, che è già un passo oltre rispetto ai comportamenti innati (nella tabella indicati a livello 0). Esseri più evoluti sono in grado di meta-comunicare su questo apprendimento e trasformarlo. In prima istanza, anche noi esseri umani attribuiremmo una valenza iniziale al fatto; ma, in presenza di prove che disattendono la valutazione, e della capacità di ragionare sul contesto, siamo in grado di rivalutare 56


l’esperienza. In sostanza, abbiamo la possibilità di non interagire semplicemente secondo la regola acquisita, ma di ragionare sulla regola e di dettagliarne il contesto, arricchendo la rappresentazione della realtà. In altre parole, secondo Bateson, possiamo passare da “allungare la mano fa male” a “allungare la mano sul fuoco fa male” meta-comunicando sulla nostra prima esperienza ed apprendendo qualcosa sul processo che ci aveva permesso di apprendere la prima regola. Meta-comunicando sul contesto in cui avviene l’atto in sé, è possibile manipolare gli elementi che ci possono altresì permettere di trovare altre opzioni, ad esempio adoperare una presina per toccare le pentole, più evolute rispetto ad una rappresentazione esperienziale di base che consente solo di riconoscere ed evitare gli oggetti che bruciano.

Il modello olografico della mente Liberamente tratto da [22] All'inizio degli anni '40 era convinzione generale che la memoria fosse situata in punti precisi del cervello, entro pezzi di

memoria

denominati

engrammi. A supporto

della

convinzione vi erano gli esperimenti di Wilder Penfield su pazienti epilettici, in cui a seguito di stimolazioni elettriche dirette di parti precise del cervello i pazienti svegli riferivano l'affiorare di ricordi vividi, come se li stessero rivivendo. 57


Queste conclusioni rimangono tutt'ora accreditate, anche se gli esperimenti avevano riscontro solo su circa il 5% dei tentativi, e non hanno mai avuto riscontro su pazienti non epilettici. Sempre negli anni '40, tuttavia, Karl Lashley intendeva cercare la zona cerebrale ove i ratti memorizzavano le informazioni acquisite per uscire una seconda volta da un labirinto, dissezionando una parte del loro cervello ad ogni tentativo. Sorprendentemente, anche se le abilità motorie dei ratti venivano compromesse, le memorie rimanevano testardamente intatte. Karl Pribram, altro neurochirurgo al tempo suo collaboratore, dedusse che la memoria doveva essere necessariamente distribuita, ma non aveva alcuna idea di come potesse avvenire biologicamente il fenomeno. D'altra parte anche rimuovendo parti di cervello a pazienti umani essi continuavano a non perdere specifiche porzioni di memoria, sebbene la memoria potesse diventare più confusa. Ovvero, la memoria poteva sì farsi sfumata, ma non si avevano mai buchi di memoria in ricordi specifici. A metà anni '60 una pubblicazione scientifica sulle proprietà degli ologrammi gli diede una risposta plausibile. Che cos'è e come funziona un ologramma, e perché sembrò così in relazione al funzionamento della memoria? Ciò che rende un ologramma possibile è un fenomeno chiamato interferenza, che è lo schema che viene creato quando 58


due o più onde si incrociano sommando i loro valori istantanei come quando due sassi gettati in uno stagno creano un complesso schema di creste ed avvallamenti delle onde risultanti. La luce laser, perfettamente orientata nello spazio, è particolarmente adatta a formare schemi di interferenza 'puliti', ed infatti il laser è necessario per poter creare un ologramma. Per creare un ologramma, un fascio di luce laser viene scomposto in due da uno specchio semiargentato; una parte va ad incidere e riflettersi su un oggetto, per poi rincontrarsi ed interferire con l'altra parte del fascio. Lo schema di interferenza risultante viene impresso su una superficie fotosensibile. A prima vista l'ologramma sembra semplicemente uno schema di interferenza, ma se un raggio laser ne attraversa la superficie appare un'immagine tridimensionale dell'oggetto fotografato. Per di più, è possibile anche osservare l'immagine da diverse angolazioni come un vero e proprio oggetto tridimensionale; anche se, ovviamente, non è possibile afferrare l'oggetto rappresentato. Oltre alla tridimensionalità, l'ologramma ha diverse altre notevoli proprietà. Se la pellicola olografica viene sezionata in parti sempre più piccole, e poi illuminata con la luce laser, l'oggetto fotografato viene sempre rappresentato per intero, anche se l'immagine diventa sempre più confusa. Perciò, ogni frammento della pellicola contiene tutta l'immagine dell'oggetto. Ed è questa la 59


proprietà che diede a Pribram un senso alle proprie osservazioni sulla memoria. Lashley poi scoprì che anche la visione è olografica: rimuovendo il 90% della corteccia visiva dei ratti, essi riuscivano ancora a compiere funzioni visive evolute. Altre capacità olografiche che bene spiegano capacità della memoria sono le seguenti: •

vastità della memoria gli ologrammi hanno una enorme capacità di conservare informazione. Modificando l'angolo di incidenza del laser sulla superficie olofotografica, è possibile registrare diverse immagini sulla stessa superficie. Ogni immagine così impressa può poi essere recuperata con un laser che incide con lo stesso angolo dei raggi originari. Ogni centimetro quadrato di pellicola può contenere l'equivalente di 50 bibbie

abilità di richiamare ricordi e dimenticarli inclinando il laser, varie immagini contenute appaiono e spariscono in una sorta di flusso continuo. Richiamare un ricordo può corrispondere al trovare l'inclinazione giusta di un 'laser' incidente

memoria associativa è famoso il brano di Proust della madeleine, in cui il

60


gusto del dolce richiama una vasta esperienza di ricordi del passato, anche se in prima battuta l'autore non ricorda il fatto che da piccolo la zia gli offriva il medesimo dolce. Gli ologrammi offrono capacità associative simili usando una tecnica particolare: prima il raggio laser viene scomposto e fatto rimbalzare su due oggetti, ad esempio una sedia ed una pipa. I raggi vengono poi fatti interferire fra loro, ed il risultato viene impresso. Ora, quando la sedia viene illuminata con un laser, e la luce riflessa passa per la pellicola, ciò che appare è la pipa; e, naturalmente, viceversa •

abilità a riconoscere cose familiari notare un viso familiare fra un centinaio è un'operazione estremamente complessa. Una tecnica olografica

degli

anni

'70,

l'olografia

di

riconoscimento, offre uno spunto di come possa essere attuata. L'immagine dell'oggetto è fotografata come al solito, salvo che il raggio laser viene fatto rimbalzare da uno specchio speciale detto focusing mirror prima di arrivare alla pellicola. Se un secondo oggetto, simile ma non identico al primo, viene irraggiato dal laser, e questa viene fatta rimbalzare dallo specchio sulla

61


pellicola, appare un punto luminoso. Più è luminoso ed intenso il punto, e maggiore è la somiglianza fra il primo e il secondo oggetto. Se i due oggetti sono del tutto diversi, non appare alcun punto luminoso •

generalizzazione

e

trasferimento

di

abilità

acquisite se volessimo 'scrivere in aria' il nostro nome con il gomito non avremmo alcuna difficoltà, anche se non l'abbiamo mai fatto. Il comportamentismo suppone che le abilità si apprendono per prove ed errori, perciò una tale flessibilità sarebbe un mistero. Ma se l'informazione fosse mantenuta come schema di interferenza fra onde, il medesimo schema potrebbe essere

applicato

in

maniera

decisamente

più

flessibile, come un pianista in grado di eseguire il medesimo brano su zone diverse della tastiera del pianoforte. Questa proprietà può indicare anche come riusciamo a riconoscere i volti, ad esempio, con un qualsiasi angolo di visuale •

mappa e territorio per ciascuno è ovvio che alcune cose sono esterne a noi mentre altre (ad esempio le emozioni) sono interne; ma non è chiaro come il cervello riesca a

62


distinguere le due cose. Infatti, se un oggetto è certamente 'là fuori', tuttavia la sua immagine è sulla retina, che è 'dentro'. Il dolore viene elaborato nel cervello, ma sentiamo il dolore sulla parte che fa male. Anche se i processi sono interni, il cervello riesce a darci l'illusione che certe cose sono esterne, dove esse sono. Il premio Nobel Georg von Bekesy dimostrò che gli esseri umani possono avere l'illusione di provare una sensazione fisica perfino in punti dello spazio ove il corpo non è presente. La medesima illusione però è tipica dell'ologramma, che

mostra

illusoriamente

un'immagine

tridimensionale ove in realtà non vi è nulla, e la mano passa attraverso. Pribram sostiene che questo spieghi anche fenomeni come le sensazioni di 'arti fantasma' amputati.

Campi morfogenetici e campi informati È senza dubbio singolare il fatto che, sebbene la sostanziale unità ed interdipendenza dell'universo siano state ormai riconosciute da moltissimi autori in diversi campi (filosofia, fisica, spiritualità, psicologia, ...), ciò nonostante essi non si referenzino reciprocamente l'uno con l'altro in maniera organica: è quasi un ossimoro. Se escludiamo Bert Hellinger, che ha trovato nei campi 63


morfogenetici di Rupert Sheldrake una terminologia pronta ed utile a descrivere le sue osservazioni fenomenologiche; e se escludiamo i riferimenti della fisica quantistica alle analogie riscontrate con l'antico misticismo, sembra che il medesimo concetto sia riproposto da più parti ex novo, o quasi. Proviamo a mettere ordine alle osservazioni avanzate dai vari autori. Carl Gustav Jung fu probabilmente uno dei primi uomini della modernità a diffondere l'idea che le esperienze umane non derivino unicamente dai classici cinque sensi, ma che ulteriore informazione possa giungere in 'altra maniera' dall'esterno, ad esempio attraverso i sogni. L'esperienza (almeno quella dei cinque sensi), per Jung, non è dunque l'unica fonte all'origine della realtà. Egli osservò che l'inconscio tende a riproporsi con una certa frequenza durante la vita quotidiana originando molte intuizioni che non si sa da dove arrivino. In particolare, poté constatare che era impossibile che i deliri di diversi pazienti psicotici potessero contenere determinate informazioni senza alcuna correlata esperienza sensoriale. La mente, sostenne lo svizzero, non è un affare puramente personale, e con l'idea di Inconscio Collettivo Jung richiamò in qualche modo gli 'a priori' di Kant. A queste informazioni, che costituirebbero un substrato psichico comune di natura superpersonale, diede il nome di archetipi. E, secondo Jung, 64


affermare l'esistenza degli archetipi non era piÚ folle che affermare l'esistenza degli istinti e dei comportamenti innati delle specie. Il biologo britannico contemporaneo Rupert Sheldrake, partendo da osservazioni di ordinaria esperienza e un punto di vista scientifico diverso, giunge a ipotesi ancor piÚ radicali. Egli si domanda in primo luogo come possano gli animali, ed in particolare i cani, presentire l'arrivo a casa del padrone. E, a partire dalla teoria da lui elaborata sui campi morfici [15], ha ideato una serie di esperimenti scientifici riguardanti la condivisione telepatica dell'informazione, ad esempio sul saper riconoscere quando siamo osservati. Egli asserisce che la possibilità che la polarizzazione dei risultati mostrati in figura possa dipendere da derive statistiche casuali dei campioni, sia meno di una su un milione di miliardi. La teoria di Sheldrake prevede che gli individui appartenenti a un gruppo 'omogeneo' (negli umani ad esempio per razza, famiglia, etnia...) condividano per risonanza morfica delle informazioni. Anch'egli, come Jung, riconosce dei tratti della coscienza all'esterno della mente personale ed ipotizza che i ricordi possano risiedere al di fuori del cervello, in un campo di informazione a cui il cervello può accedere. Questa ipotesi fornirebbe un paradigma adeguato per supporre che i nostri ricordi ed il nostro senso dell'io possano sopravvivere alla morte biologica. 65


La risonanza morfica sarebbe il veicolo attraverso cui varie attività (sogni, esperienze mistiche, stati di coscienza) comunicherebbero

la

loro

natura

organizzativamente

strutturata. Inoltre, anche le proprietà biologiche degli esseri viventi ricadrebbero fra le informazioni trasmissibili, dando una interpretazione di come possa avvenire lo sviluppo ordinato dall'embrione all'individuo adulto e di come possano sussistere comportamenti innati.

Percentuali di successo nel riconoscere quando si è o non si è osservati, ed il totale. Sopra: risultati espressi in percentuale di tentativi positivi o falliti. Sotto: numero di persone che hanno risposto giusto più frequentemente che sbagliato in confronto al numero di persone che hanno risposto sbagliato più frequentemente che giusto [16].

Secondo Sheldrake, se un certo numero di persone sviluppa

66


determinate organiche,

proprietà altri

comportamentali,

individui

della

stessa

psicologiche specie

o

possono

automaticamente acquisirle. Ciò ha ampi risvolti filosofici, poiché ogni trasformazione individuale, se avesse modo di essere comunicata, avrebbe un impatto su tutto il sistema di appartenenza; di conseguenza, la trasformazione personale – morficamente comunicata – sarebbe un mezzo potente per trasformare anche l'intera umanità. Inoltre, parte della ricerca di Sheldrake tenta di dimostrare che perfino i processi chimici e fisici non hanno una struttura predefinita, ma che invece i nuovi processi siano più lenti ed incerti di quando questi sono ripetuti e 'morficamente' consolidati. Un'ipotesi del genere apre la possibilità che l'intero insieme di leggi fisiche dell'universo sia costituito da tratti 'abitudinari' e mnemonici dell'universo, a partire dai primissimi istanti dopo il big bang, ove la 'scelta' avrebbe potuto ancora ricadere su un ordine fisico differente. Come

biologo,

Sheldrake

non

sembra

evidenziare

la

convergenza di paradigma che esiste con la fisica subatomica. Eppure, le basi teoriche per una sistematizzazione coerente esistono:

il

fenomeno

non

locale

dell'interconnessione

(entanglement) fornisce infatti più di uno spunto per la possibile condivisione olografica di ogni informazione in ogni punto dell'universo. E le condizioni particolari presenti al momento del Big Bang potrebbero aver reso implicitamente 67


interconnessa tutta la materia dell'universo. Non tutti sanno che la fisica ha già dimostrato delle ipotesi che vanno oltre ogni più sfrenata fantasia. David Bohm aveva già da molto tempo proposto idee riguardo l'unità fondamentale di un universo olografico, di cui l'esperimento di Aharonov-Bohm del 1959 [19] è una importante prova sperimentale. Ma è importante sapere anche che un articolo del 1999, su una variante dell'esperimento della doppia fenditura di Feynman che all'idea di J. A. Wheeler di operare una scelta ritardata di osservazione combina l'utilizzo di un quantum eraser, mostra la reale possibilità di ottenere effetti nel presente causati da scelte operate

nel

futuro

[17][18]

dovuti

all'esistenza

di

un'interconnessione fra due particelle. In sostanza, è stato dimostrato che l'informazione disponibile presso una particella può essere trasmessa indietro nel tempo all'altra grazie al fatto che fisicamente esse devono avere la medesima informazione anche se questa viene modificata su una sola delle due. Un simile esperimento può fornire una base filosofica per una possibile risposta alla domanda di Ervin Làszlò: come può essere che nei primi istanti dell'universo dopo il Big Bang i valori delle costanti fisiche fossero esattamente quelli funzionali all'evoluzione della vita? Ciò che è oggi dipende da uno scopo futuro? Secondo Làszlò, un tale preciso ordine è una convergenza possibile solo in un cosmo auto-referenziale, ovvero un cosmo 68


capace di apprendimento. Perciò, egli postula l'esistenza di un quinto campo fondamentale, oltre a quello gravitazionale, quello elettromagnetico e quelli di interazione forte e debole: ovvero quello che egli chiama, con riferimento all'antica mistica indiana, campo Akashico, ovvero un campo di informazione, di memoria, a livello più fondamentale rispetto a energia e materia, e con qualità non locali (cioè indipendenti da spazio e tempo) [20]. Mi pare abbastanza evidente che Làszlò e Sheldrake stiano parlando grosso modo dello stesso fenomeno. Inoltre, non è un passaggio concettuale di grande impegno poter postulare, avendo accolto le teorie sui comportamenti innati di Sheldrake, che tutti i comportamenti spontanei ed automatici degli esseri viventi derivino da quanto contenuto in uno o più aspetti del campo informato morfogenetico a cui, in qualche maniera, si è affiliati.

I limiti del metodo scientifico Gli innegabili progressi della tecnologia fanno pensare, ingenuamente, che essi si fondino su delle 'verità' scientifiche stabilite inconfutabilmente e definitivamente. Ciò che sfugge all'uomo comune, tuttavia, è che ogni legge naturale stabilita da uno studio scientifico è soggetta a a)

definizioni arbitrare delle grandezze in gioco all'interno di un paradigma 69


b)

un contesto di applicazione

L'arbitrarietà delle grandezze 'fisiche' usate determina il fatto che il metodo scientifico non può dedurre 'cosa' sia qualcosa, ma solo delle relazioni, ovvero 'come' funzionino certe cose in relazione ad altre all'interno di un certo contesto, degli assiomi stabiliti e di un paradigma di interpretazione. Le leggi fisiche sono dunque modelli che consentono l'uso e la manipolazione di fenomeni di causa-effetto ridondanti, e di conseguenza lo sviluppo della tecnologia, ma che possono continuativamente essere raffinati o anche riprospettati utilizzando paradigmi interpretativi diversi. Facciamo un esempio: una delle leggi fisiche fondamentali è quella che definisce il rapporto fra forza applicata e accelerazione di un corpo dato dalla sua massa. F = m·a Se l'accelerazione è una grandezza dedotta dai concetti geometrici di spazio e tempo consolidati fin dall'antica Grecia, i concetti di massa e soprattutto di forza sono stati creati, a suo tempo, ex novo. Questa legge fisica non è stata dedotta ma misurata

in

innumerevoli

tentativi,

in

un

ambiente

convenzionale il più possibile privo di attriti, sulla base della scelta di elementi di proporzionalità arbitrari: la massa e la forza. Date le definizioni, la formula rispecchia fedelmente questa particolare interpretazione della realtà.

70


La formula è ovviamente applicabile anche per quanto riguarda forza e accelerazione gravitazionali. E tuttavia, poiché prendendo in considerazione gli astri, l'accelerazione di gravità g non è costante all'aumentare della distanza, Newton ha dovuto estendere la formula con la sua celebre legge di gravitazione universale. Essa è estremamente precisa e consente di calcolare le traiettorie dei satelliti durante esplorazioni nel sistema solare con un grande livello di confidenza. Resta tuttavia da spiegare la natura della costante di gravitazione che essa reca con sé come fattore di proporzionalità. Inoltre, quando diciamo che esiste un campo di forza che ha effetto quando una particella dotata di massa è presente in un dato punto, non stiamo affermando che il campo esista veramente nello spazio, ma stiamo solo modellando matematicamente un fenomeno di interazione a distanza fra due corpi, nel modo espressivo più semplice possibile. Ma non è finita: agli inizi del XX secolo, Einstein scoprì anche gli effetti di distorsione spaziotemporale della gravità, offrendo un nuovo paradigma per concepire la natura stessa dello spazio e del tempo, e creando le nuove formule della relatività generale. Perciò, possiamo vedere come le verità stabilite riguardino principalmente dei rapporti, descritte da modelli in continua evoluzione. 71


Tutto sommato, perfino il punto di vista tolemaico secondo cui la Terra è al centro e tutto l'universo ruota attorno non è errato: è solo più complicato elaborare delle formule e comprendere fenomeni complessi a partire da questo paradigma, poiché ad esempio occorre tener conto di movimenti apparenti di regressione dei pianeti. Fino a qui, tuttavia, le condizioni di contesto erano esplicitabili, e si poteva mantenere l'illusione di poter spiegare logicamente in toto, un giorno, l'universo. Ma alcuni fatti minarono profondamente questa idea. Il grande scossone fu dato dai teoremi di incompletezza di Gödel [25]. Il suo secondo teorema può essere riassunto così: Se un sistema assiomatico può dimostrare la sua stessa coerenza, allora esso deve essere incoerente. Gödel riuscì a dimostrare che in un dato sistema è possibile costruire una formula G che (1) è dimostrabile partendo dalle premesse e dagli assiomi del sistema, ma che (2) dice di se stessa che non è dimostrabile. Questo significa che, per poter stabilire la coerenza (ovvero l'assenza di contraddizioni) di un sistema S, è necessario utilizzare un altro sistema T. Ma una dimostrazione in T non è del tutto convincente a meno che la coerenza di T non sia già stata stabilita senza usare il sistema S. Wittgenstein aggiunge che potremmo sapere qualcosa sul

72


mondo nella sua totalità soltanto se potessimo uscir fuori da esso; ma se ciò fosse possibile, questo mondo non sarebbe più tutto il mondo. Il mondo, dunque, è limitato e al tempo stesso senza limiti, senza limiti proprio perché non c'è nulla fuori e non c'è nulla dentro che possa costituire un confine. Soggetto e mondo non sono più, dunque, entità la cui funzione relazionale è in qualche modo governata dall'ausiliare avere (uno ha l'altro, lo contiene o gli appartiene) ma dal verbo esistenziale essere: “Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo”. In soldoni, non è possibile studiare formalmente un sistema senza porre degli assiomi arbitrari e di per sé non verificabili, che definiscono il contesto di applicabilità e che ci rappresentano. Quando si parla ad esempio di campi morfogenetici, quindi, non si afferma l'esistenza fisica di tali entità, ma si spiega l'esistenza di un fenomeno attraverso una metafora che ha delle regole funzionali. Essa è funzionale non in quanto vera, ma in quanto utile a spiegare e manipolare i fenomeni osservati. Notando che gli studi di fisica subatomica hanno da tempo dovuto includere l'osservatore fra le variabili che decidono l'esito di un esperimento, poi, non è affatto da escludere che il metodo scientifico debba subire nuovi scossoni ed essere aggiornato per includere l'agente nella definizione del contesto di ripetibilità di un esperimento. Ovvero, può essere che un 73


tale, capace di accedere a determinati stati di coscienza, sia in grado di ripetere regolarmente un esperimento, laddove un altro soggetto potrebbe fallire. Una tale eventualitĂ  minerebbe completamente i concetti scientifici di oggettivitĂ  e ripetibilitĂ .

74


ELEMENTI DI PNL E COMUNICAZIONE A metà degli anni '70 due ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, Richard Bandler e John Grinder, sotto la supervisione

di

Gregory

Bateson,

elaborarono

una

sistematizzazione formale con l'intento di svelare i meccanismi alla base dei successi ottenuti in maniera magica e talentuosa da terapisti come Virginia Satir, Milton Erickson e Fritz Perls. Il risultato fu pubblicato nel primo libro sulla Programmazione Neuro-Linguistica, ovvero La struttura della magia del 1975 [13]. Benché il lavoro sia stato successivamente sviluppato da molti altri autori, fra cui notabilmente Robert Dilts ed Anthony Robbins, la comunità scientifica non accreditò mai le teorie proposte

incorporandole

nella

conoscenza

ufficiale,

sostanzialmente per la mancanza di una metodologia di verifica ritenuta adeguata. In particolare, alcuni aspetti – come la presunta corrispondenza fra i movimenti oculari e il significato delle attività di pensiero – erano, benché tutto sommato accessori per le teorie proposte, particolarmente attaccabili, e trascinarono insieme sostanzialmente l'intero impianto teorico. La PNL rimase dunque confinata ai contesti non formalmente riconosciuti della comunicazione e del counseling. Ciò non significa, nondimeno, che le tecniche proposte non siano efficaci, così come sono efficaci, se non per la terapia 75


delle patologie almeno per l'orientamento al benessere, innumerevoli pratiche non formalizzate e non incluse negli studi ufficiali di psicologia, dallo yoga alla meditazione, che spesso hanno il pregio di una visione olistica e sistemica assolutamente carente nello studio formale classico (eccezion fatta per la terapia familiare sistemica).

Le dis-funzioni della mente e il metamodello La realtà ci propone una quantità enorme di informazioni ogni secondo. I nostri sensi ne percepiscono una parte per limiti fisiologici (ad esempio gli occhi percepiscono solo frequenze di luce nella banda fra il rosso e il violetto), e di ciò che rimane il cervello crea una organizzazione interna funzionale. La mente crea dunque dei modelli della realtà esterna al fine di poterla gestire e manipolare; e tuttavia, questi stessi modelli fatalmente

'impoveriscono' la realtà andando a costituire i

limiti di ciò che spontaneamente, ovvero senza orientamento cosciente dell'attenzione, e spesso anche nonostante questo, possiamo percepire. La PNL propone un modello di questi modelli, ovvero un metamodello. Essa identifica tre meccanismi fondamentali che, come già detto, sono sia funzionali che disfunzionali a seconda del contesto. La generalizzazione è il procedimento con cui elementi o parti del modello di un individuo vengono astratti dall'esperienza 76


originaria per rappresentare un'intera categoria di cui l'esperienza è un campione. Ad esempio, una volta appreso come si usa un cacciavite, sapremo farlo con ogni cacciavite, e sapremo usare a mo' di cacciavite anche altri strumenti (ad esempio il taglio di una moneta). Viceversa, possiamo generalizzare il fatto che tutte le stufe, e non solo una specifica, bruciano, ma se l'esperienza venisse generalizzata fino alla percezione che le stufe siano pericolose, e quindi evitassimo di entrare in una stanza ove sia presente una stufa, limiteremmo ingiustificatamente la nostra libertà di movimento. La cancellazione (o omissione) è un procedimento con cui prestiamo selettivamente attenzione ad alcune dimensioni dell'esperienza e ne escludiamo altre. La cancellazione riduce il mondo a proporzioni che ci sentiamo in grado di maneggiare. Ciò può essere utile in certi contesti, ma fonte di sofferenza in altri. Ad esempio, possiamo selezionare una sola voce all'interno di una stanza rumorosa ove parlano molte persone, ma possiamo anche inconsciamente filtrare e non rilevare i messaggi di affetto provenienti dalle persone a noi care. Gli autori riportano ad esempio il caso di un paziente che letteralmente non rilevava tali segnali dal partner poiché erano in conflitto con la sua generalizzazione del concetto di sé. In pratica egli sapeva erroneamente a priori che il partner non mandava segnali affettuosi, e li cancellava. La deformazione, infine, è il procedimento che ci permette di 77


operare cambiamenti nella nostra esperienza dei dati sensoriali. In parte, questo meccanismo ci permette di rendere l'esperienza più simile a qualcosa di noto, e quindi di farla rientrare in un modello

preesistente

e

poterla

manipolare

con

meno

informazione; tuttavia, ciò limita la possibilità di apprendere dalle esperienze. Ad esempio, il paziente di cui sopra se udiva un messaggio affettuoso diceva: «Dice così perché vuole qualcosa». In questo modo l'esperienza non contraddiceva il modello preesistente, ma allo stesso tempo negava al soggetto una rappresentazione della realtà più ricca e soddisfacente.

Buona formazione semantica Un modo di deformare il proprio modello fino a procurarsi disagio è considerare fuori dal proprio controllo responsabilità che invece vi rientrano. Ad esempio la frase mio marito mi fa impazzire è considerata dagli autori della PNL semanticamente malformata perché per un essere umano è letteralmente impossibile creare un'emozione in un altro essere umano. Se in una frase l'agente causante è diverso dalla persona che avverte l'emozione si dice che la frase è semanticamente malformata. Utilizzando il metamodello un facilitatore può indurre il cliente ad una estensione del proprio modello verso rappresentazioni della realtà semanticamente benformate. Di seguito propongo una casistica di disfunzioni generate dai modelli mentali 78


(generalizzazione, cancellazione, distorsione) e le relative domande possibili per agevolare il benformato. Cancellazioni: Omissione semplice A me piace l’acqua Sono confuso E tutta un’altra storia Ora capisco

Domanda per il ben formato Ti piace, cioè? Berla, nuotarci? Su cosa sei confuso? Che storia specificatamente? Che cosa stai capendo?

Omissione del paragone Meglio, il migliore, di più, meno Minimo, massimo

Domanda per il ben formato Meglio in relazione a cosa?

Mancanza di riferimento Questo è il bello Mi è piaciuto impararlo

Domanda per il ben formato Cosa intendi per bello? Ti è piaciuto imparare cosa?

Verbo non specificato Lei mi ha fatto del male Io e Laura ci frequentiamo Imparo l’inglese con facilità

Domanda per il ben formato Come ha fatto a farti del male? In che modo vi frequentate? Con facilità? Cioè come precisamente?

Senza centro, chi parla per terza persona è perso, non sa dov’è È meglio stare attenti alle donne Si deve lottare per la pace Qualcuno dovrebbe fare qualcosa! Devo / è necessario tener conto dei sentimenti altrui

Domanda per il ben formato

Minimo come esattamente?

Secondo chi? Secondo chi? Qualcuno chi? Cosa accade altrimenti?

79


Distorsioni: Nominalizzazioni Azioni od eventi che vengono fissati in un sostantivo La mia relazione L’amore Ho problemi con l’ascolto L’apprendimento L’equilibrio Il mio dolore è opprimente I pensieri di mio figlio mi preoccupano

Domanda per il ben formato A quale relazione ti riferisci? L'amore di chi verso chi? Ascoltare cosa, quando? Chi sta apprendendo cosa? Equilibrio di cosa? Il tuo provare dolore per chi/cosa ti sta opprimendo? Che cosa pensa tuo figlio che ti preoccupa?

Generalizzazioni: Equivalenze Connessioni di causa effetto arbitrarie, creano dei giudizi e causano sofferenza Non parla con chiarezza, ha difficoltà ad imparare Non va bene a scuola, non mangia abbastanza Dorme fino a tardi, non gli piace lavorare

Domanda per il ben formato

Causa ed effetto Come le equivalenze, si attribuisce una causa arbitraria senza verificare il processo e la propria parte nella comunicazione (a causa di, per cui, poiché, .allora…) È lei che mi fa arrabbiare

Domanda per il ben formato

Non mi ama, non mi ha telefonato

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Qual è il nesso? Da che cosa deduci una relazione tra i due eventi? Da cosa sono uniti i due eventi ?

Come fa esattamente a farti arrabbiare? Tutti quelli che ti amano ti devono telefonare? Chi ti telefona ti ama?


Non la sopporto, come la vedo mi arrabbio

Che cosa di lei ti fa arrabbiare?

Lettura del pensiero Quando si suppone di conoscere l’esperienza soggettiva di un altro Non gli importa nulla di me

Domanda per il ben formato

Vedrai che non tornerà Ce l’ha con me Quantificatori universali allucinano la realtà, creando una categoria da un comportamento Sempre, mai, ogni volta Sei sempre uguale! Nessuno, tutti Gli uomini sono tutti uguali

Controllori e limitatori Dovrei, devo fare così Non posso, non potrei Devo essere il più bravo

Esattamente, come fai a saperlo? Come sai di preciso che non tornerà? Come fai a dirlo? Domanda per il ben formato Proprio sempre? mai? ogni volta? Proprio sempre? Di chi stai parlando specificatamente? Di quali uomini stai parlando, specificamente? Domanda per il ben formato Cosa succede se non lo fai? Cosa te lo impedisce? Più bravo rispetto a chi? Chi te lo impone?

Sottomodalità Secondo la PNL, le esperienze vengono interiormente organizzate

seguendo

una

predisposizione

preferenziale

rispetto ai sensi. Tutte le informazioni che arrivano attraversano una serie di filtri neurologici (limiti degli organi di

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senso), collettivi (cultura) e personali (valori, convinzioni, identità, …) che determinano una possibile preferenza rappresentazionale. Essa può anche essere multisensoriale, ma tipicamente è orientata secondo tre grandi aree sinteticamente dette VAS: V (visiva), A (audio, uditiva), S (sentire, cinestesia; include anche tatto, gusto ed olfatto). Particolari predisposizioni implicano l'uso preferenziale di rappresentazioni correlate; ad esempio una persona depressa potrà dire che si sente pesante (S), che è tutto grigio (V), monotono (A), o che non vede vie d’uscita (V), e via dicendo. Il ricalco della modalità dell’interlocutore, ovvero l’adeguarsi al suo linguaggio verbale e corporeo, facilita la presa di contatto e la possibilità, successivamente, di guidarlo verso altre modalità in modo da estendere i suoi modelli percettivi.

S: SOTTOMODALITÀ DEL SENTIRE LOCAZIONE TEMPERATURA UMIDITA’ TATTO PRESSIONE MOVIMENTO SUPERFICIE DURATA INTENSITA’

DOVE NEL CORPO? FREDDO – CALDO SECCO – UMIDO LISCIO-RUVIDO PESANTE-LEGGERA LENTO-VELOCE-FERMO LOCALE-ESTESO BREVE-LUNGO-CONTINUO TENUE-FORTE

Alcuni esempi: mi fai venire i brividi, che viscida persona!, è un martellamento continuo!, mi cascano le braccia!, sento ciò 82


che vuoi dire

A: SOTTOMODALITÀ AUDITIVE VOLUME TONO PULIZIA TIMBRO DURATA STEREO – MONO PROVENIENZA

ALTO – BASSO ALTO BASSO CHIARO – OVATTATO MORBIDO – METALLICO CONTINUO – INTERMITTENTE LOCALE – ESTESO DX SX DALL’ALTO DAL BASSO DAVANTI DIETRO

Alcuni esempi: non parlarmi con quel tono!, da quell’orecchio non ci sente, quel discorso mi risuona, c'è una bella armonia.

V: SOTTOMODALITÀ VISIVE COLORE SATURAZIONE LUMINOSITÀ A FUOCO DIMENSIONE DURATA DISTANZA PROSPETTIVA MOVIMENTO ESTENSIONE PROFONDITÀ

COLORI – BIANCO NERO VIVIDO – TENUE CHIARO – SCURO NITIDO – OFFUSCATO GRANDE – PICCOLO BREVE – LUNGA VICINO – LONTANO AMPIA – RISTRETTA BLOCCATO – CONTINUO IN PROFONDITÀ – RISTRETTO PIATTO TRIDIMENSIONALE

Alcuni esempi: ma guarda un po'!, non vedo nulla di buono, è un amico molto vicino, è chiaro che...

83


M.E.S.I. Le M.E.S.I. (Manifestazioni Esteriori dello Stato Interiore) rappresentano le manifestazioni verbali e trans-verbali con le quali reagiamo ad uno stimolo esterno, e rappresentano la parte terminale di un movimento inconscio che con un’accurata lettura15 ci può fornire utili indicazioni sullo stato emotivo in atto e su qual è il canale preferenziale che un interlocutore sta utilizzando in quel momento.

Incongruenza Bandler e Grinder riformularono anche le osservazioni di Bateson, Watzlawick e altri espresse nel paragrafo 'Livelli di comunicazione e metalinguaggi' a pag.35, ove si riconosce all'insieme dei messaggi non verbali un ruolo di metasignificato rispetto al contenuto espresso verbalmente. Essi preferirono superare la visione gerarchica in termini logici, riconoscendo invece che tutti i canali di comunicazione, nello specifico i canali analogici corporei di vario tipo e il canale digitale della comunicazione verbale (D), possono essere messi sullo stesso piano. Conseguentemente, non esiste per loro qualcosa che testimoni una 'veritĂ ' del soggetto, ma solo vari canali distinti, i quali 15 Vedi il paragrafo 'Caratteristiche delle informazioni analogiche e digitali' a pag.114 per comprendere i limiti di una tale interpretazione

84


mostrano

ciascuno

un

aspetto

egualmente

valido

dell'esperienza: nessuno sarebbe più vero o più rappresentativo. Si ha incongruenza quando i messaggi deducibili dai singoli canali, detti paramessaggi, si possono raggruppare non in un solo, ma in due o più messaggi differenti: la persona farebbe trapelare

dunque

l'informazione

che

esistono

contemporaneamente più situazioni interne che prevalgono, ognuna, su canali diversi e che, in questo modo, riescono a convivere. Un esempio è preso da [13]. Il soggetto si pone nel seguente modo: a.

corpo rigido;

b.

respirazione poco profonda e irregolare;

c.

mano sinistra spinta in avanti con l'indice teso;

d.

mano destra in grembo, la palma aperta e volta in alto;

e.

voce aspra e stridula;

f.

modo di parlare affrettato;

g.

la parole: Faccio quanto posso per aiutarla; le voglio molto bene

I messaggi veicolati dai vari canali di uscita (postura del corpo, movimenti, ritmo e tono della voce, parole) non si armonizzano per recare un unico messaggio, neanche all'interno delle sole

85


espressioni non verbali. Ad esempio l'indice teso non si accorda con la mano destra tenuta in grembo con la palma aperta e rivolta in alto. L'incongruenza può essere vista come un modo di integrare le modalità comportamentali più adatte per situazioni diverse, come la relazione con due genitori in conflitto fra di loro. L'importanza dell'aspetto di non gerarchia logica fra i vari canali diventa più evidente quando si notano comportamenti complessivamente incongruenti in tempi diversi, ovvero si ha sia incongruenza fra i canali, che fra i medesimi canali in tempi distinti. Bandler e Grinder descrivono estesamente come un soggetto possa assumere una diversa polarità per il fatto di adattare la sua comunicazione all'atteggiamento di un interlocutore, e come sia possibile utilizzare questo effetto in senso terapeutico. Ad esempio, un soggetto potrebbe avere una polarità

dominante

aggressiva

ed

una

complementare

vittimistica che si manifestano in tempi diversi. In questo caso, i paramessaggi analogici sono spesso evidentemente contrastanti fra di loro in tempi diversi, e dunque non è possibile stabilire quale sia più 'vero'. La PNL propone quindi una definizione diversa di metamessaggio. Un messaggio A può essere considerato metamessaggio rispetto ad un altro messaggio B se e solo se: a.

86

entrambi i messaggi, A e B, appartengono al


medesimo sistema rappresentazionale (V,A,S,D) o allo stesso canale di uscita; b.

A è un messaggio su B (condizione di Bateson e Russell)

Osservando che ogni canale di uscita può veicolare un solo messaggio

per

volta,

i

messaggi

che

compaiono

simultaneamente non potranno mai essere meta- l'uno rispetto all'altro. La strategia generale di risposta all'incongruenza proposta prevede le fasi di: 1.

individuazione delle incongruenze;

2.

ripartizione delle incongruenze in insiemi coerenti;

3.

integrazione delle incongruenze e passaggio in una meta-posizione

L'integrazione può avvenire 'forzando' la regola fisica che ogni canale può trasmettere un solo messaggio alla volta. Ad esempio, accelerando la recitazione dei comportamenti incongrui su uno stesso canale fino al limite in cui essi devono entrare in contatto e fondersi in una terza cosa differente. Oppure, invitando il cliente a trovare con la fantasia un'unica rappresentazione che possa ricodificare l'insieme delle due rappresentazioni incongruenti. Gli autori sottolineano comunque il fatto che queste sono metatattiche che, implicitamente, sono riscontrabili in varie forme di 87


terapia.

Funzioni confuse La PNL definisce funzione confusa ogni tipo di modellamento in cui il canale di ingresso o di uscita sia di modalità diversa dal sistema rappresentazionale interno. Questa è una condizione normale per i neonati che non riescono a distinguersi dal mondo che li circonda: il bambino ti vede sorridere e si sente bene; ti vede un'espressione severa e si sente male. Molti adulti continuano ad usare questi processi di rappresentazione quando vedono il sangue e si sentono male; quando odono una voce che sbraita e rimprovera e si sentono male. Le funzioni confuse non sono cattive e non sono da eliminare; piuttosto, possono essere fonte sia di attività creativa che di sofferenza, perciò vanno riconosciute con consapevolezza. Sebbene tutte le eventualità siano possibili, le combinazioni confuse più frequenti sono quelle che coinvolgono la sensazione (S) con uno degli altri due tipi di rappresentazione (V o A). Queste combinazioni danno origine a due frequenti malformazioni semantiche: causa-effetto e lettura del pensiero. La causa-effetto ha origine da una funzione confusa fra vistasensazione o udito-sensazione, ad esempio: Quando mio padre mi guarda in questo modo mi sento furibondo. In questi casi l'indice referenziale di responsabilità si sposta dal soggetto al 88


mondo, lasciando incontrollati i circuiti di vista-sensazione ed udito-sensazione di cui invece è possibile prendersi cura. La lettura del pensiero origina invece da funzioni confuse di tipo sensazione-vista o sensazione-udito. Il soggetto si attiene alle sensazioni corporee e deforma le informazioni che gli giungono visivamente ed auditivamente dall'esterno in modo da adeguarle alle sensazioni. Ad esempio, il saluto svogliato di una persona stanca che torna dal lavoro può essere interpretato come informazioni visive ed auditive del fatto che la persona lo giudichi. La deformazione non è casuale, e tende ad adeguare al massimo le informazioni alle sensazioni che già noi abbiamo su noi stessi in quel determinato momento; nello specifico, il soggetto pensa a priori che sia degno di un giudizio negativo. Durante i processi di cambiamento accade sovente che il cliente perda capacità di udire o vedere proprio quando comincia a succedere qualcosa. Spesso è sufficiente allora fargli riprendere una posizione rilassata e fargli fare un respiro più profondo, affinché il movimento possa procedere. Se il cliente sta infatti vedendo-provando una forte emozione e cerca di escluderla sollevando ed irrigidendo il collo, e noi glielo spostiamo all'indietro, egli entrerà in contatto con le sensazioni che sono state la fonte di grandi difficoltà.

Riprospettazione La riprospettazione è una tecnica di orientamento ampiamente 89


usata sia nell'ambito della terapia cosiddetta breve, che in ambiti

più

prettamente

definibili

'spirituali'.

Essa

sommariamente consiste nel vedere le cose da un punto di vista diverso, riprospettare appunto, in modo che ci si possa esprimere relativamente alla medesima sostanza di significato in termini positivi anziché negativi. Per positivo e negativo qui non si intende una valutazione di valore, bensì l'uso delle negazioni per esprimere un concetto in contrasto ad un altro, piuttosto che semplicemente esprimere ciò che è. Solitamente la riprospettazione è sollecitata da un facilitatore che pone domande in modo funzionale ad ottenere risposte in termini positivi. Un classico esempio di domanda funzionale in seguito a un'affermazione del tipo “non voglio questa cosa” è: “che cosa vorresti invece?”. Altre domande tipicamente utili sono le seguenti: •

La domanda sul miracolo: supponi che un miracolo accada e che il tuo obiettivo venga realizzato. Come ti accorgeresti che il miracolo è avvenuto? Che cosa potresti notare?

Domande relative all'attribuzione di valore: definisci su una scala da zero a dieci dove ti trovi adesso. Cosa ti impedisce di salire di un punto su

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questa scala? Il giorno che la tua condizione avrà un punto in più sulla scala, che cosa potrai notare di diverso? Quale valore su questa scala ritieni che sia sufficientemente buono per te? •

Domande sulle capacità: volte a contraddire ed ampliare la visione del cliente su se stesso. Esempio: vedo che sei in evidente difficoltà, eppure sono stupito dal fatto che, ciò nonostante, riesci a compiere tutto il necessario per svolgere il tuo lavoro. Come pensi che accada che riesci a farlo?

Trasferimento di risorse: spesso il cliente mostra di aver risorse sufficienti in un ambito specifico, e ciò nonostante non abbia consapevolezza di poter utilizzare le medesime risorse nel contesto del problema. Evidenziare la forza delle sue risorse e dei suoi valori permette di suggerirne l'uso anche nel contesto problematico.

In ambito terapeutico, un primo uso formalizzato potrebbe essere attribuito alla Solution Focused Brief Therapy di Steve de Shazer e sua moglie Insoo Kim Berg, poi proseguito con Milton Erickson e tutta la scuola del Mental Research Institute di Palo Alto. In ambito spirituale, invece, è sottolineato (ad esempio negli insegnamenti di Osho) un secondo livello di riprospettazione

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verso un atteggiamento mentale neutro e meditativo, che tende a scemare le attribuzioni di valore espresse arbitrariamente dal soggetto e ad abituarsi invece a stare confortevolmente con ciò che si manifesta. Un insieme delle caratteristiche che pertengono ai tre aspetti negativo, positivo e neutro è mostrato nello specchietto che segue. MENTE NEGATIVA (prospettiva clinica) Ho un problema e vorrei che non ci fosse

MENTE POSITIVA (prospettiva terapeutica)

MEDITAZIONE (prospettiva spirituale)

Che cosa voglio? (enunciato al positivo )

Perché? (la ricerca dei perché spinge verso il passato e quindi in possibili trance) Sbaglio sempre nella vita e non dovrei sbagliare

Come? Quando? Chi? Che cosa? (il ben formato ci tiene nel presente)

Accettazione. Osservo ciò che è, divento consapevole e lascio fluire nel presente, prendo forza Rimango presente a quello che c’è

Sono vittima dei miei limiti Non posso sbagliare, devo essere perfetto

Non ci sono errori, esistono tentativi ed esperienze, feedback per imparare Come posso migliorare? Continuo ad imparare

Prendo atto di quello che c’è ora Accetto i miei limiti Nulla da fare, solo essere

I livelli logici di Dilts Il modello dei livelli logici di Robert Dilts fu sviluppato nel

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1990 sulla base delle teorie sistemiche proposte da Bateson e della teoria dei tipi logici di Russell 16. Essi sono molto importanti in quanto un cambiamento in un dato livello logico non può essere effettuato all’interno dello stesso livello [23], e forniscono una guida per riprospettare la conoscenza con punti di vista diversi. Ogni livello descrive gli attributi, il modo di pensare e il comportamento che è evidente nell'ambito del particolare livello di astrazione. La funzione di ogni livello logico è quello di organizzare l’informazione al livello inferiore, secondo l’autore perfino a livello neuro-logico. Di conseguenza, ognuno dei livelli logici superiori influenzerebbe i livelli che gli stanno sotto, e se avviene un cambiamento agli alti livelli, secondo Dilts, si avrebbe sempre un'influenza anche ai livelli inferiori. Viceversa, un cambiamento ai livelli logici inferiori non influenzerebbe necessariamente i livelli superiori. I livelli logici sono i seguenti, dall'alto verso il basso. Missione, livello spirituale e degli scopi transpersonali Ciascuno è parte di un sistema più grande. A questo livello si considera l'impatto del cambiamento su quel sistema, ovvero chi altri sono influenzati. Ciò ha a che fare anche con il senso e lo scopo per cui si fanno delle azioni. Esempio: il mio scopo nella vita è di creare una società più giusta ed equilibrata. 16 Vedi il paragrafo 'Teoria dei tipi logici e metalivelli' a pag.53

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Identità Questo livello ha a che fare con cosa pensiamo del nostro senso di identità. Riguarda chi siamo e qual è la nostra natura particolare. Esempio: sono il manager di un'organizzazione che ha a che fare con problematiche di responsabilità sociale. Valori e convinzioni Le convinzioni sono cose che riteniamo vere e che riguardano il perché facciamo ciò che facciamo. I valori sono le cose che riteniamo importanti. Esempio: io credo che tutte le persone siano ugualmente importanti e debbano ricevere il medesimo livello di sostegno. Capacità Riguarda il come facciamo le cose. Ha a che fare con gli skill, le qualità, le risorse e le strategie che abbiamo e che usiamo. Esempio: io comunico efficacemente con gli altri ed ascolto attentamente per assicurarmi di cogliere tutti i punti di vista nel mio prendere decisioni. Comportamenti Riguarda cosa facciamo, come azioni pratiche. Bisogna ricordare che una persona non è il suo comportamento. Per agevolare

il

cambiamento,

occorre

distinguere

il

comportamento di una persona dalla sua identità. Esempio: con gli altri attuo un ascolto riflessivo. Ambiente 94


Questo livello riguarda il dove e contiene le condizioni esterne a cui si reagisce. Include il posto di lavoro, la casa, i colleghi, i clienti, etc. Esempio: vivo in un ambiente che mi permette di minimizzare gli sprechi e di usare i mezzi pubblici per i miei spostamenti. I livelli logici sono organizzati gerarchicamente nel senso che ogni livello è connesso alle esperienze e ai fenomeni del livello sottostante. Sorprendentemente in letteratura non è facile trovare informazioni sul perché un livello logico è superiore ad un altro. Tuttavia, si possono fare alcune osservazioni. In questa organizzazione, infatti, lo scopo di un’azione implica l’identità di chi la svolge, e modificare gli scopi ha necessariamente un impatto su ciò che una persona pensa di se stessa. L'identità a sua volta prende forma dal gruppo di convinzioni e di valori che la sorregge, ed è quindi una caratteristica ‘sintetica’ che, se modificata, coinvolge gli elementi di ordine inferiore. Una credenza, viceversa, può essere modificata fino al limite in cui non intacca il senso di identità, dopo di che il livello superiore deve essere necessariamente

interessato

dal

cambiamento.

Ogni

convinzione poi è connessa ad un gruppo di capacità riferibili ad un insieme di comportamenti tipici in particolari contesti ambientali. In un colloquio a due, il modello dei livelli logici permette di trovare facilmente le domande opportune (Dove? Cosa? Come? 95


Perché? Chi? Chi altri?) per spostare il livello di astrazione verso un punto più alto, per trovare allineamento e motivazione al cambiamento, o più basso, per rendere concreta una nuova motivazione ben formata. Non dimentichiamo, infatti, che ogni cosa diventa reale quando ha un dove. Nella terza parte dedicata alle possibilità di cambiamento sarà illustrata una critica ed un esempio completo di lavoro con i livelli logici di Dilts.

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ELEMENTI DI COSTELLAZIONI FAMILIARI E SISTEMICHE Le Costellazioni Sistemiche ideate da Bert Hellinger sono un argomento molto ampio che ha fornito materiale per decine di libri: pensare di offrire una panoramica esaustiva in questo contesto, pertanto, è un intento destinato al fallimento. Focalizzerò quindi gli elementi essenziali che ritengo personalmente utili per orientarmi nella veste di facilitatore, anche se non sono necessariamente i tratti più fondamentali o innovativi introdotti dalla metodologia.

Caratteristiche generali Le Costellazioni Sistemiche si distinguono nettamente da altre forme di facilitazione al cambiamento per l'amalgamazione di alcuni elementi in verità non originali di per sé, ma estremamente innovativi nell'insieme. Come recita la teoria dei sistemi, anche questa volta il tutto è più delle parti. I tratti caratteristici che ritengo più fondamentali sono: la prospettiva

sistemica,

l'uso

deliberato

della

presenza

consapevole con un approccio fenomenologico e l'utilizzo dei campi morfogenetici per disaccoppiare i soggetti che partecipano a una dinamica relazionale che crea disagio dalla dinamica stessa.

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La visione sistemica è di per sé fondamentale per il benessere: benché la psicologia classica orienti i propri studi alla condizione intrapsichica del cliente a prescindere dall'ambiente che lo circonda, alcuni autori hanno riconosciuto già da tempo che le relazioni all'interno della famiglia, vista come sistema, hanno una importanza determinante nella formazione dei comportamenti. La terapia sistemica della famiglia elaborata a Palo Alto, infatti, già negli anni '70 notò il fatto che i comportamenti dei membri della famiglia sono in qualche modo correlati l'uno con l'altro secondo un equilibrio omeostatico che tende ad ostacolare il cambiamento anche nei casi in cui la particolare calibrazione generi generale sofferenza. È come se il termostato fosse fisso sui 40 gradi, si soffrisse per il caldo, e si tentasse continuamente di raffreddare i termosifoni o si tenessero spalancate le finestre, che sono elementi interni al sistema, anziché regolare dall'esterno il termostato verso una temperatura più confortevole. Diversamente dalla terapia sistemica della famiglia, tuttavia, nelle costellazioni lo stato del sistema viene analizzato a partire dal punto di vista di un singolo membro. Ovvero, il cliente non è l'intera famiglia, ma un individuo. Le Costellazioni Sistemiche, inoltre, non si occupano particolarmente solo del benessere in famiglia, ma della condizione di qualsiasi sistema in quanto tale, di cui il sistema familiare è solo un esempio – ed in questo caso si parla di 98


Costellazioni Familiari, che sono la forma più diffusa. Con le Costellazioni Sistemiche è possibile vedere la condizione di qualsiasi sistema, concreto o astratto, come le organizzazioni aziendali, la relazione fra gli stati sovrani intesi come coscienza collettiva delle nazioni, gli atomi di ossigeno ed idrogeno all'interno di una molecola d'acqua, il ruolo di concetti astratti come la morte, e così via. La seconda grande innovazione è che l'osservazione viene effettuata in tre dimensioni da rappresentanti, e non dagli elementi realmente costitutivi del sistema. In questo modo, si hanno due benefici enormi: uno è che, quando i rappresentanti sono persone fisiche (di fatto si può usare di tutto, dai pupazzetti alle pietre ai fogli di carta, ma le persone in carne e ossa possono interagire con più indipendenza e informazione), essi possono fornire una rappresentazione 'pulita' da tutti gli aspetti di pregiudizio e memoria, sia del cliente che del facilitatore, mostrando lo schema relazionale del sistema così com'è. Il secondo beneficio è che il cliente può osservare dal di fuori lo schema, ed accorgersi a partire da una meta-posizione cosa succede

in

quello

schema.

Egli

può

andare

oltre

all'identificazione con il suo ruolo nello schema, perché lo vede realizzarsi da fuori, come cosa indipendente da sé, in maniera precisa e senza che i rappresentanti abbiano potuto avere informazioni sufficienti per recitare il ruolo. 99


Ma come si può osservare qualcosa del sistema senza che esso sia fisicamente in gioco? La risposta è che nessuno sa perché, eppure è semplice verificare come accade, ed arrendersi alla fenomenologia. Il contesto di riferimento che si può usare per spiegare un tale fenomeno è quello dei campi morfogenetici e dei campi informati17. L'esperienza è che ogni rappresentante, il quale si immedesimi nel punto di vista18 del rappresentato, e che non sovrapponga le proprie abitudini percettive ma rimanga presente a ciò che si manifesta da sé, esegue spontaneamente dei movimenti e prova emozioni che ricalcano adeguatamente la condizione individuale e sistemica. L'aspetto di osservazione attuato in questo modo non può prescindere da un necessario utilizzo dello stato di presenza consapevole, ovvero di osservazione neutra senza pregiudizio. La presenza consapevole è un elemento molto usato nelle discipline spirituali, mentre è sostanzialmente trascurato dalla psicologia classica che ritiene più importanti i modelli logici di carattere scientifico. L'attuazione di movimenti in maniera inconscia, d'altra parte, potrebbe essere attribuita a induzioni ipnotiche, o alla ripetizione di schemi propri del rappresentante. In effetti, 17 Vedi il paragrafo 'Campi morfogenetici e campi informati' a pag.63 18 L'importanza del punto di vista non è esplicitata in letteratura, perciò rimando più avanti al corpo della discussione una trattazione in merito

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spesso i rappresentanti vengono 'casualmente' scelti fra i più affini alle medesime dinamiche relazionali, al punto che per alcuni è difficile distinguere i movimenti propri dai 'movimenti dell'anima' attribuibili al 'campo cosciente'. Fatto sta che non di rado emergono informazioni nuove sul sistema che non erano note nemmeno al cliente, e che sincronicamente emergono e possono essere verificate nei fatti a pochi giorni di distanza dall'incontro. Occorre tuttavia precisare bene cosa si intende, su questo punto. Deve essere evidente, infatti, che ciò che si osserva in modo fenomenologico non è una verità fondamentale e assoluta, ma semplicemente ciò che è nel momento presente come informazione. L'osservazione è una istantanea della condizione attuale del sistema osservato, a partire dal punto di vista dichiarato. In una costellazione familiare, il punto di vista dal quale si osserva la famiglia è ovviamente sempre quello del cliente. Scrive Bertold Ulsamer: I rappresentanti da una parte danno informazioni sul proprio stato interiore e sui rapporti che percepiscono nei confronti di altri membri della famiglia. Dall'altra parte avvertono ripetutamente impulsi, per esempio quello di cambiare posto. Inoltre emergono continuamente anche frasi su avvenimenti interni alla famiglia. In questo modo 101


otteniamo informazioni su fatti ancora sconosciuti? Le rappresentazioni, tuttavia, non sono per niente (o quasi) adatte a indagare i fatti e la realtà. […] Le rappresentazioni mostrano

solamente le energie

presenti nel sistema familiare. C'è la tentazione di usare le rappresentazioni per verificare i fatti avvenuti in una famiglia. Così facendo, però, terapeuta e cliente si

muovono

su

un

terreno

pericoloso.

Una

rappresentazione, ad esempio, non può mai costituire una valida prova di paternità. Chi vuole avere certezza sull'identità del proprio padre deve ricorrere a un test del DNA. [24] Da questa affermazione si deve dedurre che è un atteggiamento errato cercare una verità in termini di vero/falso, ma ciò non ci stupisce in quanto, a un certo livello, ciò non sembra essere possibile nemmeno con il metodo scientifico 19: ogni verità è inserita in un paradigma di contesto ed è dunque relativa ad assiomi arbitrari. Tuttavia, all'interno del paradigma sistemico e contestualmente al punto di vista del cliente, è possibile rilevare dei comportamenti, che fanno parte della sfera delle 'energie', i quali possono trovare conferma e spiegazione nei racconti di parenti sollecitati a raccontare ciò che non è mai stato detto, oppure in qualche documento che sincronicamente viene 19 Vedi paragrafo 'I limiti del metodo scientifico' a pag.69

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trovato

in

qualche

cassetto.

Questa

eventualità

è

profondamente diversa dal pretendere in costellazione di scoprire 'chi sia stato' qualcuno (chi sia stato secondo chi?) o dove si trovi qualcosa. In altre parole, le costellazioni sono adatte non tanto a far emergere la natura delle cose o dei fatti, ma bensì delle relazioni fra membri del sistema e il loro atteggiamento rispetto ai fatti. Determinati comportamenti e tipi di relazione possono essere indizio e sintomo di alcuni fatti, ed è per questo motivo che talvolta si scoprono eventi sconosciuti: ma non sono i fatti ad emergere direttamente. I fatti possono essere richiesti esplicitamente dal facilitatore per meglio definire il contesto in cui si vede emergere una relazione, e se il cliente non è a conoscenza di alcunché che possa spiegare un comportamento non sarà la costellazione a metterlo in evidenza. La costellazione procederà sull'evidenza fenomenologica delle relazioni. Il punto aperto che può essere rimasto dalla costellazione potrà poi generare una eco e trovare evidenza documentale a posteriori. Mi piace sottolineare che, sebbene come ogni altro metodo anche le costellazioni sono manipolabili da un facilitatore che intende 'spingere' i propri punti di vista, tuttavia esse danno la possibilità ai rappresentanti di sentire diversamente. Quante volte abbiamo sentito un medico proporre una diagnosi che non è possibile discutere, o quante divinazioni hanno proposto 103


punti di vista che, in quanto supposti trascendenti, non sono opinabili? Quando però il facilitatore 'forza' la costellazione, essa semplicemente non funziona20. Un facilitatore in buona fede che si orienti a vedere semplicemente ciò che si manifesta, ha invece buon gioco nel tenere a bada gli aspetti inconsci di se stesso in relazione alle dinamiche che sta osservando, e questo agevola enormemente il lavoro.

Gli ordini dell'amore Le osservazioni attuate su numerose costellazioni permisero a Bert Hellinger di formalizzare la ridondanza presente nelle dinamiche sistemiche incontrate, andando così a costituire un discreto corpo teorico. Egli riconobbe dunque un certo numero di ordini dell'amore, ovvero leggi generali violando le quali si manifesta disagio in uno o più membri del sistema. Tali regole, che sono un sistema di riferimento utile al facilitatore per accelerare le proprie intuizioni su ciò che percepisce e per elaborare delle ipotesi, vanno comunque necessariamente verificate ogni volta nel sistema sotto osservazione, semplicemente facendo delle prove 20 Non è l'unico caso in cui una costellazione facilmente potrebbe non funzionare: ad esempio, anche i casi in cui emerge un trauma necessitano di trattamento particolare o alternativo, tale per cui il facilitatore potrebbe decidere di interrompere ed indirizzare il cliente verso altri specialisti

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ed affidandosi a come i rappresentanti reagiscono. Le

'leggi'

che

governano

i

sistemi

sono

comunque

generalmente diverse a seconda del tipo di sistema, anche se derivano da principi di esclusione/inclusione comuni: ad esempio

le

organizzazioni

aziendali

hanno

dinamiche

motivazionali e di investimento emotivo estremamente diverse da quelle dei sistemi familiari. Altri ordini sono invece sostanzialmente identici. Qui offro una breve panoramica dalle sole regole attribuite ai sistemi familiari. 1. Ogni membro del sistema lo è per sempre, e non può esserne escluso Ognuno appartiene alla sua famiglia per sempre. Ogni membro del sistema ha lo stesso diritto di appartenenza e nessuno può negargli il posto che occupa. Il sistema familiare è un legame profondo, correlato con la sopravvivenza dell'individuo e della specie e, probabilmente in virtù di questo, appartengono al sistema delle dinamiche fenomenologiche della famiglia non solo i familiari di ogni grado ma anche tutti coloro che, pur non essendo parenti, hanno avuto un impatto emotivo significativo. Ad esempio, i nemici uccisi in guerra dai nostri nonni, dei quali si è tenuto sepolto il dolore, spesso entrano a far parte integrante delle rappresentazioni; ma anche i partner significativi nella giovinezza dei genitori, i quali hanno perso qualcosa e per 105


questo reso possibile la nascita del cliente in un nucleo familiare differente, sono spesso figure importanti da tenere a cuore ed includere. Il tentativo di escludere qualcuno dal sistema, benché impossibile, sovente causa nelle generazioni successive fenomeni di irretimento, che sono descritti nel seguito. 2. Chi è arrivato prima ha diritto di precedenza Il tempo stabilisce all’interno di una famiglia una gerarchia naturale che va rispettata. Questo significa che chiunque entri per primo in un sistema ha una certa precedenza gerarchica sugli altri: i genitori sui figli, il primogenito sugli altri fratelli, il primo matrimonio sui successivi, e così via. Nelle

organizzazioni

due

aspetti

della

temporalità

si

intrecciano: esiste una precedenza dovuta alla maggiore età anagrafica, ed una precedenza dovuta ad una maggiore anzianità sul posto di lavoro. In questo senso, un manager inserito di recente dovrà, per non violare l'ordine, sapere di essere

l'ultimo

arrivato

e

di

essere

al

servizio

dell'organizzazione, vista come qualcosa di più grande, pur essendo in posizione di comando. Un esempio classico di violazione in famiglia è la dinamica edipica per cui un figlio si mette a fianco di un genitore escludendo l'altro. I genitori vengono prima ed hanno la precedenza rispetto ai figli, che non dovrebbero immischiarsi 106


nelle cose dei 'grandi'. 3. Dare e ricevere - i grandi danno e di piccoli ricevono L'equilibrio fra dare e avere è fondamentale per l'equilibrio generale di ogni sistema. Dare è spesso, paradossalmente, più facile che prendere, perché permette di porsi ad un livello più alto ed 'innocente': questo però spesso causa la violazione delle precedenze, di chi è 'grande' e chi è 'piccolo'. Dare e ricevere non deve essere inteso solo in senso materiale ed economico, ma anche e soprattutto in senso emotivo. Se fra pari (ad esempio fra partner) l'equilibrio fra dare e avere – anche in modi diversi, secondo competenze e possibilità – è da intendersi in senso letterale, fra 'grandi' (chi ha precedenza) e 'piccoli' la condizione è diversa. Il flusso dell'amore, ad esempio, fluisce naturalmente dai genitori ai figli. I figli non riusciranno mai a restituire abbastanza per ciò che di più prezioso hanno ricevuto: la vita. L'equilibrio si mantiene, dunque, sulla base del fatto che i figli a loro volta daranno vita ai loro figli, in un equilibrio funzionale ed armonico per il clan e per la specie. Disordini sistemici comuni riguardano i casi in cui i genitori 'prendono' dai figli, spesso poiché a loro volta non hanno 'preso' dai genitori, ad esempio quando un genitore sofferente chiede attenzione e supporto emotivo dai figli.

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4. Il nuovo sotto-sistema ha precedenza sul vecchio Quando si sposta l'attenzione dagli individui ai sistemi, l'ordine di precedenza temporale viene invertito. Il sistema dove c'è possibilità di creare nuova vita assume la precedenza. Ad esempio, la nuova famiglia formata da un figlio con il suo partner (la famiglia attuale) ha precedenza sul sotto-sistema in cui partecipa con i genitori (la famiglia di origine). L'eventuale interferenza dei genitori con la famiglia attuale è quindi fonte di disagio. Altro caso è la precedenza della famiglia costituita con un nuovo partner rispetto alla precedente. Questo ordine si intreccia con l'ordine sulla precedenza di chi viene prima. L'armonia viene conservata quando i membri del nuovo sotto-sistema riconoscono quelli del vecchio come 'venuti prima', e quindi danno atto del fatto che essi hanno preso e gli altri dato; ma non per questo i membri del vecchio sistema hanno diritto di interferire con la nuova famiglia. 5. In costellazione la priorità segue una direzione oraria In una costellazione la posizione nello spazio dei rappresentanti ricalca simbolicamente gli ordini di precedenza. Esistono posizioni in cui i membri generalmente sentono più forza nell'occuparle. I genitori, di pari livello, sono uno di fianco all'altro, e 108


generalmente il padre è più forte stando a destra e la madre stando a sinistra. I figli in questa disposizione ideale si dispongono a partire dal primogenito di fianco alla madre. La disposizione generale può essere in fila quasi lineare (meglio però se tutti possono vedere tutti) o anche circolare, con i figli che quindi si dispongono anche davanti ai genitori. Esistono numerose eccezioni a questa disposizione; nella fattispecie, i figli di coppie separate traggono forza dall'essere posizionati in mezzo ai genitori, con le eventuali nuove famiglie attuali che si dispongono verso l'esterno. 6. La donna segue l'uomo, l'uomo si prende cura della donna Benché questo ordine possa essere frainteso alla luce delle conquiste di emancipazione femminile, tuttavia esso non nega il fatto che i partner siano alla pari, bensì descrive il modo in cui i ruoli vengono suddivisi 'naturalmente', o forse culturalmente, da migliaia di anni. L'uomo ha natura più tipicamente territoriale, per cui è più forte nel mettere a disposizione e proteggere il proprio territorio, ma non nell'essere accolto nel territorio della compagna. La donna tuttavia, avendo maggiore contatto viscerale con la

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prole, ha più naturale facoltà decisionale su cosa è necessario alla famiglia. L'uomo 'va a caccia' e, al suo servizio, procura ciò che la donna richiede.

L'irretimento Se un predecessore, membro della famiglia, è stato escluso o dimenticato dalla famiglia stessa (violazione del primo ordine dell'amore), la coscienza collettiva – omeostatica – del sistema produce una pressione tale per cui un successore, anche due o tre generazioni dopo e in maniera totalmente inconscia, si fa carico del destino di tale predecessore. Ciò porterebbe il successore ad identificarsi con il predecessore, a volte fino a ripercorrendone la malattia, le difficoltà di vita o persino la morte.

Hellinger

parla

allora

di

'irretimento'

che

si

manifesterebbe nelle forme concettuali "ti seguo nel destino", "vado io al tuo posto", "voglio espiare la tua colpa". Un tale fenomeno si verifica spesso anche se il discendente non è nemmeno al corrente dell'esistenza di un tale predecessore; motivo per cui la trasmissione di informazioni così acute e complesse sembrerebbe di natura morfogenetica.

L'amore cieco In ambito familiare, il vincolo che unisce i figli ai propri genitori è un sentimento inconscio e 'arcaico', che supererebbe anche l'effettiva mancanza di contatto (nel caso il figlio venga 110


cresciuto da altre persone) o i sentimenti in atto ("accetto mia madre ma non mio padre"), in maniera incondizionata. La tendenza omeostatica del sistema nel mantenere lo status di sopravvivenza del clan, se alcuni membri non sono per svariate ragioni disponibili a coprire il loro proprio ruolo, può portare altri membri ad uscire dal loro 'posto' naturale e assumere posizioni e responsabilità che non gli competono, andando a violare gli ordini dell'amore. Dal

punto

di

vista

dell'individuo

questo

movimento

disfunzionale è percepibile come una forma di amore 'cieco', tale per cui alcuni figli sarebbero pronti a sacrificare la propria esistenza per i genitori. Hellinger afferma che, seguendo le inconsapevoli affermazioni "vado io al tuo posto", "voglio espiare la tua colpa", "ti seguo nel tuo destino", un figlio farebbe ciò che gli è possibile per seguire o sostituire il proprio genitore, spesso in un destino di fallimento, isolamento, malattia o morte.

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PARTE 2 MODELLI PER IL CAMBIAMENTO

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CARATTERISTICHE DELLE INFORMAZIONI ANALOGICHE E DIGITALI «Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!» Lewis Carrol, Alice nel Paese delle Meraviglie

L'analogico I concetti di analogico e digitale sono stati opportunamente introdotti nella prima parte. Ho altresì riportato nel paragrafo 'Comunicazione analogica e numerica' le osservazioni dei ricercatori della scuola di Palo Alto rispetto al fatto che nel linguaggio analogico non esistono elementi di negazione o di alternativa (o..o, se..allora). Questa caratteristica non pertiene solo al linguaggio ma a tutto ciò che ha caratteristiche analogiche e, in particolare, definisce la natura della relazione che possiamo avere nel presente con la realtà percepita, che è intrinsecamente analogica. Facciamo un esempio: supponiamo che un microfono trasformi un'onda sonora sinusoidale in una rappresentazione come segnale elettrico analogico. Ciò che vediamo con un oscilloscopio collegato a valle del microfono è qualcosa di 114


'analogo' alla grandezza originaria, ovvero simile in quanto a variazioni nel tempo di parametri caratteristici come ampiezza, frequenza e forma, anche se di natura profondamente diversa: in origine onda di pressione dell'aria, poi segnale elettrico, infine

visualizzazione

bidimensionale

sullo

schermo

dell'oscilloscopio.

Una sinusoide di ampiezza 1

Ciò che l'oscilloscopio mostra sullo schermo è – o meglio, rappresenta – il segnale presente sul conduttore elettrico a cui è collegato, in questo caso idealmente privo di rumore. È evidente che non è possibile rappresentare in modo equivalente il concetto complementare 'non una sinusoide' che è invece facilmente rappresentabile con il linguaggio digitale della parola: se un interlocutore ignaro delle nostre intenzioni comunicative dovesse ricevere come messaggio un qualsiasi

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altro

segnale

differente,

presterebbe

attenzione

alle

caratteristiche di quel segnale e non potrebbe comprendere in alcun modo che ci si intendeva riferire a una 'non sinusoide'. Anche un segnale che si attenua fino a diventare nullo è una rappresentazione coerente con ciò che c'è, ovvero un segnale nullo, e non è negazione di alcunché. Nel regno analogico è semplice mostrare ciò che c'è ma è praticamente impossibile rappresentare ciò che non c'è. Nella comunicazione umana, questo ad esempio implica il fatto che, poiché la comunicazione non verbale è intrinsecamente analogica, non è possibile non avere alcun comportamento: anche lo stare perfettamente immobile è una scelta di comportamento.

Un segnale a dente di sega

Proviamo ora a considerare due sorgenti sonore: una

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sinusoidale come prima, e una a 'dente di sega'. Il microfono intercetta entrambi i segnali e li fonde; l'oscilloscopio rappresenterĂ  l'inclusione analogica di entrambe (e..e), in cui i segnali si sommano in un nuovo segnale con caratteristiche differenti dai due originari, anche se per certi aspetti simile ad entrambi.

Una sinusoide sommata a un dente di sega

Anche in questo caso, pur essendo possibile filtrare e separare i due segnali sapendo quali caratteristiche li contraddistinguono, non è possibile creare un segnale che trasporti l'informazione 'o una sinusoide, o un dente di sega'. Invece, rappresentare il segnale di somma (e..e) è stata l'operazione piÚ naturale e semplice. Avendo a disposizione il solo segnale elettrico risultante,

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individuare i due segnali di partenza e separarli con dei filtri è una operazione di distinzione che necessita l'individuazione dei tratti caratteristici di ciascuna origine senza l'ausilio di alcuna informazione aggiuntiva oltre al segnale composito stesso. Questo significa che tale individuazione è arbitraria e si fonda sulla somiglianza con i pattern (schemi) già acquisiti da chi riceve. In un segnale semplice come questo è relativamente agevole riconoscere il pattern della sinusoide e il pattern dell'oscillazione a dente di sega: ma in realtà lo stesso identico segnale risultante può essere ottenuto come somma di due o più segnali completamente differenti da quelli usati nell'esempio. Sinusoide e dente di sega sono solo i segnali più semplici che possano aver prodotto il risultante, ed anche i più generici: per questo un ricevente attribuirà maggiore probabilità a questi due, più facilmente individuabili, rispetto a tutte le altre infinite possibilità. Ciò nonostante, l'attribuzione di significato ('ciò che mi vuole dire è...') ad un segnale analogico, ovvero la traduzione da analogico (segnale composito) a digitale (insieme di pattern, ciascuno 'simbolo' di un significato) è comunque una operazione intrinsecamente ambigua. Perfino la semplice sinusoide può essere un segnale composito, contrariamente a quanto potrebbe apparire scontato. Rispetto al significato dei messaggi analogici, infatti, in antropologia è noto l'aneddoto che racconta dell'ambiguità fra un occhiolino deliberatamente prodotto, che contiene dunque 118


un messaggio esplicito affiliato alla simbologia definita da una cultura, ed un tic che stimola i medesimi movimenti del corpo [6]. Possiamo avere una qualche confidenza sul messaggio trasmesso non verbalmente quando più canali risultano convergenti

sullo

stesso

messaggio

ipotizzato

il

riconoscimento del quale è un'operazione di organizzazione gestaltica di più elementi – ed avendo informazione a priori sulla cultura e il comportamento nel tempo dell'interlocutore (presenza di tic, significati particolari di certe gestualità, etc.). In pratica, abbiamo bisogno di pattern pregressi 'più probabili'21.

Il digitale Vediamo ora le caratteristiche delle informazioni digitali. Ho già in precedenza accennato al fatto che nel regno digitale si usano degli insiemi finiti di simboli che rappresentano qualcosa. Questi simboli possono arbitrariamente rappresentare degli intervalli di valori (anche non omogenei) di alcune caratteristiche delle grandezze analogiche, oppure altri simboli. Nelle telecomunicazioni la possibilità di distinguere nettamente un simbolo da un altro permette di trasmettere un segnale 21 Cosa sia più probabile, in definitiva, è comunque arbitrario, come evidente nelle violazioni semantiche di lettura del pensiero (vedi 'Funzioni confuse' a pag.88)

119


digitale

attraverso

un

mezzo

rumoroso

senza

alcuna

distorsione, purchÊ entro un certo livello di rumore. Mentre un segnale analogico arriva distorto dal rumore ma pur sempre simile a se stesso, un segnale digitale ha una forma completamente differente, durante la trasmissione, da ciò che rappresenta, ma arriva precisamente identico fino a una certa soglia di rumore, dopo di che si perde completamente. Un segnale digitale riconvertito in analogico, grazie al fatto che il ricevente conosce a priori la semantica dei simboli ricevuti, è

Quantizzazione digitale di un segnale analogico. In questo caso sono disponibili 21 simboli rappresentati dalle linee orizzontali. Ogni simbolo rappresenta i valori che cadono fra una linea e la successiva, poste in questo caso a distanza omogenea

120


approssimato perché ciascun simbolo rappresenta un intervallo di possibili valori; ma il numero di simboli può essere grande a piacere al fine di minimizzare tale errore di quantizzazione a scapito dell'aumento delle informazioni che dovranno essere trasmesse. Soprattutto su lunghe distanze, tale errore può essere comunque minore del disturbo subito da un segnale analogico. Al

tendere

del

numero

di

simboli

all'infinito,

la

rappresentazione digitale tende ad equivalere al segnale analogico. Per traslato, è interessante notare ad esempio come i sommelier e i degustatori, definendo molte più categorie percettive rispetto al gusto non addestrato, riescono a condividere informazioni sul gusto percepito abbastanza efficacemente da poter essere considerate (approssimativamente) oggettive, ove 'oggettiva' sarebbe pur sempre la percezione diretta analogica condivisa. La rappresentazione tipica dei simboli nelle telecomunicazioni è quella per stringhe di bit di valore 0 e 1 in numerazione binaria, cioè in base 2 22, il che fa propendere per scegliere un numero ottimale di simboli pari ad una potenza di 2. Se ad 22 Ciò dipende solo dalla facilità con cui si può manipolare fisicamente la rappresentazione, ma in teoria potrebbe essere usata qualsiasi base numerica. Infatti, per aumentare l'ampiezza di banda (velocità di trasmissione) i gruppi di bit nella fase di trasmissione vera e propria vengono poi convertiti in ulteriori simboli aggregati riconoscibili per differenze nella fase, nella frequenza e/o nell'ampiezza del segnale trasmesso.

121


esempio i simboli possibili sono 16 (= 2 4), ognuno può essere

Segnale digitale relativo alla stringa di bit 01001

contraddistinto da un numero da 0 a 15 ovvero, in binario, dalle combinazioni fra 0000 e 1111. Inoltre, possono essere trasmesse ulteriori informazioni che permettono di controllare se i segnali ricevuti sono corretti, ad esempio l'aggiunta di un bit di parità, per cui una sequenza di 5 bit deve sempre avere un numero pari di bit a 1 per essere riconosciuta come corretta. In altre configurazioni è perfino possibile correggere gli errori senza necessità di ritrasmissione. I singoli bit sono letti a intervalli costanti convenzionali (tempi di campionamento) e un valore è letto come '1' se supera una soglia, oppure '0' se è sotto un'altra soglia ben distinta. Di conseguenza, non importa il valore analogico esatto del segnale, ma solo se supera o meno determinate soglie: questo rende il segnale digitale resistente al rumore. 122


A questo punto, possiamo notare alcuni interessanti fatti che ci saranno utili per analogia anche per quanto riguarda la percezione umana: 1

il segnale digitale trasmesso è esso stesso un segnale analogico. Ciò che esiste in realtà è sempre analogico: nella comunicazione umana la pragmatica (ciò che riguarda il comportamento) è quindi intrinsecamente analogica. Un segnale analogico non ha

di

per

un

significato

intrinseco:

è

semplicemente ciò che c'è, ed attribuire un codice alle caratteristiche del segnale è un'operazione di digitalizzazione 2

il segnale è digitale in quanto viene interpretato come tale, ed è una rappresentazione di qualcos'altro grazie ad una convenzione sul significato dei simboli trasmessi. Il significato di un messaggio è dato dall'interpretazione data dal ricevente per mezzo delle categorie prestabilite, o supposte tali, fra gli interlocutori ad un livello simbolico. La semantica è quindi intrinsecamente digitale

3

un segnale analogico va ricevuto nel momento in cui c'è, oppure viene perso nella sua natura originale. Una informazione digitale, invece, può essere memorizzata, riprodotta ed elaborata in tempi diversi, anche se il codice di interpretazione potrebbe subire 123


perdite o trasformazioni. Una registrazione analogica non riprodurrà mai esattamente il segnale originario, mentre una rappresentazione digitale è sempre esatta per ciò che rappresenta, qualsiasi sia il supporto di memorizzazione 4

il

regno

digitale

permette

di

costruire

rappresentazioni di qualcosa che ancora non esiste o che addirittura non può esistere grazie al fatto che alcuni simboli possono rappresentare altri simboli, e non una sottostante realtà analogica. Fra questi simboli sono inclusi i concetti logici di negazione e di alternativa Le rappresentazioni digitali consentono una capacità di astrazione enorme che consente di pianificare ed ideare cose che non esistono ancora. Ben pochi dei progressi di civiltà dell'uomo sarebbero stati possibili senza questa capacità, che nell'essere umano è rappresentata dal linguaggio. Il problema del regno digitale è che i simboli possono rappresentare altri simboli perfino in un circolo chiuso autoreferenziale che non arriva mai ad una origine analogica. Ciò non sarebbe un problema, se la realtà con cui interagiamo non fosse tuttavia intrinsecamente analogica.

124


IL MODELLO SISTEMICO DELLA CONOSCENZA «Sto pensando a cosa Adamo ha visto il giorno della sua creazione – il miracolo momento per momento di un'esperienza completamente nudo.» Aldous Huxley

Quantizzazione percettiva Le grandezze fisiche sono intrinsecamente continue e, dunque, analogiche. Che cosa significa che la realtà è intrinsecamente analogica? Significa che essa è, fondamentalmente, non duale e priva di discontinuità. Se noi potessimo percepire noi stessi e il mondo con una visuale posta a livello atomico o sub-atomico, non potremmo definire alcun confine fra una cosa e l'altra. In un ampio spazio ove non sono situati oggetti ma piuttosto 'nuvole di possibilità quantistiche' non è possibile tracciare alcun confine o limite. La 'solidità' della materia è composta non di spazio e tempo, ma di qualcosa di totalmente etereo come le 'possibilità' che avvengano eventi a causa della loro osservazione. D'altra parte, anche a livello macroscopico, qual è il momento preciso in cui possiamo dire che una molecola d'ossigeno 125


nell'aria è entrata a far parte del nostro corpo per inspirazione, o che una di anidride carbonica non lo è più per espirazione? Qual è il momento preciso in cui una goccia di sudore e le tossine che trasporta non fanno più parte del nostro corpo? Si pensi agli infiniti rivoli, mulinelli e vortici che si creano in un corso d’acqua. A prima vista possono sembrare come oggetti distinti, ed ognuno ha senz’altro sue caratteristiche proprie come la dimensione e la velocità di rotazione. Facendo però più attenzione ci si rende conto che in effetti è impossibile stabilire esattamente dove ogni vortice inizia e dove finisce. In tutte le cose è possibile riconoscere alcune parti che sono certamente 'dentro', altre che sono certamente 'fuori'. Alcune cose sono certamente yin e altre yang. Ma dall'una all'altra esiste una continuità tale, attraverso una zona grigia, che non permette mai di poter tracciare una linea netta. «Noi dobbiamo imparare ad osservare qualsiasi cosa come parte di una Indivisa Interezza» (David Bohm, [7]). [Bohm] ritiene che considerare l'universo composto da “parti” è altrettanto assurdo quanto considerare i diversi getti in una fontana separati dall'acqua dalla quale provengono. Un elettrone non è una “particella elementare”. È semplicemente un nome dato a un certo aspetto dell'olomovimento. Dividere la realtà in parti e poi dar nome a quelle parti è sempre arbitrario, un prodotto della convenzione, poiché le particelle 126


subatomiche, e ogni altra cosa nell'universo, non sono separate le une dalle altre più di quanto non lo siano i diversi motivi decorativi di un tappeto.23 In sostanza ci troviamo a dover concordare su una soglia arbitraria che ci permetta di distinguere e poi aggregare gestalticamente gli 'oggetti', la quale tuttavia è convenzionale 24. Ci troviamo nella situazione di dover digitalizzare. Questo processo avviene (almeno) dal livello atomico in su: si definisce atomo ciò che aggrega altri elementi particellari per un criterio di prossimità e 'destino' comune nel e attorno a un nucleo (salvo il fatto che alcuni elettroni, in certi materiali, possono 'staccarsi' facilmente); si definisce molecola ciò che aggrega degli atomi per un criterio di prossimità e destino (movimento nello spazio) comune; e così via risalendo i livelli sistemici. Si noti che i criteri di aggregazione gestaltici sono essenzialmente percettivi ed arbitrari 25. Sono celebri infatti gli esperimenti di percezione quali la figura che può essere percepita come due volti uno di fronte all'altro oppure come un 23 Cfr. [22] pag. 55 24 Per quanto possa sembrare bizzarro, l'antropologia insegna che ogni cultura ha un concetto dei limiti del corpo umano che sono completamente diversi l'uno dall'altro: neanche il corpo dunque è un'entità oggettiva da cui far partire un ragionamento deduttivo globalmente generalizzabile. 25 La Gestalt li definisce come innati come criteri, ma è evidente che possono essere consapevolmente modulati nell'uso.

127


vaso, a seconda di come si modifica la percezione degli oggetti in primo piano o sullo sfondo e quindi della 'scelta' dello schema da riconoscere. Nulla vieta perciò che anche le particelle elementari possano essere

percepite

aggregate diversi,

come

secondo ad

condividono

criteri

esempio uno

se

stato

di

è

un

entanglement26,

che

criterio

aggregazione

di

certamente forte anche se è qualcosa a cui non prestiamo attenzione perché siamo abituati a raggruppare più facilmente elementi vicini nello spazio. Analogamente possiamo orientare facilmente l'attenzione a percepire come 'unità' il singolo uccello oppure l'intero stormo. E, in esperienze che possiamo definire spirituali, possiamo anche percepire più o meno temporaneamente la nostra identità come associata al senso dell'io piuttosto che all'unità di un 26 L'entanglement (interconnessione) è un fenomeno quantistico tale per cui due particelle subiscono modificazioni di stato analoghe e non locali per effetto di interazioni che avvengono su una sola delle due. Le modificazioni sono non locali nel senso che avvengono istantaneamente, e certamente prima che un segnale alla velocità della luce possa aver trasmesso informazione, anche se le particelle si trovano in punti remoti dell'universo l'una rispetto all'altra.

128


gruppo o perfino al 'tutto', percependo interazioni con 'ciò che non sono io' differenti. Questo processo percettivo è un primo passo di interpretazione della realtà, tale per cui anche una rappresentazione analogica, ad esempio il disegno di una casa insieme a quello di un albero, può essere scomposta in elementi distinti grazie alle categorie, gli schemi (pattern) che sappiamo già riconoscere. Abbiamo visto quanto ambiguo ed arbitrario possa essere questo passo di distinzione; ed è tanto più ambiguo quanto più non

è

richiesto

distinguere

oggetti

fisici

facilmente

condivisibili come concetto, ma piuttosto categorie di sentimenti ed emozioni, o pensieri astratti. A seconda di come creiamo i limiti degli oggetti sensibili, creiamo anche un paradigma, relazioni fra le cose create (e quindi sistemi), e un mondo a cui applicare significato e da cui apprendere per ridondanza. Nel momento in cui definiamo un atomo, creiamo e misuriamo le 'forze' che descrivono la relazione esistente fra due o più atomi distinti: ma se sezionassimo il mondo con una prospettiva differente, le relazioni in gioco sarebbero profondamente diverse, anch'esse sezionate ed aggregate in modo diverso, ma egualmente valide una volta definito il contesto a cui si applicano. Ciò che rimane costante nell''ordine implicito' di Bohm non è

129


né la materia né l'energia, ma l'informazione che definisce coerentemente i rapporti fra le cose che arbitrariamente distinguiamo. OSSERVAZIONE La nostra percezione costituisce l'assioma su cui si può fondare un sistema formale che si può studiare analiticamente. Da questo passo di digitalizzazione in poi è possibile riferirsi ad un oggetto, e non solo, anche se esso non è fisicamente presente: sarà sufficiente una rappresentazione analogica, ad esempio un disegno, per richiamarne l'idea. Chiameremo il risultato di questo passaggio con nomi convenzionali, i più simili possibile alla esistente nomenclatura in psicologia. Chiameremo il processo risultante percezione per distinguerlo dalla più ampia realtà teoricamente percepibile (già essa solo una frazione) che chiameremo invece sensazione o anche realtà analogica, o semplicemente realtà27.

Riconoscimento olografico Fra i principi percettivi della Gestalt ce ne sono alcuni che, al di là dell’essere innati, sembrano essere fisicamente plausibili, in quanto consentono una manipolazione della realtà con un utilizzo di minore informazione. Nel corso dell'evoluzione delle strutture nervose certamente si procede dalla semplicità alla 27 Carlos Castaneda avrebbe chiamato la prima descrizione del mondo oppure Tonal, mentre la seconda Nagual [8]

130


complessità; e strutture più semplici sono certamente in grado di manipolare informazioni semplici meglio di informazioni complesse. I principi che godono del beneficio di necessitare meno informazione come fattore che li distingue sono ad esempio la buona forma (forme semplici), la somiglianza, la buona continuità; ma anche altri principi, come il movimento comune, possono ricadere indirettamente in questo insieme. Stiamo parlando principalmente dei confini delle forme, ovvero dei tratti significativi che ci permettono di disegnare una parte di un oggetto per rappresentarlo tutto, e che evidentemente sono sufficienti per individuare una corrispondenza con la rappresentazione interna, in memoria, dell’oggetto stesso. Nessuno si sognerebbe di disegnare parte della superficie di una lavatrice, ad esempio, ma ne traccerebbe prima i confini esterni, più significativi, e poi l’oblò interno per distinguerlo da altri oggetti di forma cubica. Le informazioni necessarie alla rappresentazione, quindi, sono le eccezioni alla continuità. Di una linea, non si tiene traccia dell’informazione di ogni singolo punto come sullo schermo di un computer, ma dell’andamento verso l’infinito e dei punti ove l’andamento viene interrotto. In questo modo l’informazione (in questo caso visuale, ma si applica ad ogni tipo di segnale) viene

compressa

e

semplificata,

con

le

conseguenti

generalizzazioni, cancellazioni e distorsioni ben note alla PNL. 131


Un esempio di questa capacità “olografica” di riempire informazioni mancanti grazie alle astrazioni di buona continuità è quella in figura, ove sono riconoscibili le lettere nonostante siano parzialmente nascoste. Rappresentare le immagini in questi termini significa passare dal dominio lineare fatto di punti nello spazio al

dominio

delle

frequenze28: non a caso, infatti,

gli

compressione

algoritmi dei

di dati

multimediali si appoggiano ai medesimi principi. Significa poter abbozzare una prima forma approssimata che rappresenta in modo semplice la forma, e poi dettagliarla. OSSERVAZIONE Nell’immagine qui sopra presentata non abbiamo alcuna certezza che le zone blu rappresentino tutte la medesima lettera. Tuttavia, non abbiamo nella nostra esperienza alcun altro pattern simile che, nello specifico, possa farci nascere il dubbio. Se un tale pattern esistesse, ci troveremmo nella 28 Tecnicamente, si può passare da un dominio all’altro tramite le trasformate di Fourier, che rappresentano un segnale generico come una somma infinita di sinusoidi di diversa frequenza, ampiezza e fase, o altri strumenti matematici derivati

132


situazione di non poter decidere, o di scegliere arbitrariamente uno dei pattern, usando altri criteri gestaltici e le proprie abitudini percettive personali. Gli schemi memorizzati, in sostanza, vengono comparati con il numero minimo di frequenze, partendo da quelle che permettono

di

tratteggiare

generalmente,

seppur

non

precisamente, le forme, e via via si usano maggiori dettagli se essi sono necessari per distinguere due o piÚ pattern. Ad esempio, esistono innumerevoli versioni della figura in cui si può vedere un vaso o due profili, ma difficilmente faremo caso a distinguerle una dall’altra a meno che questa operazione non abbia un significato pragmatico esplicito tale da richiamare attenzione ai dettagli.

Se, per assurdo, le nostre informazioni pregresse sulle bande verticali di colore fossero alquanto scarne, la figura che segue potrebbe rappresentare efficacemente la nostra scelta percettiva in seguito allo stimolo in alto, per la maggiore affinitĂ  nel

133


dominio delle frequenze che ci offre una sensazione di similitudine. L'importanza

dei

pattern

pregressi

nel

processo

di

digitalizzazione della realtà è ben evidente dalla vignetta che segue. Spendete un po' di tempo nel cercare la figura di un animale, nascosto nel disegno, tratteggiato nei contorni per mezzo degli altri elementi. Anche se lo trovate, non sarà stata un'operazione semplice. Se non ci riuscite, andate a vedere la soluzione in ultima pagina, ma solo dopo aver riconosciuto quanto è difficile trovarlo. Una volta scoperta la soluzione, notate invece quanto è difficile non vederlo. Il sistema percettivo ha scoperto il nuovo elemento della 'realtà' con stupore, ed ora è difficile scegliere di categorizzare gli elementi del disegno per quello che 'sono'. Notate ad esempio quanto è complicato associare l'occhio dell'animale alla natura 'vera' dell'elemento.

134

©2009, La Settimana Enigmistica


OSSERVAZIONE Pensate a quanto intenso possa essere questo meccanismo quando inaspettatamente emerge dalla realtà un elemento traumatico, che ci mette in pericolo. Non solo lo schema appreso in tali condizioni salterà agli occhi ripetutamente, al minimo accenno di somiglianza, ma lo farà anche in situazioni 'non reali' come questa e, soprattutto, in questo caso con una forte reazione associata di negazione e protezione dalla cosa percepita. Altro esempio che può chiarire il meccanismo fondamentale di riconoscimento olografico è il riconoscimento dell’audio, ad esempio di una canzone. Nel momento in cui sentiamo quella che tipicamente è una parte introduttiva, molto simile in molte canzoni, la nostra percezione rimane in sospeso cercando di elaborare con ragionevole certezza una somiglianza con quanto già conosciamo, e nessuna associazione emotiva viene stimolata a partire da quanto stiamo ascoltando. OSSERVAZIONE Potremmo dire che questa è una fase in cui sta emergendo un felt-sense, ovvero una sensazione non ben riconosciuta che deve essere maggiormente dettagliata. Quando arriviamo al ritornello caratteristico della canzone, tuttavia, anche un piccolo frammento distintivo è in grado di generare un momento di ‘stupore’ in cui si riconosce la

135


canzone, ed in cui si attiva tutto un mondo di percezioni associate: è possibile seguire la canzone nei dettagli della sua particolarità,

ma

anche

assumere

uno

stato

d’animo

corrispondente ai significati che l'interezza della canzone assume per noi. A valle delle singole distinzioni, tutti gli elementi percepiti in una scena (oggetti, suoni, stati d’animo, percezioni tattili) vengono poi messi in relazione, e si creano nuove memorie associative fra di loro che vanno a dettagliare o confermare altre già presenti, più o meno rinforzate dall’importanza dei significati che esse rivestono alla luce della conoscenza pregressa. Poiché consideriamo la mente una ‘scatola nera’ in cui non possiamo guardare dentro senza romperla, non abbiamo modo di sapere se i meccanismi fisici della psiche utilizzino meccanismi simili a quelli olografici per eseguire queste operazioni; tuttavia, le osservazioni di Karl Pribram 29 offrono quanto

meno

una

metafora

per

rappresentarci

tale

funzionamento. Un ologramma è intrinsecamente un sistema che memorizza gli oggetti in termini di schemi di interferenza fra frequenze, che è in grado di riportare una immagine sfumata a partire da ogni singolo frammento di pellicola (memoria distribuita), cosa che può giustificare il fatto che noi ri-proiettiamo le sensazioni, elaborate nel cervello, dove esse 29 Vedi il paragrafo 'Il modello olografico della mente' a pag.57

136


effettivamente sono (oggetti visti all’esterno e non sulla retina, dolore sentito sulla parte del corpo colpita e non nel cervello dove viene elaborato il segnale), e che può implementare meccanismi di memoria associativa.

Stratificazione della conoscenza Il livello emotivo Le funzioni del cervello rettile, a partire dalla distinzione, creano associazioni tali per cui sono possibili reazioni istintive, essenzialmente di sopravvivenza. Altre funzioni più evolute, probabilmente fornite dal sistema limbico – dato che i rettili non le manifestano – generano le emozioni come modo di esperire e gestire coscientemente gli stimoli reattivi. Attraverso la gestione delle emozioni l'essere umano può accorgersi delle sue

reazioni

istintive,

percepirle

nel

qui-ed-ora

ed

eventualmente trasformarle. Le emozioni sono un canale di comunicazione attraverso cui le reazioni istintive inconsce e la mente conscia possono interagire. Percepire un'emozione è di un livello successivo alla percezione della realtà analogica: un conto è percepire una forma in modo neutro, un altro conto è percepire la propria reazione emotiva automatica in relazione a tale percezione 'primaria'. Una emozione è l'equivalente del 'trarre una conclusione', ed è qualcosa di eccezionalmente creativo poiché 137


nulla di sensibile nella realtà analogica potrebbe rappresentare adeguatamente tale conclusione, se non la modificazione chimico-fisica nel corpo che le rappresenta parzialmente 30. In [1], analizzando l'esperimento di Pavlov con un cane a cui si dà uno stimolo di piacere (cibo) se entra in un'ellisse, o di dolore se entra in un cerchio, si nota infatti: Sappiamo che ci sono due tipi di conoscenza: la conoscenza delle cose e la conoscenza sulle cose. La prima è la consapevolezza che ci viene trasmessa dai sensi, è il tipo di conoscenza che ha il cane di Pavlov quando percepisce il cerchio o l'ellisse, una conoscenza che non sa nulla sulla cosa percepita. Ma durante gli esperimenti il cane impara anche qualcosa sulle due figure geometriche, vale a dire che in qualche modo indicano rispettivamente il piacere (cibo) e il dolore e che quindi hanno un significato per la sua sopravvivenza. Se, dunque, la consapevolezza dei sensi si può definire conoscenza di primo ordine, questo secondo tipo è conoscenza di secondo ordine; è conoscenza sulla conoscenza di primo ordine e quindi metaconoscenza. I ricercatori di Palo Alto non hanno qui particolarmente 30 Non è di interesse qui analizzare l'origine delle emozioni ma solo il loro ruolo. È noto tuttavia che le emozioni stabiliscono attivazioni chimiche all'interno del corpo al fine di produrre globalmente una reazione adeguata allo stimolo classificato qualitativamente dall'emozione.

138


sottolineato il fatto che il secondo livello è differente dal primo non solo per il fatto che è un meta-livello logico, ma anche per il ruolo delle emozioni (aspettativa di piacere e dolore) in questo livello che non è assolutamente presente nel precedente. OSSERVAZIONE L'emozione è meta-conoscenza della percezione, ovvero rappresenta una conclusione qualitativa tratta sulla natura di uno stimolo percettivo che di per sé è neutro. Le emozioni, inoltre, hanno una funzione di memorizzazione che, infatti, è anch'essa scientificamente associata al sistema limbico. L'attivazione inversa Il passo successivo di digitalizzazione che, ad esempio nel caso di un disegno e delle altre rappresentazioni analogiche, non è strettamente necessario, è l'attribuzione di un nome all'oggetto percepito. Il risultato di questo passaggio può essere definito concetto. Un concetto può riferirsi non solo ad una precisa esperienza percettiva o emozionale, ma anche a una intera categoria generalizzata di esperienze possibili, ed introduce quindi la possibilità del ragionamento astratto. La natura rappresentazionale interna dei concetti, tuttavia, è comunque pur sempre costituita da aggregazione 'gestaltica' di

139


elementi di livello logico inferiore. Provate a sentire nel corpo l'effetto della parola 'largo', ovvero siate consapevoli di come rappresentate internamente il concetto. Possiamo concepire la parola 'largo' visualizzando uno spazio ampio o sentendo un rilassamento nel corpo o in mille altri modi; e possiamo concepire la parola 'stretto' visualizzando due cose molto vicine o sentendo nel corpo un senso di costrizione31. Come ciascuno rappresenta internamente i concetti dipende molto dalla sua attitudine sensoriale VAS32. Ciò nonostante, non abbiamo bisogno di avere costantemente presente la natura rappresentazionale dei concetti. È possibile quindi

manipolare

situazioni

complesse

interagendo

sinteticamente con i concetti anziché esplicitamente con le percezioni cui sono associati: fatto che consente un accesso agevole a ragionamenti astratti di grande complessità per mezzo della generalizzazione. OSSERVAZIONE A causa della natura della rappresentazione digitale interna, che somiglia essenzialmente ad una percezione analogica, le emozioni possono emergere come conseguenza dell'attenzione a un concetto. Così come insiemi di percezioni possono attivare 31 Probabilmente esistono modalità auditive di rappresentazione, di cui non so fornire esempi in quanto modalità piuttosto estranea per me. 32 Vista, Audio, Sensorialità: i tre sensi principali identificati dalla PNL

140


il riconoscimento di un pattern, allo stesso modo l'attivazione di un pattern sintetico attiva, più o meno consciamente, le percezioni correlate ai campioni di esperienza di cui è costituito. Il corpo fornisce quindi segnali spontanei che, a parità di contenuto, dipendono in larga parte dalle parole usate, in quanto parole diverse emergono da sintesi diverse. Tuttavia, la sintesi avviene in modo personale, per cui la medesima frase “voglio

essere

ricco”

potrebbe

essere

tradotta

rappresentazionalmente da qualcosa simile a “non voglio essere povero” o forse “voglio essere non-povero”, e suscitare riflessi completamente diversi da una persona all'altra 33. ESEMPIO Provate a sentire nel corpo l'effetto differente delle frasi “vivo in abbondanza” e “non mi manca nulla”. Il modello olografico della mente offre lo spunto per comprendere come sia possibile una tale associatività 'bidirezionale'34. Grazie a questo, i concetti possono trasportare forti emozioni e condizionare le scelte di comportamento istintive. OSSERVAZIONE Questi

campioni

di

esperienza

attivati

in

condizioni

33 Vedi anche il paragrafo 'I valori' a pag.175 34 Vedi il paragrafo 'Il modello olografico della mente' a pag.57

141


analogicamente (e quindi metaforicamente) simili possono contribuire

alla

formazione

di

nuove

conclusioni

di

conoscenza, potenzialmente scollegate dalla realtà. Il livello funzionale Per quanto riguarda la conoscenza umana, tuttavia, il passaggio fra emozioni e il linguaggio verbale dei concetti necessita di un ulteriore passaggio intermedio che, in una prospettiva costruttivista, ne consente l'emersione. Ancora da [1]: Una volta che il cane ha capito il significato del cerchio e dell'ellisse per la sua sopravvivenza, egli si comporterà come se avesse concluso: “Questo è un mondo in cui io sto al sicuro finché riesco a differenziare tra il cerchio e l'ellisse”. Una conclusione simile, però, sarebbe una conoscenza a cui si è giunti grazie a una conoscenza di secondo ordine: sarebbe quindi una conoscenza di terzo ordine. In sostanza è lo stesso processo mediante il quale l'uomo acquisisce la conoscenza

e

attribuisce

livelli

di

significato

all'ambiente e alla realtà. Se il primo ordine di conoscenza è materiale, percettivo e quantitativo, ed il secondo è emozionale e qualitativo, il terzo può essere definito funzionale o modale, e costituisce il sistema

142


che consolida ed automatizza le risposte comportamentali agli stimoli. Più precisamente, una conoscenza di terzo livello può essere definito un meme che, se intenso e sovente frequentato, diventa abitudine. Ogni livello emerge dai precedenti e ne adopera

le

caratteristiche,

così

che

le

abitudini

comportamentali contengono percezioni ed eventualmente anche emozioni che le rappresentano ed attivano. Questo è un livello tipicamente mammaliano. In [1] si fa notare che un gatto, non possedendo il linguaggio e la proprietà di manipolare digitalmente nomi e concetti, quando desidera del latte usa a questo livello un comportamento simile a quello che utilizzerebbe con la madre per ottenere un obiettivo simile: si sfrega sulle gambe del padrone. Con ogni probabilità egli non intende comunicare “dammi il latte”, che presume la presenza di un livello concettuale, bensì attua una richiesta funzionale del tipo “fammi da mamma”. Si noti inoltre che al livello funzionale è già presente la possibilità della negazione: il cane di Pavlov è in grado di concepire un 'no' al dolore, e quindi possiede funzionalità cognitive digitali che gli permettono di trarre conclusioni, di manipolare concetti come la sicurezza e la differenza fra due figure geometriche, e soprattutto di elaborare un significato funzionale e un valore ai fini della sopravvivenza, che potremmo identificare nella conoscenza di terzo livello. Probabilmente un rettile, invece, continuerebbe comunque ad 143


andare verso una sorgente di dolore contando principalmente solo sulle informazioni 'innate', non riuscendo a cogliere per ridondanza

il

significato

attribuibile

alle

due

figure

geometriche. OSSERVAZIONE Le capacità funzionali implicano una generalizzazione qualitativa e danno perciò un significato emotivo alla neutra realtà. In altre parole, la forma geometrica diventa, per il cane di Pavlov, un simbolo del piacere o del dolore potenzialmente applicabile in qualsiasi contesto. L'intensità dell'evocazione dell'emozione correlata al simbolo sottolinea l'importanza che la conclusione tratta ha per l'individuo. Il livello concettuale I meme sono unità modali e funzionali in grado di rappresentare degli insiemi di regole. Combinati in modo complesso, sono i migliori indiziati per l'apprendimento per ridondanza e per l'implementazione di una grammatica generativa del linguaggio [9]. Il linguaggio assegna nomi alle rappresentazioni analogiche, e compie l'ultimo passaggio di digitalizzazione. Il quarto ordine di conoscenza, quindi, è un livello simbolico in cui emergono i concetti in cui pattern funzionali definiscono la grammatica delle relazioni fra elementi di vario tipo a tutti i livelli (percezioni, emozioni, ed altri elementi modali). I concetti possono essere definiti infatti 144


sempre in termini funzionali, emotivi e descrittivi. Ad esempio: la bicicletta è quell'oggetto con due ruote che viaggia premendo sui pedali, e che mi piace tanto. Si noti che qui ci disallineiamo dalla concezione successiva di 'quarto livello logico' come intesa in [1], almeno in termini di 'numerazione'. OSSERVAZIONE La conoscenza rimane intimamente legata a come interagisco con le cose, ovvero è possibile descrivere gli oggetti per la relazione che hanno con il resto del mondo. Non vi è alcuna possibilità di comprendere cosa sia un oggetto in sé e per sé. OSSERVAZIONE La conoscenza è organizzata per livelli: fisico, emotivo, funzionale e simbolico cui corrispondono percezioni, emozioni, modalità e concetti. Una conclusione concettuale soventemente frequentata viene ulteriormente generalizzata a livello simbolico e diventa credenza. DEFINIZIONE Definiamo rappresentazione sintetica il pattern (o schema), a qualsiasi livello, che si attiva a partire da un insieme di elementi di ordini sottostanti. Questi elementi attivatori non sono

rigidamente

determinati,

ma

possono

essere

semplicemente simili ai campioni di esperienza originari, 145


memorizzati al momento dell'elaborazione della conclusione semantica e del consolidamento del pattern. Definiamo questi elementi campionati ed attivanti rappresentazioni analogiche. In pratica, secondo questo modello un'emozione è una rappresentazione sintetica di elementi di percezione; un tratto funzionale è una rappresentazione sintetica che si attiva a partire dal riconoscimento di un insieme di elementi percettivi ed emotivi; e così via. Ma è anche vero che conclusioni di più alto livello interferiscono con ciò che è percepibile agli ordini più fondamentali, in un circuito chiuso. Il riconoscimento aggregato di elementi di conoscenza più fondamentali causa l'emersione dello schema di più alto livello, e viceversa l'attivazione dell'elemento di più alto ordine logico ha implicazioni comportamentali, inconsce, che derivano dai campioni di esperienza che costituiscono le rappresentazioni analogiche soggiacenti; questo è d’altra parte il modo in cui la conoscenza acquisita viene utilizzata. Quando l'attenzione è orientata ad un elemento di conoscenza ad un dato livello, le rappresentazioni analogiche di cui è composto interagiscono con gli altri elementi emergenti nel qui-ed-ora nel processo di attivazione di altri pattern di interpretazione del flusso percettivo. OSSERVAZIONE Ogni elemento di conoscenza possiede una intensità che tende 146


ad orientare l'attenzione su tale elemento. Si noti che, ad ogni modo, l'attenzione può deliberatamente trascurare l'intensità degli elementi di conoscenza ed orientarsi consapevolmente altrove. Ad esempio, i piloti di aereo sono addestrati per evitare che, in casi critici, le emozioni emergenti possano interferire con la percezione di ciò che è, in modo da poter reagire alla situazione 'a mente fredda'35.

L'anello percettivo Una prima differenza sostanziale fra gli elementi percettivi riconosciuti quando l'attenzione è nel qui-ed-ora, ovvero orientata ai sensi esterni, e le rappresentazioni analogiche di conoscenza pregressa è che i primi sono intrinsecamente dinamici e seguono il flusso continuo della realtà, mentre le seconde sono essenzialmente statiche fino a che esplicitamente rielaborate, in quanto dipendono da esperienze memorizzate sinteticamente. Nonostante questo, l'attenzione dell'osservatore può ricevere input sensoriali indifferentemente dall'una o dall'altra sorgente. Gli input nel qui-ed-ora di un dato livello sono intimamente correlati e confrontati con i campioni di esperienza pregressa che entrano in retroazione, e sono perciò filtrati secondo ciò che il sistema ritiene possibile: i campioni sono i pattern 35 Vedi più avanti al paragrafo 'Personalità e spazio interiore' a pag.196

147


utilizzati nell'ambigua operazione di riconoscimento del significato della realtà analogica. Le conclusioni di ciascun livello diventano così abitudini consolidate che alimentano se stesse; in particolare quelle di più basso livello, che sono fondamentali, maggiormente sollecitate e più difficilmente messe in discussione, orientano tutto il flusso di percezione susseguente in modo radicale e probabilmente delimitano ciò che è 'normale' rispetto a ciò che è 'sovrannaturale'. Inoltre, un altro fatto importante è che i simboli digitali (concetti) possono riferirsi non solo a tratti analogici, ma anche ad altri simboli digitali. OSSERVAZIONE Al livello simbolico, i concetti possono riferirsi non solo ad elementi di conoscenza di livelli precedenti, ma anche ad altri concetti creando ulteriore complessità ed astrazione fino a costituire pensieri complessi. DEFINIZIONE Si definisce loop numerico36 o anello digitale la caratteristica retroazione generatrice di simboli che rappresentano altri simboli a livello cognitivo. Si definisce anello percettivo la più generale caratteristica di retroazione fra tutti i livelli di conoscenza. 36 'Numerico' è sinonimo di 'digitale'

148


OSSERVAZIONE Le connessioni a livello simbolico, essendo auto-referenziali, possono svilupparsi e diventare tali in numero e forza da essere preponderanti dal punto di vista dell'attenzione, anche in piena autonomia rispetto alla realtà del qui-ed-ora. OSSERVAZIONE I meccanismi di riconoscimento dei pattern non sono deterministici ma identificano il pattern più simile. Questa caratteristica introduce le capacità di generalizzazione e la metafora, che è in grado di richiamare un pattern per le sue caratteristiche analogiche, anche se il dominio concettuale specifico è fondamentalmente diverso. L'anello percettivo fornisce anche un modello embrionale plausibile di come si possa manifestare la capacità di memoria, associata allo stato dell'anello di retroazione. Non è tuttavia di mio interesse approfondire qui questo spunto. Il modello introduce poi i meccanismi omeostatici che potrebbero spiegare l'inerzia della mente nel cambiare qualità di pensiero37 ed i casi in cui non si può far a meno di 'spegnere la mente': si tratterebbe di una attivazione di simboli confinati nel loop numerico. Inoltre, spiegherebbe l'utilità della visualizzazione come modo di calibrare il sistema verso la 37 In un seminario di meditazione silenziosa occorrono generalmente tre giorni in media affinché l'attenzione agli argomenti quotidiani si riorienti

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possibilità di esperire e riconoscere come pattern l'obiettivo visualizzato, e quindi di ottenere la realizzazione dell'obiettivo. Ecco un possibile indizio sul fenomeno di 'attrazione' come proposto da [12] e da molti altri. Infine, è evidente alla luce del modello che è illusorio pensare che il sistema possa cambiare sulla base di ingiunzioni a livello concettuale senza che esistano le necessarie esperienze di più basso livello che ne possano rappresentare l'essenza

semantica.

Un

obiettivo

emotivo

espresso

razionalmente come “amati!” non ha alcun impatto sul comportamento in quanto può solo sollecitare le medesime rappresentazioni analogiche che sono già state apprese: l'ingiunzione ha un significato solo per chi ha già esperienza di ciò che si intende. Ad ogni modo, il sistema complesso di retroazione genera una mole notevole di proprietà emergenti e varietà che rendono la mente umana così difficile da interpretare ma anche così creativa. Uno dei fenomeni emergenti probabilmente più interessanti è proprio la capacità di immaginare e visualizzare che può essere utilizzata riflessivamente. Nel modello sistemico della conoscenza, il linguaggio e i concetti che il linguaggio utilizza sono di più alto livello rispetto alla comunicazione/percezione analogica, nel senso che ne sono derivati. I concetti emergono per mezzo di retroazioni che sintetizzano e generalizzano le percezioni stesse e le 150


151


emozioni associate diventando simboli astratti, e sono a loro volta nuovi input percepibili e generalizzabili. Il modello mostrato in figura riprende dunque la già nota differenza

fra

mappa

e

territorio,

sottolineando

però

l'importanza e la possibilità della percezione analogica di rimanere in contatto con 'ciò che è'. Esso mostra anche i livelli di concettualizzazione e meta-conoscenza, integrando le associazioni olografiche dei pattern con la teoria dei tipi logici. OSSERVAZIONE Così come è riconoscibile l'intelligenza cognitiva, ed è stata riconosciuta

l'intelligenza

emotiva,

potrebbe

essere

riconoscibile anche una intelligenza percettiva in grado di sezionare la realtà in modi creativi. Tale possibilità, se intelligentemente controllata, assomiglia molto a capacità attribuite ad esempio agli sciamani, viceversa è simile a episodi di allucinazione. OSSERVAZIONE I livelli di conoscenza fin qui identificati seguono le caratteristiche intrinseche delle informazioni analogiche e digitali.

Ulteriori

meta-livelli

di

conoscenza

sono

rappresentabili tramite il loop numerico senza che sia necessario introdurre una nuova funzione cerebrale che non avrebbe

corrispondenza

con

alcuna

proprietà

logica

fondamentale. Per questo motivo, è probabile che il quarto livello di 152


conoscenza proposto dai ricercatori di Palo Alto necessario in termini logici per modificare la conoscenza delle conclusioni di terzo livello, e da loro ipoteticamente associato all'empatia [1], sia più facilmente riconducibile a una proprietà emergente del sistema nel suo complesso molto simile alla capacità di attenzione ed osservazione. Tornerò sull'argomento più avanti, discutendo delle implicazioni del modello.

Comparazione con altri modelli esistenti Spesso l'abilità nell'uso delle parole è attribuita a capacità uditive perché, prima della scrittura, il linguaggio si esprime prettamente in maniera uditiva e nasce come associazione simbolica di suoni semplici per indicare gli oggetti, come fanno i bambini con la lallazione. Tuttavia, ciò non è precisamente corretto nell'adulto: occorre distinguere la capacità di infondere ritmo e sonorità in un'orazione o in un testo dall'abilità logica di manipolare i concetti. Già alle sue origini [13] la PNL riconobbe il fatto che il linguaggio, ovvero il canale rappresentazionale digitale, era considerabile alla pari degli altri canali sensoriali, almeno per quanto riguarda la rappresentazione interna e gli output. Secondo il modello qui esposto il livello concettuale è tuttavia affine

ad

una

rappresentazione

sintetica

secondo

le

predisposizioni VAS individuali, anche se può sempre essere visto come un canale a parte. D'altro canto, ogni individuo 153


esprime anche con il linguaggio le sue sotto-modalità preferite, con cui fa trasparire la qualità percettiva delle sue esperienze di vita. La visione della PNL è comunque 'appiattita' rispetto alla concezione di Bateson [1] secondo cui il canale digitale rappresenta il contenuto della comunicazione, mentre il 'vero significato', il metalivello che definisce il contesto, è da ricercarsi negli output comportamentali della comunicazione analogica. La mia opinione è che entrambe le interpretazioni siano accettabili a seconda del punto di vista adottato: il modello della PNL si integra meglio con il modello retroattivo che ho introdotto, ma il modello di Bateson meglio evidenzia l'importanza della comunicazione analogica per ancorare la percezione a 'ciò che c'è' nella realtà. Tale attribuzione di importanza, tuttavia, non dovrebbe essere a mio avviso interpretata come un metalivello di comunicazione, il quale risulterebbe invertito rispetto all'ordine assegnato dall'anello percettivo, bensì come l'evidenza di una forma di comunicazione analogica che è più fondamentale e che si attua a partire dagli elementi percettivi, emotivi e funzionali che sono alla base della rappresentazione sintetica dei concetti espressi nel contenuto, per come l'individuo li ha appresi. Anche se il livello concettuale può emergere in maniera incongrua rispetto agli ordini precedenti per effetto delle 154


possibilità di esclusione e negazione proprie del contesto digitale, esso esprime comunque una rappresentazione valida di ciò che è nel mondo interiore, che non è né più né meno vera. Gli elementi di qualsiasi ordine determinano poi olisticamente la manifestazione di comportamenti associati in maniera automatica,

dovendo

soggiacere

comunque

alle

leggi

analogiche che permettono incongruenza solo in modo sequenziale nel tempo o nella differenza fra i canali espressivi (voce e gestualità, ad esempio). Il livello di comunicazione analogica come inteso da Bateson, quindi, non sarebbe da vedere come un meta-livello di relazione che esplicita il contesto del contenuto, bensì come una

componente

del

messaggio

complessivo

che

è

semplicemente più 'autentica', nel senso che è propria di un livello logico più a contatto con la natura analogica della realtà.

155


MODELLO DI BUONA FORMAZIONE LOGICA «Se sorridi, ci vai» Attilio Piazza

Buona formazione logica Attilio Piazza afferma spesso che “ha forza ciò che è reale”. La realizzazione materiale e la percezione di “ciò che è veramente” sono considerati il banco di prova per verificare la consistenza di ogni idea. Questo vuol dire che la logica, ovvero “uno dei modi con cui la mente umana raggiunge un risultato teorico e/o pratico” [11], risulta essere uno strumento efficace per il raggiungimento di obiettivi se rappresenta qualcosa che ha attinenza con la realtà analogica. Questo può essere la definizione nei dettagli di un progetto, o la pianificazione dei passi concreti per raggiungere un obiettivo, oppure la descrizione di un sentimento così come è possibile autenticamente rappresentarlo mentre lo si prova. Sarà il corpo a testimoniare l'autenticità di quanto espresso, in modo peraltro involontario. Possiamo notare che è definibile come 'autentico' e pertinente alla sfera dell'essere un comportamento che parte dalla percezione nel qui-ed-ora e manifestato con le m.e.s.i. dal corpo; ma ha forza anche una pianificazione, orientata nel 156


futuro, che adopera la logica in modo concreto, ovvero per obiettivi realizzabili. E, si può definire 'realizzabile' qualcosa che è percepito nel qui-ed-ora oppure potrà esserlo nel futuro. Poiché nel qui-ed-ora siamo sensibili alla realtà analogica, una condizione necessaria affinché un obiettivo proiettato nel futuro abbia forza è che la logica che lo sottende non vìoli le condizioni di percepibilità nel regno analogico. In buona sostanza, l'obiettivo non deve contenere negazioni od obiezioni implicite o esplicite. Anche le possibili alternative vanno astratte focalizzandosi sul meta-obiettivo che hanno in comune. Un

obiettivo

così

definito

è

possibile

visualizzarlo.

'Visualizzazione' è un termine riduttivo che può far pensare all'uso immaginativo della sola vista, ma in realtà coinvolge tutti

i

sensi

e

sarebbe

più

opportuno

chiamarla

sensorializzazione. Ad ogni modo, la visualizzazione è la proiezione nel futuro (o, meglio, genericamente nell'astratto) della

percezione

analogica

che

è

possibile

grazie

all'orientamento dell'attenzione, diretta dalla coscienza digitale, verso l'obiettivo. In verità, contrariamente a ciò che si pensa comunemente, non è l'orientamento al futuro che disorienta dall'essere: essere nel futuro è solo un punto di vista che è possibile percepire coerentemente nel qui-ed-ora. Una visualizzazione ben fatta prevede l'accoglimento del punto di vista a partire dal quale si rimane in percezione aperta a ciò che, in qualche modo, si manifesta da sé. In visualizzazione, è 157


possibile vedere una sorta di 'film', sentire suoni e voci ed avere percezioni sensoriali un po' come se stessimo interagendo con la realtà. Il mondo immaginario si muove autonomamente, tanto quanto fa il nostro corpo nei suoi comportamenti spontanei che possiamo guardare, come osservatore esterno, farsi da sé. Da dove vengono le informazioni che percepiamo durante una visualizzazione? Faremo un'ipotesi più avanti, parlando di campi morfogenetici38. Per il momento prendiamo atto del fenomeno, postulando l'esistenza di una sorta di canale sensoriale morfogenetico, notando che non è possibile visualizzare qualcosa che contiene obiezioni, negazioni o alternative. Non è possibile visualizzare un obiettivo come “voglio andare via dalla mia città inquinata”, anche perché la destinazione alternativa potrebbe essere qualsiasi cosa: da un paradiso tropicale alla peggior discarica di rifiuti. L'attenzione rimane orientata sul disagio che si respinge e perciò non è possibile modificare il modo in cui la realtà viene filtrata nell'anello percettivo: si continua a percepire la medesima realtà che ci procura disagio. Viceversa è possibile invece visualizzare come mi sentirò, cosa vedrò, cosa percepirò nel luogo che ho specificamente scelto 38 Vedi il paragrafo 'I campi morfogenetici e il punto di vista' a pag.213

158


come destinazione, percezioni di cui posso rendermi conto nel qui-ed-ora, ed utilizzare quindi in retroazione nell'anello una informazione che tende a modificare il modo in cui percepisco attualmente. Analogamente, non è possibile visualizzare l'obiettivo “voglio andare a Roma o a Firenze”, che contiene una alternativa e che richiederebbe la capacità di una doppia attenzione, mentre è opportuno individuare l'autentico obiettivo ottenuto in entrambi i casi e passare quindi dal come soddisfare il desiderio al cosa. Ad esempio: “voglio vivere in una città d'arte” contiene entrambe le alternative ed apre ad ulteriori possibilità di realizzazione39. Il

processo

di

visualizzazione

descritto

è

tuttavia

profondamente differente dal richiamare una emozione associata ad un concetto. Ad esempio, è possibile orientarsi al concetto

di

amore

e

percepire

un

sentimento

come

rappresentazione analogica campionata; ma tale percezione non ha caratteristiche dinamiche di interazione con una realtà sensorializzata spontaneamente mutevole. Nel caso specifico, 39 Per inciso, questo processo di visualizzazione è ciò che i sostenitori della Legge di Attrazione indicano come processo creativo. Ovvero, essi sostengono che la visualizzazione è l'atto di percezione analogica con cui si dà a qualcosa di impalpabile (l'Universo, l'intelligenza inconscia, il superconscio) l'informazione di cosa si desidera realizzato, senza definire il come ma solo il cosa, e questo qualcosa poi trova il modo di realizzarlo. Questo discorso comunque esula da questa trattazione.

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la percezione potrebbe rimanere fissa su uno stucchevole mondo a tinte pastello, con conclusioni sulle modalità di relazione e sull'affettività immutabili e indiscutibili. Inoltre, in questi casi ci si può illudere che l'emozione associata al concetto cui si è attribuito un nome sia simile per tutti i nostri interlocutori, quando in realtà essa dipende fortemente dalle

esperienze

individuali

di

ciascuno.

Questi

fatti

introducono una mole enorme di equivoci e di problematiche nella gestione delle relazioni, e giustificano il fatto che spesso si attribuisca alla mente l'origine di tutti i problemi. Al contrario, la 'vera' sensorializzazione di un obiettivo consente alle immagini (o alle sensazioni) di svilupparsi autonomamente come fenomeno morfogenetico. Sulla base di quanto detto, è semplice definire ora il concetto di buona formazione logica. DEFINIZIONE Si definisce un obiettivo logicamente benformato se è compatibile con le caratteristiche analogiche della realtà, ovvero se la frase che lo descrive non contiene negazioni, obiezioni o alternative esplicite o implicite secondo il modello rappresentazionale di chi la esprime.

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OSSERVAZIONE Condizione necessaria affinché un obiettivo possa essere autenticamente

sensorializzato

è

che

sia

logicamente

benformato. OSSERVAZIONE Un obiettivo logicamente malformato può acquisire forza ed essere realizzato riprospettandolo in termini logicamente benformati.

Il disagio Il lettore avrà già intuito che il disagio, secondo il paradigma che

sto

proponendo,

è

fortemente

influenzato

dalla

malformazione logica delle aspettative riguardanti il proprio Essere. Ciò include anche il non riuscire a realizzare obiettivi materiali (avere) nel caso in cui ci sia una forte identificazione con i risultati, ad esempio con credenze del tipo: “ho valore se ho...”, oppure “io sono uno che ha...”40. Se definiamo il disagio come la distanza fra ciò che è e ciò che pensiamo che sia o che debba essere, è evidente che esclusioni e negazioni, che sono impossibili nella natura analogica ed unitaria della realtà, sono propulsori naturali del disagio. Probabilmente l'aspetto più frustrante di una situazione di 40 Più avanti sarà chiaro come tali credenze derivino anch'esse da una malformazione logica.

161


disagio non è solo il non riuscire a realizzare l'obiettivo, ma il fatto che il risultato ottenuto con i propri sforzi non è nemmeno neutro rispetto al tema desiderato. Di fatto, non volere qualcosa facilita proprio l'incontro con quel qualcosa. ESEMPIO Supponiamo che il nostro obiettivo sia materiale per poterlo facilmente rappresentare con una figura: una automobile. Ăˆ facile costruire una rappresentazione analogica di una automobile, ad esempio tramite una fotografia.

Un obiettivo benformato: una automobile

Un obiettivo composito: un'auto E una ragazza

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È anche facile rappresentare un obiettivo composito (e..e), ad esempio:

una

automobile

e

una

bella

ragazza.

Cosa succede se l'obiettivo è “non voglio una automobile”? Accade che, per essere concepito, l'obiettivo deve essere in ogni caso rappresentato, ad esempio con una X sopra l'automobile, ove la X è un simbolo della negazione. Purtroppo ciò non rappresenta affatto, in termini analogici, una negazione: infatti, per forza di cose non è altro che la composizione di una automobile e del concetto di negazione! I nostri filtri percettivi, pertanto, non saranno affatto neutri, ma

Un obiettivo malformato: non un'auto

interpreteranno la realtà in funzione di una automobile – che sarà sempre presente ai nostri sensi – ed al concetto di negazione che influenzerà i nostri comportamenti spontanei conseguentemente41. 41 Si veda più avanti il paragrafo 'I comportamenti del “no”' a pag.227

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OSSERVAZIONE Fanno chiaramente parte di questa categoria di obiettivi logicamente malformati gli aneliti inconsci legati alla paura.

L'emersione del “no” e il suo effetto motivazionale Vanno distinti gli obiettivi logicamente malformati dalle motivazioni che hanno origine in obiettivi logicamente malformati. Un obiettivo logicamente malformato potrebbe non realizzarsi mai, anche se può fungere da forte motivatore per altri obiettivi benformati. ESEMPIO La perdita di un caro può indurre ad un senso di negazione della morte, che mai potrà essere realizzato. Questo obiettivo inconscio può diventare però un forte motivatore per innumerevoli altri obiettivi benformati, come ad esempio diventare medico e salvare molte vite umane. Ovviamente, un eventuale disagio percepito da un simile medico non è attribuibile allo sforzo con cui compie gli atti logicamente benformati, bensì alla presenza malinconica dell'obiettivo malformato irrealizzabile. Ogni persona salvata grazie alle sue azioni contiene l'ingrediente venefico del ricordo di non essere riuscito a salvare quella persona. Tuttavia l'esperienza racconta che, superata la negazione (in questo caso lasciando andare la persona defunta al suo destino), la situazione di impegno in cui una persona si trova viene 164


riprospettata come una benedizione che si attua nel seguito senza sforzo, e che dà un senso sia alla vita che all'evento traumatico originario. È possibile in ogni caso osservare che la negazione ha un ascendente molto forte su molte persone. Come mai una persona può trovarsi a rifiutare inconsciamente una evidenza così lampante, come l'inevitabilità di una morte già accaduta, pur essendo perfettamente capace di comprensione razionale? E nell'ottica del modello sistemico della conoscenza, quale rappresentazione analogica può sostenere il simbolo della negazione, dato che essa non esiste nella realtà? Jung elaborò una teoria dell'Ombra molto estesa, e già indicò come soluzione quella di integrarla, ovvero di superare la negazione per incontrare ciò che è nel qui-ed-ora. Spesso il baratro che abbiamo davanti altro non è che il pavimento colorato di nero, che noi percepiamo come nero e profondo perché così è orientato lo stato del nostro anello percettivo. Di fronte a un potenziale pericolo, anche metaforico (i pattern vengono infatti riconosciuti nella loro intensità sia che siano esatti sia che siano metaforici), la resistenza è molto forte, e di conseguenza la motivazione ad allontanarsene lo è altrettanto. Questo è un dato comune che si può spiegare come attivazione inversa, a partire dalla negazione del concetto, dei campioni di esperienza associati all'essere in procinto di essere predati o di non aver mezzi di sussistenza. La negazione è uno schema 165


molto simile alla risposta funzionale traumatica – in atto per offrire più chances di sopravvivenza – che è la risposta originale per ottenere una separazione ed esclusione del pericolo. L'istinto di sopravvivenza è una forza motivatrice sufficiente per spiegare l’energia con cui ci si allontana dalla cosa negata. In questi termini lo schema di predazione, che prevede una distinzione netta fra preda e predatore, e quindi una evidenziazione della separazione e della dualità, sarebbe l'origine analogica del concetto di negazione. In quest'ottica è chiaro come la consapevolezza, che porta alla luce e fa riprospettare le proprie negazioni, rende gli individui meno sensibili a manipolazioni attuate per mezzo di metafore che ne contengono. Si deve altresì notare che la sopravvivenza è in ogni caso legata al senso dell'identità che deve sopravvivere: in uno stato spirituale dell''assenza di sé', come descritto dall'antica saggezza orientale, è del tutto impossibile l'esistenza della negazione e della separazione, e quindi del disagio. Poiché tuttavia in uno stato di coscienza normale esiste un senso di identità individuale, ma anche un senso di appartenenza ed identità in gruppi sociali di vario tipo, le reazioni di sopravvivenza si attuano anche in contesti sociali. Gli schemi derivati di comportamento individuali e di gruppo che si possono riconoscere, a questo punto, sono innumerevoli.

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IMPLICAZIONI DEI MODELLI «Molte persone credono di pensare ma in realtà stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi.» William James

Simboli, processi, nominalizzazioni Fintanto che i concetti manipolati dal livello simbolico rappresentano oggetti fisici, essi mantengono una relazione uno a uno con la realtà anche se gestiti ad un livello astratto. La progettazione di un manufatto complesso, come la costruzione di una casa, pur avvenendo in maniera astratta rimane comunque una attività logicamente benformata, in quanto si tratta di comporre elementi che si possono percepire e visualizzare. La manipolazione di tali elementi è coerente con la realtà anche perché la disponibilità degli oggetti reali non muta

sostanzialmente

nel

tempo,

e

quindi

la

loro

rappresentazione interna permane aggiornata con ciò che è. Qualche problema in più emerge quando concettualizziamo le emozioni, i sentimenti, gli stati d'animo e gli elementi di processo, che sono per loro natura immateriali e mutevoli. La rappresentazione concettuale di un'emozione, ad esempio, è profondamente diversa da ciò che si può esperire in stato di presenza nel qui-ed-ora.

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ESEMPIO Se rivolgo lo sguardo al passato per riconoscere ciò che mi fa amare qualcuno, posso riconoscere che tale sentimento non è composto

solo

da

momenti

idilliaci,

ma

emerge

dall'osservazione di un processo mutevole in cui vari fattori – gioie, difficoltà, battaglie vissute insieme – fanno riconoscere l'esistenza di un legame con quella persona. Ciò è molto diverso dall'idea di amore che ogni persona riferisce di conoscere, sperimentare ed augurarsi per il futuro. Tuttavia il senso di legame, anche in uno sforzo, fatto insieme ad altri con piacere è ciò che una persona connessa al qui-ed-ora percepisce nella vita presente quando non soggiace a negazioni. Scalare una montagna può essere difficile e faticoso, categorie di sensazioni che si potrebbero voler evitare in teoria, ma può essere qualcosa di estremamente gratificante nel qui-ed-ora se ci si allinea a quello che c’è oltre al rifiuto della fatica: ad esempio la condivisione dell’esperienza, un panorama, la natura. ESEMPIO Il modo di comunicare nel presente con un interlocutore qualsiasi può essere molto diverso dall'idea che posso avere riguardo alla 'mia comunicazione', o al 'mio modo di comunicare' che contraddistingue 'come io sono fatto'. Questi due esempi riguardano ciò che in PNL viene chiamato

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nominalizzazione, ovvero la trasformazione di un processo in un evento, che è un atto di generalizzazione. In questo caso non siamo in presenza di un concetto che emerge da elementi emotivi come conoscenza di livello superiore su di essi, ma di un tentativo di rappresentare in termini concettuali l'informazione stessa di ordine più basso. Si dà un nome a qualcosa che non è un oggetto, ma è qualcosa di mutevole e soggettivo. Non si è tratta alcuna conclusione fra le relazioni di più elementi, ma si cerca invece di rappresentare l'unico elemento direttamente attraverso un suo campione. Equivale, riprendendo le metafore iniziali, ad un unico simbolo che

rappresenta

la

classe

'sinusoide'

al

posto

della

campionatura più complessa di un segnale sinusoidale, e quindi perde la dimensione del tempo: è un concetto generico ampiamente scorrelato con una misura della realtà 42. La confusione nella comunicazione si può creare in quanto, come per ogni altro concetto, la sua rappresentazione analogica trasporta con sé un campione di esperienza differente per ciascuno, coniato probabilmente in un momento di forte intensità emotiva, che in questo modo si cristallizza. Il concetto d'ora in poi significa rivivere la medesima situazione relazionale. La sfumatura emotiva di tale campione può essere profondamente diversa da una persona all'altra, tanto che per 42 Da non confondere con la percezione del sentimento nel qui-edora, che ha tratti di a-temporalità, attraverso il 'senso morfogenetico'

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alcuni la parola 'amore' può essere associata ad esperienze alquanto negative e da rifuggire. OSSERVAZIONE Un esempio di processo è la vita stessa. Il senso di identità è una sorta di nominalizzazione rispetto a ciò che io sono come processo che si attua nel flusso del qui-ed-ora. Il modello sistemico della conoscenza evidenza che 'io' non corrisponde ai pensieri né alle emozioni: l'identificazione con essi è un'idea, proprio come viene insegnato nei seminari di meditazione. Una nominalizzazione di questo genere è sostanzialmente riconoscibile in quanto non è possibile rappresentarla analogicamente, ad esempio disegnarla, se non per mezzo di simboli o metafore. Un sistema di emersione delle associazioni di idee usato anche nella psicoanalisi classica, infatti, prevede il disegno libero in relazione ad una nominalizzazione, ad esempio la propria vita, in modo tale da riconoscere che i vari aspetti che la compongono sono elementi all'interno di un processo. Naturalmente è sempre possibile rappresentare facilmente la nominalizzazione disegnando un singolo simbolo sintetico in virtù del processo, ad esempio un cuore per rappresentare l'amore. Comunicare per simboli rappresentati in forma analogica attiva il potere che essi hanno nel richiamare emozioni e percezioni sintetiche correlate e quindi, in qualche modo, a orientare lo stato d'animo dell'ascoltatore. 170


OSSERVAZIONE È possibile utilizzare le nominalizzazioni ed i simboli analogici per stimolare la possibilità nell'anello percettivo di filtrare e percepire in accordo, per poi orientare l'attenzione all'essenza di una emozione nel qui-ed-ora, ad esempio focalizzando i tratti distintivi dell'emozione stessa nel corpo ('come mi accorgo che sto percependo questa emozione?'). OSSERVAZIONE Una nominalizzazione crea confusione e conflitto quando viene utilizzata in modo logicamente malformato, ad esempio negando la possibilità che un interlocutore possa avere una sua particolare rappresentazione analogica e combattendo per una verità assoluta. Usate in modo benformato, le nominalizzazioni sono parte fondamentale del linguaggio specificamente generico43 che è determinante per allineare gli scopi di più persone in un gruppo e portare a frutto le loro risorse peculiari e differenti, portando così a realizzazione effettiva gli obiettivi collettivi. Le nominalizzazioni come motivatori hanno un aspetto manipolatorio solo se promettono di realizzare in modo 43 Uso 'ipnotico' del linguaggio che generalizza ogni possibile dettaglio in modo che il messaggio sia adatto a più interlocutori contemporaneamente. Ad esempio, nominare una spiaggia non necessita dei dettagli del tipo di sabbia, del colore, della forma, della località: ogni ascoltatore visualizzerà la sua propria versione congeniale.

171


formalmente benformato le motivazioni preesistenti di origine malformata dell'ascoltatore. ESEMPIO Una persona si trova in conflitto con il partner. Per risolvere il 'problema' in maniera benformata, prima di tutto il soggetto dovrebbe accertarsi di non portare con sé negazioni, ma spesso la negazione sta proprio nel fatto di non accettare l'esistenza del conflitto. Una soluzione può emergere solo se è chiaro che, nel momento presente, il conflitto c'è. Non volere il conflitto non permette di far evolvere la situazione perché non corrisponde a ciò che è, e dunque i meccanismi percettivi sono mal orientati per poter autenticamente interpretare la situazione e cogliere le opportunità di azione che si presentano nel qui-ed-ora. È intuitivamente evidente che, in una tale condizione logicamente malformata, un tale soggetto sarà invece motivato ad accettare più volentieri una soluzione apparentemente più semplice per ritornare in contatto, ad esempio comprare qualcosa che in qualche modo prometta una buona relazione. Usate in contesti benformati, le nominalizzazioni fungono invece da forti comunicatori di ispirazione e risonanza, e sono strumenti che un leader in possesso di presenza consapevole – ovvero privo di un'idea fissa rispetto a ciò che dovrebbe essere il 'bene assoluto' per tutti, ma dotato di attenzione a ciò che accade nel qui-ed-ora – può e deve usare per orientare i gruppi che conduce. 172


Benché allontanino in qualche modo dal qui-ed-ora, essendo benformate ed usate deliberatamente per uno scopo nel presente le nominalizzazioni fungono da guida ispiratrice ed agevolano le realizzazioni.

Scelte ed esclusioni Il senso di identità può essere visto come una nominalizzazione del processo della vita. Esso contiene malformazioni logiche se le definizioni contengono negazioni, ad esempio 'io sono uno che non...' oppure 'io non sono uno che...'. Se è vero che i simboli di negazione sono correlati al senso di protezione dell'identità,

definire

quest'ultima

con delle

negazioni chiude evidentemente il loop numerico in un'orbita completamente astratta. È come pensare che, riferendosi al disegno che rappresenta il vaso oppure i due visi, esso rappresenti effettivamente, nella realtà, entrambe le cose. Ma è evidente che se il disegno, che è una rappresentazione, può creare l'illusione che le due cose possano coesistere, tuttavia non può esistere nulla che sia realmente tutto ciò: è un'illusione che può sussistere solo ad un livello astratto. Il senso d'identità è altresì logicamente malformato se prevede identificazioni con qualcosa che pertiene al regno dell'avere anziché dell'essere, come i già citati esempi 'io sono uno che ha...', 'ho valore se ho...'. Infatti, le definizioni di identità benformate risultano affini a 173


missioni spirituali. Poiché non esiste il contrario di un comportamento, e ciò che si è è esplicitabile con una scelta di comportamento, non esiste possibilità di negazione, ma solo di preferenza. Il comportamento è intrinsecamente dinamico, analogico e legato al qui-ed-ora benché possa essere ispirato da un

orientamento

sostanzialmente

costante,

il

quale

è

continuativamente alla prova del senso di benessere. Viceversa, il possesso ha una connotazione statica, ed identificarsi con il possesso o non possesso di qualcosa, perfino un tratto somatico, corrisponde ad escludere la situazione opposta che implicitamente non risulta accettabile, altrimenti non si sarebbe rinforzata l'identificazione. A questo punto l'individuazione della presenza o meno di una negazione potrebbe sembrare una discriminazione piuttosto arbitraria e confusa. È importante allora riconoscere la differenza che intercorre fra una scelta (preferenza) e un obbligo (equivalente per contrasto a una esclusione). Una scelta è una preferenza fra una o più alternative, attuata non per contrasto a tutte le altre opzioni disponibili, ma per il fatto che un comportamento non può, per natura analogica, che seguirne una ed una sola. Si sceglie o accade un'opzione, ma si rispettano le alternative. Una esclusione, o obbligo, è una preferenza assunta per inaccettabilità di qualche altra opzione, ovvero esiste una negazione (sotto forma di giudizio) verso l'alternativa oppure 174


esiste una motivazione originata da una malformazione logica, come nel caso dell'esempio del medico. Non stiamo parlando qui di un obbligo dovuto a circostanze ambientali esterne, come ad esempio l'obbligo di digiunare quando c'è scarsità di cibo ove non c'è altra scelta possibile, ma di un obbligo che assume una giustificazione morale in quanto prevede una 'buona ragione' per escludere le altre possibilità.

I valori La delicatezza nella distinzione fra scelte ed esclusioni sta nel fatto che la medesima rappresentazione formale di obiettivo benformato può avere una origine semantica sia benformata che malformata. La struttura benformata di un obiettivo, unita alla forza motivazionale di una negazione sottostante, fornisce talvolta agli obblighi una veste di verità incontestabile 'per il bene assoluto'. Il sintomo più evidente di un obbligo è il grado di indiscutibile certezza con cui l'interlocutore porta avanti i propri discorsi. Sforzo inutile poiché, d'altra parte, i teoremi di Gödel già vanificano ogni speranza di poter dire con la logica l'ultima parola. Non intendo dire che non si debbano portare avanti con forza ed energia le proprie proposte: tuttavia, una azione equilibrata è quella in cui, a fronte delle proprie istanze, ci si apre continuamente a verifica ed evoluzione del proprio pensiero 175


grazie ai commenti che giungono. In sostanza, in tali condizioni il pensiero ha la possibilità di essere rinnovato costantemente nel qui-ed-ora ed eventualmente applicato anche in contesti diversi. La sensazione di benessere è un indicatore forte di buona formazione, mentre un senso di costrizione, il 'leggere nel pensiero' degli altri una avversità pretestuosa e di principio o l'irritazione nel non riuscire a condividere con gli altri la validità dell'obiettivo sono un valido campanello d'allarme. I valori fanno parte di questo territorio di confine, e sono un tema alquanto delicato. I valori sono nominalizzazioni molto simili nella forma a una missione transpersonale 44, ma traggono la loro forza motivante da una negazione che li rende fissi e che induce nelle persone una evidente suscettibilità. Contestare direttamente un valore o una credenza, anche quando è evidente che sia la causa di limitazione dell’interlocutore, è molto difficile. Per alcuni è difficile perfino accettare che perseguire dei valori non sia un valore, e l'opinione diffusa che i valori siano fondamento di un'azienda, di una nazione, di una religione, di un movimento, della società in generale o di un qualsiasi gruppo, non fa che dare argomenti a sostegno di questa idea. In una società cognitiva, l'orientamento verso le regole comuni viene fornito per mezzo di valori, anziché confidare sulla 44 Vedi 'I livelli logici di Dilts' a pag.92

176


intrinseca positività della presenza consapevole alla realtà analogica nel qui-ed-ora. Ciò che era naturale e spontaneo per i nostri predecessori diventa strutturato come insieme di regole morali che vanno seguite e che sovrastano le nuove forme creative di comportamento spontaneo. Il problema di tutto ciò è che i valori non sono considerati come risultato di un allineamento fra le persone, ma come lo strumento di allineamento da far digerire, con le buone o le cattive. L'ostacolo più grande per il superamento del limite posto dai valori è che le azioni che i valori motivano sono a fin di bene, ed assumono valore di bene assoluto e ineccepibile perché sono strutturalmente

benformate.

L'individuo

si

difende

aggrappandosi al concetto di bene che persegue, non accettando facilmente il fatto che la critica che può giungere non è affatto sulla buona formazione logica dell'obiettivo, che non è di solito in discussione, ma sull'affiliazione alla negazione sottostante che conferisce un'idea di assolutezza alla verità impugnata. Forse è proprio per questo che Bert Hellinger spesso afferma che la maturità di una persona sta principalmente nella capacità di prendersi la responsabilità di non essere innocente. Letto in altro modo, questo vuol dire prendersi la responsabilità nel presente dell'azione che si va a fare, e non demandare ad altri, o alla morale, la decisione su ciò che è bene e ciò che è male. 177


I valori rigidi sovente nascono da negazioni del tipo “questo non si fa”, spesso enunciate all'interno di gruppi che sono percepiti importanti per l'identità e la sicurezza, come la famiglia, in assenza di un processo di apprendimento esperienziale. È evidente anche la malformazione semantica, oltre che logica, di un tale tipo di negazione, che non esplicita né il perché “non si fa”, né “secondo chi” non si dovrebbe fare, e che non permette quindi una valutazione autonoma del principio caso per caso nel qui-ed-ora. La negazione nasce di solito dalla incapacità di differenziare fra un comportamento scelto da una persona importante (ad esempio un antenato, che attraverso un comportamento benformato in accordo al proprio essere ha ottenuto un grande risultato) dalla generalizzazione e sintesi logica successiva, che può trovare una definizione solo se posta in controluce con l'opposto. I meccanismi di irretimento evidenziati dalle Costellazioni Sistemiche mostrano inoltre che esistono dei modi impalpabili, morfogenetici, di acquisire informazione ed incorporare comportamenti rimossi dal sistema. Essi spesso mettono in evidenza movimenti di esclusione e negazione a livello familiare, poi interiorizzati dall'individuo contro se stesso. La negazione si instaura come abitudine fondamentale nell'anello percettivo e, con intensità nella retroazione, diventa metro di interpretazione della realtà. 178


Anche la seconda Nobile Verità buddhista ci avverte che la causa di tutte le sofferenze è l'avidità. Secondo gli antichi insegnamenti orientali l'attaccamento al desiderio, e non il desiderio in se stesso, è la causa primaria di ogni sofferenza. Allo stesso modo, è l'attaccamento al valore, ovvero quanto è difficile accettare la possibilità contraria, e non il valore in se stesso ad essere in discussione. Paura e un certo tipo di 'desiderio', in fondo, hanno quindi la medesima origine. Il modo adeguato di utilizzare i valori in comunità, ad esempio in azienda, è quello di portarli continuamente a verifica con l'attualità analogica del qui-ed-ora con autentico intento evolutivo: metterli costantemente in discussione e rimanere aperti all'ascolto di qualsiasi obiezione, non percependola come una minaccia ma piuttosto come un'opportunità di coglierne ed integrarne l'intenzione positiva. Il valore va visto non come un punto di arrivo ma come punto di riferimento corrente in un flusso continuo. D'altra parte, vale la pena aprirsi alla considerazione che l'ufficializzazione dei valori è necessaria solo dal momento in cui si teme che le persone che partecipano alla comunità possano tendere spontaneamente verso obiettivi diversi. È presente quindi un movimento di esclusione della possibilità di perdere il controllo, che impedisce di trovare il modo in cui tutti gli intenti possono essere allineati in maniera più profonda. Ciò non è esente da sforzo, nel tentativo di far 179


collimare valori aziendali preconfezionati con la realizzazione, reale

o

metaforica,

potenzialmente,

dei

potrebbero

bisogni avere

individuali, origine

i

quali,

logicamente

malformata. Il miglior modo, a mio avviso, di riunire gli intenti collettivi è agire ad un livello più fondamentale, ovvero di condividere le esperienze anziché i valori: portare l'azienda nel suo insieme al qui-ed-ora. Condividere le interazioni di business che avvengono all'interno e verso l'ambiente esterno come fatti esperiti dal punto di vista dell'azienda in quanto tutto unico composto da tante parti, anziché mantenere visioni ed esperienze frammentarie in dipartimenti separati, consente a tutti i partecipanti nel medio-lungo termine di interiorizzare tale punto di vista d'insieme e di agire spontaneamente in funzione di esso. Questa capacità dell'individuo di immedesimarsi nel punto di vista del gruppo, che ha aspetti morfogenetici che saranno più chiari nel seguito, è correlata alla condivisione della conoscenza di ciò che, in prima istanza, l'azienda è in quanto, attraverso le azioni di business, è un essere che percepisce e crea dei modelli per interagire con la sua realtà. Oggi tutto questo è possibile grazie al fatto che strumenti informatici di collaborazione detti '2.0' rendono i canali di comunicazione non più risorse scarse ma abbondanti. I contesti di gruppo ove i valori sono troppo rigidi sono fonte di 180


comportamenti incongruenti in chi vi partecipa senza potere: spesso le persone ai margini sono quelle che colgono intuitivamente una negazione collettiva, ma sono come trattenute 'ad elastico' fino a che non cedono ad integrare in loro stessi la cosa negata come possibile. Ciò significa prendersi la responsabilità di esplorare nel qui-ed-ora ciò che il gruppo, come principio ispiratore, sta escludendo. Il prezzo è quello di perdere il senso di innocenza agli occhi del gruppo. Le coalizioni sane sono quelle in cui esiste una serena accettazione, se non incoraggiamento, alla diversità. Ogni persona che ha un legame con il gruppo ha per forza di cose implicitamente un messaggio calzante ed utile da comunicare: nessuno partecipa a un gruppo senza una intenzione positiva. Il movimento di unità, ovvero l'inclusione di tutto e tutti, ovviamente all'interno dell'individuazione degli scopi specifici di aggregazione, non viene confuso con l'uniformità, in cui l'aggregazione è stabilita per similitudine di attributi ed esclusione delle violazioni. È frequente, infine, incontrare contesti in cui siamo chiamati a combattere a fin di bene: la lotta per i diritti, la lotta per l'ambiente, la lotta contro la fame nel mondo, la lotta per i valori morali e quant'altro. È evidente che diritti, ambiente, regole di vita in comune e sopravvivenza sono fattori irrinunciabili per il nostro benessere e la nostra stessa esistenza. Come già detto, non è il principio logicamente benformato ad 181


essere contestato. Ciò che è un ostacolo alla realizzazione stessa dell'obiettivo è l'atteggiamento di lotta, come se si stesse reagendo ad un predatore, fatto che esclude la dignità di chi, dal nostro punto di vista, sta causando la perdita del bene. Ciò ci fa almeno inizialmente trascurare l'intenzione positiva che esiste in ogni azione altrui, e quindi ci priva della possibilità di osservare da un punto di vista sistemico neutro e più elevato (di sintesi). Si perde cioè la possibilità di trovare una soluzione più generale ai bisogni di ogni parte tenendo conto ed includendo il punto di vista altrui, fin da subito.

Combattere contro, combattere per, accogliere Il tema della lotta merita qualche cenno di approfondimento. Quando l'attenzione è focalizzata direttamente su una negazione

il

separazione (aggressività,

sentimento dall'oggetto rabbia),

emergente negato:

è

fuga

congelamento

funzionale (paura),

alla

attacco

(insensibilità,

frustrazione) o dissociazione (estraniamento, esaltazione) 45. Quando la risposta è aggressiva si manifesta lo schema del 'combattere contro'. Se tuttavia la negazione agisce 'solo' da motivatore per un obiettivo strutturalmente benformato, come per i valori, emerge il comportamento del 'combattere per'.

45 Vedi il capitolo 'I comportamenti del “no”' a pag.227

182


La differenza è solo una sfumatura, poiché siccome nel 'combattere per' l'obiettivo benformato è un'esclusione di ciò che esso non prevede, ogni obiezione sarà attaccata direttamente ed emarginata, mettendo in luce la negazione insita nel valore per cui si combatte. È possibile notare ad esempio l'aggressività e la violenza verbale che assumono perfino alcuni movimenti per la pace. Ciò che rimane come ultima alternativa è accogliere. Questa sembra una posizione vile e comoda, agli occhi di chi persegue un valore, come se fosse un'accettazione a denti stretti. Eppure, l'accogliere non esclude l''agire per' come scelta, e questo è proprio ciò che insegnano i grandi maestri spirituali. Quando viviamo in completa accettazione di ciò che esiste, questa è la fine di ogni dramma della nostra vita. Nessuno può nemmeno litigare con noi, per quanto ci provi. Non possiamo litigare con una persona pienamente consapevole. Il litigio implica l'identificazione con la mente e una posizione mentale, nonché resistenza e reazione alla posizione dell'altra persona. Il risultato è che le opposte polarità si forniscono energia reciprocamente. Questa è la meccanica dell'inconsapevolezza. Possiamo ancora esprimere

la

nostra

opinione

chiaramente

e

fermamente, ma non vi sarà dietro nessuna forza reattiva, nessuna difesa e nessun attacco. Allora non si 183


trasformerà in dramma. Quando siamo pienamente consapevoli, smettiamo di essere in conflitto. Nessuno che sia in unione con se stesso può nemmeno concepire un conflitto: questo si riferisce non soltanto al conflitto con altre persone ma fondamentalmente al conflitto dentro di noi, che viene meno quando non vi è più alcuno scontro fra le esigenze e le aspettative della mente e ciò che esiste. [14] Accogliere ciò che è, è un importante principio per chi opera nelle professioni di aiuto. Non si può assistere qualcuno perché è bene farlo, o combattere per il benessere: si aiuta qualcuno quando viene a chiedere aiuto. Bert Hellinger, ed in verità molti altri, vede in questa capacità di rispettare il destino altrui, senza giudicarlo, una leva trasformatrice che fonda la propria potenza proprio nella capacità di osservazione neutra, da quello che può essere definito spazio del cuore. La trasformazione avviene prima in noi, accordandosi internamente con ciò che è, e poi si comunica per via morfogenetica ed empatica. Qualcosa ci fa percepire un 'problema' nell'altro o comunque fuori di noi, e questo è il sintomo di una esclusione che opera anche in noi. Il passaggio è quello di osservare la nostra propria negazione verso il problema, e incominciare accettando che sia così. Da questa base percettiva, coerente con la realtà, è poi possibile 184


accorgersi di cosa può esserci di meglio. Di solito è il nostro stesso interlocutore a darci lo spunto successivo. OSSERVAZIONE Il requisito fondamentale per aiutare una persona a superare il disagio che emerge dai limiti di un valore o di una credenza è quello di non porre resistenza all'elemento problematico. In posizione di aiuto, l'ascolto fornisce al facilitatore il punto di vista altrui, che viene accolto come posizione accettabile e comprensibile,

senza

obiezioni

morali.

In

fondo,

probabilmente, chiunque avesse avuto le sue medesime esperienze avrebbe tratto le medesime conclusioni. Questo equivale ad un ricalco effettuato in maniera sottile. L'informazione

implicita

che

viene

comunicata

all’interlocutore è quella dello stare con ciò che c'è. Dalla situazione empatica che si crea ove la persona, trovandosi autenticamente non giudicata, non può assumere comportamenti di separazione, è possibile poi ampliare il contesto percettivo verso una scelta che non sia una esclusione.

Il pensiero positivo Talvolta sentiamo dire: “bisogna pensare positivo”, oppure “avrai successo se interiorizzerai una yes attitude”. Da una parte vediamo in qualcuno un atteggiamento sempre orientato in positivo, ed il benessere che ne sembra derivare. Dall'altra, quando cerchiamo di agire positivamente, a volte le cose non 185


funzionano per noi nello stesso modo. Cos'è che non funziona? Anche in questo caso occorre prestare attenzione alle negazioni nascoste. Pensare positivo non può equivalere al rifiuto di vedere cose 'negative', e metterle da parte. Chi pensa positivo vede ogni cosa in modo assertivo, coerente con la natura analogica, e gliene dà dignità. Come nel caso dei valori, non è la formulazione degli obiettivi ad essere importante. Ad esempio, due persone possono porsi l'obiettivo di diventare spudoratamente ricchi ed avere comunque risultati opposti. La differenza va cercata nella semantica dei reali obiettivi impliciti, che dipendono da come i concetti sono rappresentati analogicamente dato il processo di apprendimento e le esperienze di vita del soggetto. Per colui che ha successo, essere ricco significa immergersi nell'abbondanza. Riesce a visualizzare ciò che lo fa sentire prospero e a sentire il piacere che questa condizione gli offre. La sua percezione è orientata in modo da cogliere ogni opportunità di realizzare l'obiettivo, perché non dà attenzione ad alcuna negazione. Non teme l'eventualità di non realizzare l'obiettivo, ma percepisce principalmente il benessere all'idea di ottenerlo. Per colui che fallisce nel suo intento, probabilmente la formulazione positiva dell'obiettivo deriva in realtà da una doppia negazione. Se la logica funziona come la matematica, ove meno per meno fa più, per la realtà analogica non è così: è 186


invece la somma di due negazioni. Indagando meglio, probabilmente il desiderio di ricchezza è dunque in realtà la speranza di non vivere in povertà. L'esclusione della condizione di povertà è la prima negazione. Questa esclusione può sussistere proprio in quanto l'individuo non si trova in stato di povertà ma la teme: se fosse in povertà, non la temerebbe e non maturerebbe una esclusione. Tuttavia, egli è orientato ad evitarla e, per quanto gli riesca, permane nel disagio della paura e non può focalizzarsi autenticamente verso l'obiettivo dell'abbondanza. La ricchezza non è nella sua percezione: è semplicemente una soluzione logica trovata per il problema della povertà, e non ha nulla a che fare con la sensorializzazione

che

avviene

nel

presente.

Le

rappresentazioni analogiche del suo concetto di ricchezza sono il concetto di povertà e la sua negazione, due elementi entrambi molto distanti da una percezione reale nel presente. Per questo motivo, pur non avendo nessun motivo autentico di sofferenza, permane nel disagio e vive di obiettivi non realizzati. Si dice che ogni ricco è caduto in povertà almeno tre volte; probabilmente questa regola empirica fa sì che non abbia più timore della condizione, e che quindi il soggetto non cerchi più di escluderla tentando l'impossibile. Andando ancora più in profondità, possiamo riconoscere che il concetto stesso di povertà è qualcosa di astratto, inesistente, che è definito come privazione di qualcosa: e qui è la seconda 187


negazione. La povertà non esiste di per sé: si definisce povertà la mancanza di qualcosa che è arbitrariamente desiderato. La povertà di un occidentale è differente dalla povertà di un africano, che la considererebbe invece una condizione di relativo agio. Di fatto è possibile vedere più volti autenticamente sorridenti in villaggi poveri del terzo mondo che non in una città moderna. La povertà è un orientamento alla mancanza che non consente di apprezzare ciò che c'è. Facciamo un esempio radicale: la non sussistenza alimentare. A livello percettivo, c'è una enorme differenza nel definirla come 'fame', che è percepibile a partire da sensazioni reali che esistono, piuttosto che come 'mancanza di cibo'. Di fatto, chi ha fame va in cerca di cibo, mentre chi ne teme la mancanza non coglie il fatto che continua, in qualche modo, ad averne a disposizione e, mentre nega la mancanza, la percepisce. In un modo o nell'altro, entrambe le situazioni conducono al soddisfacimento del bisogno alimentare (se è materialmente possibile), tuttavia in un caso si può vivere alla giornata scoprendo il modo in cui la provvidenza ci nutre giorno per giorno, nell'altro si permane nel disagio della paura. Il desiderio di abbondanza, in questo caso, si traduce quindi in un no alla privazione (altro no) della sussistenza, che è qualcosa di non rappresentabile analogicamente. Alla fine dei conti, spesso alla radice sussiste la paura dovuta alla negazione più grande: la negazione della morte. Accettare 188


l'eventualità della morte è il modo per non vivere di contrasto ad essa, e per godere pienamente della vita. Domanda

Semantica benformata

Semantica malformata

L'affermazione “voglio essere ricco” cosa significa per te?

Poter viaggiare; comprare una barca e navigare; avere una bella casa

Poter lasciare questo posto squallido; non patire mancanze; dare ai figli ciò che mancò a me

L'identità profonda e la presenza consapevole Il diagramma del modello sistemico della conoscenza mostra l'attenzione consapevole come entità distinta dall'anello percettivo.

L'apporto

dell'attenzione

inconscia

sul

comportamento è implicitamente riportato nella freccia che collega direttamente l'anello agli output. Di fatto, in un modello che considera la mente una 'scatola nera' e che quindi considera le interazioni di comunicazione – e non un'analisi neurologica – per fare delle ipotesi, non abbiamo indizi

per

definire

se

l'attenzione,

e

soprattutto

la

consapevolezza, siano veramente elementi separati dall'anello percettivo o se ne siano proprietà sistemicamente emergenti. D'altra parte, è già difficile di per sé definire l'attenzione: lo sciamanesimo castanediano, ad esempio, identifica tre tipi di attenzione fra cui quella ordinaria di cui facciamo esperienza quotidiana. Un'altra la possiamo vagamente cogliere quando rammentiamo un sogno ove temi e contesti sconosciuti alla 189


nostra attenzione quotidiana ci sembravano in qualche modo familiari e noti da molto tempo. Questo va molto oltre a ciò di cui si intende parlare qui, e semplificheremo assai il discorso. Abbiamo ipotizzato che i pensieri possano essere risultato di sovrapposizioni complesse di concetti e regole di generazione nel loop numerico, ma le esperienze di meditazione insegnano che l'osservazione cosciente è qualcosa di distinto dai pensieri. È possibile infatti in determinate condizioni di attenzione osservare il passaggio di un pensiero come qualcosa di distinto dall'osservazione stessa. D'altra parte, noi possiamo riconoscere non solo i pensieri, ma anche le emozioni, i sentimenti e il dolore che sono qualcosa di molto diverso ed a prescindere da un pensiero, perciò sembrerebbe evidente che noi non siamo i nostri pensieri. Analogamente, non siamo le nostre emozioni. Non siamo alcun elemento di conoscenza. Per contro, l'attenzione consapevole, cioè l'essere presente al fatto che si sta percependo, è qualcosa che intuitivamente associamo alla nostra identità profonda. Se l'attenzione può essere inconscia, la presenza (attenzione consapevole) non può esserlo per definizione. I monaci buddhisti usano un criterio alquanto astuto per mettere in evidenza ciò che ci appare essere l'identità profonda. Essi si domandano: se avessi Buddha o Gesù di fronte a me, che cosa potrei scambiare con lui mantenendo la mia identità? 190


Certamente possiamo pensare di scambiare il corpo: ci sono diversi film, ad esempio, che giocano sull'eventualità che due 'anime' si scambino corpo e portino con sé i propri comportamenti da adattare alla nuova forma esteriore. È qualcosa che non vìola alcuna proprietà logica, anche se è materialmente impossibile. Certamente possiamo pensare di ricevere e scambiare emozioni e sentimenti, come la gioia, mantenendo la nostra identità. Certamente possiamo anche ipotizzare di pensare gli stessi pensieri altrui come capacità di lettura del pensiero, o di provare le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, potendoli osservare con la nostra identità. L'unica cosa che non potremmo scambiare, senza assumere anche il senso di identità altrui, è il nostro punto di osservazione, ovvero ciò che fa esperienza nel presente interpretando ciò che percepisce sulla base della propria memoria46. Il punto di vista sensoriale altrui potrebbe infatti essere 'telepaticamente acquisito' e da noi interpretato, come se ricevessimo il segnale di una telecamera. Ciò che fa la differenza è il confronto con l'esperienza pregressa che consente di affermare: “sto percependo con i sensi di un altro”. Solo se non avessi memoria o se avessi la medesima memoria avrei la medesima identità, a parità di sensazioni ricevute. Lo 46 Si noti che il monaco che mi raccontò questo stratagemma non mi diede la soluzione: questa è una mia personale conclusione.

191


stato

dell'anello

percettivo

nel

suo

insieme,

dunque,

sembrerebbe definire con la sua capacità mnemonica che si auto-alimenta nelle retroazioni circolari il punto di vista identitario. Inoltre, l'attenzione determina cosa si percepisce ma è a sua volta influenzata dalla percezione, ulteriore indizio a favore dell'interpretazione sistemica. Ciò nonostante, come fatto notare in precedenza, è possibile deliberatamente 'non dare retta' all'intensità degli stimoli: ma questa facoltà può emergere a valle dell'esperienza che è possibile farlo, ed è quindi potenzialmente appresa. Per far questo è necessario un livello logico superiore che possa consentire una riprospettazione delle conclusioni pregresse e modificare il comportamento: la presenza consapevole. Se l'attenzione è espressione di una nostra identità, determinata dalle nostre abitudini, la presenza consapevole è percepibile come una identità più profonda in quanto posta ad un metalivello superiore ed abilitatrice della possibilità di cambiamento dell'identità 'spontanea' più superficiale. OSSERVAZIONE Ciò che sembrerebbe fare la differenza per l'emersione della presenza consapevole è la semplice comparsa dell'informazione di poter osservare riflessivamente. È probabile dunque che la presenza possa essere una proprietà

192


emergente derivante dallo stato complessivo dell'anello percettivo, che in tal modo è in grado di modificare le informazioni che compongono se stesso. La presenza può essere usata nel presente come 'conoscenza al quarto livello logico' come definita a Palo Alto che ci permette di modificare, da un punto di vista logico più elevato, le conclusioni che ci hanno portato a stabilire il nostro insieme di percezioni, emozioni, modalità e concetti. Lo stato di presenza consapevole a ciò che è, inclusa la natura delle relazioni che abbiamo internamente costruito, è universalmente noto nelle pratiche spirituali come lo stato di coscienza che permette il cambiamento. Essere presente significa essere conscio, e quindi ad un metalivello, rispetto alla percezione, la quale diventa dunque una scelta e può essere modificata. Sostanzialmente, dunque, la presenza consapevole sembrerebbe una qualità digitale di osservazione delle rappresentazioni analogiche interiori. OSSERVAZIONE Svincolare l'attenzione dalla memoria, e farla confluire nel presente, ci permette di andare oltre il concetto di identità, il quale è affine a una nominalizzazione. Spesso le vie spirituali, sull'onda delle osservazioni Junghiane, invitano a conoscere il proprio 'vero sé', e a chiedersi “chi sono veramente?”. Questo significa solo spostare il senso di identità dalla personalità allo stato di autenticità dell'anello percettivo, 193


continuando però a cercarne una definizione. Di fatto però vivere nel presente significa non avere riferimenti reattivi dal passato, e quindi alcuna costanza di comportamenti che possano definirsi 'identità': anche la percezione che la presenza consapevole sia emanazione di una identità profonda è quindi solo un'illusione che deriva dall'identificazione con il processo dell'essere presente. Perciò, a meno che una risposta genericamente qualitativa come “sono un processo che cambia continuamente” non sia soddisfacente, o che l'intento sia quello di ottenere non una risposta descrittiva ma un felt sense, la domanda più opportuna da chiedersi, a mio avviso, è: “chi posso essere in questo momento?”. L'osservazione pura, prima di riferimenti mnemonici, è per sua natura svincolata da un concetto di identità ed è esperienza di fusione con il tutto: semplicemente è. Certamente l'interpretazione dell'attenzione, e del senso di identità che ne può derivare, come fenomeno emergente dalla 'materia' potrebbe urtare la sensibilità spirituale di qualcuno. Tuttavia, la materia stessa è un atto percettivo! Come ho già detto, le fondamenta dell'esistenza a livello quantistico non sono in energia e materia, ma nell'informazione. Il mio intento dunque non è quello di ipotizzare l'inesistenza di una dimensione spirituale, ma quello, come credo faccia il

194


buddhismo, di 'non scomodare Dio' ove esiste una spiegazione nella dualità, e tenere invece la divinità a riferimento ove la logica non può arrivare. Se una cosa si può apprezzare del buddhismo, infatti, è quella di non caricare di troppi significati morali e dogmatici i mezzi pragmatici disponibili nell'universo per giungere alla divinità, così che si possano liberamente esplorare tutti i mezzi opportuni per percorrere una propria via spirituale. L'osservazione che, comunque, qualsiasi schema di pensiero e comportamento può rimanere iscritto nell'etere sotto forma di informazione morfogenetica, non esclude una interpretazione squisitamente spirituale ove anima e corpo sono unite solo per questa vita terrena, ed ove l'anima (come forma di memoria) sopravvive al corpo. Le due interpretazioni non sono poi così diverse fra loro nella sostanza. In ogni caso queste discussioni vanno oltre i nostri scopi e, comunque, dovremmo astenerci il più possibile, come abbiamo imparato, dalla tentazione di voler definire con troppo zelo cosa sia l'attenzione, e focalizzarci invece sul come opera. Perciò, è forse più utile notare come l'attenzione sia del tutto simile al laser che, in un ologramma, fa riapparire come per magia delle immagini tridimensionali. L'attenzione è il nostro laser, che agisce riflessivamente sulla mente olografica come descritta da Karl Pribram47 e fa emergere ricordi e 47 Vedi 'Il modello olografico della mente' a pag.57

195


comportamenti associati. Come per la mente olografica, il processo è invertibile; e così, a partire da un concetto possiamo sollecitare i campioni di esperienza associati, e viceversa attivare una conclusione a partire da esperienze metaforicamente (ovvero nella qualità) simili ai campioni.

Personalità e spazio interiore Al di là dell''autentica' identità profonda, il senso di identità è l'archetipo che attiva i meccanismi di protezione per la sopravvivenza e che crea una personalità. Si ha un senso di identità individuale, ma si ha anche un senso di identità di gruppo, che attiva analoghi meccanismi di reazione in senso sociale. Ho affermato in un paragrafo precedente che l'anello percettivo può arrivare a trarre conclusioni sul senso di identità che portino a credere che l'attenzione sia i pensieri, o che sia legata al possesso di qualcosa di materiale o immateriale. Alcune osservazioni possono offrire indizi riguardo a come i processi di identificazione possano avere luogo. Torniamo per un attimo alla rappresentazione dell'onda sonora tramite un oscilloscopio. La realtà fisica percepita osservando l'oscilloscopio è la luce accesa o spenta in ogni punto dello schermo bidimensionale dello strumento, la quale è un

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fenomeno radicalmente diverso dal suono in sé. La sequenza dei punti accesi, tuttavia, compone una forma, percepita gestalticamente, che ha graficamente caratteristiche di onda analoghe a quelle del segnale elettrico creato dal microfono il quale, a sua volta, ha caratteristiche analoghe a quelle dell'onda sonora. Un operatore che intendesse manipolare le caratteristiche del suono, incontrerebbe molte difficoltà a perseguire il suo scopo se focalizzasse la sua attenzione sulla qualità luminosa dei singoli punti sullo schermo e volesse tener presente tutta la catena di rappresentazioni. Funzionalmente, è decisamente più efficace trarre la conclusione “l'onda visibile sullo schermo è l'onda sonora”, ovvero saltare tutti i passi rappresentazionali e rapportarsi in modo analogico direttamente sulle caratteristiche dell'onda percepita visivamente. Se l'osservazione o la manipolazione non è rivolta a qualcosa di esterno, ma è interiore, è ragionevole pensare che l'idea di 'ciò che

io

sono'

possa

subire

l'effetto

di

scorciatoie

rappresentazionali in modo simile. OSSERVAZIONE La frequentazione abituale di alcuni pensieri agevola l'utilizzo inconsapevole di scorciatoie rappresentazionali che creano identificazione con i pensieri stessi e, in ultima analisi, una personalità.

197


Chiaramente legare il senso di identità ai pensieri limita notevolmente le possibilità di indirizzamento dell'attenzione, fino al punto di seguire quasi esclusivamente ragionamenti deduttivi e conclusioni interpretative della realtà che sono preconfezionate. Il giudizio può così prendere il posto della percezione diretta di ciò che è, e condizionare radicalmente le possibilità

di

apprendimento,

soprattutto

quando

l'identificazione include costrutti logicamente malformati. Lo spazio interiore è una misura della capacità flessibile di utilizzare le scorciatoie rappresentazionali, che sono pur sempre stratagemmi efficienti per interagire con la realtà, mantenendo

tuttavia

la

consapevolezza

della

natura

indipendente dell'attenzione e della possibilità di osservare nel qui-ed-ora. Come conseguenza pragmatica, un maggiore spazio interiore consente ad esempio di poter meglio gestire e dilazionare l'urgenza nel soddisfare i bisogni, soprattutto perché questi non vengono percepiti come pericoli per l'identità e quindi per la sopravvivenza. Ad esempio, la possibilità di perdere il possesso di una qualità con cui ci si identifica non è più una metafora del pericolo e della morte, ma diventa solo una possibilità che si può esplorare con curiosità in attesa di vedere cosa succede dopo il cambiamento. Esiste una storia che amo raccontare spesso, e che rappresenta bene la qualità dello spazio interiore come capacità di gestione, 198


e non di fredda soppressione, delle emozioni. Un samurai è noto al villaggio per il suo sangue freddo. Due amici lo vogliono mettere alla prova, cercando di spaventarlo nel momento della giornata in cui egli va al pozzo per fargli cadere l'anfora colma d'acqua che trasporta sulla testa. Così, essi si nascondono dietro a un cespuglio da cui balzano fuori all'improvviso con fare minaccioso. Quando ciò accade, il samurai prende l'anfora con le mani, la appoggia con cautela a terra, ed infine, con un sospiro che precede un'accelerazione del respiro, dice: “ragazzi, mi avete spaventato a morte!”.

Lo spostamento Lo spostamento è un termine coniato da Freud per sottolineare il fatto che l'energia psichica può essere rediretta da un'idea all'altra. Nelle costellazioni familiari si assiste a un aspetto particolare di questo fenomeno, che è la proiezione delle relazioni abituali con un membro della famiglia (tipicamente un avo) verso un altro

membro

(tipicamente

un

successore

nell'albero

genealogico). Metaforicamente, dunque, un figlio o un partner può essere 'visto' alla stregua di un genitore.

199


Il modello sistemico della conoscenza è in grado di ben inquadrare questo fenomeno, dati due fattori: 1.

l'insieme aggregato di alcuni aspetti (ad esempio tratti fisici o tratti emotivi) può sollecitare l'attivazione di elementi di conoscenza consolidati, come ad esempio le modalità complesse di interazione nella relazione, a livello funzionale

2.

l'anello

percettivo

tende

a

mantenere

omeostaticamente intatte le modalità di relazione, una volta che sono state messe in funzione Tutta una personalità può dunque essere proiettata contro una persona che presenta anche solo un piccolo insieme di tratti corrispondenti,

ed

il

suo

comportamento

può

essere

completamente interpretato alla luce di ciò che si pensa debba significare, grazie all'intrinseca ambiguità dovuta al fatto che i comportamenti ed il linguaggio non verbale hanno natura analogica.

I fenomeni di trance quotidiana Il modello sistemico della conoscenza fornisce altresì un buon contesto per comprendere i fenomeni di trance quotidiana. La trance è lo stato psichico in cui i sensi sono rivolti all'interno. Essa non va confusa con fenomeni come la medianicità

200

e

il

channelling,

spesso

rappresentati


folkloristicamente in riti di stile africano o sudamericano, più simili a mio avviso all'utilizzo del senso morfogenetico, come nelle costellazioni: in questo caso, l'introspezione serve a connettere con informazioni 'esterne', nel senso che non fanno parte del vissuto di chi le rappresenta. I fenomeni di trance quotidiana, invece, maturano nell'essere umano da informazioni percepite fin dall'infanzia, come è visibile ad esempio nel fenomeno di regressione infantile. Le modalità comportamentali consolidate in una fase evolutiva vengono ripercorse continuativamente grazie alla retroazione dell'anello percettivo e al fatto che le conclusioni tratte non sono più state rielaborate per mezzo della presenza consapevole; forse la presenza di una qualche malformazione logica può aver forzato il soggetto nella particolare situazione psicologica. Anche i fenomeni di allucinazione, positiva e negativa, mostrano come sia possibile 'forzare' la percezione a rilevare il mondo così come noi già ce lo rappresentiamo. Difatti la tecnica di de-ipnotizzazione, anche in fasi theta acute, è quella di portare il soggetto a prestare attenzione al respiro e a portare almeno uno dei suoi sensi all'esterno, nel presente. Come pratica quotidiana autonoma, se non diamo per scontati i nostri atteggiamenti inconsci, ma li osserviamo invece per come si manifestano come se li stesse mettendo in atto qualcun altro, riapriamo l'anello alla percezione nel qui-ed-ora e 201


possiamo costruire nuove conoscenze, riconsiderando le prime conclusioni come frutto di un contesto di ingenuità e mancanza di informazioni complete.

Imparare ad apprendere Quando partecipiamo a contesti di formazione che ci sono relativamente nuovi abbiamo la tendenza ad incrociare le informazioni che stiamo acquisendo con ciò che già conosciamo. Tendiamo a fare paragoni. L'impressione è quella di poter capitalizzare ed accumulare esperienza sulla base di quella già presente. Il processo assomiglia a quello del progresso tecnologico, ove ci dicono che “un nano può vedere più in là di un gigante, se gli si pone sulle spalle”: ognuno potrebbe cioè dare un piccolo contributo che comunque amplierebbe ciò che già esiste. Ciò nonostante, questo non è un atteggiamento che ci consente di accedere alla nostra capacità creativa, che è ciò che serve per compiere anche quel pur piccolo passo in avanti il quale, poi, può essere spiegato come evoluzione logica. Ciò che ascoltiamo a partire da ciò che già sappiamo non può che essere una conferma, e quindi un rinforzo, di ciò che già conosciamo. Sostanzialmente, facendo dei paragoni diamo una rinfrescata al paradigma di partenza, senza che ci sia alcuna reale novità nel modo di pensare, relazionarsi e comportarsi. Ciò che accade 202


invece è che si costruiscono nuove conclusioni e concetti limitatamente a livello del loop numerico, che vanno tendenzialmente ad ottenere attenzione a scapito della capacità di percezione nel presente. I concetti si sovrappongono ad altri concetti

con

strutture

troppo

astratte,

complicate

e

tendenzialmente distanti dalla realtà. Visto in altra maniera, fare paragoni non consente di andare oltre ai meccanismi omeostatici dell'anello percettivo che tendono a mantenere intatti gli schemi percettivi. Un reale apprendimento si può ottenere invece per due vie: 1.

quando l'argomento che ascoltiamo è di un livello logico superiore, ovvero non si parla di alcune cose ma sulle cose che conosciamo, e questo ci permette di riprospettare e di modificare le nostre conclusioni pregresse

2.

lasciandoci penetrare dall'argomento come se fosse completamente nuovo, non stimolando quindi nuove conclusioni sulla base di conoscenze a livelli logici elevati, ma rimanendo attenti ed aperti ai tratti di livello più fondamentale, percettivi ed emotivi.

Nel primo caso possiamo parlare di 'riprospettazione', che è il modo utilizzabile digitalmente in un libro come questo. Nel secondo caso possiamo parlare di vero e proprio nuovo apprendimento sulla base delle esperienze che ci permettiamo

203


di far filtrare nell'anello percettivo, ad esempio leggendo un libro di fiabe, un romanzo o una storia. Utilizzare il secondo modo di apprendere richiede una certa dose di fiducia. In prima battuta sembra di non riuscire ad afferrare, a 'far quadrare' le cose fra loro in un sistema coerente ed utilizzabile. Sembra che le impressioni penetrino senza darci modo di poterle adoperare, e che non ci rimanga alcuna nozione utile. A confronto con chi usa il proprio paradigma consolidato per fare dei confronti, non siamo in grado di offrire una competenza critica di pari livello. Alcuni schemi di inadeguatezza potrebbero essere sollecitati in questa situazione e procurarci disagio. Sempre più spesso, tuttavia, si può notare che gli argomenti appresi in questo modo, senza attaccamento, vengono fuori nel momento più opportuno, spontaneamente. Istintivamente siamo in grado di offrire degli spunti estremamente approfonditi e competenti per la situazione particolare. Noi stessi possiamo rimanere sorpresi dalla nostra capacità intuitiva. Ciò accade probabilmente perché le situazioni che ci si presentano hanno il medesimo carattere metaforico, ai bassi livelli logici, di ciò che abbiamo appreso e quindi come per magia lo schema appreso appare come comportamento guidato dai livelli emotivo e funzionale, anche se non siamo ancora in grado di mettere ciò che succede in relazione logica con tutto il resto. In sostanza, abbiamo permesso la creazione e la 204


manifestazione di una competenza inconscia, di una intelligenza emotiva, che non sappiamo ancora manipolare ma che tuttavia ha un carattere infallibile e puntuale. Ciò che accade nel tempo è che in maniera subconscia le nuove conoscenze vanno sì ad interagire con la conoscenza pregressa, ma ad un livello più fondamentale, e quindi sono in grado di trasformare 'dal basso' le conclusioni funzionali e concettuali già acquisite, offrendo la possibilità di una visione di più ampio respiro. Fondamentalmente, una sessione di ipnosi fa leva sui medesimi meccanismi: lasciando in sospeso il livello concettuale, le parole dell'operatore invitano alla visualizzazione di nuovi stimoli di tipo analogico, ed i comandi delle induzioni ipnotiche rimangono come modalità funzionali che continuano ad operare implicitamente, così come succede abitualmente a tutte le nostre conoscenze legate alle modalità. Ciò che si conosce come vero viene tenuto in considerazione e realizzato, e così si può creare un ancoraggio funzionale e mettere in opera subconsciamente comandi perfino bizzarri, dallo svegliarsi ad un'ora precisa senza sveglia al trovare risorse interiori per compiti specifici. Riuscendo a filtrare attraverso lo strato concettuale, le nuove esperienze ed i nuovi comandi modificano le stesse basi su cui i concetti sono costruiti per quantizzazione, e presto o tardi nuove conclusioni dovranno essere tratte. 205


Quanto

questi

processi

rimangano

subconsci

dipende

naturalmente dal nostro spazio interiore e dall'orientamento della nostra attenzione ai nostri tratti percettivi e soprattutto emotivi. Noi siamo perfettamente in grado di percepire come un'induzione ipnotica operi in noi, orientando l'attenzione e semplicemente domandandocelo: il riconoscimento olografico della domanda farà emergere associazioni inconsce (e possibilmente sondate morfogeneticamente) di cui ci possiamo rendere conto. La risposta non è qualcosa di linguisticamente esprimibile ma, appunto, una percezione analogicamente simile a ciò cui il processo interiore tende: un senso di movimento, un'apertura del cuore e quant'altro. Certamente questo 'trucco' funziona

anche

per

esplorare

le

induzioni

negative

inconsapevolmente colte nella nostra vita, che si possono manifestare con senso di costrizione e disagio. Un

buon

modo

per

accelerare

il

consolidamento

dell'apprendimento e l'emersione di nuove conclusioni, in ogni caso, è utilizzare le nuove informazioni esperienziali pragmaticamente, ad esempio attraverso esercizi pratici appositamente studiati per esplorare, preferibilmente con l'uso del corpo, i nuovi meccanismi funzionali. In questo modo è possibile facilitare esplicitamente nuove conclusioni di livello superiore senza tuttavia sollecitare troppo in fretta conclusioni a livello concettuale, che potrebbero innestarsi in modo non proficuo con le idee pregresse.

206


LA PROSPETTIVA MORFOGENETICA «I do not play Paganini. I am Paganini»48 Klaus Kinski

L'anello percettivo universale Nel paragrafo introduttivo 'Campi morfogenetici e campi informati' a pag.63 ho proposto una panoramica di come sia stata concepita nel tempo l'interazione morfogenetica. I fenomeni non locali di entanglement osservati dalla fisica fanno pensare che, oltre a una dimensione spaziotemporale fatta di materia ed energia (che sono elementi sempre e comunque individuati in un certo momento in un certo luogo), e di segnali che non possono superare la velocità della luce, ci sia un 'ordine implicito' – per dirla come Bohm – o un campo di informazioni – per dirla come Làszlò – che non è affatto soggetto ai limiti della spaziotemporalità. Questo è ciò che emerge da esperimenti di fisica e che si può facilmente riscontrare anche in una costellazione sistemica 49. Abbiamo anche visto che, secondo Sheldrake, le informazioni dei campi informati (o morfogenetici) costituirebbero la matrice tramite cui gli organismi viventi troverebbero la forma, 48 «Io non recito Paganini. Io sono Paganini» (corsivi miei) 49 L’aver partecipato ad almeno uno dei sempre più frequenti seminari di costellazioni è una esperienza che faciliterà non poco la comprensione del seguito.

207


sempre simile ma non esattamente uguale, secondo cui svilupparsi, sia nella forma biologica, sia nei comportamenti innati, sia nei comportamenti automatici e 'spontanei'. Lo scorrere del tempo risulta essere solo una variabile di contesto in questi schemi, che quindi tracciano anche la qualità dello sviluppo degli organismi nel tempo, dalla nascita alla maturità, alla vecchiaia, alla morte, in maniera sempre simile. Dall’esperienza con le costellazioni si evince che l'interazione con i campi morfici non avviene tuttavia in modo deterministico

ma,

attraverso

l'intenzione,

è

possibile

sollecitare il 'download' di informazioni specifiche per eseguire un dato compito in maniera totalmente 'automatica': questo è ciò che fanno con facilità i rappresentanti. Tuttavia, se è possibile così facilmente assumere nuovi comportamenti spontanei in una rappresentazione, cosa rende complicato cambiare i nostri comportamenti abituali? Il fatto è che prestarsi a una rappresentazione non comporta alcun conflitto col senso di identità e le proprie credenze, per il fatto che semplicemente si ‘rappresenta’. Per il resto, l'interazione

comportamentale

col

campo

si

innesta

perfettamente al livello funzionale nell'anello percettivo, e l’emersione di emozioni nella relazione rappresentata si innesta al livello emozionale. Perciò, questa interazione rappresenta una vera e propria scelta di un punto di vista a cui seguono comportamenti spontanei; e ciò è tanto più evidente nei casi in 208


cui il rappresentante di una costellazione fatica poi ad uscire dal ruolo, cosa che necessita di un esplicito movimento di disidentificazione da parte del facilitatore. Un buon esempio di questa realtà è ben mostrata dalla capacità di interazione di due gemelle siamesi, Abby e Brittany Hensel [27]. Esse controllano ciascuna un braccio ed una gamba e consciamente non saprebbero muovere gli arti non di competenza; eppure riescono a coordinarsi perfettamente per compiere azioni complesse che coinvolgono entrambe le parti su intenzione anche di una sola, come infilarsi una forcina nei capelli, ma anche andare in bici e guidare la macchina. Ad esempio, se una delle sorelle vuole infilarsi una forcina nei capelli, non ha bisogno di chiedere la collaborazione della sorella: questa semplicemente per abitudine non si oppone a ciò che è e non ferma il 'suo' braccio. Il movimento avviene istantaneamente ed accuratamente. Perciò, si deduce che o il movimento è codificato nella sua complessità nelle parti corporee che hanno in comune, dall'intestino crasso in giù, oppure il fenomeno ha natura morfogenetica 'esterna' a entrambe le sorelle. L'intenzione della prima sorella attiva le informazioni relative ai movimenti competenti più complessi che sono insiti in un campo che, poiché coinvolge aree di competenza della sorella, non può essere intrapsichico. È come se il non avere dubbi sulla possibilità di farlo, ci permettesse di considerare il braccio 209


meccanico di un robot come parte di noi e di farlo lavorare con la sola forza dell'intenzione. La meta-facoltà della presenza consapevole aggiunge poi ulteriori possibilità in questo schema di memorizzazione e condivisione di informazioni, così come accade nell'ambiente intrapsichico. L'innovazione non teorica ma fenomenologica e pragmatica di Bert Hellinger, infatti, è stata quella di utilizzare la presenza consapevole per modificare l'informazione del campo. Il campo non è perciò solo qualcosa da cui trarre informazione, ma anche qualcosa in cui è possibile porre, o quanto meno riprospettare, l'informazione e quindi, in seconda battuta, non solo alterare i comportamenti spontanei del cliente ma anche le informazioni relative al sistema di cui fa parte. In particolare, è possibile modificare il contenuto e l'affiliazione ai campi di informazione più importanti ed influenti, come quello relativo al sistema familiare di appartenenza. Il metodo delle Costellazioni Sistemiche mostra che è possibile 'agganciare' in risonanza un campo, renderne esplicite le informazioni e modificarle usando, in stato di presenza consapevole al qui-ed-ora, l'ascolto dei segnali del corpo (i comportamenti spontanei) e poi riprospettarli da una metaposizione che fornisce un nuovo punto di vista. Le informazioni iscrivibili nel campo (o per lo meno, quelle che fenomenologicamente risultano più gestibili) non sono 210


concettuali, ma sono nuove conclusioni su esperienze di tipo analogico, percepibili attraverso il corpo, nei livelli emotivo e funzionale di un anello percettivo che di fatto è 'allargato' al campo d'informazione universale. OSSERVAZIONE Le modalità di cambiamento dei sistemi in cui l'individuo partecipa risultano funzionalmente identiche alle modalità di cambiamento 'interne' all'individuo stesso. I segnali nel corpo, in costellazione, emergono in seguito all'intenzione di rappresentare le relazioni di un qualsiasi personaggio o situazione rispetto ad altri elementi del sistema a cui appartiene. Questa operazione, simile ad un fenomeno di channelling, è messa in atto in una forma estremamente semplice e riscontrabile da chiunque non abbia esplicite credenze scettiche a riguardo, che ostacolino il trasparente riconoscimento e interpretazione dei comportamenti spontanei emergenti. Notabilmente, in caso di rappresentante scettico ove il resto del gruppo sa che egli sta rappresentando qualcuno o qualcosa, ciò che

emerge

è

sempre

comunque

sincronicamente

un'informazione precisa. Il fatto che il rappresentante non riconosca in sé l'autenticità dell'informazione che emerge non significa che a) il facilitatore, come chiunque altro, non possa riconoscere ed usare le informazioni emergenti o che b) le informazioni non siano calzanti. 211


Di solito, lo scetticismo del rappresentante o la sua insensibilità corporea e/o emotiva è proprio l'informazione esatta emergente dal sistema rappresentato, che può essere testimoniata dal cliente. L'importante infatti è la qualità di presenza dell'osservatore, affinché non cada nel

comportamento

automatico di interpretare ciò che emerge come un errore o una forzatura. Tutto questo vuol dire che è possibile investire di simboli e significati anche ciò che è esterno a noi, e ricevere sincronicamente, in ogni caso, informazioni correlate calzanti che giungono da 'qualcosa di più grande', da una sorta di superconscio che ci guida olisticamente. OSSERVAZIONE Poiché questo fenomeno è molto simile all'emersione di segnali nel corpo come rappresentazioni analogiche degli elementi a cui prestiamo attenzione (ad esempio le parole), viene la tentazione di spiegarlo in termini intrapsichici attribuendo alla comunicazione non verbale un ruolo inconscio e fondamentale. Tuttavia, già Jung evidenziò come il fenomeno della sincronicità non coinvolge solo gli attori presenti al momento, ma anche eventi reali e oggetti inorganici. La natura delle informazioni emergenti, che spesso sono insospettabili, rinforza l'impressione che esse siano non locali. È più semplice allora allargare il campo e considerare la 212


possibilità

che

individuale

le

siano

capacità solo

olografiche

un frammento

della

mente

della natura

olografica dell'intero universo, come peraltro Bohm afferma, ipotizzando che il funzionamento sia analogo. Se un frammento di ologramma può contenere l'intera immagine fotografata, benché confusa, analogamente un individuo può percepire una struttura generale delle informazioni circostanti, così come una costellazione può riportare non tutti i dettagli, ma

solo

i

movimenti

fondamentali,

consueti,

del

comportamento di un personaggio rappresentato e del sistema nel suo insieme.

I campi morfogenetici e il punto di vista Al di là di questo spunto teorico, sfruttiamo le esperienze ottenute con il metodo delle Costellazioni Sistemiche per dedurre ulteriori caratteristiche. Ho già accennato nella parte introduttiva che una costellazione non mostra una verità di fatto, ma una verità di relazione. I fatti vengono chiesti esplicitamente al cliente per chiarire il contesto della relazione, e non sono i fatti a causare eventuali problemi sistemici, ma il modo con cui ci si relaziona ad essi, cioè come vengono vissuti. Ciò vuol dire che non otteniamo verità sugli aspetti caratteriali dei personaggi rappresentati (tentativo a cui già in [1] si è rinunciato, considerando la psiche come scatola nera), ma la 213


natura sistemica delle relazioni come percepite dal cliente. L'aspetto fondamentale che a mio parere non è finora stato sufficientemente sottolineato, e che induce molti a pensare che la costellazione sistemica mostri una verità di fatto, è infatti il ruolo fenomenologico del punto di vista (cioè ciò su cui si pone l'attenzione) da cui parte la costellazione. La tentazione di voler vedere una verità va di pari passo con l'idea che il metodo scientifico mostri dei fatti oggettivi, e che le cose, anziché le relazioni e gli eventi, esistano di per sé. Una costellazione nasce e si dispiega a partire dal fatto che tutti i presenti, dal facilitatore ai partecipanti inclusi gli osservatori che rimangono seduti, orientano l'attenzione al punto di vista del cliente ed in questo modo 'risuonano' coralmente dando forza

e chiarezza alle informazioni. Oltre a

questo,

individualmente i singoli rappresentanti assumono all'interno del contesto anche il punto di vista più specifico del personaggio rappresentato. Questo è il punto di vista del sistema osservato; e se il cliente fosse un altro membro dello stesso sistema, la costellazione sarebbe profondamente differente, nei limiti dell’evidenza che i fatti accaduti sono gli stessi. Quando la dinamica sistemica si evolve, il punto di vista si modifica nel senso che tutto il gruppo si predispone ad accogliere l'informazione emergente dato che un determinato passaggio di comprensione è stato fatto. È uno sguardo al futuro possibile delle relazioni, in cui il 214


cliente ha potuto fare un passaggio nel presente, da mettere tuttavia in pratica con il sistema familiare reale che, se il senso di identità dei membri è radicato, potrebbe non aver avvertito alcuna differenza50. Ed è proprio perché è uno sguardo sul futuro, che non è bene fare troppi passi in una volta sola, ma aspettare che gli effetti di una costellazione si dispieghino nella realtà nei mesi a seguire. Una costellazione non può inoltre prescindere dalla serietà dell'intenzione dei partecipanti, ed è noto che la presenza di partecipanti esperti consolida la qualità e la fluidità delle informazioni che emergono. Sostanzialmente, quindi, si possono affermare questi punti: •

l'intenzione di rappresentare un punto di vista fa emergere

negli

individui

che

partecipano

comportamenti, sentimenti, emozioni e modalità di relazione (sinteticamente, movimenti dell'anima) che sono spontanei, ovvero osservabili come 'facentisi da sé' e non appartenenti alle memorie personali dei rappresentanti;

essi

ricalcano

le

memorie

morfogenetiche del sistema dal punto di vista del cliente •

i

movimenti

dell'anima

sono

peraltro

simili

50 Membri del sistema familiare flessibili ed attenti alle relazioni potrebbero invece presentire dei cambiamenti di assetto a partire dai cambiamenti del cliente.

215


all'emersione

nel

corpo

delle

rappresentazioni

analogiche che si attivano quando si porta attenzione ad elementi di conoscenza più elevati (ad esempio le parole); i movimenti dell'anima tuttavia risultano 'nuovi' in quanto campioni di sintesi che sono memorizzati

'altrove'

rispetto

all'esperienza

individuale del rappresentante. In ogni caso, essi possono essere osservati e modificati in maniera analoga per mezzo della presenza consapevole e della riprospettazione del vissuto •

è possibile assumere punti di vista complessi a piacere, ed ogni punto di vista porta con sé movimenti dell'anima caratteristici

la presenza di altre persone che condividano l'informazione relativa al punto di vista assunto rende la percezione del campo più nitida e chiara

al di là delle costellazioni, intendere se stessi come il proprio corpo fisico piuttosto che mettersi nei panni di un'altra persona o di un gruppo come insieme genera movimenti spontanei differenti, che è come dire che i pattern di interpretazione della realtà e le reazioni automatiche correlate che si attivano sono diversi. L'esperienza spirituale è assumere il punto di vista del tutto, o comunque di qualcosa di più grande, ed essere presenti alle sensazioni che emergono.

216


Rimane il fatto che, quando qualcuno assume il punto di vista di un altro, ciò nonostante il punto di vista complessivo non prescinde dal fatto che egli sa di essere se stesso che fa questo esercizio, e quindi il risultato è una sorta di mediazione. Non è da escludere che una immedesimazione più radicale possa far emergere fenomeni di visione a distanza, o altri fenomeni attribuibili a capacità sciamaniche Essere ispirati è quindi saper assumere con intenzione un punto di vista. Per esprimere un tale intento è sufficiente non avere alcuna obiezione in merito e rimanere in ascolto ai segnali del corpo. In caso di obiezione, identificando la negazione implicita è possibile riprospettarla ed aprirsi a nuove possibilità. Questo accade nella vita quotidiana molto più spesso di quanto si pensi. Ciò che ad esempio rende un attore un buon attore è il grado di immedesimazione con cui vive il personaggio, e da quanto egli si fa attraversare in maniera immediata dalle modalità di comportamento che emergono. Una tale assunzione immediata di gestualità complesse non sarebbe spiegabile a prescindere dai campi informati. Il buon attore non recita il personaggio, ma è il personaggio, e si riconosce facilmente chi recita imitando delle mimiche anziché facendole emergere spontaneamente. L'apprendimento inteso come cambiamento dei comportamenti 217


spontanei pertanto è l'affiliazione con campi di informazione diversi. Apprendere significa cambiare punto di vista: le informazioni e il comportamento arrivano di conseguenza. OSSERVAZIONE Se ci poniamo nel punto di vista dell'individuo, l'interazione morfogenetica è un senso aggiunto. Se ci poniamo dal punto di vista del tutto, l'individuo è un frammento, un sottosistema dell'ologramma universale. Possiamo

ora

comprendere

come

sia

differente

una

immaginazione 'statica' da una visualizzazione multisensoriale che è possibile percepire come un 'film' che si muove da sé.

Evoluzione morfogenetica e superconscio Le informazioni morfogenetiche sussistono come modalità di relazione: dato che il punto di vista prevede che due oggetti A e B siano distinti, qual è la relazione che intercorre fra essi? Il campo informato ce lo dice. Se sezioniamo la realtà in modi differenti, in modo che la stessa 'mela' sia tagliata in due in modo diverso, le informazioni che emergono sono differenti, e ciò nonostante congruenti per il contesto adottato ed in relazione al tutto. Ciò che cambia è il paradigma di interpretazione. Noi stessi, come individui, possiamo avere un funzionamento interno olografico per il fatto che siamo un sistema complesso

218


e sappiamo di esserlo secondo dei confini fisici che diamo per scontati. Quando però definiamo i nostri confini diversamente, percepiamo diversamente. Possiamo immaginare di essere la Terra, e percepire come se fossimo la Terra immersa nello spazio ed in relazione intima con il Sole, provando nuove sensazioni ed emozioni nel corpo. La nostra capacità di presenza è in verità costituita dall'unione di una scelta del contesto – potenzialmente astratto – arbitrario, che è una facoltà digitale, unita al percepire i movimenti dell'anima senza pregiudizio, che è una facoltà analogica, ed alla capacità di trarre nuove conclusioni. Se non fossimo capaci di immaginare qualcosa d'altro, in particolare qualcosa che non esiste ancora grazie all'applicazione di regole di generazione, un po' come accade per la generazione del linguaggio [9], resteremmo

sostanzialmente

vincolati

alle

medesime

informazioni. Il non e l'alternativa, se usati logicamente a un livello più elevato e non con identificazione ed attaccamento, ma con una immediata successiva riprospettazione, non producono affatto sensazioni di disagio ma bensì forniscono nuove realtà in cui si può giocare con la sperimentazione delle informazioni morfogenetiche. Essi offrono quindi un grande potenziale creativo. D'altra parte, gli animali non possiedono le qualità digitali di astrazione; perciò, come può verificarsi una qualche evoluzione che abbia portato organismi semplici a diventare mammiferi e 219


poi uomini? Al di là del puro caso dei fenomeni evolutivi abbinati alla selezione naturale, la presenza dell'interazione morfogenetica fa sì che i singoli individui non siano isolati, ma vadano a creare un sistema implicitamente connesso, il quale possiede proprietà emergenti che non possiamo misurare facilmente. Il sistema composto dall'intera specie è a un meta-livello superiore, e potrebbe essere in grado di guidare lo scopo della specie stessa come una mente collettiva. E, poiché le informazioni morfiche prescindono da spazio e tempo, è tutt'altro che improbabile che anche gli animali condividano come noi l'azione di questo superconscio che sembra indirizzare gli eventi non per il meglio locale, ma per uno scopo proiettato in ciò che percepiamo come futuro.

La motivazione del “sì” Incrociando le nozioni della teoria dei tipi logici con la morfogenetica si ottengono altri spunti molto interessanti. In particolare possiamo notare che i punti di vista possono essere organizzati per livelli logici, nel senso che un punto di vista può essere l'osservazione di un altro punto di vista, ed è quindi, rispetto al primo, in meta-posizione. Di conseguenza, anche i campi di informazione emergente sono organizzati gerarchicamente.

220


La tattica di esplorazione dei livelli logici di Robert Dilts 51 è un chiaro esempio di possibilità di cambiamento interiore grazie alla trasformazione del punto di vista logico in una sequenza gerarchica ma continua. I livelli logici più alti sono quelli in cui l'ampiezza di movimento ed il grado di inclusione sono più elevati, e in quanto più generali determinano una prospettiva che incide anche ai livelli logici inferiori. Un livello logico superiore è tale perché include altri elementi nel punto di vista, e ne incarna una visione più generale. Perciò è chiaro che il livello di missione transpersonale, ed in particolare il punto di vista del tutto, è facilmente percepibile come buono e, se logicamente benformato in tutta la catena dei livelli fino al contesto ambientale e alla relazione analogica con la realtà, coerente con ciò che è52. Il movimento spirituale è qualcosa che ci porta a immedesimarci come parte di qualcosa di più grande, ad includere in noi più parti del mondo. Come abbiamo visto, l'inclusione (e..e) è assolutamente naturale data la natura analogica della realtà, e ci fa sentire in accordo con il tutto. Perciò, la buona formazione logica si manifesta con un senso di benessere perché è in accordo con ciò che è, e perché agevola il movimento spirituale.

51 Vedi il paragrafo 'I livelli logici di Dilts' a pag.92 52 I movimenti religiosi fondamentalisti sarebbero la versione logicamente malformata della motivazione spirituale in quanto, pretendendo l'esclusiva morale, escludono le altre possibilità

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OSSERVAZIONE Il punto di vista spirituale costituisce il principio motore della motivazione del sì. Avendo compreso questi rapporti, è facile immaginare come estendere ulteriormente verso l'alto i livelli logici: da un livello di missione transpersonale (individuale ma rivolto all'esterno) si può passare al livello della missione di un intero popolo, allo scopo della Terra e della Vita, allo scopo dell'Universo intero: una costruzione semantica digitale dopo l'altra, sempre più astratta e generale. L'importante è ricordarsi che, affinché la motivazione possa entrare in azione, deve esprimersi nello spaziotempo e nel regno analogico, ovvero al livello logico più basso. Il qui e ora è ciò che dà forza ed è più importante, perché è ciò che definisce il rapporto col mondo reale e la sopravvivenza in esso. Terra e Cielo sono uniti, sono due parti della stessa realtà.

Ridondanza e risonanza morfogenetica La prospettiva morfogenetica ci offre anche un nuovo spunto sull'apprendimento per ridondanza53. Esso è importante per la vita di tutti, poiché noi apprendiamo a vivere in questo modo: non esiste il manuale di istruzioni del mondo, ma elaboriamo 53 Vedi il paragrafo 'Ridondanza' a pag.39

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conclusioni sulla base dell'esperienza. Esiste un fenomeno che si tende a lasciare in secondo piano perché non è spiegabile in termini lineari: quando si apprende per ridondanza esiste un momento in cui si percepisce la propria competenza ed un senso di fiducia che è possibile gestire quanto appreso. Emerge una certa creatività che permette di manipolare le regole apprese con una certa flessibilità aggiunta e maestria. Inutile dire che la 'creatività' ottenuta è da lì in poi quantomeno aiutata, secondo il modello morfogenetico, dalla capacità di percepire informazioni 'esterne' nonché dalla possibilità olografica di trasferire competenze da una applicazione all'altra. Questo passaggio emerge da un momento all'altro, simile ad un insight. Assomiglia a una funzione a gradino dei sistemi complessi. Gli schemi interpretativi che fino a un momento prima davano un risultato, il momento dopo si collegano e si rinforzano in risonanza fra loro per ottenere un altro risultato con un meccanismo sistemico a retroazione positiva54. Il meccanismo di apprendimento è pressoché lineare, e riconducibile a prove ed errori, fino al momento dello 'scatto'. In quel momento, le conclusioni semantiche attuate su una parte dell'insieme totale di regole nel contesto sono sufficienti 54 Vedi il paragrafo 'Teoria dei sistemi complessi' a pag.47

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per riconoscere e far risuonare uno schema morfogenetico e distinguerlo da ogni altro. Questo è il momento del fatidico aha! Da quel momento in poi è possibile, relazionandosi al contesto con la propria attenzione, accedere a tutte le informazioni relative allo schema 'intercettato', e non solo quelle apprese personalmente. Di nuovo, è interessante notare che questo tipo di apprendimento è simile ai meccanismi percettivi della Gestalt, che dall’aggregazione di tratti parziali in un felt sense indefinito consentono a un tratto di riconoscere un ‘tutto’. È affascinante inoltre notare come questi meccanismi, disponibili in natura, siano stati utilizzati nei secoli in maniera intuitiva. I mantra ne sono un esempio eccellente. I mantra sono suoni, solitamente ripetitivi, il cui scopo è permettere di accedere intuitivamente a conoscenze che non sono trasmesse esplicitamente. Non è solo una questione di benessere conseguente a un rilassamento meditativo: nelle intenzioni della spiritualità orientale un mantra serve per entrare in uno stato di coscienza che possiede informazioni complesse. In questo caso, la ripetizione del medesimo suono (anche se le parole sono incomprensibili) serve a raffinare la capacità di percepire uno schema morfogenetico relativamente 'debole e nascosto' in quanto poco presente nella realtà quotidiana, così come un sommelier deve raffinare la capacità di distinguere due sapori quando non è ancora abituato a 224


riconoscerli. Viceversa, in un monastero è molto più facile entrare nel medesimo stato di coscienza poiché è ben presente e distinguibile nella realtà quotidiana di quel luogo (ovvero a partire dal punto di vista in atto dato che siamo in quel luogo: è un altro campo morfogenetico a raccontare che in quel luogo ciò è possibile!). Quando lo schema informativo viene ben distinto, improvvisamente il soggetto entra in uno stato di coscienza in cui può sperimentare il sapore di quell'energia. Un altro esempio in cui è possibile apprendere per risonanza morfogenetica è la modalità silenziosa con cui i maestri orientali sono soliti trasmettere conoscenza spirituale. La sola vicinanza del maestro, la sola osservazione dei suoi gesti che, di per sé, possono non essere pragmaticamente differenti da gesti quotidiani attuati da gente comune, e di cui si sente però la differente consistenza, permettono la percezione dello stato di coscienza e del punto di vista del maestro. Rimanendo in oriente, è interessante il fatto che i movimenti di molte arti marziali siano ispirati a comportamenti animali. Il maestro di arti marziali invita gli allievi ad imitare i gesti, ma il vero passaggio alla maestria avviene quando l'allievo arriva a sentire di essere lo spirito dell'animale e a compiere gesti di conseguenza. Da quel momento, tutti i movimenti emergono in maniera competente e spontanea, in una maniera che è impossibile comunicare in modo verbale. Tutti questi sono esempi di apprendimento induttivo in cui una 225


piccola parte di esperienza permette di 'agganciare' una conoscenza più vasta. La piccola parte è però appresa analogicamente, a prescindere da altre conclusioni tratte a livello concettuale ed anche funzionale, che vanno invece via via smantellate per consentire all'anello percettivo di risuonare con il campo, sul quale solo a posteriori si possono trarre nuove spiegazioni, conclusioni e sistematizzazioni logiche. D'altra parte, la conoscenza logica 'perfetta' dell'intero contesto (se mai può esistere alla luce dei teoremi di incompletezza di Gödel) non permette una immedesimazione così totale. Un ragionamento deduttivo e descrittivo, come la presente opera, rimane in una fetta di esperienza che si può percepire come intuitivamente possibile, ma non esperita. Un cambiamento comportamentale non può manifestarsi, a meno che non presenti un punto di meta-osservazione tale da collegare insieme esperienze già fatte prima della trasmissione, e di cui è possibile riconoscere finalmente un nuovo senso aggregato. Anche le informazioni morfogenetiche hanno natura analogica, e richiedono apertura all'ascolto del corpo: i concetti trasmessi a livello linguistico possono solo sollecitare e riorganizzare esperienze pregresse.

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L'INTERAZIONE MALFORMATA CON IL CAMPO «Non smettiamo di giocare perché invecchiamo. Invecchiamo perché smettiamo di giocare.» George Bernard Shaw

I comportamenti del “no” Con la comunicazione analogica è impossibile rappresentare un 'no'. Un comportamento aggressivo, ad esempio, può essere interpretato come un no, e spesso lo è, ma è di fatto un comportamento analogico e come tale è ambiguo: spesso infatti il parlare con intensità è interpretato come aggressivo, mentre chi parla pensa di esporsi con il cuore. I 'no' possono solo emergere come concetto logico e, fintanto che non sono associati ad attaccamento e forte investimento emotivo, sono strumenti utili per l'esplorazione di possibilità alternative. Essi

diventano

un

problema

quando

le

scorciatoie

rappresentazionali creano un forte senso di identità, e questo causa

una

esaltazione

emotiva

delle

rappresentazioni

analogiche associate ai vocaboli utilizzati oppure al significato d'insieme attribuito ad esperienze tipicamente vissute (trovarsi in luoghi affollati, parlare a tu per tu, parlare in pubblico, nuotare al largo, ecc.). In questo caso ciò che potremmo

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manipolare in maniera neutra e presente, dall'alto di un metalivello logico superiore, diventa invece tremendamente 'reale'. La forza delle rappresentazioni analogiche sollecitate può essere tale da richiamare con intensità le informazioni di un campo

morfogenetico

in

grado

di

guidare

i

nostri

comportamenti spontanei. Dobbiamo domandarci allora: a) in che modo i 'no' sono tipicamente rappresentati interiormente (anche se i modi specifici dipendono radicalmente dalle esperienze individuali) e b) quale campo e quali comportamenti possono essere indotti. Se però a livello analogico la separazione non può esistere, quale informazione potrà contenere il campo di informazione correlato? Il primo livello di quantizzazione in cui ciò diventa possibile è la percezione fondamentale della distinzione fra le cose. Vi sono due possibilità di separazione esistenti in questa percezione di livello immediatamente superiore al continuum analogico: una passiva ed una attiva. La separazione passiva (o temporale) è la situazione in cui ci troviamo

quando

improvvisamente

qualcosa scompare,

a

cui

ed

è

siamo

abituati

necessaria

una

ristrutturazione delle modalità consolidate di interazione, come quando viene a mancare un familiare. Il 'no' è rappresentato in questo caso dalla differenza fra il momento precedente e il successivo. 228


La

separazione

attiva

(o

spaziale)

è

l'esclusione

e

l'allontanamento nello spazio di qualcosa di indesiderato. OSSERVAZIONE In un mondo privo di spazio e tempo la negazione non può essere rappresentata. La distinzione fra due luoghi o fra due momenti di tempo è già un atto percettivo di digitalizzazione che consente l'emersione della logica del no. Separazione attiva o spaziale È plausibile pensare che la maggior parte delle persone rappresenti analogicamente un 'no' come un movimento (sensorializzato o visualizzato, a seconda delle predisposizioni VAS) di separazione e presa di distanza. Il 'no' traccia una barriera fra una cosa e un'altra: è un movimento di esclusione. Personalmente, ad esempio, lo raffiguro come la mano destra davanti a me, col palmo aperto verso la cosa negata e il braccio teso, di modo che il polso risulta contratto, con le dita ruotate verso sinistra e sotto sforzo; mentre l'altra mano è poggiata sul petto a protezione del cuore e, in qualche modo, rappresenta una intenzione positiva. Un uso funzionale della separazione attiva, in natura, è il movimento di protezione dai predatori. L'attaccamento alla vita, l'istinto di sopravvivenza, è ciò che rende possibile l'esistenza della vita stessa in questa dimensione; se tutti gli

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esseri viventi non dicessero costantemente 'no' alla morte, la vita non potrebbe emergere per contrasto in questa realtà duale. L'aspetto spirituale del cerchio della vita non si trova nell'individualità degli esseri viventi, ma nella meta-visione d'insieme di ciò che è nel ciclo di continua trasformazione e trasferimento di energia vitale, in cui si vive grazie alla morte. A un meta-livello sistemico la vita è immortale, e l'immortalità è una proprietà emergente del sistema profondamente diversa dalla atemporalità. Il tempo è la chiave che può integrare il sì ad offrirsi alla morte con la spinta a sopravvivere: un giorno tornerò alla polvere, ma fino ad allora vivrò. Molte vie spirituali insegnano a convivere con l'idea della morte. Il Don Juan di Castaneda, ad esempio, affermava che la morte è la più grande alleata e consigliera, e che in ogni momento, per quanto difficile esso sia, puoi rivolgere lo sguardo verso di lei e sentirla dire: «Non ti ho ancora toccato» [26]. Possiamo notare che tanto più siamo in grado di accogliere dei no grazie ad un buono spazio interiore, tanto più sapremo dire no nelle situazioni opportune senza generare conflitto (perché non

lo

solleciteremo

con

le

nostre

rappresentazioni

analogiche), e tanto più siamo in pace con l'idea di morire, tanto più sapremo somministrare la morte alle piante ed agli animali di cui ci cibiamo con equilibrio e senza effetti psicologici collaterali, come i nativi americani che stavano in 230


profonda armonia e rispetto con le mandrie di bisonti di cui andavano a caccia. Nel momento in cui, tuttavia, l'idea della predazione suscita l'attivazione di rappresentazioni analogiche intense, essa costituisce lo schema attivatore del campo che viene agganciato in risonanza dal nostro uso dei 'no'. L'attaccamento al 'no' fa emergere reazioni corporee tipiche che sono funzionali in situazioni traumatiche, come nel caso di una reale predazione, secondo diverse strategie possibili: lotta, fuga, congelamento (come gli opossum) e dissociazione. Questa è l'informazione che riceviamo dal campo quando orientiamo l'attenzione, con vari gradi di attaccamento, al 'no' e quindi metaforicamente (come schema più simile) alla predazione. La lotta è la matrice alla base dei comportamenti aggressivi: la negazione di qualcosa in questo caso ne implica l'eliminazione violenta. Lo schema di lotta è molto intenso, tanto che è semplice poi, usciti da questa 'trance morfogenetica', stupirsi del suo effetto e domandarsi: “ma come ho fatto a perdere così la testa”? La fuga è lo schema tipico dei comportamenti evitanti ed è terreno

per

lo

sviluppo

di

sentimenti

di

paura.

Il

comportamento funzionale di difesa prevede che l'attenzione della preda sia orientata completamente sul pericolo: ad esempio, la vista letteralmente consente di vedere solo quello ed esclude la percezione periferica. Quando il pericolo è 231


metaforico, ed il 'no' è verso qualcosa di non fisicamente manifestabile e che rimane quindi invisibile, ciò causa l'entrata in una trance profonda che non permette la percezione di altra cosa e che, mantenendo l'attenzione concentrata sulla ricerca del 'pericolo', accentua sempre di più la sensazione di paura in un meccanismo di retroazione positiva. Il congelamento si manifesta come un irrigidimento del corpo, confusione e difficoltà a prendere una decisione. La strategia del comportamento è quella di rimanere esattamente dove si è, con la minima interazione con l'ambiente, in modo che tutto possa rimanere il più possibile come è: compreso il fatto che siamo ancora vivi. La dissociazione è un fenomeno che è più che altro utile quando la predazione è già avvenuta, e che permette all'animale predato di sperimentare la propria morte dall'esterno senza dolore, come un'esperienza spirituale di offerta di sé. Morfogeneticamente, la dissociazione induce a non riuscire ad orientare l'attenzione a ciò che si nega o, con un risultato simile, ad esaltare possibili alternative come probabilmente accade nel caso dei tratti di comportamento compulsivo. La separazione spaziale è l'intenzione di non volere ciò che è. Separazione passiva o temporale L'orientamento dell'attenzione a ciò che manca è una sorta di 'no' alla situazione in cui non c'è ciò che ci aspettiamo. Ma 232


ancora

più

in

profondità

c'è

un

altro

movimento

analogicamente impossibile che è quello di stare con ciò che non è, che è una situazione differente. Questa situazione induce stati di depressione. Non a caso nelle Costellazioni Familiari si afferma che gli stati depressivi siano un 'andare con i morti' che può essere correlato ad un fenomeno di irretimento. Altri casi a cui è attribuibile la depressione sono quelli, non così infrequenti, in cui in origine i feti nell'utero sono due ed uno spontaneamente si perde nei primi passi di sviluppo: in qualche modo, il soggetto può rimanere inconsciamente in compagnia di questo gemello che non ha mai visto la luce, anche se non ne ha mai conosciuto l'esistenza. Più in generale, la depressione può essere dovuta allo stare con una immagine di sé che è fatta di 'non essere'. La richiesta sistemica di genitori 'piccoli' può essere diretta alla negazione di comportamenti 'sgraditi', più che alla richiesta di specifici comportamenti, seppur disfunzionali. Il soggetto si trova così nello stato paradossale di essere ma non poter essere. Lo schema morfogenetico che si attiva è quello del lutto, cioè del periodo di riformulazione interna del livello funzionale nell'anello percettivo, che però non ha alcuna direzione logicamente benformata verso cui orientarsi e quindi rimane persistente. L'uscita da uno stato depressivo si attua regolarmente con un 233


passaggio temporaneo in comportamenti aggressivi, che denotano un 'no' evolutivo verso la richiesta sistemica, per poi in un secondo momento essere in grado di accogliere i genitori – e il sistema familiare – per quello che sono e, così, destrutturare tutte le conclusioni tratte disfunzionalmente riguardo al proprio essere. La separazione temporale è l'intenzione di volere ciò che non è (più).

Incongruenza L'incongruenza55 è un fenomeno che introduce ulteriore complessità nella interpretazione di questi fenomeni. Se la separazione è manifestazione di un no, l'incongruenza è manifestazione di una alternativa (o..o) che non ammette compresenza (e..e). L'incongruenza può essere di due tipi: sequenziata nel tempo oppure partizionata per canali di output. Incongruenza sequenziale È il caso in cui due comportamenti incompatibili si manifestano in momenti distinti. È evidente che non possiamo dire che il soggetto è un comportamento mentre l'altro è un disturbo, poiché egli è completamente immerso ed identificato nel comportamento in entrambi i casi. 55 Vedi il paragrafo 'Incongruenza' a pag.84

234


In

[13] si afferma

che solitamente i comportamenti

incongruenti non sono semplicemente due modalità distinte, ma sono precisamente polari e complementari. Si può supporre d'altra parte che, se il soggetto ha avuto modo di fare esperienza di una situazione, per forza di cose deve essere entrato in contatto anche con la situazione complementare, poiché si tratta di dinamiche a due (ad esempio vittimacarnefice). Il sistema interno del soggetto assomiglia quindi ad un sistema complesso che oscilla fra due polarità, un po' come fa un transistor quando il segnale di controllo supera determinate soglie. Ovvero, quando una certa soglia di percezioni viene superata,

la

Gestalt

della

persona

risuona

ed

attiva

morfogeneticamente un tipo di comportamento; e quando viene superata un'altra, risuona il comportamento opposto. Il fatto che, ad esempio in una incongruenza vittima-carnefice, la fase aggressiva venga definita raptus mentre quella più socialmente accettabile di vittima venga considerata come lo status 'normale', è solo una questione di interpretazioni 56. Ad ogni modo una delle polarità, sia pur per ragioni di socialità, viene maggiormente frequentata ed è quella con cui si crea maggior identificazione. In questo caso una delle tattiche terapeutiche proposte in [13] è 56 Tecnicamente, si dice che dipende dalla punteggiatura della sequenza di eventi

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quella in cui il terapeuta rappresenta la medesima polarità del cliente per portarlo in quella opposta e viceversa; velocizzando le transizioni fino a farle ipoteticamente collassare nello stesso momento, il cliente è spinto a dover integrare le due realtà in una meta-posizione. Questa situazione di incongruenza fu esplorata molto approfonditamente da G. I. Gurdjieff che non solo la considerò come la condizione tipica dell'uomo da lui definito meccanico, ma che riconosceva una molteplicità di incongruenze molto più vasta. L'evoluzione dell'uomo avverrebbe quando egli riuscisse a fondere e a cristallizzare il suo proprio Io in un'unica forma. L'uomo non ha un 'Io' individuale. Al suo posto vi sono centinaia e migliaia di piccoli 'io' separati che il più delle volte si ignorano, non hanno alcuna relazione, o, al contrario, sono ostili gli uni agli altri, esclusivi ed incompatibili. Ad ogni attimo, ad ogni momento, l'uomo dice o pensa 'Io'. Ed ogni volta il suo 'io' è differente. Un attimo fa era un pensiero, ora è un desiderio, poi una sensazione, poi un altro pensiero e così via, senza fine. L'uomo è una pluralità.57 Incongruenza partizionata sui canali Questo caso è assai più interessante per l'analisi dei meccanismi di percezione, soprattutto se ad essere incongruenti 57 Cfr. [28], pag. 69

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non sono semplicemente il canale verbale/concettuale e quello non verbale considerato come insieme unico. Quando perfino le varie posture delle parti del corpo sono invece incongruenti fra di loro a livello non verbale, è evidente che le possibilità di comportamento in reazione agli stimoli possono essere molteplici e si possono attuare contemporaneamente su canali diversi. Ciò vuol dire che il comportamento, come la memoria, non è una funzione centralizzata ma distribuita. Un aspetto funzionale di questa caratteristica si evidenzia nelle persone che riescono a portare attenzione a più cose, e ad assumere più comportamenti contemporaneamente: ad esempio parlano con qualcuno e nel frattempo 'con la coda dell'occhio' controllano una situazione, e magari tengono attivo l'udito per percepire alcune eventuali parole chiave in un discorso che avviene alle spalle. Durante una costellazione, questa capacità è utile ai rappresentanti per essere presenti ai segnali del corpo e contemporaneamente saperli riferire in maniera distaccata, osservati dall'esterno. Più c'è spazio interiore, e più questa possibilità si amplifica. D'altra parte questo è ciò che facciamo comunemente quando impariamo ad andare in bicicletta, siamo liberi di dimenticarci che stiamo pedalando e possiamo tranquillamente tenere una conversazione ed osservare il paesaggio. È possibile dunque attivare più campi di informazione contemporaneamente, e l'incongruenza partizionata sarebbe 237


semplicemente un uso malformato di questa capacità comune. Anche in questo caso, la meta-tattica terapeutica è quella di portare le incongruenze ad incontrarsi sul medesimo terreno, in questo caso sui medesimi canali di output.

Le illusioni della negazione È innegabile che superare l'identificazione con aspetti di negazione, ed uscire così dalle situazioni di disagio, non è una operazione banale. Qui di seguito enumero alcuni meccanismi che contribuiscono a mantenere in essere l'illusione di non avere altra scelta se non permanere nel disagio. L'equivoco dell'attrazione Spesso capita di notare come l'orientamento logicamente benformato dell'attenzione apre l'accesso a 'coincidenze' positive che ci aiutano nella realizzazione dei nostri obiettivi desiderati. Questa sincronicità alimenta la fiducia nel potere magico della nostra mente. Quando però ci troviamo in una situazione di negatività, applicare a sproposito lo stesso principio ci mantiene nel problema. Istintivamente, quando siamo di fronte a un pericolo reale o metaforico, 'teniamo duro' nella non accettazione pensando

che,

se

ci

lasciassimo

andare,

attireremo

precisamente la realizzazione delle percezioni che abbiamo attualmente riguardo all'oggetto della nostra attenzione. 238


Pensiamo che saremo sopraffatti da ciò che stiamo percependo. E così, poiché l'attenzione rimane sull'obiettivo 'vitale' di non incontrare il pericolo, non abbiamo lucidità per orientare l'attenzione altrove. Tuttavia, “ciò a cui si resiste persiste”, si dice. In verità le percezioni che proviamo non sono precisamente quelle attribuibili alla cosa o alla situazione negata, ma sono propriamente associate al simbolo di negazione stessa. Purtroppo a livello logico non riconosciamo la negazione come entità dotata di significato emotivo perché è un concetto astratto, e non una cosa o una situazione esplicita. Vediamo la “grossa X” sull'automobile, e pensiamo che le emozioni correlate siano suscitate dall'automobile stessa. Nel momento in cui integriamo l'Ombra, ovvero ci concediamo di entrare nell'automobile, ci accorgiamo che le percezioni sono completamente diverse da quelle che presumevamo vere. Il baratro che avevamo di fronte altro non era che un pavimento in ombra. L'aspetto positivo di accogliere con fiducia la situazione non desiderata e di integrarla fra le cose possibili ed accettabili, è che poi esiste una reale scelta. A partire dall'essere in contatto con ciò che è veramente nella realtà analogica, siamo poi liberi finalmente di scegliere se la situazione ci piace o se attivare in maniera benformata le nostre risorse e cambiare aria. Questo passaggio è ottimamente espresso in [21], libro sul 239


focusing: Notate se vi risulta difficile o strano permettere che quello che sentite rimanga lì. Potreste avere la tendenza, comune a molte persone, a giudicare le vostre emozioni non appena le notate: “Non dovrei avere emozioni del genere. Che persona orribile sono!”. Potreste tentare di essere 'ragionevoli' rispetto a quello che sentite: “Non c'è nessuna ragione di avere paura”. Oppure, potreste cercare di sminuire quello che sentite: “In fondo non è poi tanto male. Altri stanno peggio di me”. O ancora, potreste cercare di analizzare le vostre emozioni, chiedendovi: “Perché? Perché mi sento sempre in questo modo? Perché non riesco a cambiare?”. Probabilmente vi siete accorti che nessuna di queste tecniche riesce ad aiutarvi a cambiare. Tutte le volte che vi giudicate o cercate di sminuire quello che sentite o di farvi un'idea del perché provate certe emozioni 58, in effetti perpetrate lo status quo e, probabilmente, rendete ancora più conflittuale il rapporto con voi stessi. Tuttavia, posso dirvi con certezza assoluta, perché l'ho visto accadere centinaia di volte, che quando permettete alle vostre emozioni di essere così come 58 Tutti tentativi di dire 'no' ed eliminare il problema, N.d.A.

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sono, allora esse possono cambiare. Quando invece cercate di cambiarle, si conservano immutate. Gene Gendlin lo spiega bene: «Quello che è separato, non sentito, resta uguale. Quando viene sentito, cambia. La maggior parte delle persone non lo sa, crede che impedire a se stessi di percepire i moti negativi sia un'attitudine positiva. Al contrario, tale attitudine rende questi stati negativi statici, li fa rimanere uguali a se stessi anno dopo anno. Sentirli nel corpo, sia pure per pochi momenti, permette loro di cambiare. Se in voi è presente un sentimento spiacevole, di sfiducia o incertezza, lasciatelo esistere dentro di voi, e respirate. Questo è il solo modo in cui esso può evolvere e cambiare nella forma di cui ha bisogno». A volte tuttavia sembra che stare con le sensazioni negative non le trasformi affatto. Come si possono attivare le risorse interne tali che l'accoglienza – trovo che in italiano sia il termine più adatto rispetto ad 'accettazione' – della sensazione non sia invece un tentativo di mandare giù un rospo a denti stretti? L'accoglienza va orientata non alle sensazioni apparenti ma alla negazione stessa, e poi al contenuto.

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OSSERVAZIONE È importante comprendere che stare in 'accettazione' delle sensazioni negative non è accogliere ciò che c'è, ma vuol dire permanere nel disagio con ciò che non c'è, perché quelle sensazioni

appartengono

non

alla

cosa

negata

ma

all'attaccamento alla negazione stessa. Di conseguenza percepirle non cambia la situazione, nemmeno in stato di presenza consapevole. Accogliere la sensazione significa invece accorgersi del proprio attaccamento all’atteggiamento di rifiuto e non cercare di cambiarlo, perché esso muterà da sé: è sufficiente osservarlo in piena accoglienza. Per compiere il passaggio il focusing usa le rappresentazioni analogiche associate alla situazione tipicamente piacevole ed accogliente del saluto: Catherine provava un senso di tensione alle spalle da settimane e voleva focalizzarsi su di esso. Le persone presenti al seminario la guardavano mentre faceva roteare il collo con impazienza e diceva: “Voglio chiedere a questa sensazione cosa sia di preciso, ma non mi vuole parlare. Mi sento bloccata”. Quindi diede un'occhiata alla scheda che aveva ricevuto all'inizio del seminario e lesse la frase “Saluto la sensazione presente”. “Oh”, disse allora, “ancora non l'ho salutata”.

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Da quel momento gli altri partecipanti al seminario osservarono una notevole trasformazione. Il viso di Catherine arrossì, la testa smise di roteare e dai suoi occhi spuntarono le lacrime. “Non gli ho mai detto ciao!”, esclamò. “L'ho chiamato cattivo, ho cercato di liberarmene, me ne sono vergognata, ho cercato di fissarlo, ma non l'ho mai salutato davvero”. Da quel momento in poi il senso di tensione alle spalle iniziò a scomparire e alla fine della seduta, dopo che ebbe ricevuto il suo messaggio, Catherine sperimentò il proprio corpo in modo del tutto diverso. Mi preme puntualizzare che la chiave del cambiamento del soggetto è da cercarsi nel significato che egli personalmente dà al saluto e, di conseguenza, alle rappresentazioni analogiche di tipo emotivo che egli consente di far emergere al posto dell'orientamento precedente verso la negazione. È ragionevole pensare che, per assurdo, se per il soggetto il saluto non fosse stato un'esperienza associata a piacere ed accoglienza, l'effetto sarebbe stato assai differente. Per questo motivo, soprattutto al livello linguistico, occorre come facilitatore verificare sempre, e non dare per scontata, l'efficacia delle tattiche di cambiamento che si utilizzano.

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I paragoni e l'illusione della perdita Alcune persone sono abituate a valutare le nuove situazioni paragonandole intellettualmente con quelle già note. È facile pensare che, in ogni nuova situazione, ci siano alcuni aspetti migliorativi ed alcuni peggiorativi, soprattutto tenendo conto della soggettività delle preferenze di ogni persona. Quando il cambiamento di situazione non è dovuto a un preciso obiettivo verso una direzione desiderata, ma è più o meno dovuta alle circostanze di vita, c'è una probabilità più alta di sottostimare i lati positivi, non esplicitamente cercati, e di evidenziare invece quelli negativi. L'attenzione si orienta allora verso ciò che manca anziché verso ciò che c'è, e questo è tanto più evidente ed abituale tanto più il soggetto anziché perseguire degli obiettivi si fa muovere dalla vita. La risposta tipica del corpo in seguito a questo orientamento è quello di dire 'no' alla nuova situazione ed attivare una proiezione, ovvero una funzione confusa sensazione-vista che tende a trovare un responsabile per la mancanza e a criticarlo, spesso con l'attivazione di segnali di aggressività. Un caso in cui questi meccanismi sono resi deliberatamente particolarmente evidenti sono, per i principianti, i ritiri di meditazione in silenzio. Dal momento che viene richiesto che ogni forma di comunicazione verbale o non verbale venga

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eliminata, l'attenzione si orienta facilmente su questa mancanza. Ci si sente in gabbia: manca tutto ciò che abbiamo nella nostra vita di tutti i giorni. L'anello percettivo ci mette mediamente tre giorni a smaltire l'intensità dei pensieri che frequentiamo abitualmente, purché siamo disposti a far entrare nuove informazioni ed esperienze dal silenzio, anziché dar forza ai pensieri ossessivi che in questa situazione non hanno più una base esperienziale ed alcun contatto con la realtà. A un certo punto, l'attenzione non paragona più quello che c'era con quello che c'è, ma si orienta ad osservare semplicemente ciò che c'è. Quando il 'no' non prevale più, è possibile osservare la ricchezza di informazione che c'è nel silenzio, un vero mondo alternativo! Ogni minimo evento diventa un'opportunità di apprendimento, un'esperienza. Le gambe fanno sì male, ma senza rifiuto del dolore e sapendo che si è liberi di muoverle, esse stanno lì: il dolore non è più sofferenza, è una sensazione neutra come le altre. Si può osservare la ricchezza delle proprie percezioni anche all'interno. Ed è impossibile annoiarsi! Ansia di trasformazione Spesso mi capita di sentir dire “ma con tutto quello che ho fatto finora, sono ancora a questo punto!”. Dato lo sforzo (e non il piacere) fatto per cambiare, ci si aspetterebbe di essere esenti da qualsiasi forma di malessere. Dovremmo quindi non essere più sensibili a una buona fetta 245


dell'esistenza, alle sensazioni di disagio, o magari sarebbe meglio non giudicarle e poter quindi orientarsi altrove come scelta? Il fatto è che, al di là che l'essere esenti dal malessere è un obiettivo logicamente malformato, la considerazione che si fa è proprio quella che tiene nel problema. “Sono ancora qui” è un profondo 'no' a ciò che si è qui ed ora. Colui a cui dire “ciao”, come nel focusing, in questo caso siamo noi stessi. Essere disposti ad essere imperfetti, e costantemente in cambiamento. Ogni paragone con un obiettivo definito accettabile da raggiungere un giorno e per sempre è completamente fuori luogo.

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LE POSSIBILITÀ DI CAMBIAMENTO «Se volete sapere qual è l'odore della minestra è meglio che non ci infiliate il naso dentro» Eugene Gendlin

Il principe delle risorse: il corpo Abbiamo visto che una frase apparentemente benformata può nascondere una semantica malformata. Se da una parte rilevare un disagio è sintomo inequivocabile di una qualche malformazione, identificare quest'ultima può essere un esercizio assai complicato, in particolar modo senza l'ausilio di una persona che ci aiuti a valutare da una posizione neutra. L'analisi riflessiva della situazione rischia di chiudersi a livello del loop numerico e di non riuscire quindi a trovare il punto di riprospettazione in cui si può dire: “se non questo, cosa allora?”. La miglior risorsa che possediamo, in caso di difficoltà ma anche nella vita quotidiana, è il corpo. Esso per sua natura è intrinsecamente legato analogicamente alla realtà: è parte della realtà analogica stessa. Ogni parte del corpo può percepire uno ed un solo input, che viene prima di qualsiasi filtro o digitalizzazione. Il felt sense che ne deriva è intrinsecamente analogico: ciò che sentiamo nel corpo è quindi una cosa che c'è, e che non può essere in alcun modo malformata. 247


Quando non si sa più dove rivolgersi, pertanto, il corpo è una risorsa insostituibile, che può fornire un punto di ripartenza certo. Nei prossimi paragrafi elencherò una serie di tecniche, alcune basate sul corpo grazie alle sue qualità di affidabile intermediario con la realtà, altre che sfruttano invece la logica per dar modo al corpo di esperire nuove possibilità arbitrariamente e strategicamente scelte.

Chiavi di trasformazione Il modello sistemico della conoscenza offre una prospettiva strutturale che, combinata con le disquisizioni sulla buona formazione logica, permette di individuare facilmente i punti passibili di cambiamento e di indirizzare l'attenzione in modo più

funzionale.

Una

volta

che

ciò

è

avvenuto,

le

rappresentazioni analogiche correlate, coerenti con ciò che è, procurano una sensazione di benessere che è possibile poi sottolineare e consolidare in vari modi, ad esempio con degli ancoraggi. Ciò che segue è una panoramica non esaustiva di varie tecniche e pratiche esistenti, spiegando come esse possono essere interpretate nella loro efficacia alla luce del paradigma qui proposto. Resta inteso che le possibilità di cambiamento qui presentate non sono pensate per pazienti psicotici, e quindi una eventuale 248


utilità in questi casi dovrà essere valutata da psicoterapeuti abilitati. Esse sono pensate per trovare nuovo orientamento rispetto a dinamiche di disagio non patologico. Nel caso di una fase acuta di disagio quale una trance di attivazione traumatica, ciò che un operatore esperto può fare è riuscire ad orientare almeno un senso del cliente all'esterno, così che nuove informazioni percepite nel qui-ed-ora possano entrare nel sistema dell'anello percettivo e modificarne lo stato in modo che sia più allineato alla realtà. Il facilitatore potrà rassicurare il cliente sulla buona funzione di eventuali tremori, calore, scatti muscolari e formicolii che si dovessero presentare in modo che, in questo stato di relativa debolezza, non vengano prese conclusioni affrettate e disfunzionali. Quando invece una persona, pur in fase acuta, riesce a mantenere il controllo e ad assumere decisioni, è utile che scelga di muovere il corpo, danzare, fare una passeggiata o correre,

comunque

orientando

l'attenzione

altrove,

ed

eventualmente tornare sul 'problema' in un secondo tempo, a partire da un'altra condizione percettiva. Per quanto riguarda invece l'orientamento generale dei nostri obiettivi di lungo termine verso una vita di benessere, o per un percorso di evoluzione personale, le tecniche esposte possono essere assai efficaci. Suddivido le tecniche in tre aree, secondo le leve di cambiamento che esse adottano fra quelle che io ho potuto 249


individuare – e che probabilmente possono essere anche di più. È una suddivisione arbitraria, poiché in realtà alcune tecniche adoperano più di una chiave; tuttavia lo scopo fondamentale non è tanto quello di approfondire le tecniche, quanto evidenziare attraverso di esse un uso pratico delle leve di cambiamento. Le suddivisioni sono le seguenti: •

Esplorazione alternativa verso ciò che c'è L'attenzione alla realtà analogica così come si manifesta nei segnali spontanei del corpo permette di introdurre nuova informazione nell'anello percettivo e cambiarne lo stato. Può esser visto come un metaposizionamento

rispetto

ai

primi

stadi

di

quantizzazione, quelli identificativi ed emotivi, che permette di trarre nuove conclusioni a livello funzionale. OSSERVAZIONE Il

meta-posizionamento

in

stato

di

presenza

consapevole è fondamentale per far sì che la nuova informazione dall'ambiente non sia semplicemente assorbita dal sistema interno, cosa che manterrebbe lo stato equifinale immutato a causa dei suoi meccanismi omeostatici59. 59 Vedi il paragrafo 'Teoria dei sistemi complessi' a pag.47

250


Ciò accade ad esempio quando con le funzioni confuse

si

danno

interpretazioni

della

realtà

60

'compiacenti' con i modelli preesistenti . La presenza consapevole, costituendo un meta-livello logico, permette invece una nuova calibrazione del sistema variandone lo stato equifinale (esempio della regolazione del termostato). Il punto importante è la capacità

di

accorgersi

dell'esistenza

di

altre

possibilità a cui poi si può essere presenti: in questo senso le tecniche di riprospettazione (percettiva – emotiva – comportamentale – linguistica) sono tutte utili. Spesso il punto di partenza è una implicita attenzione rivolta ad un 'no'. Anche i movimenti di inclusione

(accogliere

ciò

che

si

escludeva)

consentono di modificare radicalmente la prospettiva interna. In questa categoria inserisco anche la meditazione, per l'aspetto di orientamento dell'attenzione verso ciò che c'è. •

Meta-posizionamento

semantico

(prospettiva

sistemica) Trattasi della presenza consapevole orientata sulle strutture di significato (anche emotive). La differenza 60 In psicologia si suole definire questa situazione come un 'meccanismo di protezione dell'io'

251


dal punto precedente è che qui la presenza non si applica sulle strutture percepite per trarre nuove conclusioni ma sulla relazione fra elementi percettivi complessi (dalle emozioni in su) ed il loro significato (rappresentazioni analogiche) per trasformarne le conclusioni. Il campo di osservazione inoltre si allarga alle strutture di significato che si estendono morfogeneticamente all'esterno, ad esempio nel sistema familiare. In particolare le varie identificazioni hanno la possibilità di essere riviste. Ci si può accorgere di non

essere

un

pensiero,

una

dinamica,

o

un'emozione, ma di poterla osservare, contenere e gestire. Ciò ha una relazione con la sensazione di uno scopo più grande di noi. Lo scopo non è più nella conclusione identificativa precedente, ma in qualcosa di più ampio. Essere ad esempio presenti al significato

sistemico

di

una

modalità

di

comportamento che si attua in maniera inconscia la rende

da

inspiegabile

a

sensata,

e

quindi

riprospettabile. Comprendendo la funzionalità del comportamento individuale all'interno del sistema di appartenenza, è possibile riconoscere quali gradi di libertà esistono per soddisfare i medesimi bisogni 252


sistemici con un grado di benessere individuale maggiore. Solitamente gli ordini dell'amore di Hellinger sono una guida efficace per ottenere questo obiettivo. Un altro tipo di meta-posizionamento è quello che avviene quando, di due o più incongruenze, si crea una terza cosa differente che le integra. Questo è un campo

ampiamente

esplorato

dalla

PNL.

Si deve notare che in alcun modo è possibile generare un cambiamento autentico cercando di comunicare scopi, concetti o valori, così come è inutile utilizzare le ingiunzioni, ma è unicamente possibile averne coscienza e usarli come riferimento a valle della meta-comunicazione sugli elementi di conoscenza inferiori, che nascono – a catena – dalle esperienze e dalle esplorazioni. Gli elementi sintetici, consolidati, sono poi determinanti nel mantenere stabile il nuovo (o vecchio) stato delle cose. •

Risonanza morfogenetica In

questo

caso

l'aspetto

preponderante

è

la

61

ridondanza . È possibile ottenere un cambiamento anche se non si è in grado di comprendere le dinamiche in cui si è immersi (e quindi non si è in grado di applicare presenza consapevole o di porsi in 61 Vedi il paragrafo 'Ridondanza' a pag.39

253


una meta-posizione) se in fiducia – cioè senza obiezioni – seguiamo l'indicazione di esporci a sollecitazioni ridondanti che permettano di risuonare morfogeneticamente

con

nuovi

campi

di

62

informazione . È possibile che ciò sia attuato con sforzo, ma solo fino a che l'attenzione non viene posta ad osservare semplicemente ciò che c'è nella ripetizione. Questa possibilità è stata ampiamente usata dalle tecniche spirituali e dalle religioni tradizionali, ove l'obiettivo è quello di raggiungere un grande pubblico con strumenti fruibili in maniera prescrittiva, ed in assenza di una educazione diffusa all'ascolto del corpo ed alla presenza consapevole; ma anche da pratiche spirituali intense ed evolute, come quelle praticate nei monasteri, ove possono risultare più efficaci e rapide grazie all'ulteriore applicazione della presenza consapevole. Da un certo punto di vista, anche la proposizione di valori condivisi è una sorta di 'mantra' sociale che mantiene la percezione collettiva verso un certo (possibilmente buono) livello di coscienza, seppur con il rischio che si manifesti un eccessivo 62 Io chiamo burlescamente questa possibilità “daje e daje, pure 'a cipolla diventa aje”

254


attaccamento,

talvolta

fino

a

fenomeni

di

le

chiavi

di

l'esperienza,

la

fondamentalismo. In

altri

termini,

trasformazione

potremmo

qui

riassumere

identificate

come

conoscenza e il potere.

Esplorazione alternativa verso ciò che c'è Farsi domande e riprospettare Tecniche di questo genere includono, fra le molte, il Solution Focused Work, alcuni aspetti di Access Consciousness ed il Lavoro di Byron Katie. Farsi domande nuove permette di orientare l'attenzione verso esperienze nuove. Quando l'attenzione è orientata verso ciò che non si vuole la malformazione logica impedisce che l'obiettivo si realizzi. D'altra parte, quando andiamo a prendere un gelato non scegliamo per esclusioni: “non voglio il limone né il pistacchio”. Anche il gelataio ci domanderebbe: “che cosa vuole invece?”. Quando però la negazione ha ad esempio la funzione (reale o metaforica) di proteggerci da una minaccia – ed è quindi coinvolto il senso di identità – è difficile rendersi conto di avere alternative: fatto per cui le nuove domande vanno poste esplicitamente. Va detto che sensorializzare una nuova possibilità è anche aprirsi a nuova informazione morfogenetica che fa emergere 255


automaticamente nuove sensazioni, emozioni e comportamenti. La domanda sul miracolo del Solution Focused Work invita a sensorializzare il momento in cui una 'terapia' abbia fatto il suo effetto. Essa ha il pregio di dissociare il senso di identità (che rimane

ancora

protetto)

dall'esplorazione

della

nuova

possibilità futura, e quindi la sensorializzazione incontra meno resistenze. È fondamentale tuttavia che il facilitatore verifichi prima di tutto la buona formazione logica dell'obiettivo, ed eventualmente lo faccia riprospettare, altrimenti la domanda porta ad esplorare qualcosa che non esiste e non può affatto esistere. Access giunge a valorizzare le domande anche quando la condizione attuale è benformata, come possibilità di espansione continua. Una domanda classica, anche di fronte allo spettacolo di un tramonto in stato di profondo benessere è: “come può essere meglio di così?”63 Screazione Un'altra tecnica adoperata da Access è la screazione. Ad una frase

ripetitiva

viene

attribuito

il

potere

(consolidato

morfogeneticamente anche grazie al contributo di consenso di un numero crescente di persone) di destrutturare 'magicamente' 63 In italiano la domanda è vagamente ambigua: il senso non è “non potrebbe mai essere meglio di così”, ma “come posso fare affinché sia perfino meglio di così?”

256


conclusioni e credenze. Una volta pronunciata la frase, 'esiste' l'informazione che un passaggio è stato fatto, e il punto di vista cambia automaticamente. Cambiando il punto di vista, i campi morfici risonanti sono diversi, e si avverte cambiamento nel corpo. In questo caso il focus è sulla rimozione delle credenze, anziché sulla esplicita esplorazione di alternative che si attua con le domande al fine di generare nuove conclusioni. Access ad ogni modo sottolinea che credenze e limitazioni non sono cattive di per sé, purché noi abbiamo la possibilità e la consapevolezza di sceglierle. Focusing Alla luce del modello sistemico della conoscenza, fare focalizzazione equivale a mettere in atto due movimenti: il primo è quello, tramite l'emersione del felt sense e l'attivazione di elementi di conoscenza non cognitivi, di accedere percettivamente alle rappresentazioni analogiche del disagio, senza soffermarsi più di tanto nella ricerca della negazione logica che lo provoca; il secondo è quello di andare oltre la negazione posta al processo dalla mente 'salutando' il felt sense, accogliendolo e stando con quello che c'è, superando così l'equivoco dell'attrazione64. Infine, si applicano delle domande per l'esplorazione dei significati. 64 Vedi il paragrafo 'Le illusioni della negazione' a pag.238

257


L'uso del corpo Muovere o percepire con il corpo in modi a cui non si è abituati (tramite danza, yoga, massaggi, ...) ha da una parte l'effetto di necessitare l'attenzione del soggetto, che fuori dalle abitudini quotidiane diventa almeno momentaneamente più presente, dall'altra consente di vivere nuove esperienze che andranno a modificare lo stato dell'anello percettivo. Alcune di queste attività agiscono anche sui chakra e/o i meridiani. L'azione di queste pratiche si intreccia con l'aspetto biochimico delle emozioni. Ad esempio, la paura attiva la produzione di eccitanti nelle surrenali: di conseguenza il rene è associato ad energia vitale e paura, e lavorare fisicamente sui reni (o sulle linee di forza che li riguardano) consente di portare attenzione ed attivare il corpo in modo associabile alle rappresentazioni analogiche della paura. In questo modo le conclusioni tratte a riguardo possono essere rielaborate anche inconsapevolmente. Grazie alle emozioni e al ruolo preponderante del linguaggio non verbale rispetto alla capacità generale di comunicazione, tutto il corpo assume dei significati metaforici importanti, e diventa un canale fondamentale per stimolare l'attivazione di esperienze cristallizzate da rielaborare.

258


Emotional Freedom Technique (EFT) L'EFT è una semplice ma efficace ed originale tecnica per generare apprendimento. Si tratta di modificare le credenze acquisite ripetendo delle affermazioni positive; tuttavia, l'EFT aggiunge un particolare che la rende più efficace. Mentre si ripetono le frasi, si tamburellano dei punti specifici nel corpo, soprattutto in alcuni punti del viso. Il tamburellamento (sia come percezione che come azione) porta l'attenzione del soggetto a ciò che accade nel presente. Le parole saranno più facilmente ascoltate in uno stato di attenzione al qui-ed-ora piuttosto che analizzate dal loop numerico. La sollecitazione fisica dunque incrementa il livello percepito di autenticità e di aderenza a ciò che c'è nei confronti dell'intera esperienza, che viene attribuita inconsciamente anche alle frasi, su cui si costruiscono spontaneamente nuove conclusioni. Questa interpretazione basata sul modello sistemico della conoscenza

giustifica

meglio

qualche

obiezione.

Contrariamente a quanto affermato dai creatori, infatti, studi scientifici [32] mostrano che l'effetto positivo – effettivamente esistente – dell'EFT non è da ricercarsi nei punti specifici ove si tamburella, e non sono coinvolti meridiani e punti di agopuntura.

259


Imprinting e legge di attrazione In [29] si afferma che pensieri, parole pronunciate e fatti (in ordine

crescente)

attuati

consapevolmente

comportino

trasformazioni lente ma certe sulla natura delle esperienze che potremo fare in futuro. Il fatto che i gesti siano più preponderanti dei soli pensieri è dato dal maggior contatto con la realtà manifesta, e quindi con il livello logico del 'dove', in cui è la realizzazione. La struttura logica tende dunque ad attribuire maggior peso ad un'azione, o almeno a una frase detta, che a un semplice pensiero. In fondo un gesto deliberato è già per forza derivazione di un pensiero, che si è anche deciso di esprimere. Un'azione modifica il punto di vista di chi la compie per il fatto che

è

stata

fatta

deliberatamente,

e

l'informazione

morfogenetica percepita sarà sottilmente ma certamente differente. Questo piccolo o grande cambiamento viene definito imprinting, come qualcosa che 'lavora' per il fatto che è avvenuto. Rispetto all'efficacia di quanto poi riguarderebbe la sincronicità degli eventi che accadono 'magicamente' di conseguenza non mi pronuncio, perché dovrebbe essere argomento di un'intera opera a parte. E tuttavia se fare, dire e pensare creano cambiamento, è facile dedurre che una trasformazione continua avvenga in realtà da sé, e noi possiamo solo ostacolarla.

260


I 'classici' della legge di attrazione, come [12], puntano invece sulla visualizzazione/sensorializzazione come elemento di orientamento dell'anello percettivo verso ciò che si desidera, il quale per forza di cose deve essere espresso in maniera logicamente

benformata

(altrimenti

non

sarebbe

visualizzabile). Mi pare che i promotori di questo secondo tipo di pratiche per l'attrazione siano tuttavia un po' all'oscuro dei meccanismi per cui le cose avvengono. Il loro insegnamento tende ad essere descrittivo dal punto di vista di uno che ha compreso, seppur intuitivamente, come funziona la sensorializzazione, ma è poco attento al punto 'impotente' di partenza in cui per forza di cose si trova l'incombente lettore. In definitiva, quindi, essi non sono in grado di aiutare la riprospettazione delle questioni ma tendono invece ad utilizzare come insegnamento le ingiunzioni paradossali65 che sono assai poco utili. Integrare l'Ombra Il lavoro sull'Ombra ed il processo di individuazione sono stati ampiamente identificati in occidente con il percorso spirituale, grazie all'opera di Jung. Espresso in questi termini si presenta come un percorso eroico in cui occorre coraggio e che genera paura: ma il punto è proprio andare oltre le paure ed integrarle. Il processo di integrazione dell'Ombra sostanzialmente 65 Quelle del tipo “amati!” o “sii spontaneo!”

261


equivale a superare l'equivoco dell'attrazione accogliendo la situazione

non

voluta

che

provoca

disagio

a

causa

dell'orientamento alla separazione. Il processo consiste nell'attribuire dignità a ciò che era escluso e tenuto separato, evitare le rappresentazioni analogiche del 'no', percepire ciò che c'è di nuovo nel rapporto diretto e basato sul rispetto, e, a quel punto, scegliere se permanere o andare altrove. Meditazione Esistono innumerevoli tipi di meditazione, statiche o dinamiche, la cui analisi meriterebbe molto spazio. La maggior parte di quelle dinamiche punta ad orientare l'attenzione in presenza consapevole al corpo, ad esempio con movimenti ridondanti, oppure richiedendo una coordinazione difficile da inseguire con la mente, oppure con uno stop improvviso dopo tanto movimento. In questo modo si fa esperienza della possibilità almeno temporanea della presenza e del non avere pensieri. Le forme principe di meditazione sono tuttavia quelle statiche e silenziose, come la Vipassana, il Samyama o lo Zazen. Si attuano in perfetto silenzio ed immobilità, richiedendo semplice attenzione ad un oggetto di meditazione (solitamente il respiro). Una tale condizione sollecita nel principiante uno schema di mancanza a tutto ciò a cui è abituato, e la mente comincia a cercare forsennatamente delle soluzioni a tutto 262


questo. Ma c'è un momento in cui l'orientamento alla mancanza, che crea disagio, svanisce e l'attenzione si focalizza su ciò che c'è. In questa sorta di deprivazione sensoriale, ci si accorge che ogni respiro ha una varietà insospettata, e si prova il profondo benessere di stare semplicemente con ciò che c'è. Esplorazione dei luoghi simbolici con le cordicelle Una tecnica tanto semplice quanto potente di esplorazione alternativa consiste nel delimitare una porzione del terreno, ad esempio con una cordicella posta a formare un cerchio, ed entrarvi dentro a sentire con il corpo analogamente a quanto farebbe un rappresentante in una costellazione familiare. Certamente entrano in gioco aspetti morfogenetici in quanto emerge; ma ad ogni modo entrare in una cordicella consente di esplorare la verità di ciò che si sente rispetto ad una situazione. Muovere il corpo dentro la situazione consente di superare fisicamente un'eventuale barriera di rifiuto pur mantenendo il proprio senso dell'io protetto, sapendo che è una esplorazione e non una scelta definitiva. Combinando più luoghi, è possibile rilevare la propria relazione con più situazioni contemporaneamente. È possibile ad esempio esplorare sensorialmente il percorso che intercorre nell'evoluzione fra una posizione e l'altra, ad esempio la condizione attuale e l'obiettivo futuro, sia avanti che indietro nel tempo. È possibile anche vedere il percorso dal punto di 263


vista di chi lo ha già compiuto, e dare a se stessi – alla parte di noi ancora al principio – un consiglio.

Meta-posizionamento semantico Costellazioni sistemiche Attraverso l'emersione di informazione morfogenetica, il cliente è portato a fare meta-esperienza di ciò che lo riguarda. Il flusso di amore – che possiamo identificare con l'essenza dell'essere in accordo con ciò che è – può essere visto ed esperito in una maniera differente. Dilts e McDonald: dolore con senso e dolore senza senso I due autori nell'ambito della PNL in [30] descrivono un loro modello per descrivere la differenza fra dolore e sofferenza: Se qualcuno colpisse il mio braccio, sentirei dolore fisico. Questo dolore è il naturale disagio che deriva dal vivere in una condizione di “dualismo”. Tuttavia, se fossi incapace di riconoscere la funzione positiva del dolore e di rendermi conto che esiste un contesto che dà al dolore un chiaro significato, sarebbe come se mi allontanassi dal dolore effettivo; e, invece del semplice dolore fisico, sentirei un dolore emotivo per quello fisico. Cioè, se il dolore effettivo non avesse senso per me, sentirei un dolore emotivo. Inizierei a 264


chiedermi: “Perché mi è successo? Perché provo questo dolore?”. In altre parole, se non trovassi il significato del dolore fisico, potrei separarmene e sentirmi addolorato emotivamente in merito ad esso. “Dolore emotivo” è l'espressione che uso per descrivere l'esperienza del dolore privo di significato. Ora, se continuo ad allontanarmi dal mio dolore privo di significato, se mi allontano ancora di più dal dolore effettivo e persino dal dolore emotivo, sento poi la rabbia che deriva dal dolore emotivo in merito al fatto di essere stato colpito al braccio. E questa rabbia è una forma di sofferenza, il risultato di dissociazioni multiple dal dolore. Cioè, sto soffrendo per il dolore emotivo di essere stato colpito al braccio. Ora, se mi allontano dalla rabbia e, ancora di più, dal mio dolore originario, posso sentirmi depresso, e questa depressione è una forma di profonda tristezza. Cioè, sono profondamente depresso dal fatto che sto soffrendo, perché sto soffrendo a causa del dolore provocato dal braccio. E se mi allontano ancora di più dal mio dolore originario, entro in uno stato di angoscia. Sono in preda ad una angosciosa disperazione. E alla fine, posso allontanarmi così tanto dall'esperienza iniziale, da entrare in uno stato di ottundimento. 265


[…] Dal mio punto di vista, le dissociazioni multiple da un semplice dolore sono ciò che molti di noi sembrano ritenere porterà sicurezza e pace; tuttavia, è vero esattamente l'opposto: le dissociazioni multiple dal dolore privo di significato, alla fine, ci portano a un ottundimento, ad una pietrificazione emotiva. Purtroppo, sembra che molti di noi confondano questo ottundimento dovuto al progressivo distaccarsi con il fine di una profonda felicità spirituale. E questo intorpidimento, questo stato distaccato non è una condizione di felicità o di unione spirituale. È semplicemente uno stato di insensibilità. Se ritorno nel mio corpo, posso sentire il mio dolore e notare dove e quanto intensamente lo senta. Alla luce dei modelli della percezione e di buona formazione logica è semplice interpretare quanto riportato. Dilts e McDonalds illustrano l'effetto progressivo di una serie incredibile ma purtroppo frequente di negazioni sovrapposte. Tutto nasce con un 'no' al dolore e prosegue di no in no, in una escalation che diventa sempre più identificatrice e problematica tanto più nuove conclusioni malformate vengono tratte sulla base delle percezioni già malformate di loro. La soluzione non può essere che quella delle ultime righe: la presenza consapevole al dolore così come è, la possibilità di accoglierlo per ciò che è e di coglierne la natura funzionale, lo scopo. 266


I livelli logici di Dilts Data l’efficacia e l’importanza del modello è opportuno illustrare un esempio di applicazione. Come abbiamo detto, si parte da un elemento offerto inconsapevolmente dal cliente, accertandoci che sia espresso in termini benformati: un elemento malformato, come ad esempio “non mi piace il gelato”, porterebbe infatti a esplorarne le conseguenze spirituali malformate, un vero e proprio viaggio all’inferno. Supponiamo dunque che il cliente affermi, a livello di ambiente, di vivere in una città particolare, ad esempio Roma. Benché sia possibile saltare dei passaggi, e benché sia altamente possibile che il cliente offra inizialmente un elemento già consolidato di livello superiore, ci atteniamo qui rigidamente alla scaletta. Domanda: “Che cosa fa a Roma?” Risposta: “Lavoro come cameraman” Domanda: “Che capacità occorrono per tale lavoro?” Risposta: “Attenzione e precisione... non bisogna mai distrarsi” Domanda: “Che valore ha essere attenti nel suo lavoro? Perché è così importante?” Risposta: “Per poter offrire al regista sempre delle buone opzioni, ed in definitiva rendere più professionale il risultato per gli spettatori”

267


Domanda: “Chi è secondo lei uno che cerca di offrire un buon risultato per gli spettatori?” Risposta: “È un professionista serio” Domanda: “E che missione ha un professionista serio [nel suo campo]?” Risposta: “Quella di offrire al mondo un accesso autentico a informazioni ed emozioni che difficilmente può trovare con l’esperienza diretta” Da qui inizia la ridiscesa. Domanda: “Uno che permette al mondo di conoscere ed esperire ciò che non può trovare facilmente, chi è?” Risposta: “È un comunicatore, al servizio del mondo” Domanda: “Che valore ha essere un grande comunicatore, per lei?” Risposta: “Quello di rendere la gente consapevole della varietà di culture, del valore delle differenze e della tolleranza” Domanda: “Quali capacità possiede un grande comunicatore?” Risposta: “Ad esempio, comprendere cosa può toccare nel cuore le persone” Domanda: “Come puoi farlo lei stesso?” Risposta: “Forse potrei farlo più efficacemente se provassi non solo ad essere dietro alla telecamera, ma davanti, oppure facendo l’autore di programmi culturali. Credo che dovrei

268


espormi di più, come persona.” Domanda: “Dove può mettere in atto tutto questo?” Risposta: “Uhm... credo che potrei provare a chiedere al direttore, un mio amico, di darmi una chance...” Il cliente, nel processo, è diventato consapevole degli scopi che lo motivano, ed è stato in grado di individuare una possibile via di azione. La pratica del porsi domande secondo lo schema dei livelli logici è per sua definizione orientata a percepire le cose da un punto di vista più astratto, e ad allinearsi con uno scopo più grande. Di passo in passo, si sale fino ad enunciare in maniera logicamente benformata la missione, per poter così poi ridiscendere nella scala delle realizzazioni operando delle scelte alla luce del fine più alto, anziché rimanere nel vincolo degli obblighi morali. Nella formulazione originale, si suppone che un cambiamento ad un livello logico più elevato determini cambiamento nei livelli logici inferiori. In verità, nella comunità scientifica sono emerse diverse obiezioni sul fatto che i livelli logici, pur nella loro efficacia, siano effettivamente formalmente assimilabili a un sistema di meta-livelli come intesi da Bateson e dalla teoria dei tipi logici. L’efficacia di questi livelli logici infatti è più evidente dal basso verso l’alto, e per di più tale efficacia ‘in senso inverso’ rispetto

269


al previsto non è affatto saltuaria. Ad esempio, una domanda tipica che un facilitatore, individuata una credenza o un valore, può fare a un cliente è: “uno

che

crede...

[qualcosa]

chi

è?”

(passaggio

da

valori/credenze ad identità). In questo caso è evidente che non è il senso di identità a determinare i valori, ma sono i valori a chiarire la percezione del senso di identità ed a riallineare le incongruenze interne rispetto alla percezione di sé. È illusorio invece pensare che il livello di identità possa essere modificato come parte di un training di formazione senza l’apporto di una esperienza che, per prima cosa, va a sollecitare i livelli logici inferiori per poi arrivare a ridefinire i superiori. Solo quando un livello superiore è consolidato, esso opera come elemento di sintesi e permette di orientarsi nel prendere decisioni, come qualsiasi altra nominalizzazione, determinando i livelli inferiori: ma per cambiare la natura di un livello occorre partire dal basso. Il cambiamento dall’alto infatti non è così semplice: sarebbe come cercare di ‘inculcare’ conoscenza dall’alto, per mezzo di ingiunzioni, senza una reale base esperienziale. Partire dal senso di identità (ad esempio, “sono una persona onesta”) per trasformare valori malformati (ad esempio con la domanda: “una persona onesta, come può pensare che sia giusto non pagare le tasse?”) pone in una situazione di contrasto con le incongruenze del cliente, anche se irrazionali, in un modo che 270


esse non hanno modo di risolversi. Il motivo è che sono i livelli più bassi ad essere a contatto con la prova di realtà, mentre partire dall’alto può significare partire da una situazione altamente illusoria che non ha alcun potere di alimentare il cambiamento. I livelli logici di Dilts vanno dunque usati in risalita a partire da elementi di ordine inferiore la cui realtà sia consolidata; arrivati ad un livello logico superiore, rimanendo a contatto con l’autenticità, è poi possibile individuare da quella prospettiva più ampia cos’altro può essere riprospettato, e tornare a vedere l’impatto che ciò ha sulle azioni nella realtà, ridiscendendo la sequenza con una nuova prospettiva fino al livello di ambiente (“dove farai questa nuova cosa?”). Più che meta-livelli in senso stretto, dunque, essi sarebbero assimilabili a una gerarchia di classi sempre più astratte. In altre parole, parlare della spiaggia non significa parlare sulla sabbia o sul mare, come avverrebbe con una gerarchia logica di tipi. Le proprietà dei tipi logici, in cui il livello superiore determina quello inferiore, non si applicano quindi in maniera analoga. Per continuare l’esempio metaforico, una volta riconosciuto che trovare sabbia e mare vuol dire che ci troviamo in una spiaggia, e che questo elemento di conoscenza sia consolidato, potremo allora riconoscere di avere altre possibilità, non identificabili ai livelli inferiori. Ad esempio potremmo avere 271


fiducia di trovare un ombrellone o un bar per una bibita e cambiare così lo svolgimento della nostra giornata. Ma se la prova di realtà viene disattesa partendo da posizioni elevate illusorie, il risultato è controproducente: non è possibile affermare di essere in spiaggia, ed aspettarsi di trovare un ombrellone, se nella realtà si è sull’asfalto di un’autostrada. OSSERVAZIONE I livelli logici superiori sono l’obiettivo, e non la leva, per il cambiamento. Solo quando tutta la catena di livelli è allineata in modo benformato, i livelli superiori costituiscono una guida per il riconoscimento delle implicazioni ai livelli inferiori. Ipnosi, autoipnosi e delega all'intelligenza inconscia Questa possibilità meriterebbe un'analisi più estesa. Qui semplicemente osserviamo che l'inconscio è in grado, in seguito a comandi ipnotici e post-ipnotici, di realizzare degli obiettivi autonomamente, come svegliarsi ad un'ora precisa o trovare soluzioni ad un problema. L'individuo sensorializza un desiderio e si fida del risultato senza fare ipotesi su come sarà realizzato: in qualche modo, qualcosa risponde. Questo può avvenire anche in tempo reale in una sessione di ipnosi, utilizzando dei codici gestuali concordati nella sessione stessa per comunicare con questa parte di intelligenza. Il modello sistemico della conoscenza non è sufficiente a

272


spiegare tutti gli aspetti di questo fenomeno con una struttura intrapsichica; tuttavia, l'impostazione olografica sostiene la spiegazione di fenomeni di condivisione morfogenetica e l'emersione

di

una

intelligenza

superconscia.

L'interconnessione di tanti individui potrebbe far emergere sistemicamente una mente superiore ove ogni elemento può contribuire, per mezzo delle proprie associazioni olografiche, ad una piccola parte di memoria che viene selezionata e 'mappata' da un meccanismo di riconoscimento di pattern trasversale e morfogenetico. Inserisco

questa

possibilità

nella

categoria

del

meta-

posizionamento per il ruolo che ha il superconscio – in metaposizione per definizione – sebbene il processo possa svolgersi anche in maniera inconscia.

Risonanza morfogenetica Il rito Il rito è una delle espressioni più antiche delle pratiche di allineamento

individuale

e

sociale

ad

un

campo

di

informazione. Il rituale spesso non ha un significato esplicito. Una delle interpretazioni classiche è che la leva di cambiamento sia l'utilizzo dei simboli per attuare una comunicazione

che

attraversa

i

filtri

mentali.

Tale

interpretazione è tuttavia limitata, poiché in prima istanza nelle 273


comunità tribali gli individui non hanno solitamente alcuna obiezione logica o morale allo scopo del rito. Essi notano che senza una pratica rituale emergono dei comportamenti spontanei non desiderati che li allontanano dalla comunità, a cui invece desiderano rimanere affiliati. Perciò, l'aspetto di desiderio razionale sarebbe semmai a favore del movimento di ricongiungimento. Il rituale serve allora a ripercorrere i solchi del 'pattern' tipico del campo di informazione sociale morfogeneticamente creato dal lignaggio tribale. La forma del rito può anche essere molto distante da un significato simbolico: ciò che conta è che quella forma ha assunto un significato morfogenetico nel tempo. Questo avviene nelle tribù come nei gesti inventati dalle gang giovanili. Naturalmente, l'uso di simboli espliciti può incrementare l'efficacia del rituale. Simboli ed oggetti di potere A volte basta uno stemma nobiliare per suscitare l'emersione di forti emozioni e sensazioni associate alla storia e al prestigio di una casata. Alcune aziende sono in grado di comunicare una esperienza associata al loro brand. Il campo morfico associato al simbolo è molto più ricco di informazione rispetto al brand, al logo aziendale o all'animale disegnato sullo stemma. La velocità con cui il consenso sul significato può essere creato è segno evidente di un 274


meccanismo percettivo che è molto più efficace del semplice apprendimento per prove ed errori. Una persona si avvicina al simbolo e, a meno che non si trovi disinteressata in un museo dove non voleva andare e dove non applichi attenzione, e si faccia quindi passare davanti agli occhi immagini senza significato, percepisce una forza che va al di là del semplice riconoscimento di pattern appresi nella propria esperienza di vita. Quella persona deve applicare presenza per decidere di non farsi attirare dal campo di informazione, e ciò è molto evidente con i moderni marchi commerciali. Ecco dunque che l'inconsapevolezza fa incontrare innumerevoli ostacoli verso il proprio intento di cambiamento, ma rende facilmente manipolabili da simboli opportunamente forgiati. Due oggetti di identica fattura possono avere significati impliciti associati completamente diversi: questa è la natura degli oggetti di potere sciamanici e l'essenza dell'animismo. Ovviamente anche le rappresentazioni di per sé, in senso pittorico, assumono un significato: come il cuore per l'amore. Ma il 'potere' di suscitare sensazioni si disperde tanto più accadono

osservazioni

in

presenza

consapevole

che

ridefiniscono il simbolo come “solo un simbolo” e lo allontanano morfogeneticamente da una precisa connotazione informativa. Ed ecco allora che il cuore, simbolo di dominio comune, diventa un simbolo convenzionale ma dal significato personale. 275


Fra i simboli più importanti ci sono le parole. Come ampiamente discusso in precedenza, ogni parola o concetto implica una rappresentazione analogica più o meno complessa che viene sollecitata nel corpo. Così che, semplificando, si insegna che imparare a parlare in termini positivi è fondamentale per mantenere una vita di benessere. Le parole vengono spesso usate anche ripetitivamente con l'intento di modificare credenze pregresse, nel tentativo di ancorare le rappresentazioni analogiche associate. I mantra I mantra possono essere visti come simboli uditivi. Anche qui, possono essere combinati l'aspetto di pura associazione morfogenetica con la sollecitazione di rappresentazioni analogiche correlate a simboli uditivi (ad esempio una voce profonda o stridula, un ritmo incalzante, etc.). Manipolazione sottile dell'energia e dell'informazione Alcune tecniche, come il Reiki, il Sat Nam Rasayan, lo sciamanesimo, l'Ho'oponopono, o la Pranoterapia, rivendicano la possibilità di modificare lo stato di un soggetto a prescindere dalla sua collaborazione esplicita (al di là della non opposizione). Ciò sarebbe possibile anche a distanza. Lungi dal voler spiegare il fenomeno, possiamo però formulare una ipotesi su come ciò potrebbe avvenire. L'ipotesi che 276


l'ologramma universale ci rende indivisi al di là dello spazio e del tempo consente di poter stabilire una relazione a distanza esprimendone

l'intento

per

mezzo

della

propria

immedesimazione in un punto di vista. Questa interazione per forza di cose mette in atto le dinamiche proprie di un sistema, ove un cambio di stato in un singolo elemento ha inevitabilmente un effetto su tutto il sistema 66. Al praticante, quindi, sarebbe sufficiente applicare presenza consapevole (ovvero assumere una meta-posizione di osservazione) alla relazione che si è creata su sua intenzione ed agli effetti che essa genera su di sé. Affinché avvenga un cambiamento è sempre importante che avvenga il meta-posizionamento. Questo aspetto è chiaramente esplicitato nel Sat Nam Rasayan ([31] pag. 52): Nel Sat Nam Rasayan, individualizziamo 67 per sentire le nostre sensazioni nella relazione con il paziente, non le sue. La malattia comparirà in qualche modo nel nostro spazio sensibile. Parliamo di empatia nello spazio sensibile quando le sensazioni del curatore sono un'immagine speculare di quelle del cliente. Nel Sat Nam Rasayan questo non deve succedere. L'empatia può esercitare su di noi un certo fascino 66 Vedi il paragrafo 'Teoria dei sistemi complessi' a pag.47 67 Individualizzare significa scegliere un evento e mettere lo spazio sensibile in relazione ad esso (pag. 49)

277


perché ci consente di capire il problema del cliente in modo facile e immediato. Il curatore di Sat Nam Rasayan può stabilire volontariamente questo tipo di relazione che tuttavia, se utilizzata sistematicamente, riduce le potenzialità di questa arte della cura. L'empatia in questo caso permette di entrare nelle dinamiche del cliente nello stesso modo in cui egli è coinvolto; ma la possibilità di 'curare' emerge solo con la presenza consapevole alle medesime dinamiche, in posizione meta, cosa che il curatore fa al posto del cliente grazie alla relazione di tipo morfogenetico che ha instaurato.

278


PARTE 3 APPLICAZIONI PRATICHE

279


ESPERIENZE «Il nome dell'angelo è il Tempo» disse la Voce. «Nelle mani dell'angelo ci sono due anfore, d'oro e d'argento. Una è il passato, l'altra il futuro. Il ruscello che scorre tra di esse è il presente, che come vedi, scorre in entrambe le direzioni.» Piotr D. Ouspensky, commento all'arcano maggiore XIV: la Temperanza

La mia pratica di evoluzione personale cominciò nel 1994, con lo yoga. Nel tempo praticai un po' di tutto: arti marziali, Tai Chi, terapie di contatto, psicogenealogia, sciamanesimo. Avevo ricevuto molto, ma non avevo idea di come restituire: molta esperienza diretta, ma poco organizzata in me per riproporla. A partire dal 2007, anno del diploma di Costellazioni Familiari e Sistemiche presso il Centro Studi Piazza, ho subito cominciato a tenere gruppi, nonostante il mio atteggiamento timido. La prospettiva sistemica era riuscita ad aggregare in me le competenze inconsce insieme ad un modello di riferimento di cui avevo bisogno. Proseguendo con una formazione sui temi della comunicazione e della PNL ho poi progressivamente aggiunto alla competenza sistemica – sia in termini familiari che prettamente scientifici, come ingegnere – una attenzione specifica alla fase di 280


colloquio, ove è possibile aprire uno spazio che rende le costellazioni più fluide. In questa fase la riprospettazione evolutiva e il Solution Focused Work sono tecniche molto utili. Oggi mi trovo ad integrare nel lavoro anche altre varie tecniche, fra cui l'EFT, che offrono alcuni mezzi pratici, rapidi ed efficaci per ottenere movimenti interiori che talvolta richiederebbero una operazione più lunga per essere trattati in termini sistemici. Al di là di queste attività di gruppo, mi sono trovato sin da subito a mio agio nel comunicare con i singoli individui attraverso lo scritto, via email. Man mano che acquisivo chiarezza, mi veniva spontaneo accogliere con neutralità le confidenze di amici e conoscenti, e riscontravo una certa efficacia nel dare punti di vista utili. Lo scritto mi dà il tempo e la possibilità di assaporare la qualità emotiva di un interlocutore anche se non lo conosco personalmente, e di trovare le parole adatte per lui. Il modello di buona formazione logica è oggi per me uno strumento impareggiabile per questo tipo di dialogo, e la fiducia nell'ologramma

universale

mi

consente

di

attingere

all'intuizione per ottenere informazioni che poi verifico con l'interlocutore. Lascio agire le parole che leggo in me, immedesimandomi nel punto di vista dell'interlocutore; e questo fa emergere intuizioni che organizzo con il modello di buona formazione per poter 281


proporre l'orientamento dell'attenzione ad un punto di vista differente. Nei prossimi paragrafi offro una panoramica di alcuni casi d'applicazione dei principi teorici che ho esposto, in alcuni casi attuati intuitivamente ben prima che elaborassi la teoria.

Aperture ed introduzioni Nelle giornate di gruppo la coesione fra le persone si crea durante la giornata; tuttavia, una buona apertura in grado di rompere il ghiaccio sin da subito rende le cose molto più fluide e semplici. Ritengo infatti che il primo intervento (nello specifico, la prima costellazione) sia quella in cui tutti i partecipanti prendono il metro, come una sorta di imprinting, di ciò che è possibile o non è possibile fare, e quindi la buona riuscita diventa importante. Rompere il ghiaccio La situazione dei partecipanti è simile a quella di un animale che si dovesse trovare in un territorio che non gli appartiene: le reazioni spontanee e funzionali del corpo, quindi, sono spesso quelle che forniscono segnali di non aggressività. Possono emergere così timidezza, rigidità, “la coda in mezzo alle gambe”, imbarazzo; una reazione invadente e spavalda sarebbe tutto sommato poco intelligente. Poiché la sensazione 282


emergente è quella di 'pericolo' dell'ignoto, però, le reazioni spontanee possono prendere direzioni opposte in breve tempo. I partecipanti, trovandosi in un ambiente relativamente nuovo, sono in allerta e pronti a trarre conclusioni rispetto a questa novità, finanche talvolta a manifestare avversità. È quindi importante accogliere a priori le eventuali avversità, ed offrire da subito i mezzi per sentire piacevolezza con il corpo e per maturare la consapevolezza di “essere tutti sulla stessa barca”. Una buona apertura, prima di iniziare a lavorare sistemicamente, da una parte sposta questa prima attenzione iniziale alle sensazioni provate negli esercizi iniziali anziché sul primo 'vero' lavoro, dall'altra rende le persone presenti nel sentire analogico anziché nell'allerta ove entra in gioco, per protezione, il loop numerico. Rimanere col sentire su quello che c'è A volte vedo i tentativi di alcuni formatori e relatori di allineare i partecipanti ad una visione comune a livello concettuale. Questa è una strategia pericolosa, che richiede molta fiducia in ciò che si dice, cioè fede nel fatto che il contenuto sia vero e valevole, spesso a costo di una affiliazione a valori precisi con esclusione di tutto il resto. Il fatto è che quando si rimane a livello logico, il consenso dipende da quanto gli interlocutori accettano

il

paradigma

secondo

cui

si

costruisce

il

ragionamento. 283


Difficilmente tutta la platea concorda sul punto di vista logico di partenza (mentre tutti possono essere d'accordo su ciò che è nel qui-ed-ora, accorgendosene, perché di fatto altro non c'è). Quindi, in realtà, il successo di una disquisizione affrontata in questo modo dipende molto, paradossalmente, da quanto sia difficile comprendere i limiti logici del paradigma proposto 68, in modo che gli ascoltatori non possano trarre conclusioni contrarie. Si instaura dunque in un certo senso una dinamica di potere. Si suole insegnare inoltre che, per parlare in pubblico con successo, occorre una comunicazione non verbale piena di sorrisi e coinvolgente, in modo che sia complicato avversare una tale positività senza risultare automaticamente nel torto. Abbiamo visto69 quanto sia difficile infatti contestare l'enunciazione benformata di una esclusione. Una disquisizione a livello logico che ha per fine il cambiamento può avere tanto più successo quanto più sarebbe emotivamente difficile per l'ascoltatore individuare il punto che si esclude e farlo poi emergere contro un clima generale di (apparente) consenso. Spesso la cosa è resa ancora più complicata dall'affiliazione dichiarata dal relatore a determinati valori morali tipicamente condivisi (che equivale ad affermare “noi siamo i buoni”).

68 Che, per i teoremi di incompletezza di Gödel, esistono sicuramente (cfr. pag.69) 69 Vedi il paragrafo 'I valori' a pag.175

284


Il consenso spesso è apparente perché si poggia sull'esclusione inconscia di ciascuno nel voler essere realmente colui che contesta. È perciò frequente vedere una platea che sembra entusiasta e partecipante, e poi, alla fine, udire commenti finali fra individui con molti sopraccigli alzati e dichiarazioni tipo “in fondo, non è nient'altro che...”. Se il fine è quello del cambiamento e non quello dello spettacolo o (magari in azienda) della coercizione ad agire in un certo modo, allora l'approccio logico non offre la possibilità di un reale coinvolgimento ed investimento necessario se non a chi ha già una disposizione benformata all'ascolto neutrale – ovvero non per la larga maggioranza di chi è in cerca di aiuto. Anche in queste ultime righe, ci si può accorgere di come il corpo le avverte con un senso di sforzo, di come si potrebbe puntualizzare questo stesso ragionamento e di come la mente abbia ricominciato a lavorare. Meglio tornare invece alla possibilità strategica di rimanere “con ciò che c'è”. Includere Il

movimento

fondamentale

per

creare

una

autentica

condivisione è quello di includere tutto ciò che si manifesta nel presente. Enunciare ed accogliere esplicitamente è un buon modo

per

includere.

Ad

esempio,

spesso

dichiaro

esplicitamente la possibilità che alcuni provino le sensazioni di imbarazzo entrando in un territorio ignoto, che ho sopra citato, 285


evidenziandone la funzionalità che esse hanno per la comunicazione fra animali. Possiamo accoglierle per ciò che sono notando che esse sono comuni a larga parte del gruppo, e ci rendono simili. Inoltre, possiamo notare quanto siano utili per portarci in uno stato di maggiore presenza ed ascolto di segnali anche flebili. Orientandosi all'inclusione si può in generale approfittare di tutto ciò che si presenta. Ad esempio, in alcune situazioni il mio corpo manifesta ancora un residuo traumatico nel parlare in pubblico (di solito non più con i gruppi ma con una vera platea,

per

quanto

coinvolgimento

del

piccola,

ove

non

pubblico

in

alcun

è

previsto

esercizio)

un che

tendenzialmente mi farebbe tremare la voce. Il miglior modo per far sì che questo possa compromettere la mia immagine di affidabilità come relatore sarebbe negarlo. Ciò che invece osservo regolarmente è che anche questo aspetto emotivo, che accorcia il respiro ed aumenta il battito cardiaco, è funzionale al mio accesso alla presenza consapevole. Ciò che faccio allora è rimanere in silenzio, proprio all'inizio dell'incontro quando non una parola è stata ancora spesa, accogliendo la sensazione. Noto che questo movimento non rende consapevole solo me, ma anche il pubblico, che orienta la propria attenzione all'ascolto meglio di quanto farebbe avendo sul palco un esperto affabulatore. Accolgo questa risorsa apprezzandone la forza e l'energia, ed attendo che la 286


sensazione di attivazione passi dalla zona del cuore a quella del ventre, ove sento che mi offre direzione e potenza. A quel punto la voce è stabile ed efficace, e nel frattempo sono generalmente emerse a consapevolezza le parole di apertura più opportune. Ho preso ispirazione per questo movimento dalla tranquillità espressa da Eckhart Tolle in un video, in cui rimane confortevolmente in silenzio in mancanza di parole adeguate per ben quasi cinque minuti ([33]). Stimolare la presenza consapevole con l'uso dei sensi Sono inoltre assai utili alcuni esercizi per sollecitare lo stato di presenza consapevole. Uno di questi è l'invito a percepire nei dettagli con tutti i canali VAS, uno alla volta. Notare i dettagli visivi della stanza e dell'abbigliamento, notare i più flebili suoni e rumori, e notare le sensazioni emotive e tattili (ad esempio l'appoggio della schiena e dei glutei sulla sedia). È bene tenere la cinestesia per ultima, indifferentemente dalle predisposizioni VAS di ognuno, perché la sensorialità interna è ciò che verrà usato preponderantemente nel seguito. Ognuno rileva come si sente nel momento presente, se è agitato o a suo agio, come è la qualità del respiro, e permette a qualsiasi cosa ci sia di esistere.

287


Orientare al miracolo A contatto con il proprio essere, è possibile poi efficacemente introdurre un esercizio di esplorazione alternativa. Faccio ad esempio notare al gruppo che il fatto di partecipare denota un interesse implicito al cambiamento, sia solo per acquisire nuove informazioni. Esiste una responsabilità personale nell'aver aderito. Chiedo perciò ai partecipanti di aprirsi alla possibilità che proprio adesso stia iniziando qualcosa che può effettivamente rendere possibile il cambiamento, magari inseguito da anni, e di stare in ascolto alle percezioni che emergono a partire da questa idea, includendole. Possiamo insieme sentire che, di qui a breve, saremo qualcos'altro, ed accorgerci di cosa significa per noi vivere questo 'lutto' in cui qualcosa di noi muore per dar vita ad altro. Penso che questo esercizio, ben fatto, da solo renda già possibile il cambiamento desiderato, aprendo la strada ad ulteriori possibilità di apprendimento. Sciogliersi e condividere un'esperienza Per accogliere eventuali diffuse sensazioni di freddo o rigidità uso un esercizio molto semplice che è efficace per sciogliere e riscaldare: chiedo a tutti, per soli due minuti cronometrati, di fare un esercizio alla maggiore velocità possibile.

288


L'esercizio consiste nell'alternare la posizione delle mani fra loro: prima la destra sopra e la sinistra sotto, con i palmi a contatto come in un singolo applauso, poi l'inverso. Oppure, semplicemente di sfregare velocemente le mani creando calore. Se fatto velocemente, l'esercizio non coinvolge solo la muscolatura delle braccia ma quanto meno anche tutta la schiena e gli addominali, creando molto calore e facendo rilasciare il sistema nervoso parasimpatico. È una semplice esperienza fatta in comune, che crea divertimento (per la sorpresa degli effetti) e legame fra le persone ad un livello di autenticità. C'è nuova informazione che penetra nell'anello percettivo, e le risate lo testimoniano. Sentirsi uno Infine, nei miei incontri cerco fin da subito di far emergere la possibilità di identificarsi a piacere con il punto di vista del gruppo, di sentirsi una cosa sola e di meta-posizionarsi rispetto alle necessità ed ai bisogni di ognuno, in accoglienza. Si può fare questo in vari modi, ma spesso è sufficiente raccogliersi al centro della stanza in un abbraccio collettivo ed accertarsi che ognuno abbia veramente

visto

ciascun altro.

Ognuno

spontaneamente infatti riconosce le categorie di persone che più corrispondono ai propri schemi interni, e non si accorge di filtrare il resto della realtà, creando una sorta di rete di affinità

289


elettive70. Faccio in modo che le persone possano invece guardarsi consapevolmente e dirsi “ti vedo”: spesso è sufficiente per generare commozione e senso di appartenenza. Questo è anche un buon momento per dichiarare il proprio nome: in un clima di fiducia reciproca è più semplice esporsi parlando e, implicitamente, constatare la possibilità di essere se stessi e contemporaneamente parte di qualcosa di più grande. Approfitto di questo momento per proiettare l'intuizione a concepire vari livelli di possibilità rispetto all'esistenza di “qualcosa di più grande”, fino ad arrivare all'universo intero di cui facciamo parte, o al superconscio. Evocare il lignaggio Durante un seminario di Leopoldo Mancaniello e Mary Rose Adams ho appreso uno spunto che integro in questo contesto per creare ancora più consapevolezza dei sistemi di cui facciamo parte. L'esercizio riguarda

semplicemente

il pronunciare,

per

presentarsi, non solo il proprio nome, bensì anche il nome dei nostri genitori e quello dei genitori dei genitori (i nonni, che non chiamo tali per esplicitare meglio la natura del rapporto con i loro figli, nostri genitori). Ciò crea consapevolezza di 70 Uso spesso personalmente questo esercizio ad esempio al ristorante, rilevando quali visi mi risuonano familiari e quali, invece, richiedono esplicita presenza per ricordarli anche solo dopo pochi secondi.

290


appartenere al sistema familiare e una sensazione di allineamento profondo al campo morfico di questo lignaggio. La stanza diventa improvvisamente 'affollata', e il senso di inclusione aumenta. Nel contesto di apertura del seminario, abbracciati l'un l'altro, tuttavia, ciò significa anche riconoscere l'incontro di tanti sistemi familiari all'interno di un altro sistema, temporaneo, che è lo spirito dell'incontro: una identità collettiva e senziente che nasce e si dissolve nell'arco di poche ore, creata e distrutta per uno scopo, quello del cambiamento degli individui che partecipano al gruppo. Si può avvertire allora la presenza di qualcosa di più grande di noi, che nello shintoismo sarebbe definito kami, che è una proprietà emergente del sistema, dotata di intelligenza, e che è in relazione con noi. Nascita, vita, morte, rinascita Suggerisco poi di pensare che ogni sistema nasca e muoia per uno scopo, anche noi stessi come individui, cosa che fa connettere efficacemente alla prospettiva spirituale. Trovo che questa consapevolezza allinei efficacemente le persone nello stare con ciò che c'è, ed aiuti ad accogliere l'impermanenza delle cose, anche quelle che hanno un grande significato per noi e per le quali siamo portati ad avere attaccamento. Va da sé che, potendo accogliere l'impermanenza, si può 291


riconoscere che il cambiamento continuo non è un'eccezione da inseguire con sforzo, ma una piacevole regola naturale.

Lo stile di conduzione Orientamento all'insieme Pur rimanendo il fulcro del lavoro e lo strumento principe per la trasformazione, nel mio stile le Costellazioni Sistemiche stanno lasciando spazio a una visione ancor più generale. Il motivo di questo movimento è che sempre di più tendo ad orientarmi all'evoluzione del gruppo nel suo insieme, attuato comunque tramite interventi sugli individui, piuttosto che considerare i miei seminari come un'aggregazione di costellazioni individuali messe in atto grazie alla presenza di più partecipanti. Assume quindi sempre meno importanza l'aspetto del seminario come contenitore di costellazioni, su grandi temi individuali della vita che vorremmo rimuovere e che creano attaccamento rispetto alla messa in scena della propria rappresentazione – anche se questo c'è e rimane, ovviamente – e sempre di più invece ne assume l'aspetto di esperienza a tutto tondo, in cui si cresce insieme agli altri su piccoli e grandi dubbi che emergono al momento, ed ove non è scontato che si metta in scena una propria costellazione. Trovo che tante e piccole riprospettazioni la cui occasione emerge nel contatto di 292


gruppo siano efficaci e profonde, con cambiamenti nella vita successiva di tutti i giorni, almeno quanto la soluzione di temi pesanti. Il focus, perciò, non può essere strettamente sull'individuo. Mi piace considerare il tema proposto da un cliente come un'offerta fatta al gruppo, come un 'pretesto' su cui lavorare per far evolvere il collettivo nel suo insieme. Lasciar essere con un passo indietro Una delle cose più importanti insegnate nei corsi di formazione in Costellazioni Familiari e Sistemiche è il riconoscimento dell'ansia da terapeuta. Essa è una forma di attaccamento al successo che spesso impedisce l'emergere di una soluzione. Anche se il facilitatore lo sa, è difficile nei propri primi seminari essere distaccati dal desiderio di avere feedback, e magari riconoscimento, per il proprio operato: ed è interessante osservare in se stessi come emotivamente la dinamica prende forma. Col tempo, una certa sicurezza ed implicita accettazione dell'esistenza di 'errori' consentono che le cose accadano, e le soluzioni diventano più fluide. Ho tuttavia maturato un movimento interiore che utilizzo con estremo piacere, per la sua semplicità, efficacia e senso di libertà che mi procura. Quando la dinamica è in atto, accade che anche i partecipanti

293


non siano totalmente presenti a quello che c'è, e si orientino invece a pensare autonomamente che non vi sia soluzione, oppure che sia necessario un intervento del facilitatore per sbloccare la situazione. In pratica, il rappresentante sta creando una relazione col facilitatore, coinvolgendolo nel sistema attraverso un transfert. In questa situazione l'eventualità che possa non esistere soluzione viene esclusa e temuta: c'è un grande no al destino che sta prendendo forma, che fa emergere sensazioni di disagio. In questi casi, allora, è con piacere che accolgo il fatto che possa non esserci una soluzione soddisfacente, e non per questo preoccuparmi.

Faccio

un

passo

indietro

dal

sistema

rappresentato, e mi siedo. Lascio ai rappresentanti la responsabilità di percepire quello che c'è, e se non c'è nulla è comunque adeguato. Mi apro alla possibilità, inoltre, che ci sia silenzio ed immobilità anche per un lungo tempo. Di solito poi la costellazione trova un nuovo spunto autonomamente. Stare con quello che c'è – veramente Accogliere, includere, stare con quello che c'è è forse l'insegnamento

più

fondamentale

delle

Costellazioni

Sistemiche e della spiritualità in generale. Ho notato tuttavia che a volte l'equivoco dell'attrazione 71 fa sì 71 Vedi il paragrafo 'Le illusioni della negazione' a pag.238

294


che facilitatori e clienti stiano con quello che non c'è. Ovvero, il tentativo a volte è quello di accettare – a denti stretti – la sensazione spiacevole cercando di accoglierla in quanto essa apparentemente sarebbe “ciò che c'è”. In effetti la sensazione è reale e presente. Abbiamo ampiamente visto, tuttavia, che la sensazione di disagio emerge in quanto si porta attenzione ad un anelito di separazione, ad un no. La sensazione è un riflesso della missione impossibile di essere separato da qualcosa in una realtà che è intrinsecamente continua ed analogica. La sensazione negativa è solo un riflesso e rimanere su di essa non offre alcuno spunto di trasformazione. In questi casi, stare con quello che c'è significa metaposizionarsi osservando in primo luogo il 'no' che sta agendo; ma ancora meglio, magari in seguito, si può provare ad accogliere senza giudizio la situazione che si cerca di escludere. Il focusing insegna ad approcciare all'esplorazione di queste nuove possibilità dialogando, con un primo importante movimento di saluto, e poi di disposizione all'ascolto. Un altro buon mezzo sono le cordicelle (o qualsiasi altro segnaposto) che possono convenzionalmente rappresentare la situazione da cui si cerca di allontanarsi; e, entrandovi in posizione associata, percepire con sensi nuovi quello che c'è – veramente.

295


Trattare astrattamente l'astratto A volte il cliente, a causa di una dinamica traumatica o di un forte attaccamento, non riesce a riprospettare in modo benformato il proprio anelito. Il movimento di protezione è troppo forte per lasciarlo andare. In questi casi, una costellazione ha molte probabilità di trovarsi in un vicolo cieco e di non muoversi. Ovviamente nuova informazione non arriva perché le premesse sono scollegate dalla realtà analogica. A volte è difficile accorgersi a priori della malformazione della domanda, perché essa potrebbe essere sintatticamente benformata. Tuttavia, non esiste campo morfico che possa fornire informazioni su nonqualcosa. Quando questo accade, ho scoperto nelle costellazioni strutturali una valida risorsa. Le costellazioni strutturali sono una rappresentazione astratta che può ben rappresentare il grado di astrazione di una domanda malformata. Si rappresentano elementi astratti come: l'obiettivo, l'ostacolo, il vantaggio nascosto nel permanere nella situazione di disagio, e almeno un paio di risorse. Spesso l'ostacolo si rivela una risorsa mal interpretata. Nel corso della costellazione, è possibile poi fare un movimento di dissociazione dell'obiettivo malformato dal 'no' che contiene, utilizzando una persona ulteriore, in modo che la

296


percezione inconscia possa rilevare la differenza fra obiettivo reale e negazione, e scoprire quindi cosa c'è invece, dietro. L'obiettivo reale esce da dietro le spalle dell'obiettivo originario malformato, che diventa il 'no' rappresentato, ed in tal modo è possibile per il cliente sentire qualità differenti, la cui enunciazione va incoraggiata esplicitamente.

Esempi di costellazioni Le dinamiche sistemiche possono essere rilette in termini di insiemi di esclusioni. Sebbene possa sembrare un esercizio poco efficace, tuttavia fare mente locale in modo pragmatico sulle esclusioni (i 'no') presenti è utile ad identificare chiaramente l'essenza delle dinamiche sistemiche e quindi a riconoscerle esplicitamente, al di là della generale intuizione. Gli ordini dell'amore sono una valida generalizzazione di più alto livello, che può permettere di interpretare più facilmente dinamiche complesse; ma essi vanno verificati ogni volta, e la buona formazione logica è lo strumento adatto per validarli. Riporto qui di seguito alcuni casi in cui l'aspetto chiarificatore della buona formazione logica è stato particolarmente evidente. F. Manifesta timore di cambiare la situazione attuale, per paura di ferire e causare dolore ai membri della sua famiglia, in particolare i genitori. Dichiara di non 'volersi indebolire': è in 297


una situazione in cui presume di doversi far carico e reggere lo stato emotivo del suo intero sistema. D'altra parte non riesce a stare vicino a sua madre nonostante essa abbia attraversato un momento molto difficile (tumore). La cliente è rimasta all'estero per studio, nonostante la malattia della madre, e prova evidente senso di colpa, pur non essendo in grado viceversa di porsi a sostegno tangibile e pratico per lei. Inizialmente non si parla affatto della figura paterna. La madre è ora sposata con un secondo marito, la cliente è figlia del primo. Padre assente, anch'egli non è stato di aiuto alla famiglia. Separati quando la cliente aveva 9 anni. Giudizio della madre nei confronti del padre. Relazioni affettive instabili. Intervento sistemico: La soluzione in termini sistemici è stata quella di poter avere il permesso dalla madre di accedere alla comunicazione con il padre e, successivamente, di restituirgli il ruolo di 'grande' alla pari della madre riposizionandosi nel ruolo di 'piccola'. Interpretazione in termini di buona formazione logica: In termini di logica benformata, alcune esclusioni sono:

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la madre esclude il padre

la cliente esclude la possibilità di andare contro la


madre; di conseguenza esclude il padre (e ne prende il posto) •

la cliente esclude il destino della madre; di conseguenza la cliente esclude la possibilità di avere una vita indipendente, con i grandi che si occupano autonomamente delle loro vicende, eppure ne sente la spinta

M.G. La cliente desidera smettere di coprire, in relazione di coppia, sia il ruolo femminile che quello maschile. Sistemicamente linea femminile 'forte', linea maschile composta sempre da elementi deboli. Intervento sistemico: In costellazione, la cliente può riconoscere di aver agito alla stessa stregua della madre, ed assume il diritto di essere piccola. Cliente, madre e nonna eseguono un inchino verso i loro uomini, tuttavia la nonna non è 'convinta'. Terminata la costellazione, emerge una sensazione di sospensione. Dall'eco del gruppo, riconosco che è stato un errore non spingersi ad introdurre il bisnonno, padre della nonna materna, avendo temuto di andare troppo lontano dalla cliente. Rimettiamo in scena la costellazione aggiungendo il bisnonno, e la dinamica vittima-carnefice molto intensa e violenta fra lui 299


e la nonna emerge molto chiaramente. Probabile abuso del bisnonno verso sua figlia. La dinamica sembra necessitare di ulteriore espansione verso generazioni ancora più antiche. Scelgo allora arbitrariamente due movimenti risolutori: −

la nonna riconosce suo padre come tale, nonostante tutto (uso della realtà)

la cliente vede il dolore del bisnonno e lo tiene a cuore, reincludendolo così come parte del sistema

Interpretazione in termini di buona formazione logica: La nonna esclude il bisnonno percepito come cattivo. Di conseguenza la linea femminile generalizza, ed esclude, insieme al destino del bisnonno, la forza degli uomini. Includendo il destino del bisnonno, la cliente può metaposizionarsi rispetto al suo rapporto con gli uomini. G. Difficoltà nelle relazioni affettive: da sola sta bene, ma quando si trova in coppia emerge la paura dell'abbandono. Durante il colloquio, la cliente propone una visione della sua famiglia come impeccabile, riportando anche i commenti delle persone esterne che li vedono come famiglia felice. La cliente non offre alcuno spunto legato ai fatti che possano giustificare sistemicamente il disturbo, e non dà cenni di poter ammettere qualcosa di diverso dalla perfezione della sua famiglia, che la 300


sostiene da sempre. Intervento sistemico: Scelgo di rappresentare in costellazione il rapporto a due con un ipotetico compagno, per vedere inizialmente la natura manifesta del problema. Aggiungendo poi elementi della famiglia, emerge a poco a poco una immagine diversa in cui compare il carattere protettivo e morbido ma anche autoritario dei genitori, che hanno in qualche modo predeterminato il destino della figlia, la quale si trova relativamente comoda in questa 'struttura'. Uscire dall'aspettativa dei genitori è dunque fonte di pericolo, in quanto ignoto. Il partner riporta il peso che sente nel dover sostenere la relazione: sente di dover provvedere al livello di sicurezza e protezione offerto in prima istanza dal padre. Un tentativo di lavoro sulle generazioni precedenti ai genitori risulta molto distante. Riportando dunque il focus sulla cliente, ho proceduto ad un intervento non convenzionale, adottando direttamente il modello di buona formazione per andare oltre all'illusione dell'attrazione: la cliente ha posto una cordicella in costellazione, che rappresenta l'ipotesi di essere abbandonata a se stessa. In posizione esterna ella percepisce la posizione come un baratro senza fondo, mentre in posizione associata trova la posizione relativamente comoda e soprattutto gestibile. Il partner riporta un sollievo. Tornata in posizione esterna il

301


rapporto col partner risulta riequilibrato. Interpretazione in termini di buona formazione logica: In questo caso la soluzione sistemica sarebbe stata molto più articolata di una soluzione diretta: le esclusioni della cliente erano molto chiare e puntuali. L'assenza di informazioni dal sistema di origine fa pensare all'esistenza di segreti che non si ha il permesso di esplorare, e/o a situazioni traumatiche. In questi casi le costellazioni rimangono solitamente ferme, mentre il modello di buona formazione si è rivelato utile per ciò che riguardava specificamente il problema della cliente, permettendole di andare oltre all'equivoco dell'attrazione72. E. Il cliente desidera lavorare sul rapporto con le donne, in particolare denuncia una difficoltà ad entrare in contatto autentico con una persona particolare, che risulta molto schiva verso di lui. Descrive una situazione di incongruenza fra: −

una sensazione di rabbia/frustrazione quando lei è schiva

una difficoltà di esprimere ciò che prova quando lei è attenta a lui

Rilevo in particolare funzioni confuse di vista-sensazione.

72 Vedi 'Le illusioni della negazione' a pag.238

302


Intervento sistemico: Due ipotesi di lavoro: lavorare in stile PNL per l'integrazione delle due polarità, oppure indagare sistemicamente il rapporto con la madre. Mettiamo in scena lui e la persona desiderata. Da subito sembra necessario inserire la madre come da seconda ipotesi; lui è impegnato con lei, e la possibile partner rimane trascurata. La madre è impegnata con qualcuno seduto vicino a lei a cui tiene una mano sulla testa (non indaghiamo chi sia). Inoltre, la madre ringrazia la sorella (zia del cliente) per aver cresciuto il figlio al posto suo. Emerge la percezione di qualcosa di più grande per cui questa situazione non convenzionale è stata armonica: non sembra necessario 'liberare' la madre dal suo impegno affinché il cliente possa orientarsi altrove. È sufficiente che la madre abbia visto, riconosciuto e ringraziato il ruolo della zia. Il cliente può orientarsi verso la partner, si avvicina e trova il contatto che desiderava. Interpretazione in termini di buona formazione logica: Questo è un chiaro esempio in cui l'applicazione precisa della teoria degli ordini non avrebbe portato soluzione. La situazione può evolvere anche se la madre non assume il proprio posto e rimane impegnata, grazie al fatto che il sistema nel suo insieme accoglie e non nega la condizione: di conseguenza non emerge

303


disagio. Le funzioni confuse, qui piuttosto evidenti, sono ben spiegabili attraverso il modello sistemico della conoscenza, ove alcune conclusioni sono tratte dal cliente sul significato analogico del comportamento (di per sé neutro) della partner desiderata. Il rapporto con la madre è la base esperienziale tramite cui si costruisce tale interpretazione. La traduzione digitale del comportamento analogico altrui si intreccia e rinforza retroattivamente con le negazioni originarie: il no come figlio e poi come partner al non essere visto, ma anche il no ad essere visto dalla partner, perché è presente un altro no al rilasciare l'attenzione verso la madre fino a che non se ne coglie il senso e l'armonia. Vedere la condizione della madre dà il senso di ciò che si ripete con

l'ipotetica

partner;

superando

la

negazione

della

condizione, il cliente è disposto ad esplorare modalità diverse. R. Lamenta insoddisfazione diffusa in vari campi: relazioni affettive, successo nel lavoro, problemi di salute, insonnia... Invitata a focalizzare su un argomento, dice che se riuscisse a dormire e riposare adeguatamente il resto probabilmente verrebbe da sé. Esploro e considero il contesto della persona: valuto che le problematiche che riporta non sono radicate all'interno di 304


dinamiche sistemiche, ma sono piuttosto eventi di tipo più contingente. A partire dalla richiesta sarebbe eccessivamente lungo e forzato tentare di risalire durante il colloquio a cause sistemiche. Di conseguenza, una opzione sarebbe stata, in costellazione, la rappresentazione del problema in maniera strutturale, ma ho preferito invece proporle un lavoro di esplorazione con le cordicelle. Intervento: L'ho invitata a definire cosa vorrebbe in termini benformati, e poi a percorrere il percorso verso l'obiettivo. Nella cordicella-obiettivo le sensazioni emergenti riguardano la possibilità di fermarsi, di approdare ad un porto sicuro, di essere stabile. Sentirle con il corpo permette alla cliente di includere le possibilità. Interpretazione in termini di buona formazione logica: Esclusioni: •

eventualità di insuccesso

fermarsi a riposare, poter essere pigra (possibile radice sistemica, ma il colloquio verte su paradigmi diversi e mi adatto alla struttura della cliente)

A. Nota una serie di malattie ricorrenti ed analoghe sulla linea femminile, che risale almeno fino alla nonna: diabete, tiroide, 305


colecisti. La cliente è terza in famiglia, che è configurata come la famiglia di origine della madre, con le stesse caratteristiche di genere e nello stesso ordine (un fratello e una sorella). La figura corrispondente alla cliente (la zia più giovane) morì improvvisamente con molto dolore per la madre, che è primogenita. La relazione con la zia morta fu già esplorata in una costellazione in un seminario precedente. Intervento sistemico: Informata la cliente, ovviamente, dei limiti delle costellazioni rispetto alle malattie – limiti che peraltro la cliente aveva ben chiari – esploriamo la condizione relazionale del sistema mettendo in scena la linea femminile cliente-madre-nonna e la malattia. Il rapporto fra la malattia e le componenti della famiglia è affettuoso, è qualcosa che le tiene assieme come un collante. Come movimento finale risolutivo allontano arbitrariamente ma con rispetto la malattia e faccio riorganizzare il sistema interno della cliente sulla base della nuova informazione ipotetica che la malattia non ci sia. Consolido la percezione su cosa cambia, e su cosa emerge se la malattia non c'è. Se non c'è la malattia, la cliente riporta che c'è libertà, e se ne accorge grazie ad una apertura che sente al livello del ventre. Interpretazione in termini di buona formazione logica: Il sistema di esclusioni che impediscono alle donne di incontrarsi ad un livello profondo viene trasceso nella malattia, 306


che le unisce. La realtà analogica – il fatto che non esista separazione – sembra manifestarsi in modo da rimanere coerente con le esclusioni, ovvero in questo caso tramite una somatizzazione. Il disagio che emerge da un 'no' a potersi incontrare esplicitamente sembra prendere forma fisica. La semplice possibilità di esperire consapevolmente la realtà di unione porta la cliente a contatto con ciò che c'è, e ad uno stato di maggior benessere. Si noti che non vi è affatto pretesa di aver rimosso, in questo modo, la malattia fisica. L'effetto dell'intervento è stato analogo alla frase sistemica “faccio come te”, solo che in questo caso mi sembra più evidente e chiaro il legame affettivo, una volta messo in luce per quello che è, e non è necessario postulare un meccanismo di fedeltà. Inoltre, se si fosse ipotizzato che la malattia fosse espressione di un membro del sistema, la soluzione logica in termini sistemici sarebbe stata quella di includere, anziché esplorare la situazione mettendola da parte, prendendo così una direzione diversa e magari molto più lunga. Mettere da parte la malattia in questo caso è significato poter vedere ciò che c'è: includere la malattia sarebbe stato equivalente a 'stare con ciò che non c'è'. S. N. Lavora con lo zio (in realtà ziastro, figlio di stessa madre del

307


padre). Rapporti difficili del padre con lo zio (che è più piccolo) e con un altro zio primogenito; un fallimento economico del padre circa 15 anni fa quando egli aveva già preso a lavorare con sé il suo fratellastro. Il cliente ha bisogno di lavorare ma lo zio che è responsabile della sua area lo insulta pubblicamente in maniera plateale; in area informatica, lui sembra avere più competenze e modalità per far avanzare i progetti (competenze architetturali, stesura della documentazione) che lo zio non ha. Il cliente costruisce un rapporto in cui lui ha ragione e pretenderebbe di essere trattato meglio dallo zio, delegando però a lui la sola responsabilità di cambiare e limitandosi ad avere ragione. Accusa lo zio di proiettare su di lui il rapporto che ha con il padre, e tuttavia non può cambiare contesto perché necessita del lavoro. Intervento sistemico: In questo spazio di 'ragione incontestabile' cerco un modo per iniziare un cambiamento nella relazione a partire da lui. Praticante di yoga e avendo già fatto almeno altre due costellazioni (sul padre) in passato, il cliente è consapevole dei suoi problemi con l'autorità; tuttavia è percepibile l'alto livello di reattività sul tema e sento di dover procedere gradualmente con cautela e rispetto. Mi è chiaro che è necessario che lui rispetti lo zio per ciò che è, prima che lo zio possa rispettare lui.

308


Noto in questi discorsi che non viene mai citata la madre, e che l'universo percepito è tutto maschile. Decido di mettere in scena il cliente, il padre, lo zio e la madre. Il cliente dimentica di mettere in scena la madre, e questo è un altro segnale significativo. Nel corso della costellazione, metto il cliente nella condizione di realizzare di essere 'composto' al 50% dal padre (certamente ingombrante) e al 50% dalla madre. Le risorse disponibili per mezzo delle qualità femminili, di integrazione anziché di lotta, erano state totalmente trascurate, e l'unico mezzo di relazione nelle difficoltà era stata la difesa 'guerriera' della ragione. A fine costellazione creiamo la fila del lignaggio femminile alle spalle del cliente, che le ringrazia. Interpretazione in termini di buona formazione logica: In questo esempio l'atteggiamento combattivo denota un certo attaccamento a determinati valori (si lavora bene così, non come fa lo zio) che non sono discutibili sul piano tecnico o razionale, ma solo nella loro forma di assolutezza. La buona formazione dell'intento (il valore della buona preparazione tecnica) maschera la malformazione logica dell'esclusione dello zio. “Ho ragione” è un movimento di esclusione della dignità dello zio, a prescindere dal fatto che lo zio faccia altrettanto. Il cliente però non ha scelta, perché non può semplicemente escludere o perfino eliminare lo zio: ha bisogno del lavoro, ed in un certo senso questa è la sua benedizione.

309


Il movimento sistemico sarebbe quello di vedere il dolore dello zio che lo insulta, e stare con quello che c'è: il rilassamento della relazione, ed il riconoscimento profondo dello zio, muterebbero certamente la qualità dei rapporti. Tuttavia non sembra esserci spazio per questo movimento. Perciò, occorre creare le basi affinché ciò possa avvenire, esplorando le alternative di inclusione e integrazione che sono archetipicamente associate alle qualità femminili. In effetti il cliente vive in un sistema ove gli uomini sono preponderanti e lottano fra di loro, e conosce principalmente questa modalità di relazione. Pur stretto nella morsa emotiva nel rapporto specifico con gli uomini della sua famiglia, la buona capacità di presenza del cliente gli consente di accogliere l'esperienza alternativa e di aprire la percezione in tal senso.

310


PARTE 4 CONCLUSIONI E CONSIDERAZIONI FINALI

311


VALUTAZIONE DELLA RICERCA Giunti al termine dell'esposizione, proviamo a verificare se le tre ipotesi di ricerca enunciate in apertura godono di sufficienti indizi per essere ritenute utili nella pratica delle professioni di aiuto.

Prima ipotesi per ottenere il cambiamento è opportuno un uso appropriato della mente digitale Abbiamo visto che, con l'uso appropriato della logica, è possibile esplorare strategicamente nuove possibilità dell'essere e permettere l'accesso di nuove informazioni all'interno del sistema dell'anello percettivo, da consolidare per mezzo dell'attenzione al presente. È possibile altresì, con la logica, meta-posizionarsi rispetto alle strutture di significato acquisite, e riprospettarle semanticamente. D'altra parte, il regno animale evolve, sebbene assai più lentamente, pur essendo privo di funzioni cognitive digitali evolute; perciò sembra evidente che l'orientamento strategico non sia l'unico modo per ottenere un cambiamento. Abbiamo visto ad esempio che le interazioni morfogenetiche sono candidate nel permettere la condivisione di informazioni evolutive e la costituzione di sistemi con una intelligenza

312


emergente di più alto ordine. L'emersione della logica digitale, e delle possibilità astratte della negazione e dell'alternativa, introducono tuttavia grandi possibilità

di

esplorazione

verso

il

nuovo,

e

contemporaneamente il rischio di dissociarsi pericolosamente dalla natura della realtà analogica fondamentale. Per così dire, l'uomo ha mangiato il frutto proibito che gli permette di scegliere fra ciò che c'è e altre alternative: la questione di fondo è tuttavia se una negazione può essere rapidamente riprospettata con una domanda del tipo “cosa, allora?”, o se l'attaccamento determina il persistere di una percezione che vìola le leggi analogiche di realizzabilità. Se dunque il limite dell'evoluzione animale è la capacità di concepire qualcosa di diverso da ciò che è perché non vi sono le precondizioni neurologiche per concepire l'astratto, il limite dell'uomo è quello di non saper distinguere ciò che può essere da ciò che non può. Alla luce di tutto questo, credo che sia possibile ribaltare la visione generale del problema: non solo è opportuno usare la logica in modo appropriato, ma è necessario. Ed è necessario non per provocare il cambiamento, che accade da sé naturalmente, ma per evitare di bloccare la presa d'atto di una trasformazione che sarebbe comunque inarrestabile se non vi fosse attaccamento ad un rifiuto. Questa ricerca mostra infatti che le capacità creative che la 313


logica mette a disposizione possono non solo consentire di 'abbandonarsi al flusso', come insegnano molte tradizioni religiose e spirituali, ma perfino concepire e creare nuova realtà, purché ciò sia fatto in modo compatibile alle caratteristiche del continuum analogico della realtà stessa. Nel processo di evoluzione si può dunque perfino scegliere se essere illuminati o creatori consapevoli. Ho fiducia nel fatto che, se una chiave così semplice fosse insegnata

diffusamente,

e fosse integrata nel corredo

informativo della società (se non della specie), l'umanità potrebbe realmente vivere una nuova era di armonia e slancio a livello globale.

Seconda ipotesi il disagio dipende da un modo particolare di adoperare la logica

con

operatori

di

negazione

o

di

alternativa

incompatibili con la natura analogica della realtà Questa ipotesi è quasi una tautologia, data la definizione di disagio. Il disagio è la percezione della distanza fra ciò che è e ciò che ci aspetteremmo che sia, e lo definiamo tale poiché condividiamo che questa sensazione sia in qualche modo negativa, in quanto simile a sensazioni relative al lutto (mancanza) o alla predazione.

314


Il negare qualcosa, o imporre una sola fra più alternative, implica un tentativo di forzare la realtà ad essere ciò che non è, e quindi a generare per definizione disagio. L'aspetto di forzatura, tuttavia, sussiste solo in presenza di attaccamento, il quale impedisce una rapida riprospettazione verso la corretta percezione di una nuova alternativa possibile. L'attaccamento a sua volta sarebbe funzionale alla protezione del senso di identità – qualunque sia la sua rappresentazione interna all'individuo. Il senso di identità è ciò che distingue ciò che sono da ciò che non sono, e definisce quindi, anche in termini metaforici, le strutture fisiche e psicologiche da difendere ai fini dell'istinto di sopravvivenza, da cui probabilmente nasce la potenza della motivazione reattiva. L'emersione olografica delle percezioni associate alla predazione sarebbe dovuta proprio alla minaccia attuata metaforicamente al senso di identità. L'attaccamento,

che

è

una

funzione

correlata

alla

sopravvivenza, ha dunque un ruolo fondamentale nel rendere le facoltà logiche della negazione e dell'alternativa fattori critici: fatto che non era previsto nella prima stesura delle ipotesi. D'altra parte, è anche vero che l'attaccamento riguarda conclusioni malformate riguardo al proprio essere. Infine, da dove nasce l'istinto di sopravvivenza? Secondo la mia analisi il nucleo dell'individualità sarebbe iscritta, insieme ad altri comportamenti innati, nei campi informati che ci 315


riguardano come specie, di cui possiamo prendere atto dal punto di vista del principio antropico: osserviamo che la vita si è sviluppata ed ha condiviso informazione in questo senso, e non è necessario escludere a priori che avrebbe potuto essere in modo differente o che in futuro non lo possa essere. Ciò nonostante i comportamenti egoici sono pur tuttavia il fondamento di tutto ciò che è manifesto nello stato corrente del sistema 'vita' a livello globale. Se le prede non tentassero di difendersi dai predatori, se non accogliessero il gioco del 'no', se non lottassero per la separazione, e si lasciassero invece generosamente

predare,

non

potrebbe

avere

luogo

il

meraviglioso spettacolo del Cerchio della Vita. L'immortalità della Vita nel suo insieme non potrebbe sistemicamente emergere dall'a-temporalità dell'Uno. L'esperienza spirituale che trascende la dualità, e che nella morte trova una compassionevole ispiratrice di significato, non potrebbe essere vissuta. Il senso di identità, a partire da questo nucleo fondamentale per la sopravvivenza, sarebbe tuttavia soggetto a crescita in seguito all'utilizzo malformato, che può diventare automatico ed inconsapevole, di particolari 'scorciatoie rappresentazionali'. In

termini

generali

queste

sono

delle

sequenze

di

trasformazioni che permettono di interagire con le grandezze fisiche

originali

in

maniera

analogica

attraverso

la

manipolazione di grandezze o rappresentazioni traslate. Le 316


rappresentazioni finali riproducono gli attributi e l'andamento nel tempo delle grandezze originali, fornendo quindi modalità di interazione funzionalmente simili. Ho proposto ad esempio la metafora dell'onda mostrata da un oscilloscopio con cui si può interagire come se fosse l'effettiva onda sonora misurata. Le modalità di interazione 'abbreviata', una volta apprese, diventerebbero indistinguibili da altre modalità acquisite nel terzo livello di conoscenza funzionale e modale dell'anello percettivo. In termini pratici, l'ipertrofia dell'io, sovente definita ego, originerebbe dunque dal ritenere scontato che le modalità di interazione apprese dall'individuo, usate abitualmente in modo ricorrente, siano espressione di una sua identità profonda, anziché meri aspetti di sintesi presi per buoni. Ciò accade perché questo è il modo più semplice per rappresentare la realtà osservata, anche riflessivamente verso se stessi, in presenza di una ridondanza di comportamento. Di conseguenza, possono emergere conclusioni come “io sono uno che fa questo”; ed una minaccia alla rappresentazione specifica diventa una minaccia alla protezione dell'io, generando attaccamento e, quindi, difficoltà nel cambiamento.

Terza ipotesi accogliendo una nuova dimensione dell'essere, l'individuo può accedere non soltanto a ciò di cui ha fatto esperienza diretta, 317


bensì a una serie di competenze inconsce ed intuitive molto più ampie A sostegno di questa ipotesi ricadono tutte le osservazioni relative ai campi informati (o morfogenetici, che dir si voglia). In effetti strumenti quali le Costellazioni Sistemiche mostrano fenomenologicamente la possibilità di ottenere informazioni la cui natura non è esplicita. A mio parere se è accettabile l'ipotesi dell'esistenza di un Inconscio Collettivo come postulato da Jung, lo è certamente anche un modello che è solo vagamente più raffinato e dettagliato. Più che altro, l'ipotesi che il fenomeno fisico soggiacente all'accesso alle informazioni sia un fenomeno di interferenza fra onde simile a un ologramma, non solo tende ad essere in accordo con le scoperte scientifiche dell'ultimo secolo, ma chiarisce a mio avviso accuratamente le modalità in cui l'interazione morfogenetica può avvenire, ed i limiti entro cui è possibile usare creativamente questo strumento. L'interpretazione olografica modella inoltre come possa avvenire ciò che è stato da sempre osservato nelle discipline spirituali: ad esempio il fatto che ci percorrano continuamente pensieri 'non nostri'. Ciò non è evidente all'uomo comune poiché egli non lo ritiene possibile: ma è visibile ad esempio in quanto rapidamente possa diffondersi una forma di pensiero

318


nella società, ben oltre le comuni capacità di apprendimento individuali di nozioni durante le attività di studio, in cui si presta per di più attenzione esplicita. È visibile anche come, a livello locale, esista un modo di pensare che costituisce la mente collettiva del luogo, fatta di tipi di gestualità, orientamenti, inflessioni di voce e dialetti implicitamente condivisi. Una mente flessibile può trovarsi in un luogo e, velocemente, intercettare dei modi di esprimersi che emergono spontaneamente, semplicemente a seguito della presa d'atto che ci si trova in quello specifico luogo. Se, dunque, non ho potuto dimostrare che tutto ciò è reale, e l'esperienza di ciascuno può confermare (o meno) che ciò è possibile, tuttavia il modello fornisce un sistema di riferimento con cui ci si può orientare in una interpretazione ed un utilizzo pragmatico. Un ruolo fondamentale riveste il punto di vista a partire dal quale si percepisce, che è la discriminante che determina quali pensieri collettivi – per interazione olografica – verranno portati a coscienza e ci attraverseranno, e che in generale determina la qualità relazionale delle informazioni intercettate. Ho ipotizzato che il punto di vista sia incarnato nello stato corrente

dell'anello

percettivo

individuale,

esteso

olograficamente all'intero universo, che determina cosa può e cosa non può essere facilmente percepito. Questo è una sorta di modello di dettaglio di ciò che sono le credenze individuali. Lo 319


stato del sistema è una caratteristica del sistema stesso, che omeostaticamente si autoregola. Che natura profonda abbia l'osservatore, l'attenzione, o comunque quel fattore di calibrazione del sistema che ne permette consapevolmente il cambiamento, non ci è dato ancora sapere. Sappiamo solo come esso si deve orientare per consentire un cambiamento nel sistema percettivo inconscio.

320


ALTRE CONSIDERAZIONI Sull'utilità dei modelli La buona formazione logica Il modello di buona formazione logica è particolarmente utile in quanto è estremamente semplice e si pone ad un livello fondamentale del processo percettivo. Esso consente al facilitatore di eseguire dei rapidi test per verificare quanto spazio interiore possiede il cliente rispetto alla sua questione. A volte il cliente non ha semplicemente pensato alla possibilità di orientarsi secondo i propri desideri, anziché per contrasto a qualcosa, ed è dunque semplice invitarlo a riprospettare in termini logicamente benformati. Altre volte lo spazio interiore è minore a causa di un attaccamento

alla

negazione

verso

qualcosa

che

è

metaforicamente ritenuto minaccioso, o a un valore espresso in forma positiva ma che sottende la ferma esclusione dell'alternativa contraria. In questo caso possono essere utili esercizi esperienziali per andare oltre la cosiddetta 'illusione dell'attrazione', con una esplorazione sensoriale esplicita di ciò che si respinge, al netto delle sensazioni negative procurate dalla negazione stessa.

321


Sovente è necessario però fornire la visione di un significato più ampio e ricorrere a riprospettazioni semantiche ottenute tramite meta-posizionamento; ed allora, il paradigma sistemico è in grado di dare prospettive decisamente più generali, e di essere quindi più efficace in questi casi più complessi. Sebbene i criteri adottati nella sistemica siano di fatto, a mio avviso, riconducibili a combinazioni di semplici esclusioni, tuttavia essi si pongono a un livello di astrazione più elevato che consente di gestire più semplicemente situazioni complesse, a patto di introdurre alcuni postulati – che possono essere visti come utili 'scorciatoie rappresentazionali' – come la 'fedeltà sistemica', l''amore cieco', e via dicendo. D'altra parte ogni ipotesi sistemica va sempre verificata in quanto generalizzazione tipica ma non infallibile; e, nello specifico, la buona formazione logica risulta essere il test di verità più fondamentale. Il modello sistemico della conoscenza e l'anello percettivo Il fatto di considerare il processo percettivo come il risultato del funzionamento di un sistema permette un altro ordine di test di validità sugli accorgimenti attuati in favore del cliente. L'anello percettivo chiarisce infatti perché ad esempio le ingiunzioni non possono generare apprendimento. Se si riconoscono le capacità omeostatiche dei sistemi, è evidente che una strategia di apprendimento dovrà tenerne 322


conto,

al

fine

di

consentire

l'acquisizione

di

nuova

informazione ed un cambiamento dello stato. La prospettiva dell'anello percettivo allargata in termini olografici, poi, fornisce un contesto completamente nuovo di ciò che può essere percepito. L'aspetto olografico inquadra altri fenomeni già osservati, come lo spostamento. Basta la corrispondenza di pochi tratti simili, per proiettare su qualcuno o su se stessi l'intera informazione di un destino. Ogni aspetto dell'universo, poi, sarebbe contenuta sotto forma di 'onda' in ogni minima porzione dell'universo stesso, ed è quindi possibile olograficamente ottenere localmente immagini sfumate dell'intera realtà. Se questo fatto è riconosciuto nella fisica, così non è ancora nella psicologia ufficiale. È sempre più necessario considerare quindi la psiche come qualcosa che non è auto-contenuto, ed in cui i sensi costituiscono i soli canali di scambio di informazione, bensì qualcosa di estremamente permeabile ad informazioni 'esterne', in cui lo stato del sottosistema intrapsichico è ampiamente sottoposto alle interazioni che avvengono per appartenenza a sistemi più ampi, grazie alle possibilità di interazione olografica (o, equivalentemente, morfogenetica). Siamo andati oltre i postulati psicologici dell'io: c'è solo un sistema che comunica olograficamente. I meccanismi di proiezione e protezione dell'io sono dati dall'equifinalità del sistema, calibrato dalla rappresentazione di ciò che 'io sono', e 323


la capacità di presenza è un nuovo elemento emergente di meta-posizionamento

che

consente

una

calibratura

consapevole. Siamo in definitiva un sistema aperto, parte di qualcosa di più grande, che in certe condizioni pensa di essere isolato; ma solo perché non ci rendiamo conto di quali pensieri siano nostri e quali

no.

È

giunta

l'ora,

insomma,

di

riconoscere

consapevolmente la nostra appartenenza sistemica ad una intelligenza collettiva più grande di noi.

Riguardo alle persone “mentali” In un recente seminario Sieglinde Schneider riferiva che le persone che usano quasi esclusivamente le facoltà logiche e non si rilassano nel corpo, tipicamente devono proteggere qualcuno o qualcosa. Ciò che deve essere protetto è ovviamente di solito inconscio e di natura sistemica. Il discorso è accettabile a livello intuitivo perché la mente strategica ha una funzione di previsione ed evitamento dei pericoli. Tuttavia, come mai l'individuo non può fare a meno di usare solo la mente razionale? I modelli presentati ci sono di aiuto: se il soggetto deve proteggere qualcosa, la sua attenzione (conscia od inconscia) sarà orientata a cercare di prevenire il pericolo, cioè di negare qualcosa che potrebbe anche non essere manifesto. L'attenzione rimarrebbe in allerta per individuare qualcosa da respingere. 324


Poiché, però, la negazione è una posizione logica distante da ciò che è possibile nella realtà analogica, tutta la percezione, per coerenza, rimane legata a conclusioni astratte a livello del solo loop numerico. Simboli digitali avrebbero come significato solo altri simboli digitali in un circuito chiuso che non accede a significati più profondi. I riferimenti al sentire sarebbero in questo modo distorti, in quanto incongruenti con la rappresentazione interna della realtà.

Considerazioni sulla prospettiva spirituale Nello svolgimento della ricerca ho incontrato innumerevoli aspetti che sono emersi a latere delle tre ipotesi fondamentali, su cui vale comunque la pena tracciare alcune considerazioni. Uno di questi aspetti è la natura del movimento verso la spiritualità. Esso può essere inteso in molte maniere, e forse ne esiste una per ciascun individuo. Un tratto comune è ad ogni modo un senso di ampliamento ed apertura a qualcosa di più grande, di cui si è parte. La prospettiva spirituale è tanto più profonda e solida tanto più da una parte l'interpretazione sulla realtà si fa ampia, semplice e meno dettagliata, e dall'altra rimane però radicata a ciò che è possibile nella realtà manifesta. Nelle tradizioni arcaiche, la metafora utilizzata è quella dell'unione fra terra e cielo, e l'uomo, nato dal loro amore nella terra di mezzo dove essi si incontrano, può tanto più spingersi in alto quanto più profonde 325


sono le sue radici. Anche il Don Juan castanediano offre una metafora simile, in cui è la spinta della terra a dare la potenza necessaria per compiere il balzo nell'astratto, che lui chiama “il fuoco dal profondo”. Nella mia ricerca ho messo a confronto il concetto di spiritualità con il modello dei livelli logici di Dilts, notando che ciascun livello, più generale del precedente, corrisponde a un punto di vista e quindi – conclusione non scontata – a un campo informato; e che se ad alti livelli si può trarre motivazione transpersonale, è nel più basso livello del dove che si porta a realizzazione nel manifesto. Come corollario risulta che anche i campi informati possono avere una struttura gerarchica, e a me sembra che il posizionamento di un punto di vista specifico possa essere tanto più 'meta' quanto meno sono le assunzioni di fondo che lo costituiscono. La condizione dell'Uno sarebbe dunque il caso limite irraggiungibile in cui nessun postulato determina il punto di vista, ed ove nulla è conoscibile in termini logici: un punto di vista teorico, di riferimento, che si dissolve nel nulla. Posto questo eterno obiettivo di ricongiungersi all'Uno, alcuni autori implicitamente obiettano sull'opportunità spirituale di farsi “trasportare dal flusso” del superconscio, o se vogliamo dei campi morfici a cui siamo affiliati, così come invece insegnato in parecchi ambiti. Ad esempio, in [34] Vadim Zeland dà ai campi morfici (da lui 326


chiamati pendoli) una interpretazione di potere che li vede intenti nell'assorbire, attraverso il consenso, quantità di energia dagli individui. Gli individui fornirebbero inconsciamente energia a qualcosa che, seppur abbandonarcisi possa risultare piacevole ed utile alla sopravvivenza, ne limita la Libertà. In questa interpretazione, i pendoli non sarebbero i meccanismi emersi evolutivamente che hanno permesso un adattamento alla dualità, ma entità consapevoli della predazione energetica che attuano. Ovviamente, porre l'accento sull'aspetto di vincolo piuttosto che sull'aspetto di guida dei campi informati, e soprattutto personalizzarli attribuendogli un intento consapevole, è un fatto interpretativo; tuttavia questa visione così radicale non mi trova affine quanto quella del Don Juan di Castaneda, il quale, anche se indica similmente nella libertà lo scopo finale di una via spirituale, incontra maggiormente le mie preferenze personali. Egli offre una interpretazione del potere che non è di valore morale, ma di uso pragmatico, come di qualcosa che c'è e che può essere subìto o usato; e, soprattutto, può essere adoperato al fine di raggiungere la libertà, ovvero quel volo nell'astratto ove nessuna assunzione arbitraria è necessaria, al di là dei propri aneliti. C'è un passaggio che trovo particolarmente significativo ne Il fuoco dal profondo [35] in cui lo stregone Don Juan spiega come sia possibile generalizzare il proprio punto di vista 327


finanche a perdere la forma umana, ovvero a smettere perfino di considerarsi parte della specie ed a subire i conseguenti comportamenti spontanei che morficamente ne derivano: Mi disse anche che ogni specie ha la sua forma e ogni individuo di ogni specie stampata con questo processo mostra caratteristiche particolari della sua specie. Dopo iniziò a darmi una delucidazione estremamente inquietante sulla forma dell'uomo. Disse che tanto gli antichi veggenti quanto i mistici del nostro mondo hanno una cosa in comune; hanno potuto vedere la forma dell'uomo ma non hanno capito cos'è. Nel corso dei secoli, i mistici ci hanno lasciato commoventi resoconti delle loro esperienze. Ma questi resoconti, per quanto belli possano essere, sono rovinati dal madornale ed esasperante proposito di pensare che la forma dell'uomo sia un onnipotente, onnisciente creatore; gli antichi veggenti avevano egualmente torto a credere che la forma dell'uomo fosse uno spirito amichevole, che proteggeva l'umanità. Mi ripeté che i nuovi veggenti erano gli unici che avessero la sobrietà per vedere la forma dell'uomo e capire quello che era. Arrivarono a capire che la forma dell'uomo non è un creatore, ma il modello di tutti gli attributi umani che possiamo concepire e di alcuni altri che non possiamo

328


neanche concepire. La forma è il nostro Dio perché ci ha coniati come siamo e non perché ci ha creato dal nulla facendoci a sua immagine e somiglianza. Don Juan disse che, secondo la sua opinione, cadere in ginocchio in presenza della forma dell'uomo puzza di arroganza e di egocentrismo umano. Mentre ascoltavo la spiegazione di don Juan, fui preso da una tremenda preoccupazione. Benché non mi fossi mai

considerato

un

cattolico

praticante,

fui

scandalizzato dalle sue implicazioni blasfeme. Ero stato ad ascoltarlo con attenzione e cortesia, però non vedevo l'ora che facesse una pausa in quel suo insegnamento sacrilego per poter cambiare argomento. Ma lui continuò senza sosta a ripetere e sottolineare il suo punto di vista. Alla fine lo interruppi e gli dissi che io credevo nell'esistenza di Dio. Rispose che la mia credenza era basata sulla fede e che, come tale, era una convinzione di seconda mano che non significava nulla; come quella di tutti gli altri, la mia credenza nell'esistenza di Dio era basata sul sentito dire e non sul vedere. Mi disse che, benché io fossi in grado di vedere, avrei di certo commesso lo stesso errore di tutti i mistici. Chiunque

vede

la

forma

dell'uomo

suppone

automaticamente che sia Dio.

329


Disse che l'esperienza mistica era un vedere fortuito, qualcosa che succedeva solo una volta nella vita e che non significava niente perché era il risultato di un movimento a caso del punto di unione. Asserì che i nuovi veggenti erano davvero gli unici che potessero emettere un giudizio giusto su questo assunto, perché avevano eliminato il vedere fortuito ed erano capaci di vedere la forma dell'uomo quante volte volevano. Pertanto, hanno visto che quel che noi chiamiamo Dio è un prototipo estatico del genere umano, senza alcun potere. La forma dell'uomo non può, in nessuna circostanza, aiutarci intervenendo in nostro favore, né può

castigarci

per

le

nostre

malefatte,

ricompensarci in qualche modo. Siamo semplicemente il prodotto della sua impronta, siamo la sua copia. La forma dell'uomo è esattamente ciò che dice il nome, uno stampo, un conio, una matrice che raggruppa un fascio particolare di elementi, di fibre luminose che chiamiamo uomo.

330


CONCLUSIONI Questa ricerca è stata come un viaggio, in cui la mia comprensione si è evoluta a partire da una prima intuizione nell'arco di alcuni mesi. Non posso non notare che le competenze per agire opportunamente nell'ambito delle relazioni di aiuto ci sono e sono usate diffusamente da molto tempo. È quanto meno dai tempi

di

Carl

Rogers

che

è

stata

riconosciuta

fenomenologicamente la possibilità di ottenere informazioni dal cliente nel presente, per mezzo di una particolare attitudine all'ascolto. Ora, stiamo supponendo che il meccanismo fisico dell'empatia sia olografico. Questo modello aggiunge qualcosa all'efficacia dell'ascolto? Forse no. Tuttavia i modelli hanno il pregio di fornire chiarezza, e di indirizzare un cuore aperto su strade più riconoscibili.

I

modelli

ricalcano

i

nuovi

paradigmi

esprimendoli in una forma sempre più semplice ed essenziale, permettendone la diffusione, fino a che altri nuovi paradigmi emergeranno. Credo che il fatto che questi nuovi modelli siano a livello fondamentale, molto vicini ad elementi fondamentali della fisica e della logica, permetta un linguaggio più universalmente

331


accettabile e comprensibile rispetto ai paradigmi solitamente utilizzati in ambito spirituale, ove si usano, per definire le relazioni psicologiche,

elementi

astratti come

‘grazia’,

‘peccato’ o ‘Dio’. Presumo che tali elementi astratti, se non fanno già parte del linguaggio di chi ascolta, difficilmente possono essere usati per descrivere efficacemente gli insegnamenti. Ad esempio, è improbabile offrire informazioni ad un ateo parlandogli in termini di Dio. Ora possiamo vedere il bene e il male come una interpretazione di ciò che c'è e ciò che non c'è, di sì e di no, in un'ottica a livello fondamentale e neutra, svincolata da valori e dogmi. Possiamo anche vedere la complessità dispiegarsi dalla semplicità strutturale di un sistema olografico. Nella sua evoluzione l'uomo ha tratto grande vantaggio dalla logica, sia come strumento di supporto alla creatività che di attaccamento per trovare soluzioni a problemi individuati nel futuro. Oggi i pericoli non sono più gli stessi di qualche millennio fa, ma non abbiamo ancora imparato a dovere ad usare

queste

funzioni

cognitive

relativamente

recenti

svincolandole da meccanismi di identificazione e quindi senza incappare in circoli viziosi che ci tengono lontani dalla realtà. Circoli viziosi che non riguardano solo le sensazioni di disagio che emergono per affinità metaforica con il pericolo, ma che riguardano anche la permanenza in stati di relativo benessere che tuttavia non hanno un continuo ancoraggio con la 332


trasformazione continua della realtà, come una fragile sfera di cristallo che rimane perfetta fino a che non si confronta con qualcosa di più solido: mondi virtuali fatti di valori incontestabili, generatori di dinamiche di potere, in cui non si sente necessità di cambiamento personale, ma si crede al contrario di dover cambiare tutto il resto del mondo. Benessere e libertà non sono uno stato, bensì un processo continuo: se così non fosse la percezione li equalizzerebbe e li porterebbe in sottofondo per abitudine. Per questo motivo il contatto con la realtà è importante. Una volta compresi questi veri e propri trabocchetti, l'umanità ha l'opportunità di ripulire globalmente le informazioni distorte che si trasmettono morfogeneticamente di generazione in generazione, ed entrare in una nuova età dell'oro ove si potrà percepire solo ciò che c'è veramente. Come possiamo perciò ancora definire ciò che è bene e ciò che è male? Con la consapevolezza di un processo evolutivo più grande, la condizione presente non appare più densa e pesante, bensì estremamente eccitante. Ogni cosa è perfetta e funzionale per quello che è, compresi il benessere ed il disagio. In ogni momento abbiamo la scelta di come interpretare ciò che percepiamo. Ma la verità profonda è che possiamo scegliere di non interpretare, e semplicemente godere lo spettacolo della Dualità che è compresente all'Unità.

333


Soluzione al quesito di pag. 134

Š2009, La Settimana Enigmistica

334


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La tecnologia del ben Essere