Stringimi le mani

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Massimo Petrucci

STRINGIMI LE MANI


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Copyright © 2011 Giraldi Editore I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche), sono riservati. Cristiano Giraldi Editore Via San Felice, 18 40122 Bologna Tel. +39 0515874828 Fax +39 0514070369 amministrazione@giraldieditore.it www.giraldieditore.it ISBN 978-88-6155-436-8 Proprietà letteraria riservata © 2011

L’immagine di copertina è “Sussurri” di Marika Marolda La foto di quarta di copertina è di Francesco Cappiello


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Cosa cos’hai ottenuto alla fine della giornata? Che cos’hai ottenuto da portarti via? Una bottiglia di whisky, una nuova scorta di bugie. Ciechi alla finestra. E il dolore dietro agli occhi. DIRE STRAITS “Private Investigations”

Siamo quello che pensiamo. Tutto ciò che siamo nasce con i nostri pensieri... Noi creiamo il nostro mondo. BUDDHA

Perché ti comporti in modo tanto folle? Stai calmo. Se appena mi separo da lei ho una stretta allo stomaco mi lega coi suoi capelli, m’incatena con i suoi occhi. ANONIMO EGIZIO, XVIII DINASTIA, ca. 1500 a.C.


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CAPITOLO 1 il giorno dopo il vento

Fluida apatia I suoi occhi si muovono veloci, non c’è bisogno di guardarla, lo so. L’ho vista infinite volte così, in attesa di una mia parola, ma ho dentro la lentezza del malessere, la mancanza di voglia, decido di tagliare per la scorciatoia più semplice, quella dell’orgoglio. “Se non vuoi stare più con me, lasciamoci.” Le parole mi sono arrivate tutt’insieme senza nemmeno pensarle, come se fossero state sempre lì pronte, in attesa che aprissi la bocca. Lei mi guarda senza sorpresa, leggo nei suoi occhi la certezza del non ritorno. “Va bene.” Nella sua voce non c’è esitazione, tanto che mi risento e decido che non mi basta, che voglio di più: voglio che mi spieghi, voglio le parole, voglio la sofferenza, qualcosa che mi possa scuotere. “Va bene, cosa?” incalzo. “Lasciamoci.” La luce intermittente della televisione spegne ed accende il viso di Roberta e mi costringe a vedere e non vedere i suoi occhi, a vedere e non vedere la sua frangetta nera, potrei accendere la luce e sono sicuro che tutto mi apparirebbe più chiaro, potrei perfino dirle che nonostante tutto... “Se è questo che vuoi, allora va bene.” Sono le mie parole ad anticipare ancora una volta le mie intenzioni. Mi arrendo. È finita, ma è un finale poco teatrale: nessuna corsa nella pioggia, niente lacrime, nessuna inquadratura di spalle, nessun sotto-

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fondo musicale ad effetto. Solo lei ed io, in una squallida stanzetta, illuminata a sbalzi da una tv idiota. A cosa sto rinunciando? Non faccio in tempo a rispondere che sento una brezza sfiorarmi il viso, alzo lo sguardo, la porta ancora si muove. Mi alzo, ma le gambe restano immobili, come in un incubo, poi il rumore dell’altra porta che si chiude sbattendo. È andata via. L’orgoglio mi ha impedito di chiamarla e sono tre giorni che non la vedo; anzi, mi sono addirittura convinto che è meglio così, che di sicuro in questo tempo avrà avuto modo di pensare, di certo tutto tornerà come prima, è una questione di tempo, una legge universale. La verità è che è domenica, una di quelle solite domeniche che puzzano di frittura, quelle in cui la sera arriva troppo presto. Quelle che sanno di stanchezza e di vuoto, in cui passi le ore sul divano e non ti va di uscire, ma nemmeno di restare. Così decido di scendere quando è ormai sera, percorro il solito breve tratto di strada, l’ho fatto centinaia di volte, forse migliaia, e sono davanti al suo citofono. Ho un senso di smania che si mischia al presagio nefasto che forse non risponderà. Addirittura potrebbe non esserci; non so cosa sia peggio. Busso, lo sguardo fisso sulla grata del citofono: Delle Cave, Di Costanzo, Pascale, Cuttitta, De Gregorio... “Chi è?” È lei, istintivamente metto le mani in tasca e mi avvicino prendendo fiato. Il tam-tam del cuore scandisce i decimi di secondo. “Sono Stefano.” “Cosa vuoi?” Presagio. “Parlare.” “Non c’è nulla da dire. È finita.” Avvenimento. Mi sorreggo appoggiando la mano al muro, mi avvicino ancora e quasi sussurro: “Ascolta io...” clack, ha messo giù. Resto immobile, con l’etichetta del suo cognome stampata negli occhi: solo un cognome, come un’estranea. Citofono ancora, ma già mi sto muovendo all’indietro, allontanandomi di qualche passo.

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Roberta non risponde, guardo su, la sua finestra è chiusa, ma vedo la luce, so che lei è lì e non sta neanche spiandomi. Mi coglie la sofferenza, improvvisa come un treno nella notte. La sento crescere fino ad espandersi tutta d’un colpo, tutta la sofferenza che avrei dovuto provare in quei giorni o nei prossimi mesi, mi scoppia dentro in un solo istante ed è devastante. Non ho mai giustificato chi si suicida per una delusione d’amore. Il suicidio non è mai un’espiazione, è solo un ulteriore atto di disprezzo verso l’altro. Quello che voglio è un altro tipo di suicidio: vivere odiandosi, distruggendosi ogni giorno di più. Ho fatto anche un’altra scoperta: so piangere. Mai avrei pensato che fosse così semplice farlo, ma questa scoperta mi ha portato ad un’ulteriore delusione: non mi serve a niente. Non mi svuota, anzi rimane tutto uguale, come un’esplosione bloccata tra il cuore e lo stomaco, un fotogramma fermo sullo schermo che non termina e non va né avanti né indietro, non aumenta né diminuisce, ma resta lì a bruciare, immobile ed eterno. È un pomeriggio lento e mite di settembre, sto tornando a casa dopo una mezza giornata passata a mietere pensieri su pensieri. Supero il viale del vecchio bar Santa Lucia e vedo un’auto spuntare dal cancello d’ingresso del parco. La macchina svolta a destra e dietro di essa, a piedi, c’è Roberta. Non la vedo da almeno due settimane, vorrei evitarla, ma sono al centro della strada ed incontrarla è inevitabile. Il mio sguardo si aggrappa veloce ai suoi vestiti, alle sue forme, come un bambino smarrito che ritrova la madre. Ha i capelli raccolti in una coda e tra le mani un libro dalla copertina rossa. “Ciao.” Ho la bocca asciutta. Riconosco l’imbarazzo sul suo viso e nei suoi occhi la sorpresa di trovarmi lì. Ho la certezza che non si fermerà, che mi passerà attraverso come un fantasma, poi una moto passa veloce facendo un gran baccano e Roberta si mette le mani sulle orecchie, mi guarda ed accenna un sorriso, appena il rumore cessa, aggiunge: “Ciao. Come va?”

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Come vuoi che vada? Ma non lo dico. Siamo così vicini che riesco a sentirne il profumo dolce. “Me la cavo...” avrei dovuto aggiungere male e prima ancora, avrei dovuto dire molto; ma è lei a parlare: “Vorrei dirti una cosa, ma non so da che parte cominciare...” Un pensiero stupendo mi sfiora la mente. “Ti ascolto.” “Mi sono messa con Ettore.” Mi sono messa con Ettore. Mi sono messa con Ettore. Mi sono messa con Ettore. Mi sono messa con Ettore. Mi sono messa con Ettore. La testa mi gira ed è come se non riuscissi a comprendere il significato di ciò che ha appena detto, è come se lo avesse pronunciato in una lingua a me sconosciuta. “Volevo essere io a dirtelo, non mi andava che lo venissi a sapere da qualcun altro. Non sarebbe stato giusto.” Mi guardo attorno, cerco qualcosa, un’incongruenza, qualsiasi cosa che mi dia la certezza che si tratta solo di un incubo e che, se mi concentro abbastanza, posso anche svegliarmi. Invece è tutto vero perché sento il dolore pulsarmi nello stomaco, arrampicarsi in gola e salire fino agli occhi. Stringo i denti, non ora, non davanti a lei. Vorrei scappare, ma è come se avessi il fango fino alle ginocchia. Sono in un gorgo in cui precipita ogni cosa, emozioni, ansie, sorpresa, speranze, giro e giro e giro... “Lo sapevo già.” Rispondo buttando lì la prima puttanata che mi viene in mente. “Come fai a saperlo?” oddio mi crede! “Lo so e basta.” Sentenzio sforzandomi di mantenere un tono. Giro e giro e giro... Ho la mente sospesa, in stand-by. Non sento nulla, il mondo è ovattato, niente voci né rumori, completamente isolato dal resto del mondo, a parte quella maledetta frase che continua a rimbalzarmi nel cervello: mi sono messa con Ettore... mi sono messa con Ettore... mi sono messa con Ettore. “Mi spiace.” “Sicuro.” È così vicina che quasi ne sento il calore, se solo potessi strin8


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gerla per l’ultima volta e trattenere sui miei vestiti ancora un po’ del suo profumo. La guardo, non c’è più nulla da aggiungere. “Okay.” Le dico, lei mi guarda, è solo un attimo, poi abbassa lo sguardo e scompare per lo stesso vialetto da cui ero passato un istante fa o un secolo fa, il tempo è tutta una questione di relatività. Il tormento è un bruciare a fuoco lento. Il tormento è pensare a lei, ai suoi seni, alle sue labbra, al suo corpo caldo e poi metterci vicino qualcun altro che non sia tu. È qualcosa che fa davvero male, da impazzire. Vivo giorni ciechi in cui tutto è nero, intervallati ad altri in cui immagino rivincite su improbabili ritorni, sconfitte e vane speranze. Quello che odio più di tutto sono gli altri, quelli che mi guardano con l’aria di chi la sa lunga e mi dicono che tanto passerà, che ci sarà un’altra ragazza e che tutti hanno avuto il proprio calvario, la propria via crucis. Ma ora a terra ci sono io, con lo stomaco contratto e un velo sugli occhi che non mi fa vedere dove sto andando. Ho dentro un demone che danza nel fuoco, che mi spinge in azioni di cui poi mi pento; come so che tra un po’ mi pentirò quando la vedrò uscire da scuola. È da più di un’ora che attendo che le lezioni finiscano. Sono venuto varie altre volte qui fuori quando stavamo insieme e so perfettamente da dove passerà, a quale fermata del pullman si avvierà; è solo questione di minuti. È incredibile quanto la follia e la paranoia possano essere razionali e lucide. Ecco Roberta, sorridente come nei tempi migliori. Mi scosto dal muretto al quale sono appoggiato, atteggio un viso tranquillo ma ho dentro un terremoto di emozioni. È in compagnia di due amiche, una la conosco, è Mia, la sua migliore amica, l’altra, un po’ grassottella, è la prima volta che la vedo. “Ciao!” le dico col mio miglior sorriso, ma ho la sensazione di essere una marionetta con un filo spezzato. La faccia di sorpresa dell’amica non è nulla al confronto della sua: il sorriso di pochi istanti prima si disintegra in un millesimo di secondo. L’amica grassoccia ha un’espressione interrogativa, evidente9


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mente non capisce cosa sta accadendo. A riprendersi dallo stallo è Mia che mi saluta velocemente, poi si allontana portandosi con sé l’altra ragazza, bloccata in quell’espressione idiota di sorpresa. “Che ci fai qui?” mi chiede a voce bassa, guardandosi attorno muovendo appena gli occhi. “Voglio solo parlarti.” Non so perché, ma ho la sensazione che il cielo si stia oscurando. “Non abbiamo niente da dirci. Vuoi capirlo?” “Invece credo che dovremmo parlare.” Continua a guardarsi attorno, poi il suo viso muta in un’espressione di paura. Cos’ha visto? Mi volto e la sento dire: “Scusa ma devo andare”, si allontana a passo svelto, non faccio in tempo a fermarla che la vedo entrare in un’auto, è quella del suo nuovo ragazzo, non c’è dubbio. Cerco di metterlo a fuoco, ma sono di nuovo con gli occhi su di lei che guarda fisso avanti a sé. Li seguo con lo sguardo, poi l’auto è inghiottita da una curva pochi metri dopo e resto lì, immobile, con l’imbarazzante sensazione che tutti coloro che mi stanno osservando siano perfettamente a conoscenza di ogni mio pensiero, compreso la ragazza grassoccia che ora saprà tutto di me. Quando arrivo a casa dopo un tempo infinito, è buio, mia madre mi guarda di sottecchi, ormai sono giorni che mi osserva solo con la coda dell’occhio, mi chiede dove sia stato, ma è la seconda domanda che mi sta per fare quella a cui tiene di più, quella che mi ripete sempre e che odio sentire: “Stai bene?” Rispondo meccanicamente ed attendo che mi faccia l’altra domanda a cui tiene molto, quasi quanto la prima: “Hai mangiato? Ti ho conservato la cena.” Ho lo stomaco ridotto ad un pugno stretto, racconto una balla e mi rintano nella mia stanza. Mia madre non ci prova nemmeno a chiedermi qualcosa in più, ormai è rassegnata a non avere risposte da me. Mi lascio cadere sul letto, non ho più forza, sono completamente svuotato, un pupazzo senza più la paglia. Un attimo prima di vedere svanire la stanza, mi viene in mente una frase letta chissà dove: nulla di estremamente doloroso né nulla di estremamente bello dura in eterno. Buio. 10


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Fuoco lontano dal fuoco Il tempo è bizzarro e a volte passa veloce quando meno te lo aspetti. È così che sono trascorsi due o forse tre mesi, non ne sono proprio sicuro, dovrei farmi il conto, ma proprio non mi va. In tutto questo tempo il mio mondo è diventato sempre più piccolo, lo posso misurare: dal letto alla finestra, dall’armadio alla scrivania. È tutto qui e mi basta, non ho alcuna voglia d’incontrare gente e magari sentirmi dire che qualcuno ha visto Roberta lì o qui, che era mano nella mano con lui oppure in auto che si appartavano. Questa è la cosa più dura da mandare giù, mi tortura il pensiero di saperla con quell’altro che la bacia e l’accarezza proprio dove prima lo facevo io. Roberta fa l’amore con piacere ed ingordigia, nello stesso modo in cui mangia un gelato, con la stessa gioia negli occhi, con la stessa golosità. Due mesi o tre, ma ho la sensazione di vivere continuando lo stesso giorno, come se il tempo fosse andato avanti dimenticandosi della mia vita. Le giornate sono fotocopie l’una dell’altra e non c’è nulla di nuovo, nulla di particolare, tutto maledettamente uguale. Una prigione in cui sono il condannato e il carceriere, l’uomo in gabbia e quello che ha gettato la chiave, un Jack Folla. In compenso scrivo tantissimo, cose inutili si capisce, solo lunghe lettere struggenti in cui la penna graffia con forza il foglio tormentandolo con righe e righe d’inchiostro. Per fortuna finiscono sempre accartocciate nel cestino. Il più delle volte, invece, resto alla finestra e guardo passare le auto e la gente, ma è come se tutto ciò che osservo appartenesse ad un mondo che non è il mio, come un pesce in un acquario che guarda la gente dall’altra parte del vetro. Ho scoperto che il tizio con il quale sta ora Roberta, l’aspetta sempre fuori dal parco dove parcheggia la sua Opel Tigra blu. Non entra mai, mi chiedo perché e se per caso c’entro io in qualche modo. Sono certo che è in quella macchina che lo fanno, è proprio lì che lui se la fa. Lascio la finestra e percorro tutto il mio universo fino a buttarmi sul letto dove inizio a vivisezionare visioni e speranze, aspettando

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che le ore precipitino una sull’altra rotolando fino a sera, in cui comincio a combattere con i fantasmi della notte sino alla mattina dopo, all’alba di un giorno che ho già vissuto ieri. È assurdo, me ne sto sdraiato sul letto, mentre potrei fare un sacco di cose, che ne so, mettere su un cd per esempio. Invece me ne sto qui a contare le ore, a guardare il sole che passa tra le foglie degli alberi o le nuvole che si rincorrono al rallentatore. Guardo e non mi viene nessun pensiero poetico, niente d’immortale, solo noia; allora mi stiro e torno a guardare il soffitto fino a quando non evapora in altri pensieri uguali e già fatti: il suo volto, i suoi occhi e poi la Tigra e lui che se la fa, fino a quando i demoni non iniziano a tormentarmi lo stomaco e a farmi torcere sul letto. Il citofono suona così forte che per poco non vomito. Un attimo dopo sento mia madre chiamarmi, è Marcello, dice. Marcello, il mio migliore amico, ma non ho voglia di vedere neanche lui: “Digli che non ci sono!” Pochi minuti dopo la porta della mia stanza si apre su fogli sparsi, un libro aperto da giorni sul comodino nel tentativo vano di essere letto, lo zaino Invicta gettato in un angolo e le scarpe rotolate di lato insieme ai calzini. “Di solito si bussa” dico senza nemmeno guardarlo. “E di solito non ci si nega al citofono con il tuo migliore amico. Inoltre tua madre non è granché a raccontare balle.” “Già...” “Come va?” “Di merda, ma ci sono abituato.” Marcello si appoggia alla scrivania, so che mi sta guardando e so anche cosa sta pensando, ma non ho voglia di approfondire, spero solo che si stanchi e se ne vada. “Stasera c’è un falò. Perché non vieni?” Stoico il mio amico, devo ammetterlo e non so se ridergli in faccia o mandarlo al diavolo una volta e per sempre. “Un falò? A dicembre?” “Dico sul serio, è una festa organizzata dalla cugina di Annachiara, non la conosco, ma di sicuro ci sarà birra a fiumi!”

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Birra a fiumi, sigillo di garanzia per una buona festa; in altri tempi sarebbe bastato solo questo a convincermi. “Meglio di no.” “Dovresti smetterla ora.” “Di fare cosa?” “Di angosciarti, cazzo. Guardati, dove vuoi arrivare?” “Da nessuna parte. Sto fermo da mesi.” “E ti serve? Ti fa stare meglio?” “Non so fare altro.” Continuo a guardare il solito punto indefinito tra me e il soffitto. “Forza, alzati da quel fottuto letto e togliti quella tuta di merda. Metti qualcosa di decente e vieni con me stasera. Giuro che ci divertiamo.” “Lascia stare, non mi va.” “Ascoltami, stai di merda, stai male, stai soffrendo, tutto quello che vuoi, ma reagisci cazzo! Sei vivo o no?!” “A volte penso di no.” “Non dire stronzate! Stare lì non ti servirà a niente. La vita continua, amico. Secondo te Roberta se ne fotte di te che passi intere giornate in questa stanza? Secondo te ha rimorsi? Evita di uscire? Evita di fare quello che le piace? Dov’è finito quello che diceva che la vita è una e va vissuta?” Ha ragione e lo so benissimo, ma non è semplice alzarsi e fare finta di niente, uscire per andare a ballare o in birreria. Ci sono troppe cose che mi ricordano lei: i locali che abbiamo frequentato, la gente che conosciamo, perfino i marciapiedi. Tutto questo fa male, maledettamente male e non lo puoi capire se non ci sei dentro. Mi metto a sedere sul bordo del letto, la testa mi gira un po’, penso alle parole per convincerlo a lasciarmi stare, ma lo vedo aprire il mio armadio, prendere dei jeans che mi butta di lato, aprire un cassetto, prendere un pullover e gettarmelo sulle ginocchia. Non c’è verso, non me ne libero, non stasera. “Fatti una doccia, ti aspetto qui. Muovi il culo, dai. Inoltre abbiamo bisogno della tua auto, altrimenti restiamo a piedi.” Sorride.

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Nello specchietto retrovisore incrocio gli occhi di Annachiara, se ne accorge e mi sorride. La conosco da un pezzo, sempre ed eternamente innamorata di Marcello. Stasera è particolarmente carina con quel maglione di lana viola. Al suo fianco è seduto Gigi, anche lui lo conosco da tempo, ma ci siamo frequentati poco; è un tipo sballato, sempre a rullare canne. Alto com’è potrebbe giocare a basket, invece si muove scoordinato come un tafano in preda a un pesticida. Stasera è con una tipa che non ho mai visto prima, all’apparenza, con quel viso piccolo e tondo, il caschetto biondo e gli occhialini da intellettuale, proprio non c’entra niente con Gigi, il suo bomber arancione ed il cappellino NY, ma la vita si sa, va spesso a caso. C’è euforia in auto, Annachiara ci spiega che la festa è di sua cugina che compie ventidue anni ed ha deciso di festeggiare sulla spiaggia. Nonostante dicembre, dice che le piace il mare d’inverno. Superiamo agilmente il molo di Baia, proseguiamo per la salita che porta al Castello e scendiamo fino al lago Miseno, per poi svoltare verso Capo Miseno dove ci sono le spiagge; la nostra è ai piedi del promontorio. D’estate è quasi impossibile arrivare fin qui senza farsi almeno un paio d’ore di traffico, invece stasera è quasi un deserto. Parcheggio e sulla spiaggia vedo già della gente. Mentre ci avviciniamo riconosco qualche faccia amica e tizi che ho già visto. Nei pressi del falò il fuoco è vigoroso e caldo, ci disponiamo in cerchio come gli altri, saluto qualche amico e spero che nessuno mi faccia le solite domande del cazzo. Gigi fa subito comunella con altri quattro ragazzi, li conosco: sono quelli del fumo, li vedo trafficare e rullare qualche canna per la gioia della comunità. Forse è quello che ci vuole per mettere un po’ nella naftalina i pensieri. Dopo un paio di minuti l’odore dolce e agre degli spinelli s’intreccia a quello della legna che brucia. Marianna si siede alla mia destra e la cosa mi fa strano, Marcello accorda la chitarra e Annachiara gli si siede accanto. Lo guarda con aria sognante e un po’ lo invidio, anche a Marcello piace Annachiara, ma a modo suo, senza impegno, cosa che io non sono mai stato capace di fare. Finalmente qualcuno mi mette tra le mani una

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canna, aspiro quanto più possibile e la passo a Marianna che immediatamente se ne libera, no, proprio non c’entra niente con Gigi, penso mentre mi gusto il sapore dolciastro del fumo, mi stendo e guardo un cielo nero bucato di stelle. Marcello attacca con Putesse essere allero, un pezzo di Pino Daniele; magari lo potessi anch’io, affondo le mani nella sabbia, la sento umida, ne stringo un pugno e la lascio scorrere tra le dita, ne stringo un altro e di nuovo scorre. Se fossi stato con Roberta in una notte come questa. Straccio il pensiero e, senza approfondirne il motivo, cerco con gli occhi Marianna; si è spostata, la vedo parlare con un’altra ragazza che conosco ma di cui proprio non ricordo il nome, vorrei sentire cosa si dicono, ma lo scoppiettio frenetico del fuoco copre le loro parole. Mi passano una birra, è Marcello: “Bevi socio!” Chiudo gli occhi e butto giù. Resto vicino al fuoco per quasi un’ora tra canzoni, birra, canne e tranci di pizza. Annachiara si avvicina, è con una tipa cicciottella con una massa di capelli che se ne potrebbe riempire un materasso, per poco non le rido in faccia. “Mia cugina Rosaria, è lei la festeggiata.” “Auguri. Bella festa.” “Grazie. Annachiara mi ha parlato di te.” Spero che non sia qui per piazzarmi questo tricheco con la parrucca, non ce la farei nemmeno a conversare. “Spero bene.” “Per niente!” ride. Marcello attacca con un pezzo dei Pearl Jam, Rosaria applaude felice ed inizia a cantare. Ammetto che è brava, bella voce e bel sorriso. Mi ricredo sul suo conto, è forte, carica di energia. Dovrebbe tagliarsi i capelli però. Il tempo trascorre piacevolmente lento, mi guardo di nuovo attorno, Marcello sta baciando Annachiara, senza impegno naturalmente; di nuovo mi ritrovo a cercare Marianna che sembra aver fatto amicizia con un ragazzo. Cerco di metterlo a fuoco, ma proprio non lo conosco; un po’ mi spiace, confesso, mi sdraio un’altra

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volta sulla sabbia e quando volto la testa, a poco meno di un metro, obliqua sulla sabbia, vedo una bottiglia di Martini. Cerco di afferrarla allungandomi fin quasi a lussarmi una spalla, appena l’afferro sento una voce conosciuta ed i diavoli nello stomaco si svegliano di soprassalto. Mi volto, alzo gli occhi e c’è Roberta. Immobile con la bottiglia stretta nella mano, seguo con gli occhi Roberta che appare sorridente e gioiosa. È con Ettore, nessuno dei due sembra avermi visto. Roberta è bella come sempre nel suo morbido giubbotto con il cappuccio, la gonna a pieghe e le calze nere e spesse maledettamente erotiche, che scendono in piccoli anfibi neri. Il primo istinto è quello di scomparire all’istante, scappare via o seppellirmi velocemente in un fosso. Ho il terrore che incrociando i suoi occhi lei possa capire che ancora non l’ho dimenticata, che non riesco a smettere di pensarla. Con in mano la bottiglia di Martini, muovo qualche passo veloce nella direzione opposta, a testa bassa come un ladro che teme di essere scoperto, incrocio Marianna che mi sorride, probabilmente non sa niente di me e della mia storia, ricambio il sorriso, è solo un gesto automatico, e continuo verso i pedalò tirati sulla sabbia ad una ventina di metri. Mi siedo sulla punta di uno, quasi spalle al falò, e butto giù un ampio sorso di Martini. Spero che Roberta non mi abbia visto, mi volto di sottecchi per guardare cosa accade e vedo venire qualcuno verso di me, non c’è molta luce e non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra proprio Marianna. “Disturbo?” “No, per niente.” Resto sempre più stupito. “Come mai qui da solo?” “Ma, niente. Solo un po’ di pace.” “Posso farti compagnia o preferisci la solitudine?” si aggiusta gli occhiali con la punta dell’indice; questo gesto mi fa tenerezza e contrasta con questa sua sfrontatezza. “Resta pure.” Mi scosto per farle spazio, ma in realtà vorrei dirle che sì, vorrei restare da solo. “Eri venuto a raccogliere pensieri?” sorride. Non immagina nemmeno lontanamente quale sia la verità. La

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guardo con attenzione, il caschetto biondo, la pelle chiara, la felpa rosa, i lineamenti delicati. Non c’è che dire, è carina, eppure davvero non ho molta voglia di stare in sua compagnia, non ho voglia di stare con nessuno. “Più che a raccoglierli, a scacciarli.” Lancio un’occhiata veloce al gruppo ma non riesco a vedere Roberta, la luce del falò rende tutti ombre nere. “Un penny per i tuoi pensieri.” “Cosa?” “Mi piacerebbe sapere cosa pensi; sembri così pensieroso.” “Lasciamo stare i miei pensieri; non sono poi così importanti. Parliamo di te piuttosto: dove sei stata fino ad ora?” “In che senso, scusa?” “È la prima volta che ti vedo.” “Potrei dire la stessa cosa di te. Tu dove sei stato?” Chiuso nella mia stanza da due mesi. “Tra demoni e fantasmi.” Mi sorride sistemandosi istintivamente i capelli. “Interessante.” “Ora tocca a te.” “Sono un’amica di Annachiara, ci siamo conosciute in palestra un mese fa. Conosco un po’ tutti i suoi amici. Tu mi sembra che conosci bene Marcello, vero?” “È il mio migliore amico.” E mi ha portato su una spiaggia dove c’è anche la mia ex con il suo nuovo ragazzo. “Da quanto vi conoscete?” “Da sempre.” “E com’è che non ti ho mai visto prima?” “Posso dirti una cosa senza che subito pensi male di me?” “Vediamo.” “Prima in macchina, pensavo una cosa; ma forse è una cosa sciocca. Lasciamo stare.” “No, dai. Sono curiosa, giuro che non penserò male di te!” “Okay, ti guardavo e pensavo che tu e Gigi, insomma, siete troppo diversi...”

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“Cosa stai pensando?! No, dai, davvero hai pensato che potessi stare con un tipo come Gigi?!” “E con che tipo stai?” “Con nessun tipo. E tu? Chi è la tua tipa?” Quella con il giubbotto blu e la gonna a pieghe, quella con quel tizio vicino al fuoco, quello alto, quello che ora... “Non sto con nessuna tipa.” “Strano.” “Perché?” “Sei carino, dovresti stare con qualcuno.” “Anche tu sei carina.” “Ma dai...” sorride e si aggiusta gli occhiali. Dev’essere un gesto che fa quando è imbarazzata o nervosa. Lancio un’altra occhiata verso il gruppo e questa volta riesco a vedere Roberta. Immediatamente lo stomaco mi si contrae facendomi sussultare. Chi ha detto che si ama con il cuore non ha capito nulla, l’amore lo senti sempre nello stomaco, sia quando ami che quando soffri, è un buco appena sopra l’ombelico, si ama e si soffre con la pancia. “Cosa c’è?” Marianna si volta di spalle come per comprendere cosa abbia potuto vedere che mi ha fatto trasalire, ma non capisce e ritorna su di me con lo sguardo di chi attende risposte. “Niente.” Afferro la bottiglia di Martini e tracanno un paio di sorsi, l’alcol scende veloce, poi esplode caldo nelle viscere. Qualcuno ha detto che l’alcol uccide i vivi e mantiene i morti, allora devo essere morto davvero. “Ma stai bene?” Non dovrei farlo, è tutto così stupido, ma non resisto e guardo oltre le spalle di Marianna, vedo Roberta avvinghiata ad Ettore. I demoni si sono destati ed iniziano la loro danza nello stomaco; ci vuole altro alcol. “Ehi, ma che hai?” “Niente, è tutto okay. Ho lo stomaco sottosopra.” “E vuoi raddrizzarlo col Martini?” “Hai ragione.” Mi sforzo di sorriderle, ho la testa che mi gira: “Te l’ho detto che sei carina, vero?”

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“Come no, con questi occhiali sembro proprio una scema! Sono miope come una talpa, dovrei farmi operare. Una mia amica lo ha fatto ed ora ci vede benissimo, ma io ho un po’ di fifa! Ora come ora se mi togliessi gli occhiali non troverei nemmeno la strada per tornare al falò!” Mi piace la sua ironia e questa volta sorrido di cuore. “Ne vuoi un po’?” le allungo la bottiglia di Martini. “Grazie, ma meglio di no.” “Perché?” “Non lo reggo l’alcol.” “Allora è proprio il caso di fare un sorso!” “Che scemo! No, meglio di no; poi mi gira la testa.” “Anch’io ho la testa che mi gira, dai sali anche tu sul mio ottovolante.” Marianna mi guarda indecisa, combattuta, le avvicino nuovamente la bottiglia: “Un sorsetto per fare un po’ di allegria, solo uno.” “Va bene, solo per farti contento.” Prende la bottiglia e beve un sorso, ma subito storce la bocca: “È che non sono abituata.” Sorride, mi guarda, la guardo. L’aria è vibrante, so perfettamente cosa sta per accadere e non sono convinto di volerlo; ci guardiamo senza parlare. “Un penny per i tuoi pensieri.” Questa volta sono io a dirlo. “Direi di no. Meglio tenerli per me.” Sorride. “E perché? Cosa c’è in questa testolina di così segreto?” le tocco delicatamente la fronte ed il contatto con la sua pelle mi dà un brivido che mi coglie di sorpresa. “Tu cosa vuoi che ci sia?” Lascio cadere la bottiglia sulla sabbia senza perdere nemmeno per un istante i suoi occhi, mi accorgo che la distanza tra noi è minore, siamo sempre più vicini, le labbra si attraggono come magneti, finché è inevitabile restare separati; ci baciamo. La felicità è una vertigine improvvisa, accosti e ti fermi, tutto qui. Non è un periodo o una fase, è solo un istante, un momento

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imprevisto, o ci sei o non ci sarai. Ho la mano sotto la sua felpa, ci mordiamo le labbra, ci stringiamo, anzi sono io a stringerla forte, quasi a temere che possa scomparire, ho paura che mi possa risvegliare nella mia stanza e riprendere gli stessi pensieri, le stesse ore fotocopie di sempre. Marianna si stacca e mi guarda, ha gli occhi che le brillano e ha le guance rosse, sorride così dolcemente che non riesco a non sentire forte l’emozione del momento. “Non smettere di baciarmi, ti prego...” le chiedo accarezzandole il viso, vorrebbe dire qualcosa, ma non le do il tempo e torno a baciarla. Non ho voglia di capire cosa stia accadendo, desidero solo che si ripeta all’infinito, ancora e ancora. Un istante dopo siamo sulla sabbia, lei stesa al mio fianco, continuiamo a baciarci, poi mi prende di sorpresa ed è sopra di me, sento che mi bacia sul collo, ne sento il respiro caldo che mi provoca brividi di piacere, chiudo gli occhi e mi lascio naufragare. Dopo un po’ rimaniamo così, abbracciati ed immobili; sto per confessarle che da tempo non mi sentivo così bene, ma riaprendo gli occhi, tra noi e il mare, ci sono quelli stupiti ed immensi di Roberta. Roberta invade tutta la mia visuale come se la spiaggia, il mare, tutto quello che mi circonda fosse precipitato nel profondo del suo sguardo. È solo un attimo in cui restiamo occhi negli occhi, un attimo che però si deforma e si allunga, ho tutto il tempo di fissare nella mia mente quell’espressione di stupore e delusione stampata sul suo viso. Eccola davanti a me, nella mano di Ettore che non si è accorto di nulla, tutto sembra muoversi al rallentatore: loro due che passano in cerca di un posto tranquillo, Roberta che gira lentamente la testa e fissa lo sguardo nel mio sguardo, Marianna che mi accarezza i capelli, le mie mani sui suoi fianchi, l’espressione di stupore sul volto di Roberta, poi il tempo riprende la sua normale velocità e la vedo allontanarsi come se non mi avesse mai visto, come se i nostri sguardi non ci fossero mai stati. Mi sorprendo a provare un senso di colpa che si mischia ad un senso di rivincita. Sento fitte allo

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stomaco e ricordi a strappi. L’attimo di felicità è appena passato. “Cosa c’è ora?” “Niente.” “Ti prego, dimmi la verità? Ho fatto qualcosa che non ti va?” “No, tu sei dolcissima.” Non si è accorta di avere gli occhiali un po’ storti, mi fa tenerezza. Non posso mentirle, non voglio. “È appena passata la mia ragazza.” Marianna sgrana gli occhi: “Sei fidanzato?!” “No! Volevo dire la mia ex ragazza. Ci siamo lasciati da qualche mese.” “Era quella che è passata un attimo fa?” “Sì.” “Ho capito.” “Cosa?” “La pensi ancora, vero?” È un peccato che nella vita non si abbia il rewind, qualcosa per tornare indietro, anche solo di pochi minuti, il tempo per rimediare ad una risposta sbagliata, ad un saluto mancato, ad un gesto non voluto, ma non c’è rimedio alle mie parole. “Perché mi hai baciata?” Non rispondo, non so cosa dirle, qualsiasi cosa potrebbe ferirla. Ha un sorriso amaro e gli occhi piccoli. “Marianna, ascolta...” “Cosa sono una specie di chiodo scaccia chiodo, vero?” “Credimi, non è così,” non mi dà il tempo di continuare che prova ad alzarsi, l’afferro trattenendola, “aspetta!” ma tira via il braccio con forza inaspettata. “Sei solo un falso!” “Maledizione, ci siamo appena conosciuti! Cosa vuoi saperne di me?” “Mi basta quello che ho visto.” “E cosa hai visto? Cosa sai di me? Vuoi che non abbia un passato?” “Voglio sapere perché mi hai baciata.”

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“Perché sì! Perché mi andava, perché sei carina, perché è bello baciarti, ho provato una sensazione stupenda, una cosa che da tempo non sentivo.” Marianna sembra non ascoltarmi, guarda verso il falò, poi verso le barche poco distanti, appare combattuta. Mi guarda, ho l’impressione che stia per dire qualcosa, invece si volta e va via. Questa volta non la trattengo, la vedo allontanarsi veloce, ha una mano sul viso, forse sta aggiustandosi gli occhiali, forse sta piangendo e non è giusto. Penso a Roberta che ora è da qualche parte con Ettore, sento di odiarla con tutta la forza che ho, ma forse non è lei che odio, odio me stesso perché continuo a permetterle di tormentarmi, perché non riesco a dimenticarla. Torno al falò, cerco Marcello sperando di non incontrare lo sguardo di Marianna, ma non si vedono né l’uno né l’altra. Il fuoco è ancora forte, mi siedo e lo guardo con attenzione, ne ascolto lo scoppiettare caratteristico; ne avverto il calore sul viso e osservo come ipnotizzato le scintille staccarsi dalla fiamma e rincorrersi verso l’alto, ma durano solo un istante, un attimo di luce; la voglia di essere fuoco lontano dal fuoco, ma è solo un inganno, una menzogna, come il mio attimo di felicità di poco prima: amore lontano dall’amore. Lasciamo un falò ridotto a pochi pezzi ancora rossi ma troppo stanchi per continuare a fare fuoco. Siamo al parcheggio, Annachiara e Marcello sono appoggiati ad un muretto, poco distante Marianna che per tutto il resto della serata non mi ha rivolto nemmeno uno sguardo. Stiamo aspettando Gigi, che però non si vede, forse starà dormendo dietro qualche barca. Sono stanco, non vedo l’ora di mettermi a letto. Mi appoggio all’auto e vedo la Tigra di Ettore, è a pochi metri, ma loro non ci sono; invece no, sono proprio tra me e la loro auto, finisco negli occhi di Ettore che mi guarda con odio. Penso che dovrebbe essere il contrario, quando si ferma e dice: “Che cazzo guardi?!” La cosa mi coglie così di sorpresa che resto senza parole, anche Roberta lo sta fissando con stupore.

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“Allora?!” Credo che nessuno dei miei amici si stia rendendo conto di quello che sta per accadere. Succede che la mente è fulminata da immagini diverse: la mia stanza, le lettere, Roberta fuori da scuola, le notti insonni, il falò, sei un falso!, gli occhi di Marianna, il dolore nel cuore, le barche, le mani di Ettore su Roberta; tutto dura un istante in cui sento l’adrenalina zampillare nelle vene, le tempie pulsarmi e mi sento stupendamente vivo, ho solo il tempo di sentire Roberta dire: “Lascialo perdere” e non capisco se ce l’ha con lui o con me, ma non c’è più tempo per pensare, stringo i pugni e lo colpisco con una testata. Ettore arretra di qualche passo, ha le mani sul viso, ma è più alto di me ed il colpo non è stato assestato come avrei voluto, infatti si riprende e ho solo il tempo di vedere l’ira infiammargli il volto che si lancia su di me. Ci scambiamo colpi disordinati, volano pugni, calci, poi sento che qualcuno mi afferra tirandomi via con forza; non voglio essere fermato, mi dimeno, qualcun altro sta trattenendo Ettore che mi urla contro qualcosa che non comprendo. Marcello mi trascina via mentre altre persone spingono Ettore nella sua auto, Roberta gli è vicino, è agitata ed un attimo prima di entrare si volta e mi guarda con un’espressione che non riesco a decifrare, poi sento gli pneumatici dell’Opel Tigra stridere forte e pochi istanti dopo l’auto è inghiottita dal buio della notte. Dopo aver accompagnato Annachiara e Marianna a casa, lascio Marcello nel suo viale, poi abbandono via Giorgio De Falco, supero il cavalcavia della Cumana e svolto a sinistra verso casa mia. Salgo le scale fino al terzo piano, ho nella mente quell’ultimo sguardo di Roberta sovrapposto a quello di delusione quando mi ha visto abbracciato con Marianna. Ma era davvero delusione? Sono nella mia stanza, sfilo via il pullover, c’è il profumo di Marianna. Ho uno zigomo che mi fa male, eppure mi sento bene, vivo come non mai. Domani sarà un giorno diverso, non so perché, ma lo so, sarà un giorno che ancora non ho vissuto.

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Il presente dura un attimo Musica a palla e luci a intermittenza, intorno l’odore acre dell’effetto nebbia. Eccomi qua, seduto sullo sgabello del bancone del bar, un tizio di colore sta ballando hip hop, ci sa fare alla grande, la gente gli si è accalcata attorno e lo guarda con ammirazione. Ordino un’altra birra e cointreau e mi sposto verso le poltrone di pelle, sono distanti dalla pista e la musica è meno martellante. Ho voglia di stare comodo, di rilassarmi. Supero gli scalini e sono nella saletta, c’è meno gente di qua, per lo più coppiette, il mio sguardo è attirato da alcune ragazze ed è lì che la vedo. Non c’incontriamo da quella sera al falò, da quando se ne andò senza dire una parola. La saluto con un cenno della testa, sono sicuro che non ricambierà, invece mi sorride e le sorprese non finiscono perché viene verso di me. Stasera è particolarmente attraente con la minigonna di pelle e la maglietta nera leggera, un “vedo non vedo” da un largo intreccio di lacci di cuoio. Non c’è che dire, ha un aspetto molto più sexy di quello che aveva al falò, tuttavia c’è qualcosa che mi sfugge nel suo look. “Ehi.” “Marianna, non mi aspettavo di trovarti qui.” “Pensi che la discoteca non sia un posto per me?” “Il contrario, ci stai benissimo. Mi piace questo tuo nuovo look.” “Notato niente?” Mi sforzo di andare oltre all’abbigliamento sexy, la pettinatura mi sembra la stessa, il trucco forse? Gli occhi hanno una pennellata nera che li rende più lunghi, quasi a mandorla, accidenti non ha gli occhiali! “Hai messo le lentine!” “Di più, mi sono operata.” “E dove è andata tutta la fifa?” “Non lo so, ho deciso di cambiare, voglio godermi di più le cose. Sto sempre a pensare, pensare. Basta. E comunque è anche merito tuo, questo.” “L’ultima volta ci siamo lasciati un po’ maluccio.” “Mi spiace, ma mi sono proprio sentita usata.”

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“Spiace anche me.” “Lo so.” “Ti va una Coca? O hai deciso anche di darti all’alcol?” “Questo no, continuo ad essere astemia, ma chissà. Mai dire mai.” Un tipo smilzo dai capelli lunghi si muove veloce e senza neanche guardarmi posa sul bancone una Coca. Marianna accavalla le gambe in modo molto composto, ma non riesco a trattenere lo sguardo che cade sulle sue gambe. È solo un istante, ma non le è sfuggito. “Devo dire che sei molto carina senza gli occhiali, sai?” “Allora prima ero brutta!” mima un’espressione risentita. “No, ma ora stai meglio, sei davvero attraente, anzi di più, sei sexy!” “Ma smettila. Piuttosto dimmi cosa hai fatto in tutto questo tempo. Non ti ho visto più in giro.” “Niente di particolare...” “E di non particolare?” incalza sorridendo. “Lavoro in una gastronomia, pulisco polpi congelati, taglio melanzane, affumico salmoni e puzzo schifosamente d’aglio!” “Mi prendi in giro?” “Giuro! È la gastronomia di una specie di cugino di secondo grado.” “Fammi sentire”, si avvicina, “non mi sembra di sentire puzza d’aglio, anzi hai un buon odore.” “Potere della doccia.” Sorridiamo entrambi. Marianna beve un po’ della sua Coca, non smetto di guardarla. “E dimmi, come ti trovi in questa gastronomia? Guadagni bene?” “Macché, comunque è già acqua passata, lunedì mi licenzio, sono stufo.” “Hai trovato qualcosa di migliore?” “Niente, ma qualcosa m’inventerò. E tu? Cosa mi racconti?” bevo un sorso della mia birra.

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“Mi sono fidanzata.” Quasi mi strozzo, la notizia mi delude molto. “Ah, bene. Fortunato.” “Tu o lui?” strizza gli occhi in un atteggiamento malizioso. “Lui, naturalmente.” “Si, ma è già acqua passata, lunedì lo lascio!” “Che fai mi prendi in giro?” “Dico sul serio. È finita.” Poi si fa seria come per dare maggiore peso alle sue parole: “Giuro.” “E stasera lui dov’è?” “Con gli amici. Abbiamo litigato ed ognuno per sé. Stasera sono uscita con le mie amiche.” Mi guarda con attenzione, riconosco quello sguardo ed intuisco la domanda: “Io sono sempre single, ma sto molto meglio ora.” “Buon per te.” “Marianna, al falò non ho pensato a niente come chiodo scaccia chiodo o cose del genere. È successo, è andata così.” “Acqua passata.” “Però è stato bello baciarti.” “Smettila.” Si fa seria rincorrendo pensieri. “Un penny per i tuoi pensieri...” le dico. “Dai! Te lo ricordi ancora?” “Certo, ricordo tutto di te. Allora, a cosa stai pensando?” Sorride, mi guarda ed aggiunge: “Meglio non dirlo.” “Perché, cosa c’è di così segreto in quella testolina?” “No, dai! Davvero ti ricordi tutto!” “Te l’ho detto, non ho dimenticato nulla.” Sento che si sta materializzando quella stessa atmosfera elettrica, che sa di mare e di sabbia, di occhi che attendono e labbra che fremono. Non so se è per la seconda birra che bevo, per il momento magico o perché qualche volta si deve essere folli, ma mi avvicino un po’ di più e le dico: “Perché non mi baci?” “Sei impazzito?!” “Credo di sì. Ma tu vuoi baciarmi?” “Perché?”

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“Perché tra un po’ la magia passerà.” Non fa in tempo a replicare che già ci stiamo baciando, poi si stacca, si aggiusta nervosa la frangetta e si guarda attorno, quindi ritorna su di me. “Perché ci siamo baciati?” Non lo so e non so neanche se c’è una risposta a questa domanda. Sto per dire qualcosa, ma lei mi anticipa: “Ti ho pensato molto. Non volevo dirtelo, ma è così. Ho pensato mille volte a quel bacio sulla spiaggia; lo so che è stato solo per poco, ma mi hai lasciato qualcosa dentro, qualcosa che non capisco e che mi fa pensare a te.” Resto spiazzato da queste sue parole, vorrei dire qualcosa di sensato, ma è ancora lei a parlare: “Di’ la verità, che cosa pensi di me?” Non posso mentirle: “Di preciso non lo so, è la verità, ma sono sincero quando dico che mi piaci. Non starei qui con te se fosse il contrario, credimi.” Marianna è silenziosa. “Un altro penny?” provo a sdrammatizzare. “Vuoi la verità? Vuoi sapere veramente cosa penso di questa storia?” “Sì, certo.” “Penso che sia un errore stare qui con te e che sarebbe meglio andare, raggiungere le mie amiche e dimenticare d’averti incontrato.” “Forse hai ragione tu. Ma quello che ho detto non posso negarlo.” Finisco la birra con la certezza che quando avrò poggiato il boccale lei non ci sarà più. Invece rimane lì, con le gambe accavallate sullo sgabello di metallo lucido. Siamo di nuovo occhi negli occhi, forse perché stiamo cercando la stessa cosa ed abbiamo paura: un attimo di felicità, solo un breve istante, poi più nulla. “Sai cosa penso? Penso che siamo degli stupidi a lasciare passare l’attimo.” “Meglio rimorsi che rimpianti, giusto?” “Qualcosa del genere.”

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Le prendo una mano, è fredda e piccola; mi avvicino, la guardo per un istante, non si allontana. “Perché mi piaci così tanto?” mi fa. “Eppure nemmeno ti conosco.” “Allora conosciamoci di più.” E già ci stiamo baciando di nuovo. Si stacca e mi guarda. Ha gli occhi in tempesta. “Cosa c’è?” le chiedo. “Voglio fare l’amore con te stasera.” Lo dice con tanta determinazione da farmi trasalire. “Domani mi trasferisco a Roma con un’amica, è per l’università, abbiamo trovato una casa per studenti. Non so quando tornerò e non so se ti rivedrò ancora. Se vorrò rivederti ancora. Non so nemmeno se è la cosa giusta, ma sono stanca di cercare di fare la cosa giusta. Lo hai detto, no? Cogli l’attimo. Stefano non te lo dirò ancora, una volta è già troppo per me.” “Okay.” Marianna mi stringe forte, è bello sentirla su di me. La felicità è solo un attimo, è una momentanea assenza di dolore e qualche volta bisogna rubarla. Dopo aver accompagnato Marianna a casa, ho guidato con i finestrini aperti, volevo su di me l’aria fredda del mattino. Il nero della notte era quasi completamente dissolto nel blu-rosa dell’alba. Per tutto il tempo ho pensato alle parole che Marianna mi ha sussurrato prima di scendere dall’auto, mi sono rimaste attaccate addosso come una zavorra. Siamo rimasti d’accordo che non ci saremmo sentiti più, lei non mi avrebbe chiamato ed io avrei fatto altrettanto. È un vero peccato non prendere le cose come vengono o prendere solo le cose che vengono. È un peccato che spesso la vita ci regali solo dei trailer di quello che avremmo potuto vivere ed è un peccato arrivare al botteghino quando tutti i biglietti sono già finiti. È un peccato vivere brevemente quello che avremmo potuto avere per tutta la vita perché non abbiamo avuto il coraggio di scegliere, peccato non aver avuto le palle per dire basta e ricominciare tutto dal principio e vaffanculo al mondo! 28


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Il dolore vive nelle interiora, nelle budella, il dolore è qualcosa di fisico, non è semplicemente uno stato mentale. Per questo motivo da qualche giorno ho deciso di cercarlo, di stanarlo scavando dentro me fino in fondo, cercando di estirparlo come farebbe un chirurgo con un carcinoma. Per conoscere davvero qualcosa, qualche volta è necessario farla a pezzi. Queste parole me le disse molti anni prima la mia docente di Italiano, la professoressa Irace. Lo ricordo perfettamente, era un lungo giovedì di novembre, lungo perché avevo appena terminato la mia giornata di otto ore di lezioni. Scendevo a piedi per la discesa del Giordani riflettendo sulle parole della mia insegnante. Il cielo era bianco e basso, una pioggerella sottile bagnava le punte delle mie scarpe. Farla a pezzi per conoscerla, quel giorno non arrivai a nessuna conclusione ed archiviai la cosa tra le risposte inutili. Ora invece ne capisco il senso, è tutto chiaro: per conoscere i meccanismi interni e le parti nascoste, a volte è necessario togliere l’involucro, tagliuzzare, dividere, fare a pezzi, appunto. Quello che la mia vecchia insegnante non mi aveva detto è che andare in profondità dentro se stessi fa male, sempre più male, ma almeno impari a gestirlo meglio, il dolore. La parola magica è evasione, così mi sono convinto ad iscrivermi in palestra, ma volevo qualcosa che mi stancasse, allora ho scelto il Full Contact ed ho scoperto che sudare, tirare pugni ad un sacco mi piace, ha un riflesso benefico sul mio stato d’animo. Conoscere nuove persone poi aiuta a distrarsi, anche se continuo a non avere voglia di fare vere e proprie amicizie. Mi accontento di scambiare due chiacchiere: loro non sanno niente di me ed io non conosco nulla di loro, niente d’impegnativo. Fuori dalla finestra nuvole grigie e gravide procedono lente in un cielo di piombo che sembra inghiottire le case sulla collina di fronte. Sono sempre stato un po’ meteoropatico, forse per questo ho la netta sensazione che la stanza si sia ulteriormente rimpicciolita, mi manca l’aria. Meglio fare due passi; indosso il mio giubbotto di pelle e via. Nessuna meta, mani in tasca affronto la breve

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salita che mi porta fuori dal parco. Alzo gli occhi e, come in un déjà vu, me la trovo davanti. Roberta è lì ed è impossibile fingere di non vederla; il suo sguardo mi provoca un sussulto; dentro di me il caos. “Ciao” mi concede con tono formale. “Ciao. Come va?” mi pento quasi subito. Si ferma, mi guarda: “Bene. E a te?” “Non male.” E aggiungo la domanda peggiore che si possa fare alla propria ex: “E con lui come va?” È solo un istante, ma ho la sensazione che stia valutando cosa rispondermi: “A gonfie vele. E poi è molto dolce con me.” Non c’è fine alla dannazione. Se fossi furbo me ne andrei, ma l’amore non è mai furbo, l’amore corre sempre in prima linea. “E con questo vuoi dire che io non lo sono mai stato?” “Se lo sei stato, non lo ricordo.” Al ragazzo più dolce del mondo è scritto sulla copertina di un disco di Carboni, ha dimenticato che me lo ha regalato lei? Non faccio in tempo a ricordarglielo, che mi dice: “Scusami, ma ora devo andare via.” L’afferro per il braccio voltandola verso di me: “Come puoi dire queste cose?” “Lasciami!” “Come fai ad essere così?” “Non voglio parlare con te.” “Com’è possibile che tu abbia dimenticato tutto?” “Cerca di fartene una ragione!” “È impossibile.” “Allora è un problema tuo. E ora lasciami andare.” Se ne va ed io resto così, col niente attorno e nelle tasche i pugni stretti per non seguirla. Non c’è più niente che possa fare, nulla che possa dire. Siamo solo estranei che non hanno niente da dirsi. Ha ragione, è tempo che me ne faccia una ragione, così giuro a me stesso che non la cercherò più e se dovessi incontrarla passerò dritto come si fa con tutte le facce della gente che non conosci. Roberta non può che essere niente di più che una faccia, solo un volto tra centinaia di altri sconosciuti. 30


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Filosofia spicciola Il destino ti mette subito alla prova, forse è per questo che un paio di giorni dopo me la sono trovata di fronte, giù nel parco, eravamo entrambi in un passaggio stretto tra un palazzo e il muro di recinzione. Non ho cambiato espressione ed ho continuato per la mia strada. Non le ho rivolto lo sguardo né ho accennato ad un saluto e quando mi ha superato ho proseguito dritto senza nemmeno voltarmi. Mi è costato fatica, devo ammetterlo, però mi ha anche dato un senso di sollievo. Quando penso a ciò che siamo diventati, alla sofferenza, al fatto di non stare più insieme, non riesco a non ricordare tutte le volte che siamo stati felici. Quand’ero piccolo, mio zio Renato, dandomi un pezzo di formaggio con uno spicchio di pera, mi disse: “Al contadino non far sapere com’è buono il formaggio con le pere”. Gli chiesi perché mai il contadino non dovesse saperlo e mio zio mi rispose che se così fosse stato, li avrebbe venduti entrambi a caro prezzo. Allora la risposta mi bastò, ma oggi, a distanza di anni, posso dire che zio Renato mi ha dato una risposta sbagliata o non totalmente giusta. La verità è che il contadino, generalmente povero, una volta ha il formaggio e qualche altra volta si accontenta delle pere. Se scoprisse com’è gustoso mangiarli insieme, ogni qualvolta fosse costretto a mangiare o l’una o l’altra cosa, non ringrazierebbe più Dio per non averlo fatto morire di fame, ma lo maledirebbe perché gli impedisce di averli entrambi. Roberta era la mia dolce e succosa pera, l’amore tra noi il mio adorato formaggio. Ora non ho né l’una né l’altro; ma questa è solo filosofia spicciola. La sofferenza è invece come una ruspa che appiattisce ogni cosa, calpestando e distruggendo tutto ciò che incontra. Mi accorgo di non avere più nulla per cui valga la pena di combattere, almeno prima avevo una donna da riconquistare, oggi, decidendo d’ignorarla, la mia vita appare più vuota di prima. La consapevolezza che il tempo passa nonostante tutto e che il mondo va avanti comunque e sempre, il rendersi conto che le occasioni perse non tornano più

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e che le parole non dette sono urla silenziose, mi lascia un senso d’impotenza e di sconfitta. Se mi fermassi ora, se non facessi più nulla, se anche decidessi di scomparire, qualunque decisione io prendessi, non scalfirebbe minimamente gli ingranaggi del tempo ed il mondo continuerebbe a girare. Forse questa è l’unica vera fortuna di noi esseri umani: qualsiasi cosa accada, il mondo va avanti, sempre. Un vantaggio però c’è nel non avere più nulla che ti aspetta: puoi fermarti a riflettere e puoi andare più lento. Mi sono reso conto che andando lento, le cose mi appaiono in una forma diversa: vedo cose che prima mi sfuggivano, che facevano parte dell’unica striscia multiforme di colori che mi scorreva ai lati, un po’ come quando si viaggia veloci in autostrada. Per ripensare alla propria vita non c’è bisogno di luoghi speciali, non c’è bisogno del vento, della pioggia, del tramonto o del mare in tempesta; sono i film che ci fregano, i romanzi, la vita è molto più semplice. Se così non fosse, non si spiegherebbe come io stia qui seduto su una semplice panchina mezza arrugginita a tentare di riorganizzare la mia vita, proprio mentre a qualche metro un gruppo di ragazzini gioca a pallone ed un mendicante dorme su un paio di cartoni luridi. Niente di poetico o pittoresco dunque, solo la consapevolezza che la mia vita fino ad oggi è stata una corsa continua, un continuo sottopormi ad esame da parte degli amici per non essere emarginato, della scuola per non essere bocciato, della ragazza per non essere lasciato, della famiglia per non deluderli e, come se non bastasse, da parte di me stesso per considerarmi sempre e comunque all’altezza della situazione. Probabilmente vedere le cose come stanno è già un passo avanti, ma siamo ancora lontani dal comprenderle fino in fondo. C’è una differenza sottile ma sostanziale tra vedere e capire. Gli aspetti che mi hanno portato fino a questo punto li intravedo, ma mi sfuggono, una cosa è guardare la montagna, un’altra è esserci sopra. La verità è che ho la sensazione che qualcosa possa cambiare e che una strada per uscire dal labirinto ci sia, ma guardandomi attorno non vedo la direzione da prendere. Cosicché mentre la mia

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vita si accartoccia su se stessa, mi ritrovo sempre più spesso a pregare e questa per me è una cosa completamente nuova. Credo che se Dio fosse permaloso ce l’avrebbe a morte con la quasi totalità del genere umano, considerato che il migliore tra noi si ricorda della sua esistenza solo quando si trova alle strette. Così, vigliaccamente, mi trovo sempre più spesso a cercare conforto e speranza nel trascendentale, a sperare che un’entità superiore possa tirarmi fuori dal buco dove sono precipitato. Il guaio è che bisogna essere abituati al suo modo di fare, al suo modo di concepire le cose e gli eventi; forse fede significa saper attendere. In ogni caso, nonostante le mie preghiere, Dio non sembra essere interessato alla mia questione sentimentale, probabilmente troppo futile rispetto ai problemi del mondo o forse semplicemente Dio non esiste.

Ostinata-Mente La casa di Mario è silenziosa, abbiamo cenato con focaccia al pomodoro ed origano accompagnata da abbondanti patate al forno. Non so se lui si stufi del fatto che di tanto in tanto, negli ultimi tempi, mi presento a casa sua per cena; se sì, non lo dà a vedere. Comodi nelle sedie a sdraio teniamo i piedi appoggiati al davanzale, Mario è scalzo ed indossa pantaloncini corti e canottiera sportiva, io ho una maglia nera dei Pistons, tuta e scarpe da ginnastica. Siamo in silenzio, ma ho voglia di parlargli, sfogarmi un po’. Mario è un tipo tranquillo, mette pace ed è proprio quello di cui ho bisogno. Sembra che a volte mi legga nella mente, infatti si volta, si versa della vodka dalla bottiglia ghiacciata e mi fa: “Sempre incasinato?” “Se ti riferisci a Roberta, ho scelto di ignorarla completamente. Qualche giorno fa l’ho incontrata e non l’ho nemmeno degnata di uno sguardo. Sono andato dritto come se non la conoscessi. Non è più niente per me.” “Ed è vero? Non è più niente per te?” “Lo è, ma cosa dovrei fare? Andarle ancora dietro? No, grazie.”

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“Dovresti lasciarla andare.” “Spiegati.” “Perdonandola, ad esempio.” “Impossibile. Non lo farò mai!” “Finché dentro di te ci saranno il biasimo, la condanna, finché proverai odio, sarà del tutto inutile quello che stai facendo. Perdonare vuol dire accettare che la perfezione non esiste, significa comprendere che lei non è una cosa tua e che le cose nella vita possono cambiare anche contro la nostra volontà.” “Non lo so. Non credo di riuscirci, non ora almeno.” Le parole di Mario restano sospese nella mia mente, comprendere che la perfezione non esiste è qualcosa che libera davvero. Vorrei dire qualcosa, ma decido per il silenzio. Casa di Giovanna è proprio nella palazzina dopo la mia e prima di quella di Roberta, sono state molto amiche un tempo. Dopo avermi accolto con non poca sorpresa, mi ha ascoltato in silenzio, annuendo alle mie richieste. “È da un po’ che non la vedo, non frequentiamo più le stesse amicizie.” “Come mai?” “Frequenta gli amici di Ettore, adesso. Dopo la scuola va subito via con lui e non ci rimane molto tempo per chiacchierare come una volta.” “Credi che sia felice?” “Stefano, secondo me ti stai solo facendo del male. Dovresti dimenticarla, te lo dico col cuore.” “Lo so. Ma secondo te è felice?” “Non lo so. Che ne so. Dovresti chiederlo a lei.” “Okay, va bene. Solo una cosa, poi vado via, hai il numero di Mia?” “Non credo sia una buona idea.” “Per favore.” “Te l’ho detto, ti stai facendo solo del male.” “Ti prego, è l’ultima cosa che ti chiedo.”

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Con gli occhi carichi di tristezza, apre il cassetto della sua scrivania e prende un foglio. Scrive qualcosa e me lo passa. “È stupido quello che stai facendo, ma lo capisco.” Mi passa il foglio, leggo il numero di telefono e me lo infilo in tasca. Sto per andare via, ma Giovanna mi ferma. “Ascolta, so che stai soffrendo, ma so anche che sei un bravo ragazzo e dovresti lasciar perdere, guardare avanti. Se stai pensando di andare da Mia, non farlo, ti direbbe le stesse cose che ti ho detto io. Roberta è cambiata molto da quando sta con Ettore, dimenticala.” Annuisco e sono già in auto. Mia abita a pochi chilometri; al telefono mi è sembrata un po’ perplessa ma alla fine ha accettato di vedermi. Ho parcheggiato proprio fuori casa sua, la strada è completamente deserta. Citofono, mi dice di aspettarla giù. È quasi sera, ma il sole è ancora caldo; sul marciapiede di fronte c’è la carcassa mezza arrugginita di un motorino forse rubato. Il clack del portone mi distoglie dai pensieri, Mia si avvicina accennando un sorriso, ci scambiamo baci sulle guance. “Ci sediamo in macchina? Ti va?” “Va bene.” Chiude lo sportello e si gira verso di me: “Ho pensato alla tua telefonata mentre ti aspettavo.” “E allora?” “È stupido quello che stai facendo e lo sai anche tu.” Dura come il suo fisico da atleta, è sempre stata una brava giocatrice di pallavolo. “Mia, ti prego, almeno tu risparmiami la solita predica.” “Cosa vuoi sapere, se Roberta è felice? Se si lascerà? Se lui la tratta male? Non so davvero cosa dirti, ma la vedo convinta della sua scelta.” Davvero mi aspettavo parole diverse? “Mi spiace” aggiunge. Vorrei dirle qualcosa, ma la nausea mi blocca il respiro.

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“Stai bene?” “Sì, è okay.” “Dalla faccia non si direbbe.” “Davvero, è okay.” “Non devi mollare. È dura, ma non puoi andare avanti così. Devi dimenticarla.” “Okay.” Ci salutiamo, Mia scende dall’auto e scompare nel portone del palazzo. Sto tornando a casa, ma ho un groppo alla gola e la nausea mi fa girare lo stomaco; devo fare qualcosa. Svolto per una strada secondaria, salgo fino ad un vecchio cantiere dove fermo l’auto, scendo e mi allontano di qualche metro. Sono sicuro di vomitare, ma invece mi viene solo di urlare, urlo con tutto il fiato che ho in gola, fino a sentire le tempie pulsare, urlo con tutto il dolore che ho dentro, fino a svuotarmene del tutto. Esausto poggio entrambe le mani sull’auto. Sono stato uno stupido, sono un testardo e cocciuto idiota, ma è più forte di me e proprio non riesco a smettere di pensarla. È l’angoscia che può spingere all’estremo, così raccolgo dalla scrivania i pezzi del cadavere di Roberta e li butto nel cestino delle carte. Ho solo fatto a pezzi una sua foto in cui mi sorrideva con le dita sulle labbra un attimo prima di mandarmi un bacio. Credo che amore e odio siano la medesima cosa osservata da punti di vista diversi. L’odio è proporzionale all’amore: più un tempo si ha amato e più, dopo, si riesce ad odiare. Il cd di Niccolò Fabi gira sulla stessa canzone in loop da un’ora, decine e decine di volte, ricominciando sempre daccapo: Penso solo a te penso solo a te penso solo a te penso a te penso solo a te ostinatamente

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Penso solo a te penso solo a te penso solo a te penso a te penso solo a te ostinata mia mente Sono solo e non mi sento neanche un poco di parlare e tantomeno di spiegare cosa è capitato ci fosse poi qualcosa da spiegare sembra tutto così assurdo quasi che qualcuno si sia divertito a farmi un dispetto

Mi siedo sul letto, sussurro le parole della canzone un attimo prima che Niccolò le pronunci: Non c’è mai una chiara ragione quando due persone si ritrovano distanti sempre meno amanti ma compagni di una storia in cui si è tralasciato o forse dimenticato il motivo reale per il quale si sta insieme e si finisce per farsi male Mi stendo, chiudo gli occhi e le parole sono droga che scorre nelle vene: Non c’è rabbia non c’è dolore c’è soltanto una tristezza così grande che mi sfonda il cuore chiedo venia per questa nenia ripetitiva e ostinata ma c’è un unico pensiero

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che ossessivamente segue ogni mio respiro da te dipendo mia eroina e metadone e lascio a queste note il compito di toccarti così che ciò che non faccio io possa fare una canzone Penso solo a te penso solo a te penso solo a te penso a te penso solo a te ostinatamente Ostinatamente, impantanato in una sensazione d’attesa, come se da un momento all’altro dovesse squillare il telefono o qualcuno bussare alla porta. Penso solo a te penso solo a te penso solo a te penso a te penso solo a te ostinatamente, minuti vischiosi e stanza in penombra di un pomeriggio stanco che se ne va, ed io che vado in tondo, come la mia vita, come la canzone che torna sempre al punto di partenza, così il letto, l’armadio, la finestra, penso a te, le foto, i libri, la sedia, il letto, l’armadio, penso a te, la finestra, le foto, i libri, penso a te, la sedia. Fisso il telefono immaginando che si metta a squillare, come se il solo desiderarlo potesse bastare perché lei chiami. Penso a te, un’idea maledetta che s’impossessa della mia mente, è un demone, un’oscura presenza, è come se sentissi centinaia di voci, ma una diventasse sempre più forte, sempre più ossessiva: FalloFalloFallo! Fisso il telefono, penso a te penso solo a te, la sequenza numerica è chiara, limpida nella mente, un numero dopo l’altro, dieci cifre, una sequenza apparentemente casuale, una formula magica che potrebbe portarmi fin dove voglio. È così semplice, non c’è bisogno di scendere, fare chilometri, è tutto qui, pochi e semplici numeri magici. I toni si ripetono uno dopo l’altro in una cantilena ascoltata mille volte. È così maledettamente facile che è impossibile resistere, penso a te penso solo a te come un alcolizzato che lotta contro la sua dipendenza: solo un sorsetto, che può farmi un sorsetto? Solo due parole, che può succedermi con due parole al telefono?

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Tuuuuuu... tu-tu-tu-tu... penso a te penso solo a te. Tuuuuuu... tutu-tu-tu... Se risponde cosa le dico? A te penso solo a te. Tuuuuuu... tu-tu-tu-tu... Ancora uno squillo, giuro, un solo ultimo squillo e poi metto giù. Tuuuuuu... tu-tu-tu-tu... Non c’è, metto giù. “Pronto?” Apnea. “Pronto?” ripete e ho il panico nel cuore. “Pronto?!” Non ci sarà un’altra volta, prendo fiato, chiudo gli occhi penso a te penso solo a te ostinatamente. “Sono Stefano.” “Stefano?” Stupore e delusione nella sua voce. “Come va?” Ossessione. “A me bene, e a te?” Troppo tardi per tirarmi indietro e giù per l’acquascivolo della follia. Yeaaaah! “Ti ho chiamata perché... volevo sentirti.” Yeaaaah! Tenetevi forte! “Sì, ma non è una buona idea. Lo sai.” Le mie parole sono piombo incastrato tra cuore e gola. “Stefano?” “Sì?” “Non ti sentivo più.” Prendo fiato e dico la cosa più assurda: “Lo sai che ti amo, vero?” Yeaaaah! In picchiata e attenti a non bere! “Smettila.” Amore e odio, amore e dolore, in cui le parole vengono fuori da sole, così come il cuore le concepisce: ossessivamente. “Ci ho provato, giuro. Ma non posso fare a meno di te.” “Stefano, finiamola qui. È meglio.” “Che ne sai cosa è meglio per me?!” “Ti prego. Non voglio chiuderti il telefono in faccia.” “Grande! Ti preoccupi della buona educazione mentre qui sto morendo. Ma tanto a te cosa importa, vero? Dimmi la verità, sii sincera, proprio non ti manco, vero?... Pronto? Ci sei?... Pronto?” Lancio la cornetta sulla parete, un tasto si stacca e rotola via,

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dopo un attimo il telefono resta appeso come un lungo animale dal collo spezzato.

Non è niente, solo il vento che sbatte Roberta è un vuoto persistente mentre altro tempo si aggiunge al tempo. Ultimamente mi capita sempre più spesso di uscire la sera per rientrare all’alba; i miei genitori si sono arresi e quasi non mi rompono più con le loro prediche; rumore di fondo. Tequila, birra e musica assordante hanno invece la capacità di narcotizzare i pensieri, azzerare l’ansia, affogare le preoccupazioni. Attendo il sabato sera come un drogato la sua dose. This is the end, canta Jim Morrison dei Doors nell’auto così piena di fumo che sono certo che, da un momento all’altro, i finestrini esploderanno per la pressione. Ho le orecchie ovattate e i pensieri impantanati nel bianco della mia mente assente; il bianco è come il nero ed annulla tutti i colori, un vuoto che ci sto da Dio. Ieri sera in discoteca ho conosciuto una tipa che sembrava uscita da una copertina di una rivista erotica, ora, a pensarci, non ne ricordo neppure più il nome e, a dirla tutta, non ricordo nemmeno che faccia avesse. Ho in mente solo il sapore dolciastro dei suoi baci e la pelle calda sotto le mie dita. A pensarci, non ricordo nemmeno se è stato davvero ieri sera o l’altra. Ma stasera sono ubriaco e il senso del non senso è tutto qui. Non pensare aiuta, almeno una o due volte alla settimana, magari tre. Non tutte le sere però; domani, ad esempio, attacco manifesti abusivi per strada. Chiamarlo lavoro è troppo, ma mi serve a pagarmi le uscite, la birra e la benzina e qui ci sta. È stato un regalo dell’amico Pietro, mi ha detto che si rompeva le palle di girare da solo. La paga è cento euro che dividiamo a metà. Non è tutti i giorni, ma almeno un paio di volte alla settimana giriamo ad attaccare pubblicità di locali, au-

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toscuole, ristoranti e cose così. Stasera ne abbiamo quattrocento, carichiamo la vecchia Panda Van di Pietro con scope, colla per parati e due secchi con l’acqua tenuti tra i miei piedi per non farli rovesciare. La settimana scorsa, per schivare un cane, li abbiamo rovesciati, un casino allucinante tra colla e carta bagnata; abbiamo fatto l’alba per pulire tutto e finire il lavoro. Ultimamente lavoriamo per una scuola privata che ha varie sedi, per questo i manifesti sono tanti e ci vuole molto tempo, spesso tutta la notte, ma Pietro è di compagnia, è un esperto di calcio, di quelli che sanno a memoria squadre, date, esordi, gol, sa tutto e mi tiene aggiornato su gare, punteggi e classifiche. Io di calcio non ne capisco niente, ma mi piace il suo modo di entusiasmarsi e lo ascolto volentieri. Stasera però mi sta raccontando che gli piacerebbe lavorare alla NATO di Bagnoli, dice che già ci lavora la madre. A fine mese avrà un colloquio tutto in inglese, anche su questo Pietro è bravo, non so come abbia fatto ad imparare l’inglese così, ma tant’è. Penso che se viene assunto posso dire addio ai soldi per il fine settimana, è lui che gestisce il lavoro ed il rapporto con i clienti per i quali io praticamente non esisto. Di certo non gli auguro di fallire, vada come vada, ormai vivo alla giornata. Abbiamo affissato più della metà dei manifesti, quando Pietro si volta e mi fa: “Che ora porti, fratello?” “Quasi le undici e mezza.” “Liberiamoci del resto dei manifesti.” “Ma saranno più di cento!” “Lo so, ma non abbiamo più tempo. Gettali da quel cavalcavia, sotto c’è una campagna abbandonata.” Non è la prima volta che ci liberiamo dei manifesti, ma di solito non più di una ventina quando la colla è ormai finita. Lo guardo poco convinto. “Muoviti! T’ho detto che non abbiamo tempo!” “Tempo per cosa? Di solito facciamo le due.” “Te lo dico dopo, fratello! Liberati di quei cazzo di manifesti.” Prendo i due rotoli pesanti e li trascino fino al bordo del muretto del cavalcavia, guardo di sotto per assicurarmi che non ci sia nes-

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suno, vedo solo un frigorifero rovesciato ed altra ferraglia arrugginita. Un ultimo sguardo e lascio cadere i rotoli che vanno giù come cadaveri. Pietro mi raggiunge e guarda come per essere certo che tutto è andato bene, poi mi dà una pacca sulla spalla: “Ho preso appuntamento con due amiche. Due femmine da paura!” “E ci presentiamo con queste tute di merda?!” “Non faranno caso alla tuta, stai sereno. Mettiamo tutto nel Van, muoviamoci, siamo in ritardo.” La Panda gracchia un po’, passiamo proprio davanti alla traversa che porta a casa di Mia, cerco di distogliere i pensieri guardando avanti. “Sotto al tuo sedile” mi dice indicando col pollice. “Cosa?” “Guarda sotto al sedile, metti una mano.” La infilo e sento un sacchetto di plastica, lo tiro fuori con un po’ di difficoltà, rumore di bottiglie di vetro. “Che roba è?” “Birre, fratello! Stasera ci si diverte! Ma guarda dentro, c’è una bella sorpresa!” Apro la busta e guardo, tiro fuori una scatoletta di cartone. “Profilattici?” gli mostro la scatola tenendola tra due dita. “Mai visti prima?” “Domanda a tua sorella!” “Sì, come no. Prendine un paio e mettiteli in tasca, magari stasera fai biiingooo!” mi strizza l’occhio ed ingrana gracchiando un’altra marcia; non ho ancora capito se è lui a non abbassare per bene la frizione o è proprio il cambio difettoso. Comunque procediamo veloci, non ci sono molte auto in giro, superiamo un ponte, attraversiamo un incrocio con il rosso svoltando a destra per una strada in salita. Pietro rallenta e guarda attorno come per orientarsi. “Queste traverse del cazzo sono tutte uguali.” Prende bruscamente un vialetto laterale che dopo qualche centinaio di metri si apre in uno spiazzo dove parcheggiamo. “Che ore sono?” mi chiede.

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“Mezzanotte meno un quarto.” “Spero che non se ne siano andate.” “A che ora avevi appuntamento?” “Alle undici e un quarto.” “Sicuro che è qui?” “Sicuro, ricordo quei due bidoni dell’immondizia rovesciati.” Restiamo in silenzio per un paio di minuti, poi gli chiedo chi sono le ragazze che aspettiamo. Pietro mi racconta che una è la sua ex, l’ha lasciata ma lei non se ne fa una ragione, così di tanto in tanto s’incontrano per un po’ di sano sesso, per dirla con le sue parole. L’altra invece non la conosce, spero che non sia un purpo. Uno scooter ci viene incontro accecandoci con il faro, cerco di vedere chi lo guida, ma è impossibile. “Sono loro.” Dice aprendo la portiera dell’auto, come abbia fatto a capirlo rimane un mistero. Pietro mi si avvicina furtivo: “Ascolta, i posti qui davanti vanno a me. Tu hai tutto il piazzale qui fuori per divertirti! Okay fratello?” Annuisco. Le ragazze si avvicinano e non mi sembrano niente di speciale, due tipe, direi. Quella di Pietro mi sembra più carina con quei ricci neri che le scendono sulle spalle. E poi mi sono sempre piaciute le ragazze con gli anfibi sotto le gonne. L’amica mi guarda con occhi neri come il petrolio, ha i capelli a spazzola e il giubbotto verde militare. Pietro fa le presentazioni: Daniela, è la sua ex, fa un ampio sorriso da play girl, l’altra, Valentina, si limita ad annuire con la testa. I convenevoli durano poco, Pietro scompare con Daniela nell’auto mentre io resto con Valentina, indeciso su cosa dirle e a disagio in questo schifo di tuta. D’un tratto mi ricordo delle birre e le chiedo se gliene va una. “E dove la prendi?” Le spiego che ne abbiamo una busta piena in auto. “Avete portato le birre? Siete dei fenomeni.” Non capisco se lo pensa sul serio o mi sta prendendo per il culo. Vado all’auto e busso sul finestrino chiuso. Pietro apre lo sportello: “Cosa c’è?” Gli dico di passarmi un paio di bottiglie e raggiungo Valentina,

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