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393 ottobre 2011

SUSSIDIO MENSILE DI «LETTURA» DEI MEDIA E D’USO DEI LORO LINGUAGGI FONDATO DA P. NAZARENO TADDEI SJ edito da

ROMA

VENEZIA 2011: al film TAO JIE il «Premio Taddei»


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educazione

audiovisiva

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ottobre 2011

La vignetta SUSSIDIO MENSILE DI «LETTURA» DEI MEDIA E D’USO DEI LORO LINGUAGGI FONDATO DA P. NAZARENO TADDEI SJ

di Del

Hanno collaborato a questo numero: Olinto Brugnoli, VR; Adelio Cola, TO; Paolo Del Vaglio, NA; Andrea Fagioli, FI; Gian Lauro Rossi, RE; Franco Sestini, FI; Gabriele Zaffagnini, RA – per le ricerche: Gabriella Grasselli, CiSCS ed Edav sas

Vaglio

PREMIO 2011 «PADRE NAZARENO TADDEI sj» Chiuso in redazione: 30 settembre 2011

Mensile - Anno XXXIX, n° 393, ottobre 2011 - Direttore Responsabile: Andrea Fagioli - Impostazione grafica: Ennio Fiaschi - Autorizzazione Trib. di Roma n. 13007 del 3/10/1969 con allegato n. 14632 del 14/7/1972 - Proprietario ed editore CiSCS, Roma - La collaborazione, sotto qualsiasi forma, è gratuita - Direzione: Via Giolitti 208, 00185 Roma (Italia), Tel. e Fax 06/7027212 - Redazione e Amministrazione: Via XX Settembre 78, 19121 La Spezia (Italia), Tel e Fax 0187/778147 - c.c.p. 33633009 - Sped. in abb. post. art. 2, comma 20/c, legge 662/96, La Spezia - Finito di stampare nel mese di ottobre 2011 dalla Tipografia Mori, Aulla (MS).

E-mail: ciscs@edav.it Internet: www.edav.it «Dio dopo internet»: www.diodopointernet.it Comitato di Direzione Eugenio Bicocchi, Olinto Brugnoli, Andrea Fagioli, Gabriella Grasselli, Paolo Andrea Mettel, Flavia Rossi, Gian Lauro Rossi, Franco Sestini, Luigi Zaffagnini La foto sono di Gabriele Zaffagnini; le immagini dei film sono del casellario on line della Mostra

Abbonamento annuale 2011 Italia Euro 60,00; estero Euro 80,00; sostenitore Euro 150,00; benemerito Euro 500,00. Arretrati Euro 65,00 una annata; Euro 6,00 n. singolo. Inviare l’abbonamento sul c.c.p. n. 71895007 intestato a Edav - Via Giolitti, 208 - 00185 Roma - L’invio di EDAV è gratuito per Soci e Iscritti del CiSCS.

ASSOCIATO ALL’UNIONE STAMPA PERIODICA L’eco della stampa legge, ritaglia e rilancia edav

al film cinese TAO JIE (A Simple Life) di Ann Hui Il presidente di Giuria, Paolo Mereghetti, ai microfoni di Radio Vaticana spiega come la scelta sia caduta sul bellissimo film cinese: «Il premio vuole privilegiare i film che hanno dei valori umani e che li trasmettono con un linguaggio particolarmente interessante e il film della regista di Hong Kong Ann Hui unisce proprio queste due qualità. C’è la capacità di Anne Hui di raccontarci una storia che potrebbe diventare lacrimosa ma che non lo sarà mai, perché la racconta con una malinconia, ma anche con una partecipazione straordinaria e sa fonderla anche con il proprio occhio documentario perché la vita all’interno di questa casa di riposo è spesso raccontata con partecipazione, qualche volta anche con un sorriso, qualche volta anche con una mezza risata e altre volte con una forza realistica straordinaria». Il «Premio Taddei», che consiste in una Targa d’argento e in una pergamena con la storia del Premio, sarà consegnato nel corso di un’apposita cerimonia in occasione dell’uscita del film nelle sale italiane.

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A pagina 8 la lettura del film

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PREMI UFFICIALI regia: Aleksandr Sokurov – sogg.: Yuri Arabov, dalla tragedia Faust di Johann Wolfgang von Goethe – scenegg.: Aleksandr Sokurov, Marina Koreneva – fotogr.: Bruno Delbonnel – mont.: Jörg Hauschild – scenogr.: Elena Zhukova – mus.: Audrey Sigle – cost.: Lidia Krukova – trucco: Tamara Frid – interpr. princ.: Johannes Zeiler (Faust), Anton Adasinskiy (Usuraio), Isolda

Dychauk (Margarete), Georg Friedrich (Wagner), Hanna Schygulla (Moglie Usuraio), Antje Lewald (Madre di Margarete), Florian Bruckner (Valentin), Maxim Mehmet (Amico di Valentin), Sigurdur Skulasson (Padre di Faust) – durata: 134’ – colore – produz.: Andrey Sigle per Proline Film – origine: RUSSIA, 2011 – distribuz.: Archibald Film

La storia o mito di Faust che vende l’anima al diavolo per sete di conoscenza e potere è nota a tutti e risale al Cinquecento. Un po’ meno noto, nel senso che è sicuramente meno letto e conosciuto di quanto si dica, è il «Faust» di Johann Wolfgang Goethe, autore tedesco, uno dei piú grandi nella storia della letteratura, nato a Francoforte sul Meno nel 1749 e morto a Weimar nel 1832, che si ispirò a quel mito scrivendo l’opera della sua vita: dai primi frammenti, che risalgono al 1772 (Goethe aveva appena 23 anni) al termine della seconda definitiva stesura (1831, poco prima della morte) passarono sessant’anni in cui si susseguono varie versioni. Il regista russo Aleksander Sokurov, che con FAUST ha vinto il Leone d’oro a Venezia, dice che il suo film non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. «FAUST – spiega Sokurov – è l’ultima parte di una tetralogia cinematografica sulla natura del potere. I personaggi principali dei primi tre film erano tutte figure storiche reali: Adolf

il LEONE D’ORO 2011 al film in VENEZIA 68

FAUST

Hitler (MOLOKH, 1999), Vladimir Lenin (TELEC, 2000) e l’Imperatore Hirohito (SOLNZTE, 2005). L’immagine simbolica di Faust completa questa serie di grandi giocatori d’azzardo che hanno perso le piú importanti scommesse della loro vita. Faust sembra non appartenere a questa galleria di ritratti, un personaggio letterario quasi da museo incorniciato in una trama semplice. Che cos’ha in comune con queste figure reali che sono ascese all’apice del potere? Un amore per parole cui è facile credere e una patologica infelicità nella vita quotidiana. Il Male è riproducibile, e Goethe ne ha formulato l’essenza: “Gli infelici sono pericolosi”».

di Aleksander Sokurov

Altri Premi:

• Premio SIGNIS • Future Film Festival Digital Award

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Il film inizia di fatto con l’immagine di un corpo umano maschile. Il primo piano è proprio sull’organo sessuale. L’inquadratura si allarga e vediamo che è in corso l’autopsia su un cadavere. A farla è il dottor Faust con un suo aiutante. Le immagini sono decisamente forti. Faust tira fuori dal cadavere l’intestino per cercare altro all’interno del corpo dell’uomo morto. Il dialogo è serrato, sovrapposto, grottesco, ironico, ma


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fortemente letterario. Difficile da seguire. In qualche modo sembra addirittura spersonalizzare i protagonisti dando anche l’idea del caos e della mancanza di punti di riferimento che regnano nel mondo di Faust, uomo insoddisfatto, che non trova all’interno del corpo umano quello che vorrebbe, forse l’anima. Lo studio medico assomiglia piú a una stanza delle torture. Faust ha studiato (filosofia, giurisprudenza, medicina e anche teologia), eppure adesso si domanda a cosa è servito. Si sente un povero illuso, uno scienziato insoddisfatto dei limiti del sapere umano. Ecco allora la ricerca di altre vie, di qualcuno che lo può accompagnare in un viaggio alla conquista degli oggetti del desiderio siano essi il denaro, la conoscenza, il potere o anche solo una donna. Da qui il sodalizio con il compare aguzzino: il diavolo, Mefistofele, al quale però Faust venderà l’anima soltanto verso la fine del film. Il diavolo ci viene presentato subito come un individuo fisicamente deforme (lo vediamo nella sua orrenda nudità inseguire e minacciare giovani ragazze ai bagni pubblici), un essere abnorme dal fare viscido e infingardo, profanatore di luoghi sacri, iconoclasta. Eppure, questo personaggio cosí sgradevole, sembra essere l’unico capace di condividere i pensieri, i dubbi e le tensioni del protagonista sull’esistenza, sul creato e su Dio, e di trasmettergli il potere che ha sempre bramato. Lo schermo è quadrato, piú piccolo del solito, non è rettangolare. Ovviamente è una scelta in funzione espressiva per renderlo piú simile proprio ad un quadro.

Il colore è un virato verdastro. L’atmosfera è lugubre. Soprattutto nella prima parte. Spesso l’immagine è deformata grazie a filtri e lenti particolari. Gli spazi sono angusti e claustrofobici, le persone sembrano spesso ammassi umani. La macchina da presa coglie immagini di sporcizia con una sensazione di disfacimento, insegue i personaggi con ferocia andando a cogliere gli aspetti piú sgradevoli.

e i morti che tornano a tormentare il protagonista, che forse si illude di poter dominare anche quel mondo con la presunzione di poter prescindere, nella sua ormai cieca brama di potere, anche dall’accordo siglato con Mefistofele. Ma non c’è possibilità di salvezza.

Il Faust di Sokurov è un uomo che si ribella ai limiti della natura umana, è assetato di conoscenza e di potere e si agita in luoghi angusti dove sembra non esserci spazio per la sua ambizione. Faust è un uomo cosciente che niente al mondo lo sazierà (tanto da fare un patto con il diavolo anche solo per fermare l’attimo con Margherita), è un uomo inquieto, che nel suo errare tra ghiacciai, boschi e lande desolate Anton Adasinskiy e Johannes Zeiler sembra rappresentare almeno una parte della condizione umana, quelNon c’è respiro per lo spettatore. la che spingendosi oltre i limiti Nel mondo di Faust e Mefistofele finisce per perdersi: l’ambizione sembra non esserci spazio per e la bramosia di potere si trasforla speranza. Per gran parte del mano in perversioni umane che film li vediamo in viaggio insieme, conducono al vuoto, al nulla. E finché non avviene l’incontro con questa potrebbe anche essere Margherita, la donna di cui Faust l’idea centrale di un film partis’innamora. E se dunque un patto colarmente complesso, che dura con il diavolo deve essere fatto, quasi due ore e mezzo e che non non è piú per la conoscenza ma può essere letto correttamente semplicemente per avere la cer- dopo una sola visione. tezza di possedere una donna. Il dialogo, come detto, forteTra la morte e il disfacimento mente letterario e serrato, oltre spunta dunque Margherita, che alla complessità del film, impone turba i sensi dell’inquieto dotto- un’altra o piú visioni in lingua re che con lei vorrebbe fermare italiana (sempre che esca nelle l’attimo di piacere. In questa nostre sale) considerato che a seconda parte aumenta anche Venezia è stato giustamente prela luminosità dell’immagine. sentato nella versione originale Tutto è piú chiaro, meno lugubre in tedesco (la lingua di Goethe) dell’inizio. con sottotitoli piuttosto difficili da L’ultima parte del film è invece seguire. In ogni caso sarà una una sorta di rappresentazione visione impegnativa e sicuradell’inferno con crateri di acqua mente poco accessibile al grande che esplodono in continuazione pubblico. (ANDREA FAGIOLI)

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LEONE D’ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA

a Shangjun Cai per il film in VENEZIA 68

REN SHAN REN HAI È la storia di Lao Tie, un cinese di mezza età, al quale hanno ucciso il fratello per rapinarlo della motocicletta e che, nonostante i tanti problemi che ha personalmente, sente che è suo preciso dovere occuparsi di trovare l’uccisore del fratello. Inizia da un ex poliziotto che lo conduce in luoghi malfamati della città e dove i due sono accolti in malo modo dai malviventi che vi soggiornano: nessuno riconosce la foto che indica l’omicida e alcuni di loro cercano addirittura di ucciderli. Sebbene la Polizia abbia dato un nome e un cognome all’assassino – Xiao Qiang, ex carcerato – non è però riuscita a evitarne la fuga e quindi è Lao Tie che si occupa della sua cattura. Durante l’inseguimento – che va dalla città al villaggio per finire in una miniera «illegale» al Nord del Paese – Lao Tie trova il tempo anche di andare a trovare la ex moglie ed il figlioletto, il quale è stato dato in adozione ma non è contento della sistemazione ed è scappato; la moglie, che si è nel frattempo risposata, non ne vuole sapere e quindi il bambino viene «costretto» a ritornare dalla famiglia affidataria. L’ultima speranza di Lao Tie è quella della miniera illegale ed è lí che l’uomo si dirige: il luogo è peggio di un lager di triste memoria; i minatori sono tenuti in una specie di schiavitú e vengono controllati nel lavoro,

regia: CAI Shangjun – scenegg.: Gu Xiaobai, Cai Shangjun, Gu Zheng – fotogr.: Dong Jinsong – montagg.: Yang Hongyu – scenogr.: Jia Lisha – cost.: Laurence Xu, Jia Chuanwang – mus.: Dong Wei, Zhou Jiaojiao – suono: Yang Jiang, Fu Ling – interpr. princ.: Chen Jianbin (Lao Tie), Tao Hong, Wu Xiubo – durata: 90’ – colore – produz.: Li Xudong – origine: HONG KONG, 2011

prima e durante: insomma una vita impossibile. Lao Tie trova il fuggitivo omicida e in una lotta feroce, entrambi trovano la morte; intanto l’intera miniera subisce delle scosse telluriche che fanno crollare un grande capannone e che forse sono da imputare ad un vulcano che sta «svegliandosi». Il film, attraverso la vicenda della caccia di Lao Tie all’assassino del fratello, cerca di innescare delle tematiche riguardanti la Cina di oggi, con le sue moltitudini ammassate in piccoli e squallidi spazi e tutti in cerca di una sopravvivenza difficile da ottenere: la vita vale veramente poco ed è tolta per cifre insignificanti. Inoltre l’autore, nel viaggio che Lao Tie compie all’inseguimento di Xiao Qiang, ci mostra alcune forti dissonanze: una Cina

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che va modernizzandosi (la città ricolma di infrastrutture grandiose) ma al tempo stesso grosse sacche di miseria, non solo materiale ma proprio antropologica, che continua la propria esistenza ai margini del cambiamento, continuando ad abitare in luridi abituri. Due parole sui problemi che assillano Lao Tie: da una parte la mancanza di soldi nonostante i tanti anni di lavoro in città e dall’altra la situazione familiare – della quale pare interessarsene poco comunque – che vede una moglie abbandonata e risposatasi con un altro che però non vuole il bambino, il quale quindi viene «ceduto» in adozione ad un’altra coppia; ma, nonostante tutto questo, l’onore della famiglia – e quindi la vendetta – viene avanti a tutto e perciò Lao Tie non esita a mettersi in caccia dell’assassino del fratello e passare tutte quelle peripezie che poi lo porteranno alla morte insieme al ricercato. Il film è girato con una tecnica abbastanza retrograda e senza una ben precisa sceneggiatura, cosicché il risultato è una narrazione non perfettamente felice ed una struttura assai carente; l’unico lato positivo possiamo trovarlo nella «documentaristica» della vecchia e della nuova Cina messe a confronto, ma questo lo avevamo visto in altri lavori e quindi non è affatto una novità. (FRANCO SESTINI)


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PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a Emanuele Crialese per il film in VENEZIA 68

TERRAFERMA regia, sogg.: Emanuele Crialese – scenegg.: Emanuele Crialese, Vittorio Moroni – fotogr.: Fabio Cianchetti – scenogr.: Paolo Bonfini – cost.: Eva Coen – suono: Pierre-Yves Lavoué – mont.: Simona Paggi – mus.: Franco Piersanti – interpr.: Filippo Pucillo (Filippo), Donatella Finocchiaro (Giulietta), Mimmo Cuticchio (Ernesto), Giuseppe Fiorello (Nino), Timnit T. (Sara), Martina Codecasa (Maura), Filippo Scarafia (Marco), Pierpaolo Spollon (Stefano), Tiziana Lodato (Maria), Rubel Tsegay Abraha

(Omar), Claudio Santamaria (Capitano della Finanza) – durata: 88’ – colore – produz.: Cattleya con Rai Cinema in associazione con regione Siciliana, Assessorato Turismo Sport e Spettacolo, Sicilia Filmcommission, Sensicinema – cooproduz.: italo-francese con Babe Films e France 2 Cinéma con la partecipazione di Canal+ e Cinécinéma di France Télévisions e del Centro National di cinéma et de l’image animée – origine: ITALIA, 2011 – distrib.: 01 Distribution (7.9.2011)

La vicenda. Filippo Pucillo è un ragazzo di vent’anni che vive su un’isola dalla quale non è mai partito. Suo padre faceva il pescatore, come tutti gli uomini dell’isola, ma da tre anni Filippo è rimasto orfano: la barca del padre si è inabissata e dell’uomo non è rimasta traccia. Filippo continua a fare il pescatore assieme al nonno Ernesto, un uomo che conosce perfettamente il mare e le sue regole. La madre di Filippo, Giulietta, vorrebbe rifarsi una vita e vorrebbe che il figlio allargasse le proprie conoscenze per avere maggiori opportunità. C’è poi lo zio di Filippo, Nino, che ha capito che l’isola può diventare una grossa fonte di guadagno grazie al turismo e invita il padre Ernesto a disfarsi della barca per usufruire del premio di rottamazione offerto dallo stato. Giulietta inoltre ha deciso di sfruttare i due mesi estivi per affittare la propria casa a dei turisti, per poi partire per Trapani in cerca di lavoro. Ma un giorno Filippo ed Ernesto vedono in mare un grup-

in atto i suoi piani. Ma, dopo che altri clandestini, ributtati in mare da Filippo durante una gita in barca, vengono portati dal mare sulla spiaggia, alcuni morti, altri sfiniti, Giulietta, Ernesto e Filippo decidono di portare con un furgone Sara sulla terraferma perché possa raggiungere Torino dove lavora suo marito. Ma la polizia perquisisce tutti i mezzi. Allora Filippo prende una decisione radicale: da solo toglie i sigilli alla barca sequestrata e porta Sara e i suoi figli verso la terraferma.

Altri Premi:

• Premio Francesco Pasinetti (SNGCI) • Segnalazione Cinema for Unicef po di clandestini. Nonostante il divieto della Guardia costiera di intervenire, Ernesto si prodiga per salvarne alcuni tra cui c’è anche una donna, Sara, che sta per partorire. Ciò gli costerà il sequestro dell’imbarcazione per «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Sara viene ospitata clandestinamente in casa di Giulietta in attesa di partorire. Dopo il parto nasce un conflitto tra Giulietta e Sara: Giulietta vorrebbe denunciare alla polizia la donna per evitare ulteriori grane e per poter mettere

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Il racconto, con struttura lineare, inizia con delle immagini emblematiche: un bellissimo mare dove vengono gettate delle reti che sembrano trasformarsi in una gabbia, una prigione. C’è poi tutta la prima parte del film che descrive l’ambiente non solo geografico, ma anche socioeconomico dell’isola dove vive la famiglia Pucillo costituita da tre generazioni: il nonno Ernesto, legato alle tradizioni e a un codice d’onore antico e rigoroso;


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Una Mostra di tutto di piú buonismo, comunque apprezzabili per il messaggio positivo: dal rammentato TERRAFERMA a COSE DELL’ALTRO MONDO di Francesco Patierno fino al lavoro di Jonas Carpignano, A CHJANA, a cui è andato il Premio Controcampo per i cortometraggi. Ma è nelle sezioni minori e tra i fuori concorso, specialmente tra i film stranieri, che realmente si è visto di tutto di piú, nel senso soprattutto di storie esasperate fino all’inverosimile, angoscianti, tragiche, disperate, sanguinarie, con famiglie devastate e devastanti, personaggi senza valori e a volte senza un minimo di umanità (dallo svedese STOCKHOLM OSTRA al canadese MARECAGES). Film anche apprezzabili sul piano tecnico, ma privi di ogni barlume di speranza, anche tra quelli in concorso (si veda ad esempio KILLER JOE). Tanti i suicidi o i tentativi di suicidio (compreso UN ÈTÈ BRULANT). Alcune pellicole le abbiamo viste con sofferenza, domandandoci se realmente il cinema è lo specchio della società. Se cosí fosse, siamo messi male. (A.F.)

Cosa abbiamo visto quest’anno a Venezia? Di tutto di piú, si direbbe prendendo a prestito lo slogan della Rai. È stato comunque, nel complesso, un buon festival, diciamo la verità. Anche sui premi, una volta tanto, non c’è molto da dire. Il Leone d’oro è andato a un film difficile, il FAUST del russo Aleksander Sokurov, ma certamente di un valore cinematografico notevole e di gran lunga superiore al SOMEWHERE della Sofia Coppola dell’anno scorso. Molto bene la Coppa Volpi alla migliore attrice, la cinese Deanie Yip per TAO JIE, film al quale è andato il nostro Premio Taddei. Giusta anche la Coppa Volpi maschile a Michael Fassbender, sia pure per un film discutibile come SHAME. Condivisibile, tra gli altri, anche il Premio speciale della giuria a TERRAFERMA di Emanuele Crialese e il Controcampo italiano a SCIALLA! di Francesco Bruni. Tra gli italiani si sono visti molti film dalla parte degli immigrati, con scelte espressive e toni diversi, qualche semplificazione e un po’ di suo figlio Nino e la nuora rimasta vedova dell’altro figlio Giulietta, che cercano il cambiamento e il benessere; il nipote Filippo, che sente l’attrazione del mondo del nonno, ma anche le pressioni della madre e dello zio. Nella seconda parte il film introduce il tema dell’immigrazione clandestina. Come reagiscono i vari personaggi di fronte a quel fenomeno? Ernesto, come detto, conosce solo la voce della propria coscienza che non gli consente di abbandonare della gente in mare; Nino è completamente indifferente ed è solo preoccupato di rassicurare i turisti per evitare di perdere il guadagno; Giulietta è combattuta tra le proprie legittime aspirazioni e il senso di solidarietà; Filippo è inizialmente dalla parte del nonno, ma poi, viste le conseguenze, non esita a colpire crudelmente quei poveri disgraziati che si aggrappano alla

sua barca provocando la morte di alcuni di loro e andando poi regolarmente in crisi. Nel finale c’è una grossa evoluzione soprattutto da parte di Giulietta che, di fronte a quella donna che dice di essere sua sorella, supera la tentazione dell’egoismo e decide di aiutarla, anche se di fatto non ci riuscirà. Cosí come una forte evoluzione c’è in Filippo che, pentito per quello che ha fatto, decide di rischiare fino in fondo e di farsi carico del destino di Sara. Nel finale pertanto si può dire che prevale il senso di solidarietà nei confronti di altri esseri umani, anche loro desiderosi di vivere una vita dignitosa. Ma il film sottolinea anche le ragioni di tante sofferenze e ingiustizie. Esse sono dovute a delle leggi ingiuste che impediscono a delle persone di aiutare altre persone, sanzionando in modo crudele ogni gesto di solidarietà e cre-

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ando cosí atteggiamenti crudeli e disumani (come quello compiuto da Filippo). Particolarmente significativa, in proposito, è quella sequenza (girata al ralenti e con una musica efficace) in cui la gente sulla spiaggia cerca di assistere i clandestini, mentre si vedono le uniformi dei carabinieri che intervengono per far rispettare la legge. L’ultima immagine, poi, diventa emblematica come la prima: la barca su cui si trovano Filippo e Sara (con i suoi bambini) viene ripresa con angolazione a piombo e sempre piú da lontano risultando piccolissima in mezzo a quel mare infinito. Ce la farà a raggiungere la terraferma? In altre parole: un gesto umano di pietà, per quanto necessario ed encomiabile, può risolvere un problema cosí grosso se non supportato da leggi giuste e rispettose della dignità delle persone? (OLINTO BRUGNOLI)


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COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE

a Deanie YIP e

PREMIO PADRE NAZARENO TADDEI SJ 2011 per il film in VENEZIA 68

TAO JIE (A Simple Life) di Ann Hui regia: Ann Hui – scenegg.: Susan Chan, Roger Lee – scenogr.: Albert Poon – fotogr.: Yu Lik Wai – mont.: -Kong Chi Leung, Manda Wai – cost.: Boey Wong – mus.: Law Wing Fai – interpr. princ.: Andy Lau

(Roger), Deanie Yip (Ah Tao), Qin Hailu, Wang Fuli – durata: 117’ – colore – produz: Bona Entertainment Company Limited – origine: HONG KONG / CINA, 2011 – distrib.: Tucker Film (primavera 2012)

Il film si basa sulla storia vera dell’amah Chung Chun-tao e sul suo giovane capo Roger Lee, noto produttore cinematografico a Hong Kong.

amah a Hong Kong rappresentano un’icona per le generazioni del dopoguerra. Alla fine degli anni Settanta l’importazione di colf Filippine o Indonesiane divenne un’alternativa piú economica alle amah. L’ondata migratoria che si verificò prima del passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997 portò definitivamente al declino di questa figura. Però le vecchie amah che avevano lavorato per decenni con i loro capofamiglia avrebbero continuato a vivere con le famiglie fino alla loro morte.

L’ «Amah» Cinese Tao, il personaggio principale è un’ Amah Cinese. L’amah in Cina è una collaboratrice domestica che fa da colf e baby-sitter alla famiglia. Di solito viene assunta da ragazzina e collabora con la famiglia cucinando, pulendo e prendendosi cura dei bambini, che spesso hanno piú o meno la sua stessa età. L’amah fa voto di rimanere single per sempre e di continuare a vivere con la famiglia fino all’ultimo giorno della sua vita. In virtú di questa lunga permanenza presso le famiglie

Altri Premi:

• Menzione Speciale Signis • Premio La Navicella – Venezia Cinema • Premio Gianni Astrei pro life • Premio Pari Opportunità le amah sono spesso trattate come membri delle stesse. Vestite con camice bianche, pantaloni neri e pettinate con trecce «alla francese», le

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È la storia di Chung ChunTao, detta Ah Tao, che appena nata viene data in adozione ad una famiglia il cui padre muore durante l’occupazione giapponese e la madre la manda – ancora


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adolescente (10 anni) – a servizio presso una famiglia abbiente, diventando cosí una «amah», cioè una serva. La donna la incontriamo quando ha raggiunto i 60 anni di lavoro domestico sempre nella stessa famiglia (e quindi ha settanta anni di età) e si occupa di un giovane, Roger, un produttore cinematografico, l’ultimo della famiglia rimasto ad Hong Kong, mentre gli altri membri abitano da tempo in America. Il rapporto tra il giovane e l’anziana domestica è quello che può instaurarsi tra la madre ed il figlio, ma con la particolarità che il sentimento tra i due è forse superiore (sicuramente diverso), perché quello che l’uno fa per l’altro non discende dall’obbligo familiare ne padronale, ma da un altro tipo di sentimento: per la donna è affetto allo stato puro (anche se lei continua a dire che è «dovere») ed altrettanto è per Roger il quale con la vita che conduce (spesso all’estero e disponendo di cospicui mezzi finanziari) potrebbe tenere un tipo di esistenza diversa; ma a lui basta questa: vivere nella stessa casa di famiglia, accudito dall’anziana «amah». Il destino ci mette lo zampino e rompe la «monotonia» dell’andamento della coppia: un giorno Roger rientra a casa e trova Ah Tao in preda a un ictus; riesce a salvarla ed a portarla all’ospedale, dove stabilizzano la situazione cerebrale e la rimandano a casa

ma in condizioni non proprio splendide; Roger propone di assumere una donna che oltre alle faccende domestiche si occupi anche di controllare la situazione di Ah Tao, ma quest’ultima non ne vuole sapere: la sua decisione è quella di

andare a stare in un ospizio per anziani «cronici», per il quale si offre anche di pagare lei («ho dei soldi da parte che posso utilizzare per questo»), ma Roger, pur a malincuore, acconsente al ricovero nell’ospizio ma assumendosi ovviamente tutte le spese e le necessità della donna. E qui comincia una nuova esistenza per l’anziana «amah»: conosce una premurosa ed efficiente coordinatrice con cui instaura un bellissimo rapporto, ma riesce anche a legare con tutti gli altri

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anziani che sono ospitati nella struttura, dalla signora che la prega di riattaccarle un bottone che si è staccato dalla sua giacchina, all’anziano che è sempre in cerca di soldi (pochi, per la verità) che lui regolarmente sperpera con prostitute di serie B; intanto le cure riabilitative cui è sottoposta Ah Tao danno buoni frutti e dopo un certo tempo la donna comincia a camminare senza l’ausilio del bastone e muove tranquillamente il braccio sinistro che era rimasto paralizzato. Naturalmente Roger – che per gli altri ospiti è il «figlioccio» – tutte le volte che è libero da impegni lavorativi si precipita alla Casa di Riposo e porta sempre qualche regalino sia per l’anziana «madrina» e sia per qualche altro ospite che le è piú simpatico. Ma il giovane non si limita ad andare a trovarla: la porta anche con se alla «prima» di un suo film, facendole vivere la magia di una serata di gala, alla quale sono presenti tantissimi personaggi famosi che non mancano di ossequiarla: la donna è al settimo cielo della felicità, ma il destino è ancora una volta all’agguato: una sorta di infezione intestinale la rimanda di nuovo sotto i ferri per una operazione che, stante l’età e le condizioni generali, non è proprio facilissima. Comunque Ah Tao ce la fa a superare anche questo ostacolo e può cosí godersi l’arrivo a Hong Kong di tutta la famiglia


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di Roger che le porta a conoscere «la quinta generazione»: un bambino nato alla sorella di Roger che rappresenta l’ultimo elemento che Ah Tao conoscerà. In questa occasione la madre di Roger regalerà alla domestica un appartamento in cui la donna potrà concludere la propria vecchiaia, ma prima che se lo possa godere, si spengerà serenamente, senza sofferenze, con il medico che la tiene sedata e le diminuisce la terapia lentamente fino a condurla alla morte con dolcezza; al funerale ci sarà buona parte dei parenti di Roger e anche l’anziano, degente dell’ospizio, che le chiedeva sempre i soldi per andare con le prostitute. Il film ha una struttura lineare e segue gli ultimi anni di Ah Tao senza alcun flash-back del periodo precedente; alcuni episodi del passato vengono soltanto ricordati a parole, durante i ricordi tra Roger e Ah Tao, ma anche tra il giovane e la sorella, con quest’ultima che confessa candidamente di essere stata gelosa perché la domestica privilegiava Roger. Piú che una tematica, possiamo dire che il film è intriso di buoni sentimenti, quelle «cose» che adesso mi sembrano essere sempre piú in disuso, certamente «fuori moda»; certo che non abbiamo «lotta sociale» e

neppure aneliti rivoluzionari, ma il sentimento che prevale in tutto il film è il rispetto e l’amore nei confronti degli altri; questo tipo di comportamento – come è natura-

Ann Hui

«Raramente i film Hongkonghesi parlano delle persone anziane. Invecchiare è un tema universale e mi piacerebbe far vedere come i Cinesi trattano i loro anziani, in modo diverso rispetto agli Occidentali. Diventeremo tutti vecchi un giorno, ma la differenza sta nel modo in cui decidiamo di vivere gli ultimi giorni della nostra vita. Gli anziani possono aver perso la loro giovinezza, ma ancora sognano quello di cui tutti abbiamo bisogno: l’amore di un’altra persona, puro e semplice». (ANN HUI, dalla brossure)

le – genera a sua volta analoghi sentimenti da parte di coloro che lo ricevono e cosí arriviamo alla totalizzazione dei «buoni sentimenti» dei quali sentivo mormorare in sala durante la proiezione per la stampa, con chiara allusione denigratoria; non mi vergogno di affermare che sono in contrasto con i contestatori di questo film di Ann Hui, una regista di quasi sessantacinque anni che nella sua esistenza ha realizzato molti e importanti film. Forse è proprio l’età dell’autrice che le ha dato quello spirito di affetto nei confronti degli anziani che trasuda in tutto il film; forse anche lei si sente – e si schiera – dalla parte degli over 60 e cerca di descriverli anche meglio di come sono in realtà, ma certamente questo superare il limite della veridicità non posso considerarlo un peccato mortale, ma al massimo un fondo mentale che appare davanti alla donna e ne conduce la struttura cinematografica. (FRANCO SESTINI)

La cerimonia di consegna del Premio Taddei, che consiste in una Targa d’Argento, avverrà nella prossima primavera in occasione dell’uscita del film nelle sale italiane.

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COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE

a Michael Fassbender per il film in VENEZIA 68

SHAME di Steve McQueen regia: Steve McQueen – scenegg.: Abi Morgan, Steve McQueen – scenogr.: Judy Becker – fotogr.: Sean Bobbitt – mont.: Joe Walker – cost.: David C. Robinson – mus.: Harry Escott – suono: Niv Adiri – interpr.: Michael Fassbender (Brandon), Carey Mulligan (Sissy), James Badge-Dale (David), Nicole

Beharie (Marianne), Hannah Ware (Samantha), Alex Manette (Steven), Eric T. Miller (Michael), Mari-Ange Ramirez (Elexis), Rachel Farrar (Rachel) – durata: 99’ – colore – produz.: Iain Canning, Emile Sherman (See-Saw Films) – origine: GRAN BRETAGNA, 2011 – distrib.: BIM

È la storia di Brandon, un giovane sulla trentina, professionalmente arrivato, con un buon impiego in una agenzia pubblicitaria, il quale gestisce in un modo – diciamo cosí – «particolare» la sua vita sessuale: tutto avviene in due soli modi: o virtualmente (attraverso chat o programmi sexy della TV o con film pornografici), oppure con prostitute che il nostro riceve a casa propria oppure raggiunge nell’appartamento della donna; il massimo che Brandon concede alla «fortunata» ragazza può essere una notte, ma per di piú il tutto si configura in «una botta e via». È quindi evidente che in questa forma di sessualità compulsiva è bandito completamente il concetto di «amore», ma anche quello di «relazione», in quanto la maggior parte delle attività di Brandon avvengono in perfetta solitudine, nel proprio appartamento, dove è circondato da giornaletti pornografici, da schermi televisivi che rimandano ragazze compiacenti e da filmini porno trasmessi incessantemente.

ribelle e problematica, alla ricerca di quello che non ha mai avuto: una sorta di famiglia. L’arrivo della ragazza – inferiore di età a Brandon – scombussola l’ordinata esistenza del giovane, e inizia proprio con una serata nel locale dove Sissy canta e dove si presentano Brandon ed il suo «superiore» (uno sbruffone sempre a caccia di conquiste), il quale non impiega molto tempo a conquistare la ragazza; i due si ritrovano a letto insieme e questo sconvolge, almeno in apparenza, Brandon, soprattutto in quanto elemento disturbatore della monotona ma regolata vita del giovane. A questo episodio segue una improvvisa entrata di Sissy nel bagno di Brandon, dove trova il giovane che si masturba e questo dà l’avvio ad una scenata tra Brandon e la sorella, durante la quale i due se ne dicono di tutti i colori, fino al punto in cui Sissy lascia l’appartamento del fratello anche se dichiara di «non avere altra sistemazione possibile». La mattina seguente, Brandon arriva in ufficio con un certo

Altri Premi:

miglior film Venezia 68: • Premio Fipresci • Premio Arca Cinema Giovani • Premio CinemAvvenire

Questo ritmo di vita, ordinato metodicamente tra giornate in ufficio dove è molto apprezzato e dove compie perfettamente il proprio dovere, e resto della giornata trascorso in casa con i suoi «trastulli» oppure alla caccia di qualche nuova «prostituta», viene spezzato dall’arrivo di una sorella, Sissy, una cantante di scarso successo è una ragazza

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ritardo e trova una giovane di colore, Marianne, che gli chiede, maliziosamente, se «gli piace lo zucchero», chiaro invito ad esplorare una possibile relazione tra loro; il giovane accetta e invita la ragazza ad una cena nella quale i due si confidano, molto superficialmente, circa il loro passato e il giorno dopo in una camera d’albergo, dove si dovrebbe consumare l’atto sessuale, ma Brandon non riesce ad avere una erezione e quindi il tutto si ferma all’intenzione, fermo restando una promessa, molto generica, di rivedersi prossimamente e di riprovarci. Mentre la ragazza se ne torna a casa propria, per Brandon comincia una sorta di esplorazione «infernale», dove il giovane passa da un «girone» all’altro, l’uno piú osceno dell’altro: si va dalla prostituzione alla sodomia, per passare poi alla omosessualità ed alla consumazione dell’atto con piú persone. Tornato a casa, trova Sissy che è in grave condizioni in quanto si è tagliata le vene (atto peraltro abbastanza frequente per la giovane, a giudicare dalle cicatrici) e riesce a salvarla chiamando in tempo i soccorsi sanitari; dopo aver collocato la sorella in ospedale, Brandon ha una sorta di crisi in cui piange e si dispera e, al termine, sotto una pioggia battente, invoca «Dio!!» con voce vibrante e apparentemente convinta. Ci aspetteremmo che nella sequenza successiva, ci venisse mostrato un «nuovo» Brandon, ma in realtà l’autore ce lo presenta con una scena identica alla prima, nella quale il giovane sulla metropolitana irretisce con

gli sguardi una giovane sposina; in quest’ultima immagine, però, il regista non ci fa vedere Brandon che si alza e segue la donna alla fermata in cui lei scende; forse neppure l’autore sa bene come si comporterà in futuro quel tipo di personaggio, cioè se la compulsione di quel tipo di sesso l’avrà

vinta su ogni altra attività che comporti la presenza di sentimenti oppure se ci potranno essere dei cambiamenti. Il regista, l’inglese Steve McQueen, già nel suo precedente film – HUNGER del 2008 – narrava una storia politica di soprusi carcerari, ma anche di prigionia del corpo; in questo ultimo suo lavoro, la prigionia è della mente, reclusa in una «fissazione compulsiva» per un certo tipo di sessualità, consumata in compagnia di prostitute o di amanti occasionali oppure, addirittura, in perfetta solitudine, di fronte a immagini pornografiche. Il che, a ben vedere, non riesce neppure a rendere «felice» Brandon, dato

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che nella penultima sequenza lo troviamo mentre piange a dirotto e si dispera invocando addirittura Dio. E quindi il regista ci lascia una piccola ma importante scappatoia: se Brandon non seguirà la giovane sposa come ha fatto nella sequenza iniziale, vorrà dire che è intenzionato a cambiare vita, altrimenti il tutto continuerà come prima; questa forma «problematica» discende – a mio giudizio – da una incertezza tematica dell’autore che non ha ben chiaro quale possa essere il giusto cammino nella vita per raggiungere una completa felicità sessuale e sentimentale. Se prescindiamo dalle tante immagini scabrose, nessuna compiaciuta e neppure morbosa, il film ha una tematica interessante ed è realizzato molto bene, con ottime inquadrature e con una struttura adeguata alla narrazione. Il film, poi, si avvale di un autentico «mostro» della recitazione, quel Michael Fassbender che abbiamo già incontrato nei giorni scorsi nel film di Cronenberg A DANGEROUS METHOD, in cui interpreta il ruolo di Jung, figura che ovviamente è diametralmente opposta al Brandon di questo film: ebbene, in entrambe le parti, l’attore, nato in Germania e cresciuto in Irlanda, mostra delle capacità molto al di sopra della media, infatti la Mostra lo ha premiato con la Coppa Volpi. (FRANCO SESTINI)


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PREMIO MARCELLO MASTROIANNI A UN GIOVANE ATTORE /ATTRICE EMERGENTE

a Shôta Sometani e Fumi Nikaidô per il film in VENEZIA 68

HIMIZU di Sion Sono regia, sogg. e scenegg.: Sono Sion; dalla novella «Himizu» di Minoru Furuya – scenogr.: Tahashi Matsuzuka – fotogr.: Sohei Tanikawa – mont.: Junichi Ito – mus.: Tamohide Harada – interpr. princ.: Shôta Sometani

Il film è un esplicito invito alle giovani generazioni giapponesi a non demordere nei sogni di vita futura che coltivano. Rappresenta la storia di un giovane (Sumida) che non ha altro desiderio che vivere una vita insignificante e mediocre. Con l’aiuto, però, di una compagna di scuola (KeiKo) riesce a riscattarsi e decidere di diventare persona adulta e desiderosa di realizzare i propri sogni. Il racconto, diviso in tre parti, è introdotto dall’immagine del protagonista che vaga tra le macerie (conseguenza di un terremoto), puntandosi una pistola alla tempia e si conclude con il giovane che, dietro sollecitazione della ragazza, corre a riscattare la propria legalità e umanità insieme alla sua compagna di classe, che gli urla ripetutamente, insieme a lui che ripete, di «non mollare» rispetto ai sogni da realizzare. Nella prima parte il racconto evidenzia Sumida rifiutato dal padre (che spesso lo picchia con violenza e senza reale motivazione) e dalla madre che lo

(Yuichi Sumida), Fumi Nikaidô (Keiko Chazawa), Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi – durata: 129’ – colore – produz.: Gaga Corporation – origine: GIAPPONE, 2011 – distrib.: Fandango Distribuzione

Altri Premi:

• Premio Christopher D. Smithers Foundation abbandona per intraprendere facili costumi. Il giovane si ritiene persona mediocre, incapace di esprimere sentimenti altruistici e di corrispondere le attenzioni amorose di Keiko. L’atteggiamento che manifesta in questa situazioni è di arrendevole accettazione rispetto a tutto ciò che gli capita. Nella seconda parte Sumida reagisce ai soprusi e assume un atteggiamento opposto, diventando una sorta di giustiziere nei confronti delle persone malvagie. Uccide il padre e lo seppellisce, allontana tutte le persone che gli volevano bene (amici vicini di baracca), salva un cantante da un giovane che lo stava aggredendo, e tenta di colpire una organizzazione «mafiosa»; in questi suoi comportamenti,

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però, non trova alcuna gratificazione, al punto che si convince che il suo futuro sia il suicidio, come soluzione adeguata a tutte le brutture presenti nei comportamenti umani disumanizzati; La terza parte è tutta dedicata al tentativo, da parte di Keiko (che, nell’arco del film gli manifesta costantemente il suo amore, a volte anche in maniera ossessiva), di recuperare in Samida uno spirito ottimistico verso un futuro da costruire, fondato su valori positivi (la famiglia, i figli, l’aiuto reciproco, i sogni di coppia per una società piú giusta, una convivenza piú ricca di sentimenti umani). Val la pena ricordare che il film viene contestualizzato con le ultime sofferenze che hanno colpito il Giappone di oggi, cioè le catastrofi naturali e quelle prodotte dall’uomo (centrali nucleari che diffondono radioattività). Nella vicenda del film frequenti sono i riferimenti a queste dolorose situazioni reali. L’Idea Centrale che l’autore vuole esprimere può essere la seguente: «è sempre opportuno


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e conveniente incitare le giovani generazioni a non mollare nel perseguire i propri sogni, ad imparare ad assumersi le proprie responsabilità, a condividere e sostenere rapporti umani piú ricchi ed intensi per costruire famiglie con figli che, liberati da ombre e disvalori, possano

proiettare i loro sogni e le loro speranze verso un mondo migliore». Il tono e le azioni di aggressività che volevano rappresentare la cattiveria umana, frequenti nel film, avrebbero potuto essere meno violente. In tal caso il film stesso ne avrebbe guadagnato

in credibilità ed avrebbe sicuramente alleggerito le sofferenze del pubblico, a meno che fosse intenzione del regista far soffrire lo spettatore, perché, come nel film sostiene il Professore di scuola, da ogni sofferenza può sempre scaturire una crescita ulteriore. (GIAN LAURO ROSSI)

OSELLA PER LA MIGLIORE FOTOGRAFIA

a Robbie Ryan per il film in VENEZIA 68

WUTHERING HEIGHTS (Cime tempestose) di Andrea Arnold regia: Andrea Arnold – scenegg.: Andrea Arnold e Olivia Hetreed, tratto dal romanzo omonimo di Emily Bronte – fotogr.: Bobbie Ryan BSC – mont.: Nicolas Chaudeurge – scenogr.: Helen Scott – cost.: Steven Noble – parrucchiera e trucco: Emma Scott – mus.: Nicolas Becker – interpreti: James Howson (Heathcliff da grance), Kaya Scodelario (Cathy da grande), Steve Evets (Jose-

ph), Solomon Glave (Heathcliff giovane), Shannon Beer (Cathy giovane), Oliver Milburn (Mr. Linton), Paul Hilton (Mr. Earnshaw), Simone Jackson (Nelly), Lee Shaw (Hindley), Amy Wren (Frances), Nichla Burley (Isabella Linton) – durata: 128’ – colore – produz.: Robert Bernstein, Kevin Loader (Ecosse Films) – origine: GRAN BRETAGNA, 2011 – distribuz. internaz.: Hanway Films

È la storia di un ragazzo di colore, Heathcliff, arrivato a Liverpool dall’Africa, che viene «adottato» da un agricoltore dello Yorkshire e condotto nella sua casa facendolo vivere con la famiglia, nella isolata brughiera sulle colline, insieme ai due figli – un maschio, Hindley, e una femmina, Cathy. Mentre il primo lo prende continuamente a botte e lo sfotte per il colore della pelle, Mary lo guarda con occhi diversi ed è l’unica con cui il giovane può rapportarsi, tanto che la relazione tra i due assume – per lui – il carattere dell’ossessività;

Dopo aver sfogato la propria disperazione ed essere stato ripagato con altre botte dal fratello di Cathy, il giovane decide di andarsene e, sotto uno scroscio di pioggia (a proposito: nel film piove quasi sempre!!), abbandona la casa e la speranza di congiungersi con Cathy. Ma qualche anno dopo il giovane, nel frattempo divenuto un bel giovanotto, tutto azzimato ed elegante, fa la propria ricomparsa e, ovviamente, si dirige subito alla ricerca di Cathy, la quale sta facendo una vita «normale» accanto al coniuge (immagine

questo fino a quando la ragazza, nel frattempo diventata una bella signorina, decide di sposarsi con il figlio del proprietario della villa a loro piú vicina (perché non ha altra alternativa, in quanto Heathcliff non glielo farebbero sposare) e il dramma comincia cosí a prendere forma.

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tipica della borghesia di una volta) ed alla cognata Isabella, una zitella un po’ legnosa ma ancora piacente. Vista la situazione e visto soprattutto che Cathy non è andata oltre ad un saluto affettuoso e basta, il giovane si ingegna a creare le difficoltà piú impensabili a tutti gli altri: corteggia Isabella, la quale perde la testa per lui; poi si installa nella vecchia casa dove abita solo Hindley e ne prende in affitto una stanza, tanto per continuare a respirare gli antichi odori. La trama ordita da Heathcliff comincia a dare i primi frutti: il fratello di Cathy, attanagliato dai debiti di gioco, chiede dei soldi in prestito al giovane che, ovviamente, glieli concede; Isabella, completamente partita di testa cerca di accalappiare il giovanotto, mentre Cathy è combattuta tra il marito e il vecchio amico (non si può dire «amante»); per di piú arriva una nuova complicazione: anche se non annunciato ufficialmente, Cathy sembra incinta e quindi un eventuale distacco dal marito per seguire Heathcliff sarebbe ancora piú complicato. Alla fine il tutto sfocia nella annunciata tragedia: Cathy muore (di crepacuore, come si diceva una volta?) e Heathcliff scappa con Isabella, per mollarla dopo poco e anch’essa finirà mezza matta; Heathcliff si ritrova padrone della casa in cui è iniziato il tutto a causa dei debiti di Hindley e quindi diventa anch’esso un «proprietario terriero». Il film è l’ennesima riduzione del celeberrimo romanzo omonimo di Emily Bronte, vera icona del romanticismo europeo, ma l’autrice apporta alcune variazioni alle altre stesure cinematografiche; di queste vorrei ricordare solo quella interpretata da Laurence Olivier che rappresentò un successo mondiale e che,

confrontata con questa… mi fa venire i brividi lungo la schiena. Ma torniamo alla nostra versione del romanzo; il fatto piú clamoroso è l’aver usato un attore di colore per interpretare Heathcliff: probabilmente ha ritenuto che al momento attuale la figura che piú si adatta al ruolo dello sbeffeggiato e picchiato, sia rappresentata

dall’uomo di colore, ma se cosí fosse, non mi sembra neppure un gesto molto coraggioso, visto che adesso sono altri i cosiddetti «ultimi della terra» e un negro è Presidente degli Stati Uniti. Comunque, vista la scelta della regista, guardiamo il film sotto l’ottica della struttura che ci viene proposta: la narrazione è suddivisa in tre parti: la prima ci mostra l’inserimento – in verità difficoltoso e pieno di botte – di Heathcliff in casa dei genitori di Cathy, con tutti gli sviluppi che la situazione comporta: legnate sempre piú frequenti da parte del fratello e misurate difese da parte della ragazza, la quale al termine del blocco, vista l’ostilità insuperabile della famiglia ad una relazione con Heathcliff, sceglie di convolare a nozze con il vicino ricco sfondato (non mi sembra un gesto di grosso coraggio) È quindi comprensibile che il nostro giovane, diventato adulto,

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fatta carriera (non viene detto in che modo), si ripresenti nei luoghi della sua giovinezza alla stessa stregua di un novello Conte di Montecristo, cioè ricco e spietato nella vendetta; e questo è l’oggetto della seconda parte del film, laddove si narra dell’incontro tra Heathcliff e Cathy, ma si mostra anche il marchingegno che il nuovo arrivato mette in atto per vendicarsi del fratello di Cathy, colui cioè che gli ha rifilato un sacco di botte e che adesso è diventato un giocatore incallito ed ha finito tutti i soldi. La terza parte del film è l’autentico epilogo della tragedia: Cathy morta di dolore, Isabella impazzita, la casa dei genitori della ragazza che viene acquisita da Heathcliff; si potrebbe dire quindi che quest’ultimo è soddisfatto delle vendette consumate e invece lo vediamo triste e sconsolato, poiché non era la vendetta il solo scopo del suo ritorno, ma poteva essere anche il tentativo di ricucire con Cathy e di fuggire con lei per rifarsi una vita insieme. Quindi pessimismo totale e nessuno che si possa dichiarare soddisfatto: basti pensare che Heathcliff scava la tomba di Cathy, svelle i chiodi della bara, al solo scopo di rivederne il volto un’ultima volta. Questo è l’impianto narrativo messo in piedi dall’autrice; cercare di andare oltre per vedere se esista qualche idea tematica sarebbe come cercare l’acqua nel deserto; caso mai possiamo soffermarci sulle interpretazioni degli attori che, se messe a paragone con coloro che li hanno preceduti nelle altre versioni, fanno la figura dei dilettanti, ma comunque dobbiamo riconoscere che l’Heathcliff adulto mostra una notevole sicurezza e si muove bene di fronte alla macchina da presa; sugli altri stenderei un velo pietoso. (FRANCO SESTINI)


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OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA

a Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il film in VENEZIA 68

ALPIS di Yorgos Lanthimos regia: Yorgos Lanthimos – scenegg.: Yorgos Lanthimos, Efthimis Filippou – scenogr.: Anna Georgiadou – fotogr.: Christos Voudouris – mont.: Yorgos Mavropsaridis – cost.: Thanos Papastergiou e Vassilia Rozana – suono: Leandros Ntounis – interpr. princ.: Agge-

liki Papoulia (infermiera), Aris Servetalis (paramedico), Johnny Vekris (allenatore), Ariane Labed (ginnasta) – durata: 93’ – colore – produz.: Athina Rachel Tsangari (Haos Film), Yorgos Lanthimos – origine: GRECIA, 2011 – distrib. inter.: Tha Match Factory

È la storia di una infermiera (facente parte di una associazione chiamata ALPIS) che, per aiutare persone bisognose, utilizza ogni mezzo possibile per raggiungere lo scopo, compresa la pratica del sesso che esercita in modo freddo e distaccato, senza nessuna attinenza con l’amore. Questa pratica e questo modo di fare la portano all’abbandono da parte di tutti, inducendola verso una incredibile solitudine. Il racconto cosí si articola: – la scena iniziale ci mostra una ballerina di ginnastica artistica che desidera che i suoi saggi siano accompagnati da musica «pop»: ne è contrario l’istruttore che non la ritiene idonea per tale musica, perché ancora immatura tecnicamente. Tale decisione, la porta allo sconforto tanto da scegliere di suicidarsi per la delusione subita. Salvata dalla infermiera all’ultimo momento, riesce, alla fine del film, ad ottenere di danzare con musica «pop». Tutto ciò, è stato possibile per l’intervento della infermiera sull’istruttore, concedendosi sessualmente in modo molto distaccato e volgare; – in Ospedale, suo ambiente di lavoro, l’infermiera si prende cura di una giovane tennista che, a seguito di un grave incidente stradale, perde poi la vita. In questo filone l’infermiera si propone di alleviare

autoritarismo e trattate non come persone umane e sensibili, ma come mezzi di soddisfazione dei loro desideri sessuali e di potere; – il rapporto dell’infermiera con il proprio padre, all’inizio premuroso ed affettuoso fino al momento in cui gli si avvicina con azzardate premure sessuali, tanto da essere respinta con un ceffone dallo stesso padre.

la sofferenza dei genitori, chiedendo di sostituirsi alla figlia nella loro famiglia. Questo strano vissuto famigliare, dopo un inizio positivo, subisce un’involuzione, tanto che i genitori ed in particolare il padre della ragazza deceduta, la allontana in malo modo. Questo rifiuto è conseguente alla prestazione sessuale, sempre molto fredda e distaccata, concessa al fidanzato della giovane tennista morta. – un atto d’amore, privo di patos, che l’infermiera consuma con un membro della società ALPIS, senza trasporto emotivo, tanto da indurre lei ad una clamorosa risata; – la gelosia del presidente dell’associazione ALPIS, che si era attribuito il nome di Monte Bianco, il monte piú alto delle Alpi, (ogni membro della società aveva il nome di un monte di questa catena per indicare altezza, stabilità e insostituibilità) il quale, dopo averla seguita all’incontro con il ragazzo della tennista morta, la colpisce violentemente sulla guancia con un oggetto contundente; – il diverso ruolo delle donne rispetto a quello degli uomini, da questi maltrattate, comandate con

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Da questi elementi si può tentare di trarre l’idea centrale «in una società (come ALPIS) organizzata in modo autoritario e maschilista, le donne sono considerate soggetti di categoria inferiore e quando decidono di muoversi in piena autonomia, convinte di fare del bene, anche annullandosi, vengono poi emarginate dagli uomini». Tale universalizzazione può ritenersi possibile, perché ai componenti della società ALPIS vengono attribuiti non nomi propri, ma di alte vette, quasi ad indicare l’osservazione dall’alto della storia umana. Il film, è realizzato in modo confuso e con una struttura narrativa poco chiara, che produce sconcerto tra il pubblico che non capisce se si trova dinnanzi ad una originale opera d’arte o ad un film di scarso livello. L’Osella alla sceneggiatura ci lascia perplessi (GIAN LAURO ROSSI)


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Il decalogo di Müller di GIAN LAURO ROSSI La 68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, BRULAND e POULET AUX PRUNES); nei suoi film in concorso, quest’anno ha evidenziato 4. il tema dell’uomo, delle sue frustrazioni, delle alcuni temi di grande attualità, che hanno fatto, di sue gioie con particolare riferimento ad un uso osquesto evento, una manifestazione rilevante. Non sessivo delle attività sessuali, pratiche che, mal conmi riferisco agli aspetti cinematografici della mostra, cepite, risultano rivolte alla inutile ricerca della felicon i suoi film realizzati bene e con cità (A DANGEROUS METHOD, altri un po’ meno, ma HAHITHALFUT ai temi trattati e e SHAME); alle modalità del 5. il tema come sono stati della donna, affrontati. Ritencon l’esigengo che l’insieme za di essere 8 7 faccia emergere se stessa, indiuna vera e propendente, ma pria Idea Centrale anche spesche ha orientato so oggetto la Commissione di violenze Selezionatrice dei (TEXAS KILfilm in concorso e LING FIELDS, 1 che era certamenKILLER JOE, te presente ALPIS) 6 nella stessa 6. il tema persona di della famiglia Marco Müller di mentalità (Direttore delborghese con Marco Müller la Mostra). Con atteggiamenPremio OPEL 2011 queste riflessioni ti formali, forti 5 2 non mi riferisco a incomprensioni tutta la produzioe diversi stili di ne filmica che la comportamento tra i due sessi che si eviMostra Cinematografica denziano particolarci ha fornito, né alle varie mente nel rapporto di valutazioni di lettura dei 3 4 coppia (CARNAGE); film che si possono con7. la politica ingiusultare sul sito di EDAV, ma sta, che non risulta essere al servizio della Comunità, esclusivamente ai film in concorso Venezia 68. ma del Potere personale che utilizza ogni mezzo per I temi trattati, suddivisi per argomento, riportano perseguire tale scopo (quali ad esempio la infedeltà ad una sorta di «decalogo» mulleriano. Le tematiche e la scorrettezza nei rapporti interpersonali). Per raggiungere tale obiettivo lo spionaggio, le menzogne che ho rilevato, si possono infatti cosí riassumere: 1. il tema del bene e del male in rapporto al Dia- e i sotterfugi sono prassi costanti (TINKER, TAILOR volo e a Dio (FAUST che ha ricevuto il Leone d’Oro, SOLDIER SPY, THE IDES OF MARCH e REN SHAN REN HAI); massima onorificenza del Festival); 2. il tema della fine del mondo e degli extra terrestri che ha evidenziato la necessità di rimanere legati ai valori fondamentali della vita (4,44 LAST 1. FAUST di Sokurov – 2. 4,44 LAST DAY di Ferrara – 3. DAY ON EARTH e L’ULTIMO TERRESTRE); UN ÉTÉ BRULAND di Garrel – 4. CARNAGE di Polanski 3. il tema dell’amore quale motore di tanti avve- – 5. A DANGEROUS METHOD di Cronenberg – 6. DARK nimenti e di importanti cambiamenti di vita (WU- HORSE di Solondz – 7. KILLER JOE di Friedkin – 8. DUO THERING HEIGHTS, QUANDO LA NOTTE, UN ÉTÉ MINGJIN (LIFE WITHOUT PRINCIPLE) di To.

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8. le questioni dell’immigrazione con l’esplicito intento di affermare la necessità dell’accoglienza e della comprensione umana per questo fenomeno doloroso (TERRAFERMA); 9. le giovani generazioni con le loro numerose problematiche esistenziali che li inducono a volte ad essere affetti dalla sindrome di Peter Pan (bamboccioni) e a volte, al contrario, alla scoperta di sentimenti di amore sincero, che può condurre a maturità (HIMIZU e George Clooney in sala granDARK HORSE); de. La foto a fianco del suo 10. le tradi- THE IDES OF MARCH film zioni dei popoli di apertura della Mostra. che devono es- Uscirà nelle sale italiane nel sere rispettate gennaio 2012. A quel periodo per quello che rimandiamo la nostra lettura sono e per i va- del film. lori proposti dal vissuto, senza che le modernità producano nuove o vecchie colonizzazioni (SAIDEKE BALAI, DUO MINGJIN [Life Without Principle – Dyut Ming Gam ]).

Mi sembra, infatti, di rilevare che, questi film, pur analizzando tematiche attuali e pur esprimendo oggettive e interessanti denuncie, spesso non offrono risposte risolutive ai vari livelli ad eccezzione di TAO JIE (che tra l’altro ha vinto il Premio Padre Nazareno Taddei, per i suoi valori umani), il film che mette in risalto i sentimenti piú intensi di umana gratitudine e di grande riconoscenza verso chi ci ha voluto bene in forma totale, in particolare come richiamo alle giovani generazioni verso chi sta terribilmente invecchiando. Allora viene da dire che forse Müller (che si è presentato alla Mostra di Venezia con un impeccabile ed elegante abito orientaleggiante ma somigliante ad un clergimen sacerdotale), non è riuscito a veicolare alcuna proposta particolare concreta che tracci una via nuova. Ci troviamo di fronte alla classica «profondità della superficie» di memoria Taddeiana. Con la scelta dei film, ha sicuramente fatto centro sulle problematiche odierne, con gli stessi film, però, non offre risposte ai problemi evidenziati. Mi sovviene una riflessione: sarebbe auspicabile che i veri Da questo tentativo sacerdoti, in particolare quelli di formulare una specie cattolici, che tanto avrebbero di «decalogo» di argoda dire sulle questioni sociali menti, si può cogliere da sx: Darren Aronofsky (presidente, USA), David e umane (spesso si limitano a l’Idea Centrale degli Byrne (Gran Bretagna), Mario Martone (Italia), Anautori della Mostra Ve- dré Techiné (Francia), Alba Rohrwacher (Italia), Eija- formulare analisi e denuncie «politicamente corrette», neziana che attraversa Liisa Ahtila (Finlandia), Todd Haynes (USA) raccolte dal sentire comune), orizzontalmente i film veicolassero gli insegnamenin concorso Venezia 68 e precisamente: «l’umanità sta attraversando un ti della Dottrina Sociale della Chiesa. In tal modo momento particolare e difficile e i temi trattati dai favorirebbero sicuramente risposte adeguate alla vari film in Venezia 68, hanno la necessità di rice- criticità dei temi sociali trattati ampiamente da questa vere risposte positive. Quello che si presenta oggi ai 68° Mostra di Venezia. La Mostra del Cinema potrebbe, quindi, in tal nostri occhi, infatti, è un mondo caratterizzato da una umanità, per certi aspetti, poco edificante. Ne senso svolgere non solo una funzione culturale, ma scaturisce il desiderio interiore dell’uomo, di cose anche educativa. Fa piacere sapere che a Verona, belle, pulite, oneste e cariche di amore, in senso dopo tanto silenzio, sia stato indetto, a metà setampio. Si rende, quindi, indispensabile cercare tembre 2011, un Festival sulla Dottrina Sociale della strade nuove per offrire risposte adeguate a temi Chiesa, che tanto può offrire ai cattolici impegnati nel sociale e in politica. cosí coinvolgenti e pregnanti».

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LEONE DEL FUTURO PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA LUIGI DE LAURENTIS

al film in SETTIMANA DELLA CRITICA

LÀ-BAS di Guido Lombardi regia e scenegg.: Guido Lombardi – scenogr.: Maica Rotondo – fotogr.: Francesca Amitrano – mont.: Annalisa Forgione, Giuseppe Leonetti – cost.: Francesca Balzano – mus.: Giordano Corapi – interpr. princ.: Kader Alassane (Yssouf), Moussa Mone (Moses), Esther Elisha (Suad), Billy Serigne Faye (Germain), Fatima Traore (Asetú),

Alassane Doulougou (Idris), Salvatore Rocco (il «casalese»), Franco Caiazzo (Zi Peppe), Gaetano Di Vaio (gestore autolavaggio), Marco Mario De Notarsi (chirurgo) – durata: 100’– colore – produz.: Eskimo, Dario Formisano, Gaetano Di Vaio, Gianluca Curti – origine: ITALIA, 2011

La prima inquadratura offre allo spettatore la chiave d’entrata alla comprensione dell’intento del regista nel dirigere il film. Quell’insistenza sul particolare del viso d’un giovane di colore preoccupato e ansioso, dice chiaramente che quello che stiamo per vedere sarà un film psicologico. Le vicende di Yssouf, il protagonista, saranno numerose, ma quello che al regista, è piaciuto evidenziare, sono state le sue reazioni interiori. È arrivato in Italia meridionale, nei pressi di Napoli, provenendo dalla Nigeria su invito dello zio Moise con la previsione di poter trovare lavoro e la certezza di fare soldi in breve tempo. La realtà che incontra è quella che, purtroppo, prevediamo, data la nostra conoscenza delle condizioni dei suoi compatrioti, illusi di trovare in Italia «i soldi per terra sulle strade!». Dopo aver lavoricchiato sottopagato e sfruttato da datori di lavoro senza coscienza, italiani naturalmente!, entra a servizio dello zio, che sembra un brav’uomo. È invece un arricchito, dedicatosi senza scrupoli ad attività illegali e violente. Neppure la morte d’una donna imbottita di ovuli di droga, brutalmente recuperati e offerti al mercato della mafia, lo ferma nei suoi progetti delittuosi. Il nipote, ingenuo e frastornato dai soldi dei quali Moise

regalo dello zio al nipote, ormai suo complice. Di esse si priverà, anche simbolicamente, quest’ultimo, dopo aver rinunciato alla cooperazione negativa con le iniziative di Moise. Lo zio gli aveva fatto omaggio anche d’un lussuoso vestito bianco. Il nipote nelle inquadrature finali del film, mentre sfugge di notte all’inseguimento della mala che lo vuole uccidere, si libera di quel vergognoso simbolo di ricchezza e nudo si presenta al gruppo di nigeriani pacifici che stanno festeggiando una particolare festività nazionale. Lo accolgono con estremo rispetto, lo ricoprono con la bandiera e lo riaccolgono pentito e purificato nel loro gruppo. È evidente che il regista ha voluto attribuire le vicende del protagonista non tanto a lui come persona singola, ma emblematicamente agli immigrati che, illusi e male informati dai mezzi di comunicazione, arrivano in Italia (Là-Bas) come nel paese del bengodi. Alcune ingenuità della scenografia allo scopo di salvare la vita, per almeno due volte in modo poco verosimile, al protagonista, non annullano il valore civile del film, del resto ben diretto e molto bene interpretato. La colonna sonora è costituita ovviamente da musiche africane. (ADELIO COLA)

Altri Premi:

• Premio del pubblico «Kino»

gli riempie le mani, pur accettando gli incarichi di mala voglia e condannandoli moralmente (è un buon musulmano), diventa complice dello zio. La minaccia a mano armata dei «camorristi» mafiosi («smettetela e andate altrove perché qui chi comanda siamo noi»?), è il pericolo costante dello zio, che però è difeso dalla banda criminale ostile alla prima. Dopo alterne vicende rischiose e altre ben riuscite, i «padroni del territorio» travestiti da poliziotti uccidono lo zio e inseguono il nipote, che, incredibilmente!, si salva dalla sorte a lui destinata. Della storia di Yssoul conviene ricordare alcuni particolari interessanti, ad esempio il paio di scarpe bianche, primo

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PREMIO CONTROCAMPO ITALIANO LUNGOMETRAGGI NARRATIVI

al film in CONTROCAMPO ITALIANO

SCIALLA di Francesco Bruni regia, scenegg.: Francesco Bruni – scenogr.: Roberto De Angelis – fotogr.: Arnaldo Catinari – mont.: Marco Spoletini – cost.: Maria Cristina La Parola – mus.: Amir Issaa, Cesare Productions – interpr.: Fabrizio Bentivoglio (Bruno), Barbora Bobulova (Tina), Filippo Scicchitano (Luca), Vinicio Marchioni (Poeta), Giu-

seppe Guarino (Carmelo), Prince Manujibeya (Prince), Arianna Scommegna (Marina), Giacomo Ceccarelli (Valerio), Raffaella Lebboroni (Prof.ssa Di Biagio) – durata: 95’ – colore – produz.: Giuseppe Caschetto (ITC Movie) in collaborazione con RAI Cinema – origine: ITALIA, 2011 – distrib.: 01 Distribution

Bruno Beltrame, ex professore delle scuole superiori, vive facendo ripetizioni e scrivendo «i libri degli altri», ovvero le «autobiografie» di calciatori e personaggi dello spettacolo come Tina, ex pornostar slovacca. La sua passione per l’insegnamento e la scrittura hanno lasciato il posto ad uno svogliato tran-tran di lezioni a domicilio a studenti altrettanto svogliati fra i quali spicca il quindicenne Luca, ignorante come e forse piú degli altri, irriverente, ma vitale. Un bel giorno la madre del ragazzo si presenta come un fantasma dal passato con una rivelazione che butta all’aria la vita di Bruno: Luca è suo figlio, un figlio di cui ignorava l’esistenza. Lei, Marina, è la ragazza di cui Bruno si era invaghito durante un premio letterario e con la quale aveva passato una notte, proprio una quindicina d’anni fa, prima di dimenticarsi di lei, all’improvviso, il giorno dopo. Non solo: la donna, ora in procinto di partire come cooperante per sei mesi in Africa dove il figlio non la vuole assolutamente seguire, chiede a Bruno il favore di ospitarlo a casa sua, ma senza rivelargli la vera identità. Inizia cosí una con-

nei confronti degli insegnanti dai quali, però, verrà a sapere che è stato Luca stesso a chiedere di essere bocciato perché avrebbe trovato ingiusto che lui, che non aveva fatto niente per gran parte dell’anno, fosse giudicato al pari di tanti compagni di classe che invece avevano lavorato tutto l’anno. Da qui la soddisfazione del padre per il nobile gesto del figlio. Soddisfazione momentanea perché Luca confesserà di averlo fatto per non rovinarsi l’estate con i debiti in tre materie, che era quanto avevano previsto gli insegnati durante lo scrutinio prima dell’intervento del ragazzo. Alla fine, comunque, padre e figlio si ritroveranno per andare insieme allo stadio, mentre Bruno comincerà a scrivere, ma poi si rifiuterà di continuarla, l’«autobiografia» del «poeta».

Altri Premi:

• Premio AIF - Forfilmfest • Premio Vittorio Veneto Film Festival

vivenza improbabile fra l’apatico ex professore, che lentamente prenderà ad occuparsi dell’infelice andamento scolastico del figlio, e l’inquieto adolescente, che finirà per mettersi nei guai con una banda di malviventi di quartiere capeggiata da un tale soprannominato «il poeta». Luca si salverà dal pestaggio grazie al padre ritrovato, che viene riconosciuto dal «poeta» come il suo ex insegnante al quale deve la passione per la letteratura e, appunto, quel nomignolo. Ma non solo: Luca farà notevoli progressi a scuola grazie ai pomeriggi di studio con Bruno, che nel frattempo si è rivelato. Ma nonostante l’impegno, il ragazzo sarà bocciato suscitando l’ira di Bruno

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I personaggi che Francesco Bruni (al debutto nella regia dopo tanti anni da sceneggiatore) mette davanti alla macchina da presa sono tutti problematici, nessuno è sereno come vorrebbe il neologismo tratto dal gergo giovanile romano che dà il titolo al film: «scialla!», ovvero


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«stai calmo, rilassati...». Ma in tutti c’è un barlume di umanità, di bontà, di spirito materno o paterno. E in tutti c’è soprattutto tanto bisogno d’affetto. «Lo sai di cosa avrei veramente bisogno?», dice Bruno all’amica pornostar: «Di qualcuno con cui dormire abbracciato». La stessa Tina, a sua volta, nonostante il passato, si mostra capace di crescere un figlio (quindicenne anche lui, ma bravo a scuola e nello sport) e di dare in proposito saggi consigli all’amico scrittore. Persino Luca si dimostra molto migliore di quello che può sembrare. Ad esempio rifiuta costantemente di «fumare» o di «impasticcarsi» nonostante la «merce» che continuamente gli passa sotto mano. Sullo sfondo di tutto il rapporto padre-figlio, che lega due persone in un primo tempo inconsapevoli del loro legame di sangue. Ma quando Bruno scopre che Luca è suo figlio si ridesta dal letargo dando un’improvvisa accelerazione alla sua

flemma. Mentre Luca, cresciuto senza un padre, è alla ricerca di una guida. I toni usati da Bruni sono quelli della commedia, non certo del

dramma. Prova ne sia il finale a metà schermo con i titoli di coda, quando il film che sembra già finito e che invece ci fa vedere Bruno in carcere far visita al «poeta» il quale pretende una conclusione piú romanzata ed eroica per l’«autobiografia» (che nel frattempo ha commissionato al suo ex professore) ottenendo,

per tutta risposta, il «vaffa» del professore scrittore, che si alza e se ne va. Segno del definitivo cambiamento di Bruno, ma anche della scelta ironica del regista per chiudere un film che si salva spesso grazie proprio alla sdrammatizzazione. Ne è esempio evidente la decisione di Luca di farsi bocciare, che al momento fa intuire una conclusione buonista ma banale, che invece nasconde il solito spirito irriverente (ma non per questo cattivo) di un ragazzo che vuole semplicemente «salvarsi» l’estate. Film dunque senza pretese, con nemmeno troppi valori, anzi, con un quasi disimpegnato invito alla «sciallanza», ovvero a vivere con quel minimo di serenità e di rilassatezza che ti consente di non stressarti: un po’ poco. Ma il film resta tutto sommato piacevole. Bravi gli attori: l’ormai collaudato Fabrizio Bentivoglio (Bruno), Barbora Bobulova (Tina) e l’esordiente Filippo Scicchitano (Luca). (ANDREA FAGIOLI)

www.edav.it

64 sono i film che abbiamo visto a Venezia 2011 e di tutti c’è la «lettura» sul nostro sito. Tra queste RUGGINE di Gaglianone, BOX OFFICE 3D di Greggio e CONTAGION di Soderbergh già usciti nelle sale

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JAEGER-LECOULTRE GLORY TO THE FILMMAKER a Al Pacino una personalità che ha segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo presente col film FUORI CONCORSO

WILDE SALOMÉ regia, scenegg.: Al Pacino – dal romanzo «Salomé» di Oscar Wilde – fotogr.: Benoit Delhomme – mont.: Roberto Silvi, David Leonard – scenogr.: Nicole Ruby – cost.: Shukkun Hue, Annie Prage – mus.: Jeff Beal – suono: Jeremy Pierson – effetti speciale: Mary Stuart – interpr.: Al Pacino (se stesso, Erode), Jessica Chastain

(Salomé), Kevin Anderson (se stesso, Giovanni Battista), Roxanne Hart (Erodiade), Estella Parsons, Barry Navidi (se stesso), Joe Roseto (il giovane Siriaco, capitano delle guardie) – durata: 95’ – colore – produz.: Robert Fox, Barry Navidi per Salome Productions – origine: USA, 2011 – distrib. intern.: Arclight Films

Non c’è nulla da dire, Al Pacino è stato veramente grande in questo film: bravo nell’interpretazione come attore nel ruolo di un ricercatore storico sulla vita di Wilde per coglierne il significato profondo, bravo nello svolgere il ruolo di regista di un film che prende spunti dall’opera teatrale di Salomè (realizzata in costumi moderni) e bravo nel ruolo di attore teatrale nell’interpretazione di Re Erode nell’opera di Oscar Wilde. Nei vari ruoli si è davvero destreggiato magistralmente. Ne consegue che il dilemma che ha assillato i critici cinematografici (se la rappresentazione filmica fosse un documentario, un film vero e proprio o entrambe le cose), ha una unica risposta: la struttura narrativa, cosí complessa e intrecciata, è stata realizzata in funzione tematica per esprimere l’Idea Centrale dell’autore, quindi, film tematico, ben fatto, che fa di Al Pacino anche un bravo e autorevole regista. Non è usuale trovare personalità di spettacolo che sappiano interpre-

raggiunto una certa età. Per realizzare il film, Al Pacino ha strutturato le immagini nel seguente modo: – nella parte iniziale si racconta che Al Pacino, in giovane età, vide un film storico su Salomè e ne rimase fortemente impressionato. Dopo diversi anni ebbe modo di assistere all’opera teatrale di Oscar Wilde che lo coinvolse ancora piú intensamente. Da ciò, decise di approfondire la personalità di Wilde e la sua opera teatrale, perché incuriosito dalla sua storia di scrittore emarginato dalla monarchia regnante, in quanto persona di cultura, autonoma, indipendente e trasgressiva. Per lui Al Pacino manifesta simpatia e curiosità al punto da essere indotto a pensare ad una certa similitudine con Wilde; – nella parte finale del film Al Pacino e tutti i protagonisti, quindi il suo gruppo di lavoro, si portano nel deserto (ove il dramma di Salomè si è consumato), per comprendere meglio l’accaduto.

Altri Premi al film:

• Premio Queer Lion (Associazione Cinemarte)

tare tanti ruoli come Al Pacino in questo film. La vicenda narra del desiderio di Al Pacino di conoscere meglio la storia di Oscar Wilde, di approfondire il perché abbia desiderato realizzare l’opera teatrale di Salomè (tratta da un episodio biblico), di riproporre tale opera in film, nel quale lui stesso è attore teatrale e di comprendere, quindi, in profondità, anche i suoi tormenti, avendo acquisito una certa esperienza umana e

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Il gruppo di lavoro osserva il regista che, a sua volta, ha lo stesso atteggiamento mentre osserva la realtà circostante: il deserto. Il recarsi in questo ambiente viene vissuto come una necessità indispensabile dopo aver visto, in monitor, il suo film teatrale, l’opera di Salomè, che non lo convince definitivamente; – la parte centrale del film infine viene strutturata da Al Pacino in diversi filoni che si intersecano tra di loro come la caratteristica treccia fatta dalle nostre nonne: a) il filone della ricostruzione storica di Wilde: mentre in modo documentaristico si racconta la storia dello scrittore (nascita, gioventú, professione, contestatore, carcere e morte), Al Pacino si immedesima sempre piú nel personaggio storico sino ad immaginare alcune scene reali di Wilde rappresentate con il suo volto. Un modo questo per dire che durante la ricostruzione della storia avveniva via via la sua identificazione con Wilde; b) il filone della costruzione filmica dell’opera di Salomè nella quale il regista (Al Pacino) cerca di attualizzarne il dramma, coinvolgendo il suo gruppo di lavoro. L’autore del film ritiene cosí che quell’opera sia di grande attualità anche ai giorni nostri: un dramma rilevante realizzato con lo strumento della cinematografia, utilizzando un modo narrativo nuovo e originale tale da rendere efficace la comunicazione tematica; c) il filone della rappresentazione dell’opera di Salomè in abiti moderni e in funzione di ripresa filmica. Re Erode (Al Pacino) si trova costretto a cedere ai

desideri di Salomé (dopo un ballo conturbante), che gli chiede la testa del profeta Giovanni Battista. Salomè, con estrema fermezza esprime questo desiderio, perché il Battista, incatenato in prigione,

ha rifiutato, per motivi religiosi e morali, un bacio da lei richiesto. Al contrario Re Erode portava rispetto e ammirazione per il Battista. Costretto a concedere la testa su un piatto di argento, poi baciata ed accarezzata con trasporto dalla stessa Salomé, inorridito, rientra nelle sue stanze, intimando alle sue guardie «uccidetela». Emerge quindi, un giudizio fortemente negativo su Salomé, donna carica di invidia, di superbia, che cerca il potere, che vuole ottenere tutto ciò che

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desidera, utilizzando, con una certa maestria, accorgimenti libidinosi e false passioni amorose. Da questa struttura narrativa, quindi, ne scaturisce l’Idea Centrale che si può cosi sintetizzare: «il mondo tradizionale nei rapporti umani, come li pensava Al Pacino nella sua gioventú, non esiste piú. Bisogna ricercare altre vie, quali ad esempio quella di Oscar Wilde (trasgressivo in senso lato e libero da ogni condizionamento sociale). In questo ambito è necessario contrastare la natura della donna che utilizza la sua femminilità per scopi non certo nobili e considerare la figura maschile dedita alle libertà e della trasgressione con attenzione. Fatta questa riflessione Al Pacino è come preso da un dubbio amletico e “si chiede”: ma sarà proprio cosi?» Le immagini finali di Al Pacino dubbioso nel deserto con il gruppo di lavoro che un po’ lo irride, sembra produrre un supplemento di idea centrale, quasi un monito «guarda che non la racconti giusta, tu stesso sei molto dubbioso dell’idea che stai maturando in questo periodo. Datti una regolata e rifletti meglio con un altro prossimo film». Cosa dire di piú, se non che Al Pachino si è superato e ha costruito un film che, se in concorso, avrebbe meritato un premio, premio che certamente il pubblico gli riconoscerà. (GIAN LAURO ROSSI)


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FILM DI CHIUSURA DELLA MOSTRA film FUORI CONCORSO

DAMSELS IN DISTRESS di Whit Stillman regia e scenegg.: Whit Stillman – fotogr.: Doug Emmett – mont.: Andrew Hafitz – scenogr.: Elizabeth Jones – cost.: Ciera Wells – mus.: Mark Suozzo, Adam Schlesinger – interpr. princ.: Greta Gerwig (Violet), Adam Brody (Fred), Analeigh Tipton

(Lily), Megalyn Echikunwoke (Rose), Carrie Maclemore (Heather), Hugo Becker (Tom) – durata: 100’ – colore – produz.: Martin Shafer, Liz Glotzer per Westerly Films – origine: USA, 2011 – distribuz.: Warner Brothers Pictures Italia

È la storia di una scalcinata Università della Provincia americana, e in particolare dei suoi studenti – non si vede neppure un insegnante – tra i quali l’autore estrapola tre studentesse, la capogruppo Violet, l’assennata Rose e la sexy Heather, alle quali si aggiunge quasi subito una nuova arrivata, Lily. Questo quartetto viene visto singolarmente e in gruppo; uno dei primi impegni che le ragazze si pongono è quello di creare una struttura anti-suicidi dovuti alla depressione, patologia che sembra di gran moda tra i ragazzi e le ragazze dell’Ateneo; per fare questo organizzano una sorta di screening con domande mirate sul loro modo di sentire le vicende della vita e su come prendano le varie problematiche che gli si prospettano; ovviamente il tutto è assolutamente a-scientifico, ma le ragazze ci mettono tanto di quell’impegno che dobbiamo necessariamente lodarle. Da notare che anche una di loro – proprio la capogruppo Violet – cade in depressione e si allontana dall’Università, gettando le compagne in uno stato di forte apprensione; dove è andata? Non molto lontano: ha solo passato la notte in un Motel, scegliendo quello che costa meno, e la mattina seguente fa tranquillamente ritorno tra le amiche che l’accolgono come se fosse tornata dalla guerra. Anche le altre del gruppetto hanno problemi – quasi tutti legati

di mettere ogni cosa della vita sul «superficiale», dando ad ogni suo aspetto una patina di gioco che le rende simpatiche anche se riguardano sfere intime di questi giovani. La sequenza finale è anch’essa sull’onda della lotta alla depressione e per fare questo le quattro ragazze hanno inventato «la serata della Sgambala», un ballo che viene fatto tutti insieme, con una coreografia da film degli anni settanta, con gonne al vento e tanta serenità, almeno apparente. Insomma, il film è tutto qui, in questo gruppo di giovani – ragazze e ragazzi – che si stanno affacciando alla vita e che ancora balbettano cose a volte senza senso, in attesa di prendere le decisioni future che segneranno la loro esistenza; quindi, per il momento, abbandonarsi ad ogni esperienza ma sapersi fermare prima di toccare l’aspetto pericoloso della cosa; sembra facile, ma nella realtà tutto questo è difficilissimo. Il film è ben fatto – anche se sembra datato una quarantina di anni indietro – ed è interpretato da bravissimi attori che sanno fare tutto: recitare, cantare, ballare, insomma tutto il campionario di un vero attore. Il regista, che ha scritto anche la sceneggiatura, dirige con sapienza tutto il cast e ne viene fuori un film gradevole nella sua ingenuità e freschezza espressiva; penso che possa avere anche una certa fortuna al botteghino. (FRANCO SESTINI)

all’amore – che le portano sull’orlo della depressione; ovviamente la vicinanza delle amiche è un autentico toccasana per ricondurle con i piedi per terra e ricominciare la vita di tutti i giorni. Tra gli amorazzi che si formano e si chiudono, singolare è quello di Lilly, la quale viene avvicinata e corteggiata da Fred, uno dei «belli» tra i maschi, il quale gli fa uno strampalato discorso; cerco di sunteggiarlo a mente: dunque, lui fa parte di una sorta di setta detta «dei Catari», risalente all’antichità, che ha, oltre ad una serie di riti che vengono tramandati dal passato, anche una strana «abitudine»: fare sesso senza procreare; al ché la ragazza propone subito il preservativo, mentre lui suggerisce il metodo «inventato» dai Catari che consiste nel non unire i due corpi faccia a faccia, ma faccia dell’uomo contro la nuca della donna, insomma, sodomia bella e buona; la ragazza non gradisce il sistema anche se lo stesso è presentato con dovizia di scientificismo e lo lascia. Ma questo lasciarsi e riprendersi tra i giovani dell’università è un modo

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Un paparazzo al Lido di GABRIELE ZAFFAGNINI

Immagini dalla 68. Mostra del Cinema (in senso orario): Giuseppe Fiorello, Vincent Cassel, Maria Grazia Cucinotta, Cindy Crawford, La Fondanzione Ente dello Spettacolo all’Hotel Excelsior, Denise Ho, Excelsior party, Diego Abatantuono.

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ALTRI FILM della Mostra già usciti nelle sale italiane

A DANGEROUS METHOD di David Cronenberg regia: David Cronenberg – scenegg.: Christopher Hampton – fotogr.: Peter Suschitzky – mont.: Ronald Sanders, CCE, ACE - mus.: Howard Shore – cost.: Denise Cronenberg - interpr.: Kiera Knightley (Sabina Spielrein), Viggo Mortensen (Sigmund Freud),

Michael Fassbender (Carl Gustav Jung), Sarah Gadon (Emma Jung), Vincent Cassel (Otto Gross) – durata: 99’ – colore – produz.: Jeremy Thomas – origine: GERMANIA, 2011 – distrib.: Bim Distribuzione (30/9/11)

Nel 2007 David Cronenberg cominciò a lavorare all’adattamento cinematografico dell’opera teatrale The Talking Cure scritta nel 2002 da Christopher Hampton. Il complesso e burrascoso rapporto tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung offriva al regista canadese un ottimo spunto per proseguire la sua ricerca sull’identità della persona umana e sui meccanismi psichici che la caratterizzano.

seguire la «vera natura» che uno si ritrova, che «la libertà è la libertà». E contesta la monogamia e il matrimonio. Queste teorie spingono Jung ad accettare un rapporto di tipo sado-maso con Sabine. Ma poi, tornato in sé, decide di interrompere tale rapporto, provocando una rabbiosa reazione da parte della donna. Nel frattempo, proprio questa relazione particolare porta Jung ad allontanarsi dalle teorie di Freud, i rapporti con il quale diventano sempre piú tesi, soprattutto quando Sabine si rivolge proprio al maestro viennese per perorare la propria causa. Dopo un viaggio in America di Freud e Jung, si ritorna in Svizzera nel 1910. Sabine si è laureata in psichiatria e porta la sua tesi a Jung. Riprende il rapporto che era stato interrotto. Un rapporto al quale Jung non riesce a sottrarsi, anche se diventa per lui fonte di sensi di colpa. Due anni dopo, a Vienna, Sabine incontra nuovamente Freud e solidarizza con lui (in nome anche della comune origine ebraica) contestando le tesi di Jung. Il filo che teneva uniti discepolo e maestro si spezza

La vicenda del film, che Cronenberg ha ribattezzato A DANGEROUS METHOD, parte a Zurigo nel 1904. Una giovane e affascinante donna, ebrea e di origine russa che risponde al nome di Sabine Spielrein, affetta da una forma di squilibrio mentale, viene ricoverata nella clinica svizzera dell’affermato psichiatra Jung. Questi, che segue le teorie del piú famoso Sigmund Freud, inizia a curarla con la cosiddetta «cura parlata», cioè con sedute psicanalitiche, che sembrano dare subito buoni risultati. Sabine, anche lei studiosa di psichiatria, viene addirittura assunta da Jung come sua assistente per la cura di altri malati. Alla base

VENEZIA 68 della malattia di Sabine ci sono le umiliazioni e le percosse che la donna ha dovuto subire da piccola da parte del padre. Ma una sua rivelazione sconvolge lo stesso Jung: la donna afferma che le botte e le punizioni sono diventate per lei fonte di eccitazione che la fanno sentire «abietta, sporca, oscena». Due anni piú tardi Jung incontra a Vienna il suo maestro Freud e gli parla del caso. Freud gli affida in cura un paziente molto particolare, Otto Grass, che con le sue teorie e il suo comportamento totalmente disinibito mette un po’ in crisi Jung. Grass, infatti, sostiene che «non bisogna reprimere mai niente», che bisogna

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definitivamente. Alla fine ritroviamo Sabina, che si è sposata ed è incinta, che va a salutare Jung per l’ultima volta. Poi la donna se ne va verso il suo destino, lasciando Jung in uno stato di profonda depressione. Il racconto ha una struttura lineare e si snoda in quattro grossi periodi che vanno dal 1904 al 1912. Nonostante il grosso peso narrativo dei tre personaggi principali, si può dire che il vero

protagonista del film è Jung. Chi è Jung? Un affermato psichiatra, ben sicuro delle sue teorie, che però viene messo in crisi da un’esperienza di vita. Ciò lo porta a rompere con il suo maestro, di cui contesta il pansessualismo in nome di motivazioni piú profonde e «spirituali», ma anche, a causa delle convenzioni sociali, con quella donna che aveva illuminato la sua vita e che lui definisce un «gioiello prezioso». Il film ha senza dubbio delle

preoccupazioni di tipo storico. Ne sono prova le didascalie finali che informano sulla sorte dei personaggi. Ma diventa anche occasione, come detto, di riflettere sul valore dell’esperienza che può modificare le teorie e portare ad una conoscenza piú profonda di sé. E anche sul conflitto tra razionalità e convenzioni da un lato e impulsi misteriosi che provengono dal labirinto della mente umana dall’altro. (OLINTO BRUGNOLI)

CARNAGE di Roman Polanski regia: Roman Polanski – scenegg.: Yasmina Reza, Roman Polanski; tratto dalla pièce «God of Carnage» – scenogr.: Dean Tavoularis – fotogr.: Pawel Edelman – mont.: Hervé De Luze – cost.: Milena Canonero – mus.: Alexandre Desplat – interpr.: Jodie Foster (Penelope

Longstreet), Kate Winslet (Nancy Cowen), Christoph Waltz (Alan Cowen), John C. Reilly (Michael Longstreet) – durata: 79’ – colore – produz.: Said Ben Said, France 2 Cinema – origine: FRANCIA/ GERMANIA/ POLONIA/SPAGNA, 2011 – distribuz.: Medusa Film (16.9.2011)

L’ultima opera di Roman Polanski è basata sulla pièce teatrale God of Carnage (Il dio della carneficina) dell’attrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza.

scendono e si arriva ad un vero e proprio gioco al massacro che fa emergere la vera natura delle coppie e delle singole persone, trasformando quell’incontro nella giornata piú brutta (ma anche piú vera) della loro vita.

La vicenda. In un parco cittadino di New York due ragazzini di circa undici anni vengono alle mani. Con una bastonata quello piú violento ferisce il piú debole spaccandogli due denti. I genitori della «vittima», Penelope e Michael, che vivono in un elegante appartamento nei pressi del quartiere di Park Slope a Brooklin, si incontrano coi genitori del ragazzino feritore, Nancy e Alan. Tutti sono decisi a risolvere la questione pacificamente, come si usa tra la gente civile e che possiede il «senso della collettività». Tant’è vero che, nello scrivere il rapporto su come sono

VENEZIA 68 • Leoncino d’Oro Agiscuola andate le cose si evita di usare la parola «armato» (di bastone), per sostituirla con quella piú innocua di «munito». Ma poco alla volta, tra una battuta, un’insinuazione ed un’offesa – con la complicità anche di un ottimo wisky scolato abbondantemente – le cose tra-

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Il racconto è tutto concentrato nell’incontro tra le due coppie di genitori, che sono i protagonisti del film, e sulla loro evoluzione che permette di mettere a nudo la loro vera realtà. Quasi tutto il film è girato all’interno dell’appartamento di Penelope e Michael, che diventa il luogo della verità per tutti. A piú riprese Nancy e Alan tentano di andarsene, ma poi, per un motivo o per l’altro, restano e proseguono nelle loro schermaglie che non fanno che peggiorare la situazione. Non può non venire in mente il famoso


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film di Luis Buñuel L’ANGELO STERMINATORE, dove la forzata e misteriosa convivenza di un gruppo di borghesi faceva esplodere le loro contraddizioni e le loro ipocrisie. Il cinismo di Alan, avvocato sempre attaccato al telefonino per dare consigli non proprio etici; l’insensibilità e la grettezza di Michael, venditore di impianti da bagno, apparentemente remissivo ma privo di sensibilità; l’idealismo di Penelope, scrittrice che si occupa della tragedia del Darfour, ma intollerante verso chi le tocca il figlio; il formalismo di Nancy, consulente finanziaria apparentemente riservata, ma che esplode in modo incontrollato dopo aver bevuto un po’ di wisky: ecco il quadro di questi borghesi perbenisti e ipocriti che il regista, servendosi del

pretesto narrativo della zuffa tra due ragazzini, mette in risalto. Che la zuffa sia un pretesto narrativo, lo si capisce chiaramente da come viene rappresentata: in campo medio-lungo senza dare nessun rilievo ai particolari o alle modalità e senza neanche mostrare da vicino i due ragazzini. Ed ecco allora emergere il profondo significato delle uniche due immagini realizzate fuori dall’appartamento, quella iniziale (su cui appaiono i titoli di testa) e quella finale, con i titoli di coda. Sono praticamente identiche: due alberi in primo piano, un pezzo di parco con dei ragazzi che giocano (nella prima c’è, appena accennata, la zuffa, mentre nell’ultima c’è un clima di serenità), la strada, e, al di là

di questa, i grattacieli eleganti. È chiara la contrapposizione che l’autore vuole creare tra la natura e la cosiddetta civiltà (borghese). E non è un caso che l’ultima sequenza sia preceduta dall’immagine di quel criceto, di cui si parla nel film, «liberato» da Michael per disfarsene e considerato morto, che sembra aver trovato finalmente la libertà e la pace in una natura dove possono avvenire anche cose spiacevoli (due ragazzini che litigano) ma che è infinitamente piú autentica e bella di quelle vite artificiose e false che si vivono nei grattacieli. Opera ricca di ironia e godibilissima, CARNAGE si avvale anche di un’interpretazione veramente straordinaria dei quattro interpreti-protagonisti. (OLINTO BRUGNOLI)

COSE DELL’ALTRO MONDO di Francesco Patierno regia: Francesco Patierno – scenegg.: Diego De Silva, Giovanna Kock, Francesco Patierno; liberamente ispirato a «A day without a mexican» – scenogr.: Tonino Zera – fotogr.: Mauro Marchetti – mont.: Cecilia Zanuso – mus.: Simone Scristicchi – cost.: Eva Coen – interpr. princ.: Diego Abatantuono (Golfetto), Valerio Mastandrea (Ariele), Valentina Lodovini (Laura), Sandra Collodel (Marta), Grazia Schiavo (Giornalista tg), Maurizio

Donadoni (Sindaco), Vitaliano Trevisan (Tassista), Riccardo Bergo (Otello), Sergio Bustric (Mago Magic), Fulvio Molena (Questore), Laura Efrikian (Signora Verderame) – durata: 90’– colore – produz.: Marco Piccioni, Marco Valsania per Rodeo Drive in collaborazione con Medusa Film e Sky Cinema – film riconosciuto di interesse culturale dalla Direzione Cinema del MiBAC – origine: ITALIA, 2011 – distribuz.: Medusa (3.9.2011)

LA VICENDA. In una cittadina del Veneto vive una numerosa comunità di stranieri, quasi tutti in regola e decisamente ben integrati: dagli operai alle badanti, dagli alunni alle prostitute (quest’ultime magari non in regola, ma integrate sí). Uno degli industriali del posto, tale Mariso Golfetto, oltre a condurre una fabbrica con numerosi extracomunitari alle dipendenze, si diver-

te a mettere quotidianamente in scena, sulla propria tv locale, un teatrino razzista con insulti d’ogni genere fino ad invocare uno «tsunami purificatore» (testualmente lo chiama «sunami») che si porti via gli immigrati. Parallelamente, Ariele Verderame, poliziotto da molti anni trapiantato a Roma (ma originario del Veneto dove ancora vive l’anziana madre accudita da una premurosa ba-

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dante straniera), cerca di ricucire la relazione con l’ex fidanzata, Laura, un’insegnante elementare nel frattempo rimasta incinta del nuovo compagno, uno straniero di colore, dipendente della ditta di Golfetto. Ma una notte, dopo una sorta di violento temporale (lo «tsunami purificatore»?), tutti gli stranieri scompaiono e di fatto, dal mattino dopo, la vita si ferma. E non solo nella cittadina del Nord Est, ma in tutta Italia. Le fabbriche chiudono, le classi scolastiche si dimezzano, in molti non possono andare al lavoro per badare agli anziani…. I Tg seguono l’evolversi della situazione dando notizie di tutti i problemi che si sono venuti a creare con la scomparsa degli stranieri: dagli ospedali che non sono piú in grado di far fronte alle urgenze, ai pescherecci che rimangono in porto. Gli stessi notiziari danno conto degli incidenti sul lavoro causati dagli improvvisati lavoratori italiani chiamati a sostituire gli stranieri ed anche dell’incidente causato da un minorenne alla guida di un furgone per il trasporto degli animali. Si fa il possibile per far tornare gli stranieri, si ricorre anche ad un mago, ma non sembra esserci niente da fare, a parte la ricomparsa di Palla, il coniglio della scuola, che era stato affidato per un giorno ad una alunna di colore. Non rimane che, come fa Golfetto, di mettersi in viaggio per andare a ricercarli in Africa. IL RACCONTO. Il film, realizzato con un lungo flashback, inizia con il ragazzino minorenne alla guida del furgone per il trasporto degli animali. Si vede chiaramente dalla tappezzeria e dalle calcomanie che si tratta del furgone di un extracomunitario. Ad un certo punto, per scansare un cane, l’automezzo finisce fuori strada provocando l’apertura del portellone posteriore dal quale

fugge un toro. A questo punto le immagini diventano meno nitide (piú che amatoriali, si potrebbe dire) e ci mostrano il panico tra la gente provocato dal toro al galoppo nel bel mezzo di un mercato rionale. Ad un certo punto il toro si ferma. Di fronte a lui Golfetto con un fucile di precisione. Parte lo sparo. Il regista non ci fa vedere gli effetti, ma si presume che il toro sia stato abbattuto. Poi, dopo la didascalia «Qualche tempo prima», inizia la grossa parte centrale (durante la quale rivedremo anche la scena del toro e del fucile e vedremo che il colpo era a salve). Lo stesso ragazzo alla guida dello stesso furgone, dopo un’altra didascalia, «Qualche tempo dopo», chiuderà il film. Ma questa volta anziché il toro nel retro, accanto a lui sul sedile del furgone c’è Mariso Golfetto. «Quanto manca a Nairobi», domanda il ragazzino. «Svegliami quando vedi le dune», risponde l’industriale, mentre le immagini esterne ci fanno vedere che siamo ancora in Italia, probabilmente appena all’uscita dalla cittadina veneta. Il lungo flashback inizia con Ariele (nome «impossibile» quanto Mariso, nonostante il primo sia addirittura di origine biblica) all’arrivo all’aeroporto dove, nel bagno, dà vita alla prima scena comica indicando, di fatto, che il film si muoverà sul duplice piano dell’immaginario (l’immagini non nitide della sequenza del toro in fuga) e del comico. E lo farà narrando in parallelo due storie. Infatti, subito dopo la scena dell’aeroporto, il regista ci propone Mariso al telefono mentre parla con toni affettuosi con una donna che sentiamo chiamare «Ciccia». Scopriremo dopo che si tratta di una prostituta di colore, che ritroveremo in macchina con Mariso in effusioni amorose anziché in scene di sesso. Il loro rapporto rappresenta un

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elemento importante del film. Mariso in tv inveisce contro la prostituzione delle donne africane, ma poi, di una di esse, è forse persino innamorato. In ogni caso, l’elemento fondamentale resta la favola, una favola moderna venata di umorismo. Una volta spariti tutti gli stranieri, a scuola ci si chiede che fine hanno fatto i compagni non italiani, compresa la ragazzina nera a cui era stato affidato il coniglio mascotte della classe. Le fabbriche, come detto, si fermano. Gli anziani rimangono senza accompagnamento e vengono ammanettati. Resta vuota persino la sacrestia dove il giovane parroco si intuisce abbia dato ospitalità a numerosi immigrati (questi sicuramente clandestini). Ma solo dopo lo spettacolo di un mago (Mago Magic) sul fiume del paese, da un cunicolo dove i ragazzi avevano cercato la compagna di classe, spunta vivo e vegeto il coniglio Palla. Intanto Laura, che solo verso la fine scopriamo essere la figlia di Mariso, si riavvicina ad Ariele, disposto a crescere il figlio mulatto, che poi non sarà altro che il nipote di Mariso, ancora ignaro di chi sia il padre. Da qui la battuta della moglie: «Pensa a quando ti chiamerà nonno!». Ma intanto gli stranieri non tornano e Mariso si mette in viaggio. «Cose dell’altro mondo», quindi, intese come cose del mondo degli stranieri oppure come cose senza senso, follie: quelle che ad esempio urla Mariso in tv e che vengono puntualmente contraddette non solo dai fatti, ma dai suoi stessi sentimenti. Per cui anche a livello di significazione il regista ci dice che sugli stranieri ci sono spesso dei luoghi comuni, a volte sostenuti piú per facciata che per altro. Insomma, certe cose si dicono perché vanno ipocritamente e meschinamente dette, ma forse nemmeno si pensano (vedi Mariso, che oltre a


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non pensare quello che dice non è capace nemmeno di uccidere un toro). E poi, stando al film, gli stranieri si integrano facilmente, sono portatori di valori (si veda in particolare la figura della prostituta) e soprattutto sono loro che mandano avanti il Paese. Da qui l’IDEA CENTRALE, sostanzialmente già formulata: senza gli stranieri tutto si ferma; l’Italia se va avanti è grazie a loro. Il film di Francesco Patierno, presentato a Venezia nella sezione «Controcampo italiano», esplora questo paradosso con

l’ironia al posto della drammaticità, la tenerezza dove si vorrebbe lo scontro ideologico. Insomma, una favola moderna, con qualche debito verso altri testi e altri film, persino nei confronti di Fellini, in particolare per la sequenza del mago sul fiume che brucia la «Vecia», un rito che realmente in alcune località del Veneto avviene a metà Quaresima, ma che qui rappresenta una sorta di cerimonia purificatrice da chi ce l’ha con gli stranieri. Film, insomma, senza particolari pretese, in ogni caso piacevole e divertente, con il limite

strutturale, se vogliamo, di due film in uno: quello di Mariso Golfetto (Diego Abatantuono) e quello di Ariele Verderame (Valerio Mastrandrea), che nemmeno si incontrano nella finzione filmica. Oltre a qualche semplificazione buonista sul piano tematico che taglia completamente fuori gli aspetti non facili (purtroppo ci sono anche questi) nel rapporto con gli immigrati. Ma questa di Patierno, come detto, è una favola e come tale va presa, convinti che possa dare un contributo positivo all’integrazione. (ANDREA FAGIOLI)

L’ULTIMO TERRESTRE di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi) regia, sogg. e scenegg.: Gian Alfonso Pacinotti – liberamente ispirato al romanzo a fumetti «Nessuno mi farà del male» di Giacomo Monti – scenogr.: Alessandro Vannucci – fotogr.: Vladan Radovic – mont.: Clelio Benevento – cost.: Valentina Taviani – suono: Alessandro Bianchi – mus.: Valerio Vigliar – inper. princ.: Gabriele Spinelli (Luca Bertacci), Anna Bellato (Anna Luini), Luca Marinelli (Roberta),Teco Celio (Giuseppe Geri),

Stefano Scherini (l’americano), Roberto Herlitzka (padre di Luca), Paolo Mazzarelli (Walter Rasini), Sara Rosa Losilla (Aliena), Vincenzo Illiano (Gabriele Del Genovese), Ermanna Montanari (Carmen) – durata: 96’ – colore – produz.: Domenico Procacci per Fandangho e Rai Cinema; realizzato con la partecipazione della Regione Toscana – origine: ITALIA, 2011 – distribuz.: Fandango (9.9.2011)

È la storia di Luca Bertacci, un trentacinquenne con enormi problemi di relazione, in particolare con le donne, specie dopo essere stato abbandonato dalla madre quando era piccolo ed essere cresciuto nell’odio per le femmine e quindi nell’incapacità di provare dei sentimenti; la sua vita di relazione, a parte i compagni di lavoro al PalaBingo, si conta su poche dita di una mano: un travestito, con cui è amico da oltre venti anni e che va a trovare quasi giornalmente sul luogo di «lavoro» ed un’anziana prostituta con la quale ha un rapporto strano e quasi materno. La vicenda di Luca si svolge

Le giornate di Luca sono scandite da una regolarità ferrea: una volta la settimana si reca a casa del padre, un piccolo coltivatore alla periferia della città, per consumare una frugale cena; giornalmente, o quasi, s’incontra con l’amico «Roberta», il travestito che batte su una strada periferica, tutti i giorni quando esce di casa cerca di incrociare lo sguardo con una bella vicina di casa, Anna, con la quale ha un intermezzo sfavorevole per colpa di un gatto della ragazza trovato morto dallo sfortunato Luca. In occasione di una di queste visite al padre, Luca rimane di stucco nel trovare nel cascinale

VENEZIA 68 in un periodo del tutto particolare, in quanto siamo all’incirca una settimana prima che avvenga l’annunciata calata degli extraterrestri sulla Terra, notizia data in sordina da tutti i mezzi di comunicazione, quasi a non voler fare troppa pubblicità sull’evento.

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addirittura un alieno (o forse si tratta di «una» aliena, visto il seno prosperoso) che viene presentato come un involucro biancastro, sul tipo di quelli di «Incontri Ravvicinati»; l’essere è perfettamente educato, da la mano quando viene presentato e, quello ancora piú sorprendente è che sa cucinare benissimo; il padre è al settimo cielo ed è addirittura ringiovanito per effetto di questo alieno che gli ha risistemato tutti i fiori (pianta un seme ed il giorno dopo la pianta è già grande), ha ripulito la casa ed il giardino: insomma un vero e proprio toccasana per un anziano vedovo come il padre di Luca. Con Anna le cose si evolvono in un certo modo, per merito soprattutto di un gattino trovatello che Luca regala alla ragazza, facendosi cosí perdonare l’incidente della prima volta; sembra che tutto si stia avviando verso una felice conclusione, quando la vita di Luca è deviata su un nuovo evento: nel PalaBingo, i suoi colleghi organizzano uno scherzo nei confronti di un antipatico Capo Sala (l’Americano), al quale viene prospettata una inebriante serata sessuale con una ninfomane e, una volta infilato in macchina il malcapitato si ritrova a palpeggiare l’amico di Luca – il travestito Roberta – e va su tutte le furie, dando in escandescenze e picchiando a morte la ragazza; l’intervento di un gruppetto di alieni ridonerà la vita al travestito e questo sarà uno dei «miracoli» che questi signori compiono sulla Terra prima dell’invasione vera e propria. L’alieno che abita con il padre di Luca, pianta in asso l’anziano che una sera, irretito dagli amici,

rientra tardi ed ubriaco, lasciandolo distrutto e tra le lacrime; accorre Luca per rinfrancare il padre e scopre – tra un discorso e l’altro – che la madre non è scappata di casa, ma è stata uccisa dal marito il quale, al rientro da una serata con gli amici, ubriaco fradicio, non sopporta i rimproveri della donna e la colpisce a morte, seppellendola poi in un campo vicino (dove?, gli chiede Luca; «non me lo ricordo» risponde il padre).

Dopo questa scoperta Luca rientra a casa e va a trovare Anna, instaurando con lei una relazione sentimentale e assistendo insieme a lei al famoso arrivo degli extraterrestri: l’immagine ci mostra una sorta di bagliori nel cielo che assomigliano a dei fuochi d’artificio ma che non si spengono, a testimoniare che «loro» sono tanti e stanno arrivando. Il film inizia con una immagine «nera» sulla quale scorre un audio che riprende una trasmissione radiofonica a telefono aperto: alcuni ascoltatori pongono quesiti o impressioni sull’imminente sbarco degli alieni: le domande della gente vanno dalla preoccupazione per il posto di lavoro (ora faranno come i cinesi, ci porteranno via il lavoro) alla curiosità per l’aspetto che avranno e qualcuno arriva ad ipotizzare che questi extraterrestri si di-

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stingueranno soprattutto perché sapranno distinguere «cosa è bene e cosa è male» ed agire di conseguenza, aspettativa che nella realtà filmica si realizza puntualmente. In altro contesto – una conferenza organizzata per vendere di tutto – una comunità pseudo scientifica e religiosa, contrabbanda questo arrivo come un qualcosa di mistico e di atteso, addirittura perché qualcuno di questa comunità è già stato ospite di questi alieni e ne ha riportato indietro alcune caratteristiche che poi vengono contrabbandate come curative e vendute agli spettatori. Ma l’arrivo di questi extraterrestri, prima che al Paese – in crisi oltre che economica, soprattutto di valori e di volontà – sembra fatto apposta per risolvere i problemi di Luca che finalmente scopre la verità sulla madre e potrà smettere di chiamarla «quella femmina maledetta» e con questo riequilibrio psicologico, avrà probabilmente successo anche il rapporto tanto atteso e tanto voluto, con la bella Anna o con altre fanciulle. L’idea dell’arrivo degli alieni utilizzato come sottofondo per una vicenda di carattere psicologico è senza dubbio assai interessante; magari, avrebbe richiesto una maggiore conoscenza della scrittura cinematografica, ma dobbiamo avere pazienza e scusare il bravo Pacinotti che è alla sua opera prima e si candida al Premio specifico per gli esordienti, ma forse anche a qualcosa di piú importante. Glielo auguro di cuore, aspettandomi di vedere tra qualche tempo un nuovo lavoro di questo vignettista che ci ha fatto vedere di sapersela cavare anche sul set di un film. (FRANCO SESTINI)


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QUOTE ABBONAMENTO 2012

ITALIA, % 60,00 ESTERO, % 80,00 SOSTENITORE, %150,00 BENEMERITO, %500,00

In OMAGGIO ai Soci CiSCS

2012

Arretrati, % 65,00 per ogni annata

Per i versamenti: Edav, Via Giolitti 208, 00185 Roma Conto corrente postale n. 71895007

anno 39 SOMMARIO n° 393 ottobre 2011 PREMIO PADRE TADDEI SJ Leone d’Oro FAUST di Aleksander Sokurov (Andrea Fagioli) Leone d’Argento REN SHAN REN HAI di Shangjun Cai (Franco Sestini) Premio Speciale della Giuria TERRAFERMA di Emanuele Crialese (Olinto Brugnoli) Coppa Volpi Femminile e Premio Taddei TAO JIE di Ann Hui (Franco Sestini) Coppa Volpi Maschile SHAME di Steve McQueen (Franco Sestini) Premio Marcello Mastroianni HIMIZU di Sion Sono (G.L. Rossi) Osella fotografia WUTHERING HEIGHTS di Andrea Arnold (Franco Sestini) Osella sceneggiatura ALPIS di Yorgos Lanthimos (Gian Lauro Rossi) Leone del Futuro LÀ-BAS di Guido Lombardi (A. Cola) Premio Controcampo italiano SCIALLA di Francesco Bruni (Andrea Fagioli) Jaeger-Lecoultre Filmmaker WILDE SALOMÉ di Al Pacino (Gian Lauro Rossi) Film di chiusura DAMSELS IN DISTRESS di Whit Stillman (Franco Sestini) altro UNA MOSTRA DI TUTTO DI PIÚ di A. F. IL DECALOGO DI MÜLLER di Gian Lauro Rossi UN PAPARAZZO AL LIDO di Gabriele Zaffagnini altri film A DANGEROUS METHOD di David Cronenberg (Olinto Brugnoli) CARNAGE di Roman Polanski (Olinto Brugnoli) COSE DELL’ALTRO MONDO di Francesco Patierno (A. Fagioli) L’ULTIMO TERRESTRE di Gian Alfonso Pacinotti (Franco Sestini) informazione WWW.EDAV.IT la vignetta di Paolo Del Vaglio

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