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la prima volta nella vita, ad una relazione dove qualcuno (il terapeuta) ti lascia esistere e ti incoraggia ad essere soggetto creativo, costruttore di mondi, di situazioni, di stati che per la prima volta sono generati dal paziente e non ripetuti in maniera coatta, agiti o subiti. Nella prospettiva della terapia ad orientamento ecobiopsicologico un sintomo, uno stile relazionale patologico, la tenace persistenza di modi di essere chiaramente disfunzionali possono emergere dall’ombra della loro cronicità ed ineluttabilità, e fuori da questa ombra totale possono diventare voce udi bile, espressione facciale riconoscibile, gesto visibile in cui è possibile scorgere un senso, “la facoltà e quindi dare una risposta. archetipica La terapia (e il terapaeuta) non possiedono fari che riparatrice sappiano squarciare le teneper attivarsi bre, più semplicemente, e umanamente, cercano luonon richiede ghi di penombra, dove la luche si veda ce, più che dominare, filtra come nelle radure del botutto sco. La facoltà archetipica riparatrice e creatrice, per subito: attivarsi, non richiede che si basta la veda tutto, subito, e chiaramente: basta la penombra penombra” perché il sintomo e il tratto patologico possano essere letti anche come simbolo, cioè come breccia, come via di uscita da un binario morto esistenziale che fino a quel momento appariva inevitabilmente e fatalmente chiuso. Il lavoro psicoterapico si svolge più spesso nella penombra che nella luce piena: è la penombra del dubbio, della paura, dell’esitazione, ma è anche il luogo dove le risposte non si “trovano”, ma si costruiscono nel dialogo, e la presenza dell’altro dialogante ne convalida il valore emotivo e cognitivo.
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