prio come per il celebre personaggio omerico da cui ho tratto il nome, non c’è stato nessun uomo che gli abbia fatto da padre in modo affidabile e continuativo, da cui la «pressante domanda di padre» (Recalcati, 2014); ma anche focalizzandosi sulle funzioni e configurazioni archetipiche della maternità e paternità, l’ipotesi è che l’intera famiglia sia preda di un materno eccessivo, che in alcun modo ha potuto essere bonificato e depotenziato attraverso la trasmissione di un codice paterno. Il concetto di “funzione” paterna, infatti, va distinta dalla persona che la incarna. La funzione materna è quella votata alla cura, alla soddisfazione dei bisogni, alla protezione, all’amore “incondizionato”, ed è espressione del principio di piacere. Quelle affettive, tuttavia, non sono le uniche esigenze del bambino: l’imposizione di un limite aiuta l’individuo a separare il mondo interiore da quello esterno, a controllare le pulsioni, a contenere l’angoscia. Viceversa, in assenza del limite l’individuo non riesce a costruire un’identità stabile, autonoma, e ad acquisire un senso di sicurezza rispetto all’angoscia di “andare distrutto”. Più aumenta l’età cronologica, più il bambino ha bisogno di entrambe le funzioni, che devono essere opportunamente integrate, e che i due poli affettivo e normativo si equilibrino nella direzione dell’archetipo del Sé e della propria autenticità. Anche la madre può spingere il figlio a scoprire se stesso in relazione all’esterno e guidarlo attraverso principi e valori di vita, esortandolo a seguire regole e a prendere impegni. Viceversa, la fusionalità col materno e il mancato conseguimento di un principio di realtà che possa porre in secondo piano il principio del piacere e la seduzione operata dalla Grande madre uroborica possono portare l’individuo ad una dispersione del Sé, all’utilizzo di massicci meccanismi difensivi, alla dipendenza affettiva e/o da sostanze, all’impossibilità di rielaborare le perdite, vissute come perdite di parti di Sé. Dai dati anamnestici in nostro possesso, dall’osservazione e relazione col paziente e dall’analisi delle dinamiche familiari si ricava l’immagine di una madre scarsamente consapevole dell’alterità del figlio, controllante e narcisista, facilmente preda di angosce, e di
un rapporto tormentoso di forte interdipendenza reciproca dal quale la signora non riesce a sottrarsi. Anzi, alimentandolo, sabota i nostri tentativi di agire in tale direzione, salvo poi assumere un atteggiamento denigrante e rifiutante di fronte a certi comportamenti discutibili o alle gravi manifestazioni psicopatologiche di Telemaco. Abbiamo parlato del padre e del concetto di limes, del confine, della separazione. Il padre è anche colui che incoraggia ad attraversare il limen, un ingresso, una soglia, e quindi la transizione verso nuove forme di umanità, intercettando le potenzialità evolutive ed educandole. È evidente che a Telemaco sia mancata del tutto la possibilità di accedere a una simile fase di sviluppo della propria personalità e individualità, egli è bloccato a uno stadio in cui né la propria esistenza autonoma e distinta né la differenziazione interno/esterno sono dati acquisiti stabilmente. Il Telemaco del mito, dopo anni di fiduciosa attesa, inizierà un lungo e tormentato viaggio alla ricerca del padre che alla fine lo porterà da lui, e insieme faranno ritorno a Itaca. Egli è il figlio che «fa esistere, insieme a Penelope, il Nome del Padre» (Recalcati, 2014). Il nostro Telemaco, invece, si è smarrito nei flutti della follia; sembra non faccia che vagare disperatamente, senza alcuna collaborazione da parte di Penelope e nell’impossibilità di accedere a qualsivoglia eredità e avvenire. Il metodo ecobiopsicologico mi ha indotta ad approfondire temi quali ad esempio la mitologia religiosa dell’antico Egitto o la concezione dei rapporti familiari e dei ruoli di genere nell’Egitto moderno, e a prestare attenzione ad alcune comunicazioni di Telemaco, diversamente ignorate, riguardanti atti somatici o fenomeni naturali, fornendomi importanti ulteriori informazioni, utili alla comprensione profonda del paziente nella sua unità inscindibile di mente, corpo, spirito e ambiente. Così, proprio come nell’universo archetipico in cui sembra essere imprigionata la psiche di Telemaco, l’antica mitologia egizia, che rifletteva l’effettiva matrilinearità della società del tempo, rappresentava le donne a livello sacrale come dotate di lati di ambivalenza erotico-thanatica molto marcati, capaci di nutrire il genere umano e come 43