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I Racconti di Monumenti Aperti

Dei ragazzi, solo dei ragazzi

di Vito Biolchini e Armando Serri

Gli anni dei dragoni di Paolo Maccioni

Sottosuoli di Giorgio Todde

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SOMMARIO

Tre il numero della conferma

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Francesco Abate

I Racconti di Monumenti Aperti

Dei ragazzi, solo dei ragazzi

Terzo Quaderno

di Vito Biolchini e Armando Serri

Š Associazione Culturale Imago Mundi 2011

Gli anni dei dragoni

ideato e curato da_Giuseppe Murru coordinamento scrittori_Francesco Abate progetto grafico e impaginazione_MangioDesign illustrazioni di pagg. 11, 21 e 30_Tiziana Martucci illustrazioni di pagg. 18 e 33_Manuel Putzolu foto di copertina e di pagg. 6, 8 e 26_Manuel Putzolu foto di pagina 13_Pierluigi DessĂŹ - ConfiniVisivi foto di pagina 16_Giuseppe Murru stampa e allestimento_Presscolor

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di Paolo Maccioni

Sottosuoli di Giorgio Todde

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Tre

il numero

di Francesco Abate

della conferma

La voglia di ribadire ancora una volta che dietro ogni monumento della nostra Cagliari c’è una storia, vera o di fantasia (bisbigliata di quartiere in quartiere o sorprendentemente nuova) che ha l’urgenza di essere raccontata. Una narrazione che va al di là della memoria ufficiale che ogni monumento porta dalla sua nascita con sé. Tre il numero degli scrittori che, dopo altri sei che li hanno preceduti, si sono messi in gioco per imprimere tre nuovi tasselli nel mosaico letterario che ormai ha preso corpo e che fermerà in un’unica e policroma composizione l’immagine della nostra città attraverso i luoghi storici del percorso di Monumenti Aperti. Dopo Michela Murgia (al Teatro civico di Castello) Marcello Fois (nella chiesa di San Lucifero), Gianluca Floris (nella piazzetta della chiesa di Santa Maria del Monte), Massimiliano Medda (davanti alla chiesa di San Lorenzo a Buoncammino), Mario Gelardi (ai piedi della Torre dell’Elefante) ed Enrico Pau (in passeggiata fra le statue monumentali del cimitero di Bonaria) è la volta di Giorgio Todde, Paolo Maccioni e Vito Biolchini in coppia con Armando Serri. Ed è proprio alla coppia Biolchini-Serri che viene affidato nel loro dialogo serrato il ricordo di quando Monumenti Aperti nacque fra l’en-

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

tusiasmo (di chi aveva sudato sette camice per vedere il giorno del parto) e un pizzico di incredulità di chi, come al solito, braccia conserte, stava a guardare. Spetta a loro fare il punto: una storia dentro la storia. Uno sguardo dal punto di partenza di questa avventura. A Paolo Maccioni invece il compito di ripercorre la storia di quello che oggi conosciamo col nome (erroneo) di ex Ghetto degli Ebrei, già caserma dei Dragoni di Sardegna in epoca sabauda. Una brevissima intro racconta dei giudei di Cagliari, che abitavano non proprio lì, ma lì intorno, cacciati come tutti gli ebrei dalle province del Regno di Fernando e Isabel col famoso editto del 1492 “Föra di ball”. Nel 1738, il viceré sabaudo Rivarolo, insediatosi a Cagliari tre anni prima, fece edificare la caserma dei Dragoni di Sardegna, un reggimento che servì alla sua ferma volontà: quella di estirpare il banditismo che affliggeva l’Isola. Cent’anni dopo, nel 1838, immaginiamo gli storici Giuseppe Manno e Vittorio Angius incontrarsi qui: attraverso le loro voci si rievocano quelle pagine di storia, fra le quali la figura di Donna Lucia Delitala, leggendaria nobildonna a capo di un gruppo di briganti che spadroneggiava in Gallura e la spedizione dei Dragoni per contrastare

TERZO QUADERNO

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La città capovolta ha una sua storia ricca quanto la storia della città a testa in su, la dozzinale città di sopra.

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lei e la sua banda. Il racconto è ricco di citazioni di Manno e Angius (ritratti un po’ come due macchiette, soprattutto il primo), di anacronismi, di analogie e divagazioni semiserie sui nostri tempi, e di previsioni sul futuro: “Nessuna strada sarà mai intitolata al Conte di Cavour né a Giovanni Maria Angioy, e al ministro Bogino verrà intitolata una piazza con statua al centro della città!” (vaticina Giuseppe Manno). La storia ci ha insegnato che poi le cose sono andate ben diversamente. Altra atmosfera si respira nella narrazione di Giorgio Todde. La città capovolta ha una sua storia ricca quanto la storia della città a testa in su, la dozzinale città di sopra. I sepolcri sotterranei, le camere funerarie dei punici scavate nel calcare, le grotte dove venivano inumati i romani sono diventati nei secoli luoghi vitali. Cimiteri nei quali si nasceva e si viveva. Dante Caria Quarto non è un personaggio “inventato” da Giorgio Todde. Dante  è un nostro contemporaneo, discendente degli abitatori dei sepolcri, incapace di vivere nella città “emersa” che non riconosce come  sua città. È un po’ misantropo, Dante Caria Quarto, ma gli manca l’amore perché la vita sotterranea è troppo solitaria. Qualcuno lo irride perfino  e lo chiama “abate Caria” per questa sua vita nei cunicoli. Ma improvvisamente l’esistenza di Dante cambia. Viene  colpito da un’irradiazione che, forse, è amore. Un amor sotterraneo che non è la semplice necessità di compagnia ma un fulmine che riscalda e non incenerisce.

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VITO BIOLCHINI E ARMANDO SERRI

DEI RAGAZZI, SOLO DEI RAGAZZI

Dei ragazzi,

di Vito Biolchini e Armando Serri

solo dei ragazzi Armando - Te lo ricordi? Eh? Te lo ricordi? Vito - E certo che me lo ricordo. Tutto mi ricordo. Vuoi che mi sia dimenticato di quella conferenza stampa? Avevamo messo il tavolo qui, poi… A - No, guarda che il tavolo era lì. V - Sicuro sei? Non era qui? Guarda che era qui… A - No, era lì. C’è la foto sulla Nuova Sardegna. Guarda la foto, e guarda che bell’articolo. V - Noo! Lo hai conservato? Fai vedere. Che bello! Eccoci qua. Hai ragione, eravamo lì, sotto la statua della santa. Cee, che giovani! A - Eh, era il 1996. Tu sei uguale però. V - Cess. Fai vedere? 23 marzo 1996: “Cultura, via quei lucchetti. Il gruppo Ipogeo lancia l’iniziativa di aprire almeno per un giorno tutti i monumenti chiusi della città. Come a Napoli”. A - E L’Unione Sarda: “Riapriamo i monumenti. Tra un anno si potranno visitare tutte le bellezze della città. Comune e volontari alleati per il recupero”. V - “Ci stiamo muovendo in tempo convinti che un anno basta e avanza per rendere possibile la manifestazione”, ha spiegato Vito Biolchini, vicepresidente dell’associazione. A - “Il 27 aprile del prossimo anno la maggior parte dei monumenti cittadini potrà essere visitata. Anche siti chiusi da anni, come il Palaz-

Cripta di Santa Restituta

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

zo Viceregio, le Torri pisane, la basilica di San Saturno e magari il Castello di San Michele”, ha detto Armando Serri, presidente dell’associazione. V - “Coinvolgeremo le altre associazioni, le scuole, il comune e le soprintendenze”. Eravamo a visioni. Brutta cosa essere giovani! A - Avevamo già pensato a tutto, anche al nome della manifestazione: Cagliari Monumenti Aperti. V - Semplice, comunicativo, immediato. A - “Comunque andremo avanti anche da soli, se fosse necessario”. V - Barrosi? Ah? Invece non andammo avanti da soli, no. A - “La proposta mi piace molto, ci vorrebbero molte associazioni come Ipogeo perché nel sangue della città corresse vita nuova”. V - Questo è Filippini! Questo è Gianni Filippini l’assessore alla Cultura del Comune. A - Lui lo aveva capito da subito che il progetto andava tenuto d’occhio. V - E infatti… Te lo ricordi? A - E certo che me lo ricordo! Che storia. Il 27 aprile 1997… V - No, non era il 27 aprile. A - Ma sei sicuro. Non era il 27 aprile? V - No, 10 e 11 maggio 1997. Ho ancora il libricino della prima edizione!

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VITO BIOLCHINI E ARMANDO SERRI

A - Dai! Lo hai conservato? Fai vedere! Bello. V - 10 e 11 maggio 1997: “Assalto ai monumenti” titola L’Unione Sarda, e la cosa incredibile è che era anche vero. A - Un assalto, file lunghissime per salire sulla Torre di San Pancrazio chiusa da trent’anni o

visitare il Palazzo Viceregio, sprangato da non si sa più quanto tempo. Migliaia di persone in giro per la città. V - Siamo invecchiati. Siamo invecchiati, Armando. Sono passati già 14 anni. A - Di più. Mica è iniziato tutto nel 1997. E’ iniziato prima. V - Il tempo passa. La nostra vita è cambiata. Siamo invecchiati, Armando. Di cosa stiamo parlando, Armando? A - Di cosa stiamo parlando, Vito? Te lo dico io di cosa stiamo parlando. Di cinque giovani che in una sera d’estate del 1993 sono sulle scalinate di Sant’Anna e fantasticano sul futuro.

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V - Io, te, Massimiliano Rais, Massimiliano Messina e Giuseppe Crobu! A - Una notte d’estate del 1993, buttati nelle scalinate di Sant’Anna. V - Tu chi sei? Hai 29 anni, lavori alla Biblioteca del Consiglio regionale e sei appassionato di storia. A - E tu? Hai 23 anni, studi all’Università, vuoi fare il giornalista, scrivi per la Nuova Sardegna e lavori anche al Teatro dell’Arco. V - Giuseppe è il più grande tra noi, avrà avuto allora 31 anni e faceva il tecnico teatrale. A - Massimiliano Rais di anni ne ha invece 25 e anche lui fa il giornalista, a Sardegna Uno. V - Massimiliano Messina ha 29 anni, come te. Studia all’Università, scrive poesie, suona il piano. A - A parte Giuseppe, ci eravamo incontrati a casa di Gianfranco Murtas, un curioso personaggio, studioso della Cagliari del passato, della chiesa e della massoneria locale. Eravamo un po’ i suoi allievi, avevamo scritto in qualche suo libro e alla fine c’eravamo detti: V - Ma perché non facciamo qualche cosa per questa città? Perché non ci impegniamo? Inventiamoci qualcosa! A - Questa città è poco conosciuta e invece è bellissima! Se non recupera la sua identità più vera, quella che arriva da ciò che ci hanno lasciato le persone che hanno vissuto qui nei secoli prima di noi, come potrà avere un futuro? V - C’è bisogno di impegno civile! C’è bisogno dei giovani che si impegnino senza tirarsi indietro. C’è bisogno di concretezza! Va bene studiare, fare i convegni, ma cosa possiamo fare per la nostra città? A - E così, mentre per la stragrande maggioranza dei nostri coetanei prevale il disimpegno, noi…

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

DEI RAGAZZI, SOLO DEI RAGAZZI

V - Noi nell’ottobre del 1993 fondiamo l’associazione Ipogeo. A - A dicembre qui nella cripta di Santa Restituta invitiamo Luigi Pintor a cinquant’anni dalla scomparsa del fratello Giaime. V - E poi dal febbraio del 1994 iniziamo le visite guidate qui, nella cripta di Santa Restituta. A - Il monumento è del Comune ma è abbandonato a se stesso. Andiamo dal parroco che ha le chiavi e gli diciamo: “Possiamo venire a fare visite guidate?”. Non capisce ma si adegua. V - Quanti siamo? 20? 25? Non di più. Giovani universitari o solo appassionati della nostra storia… A - Lo ripuliamo. Facciamo i turni. Ogni domenica mattina dalle 9 alle 13.

V - Una breve su L’Unione Sarda avverte i cagliaritani che la cripta è aperta. A - Eh, sì. Anche perché allora non c’era ancora facebook, internet era per gli scienziati... V - In due anni, dal 1994 fino alla conferenza stampa in cui annunciamo Cagliari Monumenti Aperti, apriamo la cripta 126 volte e accompagniamo circa 10 mila persone. A - Sì, vabbè. L’avete fatto per i soldi. Quanto vi ha dato il Comune, eh? Quanto vi ha dato? V - Niente. Noi soldi non ne vogliamo. Siamo volontari. Le offerte che i visitatori lasciano ci servono per le fotocopie. A - E poi, siccome alla fine non è che possiamo venire tutti e venti ogni domenica qui… V - Riapriamo in Castello la Chiesetta della Speranza, quella a fianco alla Cattedrale. E in 9 mesi, in 25 domeniche di apertura, la raccontiamo a 3500 cagliaritani.

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VITO BIOLCHINI E ARMANDO SERRI

A - E dopo apriamo alle visite anche la chiesa di San Lorenzo, su a Buoncammino, e quella di San Pietro, in viale Trieste. Incontentabili! V - Siamo invecchiati, Armando. Tu lo faresti adesso? Per quattro anni, abbiamo passato tutte le nostre domeniche mattina qui. A - Ma ti ricordi la volta… la volta che improvvisamente l’affresco di San Giovanni ha ripreso vita? Com’erano vividi i colori! Sembrava ci guardasse... un miracolo... pittica sa sprama! V - E le signorine che di nascosto toccavano la colonna del martirio della santa quando sapevano che, secondo la tradizione, era un simbolo fallico che favoriva la fertilità? A - Tutte le domeniche, per quattro anni. V - Con Alessandra, Roberto, Patrizia, A - Simona, Angela, Laura, V - Manuela, Pierluigi, Nicola. E Antonio, Alessandra, Eugenio e Monica, A - Riccardo e Domiziana! Maria Antonietta, Daniela, Danilo, Riccardo e Vittorio, V - Daniela e Massimo. A - Tutte le domeniche, per quattro anni. Il tempo passa, Vito. V - Lo so. Ma certe cose in questa città non cambiano mai. Nel 1995 l’associazione Ipogeo promuove la nascita del Comitato per Tuvixeddu. A - Insieme ad altre associazioni iniziamo una raccolta di firme per chiedere alle istituzioni di bloccare il progetto edilizio che soffoca il colle. V - Ne raccogliamo 8.000, e le consegniamo di persona al ministro per i beni culturali. A - Dei ragazzi, eravamo dei ragazzi e niente di più. V - Solo dei ragazzi. A - Senti, ma poi, l’idea… L’idea di Monumenti

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Aperti. Ma tu ti ricordi come l’abbiamo avuta? V - Nel 1994 lo Stato mi chiama. A - No! V - Sì. E dopo anni di volontariato con Ipogeo l’idea di farmi un anno da obiettore mi fa uscire di testa. Preferisco fare il militare. A - Macomer? V - Minimo. Poi Perdasdefogu. E’ lì che in un’inutile giornata di giugno, a fare niente, inizio a pensare. E penso: A - Insomma, è da anni che apriamo i monumenti. A Napoli hanno fatto un’iniziativa pazzesca, con i volontari e le scuole ne hanno aperto decine tutti assieme, in un unico fine settimana. V - “Ma ce la faremo?”, “Ma guarda che è difficile!”, “Ma il Comune non ci aiuta!”, “E chi chiamiamo?”, “Chi?”, “E le soprintendenze?”, “Ci daranno una mano?”,“Ma come cazzo si fa!”. A - Siamo solo dei ragazzi. Dei ragazzi. V - Facciamolo, facciamolo a tutti i costi. Anche se non ci aiuta nessuno. Lo facciamo noi e basta. Anche se non ci aiuta nessuno, anche se ci crediamo solo noi. A - Invece ci credono in tanti. Perché in tanti si fidano di noi. Voi non vi sareste fidati di 25 ragazzi che da quattro anni ogni domenica mattina aprono i monumenti... e manco chiedono soldi? V - Così, dopo la conferenza stampa qui in cripta, convochiamo tutte le associazioni nella cripta della chiesa di San Lucifero. Ancora sottoterra. Siamo o non siamo Ipogeo? A - E lì chi incontriamo? Chi incontriamo? L’assessore Gianni Filippini. Mi si avvicina e mi dice: “Il Comune ci sta. La manifestazione la organizziamo anche noi”. V - Che facciamo? Accettiamo? Accettiamo di

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DEI RAGAZZI, SOLO DEI RAGAZZI

fonderci con una istituzione, di abbandonare il nostro spirito movimentista? Accettiamo il rischio di vedere, forse, in futuro, strumentalizzata l’iniziativa dalla politica? E in cambio cosa abbiamo? A - Abbiamo una manifestazione che diventa di tutti. Che coinvolgerà più persone. Che continuerà anche quando forse noi ci stancheremo di fare visite guidate. E forse sarà un modello per altre realtà. V - Avremo una manifestazione che finalmente riuscirà a far riaprire i monumenti chiusi da decenni. A - Il Palazzo Viceregio. Le stanze che hanno

ospitato la corte dei Savoia in esilio a Cagliari… non le conosce nessuno… V - La basilica di San Saturnino: chiusa. A - Il bellissimo Orto dei Cappuccini: sconosciuto e dimenticato. V - La necropoli di Tuvixeddu: off limits. A - La Casa Massonica: ospitata nell’antico Palazzo Sanjust, inaccessibile ai profani. V - E la Torre di San Pancrazio chiusa da trent’anni. Da trent’anni! Eppure i lavori di restauro sono finiti da tempo! Perché non ce la rendono? A - Perché? Poche settimane prima della manifestazione è tutto chiaro. Comune da una

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VITO BIOLCHINI E ARMANDO SERRI

parte, Sovrintendenza dall’altra, collaborativi ma tra loro diffidenti. E il funzionario statale alla fine sibila: “Se non ci foste stati voi di Ipogeo, mai che le avremmo date le chiavi a questi qui”. Tutto chiaro. V - E adesso le chiavi della torre le prendiamo noi! Ce le abbiamo noi! A - E adesso cosa facciamo? Cosa facciamo? Quella stessa notte, manu militari, la torre è nostra. Siamo i primi visitatori, forse gli unici, ad aver stappato una bottiglia, lassù in cima, alla salute della nostra città!

V - Te lo ricordi? Io me lo ricordo. A - Che cosa? Io mi ricordo tante cose. Mi ricordo la fila lunghissima che si vedeva dall’alto della torre di cagliaritani, una fila ordinata… straordinariamente civile… V - E mi ricordo la meraviglia dei visitatori che entravano per la prima volta al Palazzo Viceregio. A - E migliaia di persone a Tuvixeddu. Quattordici anni fa. Da allora è di nuovo chiuso… e i nostri nonni cartaginesi non dormono sonni

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tranquilli… V - E mi ricordo migliaia di persone per le strade, l’euforia, la gioia, quasi, di chi entrava in chiese e monumenti mai visitati prima e si sentiva parte di una città viva. Viva. A - Alla fine la gente chiede sempre i numeri. Siamo fissati con i numeri. Volete i numeri? Ecco i numeri! V - Le firme raccolte nei registri dei 36 tra musei e monumenti aperti furono quasi 53 mila. I visitatori stimati, 15 mila. Le scuole, i gruppi e le associazioni coinvolte 40. I volontari, 600. A - L’associazione Ipogeo, invece, è morta. V - Ha fatto quello che doveva fare, è il primo caso al mondo di associazione che si scioglie perché ha ottenuto i suoi obiettivi. A - Ora Cagliari Monumenti Aperti è organizzato da un gruppo di associazioni e un tavolo scientifico permanente che riunisce enti e istituzioni. V - Così come avevamo immaginato, la manifestazione si è allargata a tantissimi comuni della Sardegna. Quest’anno 45… 170 scuole… A - Minchia Vito... non è che, dalla scalinata di Sant’Anna ad oggi… l’abbiamo fatta grossa? V - Noi invecchiamo, la manifestazione cresce… speriamo ancora cresca. A - Siamo invecchiati. Sono passati tanti anni e siamo invecchiati. V - E’ vero. Ma io non dimentico. A - Sicuro? Non hai dimenticato niente? La statua della santa di che periodo è? V - E questo arco invece quando è stato costruito? A - Cosa c’è lì sotto, in quell’ambiente sotterraneo? E quella statua dentro la cappella, perché è senza testa? V - Eravamo dei ragazzi. Solo dei ragazzi.

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

DEI RAGAZZI, A CIELO SOLO APERTO DEI RAGAZZI

Nato a Cagliari 41 anni fa, Vito Biolchini da tempo affianca alla sua ventennale attività giornalistica quella di autore teatrale e organizzatore culturale. In questa veste è stato tra i fondatori dell’associazione Ipogeo, nonché ideatore e organizzatore della prima edizione di Cagliari Monumenti Aperti. Oggi è conosciuto soprattutto per la trasmissione “Buongiorno Cagliari” che da cinque anni conduce su Radio Press (emittente di cui è il direttore) insieme a Elio Turno Arthemalle. Tiene inoltre un blog sul quale propone all’attenzione dei suoi lettori temi della politica, del costume e della cultura.

Vito biolchini Armando Serri è nato e vive a Cagliari. Dopo un periodo di militanza politica e civile, è da oltre venti anni impegnato nella tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico della sua città. Pubblicista, è stato fondatore e presidente dell’associazione Ipogeo. È attualmente Vicepresidente della Associazione Imago Mundi e membro del Comitato Scientifico di Monumenti Aperti e del Comitato Tecnico di Cagliari Monumenti Aperti.

Armando serri Il racconto verrà letto da Vito Biolchini e Elio Turno Arthemalle nella cripta di Santa Restituta Musiche composte ed eseguite da Alessandro Olla

TERZO QUADERNO

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GLI ANNI DEI DRAGONI

PAOLO MACCIONI

Gli anni

di Paolo Maccioni

dei dragoni

Ghetto degli ebrei

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

“Ex Ghetto degli ebrei”. In realtà le famiglie giudee non risiedevano entro queste mura, ma qua intorno. Nei secoli XII e XIII abitarono in Castello ebrei giunti in Sardegna al seguito dei pisani, poi cacciati insieme alla cacciata dei pisani, e rimpiazzati da ebrei sefarditi, cioè della penisola iberica, a loro volta cacciati definitivamente dall’editto del 31 marzo del 1492 di Fernando e Isabel, che espulsero i giudei da tutte le province de los reyes católicos, il famoso editto “afuera de los huevos”, che in lombardo fu tradotto “föra di ball”. Prima dell’editto potevano risiedere in Castello, ma non potevano portare ornamenti in oro, dovevano portare indosso, sul berretto, un drappo giallo per farsi riconoscere (a meno che non fossero in viaggio), servirsi delle loro beccherie per la scelta e la macellazione delle carni secondo il loro rituale, e inchinarsi alle processioni in cui passasse una statua o simulacro del Cristo redentore. Dopo l’editto si dispersero. Alcuni restarono, cristianizzandosi. Altri si imbarcarono sui primi scafi di fortuna, verso le coste settentrionali dell’Africa, verso il Continente, ma in parecchi fecero naufragio.

Millesettecentotrentotto. La Sardegna è sabauda da appena diciotto anni. Prima era appartenuta all’Austria, un’appartenenza breve, troppo breve per poter introdurre alle nostre latitudini: la Sachertorte, il valzer, il loden e le palle di Mozart. Esattamente come accade nel calciomercato, il cartellino della Sardegna passa dopo la breve proprietà (appena qualche anno) del Rapid Vienna al regno di Juventus. Nella compravendita gli Asburgo cedono la Sardegna a Vittorio Amedeo di Savoia ottenendo in cambio il Regno di Sicilia.

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E qui, nel millesettecentotrentotto, il viceré Rivarolo, tre anni dopo il suo insediamento, fa edificare dagli ingegneri militari piemontesi Felice de Vincenti e Augusto della Vallée questa caserma, che oggi ha preso il nome di ex Ghetto degli ebrei. La caserma viene edificata per ospitare il reparto dei Dragoni di Sardegna. Come ricorda l’iscrizione sulla pietra:

TERZO QUADERNO

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PAOLO MACCIONI

Milleottocentotrentotto. In questi locali, nel centesimo anno dall’edificazione di questa caserma, facciamo incontrare Giuseppe Manno e Vittorio Angius. Giuseppe Manno ha 52 anni. Già giurista e segretario di Carlo Felice, è avviato verso una fulgida carriera politica nel Senato Subalpino. Vittorio Angius ne ha 41 ed è sacerdote dell’ordine degli Scolopi. Entrambi stanno scrivendo Storiografie di Sardegna.

G.M.: Codesto edificio – sappiate Reverendo Angius – arriva ad ospitare quasi 350 uomini e 40 cavalli, essendo dotato di uffici dell’Intendenza, di alloggi per i veterani, di magazzini del genio e di scuderie per i reggimenti. Nella Sala delle Mura vi è un camminamento che conduce al Palazzo Viceregio, frequentemente attraversato dai Dragoni con i loro cavalli per arrivare dal viceré. E nelle segrete, Angius... custodivansi armamenti e materiali esplodenti! I Dragoni di Sardegna: giustacorpo, veste e calzoni rossi; colletto, paramani e fodera gialli; bottoni in argentone. A corredo, la sciarpa di lana azzurra come per la cavalleria anziché la sciarpa rossa, in uso presso gli altri reggimenti dei Dragoni del Regno. Fucile con baionetta, un cappello di feltro, e un mantello privo di maniche in dotazione per i reparti a cavallo. Sapete perché fu edificata questa caserma, An-

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

GLI ANNI DEI DRAGONI

gius? Sapete perché fu istituito il reggimento dei Dragoni di Sardegna? Ebbene, ve lo dico io: «Il giorno primo di 8bre dell’anno del Signore Millesettecentotrentacinque sceglievasi a viceré Carlo Amedeo Battista, Marchese di San Martino d’Aglié e di Rivarolo, più semplicemente ricordato come “il Rivarolo”: uomo di severo sopracciglio, di spedito giudizio nel deliberare le cose di Stato, e traente diritto al suo scopo nell’operare; dotato inoltre di tale franchezza di carattere e così composto per natura alla costanza, che molti de’ creduti flessibili, paragonati con lui ne perderebbero: e sopra ciò resolutissimo di lasciar viva fra noi la memoria del suo comando per l’ardenza con cui disponeasi a romper acerba guerra ai malfattori, moltiplicatisi oltre misura in quel correr d’anni. La Sardegna era in quel tempo tribolata da varie bande di malviventi che, formicando per ogni dove, non solo turbavano la quiete comune, ma faceano anche vista di voler sopraffare lo stesso governo, andato il più delle volte molto a rilento nel combatterli». V.A.: Orbene, barone Manno, di malfattori e di bande di malviventi di Sardegna ne ho scritto pure io, e sono parecchie le memorie, le leggende, le istorie che ho raccolto sulla quistione in giro pei villaggi. Sapete, l’abate Casalis mi ha affidato il compito di redigere le pagine del compilando Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna. G.M.: Sì? Tuttavia, Angius, non saprete che il

viceré di Sardegna, il marchese Carlo Amedeo Battista di San Martino d’Agliè di Rivarolo, verso il 1735 scrive una lettera al re Carlo Emanuele III, intenzionato a sradicare dall’isola la piaga del banditismo e della delinquenza. «C’è in questo regno di Sardegna una famiglia divisa, chiamata Delitala, paragonabile agli antichi Guelfi e Ghibellini. Due di loro sono in prigione, due condannati a morte in contumacia. Altri due, con molti parenti, sono a capo dei banditi. Si può dire che sono i piccoli sovrani della Gallura: e non c’è possibilità di arrestarli, perché ci sono montagne, boschi e luoghi dove non ci si può servire di guide. Anche le donne e le ragazze di questa casata fanno la guerra, e donna Lucia Delitala è stata due anni in prigione. È una giovane di circa trent’anni che non si è voluta sposare per non dipendere da un uomo, secondo quanto lei stessa afferma. Ha due mustacchi da granatiere e usa le armi e il cavallo come un gendarme. Ora che è stata graziata, vive abbastanza tranquilla». Questa la lettera che ci spiega la nascita della caserma dei Dragoni di Sardegna. Quanto a codesta Donna Lucia Delitala, io ho scritto: «Ardita virago che destreggiavasi col cavallo e collo schioppetto, e al pari di un brigante ebbe a soggiacere per alcuni anni a pubblica custodia». V.A.: Ma, barone Manno, di questa brigante ancorché nobildonna - del secolo passato ne ho compilato pure io un ritratto: «Costei nel combattimento durato per tre giorni in Chiaramonti tra i Tedde e i Fais così operava valoro-

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PAOLO MACCIONI

samente che sosteneavi le prime parti, e molti uccise. Era intanto dispregiatrice delle femmine, le quali troppo studiosamente si attillavano e vestivano come non conveniva alla loro condizione, che non temperavasi dall’onte anche nella chiesa, e con forbici guastavane le robe. Dopo molte ferite da lei inferte a’ suoi nemici, e molte uccisioni...» eee... qui... Mi manca la fine di questa voce del dizionario, barone Manno. Le narrazioni discordano. Sapevo che fosse stata uccisa, vittima di un tradimento, ma io ho raccolto voci che invece la davano per fuggiasca in Corsica. G.M.: Oh, don Vittorio Angius, voi siete un sacerdote, avete studiato presso il Collegio degli Scolopi, ignorate la malizia degli uomini, in ispecie particolare quella dei villani, non conoscete la perfidia perché a cagione della vostra devota, casta e pia vita non l’avete mai praticata... Se vi è arrivata alle orecchie una siffatta leggenda dai villici di Gallura, convenìtene: a loro giova far credere che donna Delitala, la virago brigante e malfattrice, fosse riuscita a farla in barba ai Dragoni del Regno, che fosse scampata alla morte e che fosse riuscita a riparare nell’isola di Corsica. Avrete appreso come nei paesi di Anglona, Gallura e Logudoro fu esposta la testa decapitata del suo compare Fais, abbattuto dai Dragoni del Regno! Fu un ammonimento per tutta la popolazione! Ai malfattori conviene ordire la leggenda senza fondamento secondo la quale Lucia Delitala sia riuscita a sopravvivere: così riescono a infonde-

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GLI ANNI DEI DRAGONI

re coraggio nel volgo, e la brigantessa diviene oggetto di adulazione e di emulazione! Eh! Reverendo Angius! V.A.: Allora chiuderò così: “Dopo molte ferite da lei inferte a’ suoi nemici, e molte uccisioni, venne finalmente il suo triste fine, e per tradimento della cameriera fu strangolata nel proprio letto.” Quanto al suo compare il Fais, è vero che fu catturato dai Dragoni di Sardegna e la sua testa mozzata portata in giro per ammonire i paesani del circondario, ma questo accadde alla seconda spedizione. Sì, perché il primo drappello, partito da questa caserma anch’esso, in spedizione perlustrativa, cadde in un’imboscata. I Dragoni di Sardegna: tutti massacrati. G.M.: Oh! Com’è possibile? Ardimentosi di tempra e pronti di moschetto erano i Dragoni, Angius. Sarà una diceria, non datele credito. V.A.: No, barone, non è una diceria, è iscritto. G.M.: No, non credo sia potuto accadere. Angius, dovete separare dall’ingombro dei racconti favolosi l’impercettibile germe di verità talvolta racchiusovi. V.A.: Sì invece, barone. Aggiornate voi, piuttosto, la vostra Storia Moderna di Sardegna... Ma barone, suvvia! Veste e calzoni rossi, colletto e fodera gialli, sciarpa azzurra... E rulli di tamburi! Saranno stati ardimentosi, ma un po’ ingenui, questi Dragoni di Sardegna!... Andateci

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

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PAOLO MACCIONI

G.M.: Comunque sia, hanno avuto giusta morte i malvagi che li hanno uccisi. Questo conta! Piuttosto, don Angius, ho sentito dire dai villani, in ispecial modo qui nella città di Cagliari, la maledizione: “ancu ti currat su buginu”... Voi che avete esplorato la Sardegna in lungo e in largo a raccogliere voci per il vostro lavoro, avete notizia che questa maledizione sia in uso pure in altre parti della Sardegna?

GLI ANNI DEI DRAGONI

sia tramandata l’espressione “ancu ti currat su buginu”! G.M.: Però, siete acuto, reverendo Angius. Vedrete che lascerete i panni sacerdotali e diverrete parlamentare del Regno. V.A.: Oh, be’, vi ringrazio per l’auspicio e... ricambio: voi barone diverrete... presidente del Senato di Piemonte!

V.A.: Sì, barone Manno, potrei dire ovunque.

voi vestito coi colori sgargianti di una bandiera nella valle della Fumosa, dove dietro la macchia sono appostati i briganti armati di schioppetto, dite che non dareste nell’occhio? Vi vedrebbe anche il cieco che mendica qua accanto nel sagrato della Chiesa di Santa Croce! Hanno fatto i bersagli mobili! Successivamente, sono tornati in gran numero ed hanno avuto ragione di molti malfattori, fino all’uccisione del Fais, ma la prima perlustrazione fu una carneficina: barbaramente massacrati e spogliati di tutto!

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G.M.: Ovunque, dite? Non vorrei che fosse un’irriguardosa evocazione di sua eccellenza Giovanni Battista Lorenzo Bogino, ministro per la Sardegna dal 1759 al 1773, come voi ben saprete, sotto la cui direzione venne messo mano all’intero apparato pubblico, alle istituzioni educative, con l’imposizione dell’uso dell’italiano nelle scuole, al credito agrario, con la ristrutturazione dei “monti granatici”, al commercio, ai rapporti con la Chiesa. È pur vero, tuttavia, che tali misure, attuate nell’arco di circa un ventennio, causarono malumori e resistenze in tutte le classi sociali. È nostro dovere di storici, don Angius, farla cadere questa espressione, farla scomparire, a tutela della buona memoria del ministro Bogino! Così scrissi di lui: «Pochi sono coloro i quali abbiano posseduto in grado così alto le doti di un uomo di Stato, pochi ancora sono quelli che a tali doti abbiano accoppiato, al pari di lui, tanta eccellenza di virtù». V.A.: Va bene, barone Manno, mi adopererò per quanto è nelle mie facoltà acciocché non

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

G.M.: Oh, troppa grazia, reverendo... eppure non vi nascondo che vi ambisco! E ditemi, secondo voi, reverendo Angius... quel Camillo Benso conte di Cellarengo e Isolabella, de’ Marchesi di Cavour, dalle idee liberali, anticlericali... Sapete, quel giovinotto che viaggia a Parigi e si imbeve di ideali irreligionari... che dite: i suoi perigliosi ideali si diffonderanno? O peggio, si radicheranno? V.A.: Forse, barone. Chi lo sa? Le vie della storia sono imperscrutabili. G.M.: E quel Giovanni Maria Angioy, circondatosi di uomini di pessima fama dopo aver spogliato i baroni dei loro beni promuovendo patti antifeudali... di lui, secondo voi, si conserverà la memoria? V.A.: Come faccio a dirlo, barone, forse che no... o forse che sì ...e magari un domani la processione del Santo Efisio per le vie di Cagliari potrebbe passare per una strada che... putacaso si chiamerà via Giommaria Angioy!

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G.M.: Nooo, impossibile! Voi andate troppo oltre con le fantasticherie, Angius. Nessuna strada sarà intitolata al Conte di Cavour, nessuna piazza, nessuna via prenderà mai il nome di Giovanni Maria Angioy, statene certo. Questi locali dove noi ora ci troviamo e dove torneremo ad incontrarci in futuro, magari interpretati da due figuranti, verranno ricordati come “Caserma dei Dragoni di Sardegna” e nella piazza più importante della città verrà eretta una statua del sommo ministro Bogino e ad egli sarà intitolata la medesima piazza! V.A.: Senz’altro barone. Sarà così, come dite voi...

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FOTO: MARCELLO COIANA

GLI ANNI DEI DRAGONI

Paolo Maccioni

Nato a Cagliari nel 1964, è odontoiatra, pubblicista e autore. Col regista Enrico Pitzianti ha scritto a quattro mani il soggetto per lungometraggio da cui è stata tratta la sceneggiatura del film “Tutto torna” girato dallo stesso Pitzianti. Ha pubblicato “Insonnie newyorkesi”, “L’ufficio del pietrisco”, “Doppio gioco” e, con lo pseudonimo Gustavo Pratt, “Scrittori à la carte. La nouvelle cuisine della letteratura sarda”. L’ultimo suo romanzo è “Buenos Aires troppo tardi”

Il racconto verrà letto da Paolo Maccioni nel Centro Comunale d’arte Il Ghetto Musiche eseguite da Robert Witt, violoncello Fabrizio Ferraro, chitarra

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GIANLUCA FLORIS GIORGIO TODDE

SOTTOSUOLI

Sottosuoli

di Giorgio Todde

In una cronaca del 1840 figurava come abitante di Tuvixeddu, tomba 123, un certo Dante Caria, nato a Cagliari nel 1820 descritto come “pallido abitante dei sepolcri”. Questo Dante Caria viveva nella necropoli, dentro due belle camere funerarie che aveva messo in comunicazione per comodità, ed ebbe, da una certa Carminetta Floris, un figlio maschio di nome Antioco, pallido come il babbo. Antioco sposò nel 1881 una ragazza della tomba vicina ed ebbe un figlio anche lui pallido pallido. Il bambino si chiamava Dante Caria Secondo, diventò grande e andò a nozze con una donna scappata da una miniera, Maria Sulis. Lei per amore di Dante era venuta a vivere nelle tombe. Una camera funeraria per cucina, una per dormire e una per i bambini che volevano mettere al mondo. Un bell’appartamento sotterraneo, molto grande e pratico. Si viveva comodi. Le tombe erano camere fresche d’estate, calde d’inverno e ci si conservava bene. Erano pallidi in famiglia, però erano sani. I bisogni si facevano fuori. Ma anche certi ricchi allora facevano così, solo che i bisogni dei Caria erano piccoli piccoli. Dante Caria Secondo ebbe un solo figlio e con difficoltà, perché nei sepolcri non gli veniva bene.

Cavità di Via Vittorio Veneto

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

Efisio Caria nacque nel 1902 in una camera dei morti con delle belle pareti bianche. Efisio visse una vita felice, pare, e arrivò all’età nella quale si mette su famiglia. Nel 1927 trovò altre tombe spaziose che si erano liberate con la guerra e si sposò con Restituta Pau, compagna di giochi spensierati tra i sepolcri. Così nel 1930 nacque Dante Caria Terzo. Dante Caria Terzo andò perfino a scuola per qualche anno perché ne avevano costruito una sui sepolcri. A vent’anni, nel 1950, si sposò con Consolata del Rio, una ragazza di una buona famiglia che viveva nelle grotte dell’anfiteatro romano. Nel 1956 ebbero un figlio, ma Dante Caria terzo morì di crepacuore per il parto della moglie perché si spaventò a vederla in quelle condizioni. Lei urlava e strillava mentre metteva al mondo il bambino in uno dei più bei sepolcri di Tuvixeddu. Consolata decise di mettere al figlio il nome del padre, ma pochi mesi dopo il battesimo morì anche lei durante l’epidemia di febbre spagnola. Così Dante Caria Quarto fu affidato alla nonna Restituta che viveva in un bel sepolcro arieggiato di via Is Maglias. Dante si affezionò molto alla nonna e quando lei morì perché cadde su un’agave e finì trafitta, fu un grande

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GIORGIO TODDE

dolore. E per tenerla vicina la murò. Dante Caria Quarto usciva dalle tombe per andare a scuola e arrivò sino alla seconda media. D’estate, dopo il tramonto, andava al mare, faceva una nuotata ai raggi della luna, poi tornava a casa fresco e dormiva nella sua confortevole cella funeraria scavata nel tufo da duemila anni. La luce non attecchiva sulla pelle dei Caria e un vero Caria restava sempre pallido. Se un Caria si fosse abbronzato, diceva Dante Caria Quarto, allora ci sarebbe stato da pensare che la mamma non fosse stata onesta. Ma non era mai successo. D’inverno Dante accendeva un fornello a gas, si scaldava, cucinava, mangiava e leggeva romanzi d’avventura. Televisione non ne aveva mai voluto. E neppure una moglie aveva voluto perché diceva che ragazze delle tombe non se ne trovavano più e lui ragazze “di sopra” non ne voleva ché non si fidava. Poi un giorno la vita diventò troppo cara a Tuvixeddu. Gli affitti aumentarono e tutti furono cacciati dai sepolcri perché là dovevano fare un quartiere nuovo, palazzi e perfino una chiesa, strade e parcheggi. Distrussero anche il sepolcro che conservava i resti di nonna Restituta. Allora Dante Caria raccolse in una cassetta le sue cose e andò a vivere in una grande galleria scavata là vicino, in via Vittorio Veneto. Qua, insomma, dove siamo noi adesso. - Da quando vive qua sotto, signor Dante, tutto solo e senza famiglia? - Beh, qua a via Vittorio Veneto ci sono venuto a vivere nel 2006. E’ bello, ma meno bello che

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a Tuvixeddu, intendiamoci. Là c’era un raggio di luce dall’alto che mi svegliava la mattina, qua no. Però è la stessa roccia e mi sento a casa mia anche qua. - Era così bello a Tuvixeddu, signor Caria? - Se era bello a Tuvixeddu? Bellissimo era. I tramonti meravigliosi… orchidee, iris, falchi… Bellissimo! Dice che era un troiaio, che c’erano drogati e immondezza. Allora come rimedio si sono messi a costruire. Io non ho mai visto una bagassa a Tuvixeddu, per me c’erano solo donne oneste. E poi, dico io, chiamate la buon costume, l’antidroga e la nettezza urbana. Tanto, dico io, droga e troie le trovi dappertutto, ma non a Tuvixeddu. No, loro invece chiamano qualcuno per costruire e anziché una comunità di recupero mettono su palazzi. E poi, cosa c’entrano gli ingegneri con le bagasse? Dicevano che noi eravamo abusivi. E invece lo sa cosa le dico io? Che abusive sono le palazzine e non le tombe che ci sono da duemila anni e più. Mica sono abusivi i punici, i romani e tutti quelli che sono sepolti nel colle e quindi neanche noi che nascevamo e morivamo là. Più rispetto ci voleva. Insomma, ci hanno mandato via nel 2006 e adesso io sono qua. - E qua come sta? E’ pallido pallido. - Ci credo, non esco quasi mai. Ma mi sento bene anche se ho un po’ di anemia. - Vive al buio? Senza la luce del sole? - Mi basta questa mezza ombra, a me. E poi non mi piacciono gli abbronzati. Sa, io, come prendo luce, mi spello subito. Ascolti, quando li vedo nelle fotografie questi che abitano sopra la terra, con gli occhiali neri, tutti unti con le creme, beh, io non li capisco. A me mi sembra-

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

SOTTOSUOLI

no pazzi. - Ma, signor Caria, come fa lei a vivere qua sotto, sempre qua sotto? - Lo sa come mi chiamano quelli del Comune che vengono qua a pulire? - No. - L’abate Caria mi chiamano. Come quello del Conte di Montecristo. - Quello si chiamava Faria, non Caria. - Lo so, lo so, è una presa in giro di quelli del Comune, non sono ignorante perché io, modestamente, leggo, io, anche se sono arrivato solo alle medie. E ho letto anche la storia di quell’abate sfigato che, scava scava per uscire

dalla prigione, si è ritrovato in un’altra cella. Ma quello era prigioniero, meschinetto. Io no, io ci voglio stare qua sotto. Lo sa cosa mi ha detto una signora? Mi ha detto che queste casette sottoterra sono ecologiche, a risparmio energetico, mi ha detto, e che faccio bene a stare qua, anche se questa galleria non è una tomba e mi dà il senso di un posto poco abitato. Le tombe mi sembrano, diciamo, più vissute, ecco. Insomma, a me mi va bene anche se mi chiamano abate Caria. - E perché vuole fare l’abate Caria? - Perché? Ma lei ce li ha gli occhi? Lo vede che cosa hanno fatto sopra?

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GIORGIO TODDE

SOTTOSUOLI IL DUELLO

- A lei non piace stare fuori, passeggiare, andare al mare, sedersi su una panchina? - E’ troppo brutto, troppo brutto fuori. Adesso le faccio vedere… Prende un album, si siede e inizia a sfogliarlo. - Mi piacciono le fotografie vecchie. Guardi, questa era Cagliari ai tempi di mio padre Dante Caria Terzo, che si chiamava come me e viveva in quattro camere dei morti a Tuvixeddu, molto spaziose. Lui la mattina si alzava, usciva dal sepolcro, faceva la pipì e guardava il golfo. Ma se ne rende conto? Vedeva il golfo azzurro, il mare azzurro. Una luce, una luce che nemmeno in Paradiso… Poi tornava in penombra e negli occhi si teneva quelle cose belle. E adesso, cosa vedrebbe? Palazzi vedrebbe, e basta. Meno male che è morto. Guardi quest’altra, questa era mamma, guardi che portamento, lei veniva dalle grotte dell’anfiteatro, gente distinta. Questo è bisnonno Dante Caria Secondo. Com’era contento, seduto vicino a un sepolcro. Qui si vede il pozzo dove ci calavano i morti e in fondo la camera dei defunti. E sullo sfondo c’erano vigne e mandorli e ulivi. E questa era nonna Restituta, guardi che bella signora elegante. Che nostalgia che ho… Un giorno a Tuvixeddu erano venuti dei signori che mi hanno detto di essere la Commissione Cultura del Comune. Cultura, mi hanno detto, lei conosce questa parola?, mi hanno detto. Cultura! A me! E mi hanno anche detto che tutti quei buchi in terra erano pericolosi, che bisognava tapparli, che io ero uno di quelli che rovinavano l’immagine della città, come gli zingari, hanno detto. Che quelli come me dovevano sparire.

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- E lei? - L’immagine della città? L’immagine della città? Gli ho gridato che era roba da ridere l’immagine della città e che quei buchi erano lì da duemila anni e erano le tombe dei suoi antenati. L’immagine della città! Io esco la notte e vedo come i gatti! La città è case brutte, strade brutte e automobili! Ecco le fotografie, guardi. Altro che “immagine”. Guardi. Questa era la Scala di Ferro prima e dopo che ci hanno messo le loro manacce, adesso è una cosa da cambiare strada per non vederla. Questo era l’anfiteatro dove mia mamma era nata e cresciuta prima di venire a vivere alle tombe, adesso l’hanno fatto a pezzi. Questo era Buoncammino prima che costruissero quel palazzo che lo chiamano belvedere e che è roba da dinamite. Altro che belvedere. - Belvedere si dice per quello che vedono dal palazzo, mica per noi che il palazzo lo vediamo da ogni punto. Ha ragione, signor Caria, fa proprio schifo. Dante Caria Quarto guarda altre fotografie. - Questa era via della Pineta quando c’erano i pini, adesso la chiamano ancora via della Pineta, ma niente pini, neanche uno. Questo era viale Sant’Avendrace quando c’erano gli alberi e le casette basse. E adesso? E’ la strada più brutta del mondo che ci vuole il valium per passarci. Me lo dica lei dove si è mai visto un viale senza alberi. Solo cemento che ti devi ubriacare per dimenticarlo. Questo era il Poetto bianco, bianco che faceva luce anche la notte, adesso è una spiaggia asfaltata. Sono pazzi, sono pazzi… Questa era Villanova pri-

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GIORGIO TODDE

ma che diventasse una casa d’appuntamento. Guardi ancora. Questo è Castello oggi, con le case finte di marzapane. Questa è Tuvixeddu con quei muraglioni sopra le tombe – hanno coperto anche la tomba dove vivevano babbo e mamma – e guardi quei palazzi che mi devo prendere una pastiglia ogni volta che passo. Questa era via Roma prima che costruissero quei palazzacci alti alti che li chiamano grattacieli e si credono chissà che cosa. Pensi che prima si vedevano i monti. Questa l’entrata del cimitero prima che costruissero quell’ingresso di cemento armato che sembra un pisciatoio e che i morti si sono tutti rivoltati nelle tombe e adesso le tombe sono crollate e scoperte peggio che a Tuvixeddu che però c’è dal tempo che c‘è. Questo, ah, questo mi strizza l’olio del cuore… Questo era lo stagno di Santa Gilla. Pensi che ci pescavano di tutto, perfino tartarughe per il brodo, gamberi rosa, ogni ben di Dio. Guardi ora, guardi! Fabbriche, tutto costruito in riva, fumo, pale eoliche, gru giganti in un porto canale che è più deserto del cimitero la notte. E guardi qua, guardi queste quattro torri anche se non si possono guardare. - No, quelle non ce la faccio, non ce la faccio. - Lo so, lo so, coraggio. Li chiamano “I fenicotteri”, ma che cazzo c’entrano i fenicotteri con questi cataplasmi? Non ne hanno azzeccato una che è una! Altro che immagine! Gliel’ho detto a quelli là! Tutto quello che toccano lo rovinano, sono pericolosi! Cosa ci faccio io “sopra”? Io non vivo sopra il mondo perché sono un uom profondo…

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SOTTOSUOLI

Io sono un uomo pallido, però non sono squallido, io sono un poco anemico, sono microcitemico, mi devo far curar. Io vivo sottoterra, di sopra sono in guerra, son tutti terra terra, sarà l’effetto serra, che qua non può arrivar. Non sono soddisfatto, perché son uomo fatto, ma solo fo’ ogni atto, non amo l’autoscatto e quindi vorrei amar. Qua sotto si sta bene, non giungono le pene però vorrei un imene che non sia di neoprene e mai bamboleggiar. Non voglio più vedere quel mondo ch’è da bere fondato sul sedere che sta già per cadere, qui mi vo’ rifugiar. Io voglio un po’ d’amore, la rima con il cuore, sentire quel bruciore, quel poco di tepore di chi lo sta per far. L’amor dentro una tomba può essere una bomba,

I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

l’amore in galleria che sembra una follia, gran gusto ci può dar. E’ vero fa un po’ fresco però da qui non esco sarà un amor burlesco ti sembrerà pazzesco però qua si può amar. Amore e stalattiti ci dan le sinusiti però con i vestiti, lontani dalla city, io ti vorrei baciar. L’amor nel sottosuolo non è un amore a nolo neppure amor da solo, ma io non voglio stuolo di donne da baciar. Dante Caria mi chiamo non sono menagramo, un po’ di amor reclamo, paziente come Abramo, qui sotto so aspettar. Però non sono pazzo, non faccio mai il pupazzo, ed allegria non sprizzo, da sol non mi sollazzo, non mangio mai la pizza ho addosso qualche pezza, non ho una grande stazza, ma son maschio di razza, di me ti puoi fidar.

Silenzio, un lungo silenzio. Dal soffitto della galleria esce un raggio, prima debole e pallido pallido come Dante, poi il raggio prende colore, cerca dove cadere e si ferma sulla fronte della ragazza. Si ferma e si rinforza. Dante sente che la temperatura nella grotta cambia e prova tepore. - Senta, signor Faria. - Caria, le ho detto che mi chiamo Caria. Ancora silenzio. Il raggio diventa abbagliante. - Senta, signor Caria, cosa bisogna fare per vivere qua sotto? Serve poco, di sicuro, perché tutti vogliono vivere sopra… Cosa serve? Me lo dica? Io… Silenzio. Dante vede un pulviscolo dorato sulle pareti della grotta. - Io voglio venire qua sotto, per sempre, signor Dante. Guardare le sue fotografie. Portare le mie fotografie e guardarle con lei!

Non voglio più vivere con questi “di sopra”. Io sono di Elmas… E’ mai arrivato sino a Elmas? - Neanche per sogno, è troppo lontano. Però ne ho sentito parlare da gente che viaggia molto. - Beh, non ci vada mai, mai! Là è ancora più brutto di Cagliari. Quei paesi intorno sono più brutti del brutto. E dire che erano bellissimi… Non si può immaginare cosa sono diventati se non si vede con i propri occhi. Meglio non averli gli occhi. Uno crede che non ci sia una cosa più brutta di Is Mirrionis oppure di San Benedetto. Ma se vede Quartu, Assemini, Pirri, Monserrato, Selargius, Sestu… perde la speranza, e allora si lascia morire, sì, morire. E invece un tempo era tutto bello intorno, la città era città e i paesi erano paesi… mandorli, ulivi, prati… Ha ragione lei. Adesso è tutto un intruglio, tutto finto, non siamo più noi… tutti tipo Dallas, ma poveri… tutti impazziti con le case rosa… le macchine ti schiacciano


GIORGIO TODDE

e neanche si fermano, tu muori in cunetta e intorno case, case, case… Dice che se vogliamo vivere moderni le cose si fanno così. No! Io voglio venire qua sotto, voglio stare qua sotto! Silenzio. E poi lei pigola: - Con lei, signor Faria… - Caria, Caria. Se viene a vivere qua sotto incominci a dire bene il mio nome. Ca-ri-a! - Signor Caria, io non voglio più mangiare il trancio di pizza… La pizza! Ha ragione, signor Caria! Anche io la odio. Alla Città Mercato la domenica… E poi vedere un film americano tutto spari e poi vedere i negozi e poi salire in macchina e poi vedere la 554 oppure la 130 e poi vedere la televisione e poi vedere… Vedere, vedere… Non voglio più vedere! No! Vengo qua con lei, mi lasci venire qua… Lascio il mondo di sopra e il mio fidanzato, quello della pizza, della birra, del cinema e di tutto il resto. Diamoci del tu, del tu. Dante, Dante… - Come ti chiami? - Rita, mi chiamo. L’amore è un fulmine, un fulmine! - Poca luce, poca luce, mi raccomando, la luce ci consuma. E niente fulmini qua sotto, restano fuori da qui i fulmini. Vieni, Rita, ti faccio vedere la galleria. Dammi la mano, all’inizio al buio è pericoloso, ma ci sono io, ci sono io, Dante Caria! La mia vita non è un’agonia, sono il quarto di una genia! - Dante! Tu parli in versi… Quando fuori ci sarà la tempesta, qua non arriverà niente! Vero? - Rita! Come sei bella in penombra, come sei bella, mi batte forte il cuore! Andiamo, andiamo.

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I RACCONTI DI MONUMENTI APERTI

SOTTOSUOLI

Nato a Cagliari nel 1951, è medico oftalmologo. Ha pubblicato con le edizioni Frassinelli e Maestrale. Una parte dei suoi titoli è tradotta in sei lingue. Ricordiamo il ciclo del pietrificatore di cadaveri, Efisio Marini, composto da: Lo Stato delle Anime, Paura e carne, l’Occhiata letale, E quale amor non cambia, L’estremo delle cose. Oltre ai romanzi su Marini ha scritto una serie di opere di ambientazione surreale: La matta bestialità, Al caffè del silenzio, Dieci gocce, Ero quel che sei.

Giorgio Todde Si ringrazia il Centro servizi cultura Anfiteatro

Il racconto verrà letto da Giorgio Todde, Fabio Marceddu e Rita Atzeri nella Cavità di Via Vittorio Veneto Musiche composte ed eseguite da Antonello Murgia

TERZO QUADERNO

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COMUNE DI CAGLIARI

PROVINCIA DI CAGLIARI

CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

coordinamento della rete

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I racconti 2011  

Progetto speciale "I Racconti" per Cagliari Monumenti Aperti 2011 - Terzo Quaderno

I racconti 2011  

Progetto speciale "I Racconti" per Cagliari Monumenti Aperti 2011 - Terzo Quaderno

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