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mandarino dentro e fuori luogo


mandarino a Gruppo Norman company publication

Life is just a simple game Between up and down Life is just a simple game Makes things go around What is down should go up What is up must go down God first showed us the endless sky Then the underground What is up and what is down Who will buy and who will sell Heaven sometimes covers us But sometimes it is hell The head is up and ass is down Is it right or is it wrong Sometimes It should go around Ass instead of head The ass is up and head is down The same flash same sound God first show us the endless sky Then the underground

Upside down di Emir Kusturica dall’album Unza Unza Time, 2000, Barclay (Universal)




Ultime verifiche prima della partenza. Missione Discovery 1-K, Base spaziale di Belgrado, 1 ottobre 2006.


sommario editoriale di emilia dissette

bal kanika Emilia Dissette e AA VV

Balkanika è un’immersione nell’est più prossimo. Kusturica con la sua visione grottesca e incoerente è stata la nostra guida per una settimana, assecondando o smentendo quegli stereotipi che sono i materiali da costruzione dell’idea che si ha di un paese visto per la prima volta, ma straconosciuto a forza di unza unza, gatti neri-gatti bianchi, montagne verdi e trombe. Fatta la conoscenza di Kustendorf con il suo ghigno inquietante sopra una divisa da guardia forestale, scopriamo che quel villaggio di cui parlano i giornali è davvero una specie di piccolo regno con il suo re. Siamo sulle sue tracce, quando sguscia via inseguendo l’ultima possibilità di sole che la giornata concederà alle riprese del suo film. Ci troviamo materializzati su un set in piena campagna, tra le montagne. Qui, tra personaggi non meglio identificabili, cecchini e preti ortodossi e suonatori di trombe, prende vita una sparatoria animata. Tra le cose indimenticabili di questo viaggio ricordiamo piatti traboccanti di cibo. Ci siamo chiesti più volte se questa quantità di cibo anomala verrà drasticamente ridotta dall’avanzare progressivo del turismo di massa, che dopo le coste croate prenderà possesso anche dell’entroterra ex jugoslavo. Comunque, per il momento il problema non si pone, e la cordialità e il senso d’accoglienza promessi dalle guide sono una certezza anche in posti desolati come Višegrad. Sarajevo è prima di tutto drammatica. La parola “dramma” nella sua accezione meno specifica significa “azione”. Sarajevo dà la sensazione di essere sospesa, in bilico, in un’era di passaggio tra conflitti, patimenti e rincorsa del futuro e necessità di assimilare ed espellere la tragedia. Ma Sarajevo è anche in azione, tutta compresa nello sforzo di rammendare i buchi nei muri e nel suo tessuto sociale. Via verso Belgrado transitando per la Croazia, a fare la conoscenza della campagna piatta della Vojvodina, fecondata da Danubio, Sava e Tisa. Qui tutto ricorda i paesaggi padani, dal modo in cui il sole scende, alle piccole lingue d’asfalto mai troppo tortuose tra i campi coltivati, alla tipologia umana incontrata. Nella regione di Fruška Gora ci si imbatte in cerimonie ortodosse con canti e liturgie e ori e un apparato iconografico e abiti e usanze che non sono poi così esotici. Unificante sopra tutti l’icona di San Nicola, che continuerà a seguire i nostri spostamenti. Ma questa è una storia che vi racconteremo più avanti. In questa terra di monasteri e di campi di frumento, abbiamo anche scoperto una certa propensione all’invenzione di mezzi di trasporto non convenzionali. Belgrado, punto di approdo e di partenza, ha esibito sotto i nostri occhi le sue polaroid: hotel simili ad allestimenti teatrali, palazzi sgretolati tra altri perfettamente intatti, opera del paziente lavoro chirurgico delle bombe intelligenti, matrimonisarabande, la vita sul fiume di chi sta bene e di chi un po’ meno. Anche per Balkanika, Mandarino ha avuto la collaborazione di due esterni che hanno detto la loro su questa terra incognita. Henrik Winterstam, svedese di nascita, conosciuto in una discoteca di Sarajevo, reporter free lance di professione, osservatore elettorale per l’Unione Europea al momento del nostro arrivo in città, al seguito dell’ambasciatore svedese in Romania, ora chissà dove. Nel suo CV fa cenno a colombe che volano fuori dalla sua finestra. E poi Alessandro Gori, autore del documentario La Repubblica delle trombe e del pezzo sul festival di Guča. Lui pure reporter free lance, svolge un dottorato di ricerca in antropologia a Barcellona, è traduttore e curatore della guida Serbia a portata di mano, cittadino onorario serbo, osservatore elettorale nei luoghi più tormentati della terra. Imprendibile e inarrestabile.

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THE STRANGE BIRTH BANQUET

immagini di Michele Panzeri

OSSERVATORI TI TRATTANO BENE I LONDINESI ?

PROSPETTIVE NEVSKIJ

Andrea Sartori

StrangeWorks Banquet 17/03/2007. Il cd recapitato sulla mia scrivania da Londra reca impresso questo titolo accanto al nome dell’autore, Michele Panzeri. Fotografo italiano stabilitosi a Londra nel ’97 dove ha studiato al London College of Printing, dopo quasi un anno di viaggio in autostop tra Inghilterra e Irlanda. “Non ricordo esattamente quando ho iniziato a fare fotografie, ho sempre avuto una compatta tra le mani da che mi ricordo”, racconta Michele. Le sue immagini ci fanno entrare nel vivo della performance - banchetto a cui ha partecipato come avventore, spettatore e attore, così come da tradizione di Strangework, collettivo teatrale di Londra, particolarmente incline verso l’inusuale e il grottesco. The Strange Birth Banquet si è svolto al Passing Clouds di Hackney, locale noto nell’underground dell’est londinese. Tra un boccone e l’altro i presenti partecipano ad una cena che ha per tema una storia che reinterpreta liberamente Leda e il cigno, con un intero villaggio colpito da una maledizione per cui nessuno riesce ad avere figli. I commensali, divisi in scienziati e stregoni, devono cercare una soluzione al problema della sterilità. Leda rimane incinta, ma invece di un bimbo partorisce un enorme uovo dal quale spunta una creatura mostruosa che però viene uccisa ed origina finalmente un vero bimbo, sollevando il villaggio dalla maledizione.

A seguire un piccolo bouquet di articoli per introdurvi all’esperienza degli OsservatoriBrain, inaugurati da Gruppo Norman nel 2007.

Londra non è poi una città così accogliente. Chi ha deciso che in un luogo così internazionalmente riconosciuto come immancabile perché tutte le “tendenze” passano di qui, sia anche facile sentirsi a proprio agio? Anzi. E’ un buon posto per sentirsi fuori luogo, se si è sgraziati, senza soldi, senza amici. Londra può riservare la sorpresa di essere abitata da strane creature che vivono tra cristalli colorati, funghi giganti e mari sotterranei, tipo Viaggio al centro della Terra. Come i protagonisti del racconto di Verne, ci si può sentire ricacciati indietro nel pertugio da cui si è entrati per giocare agli esploratori.

Questione di prospettive. Come quelle messe a fuoco dallo sguardo di chi oggi, flaneur impenitente, sceglie di percorrere i 6 km della Nevskij mano nella mano con Gogol’. Agitata, protesa al consumo di generi di primissima necessità come cellulari e scarpe tacco a spillo. La Nevskij illuminata a giorno anche alle 2 di notte per tre mesi l’anno, da un cielo che stenta a spegnersi. Un tempo concentrato e indispensabile per l’uscita dalle tane, durante un inverno impietosamente lungo. Allora ci si fa belli, e ci si mostra in tutto il proprio splendore perché il tempo è poco e va bevuto tutto d’un fiato, fino all’ultima goccia di luce. San Pietroburgo è scenografia nel pensiero comune. Ed è vero poiché si presta ad inscenare spettacoli quattrostagioni. Tuttavia, per chi la attraversi oggi è molto di più: le sue pareti sono il supporto ideale per loghi e insegne e campagne pubblicitarie; le sue vetrine specchi per la gioventù che cammina a grandi falcate verso il futuro; i suoi marciapiedi passerelle infuocate dai passi di turisti e indigeni.

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SOY DESPERADA!

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Elisabetta Ramponi

DAI PAESI AI MESTIERI FANTASMA. Il caso della Spagna

Raffaella Balbo

Si dice che i catalani non abbiano modi cordiali nei confronti degli stranieri. Ma Barcellona è una città piccola che favorisce gli incontri perché ha il mare ed è lì, spalancata e facile. Non è stato così difficile, dunque, scalfire la corazza di chi, barcellonese di nascita o per acquisizione, ha aperto casa e sciorinato racconti su come si sopravvive ad un centro intasato di nuovi venuti che vogliono mettere radici e periferie più o meno accoglienti, più o meno vivibili. La legge del più forte è uguale dappertutto e se sei giovane e hai appena iniziato a lavorare, in fatto di abitazione spesso ti devi adattare. Ma forse dal 2008 a Barcellona sarà un po’ più facile abbandonare il nido delle origini grazie alle riforme proposte dal governo spagnolo.

Jeremy Seal, scrittore viaggiatore, ha vagabondato in Turchia sulle tracce degli ultimi fabbricatori di fez. Seal trasporta con ironia e leggerezza il lettore tra le generazioni di un paese che, tuttora compreso nel suo processo di occidentalizzazione, rimuovendo il ricordo di un copricapo, il fez appunto, sembra quasi rinnegare il legame con il proprio passato. La Spagna, che di certo non sente il bisogno di autoaffermare la propria appartenenza all’Occidente, subisce però un identico processo di abbandono, neanche tanto lento, di professioni che ne costituivano la matrice culturale. El artesano hielero, el pregonero, nomi vibranti che sembrano appartenere ai racconti di García Márquez, affiorano dal mare di un passato prossimo non ancora esaurito ma già in fase di estinzione. Fatta salva l’intraprendenza di chi, protagonista di questa esperienza, cerca il modo di passare il testimone o almeno di mantenere vivo l’interesse.

Roberta Frangipane

A proposito di pertugi e tane, a Copenhagen ne esiste una curiosa per trascorrere una notte intrigante o una settimana o, perché no, due mesi interi sperimentando ogni giorno una stanza diversa. 61 stanze a disposizione di 21 artisti che hanno trasformato un hotel obsoleto in un luogo che offre altro che un letto per dormire. Seguendo il ritmo incalzante delle proposte “esperienziali” di ospitalità, dall’hotel rotante di Antalya (dove la visuale cambia più volte durante la giornata) all’hotel boutique di Cannes (dove tutto o quasi è in vendita), il Fox fornisce al viaggiator curioso un motivo in più per godersi appieno il suo prezioso biglietto low cost.

IN GIARDINO. Riflessione pressoché romantica sull’arte del verde

Di ritorno dalla Spagna si può transitare in Francia, trasportati dall’onda di un moto lento. Allora ci si ferma in giardino ad espellere riflessioni pressoché romantiche sul senso del verde all’inglese o all’italiana, seguendo con il pensiero versi e prose che nei secoli hanno accompagnato promenades più o meno illustri.

NELLA TANA DELLA VOLPE Hotel Fox a Copenhagen

Elisabetta Ramponi

JOUER AU JARDIN

Maria Rega

Per poi scoprire che uno dei preferiti è senz’altro il giardino “alla francese”, o meglio quello che i francesi di Chaumont, sulla riva sud della Loira, ripropongono ogni estate come luogo artistico e in un certo senso terapeutico. Il Parco di Chaumont, suddiviso in trenta appezzamenti, è disegnato da Jacques Writz, paesaggista belga pioniere nel disegno di giardini interattivi dove il visitatore è coinvolto con tutti e cinque i sensi. Qui si trovano tutte le novità in fatto di manipolazione dolce del verde. Qui si fa giardinaggio pensando al futuro delle città in cui viviamo, il cui punto debole è proprio il verde.

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BAL KANIKA

/ Introduzione.

I Balcani rappresentano uno dei capitoli più dolorosi della recente storia politica internazionale. La guerra che essi hanno patito ha mostrato che sia l’identità delle popolazioni, sia il loro territorio di riferimento, non potevano più essere vissuti nelle coordinate spaziali che il secondo dopoguerra aveva lasciato in eredità. Nei Balcani, un mondo è scomparso assieme alla sua sicura, ripartita, gerarchica, delineazione cartografica e geo-politica.

Nei Balcani, un nuovo mondo si è affacciato sulla scena. La balcanizzazione della realtà politica e territoriale, identitaria e culturale, non è solo sinonimo di frammentazione, ma necessariamente, doverosamente, speranza di dialogo, di connessione, di comunicazione. In Balkanika, per questo, s’inseguono gli strabismi di sguardi differenti, catapultati in una realtà talmente nuova da risultare imprevista anche a se stessa. Come imprevista è stata la guerra. All’esplosione delle bombe e delle mine, il nuovo magazine risponde con un’esplosione di significati, con un eccesso di comunicazione, e con l’ironia spaesata di uno straniero piombato in una terra straniera. Una terra, tuttavia, nella quale egli si riscopre a casa propria, pur continuando a raccogliere le tracce di una differenza ripetuta: a volte delicata e gentile, a volte comica, a volte pensierosa e luttuosa. L’esperienza indicibile, tragicamente irraccontabile, della frammentazione bellica – spaventoso esordio politico e militare della globalizzazione – diventa una scommessa sul piano della comunicazione, che tutti, più o meno consapevolmente, non possiamo non abitare. L’occhio di Mandarino vagabonda su un set che fu teatro di una guerra vera, e trova gli stessi uomini e le stesse donne, oggi attori, registi, sceneggiatori e tecnici, che tornano a sparare sotto l’occhio di una cinepresa: ma questa volta sono cartucce a salve. Le cartucce dell’arte, dell’espressività che non è stata spazzata via dal deserto della distruzione, e vuole ancora raccontare, significare, dire. (testo di Andrea Sartori) …… Gli sguardi e le percezioni di ognuno convogliano all’unisono a volte, spesso contrastano: per sensibilità personale, per vissuto, per aspettativa…. Non siamo vergini di luoghi, siano essi dell’est o dell’ovest, ma queste



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frontiere, ancora chiuse e descritte come un retaggio del passato dalle limitate libertà, ci mostrano modalità di passaggio inconsuete, nell’Europa delle nostre abitudini. Transiti e visti, Schengen ne impone le regole e ferma sulla frontiera i sogni dei giovani dei Balcani, colti e preparati, belli e forti. Orizzonti aperti piuttosto sulle iniziative economiche, altro scopo del viaggio di esplorazione per Mandarino, essendo questa la modalità del percorso intrapreso: grandi gruppi della finanza internazionale hanno costellato di uffici e delegazioni le maggiori città dei Balcani, aperti agli operatori in cerca di opportunità d’investimento. Qui si lavora anche di domenica nei cantieri dell’unica autostrada che collega la regione all’ovest europeo. Sul fronte della cultura di massa i format dello showbusiness si sono imposti nelle case dei telespettatori, fornendo una versione forse già obsoleta di ciò che in occidente faceva tendenza. Ma forse i Balcani non potrebbero considerarsi un territorio d’occidente anch’essi? Di sicuro rappresentano quell’Europa in attesa, in nebuloso stato di “grazia”, dove ancora

tutto scorre lentamente, opposto del desiderio di normalità che si respira nelle vie delle sue città così vitali.

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Un aspirato conformismo in contraddizione coi momenti di vigoroso baccàno nelle celebrazioni di matrimoni e funerali, nei festival della musica tradizionale balcanica che richiamano la nostalgia visionaria di visitatori attratti da ogni dove, come in una caccia al tesoro, per celebrare di suoni e deliri folk. Il folk è cosa d’altri tempi per la nuova generazione stanca del vecchio, mentre invece, curiosamente, rappresenta un “vintage” di grande glamour per il gusto dei coetanei dei vicini paesi occidentali. Le idee, giuste o sbagliate, che si hanno in testa partendo dall’Italia verso la regione dei Balcani cadono o si riconfermano, una ad una, negli ambienti accademici di Sarajevo, negli atelier d’arte e nelle librerie, nei locali notturni e nelle strade dei piccoli centri di montagna, nei monasteri, nelle chiese, nelle moschee e nelle sinagoghe. Riportando tutto a casa nei dialoghi di ogni incontro, nelle relazioni da intrattenere con le persone conosciute “sulla strada”, guardando le foto scattate, commentandole, spiegandole nei mille dettagli catturati, rivedendo i video ed i passaggi migliori da montare, cercando le parole giuste per trasmetterle, si rivivono le impressioni, i sapori, le emozioni di un viaggio indimenticabile. (testo di Raffaella Balbo)




ISOLA di - Kustendorf



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LEGNO BAL KANIKA / Kustendorf




Kustendorf, territorio serbo, ma Sarajevo è incredibilmente vicina. E’ immaginifico. Tutto nella testa di Kusturica. Materializzazione di una cosa immaginata e punto d’arrivo di un percorso artistico articolato e raffinato.

E’ legno e materia grigia.

Passi morbidi su legno stagionato. Il legno sale dal pavimento, si arrampica sulle pareti, arriva fino ai tetti. Spioventi, ripidi, qui la neve è pesante. La distesa di legno si solleva a formare case poi torna ad appiattirsi, trasformandosi in gradini di scale che portano ad altre case legnose. Scenografie di film western, solo la parte frontale sostenuta da puntelli. Qui invece la scenografia è tridimensionale. Dentro ci trovi tavoli, panche, tovaglie, colori di pareti, bicchieri, letti, chiacchiere di persone, cibo, gatti. Inarrestabile passaggio da vita a film, da film a vita, da vita a film. Wow. Il cinema è vita piena. L’ansia di immortalità è celebrata costruendo un villaggio. Il processo di azzeramento implicito nelle attività guerresche è reso nullo da un gesto banale: costruire case.

Il destino di un villaggio fittizio: restare fittizio. Cambio di programma, sapete che vi dico ragazzi? Che qui da oggi si vive. Non si simula, si fa sul serio. Il sudore della fronte di chi ti serve la minestra è reale. Niente cipolla, grazie. Nel tempio ortodosso improvvisamente un folto gruppo di giovani uomini in giacca che, radunati intorno ai loro santi

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intonano dei canti, per poi andarsene da dove sono venuti, senza degnare di uno sguardo il contesto. Un tempio come un altro. Dedicato a San Sava. Auto rossa e panna troppo lunga e piena di oggetti che appartengono a un altro mondo.

Kusturica è il RE Succo di frutta, possibilmente di frutti del posto. Niente Coca Cola. Mele, tante, curiosi snack dell’infanzia.

Tradizione presa tra le mani. Elaborata in un atto curativo. Case solide con tetti coperchio rassicuranti. L’architettura è senso pratico, spazio inventato e reso possibile. Radicalmente romantico. Non più Sarajevo, qui c’è una nuova casa. Persa un’identità se ne fa un’altra. Poeticamente commerciale. Underground si chiama il cinema sotterraneo di Kustendorf. Turisti e scolaresche pagano il biglietto d’ingresso.

Contro il fuori misura, un villaggio piccolo piccolo. Le mappe segnavano montagna, ora c’è una specie di mare. Il mare di Kusturica Ci galleggia sopra un’isola di legno.

Kusturica beve succo di frutta... per due giorni succo di frutta. Mai l’abbiamo visto con una birra in mano e mai lo vedremo bere in questi due giorni di visita presso il villaggio. Questo è uno che quando beve lo fa sul serio, come si può evidentemente leggere, e non tra le righe, guardando 28 mm, film documentario di una tournée dei “No Smoking Orchestra”. Quando si beve si beve, e quando si lavora non si beve. Questa è gente vera. Vera sul palco, vera dietro la pellicola come è nella vita. Niente maschere, niente chirurgia estetica, niente vestiti da prêt-à-porter.

Niente che non sia l’essenziale di una vita complessa nella sua semplicità.

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info

Kustendorf, conosciuto anche come Drven Grad, è un villaggio di case in legno, chiamati anche cottages del tipo Old Vlach, tipiche costruzioni dei villaggi di montagna di Tara e Zlatibor. Emir Kusturica cercava un posto dove girare La vita è un miracolo e arrivò nei pressi di Mokra Gora, al confine tra Bosnia e Serbia. Nella zona agli inizi del Novecento fu costruita una linea ferroviaria, smantellata nel 1974. Tra le montagne Kusturica ha costruito Drven Grad: nato come scenografia ma trasformato in un vero villaggio con casa privata del regista, bar, ristorante, una chiesa ortodossa, un cinema, uno spazio espositivo e persino un festival cinematografico tutto suo. E altri edifici in costruzione, tutti rigorosamente in legno. Drven Grad è a ridosso del confine serbo-bosniaco, sul monte Mecavnik, molto più vicino a Sarajevo che a Belgrado. Il paese più vicino è Mokra Gora. La creazione di Kusturica ha ottenuto nel 2005 il riconoscimento del Philippe Rotthier European Prize for Architecture, poiché ha favorito il recupero dell’architettura tradizionale quale fattore di rilancio dell’economia e del turismo nella regione. Sito ufficiale del villaggio di Kustendorf: www.mecavnik.info Sito ufficiale del festival: www.kustendorf-filmfestival.org (Notizie tratte da La Repubblica e dal sito www.kustu.com.)

BAL KANIKA / Kustendorf

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ZAVET

- Kustendorf

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Al momento del viaggio Kusturica è impegnato nelle riprese del suo ultimo film, Zavet, tra le montagne del Mecavnik, nei pressi di Kustendorf. La pellicola, il cui titolo è traducibile con “La promessa” racconta di un vecchio che, prossimo alla morte, chiede al proprio nipote di esaudire i suoi tre desideri: andare in città per vendere una mucca e un’icona e tornare con una moglie. La vicenda si trasformerà in una sorta di viaggio iniziatico per il ragazzo che prima d’allora non aveva mai lasciato il villaggio. Arrivati a Kustendorf, nonostante la nostra timidezza, riusciamo a farci invitare sul set. Si sta girando la sequenza di una

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sparatoria furibonda. I cecchini con il passamontagna appostati su un furgone sparano a ripetizione. Davanti a loro nessuno sta morendo, i proiettili sono a salve. Forse.

Raffica

Spari trattenuti, spari con timer. Ripetizione, colpi in sequenza. La scena non va, si rispara. Violenza contraffatta. Sposti lo sguardo dai cecchini al bersaglio, che nel frattempo è già morto ventisette volte. Non c’è nessun bersaglio. Processo costruttivo del cinema, fotogramma uno due tre, è la somma che dà il risultato.

BAL KANIKA / Kustendorf

Il vuoto è pieno l’Oriente la pensa così e allora ci credi perché il cervello non può fare altro che completare le immagini monche. La raffica di proiettili è una scena incruenta. Morte progettata, al fotogramma 184 i bersagli cadono morti. La morte non è mai morte totale, alla causa manca l’effetto. Difficile non perdere l’orientamento. Violenza moderata, paura contenuta. E’ meravigliosa l’idea che non potremmo più fare a meno del cinema.

Kusturica

Dentro un furgoncino Kusturica rivede la scena pochi istanti dopo. Imperioso dà indicazioni alla troupe.

Kusturica è una specie di caricatura. E’ una di quelle persone che non ti augureresti di incontrare in una strada poco illuminata. Ma anche di giorno fa paura. Se lo guardi meglio però, ti accorgi che la sua smorfia non è affatto rigida. E’ una di quelle persone che a seconda di come modula l’espressione risulta bella oppure terribilmente brutta. Come Frida Kahlo, che ricordo di aver visto in una serie di foto in cui sembrava una creatura fatta di luce e un attimo dopo la donna barbuta dei peggiori incubi di Lynch. Ha la faccia di cuoio, incisa da segni scavati con il bulino.

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Le persone vere.

Il set ha la peculiarità di essere particolarmente realistico, nel mezzo di un paesaggio tipico, con case vere e alberi veri e persone vere. Forse. In effetti il dubbio ti viene, ti domandi se sia tutto preparato o se la gente che si aggira intorno al set viva davvero lì. Gli uomini di una banda di ottoni, seduti, in attesa, forse pronti a girare una scena. All’ingresso del set le custodie. Un prete ortodosso seduto sotto un albero sembra impartire la benedizione. Altre persone entrano ed escono dalle case di legno, quelle stesse che si vedono anche a Kustendorf.

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Allora ti è chiaro che è assolutamente irrilevante capire dove finisce il set e dove comincia la realtà, tentare di superare il confine sottile tra i due mondi. L’attore.

La sera, dopo le riprese, la troupe si ritrova a Kustendorf per rivedere il girato. Kusturica è vestito come una guardia forestale. Si aggira un po’ ansioso.La vita sul set è raminga. Mangi quando puoi, dormi quando c’è tempo, impari a convivere con la noia della ripetizione delle riprese, stai

in piedi, al freddo, al caldo. Capisci quanto può essere dura quando incontri il protagonista del film – che poi è il protagonista di molti film di Kusturica – che si rifugia a mangiare qualcosa in totale solitudine nell’angolo più in disparte del ristorantino di Kustendorf. Lui è Predrag ‘Miki’ Manojlović, uno degli attori preferiti di Kusturica. Se ne sta lì, uno degli attori più noti della ex Jugoslavia, attore di teatro e figlio d’arte, a mangiare la sua zuppa bosniaca. Cerca solo silenzio e un po’ di privacy. E’ bello che sia venuto a cercarle proprio qui.

E’ bello che il suo rifugio sia anche il nostro.

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il SENSO

dell’OSPITALITA’ - Višegrad

“La Serbia è una terra di gente molto calda, dove l’ospitalità è l’obbligo più caro a chi accoglie qualcuno nella sua casa, dove la cortesia

impone che all’ospite venga offerto più di quanto riesca umanamente a mangiare o bere. E’ così specialmente nelle aree rurali dove il codice dell’ospitalità viene rispettato quasi con rigore. A volte l’entusiasmo eccessivo può risultare opprimente ma, dato che nasce dalle migliori intenzioni, cercate di adattarvi e goderne.” Questo si legge su Serbia a portata di mano, guida turistica recentemente edita dalla casa editrice serba Komshe. E’ tutto vero. Il senso di ospitalità è una costante per tutto il viaggio e non solo in Serbia. Arrivati in un ristorante si ha spesso la sensazione di essere ospiti più che clienti.

Si vive la piacevole illusione che quelle persone fossero lì ad aspettare te, che abbiano cominciato la loro giornata apparecchiando i tavoli e decidendo cosa cucinare solo ed esclusivamente in previsione del tuo arrivo. Come tornare a casa da qualcuno che ti ha aspettato tutto il giorno e ti accoglie dicendoti ‘ fantastico, finalmente sei qui’. Amabili.

Apoteosi dell’ospitalità: il cameriere ti racconta i piatti con dovizia di particolari e rigorosamente in serbo. Totalmente incomprensibile, meraviglioso il modo in cui tentano di farti capire. I tavoli e i bagni sempre puliti, anche nei posti più improbabili, le porzioni per appetiti da navigatori dei sette mari, i sapori compatibili con i gusti mediterranei. Questo accade anche a Višegrad, cittadina sulla strada per Sarajevo, in territorio bosniaco. Višegrad è deprimente. Però le sedie di tutti i dehors di ogni singolo bar sono dotate di cuscini. Cuscini gonfi e grandi, spesso anche sullo schienale, che trasformano le sedie in poltrone imbottite dove sostare per ore.

E infatti la gente sembra accomodata lì da sempre.

Nel supermercato gli espositori per sigarette sovrastano le casse come navicelle spaziali.

C’è sempre posto per il fumo.

La cosa più commovente di Višegrad è stata proprio il ristorante. Il cameriere vagamente emozionato è pieno di attenzioni, quasi esasperante, controllato a vista dal proprietario. Non una forchetta, né l’oliera, né il porta sale fuori posto. Il tovagliolo ripiegato con cura. Non si può rischiare di apparire scortesi. Sembra di essere i primi clienti che consumano un pasto da vent’anni a questa parte. Gli altri tavoli ospitano le birre e le chiacchiere degli habitués. Passano donne con reticelle colme di peperoni. E uomini con altre reticelle colme di altri peperoni.

Višegrad è improvvisa perdita di orientamento. Magnetismo della tristezza? Da Višegrad non si esce. Maledizione a Ivo Andric e al suo ponte sulla Drina.

BAL KANIKA / Višegrad

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drammatica sarajevo

E’ davvero interessante come gli spazi acquisiscano una funzione in relazione alle contingenze. Durante l’assedio di Sarajevo le azioni quotidiane svolte nei luoghi ad esse dedicati – cucinare in cucina, fare lezione nelle scuole, transitare attraverso corridoi e scale – vengono spostate altrove. I ritmi della vita sono regolati dall’alternarsi del giorno e della notte. Quindi ci si alza appena spunta il sole e ci si corica quando cala il buio. Tuttavia può capitare che le azioni stesse subiscano delle modifiche: se mangiare o dormire sono azioni compiute in determinati momenti della giornata, in uno stato d’assedio si dorme e si mangia quando le condizioni esterne lo consentono. Se l’erogazione dell’acqua o dell’energia elettrica che manca da ore o da giorni, viene riavviata nel cuore della notte, allora ci si alza e ci si lava o si cucina. Non si sa quando sarà possibile farlo di nuovo.

Ma l’aspetto più destabilizzante è che agli spazi vengano attribuite nuove funzioni: corridoi e soggiorni diventano il posto dove accumulare legna, le scale sono un luogo di transito ma anche di stazionamento in caso di bombardamento, gli oggetti di uso quotidiano non sono più riposti dentro i pensili o gli armadi, e disposti secondo una logica di utilizzo ma sono lì, a portata di mano.

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I beni preziosi poi – documenti, gioielli, denaro, fotografie – sono raccolti dentro una borsa vicino all’uscita. Alcune case vengono abbandonate perché bombardate o bruciate, altre sono abitate da nuovi inquilini, perché i precedenti sono morti o scomparsi. Si verifica anche il caso in cui alcune persone prendano possesso di più appartamenti all’interno di uno stesso edificio a seconda della risorsa che ciascuno di essi può dare: in uno può esserci corrente elettrica, in un altro l’acqua, un altro ancora può essere un rifugio più sicuro dalle bombe. Le scuole diventano rifugi o abitazioni e i bambini fanno lezione in casa. Per strada si fa tutto, si lava la biancheria, si costruiscono pezzi di ricambio, si cerca cibo, si partorisce, si suona. Pare che anche in stato d’assedio si possa continuare a vivere e a praticare le attività quotidiane. Cambiano solo i tempi e i luoghi. La città cambia aspetto, il dentro diventa fuori e viceversa, le strade sono bagni e cucine, gli edifici corridoi e passaggi protetti. Ricordo la fotografia di una città bosniaca durante l’ultimo conflitto bellico, dove la gente si affacciava dal parapetto di un ponte per controllare il livello delle acque nel fiume sottostante. Nel letto del fiume erano state ancorate alcune turbine costruite in modo artigianale. Energia prodotta dal fiume. Niente di eccezionale in condizioni di guerra. Niente che non si sia già visto durante uno stato d’assedio. Durante una guerra il denaro perde il proprio valore perché solo chi ce l’ha può usarlo per comprare. Torna in gran voga il baratto. Molti generi di conforto o di prima necessità sono la

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BAL KANIKA / Sarajevo

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moneta corrente: una giacca invernale da uomo per 3 chili di aglio, una scatola di antibiotici per due telefonate locali, un litro di latte per un pacchetto di sigarette, due litri d’olio per un paio di Reebok nuove. Qualunque cosa può essere merce di scambio per scaldarsi e sfamarsi: su un manifesto a Sarajevo si poteva leggere “cerco una donna che mi aiuti a sopravvivere all’inverno”. Interior / Corridors and living rooms have been turned into wood-sheds. Hosts and visitors are sitting around the stove, feed it and stare into the fire. Everyone is ready to run into a staircase at the sound of a grenade, or into a basement, if there is one. In the basement everyone has a place, either the one that was fought for, or the one which had to be accepted. This space is ruled by the laws of community. Basements and staircases are special territories. In the beginning of the war, a new social category emerged: owners of staircases. They established office hours. Those who are idle write down the name of each visitor, the ID number, hours of arrival and departure - all very precisely, in a little book (da Sarajevo Survival Guide) La temporalità di Sarajevo / Visitare Sarajevo a più di dieci anni dalla fine dell’assedio significa entrare in una temporalità astratta. E’ stata varcata la soglia della povertà assoluta e dell’isolamento. Tuttavia, nonostante le vie commerciali, le affissioni delle elezioni politiche, i ristoranti nelle strade frequentate dai turisti, sembra permanere una specie di anima nera. Ci sono auto parcheggiate e traffico come in qualunque altra città, il lungofiume con i marciapiedi e le luci. Gli alberghi e le botteghe. Le discoteche e l’aeroporto. L’Accademia di Belle

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Arti con il suo bar accogliente pieno di giovani di belle speranze. Ma c’è qualcosa di non dichiarato, qualcosa che suggerisce che questa città è ancora fragile, che sta ancora lavorando sulle proprie macerie, lentamente, con fatica.

Gli improvvisi squarci dentro la maglia urbana, i vuoti visivi, gli edifici ancora doloranti, ti fanno ripiombare completamente nel passato prossimo della guerra. Se mai te ne fossi dimenticato. Fa paura quel rosso con cui vengono riempiti i buchi nell’asfalto, a ricordare che lì è morto qualcuno. Fa paura toccare i buchi dei proiettili nella lamiera della porta di un garage. Fa paura guardare in faccia chi è più giovane di te e ha superato la catastrofe ma sai che non ne è uscito indenne. Perciò anche tentare di raccontarla significa viaggiare da una dimensione temporale ad un’altra, da un presente a fronte alta ad un passato ancora troppo caldo di spavento. Tu sei lì, ora, e riesci anche a immaginarti quando Sarajevo sarà una città europea a tutti gli effetti. Ma poi un evento stupido ti restituisce la scena che stai vivendo nella sua interezza. Una mattina in albergo manca la corrente per circa un’ora. Niente check out e niente auto, bloccata dalla sbarra del parcheggio. Esci a farti un giro, la corrente non è tornata. Ti accomodi sulle poltrone della piccola hall e stai zitto, verrebbe spontaneo lamentarsi, ma non ti sogneresti mai di farlo.

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Dart game / On the fifth of April, 1992, around Sarajevo, the capital of Bosnia and Herzegovina, wich had about 500.000 inhabitants, around the city in the valley of the river Miljacka surrounded by mountains wich made it the host of 1984 Winter Olympics, in the very center of what was Yugoslavia, appeared: two-hundred-sixty tanks, onehundred-twenty mortars, and innumerable anti-aircraft cannons, sniper rifles and other small arms. All of that was entrenched around the city, facing it. At any moment, from any of these spots, any of these arms can hit any target in the city. And they did hit, indeed - civilian housin, museums, churches, mosques, hospitals, cemeteries, people on the streets. Everything became a target. All exits from the city, all points of entry, were blocked (da Sarajevo Survival Guide) Oggi Sarajevo / Arrivi a Sarajevo di sera e scopri una città straordinariamente tranquilla. Strade percorse in auto, a piedi, al tramonto,alle tre di notte. Mai provata inquietudine o insicurezza. La ricerca di un albergo. Il primo, consigliato dalla guida, è orrendo. Il secondo è un curioso incontro. Su una strada in salita, piccolo, in reception una signorina sorride e ci dice che non c’è posto. Alle sue spalle una mappa dell’assedio di Sarajevo contrasta incredibilmente con la sua giovinezza.

Spesso a Sarajevo si ha questa consapevolezza: che i ventenni e i trentenni hanno vissuto una guerra. Non mi è chiaro perché in particolar modo a Sarajevo piuttosto che a Belgrado o nelle campagne. Forse perché

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a Sarajevo non è difficile conoscere qualcuno che a trent’anni sia senza una gamba. O forse perché nella reception dell’albergo ti accolgono persone che non arrivano ai 35 anni, sali in camera, ci passi la notte per poi scoprire solo la mattina che a 100 metri dalla tua finestra c’è un edificio con un buco nel muro grande quanto una finestra. Allora scendi per la colazione, ripassi davanti alla reception e pensi che quelle persone che ti sorridono e che, sì, effettivamente non arrivano ai 35, c’erano quando quella casa è stata colpita. Forse questo albergo non c’era, ma loro sì, maledizione.

A Sarajevo ci sono buchi ovunque. Buchi di tutte le dimensioni. Quelli piccoli e discreti dei mitragliatori e quelli devastanti delle granate. Buchi ad altezza d’uomo e buchi fino in cima ad edifici di otto piani. La gente si sparava dai balconi, ah buongiorno come va? belli i suoi gerani e via una mitragliata. La strada che conduce all’aeroporto era il luogo preferito dai cecchini per sparare a vista sugli abitanti. Qui c’è anche l’Holiday Inn, quartier generale dei cronisti di guerra. Senza contare gli edifici ridotti a scheletro, che nell’incertezza se crollare su se stessi o restare in piedi, se ne stanno lì come strani organismi inutilizzati e inutilizzabili.

Spostandosi da Belgrado a Sarajevo certe suggestioni di regime sono identiche. Nella capitale bosniaca c’è un vecchio edificio, lo Skenderija che ha esattamente queste caratteristiche. In realtà si tratta di una costruzione del 1984, ma l’aspetto è talmente obsoleto che pare appartenere ad un passato non meglio identificabile. L’effetto che questo genere di architettura sortisce è sempre lo stesso, in qualunque città la si ritrovi. Lo Skenderija è il complesso realizzato in occasione delle Olimpiadi e oggi ospita un centro commerciale. Di fronte, il lungofiume con le case crivellate di colpi che si alternano a meravigliosi palazzi di epoca austroungarica. Lo Skenderija è un edificio assolutamente sproporzionato, perfettamente in regola con le caratteristiche delle architetture di regime, atte a sovrastare l’uomo. Un edificio che solo vent’anni fa doveva ospitare moltitudini di sportivi, oggi è occupato solo parzialmente da attività commerciali. Umiliante. E infatti sembra un capodoglio arenato, fuori posto e fuori tempo massimo. Si ha la sensazione precisa che qualcosa non va, che quell’edificio così fortemente rappresentativo di un’epoca sia come depresso, con infilati qua e là nel suo possente ventre negozi di una tristezza infinita. Sembra il tentativo venuto male di ridare vita a qualcosa che ha fatto il suo tempo. E’ incredibile come queste architetture risultino immediatamente superate, dopo così pochi anni dalla loro costruzione.

Ma Sarajevo è una città mandarino magazine


di persone vive. Accanto ad ogni testimonianza di morte si percepisce più forte la vita che, sdegnosa della sua controparte, dà prova continua di esserci. Così accanto ad edifici svuotati dei loro interni come nel caso della Biblioteca Nazionale o con le facciate rosicchiate come nel caso dell’hotel Europa, un tempo uno dei più prestigiosi di Sarajevo, vedi la bottega di barbiere gestita da due donne corpulente e sorridenti. Gli scheletri metallici delle tende fuori dall’hotel fanno un effetto strano. Impalcature arrugginite di un passato glorioso, balconi da cui si affacciavano turisti benestanti e dove ora crescono erba e piante. Durante l’assedio l’hotel Europa ospitava i rifugiati. In quelle parti dove non era stato divorato dalle fiamme. Sul retro un hotel post bellico.

Sarajevo è una città forte. Al mercato donne e uomini anziani vendono la loro mercanzia, prodotti dell’orto, ma anche accendini, fazzoletti, piccole cose inutili. Dove stanno i mendicanti? Nel quartiere turistico, la Baščaršija, i vecchi seduti per strada a fumare e a bere caffé turco. La moschea e la chiesa ortodossa più antiche della città. La prima vista solo da fuori, dovendosi attenere alla regola

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del Ramadan che impedisce di visitare le moschee in quel periodo. Un elemento che le accomuna: i bei giardini che le accolgono. Come a voler dire che i templi sono dei contenitori dentro i quali professare il proprio credo, ma che il senso di raccoglimento più puro, scevro da dogmatismi, lo si prova nei giardini, dove le rose e l’erba sono solo rose e erba.

Il senso del sacro sta nella natura. All’interno della chiesa ortodossa non c’è nessuno. Intorno alla zona centrale sono disposti delle specie di troni lignei, di un marrone molto scuro. Il quadrilatero è chiuso da una parete completamente ricoperta d’oro e icone sacre. Non abbiamo la minima idea di come ci si muova dentro un tempio ortodosso, forse stiamo profanando una zona sacra. Tuttavia il fatto che non ci sia nessun guardiano, fa pensare che comunque ci si muova va bene. E’ un posto rassicurante. Salendo al piano superiore e affacciandosi dal parapetto si può vedere la parte restrostante la parete delle icone, allestita come una sorta di sacrestia delle chiese cattoliche. La visita circoscritta e circospetta della moschea ha permesso di entrare comunque nella dimensione di una fede professata con passione. All’ingresso c’è una grande terrazza, dove tappeti e scarpe sono tracce fresche del recente passaggio di fedeli. Questo posto è praticamente deserto, una sbirciata dentro consente di vedere una distesa di tappeti e nient’altro, eppure sembra di sentire un’unica invocazione al proprio dio.

Ogni angolo della zona dove sono concentrate molte delle moschee di Sarajevo è una superficie di rimbalzo per le preghiere. Una voce unica che si propaga come attraverso una potente emittente radio. Come se la potenza della fede uscisse dalle mura dell’edificio sacro. Fuori dalla moschea di viale Jenner a Milano può capitare di vedere una distesa interminabile di persone in preghiera, sui marciapiedi quasi fino in mezzo alla strada, tra un’auto e l’altra, su tappeti sdruciti o direttamente sull’asfalto, bambini e vecchi e molti giovani uomini, i protagonisti più frequenti delle migrazioni. L’effetto sorprendente è vedere questa moltitudine pregare all’aria aperta per motivi pratici. I fedeli sono troppi, tutti non ci stanno e allora capisci che la moschea è solo un edificio, un contenitore vuoto che viene riempito di invocazioni ed evocazioni. A Sarajevo convivono musulmani, ebrei, ortodossi e cattolici. In BosniaErzegovina il 41% della popolazione professa il credo musulmano, il 31% sono ortodossi, il 15% cattolico, il 4% protestante e il 10% appartiene ad altre religioni. Il cimitero allo stadio / Queste lapidi sono perfette, sembrano tanti denti bianchissimi, stalagmiti forgiate dall’uomo. Si ergono dal suolo come aculei, puntute e rigide. Dolorose. Due su

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ogni tomba, testata e pediera di un letto, la morbida collinetta erbosa contiene la bara. Tanti letti in file serrate. Serratissime. Tutte uguali, molte non hanno né un nome né una data.

Sì, perché a Sarajevo non c’era più posto per sotterrare tutti quei morti, 10.000 persone, tra il 1992 e il 1995. Così si è utilizzato il terreno intorno allo stadio di Koševo. Qui c’erano già altre lapidi. Quelle più recenti si distinguono perché sono più candide ma soprattutto perché sono fortemente addossate. Lo spazio per accogliere i morti è stato letteralmente strappato alla città dei vivi. Incontri a Sarajevo / Tram sgangherati e scrostati e arrugginiti con musi a cartone animato, gatto giallo.

A Belgrado tram e autobus vengono dal Giappone, dalla Svizzera, dall’Italia, dall’Austria, benefattori di mezzi pubblici. Discoteca sotterranea con la gente ammassata. Caldo, sudore, seni, drinks, giovani uomini con capelli corti corti. A Parigi la stessa identica scena l’ho vista in un disegno di Joe Sacco, reporter fumettista che ha raccontato con i suoi disegni la guerra in Bosnia. Signore con il rossetto prendono il tè per

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strada, tavolino, tazzine, tappeto. Taxista sudato, gentile, premuroso vi porto dove volete e vi racconto un pò di storie di famiglia. Venti chilometri fuori Sarajevo, a velocità gradualmente folle. Finiti in una strada sconosciuta, sterrata. Anche il mostro di Milwaukee si è perso o forse finge e ci ucciderà e ci mangerà? Approdati in un hotel con festa per quattordicenni. Non si può entrare e noi non vogliamo entrare. Ma Milwaukee sembra volerci lasciare lì a tutti i costi. Per fortuna un santo buttafuori lo convince con la sua minacciosa corpulenza.

Pecore scuoiate appese in vetrina, testa compresa. Ristorante in collina / Park Prinčeva. Grande, con musicisti festanti. Pochi clienti, la musica è forte, i piatti come sempre abbondanti. L’edificio della Biblioteca emerge dal buio come una scenografia.

Sarajevo è una città luminosa, incendiata da milioni di luci. E’ movimentata dalle colline. Ancora una volta penso che sia una grande fortuna per una città avere un posto da cui innalzare lo sguardo e sentirsi dei privilegiati. Anche solo per il tempo di una cena. Il tunnel / Lungo la strada per l’aeroporto, nel sobborgo di Butmir, un tunnel scavato nel garage di un’abitazione era una via di fuga verso zone più sicure.

Pare ne abbiano fatto un museo. Siamo arrivati mentre il proprietario-guardiano stava chiudendo. E’ stato indisponente e piuttosto antipatico. Raggiungere quel posto è una prova di resistenza fisica e soprattutto mentale. La zona è già campagna, il terreno sconnesso, le indicazioni sono inesistenti, le informazioni dei passanti sono fuorvianti. Ma forse la vera esperienza sta proprio nell’arrivarci.

La campagna ha sempre qualcosa di diabolicamente romantico, per cui non ti immagini che la gente possa morirci se non per cause naturali. Invece a Butmir i segni dell’assedio sono nitidi e dolorosi. Sono i buchi nell’intonaco delle casette basse, il cartello che racconta cosa si faceva nel tunnel, la reazione brusca del guardiano alla parola “Belgrado”. Probabile distanza / Sarajevo - Novi Sad 283 km di distanza fittizia. Probabile ma non effettiva. Distanza reale = camion + curve + lavori in corso + fame + nonpossiamononvederequestoposto. Il tempo necessario prevede tappe intermedie per smaltire piombo. Né autostrade né autogrill. Lungo la strada signora bionda di restoran Lovac mostra le sue grazie ai viaggiatori.

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Le sue grazie consistono in buon cibo e buona birra serviti nella sua piccola oasi personale. Generosità di piatti, la signora riserva identica cura a piante menù e sopracciglia. Alberi di ombra generosa, gerani balcone di casa, casa bianca di montagna – campagna, pseudo palme. Un campo di granoturco dorme al nostro fianco mentre mangiamo. Sorriso trattenuto da tanta e tale timidezza gentile. Grazia e fortuna, omaggi per proseguire il viaggio.

INFO / Per la redazione dei brani sono state determinanti le suggestioni della Sarajevo Survival Guide. Si tratta di una pubblicazione realizzata a Sarajevo tra l’aprile del 1992 e l’aprile del 1993, una vera e propria guida ad una città in cui il quotidiano si trova a dover far fronte a ritmi, azioni e necessità imposti dallo stato d’assedio. Un progetto concepito da Fama, produttore indipendente che, proprio durante l’assedio ha portato avanti diversi progetti artistici, editoriali e multimediali.

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TEMPLI - Fruskagora

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Fruskagorapark, letto naturale per il sonno dei monasteri. Trincee di ortodossia ai margini dell’universo turco. Popolazione 65% baluardo di ortodossia. Novo Hopovo è festa. Monastero abitato per l’occasione da credenti spasimanti.

Pane e acqua, birra e fumo, la fede ha molti modi di attraversare la materia. Palloni luna park, televisioni, canti stereodiffusi, San Nicola e compagni di avventure per tutti coloro che accorreranno gioiosi. L’attesa all’ingresso è già immersione nel silenzio subacqueo. In fila per due le donne a capo coperto, nuove strepitose speranze di richieste ascoltate. Indistinguibili età femminee sfilano velate di nero. I sacerdoti barbuti sono attori travestiti da pastori delle anime. I giovani uomini vestiti a festa in panciotto. Decorazione pensile di grandi lampadari e teorie-liturgie di santi. I lampadari sospesi a pochi metri dal pavimento visione ravvicinata di oro argento e mirra. Faccine sacramente dipinte, oro di gran voga per richiamare l’attenzione di Dio. Oreficeria di proporzioni esorbitanti, navicella spaziale sospesa a un filo. Gigantesche corone fiammanti a squarcio della penombra. La pratica del fumetto negli affreschi murari in Occidente ha perso vigore nel ‘400. Qui è già Oriente, la bidimensionalità è connaturata. Presenza ossessiva di immagini, dolore da horror vacui lenito da affastellamento di ali e dischi dorati. Santi e madonne collocati in scenette ambientate in interni o esterni, o incorniciate come ritratti di famiglia. Evidente contrasto visivo tra religione ortodossa e islam, tra religioni iconiche e aniconiche, esplicitato da vividi racconti per immagini. Come dichiarare a gran voce una certa vocazione alla venerazione.

Vendesi icone all’ingresso. Krušedol è silenzio apparente. Disturba la mia presenza? Passi leggeri, commenti sottovoce. Sull’erba fuori ci si può addormentare. La gallina ha saltato il

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cancello, la sua voce sgraziata è surreale isolata dal pollaio. Una certa disperazione finché non trova il buco nel muro che le restituisce il suo personale concetto di mondo. Sugli strascichi di tanta tensione le palpebre si abbassano. Dormire all’aria aperta polmoni riempiti nervi distesi pelle con brividi lievi. Il risveglio in un parcheggio di corriere impazzite di turisti. Di auto ripiene di giovani uomini e donne lucidati per il matrimonio, sorrisi di bocche già predisposte per il banchetto.

I monasteri di Novo Hopovo e Krušedol sono tra i sedici sopravvissuti monasteri ortodossi. Erano 35, costruiti tra XV e XVIII secolo nella regione di Fruška Gora (a sud di Novi Sad, in Serbia), come roccaforti della religione ortodossa nei confronti delle invasioni dei Turchi. Il monastero di Novo Hopovo fu costruito nel 1576, sul luogo di un precedente monastero. Il nuovo ed ampio edificio sacro divenne un centro di studio e copia di libri. Danneggiato più volte nel corso dei secoli, fu completamente restaurato dopo la seconda guerra mondiale. Gli interni furono affrescati in due riprese: la navata e l’altare nel 1608, il nartece nel 1654. In entrambi i casi gli autori erano di origine greca, probabilmente del monte Athos. Gli altri muri, con poche finestre, permisero loro di dimostrare le proprie capacità nel vasto numero di cicli e composizioni maestose. Krušedol fu costruito nel 1509-15 dal metropolita (vescovo che ha supremazia sopra altri vescovi) belgradese Maksim Branković e dalla madre Angelina, quale mausoleo di famiglia. Agli inizi del 1700 fu danneggiato dai turchi e successivamente restaurato. Fu saccheggiato dagli ustaše (nazisti croati) che lo usarono come prigione e camera di tortura. Sulle mura esterne è dipinto il Giudizio Universale (1654) con il paradiso sulla sinistra e l’inferno a destra. All’interno, gli affreschi originali del sec.XVI sono sopravvissuti solo sulle colonne sotto la cupola e in alcuni frammenti che affiorano sotto le pitture successive. Per i nuovi dipinti, iniziati col nartece intorno al 1750, il ruteno Jov Vasilijevič con i suoi assistenti utilizzarono una moderna tecnica ad olio. Di particolare interesse la galleria dei sovrani medievali serbi. Questo notevole monastero rappresenta il luogo dell’eterno riposo di molti prominenti personaggi serbi. (fonte: Vladimir Dulović, Serbia a portata di mano / guida turistica, Beograd, Komshe, 2005).

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INFO / San Nicola di Bari. Il Santo oggi è patrono, oltre che di marinai, pescatori e naviganti, di bambini, ragazzi, scolari, farmacisti, profumieri, bottai, nonché delle vittime di errori giudiziari e degli avvocati. E’ protettore di mercanti e commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari. A Bari il culto oggi è molto sentito, e l’8 maggio si festeggia il Santo con una lunga cerimonia che ripercorre l’evento della traslazione delle sue ossa nella città trascinando una caravella sul lungomare. Il culto di San Nicola fu portato a New York dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam) sotto il nome di Santa Klaaus. Viene festeggiato il 6 dicembre. (fonte: Wikipedia)

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L’elogio della lentezza sul Danubio Lasciare una città navigando il fiume che l’attraversa è un’esperienza commovente. Così ci si può ritrovare a salutare Belgrado dall’acqua. A vivere il Danubio e i suoi dintorni dal pomeriggio fino a sera. Soffermandosi sulla sua passeggiata, assediati da venditori di zucchero filato e giganteschi razzi gonfiabili da luna park, “venghino signori venghino”, seduti a guardare le giovani coppie, le giovani famiglie, le giovani donne. Sì, perché si ha la sensazione di assistere alla sfilata di una società costituita in maniera preponderante da giovani. Sono molti quelli che arrivano dalle campagne per trovare lavoro qui. Qui si sposano, qui fanno figli. Può anche accadere di cercare per un’ora il molo d’attracco dell’imbarcazione che fa servizio turistico e dovervi rinunciare perché i posti (pochi, l’imbarcazione è piccola) sono tutti occupati. Per poi scoprire che una possibilità c’è, basta accucciarsi sul tetto della barca come cani di mare, e godersi lo spettacolo da una posizione privilegiata.

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Se su una sponda del fiume c’è lo struscio della domenica, sull’altra c’è lo spettacolo della sopravvivenza, sempre attuale, sempre praticato ad ogni latitudine. Basta voltarsi a destra per non vedere più i locali goderecci sulle piattaforme galleggianti, ma imbarcazioni che sembrano mezzi blindati, barche mezzo affondate, persone scalze che pescano come nei mari caraibici.

Il fiume è lento, quasi fermo. Tanto che si può

addirittura pensare di giocarci a pallone, come sulla terraferma. Una piattaforma galleggiante e coperta, illuminata a giorno mentre fuori fa buio, sul campo verde, i giocatori corrono. Forse a Belgrado amano fare sport in luoghi inconsueti. Se sul Danubio giocano a pallone, nel fossato della fortezza di Kalemegdan giocano a tennis o a basket. La terra rossa con i suoi segni bianchi.

Su questo fiume si vive.

Belgrado è una città di confluenze: il Danubio qui accoglie la Sava e arricchito delle sue acque riprende il suo cammino poderoso, che dalla Foresta Nera in Germania lo porta fino al Mar Nero. In certi punti ha un grande respiro, pare un’autostrada a otto corsie. Sotto coperta la guida turistica racconta quello che si vede, certo è il suo lavoro, è compreso nel prezzo del biglietto, ma per fortuna alla nostra postazione arriva solo una voce lontana, basta guardarsi intorno senza spiegazioni aggiuntive. Il fiume è lento. Sui fiumi viaggiano genti, merci, idee. Pare che sul fiume Volga, in Russia, viaggino addirittura barche trasformate in chiese galleggianti. Si tratta di un progetto di evangelizzazione attraverso il quale la grande Chiesa ortodossa riconquista i suoi fedeli accogliendoli su imbarcazioni una volta destinate al trasporto di carri armati.

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BAL KANIKA / Belgrado

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SPLENDIDO TEATRO Ogni cosa al Metropole Hotel è teatro puro.

E’ teatro la reception, con il personale demodé e anche un po’ delabré. Sono teatro le camere congelate in una posa poco accogliente, più simili ad un set fotografico che a contesti dove si immagina di poter dormire. Sono teatro i bagni piastrellati di verde bile in cui l’unica cosa che testimonia una qualche traccia di cura sono le saponette sulla mensolina del lavabo. Sono teatro anche gli spazi comuni completamente deserti, fuori misura. Le poltrone della zona bar in pelle nera con i bassi e larghi tavolini centrali sono scenografia. Il pezzo forte della zona bar è la lampada sospesa sopra il bancone: una sorta di cortina composta da centinaia di canne di vetro che la rendono simile ad una creatura acquatica. Per non parlare degli specchi e della loro presenza esasperante. Quasi commovente vedere questi specchi riflettere l’assenza totale di persone.

Al Metropole si ha la sensazione di essere gli ultimi clienti. Signori, dopo di voi cala il sipario.

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Tutta la grandeur del regime che ancora pervade questo luogo è riassunta in queste fotografie: POSETE METROPOLU. Le personalità che sono transitate dal Metropole dal 1957 in poi, sono tutte immortalate qui. Stelle del cinema, grandi musicisti, politici, industriali. I nomi rigorosamente declinati in serbo. Spicca l’immagine di Tito, che stringe mani famose. Il più popolare resta sempre lui. Così popolare da rasentare lo status di divinità. Quando ormai Tito era morto da un pezzo, un regista serbo ha vestito e truccato un attore a sua immagine e somiglianza, poi lo ha mandato in mezzo alla gente. Le persone, pur essendo perfettamente consapevoli che si trattava di una “copia” si avvicinavano al Tito redivivo per sussurrargli all’orecchio quanto fossero felici di rivederlo. Potente.

Belgrado ha le sue icone di regime. Uno è il Metropole appunto.

Sul lungofiume l’hotel Jugoslavija, uno dei superstiti del patrimonio del demanio, che insieme a molti altri aspetta pazientemente la sua dismissione e una nuova destinazione d’uso. Abbandonato da qualche tempo, ha mantenuto l’aspetto originale ed è una specie di Corviale, immobile e deserto. Statalismo decaduto. Giganti ammutoliti. Depositi di memorie, chi spiava e chi era spiato. Charme disperato.

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Sparizioni A Belgrado Dragan gestisce un piccolo grazioso locale un po’ mitteleuropa. Ci racconta delle sue origini kosovare, di come la pensa riguardo l’isolamento del Kosovo da parte della NATO che sembra aver occupato la regione impedendone l’accesso ai turisti e comunque al resto del mondo. O meglio, in Kosovo ci si può andare, a proprio rischio e pericolo. Dragan sostiene che, trovandosi il Kosovo in una posizione strategica tra Europa e Medio Oriente, rappresenti un punto nevralgico e caldo per gli interessi politici delle grandi potenze (soprattutto gli USA). Quasi un tentativo di renderlo invisibile, di trafugarlo dalle carte geografiche per consegnarlo in sordina al tavolo del Risiko (tali considerazioni risalgono ad un’epoca antecedende la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, n.d.r.). Dragan racconta della grande migrazione dalle campagne verso le città che interessa Belgrado. I processi migratori sono in effetti una grande realtà se, come sostiene anche le Courrier des Balkans, è previsto che un villaggio su quattro in Serbia sparirà nel giro dei prossimi 15 anni. 2000 villaggi e 40.000 case sono già completamente abbandonati, in altri 200 la natalità è in forte calo. Nei villaggi vivono circa 260.000 uomini sulla cinquantina senza famiglia. In Vojvodina, una delle regioni rurali più importanti della Serbia, di cui è provincia autonoma, è stato fatto un tentativo di far rivivere le

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aree abbandonate, acquistando le proprietà in disuso per rivenderle per cifre dai 2000 ai 10.000 euro. Dalle parole di Dragan pare che Belgrado cominci a sentire la pressione di questa migrazione. Evidentemente i più giovani migrano in città e danno origine a nuovi nuclei famigliari. Nella capitale serba basta fermarsi sulla passeggiata del lungofiume o in una delle vie commerciali per vedere famiglie molto molto giovani, con figli piccoli. Dragan è bello. Nevrile e con occhi caldi. Forse anche lui avrà presto dei figli. Se Sarajevo è una città di mura sforacchiate, Belgrado è disseminata di palazzi svuotati, affondati, barcollanti. Distruzioni operate in modo chirurgico, asportando solo la parte malata. Obiettivi strategici per i bombardamenti della NATO, scrigni militari, economici, politici. Restano lì aggrappati al nulla. Non sembrano moltissimi. Quel tanto che basta a ricordarti che sì, ti trovi in una città occidentale, consumista e pulsante di vita; ma che qui la guerra è appena finita.

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ottoni STORie Gli ottoni, soprattutto le trombe, sono una presenza costante. Questa musica “balcanica”, in realtà qui è poco amata. Un po’ come da noi parlare di musica da balera, roba da aficionados. Musica da zingari. E gli zingari sono zingari anche qui. Peccato, perché sentendoli suonare si ha la precisa sensazione che le trombe siano uno strumento perfetto. Vengono suonate ai matrimoni, ai funerali. Quando nasce un bambino. Suonano per l’inizio e per la fine, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, nella buona e nella cattiva sorte. Le trombe parlano, intavolano veri e propri discorsi, chiacchiere serrate e vorticose. Da queste parti assistere ad un matrimonio è un’esperienza commovente. Si ha la sensazione che gli uomini più delle donne siano i veri protagonisti. Perché è agli uomini che le trombe parlano, gli uomini si sciolgono in lacrime, si abbracciano con passione virile, mentre la sposa se ne sta in disparte. Riscopri l’anima contrattuale del matrimonio. La sposa è la merce preziosa, gli uomini commercianti di pelli e tappeti infilano banconote nelle bocche insistenti e invadenti delle trombe. Romanticismo a parte, è un accordo tra parti dove ognuno mette qualcosa. La sposa è consegnata dal padre nelle mani del marito. I matrimoni sono musica furibonda, vestiti da sposa porno kitsch, ottoni lustri, suoceri paganti e mariti piangenti. E’ uno spettacolo di musicanti in panciotto e strumenti ammaccati e luccicanti, spose in un bianco irreale, corsetti e guanti di raso.

I matrimoni sono farse, spettacoli allestiti per un pubblico. Il giorno dopo gli sposi fanno colazione ad un buffet troppo ricco. Bevono solo un caffè, occidentale, non turco, seduti ad un tavolo vicino alla vetrata. Intuisci che parlano di cose concrete, qualche tenerezza casuale. Sembrano conoscersi da molto. Forse sono cresciuti insieme. Lo spettacolo è finito. Oggi hanno le fedi al dito.

BAL KANIKA / Belgrado

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scegliete la musica vera! consegnate le vostre armi! Un mitragliatore/tromba racchiude in un’immagine lo spirito, il vissuto e le tradizioni di un popolo. Audaci cavalieri di una vita difficile, a volte di stenti, piena di ostacoli e di peripezie, che viene affrontata con coraggio e a testa alta, imbracciando un fucile o una tromba, a seconda dell’occorrenza. Il cartello però è un richiamo alla pace. Un invito a consegnare le armi – che sono rimaste in casa dopo la guerra – e ad imbracciare le trombe.

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di Alessandro Gori

La REPUBBLICA delle TROMBE GUČA (Serbia) – «Chi non comprende Guča non può riuscire ad apprezzare la Serbia», commentava nel 2006 il Primo Ministro Vojislav Koštunica aprendo, in diretta televisiva, il festival di Guča. Si tratta del Sabor Trubača, la più grande manifestazione di ottoni del mondo che ormai da 47 anni si organizza in un paesotto di 4mila abitanti a circa 150 km da Belgrado tra le meravigliose colline della Šumadija, il cuore boscoso del paese. In un lungo fine settimana di agosto, Guča viene invasa da 300-400mila persone, in maggioranza serbi ma con la presenza sempre più nutrita di stranieri, che la trasformano in un concentrato di tutti gli elementi che compongono l’immaginario dei Balcani.

Nella “Woodstock balcanica”, come la definisce qualcuno, si tengono i concorsi per le orchestre ed i gruppi folcloristici. Ma il vero spettacolo lo offre la gente che di giorno e di notte si riversa nelle strade ballando e cantando fino all’alba.

Si trangugiano fiumi di šljivovica (la famosa grappa di prugne locale) ed ettolitri di birra, si arrostiscono allo spiedo maiali ed agnelli interi (pečenje) che ad ogni angolo girano vorticosamente sulle braci e si prepara il prelibato svadbarski kupus (cavolo cotto per ore insieme alla carne in enormi pentole di terracotta, piatto tipico dei matrimoni, svadbe). I commensali consumano queste prelibatezze sotto immensi tendoni ai ritmi indiavolati delle orchestre serbe e dei gruppi di gitani che suonano tra i tavoli, alimentati dai soldi della gente che inserisce le banconote proprio dentro agli ottoni o le appiccica sulla fronte dei musicanti. Gli ottoni nella storia serba / Nikola Nika Stojić, scultore, insegnante di letteratura a Guča e uno dei fondatori del festival, ricorda gli inizi: «Nel 1961 per il primo Sabor c’erano solo quattro orchestre. Oggi si interessano al concorso più di 100 complessi che devono passare attraverso quattro qualificazioni

BAL KANIKA / La Repubblica delle trombe

nelle regioni storiche della tromba. A Guča arrivano solo i migliori venti che si disputano i premi più prestigiosi». Poi, sicuramente la Prva Truba (Prima Tromba), la Najbolji Orkestar (Migliore Orchestra) e la Zlatna Truba (Tromba d’Oro), saranno invitati a suonare dappertutto, anche all’estero. In Serbia, che negli ultimi due secoli ha dovuto affrontare varie guerre contro differenti invasori, anche le orchestre di ottoni hanno origine militare. Qui storicamente l’esercito era formato da contadini e, dunque, strettamente legato al popolo.

Alla fine del XIX secolo i soldati smobilitati portarono gli ottoni nelle bande dei loro villaggi e cominciarono a suonare con la gente.

Guča rappresenta tuttavia solo il momento più alto del connubio tra i serbi e la tromba in un misto di allegria e di tristezza. Stojić spiega: «Da noi le orchestre di ottoni suonano per la nascita dei bambini, per il loro battesimo, quando i ragazzi vanno a fare il militare, quando ritornano, quando si sposano, per l’inaugurazione della nuova casa, quando ci sono le feste popolari in cui si balla e canta, ma si suona anche nei

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funerali, accompagnando il morto nel suo ultimo viaggio. In questo modo la tromba è divenuta parte integrante della vita dei serbi». Gvozden Rosić, 42 anni, è un contadino di Rti, villaggio a 5 km da Guča. Come le altre, anche l’orchestra di Gvozden, “Tromba d’Oro” 2001, viene chiamata nei momenti importanti della vita della gente della sua regione. Troviamo Gvozden in un impressionante funerale, come viene ancora celebrato solo in alcune parti della provincia serba. Dopo la preghiera del pope Gvozden e la sua orchestra entrano in scena, stavolta suonando musica funebre. Il trattore traina un carretto con sopra il feretro sulla mulattiera che dalla casa del defunto si inerpica verso il cimitero del villaggio. Davanti alla processione ci sono la croce, dei dolci e l’onnipresente šljivovica. Subito dietro Gvozden e i suoi compagni. Al termine della cerimonia funebre tutti i partecipanti mangiano e bevono. Sulla tomba del defunto. La Serbia di oggi / La Serbia sta faticosamente cercando di uscire delle tragedie degli anni ’90: nazionalismi, guerre, i lunghi

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anni dell’embargo internazionale, iperinflazione, migliaia di profughi, emigrazione massiccia di giovani laureati, l’omicidio del Primo Ministro Zoran Đinđić nel 2003, il problema del Kosovo. La crisi economica e sociale si fa sentire sia nelle campagne che a Belgrado, dove i segni dei bombardamenti “umanitari” della NATO del 1999 sono più evidenti. In questi anni i mezzi di comunicazioni occidentali hanno affibbiato ai serbi un’immagine estremamente negativa che ancora persiste. Il regista Stefano Missio ha subìto il fascino di queste tradizioni ed ha cercato di presentarne un’immagine diversa nel documentario Trubačka Republika (La Repubblica delle Trombe, 2005). «Abbiamo girato per tre anni in Serbia, sia durante il festival che nella vita quotidiana», racconta Missio. «Ci interessava capire l’anima di questo popolo attraverso le orchestre di ottoni. Con il perdurante ostracismo nei confronti dei serbi, la musica e le tradizioni popolari costituiscono una valvola di sfogo ed al tempo stesso uno dei pochi contatti con l’esterno». Paradossalmente, se per i serbi è ancora molto difficile ottenere un visto per viaggiare in Occidente, la loro musica tradizionale mandarino magazine


modo, Bregović prende una composizione, aggiunge qualche elemento, a volte le parole, e si va avanti». Infatti Bregović possiede i diritti di queste composizioni, soprattutto Kalašnjikov e Mesečina, le melodie di Underground sicuramente le più popolari oggi a Guča. Secondo Slobodan Salijević, dell’omonima orchestra anch’essa tra le più premiate del Sabor, Bregović dopo averli ascoltati a Guča arrivò fino alla casa dei Salijevići nel villaggio di Prekodolac per chiedere loro aiuto. Sarebbero stati proprio Slobodan e il suo defunto padre Osman a comporre musica e testo di Kalašnjikov e le melodie di Mesečina, le cui parole furono successivamente aggiunte da Bregović. «E alla fine lui va in giro per il mondo a dare concerti e noi, i Salijevići, non siamo neanche citati», si lamenta Slobodan. Nell’ex Jugoslavia Guča rappresentava un piccolo festival in cui i serbi potevano cantare alcuni dei propri temi tradizionali senza essere considerati nazionalisti, ma negli ultimi 10-15 anni l’importanza di questo tipo di musica nell’immaginario collettivo serbo è aumentata a dismisura.

Se prima delle guerre degli anni ’90 la cultura urbana belgradese arricciava il naso di fronte a questa musica popolare, successivamente Kalašnjikov e Mesečina sono prepotentemente penetrate nell’identità culturale di una parte della società locale. attraversa invece le frontiere. Queste melodie sono divenute famose in tutto il mondo grazie soprattutto alle magiche atmosfere ricreate dai film di Emir Kusturica accompagnati dalle colonne sonore di Goran Bregović. Underground, la sua opera più famosa premiata con la “Palma d’Oro” a Cannes nel 1995, si apre proprio con un’orchestra ingaggiata per un’allegra celebrazione di due amici nelle strade di Belgrado all’alba del 6 aprile 1941, poco prima del tragico bombardamento nazista sulla capitale serba. La polemica figura di Goran Bregović / Quelle stesse atmosfere nella loro versione più genuina e verace si rivivono proprio a Guča, dove Bregović si è per cosí dire “ispirato” per le musiche che da allora porta nei concerti ai quattro angoli del mondo. Ma è sul serio Bregović l’autore di quelle composizioni? «Se in calce c’è la sua firma, allora vorrà dire che l’autore è lui…» risponde scherzando Dimitrije Golemović, professore all’Accademia di Belgrado e già Presidente della Giuria di Guča. «Nell’arte popolare non esiste un solo autore: molti individui apportano qualcosa e così il prodotto artistico vive. Allo stesso

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Una delle ragioni è sicuramente da ricercarsi nell’isolamento fisico, economico e culturale della Serbia durante i lunghi anni dell’embargo internazionale e successivo. Un passo importante in questa sublimazione avvenne durante le imponenti proteste popolari contro Milošević nell’inverno 1996/97, in cui queste canzoni costituivano la colonna sonora non ufficiale delle manifestazioni. Grazie a questo processo, nonostante i due temi siano di origine gitana, oggi a Guča i serbi le ballano e cantano come patrimonio della propria nazione. Allo stesso tempo però, sono in molti a criticare i film di Kusturica che presentano all’estero un’immagine della Serbia come «un paese di zingari». Stranieri e gitani / In questi ultimi anni si è registrata una crescente importanza di Guča attestata anche dalla trasmissione in diretta nazionale del festival da parte della Televisione Nazionale Serba (RTS). Si continuano a notare magliette e gadget nazionalisti sempre di moda, ma si avverte anche un’apertura verso gli stranieri che arrivano sempre più numerosi. Inoltre, molti mezzi di comunicazione stranieri accompagnano ormai il Sabor. Continua Nika Stojić: «in questo modo la nostra

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piccola regione chiamata Dragačevo diventa per alcuni giorni la “Repubblica delle Trombe”. In quel periodo solo si parla di ottoni, si vive per la tromba e tutte le case sono piene di ospiti: il Sabor è ormai basilare per il turismo dei nostri villaggi. Tutti hanno un’orchestra favorita per la quale tifano ed è facile accorgersene allo stadio. Poi la festa dura tutta la notte, si beve un po’, si mangia, ognuno per la propria anima e secondo le possibilità». Sempre più presenti i visitatori stranieri, specialmente sloveni, italiani, francesi. Arrivano anche orchestre ospiti da altri paesi, tra le quali la Zlatne Usne, un’orchestra di ottoni balcanici proveniente da… New York. Uno dei suoi componenti, Emerson Hawley, racconta la sua felicità per essere di nuovo a Guča: «Eravamo venuti nel 1988, 1989 e 1990, prima della guerra, e siamo ritornati dopo tanti anni. Sentiamo come nostro qualsiasi posto in cui si suonino gli ottoni». Se la Zlatne Usne (“Labbra d’oro” in serbo) ha suonato nello stadio locale segnalandosi per l’interpretazione di tradizionali temi balcanici, secondo Hawley «la parte più emozionante è suonare tra i tavoli con la gente che ti paga, come è tradizione da queste parti. Non abbiamo bisogno di soldi, ma in questo modo si può veramente apprezzare il modo speciale in cui i serbi vivono quest’avvenimento». Nel 2006 le orchestre ospiti arrivavano da Francia, Macedonia, Germania, Polonia ed Israele e hanno suonato il venerdì sera, subito dopo l’entusiasmante esibizione di Boban Marković, probabilmente il trombettista balcanico oggi più conosciuto. Nel 1984, ancora molto giovane, Boban si presentò per la prima volta a Guča suonando nell’orchestra dei Salijevići, con i quali successivamente partecipò nell’Underground di Kusturica. Ben presto formò un gruppo proprio con il quale ha vinto in varie occasioni i premi più prestigiosi di Guča. Già dal 2002 decise di non prendere parte al concorso ed ora vi suona solo come ospite. Dallo stesso anno il solista e vera attrazione dell’orchestra è suo figlio Marko, oggi 19enne. Nel 2006 Boban ha ricevuto il titolo di “Ambasciatore Ufficiale di Guča nel Mondo”. Fin dalle prime edizioni di Guča, Radovan Babić, Raka Kostić e Bakija Bakić furono i tre trombettisti che promossero gli stili delle storiche regioni della tromba che esistono ancora oggi: zlatiborsko-dragačevski (di Zlatibor e Dragačevo, Serbia CentroOccidentale), vlaški (Serbia Orientale) e vranjski (di Vranje, Meridionale). Marković è di Vladičin Han, un villaggio vicino a Vranje nell’estremo Sud della Serbia, una zona in cui tutte le orchestre sono composte da gitani, al contrario delle altre

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due regioni, in cui i musicisti sono serbi. A Guča convivono dunque sia le orchestre serbe, più legate alla tradizione, sia quelle gitane, più sensibili alle influenze sudorientali e turche; il festival è uno dei pochi momenti in cui i rom sono apprezzati e non discriminati. Com’è facile immaginare, la maggior parte dei musicanti non sa leggere le note musicali e suona ad orecchio. Il momento più emozionante di Guča arriva il sabato con il fantasmagorico concerto di mezzanotte in cui 14 gruppi si esibiscono per tre ore e mezza. Poi, sempre nel campo sportivo del villaggio, la domenica pomeriggio si svolge il concorso con le migliori 20 orchestre del paese. Nel 2006 i premiati sono stati Veljko Ostojić di Zlakuse come “Prima Tromba”, “Miglior Orchestra” quella di Demiran Ćerimović di Vranje e “Tromba d’Oro” (la più popolare) è stato Dragan Ignjić di Užice. «È incredibile: dopo aver ascoltato la tromba qui la prima volta uno vuole tornarci ogni anno!», racconta Radomir Planinčić Lale, di vicino Belgrado, che viene ininterrottamente a Guča dal 1985. «L’aspetto che più mi affascina è l’enorme massa di persone che partecipa a questa manifestazione. Si tratta di un posto molto piccolo, ma è carino e pulito. Tutti ballano, cantano, mangiano e bevono ma gli incidenti sono rari. Anni fa i giovani erano pochi, ma ora non si riesce a camminare da tanta gente che ci viene: è bello, poiché significa che i ragazzi ritornano alle origini e alla tradizione». Le farmacie chiudono / «Negli ultimi anni siamo sopravissuti a molti avvenimenti particolarmente negativi», spiega il 26enne Dušan Babić, laureato in italiano. «Il loro peso è caduto specialmente sulla nostra generazione che non era preparata. Ora sappiamo quello che non vogliamo, ma ancora non conosciamo quello che realmente cerchiamo». La trascinante allegria dei serbi si libera in una serata in una kafana, il tipico ristorante taverna, come nell’apoteosi di Guča. In entrambi i casi in un momento come questo la festa è, per reazione, ancora più grande. Continua Dušan: «nella permanente incertezza che avvolge il paese Guča è il posto ideale per dimenticare temporaneamente i problemi: qui regnano l’anarchia e la libertà più sfrenata».

Si racconta che a Guča durante il Sabor le farmacie chiudono perché a nessuno servono le medicine. Questa è una festa che cura qualsiasi nevrosi: qui le persone si sfogano ed eliminano gli aspetti negativi della vita quotidiana, che in Serbia non mancano, e si caricano di energia positiva. È l’effetto di Guča, che in un fine settimana diventa la “Repubblica delle Trombe”. Peccato che duri solo pochi giorni.

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“Nothing’s new in Sarajevo” di Henrik Winterstam

”Nothing’s new in Sarajevo”, says the taxi driver and shakes his head. December, no snow but the fog efficiently blocks the otherwise impressive sight of the steep mountains that surround the city. ”Look, they haven’t even been able to form a new government, more than two months after the elections”, he adds and turns right towards the city centre. Weather-beaten election posters still decorate some house walls: For a better Bosnia! Vote for the best! 100% BiH. “How are politics in your country? Politicians are good there, right?”, he then asks, almost rhetorically. Transition to democracy in Bosnia and Herzegovina was no leisure ride as it followed the bumpy path through the

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often-recited war and violence of the 1990’s. Today the standard of living is among the lowest in the region, unemployment rates are high and there is a widespread doubt in that the newly elected politicians will be able to change the situation for the better.

The wellbeing of a nation can often be measured through the reactions of its youth, being very sensitive to irregularities. Being the future

citizens, the ones who can put pressure on politicians and also become politicians themselves, their actions are decisive for the future of the country. According to a national organization promoting youth, OIA, 77 per cent of the youth in BiH wish to leave the country and 18 per cent say that they have already taken measures to do so – sky-high levels, indicating that the majority believe that the future is to be found outside the borders. Jan Kulenović, president of OIA, suggests that this has to do with the fact that young people have lost their hope in a future on home ground. The unemployment rate among these, which is about 45 per cent, is much higher than the general level. Many take courses at the university, but tuition is portrayed as old-fashioned and still carries traces of the former system. Jan adds that the politicians to a great

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extent are responsible for this situation: instead of discussing policies for improving the situation for the youth they continue arguing along nationalistic lines, maintaining the status quo and so young people remain sadly idle. There is a widespread lack of belief that the situation could be improved. Engagement in voluntary organizations and politics is low. Majda Zeherović from the youth organization MLBiH of the liberal party says: “Youth, which are the ones that would have to change the situation, are totally apathetic. They don’t even go and leave their vote at elections. Afterwards: a million complaints about the situation. The main argument is that ‘my vote can’t change anything’, which is totally, totally wrong”. There seems to be an important group of young people who are well aware of the situation and ready to fight for a solution. The question is how to get the coffee-drinking masses engaged in their own future? Majda, herself always very active, says that “through my work I see that there is a really big amount of people that have the will to change the situation, that want to be more engaged. It would only be necessary to show them the path and give them a chance to show their potential”. One necessary key for making democracy work is to secure that there is an active population who is ready to criticise and make demands on their leaders.

In Sarajevo the past is present. The old Baščaršija quarter constitutes the heart of the city. BAL KANIKA / Nothing’s new in Sarajevo

Low houses, narrow, paved, pedestrian streets, a scent of charcoal and fire in the air. Everywhere there is burek and čevapi to get, the local specialties, a heritage from the Ottoman Empire. Where Baščaršija ends the AustroHungarian part of the city starts. A sharp line across the street marks the limit between the two: centuries old polished stones suddenly turn into marble and the tiny coffee cabins into grand multilevel houses with stuccos. In a third step, socialist-style residential areas surround this city-centre. Tradition seems to be an inevitable part of the discourse, as is nationalism and the traces from the communist era. Many in the younger generation feel uncomfortable when having to deal with this heritage. In the disco bars of Sarajevo, music from the Serbian pop-icon Ceca repeatedly plays, which would have been unthinkable of the years following the war. The youth seems to pay little attention to nationalist ideas. Almost every time there is a conference for young people outside the city, at least one new love couple across the ethnic boundaries is to be found, says Jan. Back in Sarajevo there is no more space for love as many families do not accept such boundary-breaking romances. Being a society where a vast majority of the young live together with their parents, the influence of the family, and thus tradition, is considerable. External influences are few, despite extensive foreign presence of different

organizations. With significant troubles getting a travel visa, only a small share of the youth has ever been abroad. A minority uses Internet regularly. The capital Sarajevo, the Jerusalem of Europe, as sometimes called, once in the intersection of trade routes, now sleeps before midnight. While many of the cities and towns of the world become more and more cosmopolite and permeated by global impressions, time seems to follow a different rhythm here. A few international brands have shown up and the number is increasing. However, the potential is to a great part still to be discovered. The economic factor is on everybody’s lips, indicating that it also has to be taken into consideration when discussing youth engagement. Voluntary work or political activity may not be expected from someone who does not have a job or is not earning one’s living. .:. In the outskirts of the city centre there is an enormous hole in the ground. This hole will be filled up with the first “real” shopping centre in Sarajevo, as somebody expressed it, as well as the first subterranean car park. In a small meeting place downtown, young enthusiasts are planning to campaign for a cultural centre where youth would be able to gather, have seminars, play theatre and hold concerts. In a crowded office, outlines for another upcoming youth seminar are drawn, a seminar that will allow young people to make contacts outside the traditional structures. Only the surface is calm. Still somewhere at the beginning, something new in Sarajevo is to come.

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testo e immagini di Cristiano Ceretti

L’Emi è al volante…dentro ad un cortile vedo un veicolo bizzarro. Le chiedo di tornare indietro... tanto ci siamo persi... non farà molta differenza. Una famiglia è a tavola e accanto questo derelitto di veicolo pare uscito da un set dei mutoidi. Faccio un paio di scatti e proseguiamo. Ci fermiamo a chiedere informazioni e ritroviamo la retta via.

Srećan put! Quando ad un tratto... incredibile... in lontananza avvistiamo il veicolo di cui sopra... cammina! Non ci possiamo credere. Viene subito battezzato “insetto scoppiettante” da Lella che a fatica riesce a trattenere le lacrime. Li affianchiamo e cominciamo a gesticolare, eccitati dall’avvenimento, poi il sorpasso ed infine ci fermiamo ad aspettarli. I conducenti dell’insetto scoppiettante scendono, felici di aver fatto colpo su una banda scorrazzante, sorridono e ci parlano in serbo. Noi ci complimentiamo alla meno peggio, facciamo qualche fotografia, ci scambiamo strette di mani e ripartiamo.


Faro per le escursioni notturne.

La scocca superiore è un patchwork di veicoli.

Sulla portiera è impresso il numero di telefono. Il posteriore è attrezzato con un piano di lavoro.

Il telaio è realizzato artigianalmente

All’albero motore attaccato un volano che mette in azione la bindella.

BAL KANIKA / L’insetto scoppiettante!

Sega a nastro.


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“Past StrangeWorks performances and events have ranged from a vibrant Halloween Street Parade in East London in 2006, to a Bingo themed caberet evening inspired by the local people of Somerstown in Camden. The founding members of Strangeworks, Mary Doyle, Georgia Jacob and William Bock all met while studying theatre design at Central Saint Martins and all shared a similar hands on approach to theatre. Their interest in darkly comic, usual stories have led them to develop a highly visual and character based theatre that invites the audience into a shared world of make-believe�

Will Bock (not the one in the picture)

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LONDON St.PETERsBURG BARCELONA

Nel 2007 Norman Brain ha inaugurato un nuovo format per la ricerca: gli OsservatoriBrain (OB). Il progetto prevede l’individuazione di alcune location temporanee (attive per circa tre mesi ciascuna), con l’intenzione di stabilizzare, nel tempo, i centri di ricerca in quelle città che risultano più idonee ad alimentare la creatività del Laboratorio e le linee di business del Gruppo Norman. I primi tre OB sono stati aperti a Barcellona, Londra e San Pietroburgo. A seguire un breve assaggio dei report scaturiti dagli Osservatori, cui sarà dedicato il prossimo numero.

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Sono passati o ltre centosettan t’anni da quando lo scrittore ucrai n o N ikolaj Gogol’ pubblic ò il più pietrob urghese dei suoi racco nti, La Prospetti va Nevskij (1835).

E sembra ch e nulla sia cambiato da allora. Come se l’om onima strada d i San Pietroburgo a di Andrea Sar cui egli dedicò tori le sue celebri pagine, non fosse mai stata sottoposta agli urti di una dop pia forza rivoluzio naria: quella ch e prima mutò il nome ufficiale luogo in Lenin del grado, e che p iù tardi, tra le macerie del socialismo reale, ridefinì nuova mente il caratt er e della città, accostan dola alle altre gr andi metropoli euro pee, dalle qual totalitarismo d i il Mutate le con el potere polit dizioni storich ico l’aveva e, la Prospettiva già in primaver Nevskij pare ill a mai del tutto tenuta lontana. uminata dalla spenta dal buio trapuntata dal medesima luce , ed altrettanto le macchie d’u , mai del tutto cr I due eventi ep n grigiore resi duo, d’uno spo ocali della rivo istallina, ma rc lu o zi ti o picamente nord ne Og gi come ce d’Ottobre e del ico. ntosettanta an la dissoluzione n i dell’entità sovi fa , d Sa el le città russe, al n Pietroburgo etica si sono d è indubbiamen punto che nel unque la sua via prin possono ravvis te la più europ annullati a vice ci ea ar p al n e d e d a, ei tratti a loro le omologhe m elidendosi reciprocamente percettivo che fa etropoli occid m ig lia ri , se al b n b la o entali en n manca di rip stregua di due e affastellati in spinte opposte rodurre delle ve u n ca le id e speculari, ch o sc o rtiginose altera pio e hanno zioni prospetti Apparentemen lasciato tutto co ch e. te , in fa me prima? tti, come scrive l’ “odore”, del va Gogol’, la N la “pura passe evskij incarna g giata”, duran In effetti allora null’altro che es per il pedone te la quale le d come og gi, lun l’idea, ib ir e se st onne e gli uom es si, liberi dalle go la Prospettiva in i p d n re ei o o n ri Nevskij, d’estat ccupazioni e d fanno spettivi ruoli so alle “necessità e, si respira un’aria ciali, produttiv ” p cosmopolita, in i, ro p p u rie b b s lic u i. Liberi, cio di un palcosc cui le fog ge dei nob è, di espor re enico, o ad u ili, dei militari come e degli na mostra d’a l’abito alla m artigiani italian rt i, francesi e te o d e , a il , la p o b rt e llezza dei volt deschi amento, sono sostituite accessori che dalle t-shirts d i, gli or name portano con ei turisti giapponesi, dai n ti e gli sé. gessati degli u omini d’affari, e dallo P ri ma ancora del stile e dalle mo la Parigi di Bau venze degli stessi gio delaire, quale ci sociologica di vani pietroburg W è stata riconse al te r B en h ja es m i, in gnata dalla pen che con creati , San Pietrobu dischiuso la vi vi na rg tà su o im al con la sua Pro itano i loro e del moderno, coetanei d’Italia spettiva ha per minuti ed effim e del desiderio , Francia e Ger tanto eri. che vi è implic mania. ato, fin negli as petti più

Prospetti

ve

Nevskij

Questa visua le, tuttavia, c ompor ta anc venga colto p he che ciò ch er quel che è e si vede , nella rilucen sogno, mai d za del suo in el tutto identi volucro di co alla realtà . Apparente. Simbolico.

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a San ol’, giungendo Il giovane Gog enua al 1830 con l’ing o rn to in go ur Pietrob nne non a scere Puškin, ve no co di e on zi ra aspi lle insegne e prima cosa, da m co , ito lp co ai suoi caso sole marcavano da e ch , zi go dei ne la vita di città za profonda tra en er ff di la i ch r le oc no i simboli te disinteresse pe cia. Questi furo en in ar ov pp pr ’a i di L on ta i la gente si vi es e la materiali con cu ono, quali impr ni ar io gn az se up e cc ch eo li bi pr d’altra visi dello la Prospettiva, fa io, la giovinezza o ch ng oc lu ll’ a gi de eg te ss ia immed one che si vano certo pa li che manifesta brare che le pers m se e rt pa la , no scrittore. Simbo o egoiste” di deva qui siano “men anche la nascon e no ch ra a nt m co a in m un ni altrove. La , in un’a ta d’imbattersi pi volte eccentrica a ca i ra cu ie in an m le el in te qu chi pare celavano stimolare la men mento, tipica di n lia ig no bb va te l’a r po pe n chi si ra modo che no ro per la testa, di Nikolaj Gogol’, cu ie ns co ri pe nt o ce tr al ec e o er lavoro e del dell’altrettant via, e a non av lle necessità del sé e sé lungo la da a fr to re ca ta an ot fr rl af pa è e nz a costante aduso a orii per le risona dell’utile, era un m to or m en ri m ui op eg pr rs i a gran scambiare ssanti. Come ha pe ogol’: “esiste un pa G i di de pi ci m vo te lle ai acustiche de ntrandovi, mbolismo anche rsone che, inco pe ir Nabokov, il si m di à di la tit V an o qu at ta rv rdo ai vostri osse marca te volge lo sgua osse da questa en m lm le bi ca de an en m pr a spiare im gogoliano : “il simbolismo, si volta indietro va e, si at vi ss e pa ca se ni e fo i, , ico, ottico stival on sono mai radice materiale aspetto fisiolog l vostro abito. N un de a e ev ld fa m . su le e” as accadere. ci i, in lu nella fattispe come ciò possa riuscito a capire , ma non fossero calzolai o av ns pe io iz in All’ era affatto così”. ancor og gi azione, che vale er id ns co a st ue Q ione, fa io dell’osservaz ar im pr to da e ticolato, com e cosa di più ar ch al qu a lo ve tuttavia sitato sul un che di depo di sfug gente, ad della visione. fondo, sul retro,

a i, la Prospettiv tt fa in , ta a rn n’intera gio oria”, ovvero g a m s ta Nell’arco di u n fa a . ce una “rapid anto cadenzati Nevskij conos u q i n ti n e p re tanto dei mutamenti pola di ci” la strada si po “Fino alle dodi cchi e ve ati, contadini, sporadici impieg cenico non via come palcos la al e ch e hi cc ve ce, la via lle dodici”, inve “A o. tt fa af o an e con pens i di ogni nazion or ut tit is i gl da a è “invas ”. Ad un’ora colletti di batista i loro pupilli in pomerig gio, due e le tre del le ra “t a, rd ta finirsi più Nevskij può de a tiv et sp ro P la in cui principale nte, ha luogo la una capitale vaga ere tte le migliori op tu di e on zi si po tra, e le es si mette in mos no nu og : o” m dalle dell’uo rare. “A partire de si de o nn fa donne si

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a Prospettiva quattro”, poi, “l e difficilmente Nevskij è vuota, rvi sia pure un potete incontra re o”. Solo al cala solo funzionari o e ciò è valid del crepuscolo, no quanto tanto per l’autun via “rivive e per l’inverno, la uoversi”. A incomincia a m i ogol’, gli og gett quest’ora, per G e ntrate durant il e le persone inco quel che sta loro giorno rivelano o della propria dietro, sul fond ra arriva quel immagine: “allo rioso, quando i momento miste a ad ogni cosa un lampioni danno ”. sa e, meraviglio luce ingannevol XI secolo, la All’inizio del X rale delineata scansione tempo tiene una sua da Gogol’ man se essa va attualità, anche , e compresenza riformulata com giorno e della ad ogni ora del é elementi, anzich notte, di diversi e srotolamento mantenuta com ventiquattro lineare lungo le ti tipologie ore delle differen te. Tanti esercizi umane incontra ternet cafè, commerciali, in r, ristoranti, uffici-cambio, ba ai, e restano non chiudono m a disposizione costantemente riegata che in di un’utenza va ento potrebbe qualunque mom qualche cosa. avere bisogno di

no lata, passeggia fi s a n u r e p te otto il sole. gghinda s a e , e h z c z n a a g li ra a n e r e gantissim in cappotti inv te a tt o g Giovani ed ele fa in e k ziane babuč accanto ad an e insegne in Le coloratissim tervallate da cirillico sono in , KFC, Reebok, quelle di Mango amente Diadora, ed ovvi Mc Donald’s.

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noti o dai clubs più tin at m l de i se le e ad Rientrando al deve il suo nom he (c s si’ os R il ed tato un intero come il Maghrib e qui ha proget ch no lia ita o tt rica), i giovani un archite ometria simmet ge a at dr ua sq isolato dalla iate distratte ai hi gettano occh cc ri si he rg bu si negli stores pietro i come commes at eg pi im ei an i dai turni loro coet dormire stremat no do ve li : to en dove loro si d’abbigliam rne dei negozi, te in he nc pa lle ed in divisa su pe di giorno. provano le scar oposito ol’ scriveva a pr og G to an qu e e fare Non sorprend mbra avere a ch se lla nu e ch o ad d’un tipo uman rdo più idoneo ua sg llo de to ta è do i che affollano con ciò, ma che o delle immagin nd fo io pp do il e”, accogliere “Questo giovan v. rë ka is P ” ta is che da noi la strada: l’ “art di una categoria ra “e ’, ol og G no e appartiene scriveva o alquanto stra en m no fe un o in cui una costituisce allo stesso mod go ur ob tr ie P . Gli ai cittadini di al mondo reale” ne ie rt pa ap o gn cchio so a Nevskij con l’o in, figura vista in ut tiv P et ir sp m ro di P la la V lleria”): non guardano nella Russia di “ufficiale di cava quell’aura artisti Tuttavia, anche ll’ te et de (e sm ” di re n to no va vedono er evskij llo stesso tempo Gogol’. dell’ “oss ne a la Prospettiva N iv e lp ch co o tt o fa nt l ta che za che “ciò dipende da Ercole di gesso un d’ingannevolez di li el qu a si appare ai sia i vostri tratti, ; oppure perché za o an st m is ro lo iv tt lla a è solo nella sta ritto ne simile per il momento e ch ro ad qu Il prezzo d’un infatti loro occhi un ò rispondono spesso a sproposito, è o n r u tt o n e ci diur no enta ancor di loro mente. Per lo o s , o la timidezza aum e m o, o ss ’u ne ll e on d sc loro testa”. in modo il lavoro mescolano nella si e ch i to tt ra ge ie og iere il più per gli te spens n e non altri, a cogl m , ta te is n rt l’a re a a si p e p a ni Capita allora ch della Prospettiva: “il marciapiede io z a p u c c o re p to ppo e libero da sortilegio nascos n i cavalli al galo co ze . oz li rr a ca ri le lui, mate zandosi nel scorreva sotto di e si dilatava spez nt po il , ili ob m ritta parevano im tto all’ingiù, la ga te il n co a av st insieme suo arco, la casa a della guardia rd ba la l’a e i lu di le forbici ruzzolava verso a insegna e con un di o or d’ i er o sulle ciglia con i caratt brillasse propri va re pa i gl a pr disegnate lì so degli occhi”.

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ebbero o come lui, potr un od v, rë ka is osaico Solo P lirante di quel m de ca gi lo la re og gi coglie e malinconica oiosa ed insiem gi ij: in e, gn se in di rospettiva Nevsk P la ta nu ve di è e ridotto dissipazione, ch demone avesse e ch al qu e ch e ettini e “gli parv quantità di pezz an gr a un in do nso, l’intero mon e senza alcun se em si in ti la co es li avesse poi m gione”. senza alcuna ra

a erarne la sogli p u s , e s a c e ll e androni d greti Entrare negli ere e codici se m a c le te a d a tett . blindata e pro nza gogoliana e ri e p s ’e n u a s nch’es d’ingresso, è a iata, quanto facc iono curati dalla pa o nt lungo ta i, zz la I pa rità all’interno, cu os d’ e o on nd Come se risaltano d’abba i, i pianerottoli. un m co i az sp i la sua le scale, gl esso d’inseguire sm ai m se es av rlo, Piskarëv non nza tuttavia esse se , lo ge an un e o in edificio, di amata, bella com rampa, d’edifici in pa m ra di rni locali correndo trovarsi in disado ri i po o lv sa , ia erati, soglia in sogl nni scuri impolv pa di ti ia gg pe dute tutt’ al più drap dalle pareti, e ca si te ca ac st co uc tra schegge di st a terra. te en am disordinat

capitale di un no a che fu la fi lta. ” za ez an tr a di “s nge la prima vo m iu g fa g a n ra u p a so ev vi i letterati, av utto per chi to gli storici e affiori, sopratt ri va , le to ri n o ta n in an h to fama, di tan Pietroburgo, ire che questa d ò u p si e o, imper Pietroburgo, alla latitudine di o at itu ab è n e, può Chi no imavera e l’estat pr la a tr à tt ci ile a quella e si trova in condizione sim a un in re de ca patire gli effettivamente to da Gogol’, e at tr ri o ss ru e or sua del giovane pitt i diventarono la gn so “i e: ch an i bi tenza prese uno effetti delle nott l’intera sua esis to en om m el eglio e vita e da qu e dormiva da sv ch re di ò pu si volto”. strano andazzo; i della follia sul gn se “i n co , o” vegliava nel sonn a edificato no geniale avev an tir n “U : ov ok a palude e sulle Ha scritto Nab Russia sopra un lla de le pa ci in la radice della la città pr vano: qui stava ci ar m vi e ch i eva descritto ossa di schiav e. Già Puškin av al in ig or o at cc me una stranezza, il pe a della Neva co er op ad à tt ci lla ativo dei geni l’inondazione de mitologica, tent ta et nd ve ra cu apparteneva; specie d’os ciò che ad essi i rs de en pr ri r sione della palude pe onzo era una vi br di r za lo n i primi piccoli e la loro zuffa co di senno uno de re ci us o tt fa ista del a che avev russa, il protagon a ur at er tt le lla funzionari de zo di Puškin”. Cavaliere di bron

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urgo in luogo a Pietrob ha e ch i rt A lle erto Il Festival de nquant’anni, ap ci da e nt te is es stival ntribuire a giugno − un fe ò certamente co pu − i er ni ra st i ive che la anche a nom nale le prospett io az rn te in lo el ere, ma una pagina moltiplicare a liv ente a dischiud m ta ot rr te Proprio uscita da in in n ua co in e nt m co ga ij le ov, sembra ato Nevsk Lolita, di Nabok e, d’un privilegi rs di fo i, in rs le fa n va av no e onda può anche Aleksandrja, bi uest’osser vazion re Q . se ni es lia ita hé ti rc tis roburghese a Gogol’, allo l’Italia, e con ar diciottenne piet quanto suggeriv e v: ar rë et pl ka is m P co io e ar r la strada in fondo ch e distribuisce pe me il suo immag ch co ti o, tis ac ar op di a ro suo iast parlav r d’invito per il e un colore grig ye pr fl m il se è o c’ an ri tic vo andrja si fa “nei loro la nno. Qui Aleks d. E tuttavia es ea or pl N m l co de lo el un gg da, con una coltivano in sé incancellabile su è fotografata nu ro lavoro. Spesso lo ca l es su fr o la tt le ro di ivo lo con vero co alitasse su di ile striscia d’ades tt po so r pe sì se co e o, be nt eb irle autentico tale ente si svilupper taccabile) a copr (s am rt ro ce ne so a es er , ia m aria dell’Ital camente che da una ca il seno chir urgi come la pianta , ro ”. ia ta ch er e ap o a pi ri l’a posa che libero, am e portata al perfetto, in una finalmente vien American rda una scena di co ri e i or tt ri èndes. o-artisti, sc Beauty, di Sam M nerazione di vide , ge ik a br ov Fa attira nu ish F la il o, e Intant cali com ivamente claim tt lo ca in ac ra n’ se U la al i, ntra i italiani: te ed immagin musicisti, s’inco rcatissimi ragazz ce iche e suoni, no ri i et po i le in ro ag m pa o im , young & mescoland ivo di piegare le the support of rich at nt ith te “w to ia lla bb de ra se al dovere !!!” nel feroce ed ar sexy Russian girls de pietroburghe dell’antica palu o, echeggiano Nonostante tutt role nella mente le pa ogol’: conclusive di G vi della “Oh, non fidate skij! Quando ev Prospettiva N go stretto ci passo m’avvol mi sforzo di nel mantello, e i og getti che non guardare gl ntro. Tutto mi vengono inco è sogno, è inganno, tutto te da quel che tutto è differen credete che appare! (…) Voi ma delle dame queste dame… possibile. fidatevi il meno le vetrine Guardate meno illi che vi dei negozi: i ging o m is um ns co il n no magnifici, che fa il paio co sono esposti so re o ve ss do pa n U un e. à gi gran creazion puzzano di una spettiva Nevskij, a ro m P a e rn ie ch od o, ll’ ic or (…) E iper-realista de imario, or mai st à di banconote. pr tit o an m qu is um o ns rg robu ibile, al di là del co più presto poss anni ’80. A Pietr il i , an to nt es lo pr i da o, e sc Tutto puzza stessa consum l’Occidente cono ssate oltre. (…) consumo è essa pa di i o tt nn ge ga og in i ad e gl la visione de ganno, anzi com nno. Essa mente in ga e in m d’ co ce ”, is so ib al a e “f inganno che s’es questa Prospettiv a, zione tra “vero” or in st ni di og lla r de pe là ogol’, e poi che or mai è al di problema per G Nevskij”. un a iv itu st co Nabokov. che ancora

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Barcelona, 17 febbraio 2007, h.17:25 Vogliamo trovare il lato negativo di Barcellona? Le case non si trovano. La situazione sembra peggiore rispetto a Milano vista l’affluenza di immigrati extra comunitari e non. Colpisce soprattutto l’età media di chi percorre le strade di Barcellona: giovani, tantissimi giovani. Ondate di studenti o professionisti alla ricerca di sistemazione. Qui si entra presto nella dinamica di sub-affitto di un sub-affitto. La condivisione di appartamenti tra 3/4 persone è una regola. Cerco qualche notizia da chi vive a Barcellona 365 giorni l’anno. David è catalano di Barcellona. Ora sta sistemando un appartamento di sua proprietà vicino alla Sagrada Familia, in Carrer de la Diputaciò. L’appartamento è vecchio, dice, ma all’interno si coglie un misto di creatività ed originalità ordinata, un po’ come i piccoli negozi di abbigliamento che popolano il centro storico. Tra le modifiche che ha appena apportato salta all’occhio la silhouette di una bicicletta dipinta sulla parete davanti

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all’ingresso, ombra artificiale di quella vera che David ospita nel disimpegno. Un tocco raffinato che colpisce immediatamente le mie corde ciclabili. Mi spiega che può permettersi questo appartamento perché è eredità di famiglia. Altrimenti con il suo stipendio di insegnante si sarebbe dovuto trasferire a parecchi chilometri di distanza dalla città, come fanno molti giovani di Barcellona. Tutto questo non rende Barcellona differente da Milano e da molte altre città. Mi dice che nel centro compra chi ha capitale e gli stranieri (soprattutto italiani, anglosassoni e tedeschi) che prediligono il Barrio e la Ribera. Ma allora, gli dico, la Barcellona storica diventerà dei ricchi e degli stranieri? E cito qualche esempio poco felice della mia città. Il mio interlocutore si disinteressa, lascia volentieri il centro in mano a chi lo vuole, non ama mescolarsi con la bolgia turistica e l’idea di avere un appartamento affondato in questi itinerari non lo entusiasma. In realtà, grazie alla caccia collettiva alla sistemazione, Barcellona gode ancora di un buon melting pot residenziale tra spagnoli, italiani, anglofoni, argentini. Parliamo poi delle periferie. La zona settentrionale si suddivide in un’area centrale e in due estreme aree a nord est e a nord ovest cresciute negli anni ‘60 del ‘900 sotto la spinta dell’immigrazione interna. Restano tuttora quartieri poco attraenti. Fino ad ora, spiego a David, ho visto la zona di Horta. Un’area con palazzi residenziali vecchi di qualche decennio che si

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pensavo di atterrare nella Città Sostenibile… Il solo fatto di poter vivere a Barcellona pare comunque far digerire tutto. Qui si sente speranza nelle magnifiche sorti progressive della società urbana. Anche se poi sono molti i nullafacenti che si arenano in Plaça Tripi, la Piazza dei Trip, proprio sotto il nostro appartamento. accompagnano a nuove integrazioni architettoniche pulite e rigorose, complessi che accolgono uffici, appartamenti, gallerie commerciali e centri universitari. Sembrerebbe che abitanti e studenti siano abbandonati al cemento ma in realtà alle loro spalle, sul Montbau, trovano il verde e la frescura del monte. David la considera un’area povera di attrattive. Io invece la trovo accogliente. Una periferia pulita lontana dal caos acustico della Barcellona centrale. Il mio interlocutore mi indirizza invece verso Sarria San Gervasi e Pedralbes (che in questo momento mi dicono essere elegante ricovero dei calciatori locali), dove i costi si impennano. Isabella, italiana di Milano, si è trasferita qui da qualche mese ed è completamente innamorata della città. L’unica nota stonata per lei è proprio la difficoltà nel trovare una sistemazione adeguata. Ha trovato lavoro a Barcellona e un appartamento in condivisione con altre tre ragazze nei pressi di Arc de Triomf. Mi dice che la Ley de la Vivienda obbliga ormai i proprietari di case sfitte ad affittare ma questo non basta a facilitare la ricerca di appartamenti. Isabella sa che dovrà vivere in “comunità” ancora per qualche tempo. Anche il lavoro non è proprio quello dei suoi sogni. Ha una laurea in scienze ambientali, le piacerebbe lavorare nel settore ecologico ma mi dice che qui la sensibilità e la legislatura al riguardo sono molto simili all’Italia, quindi poco responsabili. E io che, osservando dall’aereo l’enorme pannello solare,

La concorrenza tra stranieri e spagnoli in tema di abitazione è alta. Chi vive a Barcellona si sente giustamente invaso dagli stranieri e osserva con rassegnazione l’impennarsi della domanda e dei costi. Recentemente però si stanno attuando importanti riforme in materia. Per il 2008 il governo di Madrid ha varato un progetto di legge che aiuterà i giovani a emanciparsi dalla famiglia, ad accedere alla prima casa e a intraprendere il proprio progetto di vita. Grazie al pacchetto di misure messe a punto dalla ministra per le Politiche abitative (Carmen Cachòn, classe 1971) chi andrà a vivere fuori dalla famiglia di origine riceverà un sussidio di 255 euro al mese (sgravi fiscali compresi), 600 euro per la cauzione e una garanzia di sei mesi per il padrone di casa. I sussidi per gli affitti potranno interessare circa 360 mila giovani, per una spesa di 411 milioni. Le dinamiche abitative di Barcellona sono d’altra parte argomento di studio per molti. E’ il caso di una Università della California che prevede nel piano di studi di uno dei suoi corsi un mese di approfondimento in Spagna sull’argomento: “about housing problems and solutions, as well as efforts to regenerate older neighborhoods and integrate the Gypsy population and immigrants from Africa, Latin America, and Eastern Europe. We will study the political, ideological, and cultural factors that inform housing policy and the role of the state and community organizations in planning and community development”. Un bell’esempio di come talvolta sia sufficiente cambiare punto di vista per considerare una città che vive conflittualmente i problemi di convivenza tra autoctoni e immigrati un modello degno di essere monitorato e approfondito.

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Dai paesi ai Mestieri Fantasma il caso della Spagna

di Raffaella Balbo

Quando si parla d’Europa, si devono considerare 27 Paesi diversi tra loro, in cerca di una “terza via” che possa coniugare sviluppo economico – sociale e salvaguardia delle tradizioni di antichi saperi e sapori.

Il disagio insediativo che caratterizza le realtà dei paesi fantasma in Italia, già oggetto di studio di un progetto Norman Brain, trova corrispondenza oltre confine. Attraverso lo sguardo privilegiato dell’osservatorio a Barcellona è possibile individuare in Spagna caratteristiche comuni a quelle terre d’Europa che a fatica seguono il progresso, e che vedono in questa terza via una strada percorribile, da nord a sud, da ovest ad est. Non sempre è possibile, qualcosa si perde, molto però resta ancora da salvare. Dall’articolo sulla sezione “società” del webmagazine economico Cinco Dias, di frequente consultazione, leggo che la stampa locale asturiana celebra l’ingresso allo status di pensionato di un paesano, José Manuel Sánchez Blanco, maestro artigiano produttore di botti in legno, artesano tonelero. José è l’ultimo rappresentante di un’arte che in questa zona è stata fondamentale per la produzione del sidro, bevanda molto diffusa in tutto il nord della Spagna.

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La sua ultima opera, una botte in legno di castagno dalla capacità di 34.000 litri, gli costò 450 ore di lavoro, tutto manuale. Un manufatto enorme ma raro sia nella domanda che nell’offerta, richiesto dal produttore di sidro Trabanco, ultimo cliente di José. Parallelamente alla storia di Sánchez Blanco, in tutta la Spagna si ripetono storie di estinzione di mestieri ancestrali.

Il pregonero, figura molto peculiare in Spagna, è una sorta di cantastorie, predicatore di riti che fondono il culto religioso e quello pagano delle feste paesane, e che tradizionalmente aprono le celebrazioni di avvenimenti importanti di una comunità. Fino a poco tempo fa i pregoneros, come Andrés Lopez Salifero, nativo di Alba de Tormes (Salamanca), predicavano in diversi luoghi. Andrès nel 1995 appese al chiodo

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Torre d’ Ercole (ES) Il Guardiano del faro

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Ritaglia, scrivi e spedisci!


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Arantzazu (ES) Il pastore

Alba de Tormes (ES) El pregonero

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la trombetta che usava per accompagnare le sue prediche e morì l’anno seguente. “Predicò fino a Francoforte, in Germania”, testimoniano i suoi familiari, “e poco tempo fa ci chiamarono per una predica a Marbella, senza sapere che nel frattempo era morto”. Negli anni ’40, per aggiudicarsi il titolo di pregonero che fu di Andrés, arrivarono nel suo paese 30 candidati. Altri tempi. In tutto il paese attualmente le nuove tecnologie sostituiscono la predica. L’Ayuntamiento (il Comune) di Foios (Valencia) invia le comunicazioni ai suoi abitanti tramite SMS; in Alcázar de San Juan (Ciudad Real) lo strumento di comunicazione utilizzato a questo scopo è la televisione e a Benicarló (Alicante) si usa la posta elettronica. Dopo la morte di Andrés, nessuno nella sua famiglia e nel suo paese di origine ha voluto seguire i suoi passi, perché le occasioni di professare le sue prediche sono ormai veramente poche. La crescita economica ed il progresso tecnologico ha messo in pensione diversi mestieri come quello di hielero artesano (l’artigiano del ghiaccio. Ancora oggi il ghiaccio, soprattutto nel sud della Spagna, viene prodotto industrialmente in grossi cubitos, venduto confezionato in sacchetti e si trova ovunque: nei supermercati, nelle tabaccherie, nelle edicole), afilador (arrotino), barquillero (barcarolo) e molti altri che sono seriamente minacciati come l’orfebre (mastro cesellatore), il farero (guardiano del faro) il pastor, lo zapatero (ciabattino) e persino il costurero (fabbricatore di cassepanche di legno). D’altra parte esistono imprese

tenaci, coraggiose istituzioni nonché iniziative intraprendenti che hanno interesse a mantenere in vita gli antichi mestieri. Alle Bodegas Muga, nella celebre e pregiata regione vitivinicola de La Rioja, riconoscono che fabbricare direttamente barriques risulta più costoso di almeno un 20-30% rispetto alla fornitura esterna, ma la trasmissione della conoscenza di una tecnica, di un’arte centenaria, certo diffusa ancora nei territori rurali di tutta Europa, che racchiude in sé segreti da custodire gelosamente, non ha prezzo. Il legno di rovere, del resto, non è uguale dappertutto, e la biodiversità, con l’invecchiamento nelle botti di un prodotto tanto pregiato come il vino Rioja, è salvaguardata dal suo contenitore.

In Navarra e nei Paesi Baschi il mestiere di pastore è poco attraente per le nuove generazioni

e questo è il motivo per cui è nata la Scuola dei Pastori di Arantzazu (Guipúzcoa). Le lezioni sono tenute da dipendenti di un caseificio e coordinate da Batis Otaegui, che forma così pastori provenienti da tutta la Spagna ed anche da altri Paesi europei e latinoamericani. Il diploma di pastore per l’apprendista è la base di un mestiere, magari da svolgere in proprio, ed il percorso formativo prevede 900 ore di lezione, tra teoria e pratica, sufficienti per gestire un gregge, per apprendere le tecniche di mungitura, di tosatura della lana e persino produrre formaggio. Dalla sua apertura hanno frequentato la scuola 133 apprendisti pastori, di cui il 23% donne. Questa esperienza non è

l’unica, da due anni ha aperto un’altra scuola a Fontanete, nella provincia di Teruel, in Aragona.

Un altro protagonista che ha visto il pericolo della scomparsa del suo lavoro di sempre è Ignacio Fernández, funzionario di carriera del Corpo dei Tecnici Meccanici dei Segnali Marittimi.

Ignacio fu guardiano del faro in Galizia, e sebbene ancora oggi il suo lavoro è legato alle attività marittime, non lavora più isolato, bensì da una centrale che controlla elettronicamente il funzionamento di più punti luce. L’età della pensione è ancora lontana, ma ricorda già con nostalgia il vecchio incarico, la sua vecchia torre. Solo pochi tra i 187 fari in servizio in Spagna mantengono viva la professione del guardiano del faro, che nell’immaginario collettivo è tra le figure professionali più romantiche mai esistite. Recentemente è stata venduta la Torre d’Ercole, il faro ancora in funzione più antico del mondo, con secoli di storia, costruito dai romani nel II secolo d.C., successivamente convertito in fortificazione nell’epoca medievale, rimaneggiato poi nei secoli successivi attraverso diversi interventi di restauro. Sul sito web www.farosferrol.com da lui stesso curato, Ignacio Fernández, guardiano del faro fino al 1993, racconta la propria esperienza, condivisa anche dai colleghi ex guardiani de La Mola (Formentera) e di Estaca de Bares (La Coruña), entrambi scrittori di libri sul tema.

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LA TANA della VOLPE Hotel Fox a Copenhagen

Lo scorgiamo da lontano, impossibile non essere attratti da un edificio così particolare, vecchio, bianco, ma che in qualche modo si distingue. L’insegna gialla,

di Roberta Frangipane

carattere nero, si potrebbe confondere con quella di una qualunque concessionaria, se non ci fosse scritto Hotel Fox. All’entrata, simile all’androne di un palazzo, bici parcheggiate, che poi abbiamo scoperto essere a noleggio per i clienti dell’hotel (così come gli iPod) e un lampadario che ricorda un pavone ingrigito dall’età. Davanti a noi si apre un’ampia sala, anch’essa con pareti bianche, ghirigori sui muri, ed in fondo un bancone dritto, bianco, minimale.

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Per raggiungerlo e parlare alla receptionist bisogna attraversare un labirinto di strane sedute, che schiviamo con attenzione. Potrebbero lacerarci i pantaloni se vi urtassimo contro, blocchi di cemento addolciti da una colorazione in tinte pastello. Ma alcuni clienti vi si siedono, e gli strani divanetti si corrugano sotto il loro peso, così l’occhio percepisce uno strano contrasto, ed è impossibile trattenersi dal toccare. Ecco, mistero svelato, gommapiuma. La prima sorpresa dell’Hotel Fox.

La prima stanza a cui accediamo è la 124, “Spare”, pezzi di ricambio d’automobile dipinti su tutta la parete e sulla coperta, ed eccolo lì, di nuovo quel blocco di cemento che, ormai non più minaccioso come prima, invita a sedersi di fronte al computer.

Alla reception chiediamo della responsabile dell’hotel, contattata

a vista. Veniamo poi a sapere che ciò ha un senso: concentrando

via e-mail molte settimane prima della nostra partenza e dalla

tutto l’arredamento al centro della camera, si hanno più pareti da

quale avevamo avuto una risposta particolarmente celere e cor-

dipingere! Come non averci pensato!

tese. La disponibilissima Lene, ci accoglie calorosa ed indaffa-

Rieccola, nella 307, “Dryads”, la struttura del letto (che poi ab-

rata. Ci chiede delucidazioni sul nostro interesse per l’hotel, le

biamo scoperto ripetersi in quasi tutte le stanze) , ma stavolta

spieghiamo la difficile faccenda del property management e del

scura. Sulle pareti alberi monocromatici, contorni netti, e sul let-

magazine, lei forse finge di capire pur di tornare a fare ciò che

to foglie multicolori. Spiriti dormono tra le radici degli alberi,

stava facendo prima del nostro arrivo. Controlla il database per

in grembi protettivi. Animali suonano ninne nanne, e gli alberi

cercare le camere libere al momento e ci mostra dove sono, di-

innaffiano le proprie radici.

stribuite sui due piani dell’hotel. Ci apre tutte le porte, ci lascia il

“East Side Guero Sound System”, la 308, dedicata ad un wrestler

badge magnetico per poter accendere le luci, e ci dice che possia-

messicano. Rosso sangue. Con ritratti beige e fucsia del prota-

mo girarle in lungo e in largo per tutto il tempo che desideriamo.

gonista, ed abat-jour che riproducono la sua famelica maschera.

Lei sarà al suo posto ad aspettarci così potremo farle tutte le

Inquietante. Maestosa.

Ci colpisce il letto, posto al centro della camera, in quanto è un’unica struttura con i comodini, la scrivania, la cassettiera e l’appendiabiti, un’asta spoglia se non fosse per le grucce appese

domande del caso. Stupite dalla fiducia riposta in noi, straniere armate di digitale e videocamera, iniziamo il nostro tour. Anche il ballatoio è un’opera d’arte, e da lì si accede ad un terrazzino che, seppur non offra altra vista che palazzi e condutture, è tuttavia ospitale coi suoi grandi cuscini e gli ombrelloni.

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alto dal pavimento, che per potervi riporre le “stanche membra” bisogna servirsi di quel ciocco di legno posto a terra sull’unico Inciampiamo negli strofinacci del personale delle pulizie, e prose-

lato in cui il letto non tocca la parete. Sembra così umano, col suo

guiamo il nostro viaggio che ci porta a scoprire un mondo nuovo

naso da Pinocchio e i suoi occhioni spalancati, che viene quasi

dietro ogni porta.

da chiedergli scusa quando gli si mette un piede in testa. Più in là una panchina adagiata su moquette che sembra un prato degno

Un nome che rispecchia bene ciò che rap- dei cartoni di Heidi e un pinguino che in fondo è una poltrona presenta: “Ecstasy”, la 206, bianca, nera, - ma se ti ci siedi ti abbraccia - esempio di arredamento “con un una donna coi capelli scompigliati sul letto, cuore”. Gli artisti che hanno creato questa stanza, infatti, sono che sembra trattenersi col corpo, ma la cui anche gli autori del peluche gigante, che ha anche una funzione espressione è più eloquente di qualsiasi pa- d’arredo. rola. Artisti. Si perché l’Hotel Fox è stato inteE, come se dalla sua figura intera sdraiata sul letto non fosse ramente creato da artisti che hanno parabbastanza chiaro cosa sta provando, il suo viso è riproposto in tecipato ad un concorso di MTV: 21 tra le gigantografia su una parete. migliaia di partecipanti hanno avuto la forRitorniamo nella 102, l’avevamo intravista all’inizio, ma Lene si tuna di poter dividere tra loro le 61 stanze di era accorta che il piumone sul letto non era perfettamente paral- un vecchio hotel, ormai fuori business, che lelo al pavimento, quindi ci ha chiesto di poter passare di lì alla i proprietari hanno colto l’occasione per fine, ed eccoci qui, “King Albino room”. Ne scopriamo il signi- “rinfrescare”. I bagni, a differenza delle stanze, sono

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ficato appena entrate. Un letto non solo king-size, ma anche così

rimasti bianchi e spogli, per facilitarne la pulizia. La sponsorizzazione del lancio di una nuova auto, che dal nome dell’hotel non è difficile indovinare, indirizzata al target giovane di MTV, avrebbe dovuto essere un evento temporaneo, ma visto il successo riscosso dall’hotel, si è deciso di tenerlo così com’è, e registra il tutto esaurito in ogni periodo dell’anno. Prima di andare via chiedo a Lene se ha una brochure o un depliant dell’hotel, ma lei mi risponde che non esistono. La scelta della strategia è stata precisa: il sito internet è l’unico strumento per avere informazioni sull’hotel, le e-mail diventano così il mezzo principale attraverso cui essere contattati dai clienti (ecco spiegata la celerità della risposta alla mia missiva). E poi, diciamoci la verità, un posto così si vende da solo.

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di Elisabetta Ramponi

In Giardino. Riflessione pressoché romantica sull’arte del verde.

Il rapporto tra uomo e natura è da sempre oggetto di studio artistico e filosofico. Da sempre visto come specchio del rapporto tra l’uomo e Dio o tra l’uomo e le manifestazioni di Dio. Dal mito di Prometeo fino ai giorni nostri l’ambizione umana di conquistare e dominare la natura ha assunto forme espressive e narrative diverse, ma ugualmente desiderose di racchiudere entro confini delimitati un proprio universo, un angolo di natura creata e ricreata, strappata alle necessità incontrovertibili dettate dalla natura naturans, dal divino appunto. La sfida della libertà sulle forme naturate, dunque prodotte, da un meccanicismo verso il quale l’uomo ha maturato un difficile equilibrio tra ribellione e accettazione. Ecco dunque i giardini, un compromesso tra tensione verso la desiderata bellezza naturale e il rifiuto delle leggi che la dominano; in pratica una consolazione attraverso la quale l’oggetto concupito viene ridotto in parziale cattività.

Un giardino deve quindi manifestare la natura nei suoi aspetti più rigogliosi e, allo stesso tempo, suggerire senza renderlo esplicito l’intervento umano che ha saputo ridurla all’obbedienza.

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Nel modellare la natura l’uomo ha sempre cercato di dare forma a sogni e a malinconie meravigliose spesso soggette a precisi costumi culturali e a colti riferimenti teorici. Ad esempio il giardino all’italiana riflette uno strutturato ordine geometrico mentre il giardino all’inglese è connotato da una finta casualità a tratti lugubre a tratti accogliente, un po’ come vedere Rinascimento e Romanticismo messi a confronto su un “terreno verde”. Nel caso del giardino all’inglese ciò che conferisce maggior bellezza e pregio all’ambiente vegetale è il fatto che l’arte (o l’arte magica, divina), la quale crea il tutto, non si svela in alcun modo, sicché quelle cose belle sembrano opere della stessa natura: mandarino magazine


IX. Poi che lasciar gli aviluppati calli, in lieto aspetto il bel giardin s’aperse: acque stagnanti, mobili cristalli, fior vari e varie piante, erbe diverse, apriche collinette, ombrose valli, selve e spelonche in una vista offerse; e quel che ‘l bello e ‘l caro accresce a l’opre, l’arte, che tutto fa, nulla si scopre. (T. Tasso, Gerusalemme Liberata, Canto XVI) In molti casi sono proprio le descrizioni letterarie e poetiche a darci l’effettiva idea di quello che sorgive, palmizi, erbe, profumi e percorsi nei giardini suscitano nella mente dell’uomo. Dal meraviglioso giardino di Armida narrato da Torquato Tasso ai luoghi della meditazione religiosa, il giardino è il luogo dove perdersi facilmente nella dimensione interiore, tra raccoglimento e illusioni, tra magia e poesia. Ma il pensiero romantico che si cela dietro all’arte vegetale non è solo di natura filosofica o letteraria ma anche e soprattutto sentimentale, basti pensare ai giardini pensili babilonesi costruiti attorno al 600 a.C per ordine di Nabuccodonosor II. Si narra che il re avesse fatto allestire i giardini per la giovane moglie Amiti, la quale soffriva di nostalgia, in modo da creare per lei un ambiente simile a quello del suo paese d’origine nelle montagne della Persia. Tutto lascia intendere che tecniche e visioni progettuali legate ai giardini siano giunte a noi dalle epoche più antiche con immutato valore concettuale ed espressivo. In breve si potrebbe pensare che la sostanza dell’umano “immaginario verde” sia mutata più volte nella forma restando tuttavia ancorata ad un’invariata matrice sognante. La

stessa che ha generato il meraviglioso giardino dell’Eden descritto nella Genesi, il misterioso e poetico ambiente lussureggiante dove Dante decide di ambientare l’incontro con il grande amore perduto della sua vita, Beatrice, e infine i dolci giardini di Chaumont sur Loire. Un piccolo paese sulla Loira dove una volta all’anno fioriscono piccole piazzole verdi per un vero e proprio Festival

Internazionale di Giardini. Attraverso i temi dell’amore, del caos e del gioco il verde che circonda il parco del castello ha assunto in questi anni forme diverse senza perdere il fascino che ha reso noti i giardini rinascimentali che popolano l’Ile de France. Un percorso tra allestimenti vegetali dove i tracciati del nostro presente si perdono nelle dolcezze poetiche di ieri.


“J UER AU JARDIN� O

di Maria Rega

- le 15eme Festival International des Jardin de Chamont Sur Loire 29 avril / 15 octobre 2006

www.chaumont-jardins.com

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Dall’esperienza del festival dei giardini di Chaumont nascono queste impressioni, declinate pensando alle piazze, agli orti urbani, ai tetti dei condomini e a tutto quanto Norman Brain ha esplorato e esplorerà nel futuro in tema di verde e spazi pubblici. Ciò che ha colpito maggiormente l’attenzione, oltre alle metafore poetiche e alle originali prospettive scenografiche adottate, è stata la tangibile e positiva risposta del pubblico presente, giovane e adulto. I lavori qui raccontati sono quelli che, ognuno in maniera diversa, hanno lasciato un segno nell’immaginario di chi li ha visitati, guardati, odorati, giocati, vissuti.

Quelli che racchiudono in sé stessi elementi di magia, di sorpresa, di evocazione, in grado di sbalordire i bambini e far sognare gli adulti, solitamente attraverso la chiave del ricordo, se si vuole un po’ malinconico, dell’infanzia. Risvegliata grazie a suoni e profumi che ce la fanno ri-apparire dietro un angolo inaspettato, nelle grida gioiose di bambini-altri, che in nulla differiscono da quelle che erano le nostre. Sono state omesse - seppur interessanti sotto il profilo ideativo e progettuale – le opere più complesse per ambizioni e concetti, impostati su evocazioni ricercate di non immediata, e soprattutto allargata, godibilità.

L’analisi complessiva di queste realizzazioni dimostra in ogni caso le infinite applicazioni che lo spazio costruito può adottare per mantenere un contatto non solo con il verde naturale ma anche con le inclinazioni più profonde e poetiche dell’individuo. INFO / Il festival è un’esperienza complessa, dove insegnamento, formazione, consulenza, si intersecano dando luogo ad un sistema culturale ed economico di grande interesse. Il pubblico, costituito da progettisti artigiani, botanici e artisti, oltre che da semplici spettatori, è richiamato dall’accattivante slogan dell’iniziativa: “Venez piquer nos idées! (Venite a copiare le nostre idee)”. Mantenendo sempre l’attenzione sulla complessità dei fenomeni della natura e dei loro dinamismi, anche caotici, Chaumont favorisce l’interdisciplinarietà, intesa come coinvolgimento di diversi campi della creatività riunendo i diversi addetti ai lavori in un continuo confronto operativo. Tali sforzi ideativi hanno oggi l’importante obiettivo di stimolare e diffondere nuove idee a cui ispirare progetti per la città del futuro. Non si tratta quindi solo di ipotesi avveniristiche ma soprattutto di concreti campi progettuali dove la fattibilità è condizione imprescindibile per la partecipazione all’esposizione. Si sperimentano pertanto accostamenti inusuali tra materiali diversi e piante, modalità innovative di gestione e manutenzione del verde, concetti che coniugano la tradizionale arte dei giardini con le esigenze del mondo contemporaneo. Ogni anno il festival si struttura su un tema sempre diverso. Il tema della 15° edizione del 2006 è Jouer au jardin e propone 26 nuovi giardini.

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Ispirato ad un poema di Rimbaud, in cui la sinestesia si esprime attraverso l’associazione spontanea di sensi diversi, il giardino invita a tali collegamenti, puramente soggettivi. Suoni, colori,

odori.

Un sentiero di legno ci accompagna attraverso “pareti sonore e aromatiche”. Canne di metallo di sezioni differenti provocano suoni col vento e al nostro passaggio. Insieme alle lenzuola candide rappresentano le lame di un ipotetico ventaglio, ognuna un giardino di piante aromatiche (lavanda, menta, timo, origano, gelsomino). Le lenzuola ci sfiorano il viso, destano i sensi. Udito, olfatto, vista e tatto vengono coinvolti nel nostro cammino durante il quale ci possiamo sedere in contemplazione. Le lame di questo ventaglio si dispiegano attorno ad un bacino d’acqua centrale. È lì, infine, che ci possiamo specchiare, moderni Narciso, lasciandoci suggestionare, come un poeta, da tale caleidoscopio di profumi e suoni in attesa di un’illuminazione.

Eventail Synesthetique Francesca e Annacaterina Piras Italia (landarks@hotmail.it)

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Un, Deux, Trois... Quatre? Ludovic Smagghe, Nicolas Menu e gruppo Mooslin France (www.mooslin.com)

Che emozione passeggiare in questo giardino!

Dietro l’apparenza tanto semplice si cela un enorme bagaglio emotivo. In quel vialetto costeggiato da vasi colmi di trifogli si alza la coltre di ricordi quando, bambine, cercavamo quelle quattro foglioline, ognuna di noi con una speranza nel cuore. Anche ora, da adulta, non posso sottrarmi alla gioiosa e tradizionale ricerca.

Dove si cela il quadrifoglio che mi renderà di diritto fortunata?

riscoperta e riutilizzata come esempio di costruzione facente parte del patrimonio culturale, storico e architettonico di questi paesi. Il materiale che si ricava da questo economico impasto possiede infatti straordinarie proprietà di compattezza e isolamento, è facilmente reperibile in loco perché è costituito dalla terra dei campi coltivati e, per questo, rappresenta un esempio di fusione con l’ambiente circostante. In Italia esiste l’Associazione Nazionale “Città della Terra Cruda”, un network che collega tutti quei comuni caratterizzati dalla presenza sul territorio

di un costruito storico in crudo, decisi ad impegnarsi in progetti concreti volti alla sua tutela e al suo recupero. Il giardino, per la sua realizzazione ha visto l’importante collaborazione dell’Istituto nazionale di ricerche agronomiche, INRA, che ha messo a disposizione degli ideatori ben venti tipologie di trifoglio esistenti.

Scopro che i vasi che contengono le preziose foglioline sono stati creati appositamente con una particolare tecnica, detta pisé. Di antica provenienza, trae le proprie origini in Marocco, Francia, Portogallo, Spagna e Italia. È un impasto di argilla, sassi e paglia. Si chiama terra cruda e viene oggi

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In redazione Andrea Sartori responsabile Norman Brain Emilia Dissette responsabile di redazione Cristiano Ceretti art director Francesco Attolini creative director Raffaella Balbo relazioni esterne Carla Crifò redattrice Roberta Frangipane redattrice Elisabetta Ramponi redattrice Maria Lidia Rega redattrice Mafalda Moreiro designer Viola Loffi Mottino designer Dario Bovero designer Matteo Cellini designer Progetto grafico Norman Medialab Hanno collaborato a questo numero Alessandro Gori, Henrik Winterstam, Una Stupar e Michele Panzeri

Mandarino Magazine, a Gruppo Norman company publication Gruppo Norman Sede legale via Durini 15 – 20122 Milano Sede di redazione via Fucini 4 – 20133 Milano tel 02 777110456 / 457 / 460 e-mail normanbrain@grupponorman.com Stampa Optima S.r.l. - Milano

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Il Gruppo Norman è uno tra i primi gruppi italiani operanti nel settore della gestione dinamica di patrimoni immobiliari conto terzi. Il suo obiettivo è valorizzare i patrimoni di una determinata proprietà, incrementandone il ritorno economico e permettendo a chi usufruisce degli immobili di vivere o lavorare in un contesto territoriale che soddisfi i propri bisogni. Caratteristiche del Gruppo sono l’approccio innovativo e creativo che garantisce un servizio strutturato e conforme alle esigenze del Cliente. Il Norman Brain è il laboratorio creativo e di ricerca del Gruppo Norman. Accende nuovi sguardi, nuovi fuochi d’interesse, sugli spazi abitati, sul territorio che ospita i patrimoni immobiliari dei Clienti del Gruppo Norman, sulle opportunità d’investimento, economico e culturale, della Società. Creativi e ricercatori, in area umanistica ed economico-sociale, cooperano per individuare le tendenze nella valorizzazione dell’ambiente umano, i servizi e le strutture che caratterizzano le identità dei luoghi, allo scopo d’introdurre elementi d’innovazione sempre aggiornati in tutte le attività del Gruppo. Architettura e filosofia, marketing e design, fotografia ed economia, sono alcuni degli ambiti in cui si esercita il sistematico sconfinamento disciplinare del Norman Brain. Catturare le informazioni che scorrono lungo le strade, reali e virtuali, della conoscenza, interpretarne il valore nei contesti applicativi dei progetti della Società, è il modus operandi di un team in cui l’imprevisto è la regola, poiché è da esso che germina la creatività dell’idea improvvisa, anticipatrice e precorritrice delle future tendenze del mercato. Gli strumenti privilegiati di questo lateral thinking sono la rassegna stampa quotidiana, il brainstorming, i viaggi e i report (scritti, fotografici, audio-visuali) che ne scaturiscono, i concept di progetto, siano essi in ambito commerciale, residenziale, ricettivo-alberghiero, turistico o industriale. Gli Osservatori sulle tendenze metropolitane, inaugurati nel corso del 2007 a Barcellona, Londra e San Pietroburgo, portano poi il laboratorio ad usufruire di specifici sensori d’analisi ed elaborazione distribuiti nelle aree dell’Europa che più di ogni altre risentono dei mutamenti della cultura e dell’economia contemporanee. Accessi decentrati al mondo della creatività, gli Osservatori sono le porte dalle quali filtrano tanto le idee quanto le persone, tanto gli impulsi più autentici dell’innovazione, quanto i nuovi ricercatori che alimentano il dinamico sistema di produzione del Norman Brain. Il medialab è lo studio di sviluppo creativo del Gruppo Norman. Utilizza nuove tecnologie e ricerca soluzioni innovative per la comunicazione. Si occupa della comunicazione visuale del gruppo, sia direttamente che supervisionando tutta la produzione “below” e “above the line”. Si occupa di realizzare “la comunicazione visuale” interpretando e valorizzando il presente e le esigenze delle singole divisioni, prevedendo i trend di mercato e le strategie future. Il medialab realizza audiovisivi con tecnologia HDV e soundtracks originali. Innovazione e ricerca insieme agli skills personali sono gli elementi che permettono di fare della creatività prodotto. Ha sede a Milano, Londra e San Pietroburgo. Le sue sezioni di business sono: audio: soundtrack originali ed effetti inediti video: documentari, reportage, cortometraggi, video arte, video clip multimedia: concept design, graphic design, logotipi.

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Indice delle immagini Copertina Collage di Matteo Cellini Foto di Cristiano Ceretti

Nothing’s new in Sarajevo Cristiano Ceretti Manifesti elettorali, Sarajevo, 2006, p.44

Seconda di copertina Grafica di Viola Loffi Mottino

L’insetto scoppiettante Cristiano Ceretti Campagna nella Fruška Gora, Serbia, 2006, pp.46-47

Editoriale Cristiano Ceretti, Lungofiume, Belgrado, 2006, p.2 Isola di legno Cristiano Ceretti Auto da set cinematografico, Drven Grad, Serbia, 2006, pp.8-9 Interno del ristorante, dintorni di Drven Grad, Serbia, 2006, p.11 Zavet Cristiano Ceretti Cecchini, set del film Zavet, dintorni di Drven Grad, Serbia, 2006, pp.12-13 Musicanti, set di Zavet, Drven Grad, 2006, Serbia, p.14 Drammatica Sarjevo Grafica di Dario Bovero, Postcard from Sarajevo, Cimitero di Koševo, Sarajevo, p.17 Cristiano Ceretti Buco di granata sull’Hotel Europa, Sarajevo, 2006, pp.18-19 Tram fumetto, Sarajevo, 2006, p.23 Templi Momenti di fede, monastero di Novo Hopovo, Fruška Gora, Serbia, 2006, pp.24-27 Beograd Grafica di Viola Loffi Mottino, Bambini attenti al maniaco! Cartello stradale, campagna nella Fruška Gora, Serbia, 2006, p.29 L’elogio della lentezza sul Danubio Cristiano Ceretti Domenica sul Danubio, Belgrado, 2006, pp.31-33 Metropole hotel, Belgrado, 2006, p.35 Ottoni storie Cristiano Ceretti, Ottoni da matrimonio, Belgrado, 2006, p.37 Grafica di Viola Loffi Mottino e Dario Bovero, Campagna per la consegna delle armi, Višegrad, Bosnia Erzegovina, 2006, p.38 La Repubblica delle Trombe Autore ignoto, Musicisti, p.39 Strumenti in pausa, set del film Zavet, dintorni di Drven Grad, Serbia, pp.40-41 Locandina del documentario La Repubblica delle Trombe, p.42

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The Strange Birth Banquet Michele Panzeri, The Strange Birth Banquet, London, 2007, p.49-56 Grafica di Will bock, Locandina di The Strange Birth Banquet, London, 2007, pp.48 e 56 Osservatori 2007: London, Sankt Peterburg, Barcelona Cristiano Ceretti, Regent’s Canal, London, 2007, pp.58-59 Grafica di Dario Bovero e Viola Loffi Mottino, 2007, pp.60-61 Prospettive Nevskij Cristiano Ceretti, Vita pulsante sulla Nevskij, Sankt Peterburg, 2007, pp.62-69 ¡ Soy desperada! Grafica di Viola Loffi Mottino, 2007, pp.70-71 Dai Paesi ai mestieri fantasma. Il caso della Spagna Grafica di Dario Bovero, Viola Loffi Mottino e Mafalda Moreiro, Cartoline dai paesi fantasma, 2007, pp.73-74 La tana della volpe. Hotel Fox a Copenhagen Elisabetta Ramponi, Camere d’albergo, Copenhagen, 2006, pp.76 e 79 In giardino. Riflessione pressoché romantica sull’arte del verde Grafica di Viola Loffi Mottino, 2007, pp.80-85 Jouer au jardin Elisabetta Ramponi, Maria Rega I giardini di Chaumont, Francia, 2006, pp.82-85 Terza di copertina Roberto Benzi Compagnia Stabile di teatro d’impresa di Gruppo Norman Quarta di copertina Collage di Matteo Cellini Foto di Cristiano Ceretti

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