Anno 2013 || Link n°3

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OFFICINA DELLE IDEE Dramma del lavoro in Campania Occupazione giovanile e sviluppo

QUI ED ORA Il PD verso il congresso Intervista a Stefano Caldoro

CULTURA E FORMAZIONE

ANNO I | NUMERO 3 | € 5,00

Le offerte dell’Università del Sannio Rai: una fucina di competenze

Il Berlusconismo nella storia d’Italia Leader o caimano? Il Re è nudo!



EDITORIALE

di Samuele Ciambriello

Libertà è partecipazione. Libertà è scendere dall’albero! L’antipolitica, secondo alcuni politologi, inquina il vivere civile, l’economia e la stessa politica. Già la politica, che offre rappresentanza e rappresentazione agli orientamenti e ai comportamenti pubblici dei cittadini. E quindi, spesso come specchio riflesso, è il teatro della provvisorietà, del populismo e dei penultimatum! Nei visi, nei difetti e spesso nell’immoralità dell’antipolitica, presente in tutti i ceti sociali, c’è, a volte, anche il disprezzo verso le Istituzioni e lo Stato. Lo Stato è considerato un corpo estraneo, o addirittura nemico, che taglieggia i cittadini, impone vecchie e nuove tasse e non qualifica servizi e stato sociale. Questo distacco tra cittadini e politica si sente, si vede, si soffre. Noi siamo contro questa abitudine all’estraneità, alla rimozione del bene comune e alla speranza. Le Istituzioni e la politica servono ai cittadini, anche se la sua agenda è scritta dalle emergenze, dai ricatti irresponsabili o da leggi obsolete e violate. La politica non è arte di arrangiarsi, giorno per giorno, senza slancio profetico e programmazione. Non è mettersi sotto i piedi leggi e Costituzione. Facciamo qualche considerazione come fotografia in bianco e nero e come stimolo. Nelle ultime settimane l’alternarsi degli eventi e gli effetti che hanno prodotto hanno toccato il culmine della confusione tra timori e speranze, ottimismo e pessimismo. La vicenda Berlusconi è esplosa. L’ex premier e laeder del centrodestra si sente perso e fa di tutto per non abbandonare la scena politica dove da vent’anni, con il consenso di milioni di italiani, recita la parte del protagonista, avendo sconfitto tanti laeder del centrosinistra. Il re è nudo! Ma i moderati, la destra democratica non comprende che c'è bisogno di un nuovo partito, di una forza di rappresentanza politica che abbandoni totalmente il populismo, la sudditanza da Berlusconi, configurando così un partito nuovo, organizzato, moderno e democratico? L’espediente delle “larghe intese” ha coperto questa crisi, ha datto la palla a Berlusconi offrendogli una vittoria a tavolino, insperata. Questa è provvisorietà e surrealtà italiana! Non sedurre, ma servire è il vero potere! E, infine, il PD. È vero o no che negli ultimi anni la sinistra ha trascurato i suoi doveri, i suoi compiti, i suoi valori, pur sapendo quali fossero, per viltà, per opportunismo e incapacità dei suoi dirigenti politici? C'è una pigrizia conservatrice, una paura di sbilanciarsi,di costruire il bene comune. Chi tace acconsente. Il PD si deve organizzare sul piano culturale, isituzionale e anche organizzativo, senza risentimenti o autoreferenzilaità. Noi pensiamo che in ogni schieramento occorra ricominciare a rischiare. E il coraggio, la dignità in politica e la fiducia con i cittadini si recupera a partire dalla riforma della legge elettorale. Chi si ferma è perduto!

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... scrivi a redazione_link@libero.it

lettere ed opinioni Portale trovalavoro L’arrivo dell’ennesima e-mail. Mittente: ennesimo portale trovalavoro. È un continuo annunciarsi, sponsorizzato, è chiaro. Sono iscritta a venticinque newsletter diverse, per almeno cinque mansioni e sottocategorie su tutto il territorio nazionale. Centinaia le posizioni ricercate a disposizione tra cui scegliere. Non è un gioco di parole. Quello inizia dall’elenco delle suddette. Di solito le figure professionali sono descritte in inglese per renderle più flessibili e internazionalizzate. Bisogna capire con i tuoi studi e le tue esperienze cosa dovresti essere, che ruolo ricoprire in base ai parametri europei. Ti senti sempre un passo indietro, perché facendo ricerche in rete sembra che tutti sappiano cosa fare di, e come gestire un account o esserlo, non senior, ma junior. … Personalmente, in pochi mesi, sono passata da una meticolosa lettura, al fulmineo già letto, pubblicità, già visto, iscrizione a corso a pagamento, già scartato, annuncio interessante ma bisogna avere almeno tre anni di esperienza in tale ambito. Vuoi un’esperienza? Ne ho acquisita. Anni passati nella cernita degli annunci di lavoro. Non dovrei parlarne, ma gli annunci per i giornalisti sono esilaranti. Cerchi lavoro come giornalista pubblicista? Ti offrono una collaborazione non retribuita che ti permetterà, se tutto andrà per il verso giusto, di iscriverti all’albo. Trafila già fatta. Se no perché cercare lavoro qualificato? … Altro giro di mail... Credo che leggerò qualche altro annuncio di lavoro… Qualcosa troverò. Nella speranza sia quello giusto. Chiarastella Foschini

Il tradimento della Sinistra moderna ai fondamenti della “questione meridionale” Caro Direttore, è dall’Unità d’Italia che si assiste all’ esigenza di una coscienza unitaria delle classi deboli del meridione in Italia, sempre mercificate ai potenti di turno, e sottomessi ad un sistema ecclesiastico retrivo e feudale. Le forze laiche (Garibaldi e Mazzini) non sono riuscite già dall’ora a canalizzare le fasce deboli in un discorso di riscatto sociale, la stessa impostazione unitaria a carattere “piemontese” aprirà ad un Italia già divisa nella sostanza economica e sociale. Nasce da qui l’impasse tra una borghesia “illuminata” ed una massa strumentalmente abbandonata all’ignoranza e all’indigenza. Lo stesso governo giolittiano aprirà ad un intervento di “facciata” nei confronti del meridione. Il paradosso fu che il fenomeno del brigantaggio diede una risposta “anarchica” né con lo Stato né con i signori, si coglievano così già avvisaglie di una sfiducia profonda nei confronti di una qualsivoglia forma di aggregazione istituzionale di riscatto. Solo al nord alla fine dell’ 800 con il nuovo “proletariato industriale” comincia a delinearsi una coscienza politica socialista che sarà alla base di un serio confronto tra

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lettere ed opinioni intellettuali anche di marcata impronta meridionalista come Labriola e Turati. Lucida e lungimirante fu l’analisi di Gramsci che intravedeva nella mancanza dei diritti dei contadini meridionali il fallimento dell’intero Paese. Nell’Italia postfascista lo stesso PCI di Togliatti presenta una posizione dualista rispetto alle due realtà italiane. Per ritornare ai giorni nostri la sinistra e per inciso, il PD ha dimostrato un disinteresse preoccupante nei confronti del meridione; fatta esclusione di un pur discutibile “rinascimento bassoliniano” la sinistra si è allontanata dalla sua indole più profonda portatrice di riscatto e rinnovamento. È qui che nasce il tradimento etico e filosofico della classe politica di sinistra odierna, soprattutto quella meridionale che immemore, cieca o peggio malfidata continua ad usare vecchi clichè populisti e clientelari finalizzati alla conservazione di un potere imbalsamato ben lontano dal voler dare spazio e valore e alle potenzialità di un territorio. Emblematica è la gestione delle moderne periferie che ridisegna solo la recrudescenza di un sistema borbonico radicato in una borghesia che continua a sfruttare sacche deboli imponendo un colonialismo culturale umiliante e ghettizzante. Maria Rosaria Rossi Barbelli

Gli spifferi nel PD sannita Egregio Direttore, verrebbe da citare Mao, assistendo al dibattito interno al PD sannita..“Grande è la confusione sotto il cielo. Situazione eccellente”. Tra lettiani della prima ed ultima ora, renziani dal triplice rito, pittelliani, centristi, riformisti ex diessini, riformisti territorialisti, movimento giovanile, fare il conto delle varie voci che animano il dibattito interno al PD sannita potrebbe essere impresa ardua ed in fin dei conti abbastanza inutile, visto che il congresso appare ancora una chimera irraggiungibile. Qualcuno le chiama correnti, a me invece sembrano più spifferi che lasciano intuire un dibattito interno al partito ampio e variegato. Niente di preoccupante, quindi! Per ora! Meno male che c’è ancora voglia di discutere… e non è scontato! Ciò che deve, invece, interessare è la direzione del dibattito apertosi che non può risolversi in un disputa nominalistica tra Renzi, Cuperlo, Fassina, Pittella etc. Per questo vedo con favore il tema dello sviluppo territoriale, avanzato da Perifano e apprezzo molto il percorso partecipato per il documento sull’agricoltura del PD provinciale promosso da Mortaruolo. Mi sembrano linee su cui vale la pena approfondire il dibattito. Tuttavia è doveroso aggiungere che in questa fase al PD sannita dovrebbe importare del Partito Democratico! Dovrebbe porsi un interrogativo molto serio: come procede nella prassi politico-amministrativa del Sannio democratico “l’incontro e lo scontro” tra le diverse visioni in rapporto con lo strumento partito e le tante amministrazioni locali democratiche. Non è fuffa ed è una questione fondamentale per tutti i democratici... Diego Ruggiero

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lettere ed opinioni A proposito di scuole di formazione politica... Caro Direttore, voglio innanzitutto ringraziarla per l’invito alla partecipazione al seminario di riflessione politica ed economica che si terrà a Scala (SA) il 14 e 15 settembre. E voglio farlo perché, in un contesto segnato da una crescente sfiducia e disaffezione della classe politica e delle istituzioni democratiche, in cui la comunicazione e il linguaggio sembrano essere stati contaminati quasi interamente da quell’ arte che è definita Retorica, la sua rivista LINK credo abbia lanciato il primo segnale concreto che un’inversione di marcia è possibile, e lo ha fatto, e spero continui, utilizzando, al contrario di tanti, un linguaggio e una comunicazione che potremmo definire consapevoli. Oggi più che mai, mentre i partiti hanno perso quasi del tutto quel contatto con le persone perché impegnati a districarsi con la profonda metamorfosi che stanno subendo, c’è il bisogno e la necessità di creare e dare vita a spazi in cui il confronto serrato, la condivisione delle idee, il dialogo, ritornino ad essere percepiti come stimoli essenziali per immaginare il proprio futuro. Tutto questo si realizza se si ha la capacità di imparare a capire, a farsi capire e infine a saper fare. Link stia dimostrando di saperlo fare. Gennaro Zollo

Io? Speriamo che me la cavo… come aspirante avvocato Caro Direttore, vorrei che Lei desse spazio ad una vicenda di cui, forse, non tutti conoscono i retroscena. Ogni anno il mese di dicembre è un appuntamento fisso per gli aspiranti avvocati che si apprestano a sostenere l’esame di abilitazione per la professione forense. Napoli, risulta ogni anno il distretto di Corte d’Appello con il numero più alto di bocciati e di conseguenza quello con il numero maggiore di candidati, anno dopo anno. La Mostra d’Oltremare, che ospita per tre giorni gli oltre seimila aspiranti avvocati, diventa un vero e proprio mercato! Code interminabili da concerto rock, ore ed ore di fila al freddo fin dalle quattro del mattino in attesa dell’apertura dei cancelli che avviene soltanto intorno alle dieci. Quando tutta Italia ha iniziato le prove scritte, a Napoli ci si sta ancora sistemando affrontando vere e proprie guerre fratricide per accaparrarsi un posto! Morale della favola quando comincia la dettatura, molti candidati con gli i-phone connessi stavano già leggendo le tracce dei compiti, smistandole al proprio studio legale per una “consulenza”… La situazione è grave e penalizzante… soprattutto per la gente onesta! Francesco Pascuzzi

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SOMMARIO

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OFFICINA DELLE IDEE La crisi occupazionale in Campania e il suo modello di sviluppo Francesco Pirone

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Economia del lavoro ed occupazione giovanile Francesco Fimmanò

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Indesit, verso la chiusura lo stabilimento di Teverola - Carinaro Beatrice Crisci

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Le aziende “eccellenti in Campania”: l’esperienza del Sannio Rosaria De Bellis

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Vita da cassaintegrato Giulia D’Argenio

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“Qui si viene solo per fame” Laura Guerra

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QUI ED ORA Silvio Berlusconi… perché gli italiani lo votano Massimo Adinolfi

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C’è bisogno di un nuovo partito a destra? Paolo Trapani

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Viaggio nel PDL Campano

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Ultima… a destra!

Carlo Porcaro Nazzareno Orlando

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Intervista a Stefano Caldoro Il potere ubriaca ed attrae poteri, inimicizie ed ingratitudini Samuele Ciambriello

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Il berlusconismo nella storia d’Italia Giovanni Orsina

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Dov’è finita la rivoluzione Arancione? Umberto De Gregorio

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Intervista a Pina Tommasielli Il rilancio di De Magistris Paola Bruno

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Globalizzazione, irresponsabilità e crisi finanziaria: il corto circuito della società di mercato Paolo Ricci

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Il PD verso il congresso. Parlano gli aspiranti “segretario” Ilaria Perrelli

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“Voglio restituire agli avellinesi un futuro di speranza” Marco Staglianò

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APPROFONDIMENTI Banche, credito e mercato: l’ossessione teutonica Elio Pariota

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I guasti del capitalismo finanziario e globale

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Intervista a L. Lucci (Cisl), A. Rea (Uil) e F. Tavella (Cgil) Emergenza occupazione in Campania

Nicola Cacace

Paola Bruno 8 |


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La pista ciclabile migliora la qualità della vita? Francesco Faenza

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Una fucina di competenze

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Sport, comunità locale, economia: rischi ed opportunità

Francesca Fichera

Luca Bifulco

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SPECIALE La tutela del segnalato nelle Centrali Rischi private Marianna Quaranta

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La Centrale rischi della Banca d’Italia Gianluca Bozzelli

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L’arbitro Bancario... Federico De Silvo

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WELFARE La proroga della vergogna Dario Stefano Dell’Aquila

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Quanto siamo disposti ad accettare la diversità e comprenderla? Emmanuela Zinzaro

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Intervista al prof. Adolfo Gallipoli D’Errico Contro la malattia… il volontariato Beatrice Avvisati

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RICERCA E INNOVAZIONE Biogas ed energie rinnovabili. Il futuro possibile Vincenzo Di Grazia

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Terra di Lavoro: prodotti eccellenti, sapori ricchi e intensi, paesaggi suggestivi Beatrice Crisci

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CULTURA E FORMAZIONE Viaggio Università di Benevento Maria Rosa Caspariello

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Valorizzazione dei beni culturali Gennaro Miccio

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Metamorfosi Nicola Oddati

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Caserta ≠ Napoli Franco Capobianco

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La comunicazione che plasma le menti Domenico Pizzuto

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Che tipo di prete vogliamo Telecomando sospeso tra una tv obsoleta e immaginaria Lello La Pietra

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Un Giudice partigiano Recensione a cura della redazione

Associazionismo ed emigrazione Recensione Paola Bruno

I 5 Stelle? Umorismo di grande stile e impegno civile! Recensione Samuele Ciambriello

Salerno si “illumina” di Poesia e Letteratura Paola Congiusti

Link. Trimestrale di Cultura e Formazione politica Anno I, numero 3, 2013 Registrazione del Tribunale di Napoli n. 52 del 09 ottobre 2012 ISSN - 2282-0973 Direttore Responsabile Samuele Ciambriello Coordinamento Editoriale Marianna Quaranta Comitato Editoriale Massimo Adinolfi Sergio Barile Filippo Bencardino Luca Bifulco Antonio Borriello Paola Bruno Gian Paolo Cesaretti Umberto De Gregorio Dario Stefano Dell’Aquila Francesco Fimmanò Salvatore Gargiulo Nicola Graziano Giovanni Laino Massimo Lo Cicero Anna Malinconico Marco Musella Marino Niola Stefania Oriente Gianfranco Pecchinenda Patrizia Perrone Francesco Pirone Paolo Ricci Francesco Romanetti Marco Staglianò Segreteria di Redazione Tel. +39 081.19517494 Fax. +39 081.19517489 e- mail: redazione_link@libero.it Editore LINKOMUNICAZIONE srl Centro Direzionale Isola G/8 80143 Napoli P.IVA /Cod. Fisc. 07499611213 Amministrazione e Abbonamenti Centro Direzionale, isola G8 80143 Napoli Tel. 081 19517508 Fax 081 19517489 Dal lunedì al venerdì 9,30 - 14,00 e- mail: abbonamenti.link@gmail.com Abbonamento annuale 10,00 euro conto corrente postale intestato a: LINKOMUNICAZIONE srl: C/C 001013784739 oppure, bonifico bancario sul conto intestato a LINKOMUNICAZIONE srl IBAN: IT24W0760115100001013784739 Foto di Agenzia Controluce Via Salvator Rosa, 103 80135 Napoli Italia Foto di copertina di Anna Monaco

Fotocomposizione e stampa Poligrafica F.lli Ariello s.a.s. | 9


OFFICINA DELLE IDEE

di Francesco Pirone

La crisi occupazionale in Campania e il suo modello di sviluppo

L’

Europa ha registrato i primi segnali d’inversione di tendenza: la recessione sembra fermarsi e la ripresa potrebbe essere vicina, ma non in tutti i territori e non con la stessa velocità di crescita. L’Italia, infatti, resta in recessione e in condizioni ancor peggiori rimangono le regioni più deboli del Mezzogiorno: il sistema produttivo s’impoverisce e non si arresta la riduzione di posti di lavoro. Una quota ampia di popolazione è stata già espulsa o spinta ai margini del mercato del lavoro in condizione di disoccupazione o di grave precarietà,con effetti economici e sociali più profondi nei contesti regionali, come quello campano, dove il funzionamento del mercato del lavoro

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presentava maggiori criticità già prima di subire l’impatto della crisi. La disoccupazione, infatti, non è un fenomeno nuovo in Campania. Anzi, storicamente lo sviluppo del sistema produttivo regionale ha generato una domanda di lavoro insufficiente ad assorbire l’offerta delle persone in cerca di occupazione. Il mercato locale del lavoro ha, quindi,tradizionalmente sofferto di rilevanti squilibri che hanno alimentato non solo la disoccupazione, ma anche altri fenomeni di rilievo sociale:emigrazione,precarietà, occupazione irregolare con ampie sacche di grave sfruttamento dei lavoratori. Ai mali endemici del mercato del lavoro campano poi nel corso dell’ultimo decennio si sono intrecciati i fenomeni più recenti dell’insta-

Gli effetti della crisi Secondo i dati ufficiali Istat aggiornati al secondo semestre del 2013, con la crisi gli occupati in Campania si sono ridotti a circa 1,5 milioni, con una perdita di 195 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2007: si tratta di un calo pari a -11,1%, un valore che è più del triplo della media nazionale che si è attestata a -3,6%.


Foto di Salvatore Laporta

bilità occupazionale e dell’immigrazione straniera che hanno ulteriormente complicato il quadro occupazionale. Problemi nazionali di regolazione che in Campania, però, assumono connotazioni particolari in relazione al ridotto sviluppo della base occupazionale. In un contesto regionale così fragile, la recessione economica dal 2008 ad oggi ha avuto l’effetto di radicalizzare i tradizionali squilibri del mercato locale del lavoro, anche per effetto dell’impostazione delle politiche di austerità, con conseguenze drammatiche in termini sia di impoverimento economico, sia di disgregazione sociale. Le statistiche disponibili non lasciano molti margini di interpretazione: gli effetti

negativi della crisi sul mercato del lavoro in Campania sono stati più intensi che nel resto del Paese, partendo da una condizione pre-crisi di sensibile svantaggio relativo. Secondo i dati ufficiali Istat aggiornati al secondo semestre del 2013, con la crisi gli occupati in Campania si sono ridotti a circa 1,5 milioni, con una perdita di 195 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2007: si tratta di un calo pari a -11,1%, un valore che è più del triplo della media nazionale che si è attestata a 3,6%. La crisi occupazionale è ancor più grave se si tiene conto che le statistiche registrano come occupati anche le persone che beneficiano della cassa integrazione che, però, percepiscono un salario ridotto: su scala regionale nella prima metà del-

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OFFICINA DELLE IDEE

l’anno si stima che in media i cassintegrati siano stati58 mila in 336 unità aziendali in crisi. A fronte della riduzione degli occupati, si registra il raddoppio del numero delle persone in cerca di occupazione: in Campania si contano circa 435 mila disoccupati, mentre nel 2007 erano meno di 213 mila. Tra i disoccupati cresce in egual misura sia il numero delle persone che avevano un lavoro ma lo hanno perso a seguito della crisi, sia quello dei giovani che invece sono in cerca della prima occupazione. Il tasso di disoccupazione regionale è così ar-

gorie, le opportunità occupazionali non solo sono ridotte, ma sono anche di qualità inferiore, sia economicamente sia per il limitato corredo di tutele sociali e sindacali. Stiamo assistendo alla produzione continua di una “popolazione di scarto” nella logica dell’economia neoliberista. Sempre più il mercato del lavoro in Campania – e nei diversi “Mezzogiorni d’Europa” – si va articolando in un cuore centrale di pochi occupati stabili e ben tutelati e una vasta periferia di precarietà, di occupati variamente contrattualizzati in maniera temporanea e con ridotte garanzie.

In assenza di sistemi di protezione sociali capaci di filtrare gli effetti degli andamenti negati dell’economia sulla vita delle persone, sono i soggetti con minore potere di mercato a pagare per primi il prezzo della crisi con la disoccupazione e la marginalizzazione lavorativa. rivato al 21,9% contro la media nazionale del 12%. Le statistiche suggeriscono che i territori più fragili stanno pagando i costi sociali più elevati imposti sia dalla crisi, sia da una gestione politica della crisi che è stata finora sensibile principalmente alle esigenze dei mercati finanziari e al controllo del debito pubblico. Lo stesso fenomeno si osserva nell’offerta di lavoro: in assenza di sistemi di protezione sociali capaci di filtrare gli effetti degli andamenti negati dell’economia sulla vita delle persone, sono i soggetti con minore potere di mercato a pagare per primi il prezzo della crisi con la disoccupazione e la marginalizzazione lavorativa. In condizioni di così elevato squilibrio tra opportunità occupazionali e offerta di lavoro, la domanda di lavoro assume comportamenti fortemente selettivi che colpiscono le componenti dell’offerta percepite come meno produttive: le donne, i giovani senza esperienze professionali, le persone a bassa qualificazione, i più anziani con competenze obsolete, lavoratori con ridotte capacità lavorative o disabilità, gli immigrati. Per chi rientra in una o più di queste cate-

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Al di fuori,si alimenta un’area sempre più estesa di disoccupati e persone espulse dal mercato del lavoro. Una logica che impone un costo sociale insostenibile e uno spreco di risorse umane ed economiche che pure potrebbero utilmente essere impiegate in un altro modello di sviluppo, orientato ai bisogni sociali e non a quelli del mercato. Non si può aspettare la ripresa economica e non ci si può affidare ai soli meccanismi di mercato:se pure la ripresa cominciasse oggi, i tassi di crescita attesi richiederebbero tempi lunghi per recuperare soltanto l’occupazione perduta, senza incidere sugli squilibri territoriali. È certamente necessaria una politica economica orientata alla crescita dell’occupazione, ma non è sufficiente perché fin dal suo inizio la crisi ci sta raccontando che si è esaurito un modello di sviluppo, che il mercato ha fallito. La politica e la società non sembrano aver ascoltato, ma è a loro che tocca la sfida di “quadrare il cerchio” con l’elaborazione di un diverso progetto di benessere economico, coesione sociale e libertà politica. 


di Francesco Fimmanò

* Ordinario di Diritto

Economia del lavoro ed occupazione giovanile

Commerciale presso l’Università del Molise. Preside di Giurisprudenza presso l’Unipegaso.

Una prospettiva post-ideologica

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ccorre innanzitutto chiedersi cosa determini nelle attuali economie capitalistiche il livello di occupazione e dei salari dei lavoratori e conseguentemente il livello del reddito prodotto e la relativa distribuzione. Si tratta di questioni che investono anche temi di natura non strettamente economica. La disoccupazione, specie giovanile, ed i bassi salari rappresentano spesso non solo i sintomi di inefficienza del sistema economico, ma anche cause di profondo disagio sociale. D’altra parte alla disoccupazione di massa è connessa un’ampia fenomenologia concernente i processi di emarginazione sociale. Secondo alcuni la rigidità della protezione del lavoro, nell’equilibrio tra le componenti, produce un aumento della disoccupazione. C’è chi ha sostenuto, al contrario, che la rigidità peggiora la qualità della disoccupazione, aumentando la percentuale dei disoccupati permanenti e producendo la divisione degli occupati in due categorie: i superprotetti da una parte e i sottoprotetti, dall’altra. Questo effetto è assai evidente nel settore pubblico, dove il contrasto tra la condizione di lavoro dell’impiegato stabile e quella del precario è tangibile. Ma il conflitto si avverte anche nel settore privato: il fenomeno dei lavoratori a progetto che svolgono lavoro sostanzialmente subordinato, o quello delle c.d. cooperative “appaltatrici” o delle microimprese che forniscono lavoro ultra-flessibile e sottopagato è ben noto (e tollerato) nel nostro Paese da decenni. Ciò comporta che di fatto lo “statuto dei lavora-

tori” si applica solo ad una piccola parte dei lavoratori sostanzialmente dipendenti nelle aziende private. Gli altri lavoratori portano tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno. Al contrario è necessario applicare il diritto del lavoro (e le relative protezioni) non più al lavoratore “subordinato” in quanto tale, ma al lavoratore “economicamente dipendente”, intendendosi per tale quello che trae la maggior parte del proprio reddito da un unico committente, essendo irrilevante la natura “autonoma”, “subordinata” o “cooperativa” dell’attività svolta. E non si può superare certo il problema estendendo a tutto il lavoro economicamente dipendente il diritto del lavoro come esso si applica nelle grandi aziende o nelle amministrazioni pubbliche, in quanto l’effetto sarebbe un enorme aumento del lavoro nero, cioè la cura diverrebbe peggio della malattia. Occorre viceversa estendere a tutti i lavoratori – in ugual misura ed a parità di anzianità di servizio – le protezioni e la flessibilità di cui il sistema ha bisogno, né più né meno. Occorre, dunque, analizzare quale sia il livello di protezione adeguato ed efficace che è realistico estendere a tutti i lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza economica (specie in materia di licenziamento per motivi economici od organizzativi). Una volta fissato questo meccanismo, va imposto a tutti i nuovi rapporti di lavoro, in modo da non toccare i diritti quesiti. Tale analisi deve partire dal presupposto che il livello di protezione giusto ed efficiente non deve essere una questione ideologica,

Divisione in categorie Secondo alcuni la rigidità della protezione del lavoro, nell’equilibrio tra le componenti, produce un aumento della disoccupazione. C’è chi ha sostenuto, al contrario, che la rigidità peggiora la qualità della disoccupazione, aumentando la percentuale dei disoccupati permanenti e producendo la divisione degli occupati in due categorie: i superprotetti da una parte e i sottoprotetti, dall’altra.

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OFFICINA DELLE IDEE

ma solo “operativa” da risolvere sulla base dei dati statistici. In realtà il livello di occupazione e il tasso di disoccupazione dipendono anche dalle condizioni di concorrenza sia nel mercato del lavoro sia in quello dei beni e servizi. La scarsa concorrenza nel mercato dei beni e dei servizi nuoce all’occupazione almeno quanto la scarsa flessibilità e concorrenza nel mercato del lavoro. Le analisi empiriche dimostrano che introdurre più concorrenza nel mercato dei beni e dei servizi migliora l’occupazione tanto più quanto più inflessibile è il mercato del lavoro. La concorrenza nei mercati di beni e servizi non elimina l’esigenza di liberalizzare anche il mercato del lavoro, ma aiuta un Occorre, dunque, fisiologico sviluppo guardare soprattutto complessivo. al di là del settore industriale, Si discute allora sulla possibilità di tornare e ai settori “non maturi” indietro sulle “attuali regole restrittive nei che meglio hanno retto confronti del lavoro a anche alla crisi, termine”. Occorre al riguardo, ancora una ma che hanno ancora volta, partire dai dati. un potenziale non sfruttato. Nel nostro paese la riforma “Fornero” aveva l’ambizioso obiettivo di ridurre la precarietà e di arginare la cosiddetta fuga dal lavoro subordinato, fenomeno che caratterizza da oltre un ventennio il mercato del lavoro italiano. Analizzando il fenomeno delle partite IVA, si è visto che nel 2012 ne sono state aperte 550.000 (oltre il due per cento in più rispetto al 2011), e il 38,5% del totale, pari a 211.500 (+8,1%), sono ascrivibili a giovani con meno di 35 anni. L’incremento maggiore, secondo l’analisi della CGIA di Mestre su dati del Ministero dell’Economia, tra gli under 35 è stato al Sud (37,8% del totale). L’aumento del numero delle partite IVA relative alle donne under 35 è stato del 10,1%. Visti anche i dati sul PIL e gli altri indicatori macroeconomici del nostro Paese, questi dati fanno pensare che, nonostante le misure restrittive della Riforma, questi nuovi lavoratori autonomi lavorino prevalentemente per un solo committente, e non sono certo “epifanici” di una ripresa dell’imprenditoria individuale. Questa lettura è av-

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valorata dal fatto che la maggior parte delle nuove iscrizioni hanno interessato soprattutto gli agenti di commercio/intermediari presenti nel settore del commercio all’ingrosso, le libere professioni e l’edilizia. La riforma non è oggettivamente riuscita a realizzare gli scopi prefissati: basti pensare al tasso di disoccupazione, e in particolar modo a quello giovanile. Secondo i dati ISTAT nel 2012 il tasso di disoccupazione è salito al 10,7%. La disoccupazione giovanile, a gennaio, sempre secondo ISTAT, è salita al 38,7%. L’Italia, in questa classifica, occupa il secondo posto, seconda sololla Spagna. Ci sono poi dei dati strutturali secondo cui, ad esempio, in Italia gli occupati under 30 sono circa 3 milioni, mentre in Germania sono 8 milioni. D’altronde, basta analizzare il dato italiano degli oltre 2 milioni di giovani under trenta che non studiano né lavorano (empre tra gli under trenta, quasi il cinquanta per cento è inattivo). Se si considera l’andamento degli occupati nei settori di attività, si vede che in tutto il 2012 la caduta dell’occupazione nel settore dell’industria è stata marcata, fino al 2,5 percento nel quarto trimestre (con un –4,6 per il settore delle costruzioni), mentre nel settore dei servizi l’andamento è stato positivo (+1,5 nel terzo trimestre e +0,5 nel quarto trimestre). Se poi ampliamo l’orizzonte, si registra che, dei 7,9 milioni di contratti attivati nei nove mesi del 2012, il 71 percento è nel settore dei servizi, nel quale l’occupazione segna un andamento positivo anche negli anni della crisi, sin dal quarto trimestre del 2009. E questo nonostante i ritardi nell’evoluzione del settore: il cd. ritardo digitale e telematico vale almeno due punti e mezzo di PIL. Nelle società più sviluppate d’altra parte sono le produzioni immateriali ad avere maggiore potenziale. Occorre, dunque, guardare soprattutto al di là del settore industriale, e ai settori “non maturi” che meglio hanno retto anche alla crisi, ma che hanno ancora un potenziale non sfruttato. Negli ultimi anni il numero maggiore di contratti attivati si è registrato nel settore alberghiero, nell’istruzione, nella ristorazione, nei trasporti e nelle comunicazioni, nelle attività finanziarie e negli altri servizi alle imprese. È verso questa dire-


Foto di Salvatore Laporta

Invertire la tendenza vuol dire che il tema non è più solo cercare un posto di lavoro, ma soprattutto creare lavoro, a cominciare dal proprio.

zione che occorre orientare al lavoro la maggior parte dei giovani: turismo, cultura, servizi alla persona, servizi del terziario avanzato. In tutte le economie capitalistiche è stato il settore terziario a creare la maggior parte dei posti di lavoro, anche senza particolare contribuzione da parte dello Stato, tenuto conto, fra l’altro, che in tale settore è più lineare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro qualificato, in quanto la richiesta di laureati è maggiore. Occorre dunque un piano straordinario per l’occupazione, orientato soprattutto verso il terziario, sulla base di un nuovo raccordo scuola-università-imprese per avvicinare domanda e offerta, al quale va aggiunto un diverso orientamento del sistema di education, teso alla promozione dei talenti e di nuovi indirizzi di studi verso settori quali l’arte, la cultura, il turismo, le telecomunicazioni, i servizi alle famiglie. In secondo luogo, il settore pubblico deve ritrarsi dalla presenza in settori come l’assistenza alle famiglie e alla imprese, il sostegno al disagio sociale, il tu-

rismo, la cultura e la formazione, in modo che in tali e altri ambiti maturi un’imprenditoria giovanile e femminile in grado di erogare servizi che costino meno e funzionino meglio, e di espandere le potenzialità del nuovo terziario per le persone e le imprese. Per queste aree del settore dei servizi non c’è bisogno di far leva sulla spesa pubblica, in quanto talora bastano flussi aggiuntivi selettivi e mirati di spesa perché poi le nuove iniziative si autoalimentino. Invertire la tendenza vuol dire che il tema non è più solo cercare un posto di lavoro, ma soprattutto creare lavoro, a cominciare dal proprio. L’istruzione tecnica ha contribuito fortemente allo sviluppo industriale italiano del dopoguerra, poi sono arrivati gli anni in cui una ipocrita idea di eguaglianza si è trasformata in uniformità. La c.d. “liceizzazione” dell’offerta formativa italiana ha ridotto l’efficacia del nostro modello, arrivando in alcuni casi a comprimere oltre ogni misura le materie professionalizzanti. Basta guardare alla Germania dove, copiando l’antico modello italiano, ben l’ottanta per cento dei quasi due,milioni di apprendisti ha meno di 18 anni e i giovani sono inseriti in un percorso scuola-lavoro che facilita l’ingresso nel mondo del lavoro. I nostri studenti conoscono il mondo del lavoro circa tre anni più tardi dei loro coetanei europei e spesso sono male orientati. Il risultato è che abbiamo un forte gap di diplomati tecnici e molti laureati che non hanno la libertà di scegliere sul mercato del lavoro. In quel Paese sono stati creati negli ultimi 20 anni istituti di formazione per chi ha terminato la scuola secondaria dove gli studenti passano metà del tempo in aula e metà in azienda. Insomma nel quadro complessivo delineato occorre ridurre il costo del lavoro, fissare un livello di protezione adeguato ed efficace per il lavoratore economicamente dipendente, dimensionare territorialmente i percorsi formativi, recuperare il ruolo delle istituzioni di formazione tecnico professionale, rivoluzionare i servizi di orientamento, incentivare l’occupazione qualificata, aumentare le forme contrattuali flessibili, semplificare le normative e liberalizzare concretamente il mercato dei beni e dei servizi. 

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OFFICINA DELLE IDEE

di Beatrice Crisci

Indesit, verso la chiusura lo stabilimento di Teverola - Carinaro Il segretario Bernabei punta l’indice sulla Regione: “Debolezza e poca determinazione sulle vertenze che riguardano la provincia”

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ncora tempi bui per il settore industriale nella provincia di Caserta, aziende che erano fiore all’occhiello del territorio sono ormai in crisi o scomparse. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la Indesit, la multinazionale dell’elettrodomestico che nel Casertano ha il suo insediamento a Teverola-Carinaro, dove a rischio ci sono ben 540 posti di lavoro dei 1450 complessivi annunciati dall’azienda a inizio estate. La notizia di un nuovo piano di ristrutturazione con il trasferimento di parte della produzione in Polonia e in Turchia è stata accolta, come era prevedibile, nel peggiore dei modi non solo dagli operai, ma anche dagli stessi sindacati. Fin dall’annuncio delle intenzioni dell’impresa negli stabilimenti casertani, così come in quelli di Melano e Albacina, entrambi vicino a Fabriano, è scattata una mobilitazione concretizzatasi con una serie di scioperi programmati che hanno caratterizzato il periodo estivo, nell’attesa della riapertura del tavolo ministeriale in programma per il prossimo 17 settembre, cui prenderanno parte anche le due Regioni Campania e Marche. L’Indesit assicura che non vuole licenziare nessuno, ma che anzi investirà 70 milioni di euro in tre anni negli stabilimenti campani. Sta di fatto che l’amarezza mista a profondo senso di esasperazione ha segnato l’estate appena trascorsa di centinaia di operai. La riapertura del sito di Carinaro-Teverola è avvenuta certo in tono minore. L’attività, infatti, è ripresa dopo la pausa estiva solo per il 70% del personale, il restante è in cassa integrazione ordinaria. La Regione Campania fin da subito si è

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mobilitata per eventuali politiche di sostegno al comparto degli elettrodomestici. “La disponibilità della Regione – aveva evidenziato l’assessore regionale Severino Nappi – serve ed è utile a fronte di impegni certi dell’azienda che salvaguardino la capacità produttiva dei nostri stabilimenti e le prospettive di futuro occupazionale, ma anche il Governo deve essere consapevole dell’esigenza di percorsi di reindustrializzazione al Sud e in particolare in Campania”. Il sindacato è seriamente preoccupato per l’incidenza che la vertenza Indesit potrà avere da qui a poco sul territorio casertano già fortemente colpito dalla crisi economica. A conferma le parole del segretario generale della Cgil provinciale Camilla Bernabei. “Noi siamo molto preoccupati – sottolinea con amarezza il segretario – perché, nonostante la vertenza sia nazionale e veda la ricaduta su più poli industriali italiani, sarà sicuramente il Casertano a risentirne pesantemente. Infatti, il piano presentato dall’azienda vede penalizzati i punti industriali di Teverola e Carinaro a favore invece di un rafforzamento del polo delle Marche, dove non ci sono forme di crisi industriali superiori alla nostra”. Questo che significa segretario? “Ravvediamo chiaramente nella scelta fatta dall’Indesit una forma di ritiro di investimenti sui territori del Sud”. Ci faccia capire! “Sappiamo che l’incidenza di mano d’opera rispetto al costo della lavatrice è di mezz’ora qui da noi. Il costo del lavoro in Polonia e Turchia, nonostante sia più basso che in Italia,

Camilla Bernabei “Non possiamo nascondere che la mancanza di rapporti tra le aziende del territorio con l’Università e la mancanza di un progetto di sviluppo della Regione Campania abbiano rappresentato il vero motivo che ha spinto la multinazionale dell’elettrodomestico a puntare ad un Polo di Ricerca e di Innovazione nelle Marche e non in Campania”.


non incide in nessun modo sulla produzione degli elettrodomestici in maniera significativa. Abbiamo, dunque, la necessità anche con il nuovo incontro al Ministero di far emergere le vere problematiche che hanno portato un’azienda importante come l’Indesit a una decisione simile”. Il sindacato si è fatto un’idea di cosa veramente sia accaduto? “Non possiamo nascondere che la mancanza di rapporti tra le aziende del territorio con l’Università e la mancanza di un progetto di sviluppo della Regione Campania abbiano rappresentato il vero motivo che ha spinto la multinazionale dell’elettrodomestico a puntare ad un Polo di Ricerca e di Innovazione nelle Marche e non in Campania”. Come nasce questa convinzione? “Abbiamo potuto constatare come già nei precedenti incontri al Ministero lo stesso presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca abbia posto l’attenzione e l’impegno per la realizzazione di un polo di attrazione e ricerca sul proprio territorio. Al contrario i

nostri rappresentanti regionali hanno solo dichiarato disponibilità, ma senza un reale piano programmatico di sviluppo nel settore degli elettrodomestici in Regione Campania, dimostrando di conseguenza l’incapacità a gestire una crisi industriale che in modo diretto o indiretto colpisce oltre 1000 lavoratori e mette in discussione la sopravvivenza di altrettante famiglie”. Il sindacato allora come si pone e come pensa di muoversi? “Ancora una volta nonostante la miriade di dichiarazioni da parte della politica le organizzazioni sindacali, nel caso specifico la Cgil, si trova come unico soggetto che sta cercando ai tavoli nazionali di porre la vertenza Indesit in modo paritario rispetto ai vari siti industriali. Iniziative ci saranno sicuramente anche a livello locale e saranno tese soprattutto a sollecitare la Regione affinché faccia la sua parte. Ancora una volta, infatti, sta dimostrando debolezza e poca determinazione per quelle che sono le vertenze della provincia di Caserta”. 

L’Indesit assicura che non vuole licenziare nessuno, ma che anzi investirà 70 milioni di euro in tre anni negli stabilimenti campani. Sta di fatto che l’amarezza mista a profondo senso di esasperazione ha segnato l’estate appena trascorsa di centinaia di operai.

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OFFICINA DELLE IDEE

di Rosaria De Bellis

Le aziende “eccellenti in Campania”: l’esperienza del Sannio Inaugurato distretto industriale high tech ad Airola. Arriveranno 30 milioni di euro e 40 aziende

È

stato Airola l’epicentro della crisi economica che ha investito anche la provincia di Benevento. Un terremoto silenzioso e profondo che ha fatto crollare un polo industriale tessile di eccellenza nato anni prima grazie all’intraprendenza di alcuni imprenditori e all’arrivo di molti fondi pubblici. 120 milioni di euro andati in fumo e oltre 350 lavoratori in cassa integrazione. Questi i numeri principali di una vertenza che, negli ultimi mesi, ha fatto registrare alcuni segnali positivi. Sono arrivati nuovi investitori e Regione Campania e Governo sono pronti a destinare 30 milioni di euro per la riconversione industriale, grazie al Protocollo d’Intesa siglato tra il presidente Caldoro e il ministro dello Sviluppo Economico Zanonato. Si parte innanzitutto con un distretto industriale high tech nuovo di zecca. Il 26 marzo scorso si è, infatti, insediata la Tecno Tessile

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Adler (TTA) di Paolo Scudieri. Nei capannoni di 38mila metri quadrati, che erano stati sede della Pirelli e dell’Alfa Cavi, d’ora in avanti verrà prodotto il telaio in fibra di carbonio per la coupé Alfa Romeo 4 C, l’elitaria per i numeri da edizione limitata. Una produzione che verrà realizzata grazie ad impianti tecnologicamente avanzati messi a punto con la collaborazione del CNR e con l’impiego degli ex dipendenti di quei capannoni, che verranno almeno in parte riassorbiti. Una ripartenza in grande stile per un impianto destinato all’industria dell’automotive, con un investimento di 10 milioni, 12 a regime, e con un contributo della regione Campania in base ad un apposito contratto di programma. Saranno realizzati 20 telai al giorno per 6 anni. A far rifiorire una fetta di quel deserto lasciato ad Airola da un gruppo di imprese tessili è stata la multinazionale del casertano

Hi-tech sannita Una ripartenza in grande stile per un impianto destinato all’industria dell’automotive, con un investimento di 10 milioni, 12 a regime, e con un contributo della regione Campania in base ad un apposito contratto di programma.


Per conquistare il web: passione e strategia. La storia di un’azienda sannita leader nel web marketing. Continuando il nostro viaggio nelle eccellenze del Sud si accendono i riflettori sull’azienda sannita “IT Marketing”, impegnata in progetti per il web, tecnologie mobile e applicazioni desktop, il tutto ad alto tasso di tecnologia. È stata fondata nel 2008 da un gruppo di ingegneri e professionisti, tutti laureati presso l’Università degli Studi del Sannio. Un’azienda incentrata interamente sui servizi web. “Il nome stesso IT Marketing – ha spiegato l’amministratore delegato ing. Vittorio Scocca – vuole esprimere l’ambito in cui si intende operare. In particolare la parola IT ha una duplice declinazione: Information Technology e abbreviazione di Italia. La nascita dell’azienda ha quindi come prerequisito un’esperienza nel settore di servizi avanzati e come obiettivo offrire servizi basati su tecnologia web oriented nell’era del web 2.0”. L’azienda ha un gruppo di informatici che sono focalizzati sullo sviluppo tecnologico e un team di risorse specializzate sul marketing e la comunicazione che offrono servizi utilizzando, a seconda dei casi, gli strumenti più opportuni. Ha sviluppato internamente prodotti eccellenti tra i quali il servizio streaming per web tv, web radio, software di gestione, webzine e molto altro riguardante il mondo del web

Si comincia con un primo nucleo di assunzioni ed una formazione lavoro per 108 operai, fino ad arrivare in un semestre con un personale di 158 unità.

marketing e non solo. L’applicazione web conosciuta è sicuramente “itstream.tv”. Si tratta di una piattaforma che consente la gestione dei contenuti video, con possibilità di creare web tv personalizzate con svariate funzionalità al top del mercato. A ciò si aggiungono servizi di ideazione e produzione di contenuti. L’azienda, insomma, agisce come un “piccolo centro media” che accompagna il cliente in ogni richiesta di comunicazione, dalla creatività alla scelta degli strumenti da utilizzare. Per il futuro, assicura l’amministratore delegato, “la IT avrà una strategia di focalizzazione sul suo prodotto principale che è la piattaforma Itstream.tv, per

Scudieri, specializzata nella realizzazione di materiali per l’industria del trasporto. Un colosso che conta nel mondo 58 stabilimenti in 19 Paesi, 7 siti di ricerca e di sviluppo, 9.000 dipendenti, per un fatturato annuo di 1 miliardo di euro. Grazie alla ripresa della produzione, lo stabilimento caudino diventa il più grande del Sannio: occupa, infatti, una superficie coperta di 38mila metri quadrati.

arricchirla sempre di maggiori funzionalità. Le aree di maggiore sviluppo saranno l’integrazione di maggiori strumenti di web advertising e l’aggiornamento continuo delle funzionalità legate ai social network”. Nessuna paura, invece, della crisi economica e delle sue conseguenze sul mercato. Secondo i dati Nielsen, infatti, la pubblicità in Internet e il web marketing sono in costante espansione; Internet è l’unico mezzo su cui cresce la pubblicità nel 2012 (+5 %, da 631 a 664 milioni di euro). In questo senso le strategie di marketing più diffuse via web, come le campagne Internet Advertising, social, display, ecc., hanno un minore peso economico e si sposano molto bene con la crisi economica che le aziende stanno inevitabilmente affrontando. Una peculiarità di IT Marketing, infine, è l’attingere alla forza lavoro locale. “Tutte le risorse umane dell’azienda sono locali e questo rappresenta un valore in termini di alto know how anche se il mercato di riferimento è principalmente quello nazionale – ha dichiarato l’ing. Scocca – la conoscenza delle esigenze del territorio consente però di poter offrire al mercato locale servizi tarati alle reali esigenze di questo target”. R.D.B.

Importante anche il risvolto sul piano occupazionale: l’impegno del gruppo industriale è di rilevare una parte dei circa 400 lavoratori cassintegrati dell’ex polo tessile. Si comincia con un primo nucleo di assunzioni ed una formazione lavoro per 108 operai, fino ad arrivare in un semestre con un personale di 158 unità. 

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OFFICINA DELLE IDEE

di Giulia D’Argenio

Foto di Salvatore Laporta

Vita da cassaintegrato L’esperienza di vita di un ex operaio Iribus

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iulio B., 43 anni, operaio Irisbus dal 1997, ora in cassa integrazione. Vive ad Avellino, è sposato e ha tre bambini. Tra i protagonisti di una lotta tenace per mantenere alta l’attenzione su una vertenza che ha assunto rilevanza nazionale, racconta la sua esperienza a difesa del lavoro. La difficoltà, come uomo e come padre, di vivere il presente, di accettare una condizione di negazione, la fiducia nel futuro di un operaio che chiede lavoro e non sussidi, considerati una mortificazione della sua dignità. Giulio, come è iniziata la sua esperienza all’Irisbus? “Dopo la scuola avrei voluto proseguire gli studi. Purtroppo, gli eventi dopo il diploma

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non mi hanno permesso di realizzare questo obiettivo: i miei genitori sono venuti a mancare improvvisamente, uno a distanza di nove mesi dall’altra. Un avvenimento triste che mi ha sopraffatto e non mi ha permesso di frequentare l’università. All’epoca, avevo 21 anni e nessuna alternativa se non quella di iniziare a lavorare per mantenere me e la casa, costruirmi un futuro, una famiglia. Ho scelto di entrare in fabbrica, di diventare un operaio perché sentivo che questo lavoro avrebbe garantito la mia dignità, ne apprezzavo la concretezza e mi piaceva l’atmosfera di solidarietà che caratterizza i rapporti tra gli appartenenti a questa categoria”. Quando nasce e a che punto è la vertenza Irisbus?

Il lavoro è dignità Si vive la difficoltà, come uomo e come padre, di accettare una condizione di negazione, di avere fiducia nel futuro di un operaio che chiede lavoro e non sussidi


“La cosa parte da molto lontano. Già nel 2001, una delle sigle sindacali presenti nello stabilimento aveva lanciato i primi allarmi sul rischio di chiusura della Irisbus, rivolgendosi agli altri sindacati e ai sindaci della zona. Ne seguì un primo incontro per discutere della questione che non ha trovato soluzione e si è arrivati alla chiusura nel 2011. Poi, due anni di lotte grazie alle quali, il 1° agosto di questo anno, abbiamo ottenuto un significativo risultato, portando la nostra vertenza al Ministero dello Sviluppo Economico, in un incontro col sottosegretario De Vincenti. Io stesso ho preso la parola per leggere una lettera del comitato Resistenza Ho portato i miei figli davanti Operaia, di cui sono membro, con una proalla fabbrica: volevo che posta precisa. Abbiamo comprendessero che anche loro indicato il drammatico un giorno potrebbero trovarsi di incidente del 28 luglio al viadotto Acqualonga, fronte ostacoli simili e volevo come esempio dell’inaaiutarli a capire come affrontarli. deguatezza del parco circolante italiano. Da Forse ne usciranno sconfitti ma, qui la proposta di ammodernare i mezzi esialmeno, avranno combattuto. stenti utilizzando un’innovativa tecnologia Pininfarina, il revamping, in attesa del piano nazionale trasporti. Una proposta che ha riscosso grande interesse e ci fa ben sperare sulla positiva soluzione della vertenza. Infatti, per la seconda metà di settembre, sarà fissato un nuovo incontro”. Come vi è stata comunicata la decisione di chiusura dello stabilimento e come è stato ricevere la notizia? “Il 7 luglio del 2011, eravamo già in cassa integrazione. Mentre andavamo al lavoro, su un giornale locale leggemmo della chiusura della fabbrica. Per me è stato agghiacciante. Era luglio, di mattina presto e si stava bene ma io sono stato percorso da un brivido freddo: mi sono sentito gelare. Poi mi sono detto che, probabilmente, la notizia era falsa perché i giornali non sempre sono veritieri e che, forse, qualcosa si poteva ancora salvare. Ci siamo aggrappati alla speranza di potere ricominciare. Quando siamo arrivati in fabbrica abbiamo avuto la conferma che,

invece, era tutto vero e che entro il 31 dicembre si sarebbe chiuso per sempre”. Cosa ha provato tornando a casa quel 7 luglio? “È stato molto difficile, davvero brutto: a pensarci sento ancora un gran magone. Chi ha un lavoro, sul quale fonda una famiglia, nel momento in cui gli viene a mancare sente vacillare tutto. Il lavoro è la base perché ti dà dignità, ti dà i mezzi necessari a vivere, ti garantisce benessere e, ancora di più, ti dà la consapevolezza di avere un ruolo nella società, di cui sei parte integrante e alla quale dai il tuo contributo. Stare in cassa integrazione, invece, ti fa sentire come un pensionato, senza ancora avere l’età per vivere così. Aspetti l’arrivo del sussidio a fine mese. Ma questa è una condizione che ti annulla e ti toglie la dignità”. Come vive questa situazione la sua famiglia? “Mia moglie è stata un punto di riferimento. Ovviamente la tensione causata da questa situazione ha influenzato la nostra quotidianità, ma abbiamo superato tutto perché lei ha capito il senso della mia battaglia e mi è stata vicino. So di aver tolto molto alla mia famiglia: ho tolto via del tempo, ho tolto un padre. Dal 7 luglio 2011, io e tanti miei colleghi siamo stati assorbiti dalla nostra lotta comune. È difficile raccontare una storia come la nostra in modo che chi legge possa capire fino in fondo … però noi affrontiamo tutto con grande dignità, con forza e con la speranza che questa battaglia vada avanti.. questa esperienza ci ha insegnato a non piangerci addosso, a rimboccandoci le maniche guardando avanti. Ho portato i miei figli davanti alla fabbrica: volevo che comprendessero che anche loro un giorno potrebbero trovarsi di fronte ostacoli simili e volevo aiutarli a capire come affrontarli. Forse ne usciranno sconfitti ma, almeno, avranno combattuto”. Quale futuro si prospetta? “Io ho speso tutte le mie energie nella lotta per mantenere aperta quella fabbrica e sono convinto che riaprirà: forse avrà un altro nome ma tornerà a fare autobus”. 

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OFFICINA DELLE IDEE

a cura di Laura Guerra

“Qui si viene solo per fame” I lavoratori che si rivolgono alla Mensa Caritas. Intervista ad Antonio Mattone. Direttore Ufficio Pastorale e del Lavoro della Diocesi di Napoli

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n incontro fra i tanti, dell’estate appena finita, è rimasto fissato nella mente di Antonio Mattone: quello con uno chef di 63 anni rimasto senza lavoro e che non ha ancora i requisiti per andare in pensione; si sono conosciuti alla Mensa Caritas della chiesa del Carmine di Napoli. Un uomo non abbastanza giovane per trovare un nuova occupazione; non abbastanza anziano per non lavorare più; una persona che aveva fatto della sua passione la sua professione cucinando per anni per gli altri, ora mangia cibo preparato da altre mani, lui non sceglie né menu, né gli ingredienti e ad Antonio ha confidato: “qui si viene solo per fame”. Antonio Mattone, responsabile per la comunicazione della Comunità di Sant’Egidio dove coordina anche l’area dedicata alla condizione dei detenuti, nel suo ruolo di direttore dell’Ufficio della Pastorale del Lavoro della Diocesi di Napoli, ha visitato le mense estive attivate dalla Caritas nei diversi quartieri cittadini. Lì ha notato che rispetto agli anni scorsi aumentano le facce di tante persone che fino a pochi mesi fa neanche avrebbero immaginato di doversi mettere in fila per un pasto. Per alcuni si è passati dalla mensa aziendale alla mensa parrocchiale. Sono soprattutto uomini, sono italiani. Facce di persone che gli istituti di ricerca racchiudo in cifre sempre più preoccupanti. “In Campania – sottolinea Mattone – il tasso di disoccupazione è ormai al 19% , vuol dire che

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fra la popolazione in età lavorativa, 1 persona su 5 è disoccupata; le vertenze aziendali aperte sono 650 e coinvolgono 50.000 lavoratori che rischiano di perdere il posto, dal 2008 la regione ha perso 15 punti di Prodotto Interno Lordo e il 35% delle famiglie è a rischio povertà; sono 200.000 i precari fra i 20 e i 30 anni che non sanno se vedranno rinnovato il loro contratto mentre sono 600.000 i giovani che non studiano, non lavorano, non si formano”. Come commenta senza scoraggiarsi, un quadro che richiama solo aggettivi negativi? “Il quadro, sul fronte lavoro in Campania, si presenta davvero a tinte fosche e alla ripresa autunnale sicuramente si registrerà l’aumento drammatico della povertà di quelle persone che fino a pochi mesi fa un lavoro ce lo avevano e che mai avrebbero immaginato di perderlo e di trovarsi in una crisi economica generale così grave da non poterne trovare un altro in un tempo ragionevole. Le cifre sono impietose ma non sono neutre, contengono le storie, i drammi, le speranze di tante famiglie che sempre di più si trovano costrette a chiedere aiuto”. Chi le aiuta? “A Napoli, oltre alla Caritas, ai volontari impegnati in tante associazioni cattoliche e laiche, ai tanti gruppi parrocchiali, non c’è molto altro. Gli investimenti sulle politiche

Il fronte del lavoro in Campania Le cifre sono impietose, ma non sono neutre; contengono le storie, i drammi, le speranze di tante famiglie che sempre di più si trovano costrette a chiedere aiuto.


sociali intese come politiche di sviluppo e prevenzione del disagio e non come assistenza a valle delle difficoltà, sono inesistenti. Bisognerebbe alzare il livello dell’attenzione sul fenomeno, istituendo in breve tempo dei Tavoli di analisi, discussione ed intervento che veda la partecipazione di tutti i soggetti istituzionali che hanno in capo le Politiche Sociali e gli enti del Terzo Settore”. Sul fronte delle politiche economiche a Napoli su cosa si potrebbe puntare? “Una grande risorsa per la città del futuro è sicuramente il porto, nominare una cabina di regia operativa che ne faccia un volano di sviluppo sarebbe necessario per la creazione di tanti nuovi posti di lavoro e per ren-

derlo nuovamente competitivo negli scambi commerciali e nei flussi turistici nel Mediterraneo”. Quali saranno i suoi prossimi impegni? “Come direttore dell’Ufficio Pastorale del Lavoro della Diocesi parteciperò alle prossima edizione delle Settimane Sociali, importante momento di confronto sulla complessità che attraversa la società contemporanea; mentre per la Comunità di Sant’Egidio l’appuntamento è a Roma per la ventisettesima edizione dell’Incontro Internazionale per la Pace che in questo momento di crisi in Siria e nell’area mediorientale del Mediterraneo si carica di un significato ancora più importante”. 

Una grande risorsa per la città del futuro è sicuramente il porto, nominare una cabina di regia operativa che ne faccia un volano di sviluppo sarebbe necessario per la creazione di tanti nuovi posti di lavoro.

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Foto di Andrea Baldo

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di Massimo Adinolfi

* Professore associato,

Silvio Berlusconi… perché gli italiani lo votano

Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute presso l’Università di Cassino.

Il Re è nudo! Un regime è finito tra Olgettine e condanne penali

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roviamo a domandare al contrario: ci sono buoni motivi per non votare Silvio Berlusconi? Dopo la sentenza della Cassazione, ce n’è – a quanto pare – uno più forte di tutti: perché Silvio Berlusconi ha violato la legge, è reo non di abuso della credulità popolare, bensì di frode fiscale. In verità, questo non è un motivo per non votarlo. È di più! .. è o si appresta ad essere un motivo per cui è semplicemente impossibile votarlo. Finché però hanno potuto, e forse persino se in futuro ancora potranno, gli italiani lo hanno votato e forse ancora lo voteranno in buon numero. Se dunque è ben possibile che l’incandidabilità tolga di mezzo il Cavaliere, non toglie di mezzo il problema che storici e politologi continuano a porsi: perché Berlusconi ha potuto dominare la scena politica italiana per circa vent’anni, vincendo per tre volte le elezioni, divenendo per altrettante volte Presidente del Consiglio, rimanendo sempre il leader incontrastato del centrodestra – nonostante lo scetticismo degli alleati e qualche imbarazzo delle cancellerie straniere, nonostante Casini, nonostante Fini, nonostante Monti e nonostante chissà quanti altri avranno provato o anche solo sperato di prenderne il posto: da Formigoni a Montezemolo, da Lamberto Dini ad Umberto Bossi? Un fenomeno politico richiede una spiegazione politica, a meno che non si ritenga che la politica sia solo la continuazione di qualcos’altro con altri mezzi. Ma quella spiegazione viene meglio individuata se ci si domanda non come diavolo sia possibile che gli italiani si siano fatti abbindolare

dal Cavaliere ma, più sobriamente e più laicamente, se davvero siano sussistiti motivi per dir così impedienti. Che gli italiani avrebbero però bellamente ignorato. Proviamo allora a cimentarci brevemente con alcuni di questi motivi, presuntamente ostativi. Anzitutto elencandoli. In cima a tutti starebbe il conflitto con la giustizia, apertosi già nell’autunno del ’94, cioè fin dalla sua prima esperienza di governo, quando, raggiunto da un avviso di garanzia, fu in sostanza costretto dai suoi stessi alleati alle dimissioni. Dallo stalliere Mangano ai diritti cinematografici passando per Previti e Dell’Utri per finire con l’ultima indagine ancora in corso sulla compravendita dei senatori, ce ne sarebbe di che scandalizzare gli elettori, si dice. E invece niente. In secondo luogo, stanno o starebbero i costumi personali del Cavaliere. In realtà, dalla diciottenne Noemi Letizia alla men che diciottenne Kharima El Mahroug, passando per il folto stuolo delle Olgettine, di queste vicende boccaccesche l’opinione pubblica è stata informata tardi, grosso modo solo durante la legislatura da poco conclusa. Più in generale si dovrebbe dire allora che è la sua biografia, sono le sue amicizie o il suo stile in affari a dover rappresentare il vero impedimento. Così però non è stato affatto. In terzo luogo, starebbe il gigantesco conflitto di interessi, legato anzitutto alla proprietà delle televisioni ma non solo: un potere simile in altri Paesi occidentali, ai quali l’Italia vorrebbe somigliare, non sarebbe e non è tollerato. In quarto luogo, starebbe la natura stessa delle formazioni politiche da lui animate, e cioè il carattere patrimoniale, quasi padronale di

L’incandidabilità non elimina il problema Perché Berlusconi ha potuto dominare la scena politica italiana per circa vent’anni, nonostante lo scetticismo degli alleati e qualche imbarazzo delle cancellerie straniere, nonostante Casini, nonostante Fini, nonostante Monti e nonostante chissà quanti altri?

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QUI ED ORA

un’esperienza politica che sembra non poter prescindere dal ruolo dominante esercitato nell’economia nella finanza e nella comunicazione da Silvio Berlusconi. In quinto e ultimo luogo, starebbe infine la qualità dell’azione di governo, la distanza fra il sogno azzurrino promesso agli italiani – meno tasse, meno Stato, un milione di posti di lavoro in più, ristoranti pieni e, per tutti, uova col prosciutto a colazione – e l’estrema fragilità dell’azione di governo, povera di risultati concreti e segnata oltretutto da continue fratture politiche: con Dini e Bossi, poi con Casini, poi con Fini, infine con Tremonti. Abile venditore di tappeti, secondo il giudizio di Eugenio Scalfari, Ber-

La diffidenza tipicamente liberale nei confronti della mediazione politico-statuale, si è tradotta, nel Cavaliere, meno nella promozione di una società civile virtuosa, e più nell’appello al popolo contro il pericolo rosso, in omaggio all’esigenza populista di individuare sempre un possibile capro espiatorio. lusconi avrebbe propinato agli italiani un prodotto difettato e, per giunta, privo di garanzia. Ciononostante, gli italiani non hanno ancora smesso di fare acquisti da lui. Come la mettiamo, allora? A voler giudicare all’ingrosso, si potrebbe dire così: se tutti questi motivi, singolarmente presi e collettivamente considerati, non sono stati ancora sufficienti a compromettere la fascinazione degli italiani per Silvio Berlusconi vuol dire che non si è trattato affatto di una fascinazione, di una fattura, di un incantesimo. Quel voto non è un’anomalia, un’abiezione, un’eccezione, ma esprime un tratto preciso dell’identità politica del nostro Paese. Quel tratto che Ernesto Galli della Loggia ha cercato di cogliere nel suo agile libriccino su Tre date nella storia d’Italia (Laterza). Le tre date che Galli della Loggia accosta sono il 28 ottobre 1922, il 18 aprile 1948, il 27 marzo 1994. Sono cioè

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la marcia del fascismo su Roma, la vittoria democristiana alle prime elezioni politiche generali dell’Italia repubblicana e, in linea ideale con le prime due, la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi (“L’Italia è il Paese che amo”). Queste tre date hanno due cose in comune. La prima: in tutte e tre le circostanze è l’Italia moderata che vince e imprime il suo segno alla storia d’Italia. Non scopro nulla di particolarmente originale se sottolineo questo tratto della vicenda politica del Paese, che però si fa fatica a definire in termini di semplice moderatismo o di schietto conservatorismo per il secondo elemento che ritorna in tutte e tre le occasioni. Le tre date hanno, infatti, in comune il carattere originale, specifico che ha ogni volta la formazione politica che diventa centrale o egemone nella vita politica italiana. Tale era il fascismo: al suo sorgere senza paragoni possibili con altri partiti politici italiani o europei; tale è stata in fondo anche la Democrazia cristiana, per la cui affermazione la Chiesa cattolica italiana ha giocato un ruolo anche in questo caso senza paragoni con le altre democrazie occidentali (e che era abbastanza singolare da poter tenere al suo interno persino una sinistra, tanto poco potendo essere identificata semplicemente con il partito dei moderati italiani); tale è stato anche il berlusconismo, per il quale di nuovo non si saprebbero indicare esperienze davvero analoghe in altri paesi del continente. Nel caso del berlusconismo, la particolarità sta poi, per dirla con l’efficace formula dello storico Giovanni Orsina, nella combinazione “emulsiva” di liberalismo e populismo. Orsina spiega come questi due elementi, benché insperabili nel berlusconismo, non si siano affatto fusi insieme; è possibile aggiungere, senza stravolgere affatto la sua tesi, che non solo rimangono ingredienti politici distinti, ma che l’uno – il populismo – ha nel corso degli anni sempre più nettamente sopravanzato l’altro – il liberalismo. È per questo che la diffidenza tipicamente liberale nei confronti della mediazione politico-statuale, si è tradotta, nel Cavaliere, meno nella promozione di una società civile virtuosa, e più nell’appello al popolo contro il pericolo rosso, in omaggio all’esigenza populista di individuare sempre un possibile capro espiatorio. E, anche, si è tradotta meno nella denuncia degli eccessi politicisti della partitocrazia (il cosid-


Foto di Carlo Hermann

Abile venditore di tappeti, secondo il giudizio di Eugenio Scalfari, Berlusconi avrebbe propinato agli italiani un prodotto difettato e, per giunta, privo di garanzia. Ciononostante, gli italiani non hanno ancora smesso di fare acquisti da lui.

detto «teatrino della politica», in cui il Cavaliere ha finito peraltro col giocare quasi tutte le parti) e più nelle folate, a volte persino impetuose, di antipolitica che hanno attraversato il Paese (complice anche l’alleanza con la Lega di Bossi). Infine, si è tradotta meno in sensibilità istituzionale per la distinzioni fra i poteri e il rispetto delle regole, tipico del liberalismo, e molto più in un’intensa personalizzazione del potere di tipo carismatico, tipico del populismo. Perché gli italiani non avrebbero allora dovuto votare Berlusconi? Torniamo a guardare ai motivi sopra proposti. Accantoniamo l’ultimo, quello relativo alla deludente prova di governo, per la quale in fondo gli italiani hanno per tre volte effettivamente punito il Cavaliere. Quasi sempre malvolentieri, si direbbe, e tuttavia in maniera sufficiente da costringerlo a passare la mano: due volte a Prodi, un’ultima volta a Enrico Letta, complice il pieno di voti di Grillo e l’insufficienza strategica del centrosinistra di Bersani. Dall’esame anche sommario degli altri motivi appare però subito evidente una cosa; che tutti comportano una profonda disistima nei confronti del ceto politico, o una profonda sfiducia nei confronti

dell’azione dello Stato. E ciò è vero fin dal ’94: nessuna forza politica nuova si sarebbe potuta imporre come il primo partito se la sua percepita estraneità rispetto all’offerta politica in campo non fosse stata considerata una virtù, piuttosto che un difetto. Importa poco se questo giudizio sia o meno fondato. Fatto sta che una rivendicazione di estraneità rispetto alla costituzione materiale e formale del sistema politico italiano è il filo conduttore della parabola politica del Cavaliere. E quel filo è così robusto, che anche i nuovi attori affacciatisi sulla scena negli ultimi anni, da Grillo a Renzi, sembrano suonare (con modalità diverse) lo stesso spartito – ormai persino meglio del Cavaliere, invecchiato e imbolsito. Sicché può e deve certo far scandalo che un condannato in via definitiva (per un reato, peraltro, particolarmente disonorevole per un uomo pubblico) mantenga ancora il credito di così tanta parte del popolo italiano, e però questo dato, letto politicamente, significa soltanto che è ancora credibile agli occhi dell’elettorato un atteggiamento di distanza dallo Stato, dalla sua articolazione di poteri e dal suo sistema di leggi. A meno perciò di non voler cambiare popolo pur di vincere le elezioni, bisognerà attrezzarsi per una riflessione sul malessere della politica molto più profonda di quella condotta finora, sempre sul filo del discredito morale e del disgusto estetico. Anche perché le tre date prima messe in fila non sono affatto uguali. Le tre risposte indicate sono stato infatti diverse, perché condotte su terreni diversi: sul terreno di un nuovo autoritarismo con venature totalitarie nel caso del fascismo; sul terreno della costruzione della democrazia nel caso della DC; sul terreno invece della decostruzione progressiva della democrazia parlamentare nel caso del berlusconismo. Ora è quest’ultimo lo spazio in cui avviene il confronto, e che spiega la vincente combinazione populista. Lasciare che i mali del costume pubblico italiano si saldino agli affanni più generali della politica, ad una progressiva riduzione di margini per la sua azione, che rende sempre meno efficace la sua mediazione e la sua rappresentazione significa rischiare una quarta data fatidica, con o senza Berlusconi, che si affiancherà prima o poi alle altre tre. E il PD, partito della democrazia e “per” la democrazia, proprio non può permetterselo. 

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di Paolo Trapani

C’è bisogno di un nuovo partito a Destra? Mentre Berlusconi lavora a Forza Italia 2.0, tra i conservatori e i moderati si accende il dibattito sul futuro della coalizione e dei partiti alleati

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iamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla». Mai come

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ora risuonano attuali e stringenti le parole di Giorgio Almirante, storico leader della destra italiana e fondatore del Movimento Sociale Italiano. Oggi la Destra in Italia, infatti, si interroga su un quesito cruciale: c’è bisogno di un nuovo partito? Lo spazio politico oltre la Forza Italia 2.0 che sta per rinascere, sempre nel Polo dei moderati, necessita di un nuovo contenitore? E proprio alla luce di queste domande si è acceso in Italia un intenso dibattito. Sciolto il MSI che confluì in AN (correva l’anno 1995) e sciolta a sua

La Destra in Italia oggi... La Destra è ad un bivio senza capo e senza partito!


Che fine farà il patrimonio... resta ancora da capire chi, come e quando utilizzerà lo sterminato patrimonio immobiliare e di liquidità bancarie che An-partito aveva al momento del suo scioglimento e che ha lasciato in eredità alla “Fondazione Alleanza Nazionale”.

volta la stessa Alleanza Nazionale, confluita nel PDL (anno 2009), cosa occorre fare oggi non è facile comprenderlo. Le voci che si levano sono molte, forse anche troppe. Quelle più rumorose emergono con sospetto vigore dal mondo degli ex colonnelli finiani, quelli più nostalgici (probabilmente) non tanto e non solo del partito e di un partito di Destra, ma delle posizioni

di potere e delle rendite che esso determinava. Il tutto mentre resta ancora da capire chi, come e quando utilizzerà lo sterminato patrimonio immobiliare e di liquidità bancarie che An-partito aveva al momento del suo scioglimento e che ha lasciato in eredità alla “Fondazione Alleanza Nazionale”. A luglio i ragazzi di “Adesso Noi” (acro-

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nimo A.N.) hanno deciso di occupare simbolicamente la storica sede romana di via della Scrofa: per chiedere la “ricostituzione di un partito unico”, “per stimolare la rinascita di una comunità di destra lontana da Berlusconi, quanto da Fini” e “perché quei soldi fanno parte del popolo della destra, devono servire per un progetto. Altrimenti è meglio se vanno in beneficenza”. Non è questione di poco conto quella economica, visto che solo pochi anni fa Gianfranco Fini con la famosa casa di Montecarlo, che la nobildonna Anna Maria Colleoni donò al partito (col vincolo del

isolamento politico riusciva a mettere insieme (ovvero almeno il 6% circa degli italiani). E quindi? Il dibattito resta vivo e acceso, non trascorre giorno che non si levi una voce o non si organizzi un convegno o un incontro, ma per ora di concreta nascita di un nuovo soggetto politico di ed a Destra non si intravede nemmeno l’ombra. Anche perché la difficoltà strutturale forse più difficile da gestire è la leadership: dopo 20 anni di Silvio Berlusconi capo indiscusso del centrodestra e dopo l’harakiri di Gianfranco Fini, sempre troppo impe-

Nel frattempo, dopo lo scioglimento di AN e il suicidio politico di Fini, che ha visto praticamente scomparire alle ultime elezioni politiche la sua creatura (FLI, fermatasi allo 0,4%), a destra di Berlusconi sono nate negli anni altre esperienze come “La Destra” di Francesco Storace e “Fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. bene alla “buona battaglia”), ma poi finita nelle disponibilità del cognato dell’ex leader di AN, ha visto iniziare, inesorabile, il suo drammatico declino. Dunque, il patrimonio economico (oltre naturalmente a quello morale e ideale), del MSI prima e di Alleanza Nazionale poi, è cruciale per i destini della Destra italiana. Secondo i calcoli più immediati il tesoretto potrebbe ammontare a circa 100 milioni di euro, tra valori patrimoniali e liquidità disponibili sui conti correnti. Nel frattempo, dopo lo scioglimento di AN e il suicidio politico di Fini, che ha visto praticamente scomparire alle ultime elezioni politiche la sua creatura (FLI, fermatasi allo 0,4%), a destra di Berlusconi sono nate negli anni altre esperienze come “La Destra” di Francesco Storace e “Fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Anche in questi casi però la forza elettorale non è parsa imponente. Anzi, a sommare tutte le isole che ben lontane l’una dall’altra oggi potrebbero comunque comporre, idealmente, un variegato arcipelago, la Destra è ben al di sotto della soglia fisiologica che pure il MSI tra mille difficoltà, quotidiani attacchi, verbali e fisici, e il totale

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gnato a compiacere la sinistra e capace solo di continui strappi ideali con il mondo da cui è nato ed è cresciuto politicamente, la Destra non ritrova in un solo e nuovo leader la propria sintesi e la propria strada per il futuro. Dov’è il capo? Questo ci si chiede. E la domanda solleva un problema tutt’altro che banale se si considera l’elettorato e l’area politica che fanno dell’individualismo e del carisma dei leader un elemento essenziale, per certi aspetti indispensabile, della propria azione e della propria identità. È probabile che esperienze, iniziative, appelli si moltiplichino nelle prossime settimane, ma anziché giungere ad una sintesi ci potrebbe essere una ridda di manifestazioni e adunate dalla scarsa consistenza politica ed elettorale. Il primo traguardo sono le elezioni europee, in calendario a maggio 2014. Si voterà con la proporzionale pure, sistema ideale per simboli e partiti o movimenti dalla forte identità politica. Riuscirà la Destra a organizzarsi in un solo contenitore o vedremo moltiplicarsi con convegni, appelli e adunate anche i simboli sulla scheda elettorale ? 


di Carlo Porcaro

* Caporedattore Retenews24.it. Autore de “Indiscreto a Palazzo”

Viaggio nel PDL Campano La Campania fatica a trovare un leader locale

Foto di Franco Castanò

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ambiano le sigle, passano gli anni, ma resta l’unica certezza: nel centrodestra italiano comanda da 20 anni soltanto Silvio Berlusconi, piaccia o meno. È lui il leader, o il padrone che dir si voglia, di quell’area politica che un tempo si riconosceva nei partiti della Prima Repubblica (DC, PSI, PLI in primis) ed ha trovato in lui l’ancora di salvezza, il punto di riferimento, il punto più alto delle proprie ambizioni, lo strumento del riscatto. Ora Berlusconi ha deciso di tornare all’an-

tico, a Forza Italia, agli albori di quel progetto che tanto scompiglio ha portato – direttamente o indirettamente – nella storia politica italiana. Una decisione non proprio innovativa, una specie di “usato sicuro”. E tutti, o quasi, si stanno adeguando. I falchi come le colombe. Tanto un sostituto non si è mai trovato. La Campania, terra di conquista per anni per il centrodestra pur con Bassolino regnante, ha la difficoltà di trovare però un leader locale. Il declino prima di Luigi Cesaro, l’arresto poi di Nicola Cosentino, i

Chi sarà il prossimo La Campania, terra di conquista per anni per il centrodestra pur con Bassolino regnante, ha la difficoltà di trovare però un leader locale.

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due personaggi a cui era stato appaltato il potere in loco. Le inchieste giudiziarie, le polemiche interne, il logoramento di figure non sempre presentabili, hanno creato un cataclisma nel panorama del PDL. Si cerca disperatamente un leader! Nuovo di zecca, è alquanto difficile. Praticamente impossibile. Di sicuro deve essere fedele a Berlusconi. Rispondere ai suoi dettami, nella speranza di rilanciare il marchio che fu. Si parla con insistenza di Ernesto Caccavale nuovo coordinatore regionale al posto di Nitto Palma, ma tutto può mutare nell’arco di pochi giorni anzi

presenza in un drappello di senatori del PDL, pronti a sostenere un Letta bis anche senza Berlusconi, non risponde assolutamente al vero. Restiamo, infatti, convintamente nelle file del PDL, sostenendo le decisioni del partito e quelle di Silvio Berlusconi”, si sono però affrettati a dichiarare i senatori del PDL Vincenzo D’Anna, Antonio Milo, Pietro Langella e Ciro Falanga. Allora è evidente che la scena sui territori cambia a seconda degli equilibri nazionali, ma il centrodestra sembra davvero in grande ambasce. Riusciremo finalmente a uscire dalla dicotomia pro e contro Berlu-

La scena sui territori cambia a seconda degli equilibri nazionali, ma il centrodestra sembra davvero in grande ambasce. Riusciremo finalmente a uscire dalla dicotomia pro e contro Berlusconi? Riusciremo a trattare il tema giustizia senza legarlo necessariamente alle sue indagini? poche ore. Molto dipende dall’esito delle vicende giudiziarie di Berlusconi, il cui destino e la cui (famosa) agibilità politica sono legati alla decadenza dallo status di senatore dopo la sentenza definitiva della Cassazione. Circola anche la voce di un ritorno sulla scena nazionale, su volere – manco a dirlo dello stesso Berlusconi – di Bertolaso come organizzatore della (nuova) Forza Italia. Accetterà un incarico di mera natura politica dopo aver ricoperto, prima tra gli allori poi tra gli scandali, ruoli istituzionali? Difficile, ma non impossibile. Sarebbe un modo per tornare in pista. Intanto, sarebbe un errore dare Cosentino per politicamente morto. È inattivo, al massimo, non foss’altro per non contrastare la linea dei magistrati che lo hanno arrestato secondo cui “può ancora comandare”. I suoi, i cosentiniani, sono vivi e attivi invece! Un rumour di palazzo li vedeva, infatti, pronti a sostenere un eventuale Letta bis, nel caso il Letta uno cadesse in seguito alla rottura del PDL dell’inedita alleanza col PD. “La notizia riportata da alcuni organi di stampa in merito alla nostra fantomatica

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sconi? Riusciremo a trattare il tema giustizia senza legarlo necessariamente alle sue indagini? Riusciremo a fare i conti con quello che davvero interessa ai cittadini, nell’era post muro di Berlino? La lacuna può essere colmata, a livello di spazio politico, da tanti che possono pescare tra i moderati. I soliti Montezemolo, Passera, e altri. Non si sa bene che categoria sia quella dei moderati, ma in Italia rappresentano l’elettorato medio, c’è poco da fare. A quello stesso bacino può puntare, pur non avendo una mole di consensi personali, il governatore campano Stefano Caldoro, berlusconiano ma non troppo, riformista d’origine con buoni rapporti a destra e sinistra, temporeggiatore che sa cogliere l’attimo giusto. L’asse con Mara Carfagna a livello locale e nazionale può costituire un elemento di novità per il futuro. Sempre con lo stesso leader/padrone? Per ora sì, forse ancora per molto. Ma intanto, si sa, in politica bisogna pensare la notte per il giorno. Il proprio futuro si costruisce nel presente, che è già passato. Il padre, metaforicamente parlando, va ucciso prima o poi. 


di Nazzareno Orlando

Foto di Anna Monaco

Ultima... a destra! Ci vuole una Destra futurista e non reazionaria

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ogliono ricostruire la destra? Bene! È legittimo voler “ridare” una casa a tutti coloro i quali credono ancora nei valori e nelle idee che l’hanno caratterizzata ma (c’è sempre un ma…) per ripartire è necessario, prima di tutto, capire per colpa di chi e come è stata “assassinata” quell’area politica. Ho cominciato il mio percorso in quella comunità quando avevo solo 15 anni. Ora che i capelli sono brizzolati e che ho imboccato, inevitabilmente, la più ripida delle discese credo di poter dire la mia in merito (visto, tra l’altro, che sono rimasto sempre coerente e non ho mai pensato di fare alcun salto della quaglia né tantomeno alcun ammiccamento della volpe semmai potrei autoparagonarmi ad un Panda, genere in via di estinzione ). Certo... sono stato capogruppo del PDL in Consiglio Comunale ma, questo, non mi ha sottratto l’appellativo che mi accompagna ormai da anni, ovvero, quello di “cameragno” (un po’ camerata e un po’ compagno, giusto per decodificare). Definizione, si badi, nata per la mia vicinanza a quella che una volta era ritenuta la “destra sociale”, ma anche dalla mia sostanziale capacità di dialogo e confronto con tutti ovvero con i cosiddetti nemici di una volta trasformatisi, per fortuna, col pas-

sare del tempo in semplici avversari. Tutto cominciò nel MSI, poi arrivò Fiuggi ed infine AN! Venne dunque, l’illusione del bipolarismo e delle due grandi aggregazioni ! Da sempre nel nostro ambiente si parlava della forma partito, delle idee forza, dei valori che mossero il mondo… ma, improvvisamente, arrivò dall’alto il contrordine compagni. basta con le etichette! Bisognava superare i vecchi schematismi. Non aveva più senso parlare di Destra e Sinistra. E dunque, Viva il centrodestra e dagli al centrosinistra. Viva il neonato PdL, contraltare naturale di uno sbiadito e non più tanto rosso PD. Il muro era caduto…tutto era cambiato. Ora, però, grazie alle difficoltà della Nazione ci tocca assistere al tutti insieme…appassionatamente! E dunque, un nuovo e ancor più traumatico contrordine. Grande zabaglione, ovvero, grande coalizione. Però ecco all’orizzonte riapparire FI e, dunque, perché no anche l’AN 2.0? Per cortesia, però, se deve essere così dateci almeno il tempo di dire la nostra! Non sarà più sopportabile, infatti, pensare che i buoni soldatini (cioè noi militanti convinti di una volta) restino sterili esecutori di ordini condizionati dall’alibi dell’appartenenza o dal ricatto psicologico che da sempre, nella nostra

La grande coalizione Ora grazie alle difficoltà della nazione ci tocca assistere al... tutti insieme appossionatamente!

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comunità, vedeva nei leader la ragione assoluta. È finito il tempo delle autoreferenzialità e dei capi duri e puri! È arrivato, di contro, quello della partecipazione vera, della condivisione, del merito in politica, della presenza impersonale sui veri temi che attanagliano il popolo! Se si ripartirà con l’idea (apparentemente mimetizzata) di mettere su un’Arca di Noè per salvaguardare chi non ha saputo neanche difendere con le unghie e con i denti il nostro mondo, ci si troverà di fronte ad un ennesimo ed irritante fallimento. Non ci sono più, per capirci fino in fondo, vogatori entusiasti e disposti per l’idea a fare tutto e il contrario di tutto. Ci sono, invece, persone in carne ed ossa convinte e preparate, dirigenti, uomini e donne seri ed operosi, giovani pronti a ritrovare l’entusiasmo, intellettuali a cui mai è stato dato ascolto che solo ad una ripartenza seria farebbero corrispondere una risposta altrettanto seria! Il tutto, però, a carte scoperte. Diciamocelo a costo di farci anche un bel po’ di male a sinistra tra effetto primarie e nuovi personaggi qualcosa si è mosso... che poi abbiano trovato il modo di autodisperdere questi valori aggiunti sono solo un limite ben visibile di quell’ambiente. A livello comunicativo, ad esempio, sono arrivati messaggi che hanno coinvolto anche il nostro mondo. Quanti di noi, infatti, hanno discusso su Renzi alternativa a Bersani e quanti, ancora oggi, guardano al Sindaco di Firenze come ad una novità? Molti o pochi che siano... l’effetto c’è stato! Ci vorrebbe un Renzi di destra? NO! Copiare e appiattirci non è nel nostro stile. Ci vorrebbe un grande dibattito capace di costruire una nuova classe dirigente che sappia coniugare la saggezza di chi ha esperienza con l’effervescenza di chi ha ancora dei sogni nel cassetto? SI, assolutamente, SI! Per far questo, però, ci vorrebbe anche un grande coraggio. Il coraggio di abbandonare gli sterili individualismi, il coraggio di ritrovare l’umiltà, il coraggio di saper ammettere gli errori, il coraggio di selezionare le idee, il coraggio di inventarne di nuove, il coraggio di non avere torcicolli, ma di saper vivere il presente e contemporaneamente progettare il futuro, il coraggio di diventare più europei e più dinamici, il coraggio di dare a chi realmente esprime potenzialità e capacità il timone di quell’Arca che potrebbe

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davvero farci riprendere la rotta giusta! Si tratta, insomma, di decidere se quell’arca debba trasformarsi in una sgangherata scialuppa di salvataggio o in un veloce ed agile scafo capace di superare i flutti e di virare in tempo. Se, dunque, la “ nuova Destra” saprà interpretare le esigenze che per davvero vengono dalla società, se saprà diventare riferimento concreto per chi ancora crede nella possibilità di riscatto del Paese, ma anche di chi non si sente più garantito dallo stesso, se saprà tessere un filo intelligente tra le necessarie innovazioni e le imprescindibili tradizioni, se saprà osare e diventare sempre più visionaria e controcorrente, se saprà battersi per la difesa del nostro patrimonio artistico e per la tutela delle sue culture, se saprà dar voce e corpo alle menti eccellenti e alle sensibilità striscianti, se saprà fare sua la capacità di essere viva e presente sulle problematiche che quotidianamente interessano il cittadino…, allora si, qualche speranza ci sarà. Un grande progetto nasce solo con colori sfavillanti. Pensare in bianco e nero non porterà a nulla se non a un ennesimo ed inutile tentativo di occupare piccoli spazi e mini percentuali. Gli ingredienti per un colpo di reni forte ed intrigante ci sarebbero tutti e ciò servirebbe a misurarsi con le novità. Si dovrebbe, per capirci ancor meglio, esser capaci di abbracciare la difesa dell’innovazione, essere in grado di disegnare lo scenario della vera rottura, essere tenacemente impegnati a costruire un esercito contro i veri poteri occulti, essere capaci di mutare un linguaggio per poter ascoltare altre sonorità. Una destra decisamente futurista e non reazionaria. Una destra popolare e non vagamente elitaria. Una destra riformatrice e non conservatrice. Una destra che sappia includere e non richiusa a riccio su se stessa. Una destra visionaria, ma con i piedi per terra! Una destra poetica, irriverente, ironica, utopica ed esagerata! Potrà accadere questo? Sono sempre gli uomini che si misurano con le grandi sfide. Saranno quelli veri che dovranno dimostrarlo. Dovranno, insomma, superare la foresta così come noi superammo il passaggio nelle fogne. Navigare e non farsi condizionare dal vento che spira. Ecco, per concludere, dovranno / dovremo ritrovare il fascino dei navigatori abbandonando, definitivamente, le preoccupazioni dei naufraghi. 

La nuova Destra Pensare in bianco e nero non porterà a nulla se non a un ennesimo ed inutile tentativo di occupare piccoli spazi e mini percentuali. Gli ingredienti per un colpo di reni forte ed intrigante ci sarebbero tutti e ciò servirebbe a misurarsi con le novità.


INTERVISTA A STEFANO CALDORO

Il potere ubriaca ed attrae poteri, inimicizie ed ingratitudini Riflessioni su Berlusconi, sul futuro del PDL, su Bassolino e il PD di Samuele Ciambriello

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iciamo la verità i politici nelle interviste sono difficili da gestire, sia perché è difficile farli smettere di parlare, sia perché hanno un linguaggio forbito ed incomprensibile, sia, infine, perché ostinati nei loro argomenti non lasciano trapelare niente di sé, dei propri sogni, dei propri valori della propria storia. Non è stato così per questa chiacchierata con Stefano Caldoro, Presidente della Regione Campania. Non ha timore di svelarsi, dice con chiarezza, a volte con troppa signorilità e aristocrazia politica, quello che pensa anche dei suoi avversari politici e delle macerie che ha trovato. Certo a volte lima il suo discorso, lo rimodula e ne offre un brogliaccio inedito e suggestivo. È un quadro politico di rilievo che ne esce fuori, da leggere nella sua interezza. Stefano Caldoro ha una forza e una convinzione su alcuni temi, fatta di storia e di letture, di amicizie e di scelte di campo, molto diversa da tanti politici di oggi, accomodanti, devoti e “nominati” dall’alto.

Il potere ubriaca e attrae poteri. Attorno al potere si raccolgono cortigiani e consiglieri spesso interessati più alla propria fortuna che alla costruzione del bene comune o alla linea politica del laeder. Caldoro conosce questa logica perversa del potere e parla anche dell’amicizia, della ingratitudine, della sua “corrente politica”, di Berlusconi e del futuro del PDL. I temi legati alla Regione, al lavoro, al PD, alla sinistra sono occasioni per rilanciare temi e domande. LINK offre, a partire da questa intervista, la possibilità a quanti vorranno di dire la propria, di controdedurre e contestare.

Stefano Caldoro... non ha timore di svelarsi, dice con chiarezza, quello che pensa anche dei suoi avversari politici e delle macerie che ha trovato.

Letta dice che il Governo non ha più una scadenza. Cioè le larghe intese hanno una prospettiva lunga. Sono affermazioni che piacciono pure a Lei? “Il Governo va avanti se fa cose utili al Paese. Le larghe intese funzionano se riescono a fornire soluzioni ai problemi. Ad oggi vedo poche alternative e le forze politiche della maggio-

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Un nuovo quadro politico Il quadro politico è in evoluzione. Ho sempre creduto che il PDL dovesse organizzarsi sul modello americano. Non un partito tradizionale e pesante, fatto di tessere e congressi, ma un grande movimento capace di tenere insieme culture e storie politiche diverse.

ranza, fra mille difficoltà, stanno dando prova di grande responsabilità”. Questa contaminazione PD-PDL è provvisoria, contingente, oppure può avere, se va bene, anche ripercussioni sul piano locale? “Non credo sul piano locale ci siano i margini per esperienze simili. Altra cosa è promuovere e sollecitare azioni comuni sui grandi temi, sulle scelte strategiche. Mi appassiona la discussione sulle cose da fare. In Campania, su molti argomenti, si è registrata una leale collaborazione istituzionale. Avviene spesso in Consiglio, credo sia la strada da seguire. Con la legge ‘Campania zero’, ad esempio, maggioranza ed opposizione hanno fatto un eccellente lavoro, sulla riduzione dei costi della politica, nell’interesse dei cittadini”.

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L’Italia è uno Stato di diritto dove le sentenze si rispettano e le sentenze si applicano. Che idea si è fatta delle vicende processuali di Berlusconi. Ed è vero, come dice lui, che ci sono analogie con la Prima Repubblica e il caso Craxi? “Non affronto la questione giudiziaria, mi soffermo sul dato politico. Va garantita l’agibilità politica del presidente Berlusconi. Rappresenta metà degli italiani, è il leader dell’area moderata. Bisogna tenerne conto. È questa la differenza con Craxi. Quando iniziò l’attacco al leader socialista si viveva un altro clima, il leader socialista ed il movimento politico avevano perso alcuni settori della società, sopratutto il sistema produttivo del Nord per gli spazi guadagnati dalla Lega. Craxi, che è stato un protagonista della vita


politica italiana, non aveva il consenso che ha oggi Berlusconi”. Che cosa pensa del ritorno di fiamma per Forza Italia? E più in generale dove sta andando il PDL? “Il quadro politico è in evoluzione. Ho sempre creduto che il PDL dovesse organizzarsi sul modello americano. Non un partito tradizionale e pesante, fatto di tessere e congressi, ma un grande movimento capace di tenere insieme culture e storie politiche diverse. È questa la direzione scelta da Berlusconi e Forza Oggi la Campania ha più Italia sarà parte fondamentale di questo procredibilità nei tavoli nazionali, getto”.

non rappresenta più il Sud che si lamenta, ma il Sud che si rimbocca le maniche e lavora. In condizioni difficili, per una crisi che parte da lontano e che interessa tutto il Paese, abbiamo risanato i conti, nel bilancio ordinario e nella sanità. Non era mai capitato prima.

Vulgata diffusa nel centro sinistra: Renzi è la carta vincente. E nel centrodestra Berlusconi? E se lui non può candidarsi? E dopo di lui? “Ancora non si vede il dopo Berlusconi e non credo alle leadership costruite in laboratorio. In campo c’è ancora il Cavaliere e saranno determinanti le sue scelte per costruire una nuova leadership. Renzi? Preferisco non invadere il campo avversario, ma mi auguro si vada nella direzione di una sinistra riformista, europea, garantista”. Lei ipotizza un partito all’americana, senza tessere, senza iscrizioni. È così? Come dovrebbe essere un partito nuovo, non un nuovo partito? “I partiti americani sono i più antichi ed i più moderni. Il partito repubblicano e quello democratico ci sono da sempre, nessuno pensa di sostituirli. Leggono la società, interpretano i cambiamenti.Vivono senza tessere, organizzano comunità che mantengono la loro autonomia e non si sciolgono. In Italia dobbiamo tendere a questo modello. Bisogna aprire i movimenti, alle diverse esperienze della società e alle nuove frontiere della tecnologia”.

Lei ha sempre avversato le ragioni ideologiche in politica, preferendo quelle pragmatiche. Che cosa ha fatto di concreto il suo Governo per la regione Campania? Quali le priorità e le cose che le hanno dato più soddisfazioni? “Abbiamo invertito la rotta. Oggi la Campania ha più credibilità nei tavoli nazionali, non rappresenta più il Sud che si lamenta, ma il Sud che si rimbocca le maniche e lavora. In condizioni difficili, per una crisi che parte da lontano e che interessa tutto il Paese, abbiamo risanato i conti, nel bilancio ordinario e nella sanità. Non era mai capitato prima. Lo abbiamo fatto con meno risorse, perché lo Stato centrale ha ridotto i trasferimenti, e tutelando le fasce più deboli. Abbiamo messo in campo strategie concrete per utilizzare meglio le risorse europee. Abbiamo recuperato ritardi storici. Nelle grandi vertenze del lavoro, da Fiat a Fincantieri, abbiamo messo in sicurezza migliaia di posti di lavoro. Ci sono le basi per avviare e consolidare una fase di rilancio. Poi posso aggiungere una cosa? il filo conduttore di questa esperienza di governo, è quello sui diritti che è molto più concreto di quanto si possa immaginare. Ho fatto battaglie non ideologiche per garantire i diritti. La risposta ai problemi è tutelare i diritti, il diritto alla mobilità, il diritto alla salute, il diritto alla casa. Rispetto a questi temi troppo spesso c’è un approccio sbagliato, ideologico che ha creato danni. Le spiego. La filosofia “rifiuti zero”, per citare un esempio, non esiste al mondo, ma questo approccio ha creato danni qui da noi. Come crea diseconomia la mancata valorizzazione di beni come l’acqua. Contro queste ‘distorsioni’ mi sono battuto. È chiaro che l’acqua è un bene pubblico, ma gestirla costa e il pubblico spesso non ce la fa. Stesso discorso per la mobilità. Invece di puntare alla corretta sostenibilità è stato negli anni costruito con la logica delle linee per tutti, e alla fine quel sistema è saltato. È ancora la casa: l’eccesso di vincoli ha prodotto un eccesso di illegalità ed oggi dobbiamo intervenire. Eliminando gli sprechi e migliorando i servizi ho tutelato il diritto alla salute. Non lo tuteli aumentano gli ospedali ma programmando ed intervenendo con lungimiranza”. Pubblicamente ha detto di aver trovato i conti in rosso alla Regione per la gestione

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troppo politica di Bassolino. Pensa quindi di essere più un “ragioniere”, un navigatore nell’amministrare la cosa pubblica? “Non personalizzo mai. Negli anni passati ci sono state gestioni fallimentari, ho dovuto affrontare mille problemi. Ragioniere? Navigatore? Se mi consente una battuta in alcuni giorni mi sento più artificiere. Devo disinnescare mine che altri hanno lasciato sul campo. Ogni giorno”. I suoi rapporti con il PD sono altalenanti e per qualcuno da compromesso. Certo non c’è stata una consociazione pubblica come quella al tempo di Antonio Bassolino ed Antonio Martusciello sul proliferare di commissioni consiliari. Però su tante leggi regionali, su alcuni programmi e nomine condivise si è aperto un confronto. Come giudica il gruppo regionale del PD e il gruppo dirigente regionale? “Non credo al consociativismo, non ho elementi per credere che prima sia andata cosi. Credo nella collaborazione istituzionale fra maggioranza ed opposizione. Nel consiglio regionale c’è un confronto serrato ma su molti temi si è registrata una comune volontà di risolvere i problemi. È maturità politica, responsabilità, non altro. Questo clima è aiutato dall’atteggiamento del PD. Se escludo alcune posizioni strumentali ho sempre più spesso verificato posizioni di responsabilità del gruppo dirigente del Partito”. Lei che è contrario all’autoreferenzialità in politica è accusato di aver creato una lista e un partito personale, anzi un gruppo di assessori caldoriani: Trombetti, Miraglia, Nappi, Giancane, Cosenza.... “Ho una lunga militanza politica che rivendico, credo nel ruolo dei partiti. Guardando alla mia storia credo che nessuno possa affermare il contrario. Questo però non crea barriere con la società civile. Dal mondo dell’impresa, dal mondo accademico, dalle professioni può e deve arrivare un contributo alla cosa pubblica. Non credo sia utile per la politica chiudersi a riccio”. Parla spesso di lavoro, di piano per il lavoro. Ma sa che sono quasi due anni che le aziende campane, pur beneficiate in una delibera di giunta, non ricevono l’ok per

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partire per corsi di aggiornamento e riqualificazione aziendale? Come mai? “Con il piano lavoro abbiamo raggiunto straordinari risultati. Restano, è evidente, enormi criticità. Parlano per il piano Lavoro i numeri. Abbiamo lasciato alle spalle la vecchia logica dell’assistenzialismo che ha prodotto sacche di inefficienza. Garantiamo la formazione in azienda, risorse per chi ha idee, nei limiti delle ristrettezze economiche, e accompagnano le idee dei più giovani. Chi ha le carte in regola non ha problemi”. Che cosa significa essere di sinistra? Che cosa è la sinistra? Ha ancora senso dirsi socialista? “Domanda complessa. Resto un socialista riformista. Potrei utilizzare una frase di Pietro Nenni il socialismo è portare avanti chi è nato indietro, ma provo ad essere più diretto. Credo che oggi sia riformista chi affronta i problemi per risolverli senza sentirsi prigioniero di luoghi comuni ed ideologie. Sono un socialista riformista che crede meno alla distinzione fra destra e sinistra. La differenza è fra passato e futuro, conservatorismi e modernizzazione”. Le penose vicende della città di Napoli mi inducono a chiederle: perché ha un alto tasso di buonismo verso il sindaco De Magistris? “Ripeto, è collaborazione istituzionale. Sarebbe incomprensibile il contrario. Sulle nostre scrivanie arrivano i problemi dei napoletani, dei campani. Da noi si attendono risposte e non improduttive polemiche”. L’amore è tutto. Se dovesse fare un elogio dell’amore, senza sentirsi principe azzurro, da che cosa partirebbe? “Dalla famiglia, dagli affetti più cari. È li che l’amore si manifesta nelle sue forme migliori”. L’amicizia conta? Anche in politica? “Certo, nella politica come nella vita”. Ha provato mai l’ingratitudine in politica? Che cos’è? “È meglio trascurare chi delude e preoccuparsi di non deludere. Preferisco chi fa scelte coerenti e leali”. 

Ha senso dirsi socialisti Credo che oggi sia riformista chi affronta i problemi per risolverli senza sentirsi prigioniero di luoghi comuni ed ideologie. Sono un socialista riformista che crede meno alla distinzione fra destra e sinistra. La differenza è fra passato e futuro, conservatorismi e modernizzazione.


di Giovanni Orsina

* Docente di Storia Contemporane e Vice Direttore della School of Government presso la Luiss di Roma

Il berlusconismo nella storia d’Italia Un’emulsione edulcorata di populismo e liberalismo

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l berlusconismo (…) è nato innanzitutto dal fallimento delle vie giacobine alla modernità [costantemente e ripetutamente perseguite nella storia d’Italia, dall’epoca liberale alla fascista alla repubblicana, come mostrano i primi due capitoli del volume], presentandosi esplicitamente, consapevolmente e orgogliosamente come il loro esatto contrario. Se quei progetti davano un giudizio negativo del paese reale e lo mettevano sotto la tutela di un paese legale considerato più progressivo, il Cavaliere ha, invece, postulato il carattere assolutamente positivo, e perciò l’autonoma capacità di essere moderno, del paese reale, rovesciando la valutazione critica su un paese legale reputato autoreferenziale, ostile, controproducente. Nel fare questo, e nel modo in cui lo ha fatto, Berlusconi ha rappresentato un unicum in centocinquant’anni di vicenda unitaria, e la sua “discesa in campo” ha introdotto una cesura storica profonda: prima di lui, dal Risorgimento a oggi, nessun leader politico di primo piano, capace di vincere le elezioni e salire alla guida del governo, aveva mai osato dire in maniera così aperta, esplicita, sfrontata, impudente che gli italiani vanno benissimo così come sono (pp. 97-98) (…). Posso azzardarmi a dare una definizione dell’ideologia berlusconiana: si è trattato a mio avviso di un’emulsione di populismo e liberalismo (o, per lo meno, di un certo tipo di liberalismo). (…) Per come l’abbiamo descritto nelle pagine precedenti il berlusconismo può

essere rappresentato come un polpo a tre tentacoli. La testa del nostro cefalopode è rappresentata dal mito della buona società civile. E i tentacoli che derivano da quella testa sono l’ipopolitica, lo “Stato amico” – che, si ricordi, è anche Stato minimo – e l’identificazione della nuova élite virtuosa [che entra in politica provenendo dai successi ottenuti nella società civile, e in particolare nelle attività imprenditoriali]. Di questi quattro elementi i primi due presentano un grado elevato di commistione fra populismo e liberalismo, il terzo è più spiccatamente liberale, il quarto più spiccatamente populista. La “santificazione” del popolo, considerato depositario di tutte le virtù, e l’attacco corrispettivo alle élite che lo avrebbero invece tradito sono tipici temi populisti. Nel nostro caso tuttavia il populismo si presenta emulsionato col liberalismo a motivo della concezione particolare che il Cavaliere ha del popolo (non dissimile per altro da quella che ne aveva [il fondatore del movimento dell’Uomo qualunque] Guglielmo Giannini): non un’entità omogenea, priva di fratture interne, cementata da elementi comuni – culturali, storici, etnici – tali da tagliare seccamente fuori chiunque non li condivida, ma al contrario una somma di individui diversificata, pluralistica, cangiante, permeabile e aperta verso l’esterno (pp. 125-126) (…). In Italia però, com’è ben noto, la società civile non è ovunque (…) vivace, fattiva, intrapren-

L’ideologia berlusconiana La testa è rappresentata dal mito della buona società civile.

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In Italia... La società civile non è ovunque vivace intraprendente ed organizzata. È su questo passaggio che l’ideologia berlusconiana si è rivelata instabile e contraddittoria.

dente e organizzata (…). Ed è su questo passaggio essenziale che l’emulsione ideologica berlusconiana si è rivelata instabile e contraddittoria (…) liberalismo e populismo hanno potuto convivere soltanto a partire da una premessa assai precisa e alquanto azzardata (… ) che il “popolo” fosse già liberale – che fosse capace di fare da sé, e non vedesse l’ora di farlo. Soltanto grazie a questo assunto è stato possibile riconciliare la persuasione che il paese fosse perfetto così com’era, e non andasse perciò raddrizzato né rieducato in alcun modo, con un programma di ristrutturazione dei poteri pubblici legato ai temi dello “Stato amico”. Ovvero postulando non solo che quel programma gli italiani fossero perfettamente in grado di reggerlo, ma anche e soprattutto che si trattasse esattamente di quello che essi stavano chiedendo. Tolto quel postulato – immaginando ad esempio che dal “popolo” salisse in realtà una richiesta di maggiore protezione e di più Stato – l’emulsione di liberalismo e populismo sarebbe impazzita. Che l’Italia fosse pronta a sbrigarsela da sola

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e desiderosa di ricette liberali, tuttavia, era in larga misura una finzione, o per lo meno un’esagerazione, dovuta almeno in parte pure alla prospettiva lombarda dalla quale si osservava il paese. Non solo: quella premessa si è venuta facendo sempre più fittizia man mano che ci è allontanati degli anni Ottanta e dal loro ottimismo, e si è entrati, invece, nell’atmosfera più cupa e tesa del ventunesimo secolo – l’atmosfera dell’11 settembre e della crisi economica. Proprio a partire dai tardi anni Novanta non per caso il berlusconismo, seguendo il suo “popolo”, ha cominciato a mettere la sordina al liberalismo. Così facendo però non è riuscito affatto a risolvere le proprie contraddizioni interne. Perché i temi dello Stato amico e dello Stato minimo hanno rappresentato una parte non marginale e accessoria, ma essenziale e integrante della presenza pubblica del Cavaliere – fra l’altro, un punto fondamentale di confluenza fra la sua proposta politica e la sua stessa biografia (pp. 131-132). 


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di Umberto De Gregorio

Dov’è finita la rivoluzione Arancione? L’illusione di poter essere autosufficienti. De Magistris invoca l’umiltà.

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l sindaco di Napoli Luigi de Magistris, a due anni dalla sua elezione, sembra aver perso la carica emotiva e lo slancio progettuale iniziale. La sua rivoluzione arancione sembra essere svanita nel fumo ed il Sindaco, dopo aver giocato in attacco “scassando”, oggi è costretto a chiudersi in difesa, tentando, per quanto possibile, di riparare i cocci. Molti suoi avversari politici pensano che l’obiettivo da perseguire sia quello di costruire un muro intorno al Sindaco, di isolarlo più di quanto non lo sia già oggi, in città e sul piano politico nazionale. Altri, ed io tra questi, pensano che quel vaso che il Sindaco ha scassato è pur sempre la nostra città ed i cocci da rimettere insieme sono pur sempre i cocci di tutti i cittadini napoletani: per cui, si può e si deve fare opposizione ad una giunta fumosamente rivoluzionaria, ma senza tuttavia chiudere il dialogo con chi ci amministra. Opposizione e dialogo teso a far scemare il fumo. Se la giunta de Magistris, nei prossimi anni che governerà la città, correggerà il tiro e anziché continuare a scassare inizierà a riparare qualche coccio scassato, ben venga. La logica del tanto peggio tanto meglio è auto-distruttiva per tutti e la nostra città non può assolutamente permettersela. Ma perché è fallita la rivoluzione arancione? In che senso è fallita e quali sono le cause del suo fallimento? I motivi per i quali la rivoluzione arancione è fallita sono diversi. Il primo motivo è che chi si proponeva di rivoltare Napoli come un calzino, chi prometteva miracoli di buona amministrazione, in realtà non aveva alcuna esperienza di amministrazione. Il Sindaco de Magistris era un magistrato abituato ad accusare e non a gestire: le sue esperienze di amministrazione erano pari a zero. Da zero ad amministrare una grande azienda come il

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Comune di Napoli il passo è stato, alla prova dei fatti, un salto nel vuoto condito da tanta improvvisazione. Il secondo motivo è che chi promette miracoli in campagna elettorale crea aspettative molto elevate, alle quali poi, inevitabilmente, segue una delusione altissima: per questa ragione oggi i napoletani non perdonano nulla a de Magistris, proprio perché la sensazione netta e diffusa è di essere stati presi in giro. Il terzo motivo è stato l’isolamento della giunta de Magistris dai grandi partiti nazionali: il Sindaco ha vinto in modo “grillino” ponendosi “contro” ed “oltre” i partiti. Oggi si rende conto che “senza” i partiti è impossibile governare e rischia, paradossalmente, di restare ostaggio della parte peggiore di quei partiti che tanto aveva demonizzato. Il PD è stato il suo grande avversario, ancor più del PDL. L’obiettivo di de Magistris è stato quello erodere consensi all’elettorato democratico: un errore riconosciuto oggi dal Sindaco stesso, che ammette che scendere in campo al fianco di Ingroia sul piano nazionale è stato un passo falso. Oggi de Magistris prova a recuperare il filo del dialogo con il PD, ma è difficile ottenere fiducia da chi è stato attaccato a testa bassa sino al giorno prima. Il quarto motivo è non aver capito, un attimo dopo aver vinto le elezioni, che la campagna elettorale era conclusa ed occorreva cambiar pagina: ci si è illusi di poter continuare a giocare alla rivoluzione mentre si era chiamati ad amministrare e gestire problemi complessi. I tweet notturni del Sindaco inneggianti all’amore ed all’anarchia sono stati percepiti dai cittadini come pugni nello stomaco ai cittadini alle prese con i problemi del vivere quotidiano. Inesperienza, isolamento politico, arroganza (illusione di poter essere autosufficienti), mas-


Essere arancioni... Oggi è il tempo di lavorare in silenzio, di recuperare credibilità, di mantenere un profilo basso. Ne sarà capace l’uomo Luigi de Magistris? Il suo DNA è compatibile con un low profile nel linguaggio e nei comportamenti?

simalismo (promesse irrealizzabili): questi i motivi per i quali, a soli due anni dalla sua elezione e dopo vari rimpasti in giunta, oggi il Sindaco è costretto a ripensare se stesso. La città non ha bisogno di un uomo solo al comando che sposta pedine ma di pedine con potere decisionale autonomo, omogenee tra di loro e coerenti con un progetto definito e condiviso. Oggi è il tempo di lavorare in silenzio, di recuperare credibilità, di mantenere un profilo basso. Ne sarà capace l’uomo Luigi de Magistris? Il suo DNA è compatibile con un low profile nel linguaggio e nei comportamenti? Dai grandi eventi effimeri occorre passare ai piccoli eventi sensibili: piccoli miglioramenti nella vita di tutti i giorni che possano essere percepiti in tempi brevi dai cittadini – elettori. Oggi una ripresa di consensi da parte della giunta arancione ha un passaggio obbligato: riaprire dialogo e collaborazione con il PD. Il dialogo, stando all’opposizione, i democratici responsabilmente non potranno negarlo, ma per il Sindaco non è più sufficiente: ora chiede

collaborazione e coinvolgimento. Qui il passaggio è molto più stretto e forse impercorribile. Anche perché alcune prese di apprezzabili posizioni a livello teorico non trovano conferma in comportamenti concreti. Il PD aveva chiesto mesi fa l’azzeramento della giunta ed una grande alleanza programmatica con nuovo governo formato da personalità del mondo civico e professionale. Il Sindaco, invece, ha inserito uomini di partito nella sua giunta e riconfermato la fiducia alla pasionaria arancione Pina Tommasielli. Per marcare discontinuità rispetto ai primi due anni occorrerebbero segnali precisi e concreti, come ad esempio allontanare da Palazzo San Giacomo il fratello Claudio, che in modo discusso ed imbarazzante svolge nella camera a fianco a quella del Sindaco la funzione di secondo vicesindaco di fatto. La rivoluzione arancione voleva essere un modello esportabile politicamente fuori da Napoli. Oggi si ritrova ad essere un modello che necessita di una radicale riconversione.  | 43


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INTERVISTA A PINA TOMMASIELLI L’ASSESSORE “PERDONATA”!

Il rilancio di De Magistris. a cura di Paola Bruno

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n questi giorni il Sindaco di Napoli De Magistris ha messo in campo una nuova strategia: il Comune scommette sui giovani e le periferie. Parlando con i propri assessori ha invocato più ascolto e passione, chiedendo per sé e per loro un pizzico di umiltà. Abbiamo incontrato Pina Tommasielli, medico, componente dell’esecutivo regionale dell’IDV suo assessore con delega allo Sport, Sanità e Pari Opportunità. Un assessore che lui ha perdonato. Assessore Tommasielli a due anni dall’insediamento della Giunta De Magistris solo lei ed il Vice Sindaco Sodano restate in Giunta, come lo definirebbe un fallimento del Sindaco? “Non parlerei di fallimento, siamo adesso in una fase diversa, questo percorso è stato necessario per comprendere i tanti nodi amministrativi, abbiamo trovato l’Ente finanziariamente disastrato ed in questi anni abbiamo costruito la cornice dell’azione attuale come l’internalizzazione del patrimonio (Romeo), il risanamento dell’Ente. Il sindaco è per noi come l’allenatore di una squadra è lui che comprende quali sono le personalità più appropriate per vincere il campionato”. Quali sono i punti più qualificanti

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dell’azione amministrativa svolta in questi 2 anni? “Napoli è una città piena di esigenze, abbiamo affrontato una macchina complessa, e la politica nazionale dei tagli non ha agevolato la nostra azione amministrativa, per questo abbiamo cercato di sperimentare una nuova modalità operativa, quella delle sinergie. In questa fase il Comune non può erogare fondi quindi abbiamo cercato anche per i Grandi Eventi, di cui sono responsabile, delle sinergie con le associazioni e i movimenti civici nell’interesse della città. Sicuramente abbiamo cercato di usare i grandi eventi come vetrina per la nostra città, per liberarla dall’etichetta dei rifiuti e mi riferisco in particolare al Giro d’Italia”. Il Sindaco è stato eletto da una minoranza, lasciando fuori le maggiori forze del centro sinistra, quali sforzi avete fatto per ricompattare e coinvolgere SEL ed il Pd? Al di la’ delle persone e il toto nomine! “Il Sindaco è stato eletto con 260.000 voti dei cittadini. Ho partecipato fin dal primo momento alla campagna elettorale di De Magistris, che è stata fatta con i cittadini e non con gli apparati di partito. Il Sindaco deve rispondere ai cittadini, ci può essere un incontro con le forze politiche, ma l’obiettivo deve essere la città. Dobbiamo lasciare le vec-

chie logiche e gli accordi a tavolino”. Le accuse più violente all’operato della giunta De Magistris provengono da ex assessori e dai movimenti che lo hanno sostenuto e votato dal primo momento perché? “Da soli non ce la possiamo fare chi è stato in giunta, al di là delle critiche può continuare ad aiutare la città”. Cosa ne pensa del Napoli di Higuain? “Un grande Napoli, che deve puntare a vincere il campionato e la champions. Abbiamo lavorato per dare l’agibilità allo stadio e adesso il nostro obiettivo è migliorare la tribuna stampa per i nostri giornalisti e per i giornalisti esteri”. 


di Paolo Ricci

* Professore Ordinario di Economia aziendale presso l’Università degli Studi del Sannio e Roma Tre; Presidente del Gruppo di studio sul Bilancio Sociale (GBS) di Milano

Globalizzazione, irresponsabilità e crisi finanziaria: il corto circuito della società di mercato Quali ricette economiche per uscire dalla crisi

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artiamo innanzitutto dalle principali, o più note, spiegazioni della crisi globale. La prima, quella elaborata secondo gli schemi dell’ortodossia economica, farebbe risalire tutto ad una maledetta bolla speculativa, conseguenza di eccesso di moneta e di credito facile, che avrebbe fatto registrare una spirale credito/valore degli immobili, in presenza di debitori con redditi decrescenti e limitata capacità di rimborso. La seconda, apprezzata soprattutto da una nicchia di studiosi dichiaratamente anti liberisti, lascerebbe intendere che l’elevata competizione avrebbe spinto verso un abbattimento del reddito da lavoro, una produttività crescente, ma anche ad minore capacità di spesa dei salariati, ed indotto un effetto sostituzione lavoro/tecnologia ed un effetto delocalizzazione, con maggiore impiego di capitale fisico e minore impiego di manodopera, con conseguente crisi dei consumi e di liquidità. Vi è poi una spiegazione moralistica, secondo la quale la crisi sarebbe stata causata da una elevata avidità finanziaria e dall’amoralità (ma potremmo pen-

sare anche immoralità) delle grandi imprese, con una spinta forte della finanza speculativa. La quarta ed ultima spiegazione vuole nel deficit da regole e nella indiscutibile deregolamentazione la causa principale della crisi. Con ogni probabilità, proprio la miscela di queste quattro spiegazioni potrebbe davvero dar conto e lasciar comprendere ciò che è accaduto. Ma procediamo in ordine. Gli ultimi decenni si sono caratterizzati per una scarsa attenzione alle questioni collegate alla responsabilità, alla sostenibilità e soprattutto al suo concreto perseguimento. La crisi del 2008 sembra aver reso una testimonianza molto amara alla insostenibilità di alcuni processi economici: la scienza economica continua sostanzialmente ad ignorare il secondo principio della termodinamica, e non si pone la domanda di quali processi possano in concreto avvenire o non avvenire in natura; ma anche di un particolare modo di intendere l’impresa e il suo funzionamento, il management ha assunto esclusivamente una visione a breve termine, assolutizzando il paradigma del profitto. La irresponsabilità sociale, determinatasi anche tradendo

Da cosa è causata la crisi Vi è poi una spiegazione moralistica, secondo la quale la crisi sarebbe stata causata da una elevata avidità finanziaria e dalla amoralità (ma potremmo pensare anche immoralità) delle grandi imprese, con una spinta forte della finanza speculativa.

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alcuni fondamentali principi aziendali, sembra aver prevalso ed efficacemente pervaso culture e comportamenti. Se dovessimo limitare la nostra osservazione solo agli anni più recenti, potremmo anche affermare che la sostenibilità abbia registrato più fallimenti che successi: povertà diffusa, disuguaglianze crescenti, diritti umani fondamentali negati, ripetuti disastri ambientali, sono segni tangibili e indiscutibili del nostro tempo. Le imprese, per effetto del processo di globalizzazione, ma non solo, hanno conosciuto fenomeni di portata eccezionale, tra loro fortemente interrelati, at-

70 è oramai solo un lontanissimo ricordo; c) un significativo progressivo ribaltamento del rapporto tra economia reale ed economia finanziaria, a favore di quest’ultima, ha consentito la cattura dell’economia reale, determinando di fatto un rovesciamento delle priorità valoriali del sistema economico. Il sistema finanziario e l’impresa bancaria da infrastrutture si sono trasformate in soggetti decisori dell’intero sistema economico. Probabilmente se la politica, intesa soprattutto come governance sovranazionale, interistituzionale e territoriale, non ripren-

La stessa rappresentanza politica ha subito una metamorfosi: gli eletti non sono più rappresentanti, ma esponenti, non disponendo più delle soluzioni ai problemi dei rappresentanti, appaiono dei meri esponenti, chiamati ad esporre questioni e a conferirle altrove. traversati da complessi meccanismi di causa-effetto. Fenomeni emersi con la crisi e che di fatto hanno riproposto all’attenzione degli studiosi riflessioni sui principali paradigmi aziendali e sulle loro mutevoli condizioni di esistenza. Volendo, potremmo riassumerli disordinatamente in: a) un incremento senza eguali della competizione mondiale: nuovi mercati e nuovi consumi ma anche accese e incontrollate spinte concorrenziali. Cina, India, Brasile, hanno dato nuovo impulso e linfa, seppure con tante contraddizioni, ad un capitalismo stanco e stremato, offrendo modelli economici ibridi, senza dare tregua all’ambiente e alla salubrità dei luoghi di lavoro. Su questo terreno e in queste condizioni la competizione è risultata completamente falsata e perdente soprattutto per i Paesi occidentali; b) una crescita senza precedenti della dimensione delle imprese: enfatizzando solo i pregi e le virtù della grande dimensione, e riservando scarse considerazioni ai suoi limiti. Stati e governi centrali hanno promosso e favorito soprattutto lo sviluppo dimensionale, lasciando che crescessero e si sviluppassero imprese potentissime, acefale e irresponsabili. Lo slogan “piccolo è bello” degli anni

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derà la centralità del proprio ruolo, toccherà alla economia reale fare la rivoluzione economica del terzo millennio, contro l’economia finanziaria; d) una lenta metamorfosi del rapporto tra politica ed economia: la politica, in particolare, ha perso la propria egemonia abdicando al suo ruolo, favorendo l’affermazione del capitalismo tecno-nichilista, sena regole e senza controlli. La stessa rappresentanza politica ha subito una metamorfosi: gli eletti non sono più rappresentanti, ma esponenti, non disponendo più delle soluzioni ai problemi dei rappresentanti, appaiono dei meri esponenti, chiamati ad esporre questioni e a conferirle altrove; e) una pervasiva smaterializzazione della produzione economica e dei suoi fattori produttivi, e la contemporanea affermazione della centralità della conoscenza tecnica e dell’impiego della tecnologia, a scapito della cultura umanistica; f) la costante e silenziosa spersonalizzazione (si legga pure disumanizzazione) dell’impresa, con la conseguente perdita di centralità dell’individuo; non più comunità di persone, lavoratori, fornitori, clienti, finanziatori, l’impresa si è trasformata in un contenitore

Foto di Giulio Piscitelli


Tre principi per la sopravvivenza del Pianeta... • solidarietà e responsabilità • pluralità • partecipazione

di paradigmi, in un insieme di meccanismi operativi autodeterminati. L’era della valutazione, seguita a quelle della comunicazione, deregolamentazione, provocazione, ha matematicizzato tutto, rendendo alla vita umana un continuo senso di inadeguatezza; g) un’assolutizzazione mitizzante dei principali risultati imprenditoriali ed in particolare del profitto, non tanto nella sua accezione di risultato economico dell’impresa, ma di mero lucro destinato esclusivamente al soggetto economico. Tale interpretazione, anche antropologica del profitto, ha prodotto effetti disastrosi essendo sicuramente antieconomica (e non solo antisociale): 1) il profitto non è da considerare l’unico indicatore della economicità dell’impresa; 2) pur tenendole ben distinte, devono essere necessariamente considerate entrambe le dimensioni del profitto: quella “generativa” (remunerativa) e quella “distributiva” (compensativa). Tali fenomeni hanno indotto una graduale deresponsabilizzazione economica e sociale dell’impresa desoggettivizzata: nell’assumere decisioni economiche, nel partecipare ai processi di sviluppo territoriale, nel definire anche modelli e soluzioni per cambiare e affrontare il futuro, ma anche nel condizionare e gestire il potere. Il debito di responsabilità più grande dell’impresa verso se stessa è rappresentato proprio dall’aver assecondato, inseguito e nel non aver immaginato soluzioni fuori da se stessa. Nell’impresa è sembrato compiersi tutto. L’impresa da strumento, dell’agire dell’uomo in campo economico, a fine. Seguendo, ma soprattutto provando ad applicare, le felici intuizioni di Edgar Morin, oggi la sostenibilità e la connessa responsabilità sociale costituiscono soprattutto obiettivi di governance, con cui affermare tre principi irrinunciabili per la sopravvivenza del pianeta: * Principio di solidarietà e di responsabilità: ognuno, senza eccezione, deve render conto; * Principio di pluralità: la presunta razionalità economica non può rimanere egemonica; *Principio di partecipazione: tutti devono poter prendere parte ai processi decisionali. 

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di Ilaria Perrelli

Il PD verso il congresso. Parlano gli aspiranti “segretario” Reclutamento di nuove forze per rinnovare il partito o lifting per affrontare un’altra campagna elettorale?

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l congresso è già finito” si mormora tra i corridoi del PD. “Se un candidato ha l’80 per cento dei consensi e gli altri si spartiscono il restante 20, è evidente che c’è un solo candidato alla segreteria” dichiara senza troppe cerimonie lo spavaldo Beppe Fioroni. Il riferimento ovviamente è a Matteo Renzi che, dopo l’endorsement di Franceschini (“Voto per lui se tiene unito il PD”) e il calore delle feste emiliane, non rottama più ma ingaggia tra le proprie fila ad uno ad uno i rottamandi. Eppure per la prima volta il PD avrebbe l’opportunità finalmente di discutere nel merito le ragioni fondative e la natura del partito in un congresso, come scrive Cuperlo nelle sue note, costituente. Invece, il rischio, ancora una volta, è che, dietro il bisogno di innovazione, si affrettino a salire tutti sul carro del vincitore, ricostruendo un falso unanimismo ed eludendo i nodi di fondo mai sciolti. Se Renzi è un grande comunicatore, la forza delle candidature di Cuperlo, Pittella e Civati sta proprio, invece, nell’esplicitare con chiarezza e con nettezza le differenze politiche e programmatiche, imponendo una discussione aperta, plurale, per scegliere chi siamo, quale partito e centrosinistra vogliamo, quale idea di rinnovamento intendiamo praticare. Cosa che, dalla nascita del PD ad oggi, non si è mai fatta, se è vero che su molti temi non c’è stata una riflessione rigorosa, spinti soprattutto dalle

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emergenze dell’agenda politica o passando di primarie in primarie dall’esito già scontato. “Attenzione – dichiara non a caso Cuperlo con questa voglia di azzerare il pluralismo, perché potrebbe celare un principio di assolutismo, un cedimento ad un modello plebiscitario che mina le radici profonde del nostro essere. Nelle note che ho scritto – continua il candidato alla segreteria del PD - provo a raccontare la mia idea di partito sul contrasto alla povertà, sui diritti umani, su una vera patrimoniale per le grandi ricchezze, perfino sui limiti morali del mercato. Non c’è una strada sola per ridare speranza a chi l’ha persa. Noi dobbiamo tracciare la via migliore che è quella del coraggio riformatore, dell’uguaglianza e dell’equità. Lo si fa superando l’illusione che un mercato e una moneta possano reggere senza una solida autorità politica. Su tutto ciò non sento da Renzi parole chiare”. E ai maggiori quotidiani che, mentre scriviamo, titolano che gli ex Ds hanno perso ormai la ditta, Cuperlo ribatte: “Sono consapevole che il PD è nato dalla confluenza di diverse culture, ma senza la sinistra il PD semplicemente non è. E chiunque pensi di poter dar vita ad un partito che metta da parte, in soffitta o in naftalina, quel bagaglio complesso e articolato di tradizione e anche di valori proiettati nel domani e non nel passato, che fa forte l’identità della sinistra, vuole male al PD. Chiunque coltivi questa suggestione non solo vuol male alla sinistra, ma vuol male al partito e al paese”.

Se Renzi è un grande comunicatore, la forza delle candidature di Cuperlo, Pittella e Civati sta proprio, invece, nell’esplicitare con chiarezza e con nettezza le differenze politiche e programmatiche, imponendo una discussione aperta, plurale.


Foto di Roberto Salomone

Si badi bene, Cuperlo chiarisce che “non ha senso resuscitare la sinistra del passato. Per la ragione che è cambiata in modo irreversibile la società che quella sinistra aveva interpretato. Un mutamento che ha investito fattori produttivi, il cosa e come creare”.

Si badi bene, Cuperlo chiarisce che “non ha senso resuscitare la sinistra del passato. Per la ragione che è cambiata in modo irreversibile la società che quella sinistra aveva interpretato. Un mutamento che ha investito fattori produttivi, il cosa e come creare. E poi gli stessi modi del conoscere, le relazioni tra i singoli e il loro modo di vivere. Il Paese va ricostruito dalle fondamenta, nei suoi principi, nelle strategie, nei traguardi. Quest’opera di ricostruzione è la missione del PD ed è la ragione che può spingerci a raccogliere un consenso molto più vasto di quello aggregato finora. Per riuscirci dobbiamo capire chi siamo e cosa rappresentiamo oggi. E allora è bene riconoscere che da tempo il nostro è un bacino elettorale

poco espansivo. Il limite – spiega Cuperlo — è nell’aver chiarito solo in parte il messaggio da rivolgere. Non si può diluire le convinzioni pensando di conquistare così un consenso maggiore, non sei più credibile quando stemperi le tue ragioni. Sei più forte quando la radicalità degli obiettivi ti consente di chiamare per nome la parte che vuoi contribuire a emancipare. Parlare a tutti. Ma parlare la nostra lingua. Perché scegliere e dire chi sei non è una rinuncia, è una scommessa. Non è ritrarsi ma proporsi. Non è dividere ma offrire un terreno dove rifondare l’unità del Paese”. Il PD per Cuperlo “deve tenere assieme interessi diversi perché è in grado di offrire un traguardo di libertà a chi coltiva attese differenti ma può ricono-

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scersi in una stessa speranza. Dobbiamo farlo smettendo una volta e per sempre di guardare all’Italia con la lente pessimista che considera gli italiani conservatori e nemici del cambiamento. È tempo di fare cose che potranno anche rompere, spaccare rendite e consorterie, corporazioni e congreghe, ma che avranno la forza di allargare il consenso intorno a una forza come questa, nata per rovesciare l’Italia come nessuno mai ha tentato di fare”. Ad un centrosinistra più largo, che guarda a ciò che si muove nella società, pensa un altro candidato alla segreteria, Pippo Civati, il

Infine Pittella, altrettanto netta la sua idea sulla natura del partito: “Senza equivoci — scrive — la nostra casa è quella della famiglia socialista e democratica europea”. Il partito che propone Pittella ha come orizzonte l’Europa, è solidale, aperto, trasparente, senza filtri o reti di protezioni. “Le proposte partono da basso – scrive l’europarlamentare – occorre ribaltare la logica centralista e burocratica”. Per questo da settimane in tutta Italia si confronta su una bozza di documento da sottoporre e condividere con iscritti e militanti. “Promuovere la partecipazione diretta dei cittadini, ascol-

“Il nuovo Pd non parte da zero. Ma dai territori e dagli amministratori e dirigenti locali. Sono loro che fanno la differenza. I dirigenti nazionali – dice Pittella – sono disabituati al confronto con i cittadini, alla ricerca del consenso. Occorre invece metterci la faccia, in città, nelle piazze affollate, come in periferia”. giovane parlamentare lombardo, che per l’elezione del Presidente della Repubblica ha tentato la strada del dialogo con i grillini, sostenendo apertamente la candidatura di Rodotà. A Reggio Emilia lo ha spiegato bene: “Dobbiamo riprendere il percorso interrotto con il popolo delle primarie - ha detto quelli che si sono mobilitati per l’acqua pubblica, che hanno raccolto le firme per cambiare il porcellum, che hanno fatto politica fuori dalle sedi istituzionali e dalle consorterie. Vendicheremo le sensibilità mortificate – ha urlato — quella pacifista, quella ambientalista, le speranze di chi si aspettava una stagione diversa ed oggi è incredulo. Voglio un PD — ha spiegato — in cui se qualche dirigente va alla manifestazione della Fiom non si debba sentire in imbarazzo. A me piacerebbe che l’Italia e il PD fossero un paese e un luogo dell’incontro. Un posto a cui ci si arriva tutti insieme, anche da provenienze diverse, per mettere in comune le esperienze e le nostre storie, dove far incontrare i giovani di OccupyPD e quelli che hanno fatto il sessantotto e tutto questo c’è già, basta uscire dalle nostre sedi per attivare percorsi comprensibili e appassionanti”.

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tare e condividere ripartendo dai luoghi e dai territori, mettendo al centro la persona. È questa – per Pittella – la cifra del nuovo Partito Democratico. Il tema dell’uguaglianza è ciò che più ci divide dalla destra. Non è solo una questione ideale perché intorno ad essa si declinano i diritti sociali e civili che vanno difesi con politiche di coesione e inclusione. Non a caso, per Pittella, la nuova Italia inizia dal Mezzogiorno, il progresso passa necessariamente da un nuovo patto che rilegga il destino del Paese per essere uniti e integrati, utili e reciproci. Il nuovo PD non parte da zero. Ma dai territori e dagli amministratori e dirigenti locali. Sono loro che fanno la differenza. I dirigenti nazionali – scrive impietosamente – sono disabituati al confronto con i cittadini, alla ricerca del consenso. Occorre invece metterci la faccia, in città, nelle piazze affollate, come in periferia. Perché la periferia è il luogo della marginalità dove vengono relegate discussioni e battaglie e il rinnovamento del partito non può ridursi in un trasferimento di potere dai sessantenni ai quarantenni deciso da pochi dirigenti e da patti tra correnti”. 


di Marco Staglianò

Voglio restituire agli avellinesi un futuro di speranza I primi 100 giorni di Paolo Foti. Sindaco di Avellino

U

na lunga chiacchierata con il sindaco di Avellino, Paolo Foti, a cento giorni dall’insediamento a Palazzo di città. Regole, dialogo e coesione sociale sono le sue parole d’ordine. Sindaco, torniamo a quel 10 giugno. Che ricordi ha? “Ricordo di aver trascorso la giornata a casa in compagnia di mia moglie e di mio figlio e di essere uscito solo a risultato acquisito. Ricordo la festa, ricordo la stanchezza che all’improvviso mi assalì, ricordo, soprattutto, l’abbraccio dei miei cari ai quali non finirò mai di dire grazie per quello che hanno dovuto sopportare in quei mesi. E ricordo la sensazione con la quale andai a dormire quella notte: la felicità per la vittoria che faceva a cazzotti con la consapevolezza delle responsabilità e della difficoltà del compito al quale gli avellinesi mi avevano chiamato. Un compito ancora più arduo in funzione dell’enorme astensionismo registratosi”. Sì, ricordo che una delle sue prime dichiarazioni andava proprio in quel senso. Disse che sarebbe stato il sindaco di tutti i cittadini, soprattutto di quelli che erano rimasti a casa. “Questa città, al pari della Provincia, è sempre stata un laboratorio politico. Quello che accade in Irpinia alla fine accade anche in Italia. La politica ha sempre rappresentato un vettore di passioni collettive, uno strumento di comunità. Qui fu siglato, nel

lontano 73, il primo compromesso storico nella storia d’Italia con una giunta che vedeva governare insieme democristiani e comunisti. Qui è nata la sinistra di base, qui sono nate molte delle menti più eccelse che il Paese abbia mai conosciuto. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato, la città s’è smarrita a causa dei ritardi accumulati, i partiti politici hanno perso la capacità di aggregare e molto è dipeso dalla litigiosità delle classi dirigenti, dall’autoreferenzialità delle istituzioni. Su questa base ci siamo messi in ascolto della comunità dolente, abbiamo provato a ricucire i fili di un tessuto sociale lacerato, capovolgendo completamente l’ordine delle priorità sulle quali si era consumato il fallimento amministrativo di chi mi ha preceduto. Il nostro programma non era frutto di uno studio di laboratorio ma di un dialogo faticoso. Abbiamo lavorato come una vera squadra, abbiamo messo a sistema esperienze e competenze, non abbiamo promesso rivoluzioni salvifiche ma abbiamo parlato il linguaggio della verità. E questo ci ha premiato ma non è servito a risvegliare la voglia di partecipazione che ha sempre contraddistinto questa comunità. Ecco perché siamo ripartiti dalle fondamenta. Era necessario”.

Il programma Il nostro programma non era frutto di uno studio di laboratorio ma di un dialogo faticoso. Abbiamo lavorato come una vera squadra, abbiamo messo a sistema esperienze e competenze, non abbiamo promesso rivoluzioni salvifiche ma abbiamo parlato il linguaggio della verità.

Cosa intende dire? “Avevamo la necessità di aprire armadi e cassetti, di ripristinare il primato della trasparenza sull’opacità, di restituire all’Assise il suo ruolo e alla giunta la sua funzione. Ecco perché ho voluto una giunta quasi interamente di esterni, ecco perché ho

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QUI ED ORA

“Sulla pianificazione strategica ha fallito la vecchia amministrazione, sulla pianificazione strategica noi vinceremo la nostra partita. L’idea è quella di puntare molto sulle infrastrutture immateriali e su di un rinnovato dialogo con le realtà che circondano il capoluogo. La parola d’ordine è condivisione ed è per questo che già c’è un calendario fissato di tavoli ed incontri che non vedranno solo il coinvolgimento dei soggetti istituzionali ma anche quello della cittadinanza, dei comitati di quartiere, delle tante energie vive. Quella che l’assessore Ricci sta proponendo è la più grande e necessaria provocazione che sia mai stata posta in essere nei confronti di questa città. E la provocazione è tutta nel metodo”.

preteso che in alcun ruoli chiave fossero chiamate personalità distanti dalla vicenda politica ma competenti, ecco perché tra le prime cose fatte c’è una delibera che introduce strumenti di verifica dell’operato dei dirigenti, che riorganizza la filiera decisionale in termini funzionali, che pone le condizioni per una gestione integrata della macchina comunale. Qualcuno ci ha accusato di far leva su di un aziendalismo sbagliato. In realtà noi siamo ripartiti dall’abc. Io rappresento una giunta di centrosinistra ed il nostro obiettivo deve essere quello di ricostruire la comunità ripartendo dai diritti, dal merito e dalla trasparenza. Ma questi obiettivi si raggiungono solo se affermiamo un nuovo modus operandi fondato su di un metodo chiaro e condiviso”. Anche sul Piano Strategico si rileva un oggettivo cambio di passo rispetto agli anni trascorsi.

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Non teme che il congresso del Partito democratico possa in qualche modo scaricare le sue scorie sull’amministrazione? “No ed il motivo è semplice. Noi siamo qui per lavorare nell’interesse dei cittadini e nessuno di noi ha la necessità di rimanere seduto su queste poltrone a tutti i costi. Una delle ragioni per le quali l’amministrazione precedente ha fallito è da ricercare nell’assenza di una regia politica chiara e definita. Il PD ad Avellino non ha un coordinamento cittadino e non è un caso se già in campagna elettorale chiesi alla segretaria di intervenire per colmare quel vuoto. Di qui a breve si terrà il congresso e qualora qualcuno provasse ad utilizzare quella contesa per imbrigliare questa amministrazione nelle logiche di sempre, non esiterò ad uscire allo scoperto, a denunciare quel che ci sarà da denunciare e a porre il partito dinanzi alle sue responsabilità. Siamo qui per trasformare Avellino, per restituire agli avellinesi l’orgoglio dell’appartenenza ed un futuro di speranze. Non siamo qui per coltivare clientele ed ambizioni”. Insomma, lei ci crede… “Certo che ci credo. I cittadini sono con noi, stanno capendo il senso del nostro agire e con il loro appoggio possiamo vincere tutte le sfide. Ci credo perché sono un uomo abituato a credere nel lavoro, perché sono convinto che a piccoli passi restituiremo alla città di Dorso e De Sanctis il futuro che merita”. 

Il PD ad Avellino non ha un coordinamento cittadino e non è un caso se già in campagna elettorale chiesi alla segretaria di intervenire per colmare quel vuoto. Siamo qui per trasformare Avellino, per restituire agli avellinesi l’orgoglio dell’appartenenza ed un futuro di speranze. Non siamo qui per coltivare clientele ed ambizioni.


APPROFONDIMENTI

di Elio Pariota

Banche, credito e mercato: l’ossessione teutonica L’emancipazione della politica monetaria dal condizionamento tedesco

I

l timoniere della BCE – Mario Draghi – è uomo di esperienza oltre che di sicura affidabilità e competenza. Da consumato equilibrista sta tentando l’intentabile: ossia di emancipare la politica monetaria dal condizionamento tedesco senza dar luogo a strappi e a lacerazioni irreparabili con la principale economia europea; e, non meno importante, di tenere calmi i mercati in un momento dove tutto è auspicabile tranne una nuova

speculazione che spenga sul nascere i timidi segnali di ripresa su larga scala. Non è operazione facile, sol che si pensi che Jens Weidmann – presidente della Bundesbank – in piena continuità con il suo predecessore, non perde occasione per annunciare la ferma opposizione ad uno stato prolungato di tassi di interesse negativi in area europea. Perché l’ossessione teutonica è sempre la stessa da settant’anni: tenere a freno l’inflazione. Sennonché, sta-

Le imprese non possono dipendere esclusivamente dal credito bancario devono aprirsi ai mercati finanziari.

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APPROFONDIMENTI

volta, il pericolo di un rialzo generalizzato dei prezzi lo vede solo la Germania. Miopia economica o cinico calcolo? Escluderei la prima ipotesi. Sulla seconda mi viene in mente la frase di quel vecchio saggio recentemente passato a miglior vita: “A pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca”. Ecco, credo che dosi crescenti di cinismo facciano da sfondo all’ossessione teutonica dell’inflazione. I segnali sono inequivocabili e provo a ripercorrerli in sequenza: 1) due anni fa, con la crisi greca alle porte e i rischi di contagio in Portogallo e Irlanda, l’allora esponente della Bundesbank Axel Weber deprecava la troppa liquidità delle banche spingendo per un ritocco all’insù del tasso di riferimento. Perché il problema è proprio Poi, come tutti sanno, è andata come è anquello della crescita, data: Grecia fallita di e l’Italia sembra avvitarsi fatto, depressione dell’Eurozona, ristruttunell’affannosa ricerca razione del debito della ricetta virtuosa. portoghese e irlandese, impennata dei Ignazio Visco, Governatore rendimenti dei titoli della Banca d’Italia, italiani e spagnoli; 2) a parole i tedeschi si non ha fatto mistero delle dicono disposti ad aiuresponsabilità di politici, tare i Paesi della UE in difficoltà, ma non del sistema bancario con gli Eurobond. e delle imprese. Tradotto: o ciascun Paese riesce a garantire una crescita autonoma, solida e duratura, oppure si rassegni ad uscire dalla UE e a tornare alla vecchia valuta nazionale; 3) le prospettive di crescita dell’economia della Germania migliorano e s’intravvede a medio termine un surriscaldamento della domanda che già oggi proietta l’inflazione a quasi il 2%. In queste condizioni la logica tedesca, che fa a pugni con la flessibilità di Draghi, è semplice e chiara: politica monetaria restrittiva e presa di distanza dall’arma “non convenzionale” del Quantitative Easing (letteralmente: alleggerimento quantitativo; si tratta, in sostanza, di una manovra ultra-espansiva) della Federal Reserve americana tanto cara al suo presidente Ben Bernanke. Orbene, che la Germania – ormai in piena campagna elet-

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torale per le elezioni federali del 22 settembre – brandisca lo scettro del rigore dinanzi al proprio popolo è ben comprensibile. Ma se questa priorità politica dovesse trasformarsi in una ortodossia finanziaria tale da relegare gli Stati europei ad una permanente condizione di sudditanza, allora questo cinismo va fermato. Mario Draghi l’ha capito prima di tutti e lavora cercando di smarcarsi dal diktat tedesco rassicurando i mercati con la promessa di acquistare bond governativi dei Paesi in difficoltà (piano OMT); anche se, per ora, si tratta solo e niente di più che una promessa. In verità ci sarebbe bisogno di ben altro: certo con l’aria che tira in Europa non si può sperare in un QE simile a quello messo in campo dalla Fed (si parla di 85 miliardi al mese di treasury bond acquistati contro liquidità!), ma almeno di riuscire a creare condizioni di allentamento del credit crunch che possano far respirare le imprese e quindi rilanciare le traballanti economie del Vecchio Continente. Perché il problema è proprio quello della crescita, e l’Italia sembra avvitarsi nell’affannosa ricerca della ricetta virtuosa. Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, non ha fatto mistero delle responsabilità di politici, del sistema bancario e delle imprese: “Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni”, ha tuonato il Governatore. Come dire, si tratta di un fallimento su tutta la linea. Ma siccome dal baratro si esce più forti e coscienti dei propri mezzi, proviamo ad immaginare un nuovo “Risorgimento economico” che prenda spunto dalle seguenti considerazioni: a) è vero che l’Italia ha il poco invidiabile primato di circa duemila miliardi di euro di debito pubblico, ma è altresì innegabile che il debito privato è molto al di sotto della media dei Paesi più sviluppati; b) l’avanzo primario del nostro Paese è superiore a quello delle altre economie europee ed è doppio rispetto alla Germania; c) dopo svariate riforme il sistema pensionistico pubblico è solido e i segnali di tenuta sul medio –lungo termine sono incoraggianti. Tutto questo i mercati lo sanno e ciò spiega la straordinaria calma, al limite


Il bluff di Draghi Al momento, non vi sono ragioni per andare a verificare l’eventuale bluff di Draghi sul mantenimento a lungo termine di una struttura dei tassi d’interesse sostanzialmente bassa, peraltro sulla scia di quelli americani.

dell’indifferenza, con la quale hanno accolto il verdetto di condanna di Silvio Berlusconi, quasi a rimarcare il primato dei fondamentali economici sulle bizzarrie della politica. E sanno anche che, al momento, non vi sono ragioni per andare a verificare l’eventuale bluff di Draghi sul mantenimento a lungo termine di una struttura dei tassi d’interesse sostanzialmente bassa, peraltro sulla scia di quelli americani. La conseguenza è che le Borse europee e quelle di mezzo mondo guarderanno come sempre a Wall Street per misurare, indirettamente, gli effetti benefici delle massicce iniezioni di liquidità pompate dalla Fed. Ma i mercati, si sa, non hanno memoria e soprattutto sono volatili: per cui occorre far presto e capitalizzare ciò che l’italiano al timone della

Banca Centrale Europea sta facendo per gli Stati europei in difficoltà. Occorre dunque – per dirla con Visco – che le banche ritornino a fare le banche al servizio delle imprese spingendo queste ultime ad avvicinarsi ai mercati ed a favorire l’innovazione. Non solo. Le imprese non possono dipendere esclusivamente dal credito bancario, bensì devono aprirsi ai mercati finanziari, segnatamente a quelli azionari ed obbligazionari. Infine la politica si preoccupi di dare attuazione a quelle riforme da anni decantate e delle quali si avverte un disperato bisogno. A partire da quella elettorale, senza la quale qualsiasi certezza di governabilità è destinata a cadere drammaticamente nel vuoto. E questo il nostro Paese non può più permetterselo. 

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APPROFONDIMENTI

Foto di Maria Di Pietro

di Nicola Cacace

* Ingegnere-scrittore,

I guasti del capitalismo finanziario e globale Gli effetti dello sfruttamento, delle delocalizzazioni, delle diseguaglianze e degli investimenti di breve periodo

L’

ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate del 2011, non è stato il primo caso di approccio critico della Chiesa verso le nuove forme che il capitalismo sta assumendo in epoca di globalizzazione. L’11 ottobre 2010, Benedetto XVI, introducendo il Sinodo per il Medio Oriente che si teneva in Vaticano, come scrive l’agenzia Adn-kronos “critica duramente il capitalismo finanziario senza freni e controlli che, sottolinea, pone l’uomo in schiavitù. I capitali anonimi, una delle grandi potenze della nostra storia, sono una delle forma di schiavitù contemporanee, un potere distruttore che minaccia il mondo”. Ma alcune critiche esplicite alle forme più oppressive che il capitalismo finanziario e globale stava assumendo sono anche precedenti, nella Centesimusannus di Papa Woitila, dove il papa difende lo stato sociale e “aveva rimarcato con forza il concetto di sfruttamento, non usuale ancora nei testi

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della dottrina sociale della Chiesa “ (Ruggero Orfei, questione antropologica e dottrina sociale, in Mondoperaio, 9/2012). Scriveva, infatti, Giovanni Paolo II (p.35): “È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto socialismo reale lasci il capitalismo come modello unico di organizzazione economica….Si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei paesi che cercano di ricostruire le loro società? Ma se con capitalismo si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”. Certamente, con queste chiare parole il Papa polacco dissolveva il fantasma del mercato, mano invisibile positiva, mitica figura del liberismo economico ortodosso, evocata da

esperto di scenari economici e previsioni tecnologiche. È presidente della società di business intelligence Onesis di Roma.

La Chiesa scende in campo No! Al liberismo economico. Si! alla difesa dello stato sociale e promozione di nuove politiche inclusive.


molti politici e messa a sostegno di una fase politica ormai trentennale, avviata dai successi liberisti di Reagan in America e della Thatcher in Gran Bretagna, e giunta anche in Italia. Ecco, di seguito, alcune delle principali critiche al capitalismo finanziario e globale, sollevate dalla Caritas in Veritate e non solo. Le diseguaglianze sono contro lo sviluppo economico equilibrato. “Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità…. Continua lo scandalo di diseguaglianze clamorose…la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza, negative anche per lo sviluppo”. Il Mercato resta motore dello sviluppo, ma lo Stato è responsabile degli obiettivi dello sviluppo. “Nella nostra epoca lo Stato si trova

fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale… La mobilità lavorativa è stata un fenomeno importante non privo di aspetti positivi. Tuttavia, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, difficoltà a costruire propri percorsi di vita, compreso anche quello verso il matrimonio e la natalità”. Vorrei aggiungere alcune osservazioni personali sulle delocalizzazioni selvagge. La globalizzazione, con la caduta delle barriere commerciali e finanziarie internazionali e soprattutto con la cosiddetta “morte della distanza”, quel fenomeno per cui il costo di spostamento sia delle informazioni (i bit dell’informatica), che delle molecole (cioè delle merci) è calato moltissimo negli anni per il progresso tecnico (container, navi altamente

Allora, ma solo in taluni casi, può essere socialmente e politicamente accettabile che un’impresa, a rischio di fallimento, delocalizzi in tutto o in parte la sua produzione. Trattasi però di casi estremi. Oggi le delocalizzazioni avvengono per puro profitto. nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico, commerciale e finanziario internazionale. Questo nuovo contesto ha modificato il potere politico degli Stati. Oggi, facendo anche tesoro dalla lezione che ci viene dalla crisi economica in atto, sembra realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, in modo che siano in grado di far fronte alle sfide del mondo odierno”. Le delocalizzazioni selvagge aumentano i pericoli per i lavoratori. (Cap.2 della Caritas). “Il mercato globale ha stimolato, anzitutto da parte di paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni a basso costo….Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con gravi pericoli per i diritti dei lavoratori, per i diritti

informatizzate con pochissimo personale, tempi portuali di carico e scarico fortemente ridotti), ha introdotto una competitività tra imprese a dimensione mondiale. E poiché i salari dei paesi emergenti sono molto inferiori a quelli dei paesi industriali, può effettivamente capitare che per talune merci “povere” ad alta intensità di lavoro la competitività delle imprese dei paesi industriali sia fortemente minata. Allora, ma solo in taluni casi, può essere socialmente e politicamente accettabile che un’impresa, a rischio di fallimento, delocalizzi in tutto o in parte la sua produzione. Trattasi però di casi estremi, mentre oggi la stragrande maggioranza delle delocalizzazioni avviene per “pura sete di maggior profitto”, come quelli della Apple americana, la più grande impresa mondiale di PC, cellulari, etc. che pur realizzando in patria utili altissimi, ha delocalizzato tutte le produzioni in Cina per realiz-

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APPROFONDIMENTI

Foto di Andrea Baldo

zare utili ancora più grandi. Responsabilità sociale dell’impresa. “Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte per evitare uno dei rischi maggiori, che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. La pratica delle delocalizzazioni delle attività produttive può annullare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interesse quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio dei soli azionisti che non sono legati ad uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità. Si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tener conto degli interessi

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dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa, lavoratori, clienti, fornitori, territori. Negli ultimi anni, purtroppo, si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Pericoli dell’economia di breve periodo. “Vanno attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Ciò richiede una nuova approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda del modello di sviluppo per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”. (Caritas in V. cap.2). 

Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità… Continua lo scandalo di diseguaglianze clamorose… la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza, negative anche per lo sviluppo


L’A.Vo.G. è nata nel febbraio del 1995, benedetta dal Superiore generale dell’Opera don Guanella, don Nino Minetti. Il filo conduttore del suo essere e del suo operare, dedicato innanzitutto al servizio delle persone in difficoltà dell’area nord di Napoli, secondo lo spirito del beato Luigi Guanella, ispiratore di tutto, è una fiducia filiale nel Signore, al quale si affida per realizzare le varie istanze di carità, i vari interventi.

Fondazione A.Vo.G. Via Luigi Guanella n.20 – 80145, Napoli Tel. (+39) 081/238.40.07 | Fax. (+39) 081/238.40.07


APPROFONDIMENTI

INTERVISTA A

LINA LUCCI (CISL) ANNA REA (UIL) E FRANCO TAVELLA (CGIL)

Emergenza occupazione in Campania Parlano i segretari generali delle pricipali sigle sindacali di Paola Bruno

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opo l’unità sindacale ed il governo delle larghe intese anche il sindacato ritrova una nuova sintesi, sembra ormai giunto il momento di mettere in discussione il cliché delle diversità radicali per mettere in campo azioni e proposte nuove per fronteggiare la crisi economica strutturale. Nell’Italia degli sforzi comuni per la crescita, anche i sindacati campani sono chiamati a fare la loro parte per riaccendere i motori della Campania. D. Su scala regionale, quali sono i benefici che la sua Organizzazione si attende dalla nuova stagione di unità sindacale e quali implicazioni lei rileva già oggi nelle relazioni con le organizzazioni imprenditoriali e il governo regionale? Quali sono i punti deboli del governo regionale in materia di politiche del lavoro e dell’occupazione? Lucci: “L’unità sindacale è un obiettivo che la Cisl persegue da sempre e faticosamente. In questa stagione assistiamo, anche grazie ad un riallineamento delle altre rappresentanze su posizioni non limitate esclusiva-

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mente alla rivendicazione fine a se stessa, ad una fase di rinnovato impegno unitario. Da qui occorre ripartire per sollecitare le istituzioni e la parte datoriale, a costruire azioni concrete e possibili per la crescita delle imprese e dell’occupazione. La Regione, come gran parte degli Enti locali, troppo spesso avvia sul piano politico azioni che poi fanno fatica a tradursi in atti concreti. Servono interventi forti su economia sommersa e lavoro nero. E poi i contenuti del contratto Campania vanno realizzati, le aziende che vogliono investire qui devono trovare un pacchetto chiavi in mano: dall’area per i capannoni alle concessioni in soli 30 giorni, dall’azzeramento delle addizionali locali per i nuovi assunti, alla dilazione della tariffazione locale (come, ad esempio, quella per lo smaltimento dei rifiuti)”. Rea: “L’unità sindacale è un importante valore aggiunto per le organizzazioni sindacali e per i lavoratori, perché insieme, scartando le ideologie o le contrapposizioni e mettendo al centro gli obiettivi e le risposte da dare ai lavoratori, si ha più forza, si è più incisivi nei tavoli di confronto col governo o con gli

Unità sindacale ed investimenti Le aziende che vogliono investire in Campania devono trovare un pacchetto chiavi in mano dall’area per i capannoni alle concessioni in soli 30 giorni


imprenditori. In tale direzione, infatti, va il documento appena siglato da Confindustria e da UIL CGIL e CISL affinché la governabilità diventi non una categoria dello spirito, ma qualcosa di concreto per la soluzione dei problemi reali del Paese. Una risposta importante che ci aspettiamo unitariamente dal governo regionale, invece, è sicuramente quella sul Contratto Campania: deve diventare esigibile. Fino ad oggi è solo sulla carta e la nostra regione oramai in ginocchio, basti pensare agli ultimi dati Istat (22% il tasso di disoccupazione, il più alto d’Italia), necessita di azioni efficaci e concrete subito. Prima di ogni cosa, per lo sviluppo e l’occupazione, è necessario un serio piano industriale. Non possiamo pensare di trasformare il Mezzogiorno, Campania in testa, in una piattaforma di consumi, i nostri territori devono cominciare a produrre di nuovo”. Tavella: “La ritrovata unità sindacale va completata con una visione che guardi allo sviluppo, che sia comune non solo alle forze sociali, ma anche alle rappresentanze imprenditoriali e alla filiera istituzionale. Napoli e la Campania hanno bisogno di approdare finalmente ad una programmazione ordinaria, di utilizzare con puntualità le risorse disponibili, a partire da quelle europee, e di difendere il tessuto produttivo ed industriale che, pur tra mille difficoltà, rimane il più importante del Mezzogiorno. In questo senso il governo regionale dovrebbe programmare specifiche iniziative per chiamare a raccolta le forze imprenditoriali sane della Campania e stabilire, insieme anche alle parti sociali, le priorità da affrontare”. D. Nell’attuale fase di grave e duratura crisi economica ed occupazionale, quali sono i punti che devono qualificare l’azione sindacale in Campania? Lucci: “Occorre concentrarsi sui problemi concreti, senza perdersi in fumose elucubrazioni. Il sindacato è chiamato a un ruolo di maggiore responsabilità: non basta limitarsi a rivendicare – questione che resta tuttavia essenziale per la difesa dei diritti dei lavoratori. È necessario, per difenderli concretamente, indicare quali strade si possono percorrere, parlare con le imprese per farle

Lina Lucci L’unità sindacale è un obiettivo che la Cisl persegue da sempre e faticosamente

Anna Rea La nostra Regione è in ginocchio, basti pensare agli ultimi dati Istat (22% il tasso di disoccupazione, il più alto d’Italia)

Franco Tavella La Regione necessita di investimenti pubblici e privati per rilanciare l’economia ed il lavoro

rimanere o per farle venire in Campania, svolgere un ruolo sistemico da vera e propria classe dirigente. L’alternativa è rimanere su posizioni di difesa che si sono dimostrate storicamente perdenti”. Rea: “Oltre all’unità sindacale di cui parlavamo prima, i Sindacati, la UIL devono lottare affinché le aziende non chiudano i battenti. Per il momento, la misura più istantanea, vista anche la crisi profonda che attraversiamo, è la cassa integrazione, la quale, però, non deve essere intesa come preambolo per la fine di una nostra attività industriale e produttiva e la perdita del posto di lavoro per gli italiani, ma come periodo “utile” per rinnovarsi e rimettersi sul mercato. Ripeto, la Campania, il Sud devono ricominciare a produrre, non possiamo vivere di soli “servizi” o del famoso turismo. E vede, anche la carta del turismo, troppe volte svenduta come l’asso nella manica , non si è mai scelto di giocarla seriamente , fino in fondo, con la creazione di una vera “industria turistica”. A Napoli e nel resto dei nostri territori non riusciamo nemmeno ad avere delle strade asfaltate che non sembrino manti dissestati post bellici, a realizzare il ciclo integrato dei rifiuti, ad avere la sicurezza nelle nostre città. Tutto questo potrebbe diventare la buona premessa per quella “fabbrica del turismo” ma anche per attrarre nuovi investimenti pubblici e privati per dar vita a nuove attività produttive e generare ricchezza sui nostri territori. Forse per la classe politica e dirigenziale, sia locale che nazionale, è arrivato il momento della responsabilità e delle decisioni non più revocabili se si vuole salvare il Sud ed il resto del Paese”. Tavella: “Sentiamo forte la necessità di individuare nuove strategie per favorire l’occupazione e la crescita. La nostra azione sarà quindi mirata a difendere le realtà produttive presenti, alle prese con profonde crisi, ma anche a favorire nuovi orizzonti di sviluppo. La Regione necessita di investimenti pubblici e privati per rilanciare l’economia ed il lavoro, ma per fare ciò occorre una visione non improvvisata dello sviluppo e del governo della Regione e della città di Napoli”. 

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APPROFONDIMENTI

di Francesco Faenza

La pista ciclabile migliora la qualità della vita? A Salerno trenta Km di deserto e prostutuzione a portata di tutti

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alerno come Amsterdam. La pista ciclabile più lunga d’Europa è diventata la vetrina più affollata di prostitute. Milioni di euro in fumo. Soldi pubblici. Per un’opera mai asfaltata. Mai conclusa. La pista ciclabile ha un primato indiscusso, è diventata la più affollata vetrina della prostituzione provinciale. Altro che case chiuse da riaprire e dibattiti nazionali da rilanciare. A Salerno si viaggia con dieci anni avanti. La prostituzione è a portata di mano, sotto gli occhi di tutti. Come ad Amsterdam, come in Thailandia. Insieme alle prostitute ci sono anche gli spacciatori. Ma questi ultimi sono “costretti” a nasconderti. Le donnine, no. Sono in bella mostra sulle barriere in legno della pista mai finita. Dei ciclisti, non c’è traccia. Di donne in vestiti succinti, c’è una gamma infinita. Ci sono le prostitute nere, che fanno capannello negli spartifuoco della pineta. Ci sono le donne dell’Est, bionde, “visepallide” e sorridenti, che fanno gruppo a parte. E ci sono i protettori stranieri che hanno monopolizzato il mercato.

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Gli italiani, brava gente, sono stati scalzati. I soldi della prostituzione finiscono ora nelle tasche dei romeni e degli albanesi. Italia, bel paese. Dai lucrosi affari. Le “donnine” sono lì. Dalle prime ore dell’alba. Sedute sulle barriere in legno della pista ciclabile, le recinzioni sopravvissute all’incuria e agli atti vandalici. Si vendono per pochi euro, le prostitute. Si mostrano a tutti, residenti, turisti di passaggio e vacanzieri stanziali. Lo spettacolo non è solo notturno. La gestualità è banale. Il sesso si compra sulla pista ciclabile e poi si consuma in pineta. Un regalo degli americani. Dopo lo sbarco di 70 anni fa. Trenta metri di alberi fitti fitti, di vegetazione inesplorata e abbandonata. La pineta “americana” è l’alcova delle prostitute. La pista ciclabile di Salerno è la vetrina del sesso più lunga d’Europa. Nessun accordo internazionale siglato. È nato tutto in modo spontaneo. I politici, artefici di questo disastro, alzano le mani. La colpa non si sa di chi sia. Tutti innocenti, nessun colpevole. Altro che grazia e agibilità politica. Abbiamo un mini-

La pista ciclabile ha un primato indiscusso, è diventata la più affollata vetrina della prostituzione provinciale. Altro che case chiuse da riaprire e dibattiti nazionali da rilanciare. A Salerno si viaggia con dieci anni avanti. La prostituzione è a portata di mano, sotto gli occhi di tutti. Come ad Amsterdam, come in Thailandia.


stro di colore e la pista ciclabile più tollerante d’Europa. Roba da far impallidire Olanda e Regno Unito. Le forze dell’ordine le hanno spesso allontanate. Le prostitute. La sera successiva, però, le donne dell’Est e dell’Africa nera sono di nuovo lì. Scosciate e sorridenti, lungo la pista ciclabile in terra battuta, con la mano che invita a fermarsi, una borsa di finto coccodrillo, i tacchi zeppati che ti impennano l’altezza di venti centimetri. Inaugurata all’inizio del secolo da quattro politici che scimmiottavano se stessi, passeggiando su bici di grossa taglia, la pista ciclabile non è mai stata completata. È rimasta in terra battuta, sassi e polvere. Buche e dossi. Trenta chilometri di percorso accidentato. Un posto letto in ortopedia è il risultato più probabile, a sfidare la pista ciclabile. L’opera più inutile d’Europa. Con il voto contrario delle prostitute e dei loro protettori. La beffa più evidente si registra nei fine settimana. I ciclisti da strada arrivano a centinaia lungo la litoranea. Il sabato e la domenica mattina. Ma pedalano tutti sulla provinciale 175. Accanto alla pista ciclabile la strada è asfaltata. È dritta e senza insidie. La pista ciclabile resta a “guardare”, desolata e abbandonata, il passaggio dei suoi atleti. Due strade parallele. Per un paragone politico imbarazzante. La litoranea affollata di automobilisti e ciclisti. E la pista ciclabile, schifata dagli sportivi, incontrastata vetrina di prostitute. Ogni tanto capita un incidente mortale, come nel marzo scorso a Eboli, quando venne falciato un pensionato di Baronissi, Vincenzo Mancuso. Aveva 69 anni. E la passione per la bicicletta. Un automobilista pirata lo colpì alle spalle e fuggì via. Le indagini non hanno portato a nulla. E nulla produrranno. Non ci sono nemmeno le telecamere lungo la pista ciclabile e la litoranea. Non ci sono testimoni oculari. Il pirata infame non verrà mai rintracciato. Spesso sono i maghrebini ad essere travolti. Di sera, di notte, non appena cala il buio. Sulle loro mountain bike arrugginite e inguardabili, i nordafricani vengono abbattuti come birilli. Anche loro schifano la pista ciclabile. Gli ultimi braccianti agricoli, della Piana del Sele tornano dal lavoro. Senza un giubbino catarifrangente. Al buio non si vedono. E vengono trascinati via. Da automobilisti lanciati a gran velocità. Lungo una litoranea tutta dritta, con la pista ciclabile vuota.

Gli operatori turistici hanno spesso alzato la voce: “altro che pista ciclabile, questa è una vergogna per tutti. Per noi che ospitiamo i turisti e per i politici che hanno abbandonato la pista ciclabile. Trenta chilometri di assoluto degrado. Il manifesto più evidente del fallimento politico locale” afferma Renato Trotta, titolare di uno stabilimento balneare. Nel comune di Battipaglia i titolari dei lidi hanno costruito delle recinzioni. Contro le prostitute e contro gli spacciatori. Lungo la pista ciclabile ci sono anche loro. I pusher africani. Vendono droghe leggere: “a pochi euro, paisà”. Si alternano alle prostitute, lungo le staccionate della ciclabile. Se passa una volante della polizia, gettano le dosi negli arbusti che recintano la pista ciclabile. In attesa dell’asfalto, è arrivata l’erba a incorniciare l’opera più inutile e dispendiosa. Salerno come Amsterdam. Trenta chilometri di fallimento politico, convertiti nella vetrina della prostituzione più lunga d’Europa. 

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di Francesca Fichera

Una fucina di competenze La risposta del Centro RAI di Napoli alla crisi dell’economia e della cultura

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l 2013: anno di crisi e di bilanci. Anche e soprattutto per il Centro RAI di Napoli, tra i principali fulcri dell’industria culturale campana e nazionale, appena giunto alla soglia dei cinquanta. Cinquant’anni di attività di rifrazione e amplificazione della produzione mediatica italiana attraverso le antenne e gli schermi dello studio partenopeo, prolifico al pari di quello di Roma e probabilmente unico nel suo ruolo di pioniere dell’innovazione dei linguaggi. Da sempre caratterizzato da una fortissima spinta verso l’inventiva e la rischiosità che questa comporta, il CPTV di Napoli è stato – e rimane – un amalgama socio culturale votato al cosmopolitismo, in un rapporto di perfetta specularità con la città che lo ospita. Un meltin’pot di stimoli il cui ambiente d’ori-

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gine, avvezzo ad attraversare periodi di profonda crisi, naturalmente propenso a trarre il positivo dalle situazioni di pericolo; a usare a proprio vantaggio gli effetti dei processi di trasformazione economici e socioculturali, in più di un caso anticipandoli, fino ad innescare reazioni a catena benefiche tanto per il contesto locale quanto per quello nazionale. Il CPTV napoletano occupa perciò una posizione di assoluto rilievo nel sistema dell’industria culturale nostrana. E a testimoniarlo v’è ben più di un elemento, chiaramente riscontrabile all’interno della lunga storia del centro, dagli anni precedenti alla sua fondazione ufficiale – avvenuta nel 1963 – fino ad oggi, come ricordato fra gli altri dalle recenti pubblicazioni de La fabbrica televisiva (Rai-Eri, 2007) e Cinquanta in onda (Liguori, 2013).

Manteniamo alto il livello della produzione Un vero e proprio banco di prova per creatività, ricchezza e lungimiranza dell’entourage Rai partenopeo, cooperanti alla creazione di un prodotto innovativo capace di raccogliere e trasformare opportunamente, sulla base della propria peculiare tradizione culturale, i format di successo delle televisioni d’oltreoceano.


Intervista a Francesco Pinto Direttore del centro di produzione Rai Qual è il rapporto fra ciò che la “fabbrica” del Centro Rai di Napoli ha già fatto nei suoi 50 anni di attività e il suo futuro produttivo, inserito in un momento di crisi generale come quello che stiamo vivendo? “La crisi può rappresentare anche una occasione straordinaria per un ripensamento delle strutture di costi ed efficienza di una Azienda. In questa direzione si è mossa la nuova direzione generale della Rai ponendosi come uno dei principali obiettivi quella della saturazione delle risorse interne prima del ricorso a strutture esterne. Questa strategia ha comportato l’eliminazione pressoché totale del ricorso a studi in appalto e un riportare all’interno degli studi della rai di una serie di titoli. Si è dunque superata la paradossale situazione predente che vedeva parecchi programmi realizzati in appalto con le linee interne sottoutilizzate ei costi fissi scaricati sul bilancio complessivo della rai. Questa scelta ha comportato evidenti effetti positivi sulle grandi fabbriche, come Napoli, lontane da Roma. Per la prima volta dopo molti anni il CPTV inizia la nuova stagione produttiva con tutti gli studi occupati grazie all’arrivo di importanti trasmissioni come Verdetto Finale e Kilimangiaro che affiancano le sue storiche produzioni

come Un posto al sole. E’ importante inoltre sottolineare che i titoli attualmente in fase di realizzazione coprono tutto l’arco dei “generi” dal Varietà di Made in sud, alla fiction e al talk show e sono destinate a tutte le grandi reti della rai. Certo questo comporta la necessità di una maggiore efficienza e qualità delle linee produttive, ma è una sfida di grande stimolo”. In rapporto alla particolare realtà territoriale di Napoli, fin dove si spinge la capacità di innovazione, di reagire alle sfide, del Centro? La sua risposta editoriale è ancora “informare, educare, divertire”? “La triade” informare educare divertire” è stato il “canone” con cui si è governata l’intera fase del monopolio, non solo in Italia, da parte dei public services che hanno motivato questa strategia editoriale dalla BBC. Nel successivo periodo della concorrenza “classica” questa triade ha perso uno dei suoi elementi riducendosi al semplice binomio “informare, divertire”. Oggi anche questa fase sembra finalmente conclusa, ma lo sviluppo dei nuovi media, delle nuove tecnologie e delle nuove competenze del pubblico rende del tutto insufficiente il ritorno alla formula originaria. A quelle parola ne va aggiunta una quarta: innovare. La rai

È innanzitutto sull’attualità del termine “fabbrica” che bisogna fare il punto: di certo un titolo che si addice al centro Rai di Napoli, improntato fin dalle sue brillanti origini ad un assetto capace di stringere insieme professionalità altamente specializzate, tanto legate a una cifra stilistica fortemente tradizionale quanto preparate ad accogliere con prontezza le nuove istanze culturali provenienti dall’esterno. Il successo di questa unione è, sì, ga-

deve essere il luogo del nuovo e della modernità: solo in questa maniera può pensare di conservare il suo ruolo di centralità nel sistema culturale nazionale”. Il Centro Rai di Napoli ha sempre rappresentato una fondamentale cassa di risonanza per la tradizione musicale popolare - locale, nazionale e internazionale. Quali sono i punti forti e quali i deboli all’interno di questo sodalizio? “In questi anni il centro di produzione di Napoli ha sempre cercato di tenere aperta l’integrazione tra il suo essere fabbrica e le tradizioni e le novità culturali espresse dal territorio perché il territorio è la terra di cui si deve nutrire. Sulla musica abbiamo fatto una straordinaria opera di conservazione della sua memoria attraverso l’archivio della canzone napoletana in un Paese, unico in Europa, dove si cancella tutto e si dimentica tutto, ma la musica è solo un pezzo della creatività che si esprime in questa città. Sotto questo punto di vista è necessario sottolineare un programma come Made in Sud ideato, realizzato interamente dall’intelligenza di Napoli. Qui si giocherà la grande partita dei prossimi anni: realizzare programmi ideati oltre che prodotti nel Centro e nel suo territorio. Programmi “napoletani” in grado di conservare le proprie radici, ma di parlare ad un pubblico nazionale. Come la canzone napoletana”.

rantito – in un primo e non breve momento – da un contesto economico in netta risalita – i famosi anni del “boom”, a cavallo dei Sessanta. Ma è pur vero che al CPTV napoletano va il merito di aver saputo mantenere alto anche in seguito il livello delle produzioni, a discapito dei vertiginosi alti e bassi dell’economia italiana e, conseguentemente, della reattività dell’industria culturale del Paese. E i risultati di

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questa costanza sono evidenti soprattutto nella ripresa dei Novanta, decennio quanto mai fiorente per il centro, sebbene ancora sotto gli effetti dello scisma del ‘75 derivato dalla lottizzazione delle tv italiane. Un vero e proprio banco di prova per creatività, ricchezza e lungimiranza dell’entourage Rai partenopeo, cooperanti alla creazione di un prodotto innovativo capace di raccogliere e trasformare opportunamente, sulla base della propria peculiare tradizione culturale, i format di successo delle televisioni d’oltreoceano. Nascono così i noti esperimenti di “lunga serialità” di Un posto al sole e, poco dopo, de La squadra, dove al tramite rappresentato dalla co-produzione con una casa straniera si unisce il fine, pienamente raggiunto, di portare all’attenzione di grandi masse di spettatori un oggetto televisivo marcatamente napoletano. Un triplice processo di “personalizzazione culturale” - con un format straniero prima, “napoletanizzato” poi, e dunque integrato nell’ambiente mediatico nazionale - che sfida il sempre più pressante indice Auditel vincendo due volte: la prima conducendo alla ribalta italiana un progetto audiovisivo fortemente caratteristico della realtà socioculturale di Napoli; la seconda riuscendo nell’impresa di importare e rendere popolare un formato fino ad allora esclusivo delle produzioni estere. E questo per citare solo alcuni, e fra i più recenti, dei prodotti vincenti dell’industria culturale campana. Tutti dovuti – volendo sottolineare un’apparente ovvietà – alle figure professionali selezionate dalla sempre viva fucina meridionale, e con attenzione perché – come precisato dal capostruttura di RaiFiction Francesco Nardella – “nel sistema industriale chi non è bravo viene espulso automaticamente”. Un principio, sicuramente valido a livello teorico, che sembra confermato anche in senso pratico dall’attività del centro, da tempo sotto la direzione di Francesco Pinto. Ma è forse il senso del “culturale” a rappresentare una realtà più incrinata dell’economia stessa, proprio perché dissociata dal campo semantico stesso dell’investimento, da una dimensione lavorativa riconosciuta a tutti gli effetti, inquietantemente scissa dall’economia del Paese e costantemente nascosta dietro il paravento della crisi. L’augurio è che il buio calato sulla nostra attualità possa essere

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Rai Napoli Al CPTV napoletano va il merito di aver saputo mantenere alto anche in seguito il livello delle produzioni, a discapito dei vertiginosi alti e bassi dell’economia italiana e, conseguentemente, della reattività dell’industria culturale del Paese.

Foto di Giulio Piscitelli

rischiarato mediante gli stessi strumenti con cui un luogo culturale come il CPTV Rai di Napoli ha risposto tanto al “boom” dell’economia quanto alle sue fasi di decrescita: individuando le vere competenze e consentendo loro di crescere sul campo. Nei loro campi. Basandosi sull’idea che “la creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. […] Senza crisi non c’è merito. […] Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro”. Parola di Albert Einstein. 


di Luca Bifulco

* Ricercatore e docente di Sociologia nel Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Sport, comunità locale, economia: rischi ed opportunità Il tifo si coniuga con prospettive di sviluppo

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uando si vuole ragionare sull’impatto dello sport nella vita di una comunità locale, le prospettive da tenere in considerazione sono molteplici. La prima osservazione, meno ovvia di quanto si pensi, è che lo sport è legato al benessere sociale, quando lo si pratica direttamente, ma anche quando lo si segue per passione. Perfino oggi, nel pieno dominio della logica dell’industria dello spettacolo, non si deve sottostimarne l’utilità. Alcuni studi di psicologia sociale svolti nei college degli Stati Uniti hanno addirittura dimostrato una relazione tra la passione per lo sport, in qualità di atleta o di fan, e l’interesse per la cultura e la politica. Certo, non si possono generalizzare simili risultati in modo assoluto. Ma, quantomeno, possediamo un argomento che ci consente di confutare il disprezzo altezzoso di quei pedanti detrattori che credono che condannare la natura deviata e deviante dello sport sia indice di raffinato intelletto. E, se proprio siamo in vena di dispute accademiche

estreme, potremo chiamare in causa quelle ricerche che hanno evidenziato – sulla scorta di scrupolose correlazioni statistiche – una connessione in Europa tra la partecipazione della propria nazionale di calcio ai Mondiali e la diminuzione del tasso di suicidi (Kuper, Szymanski, 2010). Fare gruppo, sentire un impegno anche ideale, solidificare le relazioni sono, insomma, tutti fattori di appagamento da non sottovalutare. Se invece ci interroghiamo sui benefici strettamente economici dello sport le cose si fanno più complicate. È ormai accertato da numerosi studi che l’organizzazione di grandi eventi sportivi e la costruzione di impianti con denaro pubblico rappresentano degli investimenti poco vantaggiosi per l’economia della comunità. Un Mondiale o un’Olimpiade, a fronte di finanziamenti enormi soprattutto per le infrastrutture sportive, apportano benefici molto relativi in termini, ad esempio, di occupazione stabile o di turismo legato all’evento. Se poi le strutture non vengono

Il legame tra sport e cultura Alcuni studi di psicologia sociale svolti nei college degli Stati Uniti hanno addirittura dimostrato una relazione tra la passione per lo sport, in qualità di atleta o di fan, e l’interesse per la cultura e la politica.

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riutilizzate adeguatamente dopo la kermesse, ma vengono in sostanza abbandonate, si rischia una semplice collezione di mausolei in rovina. Certo, a volte queste ingenti spese pubbliche sono animate da ottime intenzioni di rigenerazione di un territorio disagiato. Bene, si potrebbe obiettare che se ci sono soldi per la riqualificazione andrebbero spesi a prescindere, anche per evitare sprechi. Una simile argomentazione, però, non coglie il fatto che le emozioni che un evento sportivo porta con sé sono un traino di motivazioni ed effervescenza tale da rendere più agevole e meno combattuta la scelta sulla destinazione di fondi e risorse. È importante, però, che in questi casi la politica rimanga vigile, perché il rischio che lo sforzo possa essere reso vano è dietro l’angolo. I Mondiali del 2002 furono concepiti in Giappone come un’opportunità di sviluppo

Non è detto che sport, economia e comunità locale siano realtà del tutto inconciliabili. È necessario, però, che capacità d’impresa, governo del territorio e attenzione al bene pubblico convergano. economico e urbano per le aree periferiche. Ma, a conti fatti, l’occasione non è stata colta in pieno. Mentre l’aspetto commerciale dello spettacolo fu un successo per le compagnie televisive e per la FIFA, non si può dire la stessa cosa per l’economia e la qualità della vita della popolazione locale, che non hanno avuto particolare giovamento. Le Olimpiadi di Londra, in maniera analoga, sono state lo sprone per promuovere la rinascita urbana di quartieri difficili, con l’utilizzo di fondi sia pubblici che privati. A distanza di un anno dai Giochi, però, il rischio che una speculazione edilizia possa vanificare la portata del progetto pare incombente. Questi esempi sono poco incoraggianti, ma non bisogna saltare a

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Foto di Roberta Basile

conclusioni affrettate. Non è detto che sport, economia e comunità locale siano realtà del tutto inconciliabili. È necessario, però, che capacità d’impresa, governo del territorio e attenzione al bene pubblico convergano. La politica deve evitare di sfruttare lo sport a fini propagandistici, ma non deve nemmeno creare ostacoli ideologici allo sviluppo dell’economia sportiva. Allo stesso modo, deve saper guidare l’economia locale. Fare le scelte giuste e consapevoli è essenziale. Agevolare le infrastrutture esistenti per la voglia di pratica sportiva della gente è già un modo per far circolare valore economico. Se pensiamo a Napoli, poi, ci accorgiamo di un grande volano: il calcio di Serie A. Ebbene, la pos-


Valorizziamo gli stadi Uno stadio rinnovato, con ristorazione e centri commerciali aperti durante la settimana, non fa semplicemente concorrenza alle altre attività simili del territorio. Può motivare consumi, nei limiti delle disponibilità economiche locali.

sibilità di ristrutturare uno stadio già esistente, contando sull’iniziativa e i fondi privati, è un’opportunità intrigante, a costo minimo per le finanze pubbliche. Le aspettative, però, non devono essere legate alla vecchia logica economica della città industriale. Il calcio va inquadrato in una forma d’economia emergente, spesso di difficile misurazione, legata all’evento spettacolare e allo stimolo per la creazione di prodotti immateriali. Se ci impelaghiamo nei criteri tradizionali d’analisi, come la variazione dell’occupazione a tempo indeterminato o i flussi di denaro che dall’esterno invadono e arricchiscono la città, non ne coglieremo i benefici. Altri sono i parametri da considerare. Se ogni partita, ad esempio, promuove la circolazione di denaro, anche rapida, si crea per definizione un valore aggiunto. E tanti eventi spettacolari a stretta periodicità rendono tale flusso rilevante. Anche se non sono gli stranieri a portarci le loro perline da fuori. Uno stadio rinnovato, con ristorazione e centri commerciali aperti durante la settimana, non fa semplicemente concorrenza alle altre attività simili del territorio. Può motivare consumi, nei limiti delle disponibilità economiche locali. Uno stadio-museo è un’attrattiva turistica che non risolve i problemi di una città, ma ne promuove l’immagine, come avviene a Barcellona, con benefici nel tempo intangibili ma fondati. E le attività di comunicazione, per definizione costola di un’economia immateriale, non possono che avvantaggiarsi di una squadra cittadina di successo. Per non parlare di un ulteriore aspetto cruciale: lo stimolo che un club di livello internazionale può rappresentare per l’adeguamento delle infrastrutture cittadine, dei trasporti e dei servizi allo standard d’eccellenza richiesto. Insomma, il calcio a Napoli è oggi governato da quell’etica imprenditoriale che, con le parole di A. Finkielkraut, vuole assaltare l’infinito. Non si può non considerarla un’opportunità, specie se non impone esborsi pubblici dissennati. Non parliamo del salasso di un Mondiale o di un’Olimpiade. La gratificazione del tifo si può coniugare con una prospettiva di sviluppo complessiva. 

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SPECIALE: INDEBITAMENTO E SEGNALAZIONI A SOFFERENZA

di Marianna Quaranta

La tutela del segnalato nelle Centrali Rischi private

Come proteggere portafogli e reputazione dall’uso improprio dei dati personali

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erogazione di finanziamenti da parte delle banche e degli altri intermediari finanziari è segnalata in archivi pubblici o privati nei quali vengono raggruppate informazioni in merito all’apertura di credito ed all’andamento del rapporto di credito. In quanto, per una corretta valutazione del merito creditizio dei clienti gli intermediari finanziari hanno bisogno di informazioni sempre aggiornate sui soggetti affidati. I sistemi di informazioni creditizie (SIC) conosciuti anche come centrali rischi private sono delle banche dati che vengono consultate dagli istituti bancari e delle finanziarie per accertare l’affidabilità e puntualità nei pagamenti del richiedente. Sulla base di tali informazioni gli enti finanziari erogano credito solo a coloro che offrono mag-

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giori garanzie di solvibilità. Le informazioni sono gestite a livello centralizzato e sono consultabili esclusivamente dai soggetti che vi aderiscono. Gli effetti che la circolazione di questi dati determina hanno indotto il legislatore ed il Garante per la protezione dei dati personali ad adottare un codice deontologico noto come allegato A al D.Lgs 196/2003 (cd. Codice della privacy), che detta regole specifiche per gli intermediari. Il Codice deontologico riprende i principi di generali che informano il D.Lgs. n.196/03, adattandoli alla specialità del rapporto, in particolare, viene considerato il principio di essenzialità ed attinenza dei dati rispetto al trattamento – possono infatti, essere trattati dai SIC solo i dati essenziali (relativi alle attività finanziarie e creditizie degli interessati) e solo


Tutela dell’interessato L’interessato deve essere informato dall’ente in maniera chiara e semplificata circa le modalità del trattamento dei propri dati nei SIC e sull’esercizio dei propri diritti.

per scopi attinenti alla gestione ed alla tutela del sistema creditizio – ed il principio di esattezza dei dati, in ragione del quale tanto gli enti partecipanti quanto i gestori dei SIC., hanno l’obbligo di verificare la correttezza e l’aggiornamento costante. La tutela diretta dell’interessato. Per quel che concerne più specificatamente la tutela diretta degli interessati vanno considerate le peculiarità dettate per l’informativa e l’accesso ai dati e per la segnalazione a sofferenza. Con riferimento all’informativa è noto che al momento della richiesta di accesso al credito, l’interessato deve essere informato dall’ente in maniera chiara e semplificata circa le modalità del trattamento dei propri dati nei SIC e sull’esercizio dei propri diritti. All’uopo alle prescrizioni di cui all’art. 13 del D.Lgs. 196/03, l’art. 5 del Codice deontologico aggiunge che al momento della raccolta dei dati personali relativi a richieste/rapporti di credito, il partecipante deve rendere all’interessato ulteriori indicazioni, quali gli estremi identificativi dei sistemi di informazioni creditizie, le categorie di partecipanti che vi accedono, i tempi di conservazione dei dati nei sistemi informativi, le modalità di organizzazione, raffronto ed elaborazione dei dati, nonché, l’eventuale uso di tecniche o sistemi automatizzati di credit scoring e le modalità per l’esercizio da parte degli interessati dei diritti previsti dall’art. 7 del D.Lgs. 196/03. In mancanza il Garante contesta all’ente, in sede amministrativa, la violazione concernente l’omessa o inidonea informativa comminando le sanzioni di cui all’art.161 del D.Lgs.196/2003. Il Codice Deontologico riconosce all’interessato la facoltà di esercitare i diritti di cui all’art 7 del D.Lgs. 196/03 sia attraverso lo stesso SIC, sia attraverso l’ente che ha trasmesso i dati e di ottenerne un riscontro tempestivo e completo. Per effettuare l’accesso, l’interessato presenta una semplice richiesta a cui il destinatario deve rispondere in maniera chiara e comprensibile entro 15 giorni (30 se la richiesta è particolarmente complessa). Nei casi in cui i dati si rivelino errati, non aggiornati o illecitamente trattati, l’interessato può richiederne la rettifica, l’aggiornamento, l’integrazione o la cancellazione. Tempi di conservazione dei dati. Sono previsti termini massimi di conservazione, scaduti i quali i dati devono essere au-

tomaticamente cancellati dal sistema; tali termini sono diversi a seconda che si tratti di dati positivi o negativi (ritardi nei pagamenti, sofferenze, crediti a recupero o irrecuperabili) ed a seconda della diversa tipologia e della gravità dell’inadempimento. I dati relativi al primo ritardo nel pagamento delle rate, possono essere resi accessibili agli altri enti dopo 120 giorni dalla scadenza del pagamento o dopo il mancato pagamento di almeno quattro rate mensili non regolarizzate per i SIC che raccolgono “informazioni negative”; dopo 60 giorni dall’aggiornamento mensile o dopo il mancato pagamento di almeno due rate mensili oppure quando il ritardo riguardi una delle due ultime scadenze per i SIC che raccolgono anche le informazioni positive. In ogni caso, l’ente finanziario comunica all’interessato che l’informazione negativa relativa al primo ritardo sta per essere resa accessibile nel SIC e che l’accesso avverrà solo se, entro 15 giorni dal ricevimento dell’avviso, non sarà avvenuta la regolarizzazione del pagamento. In tal modo, l’interessato ha la possibilità di evitare la segnalazione negativa. Il successivo eventuale ritardo nei pagamenti delle rate nell’ambito del medesimo rapporto di credito, invece, verrà subito segnalato nel SIC. L’erronea segnalazione a sofferenza Nonostante le descritte cautele non è infrequente nella pratica che vi sia una erronea segnalazione a sofferenza di un soggetto nelle Centrali Rischi. Il corretto funzionamento del sistema presuppone, infatti, l’esattezza dei dati trasmessi e la sollecita ed attenta collaborazione dei partecipanti e dei gestori la banca dati. L’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente non sempre agevole. Sul punto la giurisprudenza con diverse pronunce ha chiarito che la segnalazione come cattivo pagatore non può scaturire automaticamente da un mero “ritardo nel pagamento”, né tantomeno da una “contestazione del credito”. L’effetto, infatti, di una segnalazione a sofferenza può essere una drastica riduzione degli affidamenti da parte di tutti i soggetti partecipanti al sistema della Centrale Rischi, l’isolamento finanziario del soggetto e l’impossibilità di accedere al credito, nonché

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SPECIALE: INDEBITAMENTO E SEGNALAZIONI A SOFFERENZA

la lesione dell’immagine e della reputazione del soggetto. In altri termini, l’errata segnalazione costituisce una condotta potenzialmente plurioffensiva, che può pregiudicare interessi diversi. Il sistema delle responsabilità. Il regime delle responsabilità connesse ad un’attività siffatta non può prescindere da più ampie considerazioni sulle tipologie di illecito che possono verificarsi. Per i temi qui affrontati è chiaro che occorre limitare l’indagine ai danni diversi frutto di inesattezze nell’imputazione dei rischi, nelle informazioni anagrafiche, nelle ristrutturazioni dei crediti o regolarizzazioni, di erronea collocazione della segnalazione nella giusta categoria di rischio collegati alla responsabilità da trattamento dei dati personali. Ne consegue che va considerata la responsabilità ex art. 11 ed ex art. 15 del D.Lgs. n. 196/2003. Ai sensi del disposto L’effetto, di una segnalazione dell’art. 11, a pena di inutilizzabilità dei dati, a sofferenza può essere il titolare del trattauna drastica riduzione degli mento è tenuto a comuaffidamenti da parte di tutti i nicare dati esatti, aggiornati, trattati in soggetti partecipanti alla CR, modo lecito e secondo l’isolamento finanziario del correttezza, pertinenti, completi e non eccesoggetto e l’impossibilità denti rispetto alle finalità. In caso di di accedere al credito. violazione degli obblighi di trattamento dati, l’art. 15 dispone che chiunque cagiona un danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto ai risarcimento ai sensi dell’art. 2050 cod. civ. Il danno non patrimoniale è risarcibile anche in caso di violazione dell’art. 11. L’art. 2050 cod. civ. sancisce la responsabilità da esercizio di un’attività pericolosa, individuando in capo all’autore ogni possibile conseguenza di danno a terzi, se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. L’attività di trattamento dei dati è appunto qualificata dal Codice quale attività pericolosa, ed il titolare del trattamento ed i suoi delegati devono svolgerla con la massima diligenza. Il richiamo operato dall’art. 15 del D.Lgs. n. 196/2003 all’art. 2050 cod. civ. ha, infatti, per scopo l’affermazione di un favor per il danneggiato, escludendo che nel

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caso del trattamento di dati personali possa porsi un problema di sussistenza o meno della colpa e di un’eventuale graduazione della stessa. Secondo la giurisprudenza ormai consolidata, la presunzione di responsabilità contemplata dall’art. 2050 cod. civ. può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di tutte le misure idonee ad evitare il danno. Peraltro, non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa della inidoneità delle misure preventive adottate (Cass. civ., Sez. III, 15/07/2008, n. 19449, in Mass. Giur. It., 2008; Cass. civ., Sez. II, 09/03/2006, n. 5080 in Mass. Giur. It., 2006). In altri termini, la giurisprudenza attribuisce la responsabilità ex art. 2050 cod. civ. all’esercente l’attività pericolosa per il solo collegamento tra il fatto ed il danno. In linea generale, le tipologie di danno che possono derivare all’interessato dall’illecito e/o illegittimo trattamento dei dati personali sono quello di natura patrimoniale e non patrimoniale. Anche se si opera nell’ambito delle attività pericolose con uno sbilanciamento dell’onere probatorio a carico del titolare del trattamento, il danno patrimoniale soggiace alla regola per cui chi assume aver subito un danno patrimoniale deve darne prova, mentre per il danno non patrimoniale inteso come danno all’immagine, alla reputazione ed all’onore valgono le regole comunemente accolte dalla giurispudenza per la quale il danno sussiste in re ipsa senza che vi sia necessità di una prova ad hoc. Sul punto invero, non può tacersi della sussistenza di pronunce orientate in senso inverso, ma le modeste dimensioni del fenomeno non consentono di affermare che vi è stato un cambiamento di rotta. 



SPECIALE: INDEBITAMENTO E SEGNALAZIONI A SOFFERENZA

di Gianluca Bozzelli

* Commissione Privacy & Security Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

La Centrale rischi della Banca d’Italia

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a Centrale Rischi (CR) della Banca d’Italia è un sistema di informazione creditizia, ovvero una banca dati contenente notizie sull’affidabilità creditizia di tutti coloro che in passato hanno richiesto un’apertura di credito in qualunque forma, per importi superiori ad €.30 mila. Tale sistema è disciplinato dalla delibera del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR) del 29/3/1994 e dalle Istruzioni per gli intermediari creditizi adottate dalla Banca d’Italia, costituenti aggiornamenti della Delibera. Attualmente, le istruzioni sono al 14º aggiornamento del 29/4/2011. Alla fine del secolo scorso, l’accesso al credito veniva fortemente incentivato e promosso come motore dell’economia e del consumo, al punto che l’indebitamento delle famiglie e dei privati era indice di sviluppo economico. Recentemente invece, l’eccessivo indebitamento è stato riconosciuto come uno dei fattori scatenanti la crisi economica di questi anni, determinando dap-

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prima cautela, poi assoluto rigore nella concessione dei prestiti, fino al definitivo blocco dei crediti, fenomeno che attualmente è in atto e va sotto il nome di Credit Crunch. La CR è nata pertanto con una funzione di garanzia per le banche e per le società finanziarie da eventuali rischi di truffe o speculazioni, perpetrate mediante informazioni errate relative ai richiedenti l’accesso al credito e domande contemporanee. Il sistema funziona mediante trasmissione delle informazioni da parte degli intermediari creditizi ed operatori del settore, soggetti definiti “partecipanti” al sistema informativo. Appare evidente, quindi, che il sistema può funzionare solo se le informazioni trasmesse alla Banca d’Italia sono esatte, tempestive e corrispondenti al vero. Le inesattezze, infatti, nelle informazioni anagrafiche, nelle ristrutturazioni dei crediti, nelle regolarizzazioni, nell’imputazione dei rischi, ed in ogni caso nella collocazione di ogni segnalazione nella giusta categoria di rischio, possono generare gravissimi

La CR ha una funzione di garanzia per le banche... il sistema nasce per proteggere banche ed intermediari finanziari dal rischio di truffe o speculazioni.


danni a privati ed aziende, anche in relazione alla responsabilità da trattamento dei dati personali prevista dal D.Lgs. n.196/2003. Le conseguenze correlate ad una errata segnalazione alla Centrale Rischi non investono pertanto esclusivamente l’ambito del diritto bancario, ma coinvolgono direttamente il diritto a un corretto trattamento dei dati personali (di privati ed aziende) e quindi la normativa sulla privacy. La segnalazione alla CR che maggiormente è fonte di responsabilità e contenzioso giudiziario e stragiudiziale è l’appostazione a “sofferenza” di un credito. L’effetto principale della segnalazione è che l’impresa o il privato, una volta segnalati, vengono considerati inaffidabili, perdendo il “merito creditizio”: tale informazione pre-

ancora meritevoli di credito. Proprio per evitare l’uso non corretto e limitare gli abusi della gestione dei dati bancari, la norma regolatrice della CR prevede “espressamente” che la segnalazione a sofferenza implica che il soggetto segnalato si trovi in uno stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in una condizione sostanzialmente equiparabile. Da parte dell’intermediario è prescritto che si proceda ad una valutazione della complessiva situazione finanziaria del cliente, non potendosi segnalare automaticamente in forza di un mero ritardo di quest’ultimo nel solo pagamento del debito. Nelle Istruzioni si precisa, altresì, che la contestazione del credito non è di per sé condizione sufficiente per l’appostazione a

La Centrale Rischi (CR) della Banca d’Italia è un sistema di informazione creditizia. Tale sistema è disciplinato dalla delibera del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR) del 29/3/1994 e dalle Istruzioni per gli intermediari creditizi adottate dalla Banca d’Italia. giudizievole viene, infatti, diffusa entro un mese in tutto il sistema bancario. Con la conseguenza che, nei fatti, da un lato, viene chiesto l’immediato rientro da eventuali affidamenti da parte di altri intermediari che operano con il soggetto e dall’altro che risulta assolutamente complesso (per non dire impossibile) a quel punto riuscire ad accedere a nuovi finanziamenti. L’insolvenza a quel punto è inevitabile epilogo della segnalazione a sofferenza. Per questo motivo l’insolvenza – secondo la norma (di secondo grado) che regola l’attività della Centrale Rischi – dovrebbe essere la causa, non l’effetto della segnalazione a sofferenza: ma così non è in molti casi. I dati sul contenzioso con le banche, riportati ampiamente in giurisprudenza e dottrina, confermano che molto spesso gli intermediari sono responsabilmente colpevoli di segnalazioni pregiudizievoli affrettate o ritorsive, nei confronti di soggetti che non hanno rispettato i termini e le modalità di pagamento dei crediti concessi, sebbene

sofferenza, ma soprattutto, si obbliga anche ad informare per iscritto il cliente la prima volta che lo si segnala a sofferenza. Questioni dibattute sono il momento dell’obbligo informativo – ovvero se trattasi di informazione preventiva o successiva alla segnalazione – e l’interpretazione del termine insolvenza, condizione giustificativa della segnalazione a sofferenza. È qui solo il caso di precisare che per quanto riguarda la prima questione, la giurisprudenza sembra orientata verso la necessità di un’informazione preventiva, (mutuando tale argomento anche dalle altre norme in materia bancaria, come il TUF) e per quanto riguarda l’interpretazione del termine “insolvenza”, ci si ispira alla normativa fallimentare: tanto è vero che in dottrina si parla di istruttoria pre-sofferenziale. Il segnale che va colto è che il contenzioso giudiziale con gli istituti di credito per errata segnalazione alla Centrale Rischi è in preoccupante crescita. 

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SPECIALE: INDEBITAMENTO E SEGNALAZIONI A SOFFERENZA

di Federico De Silvo

L’arbitro Bancario Come definire in maniera bonaria le controversie con le banche e gli altri intermediari finanziari

L’

Arbitro Bancario Finanziario (ABF) rientra nei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, occupandosi della risoluzione delle controversie tra i clienti e le banche e gli altri intermediari finanziari. La sua istituzione risale al 2009, quando si abbandona il preesistente sistema in cui la gestione alternativa delle controversie era lasciata ad iniziative di autoregolamentazione degli intermediari (nel 1993, in particolare sulla scorta delle esperienze del mondo anglosassone, nasce, ad opera dell’Associazione Bancaria Italiana, l’Ombudsman – Giurì Bancario, poi evolutosi nel Conciliatore Bancario Finanziario), per adottare un assetto connotato, invece, da un’impronta pubblicistica: l’ABF, infatti, è sostenuto, nel proprio funzionamento, dalla Banca d’Italia, alla quale sono

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attribuite funzioni di segreteria tecnica. Il cliente – ovvero colui che ha in corso o che ha avuto rapporti contrattuali con banche od intermediari, relativi a servizi bancari e finanziari, ivi compresi i servizi di pagamento – nel caso in cui ritenga che l’intermediario – ovvero banche autorizzate in Italia, banche comunitarie che operano in Italia, intermediari finanziari iscritti nel relativo albo, Poste Italiane ed istituti di pagamento – abbia avuto un comportamento scorretto o poco trasparente, deve rivolgersi preventivamente all’ufficio reclami dell’intermediario stesso, che è tenuto a rispondere entro 30 giorni; qualora tale risposta non risultasse soddisfacente, il cliente può presentare ricorso all’ABF, che deciderà sulla questione entro due mesi (termine nel corso del quale la segreteria tecnica cura un’apposita istruttoria, sulla base della documenta-

ABF e Banca d’Italia L’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) rientra nei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, l’ABF, è sostenuto, nel proprio funzionamento, dalla Banca d’Italia, alla quale sono attribuite funzioni di segreteria tecnica.


zione prodotta dalle parti, sulla cui scorta l’ABF si pronuncia). Le decisioni dell’ABF non sono vincolanti come quelle del giudice, ma gli intermediari sono soliti attenervisi, attesochè la loro eventuale inadempienza è resa pubblica; v’è da dire, anzi, che la Banca d’Italia considera non conforme al principio generale di correttezza il comportamento dell’intermediario che, a fronte di un orientamento costante ed univoco dell’ABF favorevole al cliente su una questione, non abbia risolto la controversia in fase di reclamo ed abbia, invece, accolto le ragioni del cliente soltanto dopo il ricorso all’ABF. Ad ogni buon conto, qualora la decisione dell’ABF non sortisca gli effetti desiderati, il cliente può ricorrere ad ogni altro strumento di tutela previsto dal-

l’arbitrato, che nasce da un accordo delle parti, può essere preesistente all’insorgere della controversia o successivo a questa e si conclude con un giudizio vincolante adottato da un terzo neutrale (arbitro); né con la conciliazione, che pure ha origine in un accordo tra le parti, ma, in questi casi, il terzo neutrale (conciliatore) non decide, bensì aiuta le parti stesse ad elaborare la loro soluzione. A questo punto può rilevarsi che numerose sono le decisioni dell’ABF relative alla Centrale dei Rischi e, più in particolare, all’avviso di segnalazione a sofferenza. Sul punto, l’ABF ha avuto occasione di precisare che: i) il preventivo avviso al cliente non è considerato di per sé condizione di legittimità della segnalazione, tuttavia; ii) è illegittima la segnalazione non preceduta

Le decisioni dell’ABF non sono vincolanti come quelle del giudice, ma gli intermediari sono soliti attenervisi. La Banca d’Italia considera non corretto il comportamento dell’intermediario che, a fronte di un orientamento costante ed univoco dell’ABF favorevole al cliente su una questione, non abbia risolto la controversia in fase di reclamo. l’ordinamento (procedimento giudiziario, arbitrato etc.). Tale quadro procedurale, seppur solo accennatosi, consente comunque di evidenziare come l’ABF svolga un’importante funzione in termini di prevenzione del contenzioso nel settore bancario e finanziario, attraverso l’indicazione di orientamenti che gli intermediari devono tenere in debita considerazione nella gestione dei reclami. Con riferimento alla recente introduzione della mediazione obbligatoria, va, inoltre, precisato che, nella materia bancaria e finanziaria, il ricorso all’ABF assolve la condizione di procedibilità prodromica al procedimento giudiziario. L’ABF, infatti, non va inquadrato tra gli organi con funzioni di giurisdizione e le sue pronunce non hanno gli effetti definitivi sulle situazioni giuridiche delle parti interessate tipici delle sentenze; in altre parole, la tutela offerta dall’ABF si aggiunge, senza sostituirsi, a quella giurisdizionale. Parimenti, l’ABF non va confuso né con

dall’avviso al cliente, qualora sia dimostrato che il preavviso ne avrebbe orientato diversamente la condotta; iii) è illegittima la segnalazione, qualora la stessa non sia correlata ad un inadempimento in senso tecnico-giuridico del debitore ovvero qualora non risultino aggiornati i dati personali del cliente; iv) con riguardo alle conseguenze dell’illegittima segnalazione, vi è la necessità dei presupposti e della prova del danno non patrimoniale (art. 2059 cod. civ.) e può applicarsi il principio generale della liquidazione in via equitativa (artt. 1226 e 2056 cod. civ.). Da ultimo, si segnala che, nel 2011, l’ABF ha aderito a FIN-NET, rete europea dei sistemi stragiudiziali del settore finanziario, pertanto, il cliente ha la possibilità di rivolgersi al proprio sistema nazionale di Alternative Dispute Resolution (ADR), il quale, a sua volta, lo metterà in collegamento con il sistema equivalente nel Paese in cui opera l’intermediario coinvolto nella controversia. 

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Foto di Franco Guardascione

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di Dario Stefano Dell’Aquila

La proroga della vergogna Gli ultimi manicomi ancora da chiudere: gli ospedali psichiatrici giudiziari

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opo le denunce del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sanità, e le parole del presidente della Repubblica che li ha definiti una vergogna sembrava che gli Ospedali psichiatrici giudiziari (il vecchio manicomio giudiziario) dovessero chiudere, la“Rimandare di un anno sciando il posto a nuove strutture sanitala chiusura degli ospedale rie. E invece la proroga psichiatrici giudiziari dimostra al 2014 del termine per la chiusura degli Ospeil fallimento del governo dali psichiatrici giudidei tecnici che avrebbero avuto ziari è un finale tutto il tempo per organizzare annunciato, non certo un colpo di scena. Ma è il superamento di questi comunque una scelta che solleva interrogaghetti”. (P. Gonnella) tivi e proteste. Con decreto legge (poi convertito), il governo Monti, con uno dei suoi ultimi atti, ha prorogato il termine fissato al 31 marzo 2013, “in attesa della realizzazione da parte delle regioni delle strutture sanitarie sostitutive”. Nel decreto “si sollecitano le regioni a prevedere interventi che comunque supportino l’adozione da parte dei magistrati di misure alternative all’internamento, potenziando i servizi di salute mentale sul territorio” e “si prevede, in caso di inadempienza, un unico commissario per tutte le regioni per le quali si rendono necessari gli interventi sostitutivi”. Il ministro della giustizia Paola Severino, ha spiegato che bisogna “dare tempo alle regioni, chiudere e basta sarebbe facilissimo, ma ci sono persone che devono essere curate e cu-

stodite”. Così, con buona pace per le parole del presidente della repubblica che aveva parlato di “estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibile in qualsiasi paese appena, appena civile” viene spostato di un anno il termine fissato dalla legge 9/2012. Ignazio Marino, già presidente uscente della commissione di inchiesta sulla sanità, oggi sindaco di Roma, ha definito inaccettabile e intollerabile “consentire che queste strutture restino aperte anche solo un giorno in più” e ha chiesto la nomina di un commissario ad hoc. Il Comitato StopOpg, spiega di aver denunciato “il pericolo di soluzioni improvvisate”, dichiara “inaccettabile un rinvio senza vincoli e precisi impegni per chiuderli davvero” e chiede di dare priorità alle misure di sicurezza alternative all’Opg, e una authority per seguire il processo di chiusura. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “rimandare di un anno la chiusura degli ospedale psichiatrici giudiziari dimostra il fallimento del governo dei tecnici che avrebbero avuto tutto il tempo per organizzare il superamento di questi ghetti”. Parole che sono state tanto profetiche quanto inutili. Questa estate si sono registrati due nuovi suicidi in queste strutture che ospitano circa mille internati condannati ad una misura di sicurezza detentiva che può essere prorogata senza limiti (sino a determinare quelli che in gergo sono chiamati gli ergastoli bianchi) anche in caso di reati di poco allarme sociale. Molto spesso i sofferenti psichici rimangono detenuti unicamente per l’assenza di strutture alternative o di possibilità di inserimento sociale. Si tratta di persone con problemi complessi che non hanno mai trovato capacità di presa in carico da parte dei servizi di salute mentale. E che

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non hanno una rete familiare in grado di sostenerli. Per non dimenticare perché si è arrivati a decidere di chiudere questi posti è forse utile ricordare, che il dopo una visita ispettiva, all’Opg di Aversa Marc Neve, portavoce del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, definì “inimmaginabile” la realtà trovata ad Aversa, Il rapporto parlava di “mobili disgustosamente sporchi, ratti nel cortile, mancanza dell’attrezzatura più basica e strumentazione medica risalente anche a 35 anni fa”. Inoltre, il rapporto evidenziava che gli internati che mostravano comportamenti aggressivi venivano immobilizzati anche per dieci giorni a un letto, legati mani e piedi, 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di muoversi, seminudi, senza essere lavati, su un materasso di lattice con un’apertura centrale sotto la quale era posto un secchio per raccogliere urina ed escrementi. A ciò si aggiunga che, alla data della visita, si era registrata, in circa due anni, una serie di dieci morti, di cui sette per suicidio. Certo il problema non sono le risorse. La norma dell’anno scorso stanziava risorse significative, ben ducentosettantadue milioni di euro da trasferire alle regioni per la costruzione di nuove strutture sanitarie che dovrebbero prendere posto degli Opg. Ma tra tempi ministeriali, tavoli tecnici e clima da spending review, il riparto di queste risorse è stato definito solo il 7 febbraio 2013, a poco più di un mese dal termine fissato per la chiusura. Come racconta un esponente regionale del tavolo governo-regioni, il governo dopo aver impiegato undici mesi a definire il trasferimento delle risorse, “ha lasciato il cerino in mano alle regioni, dicendo, nel nostro ultimo incontro tecnico, noi abbiamo fatto, ora tocca a voi”. E, bisogna dirlo con onestà, il termine stabilito, sin dall’inizio, era apparso a molti eccessivamente ambizioso, fissato più per ottenere un immediato ritorno politico che con la certezza di raggiungere l’obiettivo. Certo non è sufficiente chiudere gli Opg, ma superare il meccanismo di internamento, fondato sulla misura di sicurezza. Un dispositivo giuridico/psichiatrico che, attraverso un numero non limitato di proroghe, può portare a periodi di detenzione il cui termine non è definito, anche in presenza di reati non gravi. La riforma Marino non ha, purtroppo, inciso sul codice penale, ma ha solo stabilito che piccole

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Quale destino per gli internati degli ospedali psichiatrici giudiziari? A Napoli nasce un film con i detenuti dell’O.P.G. di Secondigliano Dopo la chiusura per legge dei manicomi criminali e degli ospedali psichiatrici arriva ora la chiusura degli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Il Parlamento ha approvato recentemente la legge che fissa al 1 aprile 2014 la chiusura degli Opg, dove sono ancora internate più di mille persone. “Le stanze aperte” è il titolo del film realizzato e prodotto dall’associazione culturale “V.e.d.” e da “Baruffa film”di Maurizio e Francesco Giordano. La pellicola è stata presentata e proiettata presso il centro penitenziario di Secondigliano. L’opera è innovativa anche perché ha visto cimentarsi dietro la macchina da presa, oltre alle maestranze tradizionali, anche i malati dell’ospedale psichiatrico, attualmente diretto dal dott. Stefano Martone.

strutture sanitarie regionali prendano il posto degli Opg. Non è molto, ma nemmeno poco. In quest’anno le condizioni detentive sono lievemente migliorate perché l’effetto denuncia ha sottratto dall’opacità questi luoghi dimenticati. Si è ridotto il numero degli internati presenti (circa mille) perché i servizi di salute mentale sono stati più solleciti nel farsi carico di chi era in condizione di uscire. Questa proroga rischia far perdere credibilità a qualunque tentativo di superamento degli Opg, rigettandoli nell’oscurità. Bisognerebbe, affinché non sia tempo perso, far si che la proroga rappresenti un’occasione per la riforma del codice penale e per evitare che le strutture sanitarie previste in sostituzione degli Opg si trasformino in nuove prigioni private. In ogni caso, il nuovo termine è fissato per il primo aprile. Speriamo che non si tratti, di nuovo, di uno scherzo. 


Foto di Franco Guardascione

Quanto siamo disposti ad accettare la diversità e comprenderla?

La malattia mentale... Può far paura, ma quando si instaura un contatto si apre un mondo sconosciuto.

Diario di una esperienza in un DSM e di una tesi di laurea di Emmanuela Zinzaro

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ntrare in un Dipartimento di Salute Mentale (DSM) può essere l’Esperienza che ti cambia la vita. La malattia mentale è da sempre alla ribalta della cronaca nera, dei dibattiti politici, delle proposte di riforma, delle accuse da parte delle famiglie e soprattutto perché dopo trent’anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 1978 i servizi, su tutto il territorio, sono ancora carenti di strutture alternative e, il personale, è spesso di un numero inferiore rispetto alla domanda di aiuto. Ogni DSM ha una propria storia, fatta di mutamenti sotto il piano dell’assetto organizzativo interno, del personale in organico, del territorio di riferimento e della tipologia dei

pazienti in carico. Nei rapporti interpersonali e nella modalità operativa interviene il fattore della soggettività, “il come siamo”, che influenza e caratterizza inevitabilmente tutto il processo lavorativo. Vivi emozioni contrastanti, sei curioso, affamato di sapere e allo stesso tempo hai paura. Si! La malattia mentale può far paura! Ha mille sfaccettature, mille modi di guardare la vita, di viverla o di rinunciare a viverla. Quando instauri il contatto, ti si apre un mondo sconosciuto, la porta si apre e tu, decidendo di oltrepassarla, accetti una grande responsabilità. Si sono AFFIDATI !!! Da quel momento sei un punto di riferimento, sei la spalla, il brac-

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cio e a volte anche le gambe. Si, perché molti di essi hanno bisogno anche di gambe nuove e forti per riprendere il cammino. Hanno bisogno di credere che possono farcela! Ma senza il mondo esterno, senza uscire dalle loro stanze, il lavoro può risultare nullo. Mi vengono alla mente le parole di Basaglia in uno degli slogan che avrebbe portato il cambiamento nel mondo della psichiatria: “ le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. È il mondo, la cura”. Da qui nasce la necessità di fornire una corretta informazione, al fine di superare i pregiudizi relativi anche alla pericolosità

Il sistema è carente molte sono le difficoltà, ma un buon lavoro d’equipe prima, e di rete poi, può portare ottimi risultati. Il manicomio ha nascosto per anni una grande ipocrisia sociale. sociale della persona con malattia mentale; pregiudizi che sono alla radice dei comportamenti di esclusione, di rassegnazione al peggio e, spesso, anche di ostilità e di disprezzo verso le persone con problemi psichici. Questi sentimenti, purtroppo diffusi anche tra i familiari, sono il più potente ostacolo alla solidarietà con il paziente e alla comprensione della sua sofferenza che sono invece il punto di partenza di qualsiasi trattamento. L’esclusione fisica e l’abbandono che si operava in passato rinchiudendo i pazienti nei manicomi, può operarsi, purtroppo, ancora oggi in invisibili ghetti di incomprensione e di esclusione che possono tenere il paziente chiuso in ambiti cronicizzati. Eppure quante risorse hanno dentro!!! Ogni storia che ti raccontano si intreccia con altre ed altre ancora; è come un mare senza orizzonte, un mare infinito con milioni di barche; ogni tanto ci si avvicina a qualcuno,

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si butta giù l’ancora, si sale a bordo dell’altra nave e li iniziano a mescolarsi i pensieri; ognuno dona un pensiero all’altro. A lungo andare tutti questi pensieri si uniscono, si confrontano, si plasmano, si unificano, ed è come guardare una tela piena di colori. Colori brillanti, forti, colori che ti lasciano senza parole. Non può lasciare indifferente questo scenario! I loro sguardi sono pieni di speranza, di rassegnazione, di dolore. Li guardi e ti vien voglia di farli sorridere. Come quando guardi un bambino singhiozzare e ti dispiace, perché non dovrebbero piangere mai. C’è chi ride e scherza; tu conosci bene la situazione personale e familiare, sai che è disastrosa. Ma sei ammirato! Vive la vita con filosofia, ride sempre, e non perché “è pazzo!” ma perché preferisce sorridere più che rammaricarsi. Quanti di noi, per molto meno, hanno pianto? Ho visto pazienti scompensati e sedati perché pericolosi per se stessi e per gli altri, ho visto pazienti deliranti e dissociati, ho visto alternarsi lacrime e sorrisi in un unico momento, ho visto pazienti arrabbiati con il mondo, altri che hanno tentato il suicidio o che hanno posto fine alle sofferenze. Ho visto i loro successi, le loro evoluzioni, ho visto famiglie esasperate ma anche rasserenate per il contatto costante con loro. Sono entrata in questo “mondo” da studentessa tirocinante ignara, entusiasta ed inconsapevole. Subito mi ha lasciato il segno e non ne ho potuto più fare a meno. Sentivo che quello era il posto dove volevo lavorare e cosi è iniziato a diventare una mèta. Si sono susseguiti tre anni di volontariato, anni in cui ho imparato tantissimo, anni in cui sono cresciuta professionalmente e poi, finalmente, l’opportunità di lavorare come assistente sociale al Centro Diurno. Il sistema è carente, lo so, molte sono le difficoltà ma so per certo che un buon lavoro d’equipe prima, e di rete poi, può portare ottimi risultati. Il manicomio ha nascosto per anni una grande ipocrisia sociale. La soluzione era rinchiuderli, non curarli! Basaglia ha cercato di recuperare il malato, accettandolo come una diversità condivisibile e possibile. Ma quanto siamo disposti ad accettare davvero la diversità e comprenderla in tutte le sue sfaccettature fino a ridare loro il piacere di una vita piena? 


INTERVISTA AL PROF. ADOLFO GALLIPOLI D’ERRICO PRESIDENTE DELLA LILT

Contro la malattia… il volontariato a cura di Beatrice Avvisati

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Istituto Pascale di Napoli, eccellenza dell’Oncologia napoletana, Campana e del Sud Italia, ospita la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. La Lilt è un ente pubblico a carattere associativo senza fini di lucro e rappresenta in Italia una delle principali realtà nel campo del volontariato oncologico... un’esperienza straordinaria come racconta il Professor Adolfo Gallipoli D’Errico, Presidente della Lilt. Presidente di cosa si occupa la Lilt? “La Lilt è l’associazione di volontariato pubblica più antica d’Italia in ambito oncologico. Nasce di fatto nel 1922, ma fu fondata nel 1923 per merito di Giovanni Pascale ed è per questo che ha la sua sede legale presso l’Istituto Pascale di Napoli. Già Professore di Clinica Chirurgica all’Università di Napoli, il luminare sottolineò come i malati di tumore nella fase premorte avevano bisogno di essere sostenuti moralmente e affettivamente. Nel 1927, al nucleo centrale si affiancarono altre sezioni in altre province. Oggi sono 106 le sezioni provinciali e quella di Napoli è stata una delle prime a formarsi. Napoli insieme a quella di Milano risulta essere quella più produttiva

da un punto di vista della laboriosità e della iniziativa. Principalmente lo scopo della Lilt è di fare prevenzione; far nascere nelle persone la cultura della prevenzione come stile di vita. Tre sono gli obiettivi: sana alimentazione, non fumare, fare sport e tutte le campagne di sensibilizzazione orientate in tal senso… Nella sua attività la Lilt è affiancata da un’altra associazione, “Donne Come Prima”, costituita nell’anno 1992 sorta con l’intento di riunire le donne operate al seno e che si avvale della preziosa collaborazione della Dottoressa Rosaria Boscaino, Psicoterapeuta. L’Associazione conta più di 500 iscritte e si avvale della collaborazione dei servizi della Lega Tumori e dei sanitari della Fondazione Pascale”...

La Lilt è un ente pubblico a carattere associativo senza fini di lucro e rappresenta in Italia una delle principali Come è finanziata l’attività? realtà nel campo del “I finanziamenti provengono principalmente da Istituzioni private o volontariato oncologico. da privati cittadini, ma anche la Regione dà il suo contributo. Il bilancio annuale della Lilt si aggira tra i due milioni e novecentomila e i tre milioni e duecentomila euro. Produce una forza lavoro per ventidue giovani con contratto a progetto; ha settantadue progetti di ricerca, la rimessa regionale è di duecentosessantamila euro che viene ripartita tra le varie provin-

cie; l’ammontare di Napoli è di circa novantaduemila euro”. Quali sono i risultati raggiunti fino ad oggi? “I risultati sono positivi e incoraggianti, con l’auspicio di innalzare la qualità di vita dei pazienti”. 

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RICERCA E INNOVAZIONE

Biogas ed energie rinnovabili. Il futuro possibile

Dalla provincia di Salerno le nuove “centrali elettriche”

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nergie da fonti rinnovabili? Nell’immaginario comune il pensiero va subito a pannelli solari e pale eoliche, ma l’idea di prendere bucce e scarti di cibo dai contenitori di rifiuti delle nostre case ed utilizzarli per alimentare elettricamente una piccola cittadina sembra la scena di un film. Eppure, ciò che ai più può sembrare qualcosa fattibile soltanto in un prossimo futuro, è invece una realtà concreta già oggi, proprio vicino a noi. È infatti tecnicamente possibile produrre energia elettrica da sostanze di origine vegetale ed animale (comunemente dette biomasse). In pratica, utilizzando scarti e

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sottoprodotti dell’industria agroalimentare e liquami da allevamenti zootecnici si può alimentare un particolare tipo di impianto, all’interno del quale i batteri presenti utilizzano tali biomasse per riprodursi e, attraverso un processo chiamato digestione anaerobica, generare biogas. Costituito per il 50% da gas metano, il biogas opportunamente trattato viene utilizzato come combustibile ed inviato ad un motore: come risultato, si genera energia elettrica che viene venduta al gestore di rete o utilizzate in loco. Il processo biologico alla base di questa trasformazione è molto delicato, per cui è richiesta una elevata attenzione, nonché una


di Vincenzo di Grazia

continua attività di ricerca sperimentale: ogni biomassa viene analizzata e testata in laboratorio prima di essere accettata ed inviata all’impianto. Dalla possibilità quindi di utilizzare biomasse per produrre energia elettrica, unitamente ad un quadro normativo che incentiva la produzione di energia “pulita”, nasce nel 2009, in provincia di Salerno, la Sistemi e Tecnologia s.r.l. e nel febbraio 2010 entra in esercizio il suo impianto di produzione di energia elettrica, della potenza di 1 MW, sufficiente ad alimentare le utenze civili di un piccolo centro di circa 2.500 famiglie. Abbiamo chiesto all’ing. Mario Gugliotta, Amministratore Delegato della società, e all’ing. Giovanni Catalano, Direttore tecnico come impatta questa tipologia di impianto

sul territorio e come viene percepito. Ing. Catalano, qual è stato l’impatto iniziale e la rispondenza del territorio? “Come spesso accade di fronte alle novità, il territorio ha accolto l’iniziativa con una certa diffidenza; tuttavia nel corso del tempo, lavorando fianco a fianco con i nostri interlocutori, si è creato un affiatamento ed un vissuto comune che ha trasformato la diffidenza iniziale in collaborazione costruttiva e continuativa. La nostra azienda si è anche attivata in opere di educazione e divulgazione, promuovendo e partecipando ad eventi pubblici, quali la Giornata Nazionale dell’Energia Elettrica organizzata da Assoelettrica, nei quali l’impianto ha aperto le sue porte a gruppi e scolaresche per visite guidate, risultando tra i più visitati di Italia”.

Prospettive ed occupazione L’obiettivo per il futuro è quello di ottimizzare l’attività di produzione energetica, migliorando al tempo stesso il processo di networking con le aziende operanti nei diversi comparti produttivi che costituiscono la spina dorsale dell’economia della piana del Sele e della Campania.

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RICERCA E INNOVAZIONE

Quali sono i soggetti con i quali lavorate? “Attualmente cooperiamo con soggetti operanti in diversi comparti (zootecnico, agricolo, oleario, alimentare) che forniscono liquami, colture dedicate e sottoprodotti vegetali (sansa, verdure, tabacco, ecc.) necessari ad alimentare l’impianto. Gli interlocutori principali sono quindi gli agricoltori, gli allevatori di bufale e le aziende che operano nel comparto agroindustriale”. Quali sono stati i risvolti occupazionali? “Attorno all’impianto ruotano una serie di figure professionali ed imprese, molte delle quali locali, coinvolte nelle attività ausiliarie alla gestione dell’impianto. Basta considerare che circa il 60% del fatturato viene speso localmente per l’acquisto di biomasse, spese di personale e servizi, e per le manutenzioni non specialistiche”. Quali sono gli obiettivi per il futuro? “L’obiettivo per l’immediato futuro è quello di ottimizzare l’attività di produzione energetica, migliorando al tempo stesso il processo di networking con le aziende operanti nei diversi comparti produttivi che costituiscono la spina dorsale dell’economia della piana del Sele e della Campania. Crediamo infatti che una sinergia tra impianto, agricoltura e agroindustria consente di mettere in piedi una filiera che genera un circolo virtuoso: coinvolgendo questa rete di aziende si potranno portare grandi benefici a tutti gli attori della filiera ed al territorio stesso”. Ing. Gugliotta, quali sono i risultati raggiunti dal comparto della produzione di energie rinnovabili in Italia? “Nel 2012 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’86,8% con produzione nazionale (di cui 62,2% termoelettrica, 13,3% idroelettrica, 1,6% geotermica, 4,0% eolica e 5,6% fotovoltaica) e per la quota restante (13,2%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. La quota di rinnovabili ha quindi superato il 25%”. Come vede il futuro delle rinnovabili in Italia? “Dopo oltre 22 anni di attività personale in questo settore noto, per la prima volta, una forte spinta regressiva dovuta a diverse con-

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cause. Negli ultimi anni il settore delle energie rinnovabili, soprattutto eolico e fotovoltaico, si è sviluppato notevolmente superando di gran lunga le attese del legislatore che, dovendo quindi contenere il fenomeno, ha ridotto in modo significativo gli incentivi al settore ed ha limitato la potenza installabile negli impianti da realizzare. Devo dire, con grande rammarico, che in pochi mesi un discreto numero di aziende piccole e medie, che hanno fatto la storia delle rinnovabili in Italia, si sono trovate in serie difficoltà e probabilmente assisteremo ad una concentrazione della produzione di energia rinnovabile nei grandi gruppi economici. Le nuove norme del settore, infatti, negano l’ingresso sul mercato degli impianti di media e grande taglia agli operatori non sostenuti da ingenti capitali, mentre il continuo evolversi della normativa ha fatto fuggire dall’Italia molti operatori stranieri. Gli unici spazi rimasti sono quelli degli impianti di piccola taglia che di per sé sono poco appetibili ai grandi investitori, ma che possono ancora portare benefici economici al privato che volesse cimentarsi”. Quali interventi correttivi sarebbero necessari? “Di sicuro si dovrebbe dare più solidità al settore, introducendo un programma di incentivazione stabile nel tempo, parametrato sul costo reale delle tecnologie e che dia spazio a tutti, aprendo tavoli di discussione con gli operatori. Vanno inoltre chiarite e semplificate le norme per l’autorizzazione alla costruzione ed all’esercizio degli impianti, inserendole in uno strumento normativo unico e coerente anche con gli incentivi economici. Infine andrebbe valorizzata l’industria nazionale attraverso bandi pubblici di finanziamento di nuove tecnologie ed incentivi all’export. Per realizzare questo, è necessario che si riapra un dibattito politico sulla volontà dell’Italia di proseguire su questa strada e che si ristabilisca la fiducia e la credibilità del settore, attraverso campagne informative che mettano in luce i risultati ottenuti, i posti di lavoro creati ed i benefici ambientali indotti”. 

Alternative possibili È possibile produrre energia elettrica da sostanze di origine vegetale ed animale (comunemente dette biomasse), utilizzando scarti e sottoprodotti dell’industria agroalimentare e liquami da allevamenti zootecnici si può alimentare un particolare tipo di impianto, all’interno del quale i batteri presenti utilizzano tali biomasse per riprodursi e, attraverso un processo chiamato digestione anaerobica, generare biogas.


Terra di Lavoro: prodotti eccellenti, sapori ricchi e intensi, paesaggi suggestivi Tre chef d’eccezione raccontano curiosità enogastronomiche da cui attingere per soddisfare il gusto e la vista di Beatrice Crisci

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a Provincia di Caserta, chiamata un tempo Terra di Lavoro, offre non solo un itinerario artistico culturale di grande spessore, che va dalla Reggia vanvitelliana all’Acquedotto Carolino fino all’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, ma anche un panorama enogastronomico di qualità ed eccellenze. Una provincia la nostra caratterizzata da un paesaggio che non ha nulla da invidiare a quello delle più celebrate regioni dell’Italia centrale. Borghi medievali, grandi vini, antichi vulcani, boschi, fiumi, siti archeologici, aree protette. Una provincia, quella di Caserta, che, oltre a una elevata biodiversità, si caratterizza anche per una grande diversità gastronomica. È in questa terra, infatti, che si producono tre Dop (caciocavallo silano, mozzarella di bufala campana e ricotta di bufala campana), due Igp (melannurca campana e vitellone bianco dell’Appennino centrale). A questi vanno aggiunti 90 Prodotti tradizionali, di cui 9 sono prodotti esclusivamente nel territorio provinciale (filetto e filettone di Vairano Patenora, caldarroste in sciroppo e rhum, carciofo capuanella, castagna paccuta, castagna di Roccamonfina, fungo porcino di Roccamonfina, lenticchia di Valle Agricola e lupino gigante di Vairano). Ma Terra di Lavoro è nota anche per la produzione di vini importanti: ci sono tre doc (Falerno del Massico, Asprinio di Aversa e Galluccio) e tre Igt (Roccamonfina,

Terre del Volturno e Campania). E il vino, a onor del vero, è sicuramente uno dei motori potenziali dell’agricoltura provinciale. Le premesse, dunque, ci sono tutte perché questa terra ricca di storia e di tradizioni sia identificata anche come terra di raffinati e ricercati chef. La regina dei prodotti made in Caserta è sicuramente la mozzarella di bufala campana Dop. Il nostro “oro bianco” è gradito da tutti gli amanti della buona tavola e dei sapori genuini, che sanno apprezzare l’eccellenza di un simile prodotto scelto da grandi chef anche per la sua capacità di nobilitare tanti altri ingredienti. Il termine “mozzarella” deriva dal verbo “mozzare”, ovvero l’operazione praticata ancora oggi in tutti i caseifici, che consiste nel maneggiare con le mani e con moto caratteristico il pezzo di cagliata filata e di staccare subito dopo con gli indici e i pollici le singole mozzarelle nella loro forma più tipica: tondeggiante. Preziose anche le sue qualità nutrizionali. Oggi, infatti, possiamo affermare che il più famoso dei latticini italiani è parte integrante della dieta mediterranea, sia perché è espressione del legame con il territorio di origine, sia per le sue peculiarità alimentari. Prodotti eccellenti, sapori ricchi e intensi, paesaggi suggestivi. Questa, dunque è la provincia di Caserta, che all’occhio del visitatore attento offre un mix esplosivo di curiosità enogastronomiche da cui attingere per soddisfare

La mozzarella DOP made in CE Il più famoso dei latticini italiani è parte integrante della dieta mediterranea, sia perché è espressione del legame con il territorio di origine, sia per le sue peculiarità alimentari.

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RICERCA E INNOVAZIONE

il gusto e la vista. Lo sanno bene gli chef nostrani ormai conosciuti anche oltre le mura campane. Rosanna Marziale ne è sicuramente un esempio. Il suo punto di riferimento e le radici sono nella sua Caserta, dove è nata, vive e da sempre lavora insieme ai fratelli nel ristorante di famiglia, Le Colonne (viale Giulio Douhet), fondato dal padre Gaetano negli anni ‘50. È chef di cucina e sommelier professionista dal 1992. Ha frequentato corsi di perfezionamento e stage di cucina presso l’Etoile e ha avuto come maestri come Vissani, Berasategui e Uliassi. Gli obiettivi di Rosanna sono da sempre lo sviluppo di progetti per far conoscere e

L’“oro bianco” è gradito da tutti gli amanti della buona tavola e dei sapori genuini, che sanno apprezzare l’eccellenza di un simile prodotto scelto da grandi chef anche per la sua capacità di nobilitare tanti altri ingredienti. amare, in Italia e nel mondo, le eccellenze della sua regione, trasformando tutti i prodotti di bufala in ricette insolite e gustose. E da quel che si percepisce già ci è riuscita in pieno. I suoi piatti sono originali, dai forti contrasti cromatici e di gusto. Propri punti di forza sono i prodotti del territorio: quelli bufalini in particolare e le eccellenze dell’entroterra casertano biologicamente naturali. Per ogni altra informazione c’è il sito lecolonnemarziale.it. Ha fatto esperienza alla scuola Ducasse in Francia e da Heinz Beck a Roma Matteo Iannaccone, giovane chef casertano che nel suo accogliente e moderno locale “Le Chef” (via Marchesiello Parco Justine 159/D) sempre a Caserta propone una linea di cucina di cui egli stesso è artefice assoluto. Coadiuvato dall’immancabile papà Nicola, Matteo propone per inizio autunno Fiori di Zucca in Tempura ripieni di Ricotta di Bufala su pomodorini e salsa all’agro. In questo semplice piatto la materia è esaltata dalla tecnica di

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frittura e dalla cottura del pomodoro, che concentra il sapore conservando perfettamente umidità e consistenza con l’acidità necessaria a ripulire la bocca dal dolce della ricotta. E se con questo l’acquolina vi è già un po’ venuta, figurarsi il resto. Un anticipo su ristorantelechef.com. Gioca, invece, su una raffinata fantasia il giovane, ma già conosciuto chef a capo di un’azienda di catering, Federico Campolattano che sull’argomento ha pubblicato il libro “Il gusto dell’immaginazione”, per l’appunto. “Il cibo ha una sua forma e una sua dimensione, diventa equilibrio, trasforma una sensazione in un gioco di piacevoli esperienze; il cibo è gusto, il cibo è immaginazione”, sostiene Federico nel libro. Campolattano, che propone per inizio della nuova stagione una sfogliatella in chiave moderna con ricotta di bufala campana dop e salsa all’ananas. Per saperne di più ilgustodellimmaginazione.it 

Prodotti eccellenti, sapori ricchi e intensi, paesaggi suggestivi. Questa, dunque è la provincia di Caserta, che all’occhio del visitatore attento offre un mix esplosivo di curiosità enogastronomiche da cui attingere per soddisfare il gusto e la vista.



CULTURA E FORMAZIONE

Foto di Mario Taddeo

di Maria Rosa Caspariello

Viaggio nell’Università di Benevento. L’Università del Sannio ha acquistato piena economia amministrativa e didattica ed è portatrice di interessi presenti sul territorio sannita

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al primo posto tra gli atenei di “taglia media” del Sud Italia. L’Università degli Studi del Sannio non vanta una storia secolare ma è riuscita ad imporsi sul piano nazionale grazie alla effervescenza dei suoi ricercatori che, di concerto con le Istituzioni locali, hanno lavorato prima alla sua nascita e poi ad una crescita davvero degna di plauso. Lo testimonia oggi il monitoraggio degli atenei italiani effettuato dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, e pubblicato in luglio. Secondo questo studio l’Unisannio è al decimo posto delle eccellenze italiane nel campo della ricerca tra le strutture medio-piccole. Il risultato è importantissimo visto che il confronto ha interessato la qualità della ricerca di 133 strutture all’interno delle 14 aree scientifiche definite dal

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Consiglio Universitario Nazionale. 95 università valutate, 12 enti di ricerca e 26 enti “volontari” sono stati valutati in base a criteri di rilevanza, originalità e grado di internazionalizzazione. Ebbene, il dato finale è davvero notevole: l’Università degli Studi del Sannio è al primo posto tra gli atenei di “taglia media” del Sud Italia ed è la migliore a livello nazionale per la Facoltà di ‘Ingegneria industriale e dell’informazione’. Altri riscontri importanti l’Unisannio li ottiene nelle Aree ‘Scienze matematiche e informatiche’, ‘Scienze biologiche’, ‘Ingegneria civile’ e ‘Giurisprudenza’. Chi si diceva scettico rispetto alla crescita di questa bella realtà, può dunque mettersi l’anima in pace. Certo i presupposti iniziali non lasciavano presagire risultati così decorosi. L’Università del Sannio ha acquistato piena autonomia amministrativa e didattica

L’Ateneo Sannita L’Università del Sannio ha acquistato piena autonomia amministrativa e didattica solo a decorrere nel gennaio del 1998 (D.M. 29/12/1997). Prima di questa data il Polo beneventano era ancora gemmato all’Università di Salerno ed incluso nel piano quadriennale 1986-90.


Foto di Mario Taddeo

solo a decorrere nel gennaio del 1998 (D.M. 29/12/1997). Prima di questa data il Polo beneventano era ancora gemmato all’Università di Salerno ed incluso nel piano quadriennale 1986-90. I primi corsi di laurea attivati sono stati Ingegneria informatica, Economia bancaria e finanziaria, Statistica. Con il piano triennale 1991-93 fu poi inaugurata la Facoltà di Scienze con ulteriori corsi di laurea in Biologia e Geologia. In realtà, la Facoltà di Scienze Economiche e Sociali è stata gestita da una commissione tecnica fino al 31 ottobre 1994 mentre la Facoltà di Ingegneria faceva capo all’analoga facoltà dell’Università di Salerno. A partire dal 1º novembre 1994 entrambe le facoltà hanno avuto piani autonomi. In tutto questo, il ruolo del Consorzio per la Promozione della Cultura e degli Studi Universitari è stato davvero decisivo. L’organizzazione fu istituita nel 1987 dalla Camera di Commercio, dalla Provincia di Benevento e dal Comune. Successivamente altre istituzioni pubbliche si unirono al consorzio. Oggi l’Ate-

neo sannita ha un’offerta formativa relativa a 21 corsi di studio afferenti a 4 facoltà: Giurisprudenza, Ingegneria, Scienze Economiche e Aziendali, Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali e si distingue per un progetto culturale complesso, caratterizzato da percorsi formativi di forte specializzazione e dal ruolo promozionale che l’Università si propone nel processo di sviluppo del sistema economico e sociale della Campania e in particolare delle sue aree interne. Senza dubbio è stata vincente la scelta di insediare le strutture universitarie (Rettorato, Direzione amministrativa, Presidenze di Facoltà, Biblioteche, Aule didattiche, Foresteria, Mensa, Centro linguistico, Laboratorio informatico) secondo logiche di forte integrazione con il territorio. Questo ha permesso di creare un sistema Università – Città che non solo riassume la migliore tradizione universitaria italiana ma esprime un’opzione culturale specifica, destinata a valorizzare l’insieme delle potenzialità preesistenti nell’area. Un risultato che oggi si raccoglie grazie alla

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CULTURA E FORMAZIONE

forte coesione tra tutte le istituzioni e i portatori di interesse presenti sul territorio sannita come confermato dal professore Filippo Bencardino, Rettore uscente dell’Unisannio: “La piena autonomia dell’Università del Sannio è stata raggiunta grazie alla convergenza di tutte le forze politiche e culturali della città e a circostanze favorevoli quale, ad esempio, quella di avere un Ministro della Repubblica originario delle nostre terre. L’Unisannio è la rivendicazione del ruolo culturale delle aree interne. Per contro, oggi assistiamo ad un distacco da parte della città e ad una frammentazione interna all’Ateneo che di certo non aiuta ad individuare una univoca linea di azioni. Questo rappresenta un pericolo serio per il futuro e per l’autonomia. La prevalenza degli interessi particolari su quelli generali ha portato per esempio ad una valutazione non certo lusinghiera per la facoltà di Economia. La eccellente valutazione ha investito invece

l’Università del Sannio e nuovo Rettore dell’Ateneo ha le idee chiare e mira ad offrire agli studenti una qualità sempre maggiore e servizi adeguati alle esigenze di coloro che scelgono Unisannio. Tre gli ambiti di lavoro individuati: quello interno, con la complessiva riorganizzazione di attività strategiche dell’Ateneo; quello di interazione territoriale, per lo sviluppo sostenibile della vasta area in cui si opera e l’ambito di integrazione scientificodidattica, riguardante tutte le azioni che vedono l’Università di Benevento relazionarsi con gli altri enti e istituzioni accademiche e di ricerca. “Intanto crediamo sia indispensabile lavorare alla ottimizzazione della funzionalità del sistema universitario perché negli ultimi anni ci sono stati interventi legislativi che hanno portato, di fatto, alla contraddizione di alcune norme – chiarisce il professore De Rossi -. Tutte le università si sono adeguate per così dire ‘per pezzi’ e adesso abbiamo di

Il monitoraggio degli atenei italiani effettuato dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, e pubblicato in luglio ha evidenziato che l’Unisannio è al decimo posto delle eccellenze italiane nel campo della ricerca tra le strutture medio-piccole. le Facoltà di Ingegneria, Giurisprudenza e Biologia. Io, per quanto mi riguarda, finisco un periodo con piacere perché è giusto che ci sia un rinnovamento. Sono stati anni esaltanti perché caratterizzati dalla voglia di costruire l’Ateneo ma anche difficili, perché l’Università ha avuto turbolenze, tagli, scarse risorse. Le riforme non hanno certo supportato la nostra missione, anzi. Noi però abbiamo sostenuto l’università e chiudiamo con un bilancio in attivo. Speriamo che chi guiderà l’Ateneo saprà costruire il futuro in un’ottica lungimirante”. Una mission che il nuovo Rettore dell’Università sannita sembra aver accolto con grande entusiasmo e competenza. Gli studenti che frequentano l’Unisannio e quelli che si iscriveranno per il nuovo anno accademico troveranno un sostegno certo non solo per quanto riguarda la formazione ma anche sul piano strettamente sociale. Filippo De Rossi, già preside della Facoltà di Ingegneria del-

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fronte un sistema disordinato. Questa circostanza ha riguardato anche il nostro Ateneo. Penso sia dunque importantissimo ridisegnare il sistema puntando alla armonizzazione della organizzazione amministrativa, della didattica e della ricerca. E poi dobbiamo creare nuovi elementi di azione. Per esempio nel campo delle infrastrutture e quindi degli alloggi riservati agli studenti. Prossimamente saranno consegnati 60 alloggi realizzati con fondi dedicati dal ministero, questo significa certezza di allineamento agli standard europei. Ma non basta. Stiamo già lavorando per metterne in cantiere degli altri perché il nostro obiettivo è quello di avere a disposizione 200/250 posti letto”. Il nuovo anno accademico si apre all’insegna dell’attenzione verso gli studenti, in quanto “generatori di idee innovative che contribuiscano ad aumentare la ricchezza economica e culturale delle singole realtà e dell’intero Paese”. “Cercheremo di organiz-


In alto, Filippo Bencardino, ex Rettore, a destra; Filippo De Rossi, Rettore dal 1 novembre.

zare un ufficio di accoglienza che possa fornire informazioni e sostegno ai nostri ragazzi – ci spiega Filippo De Rossi (neo Rettore) . Vogliamo allestirlo in modo che rivesta una funzione di garanzia anche rispetto alle opportunità residenziali presenti sul territorio. È importante comunicare in modo efficace e diretto con gli studenti e lo sportello dovrà fornire informazioni che siano il più esaurienti possibile. Ma saremo incisivi anche rispetto ad un’altra problematica: la logistica. La diminuzione dei trasporti pubblici ha riverbero anche sugli studenti, in gran parte provenienti dal Sannio, dall’Irpinia, dall’Alto Casertano e anche dal Salernitano. Un anno fa si è paventata la chiusura della tratta Av –Bn, una circostanza che si è riusciti a scongiurare. Ma il pericolo è sempre incombente e noi affronteremo il tema con tutte le istituzioni e con i portatori di interesse che insistono sul territorio. Abbiamo già fatto delle indagini sulle provenienze e metteremo il lavoro a disposizione di tutti perché si possa raggiungere la solu-

zione migliore”. Novità ci saranno anche sul piano strettamente didattico, l’Ateneo sannita ha intenzione di rafforzare i rapporti con le altre università italiane e straniere. “Con Atenei del panorama internazionale vantiamo già una consuetudine di collaborazione nel campo della ricerca ma noi vogliamo aumentare le collaborazioni anche nel campo della didattica – continua il Rettore – la nostra intenzione è quella di individuare dei partner italiani e stranieri con i quali stabilire percorsi di studio e di titoli. Vogliamo proporci agli studenti di altre realtà come luogo di eccellenza nel quale venire a fare le loro esperienze. Per questo i rapporti di scambio diffuso devono avvenire anche sul piano della didattica. Siamo a buon punto ma c’è ancora tanto da fare. La nostra università è venuta fuori mediamente bene dalla valutazione nazionale: decima in assoluto a livello nazionale su 37 Atenei, con punte di preminenza. Ingegneria industriale e civile hanno raggiunto livelli altissimi. La mia opinione è che questi risultati si ottengono perché la gran parte dei corsi di laurea è supportata da docenti che sono anche ottimi ricercatori. Ed è un fatto che conta molto per gli studenti. Certo, attualmente il volgersi delle cose ha portato ad uno sfilacciamento dei rapporti con i soggetti istituzionali, pubblici e economici. Rapporti che vanno recuperati per tanti motivi. L’Università è nata come accordo di programma che ha funzionato benissimo fino ad un certo punto. Di fatto adesso ognuno presta attenzione ai propri problemi. Io invece credo che la possibile soluzione per dipanare i problemi sia la concertazione. A novembre saranno istituiti dei gruppi di lavoro con il compito di delineare, entro due mesi, le possibili azioni in grado di risolvere tutte le questioni di interesse. Perché uno degli elementi chiave per crescere è la partecipazione consapevole”. Al 5 luglio l’Università sannita conta 5500 iscritti, con una preferenza verso i settori scientifici. Oramai l’Ateneo di Benevento, grazie ai risultati positivi ottenuti nell’ambito della ricerca, al successo dei suoi studenti nel mondo del lavoro, alla capacità di reperire fondi, alla internazionalizzazione, è un inequivocabile esempio di qualità che rivendica con orgoglio sia sul piano territoriale che su quello nazionale. 

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CULTURA E FORMAZIONE

Foto di Gianni Fiorito

La valorizzazione dei beni culturali La situazione nelle province di Salerno ed Avellino di Gennaro Miccio

* Soprintendente

I

l decreto legislativo del 22 gennaio 2004 (cosiddetto Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), diversamente dalle precedenti leggi in materia, dedica ampio spazio al tema della valorizzazione. Già dai primi articoli, dedicati alle definizioni ed ai principi informativi del disposto normativo, si evince il significato stesso che la legge intende attribuire a questo termine ovvero “promuovere lo sviluppo della cultura” . Tale intendimento mal si concilia con l’obiettivo di mettere a reddito un bene e farlo fruttare in quanto gli interventi di conservazione del patrimonio culturale sono costosi. La valorizzazione del paesaggio comprende altresì la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposte a tutela ovvero la realizzazione di nuovi va-

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lori paesaggistici coerenti o integrati. Nei territori delle province di Salerno e Avellino la “riqualificazione” si è concretizzata nella realizzazione di opere “di incerta utilità” con l’uso di risorse che avrebbero potuto essere meglio investite. I suggestivi centri storici di gran parte dell’Irpinia, ma anche del Cilento interno, sono diventati degli orrendi cataloghi espositivi dei materiali più diversi ed impropri (acciaio, cristallo, lastricati di porfido del Trentino, marmi delle più svariate provenienze); i corsi d’acqua sono stati prestati alla fantasia pseudo ambientalista per installare lungo le sponde piste ciclabili, percorsi ippici, aree per campeggi e quant’altro può essere stato immaginato con l’unico risultato di aver cementificato molte zone ancora intatte; le

per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Salerno e Avellino


coste hanno sofferto la maggiore e più sregolata aggressione con la trasformazione delle piccole attività di ospitalità in una sfrenata ed intensiva lottizzazione, molto evidente nella parte meridionale del litorale salernitano. La partecipazione dei privati a forme di valorizzazione del patrimonio culturale nemmeno appare risolutiva. I privati hanno puntato alla gestione di quella parte di attività che produce un reddito, lasciando al pubblico tutti gli oneri derivanti dal funzionamento delle strutture e gli obblighi connessi alla conservazione. Per quel che concerne i beni paesaggistici, l’Italia meridionale è stata, come noto, sottoposta ad una continua e dissennata azione distruttiva in nome di un fuorviante interesse collettivo determinato dall’attività edilizia, dalla industrializzazione, dall’incremento del terziario. In particolare, le zone delle nostre due province hanno visto in un breve arco temporale la quasi totale trasformazione delle coste in una interminabile sequela di insediamenti abitativi, le aree interne aggredite da improponibili poli industriali, i caratteristici centri storici diventati sempre più simili alle periferie urbane. Oggi che questo processo si è arrestato, ma non si sa più bene cosa fare dei milioni di metri cubi di cemento costruiti negli ultimi cinquant’anni. In controtendenza molte località dell’Irpinia già da tempo hanno abbandonato la chimera dell’industrializzazione e si sono dedicate alla trasformazione delle produzioni agricole, ponendosi l’obiettivo di ottenere prodotti di altissima qualità che in breve tempo hanno già conquistato ampie fasce di mercato specializzato. Il passo successivo è stato quello di utilizzare gli stessi centri abitati, a rischio di abbandono, come un ampio e diffuso mercato disseminato di punti vendita ed aperto da poco anche all’ ospitalità. Nella stessa Avellino si è avuto modo di sperimentare un nuovo modello di utilizzo di un complesso architettonico, quale l’ex Carcere Borbonico, finora utilizzato quasi esclusivamente per uffici di varie istituzioni, che per l’estate appena trascorsa ha visto la parte gestita dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici utilizzata e messa a disposizione delle associazioni culturali lo-

cali. L’operazione è stata avviata la scorsa primavera allorquando è stato riallestito il giardino della struttura gravemente danneggiato. L’opera di sistemazione a “giardino degli odori”, sostenuta da contributi privati, ha visto la partecipazione di tutte le scuole cittadine, ognuna delle quali ha proposto elaborazioni inerenti le varie specialità officinali. Durante i mesi di luglio e agosto ogni serata è stata affidata a rappresentanti delle realtà culturali cittadine che hanno tenuto eventi di eccezionale interesse culturale (cinema, musica, teatro, libri, incontri, eccetera) raccogliendo mediamente un pubblico di circa trecento persone per sera, che per i sessanta giorni di durata de “La Bella Estate” rappresenta una notevole quota di partecipazione. Il tutto senza comportare alcun costo per l’amministrazione ospitante e con il reale e sentito compiacimento dei partecipanti che si sono visti una volta tanto protagonisti nelle loro realtà. Queste iniziative non risolvono la crisi della tutela dei beni culturali, ma offrono una diversa angolazione dalla quale osservare e tentare la risoluzione di qualche problema apparentemente senza via d’uscita. 

Il giardino degli odori È un’iniziativa avviata la scorsa primavera, quando è stato allestito il giardino dell’ex carcere borbonico ad Avellino.

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CULTURA E FORMAZIONE

Metamorfosi L’Associazione promossa da Pietro Folena approda a Napoli

di Nicola Oddati

L’

incontro con l’associazione MetaMorfosi è stato molto particolare. Qualche tempo fa, durante la mia esperienza assessoriale a Napoli, ebbi la richiesta di un incontro da Pietro Folena, che per me era un tuffo in un glorioso passato di impegno politico e di giovinezza. Quando rividi Folena, dunque, pensavo che avremmo parlato di politica, della ripresa di un’iniziativa comune o cose del genere. Fu grande per me la sorpresa nel sentirmi raccontare, invece, di un’esperienza di associazionismo culturale che rivelava una notevole dose di originalità e un approccio molto diverso da tutte le altre esperienze che avevo conosciuto. Pietro Folena,

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infatti, aveva dato vita ad un’associazione culturale chiamata MetaMorfosi che si dedicava, infatti, alla valorizzazione di giacimenti culturali di straordinario valore e che avevano, tuttavia, un potenziale in gran parte inespresso. Appresi così di un importante lavoro di valorizzazione dello straordinario patrimonio di schizzi, disegni bozzetti e lettere di uno dei grandi geni italiani, Michelangelo Buonarroti, condotto insieme con la Fondazione Casa Buonarroti diretta con sapienza e passione da Pina Ragionieri. Seppi di un percorso analogo riguardante gli studi e i disegni di Leonardo e poi, grazie ad un rapporto in fieri e ora consolidato con il Museo di Bassano del Grappa, di un percorso di valorizzazione degli studi e dei

Pietro Folena Fondatore Associazione Metamorfosi


disegni di Antonio Canova. Nacquero così idee e progetti che avrebbero potuto avere una grande forza culturale ed esercitare un grande richiamo internazionale, soprattutto in vista di appuntamenti come il Forum delle Culture. Purtroppo questi progetti non hanno visto la luce, a causa delle traversie note che hanno riguardato l’evento e anche la mia funzione. Finita la mia esperienza di assessore e di Presidente del Forum delle culture, dopo qualche tempo ho ricevuto la richiesta da parte di Folena e del Direttore di MetaMorfosi Vittorio Faustini, un giovane e dinamico operatore culturale, di avviare una collaborazione per far crescere la realtà di MetaMorfosi anche nel Sud Italia, terra di grandissimi giacimenti culturali spesso sciupati o dimenticati. Con l’aiuto e il sostegno morale e professionale di Sabatino Santangelo abbiamo così dato vita ad una deputazione napoletana di MetaMorfosi che fino ad ora ha prodotto due risultati, credo apprezzabili. Il primo è stato quello di dare vita ad una campagna tesa a valorizzare il ruolo della cultura come azione di contrasto alla cultura camorristica. La campagna, che ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Ministero degli Interni e la collaborazione di Libera e della Fai, è stata presentata al Viminale dal ministro Cancellieri e dallo stesso Folena e ha avuto come momento di avvio l’esposizione a Casavatore di un meraviglioso bozzetto di Michelangelo, La Leda, grazie anche alla determinazione e all’impegno del nuovo sindaco della cittadina Salvatore Sannino. Nostra intenzione è proseguire in questo percorso che coniughi grande cultura e impegno civile. La seconda iniziativa è stata la partecipazione ad un intelligente bando della Curia napoletana, che metteva a disposizione dell’associazionismo culturale il proprio patrimonio di Chiese e sale chiuso al culto o non utilizzate appieno. MetaMorfosi si è candidata per l’assegnazione di uno spazio proponendo l’idea di dare vita ad una casa del Rinascimento, luogo di studio, di iniziativa culturale, di formazione e intrattenimento. E’ stato un bel riconoscimento del valore del progetto e anche della serietà e della forza di MetaMorfosi, l’assegnazione da parte della Curia della Chiesa di San Giacomo degli Italiani in via Depretis. Per MetaMorfosi è una sfida interessante quella di ristrutturare lo spazio, restituirlo alla città di Napoli e, soprattutto, dotarlo di una vita culturale. D’altra

parte questa sfida è l’essenza del lavoro di Folena e Faustini e dell’esperienza di MetaMorfosi: ridare vitalità a grandi giacimenti culturali poco conosciuti o poco utilizzati e farli conoscere in tutto il mondo. E’ con questo spirito che MetaMorfosi organizza esposizioni ed eventi in tutto il mondo e valorizza patrimoni di assoluto e straordinario valore. È un’idea di associazionismo culturale, e ancora di più un’idea di politica culturale, che Pietro Folena racconta in un recentissimo e bel librointervista intitolato il Potere del’Arte e che io penso possa essere una chiave per restituire all’Italia e al suo immenso patrimonio di opere, di genialità, di monumenti e di paesaggi, il ruolo di protagonista culturale che ha perso e che, invece, le spetta. 

La ristrutturazione... della Chiesa di San Giacomo degli apostoli in Via De Pretis a Napoli è la nuova sfida di Metamorfosi.

L’Associazione Culturale MetaMorfosi inizia la propria attività nel giugno del 2009. Il fondatore e presidente è Pietro Folenapolitico italiano con una grande passione per la cultura. È stato uno dei più giovani parlamentari italiani del Partito comunista prima e dei Ds dopo, eletto per la prima volta nel 1987. È stato Presidente della Commissione Cultura della Camera; confrontandosi con i tagli al settore e con l’insopportabile condizione di precariato del lavoro culturale, ha elaborato un’ipotesi di gestione e di valorizzazione dei giacimenti culturali capace di coinvolgere l’associazionismo. Sebbene la sua genesi sia recente, Metamorfosi, grazie all’incontro di personalità esperte di arte, di comunicazione e di relazioni pubbliche, si è già affacciata con successo nel settore dell’organizzazione di mostre ed eventi culturali.

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CULTURA E FORMAZIONE

di Franco Capobianco

Caserta ≠ Napoli L’autonomia sta alla cultura come gli investimenti stanno allo sviluppo.

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aserta è vicina a Napoli. Ma Caserta è diversa da Napoli. Finanche il dialetto si allontana nettamente da quello dell’antica capitale. E se il cittadino napoletano, da una parte, rimarca fiero le proprie origini, dall’altra, i casertani hanno elaborato una specifica identità e prendono simpaticamente le distanze. Di casertani puri ce ne sono tanti e sembrano anche contenti della propria condizione: tra gli spalti dei campi di basket e il calcio si raccolgono entusiasmi e fratellanze che lo dimostrano. Altrove forse un po’ meno. In ogni caso, il rapporto Caserta-Napoli è un problema politico serio, un problema antico. Viene da lontano: nel 1927 Caserta fu smembrata e cancellata, per consentire la creazione della grande area urbana partenopea. Napoli, così come è stato riconosciuto, doveva avere un “ampio respiro territoriale” per assumere il ruolo di regina del Mediterraneo. Un risarcimento simbolico e fuorviante, visto che veniva cancellata per decreto la questione meridionale e veniva imposta la deindustrializzazione del Sud. L’aver ignorato la sostanziale natura strategica di Na-

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poli, non attrezzandola (al di là delle chiacchiere) della capacità di trainare lo sviluppo del Mezzogiorno, segnò, oltre che il declino sociale e amministrativo connesso alla scomparsa della circoscrizione provinciale, una ulteriore sconfitta ed una nuova condizione di emarginazione per Caserta. Ci piaccia o no, la “questione” Napoli è ineludibile e Caserta avrà ruoli e funzioni politiche solo e se concorrerà, con le sue valutazioni autonome, alla soluzione di questo nodo, trattando non la separazione ma le funzioni che intende esperire in rapporto alla più grande metropoli del Mediterraneo. Un tentativo fu avviato nel dopoguerra. Nel 1958, agli albori del secondo tempo industrialista della Cassa per il Mezzogiorno, Caserta sfidò Latina per chi dovesse ospitare la Centrale Nucleare e alla fine di centrali atomiche ne costruirono due, una da noi (Sessa Aurunca - Garigliano) e l’altra a Latina (Borgo Sabotino). Era il segno, pur con evidenti contraddizioni e problemi, di una vocazione alla trasformazione industriale che, negli anni successivi, sembrava mirare al mutamento del

La città di Caserta Caserta è anche una provincia che sforna talenti. Dalla musica all’architettura, dall’arte al cinema. Professionisti i cui lavori e le cui opere sono e saranno ricordati per molto tempo o in alcuni casi per sempre. Sono eccellenze, per essere più specifici, eccellenze casertane.


volto e del ruolo della provincia, fino a etichettarla come la Brianza del Sud. Eppure quel cambiamento, poi profondamente negato dal deserto produttivo che sarebbe emerso dopo lo shock petrolifero degli anni 70, si ridusse ad una superficiale mano di vernice che nascondeva il vecchio, senza costruire il nuovo. Caserta la sua identità sembra doversela conquistare ogni minuto. In realtà la sua indipendenza è fatto accertato e, per chi vive Caserta, assodato. Sono ancora molti gli esempi di irriconoscenza e di assoggettamento. Vanno dall’Università - la Seconda Università degli Nel 1958, agli albori del Studi di Napoli - che meriterebbe di esprisecondo tempo industrialista mere la propria identità della Cassa per il Mezzogiorno, nel nome, fino ai collegamenti ferroviari con Caserta sfidò Latina per chi Roma, ridotti all’osso dovesse ospitare la Centrale per favorire la linea ad alta capacità NapoliNucleare e alla fine di centrali Bari. Il primo esempio atomiche ne costruirono due, è espressione concreta di un disagio casertano; una da noi (Sessa Aurunca il secondo esempio, Garigliano) e l’altra a Latina corrisponde a scelte più generali, lontane nel (Borgo Sabotino). tempo, ed è lo stigma Era il segno, di una vocazione della marginalità alla alla trasformazione industriale. quale siamo destinati. Una marginalità costretta, subita, condizionante. Siamo solo all’inizio. Il fatto che il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, storico presidio anti camorra, sia svuotato delle competenze territoriali dei comuni dell’area aversana che convergeranno ad Aversa - altra importantissima località della nostra provincia - acquisendo però il nome di “Tribunale di Napoli Nord”, preoccupa. In tutti i casi la città di Caserta resta l’unico capoluogo di provincia a non essere sede di tribunale. Il Policlinico di “Caserta” è in costruzione, ma resterà legato (o subalterno?) alle strutture ospedaliere e di ricerca napoletane. Se ne parlerà poi. O Forse non se ne parlerà neanche. Potremmo cominciare a preoccuparci delle prospettive della nostra provincia, evitando di ridurci a subire il ricorrente destino di “dipendenza”. Il casello autostradale di Caserta Sud è diventato la barriera autostradale di Napoli Nord e l’Aeroporto di Grazzanise è ormai un sogno, essendo

stati privilegiati il rilancio di Napoli-Capodichino e la realizzazione dell’aeroporto di Pontecagnano (Salerno). In ogni caso quello di Grazzanise era desinato ad essere denominato “Secondo Aeroporto Internazionale di Napoli”. Simbolo macroscopico della disfatta, infine, è l’annessione della Reggia di Caserta al Polo Museale di Napoli. I flussi turistici, seppur destinati alla Reggia di Caserta, vengono intercettati dagli operatori napoletani e restano strettamente legati a quelli delle costiere napoletane e salernitane. Insomma, non v’è aspetto della vita di un casertano che non resti inesorabilmente all’ombra del Vesuvio. Perfino i rifiuti (leciti ed illeciti) napoletani (e non solo) occupano senza soluzione di continuità le discariche (legali e abusive) del casertano. La nostra terra maltrattata deve fare i conti adesso con la strategia delle menti “imprenditoriali malavitose” che puntano a ripulire i nostri territori che loro stessi hanno inquinato con un’operazione di grande raffinatezza e di grandi investimenti, che fanno gola al “clanimpresa”. Soltanto con una prevenzione intelligente ed accurata si potrà evitare che chi ci uccide e ci avvelena da anni ricopra anche il ruolo del buon samaritano. Dovunque si dice Caserta e si capisce Napoli: un’opportunità che è diventata anche una condanna intollerabile. Caserta è anche una provincia che sforna talenti. Dalla musica all’architettura, dall’arte al cinema. Professionisti i cui lavori e le cui opere sono e saranno ricordati per molto tempo o in alcuni casi per sempre. Sono eccellenze, per essere più specifici, eccellenze casertane. Che rapporto hanno con la propria città? Un pessimo rapporto, a mio avviso. Raramente sono stati coinvolti come traino culturale per la nostra provincia. Per ora “nemo profeta in patria”. Tanti sono i giovani che si formano e si muovono a Caserta. Ne conosco di talentuosi. Caserta li riconosce? Non credo. Che rapporto hanno con la propria città? Un pessimo rapporto, a mio avviso. Per ora alcuni di loro scelgono di vivere a Caserta ma, restando inascoltati, molto presto quasi tutti se ne andranno. Quando si saranno allontanati da Caserta e parleranno delle proprie origini, a ragione, diranno “sono di Napoli” e nulla sarà cambiato. 

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CULTURA E FORMAZIONE | ATTIVITÀ ECCLESIALI

di Domenico Pizzuto

La comunicazione che plasma le menti Al di là della cronaca. La distorsione del discorso pubblico

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o letto con interesse su La Repubblica del 21 giugno scorso, l’intervento del noto teologo laico Vito Mancuso “Un paese dove la virtù deve chiedere perdono”, in riferimento ad episodi di corruzione (anche sessuale) nella città di Firenze, ma più diffusamente nel paese ed al disinteresse e noia percepito dall’Autore in suoi discorsi sull’etica e suoi fondamenti in comportamenti pubblici e privati. A sua discolpa, l’Autore riporta una frase di Shakespeare nell’Amleto 3, 4: “Perdonatemi questa predica di virtù, perché nella rilassatezza di questi tempi bolsi la virtù deve chiedere perdono al vizio, sì, deve inchinarsi a strisciare”. Posso solo aggiungere dal punto di vista di analisi storicosociologiche che la trasgressione ed il discredito dell’etica pubblica nel nostro paese è stato attribuito al mancato radicamento di una “religione civile”, come invece è avvenuto in società e democrazie anglosassoni. Prendo spunto da questo illuminato intervento per proporre alcune riflessioni su osservabili

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e preoccupanti distorsioni che configurano autentici capovolgimenti di detti e fatti nei discorsi, specialmente nell’arena pubblica che finiscono per modellare atteggiamenti e comportamenti di attori politici e non, che subiamo da decenni da tutti gli schermi TV e da tutte le piazze, senza escludere lo stesso Grillo parlante. L’inversione nei pubblici discorsi e proclami è tale per cui la verità diventa menzogna e la menzogna patentemente verità proclamata, gridata e difesa, certo per posizioni di parte in difesa del capo tribù. Negli ultimi anni, in particolare, ho avuto modo di osservare la “conversione” di atteggiamenti, specialmente nelle trasmissioni televisive da parte dell’ on. Angelino Alfano con posture populiste, gote gonfiate, asserzioni gridate e senza repliche anche da vice-premier del tranquillo Letta. Fanno male, talora, assurde difese e argomentazioni ripetute da parte delle “amazzoni del Cavaliere” (Santachè, Gelmini, Carfagna), senza sfumature e originalità alcuna e con toni

Liberare le menti Bisogna liberarsi da questa corruzione, da questo avvelenamento dei discorsi e delle menti, per restituire il discorso al libero confronto di opinioni ed alla formazione di convincimenti nella pubblica agorà.


aggressivi per mostrarsi più realiste del re. Si dirà, fanno parte della batteria o meglio della corte del capo, che le ha “elette” o “eletti” nel senso proprio della parola e le/li ha installate/i a suo tempo sui dodici troni o ministeri del governo italiano che dir si voglia. (Grillo senza alcun ritegno direbbe che prima erano niente, come per la senatrice dissidente, perché eletta dai misteri della rete). Senza far uso inappropriato di categorie antropologiche, si può ritenere che l’uso costante di queste inversioni nel discorso pubblico modelli comportamenti pubblici e forse anche privati da parte dei corifei del gran Capo. Chi è menzognero in pubblico, cioè sulla scena, è probabile che sarà menzognero anche nella vita privata, fuori scena. È altrettanto preoccupante che simili comportamenti vengano tranquillamente ingoiati da milioni di cittadini, senza spirito critico, per convenienze varie e avvolarati in occasione del voto. Nei decenni del dopoguerra abbiamo conosciuto la “doppiezza” di Togliatti, il “cinismo” di Andreotti, le “giustificazioni” delle corruzioni partitiche da parte di Craxi, ma in questo caso è l’inversione delle verità elevata a sistema, e gli stessi “processi” della Magistratura diventano persecuzioni politiche, anche se le corti sono costituite da altrettante donne che si può ritenere agiscano in punta di diritto.Tale fenomenologia si iscrive chiaramente nella costituzione e costruzione di un partito personale, nell’appello di stampo populistico, nella proprietà o gestione di mezzi di comunicazione di massa, nella capacità comunicativa del leader, in fondo nel condizionamento di un potere personale non derivante, in primo luogo, da legittimazione politica, e nella costruzione del consenso. Secondo il sociologo ispano-americano Castells nel suo recente volume “Comunicazione e potere” (2009) . nella società in rete del XXI secolo, il potere si fonda sul controllo della comunicazione ed il contropotere sulla capacità di opporsi a questo controllo, influenzando l’opinione pubblica per tendere al cambiamento sociale. Sulla base delle reti digitali di comunicazione, questo Autore ipotizza che “la forma più fondamentale di potere consiste nell’abilità di plasmare la mente umana”. E la comunicazione riveste un posto centrale nella lotta per la plasmazione della mente

umana da parte delle agenzie di potere e contropotere per la costruzione del consenso. Senza volersi riferire al discorso dell’etica habermasiana della comunicazione, che sarebbe troppo per la c.d. anomalia italiana, responsabilmente si vuol mettere in evidenza nel discorso pubblico nostrano lo stravolgimento, il capovolgimento nell’etica del discorso, nell’etica della comunicazione per cui il re è vestito quando è nudo, è giusto quando è ingiusto secondo tutte le fasi del procedimento giudiziario. Non è solo una distorsione delle “verità”, ma un’autentica corruzione del tessuto comunicativo e degli stessi “discorrenti” per la capacità del potere della comunicazione di modellare le menti umane, soggiogate nel nostro caso alle fortune del capo. Bisogna liberarsi da questa corruzione, da questo avvelenamento dei discorsi e delle menti, per restituire il discorso al libero confronto di opinioni ed alla formazione di convincimenti nella pubblica agorà. Si può invocare responsabilmente per la salute della comunicazione e democrazia una PULIZIA DELLE MENTI. nel libero gioco delle agenzie di comunicazione, in particolare di quelle di contropotere per un cambiamento primariamente di discorso. 

Analisi storico sociologica La trasgressione ed il discredito dell’etica pubblica nel nostro Paese sono stati attribuiti al mancato radicamento di una “religione civile”, come invece è avvenuto in società e democrazie anglosassoni.

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CULTURA E FORMAZIONE | ATTIVITÀ ECCLESIALI

Che tipo di prete vogliamo Si sono incontrati a Bruxelles presso il Centro francescano della Casa di Notre Dame duChantd’oiseau, delegati di differenti movimenti della Federazione europea dei preti sposati quali: Wilhelm Gatzen (VereinigungKatholischerPriester und ihrenFrauen, dalla Germania), Ennio Bolognese(PriesterohneAmt, dall’Austria), Mike Hyland e JoeMalrooney (Advent, dal Regno Unito), Philippe Duchesne, Marie-Christine e Yves Grelet (PrêtresMariésCheminsNouveaux, dalla Francia), Paul Bourgeois, Pierre e Marie-AstridCollet (Hors lesmurs, dal Belgio), Franco Brescia (Vocatio, dall’Italia) e Julio P. Pinillos e Ramon Alario (Moceop, dalla Spagna). I delegati hanno espresso il loro apprezzamento peri primi gesti di Papa Francesco. “Vogliamo sostenere ogni tentativo per fare della nostra Chiesa un luogo di servizio alle persone più povere e di rispetto e di tolleranza all’interno e all’esterno. Ma pensiamo che la più grande sfida resti sempre la formazione di comunità adulte e determinate a vivere la radicalità del Vangelo”, hanno commentato. “In questi giorni abbiamo scambiato i nostri punti di vista e le nostre preoccupazioni ed analizzato la situazione dei nostri movimenti e della Federazione; abbiamo fatto qualche progetto e preso degli impegni. L’armonia e l’amicizia dell’incontro hanno facilitato un lavoro intenso e l’approfondimento delle questioni che danno un senso a questa Federazione europea”. Si riporta di seguito lo stralcio della proposta di documento sollecitata da Joe Mulrooney, Advent, UK anche in vista della redazione di una lettera aperta a Papa Francesco. “Che tipo di prete vogliamo? 1. Noi vogliamo qualcuno che si sente una vocazione sacerdotale, che si sente chiamato da Dio. Non dobbiamo perdere di vista la base del ministero presbiterale che è la comunità - è la comunità che chiama per il servizio della comunità. 2. Non vogliamo qualcuno che è stato allontanato dalla comunità e isolato durante sei anni di formazione. Alla maturità adeguata all’essere leader nella comunità non si può giungere se non nel seno della comunità – sviluppo emozionale, capacità di stabilire delle relazioni, capacità di dialogare, attitudine alla comunicazione... 3. Non vogliamo qualcuno che sia paracadutato dal di fuori della comunità – sistema “prete a nolo”. La nostra teologia, la nostra spiritualità devono essere incarnate. Devono potersi sviluppare nel terreno della cultura particolare, nazionale e locale. 4. Non vogliamo un prete che si considera come “in carica”. È la comunità che è “in carica” della propria vita e deve essere autorizzata ad essere attenta a sviluppare i meccanismi per far vivere e crescere questa vita. Troppi nostri

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preti sono sopraffatti da un terribile sentimento di “responsabilità”. 5. Non vogliamo un prete che si veda come manager di una parrocchia. Il suo settore di attività è la preghiera e la crescita spirituale dei membri della comunità, prete incluso, affinché vivano la loro vita come membri del Regno di Dio. 6. Non vogliamo una persona necessariamente altamente qualificata nel campo del diritto canonico, della storia o della teologia dogmatica. Dovremmo riflettere a ciò che dovrebbero essere le esigenze di una teologia più “pastorale”: sicuramente delle competenze di comunicazione e di omiletica, qualifiche educative... Un approfondimento serio delle Sacre Scritture per la condivisione della Parola di Dio nella comunità eucaristica – ne soffriamo tanto spesso sui banchi della chiesa...! 7. Non vogliamo una stazione di servizio – un prete il cui ruolo è semplicemente dire messa e amministrare i sacramenti. Di conseguenza, abbiamo bisogno di più preti scelti nella comunità, forse a tempo parziale, perché abbiano la possibilità di condividere tutti i diversi aspetti della vita della comunità. 8. Non vogliamo un “prete celibatario”. Il prete può essere celibatario o no, ma ciò non deve essere considerato come facente parte del suo ministero. Psicologicamente, ciò lo taglia fuori da tante cose della vita della comunità. 9. Non vogliamo un prete che non è rappresentativo della comunità. Calcoliamo il rapporto maschile/femminile sui banchi della chiesa e finiamo con la discriminazione. 10. Non vogliamo un prete obbediente, una persona che dice sempre sì, rigida e inflessibile sotto la Legge e agli ordini del vescovo. Il Vangelo non è un vangelo di libertà per il servizio. Abbiamo bisogno di una persona coraggiosa, pronta ad agire secondo la propria coscienza. La capacità di esprimersi e di dialogare, tanto con la comunità che con l’istituzione, è essenziale. 11. Non vogliamo un prete che “sa tutto”. Il prete deve essere un allievo per tutta la vita, capace di unirsi alla sua comunità, come il capo famiglia in Matteo 13. che trova “cose antiche e cose nuove” nella riserva del Regno di Dio. 12. Non vogliamo una persona che inalbera simboli di superiorità e di isolamento. Il suo abito e il suo stile di vita dovrebbero essere quelli della comunità. 13. Non vogliamo un purista liturgico per il quale le rubriche sono più importanti del contenuto. La flessibilità, la sperimentazione e l’apprendimento sul posto sono le sole maniere per crescere insieme. 14. Non vogliamo un prete la cui visione è limitata a ciò che abbiamo sempre fatto. L’immaginazione è necessaria, lo sguardo rivolto verso l’esterno, di modo che con il senso della storia, possiamo afferrare con entrambe le braccia ciò che vive, ciò che cambia nella realtà della nostra tradizione comunitaria. Ci vuole una visione per proiettarsi arditamente verso l’avvenire. 15. Non vogliamo qualcuno che vede sé stesso come “alter Christus”. Quest’arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è lei che celebra.


Foto di Salvatore Laporta

Telecomando sospeso tra una tv obsoleta e immaginaria Le nuove frontiere della comunicazione di Lello La Pietra

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uanto è vecchia la nostra tv?. Quanti format continueranno a sgretolarsi, senza fare posto a nuove idee? La scelta di mamma Rai di sospendere Miss Italia, forse temporaneamente, è anche un segnale significativo che, al di là della meraviglia del telespettatore, deve far riflettere. Così come ha fatto riflettere i vertici della Rai che, conti alla mano, hanno analizzato entrate ed uscite e sono giunti, forse, alla sofferta decisione di non trasmettere Miss Italia. Chissà se rivedremo le giovani reginette del bel paese sulla tv del canone! Chissà se si tratta di una riorganizzazione del format per attirare sponsor più motivati, oppure i curatori dei contenuti hanno voluto dire basta ad un programma quasi scontato! In-

tanto all’indomani dell’attacco della presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha definito quella della Rai “una scelta moderna e civile”, Fiorello e gli avventori della sua Edicola non ci stanno: “Ci sono cose molto più gravi e vergognose come il femminicidio – dicono in coro – Potremmo fare una lista di cose su cui il presidente della Camera dovrebbe intervenire, a partire da certe dichiarazioni dei politici. I tg sono pieni di cose vergognose fatte da politici. C’è poi la pubblicità, fatta spesso di donne svestite e mute. È quindi ipocrita – ribadisce Fiorello – prendersela con accanimento con Miss Italia”. E se accadesse la stessa cosa per Sanremo? Sarebbe uno scandalo oppure una vera rivoluzione culturale della tv? Forse quest’ultima è quella che ci vuole per portare in salvo ciò

Mamma Rai Così come ha fatto riflettere i vertici della Rai che, conti alla mano, hanno analizzato entrate ed uscite e sono giunti, forse, alla sofferta decisione di non trasmettere Miss Italia.

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CULTURA E FORMAZIONE

che ancora di buono può garantire quel focolare domestico che ci tiene compagnia, nonostante il progresso tecnologico, nonostante l’imperioso dominio di Internet e del processo interattivo. Nulla di tutto questo riesce ad avere il sopravvento. La nostra cara televisione, anche se manca di idee e si aggrappa al passato continua a ricoprire un ruolo dominante, nelle case, nelle strade ed anche su pc, smartphone e tablet. E su questa nostalgia del passato (o meglio su questa rivisitazione del bianco e nero perché forse manca il coraggio di guardare avanti), si è soffermato recentemente anche Aldo Grasso nella sua rubrica del Corriere “A fil di rete” dove parlando del pro-

Senza essere veggenti o maghi del futuro, è giusto evidenziare che i canali tematici e a pagamento della tv che si desidera guardare potrebbero essere la strada da imboccare. Sky lo dimostra continuando a reggere anche con format di qualità. gramma «Techetechetè – Vista la rivista» inserito in prima serata su Rai Uno dichiara che “La cineteca della Rai non era il luogo della conservazione, ma della decontestualizzazione. Il riciclaggio era un dispositivo aziendale, era un blob prima della nascita di «Blob». Adesso per fortuna possiamo permetterci altri dizionari: del ricordo, dell’anima, del vedere e, soprattutto, del rivedere” Ed è proprio questo rivedere che sembra trasformarsi in un’abitudine quotidiana dei fruitori dell’amata televisione. Se questo continuo “rivedere” si prolunga nel tempo quale sarà il ruolo del piccolo schermo? Per ingannare le sere d’estate anche Canale 5 ha dedicato una lunga puntata ai grandi successi di Mediaset con la conduzione di Alfonso Signorini, puntando su tre donne come Maria De Filippi, Rita Dalla Chiesa, e Sabrina Ferilli e rimembrando il passato di Amici, Uomini e donne, fiction e Forum. Insomma un modo elegante e ritmato per fare ascolti ed accattivarsi telespettatori per la prossima stagione, ma senza

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nulla di nuovo. Nulla bolle in pentola!!! E se raramente capita di incappare in un buon film (che appartiene sempre al passato, ma di buon livello), i vari canali privati o di stato non mancano di news ed approfondimenti, talk show e dibattiti politici, programmi su persone scomparse oppure tragedie familiari che non trovano risposte. Di questo genere televisivo davvero non possiamo lamentarci, abbondiamo in ogni angolo dello schermo, mentre le notizie buone sono sempre più poche e se capita che la notizia manca, siamo costretti a seguire tg, anche nazionali, che dedicano almeno due filmati al meteo, al traffico, alle 4 stagioni che non ci sono più, oppure a come difendersi dal caldo. Davvero molto originale! Non bisogna dimenticare che anche se le idee per nuovi format scarseggiano, anche se molti li copiamo dall’estero ed anche se i nostri bravi autori tv sono stati riposti in soffitta, la televisione ha un costo, realizzare un programma è dispendioso e lo sanno bene le piccole tv che sgomitano tra loro per rimanere a galla nel marasma del digitale terrestre ed offrire in qualche modo un servizio al territorio locale. Lo sanno bene anche in Grecia che la tv costa, dopo la chiusura della rete pubblica con 2700 dipendenti mandati a casa e dopo la lenta ripresa delle trasmissioni che adesso sta vivendo. Senza essere veggenti o maghi del futuro, è giusto evidenziare che i canali tematici e a pagamento della tv che si desidera guardare potrebbero essere la strada da imboccare. Sky lo dimostra continuando a reggere anche con format di qualità e lo sanno bene anche gli ideatori di Dogtv, un canale che ha aperto i battenti in California dopo una sperimentazione su una rete locale. Registi, attori, immagini e musiche sono pensati, studiati e realizzati soltanto per il pubblico a quattro zampe, con la precisazione «indipendentemente dalla razza» per assicurare che non sono state fatte preferenze. Come dire: basta essere cani per poter apprezzare cosa verrà trasmesso, 24 ore su 24. I filmati già disponibili sulle pagine Facebook e Instagram di DogTV consentono di avere un anticipo di cosa verrà trasmesso sul canale DirectTV accessibile con abbonamento via cavo a Time Warner Cable. Insomma un’idea originale, ma speriamo che non sia il miglior amico dell’uomo a darci l’imput giusto per cambiare strada 

Ruolo del piccolo schermo Ed è proprio questo rivedere che sembra trasformarsi in un’abitudine quotidiana dei fruitori dell’amata televisione. Se questo continuo “rivedere” si prolunga nel tempo quale sarà il ruolo del piccolo schermo? Per ingannare le sere d’estate anche Canale 5 ha dedicato una lunga puntata ai grandi successi di Mediaset.


RECENSIONE a cura della redazione

Un Giudice partigiano. Diritti, politica e giustizia sociale al tempo della crisi Il Terzo volume della collana We care Un contributo di Luigi De Magistris e Patrizio Gonnella

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er la recensione al libro su Vincenzo Maria Albano, titolato un “Un Giudice partigiano. Diritti, politica e giustizia sociale al tempo della crisi” curato da Dario Stefano Dell’Aquila e Alessandra Pirera abbiamo scelto di riportare l’accorata postfazione di Luigi De Magistris ed uno stralcio della ricca prefazione di Patrizio Gonnella. Un rivoluzionario con il cuore di Luigi De Magistris “Ho conosciuto Enzo Albano da uditore giudiziario, quando fui assegnato nel 1994 all’XI sezione penale del Tribunale di Napoli, della quale era presidente, affidato a lui ed a Carmine d’Alessandro, due maestri di vita, due signori, prima ancora che due eccellenti magistrati. A quel collegio penale veniva assegnata la maggioranza dei magistrati in tirocinio; ricordo le discussioni fino a tarda sera, Enzo che voleva che alla decisione contribuissero pure gli uditori quali soggetti attivi della giurisdizione. Mi ha insegnato tanto Enzo, era un grande intellettuale, un giurista profondo, una persona colta, di altissima sensibilità. Non si stancava mai di ripetere che la civiltà giuridica si misura non dalla forza muscolare della legge, ma dalla capacità di tu-

telare i diritti dei più deboli, degli imputati, dei detenuti. Il suo era un collegio garantista, ma non quel garantismo ad orologeria che serve per tutelare i potenti, bensì intriso di cultura della giurisdizione, di formazione della prova e di applicazione della pena in modo costituzionalmente orientato. Enzo era della generazione di mio padre magistrato, faceva parte di quella parte della magistratura moralmente autorevole, ma mai autoritaria, equidistante dalle parti, non pavida, calata nelle dinamiche sociali. Enzo aveva anche una grande sensibilità politica, in senso alto, mai unto dalle degenerazioni correntizie, che hanno inquinato in parte la stessa magistratura associata. Con Enzo siamo diventati presto amici. Insieme lottammo per l’indipendenza interna della magistratura ai tempi del procuratore Cordova e per la questione morale tra i magistrati napoletani. Enzo credeva nella funzione rivoluzionaria del diritto, nella forza dirompente della seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione, ma sempre convinto assertore del fatto che la società si può modificare solo attraverso la Politica. Quella alta, non quella della partitocrazia. Ho avuto al mio fianco Enzo durante l’isolamento istituzionale che ho vissuto da magistrato in Calabria. Quando tanti

Il coraggio di Enzo Albano è tale da far sì che non rinunci a scendere su terreni friabili, come quello delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata.

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CULTURA E FORMAZIONE

magistrati tacevano o si giravano dall’altra parte con atteggiamenti tipici dell’omertà mafiosa, Enzo mi è stato vicino, senza schiamazzi, con quella umanità e quel suo sorriso profondo che non dimenticherò mai. Enzo me lo sono ritrovato anche – quasi come viaggiatori che da sponde diverse si dirigono verso un identico approdo – quando ho iniziato l’attività politica. Ricordo alcuni suoi scritti recenti su «l’Unità», la sua partecipazione sino a poche settimane fa ai dibattiti che ho organizzato in città. Era, fino all’ultimo, un vulcano di idee per Napoli, per il paese, per la politica, per la democrazia, per l’uguaglianza, per la libertà, per la giustizia. Un cuore grande, un vero rivoluzionario. Un magistrato non conformista. Lo avevo sentito, al telefono, pochi giorni prima della sua morte, non riusciva quasi più a parlare, ma il suo pensiero, il suo cuore, le sue idee erano sempre per gli altri, mai per se stesso. Mi piange il cuore per non essere riuscito a vederlo nelle ultime ore. Enzo è stato un uomo vero, ha seminato tanto, soprattutto ideali di giustizia, non di mera legalità, per questo è ancora tra noi, con noi. Ciao Enzo”. Dalla prefazione di Patrizio Gonnella “Ma dove sta scritto che un giudice debba rinunciare a esprimere le sue idee politiche? “Sono un giudice e ho delle idee politiche”. La bellezza di Enzo Albano sta nella naturalezza con la quale rivendica ciò che molti altri contestano, rimuovono, negano, a destra come a sinistra. È stata una scelta sapiente e profonda quella di raccogliere i suoi articoli in materia di giustizia insieme a quelli più strettamente legati alla attualità politica. Non esiste l’uomo togato scisso dall’uomo senza toga. Esiste l’uomo. C’è chi vorrebbe ridurre il giudice a una sorta di automa depoliticizzato. Enzo Albano ha resistito a questa de umanizzazione e si è liberamente espresso sulla politica e sui politici italiani, sulla pace e sulla guerra, su Cuba e sulla Palestina, sulla democrazia e sullo stato di eccezione. La vita è qualcosa di ben più complesso rispetto al diritto. Eccede rispetto a ogni tentazione di assimi-

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lazione da parte del diritto, onnivoro e cieco. Non è assimilabile all’interno di formule giuridiche limitate e limitanti. La cultura politica di un giudice non si fermerà mai davanti all’aula di giustizia. Non gli dovrà servire, ovviamente, per punire gli avversari o assolvere gli amici. Questa sarebbe una degenerazione inaccettabile... Il coraggio di Enzo Albano è tale da far sì che non rinunci a scendere su terreni friabili, come quello delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata. E qui arriva il suo messaggio più forte: il diritto penale in uno Stato democratico non ammette eccezioni o scivolamenti. Troppi, invece, sono stati gli scivolamenti normativi e linguistici che abbiamo visto e subito in questi ultimi anni. Abbiamo visto evocare la tolleranza zero contro chiunque desse fastidio sociale. Il diritto penale minimo è quello che rinuncia alle urla, alla giustizia gridata, consapevole che la giustizia è fallace e non può sostituirsi alla storia”. 


LA BUONA NOVELLA

Ilaria Urbani

STORIE DI PRETI DI FRONTIERA

LA BUONA NOVELLA Storie di preti di frontiera

COLLANA EDITORIALE WE CARE

Prefazione di Roberto Saviano

“Tredici uomini coraggiosi che ci mostrano quotidianamente cosa voglia dire la parola missione, cosa significhi amare il prossimo e cosa sia davvero la chiesa. Questa carrellata di storie necessarie, di esperienze uniche, mostra chiaramente come dal racconto, dalla denuncia possa arrivare il riscatto. Come dal racconto di tredici vite eccezionali, fatte di vittorie e spesso di sconfitte, si possa comprendere una terra e amarla anche se non ci appartiene. Se poi quella è proprio la tua terra, quella in cui sei nato e cresciuto, ecco che queste esperienze ti danno le coordinate. Ti mostrano come che queste esperienze ti danno le coordinate. Ti mostrano come poter vivere, come potercela fare. Come la disperazione può essere trasformata in speranza, in vita.” (dalla prefazione di Roberto Saviano)

Guida

Ilaria Urbani Ilaria Urbani, giornalista, nata a Napoli nel 1980, collabora con “La Repubblica” e con il settimanale “D - La Repubblica delle Donne”. Ha scritto per “Il Manifesto”. Ha collaborato con Al Jazeera English e per l’emittente di stato greca ERT. Ha pubblicato un saggio sull’immigrazione nel libro “A distanza d’offesa” (Ad Est dell’Equatore).

DENTRO LA COMUNICAZIONE CONCETTI, MODELLI, PERSONE “Divulgare significa far conoscere e comprendere non solo cose che ci appaiano misterose e lontane, ma anche concetti ed espressioni che usiamo tutti i giorni in modo spesso inconsapevole o superficiale. Far comprendere è dunque operazione meritoria, fondamentale nei paesi anglosassoni dove l’approccio divulgativo della scienza è essa stessa una scienza e dove diventa difficilissima la traduzione pedissequa dei nostri testi spesso infarciti di concetti e metafore che sarebbe opportuno prima spiegare e poi esporre. Quando poi la divulgazione riguarda la comunicazione, non solo l’opera è meritoria ma è soprattutto coraggiosa”. (dalla postfazione di Ferdinando Pinto)

Samuele Ciambriello Samuele Ciambriello, giornalista, è stato presidente del Corecom Campania e componente del Comitato Nazionale Tv e minor. Attualmente è docente della Link Campus ed insegna “Teoria e tecniche della comunicazione” all’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Salerno.

Michele Infante Michele Infante, Dottore di ricerca in “Teoria dell’informazione e della comunicazione”, ha insegnato alla John Cabot Unoversity, ed ha svolto attività di ricerca presso la New School for Social Research di New York e la Humboldt Universitat di Berlino. Attualmente insegna “Corporate Communication” all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e “Teoria e tecniche dei nuovi media” alla Link Campus University di Napoli.

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CULTURA E FORMAZIONE

RECENSIONE di Paola Bruno

Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera Presentazione del libro di Toni Ricciardi al Senato della Repubblica, Editori Laterza

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l libro, “Associazionismo ed emigrazione” Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera, di Toni Ricciardi (Editori Laterza) è stato presentato il 18 luglio al Senato della Repubblica. Toni Ricciardi è un giovane storico presso l’Università di Napoli “L’Orientale” ed è ricercatore presso l’Università di Ginevra, dal 2007 redattore del Rapporto italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. Il libro è stato presentato in occasione del 70º anniversario della fondazione delle Colonie libere degli italiani in Svizzera, che nascono tra il 1943 e il 1945, per assicurare l’esigenza di una rappresentanza unitaria di tutti gli italiani e gli esuli del fascismo. Le Colonie Libere rappresentano il primo modello di supporto e assistenza agli emigranti in Svizzera. Dalla presentazione come dalla lettura del libro emerge un romanzo storico nel quale è ricostruito un puzzle unico di storia di antifascismo, associazionismo, immigrazione, diritti, solidarietà, lavoro. L’oggetto al quale rivolge lo sguardo, il libro di Ricciardi, è vicino ed imbarazzante: la storia dell’emigrazione degli italiani in Svizzera. Monsignor Giancarlo Perego, Direttore della Fondazione

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Migrantes, dice del libro: “le parole che emergono da questa storia sono libertà, partecipazione, cittadinanza”. Libertà è tutela dei migranti. Partecipazione è la storia associativa delle colonie libere caratterizzata dai valori della pace e della non violenza, condita dalla ricerca della giustizia sociale. Cittadinanza è quella desiderata dai tanti migranti che hanno costruito una comunità transnazionale e globale fuori dalla loro nazione: l’Italia. Sandro Cattacin, professore dell’Università di Ginevra, ha elogiato il grande lavoro di ricerca storiografica che ha impegnato l’autore. Definisce il libro di Tony un libro unico da leggere: “non si è nella storia ma è un andare e venire dalla storia, un romanzo storico di quello che è successo nella federazione delle colonie libere, una storia di un paese che si è trovato a fronteggiare un flusso di immigrazione la Svizzera e allo stesso tempo la storia dell’Italia”. La storia di tante paure delle autorità’ svizzere ed italiane. Una storia bella storia di italiani nel Mondo. La lotta di tanti italiani contro lo statuto dello stagionale, ci mostra una fase sindacale e di pre-sindacalizzazione, le sperimentazioni fatte dalla Svizzera per l’integrazione degli immi-

Una bella storia di italiani nel Mondo. La lotta di tanti italiani contro lo statuto dello stagionale, ci mostra una fase sindacale e di pre-sindacalizzazione, le sperimentazioni fatte dalla Svizzera per l’integrazione degli immigrati come la tessera sindacale annuale necessaria per “conquistare” la cittadinanza.


grati come la tessera sindacale annuale necessaria per “conquistare” la cittadinanza. Luigi Mascilli Migliorini, professore dell’Università l’Orientale di Napoli, dice che questo libro racconta in parte anche la storia di RicIl senatore Claudio Micheloni, ciardi, figlio di italiani emigrati in Svizzera. presidente del Comitato per le Per Mascilli Migiorini il libro è l’occasione per questioni degli Italiani riflettere sull’emigraall’Estero e della Federazione zione di oggi che rapdelle Colonie Libere italiane in presenta la voglia di emancipazione ma che Svizzera, ritiene che il testo di comunque è la sofferenza delle persone, al Ricciardi non è solo un libro di là dello spazio libero storico ma un libro di attualità. europeo e delle statistiche che ci rappresentano la circolazione intellettuale. Il libro parla anche di una storia meridionale, tra il I e II dopo guerra. L’emigrazione stabile è meridionale. Il senatore Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero e della Federazione delle Colonie Libere italiane in Svizzera, ritiene che il testo di Ricciardi non è solo un libro storico ma un libro di attualità che ci insegna come dovremmo vivere insieme. Per il senatore il libro di Tony Ricciardi è anche la rilettura del boom economico che ha vissuto l’Italia tra gli anni 50 e 70. È importante fare luce sulla storia dell’emigrazione in Italia, anche attraverso la valorizzazione del museo dell’emigrazione. “Associazionismo ed emigrazione” è l’occasione per raccontare la vita gli italiani in svizzera e le tragedie che hanno coinvolto i lavoratori italiani in Svizzera, come Mattmark: la Marsinelle svizzera dimenticata. Infatti nel libro è raccontata una delle pagine più buie della storia dell’emigrazione degli italiani in Svizzera: “alle 17.15 del 30 agosto del 1965, una massa di due milioni di metri cubi di ghiacciaio e di detriti si stacco dal ghiacciaio Allalin, seppellendo sotto 50 metri 88 lavoratori degli oltre 600, tra tecnici ed operai, impegnati nella costruzione della diga di Mattmark.” In un primo momento la trage-

dia, molto seguita in tutta Europa, viene definita come una catastrofe naturale, in seguito grazie alle sollecitazioni del sindacato svizzero (Flel), l’indignazione dell’opinione pubblica italiana e l’attività di una gruppo di parlamentari italiani, partì un inchiesta sull’efficacia delle misure di sicurezza sul lavoro adottate nella costruzione della diga di Mattmark. All’inchiesta, seguì il processo penale di accusa contro gli ingegneri ed i direttori della società che si occupavano della costruzione della diga. Il processo si concluse assolvendo tutti gli imputati dall’accusa di omicidio colposo. “L’effetto simbolico fu devastante”... “l’opinione pubblica internazionale accolse la notizia con severe critiche... per la collettività italiana in Svizzera la sciagura rappresentò un’occasione per interrogarsi sul senso della propria presenza, in un Paese in cui, benché parte attiva e persino determinante del benessere non si sentiva accettata e corresponsabile, anzi oggetto di discriminazione e ostilità”. 

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CULTURA E FORMAZIONE

RECENSIONE di Samuele Ciambriello

I 5 STELLE? Umorismo di grande stile e impegno civile! Chi sono i parlamentari di 5 Stelle, come sono arrivati nelle Istituzioni. Notizie, battute esilaranti e percorsi politici dal basso. Un libro per capire.

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l “Manuale per giovani deputati e senatori a 5 Stelle” è il simpatico volumetto di Patrizia Perrone che racconta in chiave ironica il successo elettorale del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, e la iniziale inadeguatezza, talvolta mostrata da alcuni dei rappresentanti pentastellati. Ma quali sono gli aspetti che analizza il “Manuale”? L’attenzione dei media nei giorni successivi alle elezioni dello scorso febbraio è stata senza dubbio riservata in modo speciale ai deputati ed ai senatori eletti nelle liste del Movimento 5 Stelle, e questo per svariati motivi. Innanzitutto, perché erano persone sconosciute alla maggior parte dei cittadini, e destava curiosità anche il singolare modo con il quale erano stati scelti, ovvero sia attraverso le “Parlamentarie” elezioni on line a cui potevano partecipare solo un numero ristretto di persone, quelle iscritte con documento certificato al Blog di Grillo. L’unico requisito richiesto ai candidabili, oltre al fatto di essere incensurati, era quello di essersi già candidati precedentemente per qualcuna delle liste civiche a marchio 5 Stelle. Questo, insieme alla legge elettorale vigente, ha fatto in modo che illustri sconosciuti si siano ritrovati in lista per Camera e Senato, avendo ottenuto in rete un

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numero esiguo di voti: in molti casi meno di un centinaio. Il resto l’ha fatto la vigente legge elettorale e il successo elettorale di Grillo: probabilmente neanche lui stesso si aspettava che gli “indignati” che si rispecchiavano nel Grillo-pensiero potessero raggiungere una percentuale così alta degli italiani. La lente di ingrandimento dei giornalisti ha spesso mostrato, a volte ricercandolo, a volte in maniera casuale, tutta l’impreparazione dei nuovi politici che preferiscono essere chiamati “cittadini eletti in parlamento”. Il non sapere quanti deputati siedono alla Camera o al Senato, l’ammettere candidamente di non sapere neanche come si chiamano i palazzi che ospitano le due Camere, o perpetrare una certa propensione a perdersi in dettagli come la presentazione degli scontrini delle proprie consumazioni, ha scatenato l’ilarità dei giornalisti e del popolo della rete. Internet, infatti, come ben dice Grillo, non dimentica e questa volta questa caratteristica non gioca a suo favore. Perfino il popolo di Twitter risponde agli hashtag proposti dal Movimento con irriverenza, mostrando di non gradire l’inadeguatezza di questi politici improvvisati, che si presentano sui social ricordando un pò le riunioni dell’Anonima Alcolisti. L’Autrice dà una risposta fantasiosa

L’Autrice Perrone, non partecipa al gioco delle etichette, ma dimostra di possedere gli strumenti necessari per capire le origini, la natura e le profezie politiche dei novelli deputati e senatori a 5 stelle.


per giustificare la singolarità di tale impreparazione: i cittadini eletti in Parlamento hanno perso il manuale che Grillo aveva preparato per loro. Così, utilizzando lo stratagemma letterario del ritrovamento del manoscritto smarrito, vengono via via analizzati i vari aspetti della rivoluzione pentastellata. I rapporti con la stampa, con Internet, con le norme, sono oggetto dei vari paragrafi del libro. Così, pagina dopo pagina, ripercorriamo attraverso il linguaggio specifico utilizzato come gergo dai movimentisti, i primi mesi in Parlamento, scoprendo come potevano essere evitate tutte le ingenuità in cui i Parlamentari sono incorsi. In modo semplice, ma mai banale, impariamo a conoscere tra una risata e l’altra alcune norme che a volte si danno per scontate, ma che l’ignoranza costituzionale mostrata dai politici a 5 Stelle (ma non solo) hanno dimostrato che scontate e conosciute spesso non lo sono affatto. Patrizia vuole illuminarci sui grillini e tra le righe ci sono sfumature che ce li dipingono riformisti, massimalisti, moderati e radicali, a volte liberali, con qualche impennata di sinistra. Poi loro, veri miracolati, si autodefiniscono senza aggettivi, si rincorrono con autodefinizioni bizzarre, in barba a qualsivoglia manuale di dottrine politiche. L’Autrice non partecipa al gioco delle etichette, ma avendoli conosciuti direttamente, dimostra di possedere gli strumenti necessari per capire le origini, la natura e le profezie politiche dei novelli deputati e senatori a 5 stelle. Niente lettura sistemica delle 100 pagine dello sforzo saggistico – umanistico di Patrizia Perrone. Il libro non da indicazioni, ma fotografa in bianco e nero la realtà. E non tanto e solo i giovani e generali pentastellati ne escono male, ma coloro che li hanno votati, senza conoscerli nemmeno un tantinello! Ma tant’è! Questo è quello che passa il convento! L’Autrice sostiene che la vera rivoluzione di questi anni non è dovuta alla nascita del Movimento, ma all’avvento dei social network, e anche la nascita di questo libro è dovuta alla rete. È in rete, infatti, che si sono conosciuti Patrizia Perrone, autrice dei testi, e Tony Troja, musicista siciliano

che ha curato la prefazione e che racconta i suoi problemi con la “censura grillina”. Si, perché proprio quelli che per anni si sono preparati alla discesa in politica a colpi di satira su Internet, oggi, non sempre reagiscono con eleganza alle battute sul Movimento. Sempre sulla rete l’Autrice ha visto per la prima volta le vignette di Walter Leoni, disegnatore che con grande ironia ha illustrato il Manuale, con un umorismo di grande stile, che bene accompagnano il testo, che mai scade nell’offesa gratuita e nella volgarità. È in rete, infine, che sono stati “lanciati” i tweet che, selezionati tra più di mille, sono stati raccolti all’interno del libro. Il testo che si legge con una facilità tale da farlo sembrare troppo breve, si presta ad essere riletto una seconda volta con più attenzione, accorgendosi che ogni battuta corrisponde ad un episodio realmente accaduto, e che, almeno in questo caso, la lotta tra fantasia e realtà non ha uno vincitore scontato. 

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CULTURA E FORMAZIONE

fondazionealfonsogatto@gmail.com

Salerno si “illumina” di Poesia e Letteratura Nuovi festival letterari in Campania di Paola Congiustì

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ue importanti manifestazioni culturali, entrambe alla loro prima edizione, hanno animato l’estate appena trascorsa, rimettendo al centro del sistema culturale italiano la città di Salerno e il suo potenziale creativo. Parliamo del Festival “Salerno Letteratura” (dal 24 al 30 giugno): un’ intensa kermesse di libri, dibattiti e musica; e la rassegna di poesia “Il poeta e la città”, che nel ricordo di Alfonso Gatto, poeta nato a Salerno, ha concluso il suo programma l’11 e il 12 luglio. Salerno Letteratura nasce da un idea dello scrittore Francesco Durante che, attraverso la straordinaria macchina organizzativa diretta da Ines Mainieri, ha portato in città un karowan letterario di 70 eventi e 100 autori. Nei sette giorni è stata offerta al pubblico l’occasione di incontrare artisti di fama internazionale, come il drammaturgo greco Petros Markaris; di conoscere giovani scrittori di ta-

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lento (Amara Lakhous, Matteo Cellini) o scoprire, in “prima nazionale”, l’ultimo libro di Eva Cantarella “Pompei è viva” o il nuovo giallo di Maurizio de Giovanni, “I Bastardi di Pizzoalcone”. Insomma, un interessante e nutrito programma che rivela la lungimiranza del direttore artistico, F. Durante, al quale rivolgiamo qualche domanda. “Salerno Letteratura” ambisce a diventare il Festival più prestigioso del Sud Italia? Può anticipare qualcosa sull’edizione 2014? “Salerno Letteratura non ambisce ad essere il più grosso festival di letteratura del Sud: lo è già! Sette giorni di eventi sono un record, e la quantità di autori che hanno partecipato alla prima edizione è tale da costituire un fatto davvero unico. Aggiungerei, inoltre, la circostanza che per la prima volta nell’Italia del Sud è stata adottata una modalità – già presente nei festival di Mantova e Pordenone –

A Salerno Le vie del centro storico sono state invase da barchette di carta colorata, simbolo della manifestazione e di quel raffinato viaggio che è la poesia.


che comporta il coinvolgimento di tutta la città nell’evento. Gli incontri, cioè, non si tengono in un unico luogo circoscritto (come per esempio avveniva nella vecchia Galassia Gutenberg a Napoli), ma “invadono” la città, la coinvolgono, ne sono parte integrante. Per l’edizione 2014 si vorrebbe ulteriormente sottolineare questo aspetto, lavorando magari con una prospettiva anche tematica. Ma per adesso è prematuro parlare di dettagli”.

Francesco Durante, (in foto) attraverso la straordinaria macchina organizzativa diretta da Ines Mainieri, ha portato in città un karowan letterario di 70 eventi e 100 autori. Per info: i.mainieri@salernoletteratura.it

“Salerno Libro d’Europa” è il premio letterario collegato al Festival. In Italia sono molti i premi letterari che offrono riconoscimenti importanti: il premio Strega, Bancarella, Italo Calvino; qual’ è la caratteristica del premio Salerno Libro d’Europa? “Il Premio Salerno Libro d’Europa ha un’ambizione molto precisa: vuole essere una finestra aperta sul meglio della produzione letteraria del continente, e quando uso l’oggetto “letteraria” intendo proprio sottolineare la natura di questo riconoscimento, che è per l’appunto molto centrato sulla qualità, e non strizza l’occhio alla narrativa di genere, al romanzo commerciale, al puro intrattenimento, ma vuole premiare libri che comportino un’autentica ricerca letteraria. Ci piace pensare che, a distanza di anni, sfogliando l’album degli autori premiati a Salerno, sia possibile riconoscere che in questo festival sono passati i migliori protagonisti della ricerca letteraria europea, il cui valore è stato riconosciuto tempestivamente proprio a Salerno. Per tutti questi motivi, crediamo che il nostro premio abbia notevoli caratteristiche di originalità e, se vogliamo, di “necessità”

rispetto ai tantissimi altri premi che si assegnano in Italia”. Secondo recenti sondaggi, gli italiani leggono di meno, le librerie chiudono, i Comuni tagliano la spesa per la cultura e crolla anche il mercato delle sponsorizzazioni. Qual è la sua riflessione? “I dati relativi alla contrazione delle vendite in libreria sono a tutti noti. Che la crisi porti con sé una riduzione anche piuttosto significativa dei consumi culturali è quasi ovvio. Però occorre dire che i festival possono essere un valido aiuto per tenere accesa l’attenzione, per risvegliarla, per coinvolgere il pubblico in maniera più significativa. Nei sette giorni della prima edizione di Salerno Letteratura abbiamo notato una partecipazione crescente, un interesse che molto spesso si è manifestato in maniera sorprendente: molto pubblico, molta curiosità e, sì, anche molte copie vendute. È un buon risultato e ci conforta: inutile dire, infatti, che gli editori saranno più contenti di collaborare con noi se avranno la consapevolezza che quella di Salerno è una vetrina importante” A luglio, nella suggestiva piazzetta di Largo Barbuti, la Fondazione “A.Gatto” ha organizzato due giornate di poesia e teatro dal titolo “Ogni barca è una poesia“. Le vie del centro storico sono state invase da barchette di carta colorata, simbolo della manifestazione e di quel raffinato viaggio che è la poesia. A decretare il successo della manifestazione è stata la partecipazione di illustri poeti italiani: V. Magrelli, E. Pecora, S. Bertoni, G. Cavallo e spettacoli teatrali di grande qualità che hanno intrattenuto il pubblico fino a notte fonda. Il Presidente della fondazione, Filippo Trotta, entusiasta per i grandi risultati di affluenza di pubblico, dichiara che la Fondazione si impegnerà anche il prossimo anno nel progetto rilanciando il premio internazionale “A.Gatto”. Verrà costituito, altresì, un archivio permanente e multimediale delle opere dell’autore per non disperdere una delle voci artistiche più importanti del ‘900 e soprattutto per tradurre in qualcosa di tangibile il principio di aggregazione e di condivisione delle passioni.“Torneranno le sere ad intiepidire nell’azzurro le piazze.”,scriveva così il poeta salernitano Alfonso Gatto. 

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