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DIR. EDITORIALE

ART DIRECTOR

EDITOR

GRAFICO

REDAZIONE

UFF. TECNICO

2 M M D I A B B O N DA N Z A P E R L A P I EGA

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anche, con la volontà. Per scoprire un giacimento di vita, energia e coraggio, un luogo in cui «le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio».

FOTO © IMAGOECONOMICA

Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

MARIO CALABRESI Mario Calabresi C O S A

Mario Calabresi (Milano 1970), giornalista, è dal 2009 direttore della «Stampa». In precedenza ha lavorato all’Ansa, alla «Stampa» e alla «Repubblica», dove è stato caporedattore e corrispondente dagli Stati Uniti. Ha seguito la campagna presidenziale americana e l’elezione di Barack Obama. Per Mondadori Strade blu ha scritto Spingendo la notte più in là (2007) e La fortuna non esiste (2009).

Cosa tiene accese le stelle

T I E N E A C C E S E L E S T E L L E

ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO GRAPHIC DESIGNER: MARCELLO DOLCINI

17,00

I N C O P E R T I N A : F O T O © I N T I S T. C L A I R / G E T T Y I M A G E S ELABORAZIONE DI MARCELLO DOLCINI

PANTONE 810 C

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CARTA: Cartoncino Integra 240 gr - PROFILO DI STAMPA: COATED FROGA 39 - DIMENSIONE: 150x210 mm

«Una sera di novembre del 1955 mia nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi.» Di solito Maria, la nonna di Mario Calabresi, andava a letto esausta, dopo una giornata spesa a lavare montagne di lenzuola e pannolini. Quella sera, quella in cui per la prima volta aveva usato la lavatrice, è stata, nei suoi ricordi, lo spartiacque tra il prima e il dopo. Oltre mezzo secolo più tardi ci siamo quasi dimenticati di quelle conquiste vissute così straordinariamente; oggi, anzi, il nichilismo, la sfiducia, il fatalismo sono gli umori e i sentimenti più diffusi nel Paese: gli anziani hanno nostalgia del passato, i giovani si rassegnano alla mancanza di prospettive, ed è comune la convinzione di essere capitati a vivere nella stagione peggiore della nostra Storia. Per definire questo malessere e capire quale sia la strada per uscirne, Calabresi ha ricomposto i frammenti di un tempo in cui si faceva fatica a vivere ma era sempre accesa una speranza, e di un presente così paralizzato da non riuscire a mettere a fuoco l’esempio di chi non ha mai smesso di credere nel futuro. «Per riprendere coraggio, per trovare ossigeno, mi sono rimesso a viaggiare nella memoria. Chi lo fa si sente immediatamente più forte: se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.» Un grande viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi – scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti e persone comuni – è stato capace di inseguire i propri sogni, affrontando a testa alta le sfide collettive e individuali del mondo di oggi. C’è chi è riuscito a offrire una speranza per i malati incurabili, chi è diventato un prestigioso astronomo e spera ancora di vedere l’uomo su Marte, chi ha trasformato la sua tesi di laurea in un’azienda californiana di successo, e chi ha deciso di cambiare il proprio destino giocando l’unica carta a sua disposizione, lo studio. Per intuire che in mezzo allo sconforto diffuso la strada esiste, perché coltivando le proprie passioni non si rimane delusi e perché la libertà si conquista,

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Mario Calabresi

Cosa tiene accese le stelle Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

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Dello stesso autore nella collezione Strade blu Spingendo la notte più in là La fortuna non esiste

Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi Collezione Strade blu ISBN 978-88-04-61021-2 © 2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione maggio 2011

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Indice

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La macchina per lavare

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La villeggiatura

17 Il venditore di alici 25

Un aperitivo leggermente alcolico

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Quando i cappelli volavano

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Perché abbiamo bisogno di un sogno

55

Kodak moment

63

Alla ricerca di un gettone

73 Il futuro che c’è 83

Gnocchi al pesto

91 Non si può fare 105

La palestra di roccia

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Le poesie dei bambini

125 Cosa tiene accese le stelle

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Cosa tiene accese le stelle

A Corso, che continua a mancarmi e sarebbe stato di grande aiuto per capire questo Paese

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Questo tempo è gravido di avvenimenti … non lo sprecate. Quando ci libereremo dalla superstizione, dai pregiudizi, quando trionferà la verità, il diritto, la ragione, la virtù se non adesso? Quando risorgerà l’amor della patria? Quando? Sarà morto per sempre? Non ci sarà più speranza? Io parlo a voi… Ora è il tempo… O in questa generazione che nasce, o mai. Abbiatela per sacra, destatela a grandi cose, mostratele il suo destino, animatela. giacomo leopardi, Dell’educare la gioventù italiana, Recanati, 1818-1820

Non c’è montagna più alta di quella che non scalerò Non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò… lorenzo «jovanotti» cherubini, Ora

Leggo una tesi di baccalaureato sulla caduta dei valori. Chi cade è stato in alto, il che dovevasi dimostrare, e chi mai fu così folle? eugenio montale, La caduta dei valori, in Diario del ’71 e del ’72

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La macchina per lavare

Una sera di novembre del 1955 mia nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la sua libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi. Non le capitava più da quattordici anni, da quando, in mezzo alla guerra, era nato il suo primo figlio: Carlo. Da allora, di bambini ne erano arrivati altri cinque; la più piccola, Graziella, non aveva ancora nove mesi. Ogni sera, da quattordici anni, mia nonna andava a dormire esausta solo quando aveva finito di lavare a mano montagne di lenzuola e pannolini. Lo aveva fatto migliaia di volte: prima a Torino, interrompendosi solo quando le sirene avvisavano che stavano per piovere le bombe, poi a Cavour, dov’era sfollata perché la sua casa era stata centrata e distrutta, infine a Milano, dove si era trasferita al termine della guerra. La società di compravendita di lane e sete che aveva aperto con il nonno aveva avuto successo, avevano raggiunto il benessere e comprato un appartamento con un grande terrazzo in zona Garibaldi; ma anche se si poteva permettere di avere una persona in casa che l’aiutava con i bambini e in cucina, la lavanderia notturna era rimasta un compito tutto suo. Due giorni prima il nonno era arrivato a casa con un regalo che pensava fosse la giusta celebrazione del loro suc-

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cesso: un dépliant della nuova Fiat Seicento, uscita da pochi mesi. «Micia,» così la chiamò per tutti i quarantasette anni di vita che passarono insieme «questo è per te.» E le allungò il pieghevole in cui era nascosta la chiave dell’auto che sarebbero andati a ritirare la mattina dopo. «Potrai andare in giro per la città, accompagnare i bambini a scuola, caricarci la spesa. Sarai libera di muoverti come vuoi.» La nonna non lo interruppe e rimase un momento in silenzio. La libertà che aveva in mente lei era completamente diversa, aveva un altro aspetto, e l’aveva vista giusto quella mattina nella vetrina di un negozio poco lontano da piazza Duomo. Si era fermata a guardarla a lungo, facendo un sacco di sogni e fantasie. Così spiazzò il nonno con un paio di domande strane: «Ma è davvero mia? Nel senso che è intestata a me?». «Certo che è tua, Micia, è un regalo. Potrai usarla quando vuoi.» «Posso farne quello che voglio?» «Ti ho detto di sì, quello che vuoi.» Il giorno dopo, quando andarono dal concessionario, lei restituì le chiavi (dopo aver scoperto che la macchina era costata 600.000 lire), recuperò i soldi dell’acconto e, prima dell’ora di pranzo, aveva coronato il suo sogno di libertà: si era comprata quella gigantesca lavatrice americana appena arrivata in Italia di cui si era innamorata. Tornando a casa passò anche in libreria. Le bastò muoversi tra gli scaffali per sentirsi felice all’idea di scegliere cosa avrebbe letto quella sera. Cinquant’anni dopo, quando me lo raccontò, si era dimenticata il titolo del volume: «Non aveva nessuna importanza, qualunque libro sarebbe andato bene. Era il gesto di tornare a leggere che faceva la differenza, era l’idea di aver riconquistato un po’ di tempo per me». Il nonno ci rimase un po’ male, ma cercò di non darlo a vedere tanta era la gioia che mostrava sua moglie. Per settimane, ogni pomeriggio, ci fu una processione di

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La macchina per lavare

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signore che salivano la scaletta verso il bagno vicino al terrazzo per ammirare quel prodigio della tecnica. Dal piano di sotto si sentivano distintamente le risate e gli «oh!» di stupore delle amiche mentre la voce squillante della nonna illustrava ogni caratteristica e ogni dettaglio: dalla bilancia per pesare esattamente la quantità di biancheria da inserire fino alla centrifuga verde a forma di doppio cono. Mia madre, che allora aveva nove anni, ricorda ancora tutti i passaggi di quel teatrino in cui la nonna mimava con cura ogni gesto: sollevava la scatola del detersivo Persil, fingeva di versarlo nella vaschetta, indicava l’ingresso dell’acqua calda e poi la tinozza in cui scaricava i panni inzuppati prima di infilarli nella strizzatrice. Ogni presentazione si concludeva con le stesse parole: «E così io posso andare di là a leggere, capite che libertà?». In quel 1955, solo dodici famiglie italiane su cento disponevano di un frigorifero (pur sempre il doppio di quattro anni prima), ma se ne producevano già 100.000 l’anno, mentre le lavatrici erano ancora un lusso assoluto, tanto che ne erano state messe sul mercato meno di 20.000. Quando, mezzo secolo dopo, chiesi a mia nonna qual era stata la più grande invenzione che aveva cambiato la sua vita, prima di raccontarmi questa storia rispose senza esitare: «La lavatrice». Provai a elencargliene altre: la televisione, la lavastoviglie, il telefonino (che si fece regalare per i suoi ottant’anni), il computer… ma lei scosse la sua testa di capelli bianchi, raccolti in un grande chignon, e mi interruppe: «Potrei dirti la teleselezione, che ha cambiato il nostro modo di comunicare e ha ridotto la lontananza, ma alla fine non c’è discussione: è la lavatrice. È stata l’unica invenzione che ha fatto davvero la differenza e ha messo fine a secoli di fatica delle donne. Non ho dubbi, perché ricordo ancora le ore passate in piedi, il mal di schiena da le-

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vare il fiato e le mani in fiamme. Nella mia vita è tracciata con chiarezza una linea tra il prima e il dopo». All’inizio di dicembre di quel 1955 il settimanale francese «L’Express» pubblicò un sondaggio sui desideri natalizi dei parigini. Due erano i regali sognati dalle donne: il mantello di pelliccia e la «macchina per lavare». Al terzo posto, ma staccata di ben sette punti, l’automobile. Mia nonna Maria era al passo con i tempi.

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La villeggiatura

La prima cosa che si nota entrando è il grande servizio da tè d’argento con i manici d’avorio. Perfettamente lucidato, brilla da quasi ottant’anni. «Se lo comprò mia madre come risarcimento per un mancato viaggio in America. Dovevano partire con la nave, ne avevano parlato per mesi, ma all’ultimo mio padre andò da solo e, per riparare, le disse che le avrebbe regalato quello che voleva. Fui io ad accompagnarla al negozio, ricordo la sua faccia mentre sceglieva, e credo che, alla fine, non fosse troppo dispiaciuta per questo scambio.» Franca Valeri si ferma a guardarlo, mentre mi accoglie nella sua casa romana tenendo fermo il cane con i piedi perché non scappi fuori, e si lascia andare ai ricordi: «È tutta la vita che mi fa compagnia e bisogna sempre prendersene cura. Durante la guerra era stato messo in cantina da alcuni amici ed era diventato tutto nero, ora lo faccio pulire almeno una volta al mese». Prima di sedersi mi fa una lezione di costume partendo da quel grosso bricco degli anni Trenta che ha servito acqua bollente per decenni: l’argenteria è il simbolo di un tempo che fu, del tramonto di una borghesia, del dissolversi di tradizioni, riti e di una certa educazione. «Trovo avvilente che siano scomparsi i regali di nozze; ades-

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so gli sposi chiedono di pagare una quota del viaggio, ma questo vuol dire ricevere dei soldi. È molto brutto farsi pagare perché ci si sposa. Ho sentito dire da un’amica che è una cosa simpatica: “Gli regali un assegno, così ci possono fare quello che vogliono…”. A me non sembra simpatico per nulla, e poi i regali di norma rimanevano, servivano a ricordarti un momento, una persona. Ma ormai è così, basta guardarsi intorno per rendersi conto di quante cose stanno scomparendo.» Franca Valeri ha superato i novant’anni ed è capace di viaggiare nella memoria con quell’ironia che l’ha resa una delle grandi protagoniste del teatro italiano del Novecento. L’ho scoperto leggendo il suo libro di memorie Bugiarda no, reticente, pubblicato da Einaudi, una collezione di pensieri delicati e intelligenti. Così sono venuto a trovarla. Mi chiede di spiegarle meglio quel che mi interessa sapere, poi si guarda in giro e accetta di giocare col tempo e i suoi simboli, di farmi l’elenco di cosa le manca, di cosa abbiamo perduto. Parte indicando il muro: «Si usano sempre meno le carte da parati, le hanno sostituite con la pittura, non capisco perché, visto che mettere una carta era cosa facile e nemmeno troppo costosa. Ma il vero delitto è che sono scomparse quelle di stoffa, quelle ricamate, quelle con i disegni. E le poche rimaste sono molto decadute. «È scomparso il “dopocena”: è una riunione passata di moda, era una maniera per raccontarsi le cose, parlare dei figli, della villeggiatura, era il tempo giusto per conversare. Mi ricordo che si servivano i biscotti assortiti delle scatole inglesi, i marrons glacés, i liquori che si tiravano fuori dal mobile-bar. A proposito, esistono ancora i mobili per gli alcolici?» Per fare il punto su tutto ciò che appartiene al passato, a Franca Valeri basta girare lo sguardo nel suo salotto; lì,

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La villeggiatura

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alle spalle della poltrona dove è seduta, c’è un grande orologio: «Ecco, è scomparsa la pendola che suonava le ore. C’era sempre un familiare che aveva il compito di caricarla tirando le corde. Forse potremmo semplificare dicendo che è scomparsa una certa estetica». Di fronte a lei, invece, c’è una vetrina piena di oggetti di porcellana o d’argento: animali, statuine, fiori. «Era tutto di mia madre. Negli ultimi anni della sua vita aveva paura di rompere qualcosa per colpa delle mani incerte, ma non voleva che la aprisse nessuno che non fosse di famiglia, nemmeno le donne di servizio, così aspettava che arrivassi io e mi chiedeva di aiutarla a pulire.» Si ferma e, con finta ingenuità, mi domanda: «Non si dice più donna di servizio, vero? Sono cosciente che è considerato non corretto, come se a dire colf si cambiasse la natura del lavoro, ma è sempre la stessa cosa e l’idea di servizio non capisco perché sia da considerare negativamente». Sta un po’ in silenzio e poi ricomincia a parlare della vetrinetta, anche se il suo sguardo adesso è fermo su due enormi corna di bufalo sistemate su un ripiano di fronte alla finestra: «Gli oggetti ci sopravvivono, gli dedichiamo più tempo che a qualunque amico, ma è giusto così, perché rappresentano la continuità. Queste corna le aveva prese mio nonno paterno e mi fa piacere che siano arrivate fino a me. Ma ora che fine faranno?». Smette di guardare in giro e si concentra sul film della sua vita, riavvolge il nastro, arriva fino agli anni Venti, quando era una bambina, poi, sicura, comincia a recitare: «È scomparsa la villeggiatura con tutti i suoi riti. Quella che durava mesi, dalla fine della scuola, a metà giugno, sino agli ultimi giorni di settembre: prevedeva settimane di preparativi, il viaggio in treno con i bauli, i saluti, le lettere e le cartoline. Oggi non sappiamo più neppure cos’era, adesso al mas-

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simo si parte per dieci giorni, anche se devo ammettere che allora le vacanze non erano per tutti, mentre oggi sono una cosa di massa. «Ogni stagione, poi, aveva il suo vestito, adesso ci sono solo l’estate e l’inverno, sono finite le sfumature, i passaggi intermedi e, con loro, gli abiti per le mezze stagioni, con quei nomi desueti: il soprabito, il paletot…» A darle ragione, quando uscirò due ore dopo, sarà un gruppo di ragazzi appoggiati ai motorini davanti al portone di casa sua. È appena arrivata la primavera, fa già caldo, ma regna la confusione: due hanno il piumino, una gli stivali di pelo, un ragazzino però ha già le maniche corte e un’altra le ballerine senza calze. «Un tempo andare a fare acquisti era una cosa seria, si sceglieva con cura, non si comprava con l’idea che tanto presto si sarebbe gettato tutto. Il punto di partenza è che non esistono più i fornitori, cioè i negozianti di fiducia, quelli di famiglia. Così come non esistono più le clientele, non quelle dei negozi almeno; oggi passi davanti a una vetrina, entri e compri. Prima c’era un’affezione, una tradizione consolidata che andava coltivata dalle generazioni e riconfermata in ogni occasione. Quando ti dovevi comprare una cosa, sapevi esattamente dove andare, a chi rivolgerti, ogni oggetto e ogni necessità avevano un indirizzo preciso e sapevi con certezza se lì era meglio arrivare con il tram o in macchina. E non si andava a fare shopping, ma si andavano a fare le commissioni. Se poi vogliamo proprio sprofondare nel passato, allora potrei ricordare che una volta all’anno si andava dall’infilaperle, quello che rinfilava tutte le collane. Un mestiere scomparso. Così come sono scomparse tutte le manutenzioni. Esiste forse ancora l’arte del rammendo?» Franca Valeri fa l’elenco di un mondo perduto ma non ha nessuna amarezza, solo una dolce nostalgia. «Se si guarda­

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La villeggiatura

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indietro» continua, socchiudendo gli occhi «l’elenco è lungo: a ogni latitudine si registra la scomparsa dei vestiti da lutto. Il nero è una cosa di moda, consigliata in certe stagioni dagli stilisti, non un precetto per onorare i defunti. Nello stesso periodo è scomparso anche il “lei”, quello che per tutta la vita si dava ai suoceri.» La sua bocca fa una smorfia­ e scuote la testa: «Mi irrita questo uso automatico del “tu”, accade con chiunque, dopo un attimo. Mi irrita perché si ostentano rapporti amichevoli e fraterni in un’epoca ostile alla fratellanza. È una cosa falsa». Non le piace questo mondo in cui tutti apparentemente vogliono essere amici. «A partire dai genitori con i figli: una cosa deleteria. Un’educazione è necessaria e i contrasti sono una cosa positiva: è giusto che ci siano scontri tra padri e figli, aiutano a crescere, a farsi un carattere, a formarsi un’identità distinta. Invece i genitori si spaventano e, per paura di perdere il rapporto “amichevole”, diventano arrendevoli e permissivi. Bel capolavoro, ma soprattutto un pessimo regalo ai propri ragazzi. Ci si vuole raccontare che tutto è semplice, facile, che la fatica può essere eliminata dalle nostre vite.» Si ferma per rispondere al telefono, promette di partecipare a una premiazione, spiega che andrà ancora in teatro con un nuovo spettacolo, poi si scusa con me due volte per aver risposto al telefono e aver interrotto la chiacchierata. È così attenta, cortese e rispettosa con chi ha davanti che mi sento obbligato a un galateo in disuso: per due ore intere, cosa che non mi capitava da anni, non prendo in mano il cellulare per vedere se ci sono chiamate perse, mail o messaggi. «Le stavo dicendo che è tutto apparentemente facile. Prenda la comunicazione, ha sconvolto le nostre vite: siamo collegati con tutto e con tutti in qualunque momento, possiamo metterci in contatto con ogni luogo del mondo. Ma

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poi siamo sicuri di sapere cosa dire? Prenda il mio portiere: ha due telefonini e tre computer, ma non ho capito a cosa gli servano, come lo rendano più felice. Allo stesso modo ci raccontiamo che ogni momento accade qualcosa di eccezionale, lo facciamo per paura di incontrare, anche solo per un attimo, la noia. Sa qual è la frase più oscena di questo tempo, quella che racchiude tutto? “Organizzo eventi.” Quando non si faceva uso del termine “evento”, succedevano veramente tante cose.» Nella memoria di Franca Valeri c’è una data che fa da spartiacque tra il mondo che amava e quello di oggi: «So esattamente quando è finita la nostra età dell’oro: nel 1977. Anche se la rivoluzione del costume era iniziata ben prima, con il grande taglio della lunghezza dei capelli e delle gonne. Non ho mai capito la violenza di piazza e nemmeno il terrorismo. Cosa speravano di fare? Hanno rotto un tempo, interrotto un percorso che poteva essere di cambiamento dignitoso. Potrei aggiungere che quello che è cambiato nel mondo è che sono venute meno le regole, che oggi si incontra troppa maleducazione, troppa arroganza, ma non voglio apparire retrograda, per cui mi fermo qui». E pessimista non è davvero una donna che continua a recitare, che viaggia, riceve amici e scommette sulle nuove generazioni: «A me piacciono i ragazzi di oggi, soprattutto i giovanissimi, hanno curiose attitudini e c’è una strana serietà in loro; se devo fare un rimprovero, direi che mancano di memoria. Nessuno ha insegnato loro ad appassionarsi al passato, non lo hanno fatto le famiglie e nemmeno la scuola. E così si giustificano con una frase terribile e disarmante: “Non ero ancora nato”. Non parlo per forza di conoscere la storia, ma di conoscere un libro, un attore, uno spettacolo o un film. Eppure il passato è il libro più interessante che si possa leggere».

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La villeggiatura

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Come si invecchia bene? «Evitando la noia e leggendo molto, fino a tardi ogni notte. Io non mi lamento del tempo che è passato perché ho fatto una grande conquista: la mia testa è maturata.» E ai giovani che volessero fare teatro cosa consiglia? «Di non sedersi mai. Non basta il talento per riuscire, senza esercizio ci si ferma, si resta a un livello basso; nella vita e nel lavoro, ci vuole soprattutto un lavoro su se stessi. Bisogna esercitarsi, provare, studiare, cercare di cambiare sempre. Ma questo vale per tutto, mica solo per il teatro.» Mi accompagna alla porta, e il problema è di nuovo quello di non far scappare fuori il cane; sta per salutarmi, poi si ferma e mi lascia con una zampata di ironia: «Le ho detto per due ore che è cambiato tutto, ma forse non è vero: i pretesti, le mentalità e i vizi, quelli sono sempre gli stessi. Prenda uno dei personaggi del mio teatro, la Cesira, l’impiegata milanese. Lei è rimasta uguale, si è solo aggiornata ai tempi: oggi, invece di avere l’ansia di trovare marito, ha l’ansia di trovare l’amante».

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«Ho “solo” cinquantadue anni, ma un periodo così triste e buio non me lo ricordo. Abbiamo avuto stagioni terribili, compreso il terrorismo, ma anni dove corruzione e malaffare contraddistinguono tutti i livelli dei poteri non si erano mai visti. E nichilismo, sconcerto e disillusione distruggono la volontà della gente. Anni così, dicevo, non me li ricordo proprio. Io, che sono ottimista per natura, anche se mi sforzo, non riesco a intravedere un futuro roseo.» Ogni giorno ricevo sempre la stessa mail, sempre la stessa lettera: cambiano le parole, cambia la firma, ma il sentimento è identico e dura da troppo tempo. Il sentimento è quello di un declino irreversibile e senza speranza, di un futuro impossibile e inesistente, paragonato a un passato pieno di opportunità e di promesse. Chi mi scrive che il Paese è perduto, chi profetizza che i tempi cupi non ci abbandoneranno più, chi mi comunica che sta cercando di mandare i figli il più lontano possibile e chi, già scappato, racconta che spera solo di non tornare mai più. Non c’è mattina in cui non riceva questa mail nella mia posta. I più anziani hanno nostalgia del passato e provano rabbia verso il presente, i più giovani condividono la rabbia ma

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la loro nostalgia sembra essere quella per un futuro che non c’è. Da mesi ho di fronte a me, appoggiate sulla scrivania accanto al computer, le parole che mi ha scritto una studentessa liceale: «Tutti i giorni servono solo a rendermi conto che l’Italia è un Paese da cui scappare più veloci che si può: non c’è lavoro, non c’è giustizia, non c’è amore per la propria nazione e soprattutto regna il più completo menefreghismo. A scuola la frase più frequente tra di noi è: “Tanto me ne vado all’estero”. Poi ci siamo noialtri, un esercito di persone giovani, attive, brillanti e con tanta, tanta voglia di cambiare tutto questo. Ma come si fa a cambiare un paese che sembra ancora così vecchio, dove i politici non pensano ai nostri bisogni ma solo a infangare l’opinione degli avversari; dove chi violenta una donna o uccide qualcuno con l’auto sta in carcere per pochi mesi e poi torna in libertà; dove la mafia regna sovrana; dove chi tenta di combatterla viene minacciato o ucciso; dove il dogma generale è fregare il prossimo? A noi ragazzi tutto questo spaventa. Il futuro è diventato una cosa indefinita, grigiastra e parecchio accidentata per tutti noi». «Non è un Paese per giovani» mi ripetono i ragazzi delle scuole, e la demografia e gli indici di occupazione danno loro ragione. Nel 1961, mezzo secolo fa, oltre il 40 per cento degli italiani aveva meno di 25 anni, c’erano ben 20 milioni di ragazzi, mentre gli ultrasessantenni erano poco meno del 14 per cento, 7 milioni di persone circa. Eravamo una società giovane e piena di energie. In questi cinquant’anni l’età media si è fortunatamente molto allungata (in media di 13 anni) ma, in compenso, abbiamo fatto sempre meno figli (la metà di allora), tanto che nel 2003 il numero di cittadini sotto i 25 e di quelli sopra i 60 è diventato esattamente lo stesso. Oggi le parti si sono invertite: gli anziani sono un milione in più e, percentualmente, battono i giovani 26 a 24.

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Prima la forma della nostra società, così come viene rappresentata sovrapponendo le classi d’età, era una piramide, ora è un pentagono, con la metà superiore, quella che corrisponde alle fasce d’età più anziane, più larga di quella inferiore. La sensazione non può così che essere di un’Italia in cui per i ragazzi non c’è posto né spazio. Non è solo una sensazione ma una realtà, confermata dal numero di curriculum che mi arrivano ogni giorno: provo angoscia nel vedere quante persone qualificate sotto i quarant’anni non riescono a trovare uno sbocco professionale e un lavoro stabile. Così, in questa Italia del nuovo millennio, nel Paese che ha compiuto centocinquant’anni, l’umore più diffuso è lo scoraggiamento accompagnato dal disincanto. Viviamo spaventati, impauriti, in difesa, con il terreno che ci frana sotto i piedi, convinti di essere capitati nella peggiore stagione della storia: la più violenta, la più insicura, la più minacciata, la più cattiva. Siamo talmente immersi in questo presente che ci sfinisce da aver perso il senso del tempo: è scomparsa la memoria del passato e, con lei, anche la possibilità del futuro. Ma siamo davvero sicuri che ci sia stata una mitica età dell’oro da rimpiangere? Guardo al secolo scorso e vedo guerre, macerie, stermini, odio ideologico, giovani che si sprangano, terrorismo, stragi, iniquità, disoccupazione, inflazione alle stelle e ingiustizie assortite. Sento rimpiangere i tempi dell’etica, della bella politica, di una classe dirigente virtuosa e mi viene sempre in mente la stessa scena: il funerale di Giorgio Ambrosoli, a cui non partecipò nessun rappresentante delle istituzioni. Eppure, l’avvocato milanese era stato nominato commissario liquidatore della banca di Sindona, l’uomo che lo fece

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assassinare, proprio dallo Stato; quello stesso Stato per il quale aveva sacrificato anni di vita lavorando con onestà e coraggio. Ad accompagnarlo al cimitero, però, lasciarono che fossero solo la vedova e i figli. È quello il mondo da rimpiangere? Quello della P2, del terrorismo rosso e nero che sparava a chi usciva di casa, delle bombe nelle banche, sui treni e nelle stazioni, dei segreti inconfessabili? Oppure quello del ventennio fascista, di due guerre mondiali, delle deportazioni nei campi di sterminio, della fame? Quale mondo era così più bello e perfetto di questo? Cosa abbiamo da invidiare voltando la testa indietro? Oggi viviamo tempi cupi, sarebbe ridicolo negarlo: la crisi economica si sta mangiando risparmi e sicurezze costruite in generazioni, il Paese scivola sempre più verso posizioni di irrilevanza, la nostra crescita è risicata e l’offerta di posti di lavoro stentata, la precarietà è diventata ormai una regola, ma soprattutto la politica è completamente incapace di alzare lo sguardo, indicare un progetto, proporre una via d’uscita. Viviamo tempi volgari, in cui mal si sopportano le regole, si insulta chi le dovrebbe far rispettare, e dove il principio di responsabilità sembra assolutamente passato di moda. Ma se tutto questo provoca uno sconforto diffuso e comprensibile, non deve impedirci di vedere cosa abbiamo conquistato nel tempo, cosa siamo e cosa potremmo diventare. Non possiamo lasciarci paralizzare, disorientare e ipnotizzare dal peggio. Per riprendere coraggio, per trovare ossigeno, mi sono rimesso a viaggiare nella memoria. Chi lo fa si sente immediatamente più forte: se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi. Vado a leggere le prime lettere spedite alla rubrica dei lettori, «Specchio dei Tempi», inaugurata sulla «Stampa» nel dicembre 1955, e mi stupisco del Paese che ci siamo lasciati

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alle spalle. Ne trovo una dell’ottobre 1961, cioè dell’anno in cui l’Italia celebrava i cent’anni dell’Unità e si sentiva forte e fiera: «Sono una ragazza di 12 anni, sono sposata da pochi giorni e aspetto un bambino tra poco. Mi trovo in difficoltà perché mio marito lavora ma lo stipendio è molto basso e non possiamo andare avanti bene». L’aveva spedita dalla Val di Susa non per denunciare la sua condizione di bambina incinta, sposa precoce, ma per chiedere un aiuto economico al giornale. Il problema erano i soldi, non il resto. E non stiamo parlando di un’Italia di molti secoli fa: oggi questa donna, di cui non sono riuscito a rintracciare il nome e l’indirizzo, dovrebbe avere poco più di sessant’anni e suo figlio una cinquantina, la stessa età di chi mi ha scritto di non ricordare un periodo «così triste e buio» come quello di oggi. Proprio all’inizio degli anni Cinquanta venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria che certificò che più di un terzo degli italiani non mangiava mai carne, e non perché fossero salutisti e vegetariani ma perché non se la potevano proprio permettere. Alla fine di quel decennio, il 30 per cento delle famiglie cucinava utilizzando ancora la legna o il carbone. Il fotografo Carlo Bavagnoli decise di testimoniare la situazione di arretratezza e povertà dell’area più depressa della Sardegna e del Paese, il nuorese, pubblicando un libro dal titolo Sardegna 1959. L’Africa in casa. Elvira Serra, giornalista del «Corriere della Sera Magazine», è tornata sui luoghi di quegli scatti per rintracciare i bambini di allora, ormai diventati genitori e nonni. Una delle foto più significative è quella di Giovanna Maria Cambedda che, a soli sei anni, trasportava sulla testa un grosso catino con i panni che aveva appena lavato al fiume. Oggi la sua immagine non è più triste e in bianco e nero, ma piena di colori come il suo sorriso e il golfino a righe che indossa: «I miei cinque

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figli hanno tutti la macchina, il cellulare. Quand’ero piccola c’era solo un telefono fisso in paese. Dormivamo sdraiati sulle stuoie e la prima tivù l’abbiamo avuta nel 1967. Ora non ci manca niente, ma mi mette ansia non avere mai tempo, fare sempre di corsa». Mezzo secolo fa, quando Giovanna Maria stava in ginoc­ chio con le mani nell’acqua gelata a lavare la biancheria di tutta la famiglia, a Milano 13 case su 100 non avevano l’acqua potabile e in 42 non c’era il bagno. Erano gli anni della grande ondata migratoria: in un quindicennio (1955-1970) cambiarono regione ben 10 milioni di persone, e le condizioni di vita dei nostri immigrati somigliavano terribilmente a quelle di chi arriva oggi con un barcone sulle coste italiane. Scriveva il «Corriere d’Informazione» il 27 febbraio 1959 parlando della situazione abitativa milanese: «Un tale venuto dalle Puglie, che occupava un appartamentino di due locali in via Ripamonti, vi ospitava, oltre a sette persone di famiglia, anche tre pensionanti, due ragazze e un giovanotto. Il proprietario di uno stabile in corso di Porta Romana aveva sistemato in sei appartamenti, da tre locali l’uno, ben diciotto famiglie: vale a dire una famiglia per locale, con i servizi in comune». La miglior testimonianza che si possa leggere ancora oggi, per capire da dove veniamo e quanta strada abbiamo percorso, è un’inchiesta condotta dall’operaio Franco Alasia e dal sociologo Danilo Montali e pubblicata nel 1960 con il titolo: Milano, Corea (oggi riedita da Donzelli). Fra le 32 storie che raccolsero c’era quella di Angela, cinquantun anni, pugliese, che faceva l’ortolana ambulante e abusiva nei mercati: «Quel che ho passato ho passato: 18 figli ho avuto e sono morti in dieci. Allora non c’era la penicillina, un colpo d’aria e morivano».

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Di Mario, diciannove anni, della provincia di Napoli: «Sono andato via di casa perché c’era miseria. Sono venuto a Milano, che faceva freddo, sperando di trovare lavoro e di migliorare. Non avevo nessuno. Dopo un po’ di tempo la polizia mi ha preso e mi ha fatto il foglio di via. Io sono andato al mio paese, ho consegnato il foglio di via, non son neanche andato a casa e sono ritornato di nuovo. Allora visto che faceva freddo andavo a dormire dentro i camion». Di Nino, ventiquattro anni: «Ho fatto fin dall’età di otto anni il mestiere di venditore ambulante in salumi, salami, sgombri, alici, sapone, di qualsiasi cosa. Ho lavorato a padrone da otto anni fino a quindici anni. Sempre lontano dalla famiglia, quando capitava per sei giorni, quando otto, quando un mese. Anche un anno sono stato lontano da casa». Di notte doveva dormire con il cavallo, che tirava il carretto, e svegliarsi per dargli la biada, altrimenti erano frustate. Il suo italiano è quello sgrammaticato e dialettale dell’analfabeta: «Ho partito una volta che mia mamma piangeva. A partire sotto la neve, a otto anni, con un cappottino addosso, andavo verso Foggia. Le bestie scivolavano sulla neve con il carro e il padrone picchiava me. Per la rabbia che scivolavano picchiava me, ma io facevo quello che potevo perché ero piccolino. A scuola non ci sono andato perché mio padre era in galera e io lavoravo per aiutare la mamma, perché ci avevo un altro fratellino che aveva due anni e basta». Non sappiamo che fine abbia fatto Nino, ma il suo non è un racconto ottocentesco di Dickens: se fosse ancora vivo, sarebbe coetaneo di Silvio Berlusconi. Gli archivi, come i libri, sono miniere in cui si possono perdere gli occhi e le notti, ma regalano molta vita: sorprese, indignazione, tenerezza e speranza. L’archivio che più mi appassiona, però, è quello che sta nella testa delle perso-

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ne, nelle memorie, nei racconti familiari. Per questo mi sono messo a girare con un quaderno sempre in tasca per cercare di mettere a fuoco il nostro malessere e la nostra nostalgia. Per provare a ricomporre frammenti di quel tempo in cui, pur facendo più fatica a vivere, c’era speranza nel futuro. La prima persona a cui racconto di questo libro e delle mie domande è un amico, che fa il manager in una grande azienda ed è nato nel 1961: «Certo che avevamo una percezione più positiva della realtà. Pensa che a casa mia non avevamo neppure il bagno: di giorno o di notte ti dovevi sempre vestire per uscire in cortile. Ma là fuori c’era solo la turca e, per fare la doccia, io e mio fratello andavamo due volte alla settimana nel retro della panetteria dello zio, portandoci da casa il sapone e un sacchetto con la biancheria pulita di ricambio. Non ci lamentavamo, e io ricordo quasi con nostalgia il freddo di quella doccia che serviva ai fornai per lavarsi all’alba quando avevano finito di fare le michette e i filoni. Mio padre non si vergognava, anzi sentiva l’orgoglio del fatto che i suoi ragazzi stavano studiando e presto lo avrebbero superato. I genitori avevano la certezza che i figli sarebbero stati meglio, e così il domani sembrava una cosa solida».

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DIR. EDITORIALE

ART DIRECTOR

EDITOR

GRAFICO

REDAZIONE

UFF. TECNICO

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anche, con la volontà. Per scoprire un giacimento di vita, energia e coraggio, un luogo in cui «le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio».

FOTO © IMAGOECONOMICA

Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

MARIO CALABRESI Mario Calabresi C O S A

Mario Calabresi (Milano 1970), giornalista, è dal 2009 direttore della «Stampa». In precedenza ha lavorato all’Ansa, alla «Stampa» e alla «Repubblica», dove è stato caporedattore e corrispondente dagli Stati Uniti. Ha seguito la campagna presidenziale americana e l’elezione di Barack Obama. Per Mondadori Strade blu ha scritto Spingendo la notte più in là (2007) e La fortuna non esiste (2009).

Cosa tiene accese le stelle

T I E N E A C C E S E L E S T E L L E

ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO GRAPHIC DESIGNER: MARCELLO DOLCINI

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I N C O P E R T I N A : F O T O © I N T I S T. C L A I R / G E T T Y I M A G E S ELABORAZIONE DI MARCELLO DOLCINI

PANTONE 810 C

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CARTA: Cartoncino Integra 240 gr - PROFILO DI STAMPA: COATED FROGA 39 - DIMENSIONE: 150x210 mm

«Una sera di novembre del 1955 mia nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi.» Di solito Maria, la nonna di Mario Calabresi, andava a letto esausta, dopo una giornata spesa a lavare montagne di lenzuola e pannolini. Quella sera, quella in cui per la prima volta aveva usato la lavatrice, è stata, nei suoi ricordi, lo spartiacque tra il prima e il dopo. Oltre mezzo secolo più tardi ci siamo quasi dimenticati di quelle conquiste vissute così straordinariamente; oggi, anzi, il nichilismo, la sfiducia, il fatalismo sono gli umori e i sentimenti più diffusi nel Paese: gli anziani hanno nostalgia del passato, i giovani si rassegnano alla mancanza di prospettive, ed è comune la convinzione di essere capitati a vivere nella stagione peggiore della nostra Storia. Per definire questo malessere e capire quale sia la strada per uscirne, Calabresi ha ricomposto i frammenti di un tempo in cui si faceva fatica a vivere ma era sempre accesa una speranza, e di un presente così paralizzato da non riuscire a mettere a fuoco l’esempio di chi non ha mai smesso di credere nel futuro. «Per riprendere coraggio, per trovare ossigeno, mi sono rimesso a viaggiare nella memoria. Chi lo fa si sente immediatamente più forte: se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.» Un grande viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi – scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti e persone comuni – è stato capace di inseguire i propri sogni, affrontando a testa alta le sfide collettive e individuali del mondo di oggi. C’è chi è riuscito a offrire una speranza per i malati incurabili, chi è diventato un prestigioso astronomo e spera ancora di vedere l’uomo su Marte, chi ha trasformato la sua tesi di laurea in un’azienda californiana di successo, e chi ha deciso di cambiare il proprio destino giocando l’unica carta a sua disposizione, lo studio. Per intuire che in mezzo allo sconforto diffuso la strada esiste, perché coltivando le proprie passioni non si rimane delusi e perché la libertà si conquista,

BROSSURA

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Cosa tiene accese le stelle  

Un grande viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi – scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti e persone comuni...

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