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Periodico di cultura, politica, costume, società, cronaca, sport e libero pensiero Reg. Trib. Catania n° 20/07 Sped. in a. p. Anno III - Numero 1 - Gennaio 2009 - copia €2,00

www.lazonafranca.it

Sanità siciliana: è braccio di ferro!

ma la riforma si deve fare! IN PRIMO PIANO

C’è del marcio all’Università di Messina… La Sicilia “il granaio d’Italia” Ma c’è anche chi è meritevole ma costretto a lasciare la propria città perché “il papà non è all’Università”

Costretta ad importare grano dall’estero contaminato da micotossine, aflatossina e ocra tossina

Ciao Memo

Catania saluta per l’ultima volta il bomber “dai piedi buoni”


Anno Tre Numero 1 Sanità in Sicilia: una malata da curare La battaglia dell’Assessore Russo per rivoluzionare il sistema sanitario in Sicilia

Negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso con la nostra redazione avevamo provato a dare delle risposte ai tanti di voi che con grande attenzione leggete “La Zona Franca”. Avevamo parlato di sanità in Sicilia e di quali fossero le iniziative portate avanti dal nuovo Governo regionale per risolvere un gap pauroso, avevamo parlato dei programmi da adottare per tentare, quanto meno, di migliorare un sistema sanitario che, paragonato ad altre realtà d’Italia, è da terzo mondo ( alcuni diranno che in quasi tutto il Meridione è da terzo mondo: Infrastrutture, lavoro, viabilità etc, come dargli torto?). Ebbene nel corso di una conferenza programmatica che si è svolta a Ragusa, ho voluto approfondire e toccare con mano la veridicità sulla capacità ed il pragmatismo del personaggio che il presidente Lombardo ha messo alla conduzione dell’Assessorato che io ho battezzato “salva vita”, e non è ironia, è proprio il ramo che serve, tra l’altro, ad evitare di morire, anche per un banale incidente, perché mancano le cure giuste e, soprattutto, immediate con l’intervento di persone qualificate. Nella lunga intervista che seguirete nelle pagine interne, ho avuto la conferma che l’Assessore Russo è un personaggio davvero eccezionale, prima rischiava la vita perché magistrato ed ora perché, nella rivoluzione del sistema sanitario, tocca poteri forti, occulti, gestiti in parte dal malaffare. Nell’intervista, come si direbbe a cuore aperto, ci spiega le strategie ed il modus operandi che insieme al suo staff, contro tutto e tutti, sta concretizzando. Nell’auguravi che questo anno possa darvi e darci le giuste soddisfazioni vi sollecito ad una attenta lettura. Giacomo Cagnes


Politica

L’Assessore Russo sol ma la riforma si deve Equità, imparzialità, determinazione per cambiare un sistema che è giunto al capolinea

R

agusa - Come anticipatovi nell’editoriale vi proponiamo un’intervista in esclusiva dell’Assessore regionale alla sanità Massimo Russo. Assessore, partiamo dall’inizio perché Massimo Russo alla sanità? “Questa è una domanda che bisognerebbe rivolgere a Raffaele Lombardo, io posso solo raccontare come è nato questo incontro, in una uggiosa mattinata palermitana dopo qualche contatto preliminare tramite il mio amico Giovanni Pistorio ( ex Assessore regionale alla Sanità) e dopo aver detto “no” ad un’ipotesi di candidatura alla Camera, anzi di nomina alla Camera perché il sistema elettorale di fatto si trasforma in una nomina a secondo

della collocazione nella lista. Mi fu chiesto da Lombardo se ero disponibile a continuare il mio impegno civile assumendomi la responsabilità di un ramo importante dell’Amministrazione regionale quale, appunto, quello della sanità. Ovviamente dovevo cambiare vita, prospettiva, fare un salto nella politica partendo dalla giurisdizione con tutto quello che comportava; nonostante ciò capii immediatamente che era un’occasione per continuare a lavorare al servizio dei siciliani, di questa terra, dove la legalità non può essere quella dei convegni, ma deve essere praticata mettendoci la faccia, sporcandosi le mani lasciando indenne il cuore e, aggiungerei, anche il portafoglio. Quindi una grande scom-

un un momento momento del del convegno convegno sul sul “Piano “Piano di di rientro rientro della della Sanità” Sanità”



messa, una sfida quasi impossibile, ma in questo siamo stati sostenuti da San Francesco che dice “che bisogna fare ciò che è necessario, poi il possibile, ed infine forse avremo fatto anche l’impossibile”, con questo spirito, anche di grande umiltà, perchè bisognava misurarsi con una realtà estremamente difficile quale è la sanità che, come hanno dimostrato le indagini giudiziarie, è stato anche il campo di interessi illeciti, ho accettato. Ho chiesto a Lombardo cosa volesse da me e lui mi ha risposto che voleva equità, imparzialità, determinazione per cambiare un sistema che è giunto al capolinea. Sulla base di questi presupposti ho detto di sì ed è così che è iniziata questa avventura”.


lo contro tutti… fare! È stato così lungimirante il Presidente Raffaele Lombardo? Considerando che grazie a Lei è riuscito a mettere a soqquadro tutto l’impianto su cui era costruito il vecchio ed obsoleto sistema sanitario regionale, ci voleva uno con le spalle larghe ?

il il presidente presidente Raffaele Raffaele Lombardo Lombardo

“Questo è un giudizio che affido ad altri. Per quello che mi riguarda forse Lombardo ha compreso che un sistema che fa parte di un certo meccanismo di potere può essere gestito soltanto da chi non ha degli interessi legittimi, anche di carattere elettorale, quindi un terzo, un estraneo rigoroso, che ci crede, che si impegni, che come profilo dava queste garanzie. Ritengo che forse bisognerebbe interrogare il presidente Lombardo per capire perché ha fatto questa scelta; io sono convinto che ha fatto una scelta politicamente molto importante e che continua ad essere sostenuta da una manifestazione di volontà politica da parte dello stesso Lombardo che continua a sostenermi ed a incoraggiarmi, la cosa importante, è che continua a darmi del Lei quasi a voler rassegnare sia in privato che in pubblico, questo mio profilo di parte terza; non mi chiede nient’altro se non di fare il mio dovere ed applicare le regole”. Assessore durante questa conferenza che si è appena conclusa e che è stata notevolmente partecipata, ha citato, sollecitato dall’onorevole Innocenzo Leontini (PDL), che ci sono tanti Direttori Generali che non sono all’altezza nemmeno di gestire un condominio… “Ovviamente questa è un iperbole rispetto ad una situazione che emerge confrontando i dati economici. Diversi

l’assessore l’assessore Massimo Massimo Russo Russo

Direttori Generali da tempo hanno i conti in rosso, però va anche detto che ci sono dei problemi strutturali sistemici e che nemmeno il miglior amministratore per certi aspetti potrebbe non sforare con i conti. C’è gente che deve lasciare il posto che occupa e ritirarsi di buon ordine perché ha dimostrato di non raggiungere gli obbiettivi e non soltanto di tipo economico, però bisogna altresì considerare che il sistema assorba le risorse ed è difficile mettere in mano di un soggetto, sebbene capace, il compito di raggiungere l’equilibrio di bilancio. A mio avviso in questo contesto bisogna considerare il fatto che qualsiasi modello deve andare avanti con le gambe, le intelligenze e le passioni di uomini capaci”. Ci fa un esempio pratico di ottimizzazione, perchè tanti cittadini si chiedono cosa stia effettivamente succedendo: taglio di posti letto negli ospedali, taglio dei rimborsi spesa, medici che possono sparire con strutture gia esistenti. Faccia un esempio facile, facile, da chiarire le idee a coloro che leggono, perché, purtroppo, sono state dette troppe cose e tante an-

che fuorvianti. “Un esempio facile, è il sogno che coltivo come cittadino: sto male mi rivolgo ad un unico desk ,ad un unico punto di accesso che mi accoglie e mi porta nell’articolazione del sistema, valuta il mio stato di salute mi fa fare ciò di cui effettivamente ho bisogno all’interno di un percorso assolutamente organico, razionale che non leda la mia dignità, che mi dia prestazioni di qualità, efficienti, rapide , che mi dia risposte giuste per il tipo di bisogno. Le ambulanze devono già sapere dove portare il paziente e a bordo deve esserci un infermiere professionale in grado di prestare i primi soccorsi; I pronto soccorso non devono essere intasati da codici bianchi e codici verdi, vale a dire da persone affette da patologie o sintomatologie che devono essere curate dai medici di base. Questo sistema, inoltre, spinge i medici di base a tornare e fare quello che facevano i vecchi medici di famiglia e cioè seguire il proprio assistito in tutti i suoi bisogni e non limitarsi a lavorare soltanto due ore, tre volte alla settimana facendo soltanto i burocrati delle ricette ma fare i medi-




Politica

L’Assessore Russo solo contro tutti… ma la riforma si deve fare! ci come sono capaci di fare, dandogli anche degli incentivi, magari facendoli affiancare da specialisti, creando sul territorio quei poli ambulatori ai quali il cittadino fiducioso si può rivolgere e dai quali deve ricevere delle risposte, da quelle burocratiche a quelle sanitarie. Questa è civiltà!”. Lei parlava di uno staff, un gruppo di persone qualificate che stanno studiando insieme a lei tutte le tematiche inerenti alla sanità, per tranquillizzare anche coloro che leggeranno questa lunga intervista, vuole specificare di che cosa si tratta? Questo progetto di riforma, può anche non piacere, può avere tanti difetti ma ha certamente il pregio di essere un disegno organico razionale che prende le mosse dall’analisi dei fabbisogni. È, sicuramente, una riforma complessiva e anche difficile da spiegare in poche battute, però è possibile dare il senso di ciò che si sta facendo: al centro del sistema c’è il cittadino, anzi c’è la persona umana che deve essere presa in cura, non soltanto curata, e che deve essere accompagnata all’interno di un’organizzazione finalizzata a dare una risposta al suo fabbisogno di salute. Abbiamo fatto questa riforma partendo dal fabbisogno e non dalle strutture. Da questi principi derivano tutte quelle conseguenze per avvicinare i servizi sul territorio, riorganizzare il sistema in modo tale che i cittadini non vadano più fuori dalla propria regione, che non si spostino dalle proprie province per andare a trovare la media assistenza. Ci deve essere uniformità di trattamento su tutto il piano regionale, bisogna cominciare dalla prevenzione e prima ancora dalla formazione che porta alla ricerca, che porta all’innovazione . Per fare ciò bisogna smontare il sistema e rimetterlo in moto”. Considerando il progetto notevolmente ambizioso che Lei ci ha presentato, in quanto tempo pensa di riuscire a portarlo a compimento? Il tempo è quello naturale della legislatura e dunque cinque anni. Anche se qualcuno chiede le mie dimissioni dobbiamo essere coerenti e portare avanti un disegno in maniera organica con la necessaria gradualità. Credo che in questi primi sei mesi abbiamo raggiunto dei successi e se procediamo di questo passo possiamo, nell’arco di due anni, cominciare a cogliere



i segni di un cambiamento che tutti aspettano”. Lei ha puntato molto su esperienze importanti a livello nazionale, è andato a toccare con mano l’operato delle aziende più efficienti della Lombardia e in altre regioni del nord per far si che si possano accumulare esperienze per cercare di adottarle sul territorio siciliano. È ovvio che partendo dall’analisi del sistema sanitario ragionale ci si confronta con quello delle altre regioni all’interno del sistema sanitario nazionale. Il metodo ti porta a dover interloquire con chi questa esperienza l’ha gia fatta e da almeno 20 anni ha riformato la rete ospedaliera, ha ricambiato il sistema, si pensi soltanto al veneto che in questi anni è diventato una regione tra le più virtuose. Questa è stata l’occasione, l’analisi per chiedere al Ministero di avvalersi di coloro avevano determinato questo cambiamento positivo, ecco perchè nel mio staff ci sono tecnici che non sono solo

dei bravissimi professionisti ma sono uomini e donne che si sono misurati con un cambiamento positivo. Un’ultima cosa che mi ha colpito e che lei ha esternato in conferenza: “Io non sono un politico, sono un magistrato e paradossalmente mi trovo a dovere dare giustificazioni più a chi mi dovrebbe appoggiare e quindi all’interno del Governo anziché a chi, invece, mi dovrebbe fare opposizione.” “Lo ho già anche detto c’è qualcosa di anomalo in una forza di Governo che produce un disegno molto tecnico, perché bisogna essere chiari, la politica è importante, è quella che sceglie che determina gli indirizzi ed una volta scelti poi bisogna dare i contenuti tecnici con i quali si danno le risposte ai cittadini. È alquanto anomalo che un disegno di legge non integrativo ma alternativo, per alcune parti, sia stato presentato. Io non sono un politico, ma certo questa non è una buona politica”. Giacomo Cagnes


Renato Costa, responsabile Cgil Medici- Sicilia: “Insieme per cambiare e per restituire ai cittadini una sanità più equa e facilmente fruibile”

Nel corso del convegno sul “Piano di rientro della Sanità” che si è svolto a Ragusa i primi di gennaio e a cui ha preso parte l’assessore alla Sanità Massimo Russo abbiamo ascoltato il responsabile della Cgil Medici Sicilia, Renato Costa. Dottore c’è bisogno di una vera e propria rivoluzione per rimettere le cose a posto in una sanità che forse non ha mai funzionato in Sicilia? “No, credo che ci sia bisogno della buona volontà di tutti, capendo che l’argomento è troppo serio per essere affrontato con schemi precostituiti. Da Ragusa nasce una speranza, la volontà che tutti assieme, sindacati, forze politiche, operatori, associazioni professionali, possiamo avere di cambiare per restituire ai cittadini una sanità equa e normalmente fruibile da tutti”. Voi come Cgil siete stati spesso molto critici con il Governo, ma non con l’assessore Russo che al momento sembra un uomo solo contro tutti, come giudica il suo operato? “Io non credo che sia un uomo contro tutti, dico che sull’assessore Russo c’è stata probabilmente una specie di … come dire, la politica ha avuto un problema nell’immediato, vale a dire quello di non riconoscerlo come un corpo estraneo, perché proveniente da un ambiente diverso, non politico. Per quanto ci riguarda abbiamo subito condiviso il suo operato perché è facile condividere le cose che dice Russo, rivendico il fatto che la CGIL le diceva da qualche anno e lo abbiamo anche scritto. Qualsiasi persona che la pensi allo stesso modo di come la pensiamo noi, al di là delle prime geniture, è da noi appoggiato”. Vi convincono quindi le sue scelte? “Assolutamente sì! Soprattutto credo che servano a convincere il popolo siciliano che queste scelte siano necessarie per restituirgli la sua dignità”. Come giudica la scelta del presidente Lombardo di avere assegnato ad un magistrato, uno degli assessorati in Sicilia più difficili da gestire ? La cosa mi fa sorridere. Ricordo che feci un intervento all’interno della trasmissione televisiva “Primo piano” con il presidente Lombardo, il giornalista di “Primo piano” mi fece la stessa domanda, mi chiese come giudica la scelta di un Pubblico Ministero alla guida della sanità in Sicilia. Io allora risposi che per chi ha organizzato per la Cgil medici tre convegni che si chiamavano mafia e sanità e per chi ha sostenuto negli anni che il problema della sanità erano le infiltrazioni mafiose (cosa per altro documentata dai processi e dalle risultanze che dai processi si sono avute) non potevamo che dire che quasi lo avevamo richiesto noi”. Lei che parla ad una parte politica importante in Sicilia cosa si sente di dire ai cittadini, esasperati scettici ed increduli per la situazione di emergenza in cui sono costretti a vivere? “Io mi sento di dire che i cittadini non devono preoccuparsi di chi gli da e che cosa, ma che cosa gli viene offerto

dal servizio sanitario; Non devono porsi il problema delle risposte dietro l’angolo ma devono avere la migliore risposta possibile. Vi racconto un episodio significativo che mi è successo. In un piccolo paesino delle Madonne mi chiesero di difendere un presidio di ortopedia dove c’era un bravo ortopedico specialista nelle protesi per il femore, cosa per altro vera, però poi parlando con i cittadini gli domandai se valeva la pena tenere aperto un reparto ortopedico dove mancava la rianimazione, cosa fondamentale nel caso in cui un intervento diventi particolarmente complesso. La risposta mi pare del tutto evidente”.

Riccardo Minardo, Presidente della Commissione Affari Istituzionali dell’Ars: “il piano di rientro è necessario ed insieme a questo anche il riordino del sistema sanitario”

Nel corso del convegno di Ragusa, tra gli esponenti politici presenti al dibattito era presente anche l’onorevole Riccardo Minardo (Mpa), Presidente della Commissione Affari istituzionali della Regione siciliana. Presidente Minardo, l’Assessore Russo nel suo tentativo quasi disperato di rivoluzionare un sistema sanitario che negli ultimi decenni ha creato moltissimi danni ed adeguarlo ai parametri nazionali sembra quasi un uomo solo contro tutti. Lei cosa ne pensa? “Credo che il Presidente Lombardo ha saputo scegliere l’uomo giusto, nel momento giusto e lo ha messo nel posto giusto, anche perché oggi la sanità è un settore malato che, quindi, deve essere curato. Chi meglio dell’Assessore Russo poteva dare quella svolta necessaria di cambiamento, di programmazione, di controllo della sanità a livello regionale. A mio avviso è importante partire con il contenimento della spesa sanitaria perché, come ho detto durante il mio intervento, il piano di rientro parte da 16 anni fa con il decreto legislativo 502 del ‘92, che stabilisce che i livelli essenziali di assistenza non devono superare la spesa programmatica. Nel 2001, addirittura, sono stati stipulati degli accordi tra il Governo e la Ragione che non sono stati rispettati e proprio in quegli accordi si stabiliva che i livelli di assistenza dovevano coincidere con la spesa programmatica. In Sicilia, invece, anche dopo questi accordi si sono continuate a stipulare convenzioni con le strutture private così da far crescere la spesa sanitaria fino a creare il buco finanziario”. Per gli osservatori della politica, tecnici, giornalisti e cittadini comuni, sembra che passi un segnale negativo quasi allarmante e cioè, l’ostracismo da parte degli alleati di Governo più che da parte dell’opposizione, come mai ? “Perché c’è sicuramente una parte della maggioranza, fortunatamente che non è la maggioranza della maggioranza, che non vuole questa svolta perché cerca di difendere certe posizioni, prese sia a livello regionale che provinciale, oramai indifendibili. Il piano di rientro è necessario ed insieme a questo anche il riordino del sistema sanitario”. G. C.




Inchiesta

C’è del marcio all’ Uni ma non bisogna fare di tu

Studenti meritevoli costretti a lasciare la propria città perché “il papà non è all’Università” e professori che giornalmente svolgono il proprio dovere, ma questa è un’altra storia… che non fa notizia M

essina - Nulla da obiettare alle plausibili inchieste riguardanti l’Università degli Studi di Messina. Come del resto nessun rimbrotto ai giornalisti che ne hanno dato prontamente notizia. C’è del marcio a Messina. E conta poco se lo si condivida con altre realtà. Se colpevoli vi sono è giusto che paghino, in termini professionali e a detrimento di un’ineccepibile foggia esibita per troppo tempo. Che finalmente si denuncino i meccanismi clientelari della dimora culturale peloritana. Che si urli a gran voce come talora si accede alle facoltà a numero chiuso, ai dottorati di ricerca e come in un secondo tempo si scalino le vette universitarie. Sottoposti a inchiesta, certi “nomi” beneficeranno senz’altro della difesa di avvocati altrettanto quotati, membri i primi come i secondi di storiche associazioni filantropiche cittadine, lì a bere britannicamente un the nei salotti della “Messina bene”. Ma si tenti quanto meno di stanarli. Università, cultura, stampa, politica, legge, sanità condividono da sempre spazi preclusi ai più. Che se ne sbandierino ai quattro venti gli eventuali accordi fraudolenti accertati. Risulteranno finanche più ammissibili le fughe dei



“cervelli” cui sono state sbattute in faccia le porte e che attualmente regalano sé stessi a un settentrione almeno sulla carta più tendente alla meritocrazia. Su facebook il gruppo aperto “Cervelli in fuga da Messina, quelli che il papà non è all’Università”, fondato e amministrato dalla giornalista Manuela Modica, raccoglie eruzioni cutanee tutte messinesi. È un sentimento di amore-odio quello che lega i cittadini peloritani alla propria terra: “A chiunque mi chieda se tornerei in Sicilia rispondo sempre “di gran corsa”, ma poi aggiungo “se avessi qualche buona opportunità” e ho la triste consapevolezza che di opportunità ve ne siano poche, e che fuori non si stia poi mica male”,, ammette Gabriella. “Mi è bastato aver ascoltato le parole di Barbareschi da Santoro: che vergogna! E io non ne faccio una questione politica o di ideologia ma solo di mentalità nordista....di cui ne ho piene le tasche, vivendo a Milano. Allora la mia speranza di tornare a casa non muore”. “Quando guardo il mare mi sembra di non essere mai partito. – dice Mauro - Tutto quello che dico o faccio sa di Messina. È questa la cosa diabolica: da fuori le attri-


iversità di Messina… utta l’erba un fascio! buisci mille valori, da dentro cominci a pensare che non avresti mai provato tanto amore per una città se non fosse stata cosi sbagliata”. Appena alcune voci che si stagliano dal popolare social network. Giovani cui non è stato regalato alcun titolo, che semmai hanno affrontato anni di studio matto e disperatissimo per ottenere una laurea, sostenendo esami seri innanzi a docenti seri e competenti, alternando in non pochi casi lavoro e lezioni, dimenandosi tra fotocopie e sognando un giorno di poter acquistare i manuali “veri” in libreria. Costoro meritano che sia fatta chiarezza, insieme ai docenti che li hanno egregiamente istruiti. Un sistema che ha inconfutabili falle ma cui al contempo non possono essere negati altrettanto provati meriti formativi. Massimo Giletti non aveva pertanto il diritto di buttare gratuitamente fango su una città che, tra mille difficoltà, lotta ogni giorno per ritagliarsi un angolo di mondo. Anche culturalmente. Che fossero stati invitati gli studenti universitari in trasmissione e che nessuno si fosse reso disponibile in prima battuta non lo autorizzava certo a servirsi di un potente mezzo di comunicazione come il piccolo schermo a scopi puramente diffamatori. Taccia il giornalista vero senza un effettivo contraddittorio. Taccia semplicemente chi non sa. Il drappello di studenti arruolato dal Rettore non ha di fatto reso esplicita l’urgenza di condanne ai primi attori della “parentopoli” messinese. Tutto sapeva di marcio, anche in quella occasione. Lucrezia Lorenzini, docente di Filologia romanza nella facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Messina, crede si tenti di spostare l’asse dell’attenzione sull’ateneo in generale, distogliendola da gravi irregolarità su cui la magistratura sta da tempo indagando. “Noi non abbiamo bisogno di essere difesi. Noi proseguiamo a svolgere le nostre lezioni”. E aggiungerei, nel suo caso, con professionalità, impegno, dedizione. Le sua aule sono sempre gremite di studenti, le sue lezioni prodotto pregevole di sconfinata cultura e attitudine oratoria non comune. “Bisogna pertanto condannare i colpevoli e lasciarsi alle spalle questa gestione per certi versi familiare. Si era da poco insediato il Rettore Francesco Tomasello, denunciava presunti disavanzi dell’amministrazione precedente, e già bandiva concorsi. Una incongruenza”. Intercettazioni telefoniche e vari altri riscontri hanno palesato un sistema di privilegi, favoritismi e gravi connivenze ovvi semplicemente dando una scorsa ai cognomi di dottorandi, ricercatori, vincitori di concorso in generale. Nessuno aveva mai creduto le selezioni si svolgessero nella legittimità. I cervelli intanto fuggivano. E i vermi prosperavano. Un’assemblea shakespeariana di vermi politici che ingrassava. La professoressa Lorenzini punta, infine, il dito contro una università che nella nuova formula, modulare e creditizia, ha perso senz’altro qualcosa. Dalle sue parole capisco si sia conclusa un’epoca. “Spero il nuovo Ministro sappia apportare adeguate riforme al sistema universitario”. Io su questo confido meno. Più di tutto oggi mi preme che i vermi smettano di strisciarci attorno. Giusi Arimatea




Cronaca

Il 2008 un anno importan per la lotta all’evasione fi La Guardia di Finanza ha intensificato le verifiche eseguite aumentando anche la qualità dei controlli

C

atania - Si è concluso un anno ed è iniziato un altro e un po’ per tutti è tempo di bilanci. Anche le istituzioni hanno tirato le somme dell’operato di quest’anno che è volto al termine. Positivo il bilancio del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Catania presentato nel corso del tradizionale consuntivo di fine anno presentato alla stampa dal comandante provinciale interinale, colonnello Giuseppe Arbore, insieme al capitano Sergio Cerra e al maggiore Rosario Arena. “Durante questo oramai trascorso 2008 – dice il colonnello Arbore - il Corpo, nella provincia di Catania, ha intrapreso, continuato e realizzato numerosissime azioni di servizio in tutti i principali settori operativi, confermando e consolidando il peculiare ruolo di polizia economico-finanziaria preposta alle più diversificate esigenze della società moderna”. Il 2008 ha rappresentato un anno importante per la lotta all’evasione fiscale. A dimostrazione di ciò la Guardia di Finanza ha intensificato le verifiche eseguite aumentando anche la qualità dei controlli. L’azione dei finanzieri non è stata causale o “a pioggia” ma è andata “a colpo sicuro”. Nel complesso le Fiamme Gialle catanesi nell’eseguire 1.198 tra verifiche sostanziali e controlli nei confronti di imprese e professionisti hanno rilevato evasioni alle imposte sui redditi per oltre 194 milioni di euro, all’I.V.A. per oltre

Sono 51 le persone segnalate all’Autorità Giudiziaria per reati associativi e la proposta di 74 sequestri di disponibilità finanziarie, di immobili ed aziende per un totale di quasi 90 milioni di euro (tra i quali 39 immobili per un valore di circa 9 milioni di euro, 21 aziende per un valore di circa 50 milioni di euro, 5 terreni per un valore stimato di 6 milioni di euro e 72 autoveicoli) 10

39 milioni di euro e circa 1,5 milioni di euro di ritenute di acconto non operate. Sono state avanzate proposte cautelari fino alla concorrenza tributi dovuti al competente ufficio fiscale. L’ultima frontiera nella lotta alle illegalità finanziarie è rappresentata da una serie di specifici piani di intervento sul territorio progettati dal Corpo, nei confronti di determinate categorie di contribuenti individuati in base a precise analisi di rischio, cioè sfruttando gli incroci dati derivanti dall’attività di intelligence e da indagini finanziarie o dalle rilevazioni ai terminali dell’anagrafe tributaria, cioè i cosiddetti “lavori a progetto”. Le indagini fiscali, sempre espletate grazie all’adozione di moduli ispettivi flessibili che hanno dato la possibilità d’intervenire con rapidità d’esecuzione ed efficacia attraverso l’estensione del controllo all’intera posizione amministrativo-fiscale dei soggetti interessati, hanno permesso la scoperta di 159 evasori totali ovvero operatori economici completamente sconosciuti al fisco e 165 lavoratori irregolari. Sono stati 15 gli accertamenti bancari condotti nei confronti di altrettanti evasori fra totali e paratotali. Come sempre è stata capillare anche l’attività eseguita nel settore dei controlli strumentali, inerenti cioè alla regolare emissione di ricevute e scontrini fiscali. A fronte di oltre 6.400 interventi sono state constatate 2.033 violazioni con una percentuale di incidenza pari al 32%. Sono state avanzate all’Agenzia delle Entrate 45 proposte di chiusura dell’esercizio e si è dato corso a 13 decreti di chiusura. Nei confronti della criminalità organizzata, la pressante esigenza di ricostruire la natura, l’entità e la provenienza dei beni riconducibili a soggetti collegati alle organizzazioni criminali, pone in prima linea l’opera del G.I.C.O. (Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata) della Guardia di Finanza che ha operato specifici accertamenti nei confronti di 4 soggetti. Sono 51 le persone segnalate all’Autorità Giudiziaria per reati associativi e la proposta di 74 sequestri di disponibilità finanziarie, di immobili ed aziende per un totale di quasi 90 milioni di euro (tra i quali 39 immobili per un valore di circa 9 milioni di euro, 21 aziende per un valore di circa 50 milioni di euro, 5 terreni per un valore stimato di 6 milioni di euro e 72 autoveicoli). Per quanto concerne il fenomeno dell’usura, va necessariamente considerato che gli operatori economici siciliani hanno difficoltà ad accedere al credito bancario, per tale motivo, nei momenti di necessità trovano unico sbocco di approvvigionamento nel credito usuraio. Questo tipo d’intervento consente alle organizzazioni mafiose di acquisire aziende commerciali legalmente costituite ove reimpiegare capitali di provenienza illecita. In tale settore sono state avviate complesse indagini su tutta la provincia etnea, tuttora in corso, che hanno già consentito di denunciare 26 soggetti, di cui uno in stato di arresto, e sequestrare


nte per la GdF di Catania fiscale

il il capitano capitano Sergio Sergio Cerra, Cerra, il il maggiore maggiore Rosario Rosario Arena, Arena, il il tenente tenente colonnello colonnello Giuseppe Giuseppe Arbore, Arbore, il il capitano capitano Ignazio Ignazio Aurnia Aurnia

titoli di credito per un valore complessivo di circa euro 1.600.000. In materia di antiriciclaggio sono state 19 le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette con la denuncia a piede libero di 20 persone. Inoltre sono state denunciate per riciclaggio 13 persone, di cui 10 in stato di arresto, con il sequestro di depositi bancari per oltre 500 mila di euro. La vastità degli interessi delinquenziali in gioco, i radicati collegamenti con la criminalità organizzata e la dimensione internazionale del fenomeno, continuano a rendere il traffico illegale di sostanze stupefacenti una delle realtà criminali che impegnano più il Corpo. Le attività investigative eseguite dai militari del Comando Provinciale di Catania, hanno consentito il sequestro di oltre 42 Kg. di sostanze stupefacenti, fra i quali 2,5 kg di eroina e 38 Kg tra marijuana e hashish che avrebbero rifornito il mercato di Catania e dell’hinterland. Sono stati denunciati 106 tra trafficanti e spacciatori, di cui 70 in stato di arresto nonché segnalati al Prefetto altri 229 detentori. Degne di nota sono: l’”Operazione Little Brown” che ha portato alla scoperta un’organizzazione criminale dedita all’attività estorsiva con reimpiego in imprese commerciali messa in atto dal clan mafioso “Brunetto” collegato alla famiglia mafiosa “Santapaola”; l’articolata indagine patrimo-

niale, nei confronti del clan mafioso “MAZZEI” conclusasi con il sequestro di 6 imprese per un valore complessivo di oltre 30 milioni di euro e la denunzia di 9 responsabili; l’aver rilevato che la ASL 3 ha continuato ad erogare, ai medici di base, il compenso per l’assistenza sanitaria a pazienti deceduti, in alcuni casi da oltre 35 anni; il sequestro, nel corso di più operazioni, di oltre 6 tonnellate di prodotti alimentari non genuini, di un locale adibito a ristorazione e la conseguente denuncia di 6 responsabili; il sequestro di 1 capannone di 7.000 mq. con all’interno, oltre 15 mila capi di abbigliamento contraffatti, 8 mila apparecchi dispositivi elettrici non conformi CEE, 1.454 accessori per abbigliamento. Incessante anche l’opera volta alla tutela del patrimonio ambientale siciliano. L’attività riveste rilevante importanza perché il danno causato ha riflessi negativi non solo economici in una realtà, come la nostra, a forte vocazione turistica, ma anche sulle condizioni di vita della gente e sulla conservazione del patrimonio culturale e naturalistico. Nello specifico, sono state individuate e sequestrate 9 discariche abusive per oltre 53 mila mq, la scoperta di 427 mila Kg di rifiuti industriali nonché il deferimento all’A.G. di. 36 responsabili. Monica Colaianni

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Siciliani nel Mondo

Filippo Privitera, in gir imprigionare le belle sue fotografie Il fotografo pur lontano dalla Sicilia continua a coltivare quel rapporto fisico con la sua terra che sente far parte del suo Dna B

azaruto (Monzambico) - È nato a Catania nel mese di maggio di quarantatre anni fa e fino all’età di vent’anni ha vissuto ad Acicastello facendo un percorso di vita “normale”. A diciotto anni prende la licenza liceale e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Catania. A venti anni lascia l’università e la Sicilia. Oggi vive in Mozambico, nell’isola di Bazaruto che è la più grande dell’omonimo arcipelago. Con mille difficoltà – che potrete facilmente immaginare - sono riuscita a mettermi in contatto con Filippo perché ci racconti cosa ha fatto dal quel 15 maggio di ventitre anni fa ad oggi, cosa lo ha portato in Africa e se ha intenzione di tornare. Cosa ti ha portato via dalla Sicilia e dalla tua famiglia? “Non saprei dire esattamente. Forse sono state più cose insieme. Non

“Negli anni ho continuato a coltivare quel rapporto fisico con gli elementi che la Sicilia ti dà e che credo sia in qualche modo scritto nel mio DNA” 14

c’entra l’amore per la mia terra che è sempre vivo e che si è nutrito in questi venti anni forse anche per via della lontananza. Ma allora mi sentivo un po’ oppresso e costretto nelle scelte. La mia famiglia - madre insegnante, padre in banca - voleva che io diventassi un professionista, di conseguenza si trattava di continuare a studiare o in medicina o in giurisprudenza. E invece io non volevo fare il medico e neanche l’avvocato”. E qual’era la tua aspirazione? “Fare il fotografo. Ho amato la fotografia sin da piccolo. Da quando, per un compleanno – dieci o undici anni – mio nonno mi regalò una macchinetta fotografica. Ho dei ricordi estremamente nitidi delle ore trascorse a fotografare qualunque cosa, i miei amici, i gatti, il mare, il tramonto, le barche e i pescatori…. Si trattava non di una passione passeggera ma di qualcosa di più. Crescendo tutti i soldi che riuscivo a mettere da parte li destinavo a materiale fotografico e a libri sulla fotografia”. Quindi hai studiato fotografia da autodidatta. “Nei primi tempi sì. Poi negli anni successivi ho frequentato dei corsi ma soprattutto ho avuto grandi maestri. E comunque la mia Terra mi ha aiutato a coltivare questa passione”. In che senso? “Nel senso della bellezza potremmo dire di una certa “abitudine” alla bellezza. Voglio dire che la Sicilia, dal mare alla montagna, dai monumenti antichi alle chiese barocche ha una tale ampiezza di soggetti meravigliosi che chiunque si trova facilitato. Se fossi nato a Busto Arstizio magari sarebbe stato un po’ diverso”. Non ne abbiano a male gli abitanti di Busto Arstizio…. e quindi

“Per me l’Italia è la Sicilia. Sì. Ci ritornerò, in una casetta di fronte ai Faraglioni di Acitrezza. È lì che immagino la mia vita fra qualche anno” non potevi coltivare la tua passione in Sicilia? “Non era facile, almeno non allora perché – forse è questo il limite che ancora oggi rimprovero alla mia Terra – una specie di estrema concretezza fa sì che i siciliani vedano nelle professioni “diverse”, mi riferisco alla fotografia, come al design, alla moda, all’arte una specie di inconsistenza che le rende poco adatte a fornire quella sicurezza economica di cui una famiglia ha bisogno. Sono professioni, o mestieri se preferisci, che non hanno mai trovato grande spazio nella nostra cultura e nella nostra società. E poi la fotografia ha altri luoghi e altri maestri…” Dove sei stato dopo aver lasciato la Sicilia? “Per tre anni mi sono fermato a Milano. In quegli anni ho frequentato alcuni studi fotografici e in particolare Industria Superstudio, centro polifun-


iro per il mondo per ezze naturali nelle

zionale realizzato da Fabrizio Ferri. A quel tempo ho rivolto il mio interesse al mondo della moda. Anche se il mio sogno erano gli spazi, la natura… Trascorsi quei primi anni decisi, insieme a un amico, di iscrivermi al New York Institute of Photografy. L’esperienza a New York è stata semplicemente folgorante. Mi ha dato una carica di energia incredibile, mi ha messo in contatto con i professionisti più ricercati, ho collaborato con alcune riviste internazionali”. Come ti sei avvicinato alla natura? “In realtà non me ne sono mai allontanato. Negli anni ho continuato

a coltivare quel rapporto fisico con gli elementi che la Sicilia ti dà e che credo sia in qualche modo scritto nel mio DNA. Ho fatto dei viaggi che mi hanno portato a rinsaldare ancora più forti questi legami: Amazzonia, Nepal, Brasile, Venezuela, Tanzania e in ogni posto le passioni della mia vita, natura e fotografia, si sono legate fino a diventare un’unica cosa. Da otto anni ho abbandonato il mondo caotico della moda e della città e vivo in Africa”. A Bazaruto? “A Bazaruto mi trovo da due mesi per portare a termine un progetto”. Ci puoi dire di cosa si tratta? “Una raccolta fotografica che spe-

ro possa diventare presto un libro e una mostra … ma non voglio dire di più”. Torni spesso in Sicilia? “Tutti gli anni. Ho i miei genitori e i miei fratelli e soprattutto tre fantastici nipotini. E poi potrò anche girare ogni angolo del mondo ma la cucina di mia mamma, diciamo quella siciliana in genere … non potrei trovarne una migliore da nessuna parte”. Tornerai a vivere in Italia? “Per me l’Italia è la Sicilia. Sì. Ci ritornerò, in una casetta di fronte ai Faraglioni di Acitrezza. È lì che immagino la mia vita fra qualche anno”. Claudia Belluardo

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Aria del Continente

In Italia ancora morti sul l Vivere e morire all’ILVA: il più grande colosso siderurgico europeo si trasforma sempre più in un lager tra diossina e morti bianche

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aranto - All’ILVA si muore ancora e la tragedia, questa volta, porta il nome di Paurovic Zigmontian un operaio di 54 anni giunto al suo ultimo giorno di lavoro. La sciagura si è consumata nell’altoforno numero 4, fermo dal mese di luglio, in cui Paurovic era intento a smontarne alcune parti per lavori di verifica quando una gru, muovendosi accidentalmente, lo ha colpito rovesciandolo rovinosamente da un’altezza di 14 metri, vani i soccorsi tanto dei dipendenti presenti quanto del 118, il personale medico difatti non ha potuto far altro che dichiarare la morte dell’operaio. La procura di Taranto ha disposto, nell’immediatezza, il sequestro dell’impianto per omicidio colposo mentre in modo parallelo si sono avviate le indagini da parte dei carabinieri e degli ispettori del lavoro, al fine di valutare eventuali responsabilità attribuibili ad imperizia o ad inosservanza di norme antinfortunistiche. L’ILVA torna nuovamente nella bufera, e le cifre ci fanno intendere che il colosso industriale non vanta un primato dell’antinfortunistica, allo stato attuale quella di Paurovic Zigmontian è la terza morte dell’anno e la quarantacinquesima dal 90. Nei primi giorni di dicembre sono state rinviate a giudizio 24 persone coinvolte nell’incidente, sempre all’ILVA, che cagionò la morte di Gianluigi Di Leo nel 2005, il processo è stato fissato per il 4 marzo 2009 e sul banco degli imputati si troveranno dipendenti dell’ILVA e della ditta “Nigro” che operava in appalto; i reati contestati agli imputati spaziano dall’omicidio colposo all’omissione di cautela e controllo in materia antinfortunistica. La storia si ripete drammaticamente e, per quanto differenti possano essere tanto le dinamiche degli accadimenti quanto le persone coinvolte, l’incidente accorso a Paurovic Zigmontian presenta un indicatore comune a quello in cui perse la vita Gianluigi Di Leo: entrambi lavoravano per una ditta in appalto, l’operaio polacco lavorava per la Pirson Montaggi ed il giovane italiano operava per conto della Nigro. L’elevata coincidenza di morti bianche tra il personale delle ditte che operano in appalto è impressionante, sembra quasi che lavorare in appalto faccia perdere la cautela e la perizia della prevenzione. Con la sentenza n. 3011 del 21 gennaio 2008 la Cassazione (IV Sezione Penale) ha ribadito che in presenza di più ditte operanti in un medesimo

La situazione in Italia è drammaticamente all’antitesi dell’idilliaca interpretazione normativa della Cassazionepresentandociunoscenario drammatico con una media di 4,5 morti giornaliere sul lavoro. 16

cantiere tutti gli incaricati per la sicurezza devono cooperare assieme al fine di tutelare la sicurezza dell’ambiente lavorativo e realizzare, nello stesso tempo, una rete informativa per intervenire tempestivamente evitando strazianti disgrazie; in pratica l’interpretazione della normativa, e aggiungerei la logica, tende a responsabilizzare tutto il personale operante nel cantiere tanto quello della ditta appaltante quanto quello della ditta appaltatrice, siffatto modello tende ad aumentare la vigilanza e come risultato immediato non sottrae nessuno alle proprie responsabilità evitando di vanificare la prevenzione degli infortuni. Purtroppo, la situazione in Italia è drammaticamente all’antitesi dell’idilliaca interpretazione normativa della Cassazione presentandoci uno scenario drammatico con una media di 4,5 morti giornaliere sul lavoro. Questa moda diviene ancor più inquietante se si considera che l’Italia è uno dei paesi più industrializzati del mondo e fa vanto di progresso e benessere. La situazione cui giornalmente si assiste ci relega al ruolo di fanalino di coda della Comunità Europea denunciando, altresì, una carenza strutturale di valori civili. La coscienza civile, attraverso movimenti sia di destra che di sinistra, si mobilita in massa avanzando richieste di rinnovamento legislativo che possano finalmente porre rimedio all’incresciosa sequela di morte ed in un clima saturo di malumore e sfiducia si moltiplicano soluzioni e rimedi. Questo frenetico brusio di progetti di riforma non approderà mai a nulla di costruttivo per il semplice motivo che non esiste alcuna panacea per i mali sociali quando questi derivano da malsani costumi che dimorano proprio nei cantieri di lavoro dove si consumano le stragi. Queste parole trovano giusta dimensione quando osservando da vicino le dinamiche degli incidenti ci si rende conto che tutti, e dico tutti, potevano essere evitati anche con banali precauzioni; l’efficacia della normativa non è endogena bensì esogena e direttamente proporzionale a quanto la società reputi la norma idonea allo scopo cui è preposta, in altre parole fin quando l’antinfortunistica sarà considerata un elemento accessorio e marginale le morti continueranno a susseguirsi con qualsivoglia normativa. La coscienza civile non deve quindi mirare alla formulazione di nuove dimensioni giuridiche bensì all’autodisciplina di ogni singola unità lavorativa tendendo a ribadire che nessuna logica di mercato o nessuna banale omissione vale la vita di un essere umano, la coscienza di ogni individuo deve tendere a valorizzare la normativa già esistente senza trovare scappatoie per alienare responsabilità e colpe. Augurandoci un futuro in cui il lavoro sia realmente un vanto della nostra Repubblica, tanto da porlo alla base della Carta Costituzionale, porgiamo un sentito cordoglio alle famiglie delle vittime bianche con la speranza che da quelle tragedie si impari ad essere un popolo civile affinché nessun altro patisca le medesime sofferenze. Rosario Castagliola


lavoro‌ è ora di dire basta!

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Cultura

Comiso onora il suo scrittore: Gesualdo Bufalino Gli ultimi scritti della maturità stilistica

Gli ultimi scritti della maturità stilistica sono stati raccolti nel secondo e ultimo volume delle Opere

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omiso (Rg) - La Sicilia, per secoli, è stata un territorio oppresso, incapace di una ribellione interna, nell’attesa del deus ex machina. Una terra di conquista quindi (e non solo per la sua posizione strategica…), teatro di eterne battaglie e maestra del bieco compromesso, ma abitata da conquistatori che hanno carpito agli abitanti di questa terra la grande variabilità culturale e il sapersi adattare, segno distintivo dell’isolano. E così, nella Terra ove l’Arte raggiunge la più alta espressione, la letteratura e la poesia sono sicuramente il campo preferito per “l’ozioso” siculo e difatti tanti sono i suoi figli che hanno avuto l’onore della penna d’oro. Il 14 giugno del 1996 nella strada che da Vittoria porta a Comiso, in uno sventurato pomeriggio di mezza estate, Gesualdo Bufalino è strappato ai suoi cari e agli appassionati lettori, lasciando inediti e incompleti alcune fatiche letterarie. Molti di questi ultimi scritti della maturità stilistica del grande scrittore comisano e, inoltre, rarissimi reperti giovanili, una scelta di lettere e alcune interviste (come quella, celebre, rilasciata a Leonardo Sciascia per “L’Espresso”, nel 1981), sono stati raccolti nel secondo e ultimo volume delle Opere (Bompiani, 2007), che è stato presentato il 27 settembre 2008 a Comiso, al Teatro Comunale da Francesca Caputo, dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, curatrice dell’opera; Matteo Collura, scrittore e giornalista letterario; Nunzio Zago dell’Università degli Studi di Catania; e da Vittorio Sgarbi amico e frequentatore di Bufalino; presente anche Giuseppe Alfano, sindaco di Comiso. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Gesualdo Bufalino, istituita nel 1999 per valorizzare il patrimonio letterario dello scrittore. La Sicilia parla e si racconta per e con la penna dei suoi figli. Il caso Bufalino esplose nel 1981 quando, grazie al sostenuto incoraggiamento di Elvira Sellerio e di Leonardo Sciascia,

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“concede” alla stampa il suo romanzo nel cassetto, “Diceria dell’untore”, frutto del lavoro di sei lustri che, nello stesso anno, vince il Premio Campiello. Da questo momento, il sessantunenne comisano inizia la “maratona bufaliana”, una vera e propria frenesia letteraria che, in quindici anni di espressività, lo porta a numerosi successi, fra cui il Premio Strega nel 1988 con “Le menzogne della notte”, con ovazione della critica e del pubblico, grazie al suo stile barocco, ricco e antiecheggiante. Nei suoi scritti non traspare quell’idea di una Sicilia folkroristica, non sono romanzi socialmente impegnati (come, ad esempio, quelli dell’amico Sciascia), “E più questo tipo di letteratura, opportuna – dice Matteo Collura, editorialista del Corriere della Sera e amico del nostro comisano, più i lettori si allontanano da Bufalino e più si allontana la memoria da lui. Ma rimane sempre un punto di riferimento della letteratura del secondo novecento”. “Chamat”, che è un inizio di un libro mai completato, si chiude con la frase <<bussano alla porta>> ma chi? “Bufalino – continua Matteo Collura – bussa alla nostra porta che, con una sorta di perverso scetticismo e fingendo di non credere a niente (cosa che lo ha fatto accostare al grande scrittore rumeno naturalizzato francese, Fioran) ci porta ad amare la vita”. E quella strada statale, la 115, non è più il luogo dove tutto finisce, ma è diventato il luogo ove la tragedia del non voler fare e del non voler lottare, delle strade fatiscenti, delle strade killer mai ridisegnate, frutto dell’incompletezza siciliana. In quella strada statale, di uno Stato non troppo presente e sempre lontano, il traduttore, il poeta, lo scrittore, Gesualdo Bufalino lascia la terra dei mal pensanti e delle gioie, la terra dei colori e dell’amore, e diventa lui mito e i suoi scritti leggenda. Grazie Gesualdo! Nunzio Condorelli


Inchiesta

La Sicilia “il granaio d’Italia”, come veniva chiamata un tempo, costretta ad importare grano a volte contaminato da sostanze altamente cancerogene Micotossine, aflatossina e ocratossina presenti nei grani hanno già ucciso e continueranno ad uccidere senza che ce ne accorgiamo

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Inchiesta

La Sicilia “il granaio d’Italia”, come veniva grano a volte contaminato da sostanze alta

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l pane, l’alimento più genuino e semplice, un bene di prima necessità fatto solo da frumento, acqua e lievito naturale, purtroppo non è più così genuino come lo era una volta, così come tanti alimenti che giornalmente mettiamo sulle nostre tavole. Questo perché il grano utilizzato, a volte, contiene sostanze altamente nocive come micotossine, aflatossina e ocra tossina. Anche una Regione come la Sicilia (una volta il granaio d’Italia) produttrice di circa 9 milioni e mezzo di quintali di frumento deve fare i conti con questa triste realtà perché, spesso, per fare il pane ed altri alimenti si utilizza grano proveniente da altri Paesi. “Oggi non si bada più che un prodotto sia di qualità – ci dice Giuseppe Li Rosi, amministratore della Biorg srl, azienda produttrice di pane biologico - ma solo di trarre profitto anche dal cibo senza tenere conto che ne va a discapito la nostra stessa salute”. “Il nostro grano quest’anno è ancora conservato nei silos – continua Li Rosi – perché gli agricoltori che hanno consegnato il grano per conto deposito speravano che arrivasse a sessanta centesimi al chilo quindi non hanno voluto vendere e noi stiamo mangiando grano proveniente da tutte le parti

Giuseppe Giuseppe Li Li Rosi Rosi nel nel campo campo di di grano grano

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del mondo, dal Canada, dalla Francia, dall’Australia, dall’Ucraina. Questo sicuramente è un effetto della globalizzazione ma il problema sta nel fatto che noi acquistiamo anche grano che altri stati destinano ad usi diversi dall’alimentazione umana e tanto meno da quella animale. Prova ne è che nel 2006 un imprenditore del settore agroalimentare ha importato dal Canada circa 58.000 tonnellate di grano contaminato da ocratossina, una sostanza altamente cancerogena”. “La nostra società non bada a quello che mette sulla tavola, l’unica preoccupazione è che quello che compra sia a un prezzo conveniente e senza pensare se sia di qualità o meno. Il problema è l’elevato prezzo della pasta e del pane, ma non bada a spese per altri beni, risparmiando sui beni di prima necessità. Senza tener conto che oramai è dal 1974 che mangiamo alimenti fatti con grano geneticamente modificato e che questa modificazione spesso è causa di allergie ed intolleranze alimentari, compresa la celiachia”. “Anche se la Sicilia non produrrebbe più grano – continua - ci sarebbe sempre del gran sul mercato proveniente da altre parti. Bisognerebbe formare gli imprenditori agricoli, o

chi li rappresenta, ma anche la classe politica per riuscire a fare delle proiezioni a medio termine per dare delle indicazioni inerenti al mercato, così da riuscire a consumare il nostro frumento magari mettendo dei dazi doganali ed aumentare i controlli per non far passare grano cancerogeno. Se continueremo su questa strada le nostre aziende non produrranno più frumento e questo significherà che dipenderemo dalla produzione di grano estero e questo vuol dire che saranno altri a decidere cosa mangeremo. Quando in Italia avremmo distrutto la classe imprenditoriale agricola dovremmo rivolgere necessariamente l’attenzione ad altri mercati così da dipendere da altri Paesi anche per i beni di prima necessità perdendo qualsiasi autonomia e anche la nostra identità”. Cosa dovrebbe fare secondo Lei il Governo regionale? “La Regione potrebbe scegliere la via del dazio sul grano duro ed istituire maggiori controlli sulla qualità dei cereali che arrivano nei porti siciliani e rimandare indietro quelle partite di grano che non sono buone per l’alimentazione umana. Non si deve più ragionare in maniera ideologica o politica sulla produzione agricola e sul cibo. È auspicabile adottare un at-


chiamata un tempo, costretta ad importare altamente cancerogene La Biorg Srl produttrice di pane biologico

teggiamento pragmatico perché come diceva Brillat-Savarin “il destino delle Nazioni dipende dal modo con cui si nutrono”. Quindi difesa assoluta delle nostre produzioni interne. La globalizzazione, poi, è da intendere come possibilità di sviluppo delle nostre imprese verso l’estero e non come trasformazione dei paesi più poveri o disorganizzati come la nostra regione in un allevamento di polli a cui propinare l’immondizia agricola del mondo”. Cosa mi dice dell’aumento dei prezzi e della crisi alimentare? “Che ben venga la crisi. Nella lingua cinese la parola crisi è espressa con due ideogrammi WEI-CHI: uno significa “pericolo” e l’altro “occasione di cambiamento”. Forse è giunta l’ora che la società si accorga che il televisore all’ultimo grido o il telefonino nuovo ogni sei mesi non sono poi così necessari e che il cibo non è un bene secondario a cui destinare solo il 15% della spesa, e l’85% ad altri acquisti. Così continuando si rischia di mangiare cibo fatto con materie prime destinato ad altri usi. Sarebbe anche il caso di penalizzare pesantemente chi froda nell’alimentazione ed accusarlo di strage differita, perché le micotossine, l’aflatossina e l’ocratossina presenti nei grani transitati nei nostri porti hanno già ucciso, uccidono e continueranno ad uccidere senza che nessuno riesca ad additarne il colpevole perché d’altronde non si muore istantaneamente davanti ad una fetta di pane fatta con tali grani, ma si muore a poco a poco. Forse ciò servirà a rendere più consapevole il consumatore nei confronti del cibo sperando che cambi atteggiamento, ridando priorità al cibo. La cucina di un popolo è la sola ed esatta testimonianza della sua civiltà”.

La BIORG ha sede in Raddusa (Città del Grano) in C/da Libra. Con l’aiuto di un contributo da parte del Gal Kalat Est nel 2006 inizia la costruzione dello stabilimento e nell’agosto del 2008 si ha la prima produzione di pane. Il pane biologico a lievitazione naturale di BIORG, nelle sue varie tipologie, è frutto di una accurata ricostruzione, attraverso una ricerca fatta sul territorio e nella memoria domestica, di antiche tecniche della panificazione siciliana per riacquisire la cultura della vera lievitazione naturale con la pasta madre, evitando assolutamente l’aiuto degli ormai comuni starter (lievito di birra), dei miglioratori e degli antiraffermanti chimici. La materia prima, il grano, viene prodotto nelle aziende agricole dei soci della BIORG secondo il metodo biologico, i quali hanno recuperato, in sei anni di intenso lavoro, diversi ecotipi locali siciliani detti “grani antichi” come la Timilìa, il Margherito, la Majorca ed altri ancora. L’uso di questa materia prima ha un’importanza rilevante perché i grani nativi dell’Isola, non essendo stati modificati geneticamente nel 1974, hanno il pregio di essere più digeribili e quindi salubri oltre a dare al prodotto finito sapori ed odori assolutamente diversi. BIORG, valorizzando le semole provenienti dai grani antichi, contribuisce, inoltre, alla conservazione di uno dei più ricchi patrimoni di biodiversità vegetale del Mediterraneo, quello siciliano, tutelando l’ambiente.

Monica Colaianni

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Cultura

“L’assaggiatrice” di Giuse trionfo dei sensi avvolti da

In mezzo a piccanti vicende passionali si incastonano gustosi segreti di arte culinaria sicula C

atania - In giro fra maestose foreste della pampa argentina con un libro in valigia, videocamera a tracolla, il marito Biagio e i quattro bimbi al seguito, finalmente mia sorella Alessia mi scrive. “Ciao Ale, negli sconfinati orizzonti di immense praterie punteggiate da laghi cristallini e ghiacciai eterni, noi tutti bene. Ho il piccolo Giulio in braccio e in mano un bicchiere di mate caldo che sorseggio mentre Roberta, Giorgia e Gabriele dormono come angioletti. Intanto il mio indice destro saltella veloce sulla tastiera del portatile che sembra un ranocchio su di giri. Ho appena letto “L’assaggiatrice” di Giuseppina Torregrossa, un trionfo dei sensi, un tocco di prestigio e un velo di sensualità, un romanzo dolce di fichi e fresco di menta. In mezzo a piccanti vicende passionali, si incastonano tredici gustosi segreti di arte culinaria sicula con dentro la forza dei piatti nostrani: zucca in agrodolce, pignoccata alle scorzette di agrumi canditi. Languore parossistico, occhi sulle pagine come ventose sul vetro, lo cominci a sfogliare avidamente e viene giù un rimescolio che ti scotta. In pochi minuti ti sommerge una spumeggiante sensazione di freschezza; ti imbatti in Anciluzza, Rosalino e Totò u’ racchiu, figli della Trinacria e del suo sole caldo che ti intrigano trascinandoti in una morbida girandola di avventure sensuali. Tra appuntamenti fugaci, languidi ammiccamenti e vere delizie di cucina, ci vedo una briosa sceneggiatura cinematografica bell’e pronta.”. Un paio d’ore più tardi, entro anch’io in possesso de “L’assaggiatrice” (Iride Edizioni -156 pg), un racconto incentrato su una donna siciliana fra dubbi, sofferenza e solitudine. Anciluzza, la protagonista, non subisce anzi, al contrario, reagisce alle amarezze della vita con intensità e volta pagina. Manifesta una forte passione per l’amore gioioso e incrocia ora il

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superdotato ora l’impotente: il romanzo si fa tosto e sulla mia pelle scopro che, dentro l’alluvione di ricette, si snoda una storia focosa e a tinte forti. Così l’appetito si impenna e non vuole più ammorbidirsi. Per fare conoscenza di Giuseppina, il giorno dopo corro nel borgo di Scopello: cielo luminoso, mare turchese, scogli rotondi. “Sono un medico gi-

necologo, ho tre figli e un cane; - mi aveva sussurrato al telefono - abito nel centro storico di Roma, ma il mio cuore è a Palermo e la mia anima a Scopello, dove risiede colei che mi ha ispirato “L’Assaggiatrice”, la storia di una caduta e una rinascita rivelata attraverso i colori, gli odori e i sapori della nostra isola.” L’incontro avviene nel bar del pae-


eppina Torregrossa, un a un velo di sensualità se dove d’inverno vivono venticinque persone, ventisei con Giuseppina che siede accartocciata, intrecciando i piedi sotto le gambe e queste sotto alle cosce. Nello stesso momento le sue mani, lunghe e affusolate, da ostetrica, si muovono dall’alto verso il basso, accarezzando l’orlo della lunga gonna bianca. La prima domanda è tosta: Giuseppina scrolla le spalle e storce il naso, quindi parte con il vento in poppa. Un grosso albero di fichi ci ripara dal sole e dagli sguardi indiscreti dei paesani che controllano i movimenti della “loro” dottoressa. Politici di basso profilo, briosi intrecci e alleanze spregiudicate: tornerà mai la politica con la “p” maiuscola in Sicilia ? “La colpa è delle pance grosse, doppio mento e mammelle cadenti. Abbiamo bisogno di politici con i pettorali di Obama”. Talento, disciplina, raccomandazione, esperienza: cosa manca agli artisti siculi ? “Non manca loro niente, hanno qualcosa in più: il senso dell’ineluttabilità delle cose, della vita. Se ogni cosa è scritta nel destino, perché darsi da fare? La Sicilia, come l’Italia tutta, è malata, ci vorrebbe un miracolo! Non basta volere, occorre fare: ci sono fior di ingegni in ogni campo, dall’arte alla scienza. Se solo li lasciassimo esprimere, invece di frustrarli. è possibile fare qualcosa, tornare ai buoni sentimenti, ai buoni propositi, pensare di più, stordirci di meno, riflettere sul senso delle cose, della vita, dello stare insieme. Potrei continuare ma sappiamo tutti che è arrivato il momento di rimboccarci le maniche e costruire con l’obiettivo di realizzare un progetto collettivo e non un profitto personale, solo così possiamo migliorare lo stato delle cose e sentirci felici. Eppure ogni cosa qui concorre a tenermi di buon umore e a farmi pensare positivo: le bellezze naturali, il mare, la gente che si interessa agli altri. La nostra terra è gustosa, dal sapore forte, piccante, talvolta agro; io mi sento una persona ottimista, come non esserlo in quest’oasi splendida? Un’ultima pillola di saggezza?

Maggior senso della collettività e minor individualismo per addolcirci la vita: parlare con semplicità, chiamare le cose con il loro nome, meno ipocrisia e più buon senso, aver sempre l’idea che c’è qualcosa di grande e parteciparvi con consapevolezza”. Più interessante il maschio siciliano o quello romano? “Senza dubbio gli uomini siculi, mai semplici e lineari, ma leggermente trubuli, un po’ Ulisse e quindi sagaci e battaglieri come Achille; letteralmente impazzisco per i loro sguardi che, da soli, rendono tutto, è fantastico quel saper comunicare senza aprire bocca. Mi piace moltissimo poi l’accento siculo, in particolare quel modo un po’ cantato con il quale i catanesi esprimono la loro meraviglia”. C’è una donna siciliana a cui ti senti particolarmente legata? “Tante, la prima che mi viene in mente è mia nonna Giuseppina, poi le altre, le compagne di viaggio. Tra tutte Adele, che mi ha fatto vincere il premio Roma, Donne e Teatro 2008. Un’anziana donna che tra deliri nevrotici, smemoratezza e farfugliamenti, racconta una vita di violenze, frustrazioni, imposizioni, in una società siciliana che è cambiata solo nelle forme, ma che è ancora segnata da un maschilismo becero, spesso alimentato dalle donne stesse. Il monologo sarà rappresentato nel 2009, mi auguro da una siciliana, che saprà comprendere i dolori di pancia della protagonista”. Dove nasce il legame con la cucina tipica della nostra isola? “Per anni ho svolto la mia attività professionale presso la clinica ostetrica di Roma. Poi alcuni problemi mi hanno impedito di continuare a fare la ginecologa, un mestiere che mi piace tantissimo. Nel tempo libero ho iniziato a scrivere storie di vita vissuta e ora collaboro con quotidiani e riviste. Ho capito che la Sicilia è un posto dal quale è difficile staccarsi in modo definitivo. Quando vi sono lontana, profumi, aromi e sapori mi inseguono e spesso mi perseguitano. Mi tornano in mente il pane e le panelle, il passito, le chiacchiere da bar, le fiere di paese con i fuochi d’artificio, il festino di santa Rosalia, la potenza di san-

t’Agata che mi ha ispirato il secondo romanzo al quale sto lavorando. Amo il genio di Camilleri, che la Sicilia te la fa odorare, ascoltare, vedere e poi adoro Guttuso, Lo Jacono, Leto, Guccione, Verga, Pirandello. Mi piace tanto la nostra cucina, piena di contrasti, colori, odori, simboleggia mirabilmente le caratteristiche della nostra società e di noi stessi. L’agrodolce,, zucchero e aceto insieme, come l’amore delle mamme siciliane, che non è mai solo dolce, “Io ti voglio bene, però....”, c’è sempre un però agro a condizionare il loro amore. La cassata: ricca, ornata, azzizzata, la cui dolcezza eccessiva qualche volta la rende sdignusa, specie quando arriva alla fine di un pasto luculliano, a sottolineare la ricchezza sempre ridondante e mai sussurrata. O il gelo di mellone, colorato come un uccello duranti il coreteggiamento, che sfodera colori smaglianti e mostra piume vivide; tremolante come il cuore di una fanciulla che si apre all’amore, con quel lieve sentore di cannella che ti ricorda il fremito del primo bacio, i fiori di gelsomino e le scaglie di cioccolato fondente, espressione di tanta sensualità. Le ragazze siciliane non potrebbero mai offrirti una semplice panna cotta!” Alessandro Russo

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Viaggio in Sicilia

Parco dei

NEBRODI

Il Parco dei Nebrodi una vera e propria “agenzia” di sviluppo locale Antonio Ceraolo, un anno di attività alla guida dell’Ente Parco dei Nebrodi

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l Parco dei Nebrodi nella filosofia della sostenibilità ambientale è l’elemento propulsore e di traino delle politiche di sviluppo e gestione del territorio, proiettato a valorizzare e incentivare le risorse naturali. Ad un anno dal Commissariamento di Antonio Ceraolo, alla guida dell’Ente Parco dei Nebrodi, diversi sono i progetti portati a termine, e molti altri ancora in itinere. Ma questo non vuole certo essere un bilancio celebrativo dell’attività svolta, piuttosto, un modo per tracciare i lavori dell’Ente Parco. Oggi, grazie ai suoi interventi, il Parco si rivela una vera e propria “agenzia” di sviluppo locale. L’Ente si è qualificato in Sicilia e nel resto della penisola tra i Parchi più importanti d’Italia non solo per la straordinaria posizione geografica che riveste, ma soprattutto per l’importante progettualità compiuta nell’ambito della biodiversità vegetale, faunistica e strutturale. Il Parco dei Nebrodi è stato definito da diversi ricercatori “laboratorio ambientale a cielo aperto”, orientato non solo alla tutela e valorizzazione del patrimonio architettonico, ma anche alla localizzazione di prodotti tipici a marchio di qualità, proiettato alla crescita e sviluppo sociale, sotto il profilo culturale e turistico. Il Parco, grazie al Piano di Gestione “Monti Nebrodi” Rete Europea Natura 2000, il Piano Territoriale e il Piano Triennale, rappresenta il volano di sviluppo economico dell’area dei Nebrodi. L’Ente è il primo Parco dell’Isola che da quest’anno, grazie all’impegno del Commissario straordinario Antonio Ceraolo, è riuscito a dotarsi di un Piano di Gestione per la salvaguardia della biodiversità e conservazione degli habitat naturali, della flora e della fauna selvatica. Un pregevole risultato è arrivato con l’assunzione in servizio di 28 guardia Parco e 3 ispettori di vigilanza. Il Parco è l’unica area protetta

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della Sicilia ad avere un corpo di vigilanza a tutti gli effetti che monitorerà l’intero territorio dei Nebrodi. Questi sono solo alcuni degli aspetti che caratterizzano l’attività dell’Ente in questo ultimo anno di lavoro. Ma uno dei risultati più ambiziosi è sicuramente l’approvazione del Piano Strategico dei Nebrodi che abbraccia ben 40 Comuni, tre province, Messina, Catania ed Enna, sotto la denominazione della grande “Area dei Nebrodi”. Uno strumento di programmazione urbanistica e ambientale, ma soprattutto un’ampia rete di solidarietà proiettata sul principio di “Città aperta” per l’alta qualità di vita sui Nebrodi. Di recente si è insediato il comitato tecnico - scientifico della banca vivente del germoplasma a tutela della flora dei Nebrodi. È stato istituito un consorzio con il Dipartimento di Scienze Botaniche dell’ateneo di Palermo. L’Ente sta già predisponendo il programma

dei lavori per avviare le prime attività riguardo al reperimento in natura, moltiplicazione e conservazione delle specie vegetali più caratteristiche del paesaggio dei Nebrodi. Tra cui la “petagnea Gussonei”, il tasso, il faggio. Importante anche l’attività di conservazione rivolta alle cultivar tradizionali delle specie da frutto che rischiano di scomparire come il nocciolo, melo e pero. L’azione di tutela, promossa dall’Ente Parco dei Nebrodi, è rivolta non solo all’ambiente, ma anche al recupero di antiche strutture e vecchie trazzere. L’Ente ha provveduto al censimento di tutti gli immobili legati alla tradizione rurale, per creare un itinerario escursionistico sulle tracce della tradizione agro - pastorale dei Nebrodi. Il Parco, dunque, si conferma tra gli Enti regionali più attivi per il numero dei beni architettonici riportati agli antichi splendori”, ne sono un esem-


pio il “Mulino a rampa” di Caronia, il palazzo Portera di Mistretta, l’ex Acli di Casello Muto, trasformato in “Rifugio del Parco”, con annessa sala convegni, ristorante e camere e destinato a centro di documentazione e scuola di formazione residenziale. Completati i lavori di restauro di “Palazzo Gentile” di Sant’Agata Militello, dove avranno sede alcuni degli uffici dell’Ente, tra cui presidenza, direzione e alcuni settori amministrativi. “Palazzo Zito” di Cesarò, diventerà invece un museo laboratorio del Parco, “Palazzo Virzì” di Bronte, sarà adibito a Centro Documentazione e Studi sulle Aree Protette, unico in Sicilia. È stata costituita l’associazione “Strade dei Sapori dei Nebrodi”, per promuovere tutte le attività in ambito turistico – ricettivo. Nell’ambito della misura 2.01 del POR Sicilia 2000-2006 del PIT, sono stati ultimati i lavori del “Parco territoriale archeologico della valle dell’Halaesa dei comuni di Castel di Lucio, Pettineo, Motta d’Affermo e Tusa su un’area di circa 114 Kmq. Il Parco, da Ente promotore degli scavi archeologici, intende tracciare un percorso di servizi culturali e turistici che si innestino con l’attività di formazione, ricerca e conservazione, già intrapresa dalla Soprintendenza di Messina. Potenziati servizi base per la fruizione delle aree attrezzate, che costituiscono dei punti di interfaccia fra visitatori e attività produttive del territorio, come “Piano Cicogna”, nel Comune di Cesarò, contrada “Cicaldo” a San Fratello, a “Portella dell’Obolo” a Capizzi. Il Commissario Antonio Ceraolo ha inoltre assicurato il suo impegno per il riconoscimento della razza equina del Cavallo San Fratellano, propria per le sue peculiarità genetiche di alto prestigio, definito per eccellenza il cavallo siciliano. Ma il 2008 è stato l’anno del XV anniversario dell’istituzione dell’Ente Regionale Parco dei Nebrodi. Un evento, che ha permesso di rivelare ai visitatori una straordinaria area protetta, facendo riscoprire alla gente l’orgoglio di appartenenza che assieme ai sindaci, rappresentano l’anima dell’Ente. Oggi il Parco dei Nebrodi, oltre a proteggere la natura ed il territorio è divenuto un modello di sviluppo fondato sulla conservazione e sull’uso razionale delle risorse tipiche dell’identità culturale dei Nebrodi. Peraltro in quest’ultimo anno sono, infatti, numerosi i comuni che aspirano ad entrare a far parte del Parco, sia per tutelare i beni naturali ricadenti nel proprio territorio, sia per partecipare alle politiche di sviluppo che l’Ente Parco promuove. Luigi Ialuna

Presentato alla “Cittadella dell’Oasi” di Troina il calendario 2009 del Parco dei Nebrodi

“Natura Solidale”: gli scatti che questo anno l’Ente dedica ai bambini portatori del nostro futuro, con uno sguardo rivolto all’ambiente e alla natura

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stato presentato il mese scorso nella sala “Giuseppe Lazzati” della Cittadella dell’Oasi di Troina il calendario 2009 dell’Ente Parco dei Nebrodi: “Natura Solidale”. Ambasciatrice di questa iniziativa l’attrice Claudia Koll, testimonial per la sua missione umanitaria rivolta ai più deboli. Un segno di continuità con il tema già intrapreso l’anno scorso dal titolo: “Paesaggio umano”, le cui immagini erano dedicate all’uomo del Parco, con le sue fatiche e la sua storia. “Natura Solidale” è invece il tema degli scatti che quest’anno l’Ente dedica ai bambini portatori del nostro futuro, con uno sguardo rivolto all’ambiente e alla natura come preziosa risorsa di vita. Il Parco dei Nebrodi, ha voluto porre in risalto la solidarietà sociale come valore aggiunto dell’Ente che trova la sua massima espressione nell’ambizioso progetto del Piano Strategico “Nebrodi Città Aperta”, di cui fanno parte 40 Comuni tra le province di Enna, Catania e Messina. A fare da corollario l’Ente Parco e la Cittadella dell’Oasi, in un binomio perfetto che pone al centro della sua mission migliorare la qualità della vita sui Nebrodi, a partire dalla solidarietà. “Questo calendario benedirà il Parco – ha detto Claudia Koll in occasione di un incontro con la stampa durante gli scatti – la natura è bellissima e si fonde in un abbraccio spirituale, lungo sentieri cosparsi di foglie rosse, animati dalla semplicità dei fanciulli. È il regalo più bello che abbia ricevuto”. L’obiettivo è umanitario, infatti, l’Ente Parco devolverà all’associazione “Le Opere del Padre”, fondata nel 2005 da Claudia Koll, un contributo per la costruzione di un centro di accoglienza per i diversamente abili nel Burundi. Dodici fotogrammi le cui immagini sono state scattate dal fotografo Gino Fabio, funzionario dell’Ente, nei luoghi più suggestivi dell’area protetta. Nel corso dell’evento è stato trasmesso un video sul backstage. “La solidarietà è anche rispetto della

natura per una proficua crescita sociale che si traduce nello spirito di servizio come attestazione di stima verso l’uomo e la nostra terra – ha dichiarato il Commissario Straordinario dell’Ente Parco dei Nebrodi Antonio Ceraolo. Il calendario non vuole essere solo un processo di pubblicità dell’Ente, ma soprattutto rappresenta ciò che siamo, come area Area protetta. Una fotografia del paesaggio naturale sotto il profilo sociale che rafforza il nostro orgoglio di appartenenza come gente del Parco. E quest’anno è stato dedicato alle generazioni future come preziosa risorsa in segno di continuità”. “L’Oasi è l’anima del Parco dei Nebrodi – ha detto Padre Luigi Ferlauto – niente avviene per caso, esordisce durante il suo intervento e se i Nebrodi hanno voluto interpretare la solidarietà, concentrando l’attenzione sui diversamente abili, con testimonial Claudia Koll, l’Oasi non può stare a guardare e propone una stretta sinergia tra l’Oasi, il Parco e il Burundi per creare un “Patto di solidarietà” in favore dei più deboli- L’Oasi è pronta a mettere a disposizione il proprio personale altamente qualificato in ambito sanitario e sociale per cominciare ad operare in favore dei disabili”. Alla presentazione sono intervenuti: il Commissario Straordinario dell’Ente Parco dei Nebrodi, Antonio Ceraolo il fondatore della Cittadella dell’Oasi, Padre Luigi Ferlauto, il sindaco di Troina, Costantino Carchiolo, il fotografo, Gino Fabio, il dirigente Area Promozione e Fruizione del Parco, Antonino Miceli, il responsabile comunicazione del Parco, Luigi Ialuna e in rappresentanza dell’Associazione: “Le Opere del Padre”, Mariarosaria Ruggeri e Claudia Di Salvo. Campagna di comunicazione realizzata con finanziamento dell’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente

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Cultura

La pietas e la ratio di Marguerite Yourcenar, la scrittrice che decantava la vita

L’Università di Catania è stata una delle prime a parlare di lei a due anni dalla sua morte

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arguerite de Crayencour in arte“Yourcenar”, un anagramma preceduto da Y, una lettera che per la scrittrice diciottenne era simbolo di un albero, di un fiume che si apre verso il mare. Marguerite Yourcenar (1903-1987) è una donna che ha vissuto all’insegna delle passioni e dell’amore per la cultura divorata sin da bambina. Conosciuta per i suoi romanzi più celebri (Alexis o il trattato della lotta vana, Memorie di Adriano, L’opera in nero) ha parlato di vita, senza inibizioni e mediocrità, attraverso una scrittura “tecnica”, “cartesiana”, ma ricca di sentimento ed estremamente armoniosa. Per la Yourcenar gli anni dell’infanzia passano fra le attenzioni delle governanti e quelle di un padre snob, stordito dai suoi amori: le donne, il gioco, la cultura e i viaggi a cui Marguerite partecipava. La scrittrice ebbe un rapporto personale con il “viaggio”, esperienza caratterizzante della sua vita che le ha permesso di avere “una patria ovunque lei si fermasse” senza mai sentirsi “sradicata” e, in età matura, di consolidare un lungo, profondo e singolare rapporto di amicizia con Grace Frick, con la quale ha vissuto un connubio da intellettuali. Autrice di una poesia e di una prosa estremamente musicale, espressioni di pudore, affetto e discrezione, la scrittrice descrive il travaglio interiore del giovane Alexis. Marguerite Yourcenar è stata una personalità vibrante: “Colta ma non saccente, - dice la prof.ssa S. Quattrocchi Paradiso, docente di Lingua e Letteratura francese - profonda senza presunzione, quasi mascolina ma accarezzata dalla femminilità, geniale nel suo insieme. La sua scrittura è un’attrazione ad essere come lei: forte e coraggiosa”. Pietas e ratio, in Marguerite Yourcenar, diventano ingredienti necessari perché la vita sia meno dura e la sof-

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ferenza addomesticabile. Il tratto sensibile della scrittrice riesce a toccare i punti più salienti di ognuno di noi e a incidere nella formazione intellettuale e umana del lettore perché la sua opera dà una visione della vita più consapevole, aderente alla realtà, ricca di contenuti, attraverso una scrittura che suggerisce di crescere ma senza perdere i propri ideali. Nella letteratura della Yourcenar i sogni e le illusioni non vengono ripudiati, ma le certezze e le realtà concrete sono àncore indispensabili affinché la vita sia accettata ed apprezzata per quello che essa dà. A poco più di dieci anni dalla sua morte, parlare di lei diventa occasione per commemorarla. È stata la prima donna ad essere accettata all’Accademie française: ha vinto la misoginia di certi membri di questo nobile consesso soprattutto perché molto amata dal popolo francese che l’aveva letta, e particolarmente apprezzata dagli intellettuali. Molti luoghi oggi parlano di Marguerite Yourcenar, fra i quali il Belgio, la Francia, Londra, i paesi in cui è cresciuta, il Maine e la casa dove ha vissuto, descritta dalle sue biografe come una “dimora piena di charme, un luogo conviviale in cui lei non esitava a interrompere il suo lavoro per chiacchierare con i vicini di passaggio (…) la sua cucina somiglia ancora oggi a una casa di bambole…” A Roma esiste un centro di documentazione su di lei. Catania è stata una delle prime città ad occuparsi di Marguerite Yourcenar perché nel 1989, a due anni dalla sua morte, ha ospitato un convegno internazionale organizzato dalla cattedra di Lingua e Letteratura francese della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Laura Napoli


Storia ed usanze di Camporotondo Etneo

Il 17 gennaio Camporotondo patrono, Sant’Antonio Abate Come ogni anno l’immagine del Santo sarà portato in giro tra la sua gente accompagnato da spari di mortaretti ed inni sacri

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on tutti sanno che…. Camporotondo Etneo, piccolo paese della provincia di Catania sorge alle falde dell’Etna sotto la zona lavica di Mompilieri. Numerose colate laviche hanno caratterizzato l’ambiente naturale del territorio. Ancora oggi nei dintorni del centro abitato, sono visibili i segni del fuoco pietrificato che nel 1969 travolse buona parte dell’antico villaggio. La colata distrusse anche la Chiesa Madre, dedicata alla Madonna degli ammalati, posta verosimilmente in prossimità dell’attuale cimitero. In concomitanza agli avvenimenti il 17 gennaio si celebra a Camporotondo Etneo la Festa di Sant’Antonio Abate. Padre del monachesimo nacque nell’anno 250. Sant’Antonio come San Francesco, dopo la morte dei genitori distribuì i suoi averi ai poveri, si ritirò nel deserto e lì cominciò la sua vita di penitente. Il suo esempio ebbe grande risonanza in tutto il mondo cattolico e le sue ci furono raccontate da Sant’Atanasio che Antonio aiutò nella lotta contro gli Ariani. Si rifugiò dapprima in una plaga deserta e inospitale tra antiche tombe abbandonate e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse per ottant’anni vita di anacoreta. Pur prediligendo la solitudine e il silenzio, Antonio non si sottrasse ai suoi obblighi di cristiano impegnato a comunicare agli altri i doni con cui Dio aveva ricolmato la sua anima. Il Santo, pur nella seria e ascetica immagine dell’anacoreta, è veneratissimo come proiettore degli animali domestici, umile ruolo che lo rende tuttora popolare ed amato. I festeggiamenti relativi al Santo Patrono Sant’Antonio Abate del 17 Gennaio si Svolgono annualmente secondo il seguente “rito”: alle ore 07:00 salve a colpi di cannone (17 colpi); alle ore 10:00 i fedeli accorrono alla svelata del simulacro del Santo Patrono, dove interverranno le autorità civili e militari presenti nel territorio; durante la messa si effettuerà la benedizione dei “cucciddateddi”; alle ore 16:00 (nella piazza centrale) sarà effettuata la be-

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I “Bucatini Fantasia” di Camporotondo Etneo

nedizione degli animali, fatto insigne alla natura del Santo Patrono. In prosecuzione alla suddetta benedizione i fedeli si raccoglieranno in preghiera, recitando la “Coroncina di 5. Antonio”. Alle 18:30 S. Rosario e a seguire la S. Messa. I devoti con la veste bianca (sacco) porteranno a spalla l’immagine del Santo Anacoreta fuori dalla chiesa madre, dove la processione verrà accolta con spari di mortaretti e carta policroma. Al rientro della processione nella chiesa il simulacro verrà riposto nella sua “cameretta” situata nell’altare principale. A conclusione si terrà il sorteggio dei pani artistici benedetti. II Consigliere Alberto Cardillo, membro attivo per la realizzazione della festa, dichiara; “ La festa di Sant’Antonio è molto sentita dalla cittadinanza ed io, in prima persona il Santo onorato anche come rappresentante dell’ ‘amministrazione di partecipare ai festeggiamenti. Voglio ricordare che la festa ha anche una ricorrenza (L’ottava) durate la quale i fedeli possono continuare a venerare il Santo Patrono”. “Fin quando sarò a capo dell’amministrazione – dichiara Sindaco Dott. Antonino Rapisarda - mi impegnerò, come ormai da anni, a contribuire ad un’ottima riuscita dei festeggiamenti, con contributi e partecipazione attiva degli amministratori”.

Ogni mese a Camporotondo Etneo un Membro della cittadinanza ci delizierà con una splendida ricetta di arte culinaria facendo riscoprire antichi, e genuini sapori, misti ad un tocco di modernità, per deliziare i palati di tutti i lettori. Questo mese Rosaria D’Urso socia del centro giovani “Rinascita Camporotondese” propone una ricetta gustosa, e ricca di fantasia, una pasta dai molteplici colori, ricca di sapori mediterranei. La ricetta del giorno si chiama: “Bucatini Fantasia” Ingredienti per 4 persone: 400g di bucatini; 2 uova sode 2 melanzane 80g di pancetta 100g di pomodori 100g di mozzarella aglio, peperoncino, olio, e sale Procedimento Tagliate a fette le melanzane, riponetele su una grata cospargendole di sale, in modo che eliminino l’acqua di vegetazione, dopo averle strizzate, tagliatele a bastoncini e fatele rosolare in un tegame con olio abbondante, lasciandole scolare su un foglio di carta assorbente. Fate dorare nell’olio fritto uno spicchio d’aglio intero e la pancetta tagliata a dadini. Unite i pomodori privati dalla pelle e dai semi tritandoli grossolanamente, insaporite con un peperoncino, e un po’ di sale, lasciando addensare la salsa lentamente. Pochi minuti prima di togliere il composto dal fuoco, unire la mozzarella tagliata a dadini. Versate il sugo sui bucatini fatti lessare e cospargete con le melanzane. Distribuendo le uova sode tritate sul tutto. Servite in tavola e buon appetito...

Salvo Gravina

Rosaria D’urso


Etneo festeggia il suo Oltre 1.2000 visitatori a Camporotondo Etneo per ammirare il “Primo Presepe vivente”

Continuano le manifestazioni nel paese etneo con i festeggiamenti del Santo Patrono Sant’Antonio Abate

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amporotondo Etneo (Ct) - L’Assessore alla cultura Per. Ind. Antonino Vitale e il Sindaco Dott. Antonino Rapisarda, sono soddisfatti per l’evento positivo del “1° Presepe Vivente”, contando oltre 1.200 visitatori. “ Un Paese intorno al presepe” questo e’ il nome esatto della manifestazione, come ricostruzione di un fatto accaduto nella storia; Si è svolto la sera del 20 dicembre 2008 lungo la via principale del centro, organizzata dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con il Centro Giovani “Rinascita Camporotondese”, l’Istituto Scolastico Comprensivo Statale “E. Vittorini” (scuole: materna – elementare e media), la Parrocchia di Sant’Antonio Abate. Anima della manifestazione, oltre ai collaboratori dell’amministrazione comunale, sono stati i numerosi volontari, guidati dal Dott. Filippo Rapisarda che ne ha curato la scenografia, dalla grotta della natività del Signore, con il bue e l’asinello, alle capanne che ospitavano vari antichi mestieri con operai, artigiani ed artisti locali (falegname – sarta - oste – ricamatri-

ci – pastori – pastaia – fruttivendoli – salumieri – e varie ancora), fino ad arrivare ai singoli interpreti. Un coinvolgente coro itinerante, formato dai bambini e i ragazzi dei tre ordini di scuola Materna, Elementare e Media, guidato dal Prof. Bellia e dai colleghi docenti, ha allietato e resa più suggestiva la manifestazione con canzoni della tradizione natalizia siciliana. Alla fine del caratteristico percorso, è stato d’obbligo l’assaggio di frittelle, legumi e del buon vino locale. L’obiettivo della manifestazione è stato quello del recupero delle tradizioni culturali e religiose, con la creazione di opportunità di aggregazione e di cooperazione all’interno delle famiglie e tra i cittadini e le istituzioni, coinvolgendo circa 600 persone fra bambini, genitori, docenti e anziani, animando il Natale e proiettando un’immagine positiva del paese e di chi vi opera. Il prossimo appuntamento, è quello del 17 gennaio 2009, con i festeggiamenti del nostro Santo Patrono Sant’Antonio Abate. Alfio Squillaci

Avviati interventi di pubblica illuminazione sul territorio comunale

Camporotondo Etneo (Ct) - Nell’ambito dei lavori pubblici, l’Amministrazione Comunale ha avviato sin da quest’estate interventi straordinari di pubblica illuminazione in modo da migliorare la visibilità notturna in alcune aree, ritenendo la luce un fattore di sicurezza, così come evidenziato dal primo cittadino Dott. Antonino Rapisarda: ”Con grande impegno ci siamo attivati per intervenire su aree urbane non illuminate ed in un quadro di provvedimenti utili ad un Comune dall’insediamento abitativo in continua crescita”. Con fondi comunali è stata meglio illuminata via Belpasso in quanto importante via di comunicazione con il comune contiguo realizzando un nuovo scavo e utilizzando nuovi corpi illuminanti artistici. Sempre con fondi comunali l’Amministrazione ha voluto illuminare aree di nuovo insediamento urbano come via Risorgimento e la parte iniziale del viale dello Sport anche qui realizzando i relativi scavi e la conseguente palificazione con nuovi impianti. Sul punto l’Assessore ai Lavori Pubblici Santo Bruno:”Anche se qualche intoppo burocratico ha rallentato i lavori ormai in via di ultimazione, siamo soddisfatti di attenzionare necessità emergenti della nostra comunità”. Da una proficua collaborazione tra Enel-Sole ed il Comune di Camporotondo Etneo si è arrivati alla sostituzione di 42 complessi illuminanti presenti su alcune vie del centro e della frazione di Piano Tavola, importante anche perché si è avuto il passaggio dall’alto al basso consumo con un rinnovamento degli impianti. “Il ruolo di cittadinanza attiva – dichiara Il Consigliere Filippo Privitera - che contraddistingue il mio mandato mi vede collaborare attivamente e ritengo che seguire con servizi essenziali l’espansione demografica sia il segno di una buona Amministrazione”. Infine una segnalazione dell’Assessore ai Lavori Pubblici ha attivato la Provincia Regionale di Catania a intervenire sull’illuminazione degli impianti sportivi provinciali, onde evitare che ignoti possano ulteriormente essere aiutati dal buio a deturpare una struttura che già versa in un grave stato di disagio. Danilo Lo Verde

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Viaggio in Sicilia

Villarosa, da città miner museo e oasi verde Un viaggio sul “Treno Museo dell’Arte Mineraria, della Civiltà Contadina e oggettistica Ferroviaria” per fare un tuffo nel passato

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illarosa (En) - Il suo destino di cittadina mineraria, fu segnato dalla fine dell’estrazione dell’oro giallo, lo zolfo, di cui il sottosuolo è ricco: è Villarosa, piccolo centro agricolo con poco meno di seimila abitanti, al centro della Vallata di Respira, tra i monti Erei, nel cuore della Sicilia, in provincia di Enna. Intorno agli anni ‘50, crollate le illusioni di cittadina mineraria, determinate dall’avvento delle nuove tecniche estrattive del minerale provenienti dall’America, ebbe inizio quel movimento migratorio verso altre città industriali del Nord d’Italia, della Francia, della Germania Occidentale, del Belgio e in particolare verso Morlanwelz cittadina con cui i villarosani, hanno condiviso sogni e speranze, ricchezze e povertà, disperazione e riscatto, vita e morte e con la quale oggi, si è gemellata, sancendo per sempre l’indissolubile legame che le ha unite per lunghi anni nella “morsa” della vita.

(da una’antico canto dei minatori) li conduceva nelle viscere della terra. Erano uomini ma anche bambini, tantissimi bambini, che immolarono per sempre il loro diritto a essere “carusi” spensierati, venduti ad un padrone sconosciuto, per compagno il buio delle gallerie nel ventre della terra e nelle narici l’odore puzzolente dell’oro giallo, a cui avevano ceduto ed immolato l’intera loro esistenza. Di loro, di quei piccoli eroi, il ricordo più bello rimane per sempre legato ad un oggetto, “u caruseddu”, nomignolo con il quale chiamavano i ragazzini “venduti” dalle loro famiglie alle miniere, per ricavarne denaro necessario per il sostentamento degli altri più piccoli rimasti a casa. La raccolta degli oggetti, è frutto del paziente ed amorevole lavoro di ricerca e censimento, casa per casa, di un manipolo di donne e uomini, sostenuti dalla volontà di un’amministrazione che non vuole dimenticare le proprie origini, anzi, con essi, “vuole ricordare e rivivere, per certi aspetti, i momenti belli e tristi della nostra storia – ci dice il Sindaco Zaffora – affinché le nuove generazioni comprendano appieno il valore e l’importanza del lavoro come riscatto della dignità dell’uomo”.

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Era ancora ricca la Villarosa degli anni ’50 dopo un’apparente ripresa in cui si produssero oltre 5.000 tonnellate di zolfo, in un continuo via vai di camion e minatori molti dei quali provenienti dalle città limitrofe; ma il sogno durò poco, non molto tempo dopo, infatti, ben 13 miniere si sarebbero fermate e con esse la vita stessa del paese e come se non bastasse, si verificò anche la crisi del settore primario per cui, molti lavoratori della terra, attratti dalle migliori possibilità di guadagno nell’industria, abbandonarono la campagna. Così, alla comunità di Villarosa e Villapriolo venivano meno i due settori principali della sua economia e in venti anni la popolazione si ridusse di circa il cinquanta per cento, privandola delle migliori forze e di molti giovani. Oggi quel sogno infranto rivive nei tanti oggetti, raccolti in due musei, testimoni silenti del duro lavoro che, dalla “ … strata chi li porta a la pirrera, mpastata di lacrimi e dulura”,

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Questa cittadina le cui origini risalgono al XIV secolo, con significative tracce risalenti alla dominazione Greca del VI secolo a.C, concentrate per lo più nella vasta area archeologica della Valle del Morello, nel 1761, in omaggio alla pittrice ed architetto nissena Rosa Ciotti, autrice di un singolare piano regolatore che prevede la dislocazione delle strade in modo perpendicolare, modificò l’antico nome di San Giacomo di Bombinetto in Villarosa. Oggi, tra le varie offerte culturali e al già citato Museo Comunale della Memoria, offre il “Treno Museo dell’Arte Mineraria, della Civiltà Contadina e oggettistica Ferroviaria”,


eraria a cittadina Museo unico nel suo stile in Europa, nato dalla caparbia volontà di Primo David, risoluto Capostazione di Villarosa, in seguito alla decisione delle autorità ferroviarie di eliminare i rami secchi ivi compreso quello di Villarosa. Qui troverete, fermi al “primo binario”, su vagoni merci appositamente adattati, una nutrita esposizione etno-antropologica di oggetti di uso comune nelle miniere e nelle case del territorio dei primi anni del secolo scorso, compresa un’area dedicata all’oggettistica ferroviaria.

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Oltre a proporsi come città archeologica-storico-mineraria, si offre anche nella nuova veste di città “Oasi di verde”: grazie alla particolare attenzione dedicata alle problematiche ambientali. Per tale motivo di recente ha ricevuto il premio “La Città per il Verde”, giunto alla IX edizione, che rappresenta, per le amministrazioni pubbliche, un riconoscimento ai lavori e agli investimenti intesi a migliorare la qualità della vita finalizzata al bene comune, in conformità ai dettami della Convenzione Europea del Paesaggio. La cucina, semplice ma genuina, offre in estate buone verdure come i “finocchietti “ e i “mazzareddi” adatti per ottime frittate; appetitosi secondi a base di carni nostrane

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interno interno del del Museo, Museo, il il nostro nostro inviato inviato con con la la sign.ra sign.ra Paola Paola Calabrese, Calabrese, una una delle delle quattro quattro guide, guide, cui cui si si deve deve la la capillare capillare raccolta raccolta dei dei cimeli cimeli casa casa per per casa casa

come bue, castrato e maiale, cotti in vari modi; profumati e succosi frutti come pere, pesche spaccarelle, ciliegie, amarene, albicocche, azzeruoli, fichi, tutti coltivati nelle campagne di Villarosa; e per finire gli ottimi formaggi di pecora e i dolci tradizionali come i vucciddati di mandorle e fichi, cannoli, mustazzoli. Vale la pena dunque passare da queste parti un fine settimana all’insegna della storia e della natura e, lasciata la macchina per salire sul treno della storia, immergersi nella pace e nel silenzio del lago Morello, coccolati dall’antica e genuina cucina di questo splendido spicchio di Sicilia. Giuseppe Stimolo

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Cronaca

Più sinergia tra banche, i una rivoluzione in atto Il consorzio Unibit e la Marino Consulting insieme al servizio delle Piccole e medie imprese

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atania - La crisi finanziaria, che ha visto come suo effetto il crollo delle borse mondiali, ha radici profonde. La carenza di liquidità colpisce in modo grave, specialmente le piccole e medie imprese che vedono diminuire la possibilità di accesso al credito. L’indebitamento finanziario rappresenta per la maggior parte delle aziende medie e piccole uno strumento indispensabile per gli investimenti, per la copertura del fabbisogno del proprio circolante, per essere sempre competitive. Specialmente il Sud del nostro Paese appare maggiormente penalizzato dalla crisi che rischia di strangolare il tessuto produttivo. Il convegno sul “Rapporto banche – imprese – istituzioni: Una rivoluzione in atto. La crisi finanziaria tra paure e prospettive”, organizzato a Catania dal Consorzio Unibit, dalla Marino Consulting srl, dall’Unione Fiduciaria insieme alla Regione Siciliana ha avuto l’obiettivo di fornire un quadro chiaro sulle problematiche che le Piccole e medie aziende devono affrontare e degli spunti di riflessione sui possibili sviluppi della crisi, la risoluzione della quale richiede un dialogo aperto tra le istituzioni locali, le imprese e i consulenti d’azienda. “Le Piccole e Medie imprese sono i soggetti più deboli della catena del sistema economico ed è per questo subiscono più di ogni altro questo momento di crisi – spiega Matteo Marino responsabile commerciale della Marino Consulting - Le Piccole e Medie imprese subiscono un’enorme pressione proprio perché hanno di fronte forti ostacoli all’accesso al credito. Noi della Marino Consulting insieme al Consorzio Unibit aiutiamo queste aziende a trovare il giusto equilibrio nel settore economico finanziario”. Quali sono le strategie da adottare? “Gli imprenditori, innanzi tutto, dovrebbero avere una visione a più lungo periodo. Infatti, spesso le piccole e medie imprese hanno una visione limitata all’immediata. Quello

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che noi proponiamo è una valutazione del concetto di impresa che sia coerente con quelle che sono le difficoltà e trovare una valutazione a lungo termine”. È un problema tipicamente Meridionale o più in generale italiano? “Qui in Sicilia il problema è più accentuato rispetto che in altre regioni perché a volte la nostra mentalità è legata più all’oggi anziché al domani, però possiamo dire che è un problema che investe tutte le Piccole e Medie imprese proprio perché sono quelle che hanno più difficoltà ad accedere al credito”. Il Governo regionale come si pone? Che aiuto vuole dare? “Sicuramente dare ai soggetti come Confidi maggiori fondi. Inoltre rivestono un’importanza rilevante le infrastrutture, infatti, solo migliorandole non solo si faciliterebbero gli spostamenti ma si renderebbe più competitivo il territorio”. Come valutate il rapporto tra voi e la Regione? “In questo momento il nostro è un discorso abbastanza innovativo, motivo per cui passerà del tempo prima che le istituzioni ne comprendano l’importanza; Sicuramente la crisi rende più sensibile l’esigenza di avere un rapporto dinamico tra banche, imprese e d istituzioni, rapporto che da noi stenta a decollare”. Ci sono degli esempi positivi in altre regioni? “L’Emilia Romagna da questo punto di vista costituisce un modello dove il rapporto tra Istituzioni ed il mondo imprenditoriale è abbastanza forte”. Come vede il federalismo? “È una grande possibilità, perché i territori devono cominciare ad andare avanti con le proprie forze”. “Il consorzio Unibit si propone contenitore multisettoriale formato da aziende e specialisti in grado di assicurare, in ogni singola disciplina e area di riferimento, livelli di competenza e professionalità di alto profilo allo scopo di


imprese ed istituzioni:

Matteo Matteo Marino Marino

ottimizzare le attività imprenditoriali di ciascun consorziato, promuovendole e coordinandole in una rete di interscambio anche internazionale”, spiega la dott.ssa Vittoria Amendolia, responsabile del Consorzio Unibit. “Il Consorzio Unibit – continua- è di stampo, infatti, le società che vi aderiscono non sono corresponsabili dell’attività interna del Consorzio nei confronti dei terzi, ma usufruiscono dei servizi che è fornito a 360 gradi. Per entrarvi a fare parte l’azienda deve avere delle capacità imprenditoriali particolari e deve essere sana. Chi fa parte del Consorzio è sicuro che all’interno vi siano delle altre aziende dello stesso livello e con le stesse caratteristiche. Teniamo presente che le grandi aziende hanno al loro interno tutti i servizi di cui hanno bisogno mentre le Piccole e Medie imprese no così devono necessariamente rivolgersi a più professionisti in maniera disorganica. Il Consorzio invece pensa a fornirgli tutti questi servizi presenti al suo interno”. Come nasce l’idea di dare questo strumento alle Piccole e Medie imprese? “Dall’esperienza diretta. Il consorzio nasce dall’osservazione diretta dei fatti, ci siamo resi conto che formare una squadra fosse molto più funzionale e utile ed avevamo ragione”.

Possiamo definirla una strada per lo sviluppo in Sicilia? “Sicuramente sì, perché noi puntiamo è cambiare la mentalità”. La Regione come ha accolto questa iniziativa? “Benissimo. Anzi stiamo anche cercando di creare un osservatorio”. Un appello da fare dalle Piccole e Medie imprese e a chi vuole fare impresa. “Di affidarsi a professionisti che siano in grado di seguirle e di uscire da quella mentalità ristretta per cercare di volare sempre più in alto”. Alla conferenza era presente anche Richard Muscat ex ambasciatore di Malta. Malta come guarda la crisi che in questo momento sta colpendo tutto il territorio nazionale? “Sentiamo molto l’impatto sulla nostra economia visto che non abbiamo risorse naturale e quindi le dobbiamo importiamo. Stiamo lottando per cercare di mantenere l’economia in movimento e penso che ci stiamo riuscendo anche perché l’investimento estero continua ad arrivare creando opportunità di lavoro”. Il nostro Paese è un vostro interlocutore privilegiato?

Richard Richard Muscat Muscat

Vittoria Vittoria Amendolia Amendolia

“Certamente anche perché l’Italia strategicamente è vicina. Ci sono dei rapporti millenari non solo dal punto di vista politico ma anche economico. Quello che succede in Italia si ripercuote anche a Malta”. Un consiglio da dare al Governo Regionale? “Avere sempre fiducia e dinamismo nelle decisioni ed anche se a volte non sono popolari ma sono per il bene del paese che ben vengano tenendo sempre presente che alla base ci deve essere il dialogo”. Quindi non solo gli italiani devono investire a Malta ma anche i maltesi devono investire in Italia. “Certamente. Bisogna creare un rapporto di scambio”. Monica Colaianni

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Delizie siciliane

Antichi sapori di Sicilia

“Piruni e Mpanata”, Re e Regina delle preliba N

el numero del mese scorso, ho appena accennato ad una particolare preparazione tipica del periodo natalizio, conosciuta in tutta la Sicilia con il nome di “impanata”, “mpanatighi” “scacciata” o “mpanata”, ripromettendomi di trattarla più approfonditamente in questo numero per via della sua (relativa) complessità nella realizzazione. Si tratta di una tradizionale e antica preparazione, comune in molte aree della Sicilia, soprattutto quella interna, tipica della tavola pasquale e in alcuni casi di quella natalizia; un piatto unico molto povero, retaggio della cucina Spagnola, realizzato con un semplice impasto di pasta pane, tirato in un disco di vario spessore, a seconda dell’area geografica in cui si confeziona e farcito generalmente con verdure, formaggio e carne d’agnello.

Le aree del Palermitano, del catanese, del nisseno, del siracusano e del ragusano, sono particolarmente legate a questa preparazione che di poco si differenzia, con un’unica eccezione in tutta la Sicilia: Niscemi, grosso centro agricolo in provincia di Caltanissetta, dove nel corso di oltre tre secoli, ha subito delle varianti che la rendono unica in tutto il panorama siciliano e non solo. Le donne di Niscemi la preparano sin dal mese di novembre, continuando per tutto gennaio ed oltre. Si chiama “Mpanata” e viene farcita con la parte tenera dei broccoli viola, tipici del territorio, cipolletta fresca, prezzemolo, pezzettini di carne di maiale, il buon olio d’oliva caratteristico di questo territorio collinare e la grande capacita manuale di queste donne che, per fortuna, la tramandano

RICETTA DELLE “MPANATE” E “PIRUNA” DI NISCEMI

La realizzazione di queste ricette richiede una certa dose di manualità ma, con un po’ d’impegno, vedrete, i risultati vi ricompenseranno della fatica fatta. Ingredienti: 1 kg di farina di semola; 2 kg di broccoli 4 cipolle novelle 200 gr di carne di maiale o altrettanto di salsiccia un mazzetto di prezzemolo 50 gr di sale Mezzo limone ½ bicchiere di olio ½ cucchiaino di bicarbonato pepe o peperoncino q.b. 2 kg di spinaci 2 spicchi d’aglio sale, peperoncino q.b. un pugnetto di fichi secchi

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Prima di iniziare l’impasto per la pasta pane, nettate e lavate bene i broccoli, le cipolle e il prezzemolo che serviranno per la preparazione delle “mpanate”; scolate il broccolo e trinciatelo a pezzettini piccolissimi all’interno di uno scolapasta, lo stesso fate con la cipolla e il prezzemolo e condite il tutto con sale q.b. (Foto 01) Iniziate ora la lavorazione degli spinaci freschi, per i “piruna”. Lavateli ripetute volte in acqua abbondante e nettateli. Dopodichè, prendetene un pugnetto e strofinatelo come una stoffa, all’interno di un contenitore abbastanza capiente, con un buon pizzico di sale in modo da far fuoriuscire il liquido di vegetazione. Continuate sino a completamento e tagliuzzateli. Con il liquido verde recuperato, un tempo, si facevano le tagliatelle verdi (Foto 02). A questo punto, iniziate con l’impasto. 2

Mpanate

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Setacciate la farina e fate una fontana, al centro mettete l’acqua tiepida e il lievito di birra sciolto in un poco d’acqua tiepida, impastate bene e dopo salate (Foto 03). Spianate l’impasto e con le dita praticate dei fori, versatevi mezzo bicchiere d’olio d’oliva, mezzo cucchiaino di bicarbonato e il succo di mezzo limone. Continuate ad impastare girando e rigirando la pasta, sino a quando l’olio sarà completamente assorbito. Fate lievitare in un contenitore coperto, in luogo caldo. Torniamo ai broccoli. Scolateli per bene e conditeli con olio, pepe o peperoncino a piacere mescolando nel contenitore per farli insaporire (Foto 04). 4 Quando la pasta sarà lievitata, tagliatene un pezzetto grosso quanto un pugno e iniziate a spianarla con il mat- 5 terello sino a quando non otterrete un disco sottile del diametro di circa 80 cm.. La pasta può subire qualche piccolo strappo, non curatevene. Versate sul disco di pasta un poco d’olio e strofinatelo con le mani su tutta la superficie (Foto 5). A questo punto versate qualche cucchiaiata di broccoli e distribuite su tutta la superficie insieme a pezzettini piccolissimi di carne di maiale o se preferite di salsiccia 7 (Foto 6). 6 Iniziando dalla parte più vicina a voi del disco di pasta, arrotolate come se fosse un grosso sigaro (Foto 7). Allineatelo bene davanti a voi e tagliatelo a tronchetti della lunghezza di un palmo (Foto 8). 8


atezze invernali di Niscemi ancora alle inconsapevoli nuove generazioni, come prezioso scrigno della tipicità del luogo. Il suo segreto consiste nella laboriosa preparazione della sottilissima sfoglia, realizzata con un’impasto di pasta pane, che la rende, appena sfornata, croccantissima, profumatissima, e conservabile per lungo tempo. A differenza di tutte le altre, il cui disco di pane avvolge o ricopre la farcia interna, conferendo l’aspetto di una focaccia, più o meno spessa tanto che, alcune volte sembra di mangiare solo pane, nella “mpanata” di Niscemi il sottilissimo impasto avvolge la delicata e profumatissima farcia di broccoli.. Fornirò di seguito la ricetta. Questa ricetta, subisce nel tempo un’ulteriore e più elaborata variante con la quale si

realizza un’altra preparazione assolutamente unica, introvabile altrove, al cui interno vengono messi spinaci, aglio e “passuluna” (fichi secchi cioè), avvolti da una pasta croccantissima e stratificata, antesignana povera della moderna e “blasonata” pasta sfoglia a cinque strati, inventata dal grande cuoco Antonin Carème in Francia, nel XIX secolo. Per concludere, mi auspico che l’Amministrazione comunale di Niscemi si renda pienamente conto dell’unicità di questi prodotti e ne promuova la conoscenza con delle iniziative che li valorizzino e ne facciano conoscere la bontà ai conterranei e a quanti da fuori Sicilia vorranno venire per assaggiarle. Propongo pertanto la “Festa della Croccantezza” a base di mpanate e piruna, quali regina e re incontrastati del magnifico mondo contadino. Giuseppe Stimolo

Sistemate i tronchetti ben allineati all’interno di una teglia da forno (Foto 9), spennellate la superficie con un poco d’olio e via, dentro il forno caldo a 200° C. per circa 20 minuti. Continuate così sino a metà circa dell’impasto. Il re9 sto servirà per l’altra preparazione, i “piruna”.

Piruna

Con l’altra metà della pasta pane, procedete nella stessa maniera sino alla fase del disco di 80 cm. di diametro. Versate sul disco di pasta un poco d’olio e strofinatelo 10 come già fatto precedentemente. A questo punto, raccogliete la pasta arricciandola dalle estremità verso il centro. Otterrete così un canovaccio di pasta lungo ed arricciato. Tagliatelo a metà e arrotolatelo su se stesso come una girella (Foto 10). Con il matterello, schiacciatelo con delicatezza sino a formare un disco di circa 20 cm. di diametro (Foto 11). 12 In una metà del disco sistemate tre cucchiaiate colmi di spinaci (Foto 12), 11 un pizzicotto di fichi secchi tagliuzzati a piccoli pezzetti e richiudere a calzone. Pressate i bordi per evitare che si apra e sistemate in teglia (Foto 13). Non è necessario spennellare la superficie. Infornate, forno caldo 200° C. per circa 20 minuti e dopo 13 tanta fatica e qualche difficoltà, come promesso, sarete ricompensate con l’assaggiare un piccolo scrigno di croccante bontà e sapienza contadina, unico in Sicilia e la soddisfazione di aver continuato una tradizione vecchia di oltre trecento anni.

Ricetta di “Mpanate” e “Piruna” Prima di fari u ‘mpastu pì la “mpanata”, lavati i rocculi, a cipudda e u puddisinu, tagghiatili fini fini e mittitici tanticchia di sali. Pì i “piruna” lavati i spinaci, pigghiatini ‘n pugnu e stricatili cu tanticchia di sali e poi tagghiatili. “Mpanate” ‘Nta farina fati na conca e mittitici tanticchia d’acqua caura e u lievitu sciugghiutu na l’acqua, ‘mpastati e poi salati. Na l’impastu fati dei purtuseddi e mittiti menzu bicchieri d’ogghiu e menzu cucchiarinu di bicarbunatu e u sucu di menza lumia. Sicutati a ‘mpastati e mittitulu a levitari o cauru. Pigghiati ‘n pezzu rossu comu ‘n pugnu di pasta levitata e stinnitila a furma di discu (diametro 80 cm), strigghiatilu cu canticchia d’ogghiu e abbiaticci i rocculi, cotti e ‘nsapuriti cu ogghiu e pipi, e pezzi di sasizza. Ammugghiati u discu e tagghiatulu a feddi. Mittili nu funnu a 200° pì vinti minuti. “Piruna” Cu ‘mpastu arristatu fati ‘n discu (20 cm) e mittici tri cucchiai di spinaci, canticchia di ficu sicca tagghiati e chiuriti. Mittili nu funnu a 200° pì vinti minuti.

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Sport

Ciao Memo, Catania saluta per l’ultima volta il bomber “dai piedi buoni” Personaggio mitico e disinvolto principe dei nostri goleador di A dal cuore rossazzurro che ha fatto innamorare la “Milano del Sud” del gioco del pallone

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atania - Ciao Memo, bomber dai piedi buoni, viso da simpatica canaglia e cuore rossazzurro grande come un elefante, hai fatto innamorare la “Milano del Sud ” del gioco del pallone. Il tuo era un calcio romantico, intriso di sudore, fatica e voglia di stare insieme; tutto diverso da quello di ora, falso, pieno di sudditanza e corruzione. Le figurine con la tua foto si trovavano dentro le scatole di cioccolatini: un’epoca povera di quattrini ma carica dei sentimenti genuini dei favolosi anni Sessanta. Bandiera al vento di un’era volata via, le tue ventinove cannonate sono ricordi indelebili che hanno reso affascinante la storia del Catania. Regista talentuoso con il guizzo dell’uomo gol, carattere caustico ma generoso, valori antichi e passioni giovani. Personaggio mitico e disinvolto principe dei nostri goleador di A, sul rettangolo verde una forza della natura. In campo leader e gregario, trascinatore e capitano, mostro sacro e cannoniere fecondo con legnate secche e precise; fuori, uomo semplice e genuino, sincero e mai altezzoso. Parlavi di quella squadra rossazzurra come di qualcosa di fantastico, ripetendo che i trionfi si ottengono con un po’ di fortuna e che le partite si vincono prima nello spogliatoio e poi sul campo. Amavi insegnare i tuoi segreti ai ragazzini nei polverosi campetti di quartiere e lì spiegavi possesso

palla e tiro in porta. Intanto trasmettevi loro i valori veri e la lealtà sportiva, merce rara nell’attuale pianeta pallonaro d’Italia. “Probabilmente oggi avrei guadagnato di più – mi confidasti un assolato pomeriggio - ma alla fine quello che ho avuto dal calcio è stato importante. Senza dubbio, il gioco ora è più veloce ma chi sapeva giocare allora saprebbe farlo adesso. Ai miei tempi si vinceva con il cuore, spinti dall’allegria e dalla voglia di vivere: così siamo stati in grado di concludere regolarmente il campionato a metà classifica o poco giù di lì. Il pubblico ogni settimana ci stava vicino e la domenica riempiva lo stadio in ogni ordine di posti. Facevo la mezzala ed ero un tipo tosto, uno di quelli forte nei contrasti che si trovava pronto al posto di combattimento per aiutare i compagni in difficoltà. Ero bravo a svincolarmi negli ultimi quindici metri, sapendo già dove sarebbe andato il pallone servitomi, per questo la buttavo regolarmente nel sacco. A fine carriera, ho giocato nella Massiminiana di Catania e anche lì si viveva un clima parecchio goliardico. Mi ricordo come fosse oggi delle timide apparizioni in squadra di un giovanotto estroso e con qualità invidiabili, Pietro Anastasi, che in allenamento mi chiamava affettuosamente papà”. Alessandro Russo

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Sport

Con Santino Coppa, il Trogylos Priolo “volò dalla culla al tetto d’Europa”

Il capo carismatico della Trogylos Priolo e guida della Nazionale maltese ci parla della sua esperienza e delle emozioni vissute nei campi di basket C

atania - San Gregorio di Catania, Ufficio Postale. “Chi è l’ultimo? “ domanda con voce rauca il nuovo entrato, un giovanotto dall’aria scanzonata. “Ciao beddu, l’ultimo è questo signore qui;- replica un tipo calvo, tozzo, sulla sessantina e intanto mi addita e un po’ mi mortifica - e dimmi Alfio, l’hai fatta quell’intervista per la radio ?” “Buongiorno signor Giovanni, tutto ok, grazie. È stato emozionante ritrovarsi ieri a Fontanarossa a fianco del guru della pallacanestro femminile italiana, un punto di riferimento per la crescita dei giovani. Anche se non gli mancano le offerte dall’estero, il legame con Priolo è troppo forte; ho registrato tutto sul cellulare, ora glielo faccio ascoltare per intero…”. Mentre Alfio smanetta con il suo telefonino, decido di non farmi sfuggire una sola parola di Santino Coppa, capo carismatico della Trogylos Priolo e guida della Nazionale maltese. “Il basket è uno sport completo con continui capovolgimenti che appassionano il pubblico e rendono entusiasmante le gare, ma pochi sanno cogliere i sacrifici che ci sono dietro ogni conquista. Io e Priolo, la città più piccola dell’A1, siamo legati a doppio filo e in tanti anni ho imparato molto dalle giocatrici e dalla gente che segue le nostre partite. Per tutti siamo un punto di aggregazione importante e oltre trecento bambini vengono a giocare da noi. Gli anziani hanno l’abbonamento, la domenica scendono in campo anche loro e cerchiamo di essere un traino per l’intera comunità. Enorme è la mia gioia per aver creato dal nulla una realtà vincente in Europa; qui ho ottenuto due scudetti e una Coppa Campioni ma soprattutto ho allenato atlete tra le più forti della storia. Ho fatto qualcosa d’importante ma non voglio fermarmi; da consigliere comunale mi batto giornalmente per Priolo, un sito altamente industrializzato e primo polo chimico d’Europa con vantaggi e svantaggi che ciò comporta per l’impatto ambientale sul territorio. Osservo le problematiche che mi stanno a cuore e il mio impegno è di attenzione verso gli aspetti lavorativi e la qualità di vita. Ritengo importante vivere in un ambiente sano, so che comunità e squadra sono un unico gruppo vincente e do allo sport un significato educativo e sociale, perché insegna valori nobili. Ho superato le 700 panchine in A e giornalmente mi tornano in mente tante storie e piccoli episodi del passa-

to. Impossibile stilare una graduatoria delle emozioni, ma la vittoria della Coppa Campioni nel ‘90 è ai primi posti. Ho davanti gli occhi ciascuno dei tremila siciliani che partono per Cesena, il più grande esodo mai verificatosi. I pullman che si mettono in moto suddivisi a gruppi e da diversi punti della città per non intasare la circolazione, un fenomeno di costume andato in scena in Eurovisione. Dalle tribune un tifo caloroso, e noi vinciamo per loro contro l’Armata Rossa di “Mosca. Il Corriere della Sera scrive “Priolo: dalla culla al tetto d’Europa” e sintetizza in modo efficace come la nostra squadra dal nulla si sia imposta fuori dai confini nazionali. Ora purtroppo la situazione relativa al budget ci vede fortemente in handicap rispetto alle consorelle di A1 e ci permette solo di puntare su alcune scommesse. Con la rappresentativa nazionale di Malta, sto cercando di ripetere i successi di Priolo e partendo da zero sono arrivato ai massimi livelli, relativamente al contesto di una piccola nazione, conquistando la medaglia d’oro ai XX Giochi Europei del 2003 per piccoli stati e il terzo posto nella Promotion Cup 2004.”. Alessandro Russo

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Cinema

L’evoluzione dei videogame nella narrazione multitestuale: il caso di Resident Evil Degeneration S

embrano passati secoli, come alcune pubblicità nostalgiche ci fanno credere, da quando, timidamente, ruotavamo delle manopole per far muovere delle barrette bianche che sullo schermo televisivo si contendevano una strana palla quadrata. Era il 1975 e Pong faceva il suo ingresso sul mercato. L’era dei videogame era iniziata, da quel momento le console invasero le case di milioni di persone. In soli trent’anni l’industria dei videogame ha raggiunto un’importanza ed un volume d’affari tali da poter essere paragonata a quella discografica e cinematografica; grandi colossi multinazionali come Nintendo sono nati ed altri, come Sony e Microsoft, hanno dato sempre più importanza ai loro settori di game entertainment sviluppando serie di macchine come Play-Station e X-Box. I videogame hanno cambiato il modo di percepire l’intrattenimento. La sempre maggior abitudine ad essere protagonisti delle azioni che scorrono sullo schermo ha da un lato fatto nascere quella che potremmo definire un’immedesimazione terziaria, diversa e complementare all’immedesimazione primaria (coincidente con la macchina da presa) e all’immedesimazione secondaria (coincidente con i personaggi) e dall’altro ha aperto una possibilità di continuità narrativa. Le trame dei videogiochi si sono sempre più evolute, passando da meri pretesti per mettere alla prova la destrezza del giocatore a parte integrante dell’esperienza ludica stessa. Questa evoluzione narrativa ha portato ad una maturazione del mezzo videogame che da mero passatempo per bambini si è tramutato in una nuova forma espressiva interattiva. Proprio questa interattività ha negato al videogame lo stato di arte poiché per quanto realistico, pittorico o coinvolgente, un gioco, in quanto tale, deve tenere conto della presenza di un giocatore e deve essere strutturato in maniera tale da poter permettere l’interattività dell’utente senza il quale non ha motivo di esistere. Diverse teorie hanno cercato di spiegare il concetto di arte, ma tutte sembrano avere un minimo comune denominatore nell’idea che l’opera d’arte debba suscitare qualcosa nel suo fruitore in quanto tale; ciò nel videogame non è possibile per la sua stessa natura, il videogame in sé non può provocare nulla, non è arte poiché qualora il giocatore provi delle emozioni sarà egli stesso che giocando le ha provocate e queste senza la sua interazione non potrebbero manifestarsi; il creatore di videogame quindi non realizza un opera da contemplare ma qualcosa che in assenza del suo fruitore non solo è inutile ma non può esistere. Tuttavia le trame e lo sviluppo di alcuni giochi sono così ben realizzati che chi li gioca può arrivare a provare delle emozioni. Molti videogame si ispirano al mezzo cinematografico e utilizzano elementi del linguaggio filmico per

suscitare nello spettatore una maggiore immersione nella storia. Abbiamo visto quanti giochi siano stati ispirati da film e più recentemente quanti film abbiano preso spunto da giochi di successo, purtroppo però i risultati raramente superano la mediocrità. Tuttavia nuove vie di sfruttare il legame che corre tra videogame e cinema hanno recentemente visto la luce; due esempi di intelligente utilizzo del mezzo videogame in rapporto all’industria filmica sono Star Wars: The Force Unleashed e Resident Evil Degeneration. Star Wars: The Force Unleashed ha il pregio di continuare l’approfondimento dell’universo Star Wars. Il gioco inventa un nuovo protagonista che si amalgama perfettamente con la storia del film; la storia di Starkiller va così a colmare dei buchi narrativi che il film aveva lasciato aperti, Star Wars: The Force Unleashed è un bell’esempio di narrazione multitestuale che rappresenta il futuro dell’entertainment. Discorso a parte va fatto per Resident Evil Degeneration, primo film realizzato interamente in CG (computer-grafica) dalla Capcom; il film taglia completamente i ponti con la trilogia cinematografica e vuole essere un ponte d’unione tra il primo e l’imminente quinto capitolo di questa saga videoludica. L’operazione effettuata è inversa a quella di Star Wars, mentre lì si utilizzava un gioco per espandere la narrazione di una saga cinematografica, qui si realizza un film per espandere i confini di un gioco. Se nel gioco di Star Wars si cerca di creare una grafica il più possibile realistica per far già pregustare il passaggio alla realtà dell’apprendista Starkiller, in Resident Evil Degeneration si cerca una somiglianza con il gioco e si utilizza una CG che ci mostra le sue sconvolgenti potenzialità di realismo ma che volutamente mantiene i toni di un gioco per non staccarsi da ciò da cui ha origine e da ciò in cui ci sta guidando; in quest’ottica di continuità stilistica, la CG di Resident Evil Degeneration risulta essere più realistica e azzeccata degli effetti digitali della trilogia filmica di Resident Evil. Massimiliano Coppola

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Satira

La Satira Franca

...quando ci vuole, ci vuole!

Emanuela Stimolo

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La Zona Franca