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NUMERO 5 GENNAIO 2012

Economia malata, alla radice della crisi .

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contributi di Massimo Adinolfi Silvano Andriani Enzo Balboni Enrico Bellino Simona Beretta Emiliano Brancaccio Luigi Bruni Natale D’Amico Massimo D’Antoni Stefano Fassina Daniel Innerarity Mauro Magatti Ronny Mazzocchi Alberto Melloni Giovanni Moro Tommaso Nannicini Ugo Papi Lapo Pistelli Pier Luigi Porta Maria João Rodrigues Helmut Schmidt Roberto Seghetti Gianni Toniolo Lanfranco Turci Giuseppe Vacca Vincenzo Visco

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SOMMARIO NUMERO 5 - GENNAIO 2012

FOCUS

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La sinistra italiana ed europea dopo il tramonto della Terza via Lanfranco Turci

81

Una lettura della crisi oltre i luoghi comuni Tommaso Nannicini

Stefano Di Traglia Direttore responsabile

Franco Monaco

Profili della crisi globale 5

Direttore editoriale

Alfredo D'Attorre Coordinatore del Comitato editoriale

Valentina Santarelli

11

La “vista corta” della politica Vincenzo Visco

15

Mercati e governo politico Massimo D’Antoni

87

20

Gli USA divisi nel fronteggiare la crisi Lapo Pistelli

I modelli dominanti nel pensiero economico Pier Luigi Porta

95

Non solo Brics: le economie in rapida crescita Ugo Papi

Colpe vere e presunte degli economisti Ronny Mazzocchi

101

L’informazione e il “pensiero mitico” Roberto Seghetti

La pretesa autosufficienza della scienza economica Daniel Innerarity

109

Questioni di antropologia economica: oltre l’utilitarismo Massimo Adinolfi

114

La ricerca in ambito economico e le cause profonde della crisi Enrico Bellino

Segreteria di redazione

COMITATO EDITORIALE

Massimo Adinolfi Mauro Ceruti Paolo Corsini Stefano Fassina Chiara Geloni Claudio Giunta Miguel Gotor Roberto Gualtieri Marcella Marcelli Eugenio Mazzarella Anna Maria Parente Francesco Russo Walter Tocci Giorgio Tonini ................................................................ SITO INTERNET www.tamtamdemocratico.it E-MAIL redazione@tamtamdemocratico.it

25 31

L’Europa e l’euro nell’occhio del ciclone 37

L’Europa al bivio tra rifondazione e dissoluzione Silvano Andriani

44

Uno standard retributivo europeo per salvare l’eurozona Emiliano Brancaccio

50

Per una nuova narrazione dell’eurozona Maria João Rodrigues

57

Tam Tam Democratico spazio di approfondimento del Partito Democratico

120

Un nuovo patto sociale per crescita ed equità Luigi Bruni

DOCUMENTI

126

L’altra faccia dell’euro Giovanni Moro

La sinistra e il punto di vista della dottrina sociale della Chiesa 62

COMUNICAZIONE progetto grafico/sito internet dol - www.dol.it

La scienza economica e la crisi

La Germania in e con l’Europa discorso inaugurale al Congresso della SPD. Berlino, 4 dicembre 2011

Helmut Schmidt

numero 4/2011 - revisione 1

Proprietario ed editore Partito Democratico Sede Legale - Direzione e Redazione Via Sant'Andrea delle Fratte n. 16, 00187 Roma Tel. 06/695321 Direttore Responsabile Stefano Di Traglia Registrazione Tribunale di Roma n. 270 del 20/09/2011 I testi e i contenuti sono tutelati da una licenza Creative Commons 2.5 CC BY-NC-ND 2.5 Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

Aspetti del nostro tempo: novità e deja vu Gianni Toniolo

68

72

Per un neo-umanesimo del lavoro Stefano Fassina Oltre la grande contrazione: verso una crescita di nuova generazione Mauro Magatti Razionalità economica: un orizzonte da dilatare Simona Beretta

135

Gramsci e l’analisi delle crisi commento a un paragrafo dei Quaderni del Carcere

Giuseppe Vacca ALTRI CONTRIBUTI

142

Bankitalia: una riserva della Repubblica Natale D’Amico

147

Piccola nota sul cattolicesimo politico Alberto Melloni

150

Ancora sulla sussidiarietà: noi (e Dossetti) non siamo statalisti Enzo Balboni

3


Profili della crisi globale


Economia malata, alla radice della crisi

FOCUS

Aspetti del nostro tempo: novità e deja vu Gianni Toniolo

I

insegna Economia alla Duke University, North Carolina, e alla LUISS

due decenni a cavallo del secolo sono stati ricchi tanto di straordinarie novità quanto di eventi che hanno tutto il sapore del deja vu. La fine del cosiddetto impero sovietico e la nascita dell'Europa monetaria sono avvenimenti per i quali è impossibile trovare precedenti nei libri di storia. Con qualche forzatura si possono cercare discutibili analogie (la fine dell'Impero Austro Ungarico nel 1918? L'Unione Monetaria Latina dell'Ottocento?) ma si è trattato di eventi sostanzialmente unici per genesi, 5


FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

La maggiore novità del nostro tempo è certamente la fine della Grande Divergenza, durata per 500 anni, tra l'Occidente atlantico e il resto del mondo, in particolare l'Asia culla di civiltà antichissime e progredite

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concreta realizzazione ed effetti di lungo andare sulla politica e l'economia del pianeta. La maggiore novità del nostro tempo è certamente la fine della Grande Divergenza, durata per 500 anni, tra l'Occidente atlantico e il resto del mondo, in particolare l'Asia culla di civiltà antichissime e progredite. Per mezzo millennio, anno dopo anno, si era lentamente ma costantemente allargato il divario tecnologico ed economico tra l'Europa, alla quale si aggiunsero poi alcune delle sue proiezioni oltre gli oceani, e il resto del mondo. La rivoluzione industriale del primo Ottocento aveva enormemente accelerato la divergenza. Il cosiddetto “sviluppo economico moderno” che scaturì dalla rivoluzione industriale inglese si diffuse all'Europa, al Nord America, all'Australia e al Giappone ma per un secolo e mezzo non andò oltre i confini di queste aree. L'assenza di “sviluppo economico moderno” ha significato per gran parte dell'umanità povertà diffusa, breve durata della vita media, subordinazione alle élites feudali interne e alle potenze coloniali arrivate dal mare. Il crescente divario tra il “ricco” Nord Ovest del pianeta e quello che a lungo fu chiamato Terzo Mondo è stato, per la mia generazione, un problema centrale nelle preoccupazioni politiche ed economiche della sinistra, seppure declinato nei modi più diversi: anticolonialismo, ricerca di “nuovi” modelli di sviluppo, rivoluzioni proletarie, riformismo. In quest'ultima categoria ricadevano dibattiti un po' tecnici ma vivaci tra chi propendeva per la strada degli aiuti ai paesi sottosviluppati e chi suggeriva la promozione del commercio internazionale, tra chi demonizzava e chi valorizzava l'apporto delle imprese multinazionali, tra chi suggeriva una crescita lenta ed equilibrata e chi propendeva per la concentrazione di tutti gli investimenti in pochi settori chiave. In diversi momenti e luoghi queste ricette furono un po' tutte consigliate e spesso adottate. Malgrado ciò, tranne che in pochissimi casi di successo (le cosiddette Tigri Asiatiche negli anni Cinquanta), a livello globale la divergenza è continuata, apparentemente impervia alle soluzioni proposte dall'esterno, a volte ma non sempre con le migliori intenzioni. Alla fine, come sempre, la spinta alla crescita è venuta da riforme interne che trovarono la via adatta ai singoli casi: quando questa via è stata


Economia malata, alla radice della crisi

imboccata dalla Cina e dall'India ha preso abbrivio la “fine della Grande Divergenza” semi-millenaria lungamente attesa. L'evento è talmente nuovo che ancora non siamo riusciti pienamente a comprenderlo, a valutarne potenzialità e rischi. La sinistra ha verso questo enorme evento storico atteggiamenti contrastanti: dopo avere auspicato la fine della divergenza, oggi le reazioni dei “progressisti” al più grande fenomeno del nostro tempo sono quantomeno ambigue. Esso viene da molti demonizzato sotto l'etichetta ambigua e fuorviante di lotta a “questa” globalizzazione e al “liberismo” che ad essa si accompagnerebbe. Si tratta di precomprensioni largamente ideologiche di un evento – la fine della Grande Divergenza – a lungo auspicato ma realizzatosi poi al di fuori degli schemi del passato, al di fuori del deja vu. Ciò limita la lucidità della valutazione a cominciare dall'impatto di un fenomeno rivoluzionario: la lenta ma costante uscita di masse enormi di persone dalla povertà che si verifica per la prima volta nella storia dell'umanità. Meno chiaro resta, mi pare, il contenuto di “novità” dell'altro grande evento del nostro tempo: la rivoluzione nelle tecniche dell'informazione e della comunicazione. Si tratta,

FOCUS

Dopo avere auspicato la fine della divergenza, oggi le reazioni dei “progressisti” al più grande fenomeno del nostro tempo sono quantomeno ambigue

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FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

Che impatto ha avuto la tecnologia informatica sulla produzione, sugli stili di vita? Accanto alle novità straordinarie che, nell'ottica del lunghissimo periodo, sono la sigla della nostra epoca, taluni aspetti della storia recente hanno invece il sapore del deja vu

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indubbiamente, di una di quelle tecnologie che impattano su una larga gamma di attività umane e che gli storici economici chiamano “tecniche a scopo generale”. Prima del microcip, hanno assunto questo carattere la macchina a vapore, la dinamo (il generatore di elettricità), il motore a combustione interna. Anche l'organizzazione fordista della produzione di massa rientra probabilmente in questa categoria. Le “tecniche a scopo generale” sono state molto diverse l'una dall'altra ma hanno avuto anche tratti essenziali comuni. Si è trattato in genere, e le tecnologie ICT non fanno eccezione, di innovazioni che hanno dato i propri frutti sulla organizzazione della produzione e della vita sociale molto tempo dopo il loro primo apparire. Per fare un solo esempio, ci volle oltre mezzo secolo perché la macchina a vapore di Boulton e Watt, installata nel 1785 in una fabbrica di birra per rimpiazzare la forza di un cavallo, avesse un impatto rivoluzionario sulla produzione manifatturiera, sui trasporti, sulla vita quotidiana delle persone. Gli storici dunque non si sorprendono se il microchip brevettato da Intel negli anni sessanta ha cominciato ad avere un impatto diffuso e certamente rivoluzionario sul mondo produttivo e sugli stili di vita solo a distanza di oltre quaranta anni. La tecnologia tipica della nostra epoca è, dunque, indubbiamente una novità ma non priva di analogie con precedenti innovazioni a scopo generale che ci consentono di intravvedere paralleli e porre domande sul suo significato. Che impatto ha avuto la tecnologia informatica sulla produzione, sugli stili di vita? Le esperienze di ciascuno consentono di dare una gamma di risposte diverse a questa domanda, gli aspetti di deja vu aiutano però a orientarci confrontando, per esempio, l'impatto delle nuove tecnologie odierne con quello avuto sull'economia e la società dalla macchina vapore e dall'elettricità. In questa luce, probabilmente, la nostra epoca appare meno rivoluzionaria di quella caratterizzata dalla rivoluzione dei trasporti, delle comunicazioni e della produzione legata alla macchina a vapore nella seconda metà dell'Ottocento. Accanto alle novità straordinarie che, nell'ottica del lunghissimo periodo, sono la sigla della nostra epoca, taluni aspetti della storia recente hanno invece il sapore del deja vu.


Economia malata, alla radice della crisi

FOCUS

Quel sapore che ci interroga sul perché la società impari tanto poco dal passato, perché sia così lenta nel correggere i propri errori. Mi riferisco in particolare alle crisi finanziarie. Antiche quanto la banca e la finanza, ciascuna di esse ha caratteri specifici che tuttavia si svolgono in sequenze che tendono a ripetersi con regolarità che, pur essendo abbastanza note agli storici della finanza, continuano a cogliere di sorpresa sia gli economisti sia i responsabili della politica economica. La crisi che ancora stiamo vivendo non ha fatto eccezione. La sequenza è stata quella di sempre, dalla mania dei tulipani dell'Olanda del Seicento alla Grande Crisi per antonomasia degli anni Trenta: innovazioni (finanziarie e non), credito a buon mercato, rapida crescita dell'indebitamento, illusione che “questa volta” il boom possa durare per sempre (o possa per lo meno sgonfiarsi ordinatamente e senza fare danni), politica monetaria troppo prona ad assecondare i mercati, illiquidità o insolvenza di qualche intermediario finanziario, diffusione del contagio (in alcuni casi vero e proprio panico fino alla corsa agli sportelli), trasmissione della crisi finanziaria all'economia reale (produzione ed occupazione). Deja vu sono anche l'hubrys dei banchieri e degli economisti, la “prudenza” dei governi e dei regolatori nell'intervenire, lo scatenarsi (o semplicemente l'emergere) di comportamenti criminali. A onore del vero va detto che, nel 2009, dopo lo scoppio della crisi che non avevano saputo o potuto prevenire, governi e banche centrali dei principali paesi hanno reagito in modo ben diverso che nel 1929-30. La crisi, potenzialmente più distruttiva di quella degli anni Trenta, è stata tamponata con un aumento della spesa pubblica in disavanzo, con enormi iniezioni di liquidità e salvataggi mirati di intermediari finanziari. È stata utilizzata l'intera panoplia degli strumenti a disposizione. Il tutto è avvenuto in modo cooperativo tra le autorità dei diversi paesi. Rilevammo allora con soddisfazione come la lezione degli anni Trenta fosse stata debitamente metabolizzata. In virtù di questo impegno a evitare gli errori del passato, la crisi dell'economia reale è stata bloccata. Ha preso l'avvio una ripresa dell'economia mondiale, seppure più lenta di quanto desiderabile negli Stati Uniti e in Europa. 9


FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

Oggi l'Europa rischia di restare vittima di errori molto simili a quelli cui condusse nel 1931 il clima avvelenato delle relazioni internazionali

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L'amnesia storica, tuttavia, è ben presto tornata. Passato (apparentemente) il pericolo sono mancate sia la forza sia la volontà politica di procedere a una migliore regolazione dei mercati finanziari, alla lenta ma costante correzione degli squilibri nei conti con l'estero dei principali paesi, al contenimento dei debiti privati e pubblici. Anche questo deja vu… Peggio ancora: oggi l'Europa rischia di restare vittima di errori molto simili a quelli cui condusse nel 1931 il clima avvelenato delle relazioni internazionali. È stato adombrato addirittura che rischiamo di essere vittime di una nuova “guerra dei trent'anni”. La lezione del 1931 è cristallina: sarebbe servita una forte cooperazione per coordinare le politiche economiche attuando nei paesi in surplus politiche espansive che compensassero la deflazione resasi necessaria per correggere il disavanzo di altri paesi. La Germania era allora nella posizione in cui versa oggi l'Italia. Non fu aiutata dalla “virtuosa” Francia che si trovava nella forte situazione della Germania di oggi. Come sappiamo, andò male a entrambi i paesi e al resto dell'Europa sia sul piano economico sia su quello politico e sociale. Una riflessione seria sulla storia del 1931-33 aiuterebbe assai. Scongiurerebbe un altro tragico deja vu.


Economia malata, alla radice della crisi

FOCUS

La “vista corta” della politica Vincenzo Visco

già ministro delle Finanze e del Tesoro, è presidente di Nens

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FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

Siamo ancora lontani dalla soluzione sia dei problemi che hanno generato la crisi, sia di quelli creati dalla crisi stessa

La latitanza della politica rende più difficili e contraddittorie le misure tecniche che vengono adottate e tolgono dal tappeto gli argomenti più delicati: come la riforma del sistema monetario internazionale evocata in passato da Sarkozy 12

L’

intera economia mondiale è tuttora ostaggio degli effetti della grande crisi finanziaria iniziata a fine 2007. Dopo una ripresa nel 2010, il 2011 ha riproposto problemi irrisolti vecchi e nuovi, e il 2012 si prospetta molto problematico: è ormai certa una recessione nella zona euro, la cui entità e durata è difficile da valutare; per gli Stati Uniti si prevede una crescita moderata, ma gli effetti (negativi) della crisi europea e della svalutazione dell'euro si faranno sentire; anche l'Inghilterra è di nuovo in recessione, e il Giappone difficilmente riuscirà e crescere. Molti osservatori, inoltre, prevedono una riduzione della crescita della Cina e alcuni sottolineano anche il rischio dello scoppio della bolla immobiliare che è andata crescendo in quel Paese negli ultimi tempi. La caduta della domanda in Europa, Stati Uniti e Giappone rende più difficile sia le esportazioni di beni di consumo (Cina) sia quelle di materie prime; la crisi politica nei Paesi arabi contribuisce tuttavia a mantenere elevati i prezzi dell'energia. In sintesi siamo ancora lontani dalla soluzione sia dei problemi che hanno generato la crisi, sia di quelli creati dalla crisi stessa, al contrario essi sembrano aggravarsi, dal momento che i Paesi in surplus rifiutano misure economiche espansive o la rivalutazione delle loro monete e quelli in deficit sono costretti a politiche deflazionistiche e recessive, col rischio di gravi tensioni sociali, mentre i bilanci pubblici di tutti i Paesi sono oberati da deficit e disavanzi di dimensioni inusitate e crescenti, e quindi dispongono di margini di manovra limitati o assenti. Mancano leadership politiche forti in grado di proporre, far accettare, ed attuare le politiche coordinate tra i Paesi che sarebbero necessarie. Nessuno è in grado di proporre alle proprie opinioni pubbliche soluzioni valide per il futuro e a coinvolgerle su progetti di una nuova e più sostenibile fase di crescita basata sulla cooperazione internazionale, ma ciascuno è indotto a assecondare le reazioni di chiusura e la radicalizzazione delle posizioni dettate dalla paura. Ci troviamo quindi in una situazione di stallo e di transizione da cui non è chiaro se e come saremo in grado di uscire. La latitanza della politica rende più difficili e contraddittorie le misure tecniche che vengono adottate e tolgono dal tappeto gli argomenti più delicati (e importanti): come la riforma del sistema monetario internazionale evocata in passato da Sarkozy. L'unica esperienza paragonabile con la crisi del 2007-2008


I cattolici e la ricostruzione italiana

FOCUS

è quella della grande crisi del 1929-33. I due eventi sono molto simili e purtroppo anche l'evoluzione dei comportamenti politici nei due periodi appare ora pericolosamente analoga; nonostante gli insegnamenti della storia e il fatto che, consapevoli dei rischi, i governi abbiano adottato nel 2008-09 una corretta strategia coordinata che ha evitato che la recessione si trasformasse in depressione dopo il fallimento di Lehmen Br. Subito dopo però lo spirito cooperativo si è affievolito e si sono manifestati conflitti, incomprensioni, diagnosi divergenti e terapie difficilmente conciliabili. Più precisamente gli Stati Uniti, nonostante le notevoli pressioni esercitate, non sono riusciti a convincere l'Europa (e soprattutto la signora Merkel) a considerare come rilevante il tema della crescita accanto a quello del risanamento. E non è un caso che gli Stati Uniti accusino l'Europa e la Germania di rischiare di provocare il collasso dell'intera economia mondiale, e che il FMI internazionale abbia paventato il rischio di una nuova depressione provocata dalla possibile crisi dell'euro. Al tempo stesso, tuttavia, Obama, condizionato dalla propria opinione pubblica, dai repubblicani e dalla scadenza elettorale, sostiene che l'Europa deve cavarsela con i suoi mezzi e rifiuta di far partecipare gli Stati Uniti al progettato aumento delle dotazioni anticrisi del FMI. Dal canto suo Cameron, invece di sollecitare e aiutare l'Europa a cambiare politica, si tira indietro e si arrocca al di là del canale, seguendo le pulsioni isolazioniste e nazionaliste prevalenti nel suo Paese. La Cina vorrebbe ( e avrebbe interesse ad ) aiutare l'Europa, ma chiede in cambio condizioni di favore e trattati commerciali privilegiati difficilmente accettabili. Dal canto loro Merkel e Sarkozy sono riusciti in un vero e proprio capolavoro: pur essendo infatti le condizioni complessive della zona euro nettamente migliori di quelle di USA, Giappone e Gran Bretagna, le errate decisioni adottate a partire dalla crisi greca hanno fatto sì che oggi sia la moneta unita ad essere posta sotto attacco e in gravi difficoltà. Sarebbe stato sufficiente un anno e mezzo fa garantire integralmente il modesto debito pubblico greco (300 md., il 4% del PIL europeo) imponendo al tempo stesso obblighi di risanamento cogenti al Paese, per evitare ogni rischio di contagio. Così non è stato, al contrario la terapia greca è stata imposta anche a Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, senza tener conto della diversa natura e origine delle difficoltà di ciascun Paese, e soprattutto ignorando il dato di fatto che l'aumento dei disavanzi e dei 13


FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

Una qualche forma di ristrutturazione dei debiti sovrani dovrà prima o poi essere prevista e concordata; il che implica una gestione dei rapporti tra creditori e debitori come elemento essenziale della conclusione e superamento della grande crisi

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debiti nei Paesi europei, e in tutto il mondo, è stato una conseguenza della crisi finanziaria e non la sua causa. Inoltre si è rafforzata la tendenza a chiusure nazionalistiche da parte di tutti i Paesi affermando che ognuno di loro doveva fare i “compiti a casa“, ignorando e non capendo che questo è invece il momento della massima cooperazione. Al tempo stesso la Germania rifiuta di fare i propri compiti a casa, vale a dire espandere la propria economia evitando di precipitare l'intero continente in recessione. Durante la crisi del '29 fu proprio la cattiva interpretazione della sua origine e delle terapie necessarie, e la mancanza di cooperazione internazionale, a farla precipitare in depressione, a porre fine alla prima globalizzazione, e sollecitare nazionalismi e protezionismi, a provocare sconvolgimenti sociali e conflitti che portarono al potere o rafforzarono il fascismo e i movimenti comunisti e provocarono infine la seconda guerra mondiale. Vi è inoltre un altro problema che dovrà essere affrontato da tutti i Paesi e che appare di difficile soluzione senza una cooperazione e un accordo molto stretto. Si tratta dello smaltimento degli eccessi di debito che si sono accumulati per via della crisi nei bilanci pubblici di tutti gli Stati e che rischiano di paralizzare le possibilità di ripresa. Ciò significa che una qualche forma di ristrutturazione dei debiti sovrani dovrà prima o poi essere prevista e concordata; il che implica una gestione dei rapporti tra creditori e debitori come elemento essenziale della conclusione e superamento della grande crisi. Questi sono i principali problemi che la politica dovrà affrontare nei prossimo anni. Non sarà facile. Il fatto è che la razionalità non è una caratteristica propria né della politica né dei mercati: ambedue soffrono di “veduta corta”, ma a differenza dei mercati la politica ha il compito di garantire non il profitto a breve, bensì la sicurezza a lungo termine della popolazione. Si tratta quindi di porre fine a conflitti e rivalse, di esorcizzare paure e irrazionalità e di far comprendere alle opinioni pubbliche i loro veri interessi di lungo termine. Se questo non avverrà le conseguenza non solo saranno drammatiche per l'economia e le condizioni di vita della popolazione, ma anche per gli assetti democratici dei Paesi e le stesse libertà economiche.


Economia malata, alla radice della crisi

FOCUS

Mercati e governo politico Massimo D’Antoni

insegna Scienza della finanza presso l’Università di Siena

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er il loro valore simbolico, il 1989 e il 2008 sono date che resteranno nei libri di storia. Tra le tante differenze, un parallelismo può essere individuato tra la caduta dei regimi comunisti e l'inizio della crisi economico-finanziaria tuttora in corso. Il collasso dei sistemi pianificati, la loro incapacità di tenere il passo delle economie capitalistiche nella creazione di benessere materiale (oltre che dal punto di vista delle libertà individuali) ha segnato la fine dell'illusione che il controllo per via politica, attraverso la pianificazione, potesse sostituire integralmente il mercato. Ha cioè sancito in modo forse definitivo la consapevolezza del limite della politica. La grave crisi economico-finanziaria del 2008 sembra segnare la fine di un'utopia di segno opposto, in parte alimentata proprio dall'evidenza della vittoria storica dei sistemi capitalistici: mi riferisco alla convinzione che le forze del mercato possano rappresentare l'unico principio

La grave crisi economico finanziaria del 2008 sembra segnare la fine dell'idea che le forze del mercato possano rappresentare l'unico principio regolatore dell'attività economica

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FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

La separazione tra un mercato che crea ricchezza e la politica che interviene solo sulla sua distribuzione è una lettura semplicistica, che non trova riscontro nella moderna riflessione economica

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regolatore dell'attività economica; che in assenza di indebite interferenze i sistemi economici debbano ineluttabilmente convergere verso “il” sistema di capitalismo nella sua versione anglosassone; che il modo migliore per garantire la crescita sia quello di vincolare la sfera politica e limitarne le interferenze con l'operare della concorrenza di mercato. Anche nella sua versione più moderata, quella per intenderci del “liberismo di sinistra”, tale visione limita lo spazio di intervento pubblico alla funzione redistributiva (da realizzarsi attraverso strumenti fiscali) e all'approntamento di una rete di protezione mirata a scongiurare il rischio di povertà. Tuttavia, sopravvalutando la capacità di autoregolazione del mercato, essa fa propria una lettura sostanzialmente negativa del ruolo del politico, cui fatica a riconoscere le altre due funzioni fondamentali di promotore di efficienza e di strumento necessario di stabilizzazione macroeconomica. Prigioniera di una rappresentazione riduttiva dei rapporti economici, essa reputa efficiente soltanto l'interazione condotta attraverso il mercato e la concorrenza, e considera fonte di distorsioni (nella migliore delle ipotesi un costo inevitabile) la composizione degli interessi attraverso forme aggregative e strumenti di azione collettiva. La separazione tra un mercato che crea ricchezza e la politica che interviene solo sulla sua distribuzione è una lettura semplicistica, che non trova riscontro nella moderna riflessione economica. Non si tratta di assumere una posizione più o meno liberale. È infatti proprio all'interno della tradizione liberale del riformismo britannico che sono maturate alcune delle critiche più forti al laissez faire del liberalismo “classico” e si è sviluppata una linea di riflessione (che da John Stuart Mill passa per Sigdwick, Pigou, e poi per Keynes) tesa a sottolineare i limiti della “mano invisibile” del mercato e il ruolo insostituibile del governo nella promozione della crescita, dell'uso razionale delle risorse, dell'efficienza allocativa. Se il liberale Pigou sottolineava i “fallimenti del mercato” dovuti alla sistematica discrasia tra costi e benefici privati rispetto ai costi e benefici sociali, il liberale Keynes difendeva la necessità di un'attiva politica di stabilizzazione e di un ruolo degli investimenti e della spesa pubblica per riattivare un'economia altrimenti condannata alla stagnazione. È dell'economista americano Musgrave (il “maestro” della moderna public finance) l'idea di un triplice


Economia malata, alla radice della crisi

ruolo del governo: redistribuzione, stabilizzazione macroeconomica e efficienza nell'allocazione delle risorse. È questa la base concettuale che ha fatto da sostegno alle politiche di crescita e coesione del dopoguerra, e che conserva tuttora la sua attualità (uscendo semmai rafforzata dagli studi più recenti dell'economia dell'informazione o della cosiddetta “economia della felicità”). Eppure, l'idea che il mercato sia il luogo della creazione di ricchezza e la politica quello del conflitto distributivo (una concezione propria della tradizione di pensiero conservatrice della public choice), sembra fornire sostegno teorico ad alcune posizioni oggi diffuse: il sospetto verso soluzioni cooperative e l'avversione verso la concertazione, che si ritiene debbano inevitabilmente risolversi in un dispendioso gioco a somma zero; il mancato riconoscimento di un ruolo anche positivo alle forme di associazione che sorgono sul mercato (si veda a questo proposito la parzialità di alcune letture delle liberalizzazioni, da parte di chi non riconosce alcun ruolo positivo alle istituzioni “di sostegno” presenti nei mercati caratterizzati da rilevanti imperfezioni informative). La crisi del 2008 ci costringe insomma a ripensare quel rapporto tra governo politico e mercato che è da sempre al centro della riflessione degli economisti e non solo. La rilevanza delle politiche di stabilizzazione, il ruolo della regolazione dei mercati, la dimensione dell'intervento pubblico, questioni che sembravano in qualche modo risolte fino a pochi anni fa (se non in ambito accademico per lo meno nel dibattito pubblico) sono state riaperte con prepotenza. La prospettiva di un “ritorno della politica” è un'opportunità importante per una forza di centrosinistra, e in particolare per il partito democratico. Il recupero di un pensiero che accetta mercato e governo politico come strumenti certamente imperfetti ma entrambi necessari per la creazione di benessere, e in larga parte complementari per una crescita equilibrata ed un razionale utilizzo delle risorse, rappresenterebbe esso sì, se il termine non fosse ormai abusato, la base adeguata per individuare un'autentica “terza via”. Il Partito Democratico dovrebbe trovarsi in una condizione privilegiata per elaborare la propria linea di politica lungo questa direttrice, senza cercare troppo lontano da sé i punti di riferimento. Una visione del mercato del lavoro che ne riconosce la peculiarità e il carattere di istituzione sociale, una visione del sistema di welfare non

FOCUS

La prospettiva di un “ritorno della politica” è un'opportunità importante per una forza di centrosinistra, e in particolare per il Partito Democratico

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FOCUS

Economia malata, alla radice della crisi

L'elaborazione di una visione equilibrata dei rapporti tra politica ed economia, lungi dall'essere questione astratta, ha ricadute importanti sul modo in cui affrontare le sfide più urgenti

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come mero costo ma come ingrediente essenziale per la crescita produttiva, la valorizzazione del ruolo del sindacato e il ruolo dei “corpi intermedi”, sono elementi che accomunano la tradizione socialista e quella cattolica, così come buona parte del liberalismo sociale. L'elaborazione di una visione equilibrata dei rapporti tra politica ed economia, lungi dall'essere questione astratta, ha ricadute importanti sul modo in cui affrontare le sfide più urgenti della politica economica. Da un primo punto di vista, è necessario partire da un'interpretazione corretta della crisi stessa. Continua infatti a trovare sostenitori, anche all'interno del perimetro del centrosinistra, una lettura che tende ad enfatizzare quale causa primaria dell'attuale crisi delle economie europee la scarsa disciplina dei governi nelle decisioni di spesa. Non è una tesi molto diversa da quella espressa ad esempio dell'economista conservatore Michael Boskin (già consigliere di Bush senior), per il quale la crisi europea è il risultato di un sistema di welfare troppo generoso e quindi insostenibile. Da tale lettura discende l'idea che la soluzione vada perseguita attuando politiche di austerità (una rapida convergenza al pareggio di bilancio in tutti i paesi europei contemporaneamente) e puntando ad una drastica cura dimagrante del settore pubblico, aumentando in modo corrispondente lo spazio del mercato. Si tratta di un'interpretazione parziale e sostanzialmente non corretta, che trascura il ruolo centrale giocato dagli squilibri commerciali e quelli del credito privato, che istituzioni di governo incomplete a livello europeo non sono stati in grado di controllare ed evitare (e forse nemmeno di vedere fino a poco tempo fa). Semmai, un difetto di governo e di politica, non un eccesso. Un corollario dell'idea che si debba limitare quanto possibile la discrezionalità dell'azione di politica economica è l'enfasi data alla riforma del mercato del lavoro in direzione di un'ulteriore deregolamentazione, perché possa più rapidamente assorbire i contraccolpi degli aggiustamenti richiesti dagli squilibri macroeconomici. Proprio il contrario della lezione duramente appresa negli anni 1930 e messa in pratica nel successivo quarantennio: che le politiche monetarie e fiscali dovessero servire a ridurre i costi sociali degli aggiustamenti derivanti dall'instabilità dei sistemi di mercato capitalistici.


Economia malata, alla radice della crisi

Un secondo nodo, che ha a che vedere con la soluzione della crisi stessa, è quello della possibilità di un governo democratico delle politiche economiche nell'ambito della “rifondazione” del patto interno all'Unione Europea. Una risposta all'altezza della sfida ancora manca, ma è ormai a tutti evidente il fallimento di un sistema che si pensava fosse in grado di autoregolarsi in assenza di una politica fiscale comune (che è cosa ben diversa da un sistema di vincoli alle politiche fiscali nazionali) e con una politica monetaria imbrigliata dal dogma monetarista del mero controllo dell'inflazione. Il “trilemma” che abbiamo di fronte è espresso in modo estremamente chiaro dall'economista Dani Rodrik, che afferma l'impossibilità di avere allo stesso tempo piena integrazione dei mercati a livello internazionale (globalizzazione), autodeterminazione degli Stati e democrazia. A meno di rinunciare al progetto di integrazione economica (o quanto meno arretrare rispetto a quanto finora raggiunto), il rischio è che la cessione di sovranità che ci viene ora richiesta si traduca in una riduzione degli spazi di democrazia. Questa è la vera sfida che ha di fronte una forza democratica e di centrosinistra, laddove il pensiero conservatore può persino trovarsi a suo agio nella prospettiva di soluzioni tecnocratiche. Non è una sfida che possa risolversi con un richiamo romantico e ingenuo agli Stati Uniti d'Europa, richiamo cui pure siamo tutti emotivamente sensibili. Basti pensare alle difficoltà di far funzionare un vero sistema di rappresentanza in assenza di una comunità linguistica, o di evitare che nella scelta dei propri rappresentanti l'appartenenza nazionale prevalga sull'orientamento politico. La stessa unione fiscale, che date le differenze di reddito tra gli stati non può che prevedere sistematici trasferimenti dal centro alla periferia, richiede la “costruzione” di un'identità europea e di un senso di appartenenza che non è opera di pochi mesi o anni (si pensi al precedente della costruzione delle identità nazionali e a quante resistenze ha suscitato). La sfida è ardua, cominciamo col mettere a punto strumenti concettuali adeguati.

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Il rischio è che la cessione di sovranità che ci viene ora richiesta si traduca in una riduzione degli spazi di democrazia

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Gli USA divisi nel fronteggiare la crisi Lapo Pistelli è responsabile Esteri e Relazioni Internazionali PD

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n meno di due anni il debito federale americano è cresciuto del 50% passando da 10 trilioni di dollari (cioè 10.000 miliardi di dollari) a oltre 15 trilioni: una bolla senza controllo, una cifra enorme, equivalente all'intero prodotto lordo americano. Se a questa montagna si aggiungono i debiti contratti dai singoli Stati e le garanzie della Federal Reserve tuttora aperte per i fallimenti di Fannie Mae e Freddie Mac, le due società che impacchettavano e vendevano mutui immobiliari inesigibili, il rapporto fra debito e Pil schizza al 120%, un numero che in Italia conosciamo tristemente bene. Fred Bergsten, guru del Peterson Institute for International Economics, dice con chiarezza che la crisi gobale, esplosa in America con la bolla immobiliare e quella 20


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della finanza fasulla ed esportata in Europa sotto forma di crisi dei debiti sovrani, potrebbe nel giro di poco ritornare indietro – sempre che l'Europa riesca a rientrare in carreggiata – e far saltare tutte le contraddizioni del capitalismo americano contemporaneo. La sfera pubblica americana – un dato che sfugge ai più – non conosce “il dibattito all'europea”, quello che s'interroga con moto perpetuo sulle motivazioni di una scelta compiuta, sulle responsabilità dei decisori, sulle conseguenze prodotte; essa anima al contrario una discussione assai pragmatica sul “cosa facciamo oggi”, come se la storia si risvegliasse tutte le mattine come una pagina interamente bianca. Non provate dunque a ingaggiare un americano in una discussione sulla legittimità della guerra in Iraq o sul bilancio dell'intervento in Afghanistan. Lo perdereste al primo minuto. Parlategli semmai su come si esce da un teatro di guerra o su quali siano le nuove sfide e vi seguirà. Così è stato per l'economia. All'indomani della convenzione che incoronò Barack Obama come candidato presidente, esplose la crisi che travolse Lehman Brothers, AIG, Citigroup, Fannie Mae, Freddie Mac ed altre società. La tempesta colpì velocemente un sistema debilitato dai 3000 miliardi di dollari spesi in 8 anni fra Iraq e Afghanistan, una “guerra al terrore” incredibilmente dispendiosa. È difficile attribuire una responsabilità personale specifica della crisi del 2008 a George Bush ma è graniticamente sicuro che le follie finanziarie di quella stagione furono possibili solo grazie ad un clima di completa deregolamentazione che chiuse non uno ma due occhi davanti al crescere di una bolla del mercato immobiliare alimentato da mutui regalati, e davanti a ricchezze gonfiate, fondate su prodotti finanziari improbabili, figli di calcoli probabilistici e di scommesse sempre più rischiose sul futuro partorite da operatori spregiudicati. Cadde Wall Street, cadde fragorosamente, e cadde anche John Mc Cain, il candidato repubblicano, l'eroe di guerra del Vietnam, un'agenda tutta giocata sull'esperienza del veterano, sull'orgoglio patriottico, un uomo che non aveva però la più pallida idea di come affrontare la valanga finanziaria che stava travolgendo il Paese. E vinse Barack Obama che in pochissimi mesi dovette allestire un gigantesco “stimulus package” per salvare il salvabile, rilanciare la crescita e i consumi. Chi cercasse traccia in quei mesi di un serio dibattito

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La sfera pubblica americana – un dato che sfugge ai più – non conosce “il dibattito all'europea”, quello che s'interroga con moto perpetuo sulle motivazioni di una scelta compiuta, sulle responsabilità dei decisori, sulle conseguenze prodotte; essa anima al contrario una discussione assai pragmatica sul “cosa facciamo oggi”, come se la storia si risvegliasse tutte le mattine come una pagina interamente bianca

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Una parte consistente del partito repubblicano è incanaglito in un'agenda anti-tasse che ha allontanato da sé ogni responsabilità della stagione passata radicalizzando lo scontro

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nazionale su “come diavolo siamo arrivati fin qui!” non troverà niente: nessuna riflessione autocritica da parte repubblicana, nessuna recriminazione sull'operato di Alan Greenspan sotto i cui occhi crebbe la voragine, ma nemmeno querule lamentele democratiche sull'eredità ricevuta. Dal “day one”, dal primo giorno in cui un Presidente è in carica, i problemi sono suoi e a lui tocca risolverli. La natura federale del sistema americano ha fatto sì che in questi due anni non si producesse nemmeno alcun allineamento delle scelte statali a quelle di Washington ma che ciascuno Stato proseguisse imperterrito la propria politica economica: così, specie in quegli Stati la cui normativa prevede una garanzia statale sul pagamento delle pensioni, è cresciuta l'emissione di titoli di debito. Se l'Europa ha i suoi PIGS (“maialini”), Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna o PIIGS con l'inclusione dell'Italia, l'America ha i suoi CANI (California, Alabama, New York e Illinois), gli Stati caratterizzati dal più alto debito: oltre a due stati importantissimi come la California (fra le prime 10 economie del pianeta se considerata singolarmente) e New York, c'è anche quell'Illinois di cui è originario il Presidente. Ma il re dei paradossi politici è stato il fenomeno dei “tea party”: lasciando da parte le campagne di calunnia personale sul Presidente, ciò che sorprende e sconcerta è che una parte consistente del partito repubblicano, invece che collaborare con la Casa Bianca nello sforzo di ricostruzione di una finanza disastrata e di rilancio della crescita, si sia incanaglito in un'agenda anti-tasse che ha allontanato da sé ogni responsabilità della stagione passata radicalizzando lo scontro. Alle elezioni di Midterm i candidati del tea-party hanno avuto una grande affermazione sottraendo la maggioranza democratica al Congresso e condizionando l'agenda dei candidati repubblicani che hanno iniziato a competere per le prossime elezioni presidenziali. Della promessa di Obama sulla fine della contrapposizione fra i “rossi” e i “blu” in nome degli Stati Uniti d'America è rimasto ben poco: la super Commissione congressuale che doveva negoziare l'estate scorsa un maxi accordo sulla riforma del bilancio per contenere il rischio default paventato dai mercati ha prodotto ben poco. I candidati repubblicani alle cariche elettive proseguono il rituale del “pledge”, della promessa solenne di non mettere nuove tasse, così che il risanamento dei conti pubblici passi


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solamente attraverso il taglio selvaggio di trasferimenti e servizi e l'impossibilità della mano pubblica di correggere la distribuzione del reddito. Ed è singolare notare come proprio il feticcio delle tasse, dello Stato minimo sia oggi l'unico filo che lega le diverse correnti repubblicane. Se solo otto anni fa, l'agenda della destra americana era indirizzata prevalentemente sui temi sociali e valoriali, dal capitalismo compassionevole al ruolo della religione nella sfera pubblica, dall'aborto alla ricerca sulle cellule staminali, oggi sono le tasse l'unico slogan che tiene assieme il Great Old Party. I democratici, dal canto loro, insistono invece sulla necessità che le fasce dei redditi alti siano chiamate a contribuire in maniera progressiva, dato che l'ultimo decennio ha registrato negli Stati Uniti un aumento sbalorditivo della disuguaglianza fra ceti sociali. Nella politica americana, il partito del Presidente è il Presidente medesimo: si deve dunque guardare a Barack Obama per vedere quali mosse faranno i democratici nel corso di quest'anno. E siamo lieti di vedere la consapevolezza attiva che il Presidente ha mostrato in questi mesi, spingendo l'Europa a un salto in avanti nella propria integrazione politica, esortandola ad adottare programmi di crescita

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Il feticcio delle tasse, dello Stato minimo è oggi l'unico filo che lega le diverse correnti repubblicane. I democratici, dal canto loro, insistono invece sulla necessità che le fasce dei redditi alti siano chiamate a contribuire in maniera progressiva

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comune, cambiando radicalmente l'impostazione washingtoniana dello scetticismo sull'euro verso una consapevolezza che l'economia globale intreccia i destini di tutti. In fondo, anche se i pesi del mondo stanno cambiando, l'Europa resta sempre il primo partner economico e commerciale degli Stati Uniti: la nostra crisi continentale trascinerebbe inevitabilmente anche l'altra sponda. Barack Obama dovrà invece fronteggiare quest'anno cifre allarmanti sulla disoccupazione domestica, cifre più alte di quelle del tempo del suo insediamento, cifre con le quali – così dicono gli appassionati di numeri – nessun Presidente è stato rieletto. C'è dunque intanto da sperare nella guerra civile che infuria nel campo avverso. I repubblicani, così, continuano a ballare da soli. Lo “shifting” di agenda dai temi sociali a quelli economici ha sdoganato Mitt Romney, il mormone considerato inadatto solo quattro anni fa a causa del suo orientamento religioso e oggi ritenuto lo sfidante più in grado di prevalere nell'aspra competizione intestina. Pur essendosi sbranati a vicenda su ciascun tema relativo al proprio passato e pur se i caucus dell'Iowa – Stato piccolo, rurale, ultraconservatore – non vanno presi sul serio più di quanto meritino, tutti i candidati repubblicani si sono trovati d'accordo nel ripetere il mantra isolazionista dell'economia – l'America non scucirà un dollaro per risolvere le crisi altrui – confermando quell'attitudine da potenza globale ma introversa e senza passaporto che non ci è mai piaciuta. Una ragione in più, per noi democratici, per ribadire, al di là dell'Atlantico, la nostra scelta di campo.

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Non solo Brics: le economie in rapida crescita Ugo Papi

è giornalista e responsabile Asia e Pacifico PD

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al 2008 il mondo si trova di fronte ad una crisi economica globale senza precedenti. L'epicentro siamo noi, i paesi industrializzati. Stati Uniti e Europa in testa. Ma la crisi globale investe necessariamente il resto del pianeta e la capacità di reazione delle economie in rapida crescita determinerà per il futuro una nuova gerarchia nel mondo che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Negli ultimi dieci anni abbiamo fatto riferimento ai Bric, o Brics se si aggiunge il Sudafrica a Brasile, Russia, Cina e India. L'acronimo è stata una geniale intuizione di Jim O'Neil, un economista di Goldman Sachs. Nel 2001 il ricercatore statunitense mise assieme paesi grandi in rapida crescita, valutando che entro un orizzonte temporale di una ventina di anni avrebbero superato il Pil dei paesi industrializzati del G7. Da allora

La capacità di reazione delle economie in rapida crescita determinerà per il futuro una nuova gerarchia nel mondo che abbiamo conosciuto sino ad oggi

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I nuovi paesi emergenti si sono moltiplicati e gli osservatori economici aggiungono un'altra ventina di paesi ai cinque già menzionati. Il loro Pil è aumentato di oltre il 6% e continuerà a salire nel 2012 del 5,9%

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paesi che avevano poco in comune dal punto di vista storico, geografico e politico, sono stati considerati come un nuovo blocco. Il bello è che nonostante le differenze, l'idea è piaciuta agli stessi Brics che da alcuni anni, in più occasioni, si sono riuniti per confrontare idee e fare “blocco” comune nei casi di conferenze internazionali o prima del G20 del quale, nel frattempo, sono divenuti parte integrante. Considerati assieme i Brics occupano il 28 % della superficie del pianeta e rappresentano il 44% della popolazione mondiale. Nel frattempo i nuovi paesi emergenti si sono moltiplicati e gli osservatori economici aggiungono un'altra ventina di paesi ai cinque già menzionati. Nel 2011 che ci siamo lasciati alle spalle come anno nero per le economie e la finanza di Stati Uniti e vecchio continente , il loro Pil è aumentato di oltre il 6% e continuerà a salire nel 2012 del 5,9%. Tra questi paesi vi sono Vietnam, Nigeria, Indonesia, Ghana, Quatar, Malaysia. Paesi di aree diverse del mondo in grado di tallonare e a volte superare in termini di velocità di crescita economica anche Cina e India, i giganti asiatici. Per questi nuovi protagonisti del pianeta si usa ormai il termine di “Paesi in rapida crescita” piuttosto che emergenti, termine datato e non più corrispondente alla dinamicità delle loro economie. Si tratta di Nazioni assai differenti tra loro. Alcune stanno sfruttando al meglio le risorse naturali e le materie prime disponibili in quantità. In altri casi riforme economiche e investimenti dall'estero hanno fatto da volano allo sviluppo. In altri casi ancora è il basso costo della manodopera ad agire da volano. Il livello degli investimenti diretti verso questi paesi è raddoppiato negli ultimi 10 anni. Uno studio di Ernst&Young calcola che il totale degli investimenti diretti nei 25 paesi in questione (Brics più i venti paesi in più rapida crescita) arriva al 50% del totale mondiale. Ognuno dei paesi in questione, anche quelli che hanno sfruttato al meglio il basso costo del lavoro per incrementare le esportazioni seguendo il modello cinese, hanno oggi sviluppato un loro mercato interno con una crescente domanda interna e un aumento dei consumi. Sempre secondo Ernst&Young, oggi l'export dai Paesi in rapida crescita è sceso a favore dei consumi domestici, tanto da rappresentare la metà circa del Pil (nella zona Euro è il 40%). I nostri paesi esportano sempre di più nelle nuove aree in questione e entro il 2020 ci si aspetta che il 33% delle esportazioni delle economie avanzate andrà verso i paesi in rapida crescita. Insomma si delinea uno scenario nel quale la


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crisi globale sembra un po' meno “globale”, se vista da altre aree del mondo. A rendere possibili gli scenari di una crescita di altre aree del mondo sono anche i bassi tassi di indebitamento dei nuovi emergenti, i forti investimenti pubblici e una maggiore capacità di guidare i processi economici, da parte delle elites dei paesi in questione. Se dovesse però approfondirsi una recessione dell'area euro assieme al tardare di una ripresa americana, il Pil dei Brics e dei Paesi in Rapida Crescita dovrebbe essere rivisto al ribasso, con conseguenze più pesanti sia per i paesi esportatori di materie prime, come Russia, Indonesia e Brasile, sia per quelli che ancora hanno un forte settore legato all'export. Tale rallentamento potrebbe creare inflazione e disoccupazione, nuove sfide con le quali già si confronta la nuova potenza per eccellenza: la Cina. Il 2012 si prospetta per il Dragone come un anno difficile come mai negli ultimi venti anni. La crisi globale ha rallentato l'attività manifatturiera. I prezzi degli immobili scendono con il rischio che scoppi la tanto paventata “bolla”. Le esportazioni segnano il passo. Gli investimenti stranieri diminuiscono e le piccole e medie imprese entrano in sofferenza a causa di una 27


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La crisi globale sembra un po' meno “globale”, se vista da altre aree del mondo. Se dovesse però approfondirsi una recessione dell'area euro assieme al tardare di una ripresa americana, il Pil dei Brics e dei Paesi in Rapida Crescita dovrebbe essere rivisto al ribasso

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stretta delle banche che prestano con meno entusiasmo di prima. Ma la prima preoccupazione è l'inflazione galoppante che le autorità sembrano ora in grado di controllare dopo una lotta durata tutto il 2011. Il modello di crescita degli anni pre crisi ha avuto i paesi ricchi come consumatori, la Cina e il resto dei paesi asiatici nella parte dei produttori e altri paesi, come la Russia, il Brasile o i paesi del Golfo come fornitori delle materie prime. Il risveglio della Cina negli anni 80 si è basato sulla possibilità di svilupparsi senza avere all'inizio né la tecnologia necessaria né un sistema finanziario strutturato. Gli investimenti stranieri sono stati attratti dal basso costo del lavoro e da lauti guadagni. Ma gli investimenti erano comunque a rischio, in un paese appena uscito dall'era maoista e con leggi arretrate che non garantivano le imprese straniere. Per questo motivo i primi investitori nelle aree speciali, furono quelli di Hong Kong, Taiwan e Singapore. La diaspora cinese ha subito intravisto le opportunità e sapeva come evitare i rischi grazie alla conoscenza della lingua e della mentalità dell'universo cinico al quale apparteneva. Ma con l'avvio delle massicce esportazioni a prezzi stracciati, e con poche importazioni, la Cina ha accumulato rapidamente enormi riserve valutarie ben presto investite in obbligazioni a stelle e strisce. Sono state le obbligazioni a rappresentare la vera garanzia per gli investimenti stranieri in Cina. Senza questo sistema di reciproco “controllo”, sarebbe stato difficile per il gigante asiatico attirare tanti investimenti diretti da farne il primo paese al mondo. I cinesi risparmiavano senza consumare, per permettere agli Usa di consumare senza risparmiare. Con l'inizio della crisi economica globale la Cina è corsa ai ripari. Scoprendosi troppo esposta, ha cercato di spostare la propria economia da una forma attualmente radicata sulla produzione a basso costo e trainata dalle esportazioni, verso un sistema innovativo e basato sul consumo. Per il dodicesimo piano quinquennale del 2011, si indica una crescita del PIL del 7%, ugualmente incredibile, ma ben più basso dei tassi sopra al 10% degli ultimi decenni. Questo spostamento dell'ottica economica ha visto un ingente quantità di denaro pubblico investito in lavori pubblici, green economy e a supporto dei consumi, con il risultato di ritrovarsi alle prese con un'inflazione in aumento per tutto il 2011. Il desiderio delle autorità cinesi è quello di cambiare il modello economico mantenendo l’“armonia”nella società senza disordini sociali o proteste, ma la cosa risulta assai problematica. La frenata


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dello sviluppo economico porta con sé un aumento del dissenso e rafforza le tensioni sociali. Ce lo ricordano giornalmente le violente esplosioni di rabbia operaia nelle fabbriche che chiudono, le proteste per le requisizioni forzate della terra e l'insoddisfazione crescente che compare nei social network. Eppure, per l'Impero di mezzo, questa rapida riconversione è l'unica strada per non dipendere più in futuro dai paesi industriali e soprattutto dagli Usa. Il problema è che questo cambiamento richiede tempo e per ora il Dragone ha ancora bisogno dei tassi d'interesse americani e di un'Europa economicamente forte. L'interesse cinese nel sostenere l'Europa è evidente: l'UE è il primo partner commerciale di Pechino. Il volume di scambi commerciali tra l'Europa e la Cina sono più forti di quelli con gli Stati Uniti. Il surplus del paese asiatico rispetto alla UE è imponente. Lo scorso anno ha toccato la vetta di circa 170 miliardi di euro. Sostenere l'Euro per Pechino significa salvare le proprie esportazioni, tanto più vantaggiose per i consumatori europei, tanto più la moneta europea si mantiene forte e la sua economia dinamica. Il tempo stringe anche per le nuove potenze economiche del pianeta. Se saranno loro a resistere trascinando in una nuova congiuntura positiva i paesi industrializzati o se saremo noi a bloccare, almeno temporaneamente, l'inarrestabile ascesa dei nuovi mercati, sarà il futuro prossimo a renderlo chiaro a tutti.

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Sono state le obbligazioni a rappresentare la vera garanzia per gli investimenti stranieri in Cina. Senza questo sistema di reciproco “controllo”, sarebbe stato difficile per il gigante asiatico attirare tanti investimenti diretti da farne il primo paese al mondo

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L'informazione e il “pensiero mitico” Roberto Seghetti

è giornalista e capoufficio stampa PD

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n tutto il mondo, ma in modo particolare nei paesi più avanzati, l'informazione ha assunto la stessa funzione che il sangue assolve nei confronti del corpo o che la moneta assolve nei confronti dell'economia: garantisce che tutti gli organi funzionino correttamente e che abbiano il carburante per farlo. La rivoluzione informatica, delle comunicazioni e dei trasporti hanno accentuato in modo esponenziale l'importanza di questa funzione. L'informazione “pulita” è diventata in questi anni, e lo sarà sempre di più, una precondizione della democrazia e dell'efficienza dei mercati in una società tecnologicamente ed economicamente avanzata, in cui i tempi di decisione sono diventati brevissimi e l'opinione pubblica si forma prevalentemente attraverso il 31


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L'informazione “pulita” è diventata in questi anni, e lo sarà sempre di più, una pre-condizione della democrazia e dell'efficienza dei mercati

La necessità di avviare una riflessione su questi temi, in particolare su come i media possono diffondere letture e interpretazioni della realtà capaci di rendere difficile, se non impossibile, l'effettiva fruibilità da parte del pubblico di informazioni razionali 32

rapido consumo di notiziari e dibattiti organizzati dai mezzi di informazione. L'accentramento del potere di informare o la possibilità che l'informazione sia inquinata rappresentano dunque un fatto potenzialmente distorsivo destinato ad avvantaggiare i pochi che hanno fonti proprie di conoscenza o la capacità di influenzare i media e a svantaggiare, invece, i molti che devono usare le notizie disponibili per compiere le proprie scelte. Si potrebbe dire che, se fa difetto la fondatezza e la completezza delle notizie messe in circolo dai media, alla lunga si rischia di ridurre il grado di democrazia e di capacità di intervento popolare. Da qui, la necessità di porsi alcune domande: i media garantiscono davvero un racconto aderente, per quanto possibile, alla realtà? E ancora: garantiscono che le decisioni di politica e di economia o le semplici notizie possano essere capite per ciò che sono? Sono domande fondamentali. La scelta razionale, sia da parte dell'operatore famiglia sia da parte dei policy maker (che pure hanno la possibilità di accedere a studi e dati di prima mano, ma che inevitabilmente risentono anche del contesto culturale e conoscitivo generale), diventa del tutto aleatoria se fa difetto il presupposto sul quale si basano tutte le decisioni: la fondatezza delle informazioni di cui ciascuno riesce a disporre. Di più: l'influenza dell'ambiente in cui opera il policy maker fa sì che, anche in presenza di informazioni esatte e di scelte razionali ponderate, queste ultime possano apparire fuori centro se il contesto sociale non è in grado di riconoscerle come tali. La risposta alle domande sull'affidabilità dei media non può essere univoca, naturalmente, né riduttiva rispetto ad un fenomeno che per sua stessa natura è complesso. Ma alcuni esempi, riferiti alla crisi economica in corso ed al modo di affrontarla, rendono evidente quantomeno la necessità di avviare una riflessione su questi temi, in particolare su come i media possono diffondere letture e interpretazioni della realtà capaci di rendere difficile, se non impossibile, l'effettiva fruibilità da parte del pubblico di informazioni razionali. Il primo esempio che viene alla mente riguarda il comportamento della Germania. Tutte le analisi razionali indicano che l'introduzione dell'euro e la conseguente disciplina hanno giovato enormemente all'economia tedesca e in particolare all'industria esportatrice. Il surplus commerciale accumulato dalla Germania grazie alla moneta


“Il tratto forse di maggior rilievo, ed insieme più allarmante, nell'evoluzione della nostra moderna vita politica è il sorgere all'improvviso di un nuovo potere: il potere del pensiero mitico” Ernest Cassirer “La tecnica dei nostri miti politici” in Simbolo, mito e cultura, Laterza 1985


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Fin dall'inizio tutti i media specializzati in economia, per larghissima parte di cultura e proprietà anglosassone, hanno considerato l'Europa un'eccezione

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unica e quindi all'assenza di una concorrenza basata sul cambio è enorme. I paesi che prima godevano di un meccanismo competitivo grazie alla moneta debole hanno finito per esportare di meno e importare di più da Berlino. L'euro è un affare gigantesco per l'economia tedesca, talmente grande da rendere quasi impercettibile il sacrificio che la stessa Germania avrebbe potuto fare per salvare la Grecia all'inizio della crisi. Eppure, l'idea-mito di una superiorità del sistema tedesco, dell'etica tedesca, della tenacia tedesca, ha finito per trasformare questo vantaggio straordinario dell'euro in un fatto secondario di fronte alla volontà e alla necessità (quasi fosse questo l'inevitabile destino dei migliori) di “correggere” il comportamento “leggero” dei paesi più deboli e meno regolari, come la Grecia, come la Spagna, come l'Italia. Questa idea accreditata dalla stampa ha trovato terreno fertile nella coscienza del popolo tedesco. Il governo di Berlino, nolente o volente, ne ha dovuto tenere conto per non incorrere in un disastro elettorale. Con il risultati economici e politici che in Europa tutti abbiamo oggi sotto gli occhi. Il comportamento dei mezzi di informazione, dalla stampa tradizionale ai più diffusi social network, passando per la televisione, il mezzo principe in quasi tutti i paesi del mondo, è dunque decisivo. Tanto più che la commistione tra informazione e spettacolo, informazione e pubblicità, informazione e televisione da intrattenimento tende a favorire, piuttosto che l'analisi puntuale dei fatti, l'accettazione acritica di qualsiasi narrazione, purché suggestiva, colorita, curiosa, a prescindere dall'aderenza alla realtà e perfino della verosimiglianza. L'acqua del Po per la Lega Nord, la gioventù di un leader di oltre 70 anni con pruderie sessuali, il machismo delle scelte compiute in un attimo su problemi complessi (i consigli dei ministri da cinque minuti, solo per stare in Italia). Sono, queste, moderne forme di pensiero mitico (il superuomo, l'uomo della provvidenza, l'eroe invincibile, il popolo superiore) suggerite dalla politica e alimentate spesso dall'informazione. Questo fenomeno, che sarebbe un errore giudicare con un atteggiamento di superiorità, riguarda per larga parte proprio i media che si occupano in modo specialistico di economia. Tutta l'informazione economica che conta nel mondo è anglosassone, cioè proviene da una cultura che negli ultimi decenni ha fatto della finanza la sua industria prevalente. Il Wall Street Journal è di Rupert Murdoch. Al


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colosso canadese dell'informazione finanziaria Thomson fa capo Reuters, principale agenzia di stampa internazionale specializzata nell'informazione economica. A questi si aggiungono i britannici Financial Times e The Economist e gli statunitensi BusinessWeek e Fortune, il gruppo Bloomberg o Cnbs. Pensare che questa caratteristica non abbia influenza sul contenuto e sul punto di vista dei media rappresenta un'ingenuità. Se anche lo volessero, i giornalisti di queste testate non potrebbero fare a meno di partire dalla propria cultura, dalla propria realtà. Basti qui ricordare, a titolo di esempio, la diffidenza con la quale è stata accolta fin dall'inizio la possibilità di un'evoluzione positiva dell'Unione europea e dello stesso euro. Difetti ve ne erano, come tutti hanno potuto constatare e come la realtà si è incaricata di dimostrare. Ma fin dall'inizio tutti i media specializzati in economia, per larghissima parte di cultura e proprietà anglosassone, hanno considerato l'Europa un'eccezione, quasi un'anomalia, perché il modello europeo è eccentrico rispetto al modello dell'economia Usa o britannica sotto diversi punti di vista. A cominciare dalla corposità dei sistemi di welfare. Non importa che con quello stesso sistema di welfare, anzi addirittura più pesante, la Germania sia diventata un caso di successo, come pure l'Olanda, la Danimarca o i paesi scandinavi. Il punto è che il welfare secondo il modello dell'Europa continentale è un concetto “inconcepibile” per il modello culturale-economico anglosassone, in particolare per quello statunitense. Di più, un virus da “animale debole”, da debellare prima che si propaghi al di là dell'Atlantico. Senza voler semplificare il ragionamento o generalizzare singoli casi, questi piccoli esempi indicano che, se si vuole capire meglio che cosa è accaduto nella crisi globale e come se ne può uscire, è necessario anche avviare una riflessione sul rapporto tra realtà, dati, informazioni misurabili e questa moderna forma di narrazione mitica della realtà alla quale sono interessati, o anche che subiscono, governi, gruppi di potere, istituzioni. Una forma di narrazione mitica capace di imporsi e allargarsi a macchia d'olio grazie ai media, che per larga parte hanno nel proprio azionariato proprio quegli stessi gruppi di potere, istituzioni, governi, aziende. Il caso italiano è, da questo punto di vista, il più eclatante. Ma ormai non è l'unico. In tutto il mondo l'informazione è diventata ancella di qualche altra intrapresa. 35


L’Europa e l’euro nell'occhio del ciclone


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L’Europa al bivio

tra rifondazione e dissoluzione .

Silvano Andriani

è presidente del Centro Studi Politica Internazionale

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sostegno della politica di austerità si cerca di diffondere l'idea che l'Europa stia vivendo al di sopra dei propri mezzi e che ciò dipenda dall'eccessivo costo del welfare. Se un paese vive al di sopra dei propri mezzi si può vedere dalla bilancia dei pagamenti: se essa è strutturalmente passiva vuol dire che il paese consuma più di quanto produce, e viceversa. Negli ultimi decenni i paesi ricchi sono vissuti e vivono nel loro complesso al di sopra dei propri mezzi, ma ciò dipende essenzialmente da un gruppo di paesi a modello anglosassone – Usa, Inghilterra Irlanda, Nuova Zelanda - che

Negli ultimi decenni i paesi ricchi sono vissuti e vivono nel loro complesso al di sopra dei propri mezzi

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L'Italia purtroppo è uno dei paesi che vive al di sopra dei propri mezzi

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hanno bilance dei pagamenti in passivo e si indebitano sull'estero. E l'Europa come sta? Una ipotetica bilancia dei pagamenti europea costruita con la somma delle bilance nazionali risulterebbe in sostanziale pareggio, ma purtroppo quell'equilibrio risulta dal bilanciamento di situazioni molto squilibrate. Ci sono paesi con passivi strutturali forti e paesi con attivi altrettanto forti: l'attivo di Germania ed Olanda, rapportati al Pil, sono maggiori di quello della Cina. Il fatto che ad essere in attivo sono paesi con i sistemi di welfare più forti al mondo, che sono anche quelli con i bilanci pubblici più sani, demistifica alla base la tesi che individua nell'eccesso di welfare in Europa la causa della crisi dei bilanci pubblici. La controprova sono gli Usa: il paese ricco, ma con il welfare pubblico più debole, è il paese che più di ogni altro vive al di sopra dei propri mezzi. La formazione di questo squilibrio è stata profondamente influenzata dal come è stata gestita l'introduzione dell'euro il cui effetto principale è stato l'allineamento dei tassi di interesse per i paesi dell'area al livello della Germania: ennesimo grave errore commesso dai mercati, giacchè il trattato costitutivo dell'euro non lasciava dubbi sul fatto che, pur in presenza di una moneta unica, il rischio di credito restava differenziato per i diversi paesi. I politici europei hanno venduto l'abbassamento dei tassi di interesse come il frutto più prezioso dell'euro, ma si è trattato di un frutto avvelenato. La forte riduzione dei tassi di interesse ha indotto le famiglie dei paesi più deboli e più rischiosi a indebitarsi per ridurre il divario nei livelli di consumo con i paesi più ricchi. I paesi che tradizionalmente puntavano sulle esportazioni per la loro crescita hanno accentuato quella tendenza. Tale decorso è stato favorito anche dal fatto che il tasso di cambio dell'euro, fissandosi ad un livello intermedio tra i potenziali dei vari paesi, risulta troppo alto per i paesi deboli che ne sono svantaggiati e basso per quelli forti che ne traggono vantaggio. Olanda e Germania sono al mondo i paesi con i più alti attivi di bilancia dei pagamenti rispetto al Pil, più alti di quello della Cina. Come sta l'Italia in tutto questo? L'Italia purtroppo è uno dei paesi che vive al di sopra dei propri mezzi. È vero che l'indebitamento delle famiglie italiane, pur essendo


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cresciuto sensibilmente, è rimasto, rispetto al reddito disponibile, il più basso d'Europa, ma gli italiani hanno ridotto drasticamente il tasso di risparmio ed hanno venduto all'estero parte consistente del debito pubblico. Già dall'inizio degli anni '90 l'Italia aveva un debito pubblico doppio rispetto alla media europea, ma esso era quasi totalmente finanziato da risparmio italiano, dopo l'entrata in funzione dell'euro, esso è stato acquistato per circa la metà da investitori esteri. Gli italiani hanno in parte finanziato così la crescita dei consumi e l'eccesso di domanda così generato ha prodotto un crescente passivo della bilancia dei pagamenti: esso è ora pari a circa il 3,5% del Pil, mentre l'indebitamento netto sull'estero è pari a ben il 25% del Pil. La formazione di un enorme squilibrio finanziario all'interno dell'area euro, che si accompagna ad un crescente divario nei livelli di competitività, è avvenuta sotto gli occhi impassibili della Banca Centrale Europea (Bce) che, fissata a controllare inflazione e bilanci pubblici, non ha ritenuto di doversi occupare dell'eccessiva crescita dell'indebitamento privato e dello squilibrio finanziario fra i paesi dell'area che minava la stabilità dei mercati finanziari. Il comportamento della Bce non è stato dissimile da quello di Greespan che, invitato a fare qualcosa per evitare la formazione delle bolle speculative, sostenne che quello non rientrava nei compiti della Banca Centrale. Che fare? I dati sopra esposti mostrano chiaramente che non vi è alcun bisogno di comprimere la domanda nell'area euro che nel suo complesso è in equilibrio con il resto del

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La Banca Centrale Europea non ha ritenuto di doversi occupare dell'eccessiva crescita dell'indebitamento privato e dello squilibrio finanziario fra i paesi dell'area

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Il patto di stabilità è certamente fallito. Aveva eretto le difese nei confronti del debiti pubblici mentre l'assalto è venuto dal debito privato. Il patto di stabilità andrebbe non rafforzato, ma cambiato

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mondo, e che l'Europa dovrebbe poter risolvere da sé i suoi problemi. Alcuni paesi, tra i quali l'Italia, devono ridurre la domanda di consumi e smettere di vivere al di sopra dei propri mezzi, ma certamente non devono indebolire la propria capacità produttiva in quanto debbono aumentare le esportazioni per ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti. I paesi in attivo dovrebbero aumentare la domanda interna. Coordinare le politiche economiche a livello europeo non vuol dire che tutti debbono fare le stesse cose, cioè l'austerità, come accade ora, ma che i comportamenti debbono essere complementari e, se necessario, opposti. E poiché lo squilibrio non scomparirà di colpo, gli eccessi di risparmio dei paesi in attivo dovrebbero essere utilizzati non per aumentare i consumi di quelli in passivo, come è avvenuto in passato, ma per finanziare strategie di investimento europee dirette anche a ridurre gli squilibri nei livelli di competitività. E questo comporterebbe una crescita dell'unità politica dell'Europa. Ciò detto esiste anche il problema del patto di stabilità. La tesi della necessità di un suo rafforzamento inasprendo le sanzioni, sostenuta dai tedeschi e diventata linea ufficiale dopo il recente vertice di Bruxelles, nasce da una lettura della crisi che vede la sua origine nel debito pubblico, la stessa tesi che sta alla base della strategia dell'austerità. Tutto ciò contrasta con ogni evidenza. Ormai anche i bambini sanno che questa crisi è nata dal debito privato e che l'attuale stress dei bilanci pubblici è conseguenza e non causa della crisi. Il patto di stabilità è certamente fallito, altrimenti l'Europa non sarebbe diventata il punto di maggiore instabilità dell'economia mondiale, ma è fallito non in quanto non è stato ben applicato, ma perché non poteva funzionare: aveva eretto le difese nei confronti del debiti pubblici mentre l'assalto è venuto dal debito privato. “Il patto di stabilità” andrebbe non rafforzato, ma cambiato: i parametri di riferimento dovrebbero essere invece dell'indebitamento pubblico il debito totale - somma del debito pubblico e privato- il debito sull'estero e il saldo della bilancia dei pagamenti di ciascun paese. Ma il discorso sul “Patto” non finisce qui. All'origine esso si chiamava “Patto di stabilità e di sviluppo” e, poiché era destinato ad operare in una dimensione macroeconomica, per coloro che così lo chiamarono voleva


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dire che, ferma restando la necessità che con politiche strutturali ciascun paese e l'intera Unione debba puntare ad aumentare il proprio potenziale di crescita, la politica macroeconomica deve, attraverso la regolazione del livello e della composizione della domanda, far sì che quel potenziale di crescita venga effettivamente realizzato. Se nei fatti la parola sviluppo è scomparsa dalla concreta gestione del “Patto” è per il prevalere di un approccio tipicamente liberista che ritiene che la politica macroeconomica non abbia alcun ruolo da svolgere per la crescita. La scelta dell'austerità su scala europea rappresenta la fase suprema di tale approccio, ed ora che anche Obama, dopo il Fondo Monetario Internazionale, invita gli europei a desistere da questo approccio che, sprofondando l'Europa in recessione, potrebbe nuocere all'intera economia mondiale, quella dell'austerità appare come una partita che la destra europea sta giocando contro il resto del mondo. Sarebbe necessario cambiare sostanzialmente l'approccio se non si vuol fare diventare il sempre più frequente richiamo alla necessità della crescita un semplice espediente retorico. Bisognerebbe, appunto, partire dalla crescita e non dalla stabilità: bisognerebbe fissare per l'area euro i tassi di crescita del prodotto lordo nominale e dell'occupazione e regolare su di essi la politica macro definendo il tasso di inflazione ed il livello dei deficit pubblici accettabili in una determinata fase ed articolare il tutto tra i vari paesi dell'Unione anche con l'obbiettivo di ridurne le divergenze di competitività. Se si guarda invece ai problemi strutturali, il più grosso ed importante è, come si è visto, di dimensione europea e consiste nelle tendenza a crescere delle divergenze fra i paesi dell'area euro. Poi ci sono le politiche strutturali specifiche per ciascun paese. La vulgata neo-liberista tende a ridurle alla riforma delle pensioni ed alla flessibilità del mercato del lavoro. Gli esperti del Fondo Monetario Internazionale, valutando la situazione greca hanno individuato come problemi strutturali il cattivo funzionamento del sistema politico e dell'Amministrazione, l'eccesso di evasione fiscale e di corruzione, una società organizzata in caste. Per l'Italia si possono aggiungere la tendenza al crescere del divario fra Nord e Sud e un sistema industriale che, se ci consente di essere il secondo paese manifatturiero in Europa, è composto da imprese mediamente troppo piccole. Le 41


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politiche strutturali dovrebbero essere dirette ad affrontare questi problemi. Naturalmente esistono anche il problema del sistema previdenziale e quello del mercato del lavoro. Per quanto riguarda le pensioni l'Italia la riforma la ha già fatta ed il sistema è stato posto in equilibrio finanziario nel lungo periodo, salvo ritocchi. Resta aperto il problema su quale debba essere il ruolo dei sistemi previdenziali in un welfare che tenga conto dei nuovi bisogni che sorgono in seguito al mutamento della composizione demografica della popolazione e della crescita della longevità. Il tema del rapporti di lavoro è di importanza fondamentale, ma non può essere trattato, come avviene ancora ora, come semplice problema di flessibilità del lavoro dando luogo ad un'utilizzazione usa e getta del lavoro con conseguente aumento del precariato e blocco della crescita della produttività. Si tratterebbe invece di costruire un sistema contrattuale in grado di favorire una distribuzione del prodotto tra capitale e lavoro tale da creare per i lavoratori e per le imprese incentivi per una crescita di lungo periodo e di assicurare un aumento della domanda interna senza che esso comporti una crescita dell'indebitamento delle famiglie e dello Stato; di organizzare il mercato del lavoro in modo che vengano non solo riprodotte le specializzazioni esistenti, ma ne vengano create di nuove, confacenti con l'esigenza di cambiare modello di sviluppo; di agevolare la mobilità del lavoro nel quadro di una gestione complessiva delle risorse umane a livello dell'intero paese, il che implica una riclassificazione delle attività di formazione e delle politiche di welfare. Tutto ciò implica di avere una strategia di crescita a livello europeo e fare compiere sia pure gradualmente un salto all'unità politica Unione o quanto meno dell'area euro, ed ormai non occorre meno per evitare la rottura dell'euro. Questo dovrebbe essere l'obbiettivo di fondo di un approccio europeista. L'alternativa sarebbe fare un passo indietro. Dichiarazioni tipo “se crolla l'euro crolla l'Europa” possono risultare irresponsabili se poi non si fanno le scelte conseguenti. L'Unione esisteva prima dell'euro e potrebbe continuare ad esistere anche dopo se, in mancanza di una scelta coraggiosa, una ritirata fosse concordata e gestita in modo responsabile.

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Se si guarda invece ai problemi strutturali, il più grosso ed importante è, come si è visto, di dimensione europea e consiste nelle tendenza a crescere delle divergenze fra i paesi dell'area euro

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Uno standard retributivo europeo per salvare l'eurozona Emiliano Brancaccio

insegna Economia politica presso l’Università del Sannio

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embra un incubo, una trama fantapolitica, eppure la zona euro rischia davvero di esplodere. Perché mai questa eventualità, appena pochi mesi fa impensabile, si fa ogni giorno più concreta? L'opinione prevalente in ambito politico individua negli eccessi di indebitamento pubblico l'origine di tutti i mali: alcuni paesi spendaccioni, caratterizzati da elevati deficit e debiti statali, starebbero mettendo in pericolo la tenuta dell'Unione monetaria. Ispirati da questa interpretazione, i governi dei paesi membri dell'Unione insistono con draconiane politiche di restrizione dei bilanci pubblici. Il problema è che, nonostante queste misure, i famigerati spreads tra i tassi d'interesse sui titoli tedeschi e quelli dell'Italia e degli altri paesi “periferici” dell'Unione monetaria europea continuano ad aumentare. L'austerità in questo senso non aiuta, ma pare anzi aggravare 44


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la situazione. La crisi dell'Unione monetaria europea dipende in realtà da determinanti ben diverse rispetto a quelle evocate continuamente dalla vulgata. La principale di queste cause consiste nel fatto, ormai evidente, che l'Unione è stata edificata su basi competitive insostenibili. Un esempio tipico di competizione non sostenibile risiede nella politica di deflazione relativa dei salari che la Germania pratica da oltre un decennio. Tra il 2000 e il 2010 le retribuzioni nominali medie dei 17 paesi membri della zona euro sono aumentate del 27,2%, mentre in Germania sono cresciute di appena l'11,5%. Ciò ha comportato un aumento medio dei salari reali europei del 5,2%, a fronte di una crescita in Germania pari appena allo 0,5%. Se si guarda poi alla quota salari (che corrisponde al rapporto tra salari reali e produttività del lavoro), il divario viene ulteriormente confermato: nel corso del decennio, tale quota è diminuita in media nella zona euro dello 0,7%, mentre in Germania è crollata del 2,7%. Dopo innumerevoli allarmi sui pericoli del dumping cinese, fa indubbiamente un certo effetto scoprire che in questi anni il dumper per eccellenza è stato il paese leader dell'Unione europea. Tale orientamento, si badi, non può esser motivato dal fatto che la Germania ha tuttora salari più alti dei nostri. Sul piano macroeconomico, infatti, non contano i livelli assoluti delle retribuzioni ma le loro variazioni relative, rispetto alla produttività e rispetto agli altri paesi (un dato, questo, che alcuni commentatori faticano tuttora a comprendere). Quali sono allora gli effetti della politica tedesca di compressione relativa delle retribuzioni? Perché mai essa rende insostenibile la zona euro? La risposta risiede nel fatto che tale politica ha contribuito ad alimentare la crescita del surplus di esportazioni sulle importazioni e il conseguente accumulo di crediti esteri della Germania, in particolare verso i paesi del Sud Europa. Per la fine del 2011 Eurostat prevede che la Germania registri un surplus verso l'estero pari al 5,1% del Pil, a fronte di un deficit corrente verso l'estero del 3,2% per la Francia, del 3,4% per la Spagna, del 3,6% per l'Italia, del 7,6% per il Portogallo e del 9,9% per la Grecia. Questo pesante squilibrio in seno all'Europa rappresenta una prova del fatto che per anni la crescita della produzione e del reddito dei tedeschi è stata in larga misura stimolata dalla domanda e dal relativo indebitamento dei paesi periferici dell'Unione. Questi ultimi, in sostanza, hanno rappresentato 45


La crisi dell'Unione monetaria europea dipende in realtà da determinanti ben diverse rispetto a quelle evocate continuamente dalla vulgata. La principale di queste cause consiste nel fatto, ormai evidente, che l'Unione è stata edificata su basi competitive insostenibili


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il vero “motore” dello sviluppo economico europeo di questi anni. Economisti mainstream e critici convergono ormai nel ritenere che il vero tallone d'Achille dell'euro risieda proprio in questa sorta di sviluppo sbilanciato e insostenibile, alimentato dalle spinte competitive dei tedeschi. Essi cioè ritengono che le attuali difficoltà della zona euro non dipendano tanto dalla crescita dei debiti pubblici, quanto piuttosto dall'accumulo di debiti verso l'estero, sia pubblici che privati, da parte dei paesi periferici. Non a caso le ricerche empiriche rivelano che i famigerati spreads risultano più sensibili all'andamento dei disavanzi esteri che alla dinamica dei disavanzi pubblici. Il motivo in fondo è semplice: man mano che la crisi avanza, aumenta pure la probabilità che i paesi in deficit verso l'estero a un certo punto decidano di sganciarsi dalla zona euro per riprendere il controllo della massa monetaria e svalutare il cambio, in modo tra l'altro da recuperare competitività e individuare all'esterno dei confini nazionali nuovi sbocchi per la produzione. In sostanza, i paesi deboli potrebbero rispondere con una improvvisa svalutazione alla decennale politica di deflazione salariale della Germania. Poiché una simile eventualità comporterebbe inevitabilmente anche una ridenominazione e una svalutazione dei titoli dei paesi periferici, gli operatori finanziari si cautelano esigendo tassi d'interesse sempre più alti. Ma i tassi alti, a loro volta, aggravano la crisi e accrescono ulteriormente le probabilità di deflagrazione della zona euro. Come si può interrompere questa funesta sequenza ? Non certo insistendo con le politiche di restrizione dei bilanci pubblici, che fanno solo danno. Bisognerebbe piuttosto verificare le condizioni politiche per modificare l'attuale, insostenibile assetto competitivo dell'Unione. Tra le possibili soluzioni, in tal senso, vi è l'adozione di misure di coordinamento della contrattazione salariale, quali ad esempio quelle contenute nella proposta di “standard retributivo europeo”. Tale proposta verte su tre pilastri. 1) In primo luogo, tutti i paesi membri dell'eurozona dovrebbero garantire una crescita minima dei salari nominali che punti a una tendenziale convergenza della quota salari verso un dato livello obiettivo. Quest'ultimo agirebbe da “attrattore” per tutti i paesi, e dovrebbe essere non inferiore a quello corrente in ciascun paese. L'obiettivo è di interrompere la ormai ultratrentennale caduta delle quote salari in Europa e favorire, nel

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Economisti mainstream e critici convergono ormai nel ritenere che il vero tallone d'Achille dell'euro risieda proprio in questa sorta di sviluppo sbilanciato e insostenibile, alimentato dalle spinte competitive dei tedeschi

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L'idea di standard retributivo europeo è inedita ma non nasce dal nulla. Lo “standard” appare infatti in grado di assicurare all'Europa un nuovo e più equilibrato profilo di sviluppo

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lungo periodo, un loro allineamento. 2) In secondo luogo, lo standard retributivo europeo aggancerebbe la dinamica dei salari nominali all'andamento dei conti esteri di ciascun paese, in modo da favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit verso l'estero. In particolare, i paesi caratterizzati da surplus sistematici verso l'estero sarebbero tenuti ad accrescere i salari nominali oltre il livello di crescita minima stabilito dal primo pilastro. Sia che tale maggior crescita dei salari nominali comporti inflazione, sia che provochi aumenti ulteriori della quota salari rispetto agli altri paesi membri, in entrambi i casi essa contribuirebbe all'assorbimento del surplus. 3) Infine, la cogenza: i paesi nei quali gli andamenti delle retribuzioni fossero divergenti rispetto alla dinamica richiesta dallo standard dovrebbero esser sottoposti a sanzioni analoghe a quelle previste dai Trattati europei nel caso di deficit pubblici “eccessivi”. L'idea di standard retributivo europeo è inedita ma non nasce dal nulla. Essa può esser considerata una sintesi tra la cosiddetta “clausola della valuta scarsa” – originariamente avanzata da Keynes e in seguito immessa, sia pure depotenziata, nello statuto del Fondo Monetario Internazionale – e le cosiddette clausole sul “labour standard” – che da tempo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro suggerisce di inserire negli accordi internazionali sul commercio. Al tempo stesso, è chiaro che la proposta di standard retributivo europeo suggerisce innovazioni che metterebbero in questione una parte non trascurabile dei Trattati in vigore e dell'attuale impianto politico-istituzionale dell'Unione europea. Ciò solleva evidentemente un problema: in uno scenario politico europeo tuttora riottosamente conformista, come si può sperare nella implementazione di una simile proposta? A questo riguardo, può essere interessante notare che lo standard fa luce su una possibilità politica finora negata dalla vulgata: e cioè che l'interesse generale alla unità europea può coincidere con l'interesse dei lavoratori europei, siano essi tedeschi, italiani o greci. Lo “standard” appare infatti in grado di assicurare all'Europa un nuovo e più equilibrato profilo di sviluppo, e di generare al tempo stesso una potenziale convergenza di obiettivi tra lavoratori appartenenti a paesi diversi. Sarebbe questa una novità assoluta in uno scenario europeo in cui le vertenze del lavoro hanno finora raramente oltrepassato i confini nazionali, e talvolta hanno visto i lavoratori dei vari paesi europei in aperto conflitto tra loro. Lo standard in un


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certo senso ribalta tale scenario. Per questo motivo non pare azzardato definirlo un esempio inedito, concreto e non retorico, di nuovo internazionalismo del lavoro. Un internazionalismo sul quale varrebbe forse la pena di scommettere sul piano politico. La proposta di “standard retributivo europeo” è Beninteso, l'attenzione stata inserita nel Programma Nazionale di nei confronti di questo, Riforme 2011 del Partito Democratico (Europa, come di altri strumenti di coordinamento europeo, Italia. Un progetto alternativo per la crescita, Edizioni appare tuttora limitata, e Solaris, Roma 2011). Per approfondimenti sul non sembrano esservi tema, si veda E. Brancaccio (2011), “Crisi all'orizzonte concreti dell'unità europea e standard retributivo”, Diritti segnali di svolta nella Lavori Mercati, 2. Si veda anche E. Brancaccio visione generale del palinsesto della Unione. (2011), “La bilancia commerciale? Pesa quanto Una novità sul piano della deficit e debito”, Il Sole 24 Ore, 19 agosto. coscienza politica tuttavia merita di esser segnalata. Con il prolungarsi della crisi pare infatti diffondersi la consapevolezza che l'unità europea è minacciata da forze centrifughe alimentate da un assetto competitivo insostenibile, che si manifesta tra l'altro attraverso una continua rincorsa alla deflazione salariale da parte del paese leader. La pretesa di contrastare queste forze affidandosi alle consuete ricette liberiste potrebbe generare effetti contrari alle attese e danni potenzialmente irreparabili. Che l'attuale zona euro sopravviva o meno, è da tale consapevolezza che bisognerà ripartire per la costruzione di una più solida, equilibrata e credibile unità europea.

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Economia malata, alla radice della crisi

Per una nuova narrazione dell’eurozona Maria João Rodrigues

insegna presso l’Institute for European studies, Université Libre de Bruxelles

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L'Eurozona ha bisogno di una nuova narrazione per uscire dalla crisi o ci saranno forti rischi di spaccatura politica. Assistiamo da un lato a un'escalation dello scaricabarile di responsabilità e dall'altro ad appelli alla solidarietà che restano senza eco. Una nuova narrazione dovrebbe ricordare l'interesse reciproco e la situazione winwin che hanno costituito la base dell'integrazione europea e sono il collante del triangolo “competitività, cooperazione e solidarietà” di cui parla sempre Delors. Per raggiungere capillarmente tutti i cittadini, questa nuova narrativa dovrebbe rispondere a quattro domande: Perché l'Euro è un must? Come possiamo garantire una sostenibilità a lungo termine dell'Eurozona? Come dovremmo affrontare le crisi del debito sovrano? Come possiamo creare nuovi impulsi positivi? Perché l'Euro è un must? L'Euro è un must per l'Europa perché facilita la circolazione dei beni, dei servizi, dei capitali e delle persone e aumenta il potenziale del mercato unico; perché è in grado di attirare i capitali internazionali per finanziare gli investimenti europei e fornisce una protezione dalle turbolenze finanziarie; perché può promuovere la crescita e l'occupazione assicurando stabilità economica, tassi d'interesse più bassi e accesso a maggiori opportunità di mercato. Infine, perché rafforza la competitività europea nell'economia globalizzata. Prima della crisi finanziaria, l'appartenenza all'Eurozona ha comportato notevoli vantaggi per tutti i suoi membri. Senza l'Euro, oggi il tasso di cambio del Marco tedesco sarebbe molto più alto e penalizzerebbe le esportazioni e la crescita della Germania. Senza l'Euro, numerosi Stati membri avrebbero tassi d'interesse molto più elevati. Come possiamo garantire una sostenibilità a lungo termine dell'Eurozona? Per garantire la sostenibilità a lungo termine dell'Eurozona, dobbiamo attuare i seguenti principi: una disciplina dei conti pubblici con il principio della giustizia fiscale e un ragionevole margine per gli investimenti pubblici; sistemi finanziari basati sul credito responsabile; un coordinamento europeo per la crescita, gli investimenti e la creazione di occupazione, sostenuti dalle 51


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riforme strutturali per una crescita più “verde”, più intelligente e inclusiva; la convergenza tra i membri dell'Eurozona non soltanto nella riduzione del disavanzo e del debito pubblico, ma anche nello sforzo fiscale, nella capacità competitiva e nel miglioramento delle norme sociali e ambientali. Possiamo raggiungere un accordo su questi principi comuni? In caso affermativo, dobbiamo completare l'architettura incompiuta dell'Unione economica e monetaria. È in atto un'importante riforma che dovrebbe essere valutata a fronte di questi obiettivi e comprendere diversi elementi portanti: il Patto di stabilità e crescita, la sorveglianza macroeconomica e la Strategia Europa 2020 per la crescita e l'occupazione che devono essere tradotti in programmi nazionali di riforma, in nuove prospettive finanziarie e infine nell'EFSF, nell'EFSM e nel futuro Meccanismo europeo di stabilità (ESM) che sono i meccanismi per affrontare la crisi e la gestione del debito sovrano. Il Patto EuroPlus costituisce il nuovo “ombrello” focalizzato sull'Eurozona. È necessario intraprendere un nuovo corso, combinando tutti questi elementi al fine di assicurare l'attuazione dei quattro principi descritti sopra. Un migliore coordinamento della disciplina dei conti pubblici, la sorveglianza macroeconomica, le riforme strutturali, la crescita e l'occupazione dovrebbero essere le naturali controparti di strumenti finanziari europei più efficaci, quali il bilancio comunitario, l'EFSF-ESM e i nuovi strumenti a sostegno degli investimenti prioritari. Questo è l'embrione di una vera unione economica. Come dovremmo affrontare le crisi del debito sovrano? Innanzitutto conoscendoci meglio ed evitando gli stereotipi caricaturali sugli Stati membri. In secondo luogo, progettando soluzioni “su misura” che affrontino i problemi specifici per ogni caso. In terzo luogo, presumendo che tutti adottino comportamenti responsabili in relazione al bene pubblico comune, vale a dire all'Euro. In quarto luogo, stabilendo chi trae vantaggio da questa crisi del super-indebitamento con ricorso eccessivo al prestito in alcuni paesi, ma anche con prestiti irresponsabili concessi da alcune banche per espandere i mercati in altri paesi. Pertanto, tutti dovrebbero collaborare a una soluzione comune. 52


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Oggi, il caso Grecia è un importante test e al di là del grande sforzo intrapreso dal governo greco nelle necessarie riforme strutturali, per affrontare la crisi del debito sovrano occorre sviluppare nuovi strumenti europei e: elaborare programmi di adeguamento più equilibrati che uniscano al risanamento dei conti pubblici l'obiettivo della promozione della crescita; ridurre i tassi d'interesse dei mutui, prorogare le loro scadenze per consentire la ripresa e praticare condizioni più favorevoli per il rimborso del debito; acquistare sui mercati primari, ma anche sui mercati secondari, attraverso lo swap dei bond nazionali con la tripla A con i bond forniti dai nuovi strumenti europei. In questo swap, gli investitori privati dovrebbero accettare qualche perdita. Infine, l'UE dovrebbe istituire un'agenzia di rating europea per assicurare che tutti questi sforzi non siano vanificati da agenzie di rating non allineate sui criteri europei di credibilità. È importante spiegare che, per l'Eurozona, tutti questi sviluppi saranno molto meno costosi e rischiosi degli effetti domino che deriverebbero da una ristrutturazione drastica. È anche importante spiegare che non esiste alcun trasferimento dal creditore ai paesi salvati, ma esistono prestiti, peraltro piuttosto remunerativi, più le garanzie, che costituiscono le condizioni per l'attività creditizia a livello europeo. Un pacchetto di salvataggio più efficace dovrebbe essere un importante strumento per assicurare una maggiore stabilità finanziaria, economica, sociale e politica nell'Eurozona. Una nuova agenda degli investimenti per creare nuovi impulsi positivi L'esigenza reale è di spostare la focalizzazione politica, di non parlare più di trasferimenti, ma di fissare una nuova agenda per gli investimenti. Ciò richiederebbe un trattamento specifico da accordare agli investimenti produttivi nella procedura per i disavanzi eccessivi e un impegno per il risanamento dei conti pubblici; un migliore mix degli strumenti disponibili, quali i fondi strutturali, la BEI e i futuri project bond; una più forte focalizzazione del nuovo bilancio comunitario sull'attuazione della Strategia EU 2020 e sulla riduzione degli squilibri macroeconomici; i project bond per gli investimenti privati nelle 53


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nuove reti europee dei trasporti, dell'energia e dell''informazione dovrebbero essere sorretti da garanzie pubbliche fornite dal bilancio comunitario e dalla BEI per attirare un maggior numero di investitori privati, ad esempio i fondi pensione; il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria gestito dalla Commissione Europea dovrebbe essere in grado di emettere eurobond per la concessione di mutui a sostegno degli investimenti prioritari, per promuovere il potenziale di crescita. Se non svilupperemo questi nuovi mezzi per sostenere gli investimenti privati e pubblici, in molti Stati membri l'attuazione della Strategia UE 2020 resterà un pio desiderio. Un'Eurozona più forte dovrebbe essere sostenuta da un'agenda europea per gli investimenti più ambiziosa. Un new deal per l'Eurozona Per sostenere questa fase in direzione della coesione europea, i protagonisti proeuropei dovrebbero proporre un corso più ampio per l'Unione monetaria europea, basato su tre principi fondamentali: una maggiore coesione europea per una maggiore responsabilità e un maggiore coordinamento. Questi due principi possono essere attuati potenziando gli strumenti esistenti in fase di negoziazione. Maggiore responsabilità degli Stati membri:

. Revisione del Patto di stabilità e crescita per una maggiore disciplina dei conti pubblici, lasciando spazio agli investimenti prioritari.

. Sviluppo di una nuova sorveglianza macroeconomica, conservando un approccio equilibrato.

. Migliore attuazione dei programmi nazionali di riforma, per sostenere la crescita, l'occupazione e le misure di risanamento dei conti pubblici. Maggiore coordinamento delle politiche a livello europeo:

. Il Patto EuroPlus strutturerà un più profondo coordinamento delle politiche in materia di bilancio e in ambito fiscale, economico, sociale e finanziario al fine di 54


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promuovere non soltanto la sostenibilità dei conti pubblici ma anche la competitività, la crescita e l'occupazione. Maggiore coesione europea:

. Il nuovo bilancio comunitario dovrebbe servire a ridurre non soltanto i gap regionali ma anche i forti squilibri macroeconomici. Dovrebbero essere introdotte nuove risorse proprie, sotto forma di imposta sulle transazioni finanziarie a livello UE.

. I project bond per gli investimenti privati nelle nuove reti europee dei trasporti, dell'energia e dell'informazione dovrebbero essere sorretti da garanzie pubbliche fornite dal bilancio comunitario e dalla BEI per attirare un maggior numero di investitori privati, ad esempio i fondi pensione.

. Gli eurobond dovrebbero essere utilizzati anche per sostenere gli investimenti pubblici prioritari e, a tal fine, dovrebbero essere emessi dalla BEI o dall'attuale Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (EFSM), basato su garanzie del bilancio comunitario e gestito dalla Commissione Europea. L'accesso a questi eurobond dovrebbe essere vincolato al rispetto della disciplina dei conti pubblici.

. L'EFSF e il Meccanismo europeo di stabilità (ESM) dovrebbero evolvere in un reale meccanismo europeo, soggetto al processo decisionale dell'UE, per la concessione di mutui a un tasso d'interesse più basso e a condizioni più equilibrate, a sostegno del risanamento dei bilanci e della crescita prevenendo, per quanto possibile, il default. 55


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L'altra faccia dell'euro Giovanni Moro

è presidente di FONDACA e insegna Sociologia politica presso l’Università di Macerata

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l 1° gennaio di dieci anni fa l'euro, la moneta unica europea, è entrata nella vita di alcune centinaia di milioni di persone, tra cui noi italiani, in sostituzione delle vecchie monete nazionali. In vista di questa scadenza qualcuno si è chiesto: decennale o funerale? La battuta è fin troppo facile, a giudicare dagli eventi degli ultimi mesi. D'altro canto, riesce difficile pensare che una ipotesi come il ritorno alle vecchie monete nazionali o l'uscita di alcuni paesi dalla Eurozona siano scontate. Forse, formulando queste ipotesi, non si considera che le principali banche dei paesi dell'euro sono in credito per centinaia di miliardi verso i paesi e le economie sotto attacco; che tornare a lire, franchi o pesetas vorrebbe dire polverizzare il valore di capitalizzazioni, patrimoni e rendite delle famiglie e delle

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Economia malata, alla radice della crisi

Non viene considerata la dimensione nascosta della moneta unica, ossia all'insieme di fattori culturali, sociali, politici e di economia della vita quotidiana

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imprese; che, secondo recenti ricerche, l'uscita dalla Zona euro anche della sola Grecia costerebbe ai cittadini dei paesi ricchi dieci volte di più di quanto sta costando loro il suo salvataggio; o che il paese più forte della Eurozona, la Germania, perderebbe d'incanto il suo principale mercato, che è la Eurozona stessa. A chi potrebbe convenire tutto questo? Forse solo a quelli che Amartya Sen ha recentemente definito “boss della finanza”. In ogni caso, ipotesi di questo genere andrebbero dibattute con il coinvolgimento della cittadinanza – che è, per così dire, il pagatore di ultima istanza – e sulla base di una visione non semplificata della realtà dell'euro, come è stata invece spesso proposta dal passato governo con quelle che è difficile non definire chiacchiere da bar. Ci sarebbe bisogno di un effettivo processo di deliberazione, ossia di una discussione approfondita perché informata, in cui sia coinvolta la cittadinanza e che porti a dare forma a decisioni e orientamenti della politica. Proprio a questo scopo ho pubblicato di recente La moneta della discordia (con la collaborazione di Lucia Mazzuca e Roberto Ranucci, Cooper editore), un libro che costituisce uno dei risultati di un programma internazionale di ricerca e dialogo intitolato The other side of the coin, l'altra faccia della moneta, promosso a partire dal 2009 da FONDACA, un think tank europeo con sede a Roma che si occupa di temi connessi alla cittadinanza. Al di là delle chiacchiere da bar, infatti, in questo dibattito pubblico, non certo accademico visto che tocca la vita e il destino di tutti, c'è qualcosa che non viene considerato ed è invece della massima importanza. Mi riferisco alla dimensione nascosta della moneta unica, ossia l'insieme di fattori culturali, sociali, politici e di economia della vita quotidiana che hanno avuto e hanno un effetto diretto sul nostro essere cittadini europei; un effetto così forte che è ormai difficile distinguere cosa è europeo da cosa è nazionale. Le focalizzazioni sulla dimensione macroeconomica e su quella finanziaria che dominano la scena concorrono al silenzio su questa dimensione. Questa faccia nascosta della moneta è costituita ad esempio dai simboli contenuti nei pochi centimetri quadrati di monete e banconote: simboli delle tante identità nazionali (nelle monete) e insieme della identità comune in costruzione, a cui alludono le immagini di porte, finestre, archi e soprattutto ponti raffigurati nelle banconote. Non è


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un caso che i cittadini dei paesi della Eurozona vivano la loro identità europea in modo molto più forte di quelli dei paesi che non hanno adottato la moneta unica. E ciò è del tutto compatibile con il fatto che di questa moneta si abbia una cattiva opinione: come diceva Jacques Delors, non ci si può innamorare di una moneta, ma i suoi effetti identitari si verificano in ogni caso. L'euro, inoltre, ha creato un nuovo ambiente per i cittadini europei, costituendo l'unico linguaggio comune di 23 lingue diverse e lo strumento per relazioni di comunicazione e scambio in un territorio che coincide solo parzialmente con quello della Unione. Queste relazioni sono tangibili nelle transazioni economiche (due terzi dei cittadini calcolano in euro le loro spese ordinarie e la metà di essi anche quelle straordinarie come acquistare una casa), ma anche nei viaggi: nel 2010 quasi la metà dei cittadini della Eurozona ha visitato un altro paese europeo, essendo la libertà di movimento il primo e più sentito significato della cittadinanza comunitaria. L'euro, poi, ha inciso e incide profondamente sull'essere consumatori dei cittadini europei. Questo è risultato evidente nella divaricazione tra inflazione “reale” e inflazione “percepita” che si è verificata nei primi anni dell'euro e che ha sicuramente concorso a una specie di autoriduzione dei consumi che ha avuto un effetto diretto sulla debole crescita economica dell'Europa. In Italia ciò è stato dovuto anche a una drammatica assenza della politica nella fase di passaggio alla nuova moneta (da “Tutto a 1.000 lire” a “Tutto a un euro”), con conseguenze che stiamo ancora pagando. La moneta unica, quindi, non è solo il dito che indica la luna, come viene affermato autorevolmente, ma ha anche responsabilità dirette in ciò che sta accadendo. L'euro è infine, come diceva Tommaso Padoa Schioppa, una moneta senza stato: una anomalia, visto che il battere moneta è un elemento distintivo della sovranità nazionale. La sua introduzione, però, sta costringendo la litigiosa partnership europea a porsi il problema di rafforzare la dimensione politica della Unione, superando quella che Romano Prodi, nella intervista contenuta nel libro, chiama “leadership barometrica”: più attenta ai sondaggi, cioè, che al destino della cittadinanza. Se questo tipo di leadership, all'epoca della introduzione dell'euro, caratterizzava soprattutto i dirigenti britannici, oggi sembra diventata una vera e propria epidemia delle classi politiche europee. 59


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La anomala cittadinanza della Unione fornisce alla moneta unica la necessaria fiducia di chi la deve utilizzare

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Questi fattori nascosti hanno a che fare con quelli più visibili soprattutto perché è su di essi che si fonda quella fiducia sociale che è la condizione perché le monete funzionino: è infatti grazie alla fiducia – orizzontale, tra i cittadini, e verticale, tra questi e le istituzioni che presiedono al funzionamento della moneta – che si realizza la magia per cui un pezzo di metallo o di carta è accettato da tutti come mezzo di scambio, unità di calcolo e deposito di valore. In altre parole, mentre l'euro in questo decennio ha contribuito decisamente a dare forma alla cittadinanza europea (un esperimento evolutivo unico nel suo genere), è proprio la anomala cittadinanza della Unione che ha fornito e fornisce alla moneta unica la necessaria fiducia di chi la deve utilizzare: non solo i boss della finanza, ma anche i cittadini consumatori, risparmiatori, lavoratori e imprenditori. Un indicatore della persistenza di questa fiducia è senza dubbio la impennata nell'acquisto di piccole quote di titoli di stato italiani nelle aste delle ultime settimane. Si tratta di una risposta a chi prevedeva la fioritura di un mercato nero di dollari nel nostro paese. L'euro, va da sé, è legato a molti dei problemi che stiamo affrontando: o come dito che indica la luna, o come loro causa diretta. Tuttavia, mentre passeggiamo sull'orlo dell'abisso, è il caso di non dimenticare questi aspetti nascosti ma di importanza cruciale.


La sinistra e il punto di vista della dottrina sociale della Chiesa


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Per un neo-umanesimo del lavoro Stefano Fassina

è responsabile Economia e Lavoro PD

Il primato dell'economia sulla politica ha portato al rattrappimento delle democrazie delle classi medie, non solo ad enormi disuguaglianze ed alla conseguente paralisi economica

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È

forte in ciascuno di noi il desiderio e il senso di urgenza di capire meglio la “grande transizione” in corso. Il paradigma egemone nell'ultimo trentennio, il neo-liberismo, appare inadeguato ad orientarsi. Sono, invece, di grande interesse le riflessioni dell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, in particolare intorno al paradigma del “neo-umanesimo integrale”. Non è una riflessione improvvisata, come è ovvio, data la fonte. La riflessione di Benedetto XVI mette in discussione alla radice il paradigma liberista, il primato dell'economia sulla politica, la logica di funzionamento dell'ordine economico e sociale stratificatosi a partire dall'inizio degli anni '80. E, soprattutto, mette al centro della prospettiva una visione dell'uomo e della politica incompatibile con l'impianto dell'individualismo metodologico, ossia con la visione fondativa del liberismo. Infatti, è evidente che se il bene comune è il risultato della massimizzazione di utilità strettamente individuale, ossia di interazioni di individui senza legame sociale (“la società non esiste”, proclamava a metà degli anni '80 la signora Thatcher) la politica è sostanzialmente inutile o finanche dannosa perché introduce principi morali, ossia di inefficienza, nella fisiologia perfetta ma strettamente economica della società. È inevitabile, pertanto, la negazione alla radice dell'intervento pubblico a qualunque finalità. In particolare per correggere le disuguaglianze. Le conseguenze del trionfo liberista e degli interessi materiali ad esso sottostanti sono sotto gli occhi di tutti. Il primato dell'economia sulla politica ha portato al rattrappimento delle democrazie delle classi medie, non solo ad enormi disuguaglianze e alla conseguente paralisi


La riflessione di Benedetto XVI mette in discussione alla radice il paradigma liberista, il primato dell'economia sulla politica


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La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia

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economica. Ha portato alla regressione delle condizioni del lavoro e allo svuotamento della civiltà del lavoro caratteristica di fondo dell'economia sociale di mercato. È la regressione delle condizioni del lavoro e la conseguente disuguaglianza nella distribuzione del reddito, della ricchezza e delle opportunità di mobilità sociale la causa prioritaria della rottura dell'equilibrio dell'ultimo trentennio. La regressione del lavoro nel suo insieme, incluse le classi medie. È la regressione delle condizioni del 99% della società, come scritto sui cartelli portati in giro dai ragazzi e dalle ragazze di Occupy Wall Street a Zuccotti Park a Manhattan. Degenerazione della finanza e polarizzazione nella distribuzione del reddito sono facce della stessa medaglia. Oggi, il lavoro subisce rapporti di forza sfavorevoli come mai è stato nel secolo alle nostre spalle. Il capitale fa shopping globale di lavoro. Gli strumenti istituzionali, politici e sindacali per affermare il lavoro sono spuntati in quanto chiusi nello Stato nazionale. Oggi, siamo di fronte ad una "emergenza giovani". Non solo precarietà, ma disoccupazione e inoccupazione. Tuttavia, ecco un punto rilevante di discussione tra di noi, i giovani sono l'area di sofferenza più acuta di uno smottamento che ha segnato l'insieme del variegato universo del lavoro del settore privato. Non soltanto le fasce più in basso, ma anche, ecco la novità economica e politica, la stragrande maggioranza delle classi medie. Il 90% dei lavoratori ha perso reddito e ricchezza a vantaggio del 10% più in alto. La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia. “Il lavoro come questione di senso”, secondo il titolo di una bella raccolta di saggi curata da Francesco Totaro. La nostra stella polare è l'art 1, l'art 3 e l'art 4 della prima parte della nostra Costituzione. Il lavoro inteso nella sua generalità. Innanzitutto, l'anello più debole della catena, l'area sociale che più ha sofferto l'offensiva liberista: il lavoro subordinato, in tutte le sue forme esplicite o coperte dal contratto a progetto o dalla Partita Iva. Poi, il lavoro autonomo vero. Il lavoro professionale. Il lavoro dell'imprenditore datore di lavoro. La nostra sfida è per la dignità del lavoro, decent work secondo il lessico dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro. Anche qui, la Caritas in veritate offre spunti interessanti di riflessione nell'interpretazione dell'aggettivo “decente” riferito al lavoro. Una riflessione articolata


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nell'analisi dell'inedita questione sociale, sempre più intrecciata ad una rischiosa questione democratica, svolta dal Consiglio Pontificio Giustizia e Pace nel documento per il G20: “Per interpretare con lucidità l'attuale “nuova questione sociale”, occorre senz'altro evitare l'errore, figlio anch'esso dell'ideologia neoliberista, di ritenere che i problemi da affrontare siano di ordine esclusivamente tecnico. Come tali, essi sfuggirebbero alla necessità di un discernimento e di una valutazione di tipo etico. Ebbene, l'enciclica di Benedetto XVI mette in guardia contro i pericoli dell'ideologia della tecnocrazia, ossia di quell'assolutizzazione della tecnica.” La “nuova questione sociale” è impossibile da affrontare senza andare “oltre” il paradigma liberista e senza assumere una visione radicalmente alternativa dell'uomo, inteso non più come monade che massimizza la propria utilità individuale, ma come persona e, in particolare, persona che lavora. Come chiariscono Bockenforde e Bazoli in “Chiesa e capitalismo���, il principio di solidarietà, decisivo per affermare l'antropologia della persona, non può essere principio correttivo di una logica di funzionamento esclusivamente fondata sul principio dell'individualismo proprietario. Il principio di solidarietà deve essere principio ordinante, definitorio. Per essere tale, non si può affermare secondo una logica auto correttiva, alimentata da una spinta morale o, almeno, non soltanto. È necessaria la ricostruzione di una eticamente autonoma funzione e posizione del lavoro. È necessaria una soggettività politica culturalmente autonoma del lavoro. Attenzione: l'innovazione lessicale segnala una discontinuità culturale decisiva. La persona che lavora non è sul piano culturale ed etico il lavoratore o la lavoratrice. Qui si compie un'evoluzione rispetto alla tradizione socialista, socialdemocratica, laburista del movimento operaio. Un ventaglio di tradizioni decisive per l'emancipazione dell'uomo nel corso del '900, ma un ventaglio di tradizioni concentrate sulle relazioni economiche e sociali della persona, non sulla sua irriducibile unicità. Era la “classe operaia”, l' “operaio massa”, l'aggregato sociale di riferimento. Non la persona che lavora. Il Cardinale Bagnasco a Rimini a fine ottobre ha posto con una certa ruvidità, ma con chiarezza, il punto. Il riferimento diretto è stato al “socialismo reale”, ma la valutazione era a valenza generale. “Com'è noto – scrive il Card. Bagnasco - l'errore fondamentale del socialismo non è stato innanzitutto di carattere economico, ma antropologico.

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È necessaria la ricostruzione di una eticamente autonoma funzione e posizione del lavoro. È necessaria una soggettività politica culturalmente autonoma del lavoro

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Non è stata la decrepitezza economica o una modernizzazione ritardata ad essere la causa primaria della sua fine, ma la negazione della verità sull'uomo. Se la persona non è riducibile a molecola della società e dello Stato, il bene del singolo non può essere del tutto subordinato al meccanismo economico-sociale, né è possibile pretendere che il bene economico si possa realizzare prescindendo dalla responsabilità individuale. L'uomo sarebbe ridotto ad una serie di relazioni economiche, e scomparirebbe la persona come soggetto autonomo di decisione morale.” Il Cardinale Bagnasco ribadisce “il primato dell'uomo sul lavoro e il primato del lavoro sul capitale” e coglie una contraddizione vera nell'impianto culturale ed etico di matrice socialista. Tuttavia, le tradizioni socialista, socialdemocratica e laburista non possono essere liquidate come uno sfortunato e sgradevole incidente del “secolo breve”. Sono state, nell'Europa occidentale, motori di progresso, di civilizzazione del lavoro e di costruzione delle democrazie effettive. Hanno colto la rilevanza della dimensione economica e sociale nella definizione della persona, dell'effettività dei suoi diritti e delle sue libertà. Hanno ecceduto in determinismo economicistico. Ma gli squilibri nella dimensione economico-sociale non possono essere rimossi. La presenza di interessi materiali diversi nella società delle persone non può essere ignorata. Assunta tale discontinuità etica, mettere al centro dell'identità culturale e politica del Pd il lavoro inteso come attività della persona che lavora non è ritorno indietro, è sguardo al futuro. È la via maestra, anzi, l'unica via possibile per costruire il Pd come partito a vocazione maggioritaria. Valorizzare la persona che lavora è condizione per promuovere lo sviluppo sostenibile, per l'affermare un'idea di sviluppo inteso come promozione dei beni comuni e dei consumi di cittadinanza. Qualità del lavoro e qualità dello sviluppo sono le due facce della stessa medaglia. Valorizzare la persona che lavora è condizione per segnare in senso progressivo la transizione in corso e rivitalizzare le democrazie delle classi medie e, così, uscire dal tunnel buio della recessione. L'impianto culturale della nostra posizione sul lavoro, la posizione proposta alla Conferenza per il lavoro a Genova nel giugno scorso e alla recente Conferenza per il lavoro autonomo e la micro e piccola impresa a Monza, sono incentrati sul rapporto persona-lavoro-democrazia. Sarebbe 66


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stata una scelta impossibile da fare senza il contributo della pluralità di culture presenti nel Pd. Di tutte le culture presenti nel Pd. L'amalgama qui pare riuscire. Allora qui sta la sfida affascinante per il Pd. Possiamo mettere al centro della nostra visione la persona che lavora, come nella tradizione del cattolicesimo sociale, senza perdere l'attenzione alle asimmetriche relazioni economiche e sociali al centro delle culture socialista e laburista? Possiamo partire dal paradigma del “neo-umanesimo integrale” e provare a costruire il profilo culturale e programmatico del Pd lungo il sentiero da esplorare di un neo-umanesimo laburista? In conclusione: il neo-umanesimo laburista può essere una traiettoria di ricerca culturale e politica, prima che programmatica, lungo la quale costruire l'identità del Pd e la tessitura di una inedita alleanza sociale, di uomini e donne, di soggetti e interessi, sia a livello nazionale, sia a livello europeo e globale?

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Valorizzare la persona che lavora è condizione per segnare in senso progressivo la transizione in corso e rivitalizzare le democrazie delle classi medie e, così, uscire dal tunnel buio della recessione

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Oltre la grande contrazione: verso una crescita di nuova generazione Mauro Magatti

è preside della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica

Questo testo è un breve estratto del libro in uscita in primavera da Feltrinelli e intitolato Oltre la crisi di valore I fallimenti della libertá e le vie del suo riscatto

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ome hanno scritto i due economisti di Harvard C. Reinhart e K.Rogoff,ci troviamo nel mezzo di una grande contrazione, cioè all'interruzione di una fase di crescita che, mediante quelli che dal 2008 sono stati chiamati "eccessi" finanziari, ha sostenuto un'economia basata sul consumo a debito. Scompaginati i delicati equilibri che sostenevano il circuito espansivo, qualunque strada si adotti, il deleveraging (cioè il percorso di riassorbimento del disordine finanziario) avrà bisogno di parecchi anni per essere completato. Questa considerazione getta ombre sul futuro dei paesi avanzati. Le speranze, coltivate nei primi mesi post-crisi, di


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una rapida ripresa si sono rivelate illusorie. E oggi si fa strada la convinzione che la contrazione durerà a lungo. Peraltro, è evidente la contraddizione: per rilanciare la crescita siamo sollecitati a consumare di più mentre da un lato i tagli dei bilanci pubblici e l'aumento delle imposte ci fanno tutti più poveri mentre la mancanza di liquidità nel circuito del credito frena gli investimenti. Con il rischio di rimanere impigliati in una spirale negativa. Si può pensare che tutto ciò costituisca solo una iattura. Oppure, si può attraversare questo periodo, indubbiamente difficile e carico di rischi, in cui le risorse saranno più limitate come un'occasione per smaltire le tossine sociali e culturali del tecno-nichilismo, in modo tale da creare, un po' per volta, le condizioni per un nuovo modello di sviluppo. La necessità, come si suole dire, aguzza l'ingegno. Per molti aspetti ci troviamo in una situazione simile a quella degli anni '70. Come allora il capitalismo societario, così oggi, a distanza di trent'anni, è il capitalismo tecnonichilista che ha esaurito la propria spinta propulsiva: il suo dispiegamento e il suo successo creano, attraverso la crisi, le condizioni per il suo superamento. Oggi,un tale modello appare obsoleto rispetto sia alle nuove richieste sociali che alle nuove condizioni economico-politiche. Da qui l'esigenza di ripensare la natura stessa della crescita, nel quadro di un contesto turbolento sul piano interno e internazionale. Venute meno le sue premesse, insistere a rianimare il modello degli ultimi decenni significa solo perdere tempo, - un po' come chi, negli anni '80, si rifiutava di riconoscere la necessità di superare una visione stato-centrica.. Si tratta di creare le condizioni per l'emergere di una nuova "economia psichica", meno dissipativa e distruttiva, più costruttiva e relazionale, capace di riconciliare ciò che il tecno-nichilismo ha separato. I due corni del dilemma sono chiari: da un lato, c'è il fallimento di una libertà che ha immaginato di essere assoluta. Dall'altro,c'è l'impossibilità di tornare indietro, rimettendosi sotto l'ala di qualche sistema autoritario (con buona pace di chi ci spera e di chi ci proverà). Ma che cosa c'è in mezzo? Le democrazie mature come possono sfuggire alla loro liquidazione derivante dalle loro incapacità di adattarsi ad una nuova stagione che loro stesse hanno creato? Tutti i discorsi di questi anni sulla crisi suonano contraddittori. Alcuni insistono sulla ripresa dei consumi interni che è resa impossibile dall'indebitamento e dal

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Per rilanciare la crescita siamo sollecitati e consumare di più mentre da un lato i tagli dei bilanci pubblici e l'aumento delle imposte ci fanno tutti più poveri e la mancanza di liquidità nel circuito del credito frena gli investimenti. Con il rischio di rimanere impigliati in una spirale negativa

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Se letta con onestà intellettuale, la crisi ci aiuta a prendere atto dei fallimenti del modello autoreferenziale di libertà di massa posto in essere dal tecno-nichilismo. Da questo punto di vista, la crisi, prima che tecnica, è spirituale

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generale clima di sfiducia e di instabilità. Altri parlano di competitività per sottolineare lo sforzo che occorre compiere per essere all'altezza dei competitor. Ma entrambi questi discorsi, sicuramente corretti, peccano dal lato della motivazione: perché dobbiamo essere competitivi? E quali nuove forme istituzionali potranno, più positivamente, mettere a frutto la qualità umana delle società libere? Cominciamo col dire che la grande contrazione si prolungherà per qualche anno. Ciò significa che questo è il momento per fare un investimento di medio-lungo termine. Ma in che direzione? Se letta con onestà intellettuale, la crisi ci aiuta a prendere atto dei fallimenti del modello autoreferenziale di libertà di massa posto in essere dal tecno-nichilismo. Da questo punto di vista, la crisi, prima che tecnica, è spirituale. Se intesa in questo senso, essa può costituire uno stimolo prezioso ad andare oltre lo stato attuale delle cose. Infatti, la crisi esacerba i problemi di sostenibilità della transazione tra individuo e istituzioni nel modo in cui essa si è venuta strutturando negli ultimi trent'anni. Infatti, quella transazione, realizzata attraverso un aumento dell'efficienza tecnica delle istituzioni a supporto dell'(esigito) ampliamento del potere di azione individuale, ha operato a scapito dei processi di ricomposizione dei significati. A livello soggettivo come a livello sociale. Lo slegamento tra funzioni e significati, se ha agevolato il processo di razionalizzazione alla base di una stagione di crescita economica planetaria, ha altresì determinato gravi squilibri, la cui insostenibilità, oggi pienamente manifesta, richiede una stagione di forte innovazione istituzionale che, auspicabilmente, non pretenda un (impossibile) ritorno ad una società cristallizzata attorno a significati rigidi e precostituiti. Gli effetti collaterali del capitalismo tecno-nichilista - una montagna di debiti accumulati, lo svuotamento del senso, livelli di disuguaglianza crescenti, squilibri sociali, ambientali e istituzionali sempre più accentuati - indicano che la crescita, per non implodere, dovrà essere capace di integrare dimensioni rimaste dissociate tra loro in questi decenni. Ripensare la crescita comporta, prima di tutto, un nuovo atto di intelligenza: la democrazia e il mercato – ossia le due principali istituzioni moderne - si misurano oggi con le conseguenze negative della spirale espansiva “potenzavolontà di potenza”. Affannarsi a cercare di far ripartire questo circuito nel modo in cui ha funzionato negli ultimi


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decenni non porta da nessuna parte. Pertanto, crescere diversamente significa tentare di creare nuove condizioni in cui, partendo da una definizione antropologica meno unilaterale, impariamo a riconoscere che la volontà di potenza non si traduce solo in acquisizione quantitativa e che, per quanto prezioso e vero, tale movimento non esaurisce l'intera esperienza umana. In questo senso, superare la crisi significa trovare le vie per andar oltre la grave "crisi di valore" che attanaglia le democrazie avanzate, nel suo sfarinamento ipersoggettivistico e nella sua mutevolezza continua che ne segnano il carattere di equivalenza impressosi a livello di consapevolezza.E che hanno permesso ad un sistema tecnico autorefenziale di affermarsi indisturbato. Per questo, al di là degli opportuni e necessari tamponamenti tecnici che consentono di guadagnare tempo, occorre, un po' per volta, apprendere la lezione che la crisi vuole impartirci. Alla fine della seconda guerra mondiale, il valore è stato riconosciuto nella ricostruzione e nella integrazione sociale, sbilanciandosi sul versante istituzionale e assegnando centralità al lavoro che diventava misura e strumento della crescita economica e sociale. A partire dagli anni '70, sono l'espansione e lo slegamento - espressione dell'immaginario della libertà individualistica e adolescenziale - ad essere rivestiti di valore nell'ottica della scambiabilità e manipolabilità: nel quadro della fase della razionalizzazione planetaria e della mediatizzazione dell'esperienza, il consumo – come indicato - è diventato il criterio di riferimento del valore. Oggi, al fine di immaginare una nuova stagione di crescita,le società occidentali sono chiamate a trovare una diversa soluzione alla questione del valore. Ciò ha a che fare con quella che E. Erikson chiama “libertà generativa”: una libertà cioè che, senza mortificare la tensione desiderante che ci contraddistingue come essere umani segnando anche la spinta alla crescita, la riqualifichi rispetto al senso, al contesto, ad una storia e ad altri. Un tale immaginario può aiutaci a pensare un nuovo modello di sviluppo. La crescita di cui abbiamo bisogno è, oltre che economica, anche sociale, culturale e istituzionale. Si tratta di pensare se e come slittare, almeno un poco, dall'espansione all'eccedenza. Da una crescita solo quantitativa ad una più qualitativa. Una crescita spirituale. 71


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Razionalità economica: un orizzonte da dilatare Simona Beretta

insegna Politiche economiche internazionali presso l’Università Cattolica

La crisi finanziaria ha rivelato la fragilità di un sistema di relazioni economiche “sottili”, estemporanee, dove prevale il calcolo miope

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a realtà, anche la più dura, ha sempre dentro un germe buono. Ci provoca, ci sveglia, ci proietta nel tentativo di comprenderla e di reagire alle difficoltà. Anche la crisi finanziaria – realtà molto dura, soprattutto per le sue conseguenze sul lavoro – può “svegliarci”: in tempi di crisi, diventa più immediato cogliere la falsità dell'idea che il sistema economico sia il grande meccanismo in cui ciascun individuo gioca la sua partita – come lavoratore, come risparmiatore, come consumatore – dentro “mercati” dove l'identità di ciascuno non conta, perché contano soprattutto le grandezze monetarie e finanziarie. La crisi finanziaria ha rivelato la fragilità di un sistema di relazioni economiche “sottili”, estemporanee, dove prevale il calcolo miope. Invece la qualità delle relazioni conta: l'economia (finanza inclusa) è uno spazio di reale interazione fra soggetti, con nome e


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cognome, strutturalmente in relazione gli uni con gli altri. La qualità dell'economia, della società e della politica dipende così dalla qualità e dallo spessore delle relazioni che le abitano. Si può forse dire che la radice della crisi sta nella determinazione, tanto diffusa quanto perversa, a censurare la questione sostanziale della virtù nelle relazioni. Pensare che uscire dalla crisi sia innanzitutto un problema di carattere tecnicoformale (regolamentazioni prudenziali, riforme degli apparati di controllo) oppure di “aggiunta” di considerazioni etiche al business solito (codici etici, tetti massimi alle remunerazioni dei manager, destinazione di profitti a iniziative benefiche) significa davvero illudersi. Non basta rispettare le forme, conta la reale virtù nell'agire di ciascuno, nel “qui e ora” delle piccole e grandi scelte. Indebitarsi per un progetto coraggioso che fa crescere in dimensione e qualità una impresa, non garantisce il buon esito, ma non alimenta l'instabilità sistemica; la alimenta invece chi, indipendentemente dal bene dell'impresa, si indebita solo per assumersi rischi finanziari rincorrendo potenziali profitti pur correndo il rischio di gigantesche perdite (improbabili ma, come si è visto, non impossibili). Ma non è facile distinguere dal di fuori chi sta facendo che cosa... Analogamente, un debito pubblico non diventa insostenibile e fonte di instabilità sistemica solo perché è “tanto”, ma soprattutto perché la spesa che l'ha reso necessario non ha rafforzato le basi reali per il progresso del paese – progresso indispensabile per poter ripagare in futuro il debito. La questione di una buona finanza pubblica è dunque un problema reale, che c'entra con la qualità della spesa e con la qualità della fiscalità. Anche in questo caso, la linea di giudizio passa nel “qui e ora” concreto di chi decide, anche ai livelli più bassi. Abbiamo bisogno di “più” pensiero economico

Decidere in condizioni di interdipendenza, sulla base di valutazioni fiduciarie, richiede l'impegno della ragione umana tutta intera: non solo la ragione strumentale, “calcolante”. La prima sfida della crisi è che la “ragione economica” prenda le distanze dalle sue forme mutilate, ristrette, banalizzate, dominate dall'analisi tecnica; occorre recuperare l'orizzonte pieno della ragione, denso di una intelligente passione per la realtà. La crisi attuale documenta la sostanziale inadeguatezza di una visione meccanicista e tecnicistica dell'economia; nello

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La questione di una buona finanza pubblica è dunque un problema reale, che c'entra con la qualità della spesa e con la qualità della fiscalità

La crisi attuale documenta la sostanziale inadeguatezza di una visione meccanicista e tecnicistica dell'economia

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stesso tempo, offre l'occasione per ripensare a quanto di buono c'è da valorizzare nella “cassetta degli attrezzi” del pensiero economico. Penso ad esempio al ruolo centrale delle aspettative (che sono così personali da confinare con la speranza, ma allo stesso tempo così legate al concreto vivere insieme); alla capacità delle aspettative di auto-realizzarsi, nel bene e nel male; alla possibilità che da una determinata situazione di partenza si possano raggiungere molteplici risultati (equilibri multipli). Penso ai problemi di informazione asimmetrica, all'azzardo morale e alla selezione avversa... Tutti questi ben noti contributi dell'analisi economica non fanno altro che confutare proprio la visione meccanicista e tecnicista dell'economia. Il fatto che negli ultimi decenni non abbiamo usato gli “attrezzi” che pure avevamo nella nostra cassetta intellettuale, lasciandoci trascinare nell'euforia collettiva dell'indebitamento e dei guadagni finanziari facili, dimostra secondo me una cosa: che davvero la radice della crisi è antropologica. Occorre vivere la quotidianità economica nella virtù, cominciando col recuperare la ragione economica in tutta la sua ampiezza. Pochi lo ripetono con la decisione e la lucidità di Benedetto XVI. La dottrina sociale della Chiesa e la ragione economica

La dottrina sociale della Chiesa, in questo recupero della ragione intera, è una risorsa preziosa. Usa parole scomode, forse le più scomode: verità, carità, gratuità

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La dottrina sociale della Chiesa, in questo recupero della ragione intera, è una risorsa preziosa, poco usata e talvolta usata in modo riduttivo. Non è un discorso che si limita a sfornare buoni pensieri rassicuranti, a denunciare abusi e a instillare buoni propositi. Basta il buon senso comune a condannare gli eccessi della speculazione, i comportamenti egoistici degli operatori che lucrano cospicui guadagni dall'instabilità, l'iniquità di andamenti finanziari che colpiscono negativamente i risparmi delle famiglie e arrivano a precludere le possibilità di sopravvivenza dei più poveri. La dottrina sociale della Chiesa è una lama che incide più in profondità: risveglia la ragione, giudica la realtà e proietta nella costruzione. Usa parole scomode, forse le più scomode: verità, carità, gratuità. Per passare dalla denuncia, che trova facile consenso, alla costruzione di relazioni e istituzioni finanziarie più giuste e più stabili per tutti, la dottrina sociale della Chiesa chiede innanzitutto un lavoro sulla “verità” dell'economia e della finanza. “L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto


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funzionamento; non di un'etica qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona… Occorre adoperarsi — l'osservazione è qui essenziale! — non solamente perché nascano settori o segmenti « etici » dell'economia o della finanza, ma perché l'intera economia e l'intera finanza siano etiche e lo siano non per un'etichettatura dall'esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura.” (Caritas in veritate 45, corsivo in originale). Per cogliere le “esigenze intrinseche” della finanza serve la ragione umana tutta intera, che non ha paura della verità; in questo la dottrina sociale è davvero una risorsa: un conoscere illuminato dalla fede, che cerca il cordiale dialogo con tutte le scienze e tutti i tentativi umani. Ho già accennato al possibile contributo positivo del pensiero economico alla costruzione di un'economia e di una finanza “amiche della persona”; vorrei qui sottolineare il grande realismo della dottrina sociale nel porre la questione antropologica. Un'etica “amica della persona” parte dalla consapevolezza della nostra originale dipendenza (non ci siamo fatti da noi stessi!) e allo stesso tempo della nostra infinita grandezza (creati ad immagine di Dio). Tutti abbiamo in comune la tensione a questa grandezza, a “fare, conoscere e avere di più, per essere di più” (Populorum progressio, 6). Eppure la natura umana è “ferita”: vorrebbe il bene, ma cede facilmente al male. “Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi” (Caritas in veritate 34). Io mi sono convinta, vivendo, che le cose stiano proprio così. Sarebbe dunque irrazionale illudersi, da un lato, che bastino nuove forme (regolamentazione finanziaria, codici di autoregolamentazione) per realizzare la giustizia a cui aspiriamo. D'altro lato, neanche il più intenso sforzo etico potrebbe stabilmente assicurare giustizia: la presunzione di essere all'altezza dei nostri desideri di bene finirebbe per tradire anche noi, come tutti i tragici tentativi umani di creare società perfette. Non si esce dalla crisi invocando riforme ed etica, come non si esce dalle sabbie mobili tirando verso l'alto i nostri capelli. Una finanza “amica della persona” è l'esito sempre provvisorio di un “io-in-relazione” in cammino, teso a rispettare le “esigenze intrinseche” alla natura dell'economia e della finanza, ben conscio del suo limite, capace di affidarsi a quella “speranza (che) incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà.” (Caritas in veritate 34). 75


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La sinistra italiana ed europea dopo il tramonto della Terza via Lanfranco Turci

è portavoce del Network per il Socialismo Europeo

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a crisi di questi anni sta cambiando lentamente, troppo lentamente, i paradigmi culturali della sinistra. E il PD è in grave ritardo sul cammino di questo necessario cambiamento. Veniamo da anni in cui ha dominato quello che sinteticamente è stato chiamato il pensiero neoliberista e l'insieme di politiche economiche riassunte nella formula del”Washington consensus”. In quegli anni gran parte dei partiti socialisti europei si adeguarono a quella che pareva la marcia trionfante del capitalismo uscito dalla 76

rivoluzione neoconservatrice della fine degli anni '70. Il recente saggio di Berta “Eclisse della socialdemocrazia” ci ricorda come nel primo dopoguerra Schumpeter parlava di capitalismo laburista, mentre alla fine del governo Blair si poteva parlare di socialdemocrazia capitalistica. In Italia, pur senza essere passati davvero per i trenta anni d'oro del compromesso socialdemocratico proprio di altri paesi europei, nella fase di dissoluzione del PCI l'assunzione della cultura liberista è stata anche più rapida e meno mediata culturalmente. La soluzione delle aporie intellettuali che


Questa dunque è una crisi del capitalismo o meglio, per la prudenza appresa dalle lezioni della storia, diciamo del capitalismo che abbiamo finora conosciuto


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avevano paralizzato il PCI fu individuata nell'adesione al nuovo compromesso fra liberalismo e socialismo del modello Blair e nell'abbandono dell'idea iniziale di dar vita a un grande partito socialista di tipo europeo, a favore della costruzione di un partito di centrosinistra, secondo l'evoluzione Ulivo-PD. Il compimento della chiusura del PCI doveva dunque tradursi nella esclusione di ogni “antagonismo sistemico”, nella liquidazione della categoria delle classi nell'analisi del conflitto sociale e nella liquidazione di ogni approccio critico al capitalismo che non stesse nell'ambito del pensiero mainstream. Insomma quello che a me pare una sorta di liberalismo sociale poco più che compassionevole. Non si può negare che questa sia stata l'ispirazione dominante nella costituzione del PD, anche se negli ultimi tempi Bersani sembra rivendicare un recupero più marcato delle radici sociali da cui proviene la parte maggioritaria di quel partito e qua e là nel gruppo dirigente pare prendere corpo un'area politica di un certo spessore, culturalmente in sintonia con le letture critiche della crisi. Il mio distacco dall'evoluzione liberista del PCI, la revisione profonda cui ho sottoposto l'insieme delle idee che mi hanno guidato nel passato, il mio ritrovarmi oggi in un'area di socialismo di sinistra, fuori dal PD, quale si esprime nell'associazione “Network per il socialismo europeo”, ha origine dalla insoddisfazione per lo sbocco politico culturale della maggioranza dell'ex PCI. Basti constatare le difficoltà del PD a misurarsi con la profondità della crisi in cui siamo entrati dal 2008. Una crisi, ricordiamolo sempre, economica, non solo finanziaria. Alla base c'è l'accresciuto squilibrio fra le classi nei paesi capitalistici avanzati, con la continua perdita di reddito e di diritti del mondo del lavoro negli ultimi 30 anni. Il tutto in un contesto di spostamento dell'asse dello sviluppo economico verso la Cina e degli altri paesi dell'area BRIC. Cause e effetti di questi processi sono la totale libertà di movimento dei capitali, il trasferimento di larghe quote di produzione mondiale in queste aree, l'accumulo di grandissimi deficit commerciali da parte degli Stati Uniti e di altri paesi sviluppati, il degrado dei mercati del lavoro nei paesi forti. La crisi porta alla luce il fallimento dei principi sottesi a questo tipo di sviluppo: i dogmi dei mercati autoregolati, della razionalità dell'homo oeconomicus, dell'individualismo, della crescita senza limiti sociali e ecologici. Questa dunque è una crisi del capitalismo o meglio, per la prudenza appresa dalle lezioni della storia, diciamo del capitalismo che abbiamo finora conosciuto. La portata di queste questioni mette in luce la povertà del bagaglio ideologico di un riformismo che si è in 78


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gran parte adattato a questi dogmi. Basti pensare al capovolgimento di significato della parola riforme. Nella storia socialista e comunista le riforme, anche quando evocate contro coloro che volevano fare la “rivoluzione”, erano intese come politiche tese a ridurre il potere del capitale, a migliorare le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e dei ceti popolari. Ora per riforme nel linguaggio corrente, ma anche in quello istituzionale europeo, si intendono quelle ispirate alla politica dell'offerta, quelle tese a liberare il mercato, a garantire più flessibilità del lavoro e a ridurre lo spazio del pubblico. Si veda la proposta di modifica dell'articolo 41 della Costituzione o quella già in via di approvazione circa il pareggio di bilancio. La ripresa di un intervento pubblico nella sfera economica e la riconquista di un efficace peso politico e sociale del mondo del lavoro nelle sue nuove e varie articolazioni non possono oggi che passare attraverso una dimensione sovranazionale. In questo contesto si muove, sia pur lenta e faticosa, la revisione politica e culturale in atto nei partiti socialisti in Europa, lo sforzo di delineare una alternativa su scala europea alle politiche dell'austerity e della compressione del lavoro e dello stato sociale, che sono ancora dominanti nell'Europa del governi di centro destra. Il problema sta in questa nostra Europa costruita essenzialmente sulla apertura dei mercati, sulla libertà di movimento delle merci e dei capitali, su politiche pro mercato come quelle del trattato di Lisbona, o su parametri di debito e deficit del tutto cervellotici come quelli di Maastricht. Un'Europa costruita su una Banca Centrale vincolata a una filosofia deflazionistica, impedita per statuto a occuparsi dei problemi dello sviluppo, dell'occupazione e della garanzia del debito degli stati membri. Un'Europa senza un governo comune delle politiche economiche e fiscali, senza una leva di finanza pubblica, basata su un deficit impressionante di democrazia, è il risultato coerente di una impostazione liberista lontana anni luce dal sogno europeista di Altiero Spinelli. È su questa base che sono arretrati i diritti sociali, che il welfare, orgoglio dell'Europa socialdemocratica, ha subito drammatici ridimensionamenti, che gli squilibri fra i paesi membri si sono aggravati in termini di competitività, di bilance commerciali e di costo del debito pubblico. La crisi partita dagli Stati Uniti si è poi innestata su queste contraddizioni facendole esplodere. I deficit commerciali della Grecia, della Spagna o dell'Italia sono l'altra faccia dei surplus della Germania e dei paesi centrali. E non è per caso che le banche tedesche o francesi siano piene dei titoli del debito pubblico e privato del paesi deboli. Solo il risultato della differenza fra paesi virtuosi e paesi indisciplinati come dice la vulgata corrente? O invece soprattutto il risultato

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Il problema sta in questa nostra Europa costruita essenzialmente sulla apertura dei mercati, sulla libertà di movimento delle merci e dei capitali, su politiche pro mercato

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di un meccanismo di mercato lasciato a se stesso, senza obiettivi e vincoli decisi da una programmazione di soggetti pubblici e democratici in un'ottica nazionale e europea? Possiamo davvero illuderci che a contraddizioni di questo tipo, che ci stanno portando al rischio di deflagrazione dell'euro e dell'Unione Europea, possiamo rispondere con politiche dettate da quella stessa filosofia? E possiamo pensare che, ora che abbiamo pagato il salasso di una manovra deflazionistica in un quadro che è già di recessione su scala mondiale, ora che abbiamo dimostrato alla virtuosa Germania che siamo pronti a purgarci dei nostri vizi di debitori impenitenti, otterremo senza una battaglia politica in Europa una svolta nella conduzione della BCE, un rilancio qualificato della domanda e uno spostamento degli equilibri di reddito e di potere a favore del mondo del lavoro e dei ceti popolari? Perché questi sono gli obiettivi che ci dobbiamo proporre su scala nazionale e europea. Nessun governo tecnico ce li può garantire, tanto meno sono compatibili con le politiche della coppia Merkel-Sarkozy. Ma la sinistra italiana non si sta muovendo su questa lunghezza d'onda, o meglio non si sta muovendo con la determinazione necessaria. Da un lato c'è l'impaccio di un europeismo retorico e declamatorio che si dimostra imbelle di fronte alla dinamica concreta di questa Europa a comando tedesco, di fronte a scelte politiche esiziali per l'Europa e autolesionistiche per lo stesso mercantilismo tedesco. Basti pensare all'accoglienza acritica di larga parte della sinistra verso la lettera della BCE, e prima ancora verso il patto Europlus del marzo 2011. È questa mancanza di parametri alternativi di analisi e la debolezza della proposta programmatica che ha fatto sì che il PD si trovasse impreparato di fronte alla crisi del governo Berlusconi e finisse per accettare il governo Monti, diviso fra la giustificazione dello stato di necessità da parte di alcuni e il sentimento di totale e entusiastica adesione da parte di altri. Insomma una divisione fra un'area convintamente liberista e un'area tendenzialmente a vocazione socialista. Credo che se non si scioglierà questo nodo, il Pd non uscirà dall'attuale impasse e in questo modo non potrà essere approntato uno schema di programma e di alleanze politiche e sociali per l'alternativa in Italia e in Europa. Non bastando a ciò la iniziativa di Sel, né tantomeno gli opportunistici salti di quaglia di Di Pietro.

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Una lettura della crisi oltre i luoghi comuni Tommaso Nannicini

insegna Econometria presso l’Università Bocconi di Milano

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el dibattito italiano sulla crisi economicofinanziaria a livello internazionale circolano idee che, come tutti i luoghi comuni che si rispettino, contengono granelli di verità impastati con approssimazioni di non poco conto. Può essere presto per separare i primi dalle seconde. Ma vale la pena tentare, visto che a noi italiani questi granelli, se male interpretati, possono andare di traverso. Fuor di metafora: una lettura superficiale delle cause e delle ripercussioni della crisi rischia di avere effetti negativi sulle scelte che dovremo affrontare, aggravando, anziché risolvere, i nostri problemi di crescita economica. Proviamo a prendere per le corna, allora, quattro luoghi comuni. Primo: questa crisi ha connotati epocali e si discosta da quelle che l'hanno preceduta per natura e intensità; di conseguenza, niente sarà più come prima nel campo della politica economica. Secondo: le cause della crisi risiedono negli eccessi di un mercato selvaggio e senza regole. Terzo: gli economisti hanno fallito, perché non hanno saputo prevedere tempistica e portata della crisi. Quarto: la crisi segnala il fallimento di quell'ideologia liberista di cui anche la politica italiana, a destra come a sinistra, è stata vittima negli anni Ottanta e Novanta. In quanto segue, cercherò di argomentare perché i granelli di verità che si nascondono in queste quattro idee non sono sufficienti a rendere meno pericolose le superficialità che parimenti contengono. Per limiti di spazio (e di competenza) rimanderò ad analisi interessanti su questi temi. Niente sarà più come prima? Gli economisti Barry Eichengreen e Kevin O'Rourke si sono presi la briga di raccogliere un po' di dati per confrontare la crisi attuale con quella del 1929 ("A Tale of Two Depressions", 81


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La crisi ha colpito duramente l'economia mondiale, ma si è rimangiata solo una piccola parte della crescita precedente

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VoxEU). Il quadro che ne emerge (aggiornato al 2010) è chiaro. Nel primo anno, la produzione industriale mondiale ha subito un calo più forte con la crisi attuale rispetto a quella del 1929, ma c'è stata una ripresa che ha portato a recuperare velocemente i livelli pre-crisi, mentre nel 1929 la discesa è proseguita per tre anni. Lo stesso è avvenuto per il volume degli scambi commerciali e per i valori azionari, ma in questo caso la ripresa non è bastata a recuperare i livelli pre-crisi. Dietro queste differenze, ci sono due novità dell'economia globale: il nuovo protagonismo di economie emergenti la cui produzione industriale ha risentito in misura minore della crisi; la maggiore integrazione economica internazionale e il più sofisticato sviluppo dei mercati finanziari (che ne hanno aumentato la reattività). Si tratta, in altre parole, degli stessi cambiamenti politici e finanziari che hanno assicurato due decenni di forte crescita della produttività e del reddito in molti paesi. La crisi ha colpito duramente l'economia mondiale, ma si è rimangiata solo una


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piccola parte della crescita precedente. Il problema è che alcuni paesi, come l'Italia, non hanno ricevuto i benefici di questa fase, ma ne stanno subendo I costi. Tutto bene nell'economia globale, dunque? Niente affatto. La crisi è stata grave, al pari delle sue ripercussioni economiche e sociali. Molte cose non sono andate per il verso giusto (sopratutto nel settore finanziario) e vanno modificate alla radice. Ma non siamo nel 1929. Non serve un ripensamento radicale del ruolo tra stato e mercato; solo una serie di aggiustamenti chirurgici, a livello di regole e istituzioni, per far funzionare meglio stato e mercato. La crisi è colpa del mercato? Le cause superficiali della crisi sono note: lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e la reazione a catena sugli intermediari finanziari, complice una loro eccessiva esposizione al rischio (basata su aspettative erronee di crescita illimitata dell'economia e dei valori immobiliari). Qui, francamente, i fallimenti del mercato e dello stato (della politica) si sono rafforzati a vicenda. Non c'è dubbio che ci sia stata un'eccessiva assunzione di rischi da parte dell'intera industria finanziaria (attirata da profitti facili e remunerazioni da capogiro, che non internalizzavano i rischi di lungo periodo) e una disattenzione delle autorità di supervisione monetaria (convinte che certi squilibri erano diventati più sostenibili rispetto al passato, grazie alle innovazioni finanziarie e alla posizione di privilegio dell'economia statunitense). Ma la politica ha dato il suo contributo. Non tirando il freno di una crescita che appariva sempre più drogata, per ragioni elettorali. E alimentando il sogno di una casa per tutti, anche per chi non poteva permettersela. In uno studio empirico ("The Political Economy of the U.S. Mortgage Default Crisis", American Economic Review), Atif Mian, Amir Sufi e Francesco Trebbi mostrano come le due agenzie pubbliche dei mutui immobiliari, Fannie Mae e Freddie Mac, avessero investito ingenti risorse in lobbying per ottenere favori legislativi da deputati e senatori eletti in collegi con alta concentrazione di mutui subprime. Dietro a queste cause superficiali della crisi (la miccia detonante), si nascondono cause profonde legate agli squilibri macroeconomici (la polvere esplosiva). In un libro che dovrebbe essere una lettura obbligata per chiunque sia interessato ad approfondire questi temi ("This Time Is

Dietro a queste cause superficiali della crisi (la miccia detonante), si nascondono cause profonde legate agli squilibri macroeconomici (la polvere esplosiva)

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Different. Eight Centuries of Financial Folly", Princeton University Press), gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno ricostruito un imponente database sulle crisi bancarie e finanziarie nel corso dei secoli. Il loro messaggio è semplice: i dati mostrano che siamo stati qui prima (e probabilmente ci torneremo in futuro). Al di là delle sue dimensioni quantitative, sul piano qualitativo la crisi attuale non ha niente di eccezionale, così come non hanno niente di eccezionale la sottovalutazione dei rischi prima di arrivarci e la sopravvalutazione degli effetti una volta che è scoppiata. Succede sempre così. Il deficit di bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e l'eccesso di indebitamento di governi, famiglie e banche erano segnali che, sulla base delle esperienze passate, mostravano con chiarezza che una battuta d'arresto, anche brusca, era ormai inevitabile.

Accusare gli economisti di non aver previsto quando sarebbe scoppiata la crisi, è un po' come accusare i politologi di non aver previsto quando sarebbe caduto il muro di Berlino

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Gli economisti non avevano previsto niente? Sinceramente, accusare gli economisti di non aver previsto quando sarebbe scoppiata la crisi, è un po' come accusare i politologi di non aver previsto quando sarebbe caduto il muro di Berlino. Molti economisti avevano prodotto analisi e interventi che denunciavano l'insostenibilità degli squilibri di cui sopra (Obstfeld, Rogoff, Krugman, Roubini, Setser, solo per citarne alcuni). Certo, ci sono state sottovalutazioni anche nella letteratura economica, e non mancano lezioni che gli economisti dovrebbero trarre dalla crisi. Uno dei più brillanti economisti sul panorama internazionale, Daron Acemoglu, ne ha ricordate alcune in uno stimolante intervento di natura divulgativa ("The Crisis of 2008: Structural Lessons for and from Economics", MIT website). La prima lezione è che il ciclo economico e la volatilità aggregata resteranno con noi, a differenza di quanto alcuni si erano frettolosamente spinti a negare. Anzi, proprio le innovazioni finanziarie e l'integrazione economica, che possono assicurarci contro i piccoli shock e garantire il benessere, ci espongono di più al rischio di grandi shock a bassa probabilità ma dagli effetti dirompenti. La seconda lezione è che la scienza economica può aiutarci a rendere ancora più improbabili questi eventi, disegnando regole e istituzioni adeguate, a partire dal settore finanziario. Mercato libero non significa mercato senza regole. Per definizione, il mercato è un'istituzione che si regge su un insieme di regole.


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Come renderle più solide per garantire lo sviluppo e assicurare i rischi è un continuo cantiere in corso. Il terzo insegnamento riguarda la centralità della crescita economica. Distruzione creativa, innovazione e continua riallocazione delle risorse, per quanto costose nel breve periodo per alcuni soggetti (soprattutto quelli più deboli), sono l'unica ricetta che conosciamo per creare benessere sostenibile. È l'unica strada che abbiamo per sfruttare a nostro vantaggio la volatilità insita nelle economie di mercato (che non è destinata a scomparire), domandola come un surfista che cavalca un'onda piuttosto che restarne travolto. L'Italia deve riprendersi dalla sbornia liberista? Questo ci porta all'ultimo luogo comune: l'idea che la crisi sia qualcosa di esterno all'Italia, i cui problemi deriverebbero dalla congiuntura internazionale o dagli attacchi di avidi speculatori senza scrupoli. Francamente, come ho avuto modo di scrivere altrove ("Mi chiamo Mork e polemizzo col liberismo", qdR magazine), col liberismo selvaggio i problemi italiani non c'entrano un bel niente. Sarebbe bello, perché facile da aggiustare, ma purtroppo non è così. L'unico modo per rimettere in moto l'economia italiana è rimettere in moto gli italiani, che si sono impigriti, adagiandosi su una ricchezza diffusa e rendite che non possono essere sostenute all'infinito. Per le economie, come per ognuno di noi, i momenti di crisi pongono di fronte a un bivio. Possiamo approfittarne per metterci in discussione e cambiare vecchie abitudini. O possiamo rinchiuderci nei nostri vizi, accusando il destino cinico e baro dei nostri problemi. Per noi italiani è arrivato il momento di guardarci allo specchio e scegliere con decisione la prima strada.

Col liberismo selvaggio i problemi italiani non c'entrano un bel niente

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La scienza economica e la crisi


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I modelli dominanti nel pensiero economico Pier Luigi Porta

insegna Economia politica presso l’Università Milano-Bicocca

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on è un mistero che le idee economiche, a differenza delle teorie della fisica, influenzano il comportamento dei loro oggetti, che siamo poi noi, ossia i soggetti della attività economica. Un grande economista e intellettuale come John Maynard Keynes conclude la sua opera maggiore affermando che le idee (giuste o sbagliate che siano) di economisti e filosofi politici, sono assai più potenti di quanto comunemente si creda. In effetti governano il mondo. Gli uomini pratici, che vantano la propria indipendenza da fantasticherie intellettuali, (dice ancora Keynes) sono in realtà quasi sempre gli schiavi di qualche economista defunto. “Sono certo – egli conclude, rispondendo indirettamente a Marx – che il potere degli interessi costituiti venga enormemente esagerato rispetto alla azione graduale delle idee”.

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Che l'economia politica in particolare possa trasformarsi in un potente inquinante della atmosfera intellettuale è un'idea che oggi risorge: non è certamente nuova

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Che l'economia politica in particolare possa trasformarsi in un potente inquinante della atmosfera intellettuale è un'idea che oggi risorge: non è certamente nuova. Specie da quando, prima di Adam Smith, l'Illuminismo lombardo dei Verri e dei Beccaria ha visto nella economia politica la autentica scienza nuova dell'era degli illuminati, il sospetto è nato nei confronti di essa. Da allora l'economia politica attira su di sé sempre maggiore attenzione da parte del pubblico e tuttavia non è mai diventata, né lo è oggi, una disciplina popolare. Se guardiamo indietro nel tempo vediamo ben facilmente che si tratta di una vecchia questione. Prendiamo, per esempio, il caso del Regno Unito che è spesso (non senza buona ragione) considerato la patria della moderna economia politica, almeno da Adam Smith in poi. Proprio lassù hanno preso forma talune delle più brucianti invettive contro l'economia politica dalla sua formazione. Il nome di triste scienza (appioppato all'economia) è coniato da Thomas Carlyle, grande letterato romantico scozzese, nel primo Ottocento. Nella stessa epoca David Ricardo, tra i massimi economisti di ogni tempo oltre che deputato nel Parlamento britannico, era guardato con riverenza e con sospetto a un tempo: era troppo vicino al radicalismo filosofico di Bentham e seguaci, personaggi che trasmettevano una immagine di eccesso di fiducia in sé stessi e nelle elucubrazioni scientifiche loro proprie. Le proposte di Ricardo sono invariabilmente giudicate intellettualmente finissime, ma politicamente rozze. Edmund Burke, filosofo politico e autore del citatissimo pamphlet di riflessioni a caldo sulla rivoluzione francese, cogliendo questa stessa sensazione del pubblico nei confronti dell'economia, scriveva che l'età della cavalleria è chiusa: le succede l'epoca dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori. John Ruskin, il grande intellettuale vittoriano, sarà ancora più esplicito allorché definirà l'economia politica come una pestifera infezione che toglie la parola ed è capace di ammorbare il cervello umano sino al rincretinimento e alla paralisi. Sembra esagerato: ma se uno pensa a certi eccessi della finanziarizzazione, incomincia già a intravederci qualcosa di vero. Anche fuori dal Regno Unito non mancano fenomeni similari. L'economia politica, come oggi la conosciamo, ha avuto un suo momento costitutivo fondamentale, di enorme successo, alla metà del Settecento ad opera di autori francesi capeggiati da un medico, fattosi economista, François Quesnay. Chiamati poi con lo strano appellativo di 'fisiòcrati', questi autori hanno lasciato tal segno da continuare per quasi


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un secolo ad esser chiamati gli economisti, per eccellenza. Sono esempio massimo di una sistematicità e un rigore del tutto francesi, specialmente in tema di libertà economica: è di loro conio l'espressione di laissez-faire per significare il liberismo assoluto. Anche essi finiscono sostanzialmente fuori dalla politica perché eccessivamente 'illuminati'. Questi episodi sono spesso rievocati e tornano alla ribalta in particolare al momento attuale. La profezia di Burke si è, ahimè!, avverata e siamo, chi più chi meno, finiti nelle mani degli economisti. Dopo la esplosione della crisi, specie dal settembre 2008, sono numerosissimi gli interventi di economisti autorevoli che hanno puntato il dito con veemenza contro l'insegnamento e la ricerca soprattutto macroeconomica, con l'accusa di avere di fatto reso del tutto incomprensibile la lettura della realtà e di avere determinato reazioni di politica economica inappropriate e scomposte con effetti dannosi, in molti casi contro il più elementare buon senso. Basta sfogliare testate come il Financial Times o il New York Times tanto per citarne due molto popolari e frequentate da economisti. L'Economist ha dedicato al problema una delle sue sempre efficacissime copertine (luglio 2009) raffigurante un testo di Macroeconomia che si dissolve in palta pronta ad essere gettata nella latrina. Tra gli episodi più recenti che hanno destato scalpore, lo scorso mese di novembre 2011 un gruppo di studenti di una delle massime Facoltà di economia del mondo, quella della Università di Harvard a Boston, ha abbandonato l'aula, in segno di protesta contro il popolare corso introduttivo di economia, Economics 10, tenuto dal collega Greg Mankiw. Il motivo? Il corso sposa un'ideologia conservatrice di scienza economica che contribuisce a perpetuare la disuguaglianza sociale. Non è difficile rendersi conto in una crisi grave quale è quella attuale delle responsabilità della ricerca e dell'insegnamento. Il problema, come ho detto, riguarda soprattutto la macroeconomia e si applica certamente alla crisi finanziaria originata negli Stati Uniti con l'aggiunta per l'Europa dei problemi di costruzione e conduzione del Sistema Monetario Europeo, forse purtroppo il maggiore “capolavoro” della macroeconomia recente. Uno dei volumi oggi più citati in proposito, di due notissimi economisti Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff, è uscito anche in italiano dal Saggiatore col titolo ironico Questa volta è diverso. Dopo cinquecento pagine di analisi raffinate e interessantissime, gli autori raggiungono la confortante conclusione che una eccessiva accumulazione di 89


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Chi si ostina a ignorare la storia, si trova poi costretto a recitarla di nuovo, parola per parola

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debito (che sia pubblico, delle banche, delle imprese o delle famiglie) spesso pone rischi sistemici molto maggiori di quanto non sia percepito nella fase ascendente del ciclo. Si tratta di una conclusione davvero geniale dimostrata (se la ricerca empirica può “dimostrare” qualcosa) da una enorme messe di rilevazioni sulle crisi in diverse epoche e tempi; una conclusione che, ironia della sorte!, è stata (chissà come) completamente trascurata dai più scafati economisti a livello internazionale che, fino a pochi anni fa, avevano descritto l'epoca recente, gli ultimi vent'anni del millennio, come la “grande moderazione”. Anche da noi quanti Colleghi, convinti di trovarsi ai vertici storici della ricerca macroeconomica, sono stati vittime del mito del QuestaVolta-È-Diverso! Così accadde quando (nei ruggenti anni Novanta) sostenevano, a gran voce e col più severo cipiglio scientifico, a tutto campo (dalle riviste scientifiche al Corriere della sera) che il ciclo economico era definitivamente sconfitto e la crescita diveniva illimitata nella nuova era della tecnologia informatica! Hanno di fatto semplicemente contribuito a ingigantire una enorme bolla, mentre (sull'esempio imperituro di don Ferrante) sostenevano (confortati ovviamente dalla macroeconomia più avanzata) che le bolle non esistono! La c.d. macroeconomia delle 'aspettative razionali' (per citare il caso di una scuola a lungo popolarissima, corteggiatissima e affascinante) ha in uggia la irrazionalità degli agenti e si condanna così a non capire nulla del funzionamento dei mercati in generale e, ancor peggio, dei mercati finanziari. Chi di noi ha appena un po’' di dimestichezza con la storia sa bene che, per esempio, la stampa americana dei ruggenti anni Venti fu piena esattamente delle stesse cose, specie della illusione della fine del ciclo economico, una illusione rispetto alla quale il crollo di Wall Street nell'autunno del 1929 rappresentò per molti un rude risveglio. Ma tant’è: questa volta è diverso! si è preso a dire in anni a noi vicini. La realtà è però un'altra: chi si ostina a ignorare la storia, si trova poi costretto a recitarla di nuovo, parola per parola. L'ignoranza gli fa da anestetico, così che probabilmente non si accorgerà mai dell'abisso nel quale è precipitato, se non quando arrivano vere lacrime e sangue. Ma anche allora negherà ogni addebito. La storia è maestra di vita, ma (come è noto) ha sempre avuto assai pochi allievi. È solo da sperare che questo terribile principio-guida non debba avere altre e anche più “costose” applicazioni nel futuro prossimo, in una situazione di crescente instabilità


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politica cui si tenta di porre rimedio nel sud dell'Europa con governi più tecnici. Personalmente mi sono permesso, data la serietà della situazione, di rivolgere un appello ai colleghi macroeconomisti: che essi consentano ad accettare di “svalutare” i parametri di impact factor dei lavori della loro sottodisciplina di almeno, diciamo, un buon cinquantasessanta per cento. Sarebbe un segnale importante per riacquistare la fiducia del pubblico. È assurdo che i lavori in materia siano valutati tramite gli impact factor correnti, ossia in proporzione della massa delle citazioni, che oggi non rappresentano altro, specie in questo campo, se non il segno evidente di una iperbolica degenerazione di quella che Thomas Kuhn chiamava “scienza normale”. Quanti tra i Colleghi macroeconomisti ha avuto la ventura di partecipare a qualcuna delle riunione scientifiche annuali della European Economic Association (nel 2011 svoltasi a Oslo a fine agosto), per esempio, ha certo visto la marea impressionante di lavori, soprattutto empirici, su temi e con metodi talora irrilevanti o completamente fuori da ogni logica realistica, che competono non già per portare luce su questioni vitali, ma per conquistare un posto su una rivista dall'impact factor appena più alto di quello del vicino. Alla base c'è il disinteresse più plateale per i contenuti di una scienza sociale e politica, quale dovrebbe essere l'economia politica, con esiti di frustrazione diffusa ormai diventati un dato preoccupante dei nostri dottorati a livello internazionale. Con un simile coraggioso gesto si darebbe dunque un segnale importante ai giovani: certi magnifici giovani nei corsi di dottorato di ricerca sparsi nei maggiori Atenei del mondo fanno talora la stessa impressione di quei valorosi volontari che la mattina dell'11 settembre 2001 salirono gagliardi le scale delle Torri Gemelle nell'ardito progetto di salvare qualcuno. Nessuno li aveva purtroppo avvertiti del rischio sistemico che correvano con le torri ormai in procinto di crollare al suolo. È una immagine che nessuno di noi potrà mai dimenticare. O come quella giovane ricercatrice, al lavoro nel suo ufficio alle Torri, che riceve una telefonata dalla mamma (la mamma!): “Guarda che sta succedendo qualcosa di terribile proprio lì dove tu lavori!”. E lei: “Lasciami mamma: ho una riunione e devo consegnare il modello! Non sta succedendo proprio niente: è l'altra torre che ha dei problemi, non la mia! Calmati!”. Un grande macroeconomista americano, il premio Nobel Joseph Stiglitz, apre un importante recentissimo contributo 91


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Si è oggi troppo rispolverata l'idea che più finanza significa più sviluppo, come se il mondo non avesse conosciuto fenomeni rilevanti di ripresa e di sviluppo, per esempio nell'immediato dopoguerra fino agli anni Cinquanta e Sessanta, pure poggiando su un sistema finanziario di dimensioni limitate

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su una della maggiori riviste scientifiche – sotto il titolo Rethinking Macroeconomics – con una efficace quanto semplice definizione dei modelli macroeconomici: sono dei “paraocchi”. È davvero così semplice ed è tempo di scoprire l'inganno: è una questione di epistemologia e di buon senso a un tempo, una volta tanto unite. Talora i modelli della nostra macroeconomia sono utili: è una questione di misura. E la misura è tutto, specie per chi sta investendoci sopra gli anni migliori con giuste e grandi aspettative. Quando la misura è colma, anche il semplice buon senso diventa un provvidenziale richiamo alla realtà. In realtà la grande moderazione ha cullato macroeconomisti e policymakers nella pretesa illusoria di sapere come condurre la politica economica. La crisi li ha costretti a mettere in serio dubbio quella pretesa e a studiare gli errori compiuti per costruire una nuova impostazione della politica macroeconomica. È ora piuttosto difficile ricostruire in poche battute i dibattiti che hanno per anni dilaniato la macroeconomia, fino ad approdare allo svuotamento dei modelli keynesiani e alla affermazione di forme estreme di monetarismo. Il clima che si era così creato aveva messo in dubbio praticamente ogni forma di intervento attivo di politica economica ed aveva aperto la strada a una crescente integrazione e liberalizzazione dei mercati, specialmente dei mercati finanziari. Tre aspetti possono qui essere in breve enucleati, la cui affermazione è stata all'origine di disastrosi errori. Solo oggi incominciano a essere messi in questione. In primo luogo si è dato un incredibile credito alla ipotesi di mercati efficienti. Questo ha significato supporre che mercati perfettamente liberi con agenti razionali tendono a funzionare bene determinando equilibrio nel sistema. Di qui la negazione in radice di squilibri e processi cumulativi con il conseguente pratico divieto di qualsiasi tipo di interferenza col funzionamento dei mercati. In secondo luogo, soprattutto a partire dalla fine degli anni settanta, si è proceduto a una progressiva de-regolazione o liberalizzazione finanziaria che ha condotto ad abolire qualsiasi restrizione ai movimenti internazionali dei capitali contestualmente con la restaurazione della Banca universale. La crisi ha qui scatenato una ridda di interventi e di opinioni dominate soprattutto dalla richiesta di più stretta sorveglianza sul funzionamento dei mercati. Il che è certamente necessario, ma probabilmente non basta. I nostri padri, al tempo della


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grande crisi degli anni trenta, commisero altri errori, ma furono assai più pronti di noi nel tagliare decisamente le unghie a un sistema finanziario espanso oltre ogni limite ragionevole. Si è oggi troppo rispolverata l'idea che più finanza significa più sviluppo, come se il mondo non avesse conosciuto fenomeni rilevanti di ripresa e di sviluppo, per esempio nell'immediato dopoguerra fino agli anni Cinquanta e Sessanta, pure poggiando su un sistema finanziario di dimensioni limitate. Infine si è dato eccessivo credito a schemi di inflation targeting. Questo modo di procedere ha condotto a una enfasi eccessiva sul contenimento della inflazione, a scapito di altri obiettivi, nella agenda delle Banche Centrali, assoggettando le medesime a meccanismi decisionali meccanicamente preordinati. Lungi dal creare trasparenza e indipendenza, quei meccanismi hanno distrutto fiducia, oltre a creare le condizioni per eccesso di liquidità e sovraespansione dell'indebitamento privato e pubblico. La situazione della ricerca e dell'insegnamento della macroeconomia è altamente drammatica. Essa è andata ben oltre quanto si poteva immaginare circa la proliferazione canceriforme, teorizzata e prevista da Thomas Kuhn, della scienza normale. Le Università e gli istituti di ricerca avanzata sfornano molto spesso tecnici assolutamente impreparati ad affrontare i problemi reali della macroeconomia con la intelligenza interattiva che quei problemi reali richiedono. La conseguenza è un crescente utilizzo di “piloti automatici” di scarsa affidabilità dalla cui pericolosità diventa urgente difenderci.

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Colpe vere e presunte degli economisti Ronny Mazzocchi

insegna Economia monetaria e finanziaria presso l’Università di Trento

“L'economia politica era, nell'opinione pubblica prevalente all'epoca in cui ero studente, un'Arte di notevole importanza sociale, una somma di intricate regole, di cui la conoscenza era necessaria all'uomo di Stato, all'uomo politico. Il solo torto delle regole era di essere fondamentalmente errate”.

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sordiva con questa battuta amara Maffeo Pantaleoni in una conferenza tenutasi a Parma nel settembre del 19071. Oggi, ad oltre cento anni di distanza è davvero difficile sostenere che sia cambiato qualcosa. Lo stato di salute della teoria economica dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria non sembra migliore di quello dell'economia reale. La pubblicistica sulle colpe degli economisti è diventata uno dei business di maggior successo degli ultimi anni, secondo forse soltanto a quello sui costi della politica. Il quadro che ne emerge vede gli economisti colpevoli un po’ di tutto: negligenza e inerzia nei loro studi, incapacità di percepire i mutamenti troppo rapidi nel mondo finanziario, eccessiva fiducia nei propri strumenti previsivi, presunzione professionale e di casta, ingiustificata predilezione per la formalizzazione matematica a discapito della conoscenza _______________________________ 1. Maffeo Pantaleoni, “Una visione cinematografica del progresso della scienza economica”, in Erotemi di economia, Laterza, Bari 1925, vol. 1, p.189 (conferenza tenuta a Parma il 27 settembre 1907). 95


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È infatti proprio nel campo della macroeconomia che si è realizzata quella contro-rivoluzione che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha riportato la teoria neoclassica e il liberismo nuovamente al vertice dello Zeitgeist, permenando di sé l'accademia, la politica e il senso comune

della storia dell'analisi economica e della storia in generale e – infine - totale mancanza di autocritica. Sebbene non poche siano le imputazioni condivisibili, restano tuttavia molti aspetti non convincenti che richiederebbero una analisi ben più approfondita e meditata. Innanzitutto bisognerebbe restringere il campo dei presunti colpevoli ai soli macroeconomisti. È infatti proprio nel campo della macroeconomia che si è realizzata quella controrivoluzione che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha riportato la teoria neoclassica e il liberismo nuovamente al vertice dello Zeitgeist, permenando di sé l'accademia, la politica e il senso comune. Ed è stato proprio nelle maggiori università americane specializzate in macroeconomia che è iniziato quel processo di produzione e selezione delle classi dirigenti economiche e politiche che sono andate a costituire la Weltanschauung del mondo nell'ultimo trentennio. Con una rapidità che ha davvero dell'incredibile, nelle facoltà di economia dei principali atenei anglosassoni si è affermata un'impostazione metodologica neopositivistica, empirista nella ricerca della conoscenza, improntata all'individualismo metodologico nella spiegazione dei comportamenti, valorizzatrice delle capacità previsive quale criterio per vagliare ogni teoria. Fra gli strumenti di indagine hanno quindi assunto un enorme peso alcuni spezzoni della matematica e della statistica. In alcuni casi l'analisi economica ha così finito per coincidere con questi specifici algoritmi, indubbiamente utili sotto determinate condizioni e per particolari finalità di ricerca, ma incapaci di esaurire, da soli, il metodo dell'economia. In più, lo strumento matematico scelto dagli economisti ha finito per essere funzionale più all'apprendimento da parte degli studenti e all'utilizzo da parte dei policymakers che all'effettiva capacità di rappresentare fenomeni complessi e turbolenti come quelli che caratterizzano le moderne economie del pianeta. Come ha riconosciuto con molta onestà un celebre matematico come Michio Morishima2 “gli economisti del dopoguerra sono scaduti nel conservatorismo di non far corrispondere le loro teorie alla realtà, di tendere bensì ad adattare la realtà alla teoria”. Hanno quindi sicuramente ragione i molti che oggi spingono i macroeconomisti ad intensificare i loro studi empirici, rimettendosi a pedinare da vicino il mondo della

_______________________________ 2. Micho Morishima, “Capital and Credit: A New Formulation of General Equilibrium Theory”, Cambridge University Press, Cambridge, 1992. 96


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finanza e dell'economia, troppo spesso lontani dall'attenzione non solo dell'accademia ma anche dei tanti che hanno occupato posizioni di responsabilità nelle principali istituzioni politiche ed economiche internazionali. Tuttavia la ricerca applicata, in economia, è sempre guidata dal faro della teoria, e questo faro ha puntato per troppo tempo nella direzione sbagliata. La colpa grave degli economisti, spesso dimenticata, è infatti quella di essersi rinchiusi in un paradigma teorico inappropriato a comprendere la complessità dei sistemi economici moderni, accettando acriticamente ipotesi microeconomiche antiquate proprio mentre la microeconomia si spingeva ad esplorare strade mai battute prima. Esperti settoriali e ricercatori di primo ordine hanno fornito nel corso degli anni trattamenti analitici dei comportamenti individuali ben più profondi di quanto non fosse stato fatto in passato, ma tali studi non sono stati mai presi seriamente in considerazione dai macroeconomisti, nemmeno quando la lunga egemonia keynesiana che aveva dominato il mondo post-bellico aveva cominciato a volgere a termine. Marginalizzati furono i contributi di Kenneth Arrow, George Akerlof e James Tobin sulla natura intrinsecamente instabile dei mercati finanziari, e sui problemi informativi e i conflitti di interesse che ne potevano minare l'efficienza. Ignorati furono i lavori di Herbert Simon e James March sui limiti cognitivi e di razionalità che caratterizzano gli agenti economici, oppure quelli di Daniel Kahnemann sul fatto che gli esseri umani non sono quasi mai in grado di gestire decisioni rischiose in modo ottimale e che imitazione ed emotività hanno conseguenze importanti soprattutto nel generare fenomeni come le bolle speculative. Dimenticati, infine, sono stati i contributi di Robert Solow sulla peculiare natura del mercato del lavoro e sul fatto che equità sociale e standard comportamentali possano influire notevolmente sulla definizione delle allocazioni finali, alterando i risultati teorici e le politiche ottimali da adottare. Mercati imperfetti, norme sociali, limiti razionali e cognitivi non hanno avuto quindi cittadinanza nella macroeconomia sviluppatasi a partire dagli anni Ottanta, che invece si è basata interamente sui presupposti di aspettative razionali, informazione completa, mercati finanziari efficienti e inesistenza delle istituzioni sociali. Dalla scelta di queste ipotesi è così discesa quasi naturalmente la convinzione che il settore finanziario fosse stabile e svolgesse in modo ottimale il proprio compito di allocare il risparmio lungo il sentiero di

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La colpa grave degli economisti, spesso dimenticata, è infatti quella di essersi rinchiusi in un paradigma teorico inappropriato a comprendere la complessità dei sistemi economici moderni

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crescita dell'economia, che i mercati bancari non fossero un problema e che la miglior scelta per le autorità politiche fosse quella di non interferire o – addirittura - di rimuovere tutti quegli ostacoli di natura istituzionale che avrebbero limitato il libero funzionamento del mercato. Nel 1997 l'American Economic Review, la più nota e prestigiosa fra le riviste economiche mondiali, ha pubblicato un numero speciale intitolato “C'è un nocciolo della macroeconomia pratica a cui tutti dovremmo credere?”. Nei cinque articoli che costituiscono la rubrica non vi è una sola citazione delle parole “banche” e “insolvenza”, mentre il “rischio” viene citato solamente in una nota a piè di pagina. Viceversa, l'espressione più utilizzata è “stabilità economica” seguita da “rigidità”. È quindi chiaro che in questo tipo di macroeconomia non c'era davvero nulla che potesse servire a prevedere la crisi e – cosa forse addirittura peggiore - non c'è nulla che possa servire a curarla ora che è scoppiata. Lo spiegò con invidiabile chiarezza e rara onestà Robert Lucas3, indiscusso leader intellettuale della contro-rivoluzione neoliberista, che – rievocando le proprie origini keynesiane poi ripudiate – riconobbe i limiti della nuova macroeconomia classica che può essere applicata soltanto a fenomeni regolari che sono stazionari e non cambiano nel tempo e che “non permette di pensare all'esperienza degli Stati Uniti degli anni Trenta o alle crisi finanziarie e alle loro conseguenze”. Tutto ciò finiva per espellere dall'ambito di validità della teoria macroeconomica gli squilibri, l'instabilità, gli errori nelle aspettative, i fattori psicologici e – come è risultato chiaro solo di recente – anche le crisi economiche. Il fatto che le imperfezioni intrinseche dei mercati finanziari e bancari, i loro rischi per la stabilità, la necessità di monitorarli e controllarli accuratamente siano sparite dai piani di studio dei macroeconomisti e dai radar delle autorità di politica economica è stata forse la colpa più grave della disciplina. Sul perché questo sia successo le spiegazioni sono varie. Senza andare a disturbare Francois Mitterrand4, fermamente convinto che l'economia fosse “una invenzione della destra e degli altri funzionari per limitare i margini di manovra del potere politico”, basterebbe andarsi a rileggere la Nobel lecture di Joseph Stiglitz5 in cui il celebre economista _______________________________ 3. Robert Lucas, “My Keynesian Education”, in M. de Vroey e K. Hoover (a cura di) “The IS-LM Model: Its Rise, Fall and Strage Persistence”, Durham, Duke University Press, 2004. 4. Jacques Attali, C'était Francois Mitterand, Fayard, 2005, p. 118. 5. Joseph E. Stiglitz, “Information and the Change in Paradigm in Economics”, Nobel Prize Lecture, Stockholm 8 December 2001. 98


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americano è arrivato a sostenere che “la fiducia in questo paradigma e le prescrizioni di politica economica che da esso derivavano hanno servito «certi» interessi”. Qualunque sia la verità, resta da trovare un modo per restituire una dignità agli economisti dalle cui scelte dipende comunque in modo cruciale la felicità, la salute e la stessa sopravvivenza della società civile. Alcuni si sono spinti a chiedere agli studiosi di economia di prestare un giuramento6 prima di iniziare la propria attività professionale, sulla falsariga di quanto accade per i medici con il giuramento di Ippocrate. Non è chiaro fino a che punto i medici conformino la loro attività al giuramento prestato, ma probabilmente anche questo rito rischierebbe di essere insufficiente vista la diversa natura dell'attività svolta dall'economista. Infatti, mentre il nesso causale fra le decisioni di un medico e gli effetti sul paziente è diretto ed evidente, le conseguenze delle teorie sviluppate degli economisti sui cittadini sono per lo più indirette e difficilmente imputabili ai singoli, ma al tempo stesso più devastanti come la recente crisi ha mostrato con grande chiarezza. La scorciatoia di promesse e giuramenti non può quindi funzionare. Dopotutto alla fine si viene giudicati dai risultati, non dalle intenzioni. È solo sul terreno delle idee e di una teoria basata sui risultati della ricerca sviluppata in altre parti della disciplina e in altre scienze sociali che l'economia potrà riscattare le proprie colpe e tornare ad essere, di nuovo, economia politica.

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Qualunque sia la verità, resta da trovare un modo per restituire una dignità agli economisti dalle cui scelte dipende comunque in modo cruciale la felicità, la salute e la stessa sopravvivenza della società civile

_______________________________ 6. Emanuel Derman e Paul Wilmott, “The Financial Modelers' Manifesto”, (January, 08 2009). URL: http://ssrn.com/abstract=1324878

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La pretesa autosufficienza della scienza economica Daniel Innerarity

insegna presso l'Università dei Paesi Baschi ed è direttore dell'Instituto de gobernanza democrática

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a crisi economica ha intaccato anche gli strumenti che dovrebbero descriverla, ossia la cornice intellettuale e concettuale che sostiene la nostra comprensione delle realtà economiche. La perdita di fiducia nei meccanismi finanziari ha inaugurato l'èra di una più generale sfiducia verso la scienza economica vigente, sulla quale grava il sospetto di essere rimasta ancorata a una concezione troppo ristretta delle cose umane, fondata unicamente sulla massimizzazione dei benefici e legata a un modello meccanicistico che pecca di semplicismo e che appare sordo alle dimensioni sistemiche e sociali della realtà economica. E se l'attuale crisi, che si palesa attraverso un processo di distacco e svincolo tra il campo economico e quello sociale, fosse stata preceduta da una scienza economica che aveva

La perdita di fiducia nei meccanismi finanziari ha inaugurato l'èra di una più generale sfiducia verso la scienza economica vigente

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Non sempre le teorie sono innocue, a volte possono influenzare quanto accade

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bellamente trascurato tale interazione? Ora, fermo restando il pieno diritto degli studiosi di elaborare modelli e teorie astratte, tuttavia ci si chiede: quando si tratta di influenzare decisioni riguardanti la collettività, le disquisizioni teoriche non dovrebbero fare i conti con una legittimità pubblica da mettere in relazione agli effetti sociali che produce? Molti analisti hanno scritto che la recente crisi finanziaria prende le mosse dall'evoluzione della scienza economica a partire dal 1970. Le cause abitualmente citate per spiegare l'attuale crisi sono indubbiamente vere, tuttavia non andrebbero tralasciate cause epistemologiche o scientifiche. Non sempre le teorie sono innocue, a volte possono influenzare quanto accade. Naturalmente abbiamo assistito ad avidità sconsiderate, a effetti di contagio e a mancanza di regole, ma tutto ciò non è stato forse preceduto da un determinato pensiero economico? L'economia, in questi ultimi anni, ha costruito una rappresentazione molto astratta del mercato come meccanismo quasi perfetto di autoregolamentazione. La razionalità degli agenti economici è stata considerata una verità incontestabile, così come l'efficienza dei mercati e un'impostazione degli affari economici completamente avulsa dall'ambiente sociale. La crisi ci costringe ad assumerci nuove responsabilità. Agli economisti offre la possibilità di dirigere uno sguardo senza indulgenze sulla professione che esercitano, considerando che alcune delle loro principali perplessità si devono all'inerzia di una costruzione epistemologica che struttura potentemente la loro pratica, soprattutto quando ha ceduto alla tentazione di chiedere, ottenendolo, uno statuo scientifico che le desse garanzia di esattezza e di specializzazione. Da un punto di vista epistemologico, si potrebbe dire che la volontà della scienza economica di costruirsi come un sapere esatto e iper-specialistico abbia comportato la perdita della capacità necessaria a comprendere la complessità sociale delle realtà economiche. L'economia ha perduto, insieme al suo carattere di scienza sociale morale e politica, la propria capacità critica. La matematizzazione dell'economia conferisce una precisione fallace a un campo pervaso da premesse discutibili, modelli troppo semplicistici, e prese di posizione ideologiche. L'infanzia dell'economia in quanto sapere autonomo è contrassegnata dall'ambizione di assomigliare il più possibile a una scienza. Nell'epoca in cui l'economia si costituisce


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come scienza – tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo – la scienza dominante era la fisica. Ora, per assomigliare ad essa, per diventare la fisica delle realtà economiche, l'economia doveva spogliarsi di ogni dimensione soggettiva, ossia di quegli aspetti antropologici e sociali che le impedivano di formalizzare giudizi esatti. La storia dell'economia come scienza oggettiva è la costruzione di un edificio da cui sono esclusi tutti gli elementi che ne potrebbero mettere in discussione lo statuo di scienza esatta. L'economia politica si è trasformata prima in analisi matematica e poi è finita col diventare matematica economica, econometria, una pura tecnica di analisi di dati applicabili ovunque, in qualsivoglia società. Se fino agli anni Settanta l'economia finanziaria apparteneva al campo della teoria economica, adesso è fondamentalmente nelle mani di statistici; la disciplina si è resa autonoma al punto tale da non essere più in relazione con la macroeconomia finanziaria tradizionale. In un certo senso la crisi attuale è anche la crisi della divisione del lavoro tra gli economisti. Sedotta dall'obiettivo dell'esattezza, l'economia sembra aver dimenticato il proprio carattere di costruzione sociale. I mercati non sono curve di offerta che si incontrino su carta con curve di domanda, bensì costruzioni sociali e storiche, istituzioni umane, reti sociali e luoghi di potere. I prezzi sono condizionati da opinioni correnti, disposizioni psicologiche, convenzioni sociali. I valori economici non hanno quella consistenza intrinsecamente oggettiva attribuita loro dalla teoria economica: diversamente non si spiegherebbe la loro caduta a sèguito del venir meno della fiducia sociale. Persino i modelli con cui cerchiamo di capire i comportamenti economici sono costruzioni sociali. L'osservatore o il teorico agiscono potentemente sulla realtà che studiano. L'economia non può presumere alcuna esattezza se non è capace di misurare l'impatto delle proprie teorie sull'oggetto studiato. Nessuno ha fatto un modello, ad esempio, del modo in cui gli stessi modelli possono essere utilizzati per dare una falsa sensazione di sicurezza al settore finanziario. Dimenticando la sua dimensione sociale, l'astrazione economica diventa una vera e propria distrazione. Il desiderio di esattezza dà luogo a un'enorme inesattezza sociale. Questo spiega il fatto che la scienza economica così esercitata formalizza male gli aspetti sociali e politici di un'economia di mercato. L'efficacia della divisione del lavoro nella ricerca economica si traduce in perdita di intelligibilità

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L’economia sembra aver dimenticato il proprio carattere di costruzione sociale. I mercati non sono curve di offerta che si incontrino su carta con curve di domanda, bensì costruzioni sociali e storiche, istituzioni umane, reti sociali e luoghi di potere

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delle interdipendenze che agiscono in qualsivoglia processo economico, che è, non si dovrebbe mai dimenticarlo, un evento sociale. Qui troviamo una prima contraddizione meritevole di essere esaminata criticamente. L'economia si autorappresenta come una scienza dura e specializzata, il che non è compatibile con la sua vecchia aspirazione a mantenere un discorso generale sull'ordine sociale, sul governo delle persone e sul destino delle nazioni. Si può pensare che l'esattezza che comporta la specializzazione non abbia alcun prezzo? Il prezzo non poteva essere molto diverso da quello pagato per ogni eccesso d'attenzione: la perdita della visione d'insieme e della sua capacità di gestire ciò che, per sua propria natura, mal si presta a quadrare con un modello di esattezza matematica. Gli economisti hanno ottenuto la precisione dei loro modelli a costo della verosimiglianza delle loro previsioni, il che non sarebbe particolarmente grave se non avessero cercato di convincerci che l'esattezza conquistata rendeva non necessaria l'attenzione alle variabili meno precise. Il fallimento degli economisti, incapaci di prevedere la crisi, si spiega con l'anticipazione e frammentazione delle diverse specialità, anzi, più concretamente, con l'illusione di calcolabilità che tale specializzazione provocava. Ne deriva il curioso paradosso che i migliori esperti non siano stati capaci di rilevare neppure una bolla mentre, come segnalava un economista americano, tutti i tassisti di Miami potevano descrivere ai loro clienti le caratteristiche della bolla immobiliare che aveva cominciato a formarsi a partire dalla metà degli anni 2000. L'economia si trova oggi in una situazione paradossale: quando sembra che sia nelle migliori condizioni di spiegare i fenomeni economici e sociali, si trova sprovvista e perplessa nel mezzo di una crisi finanziaria che non è stata capace di prevedere. Il mito dell'esattezza inizia con un'estrapolazione ingiustificata. È nell'ambito macroeconomico che la teoria economica risulta più verificabile empiricamente. Ora, la sua trasposizione a spazi economici più complessi o all'economia globale ha enormi limitazioni. Ci sono tutta una serie di elementi non lineari e reazioni impreviste che entrano in gioco a livello macroeconomico e che le teorie microeconomiche non possono anticipare. Questi limiti dei modelli che si vorrebbero estrapolati dai processi globali si devono fondamentalmente al fatto che non conosciamo 104


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bene le leggi di probabilità per gli avvenimenti estremi che sono poco frequenti; l'economia è incapace, per esempio, di spiegare come la copertura ottima di un rischio a livello macroeconomico possa sfociare in una crisi di sistema. La teoria neoclassica dissimula l'immensità delle situazioni mal comprese o instabili. Qualcosa che già è difficile da spiegare per chiunque, risulta incomprensibile per i modelli riduzionisti: com'è possibile che la somma di comportamenti individuali – che erano razionali nel senso della teoria economica – abbia potuto condurre a risultati irrazionali a livello di massa? Contro quest'idea semplicistica dell'esattezza c'è anche il fatto che le norme contabili siano uscite dalla loro neutralità fotografica nel corso di questi ultimi anni. Da molto tempo non sappiamo più bene cosa misurino esattamente i nostri modelli di misurazione esatta. Dal caso Enron, conosciamo meglio i limiti di alcuni principi contabili che sono rimasti dentro una visione economica risalente alla rivoluzione industriale. Parallelamente sono stati messi in discussione i nostri indicatori per la misurazione economica. Siamo sempre più coscienti del fatto che le misurazioni economiche non sono atti neutrali ma implicano una serie di preferenze. Si impone una lettura sociale dei dati economici affinché gli indicatori di crescita non mascherino altre domande circa la loro distribuzione nella società. Intorno a tale questione gira tutto il dibattito sui nuovi indicatori di ricchezza. Il fatto di valutare la qualità dell'ambiente, la sicurezza, il dinamismo culturale o il sentimento gratificante di vivere in una società giusta mette in rilievo che il nostro benessere soggettivo dipende da beni che non sono esattamente all'interno del mercato, da risorse, prodotti o servizi il cui valore d'uso non può essere correttamente riflesso dal valore di scambio. Questo rinnovamento concettuale è stato l'obiettivo della cosiddetta «commissione Stiglitz» sullo sviluppo economico e il progresso sociale (con la collaborazione di Sen e Fitoussi). Proponendo una modifica del modello di calcolo del PIB, chiedendosi come dar conto del benessere o di come affrontare le questioni ambientali attraverso i dati statistici, si trattava di orientare l'economia verso una misura del benessere che oltrepassa lo stretto quadro di riferimento mercantile e il dogma della crescita. Questo dovrà essere l'obiettivo da proporsi al di là dell'occasionale «uscita dalla

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Valutare la qualità dell'ambiente, la sicurezza, il dinamismo culturale o il sentimento gratificante di vivere in una società giusta mette in rilievo che il nostro benessere soggettivo dipende da beni che non sono esattamente all'interno del mercato, da risorse, prodotti o servizi il cui valore d'uso non può essere correttamente riflesso dal valore di scambio 105


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crisi» o del discorso rituale sull'«altro modello economico»: misurare meglio la ricchezza senza focalizzarsi su una misura in relazione alla quale gli estremi sarebbero quantità insignificanti. Le teorie economiche di stretta osservanza tendono a ignorare le altre scienze sociali o ad assorbirle all'interno del proprio modello di riferimento. Dunque la scienza economica ha messo tra parentesi la natura profondamente soggettiva dei comportamenti economici con l'obiettivo di autoaffermare le proprie pretese d'esattezza e favorire lo sviluppo della propria matematizzazione. Dobbiamo rivedere la concezione della scienza ereditata dalle scienze della natura, dal suo modello meccanicistico, dalle sue astrazioni statistiche, rivedere la concezione riduzionista della causalità, l'idea che ci sia una sola soluzione possibile… La crisi sembra aver suggerito che si poteva percorrere un'altra rotta, per esempio quella che potremmo chiamare il ritorno a un'economia delle passioni. Si percepisce un desiderio di recupero di una visione integrale dell'economia come una realtà antropologica e sociale, articolata con le scienze umane e sociali, che prenda in considerazione le passioni umane e le ripercussioni sociali, oltre i modelli astratti in uso. Il ritorno alle passioni nel vocabolario economico è un ritorno alle origini del pensiero economico che dai tempi di Adam Smith situava l'economia in un contesto antropologico. In tale quadro di riferimento si situa lo sforzo di Amartya Sen, che propone di ampliare la portata della razionalità economica alle «capacità», criticando l'idea dell'«idiota razionale» proposta da Arrow e che è stato il fondamento della teoria economica dominante. Sulla stessa linea di Sen, si possono attestare altri lavori che vanno nello stesso senso; ne cito qualcuno. (Sen; Latour / Lepinay; Cohen; Aquerlof / Shiller). Non sembra un caso che tra gli economisti che meno si sono sbagliati rispetto alla crisi si trovino proprio quelli che esercitano tale scienza tenendo in molta considerazione altre scienze affini. Potremmo citarne molti, ma io sottolineerei Stiglitz o Akerlof, che hanno messo in discussione l'ipotesi neoclassica che gli agenti di mercato dispongano di un'informazione perfetta, e hanno richiamato l'attenzione sull'importanza di considerare i fenomeni di psicologia gregaria al momento di spiegare i fenomeni economici. La crisi della ragione economica fa appello all'attivazione di altri modi di razionalizzazione, dove si giocano anche risorse 106


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simboliche e cognitive, fondamentalmente la governance dei beni sociali e le istituzioni che strutturano il campo sociale. L'autonomizzazione dell'economia come disciplina accademica è tributaria di un'interpretazione estremamente ingenua del campo economico. Non ci sono relazioni economiche senza istituzioni, senza stati, senza regole, senza linguaggio né cultura. È necessario che l'economia torni ad essere una scienza sociale e storica, che recuperi la propria alleanza con la filosofia sociale e politica e non utilizzi i modelli matematici se non in modo accessorio e strumentale. Se gli economisti più vicini alla politica o alla sociologia si sono sbagliati di meno rispetto alla crisi è probabilmente proprio per questa ragione. Dato che la crisi economica si deve a una dissociazione tra il campo economico e quello sociale, si richiede adesso un pensiero economico che capisca il vincolo tra entrambe le dimensioni dell'attività umana. L'economia è una delle tante scienze sociali e il lungo periodo in cui si è separata da esse rivendicando la propria piena autonomia non è stato soddisfacente né per essa né per il resto delle scienze sociali. La complessità crescente delle questioni economiche giustifica la specializzazione tecnica, sia in economia che in qualsiasi altra scienza, ma questo non bisogna farlo a costo di perdere di vista il luogo dell'economia nell'insieme degli strumenti di spiegazione delle realtà umane, specialmente le relazioni tra l'economia e la politica. È ora di tornare a coloro i quali hanno sempre considerato l'economia come una scienza sociale e non come una scienza esatta. Applicare teorie al mondo reale richiede il dominio di un gran numero di conoscenze sulla politica, sulla storia e sul contesto locale. Così la intendevano Smith, Marx o Keynes, che in comune avevano il pensare l'economia come un sistema di relazioni e non come una semplice raccolta di mercati giustapposti. Potremmo menzionare anche l'importanza che assegnò alla sociologia economica la ricca tradizione di Weber, Durkheim e Polanyi. La interdisciplinarietà o multidimensionalità delle attività economiche dovrebbe portarla a praticare quel che Richard Bronk chiama «eclettismo disciplinato» (2009, 282). Si dovrebbe sollecitare la collaborazione di tutti i saperi, liberarsi dalle spiegazioni univoche e privilegiare le riflessioni fondate sull'interattività, l'incertezza e la complessità. In definitiva, l'economia deve uscire dall'economia si vuole comprendere i fenomeni contemporanei che abbiamo di fronte.

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È ora di tornare a coloro i quali hanno sempre considerato l'economia come una scienza sociale e non come una scienza esatta

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Come contrasta l'attuale esoterismo con la semplicità di Alfred Marshall, che era senz'altro un gran matematico, oltre che un grande economista, quando raccomandava a uno dei suoi alunni di fare tutto il possibile per «evitare che la gente utilizzi la matematica quando la lingua inglese è tanto concisa quanto la lingua matematica». (Marshall 1996, 3, 130). Le richieste di costruire un «altro mondo», l'impulso che sostiene la critica morale al capitalismo, sono un segno che l'altromondismo concede troppa realtà al modello che combatte. Se bisogna transitare verso un altro mondo, ci dicono, è perché questo è ormai irrimediabile e la sua spiegazione è monopolizzata dai «realisti». Ora, non è per nulla chiaro che il «realismo» che chiede per sé la scienza economica possieda la consistenza che generalmente le viene concessa. Se qualcosa è mancato all'economia – adesso possiamo dirlo con una prospettiva accreditata dalla storia recente – è il realismo. C'è inoltre un effetto perverso di questa critica: la morale non basta a modificare l'economia e può persino servire come contrappunto della logica mercantile. I monopolizzatori del realismo economico possono sentirsi abbastanza tranquilli se i loro critici non chiedono loro conto del piano descrittivo della realtà bensì di quello dei valori. La critica al capitalismo contemporaneo, se vuole essere più radicale che moralistica, deve volgersi a combattere il presunto realismo della scienza economica dominante. Non possiamo continuare a considerare, come affermava Popper, che ci resta solo da scegliere tra l'astronomia e l'astrologia, che non esiste altra possibilità che optare tra l'esatto e l'irrazionale. Oggi la cosa più rivoluzionaria è una buona teoria… economica. La questione non è immaginare un altro mondo bensì elaborare un'altra economia per descrivere questo e poter migliorarlo. Non è un altro mondo bensì un'altra economia ciò di cui abbiamo bisogno. Traduzione italiana di Lucio Sessa

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Questioni di antropologia economica: oltre l'utilitarismo Massimo Adinolfi

insegna Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Cassino

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ra gli effetti della crisi economica e finanziaria che ha investito l'Occidente negli ultimi anni si possono mettere anche le parole con le quali Chris Hann e Keith Hart aprono la loro recente sintesi sullo stato attuale dell'antropologia economica: scrivono infatti che la crisi “ha opportunamente dimostrato che la questione non è soltanto un affare da eruditi antiquari”. Quale questione? Ma appunto quella che riguarda l'antropologia economica e la sua domanda fondamentale, che rimane “quella di stabilire se le forme dell'economia di mercato, che negli ultimi due secoli hanno permesso alle società nordatlantiche di dominare economicamente il mondo, si basino o no su principi di validità universale”. Poiché la posizione di una siffatta questione sembra voler mettere inutilmente in discussione il primato indiscutibile che l'economia di mercato si è guadagnata sul campo, essa è stata negli anni accantonata, con l'imprevisto contraccolpo di vedere i principi dell'unico agire economico ritenuto razionale (principi che si ritengono più o meno perfettamente concretati nelle istituzioni delle società civili occidentali) estendersi a macchia d'olio, fino a investire le più diverse sfere del comportamento umano: “se l'economia è lo studio delle scelte che la gente fa, e tutto quello che succede non è che la conseguenza di queste decisioni razionali, allora evidentemente tale disciplina abbraccia interamente la vita e l'evoluzione umana (e forse anche quella di gran parte del mondo animale)”. Il passo successivo, già annunciato nelle righe citate, consiste nel contendere addirittura alla biologia l'ambizione di costituire la disciplina scientifica fondamentale, quella in grado di assicurare la più ampia unificazione dei fenomeni entro un unico campo teorico. Ad essere “economica”, a compiere cioè scelte razionali nel senso della razionalità definita dalla massimizzazione del «valore» da parte dell'individuo, non sarebbe soltanto la fortunata popolazione che vive oggi in una zona limitata del

Ad essere “economica”, a compiere cioè scelte razionali nel senso della razionalità definita dalla massimizzazione del «valore» da parte dell'individuo, non sarebbe soltanto la fortunata popolazione che vive oggi in una zona limitata del pianeta Terra, ma la vita stessa, ieri e sempre: la biologia non sarebbe altro che l'economia del vivente in quanto vivente

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Economia malata, alla radice della crisi

L’antropologia economica orientata in senso critico ha il compito di mantenere viva una qualche sensibilità storica che il fallimento di visioni e progetti di società alternative al mercato nella produzione e allocazione dei beni ha inevitabilmente attutito

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pianeta Terra, ma la vita stessa, ieri e sempre: la biologia non sarebbe altro che l'economia del vivente in quanto vivente. Perché infatti i viventi non dovrebbero, in generale, ridurre al massimo i costi e accrescere al massimo i loro benefici? Perché e in nome di che dovrebbero trascurare il loro interesse, la loro convenienza? Che queste domande, seguite sino in fondo, portino a concludere che, dunque, l'unico scopo del vivente non è che vivere, e che questa lampante conclusione si meriti lo scherno con il quale Hegel derideva, nella Fenomenologia dello spirito, le spiegazioni tautologiche dell'intelletto astratto, è cosa che possiamo in questa sede tenere da canto. Resta invece, la seduzione esercitata da quelle domande, la loro forza retorica. Orbene, lo studio antropologico dell'economia umana, nelle intenzioni di Hann ed Hart, dovrebbe proprio sottrarre la ricerca scientifica (e, in linea di massima, anche l'azione politica) alla fascinazione che essa subisce per la prepotente evidenza che si vorrebbe veicolata da quelle domande, e dal relativo programma di ricerca. La crisi, almeno in questo, ha dato una mano, se non altro perché diminuisce il numero di coloro che si considerano per davvero fortunati per il fatto di vivere nella porzione di mondo che, grazie al mercato, compie ogni volta le scelte migliori, vista almeno la flagrante diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza non solo fra aree del mondo ma all'interno delle stesse società più evolute (o più razionali: le due espressioni sarebbero addirittura equivalenti). Il modo più diretto per revocare in dubbio il paradigma della razionalità dominante consiste naturalmente nel mostrare che, di fatto, le cose non vanno così. Che cioè gli uomini (lasciamo perdere il più ampio regno del vivente in generale) non si comportano affatto, ovunque e sempre, come se nelle scelte, individuali e collettive, l'unica stella polare cui tendere fosse la massimizzazione dell'utile. La semplificazione comportata dall'adozione di questo paradigma è di danno, in particolare, alla logica di istituzioni che soddisfano requisiti di razionalità diverse. Si vuole cioè anche avanzare il dubbio che l'individualismo metodologico troppo spesso esagera, e finisce con l'erodere la sostanza di corpi, organizzazioni, strutture che non sono semplicemente il precipitato di comportamenti individuali e della logica che li ispira. Istituzioni politiche o religiose, costumi sociali, regole di condotta morale non possono essere facilmente considerate prodotto di mere scelte razionali. E, d'altra parte,


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possono invece costituire l'alveo in cui quelle scelte divengono possibili e vengono effettivamente compiute. Oltre a ciò, l'antropologia economica orientata in senso critico ha il compito di mantenere viva una qualche sensibilità storica che il fallimento di visioni e progetti di società alternative al mercato nella produzione e allocazione dei beni ha inevitabilmente attutito, lasciando così che il risultato di un certo corso della storia umana venisse considerato come un risultato naturale, quello cioè al quale la razionalità delle cose (e di nuovo: della vita stessa, nel long run dell'evoluzione prima biologica, poi storica e sociale) non avrebbe potuto non condurre gli uomini: le famose tesi di Fukuyama sulla fine della storia non fanno che mettere in forma brillante e provocatoria questa idea.

Che, peraltro, non viene confutata osservando che la storia, ben lungi dall'essersi arrestata, s'è invece rimessa in movimento dopo la caduta del Muro e la fine del socialismo reale. Solo se si ritiene che la storia umana è l'incastro di tempi e razionalità diverse (quindi anche modelli antropologici diversi) si può dar veramente torto a Fukuyama: tutti i sussulti della storia degli ultimi vent'anni 111


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Economia malata, alla radice della crisi

potrebbero altrimenti essere considerati meri movimenti di aggiustamento in vista del definitivo allineamento delle società umane agli standard ottimali di razionalità espressi dalle istituzioni del mercato nei paesi liberaldemocratici. (L'intendenza, insomma, seguirà). Tempi e razionalità diverse, dunque: per questo, l'antropologia economica pesca ovunque non siano già arrivati i moduli inesorabili della razionalità di mercato, per mostrare che non vi è un solo e ineluttabile modo di regolare i rapporti economici fra gli uomini. Questo, certo, significa che ormai non le restano che angoli in ombra della storia e pochi isolotti del Pacifico. Qui però c'è bisogno di uno sforzo teorico in più. È facile infatti e scontato che tutte le belle parole degli antropologi sull'economia del dono o su ipotetiche forme di comunismo primitivo lascino il tempo che trovano e suonino, a voler esser gentili, meravigliosamente utopiche. Alla buon'ora: quello che infine abbiamo non sono che i pozzi petroliferi, le multinazionali, la proprietà privata e tutto il resto (ivi compresa, si spera perlomeno, qualche buona regola e uno Stato che non se ne stia semplicemente a guardare). Ma la teoria non serve solo a rovesciarsi improvvidamente nella realtà, con i disastri che sappiamo. Serve anche a mantenere un briciolo di distanza critica. Prendiamo allora il primo visionario, Karl Marx. E scegliamo un passaggio dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, quello in cui il giovane filosofo di Treviri dichiara di attendersi dal comunismo, cioè dalla soppressione della proprietà privata, niente di meno che “la completa emancipazione di tutti i sensi e di tutti gli attributi umani”: non semplicemente uguaglianza e giustizia sociale, ma letteralmente nuovi occhi (una nuova capacità di vedere), e una sensibilità tutta rinnovata: “La proprietà privata ci ha resi ottusi e unilaterali”, scrive infatti, e sembra perciò che, tolta l'unilateralità, l'uomo sarà finalmente restituito alla sua interezza e integrità. Una botta di vita, insomma (e un'altra antropologia). L'ottusità di cui parla Marx nel '44 non era per la verità così campata in aria, viste le condizioni di lavoro nelle fabbriche inglesi, ma il vero guaio è che non funziona così, come se tolta la parte è bell'e ripristinato l'intero: l'intero alla cui emancipazione Marx mira non è altro, a ben vedere, che il sogno della parte; nulla, quindi, di reale in sé. È come con gli angoli complementari che si studiano in geometria: il complemento è tale solo in rapporto a ciò di cui 112


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è complemento; tolto l'uno, è purtroppo tolto anche l'altro, che aveva solo natura di complemento. Tolta la proprietà privata, non si realizza dunque l'emancipazione integrale dell'uomo, ma casomai si finisce col sopprimere persino la sua immaginazione. Bene. C'è però ancora un movimento teorico da compiere. Una volta scoperto che l'intero è solo il sogno della parte non è da tirare la conclusione che, allora, c'è solo la parte, perché a sua volta la parte, in quanto parte, vive solo come parte dell'intero (che pure non c'è). Altrimenti, per dirla fuor di metafora, si estingue pure la possibilità di vedere l'ottusità e l'alienazione del lavoro di fabbrica. Questo per i tempi di Marx e per i nostri: la mercificazione del lavoro, la monetizzazione dei diritti, la formazione meramente utilitaristica delle preferenze individuali e in definitiva l'estensione incontrollata di un unico modello di razionalità alla totalità dei rapporti sociali. La proposizione la quale dice che l'uomo non è soltanto homo oeconomicus (nel senso dell'economia neoliberale e dei principi ad essa sottesi) si situa dunque su questo sottile crinale, che è il crinale della critica: segnala il pericolo di ogni riduzionismo, che è tanto più grande quanto più svapora il sogno dell'intero, e al contempo, se anche non conduce più all'intero, perché lì non si può mai giungere, invita però ad andare almeno «da parte a parte» (C. Sini), evitando che la parte che ci è oggi toccata in sorte rimanga sempre la stessa e si spacci per unica e sola.

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La ricerca in ambito economico e le cause profonde della crisi Enrico Bellino

insegna Economia politica presso l'Università Cattolica

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Per affrontare il nostro tema possiamo cominciare domandandoci se gli economisti abbiano indugiato eccessivamente o unilateralmente nello studio e nella esaltazione delle proprietà benefiche del capitalismo e del libero mercato

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a teoria economica è spesso accusata di non aver saputo prevedere in tempo e di non saper dare indicazioni utili al superamento della crisi economica e finanziaria che stanno attraversando le economie occidentali. In questo articolo ci si propone di fornire alcuni elementi per poter affrontare più compiutamente tale questione. È opinione diffusa, anche se non condivisa da tutti, che fra le cause principali della crisi ci sia l'eccessiva sovranità data al mercato e la progressiva riduzione delle regole di funzionamento dello stesso. Per affrontare il nostro tema possiamo cominciare domandandoci se la ricerca economica sia direttamente responsabile di ciò, cioè se gli economisti abbiano indugiato eccessivamente o unilateralmente nello studio e nella esaltazione delle proprietà benefiche del capitalismo e del libero mercato. La risposta a questa domanda è negativa: posizioni marcatamente liberiste hanno sempre convissuto, anche negli ultimi tempi, con studi che hanno evidenziato i diversi possibili “fallimenti del mercato” e la necessità di interventi delle istituzioni pubbliche per superare i loro effetti negativi. Secondo chi scrive è tuttavia lungo una linea parallela a questa direttrice che è possibile individuare le cause profonde delle difficoltà che le teorie economiche contemporanee hanno incontrato nel prevedere e nell'affrontare la crisi. L'approccio teorico dominante da ormai più di un secolo nella ricerca economica è quello neoclassico, diffusosi nella seconda metà del XIX secolo per opera di Jevons, Walras, Pareto, Marshall, ecc. Tale approccio è caratterizzato dal cosiddetto “individualismo metodologico”. Lo sforzo costante in tale ambito è quello di ricondurre l'analisi dei più disparati fenomeni economici ai comportamenti “razionali”


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dei singoli individui. Il comportamento di un agente economico (consumatore, risparmiatore, lavoratore, impresa, stato, ecc.) è definito 'razionale' se può essere descritto attraverso un problema di ottimizzazione sotto (uno o più) vincoli: per esempio il consumatore deve decidere le quantità da acquistare dei diversi beni, la quantità di lavoro, di terra e di risparmio da offrire in modo da massimizzare la sua soddisfazione tenendo conto che ha una dotazione di tempo, di terra e di potere d'acquisto limitate. Con riferimento al sistema nel suo insieme il problema economico principale si configura così come quello della “allocazione” di un insieme di risorse scarse, i cosiddetti “fattori della produzione” (lavoro, terra e capitale) fra i diversi usi alternativi possibili. Tutto ciò passa attraverso i mercati, dei beni prodotti e dei fattori, su ciascuno dei quali si confrontano da un lato la “domanda”, espressa da tutti gli individui (consumatori e imprese) che desiderano possedere quel determinato bene o fattore produttivo, e l'”offerta”, espressa da tutti gli individui che desiderano cedere quel determinato bene o fattore. 115


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Tanto maggiore sarà il prezzo tanto minore sarà la domanda di quel bene o servizio e, corrispondentemente, tanto maggiore sarà la sua offerta. Il prezzo serve così a “razionare” la domanda e “incentivare” l'offerta. Il prezzo al quale il bene sarà effettivamente scambiato sarà quel prezzo al quale la domanda uguaglia l'offerta (equilibrio di mercato). Assieme ai prezzi di equilibrio dei beni si ottengono così le remunerazioni 'di mercato' dei fattori della produzione: salari, rendite e profitti. Tali prezzi riflettono così la scarsità rispetto alla richiesta del bene di consumo o del fattore produttivo a cui si riferiscono. La quasi totalità della ricerca economica attuale si muove nell'ambito di questo quadro teorico. Sebbene esso sia stato inizialmente concepito per mostrare, sotto certe ipotesi, le capacità di auto-regolazione dei mercati e la desiderabilità (efficienza) delle allocazioni così realizzate si è cercato di ricomprendere in esso situazioni via via più complesse, nelle quali il venir meno di una o più ipotesi (la perfetta concorrenza, la flessibilità dei prezzi, la perfetta conoscenza dell'ambiente in cui i diversi operatori interagiscono, ecc.) evidenziasse le cause di possibili “fallimenti del mercato”. Ecco così che anche coloro che hanno cercato di evidenziare i limiti del mercato si sono trovati a fare riferimento più o meno esplicito a questa impalcatura teorica. È indubbia l'efficacia della visione d'insieme così proposta dei fenomeni dello scambio, della produzione, della distribuzione del reddito e delle loro interazioni. Non mancano tuttavia i limiti di tale approccio: prima di tutto ci sono limiti di carattere logico, legati all'impossibilità di includere nello schema in maniera soddisfacente il “capitale” come un fattore di produzione dalla cui interazione fra domanda e offerta si determina il profitto: in questo modo viene inficiata la logica della spiegazione anche delle altre quote distributive. Non è questa però la sede per una disanima di questo punto. Un secondo limite, per chi scrive, deriva dal fatto che la diffusione di questo schema ha fatto sì che la teoria si focalizzasse quasi esclusivamente sugli esiti di mercato delle interazioni fra gli agenti, trascurando lo studio di quelle relazioni e di quelle configurazioni che sono funzionali al “buon” funzionamento dell'intero sistema a prescindere, almeno inizialmente, dal comportamento dei singoli agenti. Per esempio, gli squilibri attualmente osservabili tra remunerazioni di alcune professioni, anche 100 volte maggiori delle remunerazioni ordinarie, non sono funzionali 116


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al manifestarsi di una domanda aggregata di beni capace di assicurare il pieno impiego della capacità produttiva di un sistema e, in particolare, della sua forza lavoro. Tuttavia, la teoria dominante non può che essere agnostica di fronte a questi squilibri, trattandosi “di ciò che il mercato decide”. Analogamente, come dire qualcosa circa l'adeguatezza o l'inadeguatezza delle valutazioni “di mercato” delle attività finanziarie (azioni, obbligazioni, ecc.) che si registrano in certi periodi? Per toccare un punto molto sentito recentemente, come dire se i titoli del nostro debito pubblico hanno effettivamente un valore così basso da giustificare lo 'spread' così elevato di questi tempi? I valori di borsa (che è il mercato per eccellenza) appaiono spesso slegati da ciò che il “buon senso” suggerisce; ma, appunto, è il “buon senso” a percepire questa differenza come anomala; la teoria economica prevalente oggi no! Il prezzo di equilibrio è frutto dell'interazione tra domanda e offerta che, oltre a riflettere l'opinione prevalente della collettività degli acquirenti e dei venditori, è in alcuni casi distorta da aspettative di guadagni o perdite futuri indotti da fenomeni speculativi; non ci sono elementi oggettivi a cui la teoria è in grado di ancorare la valutazione di un bene o di un fattore o di un'attività finanziaria. Più in generale manca un'analisi approfondita di quelle condizioni che 'tengono insieme' un sistema e che gli permettono di realizzare le sue potenzialità di crescita, occupazione e soddisfazione dei bisogni materiali degli individui. Mi riferisco, per esempio, alle condizioni che garantiscono il pieno utilizzo della capacità produttiva e della forza lavoro, al prevalere di una distribuzione del reddito che sia funzionale alle esigenze di sviluppo del sistema, al prevalere di relazioni di debito e credito (cioè di relazioni finanziarie) che siano funzionali al sistema reale e che non alterino in maniera significativa l'assetto distributivo del sistema, ecc... Guardare a queste condizioni come a degli obiettivi che devono essere realizzati in un sistema, indipendentemente dal fatto che la sola interazione degli agenti sui mercati sia in grado di realizzarle o meno, è una prospettiva che i fenomeni di instabilità e di crisi sperimentati in questi anni hanno mostrato di essere di estrema importanza. Questa prospettiva non trova spazio nella teoria economica oggi dominante, probabilmente proprio perché incompatibile con la metodologia “individualistica” richiamata all'inizio. Esistono però approcci teorici alternativi a quello

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Manca un'analisi approfondita di quelle condizioni che 'tengono insieme' un sistema e che gli permettono di realizzare le sue potenzialità di crescita, occupazione e soddisfazione dei bisogni materiali degli individui

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Si delega così all'opinione della maggioranza la decisione di ciò che vale; non ci si vuole prendere la responsabilità di un giudizio di merito per evitare, si dice, gli abusi di potere dei 'baroni' nelle progressioni di carriera degli accademici

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neoclassico dove tali prospettive trovano spazio. Uno di questi è quello che si rifà agli economisti classici (Smith, Ricardo, Marx, ecc.), a partire dalla riformulazione in termini moderni proposta da Piero Sraffa e di altri economisti italiani e non, prevalentemente formatisi nell'Università di Cambridge (Gran Bretagna) negli scorsi anni sessanta e settanta. Un altro filone teorico, parzialmente connesso col primo, è legato al nome di John M. Keynes. In tali schemi teorici è più netta la demarcazione fra le relazioni fondamentali e quelle di carattere istituzionale, quelle cioè che includono i comportamenti, individuali e pubblici. Questa separazione permette di individuare immediatamente le condizioni che devono prevalere in un sistema economico affinché esso possa realizzare, come detto prima, le sue potenzialità: la possibilità di ripetere i processi produttivi nel tempo, la crescita, la piena occupazione della capacità produttiva e della forza lavoro. La riproducibilità delle merci si realizza attraverso il prevalere di un certo sistema di prezzi relativi senza dover imporre un'unica configurazione distributiva (come invece accade nella teoria neoclassica, dove il mercato determina congiuntamente i prezzi e le variabili distributive): diversi livelli di salari e profitti (ovviamente scelti all'interno di un intervallo finito di valori e legati fra di loro da una relazione inversa) sono compatibili con l'equilibrio della produzione. La ripartizione della 'torta' del reddito nazionale può dunque essere considerata una questione istituzionale: dipenderà dai rapporti di forza delle diverse parti sociali e può cambiare da società a società, da periodo a periodo, a seconda degli obiettivi che la società si dà, senza compromettere la riproducibilità delle merci. Il perseguimento della crescita economica e della piena occupazione saranno poi obiettivi che richiedono il prevalere di un adeguato livello di profitti per finanziare la crescita e di salari per sostenere la crescita attraverso la domanda finale dei beni. Un'ultima annotazione appare rilevante ai nostri fini. L'approccio classico-keynesiano, dopo una fase di sviluppo e dopo aver dato luogo a diversi dibattiti con gli esponenti neoclassici più noti a livello internazionale, ha subito negli ultimi anni un forte ostracismo, soprattutto in Europa, dove si sono diffusi in maniera massiccia i meccanismi di valutazione della ricerca basati sui cosiddetti indicatori bibliometrici. Tali indicatori attribuiscono valore a un lavoro scientifico in base al numero delle citazioni ricevute dal lavoro stesso o, abbastanza sorprendentemente, dal numero


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delle citazioni ricevute dalla rivista scientifica in cui essi compaiono. Si delega così all'opinione della maggioranza la decisione di ciò che vale; non ci si vuole prendere la responsabilità di un giudizio di merito per evitare, si dice, gli abusi di potere dei 'baroni' nelle progressioni di carriera degli accademici. Ma, a prescindere dal fatto che il sistema delle citazioni e delle accettazioni sulle riviste più citate è ora diventato il terreno dove si fronteggiano nuovi 'baroni', questi sistemi di valutazione privilegiano di fatto il conformismo e danneggiano il pluralismo della ricerca: se si è premiati in base alle citazioni ricevute, chi si muove in filoni di ricerca di minoranza è sistematicamente discriminato. Prevalgono così soltanto le ricerche sugli argomenti più di moda, da analizzare secondo le modalità più in voga1. Per tornare alle questioni precedenti, se un'analisi non viene impostata secondo i criteri dell'individualismo metodologico, se non viene cioè “micro-fondata”, non viene neanche presa in esame per la pubblicazione sulle riviste più “quotate”. Questo spiega perché la tradizione di ricerca keynesiana si è praticamente spenta nel giro degli ultimi 20-30 anni in ambito accademico: la maggior parte degli economisti aventi a cuore le tematiche keynesiane ha accettato di assoggettarsi a questo imperativo di “micro-fondare” qualunque risultato. Ma è proprio questo che secondo chi scrive impedisce all'analisi economica di prendere in esame le relazioni “fondamentali” di un sistema nell'accezione prima richiamata. È auspicabile che la crisi economica in atto, oltre a stimolare un profondo ripensamento sul modo di 'fare' economia, induca un'inversione di tendenza sul modo di fare ricerca in ambito economico e sul modo di valutare quest'ultima. Alcuni segnali positivi sembrano profilarsi all'orizzonte: diversi autorevoli economisti italiani e stranieri hanno avviato una seria riflessione sulle pressanti emergenze economiche dei giorni nostri sapendo andare al di là degli steccati teorici e ideologici. La cooperazione su questo terreno è la responsabilità che oggi attende tutti.

_______________________________ 1. Una lettera aperta su questi argomenti (si veda www.LetteraApertaValutazioneRicerca.it) era circolata tre anni fa fra gli economisti e aveva ricevuto l'adesione di più di un centinaio di essi (alcuni fra i più autorevoli).

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Un nuovo patto sociale per crescita ed equità Luigi Bruni

insegna Economia politica presso l’Università Milano-Bicocca ed Economia civile presso l’Istituto Universitario Sophia (Loppiano, Firenze)

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artiamo da una premessa di carattere generale. La soluzione ad ogni grave crisi economica come quella attuale che ha le sue radici in trent'anni di capitalismo finanziario e “di carta”, frutto di una ben precisa ideologia e cultura economica e civile che pensava di poter rilanciare un occidente invecchiato e triste, con una stagione inedita di strumenti finanziari che avrebbero dovuto (a loro 120

detta) creare ricchezza solo attraverso algoritmi sofisticati, va cercata fuori della sfera economica: la si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano la vita di quell'animale simbolico chiamato homo sapiens, compresa la sua vita economica. Nessuno si lancia nell'avventura umana e sociale di dar vita ad una nuova impresa per ridurre il debito pubblico, né per lo spread né per queste ragioni ci si alza tutti i giorni


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alle sei per andare a lavorare. Queste cose si fanno per realizzare dei progetti di vita, dei sogni. Noi esseri umani siamo anche capaci di fare grandi sacrifici, ma c'è bisogno che dietro ad essi intravvediamo qualcosa di più grande del sacrificio che facciamo, qualcosa di grande capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l'entusiasmo. Si vive e si muore solo per queste cose, come ci dicono, in un controcanto angosciante a questi tempi di manovre, i suicidi sempre più frequenti di imprenditori, testimonianza che le questioni innegoziabili della vita non riguardano solo il suo inizio e la sua fine, ma anche il durante. Questi imprenditori suicidi ci dicono un fatto nuovo nei nostri dibattiti culturali e politici: che si muore anche di economia, e non solo di fame e nel lavoro (questo lo sappiamo già), ma anche nell'attività di impresa; a ricordarci, perché ce ne siamo dimenticati troppe volte in questi ultimi decenni che l'imprenditore quando non è speculatore, in quella sua impresa non ci mette solo capitali e macchinari, ma anche la sua anima, il suo cuore la sua storia, la sua identità individuale e comunitaria. Si capisce quindi che senza una nuova alleanza fra impresa, sindacati, politica, società civile, famiglie, che premi gli imprenditori e penalizzi gli speculatori (che sono la vera malattia di questo nostro sistema capitalistico contemporaneo), da questa crisi non usciremo mai o ne usciremo peggiori. Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente (resistenza, lotta al terrorismo): perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Dobbiamo quindi tener presente una delle lezioni più importanti e meno ascoltate del novecento, cioè che lo sviluppo e la crescita di una nazione dipende poco dai governi e dai “Leviatani”, e certamente ne dipende molto meno di quanto se ne parli e racconti quotidianamente nei dibattiti pubblici, poiché il potere di cambiamento è distribuito fra milioni di persone e nessuno può agire al posto loro, se vogliamo salvare la democrazia e la libertà. Ecco allora che se vogliamo che questa operazione decisiva abbia successo c'è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell'arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. Sono questi i veri strumenti sui quali la politica, i governi e la sfera pubblica hanno un effettivo controllo e che sono capaci di rimediare l'entusiasmo e la speranza civile di milioni di persone, almeno della parte migliore di esse. Stiamo uscendo, in Italia, con

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Senza una nuova alleanza fra impresa, sindacati, politica, società civile, famiglie, che premi gli imprenditori e penalizzi gli speculatori, da questa crisi non usciremo mai o ne usciremo peggiori

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Ma possiamo liberarci e uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica nella quale siamo caduti, rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica

grande fatica, da una situazione civile molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani, e non solo per il fascismo. Ma possiamo liberarci e uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica nella quale siamo caduti, rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica. In particolare in questo tempo di “attesa” che speriamo non sia molto breve perché il tessuto politico e civile è molto sfilacciato ed il rammendo richiede molto tempo, dobbiamo dare vita ad una sorta di Giubileo nazionale di perdono reciproco, perché in questi ultimi due decenni il Paese e la politica hanno reagito nella maniera peggiore alla morte della società tradizionale e non siamo stati capaci di dar vita ad un “bene comune” che venisse prima dei beni particolari: ci siamo incattiviti nei rapporti civili e politici e così facendo l'Italia è uscita dalla leadership culturale ed economica di cui godeva. C'è un rapporto molto stretto fra il mancato parto di questo nuovo patto sociale e la grave questione della disuguaglianza. Un noto studio pubblicato qualche anno fa1 metteva in luce che gli europei soffrivano di più per diseguaglianza rispetto agli abitanti degli USA. In particolare, si mostrava che la felicità soggettiva degli europei era più sensibile, rispetto a quella degli americani, alla diseguaglianza presente nel loro Paese. Noi europei soffriamo di più non solo la nostra povertà individuale, ma anche nel vedere una ineguale distribuzione del reddito attorno a noi. In altre parole, per europei ed italiani la diseguaglianza è considerata eticamente negativa e ingiusta, poiché la nostra cultura più comunitaria e cattolica attribuisce più peso alla felicità pubblica di quanto non faccia la cultura calvinista e individualista. L'idea dominante per lungo tempo riguardo la diseguaglianza era quella di un andamento ad U rovesciata: cresce nelle prime fasi dello sviluppo per poi decrescere nelle fasi più avanzate. Questa teoria portava a considerare legittima una certa crescente diseguaglianza quando decolla

_______________________________ 1. Cf. in particolare Alesina, Di Tella e MacCulloch (2004). 122


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lo sviluppo, come il grande economista Albert Hirschman mostrava con la metafora dell'ingorgo: se siamo bloccati in autostrada e ad un certo punto vedo che le auto della corsia accanto iniziano a muoversi, anche io sono felice perché penso che in breve anche la mia corsia si muoverà. In secondo luogo, si pensava che esistesse un compromesso necessario tra equità (eguaglianza) e crescita (efficienza), poiché essendo i talenti distribuiti in modo ineguale nella popolazione, occorre lasciare ai pochi molto efficienti di crescere più della media, in modo che poi gli effetti di questa maggiore crescita di pochi possano ricadere anche sui più poveri, sotto forma di trasferimenti, tasse, e beni pubblici e meritori (scuola, sanità, welfare, …). In realtà, dati recenti, anche relativi all'Italia, fanno vedere che quella teoria non ha raccontato la storia reale. Infatti, da una parte la diseguaglianza, dopo una fase di diminuzione, negli ultimi due decenni ha ricominciato ad aumentare, e l'Italia è oggi uno dei paesi europei con il più alto indice di diseguaglianza (Indice di Gini), una disuguaglianza che per la ricchezza e i patrimoni è più del doppio di quella relativa al reddito. Negli ultimi venti anni poi la quota del reddito prodotto destinato al lavoro (salari) è diminuito molto rispetto alla quota andata alle rendite finanziarie e alle rendite in generale (anche per precise scelte fiscali); se la povertà relativa aumenta, come in Italia, e aumenta soprattutto quella delle famiglie giovani, è facile capire che i consumi ne risentono seriamente, e con essi la crescita del Paese. Ecco perché oggi la questione dell'equità è direttamente la stessa questione della crescita. Negli anni cinquanta e sessanta l'Italia ha vissuto il miracolo economico poiché, ad di là dei dati statistici incerti, certamente il sistema economico ha saputo includere milioni di persone rimaste fino ad allora ai margini della vita economica, e quindi civile. La fabbrica, l'immigrazione, lo Stato sociale, hanno svolto assieme una funzione di riduzione dell'ineguaglianza sostanziale, la povertà assoluta e relativa, e di aumento della ricchezza nazionale e individuale. Ma questo miracolo, assieme economico (crescita) ed etico (inclusione e eguaglianza), fu possibile anche e soprattutto perché furono garantiti a tutti servizi sanitari di base, educazione, pensioni e diritti umani. Oggi, in una società post-moderna e frammentata, questi servizi e diritti di base sono sempre meno garantiti a tutti, e invece occorre iniziare ad affermare con forza che anche i diritti sociali ed economici debbono

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Oggi, in una società post-moderna e frammentata, questi servizi e diritti di base sono sempre meno garantiti a tutti, e invece occorre iniziare ad affermare con forza che anche i diritti sociali ed economici debbono diventare presto diritti umani universali

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diventare presto diritti umani universali. Pensiamo ai nuovi poveri, agli immigrati, ai vecchi non autosufficienti senza rete famigliare, alle famiglie giovani con bambini: basterebbe solo il tema degli asili nido municipali e le enormi differenze tra le diverse regioni del Paese (che si riflette anche sulle opportunità di lavoro e di carriera delle giovani madri, ancora molto svantaggiate al Sud). E senza questo aumento della uguaglianza sostanziale tra i cittadini la crescita non può riprendere, perché manca non solo la domanda di beni di consumo, ma manca l'entusiasmo e la gioia di vivere dei giovani, senza dei quali nessun Paese è mai cresciuto. Poiché quando passa qualche tempo e la corsia del vicino continua a correre e la tua resta ferma, gli automobilisti iniziano a voler passare nell'altra corsia, il traffico si complica di nuovo, si creano nuovi ingorghi, e a qualcuno (soprattutto in Italia) viene la tentazione di passare illegalmente nella corsia d'emergenza. Inoltre, in una società italiana dove, a differenza di cinquanta anni fa, i cittadini sono più istruiti e più moderni, si accetta sempre meno (come dicono anche i dati) che un manager pubblico o un funzionario europeo percepiscano redditi decine di volte superiori a quelli di un insegnante, un sentimento di ingiustizia che se cresce oltre una soglia critica può distruggere gli ultimi fili del già molto sfilacciato legame sociale. Infine, sono convinto che oggi gli studi sulla diseguaglianza e sulla povertà dovrebbero essere profondamente rivisti, tenendo conto delle conquiste fatte dalla scienza economica. Innanzitutto, come accennato, nelle misure della povertà e della diseguaglianza al reddito individuale e famigliare occorre aggiungere i beni pubblici, poiché avere 1000 euro a Trento (con asili nido, trasporti pubblici efficienti, ospedali vicini e funzionanti …) è ben diverso che avere 1000 euro nell'interno della Basilicata. Inoltre, come ci ha insegnato soprattutto A. Sen, la povertà e la ricchezza non sono tanto una faccenda di reddito e di beni, ma di capacità di fare, di come la gente è capace di trasformare le risorse, poche o tante che siano, in attività, libertà, sviluppo. E tutto ciò ci riporta al tema delle relazioni, dei rapporti, dei legami che tengono assieme una città e un Paese, che oggi in Italia sta diventando sempre più tenue; e senza ricreare un legame che si chiama nuovo patto sociale, nessuna riduzione della diseguaglianza né aumento della ricchezza nazionale saranno possibili. 124


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La Germania

in e con l’Europa Helmut Schmidt già Cancelliere della Repubblica federale tedesca discorso di apertura al Congresso SPD – Berlino 4 dicembre 2011

Cari amici, signore e signori, lasciatemi cominciare con una nota personale. Quando Sigmar Gabriel, Frank-Walter Steinmeir e il mio partito mi hanno invitato ancora una volta a portare il mio contributo, mi è tornato in mente quando 65 anni fa in ginocchio con Loki [soprannome 126

della moglie] ho dipinto il manifesto di invito per la SPD ad Amburgo. Allo stesso tempo devo tuttavia riconoscere: rispetto a ogni politica di partito, io sono ormai giunto per effetto dell'età al di là del bene e del male. Già da tempo ciò che mi interessa in prima e anche in

seconda battuta è costituito dai compiti e dal ruolo della nostra nazione nella dimensione ineludibile della cooperazione europea. Nel contempo sono lieto di poter condividere questa tribuna con il nostro vicino norvegese Jens Stoltenberg, che, di fronte


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alla tragedia che ha colpito il suo Paese, ha dato a noi e a tutti gli europei l'esempio di una guida salda, ispirata ai principi dello Stato di diritto, liberale e democratica. Quando si diventa molto anziani, si è portati a pensare in uno spazio temporale lungo, sia all'indietro nella storia, sia verso il futuro desiderato e sperato. Tuttavia, qualche giorno fa io non sono riuscito a dare una risposta univoca a una domanda molto semplice che Wolfgang Thierse mi ha rivolo: «Quando la Germania diventerà un paese normale?» Io ho risposto: nel futuro prossimo la Germania non sarà un paese normale. Di fronte a noi c'è il nostro immenso, per quanto irripetibile, carico storico. E oltre a ciò abbiamo di fronte la nostra posizione centrale, preponderante sul piano demografico ed economico, nel mezzo del nostro piccolo e multiforme continente, articolato in stati nazionali. Con questo sono giunto nel mezzo del complesso tema della mia conferenza: la Germania in e con l'Europa1.

I

Motivi e origini dell'integrazione europea

Anche se in alcuni pochi dei circa 40 Stati nazionali europei l'attuale sentimento nazionale si è sviluppato tardi (così in Italia, in Grecia e in Germania), esso tuttavia ha prodotto sempre e dappertutto guerre sanguinose. Si può interpretare questa storia europea –osservata dall'Europa centrale- come una successione senza fine di conflitti della periferia con il centro e viceversa. Il centro resta sempre

il campo di battaglia decisivo. Quando i detentori del potere, gli Stati e i popoli nel centro dell'Europa erano deboli, allora i loro vicini dalla periferia si spinsero avanti. La più grande distruzione e le perdite umane in proporzione più grandi ci furono nella prima guerra dei trent'anni, dal 1618 al 1648, che si è svolta per la parte essenziale sul suolo tedesco. La Germania era all'epoca semplicemente un'espressione geografica, definita in maniera non rigorosa solo come spazio linguistico. Più tardi vennero i francesi con Luigi XIV e poi con Napoleone. Gli svedesi non sono tornati una seconda volta, ma sono tornati più volte gli inglesi e i russi, l'ultima volta con Stalin. Quando tuttavia le dinastie o gli Stati nel centro dell'Europa erano forti –o quando si sono sentiti tali!- si sono viceversa diretti loro verso la periferia. Questo è accaduto già con le crociate [in tedesco letteralmente: vie della croce], che allo stesso furono vie della conquista, non solo in Asia Minore e a Gerusalemme, ma anche in direzione della Prussia orientale e di quelli che oggi sono i tre Stati baltici. In epoca moderna ciò è accaduto nel caso della guerra contro Napoleone e delle tre guerre di Bismarck del 1864, 1866, 1870/71. Lo stesso è accaduto è accaduto soprattutto con la seconda guerra dei trent'anni dal 1914 al 1945. È accaduto, in particolare, con l'espansione di Hitler fino a Capo Nord, al Caucaso, a Creta, alla Francia meridionale e addirittura fino a Tobruk nei pressi del confine libico-egiziano. La catastrofe dell'Europa, provocata dalla Germania, ha portato con sé la

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catastrofe degli ebrei europei e dello Stato nazionale tedesco. Prima tuttavia già i polacchi, le nazioni baltiche, i cechi, gli slovacchi, gli austriaci, gli ungheresi, gli sloveni e i croati avevano condiviso il destino dei tedeschi, nella misura in cui tutti loro da secoli hanno subito gli effetti di questa loro posizione geopolitica centrale nel nostro piccolo continente europeo. Oppure detto diversamente: diverse volte noi tedeschi abbiamo fatto subire agli altri questa nostra centrale posizione di potenza. Oggigiorno le aspirazioni territoriali configgenti, i conflitti linguistici e di confine, che ancora nella prima metà del XX secolo hanno giocato un grande ruolo nella coscienza delle nazioni, sono diventati de facto in larga misura privi di significato, in particolare per i tedeschi. Mentre nella coscienza dell'opinione pubblica e delle nazioni europee la conoscenza e il ricordo delle guerre del Medioevo sono largamente scomparse, il ricordo delle due guerre mondiali del XX secolo e dell'occupazione tedesca gioca però ancora un ruolo potenzialmente cruciale. Per noi tedeschi mi essere sembra decisivo il fatto che quasi tutti i vicini della Germania –e inoltre quasi tutti gli ebrei in ogni parte del mondo- ricordano l'Olocausto e le azioni spaventose che sono state commesse ai tempi dell'occupazione tedesca nei Paesi della periferia.. Noi tedeschi non abbiamo sufficientemente chiaro che quasi tutti i nostri vicini manterranno probabilmente una diffidenza latente nei confronti dei tedeschi ancora per molte generazioni. 127


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Anche le generazioni tedesche nate successivamente devono convivere con questo peso storico. E anche le generazioni di oggi non possono dimenticarlo: è stata la diffidenza di fronte a un futuro sviluppo della Germania, che nel 1950 ha fondato l'inizio dell'integrazione europea. Nel 1946 Churchill aveva due motivi, quando nel suo grande discorso di Zurigo chiamò i francesi a giungere a un accordo con i tedeschi e a fondare insieme a loro gli Stati Uniti d'Europa: in primo luogo, la comune difesa di fronte all'Unione Sovietica percepita come una minaccia, ma, in secondo luogo, l'inserimento della Germania in una più grande unione occidentale. Infatti Churchill prevedeva con lungimiranza la ricostruzione e il rafforzamento della Germania. Quando nel 1950, quattro anni dopo il discorso di Churchill, Robert Schumann e Jean Monnet si sono presentati con il loro piano Schumann per l'unione dell'industria pesante dell'Europa occidentale, ciò è accaduto per lo stesso motivo, il motivo dell'inclusione della Germania. Charles De Gaulle, che dieci anni dopo ha teso la mano per la riconciliazione a Konrad Adenauer, ha agito per lo stesso motivo. Tutto ciò è avvenuto sulla base di una visione realistica di un futuro sviluppo della forza tedesca, ritenuto possibile e insieme temuto. Non l'idealismo di Victor Hugo, che nel 1849 aveva invocato l'unificazione dell'Europa, né un qualsiasi altro idealismo stava nel 1950-52 alla base dell'integrazione europea, all'epoca limitata all'Europa occidentale. I più influenti 128

uomini di Stato di allora in Europa e in America (intendo George Marshall, Eisenhower, anche Kennedy, ma soprattutto Churchill, Jean Monnet, Adenauer, De Gaulle o anche De Gasperi e Henri Spaak) non agivano in alcun modo sulla base di un idealismo europeo, ma sulla base di una conoscenza della storia europea fino a quel momento. Essi agivano sulla base di una visione realistica della necessità di evitare una prosecuzione del conflitto tra periferia e centro tedesco. Chi non ha compreso questo motivo originario dell'integrazione europea, che è tuttora un elemento decisivo, manca di un presupposto irrinunciabile per la soluzione dell'attuale e molto incerta crisi europea. Quanto più nel corso degli anni '60, '70 e '80 l'allora Repubblica federale tedesca ha acquistato peso economico, militare e politico, tanto più l'integrazione europea diventava agli occhi dei governanti dell'Europa occidentale un'assicurazione di fronte a una preponderanza della potenza tedesca. Le resistenze iniziali nel 1989-90, ad esempio, di Margaret Thatcher o di Mitterand e Andreotti rispetto alla riunificazione dei due Stati tedeschi del dopoguerra erano chiaramente fondate sul timore di una Germania forte al centro di questo piccolo continente europeo. Mi consento a questo punto un piccolo excursus personale. Io ho ascoltato Jean Monnet, quando ho fatto parte del comitato Jean Monnet “Pour les États-Unis d'Europe”. Era il 1955. Per me Jean Monnet rimane uno dei francesi di più ampie vedute che io abbia conosciuto nel

corso della mia vita, in materia di integrazione europea soprattutto per la sua concezione di un processo graduale, passo dopo passo. Da allora io sono diventato e rimango tuttora un sostenitore dell'integrazione europea e dell'inclusione tedesc,a sulla base della visione dell'interesse strategico della nazione tedesca, non per ragioni idealistiche. (Ciò mi ha condotto allora a una controversia con il mio leader di partito, da me enormemente stimato, Kurt Schumacher, controversia per lui priva di importanza, da me invece, all'epoca trentenne di ritorno dall'esperienza bellica, presa molto seriamente). Ciò mi ha condotto negli anni '50 all'approvazione dei piani dell'allora ministro degli esteri polacco Rapacki. All'inizio degli anni '60 ho scritto un libro contro la strategia occidentale ufficiale della rappresaglia strategico-nucleare, che allora veniva minacciata dalla NATO nei confronti dell'Unione Sovietica, strategia a cui siamo ancora oggi legati.

II

L'Unione europea è necessaria

De Gaulle e Pompidou hanno portato avanti l'integrazione europea negli anni '60 e nei primi anni '70 per legare la Germania, non perché volessero legare il loro Stato nella loro e nella cattiva sorte. Successivamente la buona intesa tra me e Giscard d'Estaing ha condotto a un periodo di cooperazione francotedesca e alla prosecuzione dell'integrazione europea, un periodo che dopo il 1990 si è prolungato da Kohl e Mitterand. Nel contempo la Comunità


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europea, dal 1950/52 al 1991, è progressivamente cresciuta da sei a dodici Stati membri. Grazie all'ampio lavoro preparatorio di Jacques Delors (all'epoca presidente della Commissione europea), nel 1991 a Maastricht, Mitterand e Kohl hanno dato il via al progetto della moneta unica, che è diventato poi realtà dieci anni dopo, nel 2001. Alla base vi era ancora una volta la preoccupazione francese di una Germania preponderante, o, detto più esattamente, di un marco tedesco preponderante. Nel frattempo l'euro è diventata la seconda valuta più importante del mondo. Questa valuta europea è stata negli ultimi dieci anni, all'interno come all'esterno, più stabile sia del dollaro americano che del marco tedesco. Tutto ciò che si dice e si scrive di una presunta “crisi dell'euro” è una chiacchiera superficiale di media, giornalisti e politici. Dal Trattato di Mastricht del 1991/92 il mondo è però potentemente cambiato. Abbiamo vissuto la liberazione delle nazioni dell'Europa orientale e l'implosione dell'Unione Sovietica. Abbiamo vissuto la fenomenale crescita di Cina, India, Brasile e di altri paesi emergenti, che prima venivano definiti in blocco come “terzo mondo”. Allo stesso tempo le

economie reali di gran parte del mondo si sono 'globalizzate'. Detto in tedesco: quasi tutti gli Stati del mondo dipendono l'uno dall'altro. E soprattutto gli attori sul mercato finanziario globale hanno acquisito una potenza per ora del tutto incontrollata. E allo stesso tempo –in maniera quasi inosservatal'umanità è cresciuta di numero in misura esplosiva fino a 7 miliardi di esseri umani. Quando io sono nato, erano appena 2 miliardi. Tutti questi enormi cambiamenti hanno esercitato potenti effetti sui popoli europei, sui loro Stati e sul loro benessere! D'altronde, le nazioni europee invecchiano e dappertutto si riducono i numeri dei loro abitanti. Nel corso di questo XXI secolo presumibilmente addirittura 9 miliardi di esseri umani abiteranno contemporaneamente sulla terra, mentre le nazioni europee rappresenteranno solo il 7% della popolazione mondiale. Il 7% di 9 miliardi! Fino al 1950 e per circa due secoli gli europei avevano rappresentato più del 20% della popolazione mondiale. Ma da circa 50 anni noi europei caliamo non solo in numeri assoluti, ma soprattutto in relazione all'Asia, all'Africa e all'America Latina. Allo stesso modo cala il contributo degli europei al prodotto economico

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globale, ossia alla creazione di valore dell'intera umanità. Fino al 2050 calerà fino al 10%; nel 1950 era ancora collocato al 30%. Ogni singola nazione europea rappresenterà nel 2050 neppure l'1% della popolazione mondiale. Questo significa: se noi europei vogliamo avere la speranza di avere un significato per il mondo, possiamo farlo solo in comune. Infatti come singoli Stati – in quanto Francia, Italia, Germania o in quanto Polonia, Olanda, Danimarca o Greciaalla fine potremo essere misurati non più in percentuali, ma solo in millesimi. Da ciò deriva anche l'interesse strategico di lungo periodo degli Stati nazionali europei alla loro cooperazione e integrazione. Questo interesse strategico all'integrazione europea acquisterà un significato crescente. Esso è finora in larga non percepito dalle nazioni. Ed esse non ne vengono rese consapevoli dai loro governi. Nel caso in cui l'Unione europea nel corso dei prossimi decenni non dovesse pervenire a una, per quanto limitata, capacità d'azione comune, non è da escludere una 'auto-provocata' marginalizzazione dei singoli Stati europei e della civilizzazione europea. Così come non si può escludere in questo caso il ritorno di conflitti di concorrenza e di prestigio tra

Nel frattempo l’euro e’ diventata la seconda valuta piu’ù importante del mondo. Questa valuta europea e’ stata negli ultimi dieci anni, all’interno come all’esterno, piu’ stabile sia del dollaro americano che del marco tedesco. Tutto cio’ che si dice e si scrive di una presunta crisi dell’euro e’è una chiacchiera superficiale di media, giornalisti e politici. 129


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gli Stati europei. In questo caso il legame della Germania con il resto d'Europa potrebbe non funzionare più. L'antica dinamica tra centro e periferia potrebbe ancora una volta ripresentarsi. Il processo del progresso civile su scala globale, la diffusione dei diritti umani individuali e della dignità umana, dello Stato di diritto costituzionale e della democratizzazione non riceverebbe più alcun impulso dall'Europa. Da questo punto di vista la Comunità europea diventa una necessità vitale per gli Stati nazionali del nostro vecchio continente. Questa necessità comprende i motivi di Churchill e di De Gaulle, così come di Monnet e di Adenauer. Essa include anche i motivi di Ernst Reuter, di Fritz Erlers, di Willy Brandt, come pure di Helmut Kohl. Aggiungo: certamente si tratta ancora una volta dell'inclusione della Germania. Perciò noi tedeschi dobbiamo fare chiarezza sui nostri compiti, sul nostro ruolo specifico nell'ambito dell'integrazione europea.

III

La Germania ha bisogno di continuità e affidabilità

Se guardiamo la Germania alla fine del 2011 dall'esterno, con gli occhi dei nostri vicini prossimi e meno prossimi, essa suscita da un decennio una sensazione di disagio, e anche nuovamente di preoccupazione politica. Negli ultimi anni sono emersi dubbi considerevoli sulla continuità della politica tedesca. La fiducia nell'affidabilità della politica tedesca si è incrinata. Questi dubbi e preoccupazioni si fondano anche sugli errori di 130

politica estera dei nostri politici e governanti tedeschi. Per un'altra parte, essi si fondano sulla forza economica della repubblica federale tedesca riunificata, sorprendente per il resto del mondo. La nostra economia è diventata –a cominciare dagli anni '70, quando era ancora divisa- la più grande in Europa. Essa è dal punto di vista tecnologico, politico-finanziaro e politico-sociale una delle economia più efficienti del mondo. La nostra forza economica e la nostra pace sociale, da decenni molto più stabile rispetto ad altri Paesi, hanno sollevato anche invidia – per quanto il nostro tasso di disoccupazione e anche il nostro livello di indebitamento siano nell'ambito della media internazionale. Tuttavia è a noi sufficientemente noto che la nostra economia è in notevole misura integrata nel mercato europeo e insieme fortemente globalizzata, il che la rende dipendente dalla congiuntura globale. Per questo sperimenteremo nei prossimi anni che le esportazioni tedesche non cresceranno più in modo speciale. Contemporaneamente si è prodotto un serio squilibrio nel nostro sviluppo, vale a dire un perdurante avanzo del nostro bilancio commerciale e del nostro bilancio delle partite correnti. Questi avanzi rappresentano da anni circa il 5% del nostro prodotto nazionale. Essi sono grosso modo grandi come gli avanzi della Cina. Noi non ne siamo consapevoli, perché essi non si ripercuotono in avanzi in marchi tedeschi, ma in euro. È però necessario che i nostri politici siano consapevoli di questa circostanza.

Infatti tutti i nostri avanzi sono in realtà i deficit degli altri. I crediti, che noi abbiamo nei confronti degli altri, sono i loro debiti. Si tratta di una seria lesione dell'equilibrio dell'economia internazionale, finora da noi elevato a ideale normativo. Questa violazione non può non inquietare i nostri partner. E quando ci sono voci straniere, per lo più americane –anche se vengono da diverse parti- che chiedono alla Germania di assumere un ruolo di guida in Europa, tutto ciò suscita nei nostri vicini un'ulteriore diffidenza. E suscita cattivi ricordi. Questo andamento economico e la contemporanea crisi della capacità d'azione degli organi dell'Unione europea hanno spinto la Germania di nuovo in un ruolo centrale. Insieme al presidente francese la cancelliera ha accettato volentieri questo ruolo. Ma in molte capitali europee così come nei media di alcuni dei nostri Stati vicini c'è di nuovo una crescente preoccupazione di un predominio tedesco. Questa volta non si tratta di una potenza centrale predominante sul piano militare e politico, di un centro predominante economicamente. Qui è necessario un ammonimento per i politici tedeschi, per i media, per la nostra opinione pubblica, da valutare con serietà e attenzione. Se noi tedeschi ci lasciassimo condurre, sulla base della nostra forza economica, a rivendicare un ruolo politico di direzione in Europa o anche solo una funzione di primus inter pares, una crescente maggioranza dei nostri vicini si difenderebbe decisamente contro questa prospettiva. La preoccupazione


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della periferia rispetto a un centro dell'Europa troppo forte si ripresenterebbe molto rapidamente. Le probabili conseguenze di un tale sviluppo sarebbero devastanti per l'Unione europea. E la Germania cadrebbe nell'isolamento. La Repubblica federale tedesca, per quanto molto grande ed efficiente, ha bisogno dell'inserimento nell'integrazione europea –anche per la protezione da se stessa! Per questo, dai tempi di Helmut Kohl, dal 1992, l'articolo 23 della Costituzione ci obbliga alla cooperazione “per lo sviluppo dell'Unione europea”. L'articolo 23 ci obbliga a questa cooperazione anche sulla base del “principio della sussidiarietà”. L'attuale crisi della capacità d'azione degli organi dell'Unione europea non modifica questi principi. La nostra posizione geopolitica centrale, il nostro ruolo infelice nel corso della storia europea fino alla metà del XX secolo, la nostra efficienza attuale, tutto questo richiede a ogni governo tedesco una misura molto alta di capacità di compenetrazione negli interessi dei nostri partner europei. E la nostra disponibilità all'aiuto è indispensabile. Noi tedeschi abbiamo accresciuto la nostra capacità di ricostruzione negli ultimi sei decenni non da soli, non solo con le nostre forze. Questa capacità non sarebbe stata possibile senza gli aiuti delle potenze vincitrici occidentali, senza il nostro inserimento nella Comunità europea e nell'alleanza atlantica, senza gli aiuti dei nostri vicini, senza la svolta politica nell'Europa centro-orientale e senza la fine della dittatura comunista. Noi tedeschi abbiamo ragioni per la

gratitudine. E allo stesso tempo abbiamo il dovere di dimostrarci degni della solidarietà ricevuta con la nostra solidarietà nei confronti dei nostri vicini! Di contro, un'aspirazione a un nostro ruolo autonomo e a un nostro prestigio nella politica mondiale sarebbe piuttosto inutile, probabilmente perfino dannosa. La stretta collaborazione con la Francia e con la Polonia resta in ogni caso indispensabile, così come con tutti i nostri partner in Europa. È mia convinzione che sia uno degli interessi cardinali, strategici e di lunga durata della Germania quello di non isolarsi e di non lasciarsi isolare. Un isolamento all'interno dell'Occidente sarebbe pericoloso. Un isolamento all'interno dell'Unione europea o dell'euro-zona sarebbe altamente pericoloso. Per me questo interesse della Germania si colloca chiaramente più in alto di ogni interesse tattico di tutti i partiti politici. I politici e i media tedeschi hanno il dannato obbligo e dovere di rappresentare costantemente questa visione all'opinione pubblica. Quando tuttavia qualcuno fa intendere che oggi e in futuro in Europa si parlerà tedesco; quando un ministro degli esteri tedesco ritiene che una comparsa televisiva a Tripoli, a Il Cairo o a Kabul sia più importante dei contatti politici con Lisbona, Madrid, Varsavia o Praga, con Dublino, Copenhagen o Helsinki; quando un altro ritiene che occorra evitare un'«unione di trasferimento» europea, tutto questo è semplicemente un'ostentazione di forza dannosa. Certamente la Germania è stata per lunghi decenni un pagatore netto! Noi potevamo sostenerlo e lo

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abbiamo fatto dai tempi di Adenauer. E naturalmente Grecia, Portogallo o Irlanda sono stati sempre incassatori netti. La classe politica tedesca di oggi può essere non sufficientemente consapevole di questa solidarietà. Ma finora essa è stata auto-evidente. Altrettanto evidente –e inoltre anche scritto nel Trattato di Lisbona- è il principio della sussidiarietà: ciò che uno Stato non è in grado di regolare o gestire da solo, deve essere assunto dall'Unione europea. Dai tempi del piano Schuman, Konrad Adenauer, grazie al suo giusto istinto politico e contro la resistenza sia di Kurt Schumacher, sia successivamente di Ludwig Ehrard, ha accettato le offerte francesi. Adenauer ha valutato correttamente gli interessi strategici e di lungo periodo della Germania, nonostante la perdurante divisione del Paese! Tutti i successori –così anche Brandt, Schmidt, Kohl e Schröder- hanno proseguito la politica di integrazione di Adenauer. Tutte le tattiche politiche quotidiane, interne come internazionali, non hanno mai messo in discussione l'interesse strategico di lunga durata dei tedeschi. Così tutti i nostri vicini e partner hanno potuto per decenni contare sulla stabilità della politica europea della Germania –e questo in maniera certamente indipendente dai cambi di governo. Questa continuità è richiesta anche per il futuro.

IV

L'attuale condizione dell'Unione europea richiede forza d'azione

I contributi concettuali tedeschi sono stati sempre 131


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comprensibili. Ciò deve rimanere immutato anche in futuro. Con questo non dobbiamo comunque precorrere il futuro lontano. Cambiamenti dei trattati potrebbero solo in parte correggere le scelte, le omissioni e gli errori compiuti vent'anni fa a Maastricht. Le proposte odierne di modifica del vigente Trattato di Lisbona mi appaiono di scarsa utilità per l'immediato futuro, se ricordiamo le difficoltà incontrate finora con la necessità della ratifica di tutti gli Stati o gli esiti negativi dei referendum popolari. Io concordo perciò con il Presidente della Repubblica italiana Napolitano, quando alla fine di ottobre, in un importante

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discorso, egli ha affermato che noi oggi dovremmo concentrarci su ciò che è necessario fare oggi. E che a questo fine noi dovremmo cogliere le opportunità che il Trattato vigente dell'Unione europea ci offre – in particolare per il rafforzamento delle regole di bilancio interno della politica economica nello spazio monetario dell'euro. L'attuale crisi della capacità d'azione degli organi dell'Unione europea istituiti a Lisbona non può durare anni. Con l'eccezione della Banca centrale europea, tutti questi organi – il Parlamento europeo, il Consiglio europeo, la Commissione di Bruxelles e i Consigli dei

ministri-, dal superamento della fase acuta della crisi delle banche nel 2008 e fino all'attuale crisi dei debiti pubblici che alla prima è collegata, hanno offerto un aiuto molto limitato. Per il superamento dell'attuale crisi di direzione dell'Unione europea non vi è alcuna ricetta miracolosa. Abbiamo bisogno di più passi, in parte contemporanei, in parte successivi nel tempo. C'è bisogno non solo di capacità di giudizio e di azione, ma anche di pazienza! Per questo i contributi concettuali tedeschi non possono limitarsi a parole d'ordine. Essi non devono essere presentati sulla piazza televisiva, ma piuttosto con fiducia


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nell'ambito degli organi dell'Unione europea. Noi tedeschi non possiamo presentare ai nostri partner come modello o come metro di valutazione né il nostro ordinamento sociale ed economico, né il nostro sistema federale o le nostre regole in materia di finanza e di bilancio, ma semplicemente offrirli come esempi tra diverse possibilità. Per ciò che la Germania oggi fa oppure omette di fare, noi tutti portiamo la responsabilità per le future ripercussioni in Europa. Noi abbiamo bisogno a questo fine di una razionalità europea. Ma noi non abbiamo bisogno solo di razionalità, ma anche di un cuore che sappia immedesimarsi nei nostri vicini e partner. Su un punto io concordo con Jürgen Habermas, che di recente ha parlato del fatto che «noi stiamo nei fatti vivendo per la prima volta nella storia dell'Unione europea uno smantellamento della democrazia». In effetti: non solo il Consiglio europeo incluso il suo presidente, ma anche la Commissione europea compreso il suo presidente, e inoltre i diversi Consigli dei ministri e l'intera burocrazia di Bruxelles hanno insieme messo da parte il principio democratico! Io ho commesso l'errore di ritenere, quando il suffragio popolare fu introdotto per il Parlamento europeo, che il Parlamento si sarebbe conquistato da solo il suo peso. Nei fatti esso non ha esercitato finora alcun riconoscibile influsso nella gestione della crisi. Infatti i suoi pareri e le sue deliberazioni rimangono prive di efficacia pubblica. Perciò io vorrei appellarmi a

Martin Schulz: è arrivato il momento che lei e i suoi colleghi cristiano-democratici, socialisti, liberali e verdi insieme e con decisione vi rivolgiate all'opinione pubblica. Probabilmente il tema della vigilanza su banche, borse e strumenti finanziari, rimasta in uno stato del tutto insoddisfacente dal G20 del 2008, è quello che si adatta meglio per una tale iniziativa del Parlamento europeo. In effetti alcune migliaia di operatori della finanza negli Stati Uniti e in Europa, e inoltre alcune agenzie di rating, hanno preso in ostaggio in Europa i governi politicamente responsabili. Non c'è da aspettarsi che Obama possa fare molto contro questo, e lo stesso vale per il governo britannico. Certamente negli anni 2008-9 i governi di tutto il mondo hanno salvato la banche con garanzie e con il denaro dei contribuenti. Ma già dal 2010 questo branco di manager della finanza superintelligenti, e allo stesso tempo inclini alle psicosi, ha ripreso il suo gioco sui profitti. Un gioco d'azzardo a carico di tutti i nongiocatori, che io e Marion Dönhoff abbiamo criticato già negli anni '90 come un pericolo mortale. Se nessun altro vuole agire, allora devono agire i partecipanti alla moneta unica europea. A questo fine si può percorrere la strada dell'articolo 20 del vigente Trattato di Lisbona. Lì è previsto espressamente che alcuni o molti degli Stati membri dell'Unione europea «possano istituire una cooperazione rafforzata tra di loro». In ogni caso gli Stati che prendono parte alla moneta comune dovrebbero intraprendere una incisiva

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regolazione del loro comune mercato finanziario. Dalla separazione tra normali banche commerciali, da un lato, e banche ombra o di investimento, dall'altro, fino al divieto di vendita allo scoperto di titoli a scadenza futura, fino al divieto del commercio di derivati, nella misura in cui ciò non sia consentito dalle autorità ufficiali di vigilanza della borse, e fino a una efficace limitazione delle attività riguardanti l'area euro dell'agenzie di rating, finora del tutto incontrollate. Signore e signori, non voglio appesantirvi con ulteriori singoli punti. Naturalmente la lobby globalizzata delle banche utilizzerebbe ogni mezzo per opporsi Essa ha già finora impedito ogni incisiva regolazione. Essa ha reso possibile, estendendosi attraverso “l'effetto-leva”, che il branco dei suoi operatori mettesse i governi europei nella necessità di inventare sempre nuovi “paracadute”. Se gli europei trovassero il coraggio e la forza di produrre una incisiva regolazione del mercato finanziario, noi potremmo diventare nel medio orizzonte una zona di stabilità. Se invece noi falliamo in questo compito, il peso dell'Europa diminuirà ulteriormente e il mondo si svilupperà in direzione di un duumvirato tra Washington e Pechino. Per l'immediato futuro dell'area euro restano certamente necessari tutti i passi finora pensati e annunciati. Ad essi appartengono i fondi di salvataggio, i limiti all'indebitamento e i relativi controlli, una politica fiscale ed economica comune, e inoltre una serie di riforme di politica fiscale, 133


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sociale, della spesa, e del mercato del lavoro, da attuare nei singoli Paesi. Ma transitoriamente diventerà inevitabile anche un indebitamento comune. Noi tedeschi non dobbiamo rifiutarlo sulla base di un egoismo nazionale. Non possiamo in nessun modo propagare per tutta Europa una politica estremamente deflativa. Piuttosto ha ragione Jacques Delors quando propone di affiancare al risanamento dei bilanci l'introduzione e il finanziamento di progetti che sostengano la crescita. Senza la crescita, senza nuovi posti di lavoro, nessuno Stato può risanare il suo bilancio. Chi ritiene che l'Europa possa risanarsi solo con risparmi di spesa dovrebbe studiare l'effetto fatale della politica deflativa adottata da Heinrich Brünings nel 1930/2. Questa politica ha causato una depressione e un insostenibile aumento della disoccupazione, e con essa il tramonto della prima democrazia tedesca.

V

Ai miei amici

In conclusione, cari amici, non c'è bisogno in realtà di fare grandi sermoni alla socialdemocrazia in fatto di solidarietà internazionale. Infatti la socialdemocrazia è orientata da un secolo e mezzo in senso internazionalistico, in misura molto maggiore di generazioni di liberali o di conservatori. Noi socialdemocratici abbiamo tenuto ferma la dignità e insieme la libertà di ogni singolo essere umano. Insieme abbiamo tenuto fermo il valore della democrazia rappresentativa e parlamentare. Questi valori fondamentali ci 134

obbligano oggi alla solidarietà europea. Certamente anche nel XXI secolo l'Europa consisterà di Stati nazionali, ognuno con la sua lingua e la sua storia. Perciò dall'Europa non sorgerà alcuno Stato federale [Bundesstaat]. Ma l'Unione europea non può nemmeno deteriorarsi in una mera lega di Stati [Staatenbund]. L'Unione europea deve restare un'unione [Verbund] dinamica che si sviluppa. Non vi è nella storia dell'umanità alcun esempio precedente. Noi socialdemocratici dobbiamo contribuire allo sviluppo graduale di questa unione [Verbund]2. Quanto più anziani si diventa, tanto più si tende a ragionare su spazi temporali lunghi. Anche come uomo anziano, io mi tengo sempre fermo ai tre valori fondamentali del programma di Godesberg: libertà, giustizia, solidarietà. Inoltre penso che oggi la giustizia richieda soprattutto uguaglianza di opportunità per i bambini, gli studenti e per i giovani nel loro complesso. Se guardo indietro al 1945 o al 1933 –all'epoca avevo già 14 anni- il progresso che abbiamo compiuto fino a oggi mi pare incredibile. Il progresso che gli europei hanno oggi raggiunto a partire dal piano Marshall del 1948, dal piano Schuman del 1950, del quale dobbiamo ringraziare Lech Walesa e Solidarnosch, Vaclav Havel e a Charta 77, tutti i tedeschi di Dresda e Berlino a partire dalla grande svolta del 1989/90. Che oggi la gran parte d'Europa goda della pace e dei diritti umani, non avremmo potuto prevederlo né nel 1918, né nel 1933, né nel 1945.

Facciamo perciò in modo di lavorare e di lottare perché l'Unione europea, esempio storico unico, si tragga fuori dalle sue attuali debolezze e proceda nel suo cammino con consapevolezza di sé! Traduzione italiana a cura di Alfredo D'Attorre ______________________ 1. N.d.t.: Questa e le successive nel testo tradotto sono le parole o frasi sottolineate anche nel testo originale. 2. N.d.t.: La traduzione italiana di Bundestaat, Staatenbund e Verbund non rende bene la determinatezza storico-concettuale dei termini tedeschi. Schmidt qui riprende la posizione di una larga parte della dottrina giuridica tedesca, richiamata anche in diverse sentenze della Corte Costituzionale, che caratterizza l'Unione europea come una forma istituzionale inedita, Staatenverbund, unione di Stati dotata di un proprio ordinamento giuridico, irriducibile sia alla forma del Bundesstaat, lo Stato federale (in cui la sovranità di ultima istanza è trasferita dai singoli Stati al livello federale), sia a quella dello Staatenbund, la semplice lega o associazione di Stati (in cui il legame è di tipo patriziointernazionalistico e la sovranità rimane interamente nelle mani dei singoli Stati).


Economia malata, alla radice della crisi

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Gramsci

e l’analisi delle crisi Giuseppe Vacca è presidente della Fondazione Istituto Gramsci di Roma commento a un paragrafo dei Quaderni del carcere

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Economia malata, alla radice della crisi

Il testo che proponiamo è tratto dai Quaderni del carcere (paragrafo 5 del Quaderno 15) e fu scritto nel febbraio del 1933. È un testo chiave per l'interpretazione del pensiero politico di Gramsci, ma non è questa la ragione per cui lo si ripubblica. Abbiamo pensato di riproporlo perché può essere un utile punto di riferimento nella discussione attuale su quella che comunemente è definita una “crisi finanziaria”, cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e divenuta progressivamente una crisi economica globale. Ci limitiamo, perciò, a commentare alcuni punti dello scritto di Gramsci che ci sembrano particolarmente significativi per riflettere sulla crisi attuale. Vorremmo innanzitutto osservare che quando ci si trova in presenza di una crisi economica di proporzioni mondiali è erroneo e fuorviante isolarne un aspetto o cercarne una causa sola; si deve invece ricostruire un intero periodo storico nel quale le manifestazioni economiche della crisi che variano nel tempo e si differenziano da paese a paese, possano essere spiegate in modo utile a risolverla. In altre parole, è necessario non isolare gli aspetti puramente economici del fenomeno se non per comodità analitica, a condizione che vengano inquadrati in una ricostruzione storica complessiva nella quale si possano individuare gli attori e le strategie necessarie a creare nuovi equilibri mondiali e una nuova stabilità. Applicando questo criterio all'andamento della crisi tra il 1929 e il 1932, Gramsci ne individuava l'origine nel contrasto tra il cosmopolitismo dell'economia e il nazionalismo della politica, e perciò proponeva di iscrivere quel quadriennio in un periodo

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storico molto più lungo, caratterizzato dal manifestarsi di quella contraddizione e dalla inettitudine delle classi dirigenti a risolverla nell'unico modo possibile, cioè adeguando le forme e gli spazi della regolazione politica a quelli di un'economia sempre più pienamente mondiale. Dal 2007 i paragoni fra la crisi attuale e quella del 1929 ricorrono di frequente, ma sono quasi sempre impropri e superficiali, poiché le spiegazioni della crisi attuale vengono riassunte in slogan del tipo “la globalizzazione della finanza espropria la politica”, oppure si riducono alla denuncia dell'enorme crescita delle disuguaglianze redistributive come causa degli squilibri dell'economia mondiale o, infine, all'accusa alla “speculazione” di creare le crisi dei debiti sovrani. Ma, per fare solo un esempio, come si fa a spiegare con uno o l'altro di quegli slogan l'esplosione dei debiti sovrani in Europa quando è del tutto evidente che l'apprezzamento o la svalutazione dell'euro, per non dire dello spread fra i titoli del debito tedesco e quelli del debito di altri paesi europei, dipendono dalla politica del governo germanico? Riflettere sullo scritto di Gramsci può servire, quindi, ad attivare qualche difesa immunitaria contro quelle narrazioni o quanto meno a eliminare gli aspetti contraddittori di rappresentazioni in cui può capitare di ascoltare nello stesso discorso una ricostruzione puntuale del modo unilaterale e aggressivo in cui la Germania ha esercitato la sua leadership nell'Europa dell'euro fino a determinarne la crisi, e spiegazioni della crisi complessiva fondate su un presunto, fatale predominio

dell'economia sulla politica. C'è stato un breve periodo, durante il 2010, in cui le vicende dell'economia mondiale venivano rappresentate come guerra delle monete. Anche questa era una interpretazione inadeguata, ma almeno sollecitava le menti a domandarsi: quando è cominciata “la guerra”? Chi fa la guerra a chi? E come se ne può uscire? Insomma, era un modo di raccontare le vicende più vicino a una interpretazione storica e quindi al senso comune dei cittadini, che vorrebbero capire e non sentirsi oppressi dall'impotenza dinanzi a fantasmi indecifrabili come “l'economia che espropria la politica”, la “speculazione internazionale” che minaccia la sovranità degli Stati, e simili. Ma quel periodo è finito proprio quando quell'approccio avrebbe dovuto essere affinato per investigare la crisi dell'euro. Se il contrasto tra il cosmopolitismo dell'economia e il nazionalismo della politica era una chiave esplicativa delle crisi interne e internazionali della prima metà del '900, esso appare ancora più esplosivo in un periodo storico in cui la globalizzazione dell'economia mondiale è molto più estesa, le classi dirigenti imputabili di nazionalismo sono ben più numerose e al tempo stesso sono inclini a un”neomercantilismo continentale” piuttosto che al nazionalismo politico o economico tradizionale. La chiave di lettura dei loro comportamenti potrebbe quindi ricavarsi dalla ricostruzione dei loro successi e dei loro fallimenti nel governare le interdipendenze e le asimmetrie di potenza che caratterizzano la struttura del mondo a datare da quarant'anni. Non mi pare proponibile, invece, il paragone fra la crisi odierna e


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quella del '29 sotto altri aspetti. Il primo è che i paesi protagonisti del conflitto economico mondiale di allora potevano ricorrere alla guerra mentre, per il bene dell'umanità, questa possibilità sembra oggi definitivamente preclusa. Ma paradossalmente il numero maggiore dei partener dell'economia mondiale odierna rende ancora più imprevedibili la durata della crisi e le possibilità di accordi che generino un nuovo equilibrio mondiale stabile e progressivo come fu quello dei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Inoltre, un anno dopo aver scritto questo testo, Gramsci mise ordine fra le note dedicate all'”americanismo” e individuò nel taylorismo e nel fordismo le leve di un nuovo industrialismo, che avrebbe potuto espandersi mondialmente e sovvertire le strutture antiquate della vecchia

Europa. Poteva indicare, così, un nuovo modello di organizzazione delle masse e dell'economia che, diffondendosi nel mondo più sviluppato, avrebbe modificato e spostato più avanti quella contraddizione, con effetti incredibilmente progressivi. Non mi pare che nella crisi attuale si possa ravvisare nulla di paragonabile a cui potersi aggrappare. Molto più plausibile, invece, appare il raffronto con un altro aspetto dell'analisi gramsciana: l'enfasi sulla stabilità monetaria internazionale come soluzione della crisi dell'economia mondiale. E' l'elemento oggi evocato da quanti auspicano “una nuova Bretton Woods”. Naturalmente una moneta o un paniere di monete di riserva negoziato a livello mondiale non potrebbe coincidere con nessuna moneta nazionale e anche questo, insieme al numero degli

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attori e alle asimmetrie di potenza che originano le loro tensioni, non consente di prevedere se e quando si potrà raggiungere l'obiettivo. Si può osservare, incidentalmente, che le economie nord-atlantiche nel loro insieme costituiscono il più grande aggregato di risorse che potrebbero essere messe a disposizione di un nuovo ordine mondiale e sono la parte più integrata e interconnessa del globo. Ma non si vede come esse potranno concorrere a creare nuovi equilibri e una nuova stabilità dell'economia mondiale senza superare preliminarmente il dualismo fra euro e dollaro il cui antagonismo è forse la vera causa delle crisi parallele, americana e europea, dell'ultimo decennio.

Passato e presente. La crisi Quaderni del carcere, § 5, Quaderno 15. Antonio Gramsci

L

o studio degli avvenimenti che assumono il nome di crisi e che si prolungano in forma catastrofica dal 1929 ad oggi dovrà attirare speciale attenzione. 1) Occorrerà combattere chiunque voglia di questi avvenimenti dare una definizione unica, o che è lo stesso, trovare una causa o un'origine unica. Si tratta di un processo, che ha molte manifestazioni e in cui cause ed effetti si complicano e si accavallano.

Semplificare significa snaturare e falsificare. Dunque: processo complesso, come in molti altri fenomeni, e non «fatto» unico che si ripete in varie forme per una causa ad origine unica. 2) Quando è cominciata la crisi? La domanda è legata alla prima. Trattandosi di uno svolgimento e non di un evento, la questione è importante. Si può dire che della crisi come tale non vi è data d'inizio, ma solo di alcune «manifestazioni» più clamorose che vengono identificate con la crisi, erroneamente e tendenziosamente. L'autunno del 1929

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col crack della borsa di New York è per alcuni l'inizio della crisi e si capisce per quelli che nell'«americanismo» vogliono trovar l'origine e la causa della crisi. Ma gli eventi dell'autunno 1929 in America sono appunto una delle clamorose manifestazioni dello svolgimento critico, niente altro. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla, che volta a volta hanno fortuna in questo o quel paese, niente altro. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili. (Ciò mostrerebbe che è difficile nei fatti separare la crisi economica dalle crisi politiche, ideologiche ecc., sebbene ciò sia possibile scientificamente, cioè con un lavoro di astrazione). 3) La crisi ha origine nei rapporti tecnici, cioè nelle posizioni di classe rispettive, o in altri fatti? Legislazioni, torbidi ecc.? Certo pare dimostrabile che la crisi ha origini «tecniche» cioè nei rapporti rispettivi di classe, ma che ai suoi inizi, le prime manifestazioni o previsioni dettero luogo a conflitti di vario genere e a interventi legislativi, che misero più in luce la «crisi» stessa, non la determinarono, o ne aumentarono alcuni fattori. Questi tre punti: 1) che la crisi è un processo complicato; 2) che si inizia almeno con la guerra, se pure questa non ne è la prima manifestazione; 3) che la crisi ha origini interne, nei modi di produzione e quindi di scambio, e non in fatti politici e giuridici, paiono i tre primi

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punti da chiarire con esattezza. Altro punto è quello che si dimenticano i fatti semplici, cioè le contraddizioni fondamentali della società attuale, per fatti apparentemente complessi (ma meglio sarebbe dire «lambiccati»). Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l'internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del «nazionalismo», «del bastare a se stessi» ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della «attuale crisi» è niente altro che l'esasperazione dell'elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell'economia: contingentamenti, clearing, restrizione al commercio delle divise, commercio bilanciato tra due soli Stati ecc. Si potrebbe allora dire, e questo sarebbe il più esatto, che la «crisi» non è altro che l'intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l'intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi, immunizzandoli, sono divenuti inoperosi o sono scomparsi del tutto. Insomma lo sviluppo del capitalismo è stata una «continua crisi», se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano ed immunizzavano. Ad un certo punto, in questo movimento, alcuni elementi hanno avuto il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale.


Economia malata, alla radice della crisi

Sono allora sopravvenuti avvenimenti ai quali si dà il nome specifico di «crisi», che sono più gravi, meno gravi appunto secondo che elementi maggiori o minori di equilibrio si verificano. Dato questo quadro generale, si può studiare il fenomeno nei diversi piani e aspetti: monetario, finanziario, produttivo, del commercio interno, del commercio internazionale ecc. e non è detto che ognuno di questi aspetti, data la divisione internazionale del lavoro e delle funzioni, nei vari paesi non sia apparso prevalente o manifestazione massima. Ma il problema fondamentale è quello produttivo; e, nella produzione, lo squilibrio tra industrie progressive (nelle quali il capitale costante è andato aumentando) e industrie stazionarie (dove conta molto la mano d'opera immediata). Si comprende che avvenendo anche nel campo internazionale una stratificazione tra industrie progressive e stazionarie, i paesi dove le industrie progressive sovrabbondano hanno sentito più la crisi ecc. Onde illusioni varie dipendenti dal fatto che non si comprende che il mondo è una unità, si voglia o non si voglia, e che tutti i paesi, rimanendo in certe condizioni di struttura, passeranno per certe «crisi». (Per tutti questi argomenti sarà da vedere la letteratura della Società delle Nazioni, dei suoi esperti e della sua commissione finanziaria che servirà almeno ad avere dinanzi tutto il materiale sulla questione, così anche le pubblicazioni delle più importanti riviste internazionali e delle Camere

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dei Deputati). La moneta e l'oro. La base aurea della moneta è resa necessaria dal commercio internazionale e dal fatto che esistono e operano le divisioni nazionali (ciò che porta a fatti tecnici particolari di questo campo da cui non si può prescindere: tra i fatti c'è la rapidità di circolazione che non è un piccolo fatto economico). Dato che le merci si scambiano con le merci, in tutti i campi, la questione è se questo fatto, innegabile, avvenga in breve o lungo tempo e se questa differenza di tempo abbia la sua importanza. Dato che le merci si scambiano con le merci (intesi tra le merci i servizi) è evidente l'importanza del «credito», cioè il fatto che una massa di merci o servizi fondamentali, che indicano cioè un completo ciclo commerciale, producono dei titoli di scambio e che tali titoli dovrebbero mantenersi uguali in ogni momento (di pari potere di scambio) pena l'arresto degli scambi. È vero che le merci si scambiano con le merci, ma «astrattamente», cioè gli attori dello scambio sono diversi (non c'è il «baratto» individuale, cioè, e ciò appunto accelera il movimento). Perciò se è necessario che nell'interno di uno Stato la moneta sia stabile, tanto più necessario appare sia stabile la moneta che serve agli scambi internazionali, in cui «gli attori reali» scompaiono dietro il fenomeno. Quando in uno Stato la moneta varia (inflazione o deflazione) avviene una nuova stratificazione di classi nel paese stesso, ma quando varia una moneta internazionale (esempio la sterlina, e,

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meno, il dollaro ecc.) avviene una nuova gerarchia fra gli Stati, ciò che è più complesso e porta ad arresto nel commercio (e spesso a guerre), cioè c'è passaggio «gratuito» di merci e servizi tra un paese e l'altro e non solo tra una classe e l'altra della popolazione. La stabilità della moneta è una rivendicazione, all'interno, di alcune classi e, all'estero (per le monete internazionali, per cui si sono presi gli impegni), di tutti i commercianti; ma perché esse variano? Le ragioni sono molte, certamente: 1) perché lo Stato spende troppo, cioè non vuol far pagare le sue spese a certe classi, direttamente, ma indirettamente ad altre e, se è possibile, a paesi stranieri; 2) perché non si vuole diminuire un costo «direttamente» (esempio il salario) ma solo indirettamente e in un tempo prolungato, evitando attriti pericolosi ecc. In ogni caso, anche gli effetti monetari sono dovuti all'opposizione dei gruppi sociali, che bisogna intendere nel senso non sempre del paese stesso dove il fatto avviene ma di un paese antagonista. È questo un principio poco approfondito e tuttavia capitale per la comprensione della storia: che un paese sia distrutto dalle invasioni «straniere» o barbariche non vuol dire che la storia di quel paese non è inclusa nella lotta di gruppi sociali. Perché è avvenuta l'invasione? Perché quel movimento di popolazione ecc.? Come, in un certo senso, in uno Stato, la storia è storia delle classi dirigenti, così, nel mondo, la storia è storia degli

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Stati egemoni. La storia degli Stati subalterni si spiega con la storia degli Stati egemoni. La caduta dell'Impero Romano si spiega collo svolgimento della vita dell'Impero Romano stesso, ma questo dice perché «mancavano» certe forze, cioè è una storia negativa e perciò lascia insoddisfatti. La storia della caduta dell'Impero Romano è da ricercare nello sviluppo delle popolazioni «barbariche» e anche oltre, perché spesso i movimenti delle popolazioni barbariche erano conseguenze>«meccaniche» (cioè poco conosciute) di altro movimento affatto sconosciuto. Ecco perché la caduta dell'Impero Romano dà luogo a «brani oratorii» e viene presentata come un enigma: 1) perché non si vuole riconoscere che le forze decisive della storia mondiale non erano allora nell'Impero Romano (fossero pure forze primitive); 2) perché di tali forze mancano i documenti storici. Se c'è enigma, non si tratta di cose «inconoscibili» ma semplicemente «sconosciute» per mancanza di documenti. Rimane da vedere la parte negativa: «perché l'Impero si fece battere?», ma appunto lo studio delle forze negative è quello che soddisfa di meno e a ragione, perché di per sé presuppone l'esistenza di forze positive e non si vuol mai confessare di non conoscere queste. Nella questione [dell'impostazione storica della caduta] dell'Impero Romano entrano in gioco anche elementi ideologici, di boria, che sono tutt'altro che trascurabili.


Altri contributi


ALTRI CONTRIBUTI

Bankitalia: una riserva della Repubblica Natale D’Amico

è consigliere della Corte dei Conti

ormai un luogo comune quello secondo il quale la crisi che viviamo sarebbe nata nella finanza e si sarebbe poi trasmessa all'economia reale. Come tutti i luoghi comuni, si tratta di una ricostruzione dei fatti in sé discutibile. Sul piano empirico, perché il crollo delle quotazioni degli strumenti finanziari – in primis le asset-backed securities – è stato preceduto dal crollo dei prezzi di assets reali – in primis il prezzo degli immobili. Sul piano teorico, almeno 142

per chi abbia a mente la definizione di Lord John Maynard Keynes secondo il quale le economie moderne sono economie monetarie basate sul credito, perché è virtualmente impossibile distinguere le cause finanziarie di una crisi dalle cause reali. Ma tant'è; in ogni caso, non v'è dubbio che la crisi che viviamo sia anche, almeno anche, una crisi finanziaria; una crisi nel corso della quale alcune istituzioni finanziarie fra le più importanti del mondo han finito per essere o statizzate o addirittura cancellate dal mercato; in cui


ALTRI CONTRIBUTI molte altre hanno pericolosamente traballato; in cui la sfiducia ha prosciugato come raramente si era visto il mercato interbancario; in cui molti titoli di società finanziarie, banche, assicurazioni, gestori del risparmio, hanno lasciato sul terreno una porzione enorme del loro valore precrisi. A livello globale una serie di istituzioni sono in prima linea nel tentare di contrastare la crisi, di attenuarne gli effetti “reali”, di ricostruire le condizioni di fiducia e di approntare sistemi di regole e strutture patrimoniali degli intermediari che rendano meno probabile in futuro il ripetersi di simili condizioni di stress. Fra queste istituzioni, e certamente non fra le meno importanti, vi sono la Banca Centrale Europea e la neo-costituita European Banking Authority. Entrambe sono presiedute da italiani, rispettivamente Mario Draghi e Andrea Enria. Entrambi provengono dalla Banca d'Italia. Con il che la nostra banca centrale ha espresso le persone che ricoprono le due principali posizioni di cui nostri connazionali siano investiti a livello internazionale. Tutto ciò in un contesto generale di crisi di fiducia che si fa particolarmente critica proprio per il nostro Paese, come testimonia il livello del tasso di interesse inusitatamente elevato dei nostri titoli sovrani. Si può dunque dire che Draghi ed Enria sono stati chiamati a rivestire queste importantissime posizioni “nonostante” la crisi di sfiducia che investe il nostro Paese; certamente partendo da caratteristiche personali del tutto speciali; ma anche giovandosi del prestigio – anche internazionale – dell'istituzione dalla quale provenivano, e che era in grado di superare l'handicap costituito dalla crisi di sfiducia che ha investito l'Italia.

C'è di che riflettere. Come pure c'è da riflettere sul fatto che già in numerose occasioni – senza andare troppo indietro si pensi soprattutto ai Governi Ciampi e Dini – il Paese, di fronte al “blocco” della politica, cioè alla sua incapacità di adottare misure ritenute comunque necessarie per fronteggiare situazioni di emergenza, ha fatto ricorso a misure non ordinarie, comunque inusuali nel mondo, cioè ha affidato funzioni di guida del governo ad alti esponenti della banca centrale. Nello stesso Governo Monti, a prescindere dal rapporto sempre intenso, anche se spesso dialettico, fra il Presidente del Consiglio e la Banca df'Italia, sono presenti esponenti di spicco (il Ministro Barca, il sottosegretario Ceriani), che hanno svolto la gran parte della loro attività professionale nella nostra banca centrale. In questo senso gli esempi sono innumerevoli. Soprattutto se si allarga lo sguardo dagli esponenti di vertice della Banca d'Italia, quelli provenienti dal Direttorio, a esponenti che hanno lasciato la Banca prima di accedere al vertice, e che hanno svolto o tuttora svolgono ruoli importanti nella politica, nell'alta amministrazione, ovvero alla guida di importanti rappresentanze di interessi. Vien quindi da chiedersi: ma quali sono le caratteristiche, le prassi, gli ideali, la “cultura aziendale” che hanno trasformato la nostra banca centrale in una sorta di “riserva della Repubblica” alla quale attingere, molto più che altrove, e molto di più di quanto avvenga in altri Paesi a noi consimili, nelle condizioni di emergenza? E queste caratteristiche sono riproducibili, e a che condizioni ? Una risposta compiuta a queste difficili domande non può prescindere da un attento esame della ampia bibliografia1

_______________________________ 1. Molta di questa bibliografia è citata nel bel libro di Alfredo Gigliobianco, “Via Nazionale – Banca d'Italia e classe dirigente. Cento anni di storia”, Donzelli Editore, 2006. 143


ALTRI CONTRIBUTI prodotta sul tema. Ma non è certo questa la sede per ripercorrerla. E' qui solo possibile estrapolare alcune di queste caratteristiche, tentando di isolare quelle maggiormente riconducibili a quell'effetto “riserva della Repubblica” di cui si diceva. Anzitutto occorre sgomberare il campo da un equivoco: quelle caratteristiche non risiedono nell'aderenza della Banca d'Italia o dei suoi principali esponenti a una particolare “scuola economica”. E' pur vero che – per larga parte di questo dopoguerra – è esistita una qualche relazione speciale fra la Banca d'Italia e “le due Cambridge”; e che, volendo a posteriori ricostruire la teoria economica nell'ambito della quale collocare in prevalenza l'attività di ricerca di molti esponenti della Banca, non è difficile rintracciarne i legami con le teorie Keynesiane, in particolare con quella che fu detta “la sintesi neoclassica”. Ma questa ispirazione ideale era quella al tempo prevalente nella gran parte delle banche centrali del mondo sviluppato; e comunque anche in Banca d'Italia non furono affatto escluse eccezioni. In fin dei conti, quando la stagflazione degli anni '70 fece emergere quella che fu detta “nuova macroeconomia neoclassica”, con la rinata attenzione al formarsi di aspettative dette “razionali”, la Banca d'Italia non tardò a dar spazio alle nuove teorie (che in molti casi erano la riemersione di teorie risalenti nel tempo). Quindi non è negli schemi teorici, nella scuole di pensiero che possiamo rintracciare quelle caratteristiche che cerchiamo. È invece più produttivo di risultati un tentativo che affronti la questione del metodo. Il che ci riporta alla figura che forse più di ogni altra ha influenzato la Banca d'Italia per come essa

è, cioè a Paolo Baffi. Fu infatti Paolo Baffi più di ogni altro, in una lunga vita vissuta in Banca d'Italia per oltre mezzo secolo, fino diventarne il primo Governatore di origine interna, a impostare un metodo attento alla evoluzione della ricerca teorica, ma altrettanto attento a confrontarne i risultati con una evidenza empirica “scientificamente” raccolta, costantemente aggiornata e arricchita. Quel metodo è dunque costituito dalla stretta interrelazione, dal continuo confronto fra la ricerca teorica e la verifica empirica. Entrambe piuttosto estranee2 alle tradizioni delle principali burocrazie nazionali. Un metodo che può basarsi sui rigidi criteri di selezione, incentrati su concorsi pubblici molto selettivi, sempre praticati dalla Banca. Un primo corollario di questo metodo è stato costituito da quel che in una parola possiamo chiamare “rigore” (e qui il riferimento al breve ma determinante governatorato di Luigi Einaudi è d'obbligo): i riferimenti teorici non sono ammessi se non attentamente e faticosamente studiati; l'evidenza empirica non viene costruita alla ricerca di conferme dei propri assunti teorici, bensì alla ricerca delle ben più produttive falsificazioni, della messa in discussione dei punti di partenza. Chi scrive ebbe il piacere di seguire nella seconda metà degli anni '70 il corso di Storia e Politica Monetaria dell'allora Governatore Paolo Baffi presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Roma. Ebbe modo di sperimentare quanto fosse faticoso quel rigore. In tempi nei quali il rapporto degli accademici con i discenti era molto improntato all'accondiscendenza, non vi era in Baffi alcuna accondiscendenza verso i suoi allievi. Richiedeva loro lo stesso

_______________________________ 2. Seppure con notevoli eccezioni: si pensi a Pasquale Saraceno e alla sua capacità di porre la politica di intervento nel Mezzogiorno sulla frontiera della ricerca teorica. 145


ALTRI CONTRIBUTI “rigore” che egli applicava ad ogni sua argomentazione, a ogni sua lezione. Le risposte alle domande degli studenti a volte risultavano addirittura urticanti; erano sostanzialmente del tipo “pensi bene prima di parlare” e soprattutto “studi bene prima di parlare”. Fu allora di conforto verificare come quel suo atteggiamento fosse il medesimo quando si rivolgeva ai giovani ricercatori del servizio studi della Banca che spesso portava con sé a lezione, perché illustrassero i risultati delle proprie ricerche. E alla prima reazione di rigetto seguì invece nei suoi studenti la gratitudine per esser trattati, in molti casi per la prima volta, come persone adulte. Certo, il contrario di quella “liceizzazione” dell'Università italiana che in quegli anni si avviava e che non si è più interrotta. E vi è anche un secondo corollario di quel metodo, forse ancora più rilevante ai nostri fini. Se il confronto all'interno della Banca d'Italia avviene pubblicamente, sulla base di riferimenti teorici fondati e di evidenza empirica attentamente vagliata, senza spazio per diplomatismi e approssimazioni, da quel confronto segue anche un generale riconoscimento delle capacità di ciascuno; in qualche modo, il meccanismo di avanzamento interno, di selezione dei dirigenti di grado più elevato, è conseguenza di quel metodo e di quel riconoscimento generale. Da qui il criterio del “merito”3; e da qui la gelosa tutela dell'autonomia dell'Istituto, il merito essendone il primo presidio. Un successivo Governatore della Banca d'Italia, assurto alle massime responsabilità repubblicane, spiegò un giorno a chi scrive: lo Statuto della Banca mi dà la facoltà di scegliere in solitudine i massimi dirigenti, e senza

bisogno di motivare la scelta; ma io so che posso compiere la scelta nell'ambito delle tre o quattro persone che gli altri all'interno della Banca - i loro superiori, i loro colleghi, i loro sottoposti - ritengono adeguati alla funzione; se scegliessi fuori da quella cerchia ristretta, finirei per distruggere la motivazione degli altri; prima o poi cercherebbero altrove la propria fonte di legittimazione e di avanzamento; l'autonomia della Banca non sopravviverebbe. Sembrano ingredienti semplici: interazione fra ricerca teorica ed analisi empirica, severe selezioni in ingresso, “rigore”, “merito”, “autonomia”. Semplici se non fosse che a questi si aggiunge la storia. In termini di moderna teoria dei giochi, si direbbe che si aggiunge un “gioco con interazione strategica”: ciascuno sa che sulla base della sua capacità di studio della teoria e dei dati, sulla sua capacità di legarli fra di loro con onestà intellettuale e di costruire su di essi argomentazioni rigorose sarà giudicato; chi sta al gioco, e si crea una reputazione, sarà premiato; gli altri saranno esclusi dai livelli di maggiore responsabilità, o si autoescluderanno. Ma il gioco deve appunto prevedere interazione strategica, deve essere ripetuto; ciascuno impara perché ha visto la “reputazione” costruita da chi lo precede premiata, e le defezioni (approssimazioni, dati costruiti ad hoc per confermare la propria tesi, e simili) sanzionate. Come ben si comprende, una “cultura aziendale” non facile da trapiantare, e forse ancor meno da innestare su culture già stratificate in altre branche della amministrazione pubblica. Il che non è un buon motivo per non cominciare.

_______________________________ 3. Cfr. Luigi Guiso, “Una cultura chiamata Bankitalia”, in Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2011 146


ALTRI CONTRIBUTI

Piccola nota sul cattolicesimo politico Alberto Melloni

Fondazione per le Scienze religiose Giovanni XXIII

lla fine, forse, canterà il gallo: e i tanti dinieghi su una riorganizzazione del cattolicesimo politico, con rimpianti orientati verso sezioni diverse della dc, produrranno quello che qualche vescovo chiama già il partito del 12%. Un partito che vorrebbe poter decidere quale sarà dei due schieramenti maggiori a governare e che alla fine, finché non si tornerà a riflettere teologicamente sul nodo della responsabilità propria e di chi serve il proprio paese o il proprio

continente nella politica, finirà per trovare nella spregiudicatezza moderata di ogni destra qualcosa di più attraente di quello che offre il riformismo nevrotizzato della sinistra. E ingabbierà la chiesa in una posizione che la rende sempre più afona davanti alla condizione delle persone e a alle attese dell'umano. Quando il gallo canterà -- e qualche schiarirsi d'ugola è già arrivato -- questo minicattolicesimo politico praticherà uno degli sport più praticati in Italia e di cui già si vedono all'orizzonte nuovi campioni: quello dell'autoassoluzione. Il rapporto 147


ALTRI CONTRIBUTI organico stabilito con il berlusconismo, con i partiti e le correnti che ne sono state espressione, il sostegno dato e quello richiesto, l'indulgenza e l'adulazione che hanno fatto credere che si potesse ottenere da Arcore una sorta di nazionalcattolicesimo appena più scollacciato del dovuto verrà cancellato, come fosse un nulla: e per converso l'antagonismo antiprodiano -- da quello banalmente ideologico che almeno Berlusconi ha sempre recitato con convinzione fino a quello sottilissimo di cui è stato protagonista il presidente della Cei e braccio una ristretta cerchia di firme -apparirà come un atto dovuto, un semplice assecondare la debolezza della cose alla quale attribuire il naufragio dei due esperimenti guidati dal professore bolognese.

politici colpevoli del disastro, i fabbricatori di allarmi e di falsi, ha eroso davvero le istituzioni. E riattivare una fiducia democratica non può essere l'ennesimo compito delegato al Quirinale, sperando che san Giorgio ammazzi anche il drago del qualunquismo, della insofferenza, della tensione sociale, della disperazione giovanile. Se in Italia, dopo questa stagione postdemocratica, si riattiverà una dialettica democratica autentica -- foss'anche quella di una grande coalizione tripartisan -- ciò accadrà perché i partiti sapranno riprendere il loro ruolo di ascolto della società, di selezione della classe dirigente, di somministratori di verità amare. E lì si vedrà quanto grande sia stata la responsabilità o il merito della chiesa. Perché da circa trent'anni - dopo Moro,

Riattivare una fiducia democratica non può essere l'ennesimo compito delegato al Quirinale, sperando che san Giorgio ammazzi anche il drago del qualunquismo, della insofferenza, della tensione sociale, della disperazione giovanile E per come è fatta l'Italia tanta autoindulgenza, tanta miopia sarà perdonata; o anzi corteggiata perché in politica contano i numeri. E i numeri dicono che in Italia non c'è un prete che sposti un voto: ma per poterselo dire, per giudicare di ciò che la chiesa fa, serve una leadership e una conoscenza profonda di quel mondo che oggi fra i politici o manca o non interessa o entrambe le cose. Poco male, si dirà nella sinistra italiana: in fondo congelandosi un poco anche l'inverno del nostro discontento, di cui Monti è la forzosa insegna, si muterà shakespearianamente in una gloriosa estate. Speranza avventata: perché l'odio per i 148

per farla corta - la chiesa italiana ha vagato alla ricerca di un mestiere, avendo rinunciato al suo, che è quello di formare delle coscienze: anzi, quando si è trovata davanti qualche coscienza da lei formata bene e dunque solida, convinta di dover decidere prendendosi delle responsabilità e senza invocare necessità storiche o soggetti collettivi d'improbabile decifrazione (al netto degli errori di staffing, non era questa la cosa che rendeva Prodi odioso ai vescovi?) - ha avuto come un moto di orrore, e s'è subito precipitata a censire chi era disposto a sparlare dei vescovi in privato, ma a era altrettanto pronto ad ossequiarli in qualche “day”. Forse prima,


ALTRI CONTRIBUTI ma senz'altro nel ventennio ruiniano questa è stata la scommessa della chiesa: poter far a meno della formazione delle coscienze per concentrarsi nel rapporto col potere, ovvero, adottando lo slogan ciellino della emergenza educativa, far credere che quella vocazione prima - l'umanizzazione dell'uomo senza la quale non c'è theosis potesse essere evasa da qualche soldino in più, privilegiucci, comandi, appalti, concessioni e avanti avanti lungo una via che porta un disdoro che non si smacchia nemmeno col centuplo dei soldi guadagnati. E se non fosse stata autoevidente la triste storia di don Verzé e della tanta stima che il più inodore degli argomenti gli ha saputo guadagnare aggiunge la prova regina che convincerebbe anche i più scettici.

Il bipartitismo italiano è imperfettissimo nei suoi componenti: dal lato conservatore, la logica proprietaria del partito non ha fatto il gioco dei conservatori, che oggi devono domandare ai tecnici le cose che non hanno saputo fare; dal lato progressista, l'autoipnosi delle primarie (che funzionano solo quando non servono) non ha giovato ai riformisti che devono sperare di avere una chance più limpida di quella “ma-anchista” che ha costretto elettori di un collegio innocente a votare Scilipoti in onore di Di Pietro; e nel centro, la logica della matrioska (un terzo polo, con tre leader, ciascuno dei quali ha tre vice, ecc. ecc.) crea uno stato di frammentarietà che non annuncia niente di buono. Ma il compito della chiesa come comunità e come serbatoio di idee non è quello di

Il compito della chiesa come comunità e come serbatoio di idee non è quello di immaginare alchimie, ma di dirsi e di dire se in ciascuno di questi schieramenti possono stare dei credenti capaci di pensare politicamente La chiesa di Bagnasco e di Bertone, con la concorrenza fra due visioni certamente antagoniste anche se non è facile dire il perché, avrebbe potuto concorrere altrimenti a questa fase di ricucitura del paese, aver le carte in regola per dire parole sagge e non autoindulgenti: il fatto che abbia dovuto consegnare al Quirinale desiderata tutt'altro che sorprendenti e che abbia dovuto accettare il downgrade del proprio ticket, è un segno che l'arroganza debole che il ruinismo ha consegnato al futuro dell'Italia richiederà molto tempo per essere mutata in una autorevolezza dolce e severa. Che non verrà dal sogno di un partitino cattolico che nemmeno a chi in quella esperienza s'è fatto le ossa pare piacer poi tanto.

immaginare alchimie, ma di dirsi e di dire se in ciascuno di questi schieramenti possono stare dei credenti capaci di pensare politicamente. Senza astuzie per carpire un beneplacito su temi etici sui quali o ci sono leggi che nessuno vuol toccare o ci sono vuoti che nessuno vuol colmare o ci sono prassi che delle leggi fatte e non fatte se ne infischiano. Ma con la serietà di chi sa che lo Stato può essere sì il moloch dal quale difendere la persona: ma nella democrazia che abbiamo costruito sulle macerie di una guerra ormai pericolosamente lontana è anche lo strumento nel quale mostrare la convinzione che essere il sale della terra non impone di sognare che diventi una saliera. 149


ALTRI CONTRIBUTI

Ancora sulla sussidiarietà: noi (e Dossetti) non siamo statalisti Enzo Balboni

insegna Diritto costituzionale presso l’Università Cattolica

opo gli interventi nel forum di discussione è, per adesso, sufficiente attenersi al nucleo essenziale del nostro tema ribadendo la novità politica e costituzionale inserita nel Titolo V, là dove viene chiesto agli enti pubblici territoriali, dallo Stato ai Comuni, di favorire l'autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività d'interesse generale. Ed è a questo proposito che l'art 118, 4° comma, menziona il principio di sussidiarietà, che agisce dunque come criterio sufficiente per l'esercizio di attività amministrative al di fuori del novero degli enti politici. Beninteso tali attività, che usualmente si muovono nei settori dell'istruzioneeducazione, assistenza e tutela della salute (ma non c'è un elenco tassativo) debbono svolgersi nel quadro delle regole che sono

proprie di ogni attività avente carattere generale. Chi prende l'iniziativa se ne assume oneri, benefici e responsabilità, perché anche le azioni che nascono da un libero convincimento, e sono espressione del c.d. privato-sociale, debbono entrare, per così dire, nella sfera pubblica dell'amministrazione e gestione di quei servizi che hanno per destinatari i cittadini, accettandone i caratteri basilari .Questi vanno dalla limpida declaratoria dei fini, alla trasparenza e onestà dei mezzi, cioè delle strutture di ciò incaricate, per proseguire con la pubblicità delle procedure, la controllabilità delle azioni concretamente svolte, la non discriminazione e almeno tendenziale universalizzazione del servizio reso alla cittadinanza(alla quale, come è noto, sono equiparati per molti servizi pubblici i non cittadini, sia dell'Unione europea che extracomunitari). Queste regole, ed altre correlate che

L’ attività dei privati agenti in sussidiarietà non sarebbe, a mio avviso, concepibile e meritevole di apprezzamento se non evidenziasse robusti e qualificati apporti di tipo volontario e gratuito che consentano di abbassare i costi 151


ALTRI CONTRIBUTI adesso non posso dettagliare, sono quelle che giustificano il contributo parziale alle spese di funzionamento che i soggetti del privato-sociale – evidentemente in condizione di parità con gli altri operatori offerenti un servizio simile e provvisti dei medesimi requisiti, e dunque in gara trasparente – possono richiedere a titolo di sgravio delle spese che verrebbero altrimenti sostenute dalle amministrazioni .Tali spese sono, di regola, maggiori per gli enti pubblici, dal momento che l' attività dei privati agenti in sussidiarietà non sarebbe, a mio avviso, concepibile e meritevole di apprezzamento se non evidenziasse robusti e qualificati apporti di tipo volontario e gratuito che consentano di abbassare i costi.

distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che è statale. Forse l'uditorio al quale dovrebbe rivolgersi è rappresentato dai liberisti ad oltranza - alla Ostellino o alla G.Alvi – piuttosto che dagli statalisti matricolati – alla Ferrero e rifondatori vari – ma forse ne verrebbero toccati, non certo sul piano degli immacolati princìpi bensì su quello delle pratiche quotidiane, anche gli amici di CL (pardon della Compagnia delle Opere) se solo sostituissimo la qualificazione statale con regionale (o almeno ciò pare valere sotto il bel cielo di Lombardia). Anzi, per marcare una nostra vittoria ideologica, non resisto all'idea di citare Massimo D'Alema, che, all'esito deludente della sua Grande Occasione, scrisse nel 1997, nel libro così intitolato, un elogio del

Tutti – enti, associazioni, imprese,autonomie sociali e cittadini – concorrono, ciascuno con un proprio ruolo allo svolgimento di attività con modalità pubblica perché sono tutti soggetti costitutivi della Repubblica Questo è peraltro il significato autentico di quel subsidium afferre che discende dai venerabili testi ecclesiastici , ma già Dossetti lo aveva attualizzato, nel famoso o.d.g. all'Assemblea costituente, prevedendo una scala ascendente delle comunità intermedie che, sulla base dei principi di adeguatezza e di efficienzaefficacia, non poteva che contemplare lo Stato come realtà politica e amministrativa di ultima istanza (“…e quindi per tutto ciò in cui quelle comunità non bastino, nello Stato”). È precisamente questo il punto di dissenso rispetto alle argomentazioni di Armillei, il quale non vorrà insegnare ai dossettiani (è per me un onore vedermi assegnato questo titolo) la scontatissima 152

pensiero cattolico-democratico ritenuto capace di reinventare una nozione di pubblico diversa da quella di statale per il fatto di assumere un “ significato analogo a quello di funzione di garanzia, di indirizzo e di controllo che non coincide affatto con la gestione diretta da parte dello Stato” (p.74). Ripeto: non vi è nulla di particolarmente innovativo rispetto al testo costituzionale del 1948, che già contemplava il diritto dei privati di istituire scuole e università, di dar vita ad opere assistenziali e di svolgere attività in campo sanitario (quest'ultima, la più rilevante dal punto di vista quantitativo, per il combinato disposto degli articoli 32 e 41 e della legge del 1978 istitutiva del servizio sanitario nazionale) dando corpo e vitalità al


ALTRI CONTRIBUTI principio che tutti – enti, associazioni, imprese,autonomie sociali e cittadini – concorrono, ciascuno con un proprio ruolo allo svolgimento di attività con modalità pubblica perché sono tutti soggetti costitutivi della Repubblica. Ovviamente, ogni organismo opererà sulla base di autonome giustificazioni, che saranno di tipo doveroso per gli enti politici, a partire dallo Stato fino al più piccolo Comune, e frutto invece di libera scelta per i privati, sia di coloro che sono spinti da una motivazione for profit sia di coloro che sono animati da uno spirito not for profit. Va però sottolineato che entrare nelle rete pubblica (si ripete: non statale) di un servizio esige il soddisfacimento di quelle regole di parità formale e sostanziale alle quali prima accennavo, che non consentano situazioni di vantaggio o di favore per nessuno, di fronte all' inevitabile potere discrezionale in capo a coloro che, sul piano amministrativo, gestiscono risorse che saranno sempre scarse, sia rispetto ai bisogni che al numero dei potenziali offerenti: il che impone di scegliere tra costoro alzando al massimo il livello di pubblicità , trasparenza e controllabilità. Non disponiamo, a questo riguardo di studi e ricerche indipendenti e di dati certi o almeno attendibili che attestino di una amministrazione e gestione che, in questo settore sensibile e facilmente attaccabile dai particolarismi, deve essere trasparentissima e specchiatissima, avvalendosi di verifiche ex ante (sull'effettivo possesso dei requisiti per l'accreditamento, ad es.) e di controlli ex post (sull'efficienza ed efficacia della gestione) che valgano a schiarire le opacità che avvolgono il nostro campo di osservazione, per dissolvere i dubbi di una conduzione che finisca per premiare gli amici e i soliti noti.

Tornando adesso alla piccola disputa ideologica che si manifesta nel forum, sono d'accordo con le argomentazioni svolte per ultimo da Filippo Pizzolato, la cui messa a punto dell'idea di sussidiarietà non solo è in linea con quanto da me sostenuto, ma arricchisce il dibattito facendolo alzare dal basso livello degli slogan a quello, che gli è proprio, di uno tra i principi ordinatori di una Repubblica democratica costruita sulla base del pluralismo delle opinioni e dei soggetti abilitati a perseguire il bene comune. Ciò detto, prendo spunto da Franco Monaco che, senza tanti infingimenti, dichiara che il principio di sussidiarietà è di tipo regolativo e va “orientato e subordinato a un fine che lo trascende” e prosegue spingendosi a postulare “un sano e virtuoso interventismo”. Siamo, ovviamente, in piena ortodossia costituzionale, supportata letteralmente dal basilare art.2, che, affermando lo sviluppo della persona, non può non alludere a soggetti che si prendono – si debbono assumere - la responsabilità di promuoverlo in maniera efficace (in primis, dunque, lo Stato con le sue leggi e le sue amministrazioni). C'è, inoltre, l'altrettanto fondamentale art.3, che assegna alla Repubblica (di nuovo, per primo, allo Stato e ai suoi organi) il compito infinito di perseguire l'eguaglianza sostanziale e la partecipazione dei lavoratori a tutti gli aspetti della vita del Paese. Si deve poi fare riferimento, in modo specifico, agli art. 41, dove si parla di fini sociali che indirizzano la pur libera iniziativa economica privata, e 42 dove viene evocata, addirittura, la funzione sociale della proprietà. Siamo tutti adulti e vaccinati per non ignorare che la Costituzione, essendo figlia dei suoi tempi, usa un linguaggio che può apparire datato, ma solo – ed 153


ALTRI CONTRIBUTI eventualmente – perché sembra omettere quella parte che può riassuntivamente essere denominata di tutela del mercato concorrenziale, che è poi entrata anche formalmente nei nostri testi attraverso l'adesione alla Comunità europea. Essa fa di quel principio e dei suoi corollari una delle architravi della nostra convivenza civile, la quale, tuttavia, non per questo richiamo, potrebbe ignorare gli obblighi di solidarietà e coesione sociale. Ma il cenno di Monaco, che volentieri faccio mio, non poteva non attirarsi gli strali di una certa opinione che non esito a definire cripto-liberale e, forse, criptoagnostica, ben rappresentata, sia pure per scorci e baleni da Giorgio Armillei, che ci accusa di una forma speciale di dossettismo statocentrico, per il fatto che sosteniamo che allo stato (rigorosamente con la lettera minuscola) “spetta comunque una funzione di sintesi della dinamica sociale”. Inevitabile è, a questo proposito, il richiamo di un testo eretico per gli orecchi ultraliberali : la mitica Relazione del 1951 ai giuristi cattolici che, bontà sua, il nostro commentatore trova “non priva di accenti statalisti comuni a posizioni consistenti della sinistra socialdemocratica”. Armillei concede che la sussidiarietà dossettiana “nasce in un orizzonte pluralistico ed esprime la precedenza dei diritti della persona rispetto allo stato”. Ma ciò non lo appaga perché, perfidamente e senza dimostrazione alcuna (salvo la citazione di un'improbabile riga di Scoppola avulsa da ogni contesto), afferma che Dossetti “finisce con l'affidare allo stato il soddisfacimento di quei diritti”. La frase finale dell' argomento armilleo, dettata per infilzare il drago cattocomunista, è tale da non ammettere repliche : per Dossetti “è' lo stato il curatore di ultima istanza del bene comune”. Siamo alla fiera delle ovvietà, 154

perché mi domando cosa mai il nostro interlocutore voglia dimostrare. Se non ci fosse al vertice – ma solo alla sommità – della scala delle autorità e responsabilità pubbliche una “ organizzazione politica per la decisione”(normalmente chiamata Stato), dotata al tempo stesso del potere e del dovere di intervenire e di agire per il bene comune, (ovvero per l'interesse generale, se piace di più un lessico laico), a chi potranno rivolgersi i cittadini quando abbiano a reclamare un riconoscimento e la tutela dei loro diritti – magari davanti ai giudici, tutti e solo statali, o alla Corte costituzionale - o vogliano chiedere l'avvio di nuove politiche nel segno del progresso/sviluppo, attraverso la legislazione ovvero l'amministrazione pubblica? Cosa possono fare : si iscrivono a CL o prendono la tessera dell'ARCI o di una Coop? Per concludere, la qualità di agente di ultima istanza spettante allo Stato non è una chimera o un sortilegio del supposto statalismo dossettiano, anche se è vero che Dossetti nel discorso citato (più famoso che capito) esortava con forza i cattolici a “ non aver paura dello Stato!”, quando costoro già si avviavano, purtroppo, a concupirlo e ad occuparlo nei suoi gangli centrali e periferici. Vorrei, per finire, stendere un velo pietoso sui paradigmi della sinistra (?) modernizzatrice che Armillei, con molta buona volontà, individua nei new democrats (ma chi sono? quanti sono? e soprattutto cosa predicano?) e nel labourismo non socialista che, ormai deprivato della luminosa guida tonyblairiana, pare invitato a seguire l'ardimentosa scia della Big Society tracciata dal capo dei conservatori David Cameron. Se sono queste le politiche che ci vengono indicate come moderne ma anche vincenti, allora non siamo messi bene.


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Economia malata, alla radice della crisi - Tamtàm Democratico n°5