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DESIGN+

ISSN 2038 5609 - "Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale D.L.353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n° 46) art.1 comma.1 - CN/BO”

RIVISTA DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI, PAESAGGISTI E CONSERVATORI DI BOLOGNA

La prima opera architettonica di Arnaldo Pomodoro Mass Studies progetta il nuovo headquarter della Daum

URBANPROMO A BOLOGNA

Il Centro turistico e d’informazione culturale a Tokyo Isozaki e Maffei progettano la nuova biblioteca di Maranello

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DESIGN + Iscritta con l’autorizzazione del Tribunale di Bologna al numero 7947 del 17 aprile 2009

Direttore Editoriale Alessandro Marata Direttore Responsabile Maurizio Costanzo Caporedattore Iole Costanzo Coordinamento di Redazione Cristiana Zappoli Art Director Laura Lebro Redazione Alessio Aymone, Emiliano Barbieri, Nullo Bellodi, Federica Benatti, Mercedes Caleffi, Giuliano Cirillo, Edmea Collina, Biagio Costanzo, Mattia Curcio, Silvia Di Persio, Antonio Gentili, Piergiorgio Giannelli, Andrea Giuliani, Giulia Manfredini, Stefano Pantaleoni, Luca Parmeggiani, Alberto Piancastelli, Duccio Pierazzi, Nilde Pratello, Claudia Rossi, Clorinda Tafuri, Luciano Tellarini, Carlo Vinciguerra, Gianfranco Virardi, Gabriele Zanarini Hanno collaborato Manuela Garbarino, Donatella Santoro Stampa Cantelli Rotoweb - Castel Maggiore (Bo) www.cantelli.net Finito di stampare in ottobre 2012

Via Saragozza, 175 - 40135 Bologna Tel. 051.4399016 - www.archibo.it

KOrE E D I Z I O N I

Via F. Argelati, 19 - 40138 Bologna Tel. 051.343060 - www.koreedizioni.it


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Pensieri Globali Andrea Dall’Asta Professore di Tecnica delle Costruzioni Antonella Giardina Direttore creativo Metaforma Design

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p.18 p.20

Segnali Una panca interattiva al MAXXI Unire/Unite è il progetto vincitore di YAP MAXXI 2012 di Urban Movement Design

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Nuovo Polo tecnologico p.26 Lo studio Gmp trasformerà l’ex Manifattura Tabacchi di Bologna in un complesso tecnologico Palazzo Branciforte Uno dei palazzi più antichi di Palermo restaurato grazie all’architetto Gae Aulenti

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p.28

Progetti Alta tecnologia e qualità di vita Progetto di Mass Studies

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Uno spazio amebiforme Progetto di Arata Isozaki e Andrea Maffei

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Dalla terra al segno Progetto di Arnaldo Pomodoro

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Una torre otto identità Progetto di Kengo Kuma

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Intersezione Avete detto paesaggio? IdentitĂ collettive e geometrie sacre

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Professional Service Rivestimenti originali con tecniche marocchine Design bolognese

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Anteprima Arte e design in mostra

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Premiazioni La seconda stella

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Broken table

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Dividere per unire

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Hangar

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Urbanpromo 2012 Rigenerazione urbana a Bologna

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Architetture in legno

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Cultura & Design Il Museo dell’arte applicata al mobile

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EDITORIALE

Prove di re-housing, re-working e altri mutamenti urbani È permesso avere il proprio spazzolino da denti? (Guida al cohousing, Kollektivhus NU)

Che le persone abbiano un grande bisogno di spazio pubblico, di contatto, di condivisione degli accadimenti della loro vita quotidiana oramai è un fatto accertato. Josep Acebillo, l'artefice della rigenerazione urbana di Barcellona, sostiene che questo è uno dei fattori più importanti e interessanti della trasformazione della città contemporanea. L'individualismo esasperato che ha caratterizzato gli ultimi decenni si sta finalmente incrinando. Mi piace pensare, illudermi, che non sia colpa solamente della crisi, ma che, invece, sia in fase di ridefinizione quel modo di concepire la vita che vede tra i principali valori positivi la velocità, l'efficienza e la produttività. Ad esempio Taleb Nicholas Nassim, in un suo saggio precedente il Cigno nero, pubblicazione che lo ha reso famoso e che da più parti viene definito uno dei libri che hanno cambiato il mondo, ha teorizzato sull'importanza dell'atto del camminare, anche lentamente, attività che consente di pensare, se sei solo, e di parlare, conoscere le persone, se sei in buona compagnia. I cohousers, termine intraducibile in italiano, sono tra coloro che certamente meglio interpretano questo modo di vivere, verso una nuova forma di convivenza, sia per quanto riguarda l'ambito abitativo che per quello del lavoro. Il co-abitare ed il co-lavorare fanno riferimento, ovviamente, ad una condivisione di spazi e attività che muovono da motivazioni economiche, etiche e sociali. Cito direttamente dalle schede orientative della Città di Torino - Informagiovani: “gli obiettivi principali del cohousing sono: instaurare rapporti stretti con i vicini di casa al fine di combattere e prevenire l’isolamento e l’emarginazione dell’individuo nel quartiere; stimolare il senso di appartenenza alla comunità e ai luoghi del vivere quotidiano; far prevalere l’importanza del benessere della collettività sulle divergenze e sui dissapori personali; favorire i processi di socializzazione e cooperazione tra le persone attraverso la condivisione di spazi, attrezzature e risorse; promuovere la collaborazione reciproca per ottenere più tempo libero, migliorando così la qualità della vita; praticare uno stile di vita sostenibile attraverso soluzioni mirate ad avere un risparmio energetico, una riduzione dell’inquinamento e, dunque, un minore impatto sull’ambiente; abbattere il caro vita attraverso la costituzione di gruppi di acquisto interni”. Il bisogno di condivisione della propria vita, la reazione agli aspetti negativi della globalizzazione, la ricerca di quel livello minimo di civiltà che Avishai Margalit definisce società decente, stanno dunque alla base di questa nuova visione della vita quotidiana. Jacopo Gresleri, curatore del convegno e della mostra che sta per aprire i battenti all'Urban Center di Bologna ci aiuta a capire me-

glio l'ambito sociale nel quale si collocano i cohousers: “Nato dall’idea di alleggerire le donne dal lavoro domestico e di cura, i cohousing si sono rapidamente radicati in una fascia sociale borghese e altamente istruita, con orientamenti politici progressisti e una vena utopista e ambientalista. Quasi tutti i “moderni” cohousing del XX secolo erano composti da professionisti, docenti universitari, scrittori, ricercatori, un preciso spaccato orizzontale della società. Oggi i cohousing vanno considerati una forma abitativa complessa che accomuna persone di formazione ed estrazione diversa, espressione trasversale della società contemporanea. I moderni cohousers sono medici, operai, impiegati, dirigenti, professionisti, artigiani, artisti, casalinghi, disoccupati, giovani coppie con o senza bambini, anziani soli o non, un microcosmo di persone comuni diversificato, ma unito da valori condivisi indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose o politiche. Prendersi cura di sé senza dimenticarsi dell’altro, condividere il proprio tempo a favore di un miglioramento dei rapporti interpersonali, di ricostituzione di legami non solo familiari, occuparsi di questioni ambientaliste, dal risparmio energetico alla riduzione dei consumi, sono espressioni del desiderio di realizzare una società diversa da quella in cui vivono dove non riescono a trovare risposte adeguate”. Per un architetto che ambisce a operare nell'ambito del cosiddetto design for all organizzare spazi di re-housing e re-working, in generale spazi per la collettività, rappresenta uno dei modi migliori per testare le proprie capacità progettuali in chiave di sostenibilità economica, sociale e ambientale. La città contemporanea nel mondo occidentale, in particolare in Europa e ancor di più in Italia, ha bisogno di essere ri-generata dal punto di vista delle funzioni, della viabilità ciclo-pedonale, della fruizione degli spazi pubblici, dell'accessibilità fisica e culturale, del rapporto tra pubblico e privato, della tolleranza, dell'integrazione e di tanti altri fattori. Ancora una volta all'architetto si chiede di essere in grado di dare risposte chiare e sicure per la soluzione dei problemi urbani. E ancora una volta, come sempre è accaduto nei cambiamenti epocali della società, l'architetto, il cui mestiere è portatore di grande responsabilità sociale, deve essere all'altezza, sia dal punto di vista tecnologico che da quello culturale, di essere un punto di riferimento per i cittadini, che sono i soli e veri detentori di doveri e diritti. Per tutti cittadini, nessuno escluso.

Alessandro Marata

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PENSIERI.GLOBALI

Andrea Dall’Asta

«L’Italia privilegia il cemento armato. Trascurando l’utilizzo di strutture in acciaio, che grazie a leggerezza e duttilità sono molto più resistenti al sisma»

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Quali ragioni hanno portato l’Italia, fino ai nostri giorni, ad avere un patrimonio edilizio realizzato in buona parte con metodi costruttivi tradizionali o comunque in cemento armato e non in acciaio?

L'Italia ha affrontato i cambiamenti dei processi costruttivi del secolo scorso provenendo da una tradizione basata su sistemi "ad umido" e questo ha determinato naturalmente un'evoluzione orientata a privilegiare il cemento armato rispetto ai sistemi a secco. A questa motivazione di carattere storico-culturale, si sono poi sovrapposte scelte di carattere politico ed economico che hanno trovato riflesso in un susseguirsi di norme tecniche che hanno limitato la diffusione del "sistema acciaio" in zona sismica. Un cambiamento significativo è arrivato solo nel recentissimo passato, grazie al DM 2008.

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Cosa rende le costruzioni in acciaio adatte a rispondere alle diverse sollecitazioni sismiche?

La leggerezza e la duttilità. L'azione sismica consiste essenzialmente in un'accelerazione e la conseguente forza che agisce sulla struttura è proporzionale alla massa. Tanto più una costruzione è leggera tanto meno la progettazione sarà condizionata dalle forze prodotte dal sisma. È utile ricordare che la massa della costruzione non dipende solo dalla massa della struttura, trascurabile nel caso dell'acciaio, ma anche dalla massa degli altri componenti che il progettista dovrebbe scegliere in coerenza. La duttilità misura l'ampiezza del campo di deformazione plastica che un sistema può sopportare senza rompersi. Gli attuali criteri di progetto delle costruzioni sono basati sull'idea che durante eventi sismici eccezionali la struttura possa plasticizzarsi in alcune zone con meccanismi tali da assicurare il sostegno dei carichi verticali. La plasticizzazione permette la dissipazione dell'energia ed assicura la sopravvivenza della costruzione. È evidente che sistemi strutturali basati su materiali molto duttili, come l'acciaio, risultino più vantaggiosi rispetto a quelli basati su materiali meno duttili, come cemento armato o muratura.

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Come rispondere a chi afferma che ci sono anche numerosi casi di strutture in acciaio che durante gli eventi sismici si sono danneggiate a causa di saldature eseguite male in cantiere o collegamenti bullonati fragili?

In Italia non mi risulta, problemi di questo tipo furono osservati 20 anni fa in USA ed è stato un utile insegnamento. In ogni caso è opportuno ricordare che i nostri criteri di progetto permettono di raggiungere gli stessi livelli di sicurezza per tutti i sistemi costruttivi. È ovvio che errori o mancanze in fase progettuale, durante l'esecuzione e nelle operazioni di controllo possono vanificare qualunque buona indicazione. Per quanto riguarda la saldatura in opera, ricorderei che il progettista dovrebbe organizzare sempre lo schema statico e il sistema di montaggio in modo da evitare saldature in cantiere. Il collegamento bullonato è solitamente dimensionato in modo da non determinare un punto di debolezza, a meno di errori.

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L’acciaio è sicuramente un materiale caratterizzato da notevole duttilità. Può la sola elevata capacità a deformarsi garantire oltre all’incolumità delle vite umane anche l’integrità degli edifici?

Questo è un aspetto importante della progettazione a volte trascurato. La duttilità del materiale è una risorsa iniziale che si traduce in duttilità di sistema solo se vengono utilizzate particolari regole di dimensionamento, indicate con il termine "capacity design". Tanto più si persegue una duttilità di sistema grande, tanto più saranno grandi le deformazioni plastiche della costruzione e il livello di danneggiamento. Questa considerazione vale per tutti i sistemi e le differenze dovrebbero essere valutate in termini di riparabilità della struttura e danneggiamento degli elementi non strutturali. Nel caso dell'acciaio valgono tre considerazioni importanti. Innanzitutto il progettista può scegliere valori di duttilità molto diversi, da 1 a circa 6-7, adottando tipologie strutturali differenti. Inoltre, la presenza di elementi specializzati per le azioni sismiche, ad esempio i diagonali dei controventi, concentra la deformazione plastica in pochi elementi facilmente accessibili e sostituibili. Infine, il danneggiamento delle componenti non strutturali è legato anche alla capacità delle connessioni di sopportare spostamenti relativi e considerevoli vantaggi si possono ottenere con sistemi di involucro collegati a secco. (di Alessandro Marata)

Si è laureato in Ingegneria Civile Edile presso l'Università di Ancona e poi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in "Meccanica delle Strutture" a Bologna. Dal 2000 è Professore in Tecnica delle Costruzioni presso l'Università di Camerino, Dipartimento di Progettazione e Costruzione dell’Ambiente. È membro della Commissione Sismica per le Costruzioni in Acciaio di Fondazione Promozione Acciaio. Ha pubblicato il libro “Edifici monopiano in acciaio ad uso industriale”.

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PENSIERI.GLOBALI

Antonella Giardina

«Desideri, sogni, valori vengono continuamente sollecitati dall’industria culturale, di conseguenza anche la nostra capacità di creare e progettare viene influenzata»

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Quanto "l'immaginario collettivo" influisce su ciò che vediamo, disegnamo, dipingiamo e fotografiamo?

Se con questa espressione intendiamo il prodotto della società postmoderna e della sua capacità tecnica e strategica di mettere in condivisione planetaria immagini, simboli, miti, narrazioni ed eventi, allora non possiamo che attribuire alla “questione delle influenze”, e della loro incidenza sui nostri pensieri, un ruolo davvero centrale. Per focalizzare questa centralità potremmo evocare l’immagine-modello del “serpente che si morde la coda” in analogia al quale la produzione di immaginari collettivi operata dall’industria culturale contiene già al suo interno la fiducia nella capacità d’influenza che tali immaginari esercitano sull’individuo; di conseguenza essi vengono rinnovati e continuamente riproposti in quanto garanzia stessa del sostentamento dell’intero sistema socio-politico, economico e finanziario. In una società come la nostra, che si nutre degli effetti ottenuti dalle sollecitazioni imposte ai nostri immaginari individuali (desideri, sogni, credenze, valori), è verosimile considerare anche creatività, progettualità e immaginazione allineate all’interno del complesso gioco delle influenze sociali.

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E quanto ciò che è stato dipinto, fotografato e disegnato ha influenzato il pensiero comune?

La questione delle influenze qui viene totalmente a ribaltarsi perché in un’ottica retrospettiva possiamo valutare l’incidenza che una certa immagine ha avuto sul pensiero comune. Se intendiamo l’immagine come una diversa modalità di pensiero allora non faticheremo a riconoscerle la medesima forza che attribuiamo a quelle concezioni che hanno scardinato, nel corso della storia, preconcetti, convinzioni e credenze. Se pensiamo al Surrealismo, solo per fare un esempio, dove l’immagine si è rivelata quale alter ego del pensiero, quanto è stato dipinto, fotografato e disegnato ha realizzato un progetto di liberazione dalla prospettiva razionale e borghese in favore di una maggiore libertà espressiva nell’arte, nei costumi e nella vita.

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Il lavoro nella comunicazione è da considerarsi in via d’estinzione?

Sulla spinta dei cambiamenti radicali che hanno investito il mondo della comunicazione (internet, reti informatiche, social network) è mutato l’intero volto socio-economico e finanziario del pianeta. Il nuovo apparato tecnico-comunicativo ha determinato vere e proprie forme di smaterializzazione del reale (intere classi di oggetti ridotti a bit digitali, esternalizzazione dei servizi aziendali, sparizione e riduzione degli spazi di lavoro e delle scorte di magazzino) che hanno finito per dissolvere le forme stesse del lavoro, tradizionalmente inteso. Nella nuova economia mondiale dell’accesso, come l’ha definita Rifkin, la comunicazione ha assunto un valore strategico più che progettuale e si è asservita alla creazione del valore economico maturando squilibri e disuguaglianze con cui stiamo solo ora iniziando a fare i conti. Il potere della conoscenza, dei sogni, dei desideri, dell’eccellenza è stato trasferito dalle grandi imprese sui loro marchi commerciali per incrementare i profitti.

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Il marchio, pur avendo di per sé una propria particolare storia, ha subìto oggi un radicale cambiamento?

Nel mio libro “Il marchio demiurgo” evidenzio le implicazioni di questa radicale trasformazione che ha visto i marchi commerciali passare da “segni distintivi” utili al riconoscimento visivo dei prodotti a capitale economico dell’impresa. I marchi commerciali si sono staccati dal prodotto e vivono una loro vita all’interno dei mercati, circolano autonomamente al pari dei concetti e dei miti; alcuni molto noti sono identificati con l’idea assoluta di sport, o di lusso o di design tecnologico. Ormai si sa, quando si compra un certo abito si compra in realtà l’accesso a un certo stile di vita cui si aspira. E come se non bastasse negli ultimi anni hanno fatto la loro prima comparsa i cosiddetti “nuovi marchi”, ossia marchi sonori, gustativi, olfattivi, tattili. La conseguenza di tutto ciò è che il riconoscimento dei prodotti commerciali da parte del consumatore viene a intrecciarsi con i livelli emozionali, cognitivi e sentimentali. Le imprese hanno indirizzato le loro strategie comunicative alla conquista dei nostri modi più profondi di stare al mondo, attingendo, nei fatti, ai nostri ricordi, alle nostre memorie, al nostro universo esperienziale. Il potere esercitato in futuro da questi marchi sarà tanto più grande quanto più essi riusciranno ad imporsi al livello della nostra capacità di provare sentimenti ed emozioni. (di Alessandro Marata)

Laureata in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano e in Graphic Design presso IED Milano, è identity designer e docente presso IED e Iulm. Si occupa delle modalità di convergenza tra estetica antropologica e design della comunicazione finalizzata alla valorizzazione del patrimonio culturale e identitario dei territori. È direttore creativo per Metaforma Design, studio specializzato nell’ideazione di marchi e identità innovative. Nel 2011 ha pubblicato “Il marchio demiurgo”.

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E G N A L I

La panca, composta da una sequenza di sezioni di legno, posta nello spazio esterno del MAXXI, è un’alternativa ai sistemi tradizionali di arredo urbano

UNA PANCA INTERATTIVA AL MAXXI Progettato dallo studio romano newyorchese Urban Movement Design (Sarah Gluck, Robyne Kassen, Simone Zbudil Bonatti), Unire/Unite è il progetto vincitore di YAP MAXXI 2012, un dispositivo per accrescere gli usi possibili dello spazio esterno del MAXXI, che rimarrà esposto nella piazza davanti al museo fino al 4 no-

vembre. Yap - Young Architects Program si rivolge a giovani progettisti (neolaureati, architetti, designer e artisti) ai quali offre l’opportunità di ideare e realizzare uno spazio temporaneo per eventi live estivi, nel grande cortile del MoMA PS1 a New York e nella piazza del MAXXI a Roma. «Il programma Yap è in crescente succes-

so - dice Pippo Ciorra, curatore del progetto Yap Maxxi -. Iniziato dal MoMA 13 anni fa, oggi coinvolge Santiago del Cile, Roma e, dal prossimo anno, anche Istanbul, mentre altre città importanti sono in lista d’attesa per le prossime edizioni». I progetti, altamente innovativi, devono rispondere a linee guida orientate a

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INSTALLAZIONI L’installazione del MAXXI comprende piante arrampicanti e un sistema di nebulizzatori che garantiscono ombra e fresco nelle ore di sole. Le panche sono state progettate con l’intento di stimolare il visitatore a compiere esercizi yoga

temi ambientali, quali sostenibilità e riciclo. I vincitori di quest’anno, lo studio Urban Movement Design, sviluppano progetti per il benessere e l’attività fisica che s’inseriscono nelle città e nei loro edifici, creando elementi e spazi per tutti. La filosofia operativa dello studio è incentrata sulla sostenibilità umana, considerando accessibilità e mobilità prioritarie in ogni progetto. L’installazione Unire/Unite vuole stimolare l’interazione del corpo

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umano con l’architettura del museo, incrementando il benessere fisico dei visitatori. La gradonata che occupa il margine occidentale del museo è coperta da una lieve pendenza in gomma e prato che crea un diverso percorso per accedere e attraversare la piazza. In questo modo i suoi diversi livelli sono raccordati, consentendo la massima accessibilità agli utenti di ogni età e abilità fisica. Sul piano inclinato è posto un sinuoso nastro di legno che,

articolandosi, offre sedute, ombra e acqua. Le sue complesse forme parametriche sono realizzate in costolature di compensato marino e parzialmente rivestite in concrete canvas, un'innovativa tela in cemento che, grazie alle sue qualità plastiche, avvolge le curve dell'installazione. La fluida superficie in cemento è inoltre arricchita dagli stencil di codici QR che consentono di collegarsi al sito web del MAXXI, per conoscere le posizioni e gli esercizi da compiere, nonché i benefici fisici derivanti dal suo utilizzo. Le pensiline coperte di rampicanti e dotate di nebulizzatori creano l'ombra e il refrigerio necessari a trovare sollievo dalla calura estiva. «È un progetto inclusivo e giocoso – spiegano gli Urban Movement Design, tre architetti rigorosamente under 40 - che ispira salute e movimento e invita il pubblico del museo a vivere lo spazio come una esperienza condivisa e accessibile a tutti». Alla sera, i led nascosti nelle morbide pieghe dell'installazione e la scritta Unire/Unite, realizzata con vernice fosforescente, si trasformano in segnali luminosi che rischiarano lo spazio. Il progetto è pensato per ospitare le diverse attività estive all'aperto del museo, ed è contraddistinto da una sostenibilità sia materiale che d’uso. Oltre a rendere lo spazio accessibile a tutti, impiega infatti materiali naturali e riciclati. L’utilizzo di Unire/Unite proseguirà anche dopo la stagione estiva: come previsto dai suoi progettisti, al termine del loro utilizzo le diverse parti dell’installazione potranno essere smontate e ricollocate altrove, estendendo il rapporto tra il MAXXI, il suo quartiere e la città. «Il progetto Yap MAXXI 2012 – secondo Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura - sviluppa l’idea di una architettura comportamentale, ludica ed energetica, che collega idealmente il grande corpo del Museo con i corpi dei suoi visitatori. Unire/Unite, è un’installazione che vuole attivare benessere e movimento, conferma l’intenzione di sperimentare in occasione degli allestimenti estivi nuove forme di spazio pubblico contemporaneo». (di Cristiana Zappoli)


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PRE.VISIONI

NUOVO POLO TECNOLOGICO

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A Bologna, lo studio tedesco Gmp trasformerà l’ex Manifattura Tabacchi in un complesso per l’alta tecnologia. Nuove costruzioni affiancheranno i vecchi stabilimenti industriali aranno gli architetti von Gerkan, Marg e Partner (Gmp) a progettare il nuovo Polo tecnologico di Bologna. Lo studio tedesco, con sede principale ad Amburgo, si è infatti aggiudicato il contest internazionale organizzato dalla Regione Emilia Romagna per trasformare l’ex Manifattura Tabacchi, a nord della città, in un moderno complesso per l'alta tecnologia con spazi per ricerca, formazione e produzione. Gli stabilimenti industriali della vecchia Manifattura del Monopolio dei Tabacchi, realizzati su progetto dell’architetto italiano Pier Luigi Nervi, verranno restaurati con la massima cura ed approntati per nuovi tipi di utilizzo. Nuove costruzioni aggiuntive si riallacceranno alla “scrittura” degli edifici considerati monumenti nazionali degli anni Quaranta, proseguendo sulla stessa linea, ma in chiave moderna. Il Centro tecnologico, che copre una superficie di circa

110mila metri quadri, non comprenderà solo un salone espositivo, ma anche laboratori, uffici e una sede principale, collegata all’università, che fungerà da “motore” per la ricerca. Vi saranno, inoltre, installazioni didattiche quali aule e istituti universitari. A questi si aggiungeranno sale congressi e alberghi nonché servizi vari quali negozi, un asilo nido, ristoranti e mense che verranno tutti sistemati nella ex-centrale termica. Sul lato dell’uscita dall’autostrada verso la città, il complesso viene reso visibilissimo ed unico dal camino che si presenterà in veste nuova. Il complesso è collegato in modo eccellente all’ambiente urbano circostante. Al suo interno, l’insieme degli edifici sarà disposto a forma di pale di mulino a vento partendo da una nuova piazza centrale presso l’imponente ex-centrale termica. Si dipartiranno così dal centro quattro assi lungo i quali i vari elementi si potranno sviluppare in modo flessibile e in diverse

fasi di costruzione. Gli edifici antichi, dopo essere stati rinforzati per quanto riguarda la protezione antisismica e rinnovati per un maggior risparmio energetico, saranno restaurati ripristinandone le linee originali, l’estetica architettonica dei contorni e il cromatismo primigenio, una ricerca cromatica che viene portata avanti anche sulle nuove costruzioni e sulla quale spicca, nella propria unicità, soltanto la centrale termica con il suo alto camino nel tipico rosso dei mattoni di Bologna. Lo studio Gmp ha vinto il concorso, uno dei più importanti indetti in Italia negli ultimi anni, battendo archistar del calibro di Rem Koolhaas, che si è classificato al secondo posto, dello spagnolo Oriol Bohigas (Mbm Arquitectos), arrivato sul terzo gradino del podio, di Kengo Kuma e di Massimiliano Fuksas e 5+1AA. Lo studio tedesco ha già progettato la nuova stazione ferroviaria e il nuovo aeroporto di Berlino. (di Cristiana Zappoli)

UFFICI ESTERNI PALESTRA NEGOZI

ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI

INGV

CENTRO REGIONALE UNIFICATO

ASILO RISTORANTE MUSEO PORTINERIA UNIBO FORESTERIA

ESPOSIZIONE CONGRESSI

CERMET CERMET T3LAB DESIGN CENTER ARCOS RICOS ASTER

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CENTRALE TECNICA


Una serie di rendering che testimoniano la complessitĂ del progetto vincitore del nuovo Tecnopolo di Bologna. CoprirĂ  una superficie di circa 110mila metri quadrati, non comprenderĂ  solo un salone espositivo, ma anche laboratori, uffici e una sede principale, collegata all'universitĂ . I vecchi edifici saranno restaurati ripristinandone le linee originali, l'estetica architettonica dei contorni e i colori originali

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RESTAURO

PALAZZO BRANCIFORTE Grazie al restauro di Gae Aulenti, ritrova la sua originaria bellezza uno dei palazzi più antichi di Palermo

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alazzo Branciforte, storico edificio nel cuore di Palermo, ha riaperto le sue porte grazie all’impegno della Fondazione Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia) e all'importante intervento di restauro firmato da Gae Aulenti. Palazzo Branciforte, uno spazio nel quale la storia si coniuga con l’archeologia, con l’arte moderna e contemporanea, con i libri e con la grande tradizione culinaria italiana. La collezione archeologica, ma anche le ceramiche, le maioliche, i francobolli, le monete e le sculture costituiscono i pilastri di un grande “museo della memoria siciliana”, che raccoglie gli aspetti e gli elementi artistico-culturali più interessanti dell’isola. Uno spazio che si apre anche ai nuovi linguaggi della contemporaneità e al contributo di giovani artisti e che, grazie anche a un innovativo auditorium tecnologicamente all’avanguardia, può ospitare conferenze e iniziative culturali di alto livello. Acquistato dalla Fondazione il 30 dicembre del 2005, l’edificio ha ritrovato la sua originaria bellezza grazie al restauro dell’architetto Aulenti: i restauri hanno consentito di ridare vita al Palazzo, ridonandogli la sua raffinata bellezza e creando al suo interno ambienti adeguati a diverse funzioni d'uso, il tutto nel più assoluto rispetto delle originarie caratteristiche morfologiche e degli elementi architettonici più significativi. Uno degli obiettivi principali che ha guidato l'intero iter dei lavori di ripristino, è stato quello di rivalutare quegli importanti spazi architettonici che nei secoli avevano perso la loro originaria funzione: una piccola stradina interna, il cortile principale, la scuderia al piano terra. Il progetto di riqualificazione architettonica ha previsto l’insediamento all’interno del Palazzo di una serie di ambienti, tra cui una zona espositiva, un percorso museale, una biblioteca, una sala conferenze, un ristorante, una scuola di cucina, spazi di rappresentanza e uffici per il personale. L’edificio originario inizialmente occupava solo una porzione del lotto attuale. Il piano terra era invece occupato da magazzini. In seguito, a metà del 1600, il palazzo venne ampliato annettendo tutta la porzione di isolato che stava al di là della strada su cui si apriva l’originario ingresso principale. L’intervento di restauro compiuto dall’architetto Gae Aulenti è stato volto a valorizzare la natura intrinseca di Palazzo Branciforte, restituendo funzionalità a quegli spazi segnati dalle sue successive destinazioni. I lavori di ripristino hanno trasformato l’edificio in un luogo urbano nuovo, pur nel rispetto dell’aspetto originario, rendendolo un punto di riferimento nel panorama culturale siciliano e nazionale. (di Cristiana Zappoli) 28 DESIGN +

Foto Ezio Ferreri

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Foto Ezio Ferreri


PROGETTO / 1

ALTA TECNOLOGIA E QUALITÀ DI VITA

Per tutte le foto Yong Kwan Kim

A Jeju, una provincia autonoma coreana nota come “isola degli dei”, Mass Studies ha progettato il nuovo headquarter della Daum. Tra mare, cielo, sole e terra l’isola sta applicando una nuova politica e Daum ha deciso di rispondere programmandovi il futuro trasferimento di tutta l’impresa di Mercedes Caleffi


SCHEDA

Architetti Mass Studies Ingegneria strutturale TEO Structure Cliente DAUM Communications Luogo Jeju Province, Korea Superficie masterplan 1.095.000 mq Totale superficie dei piani 9.184.16 mq Costi 13.510.000 euro Fasi costruttive luglio 2010 - novembre 2011


PROGETTO / 1

A sinistra: uno degli accessi alla biblioteca dal piccolo cortile interno. Sopra: il prospetto che affaccia sulla collina Oreum e lo stagno ecologico. Sotto: l’accesso principale posto ad angolo e segnato dall’arrivo in una rotonda

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ortale web. Motore di ricerca. Termini che negli ultimi anni hanno avuto un’enorme diffusione. Trovarne una definizione chiara ed esaustiva può sembrare un po’ arduo, ma sicuro è che sono due definizioni legate tra loro. E in modo quasi simbiotico. Sono espressioni che appartengono al mondo degli internauti. Al mondo di tutti noi quindi! Eppure non è così ovvio comprendere che dietro a queste parole nella realtà vi sia invece tutto un cosmo fatto di uffici e di tecnici. Un sistema lavorativo che necessita ovviamente anche di un headquarter, una sede, autonoma e appositamente organizzata. E così è stato per la Daum. Un'organizzazione internazionale, nota soprattutto per i suoi servizi web e per essere il secondo motore di ricerca più utilizzato in Corea, che ha fatto una scelta inusuale: tra-

sferire il suo quartier generale all'interno di Jeju, un'isola autonoma situata al largo della costa meridionale della Corea del Sud, da sempre votata al turismo e che attualmente sta incoraggiando, con una nuova politica, la realizzazione, all’interno del suo territorio, di altri tipi di industrie come quelle legate al campo della tecnologia. Realizzare questo trasferimento per la Daum ha significato abbandonare l’idea di crescere, come fanno invece tutte le altre compagnie nel resto del mondo, all’interno di una strutturata Silicon Valley nei pressi di una ricca, popolosa e caotica zona metropolitana, e appoggiare invece un programma inconsueto, un vero esperimento urbanistico e sociale. Il particolare progetto è stato affidato a Mass Studies, giovani architetti guidati da Minsuk Cho conosciuti anche per il padiglione coreano costruito all’Expo 2010 di Shanghai, con i moduli cubici che riproducevano i particolari caratteri del loro alfabeto. Mass Studies per la Daum ha invece pensato a una struttura a moduli prefabbricati: cinque elementi strutturali, elementari, di base quadrata, 8.4m per 8.4m, le cui variazioni sono legate ai raggi di curvatura che raccordano i piedritti e le parti terminali. Il sistema funziona per aggiunte. Gli spazi così ottenuti si iscrivono all’interno di campate ampie più di 12m e alte quasi 4m, dimensioni che permettono la più varia e libera gestione delle superfici. È un impianto

GLI UFFICI LUMINOSI E SILENZIOSI, OFFRONO UN AMBIENTE PIÙ CHE FAVOREVOLE AL LAVORO DESIGN + 35


PROGETTO / 1 SEZIONE A

SEZIONE B


SEZIONE C

SEZIONE D


PROGETTO / 1 Le pareti esterne di tutta la struttura consistono in ampie superfici vetrate con infissi regolari che le disegnano. Il cemento a vista, dalle linee aggraziate e addolcite da curve, e che in facciata ha funzione sia portante che architettonica, lascia leggere le diverse casseforme usate

fatto di solai e piedritti solidali tra loro, perché fabbricati con un unico getto di calcestruzzo. Un insieme dalle linee aggraziate e addolcite da curve che in facciata hanno funzione sia portante che architettonica. Ha una configurazione costruttiva pensata per rispondere adeguatamente ad ulteriori crescite, ai futuri ampliamenti che sicuramente avverranno nel tempo visto e considerato che la Daum vi si trasferirà lentamente nell’arco dei prossimi otto anni seguendo le direttive di un masterplan che gli architetti stessi hanno infatti strutturato per programmarne le diverse fasi di espansione su tutto il lotto. Il primo edificio realizzato è appunto la sede generale che attualmente ospita i primi 350 dipendenti che si sono qui trasferiti e che rappresentano quindi una comunità, in un certo senso creativa, che lavora in un edificio quasi rurale, altamente tecnologico e lontano dallo stress cittadino. Una nuova vita in armonia con il paesaggio, dai ritmi lenti e dalla veloce prestazione lavorativa. Una scelta di qualità di vita che è ovvio però chiedersi se sarà altrettanto garantita a totale trasferimento avvenuto di tutta la società.

I piani della sede centrale sono cinque e hanno un ingombro variabile. L’edificio, aperto su tutti e quattro i lati, consente dall’interno di godere di una vista panoramica sull’ambiente che vi sta intorno: una foresta ad ovest, la montagna Halla a sud e l'oceano a nord. È facile, dunque, desumere che gli uffici avendo luminosità, silenzio, servizi a pochi passi e un contatto diretto con l’esterno godono di un ambiente più che favorevole al lavoro. Al piano terra si trovano gli spazi comuni: la caffetteria, il salotto con una sala giochi, una palestra, un piccolo padiglione per l’informazione sulla Daum, alcune sale riunioni e un auditorium. Al secondo, dotato di una maggiore altezza, è stato organizzato un grande open space composto da una zona reception, spazi per uffici e un blocco di sale conferenze con una libreria a doppia altezza che coinvolge anche il terzo piano. Mentre sia al quarto che al quinto, dove le superfici a disposizione si riducono, sono stati organizzati spazi per uffici, isolati e riservati che si accompagnano a sale di progetto, e per conferenze, con terrazze all'aperto rifinite o in legno o con uno strato d’erba.

LA DAUM È LA PIÙ GRANDE ORGANIZZAZIONE DI SERVIZI WEB E GESTISCE IL PIÙ IMPORTANTE MOTORE DI RICERCA IN COREA


PROGETTO / 1

Sopra: il secondo piano, dotato di una maggiore altezza. Ăˆ stato organizzato come un grande open space con zona reception, spazi per uffici, sale conferenze con una libreria a doppia altezza che coinvolge anche il terzo piano

PLANIMETRIA GENERALE

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1. orto; 2. stagno ecologico; 3. collina Daum Oreum; 4. campo da tennis; 5. cath ball; 6. campetto da golf; 7. parco pubblico

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Sopra: all’interno degli ampi e luminosi open space, posti tra due grandi superfici vetrate, sono previste piccole aree per il riposo e la socializzazione. Sotto: all’ultimo piano, dov’è possibile godere della vista su tutto l’intorno, vi sono anche ampi spazi con funzione di ristorazione e relax

DESIGN + 41


PROGETTO / 1


PROGETTO / 2

UNO SPAZIO AMEBIFORME Piccola, discreta e diversa. È così che Mabic, la nuova biblioteca di Maranello, si presenta e si inserisce nell’urban textur della provincia emiliana. Progettata da Arata Isozaki e Andrea Maffei dona alla città uno spazio nuovo, unico e luminoso in cui perdersi e ritrovarsi di Mercedes Caleffi


SCHEDA

Progettisti Arata Isozaki e Andrea Maffei Cliente Maranello Patrimonio s.r.l. Strutture Studio Sbrozzi Dimensioni superficie del lotto: 850 mq. superficie lorda edificata: 1.175 mq. superficie lorda del progetto: 1.175 mq. altezza massima fuori terra: 5.3 m Cronologia concorso: aprile 2007 inizio lavori: settembre 2009 inaugurazione: novembre 2011


PROGETTO / 2

Un limpido specchio d’acqua separa l’etereo edificio dalle rigide pareti poste a confine del lotto e a memoria del vecchio edificio (vedi foto pagina accanto). Sotto: l’accesso principale si connota per la parete, sempre di vetro, ortogonale e per il mensolone aggettante con sezione variabile

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aranello. Ovunque nel mondo è immediata l’associazione Maranello - Ferrari. A far parlare di questa piccola città del modenese questa volta è invece la realizzazione di una piccola biblioteca comunale costruita secondo un progetto selezionato tra i 150 che hanno partecipato al concorso indetto ben quattro anni fa dal Comune. A vincerlo sono stati Arata Isozaki e Andrea Maffei. E dopo solo due anni, necessari alla costruzione, la città può pre-

LA FORMA ORGANICA DELL’EDIFICIO È LEGGERA E IMMATERIALE E QUESTO ASPETTO È POTENZIATO DALLO SPECCHIO D'ACQUA CHE LO CIRCONDA giarsi di questo nuovo edificio. Progettare il Mabic, questo è il nome della nuova Maranello Biblioteca e Cultura, non deve essere stato facile. L’edificio, il cui sito di piccole dimensioni è posto all’interno di una regolare maglia urbana intensamente edificata ma qualitativamente piuttosto anonima, è sorto sulle ceneri di un datato manufatto industriale e di cui mantiene memoria in ciò che può essere considerato il recinto: i tre muri alti quanto la precedente costruzione che intonacati di bianco

fanno da base d’appoggio per la fitta piantumazione di rampicanti. Anche l’altezza del nuovo edificio è un legame con la preesistenza e proprio per questo risponde alla necessità di rispettare gli edifici che lo circondano mantenendo gli stessi rapporti dimensionali già conosciuti. Tutto il resto? È rottura, estraniazione, diversità da ciò che una lettura del contesto può avvalorare. Quali sono gli elementi che hanno maggiormente contribuito alla rottura degli schemi? La linea curva, il colore bianco e lo specchio d’acqua. Tre elementi che alleggeriscono, aprono e soprattutto incrinano i rapporti urbanistici e pseudo architettonici che anni di impersonale edilizia hanno consolidato anche storicamente. La frattura con tutto ciò, a ben vedere, non è stata solo una scelta stilistica. Potrebbe sembrare il solito e conosciuto atteggiamento da archistar. È facile però constatare che, proprio per le condizioni del sito prima descritte, l’approccio non poteva che condurre alla necessità di infrangere, violare e troncare, con discernimento, l’esistente. Questa logica ha portato alla costruzione di un edificio, come gli stessi architetti lo hanno definito, rarefatto e cioè dalla densità ridotta. Isozaki e Maffei hanno scelto una strada ben precisa: evitare che il Mabic diventasse un angusto edificio schiacciato dalle preesistenze. La strada scelta? La rarefazione. Un DESIGN + 47


PROGETTO / 2

I PROGETTISTI HANNO EVITATO CHE IL MABIC DIVENTASSE UN ANGUSTO EDIFICIO SCHIACCIATO DALLE PREESISTENZE

concetto molto usato nell’architettura contemporanea. Un concetto che è l’antitesi della densità. È il vuoto. L’immaterialità. La leggerezza. L’inconsistenza. E tutto ciò in soli 1000 mq. Il volume oppone alla rigida memoria ortogonale della preesistenza confini sinuosi delimitati da lastre di vetro che ne accompagnano il morbido andamento. Una linea flessuosa che rompe i canoni esistenti e che, con la sua trasparenza, crea un dialogo semplice con la città. Un rapporto mediato e non diretto, difficile, ma comunque esplicitamente dichiarato da una pensilina che aggetta verso l’esterno e rende riconoscibile l’architettura dalla strada. La forma organica del nuovo edificio è leggera e immateriale e questo aspetto è maggiormente potenziato dallo specchio d'acqua che lo circonda e dai candidi sassolini bianchi che drenano il fondo. Un piano che riverbera e riflette l'insegna di metallo Mabic, le luci interne e parte della silenziosa vita che si svolge dentro. Un piano fatto di

luce e acqua che alleggerisce e dona a tutta la struttura un aspetto sospeso e quasi evanescente che con il cambiare della luce amplifica, espande, sempre per riflessione, l’esile verde verticale, l’edera. Un sempreverde che si arrampica sui muri perimetrali e anima quel rigido confine che ha lo scopo sia di tutelare i fruitori della biblioteca da sguardi esterni, sia di garantire la continuità alle abitazioni private confinanti. La struttura in sé è molto semplice: due piani, uno ipogeo e l’altro sopraterra tra loro collegati da scale e ascensori. L’interno è suddiviso in diversi ambienti aventi varie funzioni: l’emeroteca, la fonoteca/videoteca, la ludoteca, la sala studio, l’archivio storico comunale, lo spazio per esposizioni e gli allestimenti temporanei, lo spazio per la lettura, che garantiscono in totale 90 posti a sedere. Il piano terra è quello di relazione, e si collega con la scala posta nella hall d’ingresso con lo spazio unico sottostante che ha funzione di sala mostre e sala conferenze.

Quasi tutto l’edificio è circondato dall’acqua. Uno specchio grande quanto tutto il lotto rimanente, con il fondo ricoperto da ciottoli bianchi. La superficie esterna è completamente vetrata e sono gli edifici intorno, con la loro altezza ad assicurare una protezione dall’esposizione diretta al sole


PIANTA PIANO TERRA

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1. lucernario; 2. consultazione adulti; 3. lucernario; 4. postazione operatore; 5. evacuatore di fumo; 6. banco prestito; 7. hall; 8. emeroteca; 9. ingresso; 10. seduta rivestita in gres; 11. rampa; 12. presa d’aria esterna; 13. impianti; 14. distributori; 15. ludoteca fascia 0 - 3 anni; 16. lucernario; 17. impianti; 18. narrativa 8-10 anni; 19. saggistica ragazzi; 20. lucernario; 21. ufficio; 22. archivio; 23. getto d’acqua; 24. pendenza rampa; 25. portabiciclette

PIANTA COPERTURA

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1. portabiciclette; 2. rampa; 3. pavimentazione in gres; 4. lucernario fisso; 5. evacuatore di fumo; 6. vasca d’acqua; 7. getto d’acqua; 8. pendenza rampa DESIGN + 49


L’ambiente è unico e luminoso. La fonte di luce è in buona parte naturale e quella artificiale è posta direttamente sui tavoli e con una distribuzione random inserita all’interno del solaio superiore. Il bianco è l’unica scelta cromatica realizzata, sia per gli elementi strutturali sia per gli elementi di arredo


PROGETTO / 2 SEZIONE LONGITUDINALE

SEZIONE TRASVERSALE

Le superfici vetrate inglobano anche le sezioni esterne dei solai. Situazione che insieme alla piccola rientranza presente nell’attacco a terra conferma ed esalta, per tutto l’edificio, la particolare immagine e sensazione di un’architettura rarefatta


Mentre la ludoteca posta al piano terra è stata organizzata così da avere una certa importanza. Gli spazi della lettura sono stati infatti suddivisi in base alle diverse età dei possibili fruitori che vanno dai bambini da 0 a 6 anni fino agli studenti delle scuole superiori e delle università per i quali sono stati predisposti spazi per la consultazione e lo studio. L’atmosfera ricercata e creata è familiare. È vicina al mondo e al modo di percepire e vivere dei più giovani, ma coDETTAGLIO IN PIANTA DELLA FACCIATA

munque adatta anche ad un pubblico adulto. Così pure l'illuminazione nelle sale risponde a una progettazione casuale, senza alcuna direzione prevalente. Diversamente, invece, è per i tavoli che sono caratterizzati da lampade a led direzionali. Sia le postazioni che gli scaffali sono stati appositamente progettati dagli architetti e realizzati dalla Domodinamica, mentre gli altri arredi sono stati selezionati tra i diversi prodotti della Moroso, compresa la sedia Su-

pernatural di Ross Lovergrove. Ciò che comunque all’interno è pervasivo e onnipresente, senza però disturbare, è il bianco totale. Il colore somma di tutti i colori. Il colore che smaterializza. Il colore della leggerezza e della luminosità. Che è anche la scelta cromatica migliore per non attrarre i raggi del sole e quindi rispondere adeguatamente alle intenzioni di sostenibilità a cui Isozaki e Maffei si sono attenuti nella progettazione di questa struttura. Un filo rosso che ha guidato anche la scelta della curvatura del vetro dei sinuosi prospetti appositamente progettati con soli tre raggi, proprio per ottimizzarne la produzione. Attenzione applicata anche alla scelta del riscaldamento e del raffrescamento assicurati da un impianto geotermico avente sonde profonde più di 100 metri. Il Mabic dunque è una piccola biblioteca, nata dalla giusta congiuntura socio-finanziaria tra Comune e privato, completa, diversa e attuale, che come lo stesso sindaco ha dichiarato: «è un investimento culturale per tutta la comunità». DESIGN + 53


PROGETTO / 3

Il Carapace, così denominato per la sua forma a testuggine, è la prima opera architettonica dello scultore Arnaldo Pomodoro. Una cantina in terra umbra. Un segno naturale, compatto, atavico e materico. Un luogo nato tra i vigneti, che dalla terra assorbono l’energia. È così che lo scultore romagnolo ha pensato, modellato e creato la cantina della famiglia Lunelli tra i comuni di Bevagna e Montefalco di Iole Costanzo

DALLA TERRA AL SEGNO


SCHEDA

Cliente famiglia Lunelli Progettista Arnaldo Pomodoro Progettazione architettonica studio Pedrotti Luogo Bevagna, Montefalco - Umbria Cronologia 2001 - 2012


PROGETTO / 3

L

a linea di demarcazione tra architettura e scultura è ben definita o invece esiste un’interazione tra le due arti che a volte può far sì che la demarcazione diventi labile? Certo definire un oggetto segnico scultura solo perché a progettarlo è stato uno scultore può essere riduttivo. Allora forse il fatto che questo stesso oggetto abbia una funzione fa sì che venga dunque classificato quale architettura? Probabilmente tutto ciò è una questione di lana caprina. Le interazioni, interferenze, contaminazioni e influenze tra le

arti ci sono sempre state. È giusto dunque abbandonare la socratiana ricerca della definizione, non sempre facilmente inquadrabile o esaudibile, almeno in contesto generalista e informativo e avviarsi a conoscere l’opera di Arnaldo Pomodoro, esimendosi da qualsiasi altra necessità di catalogazione. A suscitare questa incertezza è il Carapace, la cantina della famiglia Lunelli, i produttori del Ferrari, realizzata nella Tenuta di Castelnuovo: trenta ettari di vitigni a cavallo tra il comune di Bevagna e quello di Montefalco. Il paesaggio intorno è tipico umbro. Colline, vallate, altipiani e pianure. Dolci rilievi ricchi di coltivazione: di uliveti e vitigni, lenticchie e altre particolarità autoctone. E i colori? Verde, rosso, giallo zafferano. Colori caldi, morbidi, suadenti, che sanno di terra, semplicità e accoglienza. E a questo si è ispirato lo scultore Pomodoro quando l’amico Gino Lunelli gli ha espressamente chiesto di progettare una barricaia in cui accogliere, ospitare e comunicare il loro legame con il territorio. Accettando l'incarico ha accettato anche di sfidare il confine tra scultura e architettura avviandosi verso una nuova esperienza: realizzare una creazione Nella pagina a fianco: particolare della copertura all’interno. La struttura portante lignea è stata lavorata come una scultura. Sopra: uno dei prospetti e del rapporto che crea con il paesaggio. A sinistra: immagine della barricaia ipogea DESIGN + 57


PROGETTO / 3

Sopra: studi e schizzi preparatori del concetto stesso di carapace. Accanto a vecchi studi sulle tartarughe i segni scelti da Pomodoro per rappresentare il vero esoscheletro della cupola. In basso la planimetria generale

PLANIMETRIA GENERALE

58 DESIGN +

artistica non fine a se stessa ma avente funzione di luogo di produzione e di conservazione del vino. Terra, tradizione, scultura e vino. Saperi che tra loro analizzati e rivisitati sono stati tradotti in un “carapace” di rame. Una cupola dalla plasticità tettonica incisa da profonde crepe: segno drammatico ed espressivo che riporta la scultura-architettura ad avere un diretto contatto con la terra e le sue mutevoli condizioni. Come lo stesso nome afferma, nomen omen, il “carapace” ricorda plasticamente un esoscheletro che adagiato sulle colline ad esse si lega pur mantenendo una sua estranea, avulsa e diversa identità. Il “carapace” ha un suo cuore profondo: la barricaia. È lì che conservano il Sagrantino e il Montefalco Rosso, vini definiti potenti e longevi, dalla dolce nouance fruttata e raggiungibili e godibili soltanto scendendo la particolare scala elicoidale che dal centro della sala conduce, in medias res, nel cuore dell’azienda: la sala sottostante. L’ambiente è pur sempre ellittico, parzialmente iscritto in una forma irregolare, e ha un fascino primitivo. La barricaia, il ventre del carapace, è suggestiva, ha una luce soffusa azzurrognola proveniente dall’alto e pareti di metallo brunito nelle cui

pieghe si celano i punti di luce artificiale. È elegante ma asciutta. È semplice e materica. È passione e sensi. L’interno della sala di degustazione al piano terra, ellittica, è invece scultorea. A prevalere è il grande costolone ligneo, 35m di diametro, che domina sia all’interno che all’esterno. Tra i 12 archi che collaborano a sorreggere la cupola e che scaricano completamente a terra vi è una fascia di infissi in vetro che offre una vista a 360° su tutta la valle. Costruire la cupola non è stato semplice. I lavori sono durati 5 anni e in gran parte sono stati lavori di carpenteria. Tutta la struttura gioca su 12 archi reticolari a tre cerniere, di legno lamellare, ed è stata preventivamente forgiata dallo stesso Pomodoro in un modello di metallo in scala 1:20. È stata la lettura digitale del modello, in un secondo momento, a permettere allo studio Pedrotti di sviluppare il progetto architettonico coniugando le leggi antisismiche vigenti nella regione Umbria e le necessità scultoree del Maestro. L’esperienza è riuscita. E nella Tenuta di Castelnuovo è possibile dunque gustare l’autoctono Sagrantino respirando, vivendo ed emozionandosi all’interno di una scultura di Arnaldo Pomodoro.


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1. Arnaldo Pomodoro nel Carapace mentre si affaccia all’interno della rampa elicoidale che porta nella barricaia sottostante; 2. Pomodoro illustra il modellino; 3. interno della cupola, durante

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la fase terminale dei lavori; 4. la cupola durante i lavori di carpenteria; 5. la barricaia e la particolare scala, il cuore del Carapace; 6. Matteo, Camilla, Alessandro e Marcello Lunelli con Arnaldo Pomodoro

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DESIGN + 59


PROGETTO / 3 SEZIONE AA

SEZIONE BB

SEZIONE CC

SEZIONE DD

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PIANTA PIANO TERRA

1. parcheggio; 2. magazzino; 3. ingresso coperto; 4. bagno donne; 5. bagno uomini; 6. accettazione e degustazione; 7. fossa impianto aria; 8. rampa accesso cantina; 9. conferimento uva; 10. fienile

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PIANTA INTERRATO

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PROGETTO / 3


Per tutte le foto Takeshi Yamagishi


PROGETTO / 4

UNA TORRE OTTO IDENTITÀ Uno spazio polifunzionale, fluido e sintonico. Il vuoto più che assenza diventa presenza. La semplicità acquisisce una definizione contemplativa. È il Centro turistico e d’informazione culturale di Tokyo, progettato da Kengo Kuma. Una torre che si presenta con una stratificazione di volumi tra loro diversi di Iole Costanzo

A sinistra: fotografia di due prospetti. I tre materiali, l’acciaio, il legno e il vetro, sono leggibilissimi anche sui prospetti. Il primo ha valenza strutturale, gli altri due sono l’anima della struttura: trasparenza e semplicità. A destra: un prospetto quotato

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d Asakusa, un vecchio quartiere popolare di Tokyo, ricco di tradizioni e atmosfere da antica Edo, Kengo Kuma, l’architetto che interpreta con le sue architetture il paesaggio, ha realizzato un centro turistico e di informazione culturale. Una torre polifunzionale di otto piani, costruita in un piccolo lotto di 326 mq, nella zona più vivace della città. Il quartiere ospita più di 30 milioni di turisti all’anno proprio perché qui si trovano Senso-ji, il più antico tempio cittadino dedicato alla dea buddista della misericordia, Kaminarimon (la porta del tuono) nota per la sua ampia lanterna rossa, il parco dei divertimenti Hanayashiki, realizzato nel 1853 e ancora centro di svago per giovani e anziani, e Nakamise, una strada di 200 metri ricca di negozietti tipici che conduce ad Hazomon, il portale prospetticamente legato al Gojuto, il luogo dove, si dice, si conservino parte delle spoglie di Buddha. Asakusa presenta un tessuto urbano variegato, dove il sacro e il profano, la tradizione e la modernità si intrecciano e si influenzano. Una stratificazione di saperi vecchi e nuovi che ha condotto la mano di Kengo Kuma verso l’idea di una torre che piano su piano evolve, si diversifica, modificando il concetto stesso di torre. L’Asakusa Culture Tourist Information Center è un volume verticale dalle diverse identità, legate tra loro da un senso comune: la semplicità e la sintonia di materiali come l’acciaio, il vetro e il legno che insieme omogeneizzano e legano tra loro ciò che potenzialmente dovrebbe essere sconnesso, i diversi li-

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DESIGN + 65


Sopra: l’ottavo piano. La terrazza è stata pensata per creare momenti di aggregazione. Sotto: l’atrio al piano terra. Anche all’interno è percepibile l’inclinazione del volume superiore, sottolineata dagli elementi lignei messi di taglio. Sia l’esterno che l’interno sono caratterizzati dagli stessi materiali: vetro, acciaio e legno


PROGETTO / 4 PIANTA PRIMO PIANO

PIANTA SECONDO PIANO

PIANTA TERZO PIANO

PIANTA QUARTO PIANO

PIANTA QUINTO PIANO

PIANTA SESTO PIANO

PIANTA SETTIMO PIANO

PIANTA OTTAVO PIANO

PIANTA COPERTURA

DESIGN + 67


Sopra: la sala conferenze del sesto piano. L’inclinazione è stata sfruttata per creare alcuni gradoni con funzione di sedute da cui è possibile godere di un’ampia vista sulla città. Sotto: il secondo piano che, come gli altri, presenta una disposizione planimetrica semplice e lineare. La pelle esterna coincide con quella interna


PROGETTO / 4 DETTAGLIO TECNICO DELLA FACCIATA

bullone d’acciaio M12x30 profilo in acciaio L-100x100x7 L80

trave in acciaio: H-194x150x6x9

bullone d’acciaio M12x40 profilo in acciaio PL-9x100

doppio vetro acciaio zincato a caldo St FB-12x32 L 210 connettore stecca in legno di cedro

velli. E diverse sono le condizioni culturali. Diverse le tradizioni. Diverse le storie. Asakusa, che nella sua particolarità urbanistica e sociale rispecchia le contrastanti anime del Giappone, è situato a nord-est del centro di Tokyo, nella cosiddetta città bassa, Shitamachi, e si sviluppa accanto al fiume Sumida. È qui che l’Asakusa Culture Tourist Information Center con la sua trasparenza mitigata dalla naturalità del legno si inserisce con discrezione. È l’elemento nuovo, contemporaneo, in un contesto caratterizzato da disomogenee situazioni legate sia alla modernità che alla storia del paese. Ed è proprio nel paese in cui i personaggi mitologici hanno la capacità di cambiare e trasformarsi in altre identità diverse che l’idea di torre si è evoluta nella sua profonda essenza, senza però stridere con l’ambiente che vi gravita intorno. Otto piani, escluso quello ipogeo, tra loro diversi e separati da funzionali locali tecnici che assorbono il dislivello che si crea dalla diversa inclinazione delle superfici. E mentre il primo e il secondo piano dispongono di un atrio unico e di una scala che mette in luce la diversa pendenza dei due tetti, il sesto dei tetti inclinati ne fa un’occasione per organizzare uno spazio teatrale proiettato sulla città. Otto piani come gli otto petali del loto. Il numero dell'equilibrio cosmico che ruotato di 90 gradi diventa, si sa, il simbolo dell’infinito.

SCHEDA

Studio Kengo Kuma & Associates / Strutture Makino Structural Design Ingegneria meccanico-elettrotecnica Kankyo Engineering inc. Lighting design Izumi Okayasu / Design facciata Ando Yoko Design Cliente città di Tokyo / Superficie area 326.23mq / Costi 1,187,392,500 JPY

DESIGN + 69


INTERSEZIONE ANALISI

AVETE DETTO “PAESAGGIO”? Nel 1993 André Corboz intitolava in modo simile un articolo pubblicato su un numero monografico di Casabella, dedicato al tema del disegno degli spazi aperti e alla necessità di superamento della concezione spaziale urbana tipica del Moderno. Ci sembra dunque estremamente attuale riproporre in questa sede l’espressione interrogativa, già utilizzata da Corboz, in una versione rinnovata, o forse semplicemente ampliata, in cui all’originale parola spazio sostituiamo volutamente la parola paesaggio (1). Oggi il tema del paesaggio, nelle sue molteplici e spesso ambigue declinazioni, è al centro di un dibattito sempre più fervido e acceso che coinvolge e spesso monopolizza in maniera trasversale l’interesse e le ricerche di diversi settori disciplinari, non ultimo quello dell’architettura. Sembra quasi che nel corso degli ultimi dieci anni, a partire cioè dall’approvazione e adozione della Convenzione Europea del Paesaggio (2000) che ha riaperto la necessità di riflessioni specifiche in merito, si sia compiuto, o si stia definitivamente compiendo, quel processo di legittimazione e di riconoscimento collettivo di una tematica di grande attualità, di cui la recente crisi globale sembra anche aver accelerato le dinamiche di urgenza, in relazione specie nel nostro Paese - non solo agli aspetti ecologico-ambientali, ma anche a quelli etici, estetici e culturali. Da qui il proliferare di convegni, conferenze, dibattiti, master, corsi di studio, ricerche ecc. che riportano la parola “paesaggio” al centro della propria agenda, anche in ragione della evidente forza e fascinazione mediatica che la parola stessa, da sola, è oggi in

grado di generare. D’altra parte, se, di fronte all’urgenza, la dimensione quantitativa del “purché se ne parli” costituisce un punto di partenza imprescindibile in termini di bisogno, dall’altra non possiamo sottovalutare le ragioni del “perché se ne parla” e interrogarci su come l’attuale discorso sul paesaggio possa contribuire al rinnovamento del nostro sguardo su un tema che non è certo nuovo, ma evidentemente richiede di essere osservato da nuovi punti di vista. In particolare, come addetti ai lavori, si tratta di saper valutare in che modo questo “discorso” incide sulla cultura architettonica contemporanea e, di conseguenza, essere pienamente consapevoli (e responsabili) delle forme che la nuova produzione/accumulazione di sapere è in grado di generare. Senza addentrarsi nel merito delle questioni teorico-speculative o multidisciplinari che il confronto con questi interrogativi comporta, ma, restringendo il campo e rivolgendoci ad alcune esperienze specifiche, ci sembra interessante segnalare due ambiti di ricerca in cui la riflessione sul paesaggio assume oggi una certa rilevanza e manifesta diverse potenzialità operative già in corso e/o suscettibili di sviluppi futuri. Il primo ambito è quello che riguarda la questione delle nuove tecnologie e della green economy e la loro applicazione sostenibile in rapporto alla costruzione di nuovi paesaggi e al tema, spesso controverso, della salvaguardia e dell’identità specifica dei territori. Sappiamo bene, infatti, come, soprattutto in Italia, l’emergenza della crisi e la necessità di adottare, in tempi brevi, nuovi standard tecnici ed energetici, in nome di istanze ecologico-ambientali, abbia spesso favorito fenomeni di speculazione e di degrado del patrimonio esistente, generando contraddizioni, apparentemente insanabili, tra volontà di conservazione e necessità di trasformazione. Da questo punto di vista, dunque, il paesaggio rappresenta oggi un bisogno che può essere

soddisfatto nella misura in cui la ricerca architettonica sarà in grado di coniugare e di far dialogare produttivamente, alle varie scale (dalla progettazione del singolo edificio alla pianificazione urbana e territoriale), gli strumenti e i sistemi di quella che è stata definita la “Terza Rivoluzione Industriale” con una rinnovata capacità critica di lettura, interpretazione e cura dell’esistente. Il secondo ambito, invece, è quello che riguarda la dimensione del paesaggio urbano in relazione, in particolare, alla progettazione degli spazi aperti e al ruolo dello spazio pubblico nella città contemporanea. La Modernità, rinunciando alla formulazione di una teoria epistemologica dello “spazio aperto” e limitandosi piuttosto ad una sua generica definizione come spazio isotropo, astratto e uniformemente vasto al fine di concentrarsi sulla rilevanza ed emergenza dell’oggetto architettonico, ci ha consegnato la questione, spesso drammatica e controversa, degli spazi neutri e indifferenziati delle periferie. Oggi, di contro, le ricerche contemporanee si basano in prevalenza su una rinnovata interpretazione dello spazio urbano. Quest’ultimo, inteso non più semplicemente in negativo, come vuoto, ma piuttosto come “insieme”, come luogo delle relazioni, dell’azione e della partecipazione, diviene terreno di sperimentazioni progettuali che spesso trovano proprio nell’epistemologia del paesaggio e, dunque nella cultura e nella sensibilità paesaggistica, uno dei principali riferimenti cardine. Non a torto possiamo quindi affermare che il paesaggio, come bisogno e come cura, costituisce a tutti gli effetti un necessario common ground: quel terreno comune da costruire e alimentare anche quando il sipario dell’omonima Biennale di Architettura, attualmente in corso, sarà chiuso. (1) André Corboz, “Avete detto “spazio”?”, in Casabella n°597-598, 1993, pp.20-25.

GINA OLIVA Architetto e Dottore di Ricerca in Composizione Architettonica e Urbana. I suoi lavori e le sue ricerche riguardano: l’housing sociale, la riqualificazione urbana, la progettazione dello spazio pubblico. Ha pubblicato Architettura e Paesaggio. Riflessioni (edito da Nuova Cultura).

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INTERSEZIONE

L’architettura è relazione. Il costruire traduce in forme materiche la tensione relazionale che costituisce l’origine e l’essenza dell’esistenza umana. In un’epoca di grande instabilità, di cambiamenti veloci, di fluidità di rapporti, dopo anni di oblio e di relativizzazione, la cultura architettonica torna a riscoprire l’importanza del tema del sacro come fulcro di vita sociale e luogo rappresentativo di un vivere comune. I luoghi del sacro in tutte le culture dell’umanità hanno da sempre riassunto e incarnato le due direzioni di comunicazione: quella orizzontale, tra le persone e con l’intorno naturale, e quella verticale di apertura al mistero della Trascendenza. L’ancoraggio ad una Realtà esente dal continuo mutamento dell’umano vivere diviene, infatti, garante di stabilità per l’agire, nella consapevolezza che senza un principio di eternità la terribile transitorietà della condizione terrena rende precario di senso l’immanente. Oggi come sempre, l’esistenza umana è avvolta dal Mistero e ha necessità di ritrovare nelle forme fisiche del panorama naturale e del costruito dei punti di riferimento che parlino di questa tensione e sciolgano l’inquietudine esistenziale attraverso un processo relazionale e comunitario. In questi termini, la costruzione del luogo sacro è sempre stato l’evento centrale di espressione della capacità edificatoria comunitaria visto che il costruire era un tempo inteso come il più nobile dei compiti. Le forme archetipe del sacro comuni a tutte le culture umane, quali la montagna, la grotta, l’albero, il palo, la scala e il lago, sempre connotate da una evidente verticalità, sono state interpretate dal cristianesimo europeo attraverso l’architettura dell’edificio ecclesiale che, ancora oggi, connota paesi e città.

Anche tra le chiese costruite nel XX secolo, alcune richiamano ancora i segni archetipi, come, ad esempio, la chiesa dell’Autostrada e quella di Borgo Maggiore di Giovanni Michelucci che si rifanno all’idea della montagna e della grotta quale ventre materno. Tuttavia il Novecento può essere inteso come il secolo nel quale il tema architettonico del sacro è caduto in oblio, mentre grande importanza ha assunto l’impegno di dare all’essere umano delle condizioni abitative consone allo sviluppo di una vita dignitosa. Ma se è stato giusto il considerare come degne di attenzioni le esigenze dell’abitare, l’essersi rivolti unicamente al soddisfacimento dei bisogni materiali trascurando quelli spirituali ha generato una sostanziale emarginazione della ricerca rivolta al significato esistenziale del vivere. Un vivace ritorno di attenzione all’architettura cultuale la si è avuta tra il 1950 e il 1970, periodo inaugurato dalla sorprendente costruzione della chiesa Saint Marie en haut de Ronchamp di Le Corbusier e chiuso dal Concilio Vaticano II che, assumendo molte delle istanze presentate dal Movimento Liturgico, legittima un nuovo modo di intendere l’edificio ecclesiale. In questo breve lasso di tempo, Bologna diviene il luogo di principale elaborazione del tema del sacro, nella ricerca di un rinnovamento e una sperimentazione del possibile dialogo tra architettura Moderna ed edificio ecclesiale. Grazie all’attenzione del Cardinale Lercaro che era dell’idea che ogni momento della storia debba dire “nel linguaggio dei vivi la lode del Dio vivente”, la città emiliana diviene uno dei più illustri centri di riferimento a livello nazionale ed europeo in merito all’architettura liturgica e attraverso l’Ufficio Nuove Chiese, preposto alla costruzione delle chiese nella periferia di Periferia, e il Centro di Studi e di documentazione per l’architettura sacra, nato nel 1955 all’indomani del Primo Congresso di architettura sacra, coinvolse i principali esponenti della cultura architettonica del tempo come

Aalto, Le Corbusier, Gideon, Figini, Michelucci, Quaroni, Giò Ponti, Breuer e molti altri. Anche se le posizioni sperimentate da Lercaro e dal Laboratorio bolognese ebbero una notevole influenza sulla concezione architettonica del tempo e sugli esiti del Concilio, dopo questa stagione di grande fervore il clima di febbrile ricerca che aveva caratterizzato gli anni preconciliari si è affievolito e per anni le nuove chiese sono state costruite nella quasi totale indifferenza della cultura architettonica. Solo di recente si sta assistendo ad un ritorno di interesse per il tema del sacro e una nutrita schiera di architetti si va interrogando sulle forme idonee a coniugare esigenze rituali e forme materiche in un edificio inteso come depositario di identità collettiva e di significato. Erede della grande tradizione bolognese e lercariana, il Centro Studi per l’architettura sacra e la città della Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro di Bologna, si inserisce dentro questa tensione riflessiva e ripropone in chiave odierna l’anelito ad una ricerca di senso propria del costruire umano. Laboratori, ricerche, incontri e studi proposti dal Centro Studi hanno lo scopo di costituire degli ambiti di incontro e riflessione per chi vuol parlare di spazio sacro e, più in generale di architettura di significato, in termini non superficiali e rispondenti alle esigenze della contemporaneità. Se l’esperienza dell’Ufficio Nuove Chiese voluto dal Cardinal Lercaro era sorto dalla constatazione di una mancanza di luoghi di orientamento e riferimento fisico, culturale e spirituale nella periferia urbana, così oggi, davanti a forme spesso connotate da superficialità e consumismo, con una tendenza ad un disancoraggio rispetto ad una riflessione di senso, il Centro Studi propone un approfondimento circa il fare architettura, nella riscoperta dell’inalienabile necessità dell’agire costruttivo umano di essere ancorato ad una tensione relazionale piena e significante.

CLAUDIA MANENTI È direttore di Dies Domini - CENTRO STUDI sull’architettura sacra e la città della Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro di Bologna. Insegna Urbanistica (Facoltà di Architettura, Cesena). È docente di “Introduzione all’architettura sacra” presso il Pontificio Seminario Regionale di Bologna ed è membro della Commissione di Arte Sacra della Diocesi di Bologna

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ANALISI

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I colori e le suggestioni del Marocco, un Paese in cui tradizione e modernità convivono creando un mix più unico che raro, affascinano da sempre i turisti di tutto il mondo e spesso sono diventati fonte di ispirazione per artisti, designer e stilisti. Non è rimasto immune al fascino del Marocco neppure Patrizio Fiorini, responsabile dello studio Fioredesign di Bologna, che propone in Italia rivestimenti originali ottenuti con tecniche marocchine. Tadelakt, sgraffite, tahjart, zelliges e mosaici sono utilizzati come rivestimento per pareti, vasche, docce, hammam, caminetti e arredi. «L'Africa per me è sempre stata oggetto di passione e lavoro», spiega Fiorini. «Nell'86 ho cominciato a viaggiare in moto da turista lungo il Sahara, di seguito ho cominciato a organizzare viaggi, come guida per varie agenzie in Marocco, Algeria, Libia e Niger, poi come organizzatore di gare a piedi e in mountain bike in Libia. In un viaggio con la mia famiglia, nel 1999, ho scoperto il tadelakt, un rivestimento murale marocchino, e, dopo essermi documentato, sono tornato in Marocco per saperne di più. Ho dedicato un viaggio alla visita dei riad, le abitazioni tipiche del luogo dove sono custoditi antichi intonaci con decorazioni, e dei nuovi riad,

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ristrutturati e diventati eleganti hotel. Ho cercato di inserirmi nei cantieri ma non è stato facile. Il tedelakt non prevede incertezze e se fatto in equipe, per le grandi superfici, richiede un ottimo affiatamento con gli altri artigiani». Dopo quel viaggio ne sono seguiti molti altri in cui Patrizio Fiorini ha potuto lavorare a fianco di artigiani specializzati fino al 2003 quando ha eseguito il primo vero lavoro in tadelakt presso un’abitazione privata di Marrakech. «Da allora - prosegue - ogni anno torno a Marrakech per affinare sempre di più la mia tecnica. Ma, nonostante questo, ancora non sento di essere un Maalem, ovvero un maestro». Oggi, grazie alla sua lunga esperienza nel design e nella progettazione, è in grado di realizzare arredi, dalle strutture di base fino agli intonaci di fondo, a supporto dei pregiati rivestimenti finali. Il tadelakt, finitura a base di calce levigata con sasso e sapone nero, viene posato rispettando l’unica tradizionale tecnica marocchina su tutte le superfici, in continuità fra pareti e arredi in un affascinate movimento dal tatto liscio e morbido. Spigoli arrotondati, curve, forme sensuali e impermeabilità fanno del tadelakt un rivestimento unico e assolutamente ecologico. Proposto in varie colorazioni derivate dai pigmenti naturali è applicato alle strutture realizzate su misura, a richiesta del cliente in pezzi unici ed esclusivi. Al tadelakt, lo studio Fioredesign aggiunge sgraffite e tahjart, come arricchimento decorativo: la tecnica sgraffite consiste in un’incisione a fresco della calce, ornamento del tadelakt, si presta a decorazioni personalizzate di qualsiasi forma e disegno. Il tahjart è la tecnica di scultura a bassorilievo su intonaco a base di sabbia del sahara e cemento bianco. Particolarmente adatto per bordure, cornici, portali, specchi e finestre. Colorato con pigmento può essere inserito negli ambienti in tadelakt come decorazione finale. A completamento dei rivestimenti, Fioredesign propone le zelliges e i mosaici originali della città di Fès. Per le pareti sono disponibili i formati 10x10, 5x5 e le losange esagonali. A pavimento sono disponibili mattonelle 4,5x14x 3 in cotto naturale o smaltato nelle classiche colorazioni in varie tonalità: bianco, turchese, blu, giallo, rosso, verde, marrone, nero«Ovviamente – conclude Fiorini - tutti i materiali ed utensili utilizzati da Fioredesign sono garantiti della originale provenienza marocchina».

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Aldo Rossi, progetto di concorso per il Deutsches Historisches Museum, Berlino, 1988/1989

I MODELLI DEI GRANDI ARCHITETTI

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ttanta modelli di oltre sessanta autori che hanno segnato la storia dell’architettura dal ‘900 ad oggi. È la mostra sulla collezione di architettura Modelli/ Models che è esposta nella Galleria 2 del MAXXI, al primo piano del museo. La mostra, curata dal MAXXI Architettura con l’indirizzo scientifico di Maristella Casciato, è una delle prime occasioni per apprezzare e mettere a confronto un grande numero di modelli di opere moderne e contemporanee, realizzati con i materiali e le tecniche più disparate, dal legno alla ceramica, ai gessi, ai metalli e alle materie plastiche. In esposizione modelli di studio o realizzati per concorsi, maquettes per la presentazione del progetto alla committenza, plastici di contesto o di dettaglio che riguardano progetti del XX e XXI secolo, dalla ricostruzione agli anni del boom. A partire dal modello del Foro Italico di Enrico Del Debbio a quelli inediti di Maurizio Sacripanti per il grattacielo Peugeot a Buenos Aires, il Teatro di Cagliari e il Padiglione Italiano all’Expo di Osaka, tra le ultime acquisizioni del Museo, fino al bassorilievo in ceramica dell’opera più recente, la nuova sede dell’Agenzia Spaziale Italiana nell’area romana di Tor Vergata, dello studio 5+1 AA, Afonso Femia e Gianluca Peluffo. E ancora: i due modelli del

Palazzo dei Congressi di Roma progettato da Massimiliano Fuksas, donati al museo dall’architetto; i modelli di Corviale di Mario Fiorentino; il modello per il Cimitero di Parabita a Lecce donato da Alessandro Anselmi; l’ordine dei Medici di Roma e la chiesa del Sacro Volto a Roma di Piero Sartogo; il modello della Città compatta di Franco Purini e quello per un teatro a Gibellina di Francesco Venezia. Tra i modelli più spettacolari quelli dei progetti di Aldo Rossi, tra cui il Deutsches Historisches Museum di Berlino. Il percorso di visita si snoda nella grande e luminosa Galleria 2 ed è arricchito da video e testimonianze filmate dei protagonisti dell’architettura nel XX e XXI secolo e da una sezione a sé stante sul tema dei modelli virtuali dedicata ai capolavori di PierLuigi Nervi. In mostra anche tutte le 14 proposte finaliste del concorso del MAXXI, vinto da Zaha Hadid, con i modelli, tra gli altri, di Rem Koolhaas, Jean Nouvel, Vittorio Gregotti, Steven Holl, Souto De Moura e Kazuyo Sejima.

Roma Modelli /Models MAXXI (fino al 2 aprile 2013)

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MOSTRE

George Nelson, Marshmallow, sofa, 1956

La Pop Art è la corrente artistica più importante a partire dal 1945. Una delle prerogative della Pop Art era il dialogo tra arte e design, cui il Vitra Design Museum dedica, prima nel suo genere, una intera esposizione: “Pop Art Design”. Le opere di Andy Warhol, Claes Oldenburg, Roy Lichtenstein e Judy Chicago vengono messe a confronto con il design di Charles Eames, George Nelson, Achille Castiglioni ed Ettore Sottsass. A completamento, numerosi oggetti, tra cui custodie di LP, riviste, foto e video d’interni contemporanei. Cinquanta anni dopo la dichiarazione ufficiale della nascita della Pop Art alla conferenza tenutasi al Museum of Modern Art di New York, la mostra “Pop Art Design” individua una nuova prospettiva della Pop Art stessa, in cui il design assume un ruolo fondamentale. La mostra si apre con un prologo che dimostra che tanti elementi della Pop Art erano già presenti negli anni precedenti. Già negli anni ’30, negli Stati 80 DESIGN +

Uniti, designer come Raymond Loewy sostenevano il significato determinante della pubblicità e dell’iconicità all’interno del design, come sinonimo di una nuova concezione commerciale. Allo stesso tempo il design si sviluppò come nuova disciplina, libera ed autonoma, che funzionava da catalizzatore di nuove idee artistiche. Questa funzione era chiara negli Stati Uniti, per esempio nelle realizzazioni di Charles e Ray Eames o di George Nelson, concepite sempre più come sculture. Con il confronto concreto degli oggetti di Arte e Design la mostra non solo offre un panorama affascinante dell’epoca, ma anche dei nuovi riconoscimenti per entrambe le discipline. Così viene dimostrato che il design fu per la Pop Art un partner di dialogo ma, in alcune occasioni, anche un punto di partenza. Allo stesso tempo, l’esposizione evidenzia che tanti oggetti della vita quotidiana ed il “Radical Design” degli anni ’60 furono aspetti importanti per il movimento della

Studio 65, Leonardo, sofa, 1969

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Dialogo pop fra arte e design Andy Warhol, paravento, 1958 ca.

Pop. Tuttavia, la mostra non vuole soltanto dar lustro all’anima di un’epoca ma, piuttosto, approfondire con una visione dettagliata il fenomeno della Pop Art: la migrazione dei contenuti tra Arte e Design, la relazione tra l’oggetto quotidiano e l’immagine e anche come iniziò il dominio della cultura Pop sulla nostra vita quotidiana, tutt’oggi presente. Questo punto di vista è decisamente attuale perché chiarisce la relazione tra Pop Art, la nostra vita quotidiana e la cultura consumista, ancora attuale. Anche se tanti rappresentanti della Pop Art hanno sempre evitato di lasciare la loro opinione su questo argomento, a loro appartiene un’eredità storica che richiama senza sosta queste domande alla coscienza. WEIL AM RHEIN Pop Art Design Vitra Design Museum (fino al 3 febbraio 2013)


Mut Wah Street, Kwun Tong Isolato residenziale abbandonato, Yue Man Square, distretto di Kwun Tong

Hong Kong Institute of Architects e Hong Kong Arts Development Council partecipano alla 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia con una esposizione che concentra il proprio sguardo sulla vivace rigenerazione urbana, architettonica e culturale di Kowloon East, a Hong Kong. The Oval Partnership, studio di architettura con base a Hong Kong, è stato incaricato della curatela della mostra dall’Hong Kong Institute of Architects in seguito a un concorso nazionale. Oval ha sviluppato il concept della mostra e selezionato i tredici studi che stanno esponendo i loro progetti per Kowloon East, in continuità con il tema scelto da David Chipperfield, curatore della 13.Mostra Internazionale di Architettura: “Common Ground”. Oggetto della mostra è l’area di rigenerazione urbana di Kowloon East; il progetto, che interviene sul sito precedentemente occupato da un aeroporto, copre una superficie di 320

ettari e costituisce uno dei più estesi progetti di rigenerazione urbana in Asia. Nell’esposizione verranno approfonditi i piani ufficiali del Development Bureau, e si descriveranno anche i progetti ufficiosi, quelli che nascono talvolta spontaneamente nel distretto di Kowloon East. A Hong Kong il doppio significato di “Common Ground” ha sollevato sentimenti profondi. L’espressione “un paese, due sistemi” è costantemente in discussione. Fino a che punto il sistema di Hong Kong è distinto da quello del continente? Come, inoltre, questo differente sistema prefigura il coinvolgimento dei suoi cittadini nel delineare il proprio futuro? Può Hong Kong individuare nuove direzioni per conservare la condizione economica attuale? Fino a che punto Hong Kong è in grado di distinguersi dalla Cina? Riuscirà Hong Kong a trovare nuove modalità attraverso le quali mantenere la spinta commerciale che l’ha resa forte e vincente e, al

Il molo per i traghetti di Kwun Tong

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Il distretto di Kowloon East Residenze popolari, Ngau Tau Kok Rd, distretto Kwun Tong

contempo, coinvolgere maggiormente i suoi cittadini per garantire nei prossimi anni modi di vita più variegati, culturalmente ricchi e sostenibili? Come curatore, the Oval Partnership ha agito come un “ghostwriter” e ha invitato i partecipanti a speculare sull’abitare passato, presente e futuro come modo per reinquadrare le condizioni esistenti, la cultura nativa e le nuove attività. I progetti proposti sono stati interpretati per rivelare le storie segrete e il futuro emergente di uno dei progetti di rigenerazione urbana più estesi al mondo. La mostra intreccia una serie di narrazioni tra loro correlate, per rivelare le fragili ecologie di una nuova cultura urbana emergente che coesiste all’interno della pianificazione ufficiale. VENEZIA - Inter Cities /Intra Cities:

Ghostwriting the future - Arsenale, Campo

della Tana, Castello 2126 (fino al 25/11/2012)

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MOSTRE

Le luci di Sarfatti

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Triennale Design Museum con Flos presenta la prima mostra antologica dedicata a Gino Sarfatti. La mostra è una ricorrenza per il centenario della nascita di Gino Sarfatti, fra i maestri del design italiano e internazionale. Infatti, tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Settanta, Sarfatti ha ideato oltre 650 apparecchi luminosi con Arteluce, l’azienda da lui fondata. Una vasta selezione di pezzi racconterà il suo lavoro: il legame tra luce e spazio, la sperimentazione di nuove sorgenti luminose. Il lavoro di Sarfatti ha avuto un grande riscontro, infatti la maggior parte delle opere in mostra provengono dalla collezione di Clémence e Didier Krzentowski, della Galerie Kreo di Parigi.

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Nervi a Mantova

MILANO Gino Sarfatti Triennale Design Museum (fino all’11/11/2012)

Giuseppe Terragni

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Brasile in mostra

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Di tutto il secolo scorso, la figura di Giuseppe Terragni (1904-1943) spicca in maniera singolare tra i numerosi architetti di grande operosità: è suo infatti il merito di aver concepito il nuovo con lucida volontà, promosso una generazione all’avanguardia in Europa, ripensato i termini dell’edificare. In meno di 40 anni Terragni abbozza l’intero percorso dell’architettura moderna, portando l’Italia nella modernità e lanciando il pensare all’italiana in tutto il mondo.

Approda a Mantova la mostra “Pier Luigi Nervi Architettura come Sfida”, prima grande retrospettiva dedicata al più noto ingegnere italiano del ’900. Frutto di un vasto progetto di ricerca, il complesso percorso attraverso l'opera di Nervi è scandito da dodici progetti-icona e si arricchisce di nuovi contenuti nella tappa mantovana, sottotitolata “L'Industria e la Fabbrica Sospesa. Perché Nervi a Mantova?”. «Perché qui - afferma Angelo Crespi, presidente del Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te - Pier Luigi Nervi ha lasciato una delle sue opere più complesse e ardite dal punto di vista tecnico e architettonico, la Cartiera Burgo, la Fabbrica sospesa, appunto». Selezionate da un comitato scientifico internazionale presieduto da Carlo Olmo, sono 12 le sezioni della ricca esposizione di Palazzo Te che guidano all'esplorazione dei principali ambiti di attività di Nervi. Ciascuna sezione è focalizzata su un’opera, considerata icona della creatività dell’ingegnere. Plastici, disegni originali, un ricco corredo fotografico di immagini di cantiere e foto d’attualità illustrano l’intero percorso creativo di Nervi: dallo Stadio Municipale di Firenze del 1932, che ne consacra il prestigio a livello internazionale, alla sede dell'Unesco a Parigi o l'Aula Vaticana delle udienze pontificie in Vaticano e la Torre della Borsa di Montreal, per approdare all'ultimo progetto realizzato, l'Ambasciata Italiana a Brasilia, concepito da Nervi e dal figlio Antonio del 1969.

Triennale Design Museum porta avanti il ciclo dedicato al nuovo design internazionale negli spazi del MINI&Triennale CreativeSet proponendo, dopo i focus su Cina e Corea, un’inedita selezione dei più interessanti lavori dei designer brasiliani contemporanei, a cura di Fernando e Humberto Campana. Il design brasiliano si distingue per la capacità di coniugare tradizione e innovazione, per il saper spaziare dal recupero di tecniche artigianali all’impiego di tecnologie avanzate, per il riuso dei materiali e l’attitudine ecofriendly. I pezzi esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici ad altri industriali.

FOLIGNO - Giuseppe Terragni. Il primo

MANTOVA - Pier Luigi Nervi. Architettura

MILANO

come Sfida. L'industria e la fabbrica sospesa

Brazil New Design

Contemporanea (fino al 9 dicembre 2012)

Palazzo Te (fino al 15 novembre 2012)

Triennale Design Museum (fino al 2/12/2012)

architetto del tempo - Centro Italiano Arte 82 DESIGN +


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AGENDA

ALBA Carrà, nel 2012, alla Fondazione Ferrero Fondazione Ferrero (dal 27/10/2012 al 27/01/2013)

Il percorso artistico di Carlo Carrà è testimoniato in ogni sua fase: le prime prove divisioniste, i capolavori del Futurismo, la parentesi dell’ “Antigrazioso”, la Metafisica e il ‘Realismo mitico’, i paesaggi (dagli anni Venti in poi), le composizioni monumentali di figura degli anni Trenta e una selezione di nature morte, così da arrivare agli ultimi anni della sua attività. Saranno riuniti 76 dipinti conservati nelle più prestigiose istituzioni pubbliche nazionali e internazionali, oltre che in importanti collezioni private.

FERRARA Boldini, Previati e De Pisis. Due secoli di grande arte a Ferrara Palazzo dei Diamanti (fino al 13 gennaio 2013)

Un’ampia selezione di opere di Boldini, Previati, Mentessi, Minerbi, Melli, Funi e De Pisis, ovvero dei più importanti artisti ferraresi dell’Ottocento e del Novecento, verrà presentata assieme ad un nucleo di opere di altri grandi maestri italiani come Gemito, Boccioni, Carrà e Sironi, patrimonio delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. Un’ottantina tra dipinti, sculture e opere su carta che raccontano oltre centocinquant’anni di produzione artistica locale, ma anche nazionale e internazionale. La mostra è accompagnata da un progetto didattico rivolto al mondo delle scuole e alle famiglie, che prevede anche la pubblicazione di un libro per bambini, realizzato da Ferrara Arte grazie al sostegno di ENI. RANCATE (MENDRISIO – CANTON TICINO) Serodine e brezza caravaggesca sulla “Regione dei laghi” Pinacoteca cantonale Giovanni Züst (fino al 13 gennaio 2013)

Giovanni Serodine è universalmente noto quale uno dei più rilevanti interpreti della tendenza naturalistica di tutto il secolo. Pittore ignorato dai suoi contemporanei, viene riscoperto e rivalutato dalla critica del Novecento che, cogliendo la straordinaria qualità del suo lavoro, gli assegna finalmente il giusto posto nella costellazione dei più importanti pittori della storia dell’arte in Italia. La mostra è un’attenta retrospettiva dell’artista, affiancata da dipinti di suoi compagni di avventura figurativa, così da mostrare al pubblico come il fenomeno che oggi per semplificazione viene definito come “naturalismo” avesse preso piede nelle terre prealpine più di quanto generalmente sino ad ora si era sospettato.


AGENDA

A

ROMA Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese Scuderie del Quirinale (fino al 20 gennaio 2013)

Sono otto i Vermeer presenti nell’esposizione romana, dalle donne “ideali” alla celebre “Stradina”, affiancati da cinquanta capolavori degli artisti a lui contemporanei, icone della pittura olandese del secolo d’oro, tutti accomunati da una particolare abilità per le diverse tecniche di rappresentazione della luce su materiali e superfici differenti. Il visitatore potrà, non solo avvicinare il genio artistico di Vermeer, ma anche capire come l’opera del maestro si rapporti con gli artisti olandesi. Dopo essere stato oggetto di una fortuna altalenante, deve la riscoperta ad alcune indimenticabili e rarissime mostre fino al grande successo di quella tenutasi a Washington nel 1996, curata da Arthur Wheelock, fra i curatori di questa esposizione alle Scuderie del Quirinale. PRATO Coveri story. Da Prato al Made in Italy Auditorium Camera di Commercio (dal 24/10/2012 al 18/01/2013)

La mostra, curata da Ugo Volli, Martina Corgnati e Luigi Salvioli, presenta abiti originali, bozzetti, storyboard delle sfilate (questo un assoluto inedito per il pubblico), fotografie, video delle sfilate, fino alle numerosissime copertine che le riviste hanno dedicato alle sue creazioni. Inoltre, una sezione documenterà il suo amore per l’arte contemporanea con una preziosa selezione di opere tra cui uno dei ritratti di Coveri realizzato da Andy Warhol. Il materiale è stato messo a disposizione dalla maison Enrico Coveri. Il percorso è concepito per ripercorrere i principali momenti della carriera di Enrico Coveri e del suo marchio, partendo dalla fine degli anni Settanta. PAVIA Renoir. Le vie en peinture Scuderie del Castello Visconteo (fino al 16 dicembre 2012)

L'esposizione, a cura di Philippe Cros, - attraverso una selezione di dipinti, pastelli e disegni - ripercorrerà la carriera del grande maestro francese mettendo in evidenza il ruolo dell’artista nella storia dell’arte moderna. Il pubblico avrà la possibilità di ammirare importanti lavori, alcuni dei quali esposti per la prima volta in Italia, provenienti da prestigiose realtà museali internazionali tra cui la National Gallery of Art di Washington , il Columbus Museum of Art (Ohio), il Centre Pompidou di Parigi e il Palais des Beaux Arts di Lille. Conosciuto dal grande pubblico come uno dei fondatori dell'Impressionismo, in realtà Renoir non può essere considerato un artista totalmente devoto a un'unica corrente e a un unico stile ma piuttosto alla rappresentazione e celebrazione della bellezza, elemento costante in tutta la sua produzione artistica.


A

AGENDA

REGGIO EMILIA Jules de Balincourt. Parallel Universe Collezione Maramotti (fino al 27 gennaio 2013)

È un progetto di Jules de Balincourt per la Collezione Maramotti, costituito da cinque nuovi dipinti che dopo la mostra entreranno a far parte della collezione. Come spesso accade nel lavoro di questo artista, le opere sono state dipinte contemporaneamente, nel medesimo studio, così che durante la loro realizzazione esse sono entrate in dialogo tra loro, divenendo il risultato di uno stesso processo creativo. De Balincourt ha un approccio alla pittura fortemente intuitivo, che privilegia uno sviluppo organico delle opere, le quali prendono così specificamente forma sia singolarmente che come insieme.

VICENZA Raffaello verso Picasso. Storie di sguardi, volti e figure Basilica Palladiana (fino al 20 gennaio 2013)

La mostra non è, né vuole essere, una storia completa dell’arte del ritratto. È una magnifica, affascinante e ben circostanziata sequenza di opere-capolavoro che il curatore, Marco Goldin, ha scelto per raccontare una sua interpretazione di questo fondamentale ambito della pittura, proponendo non un percorso di successione cronologica ma, come gli è consueto, uno stimolante gioco di confronti, rimandi, assonanze tra artisti e soggetti, tra epoche e scuole. In mostra, una novantina di quadri straordinari, provenienti dai musei dei vari continenti e da alcune collezioni private sia europee che americane. Raccontano la più grande storia che la pittura ricordi, quella dedicata al ritratto e alla figura. LONDRA Digital Crystal Design Museum (fino al 13 gennaio 2013)

Negli ultimi dieci anni, il design e l’architettura Swarovski hanno avuto il ruolo di piattaforma sperimentale per protagonisti del design per concettualizzare, sviluppare e condividere le proprie idee più radicali. Sulla base di questa piattaforma, il Design Museum di Londra e Swarovski hanno deciso di sfidare alcuni dei talenti più interessanti della creatività contemporanea facendogli esplorare il futuro della memoria nell’era digitale. Deyan Sudjic, direttore del Design Museum, spiega che il tema centrale della mostra è «il significato della memoria nell’epoca del digitale. Con la fine dell’era analogica il nostro rapporto con la memoria personale. Ovvero le fotografie, i diari, le lettere, il tempo in generale, sta cambiando».


AGENDA

A

WEIL AM RHEIN (GERMANIA) Erwin Wurm – Home Vitra Design Museum (fino al 20 gennaio 2013)

L’austriaco Erwin Wurm nasce come pittore e scultore per diventare poi popolare con le sue installazioni esilaranti e i grotteschi pezzi d'arte spaziale e architettura, con una cosa in comune: il divertimento. È famoso per le “One Minute Sculptures”, opere a metà tra la scultura e performance, basate sul concetto di precarietà, che esistono solo per pochi secondi, giusto il tempo d’essere immortalate, magari con la fotografia o la videocamera. Ha esposto in mostre personali in tutto il mondo e dal 2002 insegna all’Università delle Arti Applicate di Vienna. In mostra in Germania pezzi nuovi realizzati per l’occasione insieme a sculture storiche e soprattutto le case, ironiche, buffe e vitali, protagoniste accanto alle costruzioni di Frank Gehry o Herzog & de Meuron, di una inedita installazione nel cuore del Vitra Campus. VENEZIA Lynn Davis. Modern View of Ancient Treasures Museo Archeologico Nazionale (fino al 13 gennaio 2013)

Lynn Davis è considerata una delle più raffinate fotografe della scena americana. Allieva di Berenice Abbott, un mito della fotografia, e amica di Robert Mapplethorpe, il fotografo “maudit” della ribalta newyorkese anni Ottanta, Lynn Davis vuole presentarsi a Venezia con una tra le sue più raffinate raccolte di grandi fotografie, tutte centrate sull’epifania di luoghi sacri all’uomo: tombe monumentali in mezzo al deserto, templi che si ergono come stalagmiti nella pianura, figure ieratiche che emergono dalle montagne, sono le immagini che la fotografa oggi predilige, nella sua costante ricerca di un luogo “senza tempo”, che trasmetta all’essere umano il senso dell’assoluto. MILANO Wildlife Photographer of The Year Museo Minguzzi (fino al 18 dicembre 2012)

Si tratta di una mostra itinerante di proprietà del Natural History Museum di Londra e di BBC Wildlife Magazine che ha debuttato al Museo di Storia Naturale di Londra ed è arrivata in Italia grazie all'esclusiva concessa dal museo londinese alla PAS EVENTS di Torino. Organizzata da Radicediunopercento, la mostra “Wildlife Photographer of The Year” torna a Milano dopo oltre dieci anni presentando 100 spettacolari fotografie naturalistiche, selezionate all’ultima edizione dell’omonimo concorso internazionale, indetto dal Museo di Storia Naturale di Londra e dalla rivista BBC Wildlife. Ogni anno sono migliaia le fotografie che partecipano al rinomato concorso “Wildlife Photographer of The Year” che si tiene dal 1964 e che è l’Oscar nella rappresentazione artistica del mondo naturale.


PREMIAZIONI

AL CONCORSO “IL MOBILE SIGNIFICANTE” 2012 VINCONO NUOVE DECLINAZIONI DI TAVOLI ori dell’annuale La FAM (Fondazione Aldo Morelato) ha proclamato i vincit Simposio sulle Arti Concorso “Il Mobile Significante” durante il recente a Cerea (VR). Applicate, svoltosi presso la sede di Villa Dionisi , in riferimento L’oggetto d’arredo per gli spazi della convivialità concetto di luogo ai cambiamenti sociali con una riflessione sul nuovo i numerosi cui su domestico. Questo era il tema da sviluppare e e di valore. ali origin partecipanti hanno lavorato con proposte molto

e Direttore della La giuria, composta da Ettore Mocchetti (Progettista dente ADI Veneto), (Presi iol Terzar rivista AD edizioni Condé Nast), Alex ate, art director applic arti delle Ugo La Pietra (Progettista e Teorico to (Presidente Morela o Giorgi a e della Fondazione Aldo Morelato), insiem ori: vincit i ato decret così ha della Fondazione Aldo Morelato),

PREMIO “FONDAZIONE ALDO MORELATO - PROGETTO OPERA” (PARIGI) o Belti LA SECONDA STELLA - KITCHEN TABLE di Giuseppe Besser

che negli ultimi anni “Un progetto che fa riferimento alla nostra società ari in continua si sta organizzando in nuove tipologie di nuclei famili e caratteristica evoluzione e cambiamento. Il tavolo ha il suo pregio , per la preparazione nell’essere organizzato con tre zone distinte, taglio e per la raccolta dei cibi per la ritualità domestica”.

PREMIO “CAMERA DI COMMERCIO DI VERONA

BROKEN TABLE di Patrizia Bertolini (BZ) la gamba tagliata “Il progetto del tavolino per single che, attraverso e ritualità divers a alla rottura delle relazioni affettive, allude domestiche individuali”.

AEQUO PREMIO “CITTÀ DI CEREA - SCUOLA APPIO SPAGNOLO” EX

DIVIDERE PER UNIRE di Pietro Navarra (TP) essenziali, di “Per la capacità, attraverso una serie di elementi gruppo familiare”. del azione ganizz configurare lo spazio in base all’or

HANGAR di Fabio Marangon (VI) disponibile attraverso “Un progetto che affronta il problema del poco spazio o in diverse soluzioni un oggetto che, da struttura compatta, si apre all’us articolate”.

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PREMIO FONDAZIONE MORELATO, PROGETTO OPERA

Foto Vera Comploj

Giuseppe Bessero

LA SECONDA STELLA

La società degli ultimi anni è composta da nuove tipologie di nuclei famigliari più o meno allargati in continua evoluzione e cambiamento che comportano anche una trasformazione di tutte quelle attività che rientrano nella convivialità. Il tavolo La Seconda Stella, inserendosi nel momento della preparazione del cibo, trasforma quest'ultimo in un'occasione di profonda relazione e confidenza, una sorta di anteprima della cerimonia “cena”. Il tavolo, pensato in legno massello di faggio o frassino con finitura scura, può essere utilizzato come tavolo da pranzo (quando è chiuso) oppure come tavolo da cucina (quando è aperto) con tre zone distinte (taglio, raccolta e preparazione dei cibi). La Seconda

Stella, se da una parte è stimolo alla condivisione e partecipazione di più persone alla preparazione del cibo dall'altra, aprendolo come un libro di racconti, diventa lo scenario dove zucchine tagliate sono coccodrilli in difesa di un castello di bottiglie che sta per essere attaccato da soldatini

di cubetti di formaggio. In questo modo la preparazione del cibo permette a un genitore di creare con il proprio figlio un momento di complicità in cui l’atto vero e proprio della cucina viene accompagnato dal racconto di una storia dove, quasi per magia, la cucina si anima di presenze fantastiche.

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PREMIAZIONI

Patrizia Bertolini

PREMIO “CAMERA DI COMMERCIO DI VERONA”

Il tema del concorso richiedeva una riflessione progettuale sulle trasformazioni dei comportamenti in rapporto alla trasformazione del nucleo familiare nello spazio domestico. In particolare al progetto era richiesta l’attenzione ai rituali della convivialità. Guarda caso, poco tempo prima di incappare nel bando del concorso, ero stata lasciata dal mio fidanzato dopo alcuni anni di convivenza e mi ero ritrovata improvvisamente ad appartenere al gruppo dei “single”: io stessa appartenevo a una di quelle nuove categorie di “abitanti” (single studenti, padri separati, badanti, anziani…) che il concorso considerava come referenti per il progetto richiesto. Era il momento giusto per riflettere personalmente sull’argomento e partecipare a un concorso con quel genere di titolo. Broken table o tavolo spezzato è un tavolino che varia

l’altezza del piano da tavolino da soggiorno all’altezza standard del piano di un tavolo da pranzo: il nome prende ispirazione dalla sua gamba tagliata e allude alla rottura delle relazioni affettive. È pensato per i “single ”: è abbastanza piccolo per non occupare troppo spazio - è noto che le case dei single hanno dimensioni ridotte - ma

BROKEN TABLE 90 DESIGN +

abbastanza grande per poter consumare un pasto, anche davanti alla tv. Nella posizione alta il piano ha un’altezza di cm. 75. Con una rotazione di 180° consentita da una cerniera posizionata sulla gamba il piano scende a un’altezza da terra di cm. 45 e riprende la funzione del tavolino da soggiorno.


PREMIO “CITTÀ DI CEREA - SCUOLA APPIO SPAGNOLO”

Pietro Navarra

DIVIDERE PER UNIRE

L’idea del progetto “Dividere per unire” nasce dal poter scegliere in base all’organizzazione e collocazione di un gruppo di persone la disposizione adeguata alle esigenze di ogni individuo. Ogni famiglia si colloca su di un continuum tra due estremi: da una parte la famiglia fusionale, che non permette spazi di indipendenza e libertà ma favorisce unicamente il legame, dall’altra la famiglia autonoma, all’interno della quale ogni membro vive separato dagli altri, con cui non intesse relazioni al di fuori di ciò a cui lo obbliga il dovere della convivenza. All’interno di questo continuum si situano tutte le famiglie, il cui compito è di trovare un equilibrio tra queste due dimensioni. Il mobile in esame vuole definire proprio questo equilibrio, in base al modo in cui verrà assemblato e dove sarà collocato (in un luogo di comune passaggio: in un garage, in vani adiacenti, ecc...). È proprio nel contesto familiare, infatti, che l’individuo diventa se stesso e, contemporaneamente, apprende la difficilissima arte della relazione. Il mobile, definendo il rapporto abitativo, definirà anche il rapporto relazionale degli abitanti. Dividere un ambiente

per permettere a persone esterne di iniziare per breve o lungo periodo una convivenza nello stesso sito o altre che ritornano da situazioni che le hanno portate ad allontanarsi dal luogo in cui abitavano, qualsiasi possa essere la metamorfosi della nuova realtà abitativa il mobile “dividere per unire” vuol far

sì che le diverse situazione delle singole vite dei nuovi abitanti, possano essere unite sotto lo stesso tetto. L’elaborato da me presentato permette a qualsiasi individuo tramite l'utilizzo dello stesso di poter suddividere a proprio piacimento un vano senza la necessaria consulenza di un tecnico.

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PREMIAZIONI

PREMIO “CITTÀ DI CEREA - SCUOLA APPIO SPAGNOLO”

Fabio Marangon

HANGAR

Hangar è un progetto pensato per occuparsi di un problema comune: lo spazio. Un problema sentito soprattutto da single o coppie giovani, spesso alle prese con ambienti di dimensioni ridotte, dove l'inserimento di un tavolo fisso spesso si rivela un vincolo eccessivo. Hangar è concepito come un mobile "migrante" che cambia forma e uso. Chiuso ha l'aspetto di un semplice parallelepipedo, con dimensioni di cm 160x36 per 74 di altezza, che può essere facilmente sistemato a parete. Dotato di quattro piccole ruote piroettanti (due con freno e due libere) Hangar può essere facilmente spostato al centro della 92 DESIGN +

stanza: qui, ruotati di novanta gradi i due fianchi, si trasforma in un comodo tavolo di cm 160x126 per 74 di altezza. Dal volume a "scatola" centrale che funge da controvento e sostegno si possono estrarre le quattro sedie pieghevoli sistemate all'interno, qui il modello "Ciak", prodotto dalla ditta Morelato. Ecco che si è ottenuto un comodo ambiente conviviale che "stoccato" nei suoi elementi occupa uno spazio quattro volte inferiore. La struttura centrale assolve anche alle funzione di "vassoio" (cm 156x24 per 17 di altezza) interposto ai due piani laterali e comodo per riporre piatti, posate, bicchieri e altri complementi. Costruito con pannelli

(spessore cm 3) placcati in legno, Hangar si presenta come un progetto economico di facile utilizzo, che riunisce forma e uso di oggetti diversi: la madia, il carrello e il tavolo. Hangar è stato elaborato all'interno del Laboratorio 1 di progettazione e rendering, secondo anno del corso 2012 ISAI Visual Interior Design (arch. Giorgio Giuliari).


Creatività in divenire realizzata con: SERIE “COLOR UP” E “MATERIE” DI MARAZZI RIFLESSE SU SPECCHIO “FARFALLA” DI ARCHEDA

Via dell’Industria, 11/B Zona Industriale, 4 - Località Bargellino 40012 Calderara di Reno (Bo) Tel. 051.729486 - Fax 051.72889

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URBANPROMO 2012

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IGINIO ROSSI

Architetto, si occupa di rivitalizzazione territoriale e rigenerazione urbana. Professore di Urbanistica alla Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano. Direttore di Urbit, società che promuove e organizza Urbanpromo

RIGENERAZIONE

URBANA A BOLOGNA Anche quest’anno, a Bologna, Urbanpromo: l’evento culturale di riferimento sui temi della rigenerazione urbana e del marketing territoriale. Incontri, convegni, premiazioni, visite guidate per l’appuntamento organizzato dall’Inu di Iginio Rossi A sinistra foto della manifestazione svoltasi lo scorso anno sempre a Bologna, all’interno della Basilica di Santo Stefano, Palazzo Isolani, l'Urban Center e Auditorium Biagi

U

rbanpromo, dal 2004 l’evento culturale di riferimento riguardo ai temi della rigenerazione urbana e del marketing territoriale, fondato su numerosi convegni e mostre, si terrà a Bologna dal 7 al 10 novembre 2012 nelle sedi di Palazzo d’Accursio e dell’Urban Center, ma avrà anche alcune visibilità esterne. In Piazza del Nettuno verrà esposta la retrospettiva sulle passate 8 edizioni che consentirà di leggere l’evoluzione dei processi di trasformazione in Italia. Il programma City Experience metterà in pratica alcune azioni del marketing urbano nel centro storico privilegiando la zona del Quadrilatero, per esempio, presso la Libreria Coop Ambasciatori nei fine pomeriggio si terranno le presentazioni di libri dedicati al tema della città con anche intrattenimenti musicali condotti dagli “urbanisti-musicisti”. Con la Fondazione Carisbo Genius Bononiae saranno organizzate visite al Museo della Storia di Bologna, presso Palazzo Pepoli, e al patrimonio artistico di Palazzo Fava. L’associazione Città del Vino, presso l'Urban Center, esporrà la mostra dei Piani regolatori delle città del vino, assegnando il premio al migliore

tra gli strumenti presentati nel 2011 e organizzerà, sempre nell’ex Sala Borsa, delle degustazioni di vini selezionati in base a elevati parametri di qualità. Questa edizione affronterà le tematiche connesse alla rigenerazione urbana e permetterà di rappresentare le buone pratiche di pubbliche amministrazioni e di operatori privati. Non solo, grazie al nutrito programma di incontri, che sarà consultabile sul sito www.urbanpromo.it, la manifestazione consentirà anche avanzati aggiornamenti ad amministratori di enti locali e territoriali, operatori economici, professionisti, ricercatori sulle questioni di maggior rilievo del panorama italiano e internazionale. Urbanpromo è una delle iniziative rilevanti dell’Inu. L’Istituto Nazionale di Urbanistica, in occasione della Rassegna nazionale organizzata a Venezia nel 2004, decise di affrontare al fianco dei processi di pianificazione, ma in uno spazio autonomo, le fasi del progetto urbano al fine di potere dedicare maggiore attenzione alle articolate problematiche delle trasformazioni territoriali. Di anno in anno, ricorda Stefano Stanghellini

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URBANPROMO 2012

presidente e fondatore di Urbit, la società dell’INU che organizza la manifestazione, Urbanpromo ha esteso il campo dei propri interessi, in parte per la fisiologica complementarietà dei temi - dal progetto di trasformazione urbana alle infrastrutture, fino alla pianificazione strategica - e in parte seguendo l’evoluzione delle questioni. Il filo rosso che unisce i tematismi e le esperienze rappresentate è il partenariato pubblico-privato, quale approccio appropriato per affrontare i problemi della città contemporanea. Così Urbanpromo ha accompagnato l’affermarsi della riqualificazione urbana, le politiche abitative, le strategie di rivitalizzazione dei Centri storici, la problematica energetica in ambito urbano, il consumo di suolo, il superamento del gap infrastrutturale, e via dicendo. Fra gli strumenti al centro della sua attenzione il piano comunale operativo, la perequazione urbanistica, la società di trasformazione urbana, l’urban center, i fondi comunitari per lo sviluppo urbano e altri ancora. Nelle quattro giornate di novembre saranno anche affrontate le politiche abitative riprendendo dibattito e conclusioni emersi in occasione di Urbanpromo Social Housing, svoltosi a Torino l’11 e il 12 ottobre di questo anno. Il tema centrale di Urbanpromo Rigenerazione Urbana, che è posto al centro degli incontri nelle giornate di mercoledì e giovedì a Palazzo d’Accursio attraverso confronti tra i rappresentanti dell’INU, di Urbit, delle Agenzie dello Stato e di altri importanti enti, sarà dedicato ai patrimoni immobiliari pubblici e privati e costituirà un’occasione per svolgere gli stati generali di questo ambito strategico per la valorizzazione urbana e le risorse locali. Tra gli altri temi che verranno affrontati spiccano: nella mattina di mercoledì, af-

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frontate da Inu, Legambiente e Associazione Città del Vino, le proposte di legge per contrastare il consumo di suolo, al termine verrà consegnato il Premio energia sostenibile nelle città promosso da Ministero dell’Ambiente e Inu. La Sezione Inu dell’Emilia Romagna affronterà il governo del territorio e la prevenzione del rischio sismico dall’emergenza alla ricostruzione, proseguendo confronti e discussioni anche nel pomeriggio. Nella mattina di giovedì, grazie alla promozione dell’Indis-Unioncamere, verranno approfonditi aspetti ragguardevoli per gli interventi della rivitalizzazione economica territoriale e urbana dei prossimi anni nell’incontro “Città intelligenti, sostenibili, solidali: reti per la rigenerazione urbana” che segnerà l’inizio di un percorso di accompagnamento ai prossimi programmi operativi regionali, denominati Europa 2020, che l’Unione europea lancerà nel periodo 20132020. Ci sarà anche l’occasione per analizzare progetti e strategie per l’Area Metropolitana di Bologna nella giornata di venerdì grazie alla promozione dei Comuni dell’area, della Provincia di Bologna e dell’Inu regionale. La mattina conclusiva del sabato accoglierà presso l’Urbancenter il workshop degli studenti premiati dal concorso Urban Promogiovani che si dedicheranno allo svolgimento di alcuni aspetti relativi ai waterfront delle città sotto la guida di docenti ed esperti. Anche questo anno Urbanpromo consegnerà il Premio Urbanistica, gestito dalla rivista dell’Inu pubblicata dal 1933, che indica i primi tre progetti votati dai partecipanti all’edizione del 2011 nelle categorie: inserimento nel contesto urbano; qualità delle infrastrutture e degli spazi pubblici; equilibrio degli interessi nel rapporto pubblico - privato.


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APPLICATA NEL MOBILE

IL MUSEO DELL’ARTE Un museo raccoglie e documenta l’archivio storico di pezzi dal design contemporaneo prodotti dall’azienda veronese Morelato. All’interno di una suggestiva villa veneta del XVIII secolo di Cristiana Zappoli 98 DESIGN +


N

ato nel 2006 in seno alla Fondazione Aldo Morelato, il MAAM, Museo dell’Arte Applicata nel Mobile, svolge un’intensa attività di raccolta e ordinamento di oggetti, opere sperimentali, pezzi unici di design applicato al mobile d’arte, espressione della ricerca nel settore dell’arredamento contemporaneo. Diretto dall’architetto Ugo La Pietra, il museo si trova nella location di Villa Dionisi, a Cerea, in provincia di Verona, una villa veneta del XVIII secolo. La villa è anche sede della fondazione stessa, fortemente voluta dalla famiglia Morelato come un omaggio dovuto al fondatore dell’azienda, ma non solo. La fondazione nasce dall’idea, radicata in famiglia, che cultura e sviluppo economico sono concetti conciliabili e addirittura capaci, entrando in sinergia, di aumentare la competitività di un’impresa. La fondazione vuole quindi essere una struttura dedicata alla ricerca e all’innovazione, senza trascurare la valorizzazione della tradizione artigiana. «Il lavoro e l’impegno della fondazione – spiega il suo presidente, Giorgio Morelato - consistono nel promuovere e divulgare, attraverso iniziative e attività, la cultura e la capacità produtti-

CULTURA & DESIGN

va a km 0 del nostro territorio veronese soprattutto ai più giovani, perché saranno loro a doverne conservare le tradizioni e i saperi». Questo progetto viene concretizzato in numerose iniziative che hanno lo scopo di ricostruire il legame tra memoria storica e proposte contemporanee, come per esempio l’Osservatorio sull’arte applicata del mobile, o il Concorso internazionale del Mobile significante, oppure il MAAM stesso. «Il Museo delle Arti Applicate nel Mobile – spiega Giorgio Morelato che è anche presidente del museo - nasce dall’esigenza e dalla volontà di raccogliere e documentare un archivio storico di pezzi dal design contemporaneo prodotti da Morelato. Un luogo dove custodire la memoria culturale della tradizione del mobile. Un “museo nel museo” dove ciascun pezzo si trasforma in un’opera d’arte. Il MAAM infatti occupa alcune sale di Villa Dionisi, sede della Fondazione Aldo Morelato, una suggestiva dimora settecentesca che abbiamo riportato agli antichi splendori. Sicuramente il museo ha come valore aggiunto l’integrazione nel contesto regionale, divenendo portavoce e custode delle tradizioni della cultura ebanista, della lavorazione artigianale del mobile presente sul territorio ve-

Nella pagina a fianco: Spicchi di memoria di Fabio Novembre. A sinistra: Layer di Paola Navone. Sopra, dall’alto verso il basso: Diamante di Stefano Calchi Novati; Camera d’albergo, di Luca Scacchetti; Moresco, di Ettore Soffientini DESIGN + 99


CULTURA & DESIGN

neto dal 1600». I prototipi esposti documentano oltre vent’anni di ricerca e di innovazione tecnica nell’uso dei materiali e si riallacciano stilisticamente e nella tecnica esecutiva alla plurisecolare tradizione produttiva della zona, rievocando lo stile del mobile storico del Novecento con recuperi e rimandi all’Art Decò, al Razionalismo e al Liberty. I pezzi presenti nell’ampia collezione permanente, tutti accompagnati dai relativi disegni di progetto, sono raccolti in diverse sezio-

ni: le donazioni d’autore, firmate da architetti e designer di fama internazionale tra cui Michele De Lucchi, Fabio Novembre, Aldo Cibic, Umberto Riva, lo stesso direttore Ugo La Pietra; le riedizioni di mobili progettati negli ultimi decenni che hanno segnato la storia e l’evoluzione della cultura del progetto; i prototipi dei vincitori del Concorso Internazionale “Il Mobile Significante”, attività che la Fondazione Aldo Morelato promuove dal 2004, sia sul territorio nazionale che nel mondo, per diffondere la cultura dell’oggetto d’arredo inteso come oggetto d’arte. L’impegno della fondazione nel promuovere la cultura dell’arredo in tutte le sue espressioni è apprezzato e premiato dai più stimati architetti che decidono di regalare le loro opere al MAAM, che ogni anno si arricchisce, quindi, di nuove donazioni, come il mobile Layer di Paola Navone, approdato al museo nel giugno del 2011: una scenografica consolle in legno; oppure Codex, una libreria in legno di fassino disegnata da Piero Lissoni e donata alla Fondazione Morelato quest’anno. «Le opere donate in questi anni sono numerose - specifica Morelato - e tutte di affermati architetti. Pos-

A sinistra: l’architetto Ugo La Pietra, direttore del Museo delle Arti Applicate nel Mobile. In alto, da sinistra verso destra: Uno sull’altro, di Ugo La Pietra; Consolle, di Ugo La Pietra; Sherwood di Roberta Teti. Sopra: Rolling, di Gianmaria Colognese


so però dire che sono particolarmente affezionato alla prima donazione di Michele De Lucchi che ha riconosciuto subito l’importanza culturale del progetto, dimostrandosi disponibile a donare una sua opera che è stata realizzata dall’azienda Morelato». Dal 2009 il MAAM fa parte in maniera permanente della “rete dei giacimenti” museali che fa capo al Museo del Design Fondazione Triennale di Milano. Una collaborazione che ha permesso a questa realtà di allargare i propri orizzonti. I musei appartenenti a questo circuito rappresentano la volontà di conservare e promuovere ciò che il sistema produttivo, culturale e sociale ha generato in vaste aree d’Italia. La distribuzione di questi musei, che si può definire ca-

suale, è decisamente funzionale al concetto di “museo a rete” che punta alla collaborazione e all’integrazione dei diversi nuclei. «Entrare a far parte di questa rete - spiega Morelato - è stato un riconoscimento che ha ripagato l’impegno continuo che da sempre con la Fondazione Aldo Morelato portiamo avanti per promuovere la cultura del mobile veronese. La rete dei giacimenti ci ha permesso di far conoscere la nostra realtà nel mondo e di collaborare con altri musei. Ad esempio l’anno scorso Silvana Annichiarico, Direttrice del Museo della Triennale, ci ha richiesto in occasione della personale di Marco Ferreri, il tavolo Leonardo, opera disegnata per noi dall’architetto e presente al MAAM».

Sopra, da sinistra verso destra: Locandiera, di Maurizio Duranti; Botte rovesciata, di Toni Cordero e Alberto Pozzallo; Xiloteca, di Franco Poli. Nella foto sotto: New York, di Umberto Riva

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