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FEDERAZIONE ORDINI ARCHITETTI ABRUZZO E MOLISE Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale D.L.353/2003 (conv. in L.27/02/04 n°46) art.1 comma.1 - CN/BO

AM architetti

L’Evelyn Grace Academy di Zaha Hadid Il Resnick di Renzo Piano La Casa Guinovart dello Studio CA-SO Emeroteca Ugo Casiraghi di Waltritsch a+u


Coenergy è un’azienda specializzata nella realizzazione di costruzioni di nuova generazione ed impianti fotovoltaici. L’esperienza maturata dapprima nel campo dell’edilizia e successivamente nella progettazione e realizzazione di sistemi integrati per la produzione di energia, la rendono leader nel settore edile ed in quello dell’energia alternativa sia a livello locale che nazionale. Ogni progetto tiene conto delle esigenze del singolo cliente nel rispetto dell’ambiente circostante per l’ottenimento di edifici ecocompatibili ed ecosostenibili. COENERGY S.r.l. S.P. per Castagneto, C.da Scalepicchio - 64100 Teramo Tel. 0861.286092 - Fax. 0861.287954 www.coenergy.biz - info@coenergy.biz


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Da oltre 30 anni Elio D’Aulerio coltiva la grande passione per i camini antichi - classici - moderni e di design, cucine di stili diversi, tutto realizzato su misura. Ogni cliente viene seguito dalla fase di progettazione a quella di posa in opera e tutte le creazioni sono frutto di esperienza e di un lavoro artigianale di qualità . Inoltre garantisce per i suoi prodotti cinque anni di assistenza gratuita. Nel suo locale troverete anche stufe e thermostufe di grandi marche a pellets, a legna e con pannelli solari. Montaggio chiavi in mano.

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AMarchitetti Iscritta con l’autorizzazione del Tribunale di Bologna al numero 8079 del 7 maggio 2010

Direttore Editoriale Cesare Ricciuti Direttore Responsabile Maurizio Costanzo Caporedattore Iole Costanzo Coordinamento di Redazione Cristiana Zappoli Art Director Laura Lebro

infissi in alluminio alluminio/legno infissi PVC avvolgibili zanzariere porte blindate porte per interno

Comitato Scientifico Franco Trovarelli (Presidente Ordine della Provincia di Chieti) Gianlorenzo Conti (Presidente Ordine della Provincia di L’Aquila) Gaspare Masciarelli (Presidente Ordine della Provincia di Pescara) Giustino Vallese (Presidente Ordine della Provincia di Teramo) Nicola Moffa (Presidente Ordine della Provincia di Campobasso) Francesco Dituri (Presidente Ordine della Provincia di Isernia) Redazione Lorenzo Berardi, Biagio Costanzo, Mattia Curcio, Antonello De Marchi, Enrico Guerra, Angela Mascara, Marcello Rossi, Alessandro Rubi, Carlo Salvini, Federica Setti, Paolo Simonetto, Mercedes Vescio, Gianfranco Virardi Hanno collaborato Manuela Garbarino, Marilena Giarmanà, Emilia Milazzo, Marco Zappia Stampa LITOSEI - Officine Grafiche Rastignano (Bo) www.litosei.com

Foto di copertina: Nic Lehoux Federazione degli Ordini degli Architetti PPC di Abruzzo e Molise c/o Ordine degli Architetti della Provincia di Chieti C.so Marrucino, 120 - 66100 CHIETI tel. +39 (0)871.330911 - Fax +39 (0)871.300620 e-mail: federazione.abruzzomolise@awn.it

Via per Vittorito - Località Candelara (zona artigianale) - 65026 Popoli (PE) Tel. 085.986952 - piafgagliardiinfissi@teletu.it

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Dal 1995 la DGL COSTRUZIONI di DI GIORGIO LORENZO è iscritta regolarmente all’Albo delle Imprese Artigiane della Provincia di Pescara, con il n° 29582. L’impresa è specializzata nella realizzazione di fabbricati pubblici e privati, restauri, consolidamenti e perfori, ecc... La DGL COSTRUZIONI di DI GIORGIO LORENZO ha conseguito la certificazione di qualità aziendale secondo lo standard internazionale ISO 9001:2000 dall’Ente Certificatore ISE.CERT. Ha inoltre ottenuto da parte dell’Organismo di Attestazione ITALSOA S.p.A. l’autorizzazione all’esecuzione dei lavori pubblici SOA, OG1 – CLASSE IV.

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sommario 21

Intervista Roberto D’Agostino Riflessioni sul recupero delle aree dismesse

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Tracce Libri, novità, prodotti, notizie dal mondo

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Progettare Asimmetrie e trasparenze Evelyn Grace Academy, Londra Progetto di Zaha Hadid Architects

p.44

Un nuovo spazio dedicato all’arte Resnick, Los Angeles Progetto di Renzo Piano Building Workshop

p.54

Edilizia rurale e modernità Casa Guinovart, Canejan Progetto di Studio CA-SO

p.62

Un’emeroteca di luci e colori Emeroteca Ugo Casiraghi, Gorizia Progetto di Waltritsch a+u

p.70


80

Design Kubedesign, Essent’ial, Blow Sofa, Çurface

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Appuntamenti Architetture e design da vedere

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AM architetti - Focus Il benessere ambientale

p.92

I criteri bioclimatici

p.93

Riqualificare le biblioteche

p.94

Khan Shatyr Entertainment Center Progetto di Norman Foster

p.98

Museum of Tomorrow Progetto di Santiago Calatrava

p.99

ExCeL II Progetto: Grimshaw Team

p.100

Ampliamento Ospedale San Luca Progetto di Bruno Marcotti, Tobia Marcotti

p.101

Ristrutturazione Dynamo Stadium p.102 Progetto di Erick van Egeraat Associated Architects Batumi Aquarium Progetto di Henning Larsen Architects

p.103


AM editoriale

Nei primi anni Novanta, quando i Consigli degli Ordini degli Architetti delle Province di Chieti, L’Aquila, Pescara, Teramo, Campobasso e Isernia costituirono la Federazione degli Ordini delle Regioni di Abruzzo e Molise, colsero, molti anni prima che si concretizzasse la Riforma del Titolo V della Costituzione, l’evoluzione dell’assetto istituzionale della Repubblica cercando di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze che l’architettura amministrativa costituzionale andava delineando. Va dato quindi merito ai Consigli degli Ordini di quegli anni se, tra le prime in Italia, la Federazione Abruzzese Molisana, mosse i primi passi cercando di dare risposte alle esigenze di coordinamento regionale e interregionale, di interfaccia con gli organismi legislativi e di governo regionali, di semplificazione della rappresentanza nei confronti del Consiglio Nazionale in una logica di sano e proficuo federalismo che fosse in grado di dare le risposte più adeguate alle cosiddette materie concorrenti.

Il bisogno di “inventarsi” un assetto organizzativo che desse una risposta alla mancanza di un raccordo tra il livello provinciale e quello Nazionale ha avuto il felice esito della Conferenza degli Ordini con il corollario degli incontri preparatori delle Delegazioni consultive a base regionale. Nessuna legge ha imposto tale assetto; è stata la Comunità delle rappresentanze ordinistiche che l’ha validata e confermata nel tempo dando così una esemplare risposta al quesito teorico sull’essenza delle professioni: avere la capacità di individuare i propri fabbisogni (formativi, organizzativi, ecc.) in totale autonomia senza che nessuno glieli indicasse dall’esterno (il famoso “professionalismo”). Mancava un “parlamentino” che garantisse un luogo fisico alla discussione delle rappresentanze locali, inducesse la riflessione sui temi, dettasse l’agenda sulle priorità al “governo” del Consiglio Nazionale e ne supportasse l’azione a livello nazionale. Ora c’è ed è riconosciuto grazie anche al contributo della nostra Federazione: il processo è irreversibile.

Nel luglio del 2008 il Congresso Mondiale degli Architetti tenutosi per la prima volta in Italia, a Torino, poneva con forza il problema della trasmissione dei temi e dei valori dell’Architettura. In un mondo in profonda e radicale trasformazione “Trasmitting Architecture” voleva, e vuole ancora oggi, essere un invito a comunicare con la società e raccogliere da questa le istanze ed i bisogni più profondi ai quali il nostro lavoro può e deve dare risposte; le migliori possibili. Il tema della Dodicesima Mostra Internazionale di Architettura (People meet in architecture) presso la Biennale di Venezia, conclusasi qualche giorno fa, si proponeva di aiutare gli individui e la società a relazionarsi con l'architettura, aiutare l'architettura a relazionarsi con gli individui e la società, e aiutare gli individui e la società a relazionarsi tra loro.

Trasmitting Architecture e People meet in architecture: in questo primo scorcio di nuovo millennio il bisogno della nostra disciplina di tornare ad essere in sintonia con il Mondo e con la Società è più forte che mai.

AM vuole essere, con modestia, ma con altrettanta tenacia, uno strumento di dialogo e il contributo delle comunità professionali abruzzesi e molisane a tale dibattito; contributo che parte dai nostri territori e che vuole essere espressione di tutte le componenti del sistema ordinistico: da chi si occupa di istruzione e formazione a chi opera nella Pubblica Amministrazione; da chi opera nell’Impresa a chi svolge la libera professione. È la somma che fa il totale, ricordava Totò; ed in questo particolare momento storico si ha bisogno dell’aiuto di tutti per fare in modo che la nostra disciplina torni ad occupare un ruolo centrale. Non perché questo fa comodo agli Architetti ma perché è necessario alla Società.

di Mauro Latini Presidente della Federazione degli Ordini degli Architetti PPC di Abruzzo e Molise

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LINK ENERGY OGGI Link Energy progetta e realizza sistemi “chiavi in mano” per impianti fotovoltaici, termosolari e microeolici. Le scelte tecnologiche e d’impianto variano in funzione di tutta una serie di variabili (superficie utile, percorso del sole, ombreggiamenti, ventilazione del sito, ecc.) che vengono attentamente valutate fin dalla fase di progettazione che precede e guida la realizzazione di ogni intervento. La progettazione tecnica è sempre accompagnata da un servizio personalizzato di consulenza energetica, fiscale e finanziaria, e di assistenza al Cliente nella gestione dei rapporti con gli Istituti di Credito e con gli Uffici Tecnici Comunali o di altri Enti preposti al rilascio di eventuali nulla osta/autorizzazioni. L’intervento di Link Energy si spinge comunque ben oltre la realizzazione dell’installazione e delle opere connesse (es.: smaltimento eternit, rifacimento della copertura, ecc.), grazie ad un servizio di manutenzione ordinaria dei componenti di cui viene sempre prestata idonea garanzia.

ORGANIZZAZIONE Link Energy ha un organico composto da oltre 50 unità, organizzate per Aree Operative (Progetti, Cantieri, Pianificazione&Controllo, Mercato, ecc.). Dal punto di vista commerciale, Link Energy conta sull’apporto di una rete di oltre 60 business partner, posta a copertura dell’intero territorio nazionale.

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RIFLESSIONI SUL RECUPERO DELLE AREE DISMESSE

AM intervista

Sono aree abbandonate. Fanno parte dell’immaginario e dei ricordi di molti cittadini. Sono le cosiddette aree dismesse. L’interesse intorno a loro sta aumentando. Affrontiamo l’argomento con l’architetto Roberto D'Agostino, esperto Unesco per i problemi delle città storiche di Iole Costanzo

uando si pensa alla crescita delle città si pensa quasi sempre a un coinvolgimento delle periferie. Esiste però una periferia storicizzata e inglobata dal centro che per varie ragioni, sociali, politiche, economiche o amministrative si ritrova ex aree, variamente utilizzate e ora dismesse, a corredo del proprio impianto urbanistico. A tutt’oggi sono molti gli esempi di riuso delle aree industriali. Certo questo tipo di aree sono più comuni e oltretutto richiedono anche varie operazioni di bonifica, ma ve ne sono anche altre legate alla presenza di caserme, stazioni ferroviarie e ad altre tipologie di strutture. La sensibilità su questo tema è cresciuta nel tempo e ovviamente anche l’interesse. Sono aree che presentano molte problematiche ma di sicuro sono un’ottima opportunità di crescita e quindi un’ottima risorsa economica. Le aree dismesse quali valenze hanno oggi per le città attuali? «La questione delle aree dismesse si pone in Italia a partire dagli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, quando tutto il decennio precedente aveva visto svilupparsi due fenomeni concomitanti: l’arresto e l’inversione della crescita urbana e la formazione di vaste aree urbane abbandonate a causa delle massicce riconversioni industriali e all’abbandono di infrastrutture civili e militari obsolete. Ciò ha posto, soprattutto alle Amministrazioni comunali, il problema di come intervenire su queste aree fortemente problematiche che si presentavano come dei guasti urbani. Si trattava di affrontare problemi per i quali le amministrazioni e gli operatori privati non erano attrezzati: problemi patrimoniali, procedurali, societari, ambientali, sociali. In quegli anni, anche per merito dell’attività di AUDIS (Associazione per le Aree Urbane Dismesse www.audis.it) che ha messo sistematicamente intorno allo stesso tavolo amministrazioni pubbliche e operatori privati, la questione delle aree dismesse si è posta come una

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grande opportunità dal punto di vista della riqualificazione delle città, ma anche dal punto di vista economico e sociale. Si tratta di una valenza che ancora oggi, nonostante le profonde recenti trasformazioni del ciclo economico, può esercitarsi in maniera estremamente positiva per le città italiane: non solo patrimoni da riconvertire, ma occasioni uniche di rigenerazione urbana». Che differenza esiste tra ciò che viene considerata area residua dello spazio urbano e area dismessa? «L’area residua rappresenta piccoli brani di città risultato di urbanizzazioni non completate o conseguenze dello sprawl urbano che caratterizza non solo le grandi città: esse possono svolgere un ruolo nella ricomposizione morfologica o nella dotazione di servizi per la città, ma rappresentano sempre una qualche forma di espansione e di occupazione del suolo che andrebbe evitata. Le aree dismesse, sono aree spesso centrali e strategiche, con importanti storie di utilizzo alle proprie spalle, spesso interessate da costruzioni anche di rilevante interesse storico e testimoniale, che fanno parte integrante dell’organismo urbano. Recuperare un’area dismessa, oltre alle ricadute fisiche e socioeconomiche, rappresenta anche una grande operazione culturale». Le nuove teorie sulla crescita delle città si basano sul concetto del ricucire e della densità. Questo vorrebbe forse dire una futura saturazione delle aree industriali dismesse che gravitano intorno alle città italiane? «Ricucire e generare nuova densità va nella direzione della ricomposizione urbanistica di organismi spesso slabbrati e poco riconoscibili. Il destino delle aree dismesse è sicuramente quello del ricucire, per usare il termine della domanda, ma non è necessariamente quello di essere edificate o di contribuire alla densificazione. La straordinaria opportunità fornita dalle aree dismesse è che a un certo punto dell’evoluzione delle nostre città, spesso

Roberto D’Agostino Attualmente presidente di AUDIS (Associazione per le Aree Urbane Dismesse) e Presidente della Società Arsenale di Venezia spa, Roberto D’Agostino è autore di saggi e articoli, curatore di mostre e convegni su argomenti di urbanistica, pianificazione territoriale e pianificazione degli insediamenti. È stato inoltre consulente o responsabile di progetti per conto di amministrazioni pubbliche o promossi da organismi internazionali in Francia, Repubblica Popolare Cinese, Cambogia, Bosnia, Serbia, paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay), Tanzania.

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1. Ex Jutificio Piazzola sul Brenta; 2. Nuova Fiera di Milano a Rho-Pero sull'ex Raffineria Agip

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caratterizzata dall’assenza di qualità urbanistica, architettonica, sociale e ambientale, ci si presenta l’occasione che pezzi di questa città, nel cuore stesso della trama urbana, vengono abbandonati e debbono essere riprogettati. Dunque possono essere riprogettati nel quadro di una visione dei bisogni generali della città e rispondere puntualmente ai bisogni individuati. Non esiste una risposta univoca al riuso delle aree dismesse, in quanto tale riuso dovrà conformarsi alle necessità che ogni specifica città presenta: potranno diventare nuove aree residenziali ad alta o a bassa densità, centri direzionali o commerciali, strutture culturali o di servizio, parchi pubblici, vuoti ambientali». Oggi che la logica del rispetto dell’uso del suolo è molto in voga, tanto da sembrare l’unica strada possibile per una sostenibile crescita urbana, ritiene sia necessaria una salvaguardia delle aree dismesse proprio per evitare che diventino preda di una prossima speculazione edilizia? «La salvaguardia delle aree dismesse corrisponde al loro corretto riutilizzo, vale a dire ad un riutilizzo coerente con gli obiettivi di qualità urbanistica, architettonica e ambientale, di sostenibilità economica e sociale, di elevazione del contesto culturale. Il loro recupero coincide con il modo migliore di fare crescere (che non vuole dire ingrandire) le città. Non vi è dubbio che le aspettative di ordine speculativo tanto più sono incombenti quanto più le aree sono pregiate dal punto di vista della loro localizzazione. Sta agli organismi democraticamente eletti fare in modo che tali aspettative vengano frustrate o ricondotte nel giusto alveo di un equo profitto per chi opera e di una adeguata ricaduta a favore degli interessi 2

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collettivi, e sta ai cittadini e alle loro forme di espressione politica controllare che ciò accada. Va detto che le attese speculative, che pure permangono, si scontrano oggi con la dura realtà dei fatti, che vedono la fine delle follie immobiliari in Italia come in tutto il mondo occidentale. Qui, se mai, si apre un altro problema e cioè come riuscire a realizzare il recupero delle aree dismesse in assenza di stimoli economici a breve che finora hanno sostenuto, e spesso alterato, il processo». Sarebbe auspicabile la progettazione di un masterplan per le aree dismesse delle città italiane così da poterne programmare la migliore trasformazione sostenibile nel tempo? «Spesso i progetti di recupero delle aree dismesse hanno coinciso con l’attivazione di accordi di programma, di progetti speciali o di procedure analoghe tese non solo ad accorciare i tempi delle autorizzazioni, ma soprattutto ad aggirare le scelte condivise rappresentate dagli strumenti urbanistici generali, individuati come inutile ostacolo agli interventi. La logica del cogliere l’occasione che si presentava, per esempio la proposta immobiliare di gruppi privati che veniva assunta come interesse generale, ha portato a delle distorsioni delle procedure e del controllo democratico degli interventi non dissimile a quanto avveniva in alcune città italiane nei famigerati anni Ottanta, in cui la distorsione delle regole e del diritto era pratica comune funzionale agli interessi di potentati privati. Dunque è non solo auspicabile, ma assolutamente necessario che il recupero delle aree dismesse, che quasi sempre prevedono cambi di destinazione d’uso o modifiche dei parametri urbanistici, avvenga all’interno di un piano generale o di settore della città, in quanto questo è l’unico modo per finalizzare gli interventi verso obiettivi condivisi, per controllarne gli esiti e per verificare l’adeguatezza delle ricadute di ordine collettivo». Sarkozy ha mobilitato architetti e urbanisti per un’analisi sul futuro di Parigi. Quale futuro si prospetta per le città italiane? «Questa è quella che si definirebbe una domanda da cento milioni di dollari. Se il futuro che si prospetta alle città italiane è quello che si sta srotolando davanti ai nostri occhi, se non verranno rapidamente cambiate le leggi urbanistiche regionali, che hanno affossato l’urbanistica in Italia, se la cultura urbanistica italiana continuerà ad essere dominata dalle emergenze, dai commissari, dai progetti speciali, dalla rottura delle regole minime di convivenza quale quella prodotta dai vari piani casa nazionali e regionali, dalla pulsione alla distruzione del territorio e del paesaggio che pare congeniale agli interessi dominanti sulla scena, se questo e altro continuerà, il futuro delle città italiane sarà quello che è: un progressivo degrado che si dipana tra le


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3. L'area del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia; 4. Centro polifunzionale SNOS nelle Ex Officine Savigliano a Torino

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lamentazioni e l’indifferenza. Se verrà riconosciuta la civiltà urbana delle nostre città come un unico inalienabile patrimonio che probabilmente non ha eguali al mondo per ricchezza e complessità, e se verranno riconquistate le condizioni culturali e giuridiche per conservarlo e rigenerarlo a partire dalla grandi potenzialità esistenti – i centri storici, le aree dismesse, le parti di città da riconvertire, il paesaggio in cui sono immerse – allora le nostre città in futuro potrà ricominciare ad essere un modello di riferimento per un modo in cui le città e le architettura si vanno sempre più confondendo, dovunque siano realizzate, in un unico indistinto e un po’ terrificante modello». Esistono secondo lei le potenzialità endogene di una specifica area? Se sì, cosa fare allora, nella logica della riutilizzazione territoriale, per individuarle e proteggere? «Ogni area dismessa ha avuto un ruolo nella storia della città, occorre riconoscerlo e muoversi, nel recupero, in quel solco: pensiamo al senso di Bagnoli nella storia di Napoli, o di Portomarghera per Venezia, o delle aree Falk per Sesto S.Giovanni e così via. Sul riconoscimento di questo ruolo possono fondarsi le scelte corrette di trasformazione, anche discostandosene profondamente se le esigenze della città (e non degli operatori casualmente interessati alla trasformazione) lo pretendono». Le aree dismesse presentano a volte almeno due tematiche da affrontare: il possibile riuso degli immobili esistenti e la necessità di operare una bonifica sull’intera area. Quali sinergie saranno necessarie per poter sopperire alle spese? «Non vi è incontro sulle aree dismesse che non debba porsi il problema delle bonifiche, poiché in maggiore o minor misura tutte queste aree hanno problemi di bonifica e molte di queste sono da anni bloccati per l’incapacità di venire a capo della

questione. Tuttavia l’ostacolo al recupero frapposto dai diversi inquinamenti presenti nei terreni o nelle falde è più di carattere procedurale che economico. Non è questa la sede per affrontare un problema così complesso, basti dire che la legislazione esistente, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti siti di interesse nazionale, non tende a favorire la bonifica, ma a bloccarla. Nello stesso tempo si fa fatica a reperire nelle amministrazioni locali competenze adeguate per affrontare con decisione l’iter imposto dalla legge. Dal punto di vista economico, le risorse vanno generate attraverso il progetto di recupero dell’area e la sua valorizzazione. Purchè non si sommino al costo delle bonifiche costi speculativi delle aree che debbono invece essere valutate al valore di mercato, sottratti i costi delle bonifiche». Quali esempi ci sono in Italia di aree dismesse già recuperate? «Gli esempi sono ormai innumerevoli e di qualità assai diversa. Si va dai casi storici del Lingotto a Torino, di Novoli a Firenze, della Bicocca a Milano e della prima zona industriale di Porto Marghera a Venezia (area del Parco Scientifico e tecnologico), a numerosi recuperi di Archeologia Industriale sparsi in tutta Italia – dagli ex Macelli alle fornaci passando per il recupero di interi villaggi industriali, di ex Ospedali Psichiatrici, zuccherifici, magazzini portuali eccetera in cui oggi vivono molte strutture culturali e universitarie miste a uffici servizi e in alcuni casi residenze – ai più recenti recuperi di aree ferroviarie e delle più svariate industrie sparse in ogni angolo del Paese. Nominarle tutte sarebbe impossibile e si farebbe sicuramente torto a qualcuno. Mi pare tuttavia doveroso citare il caso della città di Torino che costituisce un esempio di come la rigenerazione di un’intera città dal punto di vista territoriale, ambientale, economico, sociale e culturale possa passare attraverso il recupero delle aree dismesse o degradate. Certo Torino, unica città fordista in Italia, ha attraversato una crisi industriale estremamente dura che ha “fornito” un patrimonio particolarmente ricco di aree dismesse, ma ha saputo reagire dotandosi di strumenti urbanistici e amministrativi efficienti che hanno stimolato e guidato un gioco di squadra unico nella storia recente del nostro Paese che è giunto a conquistare la sede dei giochi olimpici invernali del 2006, sfruttando a pieno questa occasione per mettere in atto i programmi di rigenerazione concordati. Chiudo ricordando la nuova frontiera della rigenerazione urbana costituita dai quartieri residenziali degli anni ’50 e ’70 oggi in molti casi investiti da una crisi urbanistica, architettonica e sociale di forte impatto sull’intero sistema urbano. Si tratta di un tema cruciale le cui soluzioni sono tutte da inventare. Il confronto è aperto, nessuno si senta escluso».


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a cura di Cristiana Zappoli

TR ACCE

libri, novità, prodotti, notizie dal mondo I CONCORSI Art Forest di Maribor

Art Forest. Un’ipotesi di museo, progettato dal gruppo romano 2A+P/A e da Andrea Branzi. È un nuovo contenitore per l’arte del XXI sec. ideato per un concorso a Maribor in Slovenia. La suggestione che domina questo progetto è quella di una foresta di pilastri invadente gli spazi vuoti della città. Uno spazio pubblico coperto da un grande soffitto trasparente: «L'idea era proprio quella di creare un bosco denso, dove i visitatori si sarebbero potuti immergere come in una grande foresta artificiale e tecnologica», afferma Matteo Costanzo, uno degli architetti del gruppo 2A+P/A. Lo spazio è stato pensato per ospitare l’arte contemporanea che esige grandi spazi. Ma a ciò bisogna anche aggiungere che il progetto dell’Art Forest di Maribor è duplice nella sua impostazione. È museo e parco. E pertanto presenterebbe una duplice valenza espositiva: l’arte nella città e l’esposizione nel verde. La disposizione interna della struttura, completamente fruibile, dovrebbe ospitare le

principali funzioni destinate al pubblico (museo, caffetteria, bookshop, ristorante e punto informazioni) su uno stesso livello, quello di accesso, dove sono stati pensati due diversi androni: due grandi cortili di vetro microclimatizzati con giardini naturali, concepiti come due hall unite da un corridoio sotterraneo con funzione di accesso anche per la parte museale ipogea. L’intenzione del progetto sarebbe quella di provare a fondere le attività del Nuovo Museo con quelle della vita di tutti i giorni.

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I ECO.DESIGN La Smart eco friendly

Smart, CD Cartondruck AG, azienda specializzata nella produzione di packaging in cartone, e l’artista berlinese Sarah Illenberger, hanno presentato a settembre, in occasione del Motor Show di Parigi, la smart CARTONDRUCK, la prima Smart fortwo rivestita internamente ed esternamente di cartone riciclato e riciclabile di alta qualità. L'obiettivo è dimostrare come l'utilizzo di un cartone simile al materiale eco friendly impiegato per i cartoni della pizza, se viene “trattato” con creatività, può dare il via a numerose possibilità di impiego nel campo dell'eco design. La citycar a due posti, infatti, si presenterà all'esterno rivestita da migliaia di scatole e contenitori di cartone riciclati, dalle dimensioni differenti, che coprono per intero i pannelli della carrozzeria e che sono stati disposti in maniera da formare dei pixel che riproducono le sembianze di un cespuglio. Stesso procedimento per alcuni particolari, come i finestrini e, all'interno della vettura, lo specchio retrovisore, le alette parasole e i tappetini. «Con questo progetto abbiamo voluto dimostrare che questa citycar non è in alcun modo usa e getta, anzi, può essere realmente durevole anche se costruita con un materiale certamente non ortodosso», spiega Marc Langenbrinck, numero uno del settore marketing internazionale di Smart. «Ci pia-

Sopra e sotto: una Smart completamente rivestita da cartone riciclato. Realizzata dalla designer berlinese Sarah Illenberger, è stata presentata al Motor Show di Parigi

ce continuare a cercare nuovi modi per evidenziare la creatività urbana, nuove possibilità del design e l’eccezionale compatibilità ambientale della Smart». A dimostrazione dell’innato spirito eco-frendly, creativo e ironico di Smart «Questa Smart - specifica Steffen Schnizer, uno dei dirigenti di CD CARTONDRUCK AG - dimostra che il cartone e le scatole usate in modo intelligente offrono sorprendenti possibilità di design sostenibile». La designer Sarah Illenberger, che da anni sviluppa idee visive e concetti per redazioni e produzioni pubblicitarie indipendenti, non è nuova alla realizzazione di opere costruite con materiali sostenibili quali carta, legno e lana. Realizza le sue creazioni rigorosamente a mano con una cura attentissima ai dettagli e molte delle sue opere sono state pubblicate su magazine e giornali di rilevanza internazionale.

I MATERIALI Cemento trasparente

Un cemento nuovo che, legando particolari resine con un impasto di nuovissima concezione, consente di realizzare pannelli solidi e isolanti ma allo stesso tempo in grado di far filtrare la luce. È stato presentato a marzo in Triennale i.light®, il nuovo “cemento trasparente” utilizzato per la realizzazione del Padiglione italiano a Shanghai per l’Expo. Il materiale è stato messo a punto da Italcementi proprio per quell’edificio. «Dall’incontro con il commissario generale del Governo per Expo 2010, il professor Beniamino Quintieri, e con il progettista, l’architetto Giampaolo Imbrighi, era sorta l’esigenza di individuare, in breve tempo, una soluzione economica e innovativa per rendere trasparenti le pareti del Padiglione italiano», ha spiegato Giovanni Ferrario, Direttore Generale Italcementi. «Ci siamo riusciti sviluppando un nuovo materiale, risultato di una vincente ricerca sul campo. Ancora una volta Italcementi porta con successo l’innovazione in un settore solo all’apparenza “tradizionale”, come quello dei materiali per le costruzioni. L’innovazione è sempre più protagonista della mission della nostra azienda». Il nuovo prodotto garantisce la trasparenza miscelando, secondo un’innovativa formulazio-

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ne, cemento e additivi che, grazie a una straordinaria fluidità, legano una matrice di resine plastiche in un pannello che unisce alla robustezza caratteristica del materiale cementizio la possibilità di far filtrare la luce dall’esterno verso l’interno, e viceversa. Le resine sono speciali polimeri che i ricercatori Italcementi hanno selezionato per questo tipo di applicazione. Possono avere differenti colorazioni, interagendo sia con la luce artificiale che con quella naturale, creano una luce calda e morbida all’interno dell’edificio e un’immagine di chiaro nitore all’esterno. I ricercatori Italcementi hanno dunque individuato la giusta formulazione di un premiscelato che consente di mantenere queste resine plastiche all’interno del materiale cementizio, per sua natura opaco, senza creare fessure e comprometterne la struttura. Grazie a questa soluzione, per la prima volta è possibile un utilizzo industriale del “cemento trasparente”: «Le resine, opportunamente inserite in questo particolare impasto - spiegano i ricercatori -, hanno delle presta-

Nelle foto: pareti di cemento trasparente. L’impasto ha le caratteristiche per fissare nei pannelli le resine, consentendo il trasporto ottico della luce senza alterare le caratteristiche di robustezza tipiche del materiale a base cementizia

zioni di trasparenza migliori delle fibre ottiche, sperimentalmente utilizzate finora in questo campo, ma soprattutto costano molto meno, consentendone l’applicazione su larga scala». Utilizzato per la prima volta a Shanghai, il materiale si propone come componente architettonica con funzioni diversificate e fra loro integrabili, come ad esempio l’internal lighting (tecniche di ombreggiamento/diffusione della luce). La sfida della trasparenza conferma la dimensione innovativa e creativa del made in Italy e ha consentito a Italcementi di mettere a disposizione della presenza italiana a Shanghai il proprio know how e la solida esperienza aziendale, come già era accaduto in passato per altre importanti realizzazioni architettoniche. «Ogni persona è quotidianamente a contatto con il cemento. Lo sforzo della ricerca Italcementi, in cui l’azienda investe oltre 13 milioni di euro all’anno, è quello di renderlo un materiale più sostenibile e in grado di creare ambienti sani e nei quali è piacevole vivere, come nel caso di edifici “trasparenti” dove la luce diventa protagonista», spiega Enrico Borgarello, Direttore Innovazione Italcementi. Il cuore dell’innovazione Italcementi sono i laboratori di Bergamo e Parigi, dove sono impegnati quotidianamente chimici, fisici, geologi e ingegneri. Complessivamente vi lavorano circa 170 ricercatori che in oltre 10 anni hanno contribuito a depositare oltre 60 brevetti.

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I LUOGHI D’ARTE Apre il nuovo LaM

Il 25 settembre ha riaperto al pubblico il Museo d’arte moderna e contemporanea di Lille (ribattezzato per l’occasione LaM: Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’outsider art), che si trova a Villeneuve d’Asq, nella periferia est della città francese. L’edificio è stato interamente rinnovato e ingrandito: all’edificio originario, realizzato nel 1983 dall’architetto Roland Simounet, si è aggiunta un’estensione di 3.200 mq, opera di Manuelle Gautrand, vincitrice del concorso lanciato nel 2002 da Lille Métropole. L’architetto Manuelle Gaudrand firma un nuovo edificio dai volumi organici che si affianca alla costruzione originale di Roland Simounet circondata da un parco di sculture. ll LaM presenta ora tre diverse collezioni che raccolgono più di 4.500 opere ed è l’unico museo in Europa a presentare insieme tutte le principali espressioni dell’arte del ventesimo e del ventunesimo secolo. La prima parte accoglie la donazione, che risale al 1979, di Geneviève e Jean Masurel: si tratta di un bell’insieme di opere cubiste di Braque, Picasso, accanto a lavori di Léger, Miró e Modigliani. Sono anche rappresentati il Fauvisme, il Surrealismo, l’Ecole de Montparnasse e qualche esempio di arte naïf e di artisti del nord della Francia. Baltz, Boltanski, Buren, Messager, Oppenheim, Villeglé fanno parte della collezione di arte contemporanea, costituita nel corso degli anni. I nuovi spazi sono stati ne-

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Alcune immagini del nuovo Museo d’arte moderna e contemporanea di Lille. Vincitrice di un concorso indetto nel 2002, Manuelle Gautrand, ha creato un edificio dai volumi organici che va ad abbracciare il retro dell'edificio originale

cessari per esporre in modo adeguato il fondo dell’associazione L’Aracine, che nel 1999 ha donato al museo di Lille Métropole una collezione di Art brut, la più importante conservata in un’istituzione francese. Questo nuovo edificio consiste in cinque volumi concatenati che abbracciano sinuosamente l’edificio preesistente, definendo un percorso espositivo senza soluzione di continuità tra le diverse collezioni del museo. L’intervento di Gautrand reinterpreta in maniera originale alcuni dei principi fondatori del progetto di Simounet, rispettandone le proporzioni e la relazione con il parco di sculture in cui è immerso il museo. Un approccio che permette di stabilire un nesso tra i due edifici peraltro molto diversi: le geometriche facciate in mattoni rossi lasciano il passo a nord al candore e ai motivi organici dei pannelli traforati in ductal, un calcestruzzo a fibre dalle qualità ormai riconosciute, che compongono una sorta di arabesco, il quale lascia filtrare la luce naturale all’interno delle sale proteggendo al contempo le opere dalla luce diretta. I lavori di Art brut, infatti, sono spesso estremamente delicati e per questo è necessario che nella sala non ci sia una luce eccessiva che li danneggerebbe. «L’obiettivo principale - spiega Manuelle Gaudrand - era di ottenere uno spazio museale continuo e fluido, aggiungendo nuove gallerie che si ponessero in continuità con quelle esistenti, per ospitare una superba collezione di Art brut. Ho cercato di prendere spunto dall’architettura di Roland Simounet, “per imparare a capire”, in modo da essere in grado di sviluppare un progetto che non evidenziasse un distacco».


I ECO.PROGETTI Il resort sostenibile

Whitepod Resort, una struttura unica in Europa, racchiude in sé un concetto particolare di ospitalità che unisce il comfort, l'avventura e l'ecologia. Situato a 1400 m di altitudine e circondato da uno scenario alpino spettacolare, si trova sopra il villaggio di Les Cerniers, a circa 90 minuti da Ginevra. Si tratta di un HighTech Eco Camp di nuova concezione, che può ospitare fino a 30 persone. Fortemente voluto da Sofia de Meyer, nel 2005 è stato insignito dell'ambitissimo premio "Responsible Tourism Award for Innovation". Il Whitepod Resort è composto da 7 km di piste da sci con impianti di risalita privati; l’Alpage de Chindonne, un autentico rifugio che può ospitare fino a 80 persone nei dormitori e nel suo tradizionale ristorante svizzero; il Whitepod camp, 15 camere a forma di cupola geodetica che circondano una villetta centrale, ovvero lo Chalet des Cerniers, uno chalet di legno tradizionale che funge da campo base per tutta la località. Ognuna delle camere, semisferiche nella forma, sembra una gigantesca palla di neve (molto simile a un igloo) dalla quale svetta solo un piccolo comignolo. Le auto vengono lasciate a 10 minuti dal villaggio per far respirare al suo interno l’aria pura della montagna. Le camere, grandi dai 270 ai 540 metri quadrati, sono sospese su delle piattaforme di legno in modo da dare la sensazione di essere soli con la natura e da offrire un panorama mozzafiato. L’ eco-compatibilità si paga rinunciando all’elettricità, all’acqua corrente, ed in alcuni casi, anche al bagno; in questi casi, si usufruisce dei servizi del lodge centrale.

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I PREMI Sauerbruch progetterà l’M9

La Fondazione di Venezia, per la costruzione del nuovo museo M9, ha invitato al concorso internazionale, A New Museum for a New City, solo sei studi d’architettura: Massimo Carmassi (Italia), David Chipperfield Architects (Gran Bretagna/Italia), Pierre-Louis Faloci (Francia), Luis Mansilla e Emilio Tuñón (Spagna), Matthias Sauerbruch e Louisa Hutton (Germania), Eduardo Souto de Moura (Portogallo). Sei grandi nomi chiamati a progettare il nuovo polo culturale che sorgerà nel cuore di Venezia-Mestre. I sei gruppi sono stati invitati a riflettere su un nuovo contenitore che oltre a doversi relazionare e integrare con un edificio storico, dovrà anche adeguarsi a tre distinte funzioni: quella museale, quella commerciale (che sarà ospitata nel corpo preesistente) e quella terziaria. L’M9 dovrà rispondere a un’esigenza e a un’aspirazione da anni condivisa dai cittadini delle quattro municipalità della terraferma veneziana: avere uno spazio museale e un centro di produzione culturale in linea con le più innovative esperienze europee. La struttura ospiterà il Museo del ’900, dedicato alle grandi trasformazioni sociali, economiche, urbanistiche, ambientali e culturali occorse nel XX secolo e sarà anche luogo di apprendimento e

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In alto: l’architetto tedesco Matthias Sauerbruch. Con il suo studio ha vinto il concorso, A New Museum for a New City, organizzato dalla Fondazione di Venezia per costruire il nuovo museo M9. Nelle altre foto alcuni particolari del progetto

di confronto per le idee e gli stimoli ricevuti dalle esposizioni interattive, gli allestimenti multisensoriali, le conferenze e i convegni. Vi sarà uno spazio espositivo per mostre temporanee e servizi didattici e formativi dedicati ai settori emergenti dell’economia e della creatività come la fotografia, l’architettura e il design, la grafica, il cinema, la comunicazione e la pubblicità. Sono anche previsti una mediateca del ’900 in cui sarà possibile consultare archivi fotografici, audiovisivi e radiofonici in formato elettronico e un auditorium per organizzare convegni e conferenze. Le diverse risposte progettuali sono state tutte esposte, nei mesi scorsi, come evento collaterale, alla Mostra Internazionale d’Architettura - la Biennale di Venezia. E lo scorso agosto la commissione ha scelto il vincitore. Ad essere premiato è stato il gruppo tedesco Matthias Sauerbruch e Lo-


uisa Hutton. Il loro progetto propone un edificio che integra la propria volumetria con l’impianto urbano di Mestre e rivitalizza il centro storico. Al fine di creare una connessione pedonale tra piazza Ferretto e via Cappuccina coinvolgendo l’ex caserma, il progetto prefigura uno spazio detto “piazzetta del museo” ed un passaggio trasversale che invita i visitatori ad attraversare l’intero complesso. Da questa prima decisione dipendono le scelte progettuali successive e in particolare quella di dividere il lotto, secondo la diagonale, in due parti triangolari di dimensioni diverse. Il triangolo maggiore, su via Brenta Vecchia, accoglierà l’edificio del museo, mentre l’altro corpo di fabbrica, il più piccolo, occuperà la porzione dell’area su via Pascoli. Il progetto, come richiesto dal bando, configura la ristrutturazione e il riuso dell’ex caserma come spazi dedicati al commercio e prevede di dotare di vetrine sia la facciata al piano terra su via Poerio sia quelle nel portico del chiostro. L’intero complesso rivitalizzerà dunque anche l’area attraversata da calle Legrenzi e il passaggio esistente al piano terra sarà allargato, secondo un angolo aperto, verso la “piazzetta del museo” al fine di segnalarne da lontano l’ingresso. Pertanto l’attenzione dei visitatori che si avvicineranno a piedi al museo sarà catturata dai volumi diagonali dei due nuovi corpi di fabbrica. Al primo e al secondo piano le aree espositive sono concepite come flessibili “scatole nere” di circa 1.150 mq ciascuno. Tutti i livelli espositivi sono progettati a partire da una griglia di 9x12 m e qualora si optasse per una configurazione “classica” la galleria sarebbe formata da ambienti di 6x9 m con una superficie di 54 mq, nel caso dei moduli più piccoli. Grazie a questo sistema tutti i piani del museo possono essere configurati come un’infilata di “gabinetti”, oppure come un unico spazio continuo. Al secondo piano è stato progettato un unico ambiente, illuminato da ampi lucernari, in cui esporre le informazioni relative alle mostre temporanee che si terranno all’ultimo piano, il terzo, l’unico che riceverà dalla copertura a sheds un’illuminazione naturale e filtrata dai singoli elementi appositamente rivolti a nord. A differenza di quanto avviene nei piani destinati all’esposizione permanente, da questo piano sarà possibile, attraverso le ampie aperture vetrate, godere di un nuovo panorama sulla città vecchia. L’edificio esternamente sarà riconoscibile per il suo rivestimento in ceramica policroma il cui accordo cromatico, che recepisce e interpreta le modulazioni di colore dell’ambiente circostante, sarà il segno che caratterizzerà il nuovo museo. L’aspetto del museo mira a interpretare l’eredità artistica del XX secolo e condivide con il Futurismo italiano la fascinazione per il movimento e la velocità. Mentre con l’arte (e l’architettura) moderna condivide l’uso mirato del colore come mezzo di percezione spaziale. Appartiene invece al XXI secolo la consapevolezza del valore della “continuità sostenibile” che il progetto interpreta in particolare con la sua concezione urbanistica.


I ENERGIA PULITA Una rete europea

L'energia del futuro arriverà dal fondo del mare. Sarà un'energia pulita e raggiungerà le case degli europei con un flusso costante. Nove Paesi dell'Ue hanno infatti in progetto una nuova rete elettrica sotto il Mare del Nord. Una rete che consentirà di sfruttare appieno il potenziale delle fonti rinnovabili in Europa, collegando fra loro alcune fra le principali centrali per la generazione di energia verde del continente. I nove Paesi stanno pensando a un progetto che getterebbe le basi per un ulteriore sfruttamento dell'energia rinnovabile in Europa di fronte alle sfide del cambiamento climatico. Una futura rete di 6mila chilometri di cavi sottomarini che collegherà le pale eoliche di Gran Bretagna e Danimarca, la centrale a maree della Francia, gli impianti idroelettrici svedesi e i pannelli solari tedeschi. A completare il mosaico della futura "Rete del Mare del Nord", l'energia rinnovabile prodotta in Belgio, Olanda, Lussemburgo e Irlanda. In questo modo, entro 10 anni si puntano a distribuire i circa 30 gigawatt di energia rinnovabile complessicamente prodotta in una vasta parte dell'Europa centro-settentrionale. Se il progetto dovesse decollare e dare i frutti desiderati, il sogno è quello di arrivare a raggiungere i 100 gigawatt di potenza elettrica, sufficiente per 30-40 milioni di abitazioni, risparmiando la costruzione di un centinaio di centrali a carbone. Per molto tempo ritenuto solamente una chimera, il progetto potrebbe passare presto dalla teoria alla pratica. I rappresentanti dei nove Paesi Ue coinvolti puntano infatti a sottoscrivere una lettera di intenti già entro l'autunno di quest'anno. L'"Europa unita dell'energia" potrebbe nascere quindi a partire dal Mare del Nord. Non solo. Si tratterebbe di un'elettricità completamente pulita e rinnovabile in quanto ricavata dal sole, dal vento, dall'acqua e dalle maree. Le questioni tecniche, di pianificazione, legali e ambientali della futura Rete

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La rete del Mar del Nord potrebbe agire come un gigante con a disposizione 30 gigawatt di batteria per l’energia pulita in Europa, oltre a immagazzinare l’elettricità quando la domanda è bassa

sono già in fase di discussione preliminare fra i nove Paesi coinvolti che si sono ritrovati a fine 2009 in Irlanda e nel vertice sul clima di Copenhagen. Ma è da quest'anno che i piani operativi dovrebbero decollare, per arrivare a pieno compimento nel corso del decennio. Il costo della rete del Mare del Nord non è stato ancora calcolato con esattezza, tuttavia un recente studio di Greenpeace lo colloca fra i 15-20 miliardi di euro entro il 2025. L'Associazione Europea per l'Energia Eolica (Ewea) suggerisce che i costi per la connessione delle proposte fattorie eoliche di 100 gigawatt e la costruzione di interconnettori per collegare fra loro centrali eoliche e idriche potrebbe spingere a far lievitare questa cifra sino a 30 miliardi di euro. Nel frattempo cominciano a trapelare i dettagli tecnici dell'ambizioso progetto che consentirebbe di eliminare quelle variabili di incostanza e imprevedibilità che ancora ostacolano la diffusione su larga scala delle fonti energetiche rinnovabili. Nella Rete del Mare del Nord l'energia sarebbe sempre assicurata, questo perché i suoi diversi nodi di produzione energetica sopperirebbero l'uno alle carenze dell'altro. Così, se in Scozia dovesse mancare il ven-


to è probabile che le pale eoliche funzionino in Danimarca. E se la maree francesi dovessero deludere, si potrà sempre far ricorso all'affidabile energia idroelettrica scandinava. In questo modo, ciascun Paese presente in rete avrebbe una propria quota di energia garantita indipendentemente dalle sfavorevoli condizioni metereologiche. La sicurezza di un approvvigionamento costante e rinnovabile convince tutti e fa passare in secondo piano il fatto che si verificherà una certa dispersione di corrente visto il trasporto dell'energia prodotta a grandi distanze. Mediante questa super rete di energie rinnovabili, l’elettricità può essere fornita lungo tutto il continente sia che soffi il vento, splenda il sole o si infrangano le onde. Collegata alle molte centrali idroelettriche, potrebbe agire come un gigante con a disposizione 30 gigawatt di batteria per l’energia pulita in Europa, oltre a immagazzinare l’elettricità quando la domanda è bassa. Una maxi rete nel Mare del Nord potrebbe permettere una fornitura sicura e affidabile proveniente dalle energie rinnovabili attraverso il bilanciamento delle stesse nel continente. Ma c'è dell'altro. Oltre ai nove Paesi già citati, il piano prevede anche la partecipazione di uno stato extra Ue come la Norvegia. Quando l'energia prodotta da mare, sole e vento nei vari punti della Rete supererà i consumi previsti, potrà essere convogliata verso gli impianti idroelettrici norvegesi. Le centrali idriche della Norvegia adopererebbero l’energia in eccesso per pompare acqua verso l'alto, generando così elettricità "di riserva". Il Paese scandinavo restituirebbe poi questa energia nei momenti in cui i Paesi all'interno della Rete dovessero essere a corto di approviggionamento autonomo. La prima rete di elettricità europea dedicata all’energia rinnovabile si appresta quindi a divenire realtà. I presupposti ci sono tutti. L'approvazione di un progetto definitivo con relativi tempi e costi di realizzazione è il prossimo passo per cominciare a costruire la futura rete entro il 2011. La messa in funzione della Rete del Mare del Nord consentirebbe di raggiungere l'asticella fissata dall’Unione Europea che punta a produrre un 20% della propria energia da fonti rinnovabili. Una quota che sino a pochi anni fa era inimmaginabile, ma che ci sono buone possibilità di sfiorare nei prossimi anni. Il progetto guarda soprattutto al futuro in quanto la Rete del Mare del Nord rappresenterebbe la spina dorsale di una prossima e indispensabile "super rete dell'elettricità europea". Una rete ancora più ampia che gode dell’appoggio degli scienziati all’Istituto per l’Energia della Commissione e dell’appoggio politico del presidente francese e del premier britannico. La Rete del Mare del Nord potrebbe creare un primo tassello per un collegamento di rete per le energie rinnovabili ancora più vasto guidato dall’Europa. Hanno anche calcolato che basterebbe acquisire appena lo 0.3% di luce solare che ogni anno splende sul Sahara e nei deserti del Medio Oriente per soddisfare i bisogni energetici


I LIBRI Un’architettura oltre la forma

L’autore in questo libro fa

un excursus su alcune opere di Leonardo Ricci.

Quelle realizzate nel dopoguerra. E cioè quando si è interessato e impe-

Leonardo Ricci e l'idea di spazio comunitario

Michele Costanzo Quodlibet 96 pagine costo: 14,00 euro

gnato per alcune comuni-

tà sociali. Agàpe, piccola

realtà piemontese è stata

costruita facendo spaccare e trasportare le pie-

tre, necessarie alla co-

struzione, a giovani ex partigiani e giovani fascisti, affinché ricostruissero insieme. O Riesi, piccola comunità

in cui la forma costruita si è rivelata secondaria rispetto a quella sociale. Due piccole realtà utopiche molto

vicine a quella dei kibbutz. Michele Costanzo, pone l’attenzione sull’idea di spazio comunitario appartenente a Ricci, l’uomo, l’architetto che nei suoi scritti “difesa di

Agàpe” afferma: «Non ho mai creduto alle cose preor-

I LIBRI Cementi decorativi liberty

dinate, a schemi rigidi e fissi. Portano al Super-Uomo.

Credo invece ai semi. Il seme è gettato. Nascerà? Non domandarlo. Ara e semina e cura la terra che l’ha ri-

coperto anche se i frutti non sarai tu a coglierli». Lui che nel caso di Riesi, pensava «E già vedevo ciò che sarebbe potuto avvenire. Quelle terre arse, ben coltivate… A volte nel desiderio e nel sogno ho visto questo

Cementi decorativi liberty. Storia, tecnica, conservazione

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villaggio “radice” espandersi per tutta la Sicilia. Mette-

re cioè rami, foglie. Vedevo la Sicilia non più depres-

sa... Vedevo me stesso finalmente soddisfatto come architetto al servizio di qualcosa di vero al quale credo, no dittatore di stupidi o servo di ricchi».

I LIBRI Viaggio nella memoria di Sottsas

A tre anni dalla morte, Adelphi sceglie di pubblicare quest'autobiografia postuma di Ettore Sottsas. Ma Scritto di Notte non è una vera autobiografia. È una miscellanea di pensieri. Di brevi racconti. Di immagini. Di storie scritte per far vagare la memoria e coglierne velocemente le diverse interpretazioni e sfaccettature. È un racconto atemporale. Senza alcun luogo e alcun dove ben preciso. È un vagare nella propria storia. Un sottile filo rosso tra i ricordi che dona un’immagine nuova dello scrittore. Un Ettore Sottsas forse meno colorato, ma schietto. Senza preconcetti. Lontano dall’ovvio, come già le sue forme, le sue opere, hanno comunicato. È il ricordo come modo di ritrovarsi. Il ri-

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cordo come valore per chi non ha mai creduto nelle sovrastrutture sociali e che, con un tocco di sarcasmo e sano cinismo, ribadisce il giusto distacco da ciò che ritiene ipocrita. «Io sono amico della gente incerta, perplessa, modesta, che cerca di capire e che sempre è nello stato di uno che non ha capito. Sono molto amico della gente che ha paura». Sono queste le parole che scrive quasi in chiusura di queste pagine. Mentre scrive, nella breve introduzione al testo, «Chi tiene fra le mani questo libro, tiene fra le mani (forse) un uomo nudo, tutt’al più con le mutande. … il corpo di un uomo nudo è fragile, si sa. E se lo hai nelle mani, ti prego di avere pazienza, ti prego di toccarlo adagio, “trattalo con cariño”, “que es mi persona”, …». In mezzo, tra questa introduzione e l’epilogo, tutta una vita raccontata senza preamboli. Una vita semplice, con dubbi e incertezze. Vissuta con curiosità nei viaggi e negli incontri. Nel cominciare, a Broadway, da uno “stato zero” che gli ha permesso di conoscere un mondo nuovo. Nuovi concetti di vita stessa e nuovi amori. E dentro tutta questa vita vissuta correndo c’è l’arte e il design. .

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È un libro tecnico che affronta il tema del restauro dei cementi decorativi in uso nel ventennio che va dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale. Periodo in cui la pietra naturale viene completamente soppiantata dagli articolati ornamenti floreali: i cementi liberty. L’introduzione al libro, curata da Giovanni Carbonara, capofila della Scuola romana del restauro, teorico del restauro architettonico e storico dell'architettura, pone l’accento sulle diverse problematiche presenti nel restauro del nuovo dovute, nonostante i diversi studi, al mancato riconoscimento d’interesse da parte della storiografia architettonica. Il libro è suddiviso in sette capitoli: il primo pone l’accento sullo scarso apprezzamento critico. Il secondo ne analizza i diversi aspetti, forme, tecniche e stile mentre il terzo analizza, dal punto di vista storiografico, le diverse formazioni professionali e scuole presenti all’epoca. Il quarto e il quinto capitolo si soffermano sulle diverse tipologie di cementi, aggreganti e coloranti e sui diversi stampi adoperati. Gli ultimi due approfondimenti affrontano il tema dello “stato di conservazione e durabilità” e del “riconoscimento e conservazione”. Seguono alcune tavole a colori e una ricca appendice documentaria sulle diverse schede valutative necessarie allo studio. Come scrive lo stesso Carbonara: «… l’argomento risulta di grande interesse storico-architettonico, quale manifestazione del fare … innovativo e ricco di memorie, formali e anche tecniche … reinventate con creatività e fantasia».


I LIBRI Il respiro progettuale di Toyio Ito

Antonello Marotta a pagina 12 del suo libro afferma: «Non è possibile comprendere l’opera di Toyo Ito, la sua formazione, il clima che respira, senza calarsi nel contesto culturale in cui il Giappone affonda le sue radici e parallelamente rilevare una doppia linea di demarcazione, interna ed esterna alla propria cultura». Marotta rilegge la figura dell’architetto nipponico seguendo la logica offerta dallo stesso architetto con le sue opere, e cioè attraversando il dialogo poetico fatto di silenzio e narrazione, di maestri, letture, viaggi e interiorità. Cerca di scoprire come si è formata la personalità di Ito e quindi cosa c’è dietro ai suoi progetti. Per farlo suddivide la sua stessa analisi, 90 pagine, in 8 punti. Ne fa parte anche la prefazione del prof. Antonino Saggio, intitolata “Senza respiro”. Gli altri sette punti, partendo da un’analisi della terra natia di Toyo Ito nelle sue tradizioni, proseguono con le prime opere miranti alla semplificazione della forma per contrapporsi al caos tipico di Tokio a cui seguono poi i processi progettuali di stratificazione e dissolvenza che anticipano la struttura di fibre e le membrane elastiche. Nuove mutazioni che le architetture di Ito, attente ai cambiamenti sociali, oggi propongono.

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I LIBRI La parola ai fotografi

Architetto e docente all'università di Udine, Maria Letizia Gagliardi, intervista e confronta i più autorevoli fotografi italiani di architettura e paesaggio. Una tavola rotonda che approfondisce temi e tecniche della fotografia degli ultimi anni. Ogni intervista è inoltre accompagnata da un’immagine particolarmente significativa dell’opera di ognuno dei 26 fotografi: O. Barbieri, G. Basilico, G. Battistella, G. Berengo Gardin, L. Campigotto, V. Castella, A. Chemollo, G.Chiaramonte, P. Della Porta, D. Domenicali, V. Fossati, G.Guidi, M. Introini, F. Jodice, M. Maggi, D. Malagamba, M. Montagna, A. Muciaccia, P. Musi, L. Mussi, E.Piccardo, F. Romano, P. Rosselli, M.Vitali, I.Zannier, M. Zanta.

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AM progettare

La struttura scolastica, progettata dallo studio Zaha Hadid Architects, è capace di contenere più di mille alunni. Fluida ed essenziale, asimmetrica e leggera, l’Evelyn Grace Academy è stata pensata e organizzata per poter dare una valida risposta alle discrepanze sociali presenti nel quartiere Brixton di Londra di Iole Costanzo


Asimmetrie

E TRASPARENZE

Tutte le foto di Luke Hayes

Studio Zaha Hadid Architects / Brixton (Londra)


n edificio scolastico progettato con le dovute accortezze architettoniche, seguendo determinati canoni, può diventare un supporto educativo per gli insegnanti? Esiste un punto d’incontro e di equilibrio tra pedagogia e architettura? Lo studio Zaha Hadid Architects ci ha provato. L’Evelyn Grace Academy, il primo progetto dell’architetto iracheno completato in Inghilterra, è stato realizzato nel distretto londinese di Brixton seguendo le precise indicazioni date dall’ente educativo ARK Schools, dal Department for Children, Schools and Families (DCSF) e dalle autorità locali. Lo scopo ultimo di questo progetto è trovare il modo di colmare il gap formativo-culturale esistente tra gli alunni provenienti da realtà sociali svantaggiate e i loro stessi coetanei cresciuti in ambienti economicamente più agiati. L’Evelyn Grace Academy, appositamente pensata per offrire nuove opportunità ai giovani della comunità, è una struttura fluida dalle linee essenziali, che rispecchia la poetica dissonante, asimmetrica e leggera,

U

universalmente riconosciuta, dello studio Zaha Hadid Architects. È dotata di ampie finestrature che assicurano l’adeguata illuminazione e ventilazione naturale negli ambienti scolastici ed è stata progettata per poter ospitare1200 alunni. La logica di pianificazione è stata quella della matrioska, cioè quella che segue il principio educativo della “scuola nella scuola”. L’intera struttura, infatti, accoglie 2 Upper Scholl con 330 alunni ciascuno e 2 Middle School ognuna con 270 alunni. Tutti e quattro gli istituti occupano spazi indipendenti e funzionali e tutti gli ambienti sono stati progettati così da avere una spiccata identità architettonica. Logica adottata non solo per gli spazi di pertinenza di ogni singolo istituto ma anche per gli spazi a gestione comune. Infatti, la sinuosa piastra del piano terra, tipica dell’architettura di Zaha Hadid, è planimetricamente organizzata per accogliere tutti i servizi comuni ma anche per garantirne la fruibilità, ovviamente in orari extrascolastici, al resto della comunità. I piani superiori conservano la propria autonomia e hanno uno sviluppo organizzativo prevalentemente

In alto: visione fotografica di uno degli spazi comuni, caratterizzati dalle ampie superfici vetrate. A sinistra: è possibile scorgere parte del prospetto principale. Il terrazzo dei piani intermedi è uno degli spazi pensati per la socialità

AMarchitetti 47


EVELYN UPPER

GRACE UPPER SALE COMUNI E ZONA PRANZO

EVELYN MIDDLE

EVELYN MIDDLE

AREA DEDICATA ALL’ARTE LIBRERIA AZIONE E AMMINISTR

A EDICAT AREA D SPORT ALLO

ORGANIZZAZIONE ORIZZONTALE

L’accademia è effettivamente divisa tra il podio al piano terra dedicato ai servizi comuni e le scuole separate sopra. Le scuole sono organizzate orizzontalmente per ridurre al minimo la circolazione verticale una volta che gli studenti siano entrati nelle aule. Le scuole medie occupano il primo e il secondo piano, le scuole superiori occupano entrambe il terzo piano. I servizi condivisi si trovano al piano terra con alcune strutture accademiche, come le sale comuni e i laboratori scientifici, situati nella zona centrale al secondo e terzo piano, per consentirne l’uso ad una singola scuola oppure a più di una quando richiesto.

Sopra: le diverse scuole all’interno dell’edificio. I 1200 alunni sono divisi in scuole separate come segue: Evelyn Middle: 270 alunni (dagli 11 ai 14 anni); Grace Middle: 270 alunni (dagli 11 ai 14 anni); Evelyn Upper: 330 alunni (dai 14 ai 18 anni); Grace Upper: 330 alunni (dai 14 ai 18 anni)

PROSPETTO

SEZIONE LONGITUDINALE

Area sport collettivo

48 AMarchitetti

Area arte e tecnica

Ambienti comuni

Evelyn Middle

Evelyn Upper

Grace Middle

Grace Upper


1 Reception 2 Biblioteca 3 Cucina principale 4 Blocco arte/tecnologia 5 Blocco sport e fitness 6 Studio di danza 7 Palestra 8 Zona giochi 9 Servizio di linea 10 Giardino

1 Reception scuola media Evelyn 2 Reception scuola media Grace 3 Hall scuola media Evelyn 4 Hall scuola media Grace 5 Zona pranzo 7

8

6 9 2 4

3

5

1

2

5

3

10

PIANO TERRA

4

1

PIANO PRIMO

1 Scuola superiore Evelyn 2 Scuola superiore Grace 3 Hall scuola superiore Evelyn 4 Hall scuola superiore Grace 5 Terrazza

1 Scuola Media Evelyn 2 Scuola Media Grace 3 Laboratori comuni di scienze 4 Terrazzo della palestra

4 5

5 1

3

4

1

3

5

2

2

3 5

PIANO SECONDO

PIANO TERZO

AMarchitetti 49


Terrazza intermedia ai piani. Ăˆ un luogo di socializzazione posto tra due corpi. Ăˆ un piano all’aperto mitigato dalla presenza di ampie e spaziose pensiline. Ăˆ possibile scorgere la maglia di montaggio dei pannelli metallici di zinco e titanio e i tagli regolari delle ampie vetrate


PLANIMETRIA

In questa pagina: due interni dell’Evelyn Grace Academy. Nella pagina accanto alcuni luoghi dedicati allo sport presenti all’interno e all’esterno della struttura

52 AMarchitetti


orizzontale. Le Middle School occupano il primo e il secondo livello mentre gli istituti delle Upper School si trovano al terzo piano e hanno un’organizzazione orizzontale necessaria per ridurre al minimo la circolazione verticale degli studenti all'interno della scuola. Gli spazi collettivi in dotazione all’intera struttura sono invece progettati per incoraggiare la comunicazione sociale, l’interazione tra i ragazzi e i momenti di intercultura necessari per la soluzione di quei problemi che una società multirazziale è tenuta ad affrontare. Gli spazi comuni quali sale e laboratori scientifici, situati nella zona centrale dell’edificio, tra il secondo e il terzo piano, hanno un’impostazione tale da rispondere comunque adeguatamente alle varie esigenze dei quattro diversi istituti. Il complesso scolastico è dotato anche di palestra e di altri ambienti per il fitness e la danza. Ha dei campi adatti a più sport, un campo da calcio e i percorsi per l’atletica. All’esterno gli

spazi in comune sono molti e tra questi è previsto un giardino organizzato anche per l’orto. Dal punto di vista urbanistico l’Accademia, realizzata in un’area prevalentemente residenziale, fa parte di un distretto scolastico avente uno dei più alti tassi di criminalità d’Europa. Ma gli ideatori di questo progetto hanno creduto nella possibilità che uno spazio ben fatto e accogliente possa avere, sull’animo dei ragazzi, lo stesso effetto della musica e dell’arte. È un esperimento, per il momento, ben riuscito. Purtroppo però non esiste un piano che assicuri future realizzazioni di questo tipo in altre zone d’Inghilterra. L’edificio ha un forte carattere urbano e si lega al paesaggio circostante. Ha un aspetto rassicurante che arricchisce, con la sua linea morbida e per nulla aggressiva, non solo l’animo degli studenti ospitati ma anche il panorama architettonico di questo quartiere residenziale sito nella parte sud-occidentale della città di Londra.

Zaha Hadid Architects Architetti

Zaha Hadid with Patrik Schumacher Design

Brixton Luogo

ARK Education Cliente

10,745m² Area

Arup

Ingegneria

Sandy Brown Associates Acustica

AMarchitetti 53


AM progettare

Un nuovo spazio

DEDICATO ALL’ARTE Renzo Piano / Los Angeles (California)


Tutte le foto di Nic Lehoux

Basso, luminoso, vetrato e rivestito di travertino chiaro. Ha una copertura a dente di sega che è stata realizzata per modulare il sole della California. Progettato da Renzo Piano, il Resnick è uno dei nuovi padiglioni del LACMA, Los Angeles County Museum of Art di Iole Costanzo


opo aver terminato, nell’inverno del 2008, il Broad Contemporary Art Museum, voluto e patrocinato da Eli Broad, Renzo Piano lo scorso ottobre ha inaugurato, sempre al LACMA, un nuovo spazio dedicato all’arte, il Resnick Pavillion. È l’edificio che, lautamente finanziato dai mecenati Lynda e Stewart Resnick, completa il suo progetto di ristrutturazione e ampliamento del Los Angeles County Museum of Art, il LACMA. All’enorme blocco del Broad Gallery, Renzo Piano affianca un padiglione basso, un ampio luogo, come lui stesso lo ha definito, aperto e orizzontale. Un solo piano di 4.200 mq con una copertura a shed, uguale a quella del Broad Gallery, appositamente progettata con i singoli elementi rivolti a nord proprio per convogliare all’interno, sulle opere esposte, una luce filtrata, equilibrata e riflessa. Il principio illuminotecnico è molto simile, anche se geometricamente capovolto, alla copertura che, sempre Renzo Piano, realizzò più di venti anni fa per la Menil Foudation a Houston. Entrambi i progetti, infatti, sono vere e proprie macchine di luce che, inibendo l’illuminazione diretta, dannosa alle opere esposte, sono in grado di garantire un’illuminazione naturale e mutevole come le condizioni atmosferiche. Il Resnick Pavillion è stato costruito sull’area dell’ex

D

parcheggio del LACMA . È una struttura piana, con ampie vetrate e la muratura rivestita con del travertino chiaro di Tivoli, come il BCAM. L’idea di un unico livello, come lo stesso Piano ha dichiarato, è alquanto inusuale. Forse nessuna città europea avrebbe accettato questo tipo di impostazione progettuale, ma Los Angeles è una città atipica, diversa anche dalle altre città americane. L’ampliamento e la ristrutturazione del museo sono avvenute secondo un progetto redatto dalla studio di Renzo Piano. Ciò che ha fatto maggiormente discutere è l’adozione di una logica planimetrica, lontana da quella californiana ma molto vicina agli impianti urbani europei, fatti di piazze, percorsi e quinte, che oltretutto ha richiesto la definitiva chiusura di uno degli assi viari del campus. Il Resnick Pavilion, insieme al vicino Broad Contemporary Art Museum, realizzato in precedenza, sono entrambi spazi lasciati intenzionalmente aperti e fluidi per poter contenere ogni genere di opera d’arte. Scelta rinforzata anche dalla decisione di sistemare tutti i luoghi tecnici all’esterno e lasciare l’85% dell’area come spazio destinato unicamente alle esposizioni. I luoghi tecnici, a loro volta, hanno acquistato una ben precisa identità. Sono di colore rosso come le scale esterne in acciaio del BCAM e le strutture portanti

A sinistra: il blocco a più piani del Broad Contemporary Art Museum costruito nel 2008. Si scorgono gli elementi che caratterizzano tutto l’impianto: le strutture metalliche colorate di rosso e le alte palme che attorniano tutti gli edifici. In basso: il nuovo padiglione Resnick da poco terminato

AMarchitetti 57


In queste tre immagini le sale del nuovo padiglione. Sono dotate di grandi spazi e sono molto luminose, sia per le ampie vetrate presenti, sia per la particolare copertura a shed progettata con l’inclinazione rivolta a sud e il vetro a nord, proprio per poter filtrare la luce all’interno


SEZIONE EST OVEST

PROSPETTO OVEST

1

2

3

4

5

6

2

7

2

8

2

9

10

1 Strada. 2 Giardino. 3 Spazio eventi. 4 Spazi di servizio. 5 Accesso di servizio. 6 Spazi di servizio. 7 Asse pedonale. 8 Galleria Bcam. 9 Marciapiede. 10 Wilshire Boulevard

AMarchitetti 59


A sinistra: una delle sale del padiglione Resnick. Sopra: la planimetra di tutto il LACMA. Il complesso, dopo la ristrutturazione relizzata su progetto di Renzo Piano, è più compatto e risponde a una logica urbana. Ha un asse pedonale che lega le strutture tra loro, dando corpo e ordine a tutto il sistema

presenti sul percorso coperto. È il colore scelto che fa da legame tra i due nuovi edifici e la vecchia struttura, l’Ahmanson Building, l’edificio, realizzato nel 1965, che non ha mai brillato per le sue qualità architettoniche, e che è situato nel lato est del campus. Prima del nuovo intervento di ripristino tutti gli edifici del Lacma East si rivelavano mediocri modelli in stile Beaux Arts. Oggi il volto è completamente cambiato. In un primo tempo, nel 2001, il LACMA aveva assegnato l’incarico di un concept a più studi di architetti. Tra le soluzione presentate il museo scelse la soluzione più realistica di Renzo Piano che prevedeva l’aggiunta di nuovi edifici e l’eliminazione della strada, senza però demolire tutto l’esistente. Fu Eli Broad ad aver immediatamente compreso, dietro sollecitazione da parte di Renzo Piano, quanto fosse indispensabile un masterplan che riorganizzasse gli 8 ettari di campus. E sembra che a convincerlo fu la famosa frase scritta da Piano: «È molto frustrante eseguire un bel brano con un quartetto d’archi nel mezzo di tre brutti concerti rock». Un’adeguata analisi di tutto il nuovo impianto

rivela che l’intento dell’architetto non è mai stato quello di creare una situazione dal forte impatto, bensì quello di creare un luogo dalle condizioni adeguate alla contemplazione dell’arte. La nuova Grand Entrance, lo spazio multifunzionale che ospita biglietteria e reception, è il nuovo fulcro che collega tra loro le diverse parti del complesso, compresa la vecchia preesistenza in cui Piano ha creato un nuovo spazio espositivo. È cromaticamente legata agli altri elementi esterni, anch’essi realizzati in acciaio rosso ed è ricoperta da pannelli fotovoltaici giustapposti per generare l’energia elettrica necessaria ad alimentare sia gli impianti sia l’installazione di public art, Urban Light, dell’artista Chris Burden che consta di 202 lampioni d’epoca recuperati nelle strade della città. L’intero progetto è riuscito a riorganizzare il “caos”, come Renzo Piano stesso aveva definito l’impostazione planimetrica del LACMA. Sicuramente non è di grande impatto, come forse Los Angeles, città rarefatta, avrebbe richiesto, ma è un’architettura che rinuncia al protagonismo e punta soprattutto sull’armoniosa complicità tra le diverse parti.

Renzo Piano Building Workshop Architetti

Los Angeles Luogo

Los Angeles County Museum of Art (LACMA) Cliente

Arup

Strutture

R. Irwin

Landscape

2 ottobre 2010 Inaugurazione

53 milioni di dollari Costo

Ove Arup–London

Lighting Designer

AMarchitetti 61


AM progettare

Edilizia rurale

E MODERNITÀ

Studio CA-SO / Canejan, Catalogna (Spagna)

Esigenze cittadine in abitazioni rurali. Il ritorno nei vecchi borghi natii propone nuove problematiche. Le necessità sono diverse, i desideri pure. Nelle ristrutturazioni delle costruzioni tradizionali si deve giungere a compromessi. A Canejan, in Catalogna, la soluzione trovata da Eduardo Cadaval e Clara Solà-Morales è incisiva e innovativa di Andrea Giuliani


SEZIONI TRASVERSALI

A sinistra: un esterno di Casa Guinovart Florensa. È possibile constatare i diversi trattamenti materici presenti e i cambiamenti morfologici avvenuti. In alto: quattro sezioni trasversali. Si leggono le modifiche apportate all’interno dell’edificio per ottenere due abitazioni all’occorrenza indipendenti

’architettura contemporanea e quella rurale. Due mondi completamente diversi, forse anche antitetici. E quando i due mondi si incontrano, si ridà senso a una cultura del costruire oramai scomparsa. Si ripensano gli spazi, si cercano materiali nuovi, del luogo o comunque non stridenti con esso. Si rigenera l’esistente. Si attualizza quell’intesa, quell’integrazione che queste architetture solitamente creano con il paesaggio che vi gravita intorno. Lo studio CA-SO di Eduardo Cadaval e Clara Solà-Morales ha affrontato questo tema sui Pirenei, in Spagna, a Canejan, ai confini con la Francia, nella Valle d’Aran in Catalogna. Il paese è piccolo, ha circa 100 abitanti, e i manufatti edilizi sono realizzati con materiali quali legno, pietra, terra e poco altro, quasi sempre reperiti sul posto. «Questa casa rappresenta il nostro primo lavoro - hanno dichiarato su domusweb.it Cadaval e Solà-Morales - ma la sua realizzazione ha richiesto un tempo così lungo che progetti successivi sono stati completati prima. L'abitazione si è dimostrata una sfida fin dal principio. E se un progetto in una zona isolata dei Pirenei è

L

sempre complicato, sia in termini di tecniche costruttive sia di regolamenti, risolverlo da lontano ha reso il compito ancora più difficile». L’edificio apparteneva alla tipologia edilizia con la muratura in pietra a secco, ed era completamente realizzato con una tecnica tradizionale tipica della zona. Tutto ciò donava al manufatto un grande valore tettonico sintattico. L’edificio infatti si presentava massiccio, compatto e con piccole aperture. Ma così come era stato costruito in origine non permetteva di godere dello splendido panorama sulla valle. Valore che ovviamente all’epoca della costruzione era decisamente relativo, ma che oggi risulta essere quasi fondamentale, in particolar modo per una seconda casa, pensata come luogo di riposo e relax, per conciliarsi con se stessi e con il mondo. «I committenti - continuano Cadaval e Solà-Morales sono un prestigioso scienziato spagnolo e i suoi figli, una coppia di giovani studiosi molto promettenti. Sognavano un luogo in cui l'intera famiglia potesse riunirsi, un luogo appartato in cui poter studiare e scrivere nei momenti in cui non si trovavano a

Studio CA-SO di Eduardo Cadaval e Clara SolàMorales Architetti

Casa Guinovart Florensa Progetto

Canejan, Vall d’Aran, Catalogna Luogo

Mariona Viladot, Alex Molla, Pernilla Johansson Collaboratori

2004 - 2010 Lavori

350m2

Superficie

Carles Gelpí Arquitecte

Ingegneria Strutturale

AMarchitetti 65


L’ambiente cucina è stato progettato nella parte terminale dell’edificio, lì dove la muratura è stata sostituita da una vetrata con affaccio sulla Valle d’Aran. Nella pagina a fianco l’uniformità di trattamento cromatico e materico fa pensare a un unico ambiente: invece le due foto in alto riprendono il piano superiore, quella in basso l’isola per il pranzo collocata al piano inferiore


viaggiare per il mondo». E cosa può essere più ristoratore di una bella vista su due valli poste tra le alture tipiche dei Pirenei. «Il processo di progettazione si è dimostrato essere la parte più semplice: abbiamo cominciato a lavorare verso la fine del 2003 e, a metà del 2004, avevamo già preparato il progetto esecutivo. La concessione dei vari permessi ha ritardato l'inizio dei lavori, cominciati nel 2006. Durante il cantiere abbiamo dovuto fare i conti con il clima, è infatti possibile lavorare solo per otto o nove mesi all'anno. All'inizio abbiamo faticato anche per trovare un modo di trasportare i materiali fino in cima al monte». La scelta dello studio dunque è stata quella di rinforzare i vari punti delicati, cioè soggetti a schiacciamento e a pressoflessione, i tipici problemi delle tecniche di costruzione tradizionali. Lo studio CA-SO lo ha fatto servendosi principalmente di alcuni principi appartenenti all’architettura contemporanea. Consapevoli che le modifiche previste avrebbero apportato dei trasferimenti di carico a parti murarie adiacenti hanno risolto il problema creando due nuovi elementi verticali portanti che contengono i corpi scala e i servizi su cui vengono scaricate gran parte delle spinte orizzontali originate dai nuovi interventi. Per sfruttare al meglio la posizione dell’abitazione, sono state realizzate, nelle murature, delle nuove aperture che consentono alla luce naturale di infiltrarsi fino al living e nella sala da pranzo, poste in una posizione più interna. L’involucro

AMarchitetti 67


In alto: il salone posto al piano rialzato. Si affaccia su un terrazzo ed è dotato di un camino centrale, la cui canna fumaria attraversa l’edificio. In basso: il salone del piano superiore. La vista sulla valle è offerta dalle finestre a nastro inserite sotto l’attacco della copertura realizzata da due diverse falde


SEZIONI LONGITUDINALI

PROSPETTI

In alto: le due sezioni longitudinali mostrano la disposizione interna dell’edificio. Sopra i due prospetti dell’abitazione da cui si desumono le diverse modifiche apportate durante i lavori di ristrutturazione. In basso: esterno di Casa Guinovart, prospetticamente inserita nel paesaggio circostante

esterno è rimasto inalterato, almeno nella forma, mentre gli interni sono stati divisi così da garantire anche l’indipendenza alle due unità abitative che vi sono state ricavate. Due unità, all’occorrenza indipendenti, ma comunque strettamente legate tra loro. Ciò che maggiormente connota l’edificio è il tetto spiovente: una delle falde pur mantenendo l’impostazione della struttura originale ha dei tagli di vetro che offrono la vista su una parte dei monti. L’altra, quella rivolta verso la vallata, asseconda la nuova organizzazione spaziale, difatti diviene più corta e ha una pendenza diversa che ospita nella parte più bassa una serie di finestre a nastro che illuminano tutti gli ambienti dell’ultimo piano. Questo stesso piano è anche illuminato da un’ampia superficie vetrata posta su uno dei lati corti dell’edificio che si affaccia sul paesaggio antistante. L’ampio uso di finestre sia a tutt’altezza che a nastro denuncia una rilettura contemporanea dell’abitazione di montagna, mentre gli interni, nella loro semplicità essenziale, sia per ciò che concerne gli arredi sia per ciò che riguarda la distribuzione stessa degli ambienti, propongono una visione di abitazione lontana dalla tradizione di campagna ma molto vicina all’idea che solitamente dà un edificio cittadino.

AMarchitetti 69


AM progettare

Un’emeroteca

DI LUCI E COLORI Waltritsch a+u / Gorizia


A Gorizia, città di congiunzione tra il mondo italiano e quello sloveno, anche la nuova emeroteca “Ugo Casiraghi”, realizzata all’interno di una struttura preesistente più volte rimaneggiata, è un luogo luminoso e colorato che farà da legame tra due culture oramai non più separate da frontiere di Iole Costanzo


72 AMarchitetti


A sinistra: la sala principale dell’emeroteca “Ugo Casiraghi”. La disposizione degli arredi è razionale, semplice ed essenziale. A destra, in alto: i pannelli di vetro serigrafato montati per mascherare una parete cieca preesistente. Presentano una tinta giallognola per riproporre la tipica colorazione degli edifici goriziani. In basso: la facciata bipartita è scandita nella parte inferiore dalla vibrazione dei brise soleil

timologicamente emeroteca vuol dire custodia del giorno. E forse è proprio per questo suo significato che ci si aspetta un luogo solare, un luogo legato anche alla luce del sole. Colorata, luminosa e ariosa è infatti la nuova emeroteca “Ugo Casiraghi” di Gorizia progettata dallo studio triestino Waltritsch a+u. Un salotto cittadino caratterizzato da arredi fissi lineari ed essenziali, appositamente pensati e progettati. Il nuovo impianto goriziano ha un’organizzazione planimetrica semplice e razionale. È parte integrante di un più ampio comparto edilizio, noto come il Palazzo del Cinema e frutto di addizioni volumetriche realizzate in epoche diverse tra loro. Negli anni '90, sfruttando la presenza di una sala cinematografica preesistente, fu realizzato un multisala al primo piano. Tutta l’organizzazione del complesso venne completamente rivista e si aggiunse una nuova costruzione avente una facciata intonacata completamente cieca che, a suo tempo, provocò qualche disappunto. «Il nostro intervento si realizza nel nuovo secolo - ci spiega l’architetto Dimitri Waltritsch - proprio mentre si faceva strada l'ipotesi di istituire una mediateca provinciale, legata al resto della Casa del Cinema». Tutto il complesso ha, infatti, una vocazione strettamente legata al mondo cinematografico. La struttura oltre al multisala Kinemax, il laboratorio e le aule del Dams Cinema dell’Università di Udine ospita anche l’associazione Kinoatelje che si occupa di cinema sloveno. La Mediateca dunque diverrà un polo culturale di riferimento per il settore dell'audiovisivo, non solo per tutto il goriziano, ma anche per il territorio sloveno. Posta al pianoterra dello stabile, l’emeroteca si affaccia sull’asse - galleria Giorgio Bombi -, attualmente chiuso, che collega la città con la Slovenia e che perfora la lussureggiante collina su cui si trova il castello della città. L’intero contesto ha alle spalle le scoscese pendici della collina e lo stretto rapporto che si crea tra l’intero edificio e la collina stessa è mediato da un’arena estiva che vi si raccorda, ai piedi delle pendici, con dolci e geometrici terrazzamenti. Il progetto dell’emeroteca presenta una tripartita distribuzione: la sala principale che si affaccia verso la strada pubblica, la parte centrale che ospita la sala consultazione video, e quella terminale, verso le aule dell’Università, che è uno spazio dedicato allo studio

E

AMarchitetti 73


A destra: una delle sale dell’emeroteca. I colori sono caldi e l’arredo, colorato e accogliente per adattarsi alla maglia strutturale preesistente, presenta apposite soluzioni che hanno la peculiarità di definire e caratterizzare maggiormente lo spazio. Il tavolo a forma di stella integra due delle colonne centrali

e pertanto pensato per essere facilmente riorganizzabile ed essere in grado di adeguarsi a diverse prestazioni. Proprio per questo si connota di una serie di tavoli studio e di un proprio banco accoglienza diverso da quello principale che, collocato in posizione baricentrica, è visivamente connesso a entrambi gli ingressi: il primo collega l’emeroteca direttamente con l’esterno e il secondo si affaccia sulla Corte Bratina, spazio di collegamento con le aule del Dams. La stanza studio situata lungo i lati ciechi del perimetro presenta scaffalature continue a tutta altezza. Nelle stanze dedicate al pubblico, sia la scaffalatura di dimensioni intermedie sia il sistema di illuminazione sono caratterizzati da una forte nota cromatica che definisce l’identità e l’uso di ciascuno spazio. La scaffalatura colorata che continua anche lungo le facciate di vetro crea l’opportunità di esporre verso l’esterno le nuove acquisizioni o piccole installazioni, in maniera non dissimile dalle librerie o altre attività commerciali. Nei locali dell’emeroteca, al piano terra, la maglia strutturale, eredità di precedenti modifiche, non ha subito alcuna variazione. «Una delle contraddizioni che questo Paese vive continua Waltritsch - è la necessità di dover coniugare la dimensione contemporanea all'interno di coordinate segnate da epoche passate. Noi crediamo che l'unico modo, per poter ottenere oggi un risultato positivo, nella nostra professione, sia proprio quello di trasformare le limitazioni ereditate in opportunità». Infatti per potersi adattare a questa maglia strutturale, alquanto anomala, sono state create apposite soluzioni d'arredo che hanno la peculiarità di definire maggiormente lo spazio. Poiché la lettura delle riviste in emeroteca solitamente non richiede un’attenta concentrazione, il tavolo a forma di stella è un’invenzione tipologica che

74 AMarchitetti


favorisce il dialogo, quantomeno visivo, tra gli utenti, e integra in maniera discreta due delle colonne centrali. Nella sala lettura che si affaccia sulla corte Bombi, la terza colonna centrale funge da perno per il banco reception, altra forma disegnata ad hoc e che al tradizionale banco prestiti aggiunge due bracci pensati per distribuire agli utenti alcune informazioni senza necessariamente interagire con l'addetto. In questo modo la presenza inopportuna di una colonna è stata felicemente integrata all'interno di un sistema funzionale. I pilastri lungo la facciata non presentano alcuna coerenza apparente con il sistema strutturale interno e con le proporzioni della facciata stessa che è divisa nettamente in due parti: la parte superiore, corrispondente alla preesistente sala cinematografica e completamente cieca, e quella inferiore, corrispondente alla mediateca, dotata di un’ampia

vetrata. La parte superiore, composta da una serie di pannelli di vetro serigrafato a tinta unica, dal passo regolare e rigoroso, si relaziona con l'intorno costruito e con la vegetazione attraverso l’interpretazione proposta dalla nuance giallognola, appositamente scelta per riproporre la tipica colorazione degli edifici goriziani. La caratteristica riflettente del vetro, smorzata dal colore, instaura un legame con il verde e con il continuo cambiamento delle condizioni atmosferiche. Questo nuovo dispositivo architettonico-estetico contemporaneo, dall’esiguo sistema di fissaggio che non disturba assolutamente la riflessione sul vetro, dilatando l’immagine di ciò che gravita intorno all’edificio, propone una variazione di quei contenuti e riflessioni strettamente legate all'evolversi della vita quotidiana e delle diverse stratificazioni storiche. Il risultato è particolarmente

Waltritsch a+u Architetti

Dimitri Waltritsch con Federico Gori, Leonardo De Marchi, Cecilia Morassi Team

Mediateca “Ugo Casiraghi” Progetto

Gorizia, Italia Luogo

2009 - 2010

Esecuzione lavori

500mq

Superficie

Seretti srl, San Giorgio di Nogaro

Impresa facciata esterna

SZ arredamenti, Cervignano

Impresa realizzazione interni

AMarchitetti 75


1 Kijnoatelje 2 Corte Bratina 3 Al Kinemax 4 Dams 5 Arena estiva 6 Mediateca 7 Corte Bombi 1 4 2 3

SEZIONE TRASVERSALE

6

7

Sala lettura

76 AMarchitetti

DETTAGLIO FACCIATA

PLANIMETRIA

5

Sala video

Emeroteca


1

2

8

7 6 3 5

4

1 Pianta sostegni per vetrate 2 Prospetto vetrate 3 Particolare sostegno per vetrate 4 Frangisole in legno 5 Vetro 8/8 p.v.b. 0,76 trasparente 6 Angolare 80x80x8 7 Vetro 12 mm temperato smaltato 8 Stampato in alluminio col. silver

efficace al mattino e nel tardo pomeriggio, quando le immagini del contesto invadono, letteralmente, la superficie vetrata provocando un piacevole spaesamento. La porzione sottostante di facciata, appartenente all’emeroteca, è scandita e definita dalle ampie aperture vetrate che, mascherate dagli essenziali e protettivi brise soleil, si raccordano cromaticamente con i pannelli di vetro serigrafato della cineteca del piano superiore. All'interno le scaffalature perimetrali sono realizzate in laminato con prevalenza di tonalità marrone, mentre una scaffalatura intermedia, caratterizzata da una dominante nota cromatica lucida, definisce l'identità e quindi l'uso di ciascuno spazio. «La facciata sulla strada - ricorda l’architetto Waltritsch - è orientata a sud e abbiamo usato una tonalità calda che si legasse alle scelte cromatiche della facciata in vetro. Viceversa nella stanza studio, che vive di luce riflessa, per così dire, abbiamo selezionato un colore deciso come il verde». Anche il pavimento, le pareti e il soffitto giocano un ruolo fondamentale nella trasmissione della luce, importante proprio perché l'altezza degli ambienti è la minima consentita, 270 cm. «Il pavimento in resina semi-lucida e le vernici a smalto del soffitto - conclude Waltritsch - contribuiscono a creare un ambiente piacevole e solare, mentre i corpi di luce che abbiamo disegnato sopra il tavolo dell'emeroteca, il banco reception e il tavolo nella sala studio, sono in acciaio lucido a specchio, e contribuiscono a catturare immagini provenienti dall'esterno o da altre parti della biblioteca e ad aumentare in maniera fittizia le dimensioni dello spazio, o più semplicemente a raccontare storie diverse».

AMarchitetti 77


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AM creative design

L’AZIENDA MARCHIGIANA KUBEDESIGN PUNTA TUTTO SULLO SVILUPPO E UTILIZZO DEL CARTONE, MATERIALE SCELTO ANCHE DA PAPA BENEDETTO XVI PER ALLESTIRE, A MALTA, LA PIAZZA IN CUI SI È SVOLTO UN INCONTRO ORGANIZZATO DAL VATICANO Papa Benedetto XVI ha scelto, in occasione del 1950° anniversario del naufragio di San Paolo, di mandare all’umanità un messaggio ambientalista di forte impatto. Lo ha fatto senza limitarsi a proclami, ma dimostrando in prima persona che l’ecosostenibilità non è un’utopia ma è il futuro possibile. Il messaggio che ha voluto comunicare si manifesta nell’allestimento eseguito da Kubedesign a Malta, il 17 e 18 aprile scorso, che ha arredato la piazza in cui si è svolto l’incontro organizzato dal Vaticano. Kubedesign è un’azienda marchigiana, specializzata nella lavorazione del cartone, erroneamente considerato povero e fragile. Semplice e naturale,

è un materiale dalle eccellenti prestazioni, caratterizzato da una grande versatilità e da attitudini ecologiche. La linea Kubedesign è quindi assolutamente rispettosa dell’ambiente, oltre che altamente artigianale. Ottocento sedie, l’altare, l’ambone, il trono papale, un tavolo, due inginocchiatoi, un leggio, 93 poltrone, 18 sgabelli e un crocifisso, tutti rigorosamente realizzati in cartone: questo è quello che Kubedesign è riuscito a fare per il Papa. Per tale allestimento sono stati utilizzati circa 8.085 kg di cartone, l’equivalente della carta riciclata di 35.000 quotidiani, risparmiando così 6 tonnellate di CO2. L’intero carico è stato spedito utilizzando un A sinistra: Papa Benedetto XVI durante una visita a Malta. La piazza è stata arredata con 800 sedie, 93 poltrone, 18 sgabelli, tutti realizzati in cartone. Sopra: “Atlante”, tavolo minimalista in cartone. Sotto: “Melita”, sedia semplice da montare e facile da personalizzare

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solo container per poi venir assemblato sul posto. L’imponente allestimento realizzato dimostra chiaramente come i complementi prodotti con questo materiale sono in grado di supportare e resistere anche a forti sollecitazioni e di durare nel tempo. Kubedesign, sotto la direzione artistica di Forfundesign, e con la collaborazione di Roberto Giacomucci, Art Director dell’azienda e autore di tutta la collezione Kubedesign di cui spiccano Melita XL, Mistika e Kerubino, ha creato l’allestimento in soli 15 giorni, dimostrandosi capace di affrontare anche commissioni importanti in tempi brevi. Kubedesign crea poltrone, sedie, tavoli, librerie, carrelli che diventano simboli di una casa diversa da quella tradizionale, pensata per un pubblico urbano, dinamico e consapevole delle proprie necessità. Questi arredi fatti di cartone ondulato sono leggeri, personalizzabili e adattabili a contesti molto diversi tra loro. Le linee sono semplici e il concept fortemente orientato alla facilità di utilizzo. I colori sono fondamentali perché permettono all’oggetto di esprimersi e di esprimere la propria funzione attraverso la sua superficie cromatica. Diventa quindi fondamentale anche l’assenza di colore che permette all’oggetto di rapportarsi alla realtà naturale che lo circonda. (di Cristiana Zappoli) Sopra, a destra: “Mistika”, sedia con struttura in cartone ondulato. Cartone neutro e cover intercambiabili. Sotto: “Keope”, misura 180x180 ed è composto da due fogli di cartone, piegati ad arte per nascondere il bordo ondulato

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LA FILOSOFIA DEL MADE IN ITALY E L’UTILIZZO DI MATERIALI ECO COMPATIBILI. IN OCCASIONE DEL SALONE DEL MOBILE ESSENT’IAL HA PRESENTATO L’ECOPOLTRONA E L’ECOPOUFF FATTI DI STRACCI

In queste foto alcune delle creazioni di Essent’ial. Una serie di eco-poltrone ed eco-pouff, realizzati con stracci e carta riciclata unita con un derivato del pet riciclato al 100%

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Essent’ial, è una piccola e dinamica azienda, nata come cartotecnica, che ha fatto della ricerca sulla sostenibilità e l’ecologia il leit motive della propria creatività. Le proposte di Essent’ial hanno un cuore verde e nascono dal recupero di materiali riciclati e/o naturali che assumono dignità e rappresentano l’alfabeto etico del nuovo design. Presente e, soprattutto, futuro. L’elemento caratterizzante le collezioni Essent’ial è la pulizia delle linee dove ogni dettaglio è magistralmente curato e dove la scelta dei materiali e la lavorazione avviene nel completo rispetto dell’ambiente. In occasione del Salone di Milano 2010, l’azienda ha presentato una nuova interessante gamma di complementi d’arredo che affianca la ricca collezione di oggetti e accessori in fibra cellulosica derivata da scarti di lavorazione e dalla semplice bellezza della carta riciclata. La novità assoluta è la morbida, accogliente, innovativa Ecopoltrona realizzata con gli stracci. Ma non stracci qualunque. Provengono dalla produzione Essent’ial e servono per pulire le macchine da stampa dell’azienda. Una volta concluso il ciclo di vita, vengono lavati dagli agenti chimici di cui sono intrisi; non avendo però alcuna possibilità di essere riciclati, l’alternativa è riutilizzarli come materiale da rivestimento. In questa logica è nata l’idea di produrre una poltrona e una serie di accessori che trasformino questi rifiuti speciali in una risorsa creativa. Così è stato. E per avvalorare il significato sostenibile ed ecologico della produzione, un filo rosso ridona vita agli elementi tessili diventando non solo elemento decorativo, ma un percorso da seguire, un segno che racconta la storia di un riuso creativo nel rispetto

dell’ambiente. A far da scenografia all’Ecopoltrona, l’Ecopouff e le belle borse di stracci. C’è un ulteriore e importante messaggio dietro a questo progetto e a tutta la gamma di prodotti Essent’ial: un’attenzione verso l’uso di materiali di derivazione non animale. Una posizione che silenziosamente si fa strada e che coglie la sensibilità di una fetta crescente di consumatori. La produzione Essent’ial nasce intorno alla carta di riciclo assemblata con un derivato dal PET che conferisce una texture particolarissima (effetto stropicciato) capace di caratterizzare in modo originale i prodotti della sua collezione. Con vantaggi sul piano della resistenza, dell’usura e della manutenzione: si tratta di carta addirittura lavabile in lavatrice a 30°C. Borse, sacchi, ceste, vuota tasche, pouff, poltrone… popolano i cataloghi Essent’ial e da quest’anno, presentata in occasione di Sparkling, ecologically correct, si è aggiunta la Babypoltrona, la versione mini di quella standard – la cui imbottitura è anch’essa di riciclo con carta di giornali e derivati di bottiglie Pet che ha già avuto ampio successo sia sui media, sia di mercato. Essent’ial è un marchio prodotto e distribuito da A.G.C., di Carpi in provincia di Modena. Nata nel 1999, sin dall’inizio A.G.C. investe la propria capacità creativa e innovativa specializzandosi nella stampa di supporti estremi come tele e materiali non convenzionali. (di Cristiana Zappoli)


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TAVOLI E SEDIE REALIZZATE CON I FONDI DI CAFFÈ. DIVANI CREATI CON SACCHETTI DI CARTA RICICLATA. È LA NUOVA TENDENZA DEL DESIGN INTERNAZIONALE CHE PROPONE MODELLI SEMPRE PIÙ ECOCOMPATIBILI Ecologia, rispetto per l’ambiente, nuovi materiali, sono temi affrontati dai media sempre più spesso. Quello che si cerca di fare è sensibilizzare le persone verso un argomento delicato ma importantissimo per la vita di tutti noi e soprattutto per il nostro futuro. Il mondo della moda, per esempio, ha accolto con entusiasmo l’invito ad essere più “green”: sempre più stilisti utilizzano materiali riciclati, fibre e tinte naturali, dando vita a modelli originali, belli e soprattutto ecocompatibili. E, allo stesso modo, sempre più designer si stanno mostrando sensibili a questo nuovo trend, decidendo di affrontare una sfida importante, quella del design etico, trasformando le problematiche ambientali in opportunità economiche. Come? Riciclando. In natura il concetto di rifiuto non esiste, quello che viene scartato viene sempre, in qualche modo, assorbito dall’ambiente e rimesso in circolo. Il concetto è lo stesso: reinventare oggetti e materiali facendoli diventare qualcosa d’altro rispetto a quello che erano in origine. Un esempio di oggetto di design che nasce dal riciclo è il Blow Sofa: un divano fatto da sacchetti di carta riciclata al 100% opportunamente trattata (i sacchetti sono in In alto a destra: il divano Blow Sofa, realizzato con sacchetti di carta riciclata. A sinistra: la sedia progetta dallo studio inglese Re-worked grazie all’utilizzo dei fondi del caffè miscelati a plastica

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pagliolo, ovvero un materiale per imballaggi ottenuto da pezzi di legno di scarto) e poi gonfiata, da un telaio metallico e da cinghie di gomma. È facile da trasportare quando è sgonfio e quindi piatto (si può sgonfiare e rigonfiare ogni volta che si vuole) ed è estremamente semplice da ri-gonfiare. Ogni sezione può essere personalizzata con una penna e se il cuscino si sporca, è poco costoso da sostituire. Questa idea, decisamente eco-friendly, è della designer polacca Agata Kulik e di Pawel Pomorski di Malafor. Un divano perfetto ad un ambiente giovane e ad uno stile di vita dinamico. Stesso concetto sta alla base del Çurface. Lo studio di design inglese Re - worked ha trovato il modo di creare un nuovo materiale, il çurface appunto, con i fondi di caffè miscelati a plastica riciclata post consumo. Il nome del nuovo materiale è un mix tra Coffee + Surface ed è stato utilizzato per realizzare tavoli e sedie. I fondi di caffè provengono da uffici, caffetterie e fabbriche, ma anche dagli scarti di aziende alimentari inglesi. Vengono sterilizzati e successivamente miscelati, con plastica proveniente da rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. (di Cristiana Zappoli)


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ARCHITETTURE & DESIGN DA VEDERE IL MART DI ROVERETO OMAGGIA MARIO BOTTA

A quasi otto anni dall’inaugurazione della grande sede del Mart a Rovereto, il museo rende omaggio al suo ideatore, l’architetto Mario Botta, autore del progetto, realizzato con la collaborazione dell’ingegnere Giulio Andreolli. Mario Botta. Architetture 1960-2010 è un progetto espositivo curato dallo stesso architetto, con la direzione scientifica di Gabriella Belli. La mostra documenta le opere più significative realizzate da Mario Botta in tanti anni di fortunata attività professionale: dalle prime case unifamiliari, originali espressioni della scuola ticinese, fino ai grandi edifici pubblici, biblioteche, teatri, musei, chiese e sinagoghe, realizzati in tutto il mondo. Sono presentati oltre 90 progetti, tutti realizzati, documentati con schizzi e modelli originali, fotografie e documenti inediti. L’esposizione si articola in 12 sezioni. La prima di esse, intitolata “Incontri”, è una sorta di spazio introduttivo costituito da suggestioni e memorie di artisti e opere, di personaggi della cultura e della musica che hanno lasciato un segno profondo nella formazione dell’uomo e dell’architetto. Le altre sezioni, intitolate “Abitare”, “Luoghi di lavoro”, “Scuole”, “Biblioteche e tempo libero”, “Ricuciture urbane”, “Musei”, “Teatri”, “Spazi del Sacro”,

“Interni”, ripercorrono invece il personale percorso progettuale che ha portato Mario Botta a cimentarsi con tutte le tipologie edilizie. Da segnalare in particolare le emozionanti documentazioni dei progetti per il Museo Tinguely di Basilea, per il MoMA di San Francisco, per il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel, per il restauro della Scala di Milano e per lo stesso Mart di Rovereto. Le ultime sezioni sono dedicate alle creazioni di Mario Botta nell’ambito di allestimenti, scenografie e design: dalle fortunate sedie realizzate all’inizio degli anni Ottanta per Alias, alle lampade tra cui la “Shogun” commercializzata da Artemide a partire dal 1985, al recente “Tavolo per Cleto Munari”. Rovereto, Mart / Mario Botta. Architetture 1960-2010 / Fino al 23 gennaio 2011

STUDI E MODELLI DI FRANK O. GEHRY

Nel primo edificio progettato da Frank O. Gehry in Europa, il Vitra Design Museum, la mostra Frank O. Gehry dal 1987 ospita una selezione dei suoi più importanti progetti degli ultimi tredici anni. L’esposizione presenta studi e modelli per il concorso di grandi dimensioni, messi a disposizione dall’archivio Gehry Partners. I disegni originali dell’architetto e la ricca collezione di modelli progettuali rendono tangibile e reale il processo di sviluppo dello Studio Gehry. I dodici progetti presentati non vengono esibiti esclusivamente come opere uniche, ma come elementi in dialogo con l’ambiente urbano circostante. I film mettono in evidenza le soluzioni tecniche adottate da Gehry nelle diverse fasi dello sviluppo artistico e del processo di realizzazione progettuale. In concomi-

tanza con la mostra è stato pubblicato un catalogo che contiene tutti i progetti presentati di Frank O. Gehry e Gehry Partners a partire dal 1997. La maggior parte delle riproduzioni, fra le quali disegni a mano libera, progetti dello Studio Gehry Partners, modelli tridimensionali e fotografie degli edifici, non erano ancora mai stati esibiti in pubblico. L’esposizione è prodotta da La Triennale di Milano ed è curata da Germano Celant in collaborazione con Frank O. Gehry e Gehry Partners, LLP. Il design è di Studio Cerri & Associati.

generosamente con il visitatore, lo invita a entrare nell’opera, lo promuove a protagonista delle proprie installazioni, lo incanta in un’esperienza che supera il solo atto del guardare. Questo gesto permette all’artista di mettere in scena un gioco complesso tra pubblico e privato, modernità e tradizione al centro dei quali c’è l’appropriazione di elementi di origine anonima e quotidiana tratti dalla popular culture. Michael Lin è celebre per i suoi grandi dipinti a parete e su pavimento ispirati ai motivi floreali dei tessuti taiwanesi e giapponesi con cui ha rinnovato l’idea di spazio espositivo come piattaforma del discorso sociale e come spazio per l’interazione umana. Michael Lin si discosta dal concetto di arte come oggetto da guardare e approda all’estetica come esperienza di spazi al cui centro si trova lo spettatore. Ingrandendo e moltiplicando i motivi decorativi in dimensioni ambientali, Lin va oltre la classica opposizione del mo-

Germania, Weil am Rhein, Vitra Design Museum/ Frank O. Gehry dal 1987/ Fino al 13 marzo 2011

I MOTIVI FLOREALI DI MICHAEL LIN

Le sale del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci ancora una volta diventano luogo di sperimentazione per un nuovo approccio alla fruizione dell’arte contemporanea, quello che ha promosso nel mondo l’artista taiwanese Michael Lin, indiscusso rappresentante della scena artistica a partire dagli anni Novanta. Lin fa della propria arte un dono da condividere

dernismo tra bello e sublime, trasformando un oggetto di produzione artigianale e industriale in un’esperienza sublime in cui coinvolgere lo spettatore. La mostra di Prato è la prima personale che ripercorre a tappe la sua intera carriera. Prato, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci/ Michael Lin, the colour is bright the beauty is generous/ Fino al 13 febbraio 2011

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Ceramiche, sanitari, rubinetterie, cabine doccia, arredo bagno. Il visitatore immagina e pensa ad un proprio bagno fortemente personalizzato e completato da oggetti d’arredo, come lampade, porta foto, candele: un ambiente che si mescola agli altri della casa, conferendogli pari valore. “Il luogo della cura del sé” che coniuga funzione e piacere.

AM appuntamenti L’ARTE SCULTOREA SECONDO STEVEN HOLL

La suggestiva location del Castello di Acaya ospita, fino al 15 gennaio, la mostra Steven Holl su pietra. Con questo nuovo grande evento prosegue l’impegno della Provincia di Lecce, dell’Istituto di Culture Mediterranee e dell’Osservatorio Urbanistico Teknè per la promozione della cultura architettonica contemporanea e dei suoi protagonisti. La mostra coglie l’occasione per riflettere sui processi che hanno condotto alle recenti realizzazioni artistiche dello Studio di Architettura Steven Holl Architects SHA in Cina e in Europa. Mira ad illustrare il processo del design dal momento del concepimento iniziale fino alla sua realizzazione, documentandone le varie fasi inerenti la creazione dei modelli, il disegno e l’animazione virtuale. Le sculture in pietra, ossia gli oggetti più piccoli presentati, sono state realizzate esclusivamente per questa mostra e rendono evidente l’approccio scultoreo dell’opera di Steven Holl. Vernole (Le), Castello di Acaya/ Steven Holl su pietra/ Fino al 15 gennaio 2011

LE NUOVE TENDENZE DELLA SCULTURA

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A distanza di 5 anni dalla mostra sulla scultura italiana del XX secolo che inaugurava la nuova sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, gli spazi di via Solari ospitano un’esposizione che traccia un primo bilancio delle ultime tendenze italiane nel campo delle discipline plasti-

che. Curata da Marco Meneguzzo, presenta le opere di 80 artisti, tutti nati nella seconda metà del secolo scorso, dagli ormai storicizzati Nunzio e Dessì, agli esponenti delle generazioni più recenti, quali Cattelan, Bartolini, Dynys, Arienti, Moro, Beecroft, a quelle ancora più giovani, con Cecchini, Sissi, Demetz, Cuoghi, fino alle ultimissime come Sassolino, Simeti, Previdi, Gennari. L’esposizione, che si pone in linea di ideale continuità con quella del settembre 2005, testimonia delle più diverse espressioni di quella che si potrebbe configurare come “la nuova tendenza della scultura”, oggi la disciplina più difficile da definire: i linguaggi si sono definitivamente ibridati, i codici tradizionali sono

stati rapidamente abbandonati negli ultimi trent’anni, e quella che era la disciplina artistica più “certa” nelle definizioni è divenuta di fatto la più incerta. Milano, Fondazione Arnaldo Pomodoro/ La scultura italiana del XXI secolo/ Fino al 20 febbraio 2011

LA COSTRUZIONE DI EDIFICI MUSEALI

In anni recenti, nuovi edifici museali, oppure espansioni e restauri, sono apparsi in moltissime parti del mondo. Lo sforzo compiuto da molte istituzioni per integrare l’architettura contemporanea nel proprio progetto museale pone una domanda rispetto alla funzione e all’aspetto stesso dei musei. Ma allo stesso tempo spinge ad interrogarsi sulla ridefinizione del rapporto


tra spazi espositivi e opere d’arte. Sulla scia di questa riflessione, Suzanne Greub, direttrice dell’Art Centre Basel, propose nel 2000 la mostra Museums for a New Millennium: Concepts, Projects, Buildings (“Musei per un nuovo millennio: idee progetti, edifici”), ospitata in seguito con successo in numerosi musei internazionali. Quel progetto ora si amplia e completa con l’esposizione Musei nel XXI Secolo: Idee Progetti Edifici. Curata sempre da Suzanne Greub, la versione proposta dal Mart presenta le principali tendenze nella costruzione di edifici museali, illustrate da ventisei tra i più significativi progetti architettonici realizzati a partire dal 2000.

concetto di paesaggio contemporaneo, inteso in senso non solo geografico ma anche sociale, culturale, politico e antropologico. La mostra invita ad interpretare attraverso chiavi di lettura attuali, legate alla dimensione contemporanea, il nostro paese. Un volto contraddittorio e frammentato, composto da disegni, sculture, installazioni, immagini fotografiche e video, che affondano le loro radici nelle suggestioni del paesaggio italiano inteso in senso socio-antropologico, per rivelarne gli aspetti più ironici, contradditori, surreali, a volte drammatici. Pistoia, Palazzo Fraboni/ Viaggio in Italia, Sguardi internazionali sull’Italia contemporanea/ Fino al 30 gennaio 2011

VINCENT VAN GOGH RITORNA A ROMA

Rovereto, Mart/ Musei nel XXI Secolo: Idee Progetti Edifici/ Fino al 2 gennaio 2011

L’ITALIA ATTRAVERSO VIDEO E FOTOGRAFIE

Un progetto espositivo che intende proporsi come momento di riflessione sull’identità dell’Italia contemporanea. Riunisce una quarantina di opere ispirate direttamente dall’attuale situazione socio-culturale del nostro Paese e realizzate da 32 artisti internazionali delle ultime generazioni, che si esprimono prevalentemente attraverso fotografia e video. Le opere si configurano come punti di vista critici sul

Questa mostra riporta a Roma, dopo ventidue anni, il genio di Van Gogh, che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte e nell’immaginario collettivo dell’uomo moderno. Il percorso dell’esposizione analizza per la prima volta le due inclinazioni contraddittorie che spesso guidarono il pittore nella scelta dei soggetti dei suoi dipinti: il suo amore per la campagna e il suo legame con la città. Saranno esposti oltre settanta capolavori tra dipinti, acquarelli e opere su carta del maestro olandese e circa quaranta opere dei grandi artisti che gli furono di ispirazione. Roma, Complesso del Vittoriano/ Vincent van Gogh. Campagna senza tempo - Città moderna/ Fino al 6 febbraio 2011

Artigianscale è un’azienda che si occupa della lavorazione e della costruzione di arredi in legno come scale a giorno, scale a chiocciola, ringhiere in legno e ferro, soppalchi in legno. Ha un organico di artigiani specializzati che, con l’esperienza unita alle più moderne tecniche costruttive e all’utilizzo di materiali di altissima qualità, può soddisfare le esigenze del cliente che è alla ricerca di un prodotto che si sposi perfettamente con il suo stile e che dia calore alla propria abitazione, cosa che solo un prodotto di alta manifattura può offrire. Oggi Artigianscale può vantare una collezione di scale che si adatta alle più diverse esigenze, con una scelta tra le più ampie del settore garantendo un prodotto dallo standard qualitativo in linea con le più esigenti richieste di mercato, sia per la scelta dei materiali costruttivi che per le procedure di lavorazione e realizzazione delle scale.

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INTERVISTA

IL BENESSERE AMBIENTALE

Pensieri. Commenti. Interviste. Schede di progetto

AM architetti - focus

«In Italia siamo ancora incapaci di esigere qualità diffusa e ambienti di vita confortevoli. E le città in cui viviamo lo dimostrano». Massimo Pica Ciamarra riflette sui punti deboli dell’architettura bioclimatica nel nostro Paese

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Cosa significa progettare secondo i principi della bioclimatologia? «Significa conoscere le condizioni bioclimatiche del luogo dove ci si va ad inserire (e dei suoi intorni), tenerne conto nel complesso intreccio delle diverse ragioni da cui scaturisce il progetto. Benché di grande rilevanza, la bioclimatologia è pur sempre una logica di settore». L’edificio bioclimatico può modificarsi, integrarsi e adattarsi in modo congruo? «Ogni costruzione ha un suo ciclo di vita. Nel tempo deve rispondere al mutare delle funzioni. Adattabilità e flessibilità non riguardano però solo gli aspetti funzionali: gli edifici devono poter reagire e modificarsi nel tempo anche in rapporto al mutare dei contesti ed all’evolversi delle tecnologie». Morfologicamente sembra che un edificio più compatto sia più adatto a ridurre le dispersioni di calore. Questa istanza può essere un condizionamento eccessivo per la progettazione stessa? «Evitare dispersioni di energia e consumo di suolo è tema importante. Ogni progetto propone però un equilibrio fra esigenze contrapposte. Qualità prima di un progetto sono la sua capacità di liberarsi da ogni ottica di settore e la sua “super-individualità”, il non ridursi a soddisfare l’egoismo del committente o il narcisismo del progettista». Quali strutture del passato sono d’esempio per i principi applicati alla progettazione bioclimatica? «La storia del costruire è cosparsa di esempi di intelligenti interpretazioni tese al benessere ambientale: in ogni continente e in ogni clima. Massima apertura verso l’esterno, massima chiusura verso l’esterno, ventilazioni naturali, protezioni dal vento, compattezza degli insediamenti... Tutto è stato poi frantumato dalla disponibilità di energia a buon mercato e da tecnologie che hanno consentito progetti impropri, incuranti dei loro effetti negativi sull’ambiente in generale. Oggi si è più consapevoli delle conseguenze di questa visione incosciente ed egoista». L’architettura organica è veramente alla base dell’architettura bioclimatica? «Sì. L’architettura organica ha come base il rapporto con il contesto e l’attenzione ai materiali naturali e locali». Oggi vi è una gran confusione tra bioclimatica, bioarchitettura ed ecosostenibilità. Ci aiuta a fare chiarezza? «Queste aggettivazioni sono strumentali. Richiamano “informazioni perdute” nei processi di trasformazione degli ambienti di vita e del costruire in genere. “Architettura bioclimatica”: definisce l’attenzione prevalente al clima, attenzione però che non protegge impropri inserimenti nel paesaggio, non favorisce aggregazioni né produce miglioramenti sociali. “Bioarchitettura” è un termine più inclusivo: “propugna una architettura più umana, una sorta di nuovo umanesimo che vede come obiettivo primario del progetto la sua facilità di antropizzazione”. È un termine che vorrei provvisorio, pleonastico, come l’”eco-sostenibilità” che propugna quanto è ambientalmente responsabile. Verrà un giorno in cui urbanistica, architettura, paesaggio, strutture, saranno sinonimi; in cui ogni trasformazione degli ambienti di vita scaturirà da visioni globali; in cui ogni costruzione sarà concepita come un “frammento” che entra a far parte dell’ambiente, del paesaggio, delle tante stratificazioni che individuano ogni luogo». Il benessere psicofisico può essere uno dei parametri su cui basare l’architettura bioclimatica? «Certo. Qualsiasi trasformazione fisica dell’ambiente deve contribuire a migliorare la condizione umana. Con visioni d’insieme, nel senso più ampio». La bioclimatica ha dato il via ad un nuovo interesse: le facciate degli edifici. Sono in via di sviluppo nuove figure professionali quali i designer di facciate. Non crede che così proseguendo si possa perdere la progettazione quale unicum? «D’accordo, ma ogni progetto è azione collettiva, deriva dalla collaborazione di molti esperti. La questione del progettare è nel saper sbagliare, nel saper uscire da qualsiasi logica di settore, da qualsiasi ottimizzazione». La bioclimatica in Italia. A che punto è la nostra nazione? «La sensibilità rispetto a questi temi è in crescendo continuo. Vi sono da tempo master post universitari diversi: ad esempio quelli dell’INARCH o quelli dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura. È ancora ingenua la sensibilità degli utenti, capaci di distinguere qualità nel cibo, nei prodotti del design e dell’industria, ma incapaci di esigere qualità diffusa ed ambienti di vita agili e confortevoli: le città dove viviamo lo dimostrano». (di Gianfranco Virardi)


INTERVISTA

I CRITERI BIOCLIMATICI... «Il concetto di bioclimatica come eliminazione degli sprechi, utilizzo delle risorse naturali e gratuite del luogo, si sta lentamente diffondendo», ci spiega Cettina Gallo. Ricordando che «ogni buona architettura è anche bioclimatica»

Nei comuni e nelle provincie italiane esistono programmi incentivanti l’aspetto bioclimatico o comunque sostenibile degli interventi da realizzare? «Certamente. Negli ultimi dieci anni c’è stato un notevole impulso, anche grazie al “Codice concordato di raccomandazioni per la qualità energetico ambientale di edifici e spazi aperti” promosso dalla CNEA (Conferenza Naz. Energia e Ambiente) nel 1998 e rivolto alle amministrazioni locali. È essenziale che ogni regione strutturi le linee guida in materia, perché a quelle devono poi attenersi i comuni. Uno dei primi Comuni attivo in quest’ambito è stato Faenza. Certo in Italia non si è arrivati ancora al “Manuale per le infrastrutture verdi” che il Comune di New York ha fatto seguire al “Manuale per gli edifici verdi”, ma siamo sulla buona strada». In Italia quanto si costruisce seguendo le istanze bioclimatiche? «Si costruisce nella misura in cui ci sono vantaggi per tutti gli attori: per il costruttore, che in cambio di una particolare cura per gli aspetti “sostenibili” dell’edificio ottiene dall’amministrazione locale particolari benefits, per l’utente che vivrà in un edificio migliore e più economico, per gli amministratori che lasciano alla comunità spazi più sani». Nell’ambito delle costruzioni edilizie esiste la cantierizzazione ambientale? «In un progetto gli elaborati di cantierizzazione sono redatti dalla ditta appaltatrice sulla base delle specifiche tecniche previste dal progetto esecutivo: il compito del progettista è quindi quello di individuare e specificare le caratteristiche prestazionali dal punto di vista ambientale il più precisamente possibile». La bioclimatica è percepita come una moda o è riconosciuta come giusto approccio etico alla vita futura? «Nonostante ancora oggi esista l’equivoco della bioclimatica come “utilizzo dei pannelli solari e/o fotovoltaici” tout court, per fortuna il concetto di bioclimatica come eliminazione degli sprechi, utilizzo delle risorse naturali e gratuite del luogo si diffonde e credo che sarà questo il vero punto di forza per il suo sviluppo». Molti edifici medio-orientali sono stati costruiti secondo accortezze che oggi sono definite bioclimatiche. Quali esempi edilizi potrebbe citarci? «Sono molto noti nei paesi arabi, e usati ancora a volte dalla tradizione architettonica locale, i “malquafs”, le torri del vento, i “mashrabjia”. I primi due elementi servono ad “acchiappare” il vento caldo del deserto e convogliarlo negli ambienti interni opportunamente raffrescato. I mashrabjia sono griglie alle finestre in vari materiali che servono a far passare la brezza ma non il sole, creando all’interno degli ambienti microclimi confortevoli». Natura e artificio possono essere solidali tra loro. Un’utopia che si fa realtà. Ma secondo lei ci sarà una perdita di ciò che è definito valore estetico del’architettura? «Assolutamente no, anzi i criteri bioclimatici possono dar luogo (e abbiamo infiniti esempi nell’architettura sia antica che moderna) grazie alla creatività del progettista a veri e propri elementi di alta qualità architettonica». Come mai esiste nei confronti dell’approccio bioclimatico una latente diffidenza? «Per ignoranza. Domando spesso agli studenti degli ultimi anni di architettura durante gli esami di “composizione architettonica”: “Dov’è il nord e dove il sud?” e a volte non lo sanno. Non si è ancora capito che alla base di un progetto bioclimatico c’è il saper ben costruire, e alla base del saper ben costruire c’è la buona conoscenza del luogo del progetto e delle proprietà dei materiali usati. Molto spesso progettare bioclimaticamente non costa di più, si tratta di dare una forma invece di un’altra, di disegnare un’apertura in un certo modo». Il recupero, la valorizzazione e il ripristino ambientale quanto sono legati all’architettura bioclimatica? «Fanno parte della concezione bioclimatica: sappiamo bene che nel nostro Paese i prossimi anni saranno dedicati alle ristrutturazioni e a interventi di “agopuntura” nel tessuto urbano per migliorare e utilizzare gli spazi vuoti o dismessi: tutto questo andrebbe fatto non dimenticando i criteri della bioclimatica al fine di utilizzare meglio le risorse, ridurre l’inquinamento e il consumo di energia tradizionale». I suffissi eco o bio non confermano la mancanza di un’impostazione completa della progettazione? «Sì. Non si dovrebbero proprio usare, non si dovrebbe parlare di architettura “bioclimatica” ma solo di architettura. Ogni buona architettura è anche bioclimatica». (di Mattia Curcio)

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FOCUS

RIQUALIFICARE LE BIBLIOTECHE Marco Muscogiuri e Antonella Agnoli riflettono sugli strumenti necessari per interpretare dal punto di vista architettonico e sociale la costruzione o la riqualificazione di una biblioteca. Non più luogo di solo consumo culturale ma vera e propria icona urbana ed emblema dell’identità cittadina. Fattore determinante per il welfare nel nostro Paese di Andrea Giuliani

Cos’è oggi una biblioteca? E quanto è cambiata nel tempo?

Marco Muscogiuri Nell’immaginario la biblioteca resta un luogo destinato alla conservazione dei libri, alla lettura e allo studio. Le biblioteche oggi sono diventate laboratori dell’informazione, porte di accesso all’universo multimediale, luoghi di socializzazione. Le più recenti realizzazioni in Nord Europa e negli Stati Uniti si arricchiscono di nuovi contenuti, accolgono ancora libri ma consentono la consultazione e il prestito anche di video, musica, riviste e giornali e promuovono l’accesso a internet. La biblioteca sarà sempre più un luogo di incontro e di socializzazione, all’insegna della serendipity culturale. Antonella Agnoli La biblioteca Marciana a Venezia ha il compito di conservare un patrimonio storico, la biblioteca dell’Università di Bologna quello di mettere a disposizione di docenti e studenti gli strumenti di approfondimento. La biblioteca di Sala Borsa a Bologna deve essere un servizio per il grande pubblico, compito che non appartiene all’Archiginnasio di Bologna o alla Malatestiana di Cesena. La biblioteca di pubblica lettura è quella più a rischio in un mondo dove l’accesso a libri, musica e film è possibile da casa propria. Il contesto di riflessione sulle biblioteche in Italia deve essere il fatto che siamo un paese dove si legge poco. Anche dove esistono servizi bibliotecari di qualità, soprattutto nel centro-nord, raramente frequentati da più del 15% degli abitanti, mentre in tutto il Meridione biblioteche pubbliche ben funzionanti sono una rarità. In Italia la biblioteca non è mai stata considerata un servizio essenziale per il territorio, come la scuola, e quindi non è stata integrata nella pianificazione delle città.

Dalle numerose biblioteche costruite nell’ultimo decennio nel mondo si evince che nonostante l’avvento dell’era telematica non si è verificata la loro chiusura. Qual è la ragione che ha confermato, nel tempo, questo contenitore quale luogo d’interesse?

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Marco Muscogiuri Internet e le nuove tecnologie dell’informazione hanno cambiato il nostro modo di reperire informazioni, di lavorare, di studiare, di pensare. Tutto questo ha avuto un enorme impatto sulle biblioteche e sul loro ruolo. La Rete è un immenso bacino di informazioni, per cui i servizi bibliotecari possono essere di enorme aiuto per sviluppare competenze critiche. Recarsi in biblioteca non sarà più un “dovere”, ma dovrà diventare un piacere. Anche in Italia i grandi centri commerciali sono diventati i principali spazi pubblici. In The Great, Good Place, Ray Oldemburg, sociologo americano, sosteneva l’importanza che hanno nello sviluppo e nel consolidamento della democrazia e della vitalità di una comunità i “luoghi terzi” (in contrasto con i “luoghi primi” e “secondi”, ovvero la casa e i luoghi di lavoro o di istruzione). Antonella Agnoli Nessuno ha mai pensato che le biblioteche possano sparire a causa di internet, mi sembra assai più pericoloso un governo che taglia i fondi alla cultura. Le biblioteche di conservazione non saranno sostituite da Google Books, e quelle di pubblica lettura sono ancora in buona salute. Internet non può sostituire il libro cartaceo, primo perché le macchine per la lettura di un documento digitale cambiano e sono poco affidabili. La carta è un materiale che dura per secoli, mentre le memorie dei computer non lo sappiamo. In secondo luogo, il libro cartaceo possiede una integrità che nessun file digitale può garantire: una copia rilegata della Divina Commedia non può essere manipolata. Le grandi biblioteche sono un riconoscimento del fatto che la città ha bisogno di luoghi d’incontro gratuiti, piacevoli da vivere, non commerciali.


È architetto e professore incaricato nel Corso di Architettura e Composizione Architettonica al Politecnico di Milano. Con la società alterstudio partners srl, di cui è socio fondatore e direttore artistico, ha realizzato progetti per committenti pubblici e privati, approfondendo in special modo i temi inerenti gli spazi pubblici e i luoghi della cultura. Marco Muscogiuri

Dalla biblioteca al Learning Centre. È questo il rinnovamento dell’idea di biblioteca. Per sopravvivere la biblioteca si arricchisce di contenuti diversi. È una formula che vale ovunque?

Ha progettato e avviato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, di cui è stata direttore scientifico fino a marzo 2008. Da allora ha collaborato al restyling degli Idea Store di Londra e a numerosi progetti bibliotecari in Italia. È consulente di vari architetti e di molte amministrazioni locali per la progettazione degli spazi e dei servizi bibliotecari. Antonella Agnoli

Marco Muscogiuri Non molto tempo fa Maija Berndtson, direttrice della biblioteca di Helsinki, mi raccontava del progetto per la nuova biblioteca centrale, il cui motto è “Knowledge, Skills, Stories”. La biblioteca intende essere il luogo dove sia possibile acquisire conoscenza e informazioni (knowledge); il luogo dove affinare le proprie attitudini (skills); il luogo delle storie, della memoria, dell’immaginazione, della narrazione delle vicende umane (stories). La biblioteca da lei diretta è stata la prima che ha ricevuto dalla Bill & Melinda Gates Foundation, nel 2000, il premio “Access to Learning Award”. Altro caso eclatante è quello degli Idea Store, nuove biblioteche aperte nell’East End di Londra, quartiere con problemi di disoccupazione, analfabetismo, disagio sociale, difficoltà di integrazione etnica. Per far fronte a tali problemi l’Amministrazione decise di investire nelle biblioteche, sostituendo le “public library” con nuove biblioteche, localizzate in aree molto frequentate e in prossimità di centri commerciali. Antonella Agnoli Le biblioteche sono sempre state luoghi di apprendimento, formazione e informazione: negli ultimi anni si è preso atto che possono anche essere luoghi che migliorano il tempo libero, favoriscono la socializzazione e stimolano la creatività. Dobbiamo anche in questo caso guardare al contesto: l’Italia è un paese dove si legge pochissimo, meno di un adulto su due legge almeno un libro l’anno e un terzo dei cittadini ha difficoltà a comprendere una bolletta o un estratto conto. Inoltre abbiamo una percentuale rilevante di popolazione immigrata che non sempre padroneggia a sufficienza la nostra lingua o è in grado di godere davvero della nostra cultura. Per tutti costoro la biblioteca è una risorsa enorme, un modo concreto per lottare contro il digital divide, la divisione tra chi ha accesso a tutte le fonti del sapere e chi è più isolato, socialmente e culturalmente, di quanto fossero i nostri nonni.

Qual è il giusto rapporto che la città, e anche chi la governa, dovrebbe avere con questa struttura?

Marco Muscogiuri Una biblioteca pubblica, progettata e gestita così come l’ho raccontata fino ad ora, può diventare uno dei più importanti gangli vitali del welfare di una città. L’esperienza londinese delle Idea Store o della Pechkam Library, possono insegnare molto a riguardo. Così la biblioteca centrale di Vienna, costruita nel bel mezzo del quartiere a luci rosse, o la biblioteca di Pesaro, che ha portato alla riqualificazione di una parte del tessuto urbano, promuovendo l’insediamento di attività commerciali e di ristoro. Tutto questo non è stato ancora capito dai nostri politici, e sono rarissimi i casi in Italia in cui un’amministrazione investe coscientemente nella biblioteca come strumento di riqualificazione sociale ed economica del territorio. Antonella Agnoli Le biblioteche sono e non possono essere che strutture pubbliche. È la polis che deve avere una biblioteca per preservare il patrimonio culturale. I referendum che si tengono in America per approvare gli investimenti di questo tipo sono un grande fatto di democrazia: i cittadini sanno che una certa struttura costa, che il servizio lo pagheranno loro e quindi possono esprimere la loro opinione. Il risultato di queste permette di legare i cittadini al progetto. In Italia non si responsabilizzano i cittadini preferendo offrire iniziative effimere come i festival. Abbiamo più che mai bisogno di cultura ma nel senso di infrastrutture culturali durevoli nel tempo.

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FOCUS

Pensare una biblioteca richiede molteplici attenzioni. Bisogna tener conto di molti parametri. Quali sono quelli improrogabili?

Marco Muscogiuri Da parte mia ho provato a individuare sette parole chiave che ritengo possano essere utili a tracciare un quadro di riferimento per la progettazione della biblioteca pubblica del XXI secolo: Accessibilità, Visibilità, Articolazione, Evoluzione, Benessere, Sostenibilità, Molteplicità. Accessibilità significa facilità d’uso, ovvero necessità di eliminare non soltanto le “barriere architettoniche” ma anche e soprattutto le “barriere culturali”. Visibilità significa facile riconoscibilità dell’edificio nel contesto urbano, facilità di orientamento all’interno dell’edificio stesso, trasparenza di parti dell’edificio per attrarre soprattutto coloro che utenti non sono. La terza parola chiave è Articolazione, che implica un’accorta definizione e distribuzione delle parti. Con Evoluzione intendo la capacità che deve avere l’organismo edilizio di adattarsi a nuovi usi. Le ultime tre parole chiave sono Benessere, Sostenibilità e Molteplicità. Una biblioteca deve essere confortevole. Io intendo la Sostenibilità sia in senso ecologico sia economico. Per la biblioteca pubblica essere molteplice significa essere democratica, ibrida in grado di rispecchiare tutte le anime di una città. Antonella Agnoli Non esistono parametri “inderogabili” se non quelli imposti dalle leggi in materia di sicurezza. Non tutti i “contenitori” sono adatti e troppo spesso in Italia si mette la biblioteca in un palazzo cinquecentesco solo perché questo è disponibile, senza interrogarsi sulla qualità degli spazi che si possono ottenere e sui vincoli di costo e di gestione che esso poi imporrà. I cittadini hanno sempre meno tempo e questo crea l’assoluta necessità di installare la biblioteca in luoghi vicini a scuole o ai centri commerciali. Un altro requisito mi sembra quello di avere molti spazi diversi che possano attirare cittadini con esigenze culturali lontane tra loro. E soprattutto è importante la cura per la qualità degli arredi. Infine, l’elemento veramente inderogabile è che ogni singola biblioteca abbia personale preparato.

La biblioteca si è evoluta. Non è più solo biblíon libro + theke custodia. Anche il contenitore acquisisce tutt’altra valenza. Quanto è importante che l’architettura della biblioteca faccia da rivelatore mediatico?

Marco Muscogiuri L’efficacia di una biblioteca dipende anche dalle scelte architettoniche e urbanistiche, dalla sua ubicazione nel tessuto della città, dalla progettazione degli spazi esterni e delle facciate dell’edificio stesso, degli spazi interni e della loro distribuzione, degli arredi e della loro disposizione. Nonostante vi siano molti esempi di architettura contemporanea nell’ambito delle biblioteche possiamo affermare che soltanto con l’inaugurazione nel 2004 della Seattle Central Library (su progetto di Rem Koolhaas e Joshua Ramus) si è compiuto un significativo spostamento verso il conferimento di una maggiore carica iconica all’architettura dell’edificio bibliotecario. Non è improbabile che Seattle possa rappresentare per le biblioteche proprio quello che il Museo Guggenheim di Bilbao di Frank Ghery è stato per i musei dell’ultima generazione, portando l’architettura bibliotecaria all’attenzione dei mass-media, facendone un’icona urbana e l’emblema dell’identità cittadina. Alcuni studi indicano infatti che alla Biblioteca di Seattle è direttamente imputabile un incremento del numero di persone che visitano il centro della città pari al al 50% nel week-end e fino al 65% nei periodi di vacanza e nei mesi estivi, contribuendo per circa 16 milioni di dollari all’economia locale. La Biblioteca, a solo un anno dall’apertura, è stata direttamente responsabile di una crescita dell’economia locale per oltre 16 milioni di dollari. Il caso di Seattle e quello degli Idea Store sono forse due tra i casi più eclatanti, e da tempo le architetture bibliotecarie sono diventate un valido strumento nelle strategie di pianificazione e riqualificazione urbana e sociale. Antonella Agnoli Le grandi strutture avrebbero dovuto attirare l’attenzione di fasce di popolazione che prima si sentivano respinte dall’aspetto austero delle biblioteche e questo, in un primo tempo, è avvenuto quasi ovunque. Tuttavia non è certo che questo effetto sia duraturo nel tempo: in Francia, a 30 anni dalla legge Lang che ha portato con sé l’ondata di nuove biblioteche il numero di iscritti sembra stagnare attorno al 25% della popolazione, nei casi migliori. Certo, Seattle colpisce l’immaginazione e funziona bene ma in un’epoca di risorse scarse dubito che si metteranno in cantiere molte nuove strutture, non solo per il loro costo intrinseco ma soprattutto per i futuri costi di gestione, sempre molto elevati.

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Per costruirne una che risponda pienamente ai desiderata dei fruitori, e che sia anche in grado di richiamarne di nuovi, quanto è importante la collaborazione tra progettisti e bibliotecari?

Marco Muscogiuri La collaborazione tra progettisti e bibliotecari è essenziale. Eppure molti architetti e molti amministratori costruiscono o rinnovano la biblioteca senza neanche avvisare il bibliotecario. In generale l’Amministrazione Comunale, il bibliotecario e l’architetto parlano linguaggi diversi e hanno differenti obiettivi. Agli occhi dell’architetto il bibliotecario finisce quasi per essere un ostacolo, che rallenta lo sviluppo del progetto e il pieno compimento di una certa idea architettonica. Il bibliotecario, a sua volta, non coglie l’occasione di proporre all’Amministrazione un serio rinnovamento del servizio, anzi stenta a farsi sentire. Frequentemente ho sentito dire dai bibliotecari che quella tale scelta è stata compiuta dall’architetto e che, nonostante il risultato sia esteticamente gradevole è poco funzionale. Una biblioteca bella ma poco funzionale non centra appieno i suoi obiettivi. Le biblioteche più belle, più funzionali e più innovative sono quelle nate da un dialogo tra bibliotecario e architetto: dalla British Museum Library del bibliotecario Panizzi e dell’architetto Smirke (1854), alla Stadsbibliotek di Stoccolma di Hjelmqvist e di Asplund (1927); dalla Bibliothèque Publique d’Information di Parigi di Michel Melot e Renzo Piano (1978), alla Seattle Central Library di Deborah Jacobs e Rem Koolhaas (2003). Antonella Agnoli Il fatto stesso che una domanda del genere venga posta dimostra l’arretratezza italiana in materia di strutture culturali. Non si può costruire un servizio funzionante, sia esso una biblioteca, un teatro o un museo, senza che architetti ed esperti del servizio collaborino all’interno di un gruppo di lavoro coeso, ben organizzato, che progetti insieme l’opera e poi resti insieme durante la costruzione e anche all’apertura del servizio. Questo è l’abc in qualsiasi realtà europea o americana. Oggi progettare una biblioteca è molto complesso: non si tratta più di risolvere elegantemente il problema di immagazzinare i libri e renderli disponibili in sale di lettura imponenti. La biblioteca di oggi è frequentata da pubblici molto diversi, con esigenze diverse, che cambiano secondo gli spazi e secondo gli orari della giornata. È un luogo dove si tengono conferenze, proiezioni, si ascolta musica, si usa internet e tutto questo dev’essere possibile contemporaneamente.

Qual è la condizione, sia dal punto di vista della progettazione che dal punto di vista della gestione, delle biblioteche in Italia?

Marco Muscogiuri Anche in Italia vi è un rinnovato interesse per le biblioteche pubbliche. Siamo distanti dal fervore che ha caratterizzato altre nazioni europee a partire dagli anni ‘80. Quello che da noi continua a mancare è la consapevolezza, da parte delle amministrazioni locali e del governo centrale, del ruolo che può avere una biblioteca pubblica. Vi sono diversi progetti in Italia che reputo degni di interesse. Tra quelli meglio riusciti vi sono le esperienze di Bologna e di Pesaro, dove la biblioteca è stata realizzata all’interno di edifici storici. Altri casi interessanti sono la Biblioteca delle Oblate di Firenze, la nuova biblioteca “San Giorgio” di Pistoia e la nuova “Lazzerini” di Prato. L’architettura della Biblioteca “San Giorgio” gioca un ruolo di maggiore importanza. La scelta di lasciare il grande atrio al piano terra completamente vuoto, come fosse una grande piazza coperta, è una scelta di forte impatto che difficilmente sarebbe stata assunta da un bibliotecario. Negli ultimi dieci anni sono state realizzate diverse biblioteche per lo più nelle piccole cittadine di provincia. Visitandole vedo nel progetto realizzato molte potenzialità non sfruttate. Vedo scelte architettoniche che portano diseconomie e malfunzionamenti che l’architetto non ha capito e il bibliotecario non ha comunicato. Antonella Agnoli Partiamo dal fatto che tutti i problemi in Italia sono più difficili da risolvere che altrove in quanto non si costruiscono mai edifici nuovi. Questo significa che il contenitore scelto, quasi sempre un palazzo storico, pone ulteriori vincoli al progettista e rende difficile trovare soluzioni funzionali: per fortuna ora si cominciano a riutilizzare strutture industriali dismesse che permettono una maggiore flessibilità. I progetti sono gestiti male, con troppa lentezza, le gare d’appalto vengono ripetute, o annullate a causa di un ricorso, e le biblioteche nascono vecchie proprio in un’epoca in cui ogni anno bisognerebbe pensare a un restyling. Tutto questo fa lievitare i costi, lasciando budget insufficienti per il personale, gli orari di apertura, l’acquisto di documenti.

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FOCUS Khan Shatyr Entertainment Center, Astana (Kazakistan) A tutt’oggi la più alta tensostruttura al mondo, il Khan Shatyr Entertainment Center, progettato dall’architetto britannico Norman Foster, è stato ufficialmente inaugurato lo scorso 5 luglio ad Astana, capitale futuristica del Kazakistan. Alla base del progetto l’esigenza di poter disporre di una struttura multifunzionale destinata a esercitare una notevole forza di attrazione come principale sede civica, culturale e sociale in ogni periodo dell’anno, in una città dalle condizioni climatiche difficili. Caratterizzato da una copertura in ETFE, la cui parte centrale si proietta sullo skyline di Astana per 150 metri e offre una vista spettacolare sulla città e sulla steppa circostante. La struttura, a base ellittica, comprende un’area di 100mila mq ed è concepita come un parco urbano, una città nella città pensata per ospitare spazi destinati allo svago e al tempo libero come centri commerciali, caffè, ristoranti, cinema, centri sportivi e spazi adattabili a eventi e mostre di vario genere. Al suo interno una molteplicità di livelli con ampi spazi verdi confluiscono in un parco acquatico dove sarà possibile godere di un clima temperato in ogni periodo dell’anno. È la copertura in ETFE la chiave di volta dell'intervento sul clima. Ha un’ottima capacità di mantenere una continuità visiva con l'esterno grazie alla trasparenza. Permette il passaggio della luce naturale nella piena garanzia di un isolamento termico ottimale quando in inverno il termometro scende fino a - 35 gradi. In questa prospettiva l’utilizzo di termostati di controllo collegati ad una centralina ad emissione di aria calda diretta sullo strato più interno della copertura, evita la formazione di ghiaccio e di correnti d’aria discendenti. Lo strato più esterno della copertura, soggetto all’effetto fritting, un processo che modifica la conduttività e l’ombreggiatura, garantisce il riparo anche dal calore estivo che sfiora i + 35 gradi.

In alto: la parte terminale della tensostruttura monoalbero. Al centro: il Khan Shatyr Entertainment Center visto dall’esterno. L’effetto raggiunto è quello di una grande tenda di base ellittica che si sviluppa in altezza per 150 m. In basso: una foto scattata durante la giornata dell’inaugurazione

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Tutte le foto di Nigel Young

Progetto: Norman Foster


Museum of Tomorrow, Rio de Janeiro (Brasile)

Copyright © Herzog e de Meuron

Un progetto tutto incentrato sul tema della sostenibilità ambientale quello di Santiago Calatrava per il Museum of Tomorrow di Rio de Janeiro. Trae la propria ispirazione dalla magia del paesaggio naturale e della cultura brasiliana. Concepita nell’ambito dell’ambizioso progetto urbano “Marvelous Port”, intervento di riqualificazione teso a trasformare lo storico litorale di Rio de Janeiro in un polo residenziale e culturale in vista dei Giochi Olimpici del 2016, l’opera dell’architetto spagnolo sarà situata sul prominente molo Maua, adiacente al più importante terminal crociere della città. Il museo, in cemento e disposto su due piani, sarà caratterizzato da un tetto a sospensione in acciaio e da una serie di elementi mobili a pannelli fotovoltaici che modificheranno l’aspetto della struttura in base alle condizioni ambientali seguendo, durante il giorno, il movimento solare. Con i suoi 12500 mq il museo si svilupperà per tutta la lunghezza del molo attraverso la baia facendo risaltare la dimensione longitudinale e riducendo al contempo l’impatto visivo in larghezza. L’effetto ottenuto sarà quello di una striscia di paesaggio che, sviluppandosi da nord a sud, fino a integrarsi con la vista sullo storico monastero di Sao Bento do Rio de Janeiro, inserirà l’intera struttura in un più ampio progetto di sviluppo di aree verdi che coinvolgerà la zona circostante l’area portuale. L’intento di Calatrava è stato quello di creare una struttura in trasformazione come una pianta o un fiore, all’interno della quale esibire l'ecologia agli sguardi delle nuove generazioni.

Courtesy of Santiago Calatrava

Progetto: Santiago Calatrava

Le tre immagini, ricavate da un rendering di progetto, mettono in evidenza il tipo di impatto che la struttura avrà con il paesaggio urbano e naturale che vi sta intorno. Tutto il complesso è stato progettato secondo una logica sostenibile ed ecologica

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FOCUS ExCeL II, Londra (Inghilterra) Progetto: Grimshaw Team Si estende per una lunghezza di 600 metri percorribili a piedi o in treno. Nel caso del Centro esposizioni e congressi ExCeL London Phase II, recentemente ampliato dagli architetti britannici dello studio Grimshaw, mediante l’aggiunta di un grande ingresso giallo a forma di “e”, le dimensioni contano e lo dimostra la lunga spirale gialla che attraversando la struttura longitudinalmente giunge a tracciare il più largo corridoio d’Europa: il Grand boulevard. Rispondendo alla necessità di maggiori spazi espositivi, lo studio ha proposto una soluzione di contiguità che coniuga funzionalità e design e amplia la superficie del Centro di 32.500 mq. La spirale gialla, il “grande ingresso" di accoglienza per il visitatore che domina la parte iniziale del corridoio, è stato pensato per configurare in maniera netta l’identità del luogo d’arrivo. La sua particolare forma e il colore sono stati studiati per favorire l'orientamento visivo attraverso i diversi livelli fin dal primo momento. Sempre in un’ottica di attenuazione del senso di dispersione ma con un particolare riguardo al pericolo di affaticamento e alla necessità di spezzare la monotonia di un percorso così lungo, i padiglioni commerciali e d’intrattenimento, lungo il boulevard, sono stati disposti su entrambi i lati in modo asimmetrico. Anche la scelta di prediligere la luce e la ventilazione naturale con l’utilizzo di pannelli a soffitto in ETFE risponde all’esigenza di ovviare a un eventuale senso di alienazione da permanenza prolungata in spazi pubblici di tali dimensioni.

In basso è possibile scorgere i due diversi edifici del Centro Congressi ExCeL London. Nelle fotografie in alto si leggono i differenti trattamenti materici scelti per una riconoscibilità delle diverse parti dell’edificio

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Ampliamento Ospedale San Luca, Milano (Italia) Progetto: ITIStudio, Bruno Marcotti, Tobia Marcotti

Nove piani fuori terra, un piano seminterrato e tre piani interrati. È il nuovo Ospedale San Luca dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, progettato dall’architetto Tobia Marcotti. È un volume compatto con piani sfalsati e un massiccio basamento lapideo che si sviluppa su piazzale Brescia. La zoccolatura è rivestita con due tipi di pietra dalle nuance diverse ed è scavata in diagonale così da dare spazio alla scalinata d’ingresso e all’atrio del piano rialzato. L’atrio, a tre altezze, sollevato dal piano stradale e chiuso da una vetrata, vuole essere un punto nodale nell’impatto visivo dell’edificio. La nuova struttura si collega a quella preesistente in tre punti: al piano rialzato mediante nuovo collegamento che mantiene la quota del piano d’ingresso, al piano seminterrato con un percorso carraio e al piano -1 al livello dei locali dei rifiuti. Tutti i piani sono serviti da due coppie di ascensori porta barelle e da tre elevatori conformi

alle norme per il superamento delle barriere architettoniche. L'intera struttura composta di 13 livelli si divide così in 5 blocchi dalle varie funzioni: il primo è per l’attività ricettiva, amministrativa e direzionale, il secondo per l’attività sanitaria, il terzo per le degenze, il quarto e il quinto sono per i parcheggi e i locali tecnici. L’edificio è stato associato all’immagine di uno scudo. Immagine sicuramente evocata dal materiale adoperato. Le facciate, ventilate, hanno un rivestimento realizzato con lamiere di zinco e titanio prepatinato e sono cromaticamente vicine al colore grigio. Le soluzioni tecniche e il tipo di finitura degli allestimenti interni sono state selezionate con l'intento di rinnovare l'immagine classica, anonima e poco curata, del presidio ospedaliero e infatti i materiali e gli accostamenti cromatici si rifanno per lo più a sfumature naturali scelte, appunto, per generare un clima accogliente e sopratutto familiare.

A sinistra la maglia regolare e bicolore presente in facciata. In alto planimetria generale dell’edificio. In basso tre immagini della porzione di facciata ventilata che evoca uno scudo sfaccettato realizzato con i pannelli in titanio e zinco

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FOCUS Ristrutturazione Dynamo Stadium, Mosca (Russia)

Courtesy dbEvE-designed by Erich van Egeraat

Progetto: Erick van Egeraat Associated Architects

Tutte le immagini sono ricavate da un rendering. Il nuovo Dynamo Stadium, che ingloberà l’antica struttura costruita nel 1928, è inserito, come si può vedere nel planovolumetrico subito sopra, all’interno del lussureggiante parco Petrovsky. La caratteristica di tale progetto è la copertura trasparente che accoglierà il preesistente e il nuovo, come mostrano le due immagini in alto

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Nell’ambito di un concorso internazionale indetto dal consiglio di amministrazione dello stadio moscovita, dal governo cittadino e dalla VTB Bank, al team di architettura olandese guidato da Erick van Egeraat è stato assegnato il progetto per la ristrutturazione del Dynamo Stadium e lo sviluppo del VTB Arena Park a Mosca. Alla base del concorso la volontà da parte di tutti i patrocinatori di valorizzare al meglio l’area comprendente il Dynamo Stadium e lo storico parco Petrovsky che, inaugurato nel 1928, grazie ai numerosi ristoranti, alle terrazze e all’auditorium, è diventato negli ultimi anni il principale luogo di svago degli abitanti della capitale. L’idea vincente alla base del progetto scelto dalla commissione concorsuale è sintetizzata nell’espressione del “tutto sotto lo stesso tetto” che il team di architetti ha concepito come una sinergia di impianti sportivi e culturali concentrati all’interno dell’attuale perimetro dello stadio. La nuova costruzione, intesa come un ”rigeneratore urbano multifunzionale” si svilupperà all’interno delle mura dell’attuale struttura superandole in altezza come una grande bolla che sembra trasbordare dal perimetro originario. Oltre al completo adeguamento del complesso e del Dynamo Stadium ai criteri internazionali FIFA per i mondiali di calcio del 2018, il progetto prevede lo sviluppo di un’arena da 10mila sedute, nuove attività commerciali e d’intrattenimento, e parcheggi sotterranei. Con un occhio particolare alla conservazione del paesaggio e allo sviluppo di aree verdi sia al livello del complesso preesistente che dei nuovi livelli sopraelevati, il nuovo progetto è in grado di garantire una superficie totale di ben 300mila mq.


Batumi Aquarium, Batumi (Georgia) Progetto: Henning Larsen Architects Si è concluso la scorsa primavera con la vittoria dello studio di architettura danese Henning Larsen il concorso a inviti indetto dalla municipalità di Batumi per la progettazione del nuovo Batumi Aquarium. La struttura sorgerà, in sostituzione del vecchio acquario della cittadina georgiana sul Baltico, in un’area del litorale adiacente allo storico Batumi 6 May Park già sede di uno zoo e di un delfinario. L’ispirazione formale che anima l’intero progetto è quella di una geometria naturale analoga a quella dei ciottoli erosi dalle correnti marine millenarie della spiaggia di Batumi. Proprio attraverso questa scelta lo studio ha voluto sottolineare il legame e la continuità con il contesto marino circostante. La struttura si ergerà come un imponente agglomerato di sassi concepito per essere visibile dalla terra e dal mare e per rappresentare in modo iconico la tipicità del luogo da ogni distanza. Ognuno dei quattro singoli componenti la struttura costituisce un’area tematico - espositiva autonoma dedicata a un particolare biotipo marino. Si distinguono così lo spazio dedicato alla fauna marina dell’Egeo e del Mediterraneo, del mar Nero e del mar Rosso e lo spazio sulle specie animali acquatiche dell’Oceano Indiano. L’elemento centrale ospiterà gli uffici amministrativi e ausiliari mentre un'unica area a sé sarà dedicata all’interattività come luogo per apprendere in modo divertente e stimolante attraverso workshop, seminari e attività culturali. In questo senso il Batumi, che occuperà una superficie di 2mila mq, è concepito come un acquario moderno e come un luogo in cui la cultura è un’opportunità per viaggiare con gli occhi e con la mente. Una delle principali caratteristiche dell‘acquario è la flessibilità nelle diverse

funzioni. È l’area centrale a svolgere un ruolo di raccordo tra i padiglioni tematici e ad accogliere punti di ristoro e punti shopping per offrire ai visitatori un luogo dove sostare e rilassarsi prima o dopo la visita degli spazi espositivi, contribuendo alla configurazione di uno spazio destinato a diventare polo di ricerca scientifica e punto di riferimento imprescindibile in una città che ha nel turismo la principale risorsa economica. A destra: schema planimetrico. In basso: possibili interni ricavati da rendering. L’ultimo rendering esplicita le intenzioni progettuali: evocare i ciottoli erosi dalle correnti marine della spiaggia di Batumi

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rivista della Federazione Architetti Abruzzo e Molise

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