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Luis Rauch l’odontoiatra che si fece in tre A Luis Rauch, primo e appassionato presidente della storia rossoblù, e a sua figlia Isotta, che ha pochi mesi meno del Bologna, il Carlino deve le sue più sentite scuse. Rauch la sera del 22 maggio 1952 pedalava per la strade di Ozzano. Fu travolto e ucciso da un’auto pirata. Il nostro giornale relegò l’accaduto in una «breve», una piccola notizia, ignorando la storia sportiva di quel dentista che era stato uno e trino: presidente, allenatore e attaccante insieme. Vanno concesse le attenuanti ai nostri colleghi di allora. Una vera e propria redazione sportiva non esisteva ancora e il corrispondente di Ozzano nulla sapeva di quei «matti», guidati da Emilio Arnstein, che nel 1909 avevano iniziato a correre dietro a una palla, legandosi i pantaloni con le spille da balia perché, come ha raccontato Isotta Rauch, in quegli anni gli elastici ancora non esistevano e, ovviamente, le cinture poteva procurare gravi ferite. Rauch era un giovane odontoiatra svizzero. Lo raggiunse la fama del celebre Arturo Beretta, preside della facoltà di Medicina dell’Alma Mater, sperimentatore di tecniche che avrebbero sedotto i colleghi di mezza Europa e fondatore dell’istituto di via San Vitale che porta ancora il suo nome. Rauch venne a Bologna. Beretta riconobbe subito in lui un odontoiatra di grandi capacità e lo volle come suo braccio destro. Ma Rauch era giovane, voleva correre e su di lui il pallone esercitava un’attrazione insopprimibile. Quindi accettò la proposta di essere presidente, che gli venne dagli altri «fondatori» della famosa birreria Ranzani, a patto che potesse anche giocare. E già che c’era, siccome i pionieri si erano dimenticati di nominare un allenatore, diventò anche il primo tecnico del Bologna. Aveva troppo da fare e con il passare del tempo dovette lasciare per strada qualche incarico. Conservò quello di attaccante, perché la sua vera grande passione era per il calcio giocato. Quando smise di correre si trasformò nel più assiduo degli spettatori. Non entrò mai una volta a vedere il «suo» Bologna senza aver pagato prima il biglietto. È certo: come Rauch non ne nascono più.

Le foto di Luis Rauch sono state fornite gentilmente dalla figlia.

Foto tratta dal volume L’enciclopedia dei cento anni Minerva Edizioni.

Giuseppe Della Valle fuoriclasse anche sui libri Due le grandi dinastie di calciatori del Bologna: i Badini e i Della Valle. Terzo dei tre è Giuseppe, classe 1899, mezzala. In realtà, numero uno. Un grande campione da 104 reti in 225 partite. Era compagno d’attacco di Schiavio, nello schema che Hermann Felsner, l’allenatore, voleva con il doppio centravanti e che quasi un secolo più tardi avrebbe trovato normale applicazione sui campi. Zalayeta e Di Vaio oppure Trezeguet-Amauri, tanto per dirne due. Non c’era allora, così come sta scomparendo oggi, la prima e la seconda punta. C’erano quelli che facevano gol. E Giuseppe Della Valle detto Geppe a quella categoria appartiene. Che cosa avrebbe potuto fare da calciatore se non fosse stato fermamente deciso a diventare ingegnere, non si sa. Pur di studiare e di arrivare al suo obiettivo staccò anche la spina per un anno e visse da pendolare fra Bologna e Parma. Si ritirò presto dai campi, a trentadue anni, lasciando molti rimpianti. E uno stile difficilmente riscontrabile. Dall’Ara che, com’è noto, cercava in tutti i modi di contenere il monte-ingaggi, lo adorava. Della Valle giocava per piacere, non per denaro. E quando fu il presidentissimo a offrirgli almeno una lauta buonuscita, dopo 12 stagioni con la maglia del Bologna, lui gli rispose così: «Presidente lasci stare, per me è stato un piacere». Andò a guadagnare bene come ingegnere, anche se veniva da una famiglia che di soldi non aveva mai avuto bisogno. Della Valle, così come Schiavio, Perin e Sansone, è sempre rimasto legatissimo ai colori rossoblù. Gli faceva piacere che Dall’Ara lo utilizzasse come consulente (e per una stagione pure come consigliere della società), purché non fosse obbligatorio apparire in pubblico. Erano in parecchi allora come Geppe: giocavano per soddisfare una loro grande passione e non capivano perché il loro calcio dovesse attirare tanta attenzione e tanta curisoità. Non erano divi, ma erano senz’altro schivi. I suoi fratelli erano Mario (Della Valle II), uno dei padri fondatori del club e Guido. Anche Mario, mezzala come Giuseppe, giocava per passione, mentre studiava medicina. «Nessuno sa - diceva - che a volte giochiamo male perché abbiamo fatto la notte in bianco a studiare sui libri». Guido (Della Valle I) era il più vecchio dei tre (nato nel 1894), giocava per divertimento in qualunque ruolo lo schierassero e raggranellò venti presenze. Sulle orme del padre, militare di carriera, partì per la Grande Guerra. Morì il 21 ottobre del 1915.

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100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.

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