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GIOCOLIERI & DINTORNI ASD JUGGLINGMAGAZINE.IT
CIRCOMEMORABILE NUMERO112 SETTEMBRE2026
Con il sostegno di
no 2013 E #112 KASKA D
1998
circo aumentato
- estate
In copertina FOOD di Michael Zandl foto di Cosmin Cirstea
- autun
4 tch #2 The Ca
bollettino informativo di Giocolieri & Dintorni ASD Pubblicazione trimestrale Anno XXIX, n. 112, settembre 2026 Registrazione Tribunale di Civitavecchia n. 9 del 21 novembre 2002 Giocolieri & Dintorni ASD viale della Vittoria, 25 00053 Civitavecchia (RM) jugglingmagazine.it progettoquintaparete.it jugglingmagazine@hotmail.com f 0766 673952 m 340 6748826 Direttore responsabile Luigi Marinoni Direttore editoriale Adolfo Rossomando Social Media Manager Stefania Grilli Grafica e impaginazione Studio Ruggieri Poggi ruggieripoggi.it Distribuzione CPC Logistica Stampa Pixartprinting Finito di stampare il 20 settembre 2026
EDITORIALE Apriamo JM#112 con un tributo a due riviste che hanno ispirato la nascita di Juggling Magazine. “The Catch - UK’s Juggling Magazine”, nata nel 1992, chiudeva i battenti nell’estate del 1998, proprio quando andava in stampa il numero 0 di Juggling Magazine. “Kaskade - European Juggling Magazine” invece nasce nel 1984 e, dopo quasi un trentennio di vita, pubblica nell’autunno 2013 il suo ultimo numero… il 112. Poche altre iniziative editoriali davano allora voce alla nascente comunità di giocolieri. Sicuramente la spagnola Ambidextro, fondata nel 1989 e la statunitense Juggle Magazine, le cui antiche radici risalgono addirittura al 1944; nel frattempo Art de la Rue (1993) e Art de la Piste (1996) allargavano lo sguardo al teatro di strada e al cirque nouveau di fine millennio. In Italia era il trimestrale Teatro da Quattro Soldi (1996) a promuovere il teatro di strada. Oggi il network INCAm promuove le testate attive, ricordando anche quelle giunte a fine corsa. Un lungo filo rosso le lega tutte, attraverso i decenni e attraverso i continenti, mettendo in luce la vivacità di visioni, formati e contenuti che le caratterizzano. Ma quale valore ha oggi il corposo patrimonio custodito nelle migliaia di articoli pubblicati nel corso degli ultimi 30/40 anni?
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L'ibridazione continua dei linguaggi, la Sindrome dell'Eterno Presente e l'iper-frammentazione dei social hanno creato una forma di "amnesia culturale", dove l'attenzione è focalizzata esclusivamente sull'ultimo trend o sul bando in scadenza, lasciando poco spazio alla sedimentazione storica e allo studio di ciò che è accaduto solo venti o trent'anni fa. La storia viene percepita come un canone rigido da cui emanciparsi, anziché come una radice da cui attingere, e dalle creazioni artistiche il discorso si allarga per simbiosi alle traiettorie dei festival, ai cui anniversari dedichiamo un approfondimento. La percezione che le nuove generazioni di artisti e programmatori non siano interessate alla storia dello spettacolo dal vivo è un tema centrale nel dibattito culturale contemporaneo. Ma più che un disinteresse assoluto, si tratta spesso di un mutamento radicale dei codici culturali, dei bisogni economici, dei modelli di riferimento. Chissà che il gesto antico dello sfogliare una rivista tra le proprie mani non risvegli il desiderio di lasciarsi trasportare lontano, “alla ricerca del tempo perduto”. Adolfo Rossomando direttore editoriale Juggling Magazine
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FITS
19/28 GIUGNO, SIBIU (ROMANIA) sibfest.ro
di Dan Bartha Curator & Coordinator FITS Outdoor
foto di Nicolae Gligor
Sibiu International Theatre Festival è stato creato da Constantin Chiriac nel 1993 come un evento dedicato a giovani attori e compagnie studentesche. La nostra prima sede era nel cortile della casa della cultura studentesca, un edificio ora riconvertito dalla parrocchia evangelica, dove per sette anni abbiamo organizzato il festival. In seguito il signor Chiriac è stato nominato direttore del Teatro Radu Stanca e dal 2000 FITS ha trovato lì la sua nuova casa.
mostre e una parte importante è dedicata proprio al circo contemporaneo e alle outdoor arts, che insieme assorbono circa il 35/40 % della programmazione. Quest’anno è stata un’edizione molto particolare per il FITS perché, oltre ad ospitare come ogni anno il SIPAM (sibiuartsmarket.ro), abbiamo ospitato anche il meeting annuale di Circostrada. La presenza in Sibiu di così tanti artisti e professionisti del settore ha reso possibile un articolato programma di incontri e
Anno dopo anno si sono aggiunte nuove sezioni, dalla musica alle arti performative, fino a diventare un grande evento multidisciplinare. Oggi proponiamo ad ogni edizione centinaia di spettacoli, concerti,
tavole rotonde sui temi significativi dello spettacolo dal vivo di oggi. Credo che la vera forza del FITS sia proprio la diversità. Teatro, danza, circo, muJUGGLINGMAGAZINE.IT
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sica, conferenze, mostre, realtà virtuale, performance, progetti digitali e molte altre forme espressive convivono all’interno dello stesso festival. Una pluralità di esperienze che lo rendono luogo di incontro tra artisti, cittadini e pubblico internazionale. Sibiu, che è una splendida città della Transilvania, gode inoltre di un’urbanistica ideale per questo tipo di manifestazione. Il centro storico permette di collegare piazze e spazi diversi, creando un percorso naturale e incantevole per il pubblico, che può muoversi facilmente da uno spettacolo all’altro. Il pubblico ha accesso gratuito a tutti gli spettacoli outdoor e questo dialogo tra la città, gli artisti il pubblico è uno degli elementi che considero più preziosi. Dobbiamo ricordare che Sibiu è stata anche designata Capitale Europea della Cultura nel 2007 insieme a Lussemburgo, prima città rumena a ricevere questo prestigioso riconoscimento. FITS è organizzato dal Teatro Nazionale Radu Stanca, istituzione pubblica sostenuta dal Comune di Sibiu. Questo comporta procedure amministrative molto rigorose, ma garantisce anche una stabilità che considero fondamentale, per un evento che tocca ormai un milione di euro di budget e attira circa 100.000 spettatori al giorno. La continuità del rapporto con l’amministrazione cittadina ha permesso al festival di crescere costantemente e di trasformarsi in uno dei principali appuntamenti culturali europei, mantenendo al tempo stesso una forte libertà nella costruzione della propria identità artistica. Accanto al PROGETTOQUINTAPARETE.IT
sostegno pubblico abbiamo costruito negli anni una rete importante di sponsor privati, pur mantenendo la convinzione che la cultura debba restare un bene pubblico. Sono cresciuto con il FITS fin dalla sua prima edizione. Negli anni mi sono occupato di logistica, del coordinamento dei volontari, fino ad arrivare, dal 2012 a coordinare la sezione dedicata a circo e outdoor art. Non provengo da una formazione artistica, sono un ingegnere. Tuttavia, dopo tanti anni trascorsi a contatto con gli artisti e dopo la visione di centinaia di spettacoli, ho imparato a fidarmi soprattutto delle mie emozioni. Se uno spettacolo riesce a coinvolgermi profondamente, penso che possa parlare anche al nostro pubblico. Programmare significa assumersi una responsabilità e conoscere la comunità alla quale ci si rivolge. Gli abitanti di Sibiu sono piuttosto conservatori
Bucarest, allora chiamato ”Circo Globus“, oggi ”Circo Metropolitano“, che negli ultimi anni si sta avvicinandosi al linguaggio del circo contemporaneo. Ma al di fuori degli artisti rumeni che si esibiscono al Circo Metropolitano in questo momento non c’è molto altro in Romania. Esistono una decina di scuole amatoriali di circo, e alcuni dei giovani più talentuosi stanno creando le loro compagnia. Manca un vero sostegno strutturale
e molti artisti rumeni scelgono di lavorare all’estero, dove trovano maggiori opportunità economiche e professionali. Anche per le arti di strada il percorso è stato complesso. Durante il regime comunista le esibizioni nello spazio pubblico erano fortemente limitate e dopo il 1989 ci è voluto molto tempo prima che si sviluppasse un vero mercato. Oggi i festival dedicati a questi linguaggi stanno aumentando, programmi TV come Romania’s Got Talent presentano moti numeri di circo, e giovani talenti come il giocoliere Ștefan Florescu riscuotono successo anche all’estero. Ma il settore ha ancora bisogno di crescere e consolidarsi. Con Circostrada abbiamo collaborato alla pubblicazione di una guida che introduce il lettore alla storia e allo sviluppo del circo contemporaneo e delle outdoor art in Romania, con un focus sulle tendenze e sulle tematiche più attuali.
ph Sarkadi Gabriel
e, quando propongo qualcosa di nuovo, preferisco accompagnarli gradualmente verso linguaggi meno conosciuti.
CONTEMPORARY CIRCUS AND OUTDOOR ARTS IN ROMANIA
In questi anni anche il pubblico del FITS è cambiato profondamente. Ricordo che nelle prime edizioni alcune persone guardavano con diffidenza gli artisti di strada, soprattutto quelli provenienti da altri continenti. Oggi invece il pubblico conosce questi linguaggi, sa come partecipare a uno spettacolo, mostra sensibilità e rispetto a chi gli sta intorno, trae beneficio dall’esperienza condivisa e dalla forza dello spettacolo dal vivo. In Romania esiste una tradizione del circo molto antica, che risale a compagnie di ambulanti che giravano per le fiere e i mercati. Poi tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono arrivate dall’estero molte compagnie di circo sotto tendone. Un importante sviluppo è avvenuto durante il periodo comunista, con la costruzione dell’imponente circo stabile a
circostrada.org
Lanciata durante l'Assemblea Generale Annuale di Circostrada a Sibiu (Romania), questa pubblicazione offre una panoramica sulla Romania, raccogliendo prospettive storiche, interviste a protagonisti rumeni e una mappatura delle principali organizzazioni e professionisti del settore. In cantiere ulteriori contenuti (un toolkit per le tournée internazionali in Romania, un documento di indirizzo rivolto a decisori politici e stakeholder, un episodio del podcast Circostrada VOICES, un articolo sul “creative placemaking”), con l'obiettivo di favorire una dinamica duratura per le outdoor art e il circo contemporaneo in Romania.
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OUTDOOR ART E CIRCO NEI PAESI BASCHI artekale.org eze.eus/es
IL PATRIOMONIO CULTURALE BASCO
in conversazione con Ana Lopez Asensio (Basque Government/Eusko Jaurlaritza Director of Cultural Promotion and Cultural and Creative Industries) e Jon Koldo Vázquez (Artekale - International Relations)
musica, i paesaggi sonori e i costumi. Non solo conservazione, ma anche divulgazione e innovazione. I principi fondamentali del patrimonio culturale basco sono la lingua e l'immaginario delle tradizioni. Vale a dire, sport rurali, vita in campagna, vita marinara. Gran parte della nostra attività è legata in parte al mare, con una tradizione molto importante di costruzione navale, pesca d'altura, e dall'altra parte alla terra e al centro nevralgico della vita familiare, che è la casa colonica. Queste cascine in campagna formavano gruppi di case coloniche con un forte sentimento di comunità. Oggi abbiamo artisti e persone, legate anche HarrobiDantzaBertikala_Geurera
La Costituzione spagnola del 1978 prevede l'autonomia dei Paesi Baschi e della Catalogna a vari livelli e riconosce che abbiamo una nostra cultura, una nostra lingua (coufficiale con lo spagnolo) e diverse competenze trasferite, in particolare in materia di tassazione, istruzione, cultura e sanità. Per questo esiste oggi un dipartimento specifico per la cultura e la politica linguistica, responsabile della conservazione e della promozione di tutte le nostre tradizioni, dalla letteratura ai musei, fino alla lingua. Facilitiamo l'accesso ai finanziamenti per gli operatori culturali che integrano il patrimonio nelle loro proposte di
GANSO & Cia_Welcome & Sorry
Il primo governo basco si formò il 7 ottobre 1936, ma dopo la guerra civile spagnola e durante la dittatura rimase in esilio, fino al ripristino dell'autogoverno con lo Statuto di Gernika del 1979, che reintrodusse l'istituzione del governo basco. Questo periodo di transizione alla democrazia fu caratterizzato da significativi movimenti sociali per la riconquista dello spazio pubblico, dove il teatro di strada, il teatro di figura e tutte le espressioni culturali erano state represse, perfino con il carcere. Bisognava riattivare una rete di organizzazioni comunitarie, associazioni di quartiere e associazioni culturali che avevano mantenuto viva l'essenza della cultura e dell'espressione artistica basca durante la dittatura.
arti performative. Gli spettacoli possono essere in basco, o anche senza testo, ma c'è una crescente attenzione alle radici, anche attraverso altri elementi come la
all'ambientalismo, che tornano alle case coloniche, supportati da programmi per il recupero del patrimonio architettonico. Si favorisce il ripristino della condivisione dei lavori agricoli, chiamata “auzolana”, lavoro comunitario, lavoro di vicinato. Una filosofia di vita recuperata e riqualificata per costruire nuove comunità in piccoli villaggi di cento o duecento abitanti. In alcuni di questi si stanno costruendo spazi creativi che ospitano proposte di Outdoor Art, un fenomeno molto interessante dove il rispetto per la natura si combina con le arti dal vivo e con la tradizione. I temi della cultura e del patrimonio basco si sono integrati oggi negli spettacoli circensi e outdoor art di oggi. Si parla di identità, di temi intrinseci che toccano radici, identità, lingua, geografia, creando una dialettica tra la tradizione e l'intero mercato culturale globale.
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IL SUPPORTO ISTITUZIONALE
In passato molti generi diversi sono stati aggregati come performing art, tra questi anche musica, letteratura, editoria, cinema e teatro. Col tempo i diversi settori hanno identificato le proprie caratteristiche e il governo basco ha adattato le sue politiche di sostegno, introducendo meccanismi di finanziamento specifici per ogni disciplina: teatro, danza e circo. Una denominazione appropriata per le outdoor art non esiste ancora, ma stiamo lavorando a una legge per il sistema culturale dei Paesi Baschi che includa il riconoscimento dell'arte di strada. Il rapporto diretto tra settore culturale e Ministero della Cultura è costante. Grazie ad un ascolto attivo le istituzioni si sforzano ogni anno di sostenere la creazione, la produzione, la formazione e la diffusione, migliorando i bandi di gara. Per gli artisti e i programmatori baschi sono disponibili diverse linee di finanziamento: locale, regionale, fino al il sostegno del governo basco e a quello centrale del governo spagnolo, per lo più rivolto alle strutture strategiche, al supporto per le tournée, ai grandi fePROGETTOQUINTAPARETE.IT
OUTDOOR ART
CIRCO Esisteva una tradizione di circo classico da noi, legata a famiglie circensi itineranti, poi spentasi con il divieto nel 2022 dell'uso di animali selvatici nei circhi. I linguaggi contemporanei sono stati più difficili da incorporare nel circo contemporaneo, che ha impiegato più tempo ad affermarsi. Crediamo che l'arrivo del circo nella program-
mazione e la professionalizzazione del settore siano legati in generale al ricambio generazionale, ai tanti giovani che vanno all'estero per formarsi, tornando qui per avviare una propria compagnia. Dal movimento associativo giovanile è nata nel 2017, fondata dall'attore Iker Galartza, la compagnia Gure Zirkua ("Il nostro circo"), primo circo itinerante di lingua e cultura basca che viaggia con il proprio tendone nella città dei Paesi Baschi che non hanno un teatro. Nel 2019 è stata inoltre fondata EZE, Euskal Zirku Elkartea / Asociación de Circo Vasco che comprende compagnie circensi e diverse scuole di circo, collegate a livello nazionale alla FEECSE, la Federazione Spagnola delle Scuole di Circo. EZE, oltre a promuovere la creazione circense e rivendicare gli spazi di cui le arti cir-
censi hanno bisogno, è impegnata in ambito educativo e pedagogico per l’inserimento delle attività circensi nei curriculum scolastici e per la formazione di nuovi pubblici. Tra le altre compagnie di circo basche citiamo Zirkozaurre, tra le più longeve, oppure Rojo Telón, Endika Salazar, Maitane Sarralde, Orain Bi. Anche il clown, disciplina profondamente radicata nel territorio, vanta artisti eccellenti come Virginia Imaz, Maite Guevara o Ganso & Cía. Non esistono ancora festival specificamente dedicati al circo, ad eccezione di quello autunnale organizzato dalla compagnia Zirkozaurre. Parallelamente si è formata anche una nutrita comunità di giocolieri baschi, la cui vivacità era culminata già nel 2009 con l’organizzazione della Convention Europea di Giocoleria a Victoria. Il circo contemporaneo, molto presente nei festival di performing art, non è ancora approdato nei teatri, ma il governo
Zirkozaurre_Ardatzak
La Trapecionista_Zuhamu
Rojo Telon_Transir
Nei Paesi Baschi, storicamente, c'è sempre stata una forte tradizione di arte di strada legata al folklore e alle festività religiose dei santi patroni, sia nelle aree francofone che in quelle spagnole, poi vietate sotto il regime franchista. Alla caduta del regime nel 1975 l'arte di strada è emersa per riappropriarsi della strada come spazio pubblico e per rivendicare un’identità basca, attraverso interventi negli spazi urbani, teatro di figura, spettacoli di strada più provocatori. Grazie alla forza e alla passione di artisti e organizza-
tori abbiamo plasmato il settore fino alla fondazione nel 2004 di Artekale, associazione dei professionisti delle arti di strada nei Paesi Baschi. Oggi Artekale conta 73 membri e riunisce la stragrande maggioranza delle compagnie di spettacolo di strada e dei festival, fungendo da cerniera tra il panorama artistico e le istituzioni basche, molto attente alle nostre istanze. niMu_Pausa
stival. Esiste anche un sostegno specifico per la promozione e l'internazionalizzazione, attraverso i finanziamenti dell'Istituto Etxepare.
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basco finanzia e coordina la rete di spazi pubblici per le arti performative (Sarea) e sta fornendo finanziamenti aggiuntivi per affrontare le complessità tecniche per l’allestimento di uno spettacolo circense in un teatro, oltre che per abituare il pubblico a vedere il circo in uno spazio fisico.
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ph Mattia Comuzzi
BOARDING PASS PLUS LA RETE INTERNAZIONALE DI OUTDOOR ARTS ITALIA outdoorarts.it
Da maggio 2026 Outdoor Arts Italia ha intensificato il proprio lavoro di cooperazione internazionale nell'ambito del progetto Boarding Pass Plus 2025-2027, sostenuto dal MIC, un percorso che mette al centro la mobilità di artisti e operatori culturali. Il dialogo tra Italia e Paesi Baschi Il primo appuntamento è stato Umore Azoka (1417 maggio), uno dei principali mercati europei dedicati alle performing arts. Outdoor Arts Italia ha accompagnato una delegazione di programmatori italiani composta da Claudia Bellasi (Asfaltart Merano), Lorenzo Baronchelli (Magie al Borgo), Marco Tognon (BAM Milano) e Joseph Facchin (Terminal Festival. L'iniziativa ha rappresentato una delle tappe del progetto Basque Street Arts Italia 2026, nato per consolidare il dialogo tra Artekale e OAI. A giugno poi, all'interno del Terminal Festival di Udine, il primo appuntamento B2B di Basque Street Arts Italia ha riunito una delegazione di programmatori internazionali e numerosi artisti italiani e baschi con l’obiettivo di creare opportunità di collaborazione, promuovendo lo scambio di esperienze, la conoscenza dei rispettivi sistemi culturali e delle pratiche organizzative che caratterizzano il panorama di riferimento. Imaginarius Festival: nuove connessioni europee Dal 21 al 23 maggio OAI è stata presente a Imaginarius Festival di Santa Maria da Feira (Portogallo), dove ha presentato il proprio lavoro e le attività del progetto ai professionisti presenti. Il festival ha rappresentato un'importante occasione di networking, permettendo di rafforzare relazioni con festival, reti e operatori culturali provenienti da tutta Europa e di avviare nuove prospettive di collaborazione internazionale. Circostrada: reti europee e sviluppo professionale A luglio Outdoor Arts Italia ha preso parte all'Annual General Meeting di Circostrada, all'interno del FITS Sibiu International Theatre Festival. Eleonora
nazionale: Teatro NeBasque Street arts cessario a Out There Italia Festival (Regno Unito); Claudia Bellasi, direttrice di Asfaltart Merano, ha preso parte allo Spraoi Festival in Irlanda mentre in Danimarca è stato invece sostenuto il percorso di Stalker Teatro all'interno del Passage Festival. Le prossime tappe A settembre Outdoor Arts Italia sarà presente a FiraTàrrega con un proprio stand e un tavolo di confronto insieme a ISACS Ireland e Outdoor Arts Portugal, dedicato ai modelli di sviluppo e promozione delle arti performative nello spazio pubblico. Nello stesso mese, la direttrice Eleonora Ariolfo sarà a Singapore come esperta di cooperazione internazionale nell'ambito di Beyond Borders: Outdoor Arts Exchange, programma promosso dal Cluster EUNIC Singapore e da SCAPE, dedicato allo sviluppo delle arti performative outdoor attraverso workshop, mentoring e incontri professionali tra operatori europei e asiatici.
Ariolfo, oltre essere all’interno della Steering Committee del network, è inoltre tutor del programma europeo Bounce, dedicato allo sviluppo professionale di operatori emergenti del settore. Chalon dans la Rue: raccontare il sistema italiano Sempre a luglio OAI è stata presente a Châlon dans la Rue, tra i più importanti festival europei dedicati alle arti performative outdoor. In questa occasione è stato presentato Mapping Italy, tavolo di lavoro dedicato alla presentazione del panorama italiano del settore, insieme a rappresentanti di C.Re.S.Co., Teatro Necessario/Tutti Matti per Colorno e TWAIN Centro di Produzione Danza. Mobilità internazionale: artisti e operatori in Europa Nel corso dell'estate OAI ha sostenuto numerose azioni di mobilità interJUGGLINGMAGAZINE.IT
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Tra i risultati concreti di Boarding Pass Plus, lo spettacolo Fragile di Davide Visintini, selezionato durante Basque Street Arts Italia dai programmatori di Imaginarius Festival, ospitato in residenza in Portogallo dal 18 al 27 settembre. Outdoor Arts Italia sosterrà la mobilità internazionale dell'artista nell'ambito del progetto finanziato dal Ministero della Cultura. Save the Date: 3° convegno annuale di Outdoor Arts Italia "Lo Stato dell'Arte" previsto il 2 ottobre 2026 al Teatro Carcano di Milano. La partecipazione è gratuita. Info su outdoorarts.it contenuti a cura di
PROGETTOQUINTAPARETE.IT
EDERA INTRECCI DI CIRCO ederaintreccidicirco.eu
di Valentina Esposito
foto di Ludovica Andreacci
con il sostegno di
Prosegue il progetto Edera Intrecci di Circo, che a fine luglio ha visto la partecipazione dell’artista Federica Mafucci e dell'operatrice Ludovica Andrenacci al Festival NEXO (20/26 luglio, presso Fabra i Coats, Barcellona), evento internazionale dedicato al circo contemporaneo e alla creazione scenica, organizzato dal partner spagnolo La Bonita. Tra le molteplici attività proposte una sezione dedicata ai work in progress, articolata in una settimana di sperimentazione collettiva e ricerca individuale degli artisti selezionati, seguita da una restituzione finale aperta al pubblico e ai programmatori di settore. Ludovica Andrenacci per Edera Intrecci di Circo ha preso parte alla giornata di restituzione finale, divisa in due momenti: una restituzione aperta del lavoro svolto da un gruppo di artisti durante il laboratorio collettivo “Corsi Creativi per il Circo”, percorso che coinvolge diversi insegnanti permettendo di acquisire strumenti creativi di vario genere; la seconda parte invece è stata dedicata alla presentazione dei work in progress selezionati nel percorso di accompagnamento drammaturgico MA-NO dove gli artisti coinvolti, tra cui Federica Mafucci per il progetto Edera Intrecci di Circo, hanno avuto l’opportunità di approfondire la creazione artistica del proprio spettacolo in creazione. “È stata un’esperienza davvero molto interessante – racconta Ludovica – con opportunità di incontro e scambio tra operatori di settore ed artisti. I work in progress presentati, estremamente diversi tra loro sia per le tecniche utilizzate sia per la molteplicità di linguaggi, hanno facilitato l’incontro tra spettacoli ancora in fase di creazione e realtà organizzative che ricercano nuovi lavori. Inoltre lo spazio in cui si è svolto il Festival è stato estremamente stimolante, un luogo dove diversi linguaggi si incontrano per dare vita ad un variegato mondo artistico.”
alla città e allo stesso tempo completamente immerso nella creazione. Mi sono sentita dentro qualcosa di contemporaneo, completamente pervaso di creatività.
“La cosa che più mi ha colpito dell’esperienza di residenza a Barcellona – sottolinea Federica - è stata la possibilità di lavorare in un luogo speciale. “Fabra i Coats – Fàbrica de Creació” è un’enorme ex fabbrica tessile diventata uno spazio pubblico dedicato alla ricerca, alla produzione e alla diffusione artistica. Sale gigantesche di coworking, studi di registrazione, spazi per le residenze, il tutto immerso in un’atmosfera post-industriale, con mobili recuperati e oggetti della fabbrica lasciati lì, a raccontarne la storia. Non mancavano spazi per ripararsi dal caldo, leggere, giocare a ping pong, prendere un caffè in relax. Un luogo aperto
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Mi hanno colpito molto anche la filosofia del Festival NEXO, il lavoro di Manuela e quello di La Bonita, che mettono l’artista e il processo creativo al centro. Un festival che oltre a presentare spettacoli, crea le condizioni affinché gli artisti possano cercare, sperimentare e attraversare il proprio lavoro. È stato importantissimo avere per una settimana uno spazio tutto per me, lavorare ogni giorno in una bellissima sala, in un luogo così stimolante, e avere accanto una tutor molto competente, Gabi Parigi, artista, acrobata, attrice e direttrice artistica, che ha fatto fare al mio spettacolo un salto enorme. Sono tornata da Barcellona con la prima parte del mio spettacolo finalmente definita e con la sensazione di aver fatto un passo avanti anche io, come artista. Tappa finale della residenza è stata la presentazione del work in progress. Un’ulteriore occasione per interrogare il lavoro e capire, grazie all’incontro con il pubblico, quali direzioni può prendere. Porto a casa la consapevolezza di quanto sia prezioso avere le condizioni per poter creare, cercare, sperimentare e interrogarsi sul proprio lavoro, in spazi che alimentano la creatività. E anche la conferma di quanto siano importanti, per un artista le occasioni di scambio, muoversi in altri paesi, confrontarsi con altri metodi e linguaggi, creare nuovi contatti e relazioni. Rimanere curiosi, aperti e reattivi rispetto a quello che succede intorno a noi.”
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FESTIVAL DI CIRCO TRA RESILIENZA E LONGEVITÀ di A.R. La circolazione delle creazioni di artisti e compagnie di circo deve molto al circuito dei festival, eventi concepiti per offrire una programmazione di spettacoli, abitare il territorio con modalità partecipative, favorire l’incontro tra artisti, professionisti del settore e pubblico. La scena italiana può contare oggi su un numero rilevante di festival che programmano regolarmente e in modo consistente, se non addirittura esclusivo, spettacoli di circo. Su jugglingmagazine.it ne promuoviamo da anni circa 70/80, di diverso formato, ed ogni anno ne scopriamo qualcuno nato di recente che non conoscevamo. In genere sono tutti eventi a cadenza annuale e questa caratteristica apre le porte ad una pratica molto consueta: contare gli anni, in questo caso edizioni, festeggiando con maggior attenzione gli anniversari a cifre tonde. Una consuetudine che viene da lontano e che proviamo a capire, insieme agli organizzatori dei festival, dove potrebbe portarci. Cirk Fantastik ph Camilla Poli
In un settore caratterizzato da forte precarietà e volatilità, come quello dello spettacolo dal vivo, raggiungere queste tappe è innanzitutto sinonimo di resistenza e istituzionalizzazione sul territorio. Questo genere di traguardi è anche il momento in cui si aprono gli archivi. Si pubblicano libri fotografici, si realizzano documentari o mostre sulla storia del festival. Questo trasforma l’evento da «effimero» (natura tipica dello spettaco-
Sul Filo del Circo ph AM Ritratti
sciamo oggi. Oltre alle memorabili imprese di cui sono (stati) protagonisti, uno degli effetti collaterali di ritrovarci con dieci dita è stata l’invenzione del sistema decimale. Contiamo in base 10 e i numeri tondi (10, 20, 30, etc.) creano una naturale sensazione di compimento e di «nuovo inizio». Anche le tappe intermedie (5, 15, 25, etc.), associate ai multipli di 5, cosiddetti “lustri”, sono altrettanto simboliche, ma quelle a doppia cifra con l’iconico numero zero hanno un
Mani e piedi sono fondamentali nelle discipline del circo. Senza questi “strumenti” così sofisticati sarebbe difficile immaginare il circo così come lo cono-
Terminal ph Bartolomeo Rossi
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fascino particolare. Diffusamente celebriamo decennali, ventennali, trentennali, nel pubblico e nel privato, per scandire il tempo, consolidare la memoria collettiva, rafforzare i legami sociali o commerciali, e grazie al sistema decimale queste tappe sono facili da ricordare e simbolicamente potenti. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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lo dal vivo) a «storia della cultura». Un tema centrale oggi, quello della memoria, che vede le nuove generazioni crescere con uno sguardo orientato verso il presente e il futuro, ma non sempre interessato al passato. Un altro aspetto importante riguarda il consolidamento della «community», del territorio e il patto generazionale che rafforza. Venti o trenta anni corrispondono PROGETTOQUINTAPARETE.IT
Mirabilia ph Andrea Macchia
blico e privato che supporta lo spettacolo dal vivo la continuità è un criterio di valutazione. Un festival che compie vent’anni ha un peso politico maggiore davanti a Ministeri, Regioni e Comuni per richiedere contributi pubblici triennali o straordinari. Inoltre i partner privati e le fondazioni bancarie, così come le città che ospitano i festival, investono più volentieri in marchi storici che garantiscono un ritorno d’immagine sicuro. Alcuni festival di grande rilievo addirittura entrano in simbiosi con la città che li ospita, basta pensare ad Avignone, Aurillac, Edinburgo, Spoleto… Queste ricorrenze sono anche un’opportunità di posizionamento artistico. Per il decennale o il ventennale, i direttori artistici programmano eventi eccezionali (il ritorno di grandi artisti lanciati dal
Su questo numero, così come in quelli precedenti, sono diverse le ricorrenze che incrociamo. Un sottile filo lega lungo lo stivale il decennale di Terminal, Mamatita e Artemisia Gathering ai ventennali di Mirabilia, Funambolika, ai 25 anni di Circumnavigando, raggiunti dal Festival di Circo di Latina già nel 2024. Sul Filo del Circo scalda i motori per festeggiare nel 2027 la sua XXV edizione, mentre Tutti Matti per Colorno e La Strada Festival festeggeranno il loro ventennale. Sono solo alcuni esempi, e il conteggio delle edizioni del festival sfugge a volte alla logica annuale, come nel caso del Cirk Fantastik che festeggia l’edizione numero 20 anche se esiste da “soli” 16 anni. Il teatro di strada in Italia ha un trascorso maggiore, simboleggiate dalle 30 edizioni di Artisti in Piazza, le 38 edizioni di Mercantia e le 39 di Ferrara Buskers. Ovviamente più longevi in Italia nello spettacolo dal vivo sono il settore del teatro e della danza, come dimostrano ad esempio le 69 edizioni del Festival dei Due Mondi di Spoleto e una nutrita compagine di festival ultratrentenni e ultraquarantenni.
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quota 39, 60 e 79; Montecarlo ha chiuso la sua 48ima edizione nel 2026 e CIRCA è al numero 39. La carrellata potrebbe continuare, allargandosi agli eventi prettamente musicali, con le 38 edizioni del Festival di Glastonbury, oppure visitare i paesi dell’Europa dell’Est, per scoprire le 32 edizioni del Sziget Festival di Budapest, o le 33 edizioni del multidisciplinare FITS a Sibiu in Romania, dove siamo stati in occasione del meeting annuale di Circostrada. Tutti questi esempi sono solo la punta di un iceberg di un immenso e diffuso patrimonio artistico, culturale, organizzativo che cresce di anno in anno, sia singolarmente sia come settore, alimentando un
Tutti Matti per Colorno ph Pietro Bertora
festival, produzioni originali, prime assolute…), oppure lanciano sezioni dedicate ai giovani artisti che marcheranno i successivi 10 anni. Infine, e non ultimo per importanza, da un punto di vista emozionale, 10, 20 o 30 anni rappresentano traguardi di forte resilienza e dedizione per la direzione artistica e l’intero team organizzativo, la cui tenuta non è per niente scontata.
Funambolika ph Silvia Mazzotta
storicamente alla durata di una generazione e uno dei fattori di rischio di un festival longevo è anche l’invecchiamento del pubblico. Chi li frequentava da ventenne oggi ci torna con i figli e celebrarli significa tramandare la memoria a chi non c’era, creare una memoria affettiva condivisa. Diventare un evento stabile e duraturo favorisce inoltre legittimazione politica e accesso ai finanziamenti, elementi importanti da non trascurare. Nel sistema pub-
Circumnavigando ph Barbara Vecchio
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mercato che permette alle compagnie di vivere della propria arte e agli organizzatori del proprio lavoro.
Allargando lo sguardo Ma cosa significa per un festival di circo itaall’estero non ci sorprenliano celebrare queste tappe. È davvero una derà trovare per il circo e ricorrenza importante? Per quali ragioni? Lo le outdoor art gloriosi rifeabbiamo chiesto agli organizzatori di alcuni rimenti di lunga data. Le festival italiani che hanno festeggiato delle due maggiori convention di edizioni “anniversario” o che si preparano a giocoleria, IJA fefarlo. Il risultato è un aggiornastival e EJC, sono mento della sezione su jugglinrispettivamente gmagazine.it dedicata ai festival alle edizioni nuitaliani, arricchita con testimonianmero 79 e 48; i ze degli organizzatori e una tabella fringe di Aurillac, che riporta l’anno della prima ediAvignone e Edimzione di ciascun festival e il numeburgo sono a Festival in Italia ro di edizioni raggiunte nel 2026.
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MAMATITA FESTIVAL 23 AGSTO – 5 SETTEMBRE – ALGHERO (SS) mamatitafestival.com
Mamatita Festival 2025
foto di Edoardo Martani e Lorenzo Munzlinger
in conversazione con Chiara Murru, direzione artistica DAL TEATRO ALLO SPAZIO PUBBLICO Ho iniziato a fare teatro a dodici anni, ad Alghero, dove sono nata e cresciuta, in un laboratorio teatrale per bambini, con spettacoli che poi portavamo nelle scuole e nei paesi. Lì è nata la passione per il teatro, coltivata poi nel laboratorio teatrale del liceo, fino a trasferirmi dopo gli studi a Milano per frequentare l’accademia professionale del Teatro Arsenale. Due anni molto intensi, durante i quali ho studiato anche clown, buffone e maschera neutra, attraverso la pedagogia di J. Lecoq. Contemporaneamente frequentavo all’Università Cattolica il corso di laurea in Linguaggi dei Media, con indirizzo cinema, teatro e organizzazione eventi, e successivamente un master in eventi culturali. Nutrivo le due anime, artistica e organizzativa, che mi accompagnano ancora oggi. A Milano ho anche visto tantissimo teatro, teatro di figura e circo, con una predilezione per le creazioni site specific, la rigenerazione urbana, la possibilità di restituire lo spazio pubblico attraverso l’arte. Tra le mie prime creazioni ad Alghero appunto una serie di performance nelle vetrine dei negozi, valorizzando la loro affinità con lo spazio scenico, confluite nello spettacolo “a puntate” Reality Love. Sono così tornata ad Alghero nel 2009 con l’obiettivo di ampliare l’offerta di spettacoli, allora limitata per lo più a stagioni teatrali tradizionali. Desideravo che la comunità potesse vedere cose che io avevo visto in giro per il mondo, spezzando l’isolamento geografico della Sardegna. Fondammo un’associazione, Dea Madre, che sperimentava molto nello spazio pubblico e organizzava spettacoli di teatro di strada in Sardegna. Poi, nel 2011,
insieme a Maurizio Pulina, apriamo Spazio T, offrendo ad Alghero una scuola di teatro e il primo centro di aggregazione e produzione teatrale della città, diventata presto anche officina creativa.
MAMATITA: PRENDERSI CURA ATTRAVERSO L’ARTE Nel 2013 arriva la puntata zero di “Mamatita”, che in catalano algherese vuol dire balia, la “mamma di tetta”, con l’idea molto precisa di prendersi cura, alimentare, nutrire, far crescere, intento diventato sempre più importante negli anni e che oggi riconosco in tutto quello che facciamo. La prima edizione, realizzata nel centro storico, fu davvero low cost, ma volevamo una formula che pagasse gli artisti e accantonammo il festival, in attesa di condizioni migliori. Nel frattempo ero diventata madre e questa esperienza mi ha motiJUGGLINGMAGAZINE.IT
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vata ad immaginare un festival con l’intento di far vivere ai bambini e alle bambine esperienze artistiche inedite, che ancora non circolavano in Sardegna. Illuminante nel 2017 un laboratorio di falegnameria urbana visto a Pisa: arrivavano in piazza, montavano una vera officina e le persone costruivano insieme. Da lì è nato il Mamatita Festival vero e proprio. Non soltanto spettacoli di strada, ma anche laboratori urbani per ritrovarsi e fare comunità nello spazio pubblico. Le piazze di Alghero sono invase da tavolini per la ristorazione, e noi volevamo provare a riaprirlo, fino a montare il tendone del Circo Paniko in piazPROGETTOQUINTAPARETE.IT
za Sulis, in pieno centro, e programmando spettacoli anche nei quartieri popolari, alla Pietraia, a Sant’Agostino. La relazione tra arte e spazio pubblico non ci ha mai abbandonato, nemmeno durante il Covid, con le Favole al citofono: un attore citofonava e si presentava come Gianni Rodari, raccontava una piccola storia e alla fine i bambini si affacciavano per salutarlo; oppure creando passeggiate performative individuali, guidate attraverso lo smartphone, in cui la città diventava parte dello spettacolo. Mi interessa trasformare lo spazio e interagire con la comunità, come con i due artisti francesi che all’interno del mercato popolare del mercoledì mattina si comportavano come esploratori durante un safari. Mi interessa che le persone inciampino nell’arte, rompere l’ordinario e far riscoprire la vitalità di uno spazio considerato abbandonato o insignificante, marginale.
IL CIRCO, UN LINGUAGGIO PER TUTTI
sta, con spettacoli spesso mai approdati prima in Sardegna, contribuendo anche a cambiare il pregiudizio che il teatro di strada o il circo siano arti minori. Il pubblico ha risposto con grande entusiasmo e Mamatita ora ha un’identità molto riconoscibile in città, anche grazie a un grande lavoro di educazione del pubblico e delle istituzioni, mantenendo prezzi molto accessibili. E inoltre per me particolarmente importante sostenere le artiste. Essendo artista e madre, conosco bene la difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli. Cerchiamo quindi di ospitare anche i figli, creando una rete di sostegno durante le prove e gli spettacoli. Un altro elemento importante è l’internazionalizzazione, sviluppata anche grazie al rapporto storico e culturale molto forte di Alghero con la Catalogna che, unito alla tratta traghetti Barcellona-Porto Torres, hanno reso possibile un collegamento e una relazione molto virtuosa con le grandi officine del circo catalane e spagnole in generale.
Il passaggio del Mamatita a festival di circo contemporaneo è avvenuto gradualmente, alimentato dal desiderio di spettacoli tout public. Il circo contemporaneo era il linguaggio che più naturalmente ci permetteva di farlo, e allo stesso tempo adat-
tissimo allo spazio pubblico. Venendo dal teatro sono inoltre molto attenta alla regia, alla drammaturgia, alla poetica e negli anni abbiamo cercato di alzare progressivamente la qualità della propo-
Non nascondo che organizzare un festival in Sardegna resta molto complicato. La condizione geografica pesa tantissimo: traghetti, voli, trasporto dei mezzi, giorni di viaggio in cui gli artisti non possono lavorare, i costi altissimi dell’ospitalità. Portare una compagnia con un camion può costare migliaia di euro solo per il trasporto.
Per questo la rete è fondamentale e abbiamo costruito collaborazioni con altri festival sardi per condividere i costi delle mobilità, generando buone pratiche di coeconomy, essenziali per provare a superare la condizione insulare. Un artista può arrivare così a Mamatita e poi andare a Nuoro ad esempio o in un altro luogo: ogni evento mantiene la propria identità, ma insieme rendiamo possibile ciò che da soli sarebbe economicamente insostenibile. Credo che Mamatita abbia contribuito anche alla nascita di una comunità circense in Sardegna. Alcuni artisti arrivati qui con il festival hanno poi deciso di fermarsi e vivere sull’isola. È un processo che mi interessa molto: non soltanto portare spettacoli, ma creare relazioni e opportunità.
UN FESTIVAL CHE ABITA IL TERRITORIO Oggi il festival si svolge ad Alghero nel parco cittadino di Tarragona, che trasformiamo durante Mamatita in uno spazio dove si fa circo, teatro, gioco, dove si mangia insieme, si fanno laboratori, si impara qualcosa. Uno spazio nel quale la comunità torna a incontrarsi, una comunità che abbiamo coinvolto in momenti pubblici per immaginare come trasformare il parco in un luogo e non solo in uno spazio, abitato e animato tutto l’anno, polifunzionale, aperto e accessibile, ricco di proposte. Negli anni il festival si è allargato anche fuori città, raggiungendo luoghi come l’Argentiera e Putifigari. Mi piace questa dimensione che richiama la storia stessa dello spettacolo viaggiante: arriva una piccola carovana di artisti e improvvisamente il paese cambia. Gli artisti entrano al supermercato, vanno al bar, montano lo spettacolo e tutta la comunità li accoglie con curiosità e partecipazione. Dopo dieci anni vedo che qualcosa è successo. Abbiamo superato i cinquemila spettatori all’anno e in questa edizione del decennale ospitiamo quasi 60 artisti. Ma soprattutto vedo persone che aspettano il festival, sardi che vivono fuori e programmano le ferie per esserci, famiglie che tornano negli spazi della città, bambini e adulti che partecipano insieme. È forse questo il “reincanto” che cerchiamo: la capacità di stupirsi e di ristupirsi, anche da adulti, davanti a qualcosa di straordinario. Come se non l’avessimo mai visto prima. In un certo senso si torna al significato iniziale di Mamatita: prendersi cura, alimentare, nutrire, far crescere.
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ARTEMISIA FIRE GATHERING
18-21 GIUGNO, VAGLIO BASILICATA (PZ) artemisiagathering.org
L’uomo gioca e sperimenta col fuoco da sempre: elemento primario, dal profondo simbolismo e dai risvolti mistici, presente in tutte le culture sin dall'antichità, punto di connessione tra l’umano e il divino. Tornando all'attualità ed entrando nel mondo di giocoleria e circo, gli artisti del fuoco sono sempre visti un po’ come outsider, tra fuliggine, petrolio e qualche bruciatura. Tutti però, dagli addetti ai lavori ai babbani, concordano che il fuoco aggiunge allo spettacolo qualcosa in più, un tocco di magia che stupisce ed emoziona. Da tempo in tutte le convention è presente un fire space; molti festival, dai medievali a quelli di musica elettronica, richiedono fire show e le jam spontanee aumentano. C’era però la necessità di creare uno spazio, indipendente da altri eventi, dove giocoleria e flow art col fuoco fossero il fulcro centrale: una chiave di volta per passare dai margini al centro della scena. Per venire incontro a queste esigenze nasce nel 2016 Artemisia Fire Gathering, che ha festeggiato quest’anno i suoi primi 10 anni, confermandosi punto di riferimento per la community italiana e non solo. I due fondatori, Giovanni Nulleamai e Rocco Toscano, lavorano e si incastrano insieme come gli ingranaggi di un’unica macchina, lo yin e lo yang che hanno creato il mondo di Artemisia. Mentre Rocco gestisce la comunicazione e le finanze, oltre a video e social media, Giovanni si occupa della produzione e della parte creativa, sfornando dalla sua fucina sculture infuocate, torce e bracieri: una sorta di moderno Efesto nostrano. È proprio Giovanni che ha iniziato a sviluppare l’idea di una convention interamente dedicata al fuoco, al ritorno da un
foto di Roberto Pernozzoli viaggio negli Stati Uniti: “Avevo già partecipato a tanti eventi, organizzavo workshop, facevo spettacoli…Avevo dato una mano alla Festa del Fuoco di Stromboli, che purtroppo stava concludendo il suo ciclo, al fire space della Brianzola ed altri spazi. Sono andato in America proprio spinto dal desiderio di giocare col fuoco e dalla curiosità di conoscere la scena oltreoceano. Sono stato a Fire Drums e Kinetic Fire, e mi sono reso conto che in Italia mancava un evento del genere. Andava realizzato e avevamo le capacità per farlo. Anche Rocco nel tempo aveva maturato diverse esperienze nella community, dall’organizzazione del fire space dell’EJC di Brunico alle collaborazioni con la Phoenix Fire Convention. L'amicizia, la passione e la visione comune ci ha portato ad iniziare a lavorare su Artemisia.” Dal 2016, tutti gli anni intorno alla metà di giugno, fuochisti da tutta Italia, Europa e non solo, si riuniscono a Vaglio Basilicata, un piccolo paesino in provincia di Potenza. Nella campagna circostante, si trova l’Agriturismo Costa San Bernardo, che sin dalla prima edizione accoglie Artemisia e la sua ardente famiglia. Quello che solitamente è un campo per partite di paintball si trasforma in un luogo per workshop, allenamento e trick sharing nel pomeriggio, mentre nel parcheggio viene allestito il Fire Space. Al centro c’è la struttura infuocata da cui fa capolino il dj: ogni anno Giovanni toglie o aggiunge pezzi, salda metalli, collega nuovi tubi ed attacca nuove bombole. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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All’arco centrale si sono aggiunti due lanciafiamme ai lati e in mezzo il logo di Artemisia, ricavato a sfondamento su una lamiera esagonale, dalla quale sbucano lingue di fuoco. Sulla sua destra c’è l’ormai iconico e adorato “fungo cyberpunk”, una struttura in barre di metallo che ospita la dipping station. A fargli da contraltare, quest’anno è comparsa una struttura piramidale per danze aeree, appositamente modificata con tubicini e ugelli alimentati a propano, con l’immancabile lanciafiamme nel vertice superiore. Ma è quando arriva la notte che tutto si accende. Chi prende il suo attrezzo preferito, chi prova per la prima volta qualcosa di nuovo; la gente si raggruppa intorno alla dipping station, per poi mettersi in coda all’ingresso del fire space. Qui master e newbies si mischiano e si confondono sullo stesso terreno. Il fuoco non è più PROGETTOQUINTAPARETE.IT
ph Alessio Cinquepalle Paolelli
hanno presentato un numero romantico e poetico, dove la potenza del fuoco contrasta con la leggerezza degli aquiloni, con miccia di fuoco inclusa. Anche il numero finale, presentato dal duo austriaco Flare Performance, ha visto il fuoco fluttuare a mezz’aria: prima appesi alla struttura lanciafiamme con delle cinghie infuocate, poi con un cerchio aereo dalle appendici incandescenti. Oltre al Gala da qualche edizione la serata del venerdì è dedicata all’Open Stage, quest’anno chiuso da Babi con il suo uomo infuocato, uno stickman ricoperto di kevlar con cui ha inscenato una sorta di passo a due: esempio perfetto di sperimentazione, contaminazione e teatralità.
solo un elemento fine a se stesso e le contaminazioni con altre discipline sono sempre più evidenti: la ricerca si sta spostando dall’esplorazione dell’attrezzo a quella del corpo, dello spazio e dell’altro. La danza contemporanea, contact e floorwork stanno entrando sempre più prepotentemente all’interno del fire space, così come elementi di clownerie e improvvisazione. Spesso si vedono jam spontanee di due o più performer: con lo stesso attrezzo o meno, con un attrezzo in due o con attrezzi completamente diversi, con esiti a volte geniali, a volte divertenti e a volte oltremodo bizzarri. Di sicuro la tendenza alla sperimentazione non si arresta, ed anzi procede verso una maggior teatralità, basti guardare la diffusione di attrezzi sempre più grandi e scenografici, dal cubo alla stella messicana, dalla spinning wheel ad elaborati costumi di fuoco. Questa evoluzione si riscontra ovviamente anche negli spettacoli. Quest’anno il Gala Show ha potuto vantare la presenza di Ley e Aro, meteor master francesi che
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A distanza di 10 anni, Rocco sintetizza così l’esperienza: “Artemisia si sta consolidando sotto diversi aspetti, l’affetto della community continua a crescere, alcuni partecipanti sono diventati parte integrante dell’organizzazione. Il core team si è allargato e specializzato nella cura dei diversi settori, i workshop offrono un sempre più ampio ventaglio di attrezzi, insegnanti e livelli. Anche il raggio d’azione per la scelta dei performer si è ampliato: ora possiamo permetterci di coinvolgere un maggior numero di artisti di fama mondiale, arricchendo l’offerta sul fronte degli spettacoli. Sin dalla prima edizione uno dei punti di forza di Artemisia è sempre stata la vasta presenza di spinner internazionali: questo fattore crea un ambiente vario ed eterogeneo, un punto di confronto e contatto imprescindibile tra la community italiana ed estera. Il tutto in un contesto estremamente familiare e comunitario. È questo lo spirito di Artemisia: un luogo dove poter imparare, sperimentare e creare con il fuoco. Inoltre a settembre si è tenuta nel viterbese la prima edizione di Scintille, una nuova fire convention. È bello vedere come la scena si stia allargando e spero che in futuro nascano altri eventi, in una continua evoluzione e scambio reciproco.”
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CIRQUE INEXTREMISTE inextremiste.com
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Cirque Inextremiste è una compagnia di circo contemporaneo fondata nel 2009 da Yann Ecauvre, artista autodidatta dallo stile intenso e fisico. Nata dal collettivo ‘As Pa de Maïoun’, formatosi nel 1998, la compagnia, oggi composta da una cinquantina di membri, ha sviluppato un linguaggio radicale che mescola acrobazie estreme, teatro fisico e un umorismo tagliente. In tutte le sue creazioni, la compagnia esplora la cooperazione, l’impegno e il corpo sotto tensione, spingendo continuamente oltre i confini dello spettacolo e affermandosi come una delle realtà di riferimento di un circo contemporaneo audace e profondamente collettivo. La bombola del gas, attrezzo instabile e reinventato utilizzato nei primi spettacoli, è diventata il simbolo della compagnia e l’emblema di una vera assunzione del rischio, dello squilibrio e del gioco.
TU TT I M AT TI PE R C O LO R N O
foto di Alice Allart
DAMOCLÈS Damoclès è stato scritto e ideato da Yann Ecauvre a partire da una carta bianca con gli studenti del Centre National des Arts du Cirque. Il lavoro è poi proseguito su diversi terreni di sperimentazione fino ad arrivare alla sua forma definitiva. Un processo creativo nel quale le cose accadono e si sviluppano nel corso delle performance. Per quanto riguarda il rischio, in Damoclès si tratta di un’allegoria e di un addestramento Jedi alla sopravvivenza. Sì, è una cosa seria, ma allo stesso tempo esilarante.
in conversazione con Fabrice Dominici artista. TRA ESTETICA E POLITICA
IL RISCHIO
Cirque Inextremiste è una compagnia singolare. I suoi membri amano vivere le cose intensamente e si sono incontrati in modo piuttosto spontaneo, e non attraverso audizioni o processi di casting. Siamo tutti un po’ folli, abbiamo punti di vista molto diversi e tutti vengono rispettati, in un contesto in cui lavoro, famiglia e amicizia si mescolano. Percepisco Inextremiste come uno spazio di libera espressione. Tutti gli approcci sono possibili e ciascuno di noi può proporre un’idea alla compagnia. Creiamo un circo, in un certo senso politico, in cui raccontiamo le nostre storie attraverso le arti circensi, utilizzando attrezzi per lo più non tradizionali, ai quali attribuiamo un significato. Come le bombole del gas, che rappresentano l’energia, o gli equilibri precari, che simboleggiano l’interdipendenza tra gli esseri umani.
Il rischio è davvero un tratto distintivo della compagnia, una componente che abbiamo spesso utilizzato per far emergere temi che ci toccano profondamente sul piano politico, umano e sociale; un eccellente messaggero per cogliere l’urgenza della situazione in cui ci troviamo oggi e trasmettere contenuti incisivi nei 45-60 minuti di uno spettacolo. Per un artista circense, gestire con precisione il rischio richiede un enorme lavoro tecnico. Un lavoro duro e rigoroso su un vasto ventaglio di tecniche, che implica anche la capacità di distaccarsi successivamente da questo allenamento per esplorare consapevolmente le possibilità, i propri limiti e quelli di ciò che è già stato fatto. Cirque Inextremiste ritiene che una società senza rischio sia un rischio per la società. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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Il rischio relativo al quale esponiamo il pubblico che invito a partecipare è accompagnato da un’attenzione e da un ascolto immensi, al di là delle apparenze, con la profonda convinzione di voler prevenire qualsiasi incidente, anche se questo mio ruolo non appare necessariamente nello spettacolo. Ed è anche questo che gli conferisce la sua forza.
AL CENTRO DELLA SCENA Il circo ha oggi un ruolo importante da svolgere nell’incoraggiare i giovani a esprimersi senza dare priorità al profitto e nel preservare la scena come uno spazio unico nella storia del mondo e attraverso tutte le epoche. Sul palco e intorno al palco possiamo ridere, piangere, divertirci, ma dobbiamo fare di questi momenti
vere le proprie rappresentazioni più profondamente, evitando di essere giudicati fin dalla prima.
FABRICE
L’idea è convincerci che il buon senso possa prevalere nella valutazione del rischio. Se prendiamo in considerazione il rischio — ed è anche questo il messaggio di Damoclès — allora non c’è rischio. È proprio questo modo di comportarci come se tutto andasse bene, di non vedere ciò che ci sta accadendo sul piano ambientale, politico e culturale, che ci interessa in questo spettacolo.
un’esperienza profonda, senza limitarci al semplice intrattenimento. Stiamo perdendo la magia della scena, stiamo entrando in un mondo dominato dall’industria dell’intrattenimento. La pressione esercitata sugli artisti affinché siano efficienti, produttivi e perfetti fin dagli inizi è enorme. Pretendiamo dagli spettacoli molta redditività, molte risate ed efficacia in tempi estremamente brevi. Ma uno spettacolo ha bisogno di tempo per maturare. È necessario riflettere su un sistema di lavoro che permetta agli spettacoli di respirare e che dia agli artisti la possibilità di vi-
Per gran parte della mia vita sono stato un outsider, uno sputafuoco, un giocoliere di strada; cercavo di fuggire da un sistema che non faceva per me. Ho incontrato Yann Ecauvre per strada, negli anni Novanta. Ci esibivamo insieme nelle strade di Nizza: lui suonava il sassofono e io facevo il giocoliere. Avevamo la stessa età e lavoravamo a cappello. Poi abbiamo preso strade diverse, prima di ritrovarci anni dopo, fino a quando sono stato coinvolto nel lavoro tecnico di Damoclès. Poi, un giorno, Yann stesso mi ha proposto di portare Damoclès in scena, superando le mie reticenze: «Fallo tu, lo farai bene». Ed eccomi oggi a interpretare Damoclès e a condurlo insieme al pubblico! Oggi, a 52 anni, sono un artista professionista e continuo a esibirmi con Cirque Inextremiste e con la Cie Bikes and Rabbits, sia come interprete sia con le mie creazioni personali. La mia passione è la giocoleria. Sono un giocoliere di aeroplani di carta, di materiali ultraleggeri e fluttuanti, affascinato dalla caduta degli oggetti, dalla legge di gravità e dai sentimenti che queste cose fanno nascere intorno alla nostra sensibilità e alla nostra leggerezza.
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ph Cosmin Cirstea
FOOD
michaelzandl.com
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In quanto giocoliere, di solito inizio il mio processo creativo da un oggetto. Mi piace scegliere un "universo di oggetti" che nutra la mia immaginazione e che mi offra interessanti opportunità di ricerca e narrazione. L'universo del cibo si è rivelato perfetto a questo scopo. Inoltre, poiché ogni essere umano ha un legame molto forte con il cibo, in un modo o nell'altro, il tema diventa immediatamente comprensibile e vicino al pubblico a livello emotivo, creando un buon terreno comune per la performance. L'idea iniziale per questo spettacolo è nata guardando il film La Grande Bouffe (Marco Ferreri, 1973), in cui quattro ricchi amici, annoiati a morte dalle loro vite monotone, decidono di mangiare smoderatamente fino a morirne. Guardando il film, anche senza mangiare nemmeno un boccone, mi sono sentito come se fossi sazio. Ho trovato affascinante come uno stimolo visivo possa avere un effetto fisico così forte.
COMPAGNA DI GIOCO Mi piace molto creare un piccolo mondo unico sul palco, che segue regole leggermente diverse da quello a cui siamo abituati e che continua a sorprendere il pubblico. Mi piace quando, a poco a poco, il pubblico inizia a capire come funziona questo mondo, pur non essendo mai completamente sicuro di cosa succederà dopo. Tutte le mie performance giocano con un certo sistema o meccanismo scenografico che diventa parte del linguaggio circense. In Janus, ho lavorato con un sistema che mi permetteva di far cadere oggetti dal soffitto. In Sawdust Symphony, abbiamo creato un palcoscenico di legno in cui potevamo scomparire e da cui potevamo riemergere. Per FOOD, abbiamo deciso di
CO-CREAZIONE FOOD è stata la prima volta in cui non ero sul palco, ma dirigevo uno spettacolo dall'esterno. Un’esperienza nuova e al tempo stesso una sfida, che ho apprezzato molto. Era importante per me lavorare con persone di cui mi fido e con cui mi sento in sintonia, non solo bravi artisti e colleghi, ma anche da persone con cui mi piace davvero creare e trascorrere del tempo. Innescare un processo creativo piacevole, giocoso e stimolante era in realtà la premessa fondamentale per poi realizzare un buon spettacolo. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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*T ER M IN Ognuno dei parteciFE ST IVA LA L panti è diventato co-autore dello spettacolo, apportando le proprie idee, esperienze e linguaggio artistico. Il mio contributo al processo creativo è stato quello di creare uno spazio in cui tutte le nostre idee potessero emergere e svilupparsi, proporre compiti e sollevare domande, offrire spunti che potessero aprire direzioni interessanti. Allo stesso tempo, il mio ruolo è quello di mantenere una visione d'insieme: osservare l'opera dall'esterno, riconoscere le connessioni tra le diverse idee e unire gradualmente tutte queste scoperte individuali in un'unica performance. LA METAFORA DEL CIBO Per me è sempre importante creare spettacoli accessibili a un vasto pubblico, qualcosa con cui chiunque possa entrare in sintonia e che possa comprendere a modo suo. Non voglio creare qualcosa di elitario. Credo che il circo contemporaneo e la magie nouvelle vague siano strumenti eccellenti per questo scopo, perché ci permettono di creare qualcosa di visivamente accattivante e divertente, offrendo al contempo al pubblico la possibilità di scoprire simbolismi e significati più profondi. Inizialmente, volevamo creare un'opera sul consumo umano in generale, usando il cibo come metafora del nostro modo di consumare. Ma ci siamo presto resi conto che questo tema era troppo ampio, così abbiamo ristretto il campo, concentrandoci sul cibo in sé, sulla sua storia, sul nostro rapporto con esso e soprattutto sui meccanismi a volte assurdi e inquietanti dell'industria alimentare. ph Cosmin Cirstea
UN UNIVERSO DI OGGETTI
partire da qualcosa di molto semplice: una parete bianca, che gradualmente rivelava diverse possibilità e sorprese. Considero la scenografia come una compagna di gioco e non solo come un'ambientazione per la performance. Può creare illusioni e immagini visive di forte impatto, ma può anche avere una vita propria, una logica propria e, a volte, persino un carattere proprio. Gli interpreti devono interagire con essa, reagire ad essa e scoprire cosa permette loro di fare. Costruire personalmente scenografie, effetti speciali e oggetti di scena è una parte fondamentale della mia pratica artistica, che spesso richiede persino più tempo delle prove in studio. Attraverso questo processo pratico, imparo molto sulle qualità e le possibilità dei materiali e degli oggetti di scena, e queste scoperte spesso influenzano la creazione e portano a nuove idee. Si avvicina molto al tipo di processo creativo che preferisco: sviluppare un'idea, un oggetto o un effetto in laboratorio, portarlo in studio e poi esplorarlo insieme agli artisti. ph Philippe Vogelenzang
di Michael Zandl
PROGETTOQUINTAPARETE.IT
MEETING CIRCO SFERA 2027
È tuttavia sempre presente un livello metaforico in FOOD. Il cibo è connesso a tantissimi aspetti della vita umana: piacere, desiderio, eccesso, controllo, disuguaglianza, conforto e sopravvivenza. Il pubblico può facilmente cogliere questi collegamenti con il modo in cui consumiamo e ci comportiamo anche in altri ambiti della nostra vita. Dato che questo tema tocca da vicino tutti, per noi era fondamentale non giudicare il pubblico né dire alle persone come dovrebbero mangiare o consumare. Non volevamo proporre una lezione oppure offrire risposte semplicistiche. Volevamo invece concentrarci sul sistema più ampio che si cela dietro il nostro cibo e sull'industria che influenza molte delle nostre scelte, mostrandone al contempo le assurdità e le contraddizioni.
26-28 FEBBRAIO 2027
CASALECCHIO DI RENO (BO)
UN MIX ECLETTICO Direi che lo spettacolo utilizza un mix eclettico di circo, manipolazione di oggetti, magia, teatro visivo e altre forme d'arte per esplorare questi temi. Ci muoviamo tra momenti divertenti, sorprendenti e bellissimi, ma anche inquietanti e a volte persino terrificanti. L'umorismo è sempre un elemento centrale del mio lavoro, perché credo che ci sia qualcosa di profondamente autentico nella risata. Allo stesso tempo, l'umorismo può rendere le persone più aperte e ricettive a ciò che uno spettacolo vuole comunicare, soprattutto quando si tratta di argomenti che potrebbero essere difficili da digerire. Il mio desiderio più grande è vedere il pubblico ridere, commuoversi e a volte persino rabbrividire durante la stessa performance. E quando escono dal teatro, spero che pensino: "Wow... non ho mai visto niente di simile prima d'ora". Descrivo il mio lavoro non tanto come circo, quanto piuttosto come performance art creata a partire da un background circense. Per me è importante non mettere l'abilità in sé al centro delle mie performance. Mi interessa di più l'esperienza complessiva per il pubblico, trovare forme di drammaturgia interessanti e nuove, ciò che rimane impresso nelle persone dopo aver lasciato il teatro. Ciò che mi piace davvero del circo contemporaneo è la sua grande diversità. Non esiste una definizione precisa di come debba essere uno spettacolo circense contemporaneo, e ho la sensazione che attualmente questa forma d'arte stia costantemente cercando di ridefinirsi. Oltre a guardare altri spettacoli, una delle mie maggiori fonti di ispirazione è sicuramente il cinema, un linguaggio molto visivo che mi risulta facile da trasporre in una performance dal vivo. Durante la creazione di FOOD, ad esempio, ho guardato molti film di David Lynch. Sono stato molto ispirato dal modo in cui i suoi film riescono a passare da qualcosa di ordinario, o persino divertente, a qualcosa di strano, inquietante o disturbante. Penso si possa notare parte di questa influenza in certi momenti di FOOD.
circosfera.it
S AV E T H E D A T E
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HIPPANA MALETA
ph Gaby Merz
hippanamaleta.com
in conversazione con Jonas Schiffaue e Alex Allison
Alex: Sono nato in Irlanda e fin da piccolo ho potuto apprezzare una varietà di stili e linguaggi performativi di passaggio in città. Ho avuto la fortuna di vedere dal vivo una buona varietà di giocolieri con tecniche e stili differenti, dopo aver scoperto il mondo della giocoleria all’università, dove ho conseguito una laurea in Studi Celtici. All’epoca, il club di giocolieri universitario era un gruppo fantastico, capace di invitare in ateneo Wes Peden e Patrick Elmert, Stefan Sing, Yann Frisch, Jay Gilligan, Marco Paoletti, Spot the Drop e molti altri. Al termine degli studi ero completamente rapito dalla giocoleria, interessato ad approfondirne due aspetti: il virtuosismo e la fragilità. Col tempo, ho frequentato tanti workshop con giocolieri di chiara fama che hanno avuto un’enorme influenza sul mio percorso artistico.
HIPPANA MALETA J: Alla fine degli studi ho fondato la compagnia Hippana Theatre, da Hippana, il nome antico della città siciliana di Prizzi, sulle montagne vicino a Palermo, e ho iniziato a lavorare come giocoliere nella compagnia di Stefan Sing per lo spettacolo Critical Mess. A: Con Jonas ci siamo conosciuti alla scuola di clown di Ibiza nel 2012, accomunati dalla passione per la giocoleria con le tre palline, una formazione in scienze culturali e un simile senso dell’umorismo. Jonas poi in seguito ha studiato tecnica Lecoq alla scuola LASSAAD di Bruxelles, e nel tempo libero non ha mai smesso di giocolare. Ci siamo persi di vista per un po’, per poi ritrovarci di nuovo con l’idea di voler lavorare insieme. A: Nel 2017 abbiamo ideato la nostra prima creazione, Tunnel, un lavoro fortemente influenzato dalla tecnica e dallo stile di Stefan Sing, Ben Richter, Eric Longequel e Darragh McLoughlin. Dopo una prima tournée con Tunnel, scoppia la pandemia e ci dedichiamo a creare RUNNERS.
J: La creazione è stata intensa. Vita in caravan, lunghe sessioni di costruzione dei tapis roulant e allenamenti sfiancanti per imparare
ph Dragan Dragin
Jonas: Sono nato in Germania e ho iniziato a fare giocoleria a 21 anni. Apprezzo lo sport e la sua estetica, il flusso e il ritmo che si vedono nel calcio o nello skateboard, ma per me, la giocoleria con tre palline, abbinata ad un corpo in movimento, era la cosa più bella da vedere e interessante da imparare. Nel diventare un giocoliere professionista credo sia stato anche decisivo il senso di appartenenza che ho provato verso la comunità del circo, in cui mi sono sentito molto più a casa che in quella del teatro o della danza.
a correre e giocolare insieme. Però incontriamo anche Ute Classen, che ci insegna a sopravvivere fornendoci supporto amministrativo e gestionale, nasce così la compagnia Hippana Maleta.
Cultura, Comunità, Meraviglia! Polo culturale e di formazione di circo contemporaneo a Bologna. Corsi, convention, alta formazione, eventi, residenze artistiche e rigenerazione urbana. Via Stalingrado 12 - Parco DLF - BOLOGNA www.officinacrobatica.com
JUGGLINGMAGAZINE.IT
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PROGETTOQUINTAPARETE.IT
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LA RICERCA
M IR A B IL FE ST IVA LIA
ph Gaby Merz
J: La clownerie e il teatro fisico sono sempre stati una grande fonte di ispirazione per noi. Fin dalle prime ricerche è stato chiaro che la nostra cifra stilistica era attratta dalla sperimentazione sull’imprevisto, dall’effetto sorpresa, da elementi come il classico incidente che ti fa scoprire la rivelazione. Ci piace la semplicità minimale, la stupidità dichiarata – ci piace la trascendenza degli stili e il dialogo con il pubblico. Amiamo fallire, amiamo farci una bella risata. Abbiamo applicato questi concetti alla giocoleria in coppia, esprimendo la varietà della relazione tra di noi, dalla gentilezza reciproca alla fratellanza più intima, esplorando anche i suoi lati più giocosi e provocatori.
A: Abbiamo trascorso molto tempo a parlare di storytelling e drammaturgia, facendo ricerche, confrontandoci su spettacoli che funzionavano o meno, condividendo molti caffè e spesso ponendoci domande o sfide assurde. Anche la musica dal vivo è sempre stata molto presente per noi grazie a Moises, la mente musicale di Tunnel e RUNNERS, l’autore di tutte le nostre musiche.
RUNNERS A: Nel 2019 stavamo entrambi leggendo Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari, in cui si parla dell’evoluzione della camminata. È da lì che è nata l’idea di creare uno spettacolo di giocoleria sui tapis roulant. Avevamo in mente una storia che parlasse del rapporto dell’uomo con la tecnologia, simboleggiata da queste due macchine in movimento che fanno correre gli esseri umani. Volevamo creare un’immagine distopica e neoliberista in cui l’auto-ottimizzazione della vita passa attraverso le macchine. J: Così abbiamo iniziato a mettere al centro l’assurdità di un oggetto fatto per tenerti attivo in una società prevalentemente sedentaria, il tapis roulant, su cui si poteva anche esplorare, attraverso il movimento, il fascino e il legame tra l’evoluzione sociale e la biomeccanica della camminata umana. In fondo, camminare eretti ci ha permesso di utilizzare la spalla come una catapulta per lanciare oggetti a oltre 100 km/h contro un bersaglio fisso. Ci siamo resi conto che anche questo dato era abbastanza rilevante per un giocoliere! A: Dell’uso dei tapis roulant trovavamo affascinante soprattutto la metafora visiva: l’instabilità e la fragilità che ne derivano quando fai giocoleria, insieme al muoversi senza mai avanzare, senza mai progredire realmente. C’era un senso di tragedia in quell’immagine, un umorismo...tragico, come l’asino con la carota legata a un bastone sopra la testa. Era un’idea molto attraente da esplorare per farne uno spettacolo. J: La giocoleria di RUNNERS mette insieme spunti diversi, dall’esplorazione della
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camminata alla rivoluzione industriale, alla corsa, alla primavera, alla guerra, alla spiritualità e alla religione, fino a una semplice passeggiata nel parco. Moises è sicuramente il deus ex machina della situazione. La colonna sonora di RUNNERS è il cuore pulsante dello spettacolo. Se Dio è un Dj, allora è da lui che dipende sia il controllo del suono che la posizione e la velocità delle macchine in scena. Includere Moises nella nostra ricerca di movimento, elaborando la drammaturgia e mettendo a punto l’assetto della scenografia, è stata un’ulteriore sfida. A: Se la parte concettuale di RUNNERS è emersa in modo spontaneo, non si può dire lo stesso del suo percorso tecnico, decisamente più complicato. Abbiamo cercato e acquistato due tapis roulant di seconda mano, li abbiamo smontati, modificati e messi a punto trovando il modo per renderli più leggeri e manovrabili, dinamici e portatili. Abbiamo rotto cinghie e bruciato motori, trascorso intere giornate a saldare cavi e cercare di capire perché smettevano improvvisamente di funzionare. Ma alla fine, dopo il primo anno di lavoro e quattro prototipi realizzati, avevamo le macchine che volevamo. J: È buffo, a volte guardiamo questi grandi oggetti di metallo e gomma e ci sentiamo soddisfatti delle loro proporzioni come se ci vedessimo una sorta di sezione aurea! Benjamin Richter e Darragh McLoughlin sono stati di grande aiuto influenzando molto la creazione, insieme a molti altri, tra cui Pieter Visser, in sostituzione di Alex nel periodo di un intervento chirurgico, che ha aggiunto allo spettacolo momenti meravigliosi. A: Il FITS di Sibiu è stato uno dei primi grandi festival internazionali ad ospitare il nostro lavoro; ci siamo già stati con Tunnel nel 2019 e quest’anno è stato davvero prezioso tornare con RUNNERS, dopo che nel 2021 il dispositivo di creazione artistica tedesco Zirkus ON ha portato lo spettacolo alla ribalta. J: Curiosamente è stato proprio a Sibiu che ci è venuta in mente per la prima volta l’idea di realizzare uno spettacolo sui tapis roulant. Tra i festival europei, FITS rappresenta un ottimo esempio perché è capace di assumersi dei rischi e dare fiducia al lavoro di giovani autori.
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Firenza Guidi, regista, performer, autrice, pioniera delle arti performative senza barriere di palco, è riconosciuta a livello mondiale come una delle figure di riferimento del circo contemporaneo. Il suo approccio rompe il divario tra scena e pubblico e trasforma la performance in un atto condiviso e partecipato. Di fronte alle telecamere di “POV: Il circo visto da vicino”, Firenza racconta alla direttrice artistica Martina Favilla il suo percorso professionale, nato dall’amore per il teatro, quella “teatrite”, come ama definirla, che già da ragazza la portava ad assistere anche da sola, senza la compagnia degli amici, alle rappresentazioni milanesi.
La collaborazione tra le artiste è iniziata nel 2010 con il laboratorio intensivo Circus Skills e lo spettacolo Bestiario per la regia di Guidi, presentato nel Festival “Circo Follia” diretto da Favilla. Il loro rapporto professionale si è consolidato nel tempo con l’ideazione di numerosi progetti di successo, come Arte e Libertà, la proposta culturale dedicata al mondo circense di cui fa parte il “POV” di Antitesi. La carriera di Firenza Guidi si distingue per la regia di spettacoli acclamati nel mondo, tra cui le produzioni del NoFit State Circus Immortal, Tabú, Bianco e Sabotage, che hanno contribuito in modo significativo alla definizione e alla diffusione del linguaggio del circo contemporaneo. “Ho cominciato molto presto a Milano a fare physical theater, quando ancora il termine non esisteva. Il performance-montage è poi diventato la mia cifra: in un periodo breve di tempo in scena entravano fisicità, movimento, danza, recitazione, video, installazioni. Nelle performance che creavo era importante esplodere il rapporto tra proscenio e spettatore, rendere il pubblico attivo”. La bellezza dell’inizio del rapporto con il circo arriva in Galles, a Cardiff, nel 1995, quando la regista si occupava già di teatro, in spazi non convenzionali con messe in scena innovative. È di questo anno la sua prima regia di Autogeddon, spettacolo del NoFit State Circus. “In quel periodo il pubblico non si sedeva, gli acts erano soprattutto aerei perché tutto quello che era a terra doveva essere rialzato. Era fantastico. Quando ho iniziato a dirigere circo la cosa che mi ha più affascinata è stata la possibilità di fare tutto quello che già facevo fisicamente, ma con la dimensione JUGGLINGMAGAZINE.IT
aerea. Adesso negli spettacoli del NoFit State ci sono 700 posti, ma io cerco ancora questo afflato, il pensiero di non sapere da dove arriverà la prossima scena. Dal primo spettacolo ho capito che il circo è un universo creativo e che mi sarei potuta appropriare anche di questa modalità espressiva portandolo nel mio immaginario. Ed è stato il mio punto di forza”. Dal ‘95 a oggi Firenza Guidi ha diretto molti spettacoli del NoFit State Circus; l’ultima creazione Carnation, del 2026, celebra i 40 anni della compagnia britannica. “Quando ho iniziato con il circo contemporaneo la difficoltà dipendeva dal fatto che chi faceva allora circo arrivava da scuole abbastanza rigide, impostate sulla tecnica, sulla parte atletica e meno sull’utilizzo del circo anche come mezzo per raccontare e raccontarsi attraverso una drammaturgia che potesse togliere la figura del capocomico e cominciare come in teatro a narrare”. Come nasce uno spettacolo? “Ci sono regie a cui non interessa formare, sviluppare o tirar fuori l’unicità dai performer. La creazione per me non esiste senza formazione, così come la formazione non esiste senza creazione. L’unica cosa che mi dà passione è l’umano, vedere come si trasforma, come da opaco diventa seducente. Questa è la mia missione. Un consiglio ai giovani che scelgono il circo come professione: “Imparate la tecnica, ma soprattutto cercate stimoli sempre nuovi che nutrano la vostra creatività: immagini, libri, sogni, film, musica, vita, perché la creazione, le idee e le storie arrivano solo se continuiamo a vivere ed essere curiosi”.
Antitesi Teatro Circo Dal 1994 Antitesi Teatro Circo si impegna a diffondere l'arte circense e promuoverne le potenzialità. Nel 2003 inaugura la prima Scuola di Arti Circensi in Toscana, diventata oggi tra le più importanti del territorio nazionale, con sede a San Giuliano Terme e Vicopisano. Antitesi è membro attivo di React Promozione, di ACCI (Associazione Circo Contemporaneo Italia) e nelle reti CircoSfera e AltroCirco di Giocolieri & Dintorni ASD, impegnate nello sviluppo del circo ludico-educativo e sociale in Italia. Collabora inoltre con artisti di fama internazionale ed emergenti del circo contemporaneo a progetti pagina promozionale per lo sviluppo con contenuti a cura di del circo sociale e per la partecipazione dei giovani al mondo del circo. www.antitesiteatrocirco.it
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LA BELLEZZA DEL QUASI di Fabiana Ruiz Diaz Forse abbiamo capito male il circo. Forse non ci emoziona perché qualcuno riesce a fare qualcosa di impossibile. Ci emoziona perché, per qualche secondo, non sappiamo se ci riuscirà. È una differenza sottile, ma cambia tutto. Siamo abituati a pensare al circo come al luogo dell’eccezionale: il corpo che vola, l’oggetto che attraversa l’aria, l’equilibrio che sembra contraddire le leggi della fisica. Guardiamo il gesto e aspettiamo il suo compimento. La presa. L’atterraggio. L’equilibrio ritrovato. Ma forse il momento più intenso non è quello in cui il gesto riesce. È quello immediatamente precedente. Quel piccolo spazio di tempo in cui tutto è ancora possibile. Il circo abita questo spazio. Lo abita attraverso il rischio, certamente, ma non necessariamente attraverso il pericolo. Il rischio più profondo è percettivo: è la possibilità che qualcosa possa andare diversamente da come immaginiamo. Che il corpo possa perdere la traiettoria. Che l’oggetto non venga afferrato. Che l’equilibrio si trasformi in caduta. È lì che nasce il “quasi”. Quasi cade. Quasi riesce. Quasi arriva. Quasi perde il controllo. Quasi lo ritrova. Il quasi non è un errore. È una condizione. È quella zona instabile in cui il gesto non appartiene ancora né al successo né al fallimento. E proprio per questo rimane aperto. Forse è questa apertura a tenerci con il fiato sospeso. Quando sappiamo già che qualcosa riuscirà, il corpo può diventare straordinario, ma la nostra attenzione tende a rilassarsi. Quando invece non sappiamo cosa accadrà, il nostro corpo entra nella scena. Tratteniamo il respiro. Seguiamo una traiettoria con gli occhi. Ci irrigidiamo insieme all’artista. Per qualche istante il nostro sistema nervoso sembra sincronizzarsi con il suo. Non stiamo più semplicemente guardando. Stiamo aspettando. E aspettare è una forma particolare di partecipazione. Nel circo contemporaneo questa attesa può diventare ancora più evidente perché il virtuosismo non è necessariamente il punto di arrivo. Il gesto può essere rallentato, ripetuto, interrotto. Può essere portato fino al limite e poi abbandonato. Può fallire davvero, senza che il fallimento debba essere nascosto. Anzi, a volte è proprio il fallimento a rivelare qualcosa. Una presa mancata racconta il peso dell’oggetto. Una caduta racconta la gravità. Un equilibrio perso racconta quanto lavoro fosse necessario per mantenerlo. L’errore restituisce al corpo la sua uma-
IL FALLIMENTO, IL RISCHIO, L’IMPREVISTO nità. Perché un corpo perfettamente controllato rischia di diventare un’immagine. Un corpo che vacilla, invece, ci ricorda che è vivo. E forse è per questo che il pubblico non reagisce soltanto al risultato. Reagisce alla possibilità. La possibilità che qualcosa accada. La possibilità che qualcosa non accada. La possibilità, ancora più interessante, che accada qualcosa che nessuno
aveva previsto. È qui che il circo si separa dall’idea di semplice dimostrazione tecnica. Non ci mostra soltanto ciò che un corpo sa fare. Ci mostra ciò che può succedere a un corpo mentre prova a farlo. E tra le due cose c’è una distanza enorme. Perché provare significa esporsi. Significa accettare che il gesto non sia completamente sotto controllo. Significa lasciare uno spazio all’imprevisto, anche quando la tecnica è altissima, anche quando ogni movimento è stato ripetuto centinaia di volte. La tecnica, in fondo, non elimina il rischio. Lo rende abitabile. Un artista può conoscere perfettamente il proprio corpo e continuare a non sapere esattamente cosa succederà nel momento in cui quel corpo incontrerà lo spazio, un oggetto, un altro corpo, la luce, il silenzio, il pubblico. Ogni replica è uguale e non è mai uguale. Ed è forse questo uno dei paradossi più belli del circo: la ripetizione non cancella l’incertezza. La conserva. Ogni sera il gesto viene ripetuto, ma per un istante torna a essere possibile. Potrebbe funzionare. Potrebbe non funzionare. Potrebbe accadere qualcosa di diverso. Il pubblico, naturalmente, lo sa.
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E forse lo sente ancora prima di rendersene conto. Per questo a volte un piccolo errore può produrre più emozione di una grande prodezza. Perché nell’errore vediamo improvvisamente il tempo reale. Vediamo il presente. Non un’immagine già compiuta, non un risultato da contemplare, ma qualcosa che sta ancora accadendo. E il presente, quando lo percepiamo davvero, è sempre fragile.
Forse allora la bellezza del circo non sta nell’impossibile. Sta nel momento in cui l’impossibile sembra, per un istante, possibile. E subito dopo torna a essere impossibile. È questo movimento continuo che ci tiene dentro. Non la certezza, ma l’incertezza. Non la perfezione, ma la sua minaccia. Non la caduta, ma quel millimetro prima della caduta. Quel punto esatto in cui il corpo ancora non sa. E noi, insieme a lui, ancora non sappiamo. Forse è lì che nasce la meraviglia. Non quando qualcosa riesce. Ma quando, per qualche secondo, può ancora succedere qualsiasi cosa. E in quel piccolo spazio sospeso — tra il gesto e il suo compimento, tra la caduta e il recupero, tra il fallimento e la riuscita — il circo ci ricorda qualcosa che spesso dimentichiamo: essere vivi significa, prima di tutto, non sapere ancora come andrà a finire.
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RENDEZ-VOUS
di Giorgio Enea Sironi
foto di Richard Haughton
È un’ode al circo quella che Victoria Thierrée-Chaplin, Jean-Baptiste Thierrée, Aurélia Thierrée e James Thierrée mettono in scena nello spettacolo Rendez-vous, in programma lo scorso giugno in prima assoluta al Teatro Mercadante di Napoli per il Campania Teatro Festival. È la storia di un incontro, al crocevia dell’immaginazione. In questa occasione speciale, Victoria, Jean-Baptiste, Aurélia e James aprono il loro album dei ricordi e rivisitano, come in una traversata onirica, frammenti dei loro spettacoli del passato. Nasce così un racconto intimo che intreccia il circo con il teatro e il music-hall. Dalla nascita del Cirque Bonjour nel 1971 al Cirque Invisible, passando per La Symphonie du Hanneton, L’Oratorio di Aurelia, Raoul e Murmures des murs, Rendezvous scatena un fuoco d’artificio di istanti rubati, dove la fantasia regna sovrana.
quella bella foto di famiglia ormai sbiadita. Ma non lo faremo. Vi lasceremo immaginare, sognare o ignorare tutto questo, per divagare ancora meglio insieme a noi nel cuore di questo singolare appuntamento».
«Potremmo ricorrere a ogni sorta di cliché – dichiara James Thierrée – spiegarvi con dovizia di particolari il perché e il percome, dirvi che Rendez-vous o è un ritorno alle origini, un culmine artistico, una mise en abyme familiare, o ancora un modo di chiudere il cerchio. Potremmo parlarvi di trasmissione, di terreno teatrale, di lignaggio, di figli d’arte o di saltimbanchi idealisti che negli anni ‘70 crearono un nuovo circo. Si potrebbe psicologizzare tutto questo, mettere in scena le nostre ragioni intime o le nostre stranezze comuni, ed esporre così un intero fascio di motivi che ci hanno spinto a condividere di nuovo questo palcoscenico, qualche decennio dopo
Lo spettacolo è una fantasmagoria, un vero e proprio gioco di specchi realizzato grazie a una splendente scenografia di pannelli mobili e a costumi riflettenti che rimandano i momenti più salienti. Sono i numeri memorabili di una famiglia che ha dedicato la vita intera a meravigliare, creando un nuovo modo di intendere lo spettacolo, una famiglia che ha gettato i semi del nouveau cirque, a partire dall’esperienza pioneristica del Cirque Bonjour andato in scena al Festival di Avignone nel 1971, proseguendo poi nei teatri di tutto il mondo con il Cirque Imaginaire, divenuto poi Cirque Invisible. I protagonisti sono Victoria Thierrée-Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée: lei, figlia di Charlie Chaplin, trasformando costumi e oggetti è capace di creare mondi abitati da creature fantastiche; lui, attore, illusionista, giocoliere e clown, si esibisce in brevi numeri e siparietti stravaganti con ironia e delicatezza disarmante. Insieme hanno trasferito la capacità di immaginare ai loro figli, Aurélia e James, cresciuti giocando sulle tavole del palcoscenico, a volte chiusi nella loro valigia dei sogni. Aurélia ha sviluppato un percorso artistico proprio con il sostegno della madre Victoria, che ha firmato le regie e le scenografie dei suoi spettacoli: L’Oratorio di Aurélia (2003-2011), un JUGGLINGMAGAZINE.IT
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viaggio politico ispirato alle illustrazioni medievali del «mondo alla rovescia»; Murmures des Murs (2011-2018), incentrato sulla memoria dei muri e sulle allucinazioni di una donna in fuga tra palazzi storici e stanze abbandonate; l’ultimo, ancora in scena, Bells and Spells, in cui impersona una cleptomane vittima degli oggetti che ruba. James, oltre a intraprendere un percorso come attore di cinema e teatro, fonda nel 1998 la sua compagnia La Compagnie du Hanneton, con cui crea diversi spettacoli allargando l’orizzonte dei mezzi espressivi e contaminando il circo con la danza, il canto lirico e la musica pop: La Symphonie du Hanneton (1998), primo grande successo internazionale dell’artista, premiato con diversi riconoscimenti; La Veillée des Abysses (2003), opera surreale che esplora spazi profondi e onirici; Au Revoir Parapluie (2007), show che mescola acrobazie, illusioni e un profondo senso di magia visiva; Raoul (2009), spettacolo memorabile in cui il protagonista dialoga con oggetti bizzarri e creature fantastiche; Tabac Rouge (2013), creazione intensa e complessa sul potere e la follia; La Grenouille avait raison (2016), viaggio vertiginoso tra macchine sceniche e metamorfosi; The Room (2022), spettacolo di teatro musicale intimo ed essenziale con un grande ensemble di musicisti e danzatori. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
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«Il teatro è un crocevia di linguaggi, e questo lo rende davvero unico ed essenziale per la nostra esistenza interiore - racconta Ruggero Cappuccio, direttore artistico del Campania Teatro Festival – al suo interno si incrociano, si miscelano, si confrontano la musica, le arti figurative, il disegno, la scultura, la poesia, la letteratura, le drammaturgie, la narrativa. La parola a teatro non si legge, si ascolta. Il rapporto dello spettatore con chi è in scena non è un rapporto fondato sul segno, lo spettatore non si trova di fronte ad una pagina, non deve decodificare dei segni, deve percepire dei suoni. Il rapporto che abbiamo a teatro è un rapporto sinfonico, non è un rapporto segnico. Molto interessante però, a proposito dello spettacolo Rendez-vous, ribaltare il discorso. Victoria Chaplin, insieme a Jean-Baptiste, Aurélia e James Thierrée, fa un teatro senza parole. Ma anche qui c’è un equivoco, perché quel teatro senza parole è in realtà una scrittura di scena. In scena non si scrive soltanto usando le parole, ma si scrive usando dei gesti, si scrive perfino usando dei silenzi. L’aquila non parla, però il suo volo fa parlare gli altri. Il leone non parla, ma il modo in cui ci guarda fa parlare qualcosa dentro noi. I cani, i gatti non parlano, ma il modo in cui si muovono, ci osservano, si relazionano a noi, fa parlare qualcosa dentro noi. Nei lavori della famiglia Chaplin-Thierrée non c’è la parola, ma tutto quello che avviene in scena fa parlare qualcosa dentro noi. Non è un caso se nei loro spettacoli di cirque invisible la presenza di animali immaginari è sempre molto forte. Questo genere di scrittura non impone niente a chi osserva, a chi contempla, a chi percepisce, ma chiede una fortissima complicità. Mi interessano quelle arti che chiedono all’osservatore una forte complicità, attivando un lavorio interiore che provoca l’accensione di un’immaginazione del tutto personale. Un processo che può accadere in letteratura, può accadere in musica, accade anche nel teatro. La capacità immaginativa è l’unica strada possibile per la libertà dell’individuo e delle collettività. Sono questi i motivi più rilevanti per i quali spesso nel Campania Teatro Festival programmiamo creazioni che riservano una grande attenzione a un teatro senza parole e a un teatro in cui l’immaginazione è centrale».
C A M PA N TE AT R O IA FE ST IVA L
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CAIO SORANA
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ACDC
caiosorana.com
La mia tecnica è la mia identità più profonda, la mia arte, il modo in cui scolpisco la mia tecnica costituisce la drammaturgia e il senso di ciò che scelgo di mostrare ad un pubblico. Mi affascina riflettere sul fatto che dentro la tecnica è impresso il tempo impiegato nel costruirla. Più studio la tecnica e più mi rendo conto che in ogni espressione della tecnica sia racchiusa l’interezza degli elementi che costituiscono una disciplina stessa, ciò vale per qualsiasi tecnica di qualsiasi disciplina. La mia tecnica è guidata dalla ricerca, la ricerca è guidata dalle domande che mi faccio, le domande che mi faccio nascono in larga parte dal mettere in discussione i cardini che fondano la mia giocoleria, di questi cardini alcuni sono stati scelti con cura e altri sono inconsapevoli e per questo difficili da riconoscere. Quando trovo un automatismo provo a conoscerlo prima di giudicarlo, metterlo a fuoco per metterlo in dubbio, ci gioco come un bambino con il pongo, mi faccio molte domande e il tentativo di rispondere è in sé costruzione di nuova tecnica. Da qualche tempo lo sciame di domande che guida il mio cercare riguarda il tempo, quale tempo per quale giocoleria. Mi sono reso conto di essere formattato su di un tempo standard che non ho mai scelto, la durata delle mie composizioni, la pausa e l’intervallo tra gli elementi, la lunghezza delle frasi, la loro brevità e così molti elementi che riguardano il tempo e il ritmo. Qual è il tempo di ogni figura? L’intervallo tra gli oggetti e la durata necessaria affinché il “carattere” di quel fugace disegno nell’aria possa esistere ed esprimersi? Cosa significa esprimere il carattere di una figura? Esiste la libertà dal tempo? Certe domande rimangono parziali, sono giochi di stile, altre cambiano l’orizzonte verso cui tendere. Una domanda è buona se permea ogni angolo dell’esperienza dando nuovo senso a ciò che esiste, come la zappa che smuove il terreno fermo e lo prepara a nuova semina. Ho iniziato a tenere le figure in aria il più a lungo possibile, scoprendo che ripetere un disegno nell’aria, tenerlo vivo, mentre si lascia guardare necessita di un approccio alla tecniJUGGLINGMAGAZINE.IT
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ca profondo, più articolato. Ho sentito il bisogno di scomporre le figure e capirne uno per uno gli elementi che le costituiscono per poterli riequilibrare costantemente nell’incessante lanciare e prendere. Capire i ritmi per poterci essere libero in mezzo, trovare spazi invisibili, soprattutto ampliare i margini perché nella persistenza emergono precarietà facilmente omissibili quando si gioca con pochi lanci. È una danza con il limite della mia tecnica, un gioco che mi vincola alla presenza in quanto il lanciare ed il prendere diventano un continuo riaggiustare per tenere in aria una forma mai uguale e sempre in evoluzione. Lavorando in questo modo capisco sempre più chiaramente che i “trick” in sé non esistono, esistono traiettorie che s’intersecano creando disegni e quanto più si schiva il pensare per figure note tanto più l’esperienza della pratica sarà libera di esplorare. Nel tenere in aria un disegno polimorfo e vivo si è creata la domanda del come renderlo eccitante agli occhi di chi guarda, c’è il rischio di perdere attenzione. Mi sono chiesto come poter creare micro narrazioni all’interno di un insieme di lanci senza interruzioni, nell’idea di creare una successione invece di una ripetizione, che è diverso. Per ora lavoro sul tocco e l’intenzione, sul rumore e sul silenzio, sui ritardi e sugli anticipi. Più vasto è lo spettro d’espressione di ogni elemento più sfumature saranno possibili nell’esecuzione della giocoleria, generando così sorpresa e quindi attenzione. Sperimento per esempio dal tocco più delicato a quello più impetuoso possibile, le sfumature in mezzo e poi combinazioni tra le sfumature; nel farlo provo a essere cosciente di quale intenzione ogni tocco genera e la composizione di quegli elementi è già materiale anche “emotivo” per la scena. Una singola figura diventa un coro di toni che si alternano, offrendomi il privilegio di una scelta sempre più articolata al servizio della creazione. Ecco il senso della tecnica per me oggi. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
WALID EL YAFI Q walid_el_yafi
Sono nato in Francia, da padre libanese e madre francese, ho 45 anni e attualmente vivo a Tolosa. Dopo il diploma di scuola superiore, ho interrotto gli studi e ho svolto diversi lavori saltuari per buona parte della mia vita, prima di riuscire finalmente a guadagnarmi da vivere con la giocoleria. Ci sono voluti quasi dieci anni prima che mi considerassi davvero un giocoliere e solo dopo aver presentato il mio primo spettacolo con Le Mouvement Alerte mi è diventato chiaro che questo era ciò che volevo fare nella vita. Sono completamente autodidatta e non ho mai ricevuto una formazione circense formale. Ho imparato a giocolare direttamente con le clave, ancor prima di imparare con le palline. In seguito ho provato con altri oggetti, ma sono sempre tornato alle clave, e in particolare al passing, che è diventato rapidamente una vera passione. Ho sempre pensato che la clava possiede un potenziale eccezionale, sia nelle sue infinite possibilità di manipolazione sia nel suo impatto visivo. La sua rotazione, il suo volume e tutte le opportunità che offre nell’interazione con un partner continuano ad affascinarmi ancora oggi. Per molti anni, mi sono allenato ogni volta che avevo tempo in un parco di Nancy, la città in cui sono cresciuto. Non sono mai stato particolarmente attratto dai luoghi strutturati per allenamento/ creazione e ci ho messo molto tempo prima di sapere che esistessero. Per quasi quindici anni, la mia ricerca si è concentrata quasi esclusivamente sul passing improvvisato con il mio partner. Insieme, abbiamo sviluppato un modo molto personale di giocolare, basato sull’improvvisazione, sui lanci multipli e sul costante ascolto reciproco. Anche l’incontro con la comunità di giocolieri è stato fondamentale per il mio percorso. Dopo diversi anni di pratica quasi in isolamento a Nancy, la mia prima convention di giocoleria a Rotterdam è stata una rivelazione. Lì ho scoperto un vasto mondo di incontri, scambi, ricerche condivise e le convention sono diventate per me luoghi essenziali da frequentare.
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In seguito, ho ulteriormente sviluppato il mio lavoro da solista, concentrandomi in particolare sui movimenti anti-rotazione. L’incontro con Nicanor de Elia ha trasformato profondamente il mio approccio alla giocoleria. Ho gradualmente incorporato più movimento, un approccio più simile alla danza e, soprattutto, la gioia di attraversare lo spazio mentre giocolavo. Oggi considero la mia ricerca tanto in termini di movimento, spazio e presenza quanto in termini di tecnica. La danza, ma a volte anche il cinema e la fotografia, influenzano il mio approccio alla creazione di uno spettacolo. Mi esibisco principalmente in Europa, sebbene abbia avuto anche l’opportunità di esibirmi in America Latina e in Australia. Mi piacerebbe molto fare un tour in Asia e in Africa, dove non mi sono mai esibito. Ma mi piace anche l’idea di entrare in contatto con il pubblico più vicino a casa. Apprezzo in particolare gli incontri con persone che non sanno esattamente cosa aspettarsi, che arrivano con curiosità e possono essere sorprese dal linguaggio della giocoleria. Mi piace portare la giocoleria oltre l’immagine che a volte se ne ha e creare uno spazio in cui ognuno possa scoprire qualcosa di inaspettato. Ciò che ancora oggi mi motiva è soprattutto il desiderio di giocare, di esibirmi e di continuare a improvvisare. La giocoleria è diventata il mio linguaggio, un modo per esprimere un modo di muovermi, di sentire lo spazio e di connettermi con gli altri. Mi sforzo sempre di preservare quell’elemento di libertà e scoperta che mi ha attratto fin dall’inizio: la possibilità che un lancio, un movimento o un incontro possano sempre aprire la strada a qualcosa di nuovo.
GIOIA SANTINI
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Q GioiAntipodiste
Classe 1991, sono cresciuta Soriano nel Cimino, un paesino a 70 km da Roma. Diplomatami in Grafica Pubblicitaria mi sono poi trasferita a Viterbo, dove lavoravo come barlady. È stato proprio a Viterbo che ho scoperto il circo, grazie a Il Circo Verde, con cui collaboro ancora oggi. Quell’incontro ha cambiato completamente la mia vita e a 24 anni ho deciso di lasciare il mio lavoro per dedicarmi completamente al circo. Ho frequentato la Scuola Romana di Circo (2016-2018), poi la FLIC (2019), e nel 2017 ho scoperto l’antipodismo, che è diventato il cuore della mia ricerca, portandomi a lavorare con diverse compagnie tra Italia, Spagna e Francia, in festival di circo contemporaneo, teatri e spazi non convenzionali. Dal 2017 al 2020 ho fondato e fatto parte della compagnia GioAllaTerza, con lo spettacolo Causalmente Corretto. Dal 2018 collaboro con la Compagnie Tau: inizialmente come assistente alla creazione dello spettacolo Je n’ai pas des jambes, j’ai des ailes e successivamente, dal 2020, come interprete di Contre Courant, spettacolo itinerante che ci ha visti impegnati in una tournée nella natura di due mesi, attraversando la Francia in biciletta. Nel 2021 ho iniziato la creazione del mio solo sPaiATa, debuttato nel 2023 durante la rassegna Battiti a Roma, con lo sguardo esterno di Simone Romanò. E nel 2024 insieme a Cecilia Zucchetti e Francesca Fioraso abbiamo fondato la compagnia Le Polpesse, con lo spettacolo Attention à ta tête; progetto principale dove lavoro tutt’oggi. Con Le Polpesse lavoriamo spesso in luoghi che normalmente non ospitano spettacoli, incontrando un pubblico molto eterogeneo. È proprio questo il pubblico che preferisco; persone che magari non hanno mai visto uno spettacolo di circo contemporaneo e che si lasciano sorprendere.
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Nel mio percorso artistico individuo tre figure fondamentali. Simone Romanò, il primo a credere in me e a spingermi a cambiare vita; Shay Wapniez, mio primo insegnante di giocoleria, che mi ha fatto scoprire l’antipodismo e il piacere della ricerca; Emilia Tau, prima insegnante di antipodismo, poi collega e amica, mi ha aperto le porte della Francia, influenzando profondamente la mia ricerca. L’antipodismo è la disciplina in cui mi riconosco di più. Quando l’ho scoperta è stato un colpo di fulmine: ai miei occhi era qualcosa di completamente alieno. Non avevo mai visto qualcuno giocolare con i piedi e proprio questa diversità mi ha conquistata. Mi affascina tutto ciò che rompe gli schemi e apre nuove possibilità. Mi piace stare a terra. È il luogo in cui mi sento più libera di muovermi, giocare e costruire una relazione con gli oggetti. Il suolo per me non è un limite ma uno spazio di ricerca. Giocolare con i piedi mi dà una sensazione di libertà e di scoperta che non ho trovato in nessun’altra disciplina. Mi piace che nell’antipodismo i piedi diventino protagonisti e che le mani possano lasciare spazio alla presenza scenica e alla relazione con il pubblico. È una disciplina che continua ancora oggi a sorprendermi e ad appassionarmi. il lavoro al suolo è parte integrante della mia ricerca e del mio linguaggio. Per questo, nonostante i tanti spettacoli, continuo ad allenarmi e partecipare a stage per arricchire il mio bagaglio artistico e trovare nuove ispirazioni. La mia ricerca nell’antipodismo è sempre stata molto visuale. Nella giocoleria classica esistono pattern codificati che tutti possono imparare e reinterpretare. Durante la mia formazione ho provato a portarli nell’antipodismo, ma più che regole sono diventati spunti, perché lavorando con tutto il corpo le possibilità si moltiplicano. Mi interessa osservare come cambiano le immagini create dagli oggetti in relazione al corpo, al numero delle palline, al movimento e allo spazio scenico. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
PIPELOTAS Q pipe.lotas
Mi chiamo Felipe Flores e sono nato a San Javier, 37 anni fa, in un piccolo paese della 7ª Regione del Maule, Cile. Sono giocoliere e acrobata. A 11 anni ho avuto il mio primo approccio al movimento a scuola, praticando ginnastica artistica per 2 anni, e frequentando un laboratorio di circo, ignaro che questo lavoro con il corpo mi avrebbero portato su un cammino così diverso da quello della mia famiglia. Da lì è iniziata la mia formazione continua. Mi allenavo con i compagni ogni giorno dopo scuola in piazza, analizzando movimenti e provando cose difficili con la scarsa informazione disponibile. A 14 anni ho conosciuto la capoeira, facendo emergere le mie abilità in improvvisazione, musicalità, ritmo. Mi hanno sempre incuriosito le espressioni artistiche, e vedendo ballare la break dance ho capito a 16 anni che era il passo successivo per creare movimenti originali nell’improvvisazione. A 20 anni è nato mio figlio e tra i lavori c’era anche esibirmi al semaforo, dove ho conosciuto la giocoleria. Lì ho capito che avrei potuto vivere di ciò che mi appassionava. Un anno dopo ecco la mia prima convention, dove decido di farne una professione al 100%, dedicandomi a creare un numero che unisse i mondi dell’acrobatica e della giocoleria. La mia formazione è stata molto informale: ho imparato per strada, scambiando con altre persone durante i viaggi. Alcuni giocolieri hanno influenzato la mia motivazione: Miguel Gigosos, Alonso González, Gustaf Rösell, Anthony Gatto, Cie. Ea Eo e altri. Le palline sono state l’attrezzo che più mi ha attratto perchè, grazie alla familiarità con calcio e basket, mi veniva tutto facile e imparavo in fretta. Nel 2015, insieme ad alcuni amici, abbiamo creato un nostro spazio culturale e di creazione, «La Juguera», dove ho completato la mia formazione artistica tra i 23 e i 33 anni. Nel 2024, sognando di poter studiare in una scuola professionale di circo, sono partito per l’Italia, entrando l’anno dopo al terzo anno dell’Accademia CirkoVertigo. Lì sono riuscito a realizzare un numero che univa tutto ciò che avevo imparato: movimento, acrobazia, danza e giocoleria.
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La giocoleria è uno spazio di esplorazione dove mi sento a mio agio e dove capisco che ripetizione, frustrazione e disciplina cambiano la percezione di come far evolvere qualcosa. Quando pensi che non esista una possibilità, eccola che appare! La mia giocoleria nasce in diversi modi: a volte dalla sensazione, percependo un flusso continuo che guida il movimento; altre volte dalla forma, configurando immagini mentali che poi sviluppo con il materiale a disposizione. In altri casi nasce da un concetto, sviluppato attraverso l’interpretazione. Mi piace la velocità e la complessità: far sembrare facile ciò che è difficile, nascondere lo sforzo tecnico dietro una sensazione di naturalezza e fluidità. Considero l’allenamento dei siteswap fondamentale: è la mia preparazione fisica, anche se non è la mia priorità in scena. Mi dà la scioltezza mentale per pensare e agire più velocemente durante l’esecuzione. Le mie prospettive come artista si alimentano ogni giorno di più. Mi piace imparare nuove discipline e mi incuriosisce a quali conclusioni posso arrivare mescolandole. Credo sia una delle cose che mi caratterizzano: non sono né una cosa né l’altra, ma una combinazione di espressioni che si potenziano a vicenda. Spero di conoscere molti nuovi luoghi, persone e spazi nel mondo, e magari motivare anche l’ambiente circostante, lasciando un seme di curiosità a chi ne avesse bisogno. Ringrazio per tutto ciò che ho imparato lungo il cammino, a volte difficile, a volte facile. È stato un percorso complesso, ma divertirmi in ciò che faccio ricarica la mia energia ogni giorno. Sono felice di aver scelto questo cammino e di aver conosciuto tanti luoghi. Mi sono esibito molte volte nel circuito italiano ed europeo insieme a grandi compagnie, come Circo El Grito, Collectif Acrocinus e altri progetti. Oggi faccio parte di una bella compagnia, Duo Sisu, con la mia compagna Irene Sora, proiettati verso il circuito internazionale.
LA GIOCOLERIA CAMBIA PIANO
William Everhart
Una pallina parte dalla mano, sale, raggiunge il punto più alto della parabola e ritorna. Lancio e presa. È probabilmente questa l’immagine più immediata che associamo alla giocoleria, o almeno a ciò che nello specifico si definisce tossing juggling e bouncing juggling, dove la gravità terrestre riporta continuamente verso terra gli oggetti lanciati. Ma cosa succede se togliamo il lancio? Possiamo ancora parlare di giocoleria? Queste domande ci conducono verso uno dei territori meno codificati e più curiosi della giocoleria contemporanea, esplorato da diversi giocolieri e con esiti differenti.
diventano così delle superfici iconiche, famose in tutto il mondo della giocoleria. Nel 2000 cinque giocolieri entrano in un cubo trasparente di poco più di due metri e mezzo di lato. Fra loro ci sono Sean Gandini, Kati Ylä-Hokkala e Jay Gilligan. Le pareti di Cube diventano superfici sulle quali far rimbalzare le palline. Sta accadendo qualcosa di importante. La gravità non è scomparsa. Ha semplicemente cambiato funzione. Non è più il giocoliere a determinare da solo la traiettoria. Anche la superficie partecipa. La sua inclinazione, la curvatura, l’attrito, i bordi stabiliscono una parte delle regole del gioco. L’attrezzo non è più soltanto l’oggetto messo in movimento dall’artista: è l’intero sistema formato da oggetto, corpo e ambiente. Si afferma il surfacebased juggling; non propriamente una nuova disciplina, ma una dimensione dove la superficie smette di essere semplicemente il luogo dove l’oggetto cade e diventa il luogo dove la giocoleria accade.
Greg Kennedy
di A.R.
TABLE JUGGLING
Gli oggetti non devono necessariamente essere lanciati in aria perché la loro manipolazione possa generare un linguaggio complesso ed esiti artistici interessanti. Già negli anni ’60 Bob Bramson esibiva con successo elementi di rolling juggling nelle sue routine, con grandi cerchi che rotolavano sul suo corpo o sulla pista, costruendo traiettorie, rimbalzi e ritorni. Variazioni che appartenevano al repertorio di fine ‘800 di William Everhart e che lui ha saputo esaltare con la sua maestria. Negli anni ’80 sarà Michael Moschen a imprimere una svolta all’esplorazione del contatto continuo fra corpo e oggetto, portando alla ribalta quello che sarebbe poi diventando il contact juggling. Michael Moschen e Greg Kennedy, compieranno negli anni ’90 un altro passo, ognuno per proprio conto, costruendo superfici geometriche all’interno delle quali le palline rotolano o rimbalzano, creando dei pattern di grande effetto. Il triangolo di Michael Moschen e il cono di Greg Kennedy
Michaell Moschen
TRIANGOLI E CONI
E prima o poi, in questa ricerca, compare anche il tavolo. Un contributo importante arriva dal francese Guillaume Martinet, che nel 2009 presenta al Festival Mondial du Cirque de Demain Cinétique TOC. Seduto davanti a un tavolo ha una grande pallina e numerose palline più piccole. Fa partire quella grande e mentre attraversa lentamente la superficie, Martinet dispone e ridispone velocemente le altre. Poi recupera la palla grande, prima che raggiunga il bordo. Il meccanismo è semplicissimo. Ed è proprio per questo che funziona. La pallina che rotola diventa un cronometro. Il bordo stabilisce una scadenza. Lo spettatore conosce perfettamente il rischio: se il giocoliere non termina in tempo, la pallina cade. In Joy of Symmetry cinque performer di Gandini Juggling lavorano intorno a una superficie con palline colorate. La stessa compagnia definisce quel materiale table juggling, un remix di una precedente creazione realizzata nel 2018 per Hermès Paris. Le mani entrano ed escono dal JUGGLINGMAGAZINE.IT
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campo, le palline attraversano il piano, si incontrano e cambiano direzione. Il tavolo diventa quasi un pentagramma. Ma cambia anche il nostro modo di guardare e il tavolo costruisce una piccola scena dentro la scena. Anche il giocoliere britannico Ben Cornish, costretto da problemi fisici si dedica con continuità nei primi anni del 2020 ad elaborare tecniche di table juggling e alla costruzione di un vocabolario specifico. Per fornire strumenti che facilitino la comprensione, la pratica e lo sviluppo del Table Juggling i giocolieri Lucas Zilieri e Shawn Pinciara, dopo anni di ricerca, hanno di recente lanciato un sistema di notazione specifico, chiamato POINTS, a cui dedichiamo un approfondimento nelle prossime pagie. Il Table Juggling sembra emergere non come l’invenzione improvvisa di qualcuno, ma come una possibilità che diversi giocolieri scoprono all’interno di una trasformazione molto più ampia. Rotolamenti, incroci, deviazioni, arresti e cambi di direzione cominciano a generare pattern. E il pattern diventa quasi un disegno, costruendo per qualche secondo una geometria che subito scompare. La giocoleria apre nuovi orizzonti nella composizione visiva. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
Functional Juggling Bob Bramson
Luke Burrage: The Moschen Triangle and the Kennedy Cone
Gandini Juggling Joy of Simmetry
non volano. Rotolano lungo piste che guidano il loro movimento. Una parte del controllo normalmente affidato al giocoliere viene trasferita al dispositivo. La conseguenza è significativa: si possono sperimentare ritmo, alternanza, coordinazione e pattern senza dover prima imparare a lanciare e riprendere una pallina con precisione. Lo stesso principio che nel
mente da due o più persone. Una pallina parte da una mano e arriva all’altra. Il pattern non appartiene più necessariamente a un individuo. Per questo il Functional Juggling trova applicazione nella pedagogia circense, nel circo sociale e nel lavoro con persone con differenti capacità motorie e cognitive. Una limitazione che per un artista può diventare principio compositivo, in questo contesto diventa uno strumento per abbattere barriere.
E SE CAMBIASSIMO GLI OGGETTI?
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JUGGLE BOARD Un altro sorprendente esito della manipolazione di palline su un piano ci conduce su un territorio apparentemente molto distante: quello della giocoleria funzionale. Il giocoliere americano Craig Quat lavora fin dai primi anni del 2000 a una domanda differente: come rendere l’esperienza della giocoleria accessibile anche a chi incontra difficoltà nel tradizionale processo di lancio e presa? Uno dei tanti strumenti nati dalla sua ricerca è la Juggle Board. Anche qui le palline
Ritmo, matematica, danza, colore, geometria e composizione sono diventati strumenti attraverso i quali interrogare continuamente il linguaggio della giocoleria. Tutte queste esplorazioni aprono le porte per una domanda ancora più grande. Jay Gilligan ed Erik Åberg sono fra gli artisti e ricercatori che l’hanno formulata con maggiore radicalità. Perché partire necessariamente da palline, clave e cerchi? E se, invece di inventare continuamente nuovi trick per gli stessi attrezzi, inventassimo nuovi oggetti? È un rovesciamento interessante, in linea con una delle caratteristiche più interessanti della giocoleria contemporanea: continuare a mettere in discussione le regole del gioco. Ne parleremo ancora sui prossimi numeri di Juggling Magazine.
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Ben Cornish
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Table Juggling produce possibilità artistiche qui produce accessibilità. La Juggle Board può inoltre essere utilizzata contemporanea-
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di Lucas Zileri giocoliere e pedagogo e Shawn Pinciara giocoliere e informatico Il table juggling è una giocoleria basata sul muovere e posizionare oggetti sopra una superficie (normalmente un tavolo). Queste caratteristiche rendono la giocoleria inizialmente più accessibile, nonostante in alcuni casi il table jggling non escluda sporadici movimenti di lancio. Interessati a esplorare le potenzialità del table juggling e strutturare una notazione che lo rendesse più comprensibile e praticabile, sia ai giocolieri, sia a persone provenienti da altri ambiti, nel 2020 abbiamo iniziato a creare la notazione POINTS. A nostro parere una delle ragioni che tengono lontani dalla pratica del table juggling era proprio l’assenza di una notazione specifica. Le persone che praticano table juggling lo eseguono in genere con un approccio non sistematico, oppure adottano i principi della notazione siteswap (e la sua estensione prechac). Entrambe le strategie funzionano per giocolieri e compagnie esperte, ma risultano troppo complesse per un pubblico di giocolieri amatoriali o non giocolieri.
POINTS GIOCOLERIA RITMICA SU/DA TAVOLO Q points_notation
Creare POINTS è stato un processo lungo nel quale selezionare le regole giuste è stata la sfida principale, perché ogni nuova regola aggiunge complessità, e bisogna sempre domandarsi se questa complessità è giustificata e se le possibilità che introduce sono interessanti. È così che siamo arrivati alla notazione attuale, composta di cinque simboli - ognuno dei quali rappresenta un gesto - che vengono scritti in uno spazio a due dimensioni. Una soluzione molto simile concettualmente al pentagramma musicale, dove il valore viene dal simbolo stesso, ma anche alla sua posizione negli assi orizzontali e verticali.
Ma il valore di una notazione non è assoluto, è sempre in relazione alla quantità di informazione accessibile dopo aver appreso la notazione. Tornando alla notazione musicale del pentagramma, se non ci fossero partiture già scritte, ci sarebbero molte meno ragioni per apprendere quella notazione. Invece adesso, imparando solo un paio di regole, si può avere già accesso a un repertorio enorme di brani musicali che possono essere eseguiti subito. Inoltre, in un ciclo virtuoso, avere più persone che imparano la notazione musicale fa sì che alcune di queste finiscano per comporre nuovi brani, che si aggiungono al repertorio globale, e questi brani, a loro volta, offrono nuove ragioni per apprendere la notazione. Per questo abbiamo iniziato a creare un repertorio di sequenze di giocoleria di diverse lunghezze. I risultati sono stati due: 1) un set di 50 carte, ciascuna delle quali contiene una sequenza breve. Le carte sono ordinate per grado di difficoltà e vengono accompagnate da un tutorial online, uno strumento ideale per imparare e insegnare la notazione. 2) la creazione dell’Instagram @points_notation nel quale aggiungiamo sequenze lunghe e complesse, con l’obiettivo di far apprezzare tutto il potenziale della notazione, offrendo un repertorio gratuito per gli utenti più avanzati. POINTS si rivolge attualmente a tre pubblici: i giocolieri (e i performer in generale), per creare nuove sequenze di giocoleria basate sul ritmo; i formatori, per insegnare coordinazione, ritmo e creatività ai loro allievi; i terapisti fisici, per offrire un approccio originale, strutturato ed accessibile ai propri pazienti nelle sessioni di riabilitazione motoria. Il nostro obiettivo è creare una comunità interessata in POINTS che scambi idee in modo collettivo, esplori il potenziale del progetto creando, componendo, e condividendo. Se interessanti contattateci su pointsnotation@gmail.com
Trova e aggiungi spazi di giocoleria ovunque tu sia!
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TRA MPO LINO VETR INA 2026 associazione circocontem poraneo.it
Trampolino Vetrina è uno showcase nazionale dedicato alla scoperta, al sostegno e alla valorizzazione delle nuove proposte italiane di circo contemporaneo, ideato da ACCI – Associazione Circo Contemporaneo Italia. Il progetto offre agli artisti emergenti l’opportunità di presentare i propri lavori a una platea qualificata di operatori e professionisti del settore, favorendo l’incontro tra creazione artistica, programmazione e circuitazione. La tappa finale dell’edizione 2026 si è tenuta a Nardò (LE), nell’ambito della XII edizione del Circonauta Festival, con l’esibizione di un estratto dei lavori dei tre vincitori del concorso. Pubblichiamo in questa pagine le loro testimonianze raccolte al termine dello showcase. Tutte le info su Trampolino vetrina sono disponibili su associazionecircocontemporaneo.it
KOLEKTIVO KONIKA Q kolektivo.konika
Siamo una compagnia di circo-teatro Italo-Spagnola composta da Candela, Elisa, Greta, Naikel e Michela. Nel 2018 abbiamo unito le forze per fondare un collettivo, uno spazio d’incontro dove condividere la nostra passione per il mano a mano con il desiderio di creare insieme, dando vita a questo progetto ambizioso. Lavoriamo con un’organizzazione orizzontale dove si decide insieme, dividendoci i compiti di produzione, distribuzione, comunicazione, gestione economica, coordinamento e cura del gruppo, assumendo responsabilità in base alle esigenze del progetto e le capacità di ciascuna. Questo modo di lavorare è una parte fondamentale della nostra identità e ci permette di realizzare progetti complessi con impegno, cura e continuità. MATRIMONIO Nel marzo 2021 nasce il nostro primo spettacolo La punta del mio naso, premiato “Trampolino Vetrina 2022” … e con enorme soddisfazione, ripartiamo da qui!! Dopo quasi 100 repliche del nostro primo spettacolo, nel 2024 iniziamo a lavorare alla seconda produzione: Matrimonio, uno spettacolo di strada, per tutti i tipi di pubblico che unisce teatro, mano a mano, clown e ruota Cyr, grazie al supporto, tra i tanti, di Manico-
CIE NONNI’S Q cie.nonnis
di Silvia Cunsolo e Alice Di Stefano MANIA-C
«Cosa succede quando smettiamo di mettere sotto il tappeto ciò che ci fa paura?» Siamo Cie Nonni’s, compagnia di circo contemporaneo nata a Torino dal nostro incontro durante l’ultimo anno alla Scuola di Circo Flic dove, dopo due anni di percorsi diversi, abbiamo scoperto il desiderio di costruire qualcosa insieme. Entrambe veniamo dalla ginnastica artistica: una formazione che ci ha dato disciplina e precisione, ma anche il desiderio di rompere gli schemi e cercare un corpo più libero, capace di incontrare danza, teatro e circo. Crediamo che il corpo sappia comunicare prima e oltre le parole. I corpi sono intelligenti: ricordano, reagiscono, si ascoltano e si riconoscono. Un peso, una distanza, un gesto possono dire qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato. È da questa fiducia nel corpo e nella sua capacità di creare relazione che nasce la nostra ricerca e MANIA-C, il nostro primo spettacolo, dove ci focalizziamo sul mostro interiore: quella parte di noi fatta di paure, ansie, ossessioni e fragilità che spesso cerchiamo di nascondere. Ma quanto possiamo davvero vivere facendo finta che non esista? In MANIA-C abbiamo scelto di guardarlo in faccia. Non per distruggerlo, ma per riconoscerlo, ascoltarlo e imparare ad accoglierlo. Perché forse diventare persone più con-
SALVATORE CAPPELLO Sono un artista le cui radici siciliane rappresentano il punto di partenza di un percorso geografico e poetico. La mia identità si è formata attraverso un cammino internazionale: dalla Sicilia all’accademia Cirko Vertigo di Torino, fino alla laurea in circo contemporaneo presso l’Académie Fratellini di Parigi, dove mi sono specializzato in cinghie aeree e acrodanza. La mia ricerca non si esaurisce nel gesto tecnico, ma vive di una contaminazione costante tra le arti. Ho esplorato la danza contemporanea in Belgio e il teatro in Grecia, per poi approfondire l’arte del clown in Francia con la scuola «Le Samovar». Questa stratificazione di esperienze mi ha permesso di definire una cifra stilistica personale, che POMO spazia dalla drammaturgia fisica alla manipolazione di materiali non convenzionali, come in una performance per giovani dove, al buio, interpreto un fantasma attraverso l’uso di una bâche di plastica fluorescente. Il corpo resta lo strumento principale di questa metamorfosi, ponte tra tecnica circense e poesia. Dal mio primo spettacolo, Miniminagghi, legato intimamente alla mia terra e alla figura di mia nonna Rosa, il mio lavoro si è evoluto verso POMO, un progetto di respiro universale recentemente premiato per la regia al Festival ACT di Pristina in Kosovo. La chiave JUGGLINGMAGAZINE.IT
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PROGETTOQUINTAPARETE.IT
ph Toto Clemenza
ph Agata Serafin
K I’S SC mics Teatro (OpenMind360) e La Central del Circ (Transits). L’idea nasce dall’esigenza di esplorare e mettere in discussione una delle istituzioni sociali più radicate: il Matrimonio. Traendo ispirazione da esperienze personali e collettive, abbiamo voluto giocare con le convenzioni, i rituali e le aspettative sociali che circondano questa cerimonia, partendo da un punto di vista circense. Il nostro obiettivo non è criticare o distruggere, ma aprire uno spazio di sensazioni e domande, un luogo dove guardare con altri occhi il legame, la norma, la cerimonia. Matrimonio è una tragedia mascherata da commedia, mascherata da cerimonia, mascherata da circo. Un rituale antico, dove tante storie accadono in parallelo, ciascuna con le sue verità e le sue incoerenze. Riflettiamo sul bianco e nero di questa antica e universale istituzione attraverso le nostre tecniche, i nostri personaggi e le nostre singolarità. Una celebrazione collettiva dove ciò che è in secondo piano diventa centrale, chi normalmente rimane ai margini prende il focus, le storie s’incrociano e l’amore si vive anche in altri luoghi e altre forme … Uno spettacolo di strada con un linguaggio fisico, acrobatico e assurdo. Accetti l’invito?
sapevoli e libere non significa eliminare il caos, ma trovare un modo per abitarlo. Ci siamo dette: perché non trasformare questa domanda in un viaggio da condividere? Chi guarda non assiste semplicemente a una storia, ma entra con noi in una bolla, in uno spazio dove il corpo può parlare e dove, per un momento, possiamo riconoscere qualcosa di noi nell’altrə. Equilibrismo sulle mani, acrodanza e sospensione capillare diventano così strumenti per attraversare questo mondo.
ph Matteo Maffesanti
Per questo siamo state felicissime di aver vinto Trampolino Vetrina ACCI 2026 e di presentare al festival Circonauta una riduzione dello spettacolo. MANIA-C nasce per uno spazio raccolto, dove il buio e la quadratura nera aiutano a creare quella bolla e a concentrarsi sull’ascolto. Portarlo in strada è stato quindi una sfida e un’occasione preziosa: incontrare un pubblico diverso, confrontarci con un ambiente meno protetto e scoprire come il nostro linguaggio potesse resistere anche fuori dal suo habitat naturale. Abbiamo capito che il contesto cambia, ma una cosa rimane: quando i corpi si incontrano davvero, qualcosa si riconosce. E forse, per un istante, non siamo più solə.
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di volta è stata il clown, inteso come lente per esplorare un «surrealismo dell’anima»: una ricerca sul limite tra realtà e immaginazione dove l’identità si frammenta. In un’epoca segnata dalla frenesia, ho scelto di dare valore al tempo della creazione e alla sostenibilità, rendendo il lavoro adattabile a diversi contesti. La mia visione è ispirata da artisti che forzano i confini del reale: dalla rotondità dei corpi di Botero alle linee di Schiele, dalla poetica de ‘Le Cirque Rasposo’ al teatro dell’assurdo di Euripides Laskaridis, di cui ammiro la capacità di trasformare il costume in scenografia, la sceno-costume, un elemento che porto dentro lo spettacolo. In POMO do vita a un clown che è un «mostro sensibile», una figura plurale che racchiude l’Augusto e il Bianco. Attraverso il trucco, la parola, l’acrobazia e la fisicità, cerco di dare corpo a creature che appartengono a un realismo trasfigurato; esseri che, nella loro stranezza e fragilità, somigliano a tutti noi. Ringrazio l’Associazione Circo Contemporaneo Italia (ACCI) per l’opportunità di presentare questa ricerca. POMO è ora pronto a incontrare nuove visioni e contesti di collaborazione.
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ph Macià Puiggròs Noguera
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struiamo? come ci trasformiamo?. Uno spazio in cui sperimentare, allenare la creatività e il pensiero divergente. Il laboratorio è nato attraverso un percorso di sperimentazione insieme alle educatrici Veronica Foschiano, Erika Paoloni, Elisa Ros e Valentina Bomben, con le quali abbiamo potuto esplorare diversi approcci e modalità di lavoro. Le creazioni realizzate durante il laboratorio diventano poi parte della scenografia dello spettacolo, la scena cambia così ogni volta.
*T ER M IN FE ST IVA LA L
‘COSA VEDI? UNO STUDIO SULL’IMMAGINARIO
di Sarah Ferretti Da grande volevo fare l’artista. Al liceo ho scoperto il trapezio, mi sono innamorata. Con una vaga idea di cosa fosse il circo, sono partita per la Flic. L’ultimo periodo di scuola coincideva con il covid, io e le mie compagne di classe passavamo più tempo chiuse in casa che a scuola, fu l’anno in cui la scenografia prese il sopravvento sulla tecnica di circo. In quel periodo avevo costruito una intelaiatura cilindrica di fil di ferro per la testa, partendo da un disegno fatto per noia. Da lì ho deciso di costruirne una per il mio trapezio, larga due metri e lunga cinque. All’inizio la ricerca era soprattutto materica, portandomi a ricoprire la struttura di carta. Non avevo ancora idea di dove andare a livello drammaturgico. Avevo un mio mondo immaginario nella testa, influenzato dall’universo di Rodari, Munari, Miyazaki, ma in quel momento riuscivo a tradurlo solo costruendolo.
Il progetto viene sostenuto nel 2025 dalla Regione FVG ed è prodotto da Circo all’Incirca. Questa spinta ci dà la possibilità di completare lo spettacolo e di incontrare altre realtà. Concludiamo la scrittura dello spettacolo con lo sguardo di Alessandro Maida. Impariamo a riciclare la carta insieme a Marco Brunello di Cartiera Clandestina. Diventiamo elettriciste costruendo insieme a Tea Primiterra un’installazione luminosa modulabile in funzione dello spazio scenico. Collaboriamo con Marta Fogliano, illustratrice e grafica, che crea un formato editoriale del progetto, una serie fatta a mano che conserva le visioni immaginate dalle persone che hanno attraversato il progetto. Nella primavera\estate 2026 collaboriamo con varie realtà regionali, portando il progetto in contesti differenti. Trascorriamo del tempo al Parco Sant’Osvaldo, ex OPP di Udine, dove incontriamo Comunità Nove, struttura collegata ai servizi di salute mentale. Andiamo da Damatrà Onlus, cooperativa sociale attiva nella ricerca educativa e culturale. Collaboriamo con Hattiva Lab Onlus, cooperativa sociale impegnata nell’ambito della disabilità e inclusione sociale. Poi al Mini Mu museo dei bambini, progetto di Gruppo Immagine, associazione attiva nella promozione di iniziative mirate allo sviluppo del pensiero divergente, all’interno dell’ex OPP di Trieste. Tutte le persone incontrate e i luoghi attraversati hanno contribuito a creare l’identità del progetto. ‘Cosa vedi? Uno studio sull’immaginario è il titolo dello spettacolo; una visione a 360° con la possibilità di potersi muovere, cambiare punto di vista. Il pubblico è in scena con noi, ogni persona può lasciare la propria visione su carta. Vuole essere un invito a considerare l’immaginazione non solo come strumento di espressione artistica, ma anche come motore per la trasformazione individuale e sociale, per considerarci co-creatrici della realtà che ci circonda. Alla fine è tutto un modo per stare insieme.
Iniziano le prime residenze, le prime condivisioni e i primi incontri. Ad un certo punto della creazione sentivo la necessità di nuovi stimoli e di approfondire la dimensione sonora. Così ho chiesto a Paola Caruso di accompagnarmi nella creazione. In questo progetto Paola è la narratrice sonora, crea il suono live e accompagna il pubblico nell’immaginario. Attraverso la sua voce, la manipolazione della carta, loop station e microfoni costruisce un paesaggio sonoro che si trasforma insieme alla scena. Avevo voglia di incontrare le persone, condividere momenti, lasciare qualcosa e allo stesso tempo prendere qualcosa da questi incontri. Nasce l’idea di affiancare allo spettacolo un laboratorio creativo con la carta, come sua altra forma. Il laboratorio si basa sul gioco spontaneo con l’input di immaginare un mondo nuovo: come lo vogliamo? cosa coJUGGLINGMAGAZINE.IT
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Corpo vivo, corpo comune La partecipazione e i processi di ricambio o rinnovamento delle leadership di Federico Toso per OCA Doc Ci sono due modi in cui un corpo collettivo smette di essere vivo. Il primo è quando chi ne fa parte smette di abitarlo: firma, versa la quota e poi si allontana, delegando tutto a chi resta. Il secondo è quando chi lo guida smette di lasciarsi attraversare da chi arriva dopo: resta al timone per inerzia, non per visione, finendo a governare un corpo che non gli somiglia più. Sono due facce dello stesso problema. Anche chi lavora nello spettacolo dal vivo, prima o poi, li incontra.
lettiva, tanto più comprensibile in un settore dove il lavoro è già frammentato, intermittente, spesso solitario. Chi cambia compagnia, città, committenti nel giro di poche settimane è già in una relazione complicata con il concetto di appartenenza. Tanto che il confine tra ispirazione anarchica e immersione nel formalismo fiscale genera, talvolta, un'alternanza di accordo e disaccordo tra individuo e corpo collettivo.
Una scelta politica Ogni artista per regolarizzare il proprio lavoro sceglie una forma: partita IVA, cooperativa, ente del terzo settore. È una scelta pratica, a volte dettata dall'urgenza, ma è anche una scelta politica. Firmare un contratto, versare una quota, accettare uno statuto sono atti che aprono una relazione, non che la chiudono o la immobilizzano nel tempo. Si entra in un corpo collettivo e in una relazione che si rinnova nel tempo, non in un servizio da consumare. Molto diverso da un'azienda che semplicemente emette fatture, recupera crediti, gestisce le pratiche che nessuno ha voglia di imparare, cercando così qualcuno o qualcosa a cui delegarle.
L'altra metà del problema C'è poi un rischio speculare, che riguarda chi guida più che chi partecipa: pensare che mantenere o assumere un ruolo equivalga a restare o divenire rilevanti. Non è così. Il ricambio della leadership non è mai solo una questione anagrafica. Certo la visione invecchia naturalmente con noi. Ma si può essere giovani e portare avanti idee già vecchie o non essere in grado di tradurre in pratica la spinta innovatrice. Paradossalmente si può avere lunga esperienza anagrafica, ma saper ascoltare e dare fiducia a chi arriva dopo, accompagnare e offrire forma concreta a intuizioni che non sono le proprie. Mantenere giovane una leadership significa tenerla malleabile, capace di lasciarsi attraversare da visioni nuove, chiunque le porti.
Praticare la partecipazione La costruzione di questo corpo collettivo dura tanto quanto la propria permanenza nell'organizzazione. Partecipare non significa diventare amministratori né misurare la responsabilità in ore di assemblea. Significa mantenere un'attenzione minima e continuativa verso le scelte prese a proprio nome: informarsi, porre domande, offrire quando possibile un contributo. La distanza tra adesione formale e partecipazione reale non è un vizio individuale. È una dinamica comune a quasi ogni organizzazione col-
La mente e il cuore A luglio di quest’anno sono state pubblicate, dal Dipartimento della Funzione Pubblica, le linee guida per la partecipazione pubblica. Il contesto è apparentemente differente, ma i principi di queste linee sono estremamente dettagliati e si estendono ben oltre il perimetro della cittadinanza attiva e dell’azione politica. Senza partecipazione anche la leadership più aperta (vecchia o nuova che sia) non ha materiale su cui esercitare l'ascolto, perché manca chi può portare visioni nuove da accogliere. Senza ri-
cambio reale, d’altronde, anche la partecipazione più attiva non trova sbocco: chi si informa, chiede, propone, può non trovare spazio per contribuire a rimodellare la visione attorno ai bisogni. Partecipare non significa così solo essere disponibili ad assumersi la responsabilità di guidare, ma esserci anche prima e contribuire a orientare chi guida oggi verso l'aderenza alle visioni e alle necessità reali di chi, di quel corpo collettivo, è cuore, motore e forza. E guidare, specularmente, non significa occupare un posto, ma renderlo continuamente abitabile da chi verrà. Corpo vivo o corpo morto? Il lavoro artistico è per sua natura atipico. No posto fisso, No orari regolari, No un solo datore di lavoro riconoscibile. L'autorganizzazione non è una scelta tra le altre, ma una condizione strutturale del mestiere. In una professione così esposta alla frammentazione, il rischio di corpi collettivi che si svuotano dall'interno (per assenza di partecipazione o per impermeabilità della leadership) è più alto che altrove. Restare attenti, informati, disposti anche alla critica costruttiva non può essere eccezione virtuosa. Insieme al coraggio di una leadership che sappia mettersi in discussione, la partecipazione è l'unica manutenzione possibile di questa casa comune. Una casa che ha bisogno di essere continuamente abitata, curata e rinnovata da chi cerca in essa la propria cittadinanza professionale: gli artisti. Nell'immagine: Cerchio aereo e pubblico Photo credits: Cade
DOC Servizi - Cooperativa di spettacolo
SCIENZA DELLA MERAVIGLIA DA BARNUM A CHÂLONS, IL CIRCO COME MUSEO progettoquintaparete.it/astleys-place di Raffaele De Ritis Che cosa ci fa una superstar del circo in un museo di scienze naturali? Il 15 settembre 1885 Jumbo morì investito da una locomotiva a St. Thomas, in Canada. Era l’elefante più famoso del mondo. Per quasi vent’anni aveva abitato lo zoo di Londra, dove i bambini gli avevano dato biscotti, carezze e una fama sufficiente perché P.T. Barnum, nel 1882, lo acquistasse per portarlo in America. La morte dell’elefante fu risolta da Barnum moltiplicando per due le occasioni di incasso: esponendo separatamente la pelle e lo scheletro. La pelle imbalsamata viaggiò per due anni con il circo, poi passò alla Tufts University, dove per decenni gli studenti ne strofinarono la coda prima degli esami — finché un incendio elettrico, nel 1975, non la riduce in cenere raccolta in un barattolo di burro di arachidi. Lo scheletro, più prudentemente, finisce all’American Museum of Natural History di New York, dove tuttora riposa. Jumbo da vivo era spettacolo. Jumbo da morto anche, ed è diventato reperto, per giunta in due copie.
dal Medioevo al Rinascimento, raccoglievano con identica serietà fossili, conchiglie, animali imbalsamati, mostri naturali e oggetti che oggi avrebbero qualche difficoltà a superare il controllo scientifico all’ingresso. Poi nell’Ottocento, prima che cultura, scienza e spettacolo diventassero caselle separate, «mettere in mostra» voleva dire insieme catalogare, istruire, sorprendere, vendere, talvolta ingannare. Nessuno lo dimostra meglio di Giovanni Battista Belzoni, padovano, gigantesco anche lui, che a Londra si guadagna da vivere come forzuto da baraccone — si esibiva anche ad Astley’s, il circo che aveva inventato la pista — sotto il nome di Sansone di Patagonia, sostenendo una piramide umana di dodici uomini. Poi Belzoni scopre e studia l’Egitto e nel 1821 espone al museo Egyptian Hall di Piccadilly il
Manifesto del circo Ancillotti con l'attrazione "scientifica" della donna senza corpo (1926)
una buona illuminazione, lo faceva anche apparire. Teste senza corpo, corpi senza testa, forzuti diventati archeologi: lo spettatore vittoriano non distingue ancora fra laboratorio e teatro dell’assurdo, perché quella distinzione non esiste ancora. Non esisterà mai, in fondo, nemmeno al circo. Manifesto dello spettacolo itinerante di P.T.Barnum, con la carcassa dell'elefante Jumbo (1888)
Circo e museo, che oggi sembrano appartenere a due mondi quasi opposti — da una parte il corpo, il movimento, il rischio; dall’altra la teca, il cartellino, il silenzio — hanno in realtà una lunga storia comune. Prima ancora che il museo conservasse il circo, il circo aveva già imparato a trasformare il museo in spettacolo. Bisogna tornare a quando le nostre categorie culturali erano meno disciplinate. Le Wunderkammer ,“stanze delle meraviglie”,
calco della tomba di Seti I. L’edificio, curiosamente, diventerà la casa inglese della magia. Lì, nel 1865, il colonnello Stodare presenta The Sphinx: una testa umana viva, che apre gli occhi e recita versi, priva di corpo — invenzione del chimico Thomas Tobin, dello stesso ambiente scientifico che pochi anni prima alla Royal Polytechnic Institution, aveva trasformato un principio ottico dell’ingegnere Henry Dircks in uno spettro fluttuante. La scienza spiegava il mondo; ogni tanto, con un po’ di vetro e JUGGLINGMAGAZINE.IT
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America, stessi anni. Nel 1841 Barnum compra lo Scudder’s American Museum e lo rilancia come proprio: dentro convivono balene impagliate, il nano Tom Thumb, conferenze di scienza e, la Sirena delle Fiji — una scimmia cucita a una coda di pesce, spacciata per prodigio zoologico e capace, da sola, di triplicare gli incassi in una settimana. Il primo museo brucia nel 1865, Barnum lo riapre altrove, e brucia di nuovo nel 1868. Ma Barnum torna alla ribalta con una versione mobile, che cambierà per sempre la storia dello spettacolo e delle esposizioni, oltre ad essere il vero atto di nascita del circo itinerante. P. T. Barnum’s Grand Traveling Museum, Menagerie, Caravan and Circus. Non un circo con qualche curiosità di contorno: una città di tende dedicate ciascuna a reperti archeoPROGETTOQUINTAPARETE.IT
logici, fenomeni naturali, animali del mondo, e spettacolo equestre. Da quel momento il circo non si andava soltanto ad applaudire. Si andava anche a visitare. La doppia natura è sopravvissuta a lungo. Ancora nel Novecento, quando un circo arrivava in qualunque città o paese, era aperto “dalle 10 alle 15” indipendentemente dalle recite. La maggior parte degli animali non era destinata allo spettacolo ma alla “mostra zoologica”. Accanto ad essi, i sideshow offrivano umanità vivente o meno, indistinguibile tra il vero e il falso: gemelli siamesi, donne-ragno, teste senza corpo, cere anatomiche, giganti, nani, mummie, cannibali in gabbia. La parlantina scientifica dei mostratori creava il contesto. A Barcellona, al principio del Novecento, il “Professor Roca” animava una incredibile mostra-teatro in cui convivevano tranquillamente ventriloquismo, magia, cinematografo, riproduzioni in cera di corpi malati con annesse conferenze “per mettere in guardia dalle “malattie sessuali”. L’Italia ha la sua versione di Jumbo, più recente e più umile. Nel 1969 l’impresario di luna-park Gustavo Cottino compra ad Haifa una vera balena da esposizione, già imbalsamata da anni di tournée. Durante la traversata verso Bari una tempesta la distrugge quasi per intero. Cottino, senza scomporsi, la ricostruisce in cartapesta conservando soltanto i fanoni originali, e la ribattezza Goliath. A Torino, La Stampa la definisce «magnifico esemplare». Il falso, restaurato, funziona meglio del vero. Anche qui, come già a Piccadilly e nella New York di Barnum, mettere in mostra voleva dire prima di tutto raccontare bene una storia — se fosse vera o no non era la prima domanda del pubblico. Poi il viaggio si invertì. Gli animali, gli attrezzi, i manifesti, i costumi, i carrozzoni e le fotografie del circo cominciarono a entrare nei musei. Nel 1948 a Sarasota in
Florida aprì il Museum of the American Circus; nel 1959 il Circus World Museum nacque negli antichi quartieri invernali dei Ringling a Baraboo, Wisconsin, fra scuderie, officine dei carri e capannoni delle prove: lì non si conserva soltanto l’oggetto, ma il luogo stesso della produzione. Nel 2017 lo Smithsonian dedica al circo un intero programma del suo Folklife Festival, sul National Mall di Washington, spostando ulteriormente l’accento: il patrimonio non è solo qualcosa da custodire in una teca, ma da praticare, mostrare, tramandare di corpo in corpo. Il circo, che per due secoli aveva esposto il mondo, diventava a sua volta un mondo da esporre. Una sintesi del dialogo circo-museo si è avuta nell’inverno 2024-25, quando il Mucem di Marsiglia, il maggior centro et-
nografico europeo, ha creato la grande mostra-installazione «En Piste!», facendo dialogare arte, meraviglia, conservazione, antropologia, ricerca scientifica. Intanto in Italia il prestigioso MUSE di Trento è alla II edizione di CircoXperience, festival di scienza e circo.
Tocca ora alla scommessa di Châlons-enChampagne, dove dal 2029 dovrebbe sorgere un museo che ancora non esiste. La città ospita già dal 1985 il CNAC, e da anni costruisce, mostra dopo mostra, il proprio patrimonio circense. Il nuovo edificio accoglierà insieme collezioni storiche e Muse des Arts spazi di residenza e du Cirque 2029 creazione gestiti dal
L'installazione-mostra "En Piste!" al Mucem di Marsiglia (2024-25)
PALC: l’oggetto antico e il corpo che si allena nella sala accanto. Non separare la conservazione del circo dalla sua produzione, questo il progetto. Un giorno il visitatore uscirà dalla galleria dei costumi ottocenteschi e sentirà il tonfo sordo di un acrobata che cade su un materasso: un rumore che nessuna teca potrà mai contenere. Due secoli dopo Barnum, museo e circo sembrano dunque destinati a incontrarsi ancora. Una volta il museo diventava spettacolo per mostrare il mondo; oggi prova a diventare anche spettacolo per impedire che un’arte viva si trasformi soltanto in reperto. Uno scheletro può aspettare tranquillamente centocinquant’anni. Un gesto, molto meno.
Torino, 1954, la folla in visita alla balena Goliath
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ph A.R.
CIRCOXPERIENCE 2026 UN MUSEO DA ATTRAVERSARE CON IL CORPO
a cura del Comitato di CircoXperience
foto di Yume Vision Michele Purin
Che cosa accade quando circo e scienza smettono di essere due linguaggi affiancati e cominciano realmente a contaminarsi? Per la seconda volta il MUSE di Trento ha ospitato CircoXperience, festival internazionale in cui scienza e circo entrano in contatto e si aprono a un pubblico di tutte le età. Questa seconda edizione ci ha dato molte risposte e, soprattutto, ha generato nuove domande.
Per alcuni giorni spettacoli, laboratori, installazioni, incontri e interventi performativi hanno attraversato il museo, trasformando CircoXperience in qualcosa di più di una successione di appuntamenti: un ambiente temporaneo nel quale incontrare circo e scienza quasi ovunque. Una delle novità più significative si trovava già all’ingresso. Uno spazio dedicato alla giocoleria accoglieva il pubblico prima
muse.it
ancora che iniziasse lo Spettacolo: prendere una pallina, lanciarla, farla cadere, riprovare. Anche chi arrivava al MUSE senza conoscere il festival poteva ritrovarsi, quasi inconsapevolmente, dentro CircoXperience. La partecipazione è uno degli elementi fondamentali dell’esperienza del MUSE ed è diventata una caratteristica del festival.
CIRCENSEMA inoutfassa.com/circensema di Daniele Chiocchetti Il circo è, da sempre, il luogo in cui l’impossibile diventa reale. Dove si crea quella magia che per pochi istanti ci fa sembrare di essere su un altro pianeta. Mosso da questo fascino nel 2017 nasce Circensema, gruppo di giovani ragazzi con il solo fine di manifestare questo stupore tramite allenamenti di gruppo e piccoli sketch presentati nelle feste di paese. Da quattro anni però ciò che è iniziato come un gioco si è trasformato, permettendoci di portare i nostri spettacoli nelle piazze del territorio locale e nazionale. Il nostro spettacolo di punta si chiama Sunsom - in vetta, e unisce i nostri due mondi: circo e montagna. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
CircoXperience si è esteso su più livelli del museo, alternando spettacoli, laboratori, escape room, installazioni e situazioni performative inattese. È qui che il rapporto tra circo e scienza diventa particolarmente interessante. Una pallina che cade, un equilibrio apparentemente impossibile, un corpo che ruota o una traiettoria contengono già fisica, matematica, percezione, biomeccanica; ma il circo porta nella comunicazione scientifica anche rischio, sorpresa, errore, comicità e relazione con il pubblico. La scienza può allora essere incontrata prima ancora di essere spiegata. Allo stesso tempo può offrire alle artiste e agli artisti circensi nuovi territori da esplorare: non trasformando necessariamente
uno spettacolo in una lezione, ma facendo nascere drammaturgie, immagini e domande da fenomeni scientifici, tecnologie e processi di ricerca. È questo spazio di scambio reciproco che CircoXperience vuole abitare: un luogo che cerca e accoglie sperimentazioni, tentativi, errori e contaminazioni interdisciplinari. La seconda edizione ha mostrato quanto diverse possano essere le forme artistiche capaci di entrare in questo dialogo. Il MUSE stesso diventa parte della drammaturgia: non soltanto contenitore, ma spazio da attraversare, sorprendere e reinterpretare attraverso il circo. Portare la ricerca circense in un luogo dedicato alla ricerca e alla divulgazione scientifica significa confrontarsi con spazi, conoscenze e pubblici differenti da quelli abitualmente incontrati nei luoghi dello spetta-
Cosa ci facevamo quindi al Muse di Trento all’interno di un festival di circo-scienza? La verità è che alcuni di noi sono anche degli appassionati di fisica e, dopo la partecipazione come spettatori alla prima edizione, quest’anno abbiamo avuto modo di vivere il festival in prima linea, declinando la nostra partecipazione in tre format differenti: una mostra, interventi e workshop. La mostra Jocalo, ideata in collaborazione con gli studenti del liceo scientifico della Scola Ladina di Fassa, è stata portata al Muse di Trento in versione ridotta, selezionando due delle sette sezioni che la compongono. La prima, dedicata al centro di massa e come questo sia legato al concetto di equilibrio e di traiettorie paraboliche; la seconda legata al momento angolare e alla sua conservazione. L’obiettivo era far comprendere che dietro ogni acrobazia che sfida la gravità o oggetto che volteggia nell’aria, non c’è magia: c’è la scienza. Durante l’ultima giornata di festival abbiamo invece presentato nella lobby del Muse due brevi interventi sugli argomenti della
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colo. Dopo due edizioni il festival può ora entrare in una nuova fase: rafforzare ulteriormente la curatela, ampliare la pluralità delle artiste e degli artisti coinvolti. C’è poi una prospettiva che ci interessa particolarmente: fare di CircoXperience anche un luogo di incontro e ricerca per chi lavora sui confini tra circo, scienza, educazione e comunicazione. Che cosa accade alla divulgazione scientifica quando entrano in gioco corpo, clown, errore e rischio? Che cosa può prendere il circo dalla ricerca scientifica? E che cosa possono imparare musei e science center dalle competenze sviluppate dalle artiste e dagli artisti nella relazione con il pubblico? CircoXperience non vuole mettere semplicemente un po’ di scienza nel circo o un po’ di circo dentro un museo, vuole costruire un territorio comune nel quale entrambi possano sorprendersi e trasformarsi. Dopo due edizioni quel territorio comincia ad avere una forma e abbiamo molta voglia di continuare a esplorarlo.
mostra. Il primo a cura di Thomas Zulian, docente di matematica e fisica al liceo scientifico di Fassa, partendo da semplici lanci con delle palline ha indagato la traiettoria parabolica, estendendo questo concetto anche a corpi rigidi come le clave. La seconda pillola di scienza mi ha invece visto protagonista, da buon laureando in fisica all’università di Trento, nella narrazione della meccanica del diabolo, legata alla conservazione del momento angolare. A seguire un workshop di giocoleria, guidato da tutti noi di Circensema, in cui il pubblico aveva la possibilità di mettere in pratica ciò che aveva prima appreso. in questi tre giorni di CircoXperience abbiamo avuto modo di insegnare, divulgare e far sperimentare la scienza. Tre approcci diversi, ma ognuno ci ha confermato che svelare i segreti della natura non spegne affatto la meraviglia del circo. Al contrario, la amplifica. Perché quando capisci come funziona l’impossibile, la vera magia diventa riuscire a realizzarlo. JUGGLINGMAGAZINENUMERO112SETTEMBRE2026
C H I L O W AT T chilowatt.com
di Lorenzo Crivellari e Beppe Vetti
ph Francesco Bocchieri
Chilowatt è una compagnia che indaga il rapporto, spesso singolare e contraddittorio, tra esseri umani e tecnologia. Il bene e il male di questo connubio, le sue possibilità e le sue derive. Lo fa attraverso gli strumenti dello spettacolo dal vivo: il teatro di strada, il circo contemporaneo, la performance e le installazioni negli spazi pubblici. Nell’edizione 2025 del festival CircoXperience abbiamo presentato REX, un assolo interpretato da LoERROR#440
ALODEYÁ
alodeya.com
di Eduardo Losta
ph MaiIbargen_09
A CircoXperience abbiamo presentato il nostro spettacolo Rube dove, partendo dall’idea di costruire una macchina di Rube Goldberg*, utilizziamo giocoleria, scenografia, testi e circo per rappresentare o interpretare concetti quali l’elettromagnetismo, il moto armonico, il moto parabolico o la conservazione dell’energia. Il nostro obiettivo è avvicinare il pubblico alla scienza, offrendo uno spettacolo godibile a prescindere dall’interesse per la materia. Il tutto in chiave comica e sostenuto da una solida tecnica di giocoleria. In fin dei conti siamo giocolieri,
JURI THE
giorgiobertolotti.it di Giorgio Bertolotti
ph Yume Vision Michele Purin
Dieci anni fa, dopo un lungo periodo di frenetico lavoro e continua itineranza, ho avvertito l’esigenza di riscoprire il fascino della lentezza, il piacere della cura dei dettagli. Juri the Cosmonaut è nato da questa esigenza e, in questa era ipertecnologica, rivisita l’immaginario dei leggendari viaggi nello spazio degli anni ’60 e ’70. Un immaginario nostalgico, in cui molti delle nostre generazioni sono cresciuti, sognando di diventare astronauti. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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PROGETTOQUINTAPARETE.IT
renzo Crivellari, scienziato bizzarro più a suo agio in mezzo alle proprie diavolerie che tra gli esseri umani, impegnato in una serie di esperimenti con la corrente elettrica proprio sul pubblico presente. Nell’edizione 2026 abbiamo invece presentato ERROR 440, interpretato da Lorenzo Crivellari e Beppe Vetti. Una conferenza-spettacolo surreale che unisce circo contemporaneo, musica dal vivo e invenzioni improbabili, in cui due eccentrici conferenzieri dissolvono il confine tra visivo e sonoro, trasformando tutto ciò che si vede in suono e tutto ciò che si ascolta in movimento. Lorenzo : L’amore/odio per la tecnologia nasce da lontano, anche se non so dire esattamente da dove. So però di essere sempre stato affascinato dalle possibilità che offrivano i computer: sono lo strumento tecnologico a cui mi sono sempre sentito più legato. Con lo sviluppo di internet avevo poi trovato una fonte inesauribile di risorse e curiosità: uno spazio in cui colmare delle lacune, approfondire argomenti che non conoscevo o imparare da zero a fare cose nuove. Così, quando nel 2014 ho fondato la compagnia, ho sempre avuto in mente l’idea di usare la tecnologia come uno strumento al servizio dello spettacolo dal vivo. Un linguaggio, al pari del circo. Uno strumento drammaturgico attraverso cui raccontare la nostra poetica. Beppe: Ero piccolo e, avendo un fratello maggiore, mi ritrovai con un Vic20: un “computer domestico” sul cui schermo, già all’epoca, scrivendoci numeri e strane formule, emergeva una pista da corsa e una primitiva automobile da muovere sul tracciato. Scrivevo cose con la tastiera e mi ritrovavo pilota di Formula1: la cruda tecnica gene-
rava un vissuto mitico. Da qui la domanda: chi può distinguere l’illusione frutto di un’apparecchiatura tecnica dall’illusione di una magia in scena? In entrambi i casi viviamo all’oscuro del processo, del percorso esatto per arrivare all’effetto finale. Questo salto quantico, da fruitori, ci provoca sorpresa, ci emoziona. La tecnologia oggi potrebbe essere considerata magia o ciarlataneria, a seconda delle intenzioni di chi la realizza. È proprio per questa analogia che la mia ricerca artistica come clown si è fusa nel percorso professionale con quella scientifica e tecnologica. Una volta incontrato Lorenzo, ci siamo ritrovati entrambi nel desiderio condiviso di mescolare linguaggi, ibridare universi fra loro, dando vita a ERROR 440.
CIRCO ed è proprio questo l’elemento centrale della nostra esibizione. L’atto conclusivo di Rube è proprio un numero di giocoleria con clave luminose, perfettamente sincronizzato con la musica e i cambi di luce. In qualità di regista della compagnia, è un grande piacere condividere la scena con l’artista circense Ignacio. Entrambi abbiamo studiato ingegneria, rispettivamente informatica e meccanica: è proprio da qui che nascono la nostra formazione e il nostro interesse per la scienza. Ci conosciamo da quando avevamo dodici anni; siamo cresciuti insieme in Spagna, a Zaragoza, condividendo innumerevoli esperienze, ed è stato grazie a Ignacio che abbiamo iniziato a fare giocoleria. Subito affascinati da
questo mondo ci siamo allenati intensamente, e ben presto sono arrivati le convention di giocoleria, tanti workshop, le EJC, la grande famiglia del circo e della giocoleria, gli ingaggi, le compagnie, gli spettacoli... fino a quando il circo è diventato, oltre che una passione, anche il nostro lavoro. Oltre che in Rube, anche negli altri spettacoli più recenti della compagnia scienza e tecnologia stanno assumendo un ruolo sempre più centrale come risorse da integrare nella messa in scena. Collaboriamo con ingegneri per sviluppare meccanismi specifici, come un sistema di lancio di palline controllati da microcontrollori, capace di creare coreografie aeree a ritmo di musica. Studiamo costantemente meccanismi o oggetti tecnologici in grado di dare vita a nuove scene o numeri capaci di sorprendere il pubblico. Si tratta di risorse aggiuntive — al pari di luci, audio, scenografia o tecniche circensi — utili a raccontare storie e trasmettere emozioni. È così che li vediamo e che li utilizziamo nelle nostre creazioni. * meccanismi progettati in maniera complessa per eseguire operazioni semplici o trascurabili attraverso reazioni a catena. Dal fumettista e ingegnere americano Rube Goldberg, che disegnava queste buffe invenzioni nei suoi fumetti.
COSMONAUT
Nel lungo lavoro di ricerca documentale che ho condotto mi sono concentrato su come gli astronauti affrontavano l’impresa, sul contrasto che emergeva dal loro profilo di uomini di scienza e le pratiche scaramantiche a cui non rinunciavano, sulle soluzioni che avevano dovuto trovare per dormire, mangiare, poter soddisfare in orbita tutti i bisogni fisiologici. Con Juri ho voluto portare in scena un anti-eroe, pieno di debolezze e di paure, un clown, in cui il pubblico possa riconoscersi, più che le gloriose imprese spaziali entrate nella storia. Mi interessava inoltre presentare un immaginario che avesse il sapore dell’avventura sovietica nello spazio. Qualcosa di retrò, una storia di cosmonauti espressione di una cultura lontana, e non di astronauti americani promossi come super-eroi perfetti e irreprensibili dai media occidentali del tempo. In questi dieci anni siamo “atterrati” nelle situazioni più disparate, non solo di circo, e arrivare qui nel contesto di un museo di scienze naturali ci ha fatto incontrare un pubblico ideale, con la giusta dose di conoscenze e di curiosità verso la storia che narriamo. Nonostante l’attenzione del pubblico sia cambiata, soprattutto dei bambini, avvezzi a internet e smartphone, la loro curiosità viene rapita da un linguaggio clownesco e poetico ambientato nella tecnologia degli anni ’60, mentre gli adulti invece rivivono con sorpresa e
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un po’ di nostalgia le emozioni di quei tempi. Cerchiamo di coinvolgere il pubblico fino in fondo, con l’immersione tecnologica e la narrazione sincera e anche autobiografica. In questo, la struttura “Liglù”, una cupola geodetica futurista, centra perfettamente l’obiettivo, accogliendo gli spettatori in una navicella spaziale professionalmente sgangherata. Juri the Cosmonaut è uno degli spettacoli con più tecnica che abbia mai realizzato. Il video mapping che portiamo in scena è molto sofisticato, ma volevamo che avesse un sapore vintage e a suo tempo questo ha rappresentato una vera sfida. Un esito di questa qualità è stato possibile grazie anche alla regia di Petr Forman, regista cresciuto nella ex-Cecoslovacchia, che ha saputo magistralmente condurmi nel mondo bizzarro di un cosmonauta clown.
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ILLUSIONISMO IN SCENA Proposte colte che si inseriscono nella programmazione di festival prestigiosi, blockbuster che riempiono grandi teatri destinati a una larga fascia di pubblico, spettacoli a distanza ravvicinata per vivere lo stupore dal vivo in una dimensione più intima, creazioni originali che esplorano nuovi orizzonti. Da New York a Venezia, da Londra a Roma, sono molti i segnali che confermano la grande attualità del genere e le sue innumerevoli declinazioni. Il 25 luglio scorso, al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia, per la sezione danza della Biennale, è andato in scena, in prima italiana, Tempo, lo spettacolo dell’illusionista e artista visivo finlandese Kalle Nio, con le coreografie del brasiliano Fernando Melo
e il testo di Harry Salmenniemi. Lo spettacolo è un’esplorazione del tempo: la sua accelerazione, la sua decelerazione e i momenti in cui sembra sospendersi. Al centro dello spettacolo c’è un evento all’apparenza banale che progressivamente si trasforma in qualcosa di straordinario, mettendo in luce la fragilità della vita attraverso cadute, inciampi e incidenti sfiorati. Con le musiche di Samuli Kosminen, Tempo fonde testo, movimento e affascinanti illusioni sceniche, in cui il ritmo si inverte, la gravità svanisce e le leggi della natura si dissolvono. Scene oniriche si alternano a composizioni ritmiche e al testo struggente. Attraverso la magia e il movimento, la performance invita il pubblico a fermarsi, riflettere e sentire veramente il momento presente. Come riportato nelle note di sala: «Ogni cosa, ogni evento, si svolge nel tempo. Il modo in cui passato e futuro si intrecciano ancora mi confonde. Il potere che il momento presente esercita su di noi mi riempie di meraviglia».
A Londra, per cinque settimane, lo storico Teatro Coliseum ha ospitato Now You See Me, spettacolo di illusionismo creato dai produttori di The Illusionists e ispirato al franchise cinematografico di successo mondiale della Lionsgate, un mix esplosivo di illusioni ad alta tecnologia, numeri solisti e performance mozzafiato. Nel cast, l’illusionista Enzo Weyne, l’escapologista italiano Andrew Basso, la giovanissima illusionista ed escapologa sudafricana naturalizzata canadese Gabriella Lester e il prestigiatore e mentalista britannico Matthew Pomeroy uniscono le forze nei panni degli «Horsemen», trasformando la magia dei film in uno spettacolo dal vivo ricco di imprese straordinarie e inedite. Al cast si uniti ospiti speciali come
Appuntamento fisso a Londra è l’esperienza teatrale immersiva The Magicians Table. Nato come spettacolo temporaneo nel 2024, dopo un tutto esaurito durato diversi mesi, nel giugno scorso si è trasferito negli spazi del The Vaults Theatre, nei sotterranei della stazione di Waterloo. Qui si alternano, tre giorni a settimana, alcuni tra i migliori illusionisti della scena britannica, tra cui Richard McDougall, Laura London, Dee Christopher, Pete Heat e Andrew Frost. Dal 29 settembre al 4 ottobre, all’Underbelly Boulevard di Soho, Ben Hart presenta HeX, una selezione dei suoi numeri preferiti e più avvincenti, affiancati da idee inedite appena uscite dal suo laboratorio. Ampiamente riconosciuto come uno dei talenti più innovativi e originali della magia
Now You See Me
Eden Choi, illusionista di fama internazionale e semifinalista di Britain’s Got Talent 2025, Fraser Penman, acclamato ipnotizzatore di scena scozzese (e albino), nonché semifinalista di Britain’s Got Talent 202 e Rafferty Coope, finalista di Britain’s Got Talent 2026 . Dopo Londra lo show si trasferisce al MGM Grand Theater di Las Vegas fino a gennaio 2027.
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teatrale contemporanea, Ben Hart è celebre per la sua capacità di fondere la prestidigitazione classica con una forte componente di storytelling e narrazione visiva. Al Circle & Star Theatre di Hampstead, per 3 serate (6,7 e 8 novembre), debutta In Search of Magic, il nuovo spettacolo di Luke Jermay, maestro internazionale che ha presentato le sue creazioni in oltre trenta paesi, dal West End di Londra all’Edinburgh Festival fino all’Hollywood Magic Castle. Come consulente ha ideato illusioni per artisti del calibro di Derren Brown, Dynamo, Lu Chen e Keith Barry. In questo spettacolo, concepito come una serata privata ambientata nella Londra vittoriana e ospitato in uno spazio intimo PROGETTOQUINTAPARETE.IT
Rubrica di meraviglie a cura di
Giorgio Enea Sironi
All’interno della XVIII edizione di Scenica Festival a Vittoria (RG) è andato in scena Ricordati, spettacolo di magia contemporanea che esplora i temi della memoria, dell’identità e della verità. Nato dall’incontro tra Giacomo Costantini, qui in veste
A Roma, dall’6 all’8 dicembre, la programmazione natalizia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma si accende con «Magica – Rassegna di spettacoli prodigiosi». L’evento, ideato dalla Fondazione Musica per Roma, propone un ricco calendario di 7 spettacoli con i migliori illusionisti italiani. Raul Cremona, Francesco Scimemi con il suo celebre Magicomio, Vanni De Luca, che per l’occasione chiuderà il tour di Prodigi, I Lucchettino con la nuova produzione Happy Birthday e il nuovo A un
per soli 55 spettatori, non ci sono botole, niente fumo o specchi, nessun trucco di ripresa, nessun inganno meccanico, ma solo due mani, pochi oggetti semplici e le storie che riescono a evocare. A New York tra gli spazi nati di recente e originali dedicati all’illusionismo troviamo il 69 Atlantic, un piccolo e intimo teatro, nascosto nel negozio di curiosità, giochi e
Ben Hart HEX
69 Atlantic
mazzi di carte da collezione Art of Play di Brooklyn. I posti sono limitati a 26, ma qui è possibile assistere agli spettacoli dei migliori artisti del close-up e della cartomagia internazionale. A giugno si è esibito Giancarlo Scalia, artista italiano residente a Madrid, con lo spettacolo Chaos, una performance incentrata sulla ricerca di armonia all’interno del caos, attraverso pochi oggetti e soprattutto un mazzo di carte capace di creare un’esperienza magica indimenticabile. Artista stimato a livello internazionale per il suo livello tecnico, Scalia restituisce con molta naturalezza l’aspetto trasformativo, collettivo ed esperienziale della magia.
di regista, e Luca Terranova in arte Novas, illusionista e performer, Ricordati mostra un uomo che si risveglia in stato confusionale in un luogo a lui sconosciuto. Su un tavolo trova alcuni oggetti appartenuti a un prestigiatore che gli appaiono al tempo stesso familiari e sconosciuti, generando una sensazione di inquietudine e spaesamento che, progressivamente, coinvolge e stupisce gli spettatori.
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Giancarlo Scalia
passo dall’impossibile di Giancarlo Scalia. Completa la rassegna un Galà di Illusionismo con i migliori artisti della scena romana, ideato in collaborazione con il Trofeo Arsenio, storica competizione organizzata dal Club Magico di Roma.
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IL CIRCO NON BASTA AMARE = SMETTERE DI IDEALIZZARE altrocirclo.it
di Ilaria Bessone “I pensieri le attraversano il corpo come onde, qui contraendo, là sciogliendo un muscolo. Tutto penetra attraverso la pelle, gli occhi, le orecchie. Esperisce la realtà fisicamente. Nessuna azione esiste al di fuori di un contesto fisico. Ogni azione è il risultato di una scelta, un conflitto interiore, una lotta, una soluzione o uno stallo. Il corpo rispecchia sempre un’attività interiore”
Il circo possiede una straordinaria potenza: non esiste un unico modo di essere competenti. Il sapere circense è corporeo e collettivo: si costruisce insieme, provando, fallendo, ascoltandosi. Questo apre possibilità preziose soprattutto per chi, in altri contesti educativi, è rimasto ai margini perché il sapere riconosciuto era soprattutto verbale, teorico o misurabile. Ma questa possibilità non è una garanzia.
le citazioni nel testo sono tratte da “Luce nell’oscurità” di ph Camilla Poli
Gloria Anzaldua* Arrivata la piena estate: un altro anno di (soprattutto) circo si è concluso. Corsi, saggi, scambi, progetti, riunioni. Imprevisti ed emergenze. Come accompagnare bambinə, adolescenti e adultə. Crisi di gruppo. Gioie, ferite, grandi soddisfazioni. Continuo ad amare il circo, il potenziale di liberazione che tante volte mi ha salvata, facendosi sentire sul cuore e sulla pelle, quando una lezione, una prova o una creazione mi restituiscono il desiderio di continuare il cammino «tra le fiamme della trasformazione»*. Dopo quasi 30 anni lo posso forse chiamare l’amore della mia vita. Ha resistito al mio spirito critico, alle todo-list che slittano di settimana in settimana, ai compensi troppo bassi, alle organizzazioni che chiedono sempre un pezzo in più, alla fatica di tenere insieme cura, progettazione, insegnamento, amministrazione. Eppure mi accorgo che ci piace più celebrare il circo che dare il benvenuto a domande difficili e a modi altri di stare e di imparare. Noto spesso una resistenza, in me e nellə colleghə, a cambiare prospettiva, ad allargare l’immaginario, a «riporre nel cassetto aspetti della nostra identità». A riconoscere che «i nostri meccanismi di difesa attutiscono le voci altrui». Parliamo di comunità, solidarietà, inclusione. Ma se non siamo dispostə a mettere in discussione il nostro modo di comunicare, a decostruire e decentrare il sapere, distribuire il potere, continueremo semplicemente a riprodurre ciò che già conosciamo. Sto imparando a considerare l’errore non come qualcosa da evitare, ma come il luogo in cui posso cambiare, ancora e ancora. Come si fa? Interrogo le relazioni. Fra allievə e insegnanti, fra colleghə, con chi è meno esperto di me eppure mi insegna tanto. Mi chiedo come circolino il sapere e le informazioni. Chi prende parola e chi rinuncia a farlo. Come il potere attraversa anche me e quali privilegi continuo a non vedere. Chi contribuisco a escludere. Dove passa il confine sottile tra lasciare spazio all’autodeterminazione e voltare le spalle con indifferenza. Il circo non è, di per sé, uno spazio di emancipazione. Come altri ambienti educativi, altre istituzioni, riproduce gerarchie, aspettative e rapporti di potere. La pedagogia radicale e il femminismo decoloniale chiedono di mettere sempre in dubbio, non solo cosa insegniamo, ma il modo in cui ci posizioniamo e costruiamo la relazione educativa. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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Il circo può trasformare il «saper fare» in una nuova norma, uno standard di performatività. Possiamo sostituire la prestazione scolastica con quella tecnica e lasciare ai margini chi è timidə o introversə; creare spazi che ci sembrano accoglienti ma che per qualcuno rappresentano l’ennesimo modello già definito a cui doversi adattare. Occuparsi di circo sociale richiede una disponibilità continua a mettersi in discussione. Alcune femministe decoloniali parlano di sbaglieranza: il coraggio di agire sapendo che si rischia di sbagliare, sostenutə da una responsabilità collettiva che permette di imparare dagli errori invece di nasconderli.
Alla fine di quest’anno mi porto via soprattutto domande: come circola il sapere nei gruppi che abito? Chi decide? Chi resta in silenzio? Chi continua a non entrare negli spazi di circo? Quali saperi vengono riconosciuti e quali rimangono invisibili? Quando diciamo «il circo è per tutti», stiamo davvero cambiando qualcosa o stiamo semplicemente aspettando che siano gli altri ad adattarsi ai nostri spazi? Il circo non basta. Non bastano nuovi trick, creazioni, formazioni. Serve una pratica quotidiana di ascolto, di critica e di trasformazione. Forse la pedagogia radicale del circo comincia proprio nel momento in cui smettiamo di credere di sapere già come si fa. Continuo ad amare il circo. Forse il vero amore arriva proprio quando si smette di idealizzare, sii accetta la possibilità di sbagliare, ferire, escludere, riprodurre oppressione. E si lascia ogni giorno la porta aperta alle domande, di chi già abita i nostri spazi, e di chi non riesce o non vuole entrare. PROGETTOQUINTAPARETE.IT
REGISTRO NAZIONALE SCUOLE/PROGETTI DI CIRCO EDUCATIVO E CIRCO SOCIALE
Piemonte
Clap-Circo Laboratori Arti Performative via Fratelli Bandiera 17, 28041 Arona (NO) Pasquale Di Palma 328 4986109 clap.zone Flic via Magenta 11, 10128 Torino Matteo Lo Prete 011 530217 flicscuolacirco.it
Fondazione UCI / Circostanza via Pacchiotti 79, 10146 Torino Sara Sibona 011 19836531 unitipercrescereinsieme.it Jaqulè via Ponsati 69, 10040 Volvera (TO) Enrico Giacometto 328 7828323 jaqule.com Pirilampo regione Faule 7, 10060 Macello (TO) Ilaria Bessone 375 7969457 Q pirilampo_scuolacirco Sportica Gym via Cattaneo 41, 10064 Pinerolo (TO) Paola Martina 0121 795590 sportica.it Squilibria Circo c/o SSD CH4 Sporting Club via Trofarello 10, 10127 Torino Francesca Casaccia 011 678366 Q asdsquilibriacirco TeatrAzionE via Artom 23, 10127 Torino Italo Fazio 335 6675326 E scuolacirco.teatrazione.3 UP Scuola di circo via Mercantini 9, 12042 Bra (CN) Maria Grazia Ielapi 339 7532815 upscuoladicirco.com
Lombardia
Allincirco via Crispi 53, 22100 Como Fabio Giangreco 339 6657570 allincirco.it Campacavallo via Gorlini 1, 20151 Milano Gabriella Baldoni 347 8571338 campacavallo.it Circobaleno c/o Centro Sportivo Talbot Fraz. Girola 6, 22020 Blevio (CO) Ilaria Sitzia 348 8123417 sportarcobaleno.it Circoliamo Via Mariano Tentorio 4N, 22100 Como Monica Micelli 327 9595645 circoliamocomo.it Il Millepiedi via Monfalcone 29, 21100 Varese Marco Palladini 328 5385284 ilmillepiedionlus.it Quattrox4 via Ezio Andolfato 10, 20126 Milano Marco Dellabianca 02 36525176 quattrox4.com
SbocciArte via Vittorio Veneto 1, 21010 Cardano al Campo (VA) Luana Facchetti 347 2785195 sbocc.it Scuola di Arti Circensi e Teatrali via Sebenico 21, 20124 Milano Maurizio Accattato 348 6054623 scuolaarticircensiteatrali.com Spazio Circo Bergamo c.so Roma 84/a, 24068 Seriate (BG) Manlio Casali 393 0082506 spaziocircobergamo.it Spazio Kabum via Guicciardini 114, 21100 Varese Alessandra Pessina 349 4568018 Q spaziokabumcirco Ululì via Candiani 71, 20158 Milano Paolo Mandelli 338 9158606 terzotempoululi.com
Trentino Alto Adige
Animativa via Cermes 2, 39011 Lana (BZ) Reinhard Demetz 0473 239564 animativa.org Arteviva via Bari 32/L, 39100 Bolzano Sara Zanol 340 2395065 arteviva.bz.it
Friuli Venezia Giulia Veneto
Circo all’inCirca via Cividina 17, 33100 Udine Irene Giacomello 340 6052371 circoallincirca.it
Liguria Emilia Romagna
Toscana
Artinstrada via Merano 11, 45011 Adria (RO) Diego Pizzo 324 8327264 artinstrada.altervista.org Circo in Valigia via Falgare 31, 36030 Schio (VI) Nicoletta Grolla Cegalin 320 0232032 circoinvaligia.it Circo Volante via Scortegara 166, 30035 Mirano (VE) Laura Ugolini 340 8598292 circovolante.it Liberamente Circo Belluno via Tiziano Vecellio 82, 32100 Belluno (BL) Silvia Silvestri 340 9101258 liberamentecirco.it Ludica Circo Loc. Corbellar 7, 37020 Verona Stefania Garaccioni 347 9121866 ludicacirco.com Circo Galleggiante via Castelfidardo 1, 19122 La Spezia Chiara Martini 339 5772543 circogalleggiante.it sYnergiKa piazza Palermo 12, 16129 Genova Annalisa Alcinesio 338 1172011 synergikaasd.com Arterego via dei Mille 26, 40033 Casalecchio di Reno (BO) Daniele Festi 331 1056609 arterego.org ArtinCirco via Tolara di sopra 88, 40064 Ozzano dell’Emilia (BO) Maila Sparapani 342 7736730 artincirco.it Circolarmente LAB via Zerbini 9, 43126 Parma Albert Horvath 338 3939743 circolarmente.it Circo Sotto Sopra p.zza dei Colori 28/a, 40138 Bologna Mariagrazia Bazzicalupo 328 0178208 circosottosopra.com Circus Atmosphere Palestra Alba Adriatica via Paolo Boselli, 47923 Rimini (RN) Silvia Fonti 351 9409020 E Circus Atmosphere OfficinAcrobatica via Stalingrado 12, 40128 Bologna Silvia Salvadori 379 2938061 officinacrobatica.com TaDaM Circo via Allevi 13, 29121 Piacenza Dario Rigolli 333 1532976 tadamcirco.com Antitesi Teatro Circo via Guidiccioni 6b, 56017 S. Giuliano Terme (PI) Martina Favilla 349 6304211 antitesiteatrocirco.it Badabam str. della Tressa 5, 53100 Siena Margherita Gamberini 366 4811081 badabam.it Circo Libera Tutti via Marconi 108, 50056 Montelupo Fiorentino (FI) Stefano Bertelli 340 0810499 circoliberatutti.it Circo Libre via V. Emanuele II 135, 50134 Firenze Raffaella Fileni 388 4228248 circolibre.it En Piste via Bocchi 32, 50126 Firenze Federica Piccardi 347 5398775 enpiste.it K-production piazza Viani 6, 55049 Viareggio (LU) Claudia Sodini 328 1447868 E Kproduction - teatro circo scienza Passe-Passe CRC Antella via di Pulicciano 53, 50012 Bagno a Ripoli (FI) Julien Morot 371 1287774 Q passepassecircusschool Saltimbanco c/o Nuovo Teatro delle Commedie via G.M. Terreni 5, 57123 Livorno Enrico Pellegrini 329 9523295 saltimbancoscuolacirko.it
CIRCO SOCIALE
CIRCO EDUCATIVO
SottoSopra via Pievan Landi 42, 52100 Arezzo Simona Serafini 339 3840294 arezzosottosopra.it ZAC viale Pietro Toselli 43, 53100 Siena Francesca Cioni 351 7379418 zaccircus.it
Umbria
Circo Corsaro piazza Vanvitelli 1/a, 06034 Foligno (PG) Maria Teresa Cesaroni 339 3927461 E Scuola di Circo Foligno Circo Instabile via Birago 4, 00124 Perugia Michele Paoletti 347 3867654 E Circoinstabile Sul Filo e Dintorni Località Padella 37, 05018 Orvieto (TR) Soledad Prieto 389 4318892 LosFilonautas.com
Marche
Aria di Circo via Matteotti 106, 60121 Ancona Caterina Del Giudice 388 7533247 Q ariadicirco Circoplà c/o Spazioplà Via Vanoni 11, 60030 Serra dÈ Conti (AN) Elisa Mencarelli 340 5250298 circopla.it VisionAria Danza Aerea e Nuovo Circo via Gabrielli 5, 60131 Ancona Valeria Mastropasqua 338 7587532 visionaria.org
Abruzzo Lazio
Cirque Brutal via Stradonetto snc, 65128 Pescara Benedetta Cuzzi 351 6273546 E Cirque Brutal
Campania Puglia
Sicilia
Accademia Materia Viva via M. Marulo 54, 00143 Roma Roberta Castelluzzo 06 45491296 accademiamateriaviva.it Circo Svago p.zza Aldo Moro 45, 00041 Albano Laziale (RM) Jacopo Beretta 331 8681147 circosvago.it Circo Vola Voilà via dei Pescatori 400, 00124 Roma-Casal Palocco Anna Paola Lorenzi 342 5451353 volavoila.it Palestra Popolare Corpi Pazzi Via Bertero 13, 00156 Roma Meral Ajrus 333 5234005 corpipazzi.net Scuola Romana di Circo via Assisi 33, 00181 Roma Catia Fusciardi 338 3552831 scuolaromanadicirco.net Tribulè via IV Novembre 20, 01010 Vejano (VT) Valentina Tartaglia 329 7846355 Q circo_tribule Circo Corsaro via Dietro la Vigna 14, 80145 Scampia (NA) Maria Teresa Cesaroni 339 3927461 E Scuola di Circo Corsaro Circo Laboratorio Nomade via Sferracavallo snc, 74012 Crispiano (TA) Marco Massafra 333 4292637 circolaboratorionomade.com Circolare via Brindisi 126, 72019 San Vito dei Normanni (BR) Anna Pinto 380 1274099 E CIRCOlareFestivaldelleArtiCircensi Cirknos via Vecchia Frigole 36, 73100 Lecce Giorgia Basilico 333 4100916 E Cirknos Tabarin via Prov. Gallipoli Alezio (P.co Angelica) 73052 Parabita (LE) Luca Andolfi 340 9640101 spaziotabarin.com TenRock Teatro Circo c. da Marmorelle SS 16 Adriatica Nord, 72100 Brindisi Gabriele Cagnazzo 333 7823307 tenrock.it Un Clown per Amico / Circobotero Str. Modugno Carbonara 4/8, 70131 Bari Michele Diana 348 0535875 unclownperamico.com Upendi via Bologna 15, 70024 Gravina in Puglia (BA) Mario Iacovelli 080 9266780 E Cooperativa Sociale Upendi Circ’Opificio via Ammiraglio denti di Piraino 1, 90142 Palermo Marika Riggio 340 3928905 circopificio.it
Clatù via San Josè Maria Escrivà 3, 95030 Tremestieri (CT) Maria Elena Rubbino 340 1723934 E Clatù Spazio Euphoria via Emilia 4, 90144 Palermo Valeria Cultrera 327 4232730 spazioeuphoria.it
Sardegna
Teatro Circo Maccus via dei Gerani s.n. 09044 Quartucciu (CA) Virginia Viviano 347 9650413 teatrocircomaccus.com
... ci vediamo nel 2027!
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