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AnimeDB - The jOURnal www.journal.animedb.tv Capi redattori Various, Nakiiriko, Galdo81. Grafici Kazekage-sama,Shiva Dreams D’Azur,funny rève. Journalisti Various, Nakiiriko, Galdo81, Boy Knaves, el_ maxo, Nihil Morari, Dioneo, Palmese, Profeta Hyena Bot, Josephine~,Yoru, Kado92, Halfheart, Mr T,Gangel.

Tutto sommario Editoriale di Various Pagina 3

Nihil Morari - Death’s shifting Graficato El_Maxo - Horror: fa paura o … “Death Valley” Profeta Hyena [bot] - Saw - la saga Knaves - Il vampiro: un’icona melanconica moderna Galdo81 - Intervista a White_Oleander - Dj dai suoni grevi El_Maxo - Tentacoli per l’anima: Chuck Palahniuk Dioneo - Il dottor Dolittle e i plastici Essemc - Dei non luoghi e di altri accidenti Nihil Morari - Grecia: ancora forte il rischio bancarotta Josephine - Hell of fame Kado - vignetta Nakiiriko - Articolo sulla moda Eles-chan - AmoreDB

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Editoriale Epoca Vittoriana nascita del macabro. Che i Vittoriani avessero dei problemi con la criminalità, credo non sia una scoperta grandiosa, già solo a nominare Epoca Vittoriana e la parola Crimine insieme viene fuori un nome, quel nome, che ancora oggi fa rabbrividire, fa pensare a quanto disgustosa possa essere la natura umana, perversa la sua mente e abominevole il suo agire. Ovviamente Jack lo Squartatore è il personaggio in questione e, forse, potrebbe anche essere considerato il primo criminale illuminato dai riflettori della popolarità grazie ai mass media, una specie di Annamaria Franzoni più Amanda Knox dell’Ottocento, per intenderci; la sua macabra collezione di omicidi rimase confinata nel sobborgo londinese diWhitechapel, quartiere proletario tra i più degradati, tuttavia il panico che scatenò fu di portata nazionale. In due secoli l’essere umano è ancora troppo attratto dal fascino del fuoriserie, qualcosa di inspiegabile e più grande di lui, e districarsi nel mondo delle PR mediatiche, dell’editoria giornalistica e delle news online è come attraversare il labirinto di Dedalo senza filo di Arianna. La stampa è la figlia prediletta dell’epoca Vittoriana, la sua creatura. In poco più di un secolo e mezzo si passò da una diffusione di carta stampata di poche migliaia di libri ad un vero e proprio boom della lettura e della letteratura. Durante il XIX secolo la situazione mutò ulteriormente: produrre giornali, libri e riviste divenne sempre più facile grazie al contributo della rotativa e della linotype, ciò portò un aumento esponenziale del numero di persone che si inserivano nel settore, sia come scrittori che come editori. I giornali assunsero finalmente la connotazione di quotidiani e benchè ciascuno cercasse il suo modo per sopravvivere, la concorrenza era spietata e, specialmente nel campo delle notizie. In un clima di guerra dichiarata anche i giornalisti e la stampa assunsero il ruolo di veri cacciatori di scoop, alla ricerca di notizie che fanno tendenza. E quali sono, da sempre, gli argomenti di cui si parla? I drammi. I reporter dell’Ottocento erano esperti seguigi abili quasi quanto gli investigatori con un particolare fiuto per la storia lacrimevole, per la vicenda straziante, per una descrizione macabra in più che avrebbe attirato i lettori soggiogati dal perverso fascino della morte, dell’occulto, dell’ignoto, ma soprattutto del proibito. Adamo ed Eva non vi ricordano nulla? Fare qualcosa che va contro le regole, ci dicono, è sbagliato, quindi non si può a meno che non si vogliano pagarne le conseguenze in questo mondo o nell’altro. Leggere le vicende che esulano le regole di comportamento a cui ci atteniamo è, in qualche modo, una forma di trasgressione passiva di conseguenza esercita un fascino enorme sulle persone.Trasgredire coscientemente genera adrenalina, che ti manda su di giri e ti senti come se potessi volare o conquistare il mondo. Sentir parlare di qualche trasgressione, piuttosto che leggerne in giro non è esattamente come se l’avessi fatto tu, ma ti consente una dose minima di brivido che ti eccita quel che basta, senza strafare. Nessuno pensa che l’adrenalina sia una droga perché non la si introduce nel corpo come la nicotina o le varie droghe, è il nostro fisico che la produce, tuttavia in piccole dosi ha ottimi effetti, quasi benefici, mentre se assunta in dosi eccessive porta a non avere più il controllo di sé. Il paragone con l’alcool credo sia il più azzeccato. Quindi è la trasgressione perché ci dà adrenalina che cerchiamo nel mondo dell’horror, del thriller e che ottenevano i vittoriani con i lugubri e macabri romanzi gotici, evolutisi poi nei racconti del terrore come quelli scritti da quel sadico di Poe oppure di Lovecraft. Se la stampa inglese vivisezionò, letteralmente, Jack the Ripper e la sua vicenda, non fu certo un caso isolato, mai come allora killer seriali, uxoricidi, impiccagioni e, soprattutto, violenze sessuali ebbero risalto sulle prime pagine del Times come degli altri periodici. La gente voleva la storia tragica, dolorosa e piena di sangue, il tormento come forma di sperimentare emozioni forte e i giornalisti gliele procuravano andando alla continua ricerca di questi fenomeni di bassezza morale. Più ne trovavano e più la gente comprava, quindi gli editori erano ancora più invogliati a proporre le suddette vicende. Ricordate una delle scene di Spiderman quando lo scorbutico capo di Parker ritratta tutte le affermazioni sull’Uomo Ragno dedicandogli una prima pagina e spostando la pubblicità di un importante finanziatore solo perchè il super eroe gli aveva fatto finire la prima tiratura nelle poche ore del mattino? Ecco, la politica di marketing è quella. Siamo cambiati? In Duecento anni ci siamo evoluti?

Assolutamente no, lo Zio Misseri è diventato lo zio più famoso d’Italia, Olindo e Rosa i vicini che tutti (non?) vorremmo e Omar e Erika anche dopo essere stati condannati e aver scontati 10anni e io direi la loro gioventù in carcere sono ancora sui rotocalchi perché si stanno rifacendo una vita. Saw è una fortunata serie horror/splatter di un fortunato filone e quanti telefilm crime circolano sulle nostre emittenti: CSI, Bones, Cold case, The Mentalist, True Calling... sangue a volontà, morti come se piovessero e casi apparentemente irrisolvibili, ci sono serie che fanno paura, quando non disgusto, che rimescolano i visceri. Ma non solo il sangue che scorre ha questa presa su di noi. La paura ci fa produrre adrenalina e di cosa ha paura l’uomo? Tante cose... specialmente quello che non capisce. Quando, continuando con le nostre deviazioni mentali sorpassando anche l’epoca odierna del “torture porn”,ci saremo assuefatti a questo? Io temo la crisi di astinenza successiva perchè li sarà la morte a fare da padrone. Mauro aka Various

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Death’s shifting Sequestro e dissequestro della morte nella società moderna. a cura di Nihil Mortis

Morte addomesticata e morte proibita Seguendo le orme di Vovelle e di Ariès è possibile delineare un quadro di come sia cambiata, nel corso del tempo, la rappresentazione della morte nella società; per semplicità possiamo partire dal medioevo: è in questo periodo che avvengono una serie di mutamenti che porteranno alla sua attuale concettualizzazione. Intorno all’XI secolo si individua una morte magica: i “doppi”, ovvero gli spiriti dei morti, circolano accanto ai vivi. L’angoscia che una simile convinzione, peraltro di carattere pagano, suscita nell’uomo si palesa nelle danze macabre: rituali collettivi attraverso i quali si cerca di esorcizzare questa stessa paura, ricordando la finitezza della vita umana e, danzando con la morte, rendendola meno brutale. Il tema diviene talmente importante che, nel 1024, la Chiesa decide di introdurre la festività del 2 novembre in onore dei defunti – pratica celtica alla quale, fino a questo momento, si era opposta. Ariès parla a proposito di questo periodo di morte addomesticata: la morte viene percepita come un fatto naturale, parte della vita; è familiare e quotidiana: bisogna esserne consapevoli e arrivare all’ultimo atto preparati. Al centro della scena sta il morente, il quale guida la cerimonia funebre: dal saluto ai cari fino all’ultima esalazione. È la morte del sé, del singolo individuo, segno di un processo di individualizzazione appena agli albori. Qualcosa cambia a partire dal XIII secolo, quando si inizia a parlare di Giudizio individuale: accanto al Giudizio universale, che colpirà tutti gli uomini alla fine dei tempi, se ne introduce uno a cui ciascuno sarà sottoposto e il cui esito dipenderà dalla pesatura dell’anima. Per coloro i quali la decisione divina è più complessa viene introdotto il Purgatorio; l’elevazione al Paradiso avverrà attraverso le preghiere dei vivi. Le rappresentazioni ambientano questa scena nel momento stesso della morte: il morente è circondato da figure riconducibili al Bene e al Male; se egli si pente dei propri peccati otterrà la grazia, altrimenti la perdizione. La rappresentazione della morte si fa oscura, macabra: la morte secca vede rappresentati scheletri, teschi, ossa, animali quali rospi o serpenti. Il monito è “noi eravamo come voi adesso siete, voi sarete come noi siamo ora”. Questa rappresentazione inizia ad essere sostituita, intorno al ‘500, da una morte erotica: è una morte che affascina, che seduce; si gioca sul sottile confine tra eros e thanatos, vita e morte. Tipico esempio di tutto questo è “I dolori del giovane Werther” di Goethe, modello per molti altri autori. È fra il ‘700 e l’800 che si afferma una nuova visione della morte: la morte proibita. Questo passaggio è dovuto a vari fattori, fra i quali la nuova definizione della mortalità infantile – come lo stesso Ariès sottolinea, l’infanzia è una costruzione sociale nata in questo periodo; prima di allora una volta diventati indipendenti dalla madre si entrava nel mondo adulto -, l’utilizzo del testamento come atto legale, una nuova concezione del lutto e del cimitero. Il lutto non è più così rigidamente cadenzato, non appare più come uno spettacolo in cui ognuno recita un ruolo e in cui ci sono momenti particolari durante i quali il dolore viene manifestato – ma sempre contenuto: pensiamo ad esempio alle cerimonie greche -: è tutto molto più spontaneo, si perde il carattere rigido che lo aveva contraddistinto e il dolore si manifesta apertamente e senza freni. I cimiteri fino ad allora non erano concepiti come luoghi dei morti; addirittura al loro interno vi sorgevano abitazioni, asili, locande e taverne. E’ solo in questo momento che vengono percepiti come spazi ad hoc, in cui mantenere in vita la memoria dei morti. Questa funzione viene esaltata dalle proteste contro l’editto di Saint Claude del 1806. In Paesi come l’Italia, la Francia e la Germania prende piede l’abitudine di personalizzare e abbellire le tombe con fiori, ritratti o oggetti particolari. Si iniziano ad elaborare delle strategie per sfuggire alla morte, per esorcizzarla e ignorarla: dalle classiche bugie dette ai cari – e a noi stessi – in fin di vita al sequestro della morte descritto da Giddens: insieme ad altre esperienze quali sessualità e malattia essa viene isolata in particolari strutture e sottratta dall’esperienza vissuta per preservare un senso di sicurezza ontologica. Addirittura Gorer, nella sua opera “The pornography of death”, ritiene che la morte sia il nuovo tabù della modernità. Sulla stessa scia si colloca Freud: la morte, come tutti i fatti dolorosi, tende ad essere rimossa e negata; spaventa l’uomo al punto che non la si augura neanche al più acerrimo nemico. Per evitare che colga noi o un nostro caro ci costringiamo ad una vita mediocre, piatta e spenta, e ci rifugiamo nella letteratura che, invece, ci permette di compiere esperienze della morte senza esserne toccati realmente.

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Morte in vetrina Tutti questi autori convergono nel sostenere la negazione della morte: la società moderna la uccide, la elimina, la rinchiude in particolari istituzioni e non vuole averci niente a che fare. L’obiezione più banale è però: come si spiega allora il fatto che i media ci parlino continuamente di lei? Quali sono le specifiche caratteristiche della morte mediata? Innanzitutto, essa è una“morte vetrinizzata”, come sostiene Codeluppi: possiamo guardarla ma non toccarla. La morte è su un piedistallo, di fronte a noi, ma non si lascia toccare e, per nostra fortuna, non ci tocca. In questo modo, nella sua interpretazione, la si rende più innocua. Siamo schermati dalla morte che, quindi, non ci può colpire. Essa non è più un’esperienza unica: possiamo ripeterla più volte, al pari di ogni altra esperienza; siamo noi i suoi padroni: la possiamo rivivere oppure evitare, semplicemente non guardandola o leggendola. Perde il suo carattere di fine della vita, nell’ottica di un weberiano disincanto e politeismo: declinata al ruolo di evento marginale, al pari degli altri, e non più ultimo, unico e finale. Diventa un’esperienza atrofizzata, che altri compiranno al posto nostro e che può essere riprodotta quante volte vogliamo: diventa finzione, rappresentazione; perde la sua “aura” – per dirla con Benjamin – e la sua sacralità. In questo modo non appare più dolorosa, ci garantisce una distanza di sicurezza per non farci travolgere emotivamente. I media operano, in definitiva, un dissequestro dell’esperienza-morte. Allo stesso tempo però, questa è un’esperienza che la società moderna tende indubbiamente ad espellere: ormai è raro morire in casa; generalmente lo si fa in ospedali, nelle pensioni, nelle case di cura o negli hospice. In una società liquida, dinamica, dai ritmi accelerati, non abbiamo il tempo e la possibilità di occuparci del morente; lo si porta in queste strutture, dove sarà trattato adeguatamente. Per non interferire con l’obiettivo che l’uomo si è prefissato, e cioè essere libero e felice, si esclude il dolore dalla vita quotidiana e si fa in modo che la cerimonia funebre duri il meno possibile: non più i 40 giorni di uno o due secoli fa, ma al massimo tre o quattro giorni; per accorciare ancora i tempi si preferisce la cremazione alla sepoltura. Si può parlare quindi di morte negata? Sembra proprio di no. La sua esclusione dalla vita quotidiana non consiste in una negazione: ne siamo tutti ben consapevoli, la accettiamo; cerchiamo solo di isolarla e di espellerla, non per questo rimuovendola. Compare anzi sui media, sebbene con caratteristiche del tutto diverse rispetto alla morte reale. Inoltre, possiamo dire che sia davvero la morte a spaventarci? Per Morin no: è il cadavere ciò che davvero ci affligge. Cerchiamo di non vedere il corpo del morto, di non starci vicino o di starci il meno possibile; ci inganniamo truccandolo e vestendolo come se fosse vivo; lo allontaniamo da casa, come se potesse contagiarci; lo cremiamo per evitare la decomposizione. Non ci sarebbe quindi una fuga dalla morte, ma dal morto.

Storie di morte La morte fa da protagonista in molta letteratura; si potrebbe quasi sostenere che l’uomo inizi a costruire storie e narrazioni proprio quando realizza la finitezza della sua vita. Gli esempi sono innumerevoli, ma ne possiamo considerare due su tutti: Amleto e Frankenstein. Noi tutti conosciamo la storia descritta da Shakespeare: Amleto è il principe di Danimarca; deve vendicare la morte del padre e ottenere il trono, usurpato dallo zio Claudio con la complicità della madre. È però un personaggio riflessivo, restio a compiere questo gesto violento: si trova da solo di fronte ad un mondo che non comprende, spera che la verità emerga da sola. Diverse le interpretazioni di questo atteggiamento: Freud l’ha identificata col complesso di Edipo, per cui Amleto avrebbe voluto la morte del padre e, quindi, non sente l’impulso di vendicarlo. Ad ogni modo, dopo l’apparizione dello spettro del re la storia si evolve e Claudio verrà ucciso dal protagonista, anch’egli in fin di vita. Frankenstein è invece nato dalla morte: creato in laboratorio da un insieme di tessuti morti, il suo creatore è convinto in questo modo di aver trovato la strada per l’immortalità. Subito dopo però sarà preso dal desiderio di ucciderlo, poiché in realtà lo odia: sarà però lui ad essere ammazzato. Ultimamente è invece tornata di moda la figura del non-morto, in particolare del vampiro. Nell’immaginario collettivo egli ci appare come un nobile vestito di nero, elegante, coi capelli tirati all’indietro e i canini aguzzi: in realtà ha forme ataviche, barba ispida, occhi spalancati e vitrei, faccia gonfia e unghie lunghe. Il vampiro non è altro che un uomo dell’est europeo. Inoltre non morde sul collo, ma sul petto. I motivi per cui si diventa vampiri sono, nel folklore, diversi: perché figli illegittimi, per deformazioni fisiche, perché morsi da un vampiro. Erano destinati a diventare vampiri anche gli alcolisti, coloro che vedevano la loro immagine riflessa in punto di morte o sui quali saltava un animale, generalmente un cane; ma anche coloro ai quali veniva “rubata” l’ombra. Il motivo più comune era, in ogni caso, una sepoltura non ben eseguita. Questa figura ha subito una completa ridefinizione: in passato era una creatura spietata, assetata di sangue e crudele, seppur ammaliante; oggi è dolce, bella, buona, gentile e vegetariana:Twilight ne è la prova tangibile. Naturalmente questa metamorfosi si inserisce in un processo più ampio che, in generale, vede il non-morto diventare una figura buona, un eroe che torna in vita per compiere una missione. Il Corvo ne è un esempio. La morte è, quindi, al centro delle narrazioni: sia di quelle classiche che di quelle contemporanee. Si tratta però di una morte bella, poco dolorosa, poco violenta; è diventata buona, sensuale e seducente, non cruenta e, in definitiva, poco realistica.

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Cronache di morte In conclusione possiamo osservare come la morte di persone reali ci venga proposta in televisione. Il modo in cui questi argomenti vengono trattati è stato definito faction: unione, cioè, tra fact e fiction. Si tratta di una tendenza – o deformazione, a seconda dei punti di vista – del giornalismo che tende ad esagerare i toni e le notizie in modo da suscitare interesse nel pubblico: toni enfatici, spettacolarizzazione, drammaticità funzionale a rendere interessante e notiziabile il fatto. In questo modo si costruiscono storie – fiction - su un fatto reale, di cronaca – fact -; si racconta il fatto stesso come un romanzo giallo, perdendo però di vista il lato umano della vicenda: la morte di una persona, il dolore dei suoi familiari e di una comunità. Il caso proposto è quello di Meredith Kercher, studentessa erasmus uccisa a Perugia; la tesi è quella secondo cui il modo in cui la vicenda è stata raccontata la accomuna ad una vera e propria narrazione. Campbell ha individuato sette personaggi chiave per costruire una storia avvincente: l’eroe; il mentore, cioè la guida; il messaggero, che informa dell’inizio della vicenda; il guardiano della soglia, colui che si oppone al protagonista – ad esempio fornendogli informazioni errate -; l’ombra, cioè l’antagonista; il mutaforme, che cambia ruolo durante la narrazione; l’imbroglione, che tenta di deviare e depistare l’eroe. Meredith viene uccisa e i media, messaggeri e mentore, ci informano del fatto. Ci informano, in quanto da questo momento diventiamo noi gli eroi, i protagonisti della vicenda: ci sentiamo parte della storia e vogliamo, dobbiamo a tutti i costi trovare il colpevole. trovare il colpevole. I primi indizi cadono sulle persone più vicine alla ragazza – presentata in questo momento come una povera vittima innocente e ingenua – che si rivelano però estranee ai fatti. Le indagini continuano e, grazie all’intervento di Amanda, che possiamo considerare qui l’imbroglione, viene accusato Patrick Lumumba. Dopo un certo periodo, durante il quale l’uomo viene descritto come un potenziale assassino, si scopre la sua innocenza: diventa quindi un mutaforme, mentre i media diventano guardiani della soglia. Le indagini continuano e noi ancora non abbiamo trovato un colpevole. A tener alta l’attenzione ci pensano ancora i media, che pubblicano una foto di Meredith la sera di halloween, che la vede truccata con del sangue finto. Per quanto possa sembrare banale, questo espediente attira il pubblico e lo spinge ad interessarsi ancora di più al caso. Amanda e Raffaele vengono incarcerati e sono stati rilasciati qualche mese fa. Anch’essi mutaforme, quindi – sebbene siano sempre stati presentati come due vittime innocenti, anche durante la detenzione. Infine, troviamo il colpevole: Rudy Guede, l’ombra. Il caso è chiuso e la vicenda cade nel dimenticatoio. Come si è visto, le somiglianze con un romanzo giallo sono palesi. Ma a cosa è dovuto questo atteggiamento? Semplicemente ad una esigenza del pubblico. Il pubblico, o una sua parte, vuole storie di questo genere. Il motivo è semplice: di fronte a questi eventi si instaurano legami empatici, si creano legami sociali, ci si sente buoni: il colpevole merita di essere esposto alla pubblica gogna, deve essere fatta giustizia. Ci si sente parte di una comunità, si crea senso di appartenenza e ci si identifica con i valori della società contro chi li ha trasgrediti. La spettacolarizzazione della cronaca nera è, quindi, dovuta a questo interesse compulsivo che il pubblico ha di fronte a questi fatti, causato da una volontà di fare giustizia e sentirsi parte di una comunità.

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Horror: fa paura... “Death Valley” a cura di el_malphas Facciamo il punto della situazione: numero sul macabro. La scelta, come sempre, è del lettore. Vi aspettate un articolo serio, su un argomento importante ossia la recensione di un film che tratti la morte come fulcro della vita, motore dell’amore o ispiratore di una miglior condotta? Benissimo, smettete di leggere. Sostanzialmente per due motivi: in primis stiamo per parlare di una serie tv (per la prima volta), e poi: questa serie è comica. Per cui, continuate nella lettura, ma senza pretese. Entrando in argomento: Death Valley è una serie tv (messa in onda con una sola stagione di 12 episodi) trasmessa da Mtv, negli States, recentissima: la premiere risale infatti al 29 Agosto dello scorso anno. Annovera come creatore Spider One (all’anagrafe Michael David Cummings, vocalist dei PM5K) e tra i produttori c’è Eric Weinberg (fresco del successo ottenuto con Scrubs). Ambientata in una particolare San Fernando Valley, California, assolutamente priva di orpelli standardizzati: no palestrati o costumi da bagno e topless in spiaggia, surf e quant’altro ma arricchita da un intero campionario di creature uscite dai peggiori incubi: vampiri, licantropi, zombie e mostri vari ed eventuali; a tal punto da essere rinominata Valle della Morte (per l’appunto Death Valley). I protagonisti della serie però, sono davvero l’elemento atipico: infatti, dopo l’invasione di “strane creature” il LAPD (la polizia di Los Angeles) ha creato l’UTF (ossia un’unità dedita al controllo di queste). Verrebbe da pensare che per un compito così delicato, così fondamentale per la sopravvivenza dei cittadini, gli elementi scelti siano selezionati in base a particolari virtù o capacità: atletici, belli, intelligenti e patinati; e qui la delusione: tutti i componenti dell’UTF sono strani soggetti, molto reali e concreti, ma, se singolarmente analizzati, rappresentano tipici archetipi caratteriali estremizzati: il tonto, il casalingo, il donnaiolo, quella diligente e quella violenta, insomma: non manca alcuna nota alla scala. Proprio questo fattore rappresenta sia il punto di forza che l’elemento debole della serie. Mi spiego. E’ possibile ottenere l’effetto comico in due maniere differenti, spesso mescolate, ma distinte e ben riconoscibili. Il primo metodo è molto sofisticato, di origine freudiana, e consta nel semplice motto di spirito, ossia una frase di senso compiuto che rimanda ad una molteplicità di significati, insinuando il riso dopo che la comprensione allegorica è avvenuta (nota bene: non confondere quando detto con l’umorismo pirandelliano). Per offrire un esempio mi basta citare Woody Allen: “C’è sempre una luce in fondo al tunnel, speriamo non sia il treno”. Semplice: accostare una frase fatta, estrapolandola dal significato comune e associandola ad un’altra che offre una nuova, e divertente, interpretazione; insomma giocare con le parole, per banalizzare. La seconda origine del comico, che potremmo accostare a Bergson, affonda le sue origini su ciò che è strettamente umano: ossia accostare coppie di soggetti prometeicamente differenti, creando quello che gli specialisti chiamano dislivello comico. Molto snobbato (poiché ritenuto eccessivamente semplicistico) dalla critica, è però di sicuro effetto. E in Death Valley, l’intero copione ha questa

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precisa matrice: i personaggi, tra loro, sono “accoppiati”, ad esempio il casalingo - buon padre di famiglia fa coppia col donnaiolo volgare e spregiudicato, al fine di creare una contesa dinamica e divertente. Come pure è enorme il divario tra lo sfondo (l’ambientazione) e i personaggi che calcano il palco: è esattamente come veder sciare nel deserto. In base a quanto detto, questa serie è stata associata al genere trash, quindi è a rischio cancellazione. Altro punto di forza della serie è il particolare POV (Point Of View) con cui è stata girata. Infatti i protagonisti, nella fattispecie i poliziotti, sono costantemente seguiti da una troupe televisiva che ne riprende le, scarsamente, eroiche gesta; conferendo al montato finale un particolarissimo dinamismo e realismo mai ottenuto da altre produzioni simili. Sembrerebbe quasi di assistere ad un documentario. E, come se non bastasse, c’è anche, a supporto, una robusta trama avvincente che si snoda all’interno di tutta la serie ma si rivela comprensibile allo spettatore con la giusta lentezza. Difatti, molte scene, quasi incomprensibili nelle prime puntate, risultano chiare solo proseguendo con la visione del seguito. Ricapitolando: Death Valley è un horror, estremamente comico, definito trash, innovativo, intelligente e divertente; irriverente nei confronti di tutto il panorama contemporaneo filo vampire in love (sembrerebbe una canzone dei Frankie Goes To Hollywood...), ben scritto e girato in modo originale. E, visto l’abbondare di reale trash emotivo di scarsissimo valore, ritengo sia una benedizione il tentativo compiuto da questa produzione di criticare, ridicolizzandolo, quello che sembra essere il trend del momento. Solo una cosa non mi torna ancora: cosa state aspettando a vederla?


SAW: La Saga

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a cura di Profanatore Hyena [Bot] Saw è una fortunata saga di film che tratta temi profondi, resi ancora più profondi da coltelli e altre lame di vario genere. Sostanzialmente possiamo definire la saga molto vicina alla religione visto che si parla di peccatori che in qualche maniera devono essere purificati per poter veramente rinascere in una nuova vita, in tutti i sensi. L’ideatore della serie di film è stato James Wan, un tizio proveniente dalla Malesia che ha pensato bene di rendersi simpatico al pubblico giocando con le parole “Malesia” e “Male”. Ha pensato. Il protagonista è invece John Kramer, un pupazzo di ceramica, dall’aspetto tenero ed inoffensivo che prepara le trappole e le prove alla quale i suoi eletti devono trovare la soluzione. John inizialmente era un bonaccione, passato al lato oscuro dopo le continue prese in giro riguardo il suo faccino di ceramica: inviperito da tutte queste parole, decise di vendicarsi contro i diretti responsabili, i loro familiari, i loro amici ed infine contro il genere umano. John Kramer muore durante la saga ma il suo spirito vendicativo continuerà a guidare i nuovi protagonisti della saga. Ho spoilerato una parte della trama ma non mi prendo nessuna responsabilità perchè l’ho scritto che stavo per spoilerare. Dal genere umano non vengono però prelevate persone a caso ma persone che si sono comportate in maniera malvagia e/o malsana:tra le vittime di John abbiamo infatti fumatori, fan di Justin Bieber, ragazze malate di Twilight, (co)direttori di jOURnal e staffer di siti.

TRAMA DEI FILM Saw - L’enigmista (leggasi So’ l’enigmista) Un pazzo rapisce alcuni infami e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere

I film finora sono 7 e c’è stata una grande polemica su come definire l’intera opera: 1 ettalogia; 1 tetralogia + 1 trilogia; 2 trilogie + 1 monologia; 2 bilogie + 1 trilogia; 7 monologie.

Saw 3D - Il capitolo finale Un pazzo rapisce alcuni infami e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere, nel capitolo finale, in 3D.

Saw II - La soluzione dell’enigma Un pazzo rapisce alcuni infami che hanno trovato la soluzione dell’enigma e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere Saw III - L’enigma senza fine Un pazzo rapisce alcuni infami che hanno capito che l’enigma è senza fine e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere Saw IV Un pazzo rapisce alcuni infami e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere Saw V Un pazzo rapisce alcuni infami e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere Saw VI Un pazzo rapisce alcuni infami e li obbliga a tagliarsi per sopravvivere

Kim Dotcom, vuoi fare un gioco con me? [cit. Agente Speciale John Kramer, F.B.I.

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Il Vampiro: Un’icona melaconica moderna. a cura di boy Knives I vampiri non esistono. Non esistono se non nel nostro animo, nel cuore, nella mente. Come si presenta oggi, nella maggior parte degli esseri umani, l’immagine mentale corrispondente al termine vampiro?Chiudendo gli occhi e riflettendo, il pensiero che si forma è quello di un essere dalle sembianze umane, maschio o femmina, giovane, pallido ed emaciato, vestito da monocromatici ed elegantissimi abiti, più affascinante che mostruoso, più perplesso che spaventoso, più melanconico che crudele.L’immaginario collettivo precedente il 1816, anno in cui vedremo accadrà qualcosa di determinante, vede invece il vampiro come creatura orribile, disgustosa e terrificante: “Ha folti capelli e il corpo villoso al punto da avere sovente dei peli anche sulle palme delle mani. Il colore degli occhi è slavato, le labbra sono gonfie, spesso tumefatte e, sollevandosi, scoprono canini mostruosamente lunghi ed aguzzi. Il Vampiro ha inoltre le unghie sempre lunghissime e livide, le orecchie appuntite e mobili come quelle dei pipistrelli, l’alito orrendamente fetido.” Si tratta dunque di un’entità raccapricciante e detestabile, con connotazioni chiaramente ridicole oltre che orrende, quali la peluria sul palmo della mano, le labbra tumefatte, le orecchie mobili, l’alito fetido, che tendono a far confluire il terrore nella beffa, in una sorta di esorcismo di“un qualcosa”che è assolutamente negativo. Un’entità che va isolata. Nella mancata possibilità di ignorarlo e in difetto di forza per combatterlo, tanto vale, pur nel terrore, renderlo risibile. Il vampiro è un essere non gradito, un risorgente abusivo, un non-vivo fuori posto nel mondo dei viventi, un putrido portatore di peste. Nelle inchieste sulle epidemie di vampirismo spesso l’origine viene individuata in un campagnolo, un bifolco, un ignorante che nemmeno dopo la morte riesce a stare al suo posto. Per tutto il ‘700 le esumazioni di presunti vampiri si moltiplicano, lasciando a volte le autorità incaricate stupefatte dinnanzi a cadaveri sostanzialmente integri, si presume, oggi ma non allora, per cause naturali come il tasso d’umidità o la composizione del terreno. Non è un caso che durante tale periodo, definito del“vampiro folklorico” da Vittorio Teti nel suo trattato La melanconia del vampiro, debbano intervenire autorità quali Papa Benedetto XIV, che nel 1749 nega ufficialmente l’esistenza dei vampiri, oppure MariaTeresa d’Austria che intorno al 1750 promuove inchieste volte a confutare ogni dubbio sulla superstizione in oggetto. La questione crea tanto rumore da non lasciar indifferente neppure lo stesso Voltaire, che con la sua proverbiale ironia si fa precursore, associando la figura del vampiro a quella della

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società industriale, ed il capitale ad un’entità da nutrire con il sangue delle masse lavoratrici. E’ segno che qualcosa cambia nella percezione del “mostro” e che i tempi sono maturi per un’evoluzione. Edmund Burke nel suo Inquiry into the Origin of our ideas of the Sublime and Beautiful, inizia ad introdurre il concetto di terrore non più disgustoso ma potenzialmente sublime. Subentra il gusto del macabro, del codice, il piacere di spaventarsi diventa il nuovo esorcismo. Si avanza spediti nel periodo della letteratura gotica. Ma il vampiro non è solo terrificante. Ha qualcosa d’altro, la sua figura è atta a catalizzare sentimenti intrinseci all’uomo, emozioni primordiali degne di quelle che può generare un mito. Il vampiro è l’icona di un percezione antichissima, da sempre presente nell’animo umano, ma anche molto moderna. Un sentimento che come tutte le pulsioni ataviche presagite dai miti nasce con l’uomo ma si rinnova ogni giorno, pur eclissandosi in determinati momenti storici e brillando in altri. L’umanità si affaccia su una nuova realtà, un mondo dove i problemi sono sempre meno concreti, dove la sensazione prende, romanticamente, la consistenza del sangue, un mondo assorto che morbosamente non disdegna il cullarsi nel liquido amniotico della melanconia. Ecco il tempo del vampiro moderno. Il momento chiave giunge, come accennato in precedenza, nel mese di giugno del 1816, il luogo è un’elegantissima abitazione di Ginevra, Villa Diodati. E’in tale contesto che il vampiro come lo intendiamo oggi, il nostro attuale non-morto, nasce. L’episodio è abbastanza noto, un gruppo di intellettuali e artisti tra i quali Lord Byron e il suo assistente John William Polidori, il poeta Shelley, e la sua amante Mary Wollstonecraft Godwin (che poi diventerà Mary Shelley), durante un’estate che la Shelley definì “fredda e uggiosa”, trovano nella villa alcune storie di fantasmi che leggono insieme, compiacendosi e apprezzando il terrore provato come si potrebbe degustare un vino d’annata. Decidono che ognuno di loro scriverà una storia soprannaturale. Due di loro, Polidori e Mary Shelley, prendono la cosa con assoluta serietà. Mary Shelley scrive il romanzo capostipite della letteratura d’orrore, Frankestein, che pubblica nel 1818. Polidori invece compone una novella, The vampyre, che cambia per sempre la figura del mostro succhiatore di sangue.Il protagonista si chiama Lord Ruthven. L’intento denigratorio nei confronti di Lord Byron è più che evidente. Il tutto nasce dal rapporto di amore e odio, più odio che amore nel caso di Polidori, al quale, è bene ricordarlo, la conoscenza di Byron sarà fatale, indirizzandolo verso un vortice catabatico che lo porterà a togliersi la vita a soli 26 anni. Se gli intenti sono apparentemente parodistici, l’effetto sortito sul pubblico non è tale. Giorgio Galli nel suo saggio Il vampiro tra letteratura e politica ricorda che:


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La chiave satirica non è necessariamente negativa. Può essere un modo per segnalare la tradizione letteraria (ermetico-alchemica), che procede per via clandestina. La figura del vampiro aristocratico e melanconico travolge gli stereotipi precedenti, facendosi strada a larghe falcate su un terreno che, come accennato in precedenza, non chiedeva altro che la comparsa di una figura simile, che focalizzasse le sensazioni e la sensibiltà. La melanconia provata dall’uomo negli ultimi due secoli è un sentimento preponderante che non può evitare di trovare rappresentazioni iconiche. Il vampiro, osannato a furor di popolo sin dalla sua comparsa, è una di queste. Le prime righe della novella di Polidori sono folgoranti e bastano da sole a richiamare il mito sopito nelle coscienze, battezzando una nuova figura nell’immaginario collettivo: Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l’inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango. Osservava con sguardo fisso l’allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Quando la gaia risata di una bella fanciulla attirava la sua attenzione, la gelava con uno sguardo, e incuteva paura in quegli animi in cui regnava la superficialità. Coloro che percepivano questa sensazione di timore non riuscivano a spiegarsi da cosa derivasse: alcuni la attribuivano ai suoi occhi color grigio opaco che, fissandosi su un volto, sembrava non riuscissero a penetrarlo e a raggiungere subito i più intimi meccanismi dell’anima, ma ricadevano sulla guancia simili a un raggio pesante come il piombo, opprimendo la pelle senza poterla oltrepassare.Grazie a queste bizzarrie veniva invitato in tutte le case; tutti desideravano vederlo; quelli abituati a intense eccitazioni, e ora tormentati dalla noia, erano lieti di trovarsi in presenza di qualcosa capace di catalizzare la loro attenzione. Malgrado il pallore mortale del volto, che non assumeva mai una sfumatura più calda né per modestia né per lo stimolo interno di una passione, il suo aspetto e il suo profilo erano belli, e molte donne a caccia di notorietà cercavano di catturare la sua attenzione , almeno, ottenere dei segni che facessero pensare ad una manifestazione di affetto. In queste righe, inoltre, Polidori pare già percepire come nel mondo moderno sregolato e tormentato dalla noia la figura del vampiro, benché inquietante fino al fastidio, avrebbe attirato l’attenzione della società. Proprio in quel periodo, pochi anni prima, nel 1805, Esquirol inserisce nel suo Des Passions la seguente descrizione: Nella malinconia triste, il viso è pallido, i lineamenti del volto sono concentrati, la fisionomia dolorosa; gli occhi sono infossati ed esprimono abbattimento, lo sguardo è sospettoso, i movimenti sono lenti.

In un momento in cui lo studio della psiche umana fa i suoi primi passi, la figura Polidoriana del vampiro pare inserirsi come archetipo di alcune pulsioni primarie, come l’angoscia e la naturale tendenza alla melanconia. La melanconia è male ma è anche invitante, una culla morbosa e morbida, eterna fonte di energia autocommiserativa, languida sorgente di lacrime, che soddisfano gli occhi e il cuore. Di melanconia si muore, anzi si non-vive, si resta sospesi, forse riparandosi dalla morte, magari assorbendo vita e sostegno da chi è prossimo.Il melanconico è un vampiro, il vampiro è un melanconico. In un mondo sempre più contraddittorio il non morto, mostruosamente bello, orribilmente attraente, simboleggia la realtà umana. Rappresenta il fato di chi non ha più speranza e vivendo diretto verso l’annichilimento della morte, congiunge i due lembi del destino in una possibile zona franca. Il prezzo da pagare è la perdita dell’umanità. Da Polidori in poi le persone che incontrano il vampiro presentano, secondo un’accurata descrizione diTeti: stanchezza, senso di vuoto e di oppressione. Pallore, estrema magrezza, debolezza, torpore, spossatezza, sonnolenza, insonnia, inquietudine, instabilità, indifferenza a tutto, anche alla propria dolorosa condizione, abbandono agli eventi, attesa rassegnata della fine: sono questi i sintomi patologici della vittima che teme, attende, desidera, sollecita, l’incontro col vampiro. La figura del vampiro attraversa rapidamente un’Europa che pareva non aspettare altro. Nel 1820 Charles Nodier allestisce presso il teatro Porte-Saint-Matin? di Parigi un dramma tratto dalla novella di Polidori, incontrando l’approvazione incondizionata del pubblico. La passione vampirica dilaga in tutti i teatri europei. Lo stesso Nodier, nel 1830, scrive un Lord Ruthwen ou les vampires, considerabile come un tentativo di prosecuzione più che una vera e propria riscrittura, delle vicende narrate da Polidori. Nel 1836, La morte Amoureuse di Théophile Gautier alimenta ulteriormente la figura del mostro melanconico, essere schiacciato dalla sua contraddittorietà, morto ma vivo, volto ad annichilire coloro che sono oggetto delle sue passioni, bisognoso di alimentare il suo sentimento con il sangue dell’amato. Il topos melanconico è lanciato, la melanconia è compresa, piace, il vampiro non può specchiarsi, forse perché l’essere umano ne scorge già la figura smunta dal desiderio nel proprio riflesso. Le pulsioni inappagate sono un fattore di melanconia, la brama del vampiro è quella nascosta negli animi. Turbinano nel mostrofrenesiesadicheemasochistiche,desiderioeteroedomosessuale,selvaggiavoglia di distruzione, che sia però eterna, senza soluzione di continuità.Nel Dracula di Bram Stoker, romanzo geniale e brillante intuizione di un autore che non riuscirà più a ripetersi per tutta la sua vita, forse oppresso, vampirizzato, dal peso stesso del suo capolavoro, il personaggio di Lucy pare non aspettare altro che la vampirizzazione. Essa attende la venuta del Conte, così come la cultura Europea aspettava l’avvento dei vampiri. E’una facoltosa aristocratica insoddisfatta, annoiata, sofferente nella sua condizione di non-viva, cela inoltre desideri erotici che possono essere dischiusi, moralmente parlando, solo dal liberatorio morso di Dracula. Sembra attendere con ansia lo sbatter d’ali del pipistrello dietro la sua finestra, e Stoker, tacitamente, ci lascia intuire che ella accolga il morso del vampiro più come complice che come vittima. Così come anche in un’altra opera chiave nell’affermazione del vampiro moderno, il Carmilla di Le Fanu del 1872, la protagonista è una vittima predestinata: L’arrivo improvviso e misterioso della melanconica donna vampiro viene presentito e quasi preannunciato dal padre di Laura, la fragile fanciulla predisposta all’incontro col vampiro, che in preda a un sentimento di tristezza, in un’atmosfera e in un paesaggio intrisi di melanconia, recita dei versi di Shakespeare. In un mondo chiuso dove i desideri sono repressi, Laura è colpita da una vera e propria sindrome dell’umor malinconico, da quella perversione del desiderio che rende inaccessibile il proprio oggetto nel tentativo di garantirsi dalla sua perdita. L’essere umano, se non oppresso da problemi materiali, è insofferente, diventa apatico, perde contatto con la realtà o forse, più probabile, inizia a percepirla in modo troppo crudo. Ne soffre, si smarrisce, erra in se stesso fino al logoramento dell’animo. Questo crepaccio ingoia la mente della persona minacciando automaticamente anche chi gli si avvicina. Il contagio è semplice, perché desiderato. Si brama masochisticamente la perdita della vita e il rifugio nella morte sospesa: il limbo melanconico. E’ un destino inevitabile. Da questo punto di vista è molto significativo il fatto che Le Fanu, benché salvi la sua protagonista dal vampiro Carmilla, precisi che l’immagine del mostro, della melanconia, sarebbe costantemente ritornata nella mente di Laura. Le condizioni necessarie alla vampirizzazione prevedono l’alienazione dal carattere pragmatico della quotidianità. Ora il vampiro è un aristocratico, non più un bifolco, che non avrebbe mai il tempo di esserlo, pressato dalle sue pratiche quotidiane. L’essere predisposto medita e recita Shakespeare, affascinatodalquelpotentissimopersonaggiodiAmleto,contagiosamentemelanconico, distruttivo ed autodistruttivo. I luoghi non sono per forza lugubri, bensì propriamente melanconici, sono posti che tendono ad annullare la personalità, a far smarrire. Si tratta 11


AnimeDB jOURnal delle grandi città, Londra, Parigi, dei luoghi nebbiosi, le brughiere, ma i vampiri non disegnano l’Italia, come le nebbie di Venezia, per esempio, o i miasmi di Modena, dove Nodier fa morire il suo vampiro. La nebbia diventa un vettore nel quale si propagano effluvi o emanazioni del mostro che attira le sue vittime. La bruma predispone alla melanconia, la vittima porge il collo. In questo senso si intuisce come il sole sia elemento mortale per il vampiro, anche per i vampiri contemporanei come quelli di Anne Rice nel suo Intervista col Vampiro, succhiatori di sangue affrancati dalla paura delle croci, delle chiese, dell’acqua santa o dell’aglio, ma non dalla luce solare, che li uccide immediatamente. Il sole è notoriamente benefico per l’umore, quindi automaticamente nefasto per i vampiri.Il vampiro è dunque un’icona, più moderna che mai. Una mimesi stralunata di innumerevoli sentimenti che si riversano in seno all’uomo odierno. Nasce dal desiderio e forse dalla disperata necessità di districarsi in un complesso di dinamiche spesso opprimenti, altre volte alienanti fino alla cerebropatia. David Bidussa, in un suo saggio sui totalitarismi lega la resa melanconica alla disperazione dovuta “all’irriconoscibilità del nemico e all’inconsistenza di qualsiasi contromossa in grado di neutralizzare la minaccia.” Combinando le chiare manifestazioni del vuoto morale contemporaneo, causa di tedio, e la paura dello smarrimento e delle insidie mortali ma intangibili, fattori di sentimenti sempre più perversi, con le teorie di Freud sulla melanconia e l’impulso sadico-orale cannibalesco, tese a dimostrare come l’uomo preferisca fagocitare ciò che ama piuttosto che perderlo, diventa lampante come il prodotto di tutto ciò possa metaforizzarsi nella figura del vampiro. Esso è una risposta, seppur negativa, un’alternativa al suicidio filosofico o a quello effettivo, una soluzione che si può perfino arrivare a considerare antitetica a quella rappresentata dall’uomo assurdo di Camus. Ci si può legittimamente domandare se sia un caso che il dottor Rieux, personaggio schiacciato dal non-senso dell’esistenza, trovi nella dignità dell’uomo assurdo, affrancato dai vincoli,e nel coraggio di chi, in fondo, non ha nulla da perdere, gli strumenti per opporsi alla peste che infierisce su Oran. Quella stessa peste che notoriamente è legata al vampiro che nella sua erranza ne diffonde il contagio tra sadismo e noncuranza. Le due figure sarebbero in questo caso tendenze contrapposte derivanti dal vuoto esistenziale, una volta ad avversare la melanconia e l’accidia con lo spirito solidale e tramite la rivalutazione della percezione di sé, mentre l’altra, in una compulsione perversa ed oscura, alimenta e mitizza la latenza melanconica insita in ognuno portandola ad accrescersi e a diffondersi verso una conclusione apocalittica per l’umanità, ma non per i vampiri, come nel romanzo Io sono leggenda, di Richard Matheson. In questo romanzo, che vanta trasposizioni cinematografiche molto distanti dalla sua reale trama, il mondo si vampirizza totalmente, costruendo un ordine, vampirico, nuovo. Non è detto che questa sia l’inevitabile conclusione e la sola uscita dalla melanconia. La melanconia va sicuramente riconosciuta ed accettata per quello che è, così come le sue manifestazioni ed icone. I vampiri sono tra queste e in quanto tali fanno parte, dell’immaginario collettivo e della cultura, che non è solo quella popolare. Spesso la letteratura e l’arte legata al vampiro sono state considerate di secondo piano. Ma nelle produzioni in apparenza dozzinali e scadenti, spesso si celano segnali rivelatori che potrebbero, pur parendo ingenui, raccontare molto sull’essenza stessa dell’umanità. Nello studio della melanconia è quindi opportuno non tralasciare l’analisi del cammino dell’icona-Vampiro, che si fa strada nella foschia presente in ogni uomo, cercando di attirarlo in quelle zone d’ombra della sua coscienza dove i morsi, sia subiti che inferti, possono parere soavi. E’ un dato di fatto che ci sia qualcosa di melanconico e dunque di vampiresco in tutti noi. In tal senso, quindi, i vampiri esistono.

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White_Oleander a cura di ghoul81

Dj dai suoni grevi

Gwen, 21 anni. Dov’è: nella civiltà dei panda. Interessi: 48. Occupazione: studente no profit. Frequenta suo malgrado il liceo scientifico. Ha aspirazioni artistiche, per la verità. Difatti frequenta abusivamente le lezioni di liceo artistico e accademia di belle arti. Cresciuta con musica di genere jazz, blues, classica, rock, si interessa di elettronica. Nuotatrice per hobby, ma non ama particolarmente l’agonismo in quanto le “pesa troppo il culo di fare sport”. 1) A cosa serve la trasgressione? A non rispettare i valori e i principi che ha instaurato una determinata società. Nel nostro caso, italiano singolo, direi che è il caso di iniziare a trasgredire con cervello non dico di darvi alle orgie, alle droghe sfrenate e alle serate senza identità. Anche io mi diverto con qualche botto e un po’ di alcol in corpo, ma quando è trasgredire bisogna farlo seriamente. Dobbiamo usare il cervello e andare contro a quello che vogliono nascondere, i loro dogmi vanno distrutti, noi tutti abbiamo una libertà personale e dobbiamo convincerci che è grazie a quella che possiamo essere considerati noi stessi. Quindi sono favorevole a trasgredire, il mio cervello è una continua rivoluzione e per fare questo bisogna rompere tutto. 2) Cosa pensi dei social network? I social network sono tutti una buffonata assurda ma sono diventati così indispensabili che anche se li odi non puoi non avere un profilo. Ormai tutto è connesso tramite lì. Ma sono anche una macchina frega volti. Io sono prossima a suicidarmi. Non fisicamente, ci tengo troppo alla mia vita. Nel senso che mi levo dalle palle da tutto quello scempio di cazzate. Sai qual è il problema è che siamo diventati troppo vigliacchi da una parte per affermarci con la voce e troviamo più sicurezza in quei luoghi malsani dove ti chiedono la data di nascita e come stai. Sinceramente preferisco che una persona a buffo me lo chiedesse a voce, ad una fermata dell’autobus. 3) Credi ci siano pregiudizi sulla musica elettronica? I pregiudizi sono convinzioni personali che non si basano sulla conoscenza diretta dei fatti ma su semplici supposizioni che possono indurre in errore. Io penso che ancora esistono questi pregiudizi poiché la maggior parte delle volte viene associata come musica da discoteca. Altre volte come quella che mettono nei Rave. Si è musica elettronica ma del resto come il rock ha i suoi affluenti anche in questo genere ci sono varie sfumature. 4) Che rapporto hai con il tuo corpo, con il tuo apparire? Ti cito una parte di un fumetto che stimo da quando in Italia i Gorillaz mi hanno colpito in pieno nel cuore. L’autore del fumetto è lo stesso che ha disegnato la band cartone animato. Jamie Hewlett e il fumetto è Tank Girl. Cosa dice lei : “C’è una sola cosa che non sopporto. Sono quelli che hanno due tipi di vestiti. Quelli vecchi che servono per stare in casa e quelli nuovi per uscire. Cioè, diventi qualcuno differente se vai in un posto “speciale”? No! Sei sempre il solito coglione che stamattina costruiva una casa sull’albero. E allora perché usare due tipi di vestiti? Viviamo forse nel medioevo? Oppure vi siete rincoglioniti 13


AnimeDB jOURnal guardando quella merda che pompa la TV?” Questo è solo una parte per il resto non c’entra niente, associo i vestiti perché i vestiti rappresentano una seconda pelle. no una seconda pelle. Quindi il mio apparire deve essere come quello che penso, senza essere condizionato dall’esterno. Per questo io ho anche vestiti vecchi e nuovi e li indosso sempre per ogni cosa e mai divisi...chi in casa e chi fuori. Io non mi vergogno di me stessa. E neanche del mio lato da cazzona. Pensa delle volte se mi va esco con i pantaloni arancioni, e quando sono davvero presa a bene con quelli da spazzino. 5) C’è qualche cosa materiale che ti rende felice? Cambiare l’arredamento della mia camera, attaccare immagini bizzarre sul muro. E la matita HB perché mi aiuta a rappresentare le mie idee, le mie immagini. È l’equilibrio tra il chiaro e scuro. 6) Descrivi in quattro parole la tua camera. Irrequieta perché cambia come cambia il vento che entra dalla finestra, affascinante a causa dell’armadio non racconta il fatto suo ma racconta di qualcun altro è sempre troppo ordinato, bizzarra perché la libreria è piena di testi scolastici ma gli unici che prendo sono le enciclopedie che ho su un po’ tutto, misteriosa perché sul letto si evolve quello che in basso non si nota molto, se per ipotesi qualcuno ha l’occasione di visitarla si soffermerebbe sulla scrivania a guardare la faccia di Clint Eastwood che ride e quella di Pirandello molto cupa ma il mistero è quando sali le scale, tutte pitturate che pian piano si aprono sul letto dove trovi il cuore di tutto. Ci sono i miei libri, la roba da disegnare, i trucchi perché si mi trucco quando mi va ho ancora il fastidio a farlo perché sembra di mettersi una maschera in faccia e io lo faccio solo a teatro ma la cosa bella è il pensatoio quello è davvero un mistero perché sul muro c’è scritto di tutto e quando sto al suo interno ma quando esco sembra arabo quello che scrivo. È la mia parte preferita perché posso sdraiarmi con calma e osservare il bianco del soffitto che il più delle volte non mi dice niente. Tutti quando entrano in camera mia dopo aver osservato la camera in basso indovina che mi chiedono? “È possibile guardare sopra ?” chissà perché! Amata curiosità. 7) Ti senti fortunata? La fortuna è una questione di avere capacità di scegliere e cogliere l’occasione giusta. Io però ancora non ho intenzione di cogliere in modo serio, voglio cogliere questo quando sarò pronta davvero. Le occasioni poi le formiamo noi. Molti mi dicono che ho un potenziale, gli credo parecchio, ma del resto per me stessa non è ancora il momento di fare il passo in avanti quello decisivo. Per adesso incasso, trasformo e pian piano creo la mia scultura. 8) Come ti rapporti alla vita? la aggredisci o ti lasci trasportare dagli eventi? La vita l’affronto ogni giorno. La vita è come un fiume in piena. Lasciala fare ma tieni sotto controllo quello che rientra nella tua vita. Decidi cosa devi decidere per te stesso. Fai sempre ciò che deve essere fatto per te stesso, non escluderti e non mettere mai nessun altro al di sopra di te stesso. Nella lista delle cose importanti ci devi essere sempre tu per primo. E il resto viene dopo. Perché è l’unica vera proprietà. E non sai quant’è difficile utilizzarla. Farne parte, avere una propria identità e un rapporto con la realtà cotto al punto giusto. Ne crudo, ne troppo bruciato. Al punto giusto, ma quest’equilibrio non esisterà in modo perfetto. Sono aggressiva solo con me stessa quando capisco che sto continuando a sbagliare e non colgo l’errore davvero. Me la mangio con molta calma la mia vita, ma per calma non intendo lasciare che tutto mi scorri davanti e essere un corpo in fondo al fiume. No, io ci nuoto fin dove devo nuotare. Mi lascio andare fin dove devo lasciarmi andare. Mi fermo lì dove capisco che devo fermarmi. È difficile la vita, ma rimane ugualmente bella. 9) C’è un personaggio pubblico per cui sbavi? Banksy per la sua genialità nel fare la vera arte. L’ho scoperto quando mia madre mi ha buttato in un laboratorio dove ti insegnavano a fare pezzi sui muri, i graffiti. Per mancanza di soldi per una baby sitter a 11 anni uscivo alle 4 di casa, scendevo le scale e stavo al centro sociale a fare questo corso. Bum da lì mi s’è aperto il mondo....Ho fatto il mio percorso da “writer” ma ho lasciato perdere, dopo un po’ le bombolette pesano e le mie mani sono delicate. Però usufruisco di quello che mi è stato insegnato su molte cose che disegno. 10) Come cervello. Ma come corpo, per chi sbavi? Me stessa, ho un corpo troppo bello.

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Tentacoli per l’anima: Chuck Palahniuk a cura di el_malphas

Attenzione: stiamo per parlare di Palahniuk. Parliamo di sangue, di paura, di satira, di violenza, di gioia, d’amore, di vita e di morte: parliamo dell’uomo insomma, parliamo di te. Nota biografica, per iniziare: Chuck Palahniuk nasce a Pasco, Washington, nel ‘62. Per quanto discutere dell’importanza che le vicissitudini della sua vita abbiano avuto nella sua formazione e nei suoi testi (ad esempio l’adesione alla Cacophony Society o l’abbandonare la carriera giornalistica per divenire meccanico di motori diesel, o l’aver avutoSpanbauercomementore)siainteressante;questoobiettivorichiederebbebenaltri sforzi, fuorvianti in questa sede. Ritornando a noi: il primo scritto importante della sua vita si intitola Manifesto, ma, poiché rifiutato da molte case editrici, lo accantona, per poi pubblicarlo integralmente, dopo il successo ottenuto con Fight Club, con il titolo di Invisible Monster. Piccola chicca per i lettori: durante una lettura al pubblico di un brano tratto da Diary (testo successivo), intitolato Budella, un giornalista riporta lo svenimento di 73 fan all’ascolto. Come è possibile avere un mancamento ascoltando le parole di questo autore? Quali le cause dell’ostracismo editoriale sul primo manoscritto? Non potremmo imputarne la colpa ai temi trattati, ne tantomeno al solo linguaggio icastico e minimalista, ma piuttosto ad una perfetta commistione di questi due elementi; che, a questo punto, è doveroso trattare singolarmente. Peri temi, Palahniuk attinge a quell’enorme bacino che è l’essere umano. Non divinizzandolo o descrivendolo come un archetipo immateriale bensì mostrandolo nella sua essenza più materiale e reale. Per il lettore la comunione emotiva è semplice; si ritrova imbrigliato nelle emozioni dei personaggi e protagonista degli eventi narrati. I topoi sono, semplicemente, umani: l’amore e il dolore non sono assoluti narrativi ma vissuti in divenire. E, poiché vissuti in prospettiva, questi sono decifrabili dal pubblico che ha la possibilità di analizzare-analizzarsi, scoprendo sfaccettature del proprio io, del proprio animo e dell’intimo “sentire”, sconosciute, celate o comunque sino a quel momento scarsamente considerate. Insomma: una sorta di lente di ingrandimento che ingigantisce minuscole componenti di noi stessi, utilizzando i personaggi come exempla humanitatis. Tutto questo è esaltato dal secondo punto in argomento, ossia il linguaggio. Se Palahniuk è un genio, un innovatore, lo è per il suo straordinario modo di “comporre” le parole. Linguaggio allegorico ma crudo e diretto, periodare breve, frammezzato da avverbi, ripetizioni, assonanze, ridondanze sia sonore che di termini impediscono una libera lettura della sua prosa, costringendo il lettore al ritmo stabilito dall’autore. Freud, ne Il Perturbante, testo del‘19 che ha come argomento l’orrorifico, sostiene che lo spannung del terrore è raggiungibile se si modella l’immaginativo sul concreto reale e tangibile, descritto e mostrato in maniera diretta e cruda. Ecco spiegati gli svenimenti: un’eccessiva reazione, un incontrollabile moto dall’animo paragonabile alla sindrome di Stendhal. Palahniuk è molto di più che una fonte infinita per insulsi post preconfezionati su facebook: è un ipnotizzatore. Guarda nell’animo del suo pubblico attraverso i suoi personaggi, e lo ammalia con le sue parole; rendendolo inerme e nudo in situazioni al limite del reale, ma esperibili, anzi assaporabili. A questo bisogna aggiungere un particolare e soggettivo modus operandi per quanto concerne le descrizioni. Difatti Palahniuk, per quanto icastico possa essere, stranamente non descrive mai in maniera diretta. L’accosterei più alla celeberrima espressione di Michelangelo, quando, per schermarsi da un eccesso di complimenti sostenne che la scultura da lui realizzata si trovava già all’interno del blocco di pietra: l’abilità dello scultore consiste solo nel rimuovere tutto il superfluo che lo circonda. Allo stesso modo Palahniuk presta attenzione solo a ciò che circonda l’oggetto da “mostrare”, fornendo minimi dettagli irrilevanti senza mai citare direttamente particolari importanti. Con ciò, è il lettore che immagina l’oggetto della descrizione liberamente, supportato solo da minimi elementi, trovando il personaggio come un buco nero precisamente delineato rispetto allo sfondo. In definitiva il protagonista, per Palahniuk, è l’uomo, e come un moderno Zola, egli utilizza i suoi personaggi in qualità di dinamiche cavie (cfr testo omonimo) che si muovono in una realtà lontana e vicinissima alla nostra, agendo e reagendo agli impulsi in modo naturale ed estremo. Come recita il titolo di un suo testo: La scimmia pensa, la scimmia fa, la “scimmia” è sia l’incarnazione metaforica dell’umanità che ogni singolo

uomo sulla Terra: la scimmia sei tu, vista da te stesso, analizzata da te. E ciò che scopri non può che sorprenderti, o turbarti, o distruggerti. Ammetto la mia ammirazione per questo scrittore, come pure la mia reticenza nel consigliarlo. E’ possibile, in ogni caso, conoscerlo anche attraverso due trasposizioni cinematografiche, Fight Club e Soffocare (tratti da testi omonimi), ma l’esperienza della lettura è più personale, offre un maggior coinvolgimento. Per cui, nel dubbio, cito Niccolò Ammaniti, che a proposito di Palahniuk, scrisse:“… è peggio di un polpo. Ti afferra con i suoi tentacoli e ti trascina in un buco pauroso. Lasciatelo stare se avete lo stomaco debole”. Nulla da aggiungere.

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Il dottor Dolittle e i plastici a cura di DioN(e)osferatu

Terrore e sgomento a San Francisco, in provincia di Caltanissetta, quando un uomo del luogo, colto da un raptus di follia, ha lesionato una collezione di plastici di Porta a Porta, ed ha ammazzato tre persone. Sembrava una mattina come tante nello studio del dottor John Dolittle, veterinario e perito dialettologo, quando, improvvisamente, qualcosa nei suoi occhi cambiò – sembrava uscito da un film dell’orrore - ha dichiarato una papera, testimone oculare, in barese stretto – non l’ho mai visto in questo stato -. Imbracciato l’attaccapanni, ha abbandonato il suo studio e si è diretto in strada. Subito gli si è parato davanti il signor Amilcare Badalamenti, ubriacone pluridecorato e mastro salsicciaro di anni 63, con l’intenzione di appendere il suo berretto buono all’arnese. Intenzione sedata dopo che la seconda randellata, rifilatagli dal dottore, gli aprì il cranio a metà, spargendo materia grigia sullo sfortunato copricapo, e, come è noto, le macchie di cervella sono difficili da rimuovere [N.d.R.]. La folla, spaventata da quella visione, ha cominciato a correre all’impazzata, tutti meno la signora Camilla Ravanelli, fruttarola di pessima qualità e cronista d’assalto di Oggi di anni 56, volenterosa di placare l’ira di Dolittle con una partita di zucchine geneticamente modificate. La colluttazione fu breve, le zucchine le otturarono il colon fino a squarciarle le viscere, anche se, pare, lo sfintere fosse già abituato al supporto delle suddette [N.d.R.]. La polizia, informata dell’accaduto, si è precipitata sul luogo dei delitti ed ha trovato il dottore alle prese con Fernando Mazzacurati, noto portalettere col sogno di comparire a C’è posta per te di anni 38. Il postino, reo di aver incrociato lo sguardo dell’assassino, stava subendo un intervento di rinoplastica senza anestesia, che gli aveva fatto schizzare fuori gli occhi dalle orbite per l’intenso dolore – è stata una scena terribile – ha commentato un piccione, con marcato accento romano, mentre beccava con gusto uno degli occhi del malcapitato Mazzacurati – da brivido, solo un pazzo poteva permettersi di far schizzare gli occhi in questo modo… si sa che è meglio cavarli con un cucchiaino -.

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Il volatile è stato arrestato per presunta complicità e condotto al più vicino ristorante cinese per scontare la sua pena. Ma veniamo ora alla parte più raccapricciante di questa storia. Subito dopo aver massacrato il postino, Dolittle si è diretto all’interno del museo, che conteneva una mostra dei plastici del noto programma di Bruno Vespa, distruggendoli con sconcertante ferocia, scoperchiando la villa di Cogne, abbattendo il garage di Avetrana e demolendo la casa di Erba. A questo punto le autorità, approfittando delle difficoltà incontrate dal malvivente durante la distruzione di Montecitorio, l’hanno circondato ed arrestato. Dolittle è stato portato in carcere e verrà processato per direttissima, si parla di oltre 30 anni per gli ingenti danni alle opere esposte, da definire ancora la pena per i tre morti. Il signor Vespa, interrogato su quanto accaduto, si è rifiutato di rispondere, limitandosi a ricordare l’appuntamento con lo speciale Porta a Porta di questa sera, sul mostro di San Francisco.


Dei non luoghi e di altri accidenti

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a cura di essemc Sto seduto e guardo inebetito le segnalazioni luminose e monocromatiche decomporsi e ricomporsi in predeterminati simboli facilmente decodificabili. Mancano 25 persone prima che venga il mio turno. Che vuoi fare? Leggere un libro? E leggiamolo sto libro. Tre, quattro pagine. Mancano 24 persone prima che venga il mio turno. Tre, quattro pagine. Mancano 24 persone prima che venga il mio turno. Tre, quattro pagine. Mancano 21 persone prima che venga il mio turno. Una pagina, una riga, una parola: attesa. Questo libro deve proprio essere stato scritto appositamente per prendermi per il culo, perché non sono troppo sicuro che leggere come prima parola del primo capoverso di questo ennesimo capitolo proprio il termine “Attesa” sia quella che comunemente viene definita casualità. Ma che importa? I volti si discostano troppo poco dal mio per aver un qualche interesse ma, nell’attesa, si sa, non è l’utilità a governare l’ordine degli eventi, piuttosto è la possibilità. Posso guardare quei volti anche se non mi porterà a nulla? Sì, posso. Vediamo, che ci potrei fare? Forse potrei divertirmi a miscelare i tratti somatici per creare un volto che abbia un qualche interesse per me. Vediamo... il naso della ragazza con la sciarpa rossa è proprio carino, deve essere quello che chiamano alla francese. Mancano 21 persone prima che venga il mio turno. Ecco, anche gli occhi di quell’immenso ragazzone, quanto sarà alto? Un metro e novanta? Togligli gli occhiali e cancella ogni altra parte del suo viso ed è proprio ben fatto. Sì, accostiamoli. Oh, bene. Un naso e due occhi molto ben fatti, non c’è che dire, ora delle labbra. Mancano 20 persone prima che venga il mio turno, no 19. Tu, sì tu con la tracolla, lo sai che hai proprio delle labbra eleganti? Sei sicuro di essere un uomo? Ma che dico mai, come se potesse sentirmi fintanto che le penso, certe cose. Mancano 19 persone prima che venga il mio turno. Già ci siamo, questo volto comincia ad avere un senso, anche se, se proprio devo dirla tutta, comincio un po’ a stufarmi di questo gioco. “Attesa la schiusa delle uova, bisogna attendere altre 2-3 settimane affinché gli acari si sensibilizzino agli antigeni presenti nell’epidermide umana.” Evidentemente è stato scritto che io debba leggere dell’attesa, il ché non solo ha qualcosa di profondamente letterario, ma anche di profondamente sbagliato. Mancano 18 persone prima che venga il mio turno. Ehi, uomini (vorrei dire), sì, anche donne, perché no, sarebbe bello parlarsi. Ma non sarà mai possibile strapparvi dagli scranni nei quali vi siete accomodati fintanto che l’attesa dura. Siete forse acari anche voi? Volete scavare un solco nella mia epidermide con la vostra immobilità? Credo che non ci sarà bisogno di attendere due tre settimane prima che ciò avvenga. Spero tanto di essermene andato prima. Mancano 18 persone prima che venga il mio turno. Tre, quattro pagine. Mancano 18 persone prima che venga il mio turno. Tre, quattro pagine. Mancano 14 persone prima che venga il mio turno. Una pagina. Mancano 14 persone. 14 persone. 14 persone. 14. 14. 14. 14. 13. Dunque, dove eravamo rimasti... oh sì, un naso alla francese, due begli occhi androgini, delle labbra decisamente femminili, è tutto molto appropriato, ma che farne? Potrei appiopparli a questo qui che mi sembra davvero brutto. Eccoli, tienteli, te li regalo. Mancano 8 persone. 8? 7. Ah, ecco. Questa volta è meglio che mi sgranchisca un po’ la schiena. Fumiamoci una sigaretta che è meglio. Curioso come la pavimentazione di questo atrio sia così terribilmente brutta. Devono averla fatta disegnare a qualche malato di Parkinson. Mancano 7 persone prima che venga il mio turno, ormai ci siamo. Mancano 7 persone prima che venga il mio turno. Potrei andare a prendermi un caffettino veloce. Mancano 7 persone prima che venga il mio turno. Meglio stare qui. Mancano 7 persone prima che venga il mio turno. Ne mancano 6, 5, 4, 1. Tocca a me. -Devo consegnare questo... -Faccia vedere... mi spiace ma ha sbagliato, lo deve consegnare alla mia collega là infondo. -Non posso semplicemente darlo a lei e poi lei lo gira alla sua collega? -No, mi spiace, non è possibile, ma può prendere il numerino lì... non ci vorrà molto, ci sono solo 25 persone prima di lei.

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Grecia: ancora forte il rischio bancarotta. a cura di Nihil Mortis Come abbiamo già visto, dal 2009 la Grecia è al centro della crisi economico-finanziaria che ha colpito soprattutto USA e Unione Europea: da allora infatti il rischio di default non si è allontanato dalle coste elleniche, neanche dopo la formazione del governo di unità nazionale e l’approvazione dell’ultimo piano di interventi. Vediamo brevemente ciò che è accaduto nell’ultima, concitata, settimana. Il primo ministro Lucas Papademos ha da tempo avviato una lunga ed estenuante trattativa con il Parlamento greco, con l’obiettivo di approvare un nuovo pacchetto di riforme per convincere i partner europei e il Fondo monetario internazionale a concedere aiuti per 130 miliardi di euro per rimborsare i 14,5 miliardi del debito pubblico in scadenza a marzo ed evitare così il fallimento. Le riforme chieste dalla Troika comprendono quindi ulteriori tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni, un nuovo abbassamento pari al 22% del minimo salariale, abolizione di tredicesime e quattordicesime, licenziamenti – 15 mila solo nel settore pubblico nel corso di quest’anno – e prepensionamenti, che dovrebbero valere per circa l’1% del PIL. Papademos si è trovato quindi in una vera e propria morsa: da un lato, infatti, la dura reazione dell’assemblea –“Ci stanno chiedendo una recessione che il Paese non può permettersi; combatterò per evitare un simile scenario” ha dichiarato Antonis Samaras, leader del partito Nuova Democrazia -; dall’altro le richieste pressanti da parte dell’UE, in particolare da parte della Francia: “I nostri amici greci – sostiene Sarkozy – devono prendersi le loro responsabilità e seguire l’esempio dell’Italia. Noi ci rifiutiamo di riconoscere il fallimento della Grecia. Non possiamo accettarlo”. Anche all’interno dell’eurogruppo, tuttavia, le posizioni sono divergenti: spicca infatti la posizione – comunque minoritaria - del commissario Neelie Kroes:“Si dice sempre che se un Paese viene lasciato uscire o chiede di andarsene l’intero edificio crollerà e ciò non è vero. L’Eurozona può sopravvivere a un addio di Atene alla moneta unica”; posizione peraltro condivisa con il ministro delle finanze tedesco Schauble, in dissenso con il cancelliere Angela Merkel. Nel frattempo lo scorso 7 febbraio Papademos ha partecipato ad una serie di incontri con Charles Dallara, rappresentante dell’associazione internazionale delle banche, per cercare di arrivare ad un accordo in merito al taglio del 70% sul valore dei titoli greci che ridurrebbe il debito di circa un miliardo, riportandolo alla soglia ‘sostenibile’ pari al 120% del PIL. Il 10 febbraio, in seguito alle forti pressioni dell’UE, il governo greco ha approvato la bozza del ddl contenente le riforme. “Il Paese - ha detto il premier ai ministri - deve fare tutto il possibile per approvare le misure di austerità necessarie per ottenere il nuovo piano di salvataggio o affronterà una catastrofe. Non possiamo consentire alla Grecia di finire in bancarotta. La nostra priorità e fare ciò che è necessario per approvare il nuovo programma economico e andare avanti con l’intesa per gli aiuti. Non c’è bisogno di spiegare che chiunque non condivida e non voti per il programma non possa restare nel governo”. La notizia ha suscitato dure reazioni sul piano politico, che hanno portato alle dimissioni di due viceministri del partito socialista e di quattro ministri del Laos, partito di estrema destra. Contemporaneamente anche la tensione sociale è aumentata: già da diversi giorni, infatti, i rappresentanti dei principali sindacati ellenici hanno proclamato una manifestazione in piazza Syntagma, la piazza della costituzione, durante la quale sono stati bruciati simboli nazisti e diverse bandiere tedesche. Nei giorni successivi gli scontri si sono fatti più duri, con lancio di bombe molotov da parte di alcuni protestanti e di gas lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine, le quali hanno esse stesse minacciato una rivolta contro le misure del governo: il sindacato della polizia ha rilasciato un comunicato nel quale avverte della possibilità di far arrestare

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i rappresentanti della Troika ad Atene, “poiché non è possibile continuare a reprimere le proteste dei nostri fratelli greci”. Il ddl è stato approvato, come stabilito e non senza problemi, domenica 12 febbraio con 199 voti favorevoli e 74 contrari. Come già annunciato, i deputati che hanno fatto mancare il loro appoggio al governo sono stati espulsi dai partiti di provenienza. Mentre il Parlamento approvava il pacchetto di riforme, in piazza continuavano gli scontri. Ai manifestanti – oltre centomila – si sono aggiunti anche gruppi di black bloc; numerosi edifici pubblici sono stati danneggiati o incendiati. Si calcola che, solo in questa occasione, ci siano stati 54 feriti fra i civili e 40 fra le forze dell’ordine; 22 invece gli arrestati. Facile capire le motivazioni della protesta: una società ormai allo stremo a causa degli ingenti sacrifici chiesti e attuati ormai da diversi anni non tollera più di pagare una crisi che ha origine, prevalentemente, in una scellerata politica economica praticata da quasi un trentennio e aggravatasi in seguito alla recessione degli ultimi anni. Come in ogni manifestazione di questo tipo, tuttavia, ai civili si sono aggiunti gruppi di facinorosi armati di molotov, bombe carta e maschere antigas. D’altro canto è stata durissima la reazione del governo, costretto dagli eventi all’attuazione di questo piano:“Il vandalismo e la distruzione non hanno posto nella democrazia e non saranno quindi tollerati” ha dichiarato il premier all’apertura della seduta. “La scelta non è tra i sacrifici e il non fare sacrifici, ma tra i sacrifici e qualcosa di inimmaginabile” ha aggiunto il ministro delle finanze Vanizelos. Nonostante questo però l’UE mantiene le distanze: “Le condizioni per ottenere gli aiuti non ci sono ancora”ha dichiarato il leader dell’eurogruppo Juncker, derubricando l’incontro del 14 febbraio ad una semplice teleconferenza e spostando a lunedì 20 la riunione vera e propria. Oltre all’immediata attuazione del pacchetto si chiede infatti un passo in avanti, soprattutto sul fronte pensionistico ma anche su quello sanitario e militare: il tutto porterebbe ad un ulteriore taglio di circa 325 miliardi. A questo atteggiamento delle istituzioni europee e alle presunte derisioni ai danni della Grecia portate avanti dal ministro Schauble ha risposto duramente il presidente greco Papoulias: “Non accetto che il mio Paese venga deriso da Schauble; chi è per deridere la Grecia? Chi sono gli olandesi? Chi sono i finlandesi?” e, richiamando la sua partecipazione alla resistenza al nazi-fascismo, ha aggiunto: “Abbiamo sempre avuto la fierezza di difendere non solo la nostra libertà, ma anche quella dell’Europa”. Nelle ultime ore ha però iniziato a circolare un’altra ipotesi: una piccola parte degli aiuti da parte della Troika potrebbe essere inviata subito, mentre il grosso sarebbe inviato ad aprile, dopo le elezioni – segno questo della forte sfiducia che, a livello internazionale, si continua a nutrire nei confronti della Grecia. Nel frattempo la borsa rimane in rosso – con un -7% - e le proteste non accennano ad arrestarsi: una donna, madre di un ragazzo handicappato, ha minacciato di buttarsi dal cornicione dell’ufficio nel quale lavora e che sarà, probabilmente, chiuso a breve; solo dopo diverse ore è stata fatta rientrare nell’edificio.


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Hell Of Fame Febbraio/Marzo a cura di Josephine_Cullen

Nuovo record per l’ 1,2,3TureseDOC! Si Sale a 2000! I Writers si Sono Mobilitati anche per San Valentino... Ecco a voi l’elaborato vincitore! GuestForEver Baciami, sempre. Una fortuna per i Baci Perugina: “Regala un Bacio per San Valentino”. Confezioni speciali per l’occasione: puoi scegliere tra l’orsetto, il gattino, la pecorella, il porcellino, il cagnolino e l’ornitorinco. No, non illudetevi, Animal Farm non ha niente a che fare con tutto ‘sto bestiame. Ah le rose, un classico. A me non piacciono le rose, che scelta banale e inflazionata. Sembrano finte anche quelle che dovrebbero essere vere. Son belle solo quelle nei giardini delle nonne, quelle antiche, che profumano davvero, che passano dal bocciolo al fiore maturo e infine sfioriscono. I profumi poi, se li fanno consigliare dalle commesse di Acqua&Sapone, escono tutti con lo stesso: Hypnotic per Lei, Boss per Lui. La donna stile cagna in calore e l’uomo che, a quel punto, non deve chiedere mai. Al massimo potrebbe aver voglia di dire: “No, perché io valgo!” Cena al ristorante, menu ad hoc: vellutata di coccole, sformato di abbracci e per finire il dessert del giorno TiVoglioTantoBeneIoDiPiù. Per la modica cifra di sessantanove euro e sessantanove centesimi. Una cifra, un programma: che fai, te ne privi proprio oggi?! Eh no, parrebbe brutto farlo. Io, fossi l’Innamoramento, m’incazzerei proprio. Tutti a parlare d’Amore. La festa è degli innamorati, non degli amati. Vi pare che due persone che si amano sul serio, partecipano a questo teatrino? Ma non avrebbe alcun senso! Due persone che si amano non hanno nulla da dimostrare l’un l’altra in un giorno, l’hanno già fatto in un mese, un anno, una vita. E se non l’hanno ancora fatto o non riescono più a farlo, beh regalarsi il cuoricino coi cioccolatini certo non sarà d’aiuto. E allora noi due, regaliamoci tutti i giorni la pazienza di sopportarci, senza questa non si va avanti. Finito l’innamoramento, se ancora stiamo insieme, è perché tu accetti i miei “niente” e io i tuoi silenzi. E non ci piacciono, non ci piaceranno mai eppure restano. L’importante è che non occupino troppo spazio, che non ci allontanino tanto da scordare tutto il resto che ci unisce. E’sufficiente? Per ora sì, domani chissà. Godiamocelo, finché dura. Regaliamoci un po’ di felicità, ne basta un pochino, a giorni alterni, che tutti i giorni non ci si riesce mica. Non chiamiamolo amore, non chiamiamolo in nessun modo, tanto è solo una parola e il suo significato è mutevole come la vita. Evita i nomignoli stupidi, pronuncia il mio nome, io quella sono con pregi e difetti. Facciamo anche sesso non solo l’amore, che a far l’amore finisce che ci si annoia. Se mi tradisci non dirmelo, io non lo farò. Baciami, sempre.

Music: Philip Glass- The kiss

IOTW 42: Shiva Dreams D’Azur

SOTW 115:pixilla

SOTW 115: Tequila

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AnimeDB jOURnal Restiamo in Sezione Grafica, dove si sta svolgendo un interessante torneo! I grafici del forum si sfidano fra loro a suon di Icon, Sign e Vertical!

Vincitori Prima Fase:

Schwarze

bimbo_tonik

FalkenAngel

sanji1991

lazyina

Myners

Demondark

@.@kika@.@

Ricofede92

-Anubis

ariel97 FaTa

FK95

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AnimeDB jOURnal Vincitori Seconda Fase:

@.@kika@.@

-Anubis

Vincitori Terza Fase:

bimbo_tonik

-Anubis FK95

FK95

@.@kika@.@

Ricofede92

Schwarze

Ricofede92

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Kado dalla vignetta a cura di kadavere92

In memoria di un compagno scomparso a cura di Profanatore Hyena [Bot]

2005-2012 22


NakiLaModa

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Tendenze Febbraio 2012

Anche se ormai il 2011 è finito e con lui se ne sono andati via tante cose, il nostro stile per il 2012 richiamerà molte tendenze avvenute l’anno scorso. Ecco perché con Gennaio si aprono nuovi stimoli.. quindi, guai a buttare via determinati capi che ci possono servire, e almeno, in tempo di crisi, evitiamo pure di comprare cose, che magari nel nostro armadio non ci entrano più. Per aiutarvi a decidere cosa tenere e cosa accantonare, qui ci sono 5 pezzi che sul trend del 2011 nelle passerelle autunno, e che molto probabilmente si sono fatti largo nel tuo guardaroba, quindi ecco che ancora vi serviranno a meraviglia fino a primavera. 1. Pantaloni a vita alta o jeans a sigaretta Ok. Ci siamo. Se non li avete ancora buttati via, riportate alla luce pantaloni a gamba ampia o a sigaretta; in tessuti leggeri o denim e scambiare gli stivali con scarpe a tacco alto magari portata con una calza abbastanza pesante anche da far vedere, o con scarpette stile francese. 2. La giacca da smoking Una scelta facile, è un capo classico che va ben oltre la stagione del 2011. Per la primavera il bianco o i colori pastello si accostano benissimo con tutto, un denim un pochino largo, una camicia bianca e sopra ci aggiungiamo la giacca con le maniche arrotolate. Non preoccupatevi, anche il nero ci farà fare sempre scena. 3. La cintura di cuoio e cappello in testa Borchiata, Feticista, effetto vecchio, cucita dagli indiani.. basta che sia in cuoio. Che sia marrone nera, bianca, di qualsiasi colore; deve risaltare la vostra figura, dite addio ai cinturoni larghi e riprendete quelle vecchie cinture che avevate lasciato accantonate perché non erano alla moda, o perché non vi fasciavano i fianchi. Gli accessori in pelle per la vostra primavera, ma sopratutto per il vostro nuovo inizio è tutto quello che vi serve per impreziosire il vostro capo. Ecco che anche in testa potete portare un bellissimo cappello che vi farà sembrare anticonformista. Un consiglio, se non avete né cintura né cappello, rubate da qualche armadio, magari da quella di vostro padre!

4. Vestito leggero o gonne lolita Nelle serate “importanti” si sono visti vestiti di tutte le forme, lunghi, corti, a palloncino, gonna ad ombrello più corpetto stretto, questa volta guardate un po’ cosa ha nell’armadio vostra madre, eggià, perché i vestiti che si porteranno a inizio 2012 sono come dico sempre io “vestiti da sciura”. Lunghi fino al ginocchio, fino alla caviglia, fino a mezza gamba, leggeri, in tessuto di seta, o viscosa.. con volant, a frufru, o con colli piccolini. Il colore? Meglio se a fantasia, ma sempre a colori chiari e che vi dia un tocco romantico. E che dire delle gonne portate con disinvoltura magari con una calza pesante ed una scarpa francese? 5.Collo alla Peter Pan. Chi di voi da bambina non ha mai avuto un vestitino od una camicetta con il collo alla Peter Pan? Ebbene sì... ecco che il bavaglio alla bambina farà parte della nostro nuovo stile. Raccomando sempre un colletto bianco che possa uscire da sotto un golfino, dandovi un tocco da piccole lolite.

Ricordatevi sempre gli accessori, non bastano mai.. pochettes, borsette a tracolla, uno smalto lucido, un trucco mai pesante, se si usa il solo rossetto va più che bene, un tocco magari di mascara, ricordate anche di abbellire i vostri lobi con orecchini, esagerate insomma... Questo è tutto da Naki.

a cura di Narkos Narkotiiko

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Amore DB a cura di Eles-chan

“La gelosia più la scacci e più l’avrai” così cantava un Grande cantante italiano, ma se questo forte sentimento non si prova? si ama meno? si è “anormali”? Ecco la domanda di un utente che mi ha portato a parlare di questo argomento: «Cara Eles, credo che la gelosia sia, come l’amore, un qualcosa di primitivo, di istintivo che alberga nella mente umana. È chiaro che se qualcuno tenta di rubare quello che riteniamo essere di nostra proprietà, scatta subito in noi una molla primordiale che dopo, nei momenti di lucidità, liquidiamo con un secco “Sono geloso e non ci si può fare niente”. Nei momenti di culmine di gelosia ci si chiede addirittura di provare i propri sentimenti privandosi del confronto sociale, isolandosi dal mondo. Personalmente non mi ritengo geloso, accetto il confronto, ho sempre invitato ad uscire con altre persone, anche con uscite cosiddette a due, in quanto ritengo che la prova d’amore sta nel raffronto che poi genera la conferma o la smentita dei sentimenti o la loro evoluzione; il tutto in un rapporto di estrema maturità e franchezza. Veniamo al punto. Secondo te, con questo atteggiamento che contraddice il presupposto di “qualcosa di primitivo, istintivo” e che tanta perplessità genera nei miei confronti con gli altri, rischio solo di deteriorare i rapporti? Vado contro natura?». Non mi era mai capitato di guardare la “mancanza di gelosia” come un problema, solitamente è tutto il contrario. L’essere troppo gelosi porta alla fine di tanti rapporti. Senza dubbio è un sentimento a doppio taglio; se da un lato un partner geloso fa piacere, ti fa capire quanto tiene a te, dall’altro può trasformarsi in qualcosa di “pericoloso”, in ossessione e portare proprio all’isolamento di cui parlavi tu. Vista dai diversi aspetti può essere descritta come mancanza di fiducia, come forma di egoismo, come forma d’insicurezza, o al contrario come forte passione e dimostrazione d’amore. Come ogni caratteristica che ci appartiene è più o meno manifestata in ognuno di noi, per quanto riguarda te non vai contro natura perché è proprio la TUA natura non essere geloso. Rischi di deteriorare rapporti? Dipende, la gelosia fine a se stessa non aiuta a tenere salda una storia, ma la gelosia fondata da un dubbio o una perplessità sul proprio compagno sì, perché se accadesse qualcosa di “sospetto”, che può anche essere fatto appositamente per far scaturire una reazione, e rimarresti impassibile rischieresti di sembrare distante e non interessato. Questo non vuol dire che vivi i rapporti da indifferente, anzi la tua fiducia totale nella persona con cui stai, tanto da farla uscire liberamente con chi vuole, può solo essere una cosa positiva, non hai la timore di perdere qualcosa che tanto sai con certezza sia Tuo! Ovviamente ciò non rende la tua ragazza libera di mancarti di rispetto, perché non è la “paura” di un partner geloso che fa essere una persona fedele e sincera. Il consiglio che posso darti è di non cambiare per gli altri che ti vedono “anomalo” o per qualcuno che ti vorrebbe “più geloso”, penso che il proprio carattere per quanto si possa plasmare non si debba mutare per piacere a qualcun altro. La gelosia non è e non Deve essere l’unico modo di dimostrare quanto si tiene a qualcuno. Tirando le somme, troppa gelosia rischia di mandare avanti un rapporto fondato sulla non fiducia e paura; l’assenza totale di gelosia può essere scambiata come noncuranza e menefreghismo del partner. La soluzione perfetta? Come per ogni cosa, sarebbe un compromesso tra le due posizioni, ma l’amore rende perfetti per quello che si è! XOXO ele

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Geloso? Io? NO!


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